Recap: settembre 2017

Settembre è di solito un mese intenso per la musica: il 2017 conferma questa tendenza, con ritorni attesi e band letteralmente risorte. Parliamo infatti dei nuovi lavori di Neil Young, LCD Soundsystem, Horrors, Killers e The National: cinque artisti di cui davvero sentivamo la mancanza. E che, cosa ancora più importante, non hanno deluso le aspettative. Ma andiamo con ordine.

LCD Soundsystem, “American Dream”

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Ma siamo nel 2017? La domanda sembra mal posta, visto che siamo ormai nella parte finale dell’anno. Tuttavia, ha un (minimo) senso: gli LCD Soundsystem si erano sciolti nell’ormai lontano 2011, con un concerto finale avvenuto al Madison Square Garden, riempito fino all’ultimo posto, con più di tre ore di musica e ospiti di spessore (come gli amici Arcade Fire). L’ultimo LP di inediti è del 2010, quel “This Is Happening” che li aveva tanto fatti amare anche da un pubblico più ampio: la hit I Can Change era addirittura finita sul videogioco FIFA11! Insomma, sembrava scritto che la band acquistasse sempre più visibilità, invece James Murphy e compagni avevano deciso di chiudere baracca e burattini. Una mossa apparentemente folle, in realtà coraggiosa e coerente con il loro percorso artistico: in You Wanted A Hit, non a caso, se la prendevano con la loro casa discografica che aveva quasi imposto loro di scrivere una hit radiofonica, altrimenti il contratto sarebbe terminato.

Ciò non significa che i membri del gruppo siano rimasti inattivi negli scorsi anni: Murphy si è dato alla produzione e a collaborazioni eccellenti (Arcade Fire, David Bowie), gli altri membri hanno suonato con band affini (come Al Doyle, che ha collaborato con gli Hot Chip) oppure si sono dati a DJ sessions. Poi, nel 2016, l’annuncio shock, tanto atteso dai fans del gruppo: gli LCD tornavano insieme. Da qui in poi è storia: i loro concerti erano sempre attesissimi e i membri cercavano di ritrovare l’antica chimica, fra hit intramontabili come All My Friends e Losing My Edge e nuovi brani.

Ancora più significativa fu la notizia che la band stava registrando un nuovo disco: “American Dream”, questo il titolo, sarebbe uscito il 1° settembre. L’attesa era altissima: si sarebbero ripetuti su eccellenti livelli oppure il tutto era solo un’operazione per fare soldi? Conoscendo Murphy, la seconda alternativa sembrava improbabile; fatto confermato dal CD, che entra a pieno diritto fra i migliori del 2017 e merita un posto di rilievo nella discografia degli LCD Soundsystem.

L’inizio di Oh Baby è lentissimo, ma poi la canzone sboccia e diventa irresistibile: sì, gli LCD sono tornati al top della condizione. Poi abbiamo due canzoni destinati ai fan duri e puri del gruppo, che ricordano le atmosfere di “Sound Of Silver” (2007), ma convincono meno: sono rispettivamente Other Voices e I Used To. La carichissima Change Yr Mind sarà ottima live, ma su disco è solo passabile; la meraviglia arriva con la lunga How Do You Sleep?, highlight del disco e molto polemica: Murphy canta contro un suo ex partner di lavoro, Tim Goldsworthy, che lo ha insultato ultimamente e ha intentato causa contro Murphy per una presunta truffa da lui subita. Il tono del brano, non a caso, è molto cupo; la canzone è però ottima e trascinante.

La seconda parte del disco è più rock della prima, probabilmente anche più oscura e disincantata: è qui che liricamente gli LCD danno il meglio. La title track si prende gioco del cosiddetto “sogno americano” e ne proclama la fine; Black Screen, la lunghissima suite finale, è dedicata a Bowie, artista di cui Murphy era fan sin da bambino. Sono tre le tracce da evidenziare, non a caso lanciate come singoli per promuovere il CD: Tonite ricorda molto One Touch ed è la traccia più dance del disco; Call The Police è una cavalcata punk davvero epica, mentre la già citata American Dream è una ballata indimenticabile.

In poche parole, non è l’album migliore della produzione degli LCD Soundsystem (“Sound Of Silver” è inarrivabile), nondimeno questo “American Dream” era un CD davvero necessario per completare l’eredità artistica del gruppo: se stavolta gli LCD decideranno davvero di chiuderla qui, non era pronosticabile un disco di addio così potente e riuscito, sia liricamente che musicalmente.

Voto finale: 8,5.

The National, “Sleep Well Beast”

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Il settimo album dei The National, uno dei gruppi indie rock più famosi e apprezzati della scena americana, è anche il loro lavoro più intimo e cupo: le sonorità del CD sono molto raccolte, con il piano che ha un’importanza maggiore rispetto ai precedenti lavori del gruppo, anche di LP più maturi come gli eccellenti “High Violet” (2010) e “Trouble Will Find Me” (2013).

Il tutto è già evidente dalla prima traccia: Nobody Else Will Be There ricorda i Radiohead per la tristezza che emana, con un Matt Berninger protagonista con la sua voce bella e profonda. La seconda canzone, Day I Die, è forse la miglior del disco e mette invece ancora una volta in evidenza la base ritmica dei The National, con i fratelli Dessner al top della condizione: la chitarra di Bryce regala rasoiate bellissime, ma anche il basso si fa sentire. Stiamo parlando di uno fra i migliori pezzi indie rock dell’anno: pensare che sia stato scritto da una band con quasi venti anni di carriera alle spalle è impressionante.

I pezzi più rock si confermano i migliori del lotto: sono ottime anche The System Only Dreams In Total Darkness e Turtleneck, a buon diritto fra tra gli highlights del disco. Del resto, però, i The National sono famosi per aver imparato a fondere, nel corso della loro splendida carriera, rock e melodia: così anche pezzi con pianoforte preponderante come la già citata Nobody Else Will Be There o la title track conquistano man mano che se ne scoprono i dettagli.

Peccato per pezzi meno belli, che sembrano compiuti solo a metà: forse i numerosi progetti solisti intrapresi dai membri del gruppo negli ultimi anni hanno influito. Ne sono esempi Born To Beg e I Still Destroy You, strano esperimento elettronico che poi evolve in una canzone rock un po’ frenetica. Migliore invece la ipnotica Guilty Party. In generale, però, sebbene non siamo dalle parti dei capolavori (sì, al plurale) della band, come “Alligator” o “High Violet”, questo “Sleep Well Beast” non sfigura nella discografia dei The National, che anzi si confermano band imprescindibile per gli amanti del rock, dall’indie a quello più raffinato.

Voto finale: 8.

The Horrors, “V”

The horrors

Dopo quattro album sempre più arditi, gli Horrors sono tornati: con “V” il gruppo inglese stupisce ancora una volta il proprio pubblico, cimentandosi con l’acid rock e il synth rock tipici rispettivamente degli U2 in “Achtung Baby” e dei Depeche Mode. Ma possiamo citare anche le influenze di Primal Scream e Cure come fondamentali. Insomma, Badwan e compagni non tradiscono le aspettative, ancora una volta: possiamo dire senza tema di smentita che gli Horrors sono fra le cinque-sei band rock più significative al momento, la loro capacità di reinventarsi ad ogni CD ne è la dimostrazione.

Tre anni dopo il pregevole “Luminous”, gli Horrors piazzano come sempre i migliori brani nella prima parte del disco, per poi virare verso lidi più sperimentali nella seconda. La prima canzone della tracklist, Hologram, presenta sintetizzatori e basso in prima linea, con la bella voce di Faris Badwan ad amalgamare il tutto: già un primo assaggio della svolta presente in “V” è proposta qua. La successiva Press Enter To Exit, accanto ad una critica della moderna società digitale, ricorda molto il rock acido dei Primal Scream e degli U2 dei primi anni ’90 del secolo scorso. La fantastica triade iniziale è completata dal primo singolo estratto dal disco, quella Machine quasi industrial che ricorda molto i Nine Inch Nails.

Insomma, gli ingredienti del CD sono già presenti nei primi tre brani della scaletta. A completare la tavolozza sonora sono alcune ballate, sulla falsariga di quella Change Your Mind che, in “Luminous”, aveva fatto storcere il naso ai fans duri e puri del gruppo, ma che tuttavia era ben riuscita e aggiungeva un tocco romantico agli Horrors prima sconosciuto. Tra le migliori in “V” abbiamo Ghost e Gathering. Belle anche World Below e la sperimentale Weighed Down. Meno riuscita It’s A Good Life, ma è un peccato veniale in un LP ottimo.

In generale, quindi, “V” non raggiunge le vette compositive di “Primary Colours” (2009) e “Skying” (2011), nondimeno aggiunge un altro capitolo molto interessante alla discografia degli Horrors, sempre più a buon diritto inseribili fra i gruppi di musica alternativa più significativi del nuovo millennio.

Voto finale: 8.

The Killers, “Wonderful Wonderful”

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Dopo ben cinque anni di assenza, un album solista del frontman Brandon Flowers (il gradevole “The Desired Effect” del 2015) e molte voci sul futuro incerto della band, i Killers sono tornati. Migliorare un album debole come “Battle Born” è difficile e facile allo stesso tempo: fare meglio non sarà stato complicato, ma tornare ai fasti dei primi due CD, “Hot Fuss” (2004) e “Sam’s Town” (2006), sembrava impossibile. Questo “Wonderful Wonderful”, al di là del titolo baldanzoso, non replica la bellezza dei due album appena citati, tuttavia regala nei suoi momenti migliori alcune melodie davvero notevoli.

L’inizio, con la title track, è incerto, ma già con The Man, primo singolo utilizzato per promuovere il disco, le cose migliorano: una melodia quasi R&B, ballabile e con testo non banale, dati i riferimenti a sessualità e mascolinità esibita presenti. La vera meraviglia arriva però con Run For Cover, la miglior traccia a firma Killers dai tempi di Human (2008): ritmo potente, chitarra di Dave Keuning in grande evidenza e voce di Flowers al top della condizione. Tra le curiosità, contiamo una traccia prodotta da Brian Eno (la non indimenticabile Some Kind Of Love) e una produzione ancora più curata e “barocca” del solito, con Paul Epworth: segno della rinnovata ambizione del complesso americano e del desiderio di non deludere nuovamente i fans.

In generale, abbandonati i riferimenti a Bruce Springsteen presenti nello sfortunato “Battle Born”, i Killers sono tornati a suonare quello che sanno fare meglio: far ballare il pubblico con canzoni sospese a metà fra rock e pop, chiari rimandi agli anni ’80 (Queen in particolare), con un frontman carismatico e dotato di una voce magnifica come Brandon Flowers a comandare le operazioni. Niente di radicalmente innovativo, insomma; ma per un gruppo che suona insieme da sedici anni e da almeno dieci gode di grandissimo successo (basti ricordare le ormai classiche Mr. Brightside e Somebody Told Me), può bastare.

Voto finale: 7.

Neil Young, “Hitchhiker”

Neil-Young-Hitchhiker

L’album perduto di Neil Young: ecco la miglior definizione per un CD dal sapore quasi mitico come “Hitchhiker”. Registrato durante una notte trascorsa agli Indigo Ranch Studios nel 1976, questo album era visto da molti fan dell’artista canadese come un qualcosa di leggendario, quell’album che Neil Young non aveva mai portato alla luce. Tuttavia, va detto otto delle dieci canzoni dell’album erano già apparse nella sterminata discografia di Young: le uniche due completamente inedite sono Hawaii e Give Me Strength. Tuttavia, risentire pezzi celeberrimi come Pocahontas o Captain Kennedy fa sempre piacere, soprattutto in versioni così semplici e spontanee, che rendono il CD davvero gradevole, sebbene non ci dica nulla di nuovo sul talento dell’artista Young: sono più interessanti le rivelazioni sull’uomo Neil.

L’artista canadese, infatti, scrive delle liriche davvero bizzarre, con riferimenti sparsi a Marlon Brando, Pocahontas, Kennedy e Nixon, senza però perdere il suo caratteristico pessimismo sul mondo e la politica. Musicalmente, il disco presenta un Neil Young in buona forma, con chiari riferimenti al country e al folk: da evidenziare in particolare, come già ricordato, le prime versioni di Pocahontas e Captain Kennedy, ma è bella anche la title track. Non particolarmente memorabili invece Human Highway e Old Country Waltz, ma non intaccano eccessivamente il giudizio su “Hitchhiker”.

In conclusione, non parliamo certamente del capolavoro della discografia di Neil Young: per questo titolo lottano “After The Gold Rush” e “Harvest”. Tuttavia, ascoltare canzoni così semplici ma contemporaneamente affascinanti ci fa comprendere come, anche se allucinato da canne, birra e cocaina (questo il menù giornaliero di Young, come da lui stesso dichiarato nel memoir “Special Deluxe”), l’artista canadese sapesse creare comunque qualcosa di significativo.

Voto finale: 7.

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