Recap: settembre 2016

Settembre 2016 sarà sicuramente ricordato come un mese pieno di importanti uscite musicali. Non a caso, ad A-Rock abbiamo deciso di analizzare non i soliti tre album dei “Recap”, bensì addirittura sei. E nessuno di questi mancherà nella classifica finale dei migliori album del 2016. Abbiamo infatti il primo lavoro dei Preoccupations (gli ex Viet Cong), lo struggente album di addio dedicato da Nick Cave al figlio piccolo morto poco tempo fa, i nuovi lavori di Angel Olsen e dei Glass Animals, il primo lavoro di Rostam Batmanglij fuori dai Vampire Weekend (in collaborazione con l’ex cantante dei Walkmen Hamilton Leithauser), in un duo non a caso chiamato Hamilton Leithauser + Rostam; e l’ennesimo buon lavoro dei Wilco, autentici veterani del rock. Ma andiamo con ordine.

Nick Cave & The Bad Seeds, “Skeleton Tree”

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Come l’anno passato Sufjan Stevens ci aveva fatto commuovere celebrando la figura della madre morta da poco di cancro, tanto da vincere la palma di miglior album del 2015, quest’anno Nick Cave ricorda il figlio 15enne morto cadendo da una rupe durante le registrazioni del CD che sarebbe diventato “Skeleton Tree”. Accompagnato dai fedeli Bad Seeds, il veterano australiano del rock alternativo e sperimentale produce un lavoro denso e complesso, come del resto era facile attendersi. Nick Cave mescola sonorità diverse fra loro, tra sperimentalismo, musica ambient e soft rock. I titoli e i testi delle canzoni sono evocativi: I Need You e la lirica “Nothing really matters”, oppure “I am calling you” in Jesus Alone e infine il verso più straziante, contenuto in Distant Sky: “They told us our dreams would outlive us, but they lied”. Nel film tratto dalla registrazione di “Skeleton Tree”, la drammaticità del momento vissuto da Cave è ancora più evidente; speriamo che aver condiviso la pena di aver perso un figlio così giovane possa alleviare la pesantezza che certamente lui e la sua famiglia portano nel cuore. Noi, umilmente, non possiamo che ringraziarlo per un altro magnifico tassello di una carriera davvero leggendaria: pezzi come la title track, Rings Of Saturn e la già citata Distant Sky sono bellissimi sia musicalmente che, come già accennato, nei loro testi. In poche parole, uno dei CD più belli e sentiti dell’anno.

Voto finale: 9.

Angel Olsen, “My Woman”

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Il terzo album della statunitense Angel Olsen è la sua definitiva consacrazione: possiamo infatti eleggere la bella Angel tra le voci femminili più importanti del panorama pop/rock contemporaneo. Inizialmente la sua musica rappresentava un buon connubio di folk, country ed indie rock. Con “My Woman”, però, il suo range sonoro si amplia: sono evidenti le influenze di Beach House, Fiona Apple e Joanna Newsom. Nel contempo, però, Olsen riesce ad aggiungere quel qualcosa in più che dà a “My Woman” un fascino tutto particolare: dal synth pop dell’iniziale Intern, passando per le lunghissime Sister (bellissimo pezzo indie) e Woman, fino ad arrivare alla conclusiva, intima Pops, la tonalità sempre cangiante della magnifica voce di Angel Olsen ci accompagna in un viaggio da cui è difficile uscire. Sembra proprio che con lei e Courtney Barnett il rock femminile abbia trovato due grandi interpreti.

Voto finale: 8,5.

Glass Animals, “How To Be A Human Being”

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Il titolo del secondo CD di inediti dei Glass Animals è decisamente impegnativo, così come del resto la loro musica, qua ricca come mai altrove di cambi di ritmo e di sound. Il loro nuovo album infatti predilige uno sperimentalismo radicale, fatto di richiami illustri a Talking Heads e Hot Chip, ma anche ad artisti più pop come Young The Giant e Imagine Dragons. Inutile dire che il quartetto originario di Oxford colpisce di più nel primo caso: già la iniziale Life Itself prepara l’ascoltatore, ma sono da sottolineare anche Season 2 Episode 3 (che prende in giro la mania di guardare continuamente serie tv), The Other Side Of Paradise e Poplar St. Qualcuno rimprovera alla band un eccessivo appiattimento sui grandi esempi che abbiamo citato prima, ma personalmente non so trovare nel panorama musicale odierno un gruppo che suona vintage e contemporaneo alla stessa maniera come i Glass Animals. In generale, “How To Be A Human Being” migliora ad ogni ascolto, facendone un CD fondamentale per chi apprezza la musica più d’avanguardia e sofisticata.

Voto finale: 8.

Hamilton Leithauser + Rostam, “I Had A Dream That You Were Mine”

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La collaborazione fra l’ex frontman dei Walkmen Hamilton Leithauser e l’ex multi-strumentista dei Vampire Weekend Rostam Batmanglij risulta in un buon CD: dieci canzoni che guardano fortemente al passato, soprattutto agli anni ’60-’70 del secolo scorso. Colpiscono positivamente soprattutto due cose: la produzione dell’album, impeccabile e ricca di particolari deliziosi (le voci alla fine di When The Truth Is… e durante 1959, il banjo in Peaceful Morning tra i migliori) e la duttilità della voce di Leithauser, mai stato così vario in un singolo album (addirittura in una canzone, come nella bella Sick As A Dog). Detto questo, come nel caso dei Wilco (continuate a leggere e vedrete cosa intendo), chi cerca invenzioni clamorose musicalmente parlando forse non gradirà troppo questo “I Had A Dream That You Were Mine”. Viceversa, gli amanti di Walkmen e Vampire Weekend ritroveranno molti tratti caratteristici delle due band: orecchiabilità, coesione sonora e rilettura dei classici, per esempio. Le canzoni migliori sono l’iniziale A 1000 Times, dolce canzone d’amore; le già citate Sick As A Dog e 1959; e Rough Going (I Won’t Let Up), quasi jazz. Il capolavoro vero però è When The Truth Is…, perfetta melodia, condita con pianoforte e strumentazione minimale, tutta farina del sacco di Rostam; la voce di Leithauser accompagna il tutto. Niente di paragonabile a “Modern Vampires Of The City” (2013), l’album della definitiva consacrazione dei VW, però certamente un LP godibile e curato, che riporta nel pieno della forma due tra le menti più creative del mondo indie americano. Una vera delizia pop d’autore.

Voto finale: 8.

Wilco, “Schmilco”

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Giunti al decimo lavoro, i Wilco, capitanati da un sempre più carismatico Jeff Tweedy, non smettono di stupire. L’anno scorso avevano fatto uscire esclusivamente su Internet “Star Wars”, con una ricezione positiva sia del pubblico sia della critica, soprattutto per la voglia di sperimentare presente nel CD (era stato inserito anche nella lista dei migliori album del 2015 di A-Rock, per quello che conta). Con “Schmilco”, ormai alla doppia cifra di LP di inediti, Tweedy e co. rileggono la storia del country e del rock americani, cercando di collegarsi ai loro maggiori successi, soprattutto al superbo “Yankee Hotel Foxtrot” (2002). Insomma, niente di innovativo (e pensare che “Schmilco” è stato composto nelle stesse sessions di “Star Wars”), ma il mestiere e l’esperienza mantengono altissimo il livello delle canzoni. Da ricordare in particolare Cry All Day, Normal American Kids e If I Ever Was A Child. Menzione finale per la buffissima copertina, che fa il paio con quella del precedente “Star Wars” (che rappresentava un gatto bianco su un divano, quindi del tutto sconnessa dal titolo): invecchiare con ironia si può, anzi si deve. Niente da dire, quindi: è proprio vero che il buon vino migliora col passare degli anni. E i Wilco, beh, sono un vino davvero squisito.

Voto finale: 7,5.

 Preoccupations, “Preoccupations”

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Teoricamente, i Preoccupations sono già una band esperta, avendo alle spalle già tre album, seppure con due nomi diversi. Dapprima, infatti, abbiamo avuto i due CD dei Women, poi quello a nome Viet Cong del 2015, un pregevole lavoro entrato nella lista dei migliori album dell’anno di A-Rock. Infine ecco questo “Preoccupations”, eponimo del nuovo nome preso dal gruppo canadese. Se il primo cambio di formazione fu dovuto ad un tragico fatto (la morte del membro fondatore Christopher Reimer), questa volta il passaggio da Viet Cong a Preoccupations è un fatto puramente “politico”. La storia però non cambia: la band rimane maestra nel suonare un punk claustrofobico ed efficace nel trattare le tematiche più complesse della vita umana. I titoli delle canzoni lo testimoniano: abbiamo l’iniziale Anxiety, poi Monotony, Degraded e via dicendo. Rispetto al precedente “Viet Cong”, però, il suono si fa più commerciale e quindi più accessibile: se da un lato ciò contribuirà ad ampliare la fanbase del gruppo, dall’altro alcune canzoni non restano impresse come accadeva nelle precedenti incarnazioni del complesso canadese (è questo il caso di Forbidden, troppo breve e poco coinvolgente). Ottima al contrario la lunghissima Memory, che flirta con la ambient music e richiama i Deerhunter delle origini. In poche parole, un buon lavoro punk, che sarà apprezzato dai fan di questo genere come anche da quelli del rock. Per chi si aspetta sperimentalismo o arditezza, meglio passare oltre.

Voto finale: 7,5.

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