Recap marzo/aprile 2016

Sono stati due mesi piuttosto intensi per la musica pop/rock, contraddistinti da uscite importanti e molto attese, da PJ Harvey (con “The Hope Six Demolition Project”) agli M83 (autori di “Junk”), passando per i Parquet Courts (giunti al quinto LP con “Human Performance”) e i Last Shadow Puppets (di cui trovate la mia recensione di “Everything You’ve Come To Expect” qui). Come sempre, nei “Recap” ci concentreremo sui tre migliori lavori: ma andiamo con ordine.

Parquet Courts, “Human Performance”

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Il quinto album degli americani Parquet Courts è un trionfo per gli amanti dell’indie rock più scanzonato: possiamo dire senza ombra di dubbio che, fino a questo momento, “Human Performance” è il miglior album rock del 2016, escluso ovviamente il Maestro David Bowie. Le principali influenze sono Velvet Underground, Sonic Youth e Strokes: insomma, il gotha degli ultimi 40 anni di rock. Tutte influenze rinvenibili in bei pezzi come Dust, la title track e la lunghissima One Man No City (dura più di 6 minuti!). Insomma, buoni brani non mancano; a quelli già richiamati aggiungiamo le più romantiche Steady On My Mind e It’s Gonna Happen.

In conclusione, niente di avveniristico, ma certamente un LP di puro e semplice rock godibile e curato (qua sta la differenza con il compianto Duca Bianco, che aveva mescolato rock, jazz e sperimentalismo). Da quanto tempo non potevamo più dirlo convintamente?

Voto finale: 8.

 PJ Harvey, “The Hope Six Demolition Project”

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La veterana dell’alternative rock britannico PJ Harvey è ormai giunta al nono album di inediti, ma non dà alcun segno di cedimento: l’ispirazione continua ad essere ottima e la voglia di commentare le politiche occidentali non è venuta meno. “The Hope Six Demolition Project” non raggiunge le vette del precedente CD “Let England Shake”, ma è un altro tassello di una carriera davvero notevole.

L’inizio è particolarmente efficace: The Community Of Hope e The Ministry Of Defence sono potenti ballate rock, con testi che descrivono efficacemente le periferie americane e gli errori compiuti dall’Occidente nelle guerre degli anni passati. Abbiamo altri pezzi squisiti come River Anacostia e la conclusiva Dollar, Dollar; peccato per pezzi deboli come The Ministry Of Social Affairs, troppo prolissa, e The Orange Monkey. Ma il voto finale non può che essere positivo.

Voto finale: 7,5.

M83, “Junk”

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Do It, Try It, il primo singolo estratto da “Junk”, il nuovo album degli M83, aveva fatto temere il peggio: una canzone pop sdolcinata e zuccherosa, insomma davvero non da M83. Poi fortunatamente sia Go! che Solitude avevano corretto il tiro: in particolare quest’ultima colpisce nel segno, con le sue orchestrazioni raffinate.

Il risultato finale non richiama in poche parole il titolo del CD: non tutto è spazzatura in “Junk”. Sottolineiamo in particolare, oltre a Solitude, la bella ballata Sunday Night 1987 e Walkway Blues: il rimando agli anni ’80 è quanto mai evidente anche dai titoli delle canzoni. Il lavoro migliora con il tempo, ma le pecche non mancano.

Fra i brani sbagliati ricordiamo la già citata Do It, Try It, ma anche le canzoni cantate in francese dal frontman Anthony Gonzalez e gli intermezzi musicali deludono: tra di essi in particolare abbiamo The Wizard e Atlantique Sud. Buona l’attesa collaborazione con Beck in Time Wind. Nel mix di generi affrontati, emerge come già accennato il revival anni ’80, che però non raggiunge i livelli sublimi del precedente “Hurry Up, We’re Dreaming” (2011). Questa è forse la pecca maggiore del settimo LP di Gonzalez & compagni: averci fatto attendere ben 5 anni per un risultato appena discreto. Nulla di drammatico, per carità, ma ci saremmo aspettati ben altro. M83, urgono innovazioni profonde nel sound!

Voto finale: 7.

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