I 5 album più deludenti del 2016

Il 2016 è stato un anno molto importante per la musica: accanto a fatti tragici (le tante morti che hanno costellato il panorama musicale), abbiamo infatti anche potuto apprezzare momenti di grandissima qualità musicale, che resteranno anche nei prossimi anni (argomento della nostra lista dei 50 migliori CD dell’anno, che uscirà tra pochi giorni). Purtroppo, non sono mancate anche le delusioni: alcune inattese, altre sintomo di una creatività ormai agli sgoccioli. Analizziamo le 5 più cocenti, sperando che siano soltanto episodi in carriere, spesso, di altissimo livello.

Blink-182, “California”

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Conoscete quella nostalgia quando vedete qualcosa di già visto mille volte, che un tempo vi pareva bellissimo, ma ora invece è solamente ripetitivo e irritante? Ecco, “California” probabilmente ha provocato questa spiacevole sensazione a molti vecchi fans dei Blink-182, una delle band più significative del punk-pop di fine anni ’90-inizio anni 2000. Autori di pezzi immortali come All The Small Things, What’s My Age Again? e Always, dispiace vederli (peraltro privi del membro fondatore Tom De Longe) arrancare dietro agli antichi ardori. Purtroppo, il CD è fin troppo lungo e monotono per piacere davvero; Matt Skiba, rimpiazzo di De Longe, fa del suo meglio ma fa rimpiangere il buon Tom. Insomma, il secondo album in 13 anni per i Blink si è rivelato un flop, artisticamente parlando. Il buon successo di pubblico probabilmente spingerà la band ad andare avanti, auspicabilmente con risultati migliori.

Bloc Party, “Hymns”

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Facciamo ordine: avevamo lasciato i Bloc Party con il buon EP “The Nextwave Sessions”, ma privi di due membri fondatori (il bassista Gordon Moakes e il batterista Matt Tong). Il ritorno al formato CD dei Bloc Party assomiglia ormai sempre di più al progetto solista del leader Kele Okereke. “Hymns” infatti, il quinto album di inediti della band britannica, è una sorta di concept formato da inni (appunto) prevalentemente a sfondo religioso. Il problema maggiore del lavoro è la grande confusione, dovuta alla quantità eccessiva di generi affrontati, non sempre con i risultati desiderati: se da un lato ciò può essere considerata una forza, dall’altro è simbolo dell’indecisione che attanaglia i Bloc Party nella loro reincarnazione 2.0 (meno chitarre taglienti, basso pressoché assente, base ritmica molto più soft). Possiamo dire con certezza che The Love Within, primo brano della tracklist e primo estratto per promuovere “Hymns”, è il più brutto singolo mai scelto dai Bloc Party: confusionario, prevedibile e fin troppo commerciale. Insomma, davvero scadente; meno male che l’album si risolleva progressivamente. The Good News ricorda fin troppo i Blur di fine anni ’90, ma almeno riconcilia Okereke e il rock, due mondi sempre più distanti. Buone anche Fortress e So Real, che quasi flirtano con la musica ambient. Peccato che poi la conclusione di “Hymns” sia davvero fiacca: in particolare Living Lux delude per la sua monotonia. C’è dunque più cose da salvare o da buttare nei nuovi Bloc Party? Da ottimista mi viene da dire che, se la svolta verso il pop e la musica ambient si compirà definitivamente, ci sono buone speranze che la band britannica torni a livelli accettabili. D’altro canto, occorre ricordare che i Bloc Party avevano esordito con quel capolavoro di “Silent Alarm”, ancora oggi il loro album più amato. Un CD che conteneva hit come Banquet, Helicopter e This Modern Love, tanto per capirci: alcuni dei più bei brani indie rock dei primi anni 2000. La nostalgia sta affiorando, vero? Non siete gli unici, tranquilli. In conclusione, c’era da aspettarsi molto di più da “Hymns”, il quarto miglior LP dei Bloc Party: su cinque realizzati non è un grande risultato. Del resto, fare peggio di “Intimacy” era francamente impossibile. Li avevamo sopravvalutati? Probabilmente sì: in fin dei conti Okereke & co. hanno realizzato un magnifico esordio (il già citato “Silent Alarm”, 2005), un ottimo secondo lavoro (“A Weekend In The City”, 2007), un pessimo terzo (“Intimacy”, 2008) e un discreto quarto album, l’ultimo nella formazione originale (“Four”, 2012). Insomma, niente di che. Peccato, perché il potenziale sembrava davvero essere immenso.

Drake, “Views”

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È vero, stiamo parlando dell’artista più ascoltato del 2016 su Spotify, autore di grandi successi nell’ultimo anno (da One Dance a Hotline Bling, passando per Work, la celeberrima collaborazione con Rihanna). Purtroppo, però, musicalmente parlando, “Views” è senza dubbio il più debole CD della produzione di Drake. Il lavoro è stato giustamente criticato da molte parti per la sua eccessiva lunghezza, sia in termini di canzoni (ben 20!) che di minutaggio (oltre gli 80 minuti!). Insomma, per esempio, James Blake era così ispirato che possiamo passare sopra alla sua voglia di strafare; lo stesso non vale per Drake. Nessuna Over My Dead Body o Marvin’s Room, tanto per capirci. Vocalmente, certo, i progressi continuano, così come nella varietà di generi affrontati; tuttavia, pezzi brutti come Hype, Controlla e Grammys sono inammissibili. Insomma, troppa trap music, troppo pop e poco soul/R&B, le cose che invece Drake sa fare meglio. Si salvano così giusto Pop Style (con Jay-Z e Kanye West), la hit One Dance e la super celebre Hotline Bling, già citate in precedenza. Peccato: un passo falso ci sta, speriamo non si ripeta.

Kings Of Leon, “WALLS”

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È ormai ufficiale: i Kings Of Leon stanno vivendo una flessione potenzialmente devastante. Giunti al settimo album di inediti, i KOL sembrano aver già dato il meglio di sé. I due LP “Because Of The Times” (2007) e “Only By The Night” (2008) avevano fatto gridare al miracolo gli amanti del classic rock americano: autori di classici come Use Somebody e Sex On Fire, i fratelli Followill sembravano destinati alla fama planetaria. Purtroppo, i successivi lavori hanno avuto rendimenti sempre decrescenti: dal buon “Come Around Sundown” (2010) siamo passati al mediocre “Mechanical Bull” (2013) e a questo “WALLS”, acronimo per “We Are Like Love Songs”. Sembra quasi che i Followill si vergognino della fama acquisita: altrimenti perché scrivere pezzi impresentabili come la spagnoleggiante Muchacho? Sono lontani i tempi migliori, senza dubbio. Ma almeno tornare a brani riusciti come Pyro e Notion non pare una richiesta eccessiva.

M83, “Junk”

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Un’altra brutta delusione, quest’anno, è venuta da Anthony Gonzalez, mente principale del progetto M83. Lontani sono, non solo temporalmente, i tempi della meravigliosa Midnight City. Do It, Try It, il primo singolo estratto da “Junk”, aveva fatto temere il peggio: una canzone pop sdolcinata e zuccherosa, insomma davvero non da M83. Poi fortunatamente sia Go! che Solitude avevano corretto il tiro: in particolare quest’ultima colpisce nel segno, con le sue orchestrazioni raffinate. Il risultato finale non richiama in poche parole il titolo del CD: non tutto è spazzatura in “Junk”. Sottolineiamo in particolare, oltre a Solitude, la bella ballata Sunday Night 1987 e Walkway Blues: il rimando agli anni ’80 è quanto mai evidente anche dai titoli delle canzoni. Il lavoro migliora con il tempo, ma le pecche non mancano. Fra i brani sbagliati ricordiamo la già citata Do It, Try It, ma anche le canzoni cantate in francese da Gonzalez e gli intermezzi musicali deludono: tra di essi in particolare abbiamo The Wizard e Atlantique Sud. Buona l’attesa collaborazione con Beck in Time Wind. Nel mix di generi affrontati, emerge come già accennato il revival anni ’80, che però non raggiunge i livelli sublimi del precedente “Hurry Up, We’re Dreaming” (2011). Questa è forse la pecca maggiore del settimo LP di Gonzalez & compagni: averci fatto attendere ben 5 anni per un risultato appena discreto. Nulla di drammatico, per carità, ma ci saremmo aspettati ben altro. M83, urgono innovazioni profonde nel sound!

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