Scheda: The Strokes

The-Strokes

Gli Strokes al completo.

Gli Strokes sono uno dei maggiori gruppi indie rock dei primi anni 2000, autori dell’ormai classico “Is This It?”, CD simbolo della rinascita del rock di inizio millennio. Ripercorriamo la loro carriera, con gli alti e i bassi che l’hanno contraddistinta.

“Is This It”, 2001

is this it

“Eppure non hanno inventato niente di nuovo…” “Vero, però non puoi negare che questo è un grande album rock.”

Gli Strokes degli esordi possono essere riassunti in queste due frasi: pur non creando qualcosa di radicalmente innovativo per la musica contemporanea, hanno saputo prendere esempio (si badi, non copiare) da Television, Velvet Underground e Ramones e arrivare a una sintesi tremendamente efficace.

I cinque ragazzi newyorkesi propongono un rock genuino e spontaneo, che sa rappresentare molto bene la realtà della New York più “underground”, quella dei pub e dei bar poco raccomandabili, pieni di alcolisti o peggio (anche il leader Julian Casablancas ha avuto problemi con l’alcol peraltro, fatto che influenza alcuni testi, si pensi a Soma).

Musicalmente dicevamo che gli Strokes non hanno inventato nulla: verissimo, ma la grandiosità di brani apparentemente “semplici” come Someday, Last Nite o Hard To Explain deriva proprio dalla verve capaci di suscitare negli ascoltatori. Le chitarre di Valensi e Hammond Jr. creano assoli magistrali, ben supportati dal basso e dalla batteria, con la voce ruvida ma affascinante di Casablancas a fare da collante.

“Is This It” resta così uno degli album più influenti dei primi anni 2000: il CD che ha fatto conoscere l’indie rock al grande pubblico e ha fatto da apripista ad artisti come Franz Ferdinand, Bloc Party ed Arctic Monkeys. Non una cosa da poco. Voto: 9.

“Room On Fire”, 2003

room on fire

Mia madre dice sempre che la mia nonna paterna, ossia la sua “amata” suocera, tra i vari difetti ha quello di regalarle spesso (troppo spesso) set di tovaglie e tovaglioli che ormai mia mamma non sa più dove mettere. Per carità, fa piacere ricevere regali, ma se tutti gli anni ricevi lo stesso… Beh, dopo un po’ ti viene sulle scatole, no?

Perché tutto questo preambolo? Semplice: il secondo album degli Strokes, “Room On Fire”, ricorda fin troppo il precedente “Is This It”. Sfruttare l’onda lunga del precedente lavoro è legittimo, specie quando si tratta di un grande successo, ma non per questo apprezzabile.

La stoffa d’altro canto resta pregiata: Reptilia è il miglior brano mai prodotto da Casablancas & co., le conclusive The End Has No End e I Can’t Win sono buonissime… Ma insomma gli Strokes non riescono a replicare del tutto “Is This It”; manca infatti la coesione di fondo del precedente lavoro e la sensazione di “già sentito” aumenta il senso di insoddisfazione.

“Ma quindi è così brutto?”, si chiederà qualcuno: no, anzi è un buonissimo LP, uno dei migliori del 2003. Del resto però replicare il passato non è possibile, come insegna “Il Grande Gatsby” di Fitzgerald. Voto: 8. 

“First Impression Of Earth”, 2006

first impression of earth

Gli Strokes si sono presi tre anni di pausa e sono tornati con un sound rinnovato, almeno parzialmente: Julian Casablancas non altera più la sua voce e la band tutta sembra voler virare verso un rock più duro, oltre che più pulito.

“First Impressions Of Earth” segna quindi una chiara inversione nello stile dei cinque newyorkesi, va dato atto a Casablancas e soci di ciò. Il fatto è che le svolte non sempre producono risultati buoni, specie se non completate. Il nostro caso è davvero utile per capire meglio questo concetto: la tripletta iniziale (formata da You Only Live Once, Juicebox e Heart In A Cage) è davvero pregevole per energia, qualità compositiva e assoli proposti. Buoni anche Razorblade e la “furiosa” Vision Of Division.

Dal sesto brano però cominciano i problemi: forse la troppa ambizione fa un brutto scherzo, fatto sta che il disco perde lentamente il fascino che aveva prodotto con i primi due/tre brani. Le canzoni intimiste non fanno decisamente buona impressione e quelle più “mosse” non incidono (evitabili ad esempio Red Light ed Evening Sun).

Crisi di rigetto? Nessuno può dirlo con certezza. Certo è che questo può essere un cruciale punto di svolta nella carriera degli Strokes: tornare indietro appare difficile, ma l’avvenire resta incerto. Se la svolta sarà completata, i risultati potranno essere soddisfacenti, come testimonia la prima metà di “First Impressions Of Earth”. Ma se la band non saprà scegliere il rischio è avere un nuovo “Standing On The Shoulder Of Giants”, solo più rock. Sappiamo poi come andò per i Gallagher. Voto: 7.

“Angles”, 2011

angles

I ragazzi sono stati ad un passo dallo scioglimento definitivo: tanti progetti solisti, qualche album (buono quello di Julian Casablancas) e incertezza sul futuro della band.

Il ritorno degli Strokes segna una netta cesura col passato: se infatti i singoli restano puro indie rock (pregevole Under Cover Of Darkness), il resto dell’album contiene brani molto melodici, a volte addirittura ispirati agli anni ’80 (emblematica a questo proposito la copertina). Call Me Back e You’re So Right simboleggiano proprio i due poli a cui la band guarda con grande insistenza.

Resta il fatto però che i migliori pezzi restano quelli il cui sound più rassomiglia quello dei primi due CD: la già citata Under Cover Of Darkness, Taken For A Fool e Gratisfaction potrebbero benissimo stare in un greatest hits degli Strokes. Meno riuscite sono le sperimentali Metabolism e Games, mentre Life Is Simple In The Moonlight è una buona chiusura.

Ecco, proprio per ricollegarsi al concetto di “greatest hits”: una raccolta delle migliori hit degli Strokes sarebbe da 10 e lode, data la quantità e la qualità (a volte eccelsa) di alcuni singoli, come Someday, Reptilia e You Only Live Once, tanto per dirne tre. Ma il singolo LP non potrà mai avere questi voti fino a quando gli highlights saranno 3 o 4 come in “Angles”. Voto: 7.

“Comedown Machine”, 2013

comedown machine

E’ vero, soltanto gli stolti non cambiano mai idea. Quando però si parla di svolte artistiche e tu sei una band osannata dal mondo indie rock e da un pubblico fedele come non mai, è legittimo porsi delle domande molto delicate: i miei fans apprezzeranno la svolta? O rimarranno spiazzati? Non rischio di compromettere una brillante carriera per la eccessiva smania di cambiamento?

Spesso comunque i cambiamenti radicali hanno portato nuova linfa vitale a molte band: basti citare i Beatles di fine anni ‘60 con la parentesi psichedelica, oppure Blur e Radiohead negli anni ’90. Altre volte invece ciò ha prodotto lavori presuntuosi e mal riusciti: U2 a fine anni ’80 e recentemente Strokes ne sono esempi lampanti.

Parlando della band di Casablancas & co., il lavoro, sebbene dimostri grande coraggio e una tecnica compositiva sempre lodevole, si è rivelato una grande delusione, una delle maggiori del 2013: cercando un difficile connubio fra rock, pop, elettronica e jazz (!), gli Strokes ottengono un amalgama mal riuscito, che fa aumentare i rimpianti per quello che sarebbe potuto essere: sì, perché 2-3 brani sono davvero ottimi. Il rimpianto è quindi ancora maggiore, poiché pezzi come Tap Out, All The Time e Welcome To Japan sono davvero buoni. Ma come si fa a dare la sufficienza ad un CD comprendente One Way Trigger (la prima canzone ad essere resa pubblica peraltro), Call It Fate, Call It Karma (orribile chiusura finta-jazz) e Partners In Crime, davvero pessime e pretenziose, “false”?

Urge ritorno all’antico vigore, cari Casablancas & compagni, altrimenti anche il pubblico più fedele si spazientirà. Voto: 5,5.

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