I 5 album più deludenti del 2017

Il 2017 ci ha regalato grandi ritorni, alcuni attesi (Fleet Foxes, Gorillaz, LCD Soundsystem), altri imprevisti e, per questo, ancora più apprezzati (Liam Gallagher, Fever Ray). Tuttavia, alcuni artisti a cui siamo affezionati data la loro grande carriera hanno drammaticamente deluso le aspettative che avevamo riposto in loro. Tra di essi troviamo Arcade Fire, U2, Weezer, Taylor Swift e Linkin Park. Gli album sono elencati in ordine alfabetico per nome dell’artista; del resto, fare una lista basata sul merito sarebbe stato difficile, dati i risultati mediocri in ciascuno dei cinque casi.

Arcade Fire, “Everything Now”

arcade fire

Il quinto album degli Arcade Fire, band simbolo della scena indie rock degli anni ’00, autrice di capolavori come “Funeral” (2004), “Neon Bible” (2007) e “The Suburbs” (2010), è il loro album più pop e, allo stesso tempo, il più inconsistente. Infatti, accanto a brani molto riusciti, abbiamo per la prima volta canzoni davvero superflue e, addirittura, pessime.

“Everything Now”, questo il titolo del nuovo LP, si caratterizza come un concept album: un’impresa già tentata (e riuscita) ai tempi di “The Suburbs”, che raccontava l’infanzia non semplice dei membri della band. “Everything Now”, invece, si concentra sul consumismo che caratterizza la nostra epoca e sul desiderio di diventare famosi, anche se solo per qualche ora, dei giovani. Un intento lodevole: non concentrarsi sui propri sentimenti, ma tentare qualche cosa di universalmente valido.

Purtroppo, i risultati non sono rose e fiori: la title track e Creature Comfort racchiudono perfettamente il messaggio che la band vuole trasmettere, con ritmica potente e un gusto pop e dance innovativo per gli Arcade Fire, ma contemporaneamente molto intrigante per il pubblico. Si ritrovano infatti chiare influenze di Abba e LCD Soundsystem, fino ad oggi raramente rinvenibili in un disco degli AF. Anche i testi sono decisamente rilevanti: in Everything Now Win canta:”I want it everything now, I need it everything now, I can’t live without everything now…”, insomma la critica ai giovani d’oggi per volere tutto subito è evidente. In Creature Comfort, la bulimia degli acquisti compulsivi e dei like su Facebook/Instagram/Twitter è messa alla berlina: “On and on I don’t know what I want, on and on I don’t know if I want it…”; e poi “some boys hate themselves, spend their lives resenting their fathers. Some girls hate their bodies, stand in the mirror and wait for the feedback”.

Peccato che poi compaiano delle tracce davvero evitabili: se Peter Pan vi pare brutta, aspettate e avrete subito dopo Chemistry, senza dubbio la peggior canzone mai composta dagli Arcade Fire. Ecco di cosa parlavamo all’inizio: gli Arcade Fire sono senza dubbio capaci di scrivere pezzi migliori di questi due, perché tediare il proprio pubblico quindi con roba del livello di Peter Pan e Chemistry?

I due brevi intermezzi Infinite Content ed Infinite_Content (no, non scherzo) ci portano alla seconda parte dell’album: anche qua il discorso si ripete. Abbiamo un buon pezzo in Good God Damn, che ricorda le atmosfere di “Reflektor”; l’interessante Electric Blue cantata dalla sola Régine Chassagne (moglie di Win Butler); ma anche pezzi a mala pena discreti come Put Your Money On Me e We Don’t Deserve Love. Bell’idea, però, quella di chiudere il CD con la ripresa di Everything Now, che era anche prima canzone nella scaletta, a rafforzare l’idea di concept album alla base del disco.

La cosa che più delude, tuttavia, è che gli Arcade Fire abbiano per la prima volta usato del puro filler per arrivare alla durata prescelta, in termini di canzoni e minutaggio, di un CD: come definire altrimenti obbrobri come Peter Pan e Chemistry? Speriamo che “Everything Now” sia solo un mezzo passo falso in una discografia finora eccezionale: proseguire in questo percorso più pop ed elettronico non sembra la miglior opzione per gli Arcade Fire, vedremo cosa accadrà nella loro prossima avventura.

Linkin Park, “One More Light”

one more light

La morte di Chester Bennington è ancora impressa a fuoco nella nostra memoria: alla fine della fiera, eccettuate le ultime pessime uscite, i Linkin Park avevano contribuito non poco a svecchiare il mondo del rock, ma anche quello dell’hip hop, fondendo fra loro metal e rap sotto il nome di “nu metal”. CD come “Hybrid Theory” (2000) e “Meteora” (2003) sono capisaldi del genere. La svolta pop-elettronica intrapresa con “A Thousand Suns” (2010) ed arrivata alle estreme conseguenze in “The Hunting Party” (2014) ha tuttavia inimicato molti fans della prima ora: le atmosfere ovattate e danzerecce effettivamente poco si addicevano a Bennington & company.

“One More Light” però ha un (de)merito in più: cercare di scimmiottare band come Twenty One Pilots o Owl City senza avere la benché minima abilità nello scrivere brani da discoteca o comunque tali da piacere ai giovani fans dei due gruppi citati sopra. L’intero album è quindi un completo fiasco, probabilmente uno dei peggiori non solo del 2017, ma dell’intera decade; la morte del frontman del gruppo non può lenire questo giudizio.

Certo, sarebbe stato bello che la carriera dei Linkin Park al completo fosse terminata con un ultimo colpo di coda, magari un ritorno alle antiche sonorità, comunque un LP degno di nota. Purtroppo, ciò non è accaduto: Chester, là in cielo, siamo convinti che canterà non brani senza mordente come quelli presenti in “One More Light”, ma hit come Numb o Somewhere I Belong.

Taylor Swift, “Reputation”

taylor swift

Questo è già il sesto album a firma Taylor Swift, una delle pop star più famose al mondo. Partita mescolando country e pop, i suoi primi tre lavori non erano memorabili, malgrado il crescente successo. Da “Red” (2012) in poi, però, anche la critica ha cominciato a riconoscerne le doti compositive; ciò è sottolineato dal successo di “1989” (2014), che anche i critici riconoscono come un moderno classico per gli amanti del pop. Per questo “Reputation” era molto atteso: il primo singolo non aveva per nulla convinto. Look What You Made Me Do sembrava infatti un pessimo anticipo per il CD e ne rappresenta il brano peggiore.

La partenza è buona: …Ready For It? è un’ottima intro al disco, che si caratterizza come già anticipato per basi molto potenti, più simili all’hip hop e all’R&B che al pop di Lorde o St. Vincent. La seconda traccia sgancia già i due super ospiti presenti nel disco, Ed Sheeran e Future; la canzone, End Game, non è indimenticabile. Delicate, invece, è una ballata minimale e riuscita, più vicina a “1989”; lo stesso dicasi per Dress.

Il problema con “Reputation” è rappresentato soprattutto dall’elevato numero di canzoni presenti, 15, e dalla durata, 55 minuti, che sono chiaro segnale della presenza di tracce filler e, quindi, evitabili, cosa che non accadeva ad esempio in “1989”. Ne sono esempio So It Goes… e Don’t Blame Me. Non riuscita nemmeno This Is Why We Can’t Have Nice Things, troppo prevedibile. Gradevoli invece Gorgeous, che se non altro ha un ritmo ballabilissimo pur non essendo tamarra, e Getaway Car, potenziale singolo.

I temi affrontati in “Reputation”, come già il titolo indica, hanno soprattutto a che fare con la percezione che Taylor ha della sua fama e di come il pubblico la vede: come semidea oppure come ennesimo prodotto dello star system. Del resto, lei non ha fatto molto per smentire la seconda opinione: tra le liti con Kanye West e i flirt con attori e cantanti famosi, tutto nella sua vita sembra finto e fatto solo per far parlare di sé. Ognuno continuerà a vederla in un modo o nell’altro, anche dopo questo CD: è comunque da elogiare la sua volontà di aprirsi e narrare (onestamente?) i propri sentimenti.

In conclusione, “Reputation” è un altro passo in avanti nella discografia di Taylor Swift: il passaggio dal country al pop è definitivamente compiuto, tanto che spesso sembra di sentire una canzone di The Weeknd o Flume piuttosto che la vecchia Taylor (evidente tutto ciò in Dancing With Our Hands Tied). Il risultato finale non è certamente un capolavoro, diciamo che ci fa sperare di sentire meno tracce riempitivo e più ballate da parte della bella artista americana. Non è un caso che seconda parte del disco, più acustica, sia migliore della prima. Ci aspettavamo di più, insomma.

U2, “Songs Of Experience”

u2

Gli U2, veterani del rock, sono al quattordicesimo album di inediti: insomma, secondo molti sarebbe ora che mettessero da parte velleità di creare nuova musica e si dedicassero a fare tour con le vecchie hits in primo piano: chi non pagherebbe oro per vederli suonare dal vivo i lavori degli anni ’80 e di “Achtung Baby”, per esempio? Tuttavia, Bono e soci vanno avanti per la loro strada, con le loro ballate intrise di messaggi politici universali, sicuri che il pubblico continuerà a comprare i loro CD e andare ai loro concerti.

Nondimeno, ormai la traiettoria discendente intrapresa dal complesso irlandese è evidente: è da “How To Dismantle An Atomic Bomb” (2004) che gli U2 non pubblicano un album davvero degno di nota, fanno 13 anni. I successivi dischi avevano tentato di innovare, almeno parzialmente, il sound del gruppo, senza particolare successo. Almeno, uno dirà, Bono & co. trasmettono bei messaggi: accoglienza, lotta alle disuguaglianze e alle discriminazioni sono sempre stati temi presenti nelle canzoni degli U2. Adesso però la maschera è tolta: un’inchiesta ha beccato Bono a mettere soldi nei paradisi fiscali! Allora erano ipocriti e falsi come tutti gli altri, molti diranno. Sì e no: in generale, non si può certo elogiare il leader degli U2, però insomma chi ha i mezzi per farlo un pensierino lo ha fatto almeno una volta sullo spostare soldi nei paradisi fiscali…

Detto questo, che poco c’entra col disco (il giudizio morale e la simpatia sono altro), purtroppo “Songs Of Experience” verrà ricordato come uno degli LP più deboli degli U2: le canzoni sono ormai stanche e prevedibili. Le poche che cercano di innovare (American Soul, The Showman (Little More Better)) sono poco convincenti; si salva giusto You’re The Best Thing About Me, buon singolo, e Love Is All We Have Left, che al di là del titolo zuccheroso è quasi dream pop. Ecco, diciamo che se il tono del disco fosse stato sulla falsariga di questa melodia avremmo avuto risultati migliori. I pezzi in assoluto peggiori sono Get Out Of Your Own Way e American Soul, fusione mal riuscita fra rap e rock (ascoltate la traccia quasi gemella XXX. di Kendrick Lamar e capirete la differenza abissale fra una fusione di successo e una fallimentare); non seducono nemmeno Red Flag Day e Landlady.

In generale, quindi, le voci su una carriera ormai agli sgoccioli possono essere confermate: meglio smettere quando si è ancora (relativamente) sulla cresta dell’onda che quando si è diventati caricature di sé stessi. Gli U2 non sono mai stati tanto vicini alla seconda, tragica, opzione.

Weezer, “Pacific Daydream”

weezer

Un album svogliato: ecco la prima impressione dopo aver ascoltato per la prima volta “Pacific Daydream”, nuovo CD dei Weezer. La band capitanata da Rivers Cuomo, cult per gli amanti del genere emo, di cui sono stati pionieri negli anni ’90, ha pubblicato un album davvero scadente. Sembravano aver ritrovato la forma migliore, i Weezer, nei due lavori precedenti, “Everything Will Be Alright At The End” (2014) e “Weezer” (2016). Invece, una carriera contraddistinta da tanti alti quanti bassi conosce un altro nadir.

Colpisce soprattutto il fatto che Cuomo e compagni abbiano rielaborato idee già presenti nel “white album” dell’anno scorso, vale a dire canzoni solari, legate alla California, spensierate e ballabili. Però, il saggio insegna, se una cosa funziona, riproporla uguale pochi mesi dopo rischia di risultare una mossa pigra e poco efficace, soprattutto per un gruppo noto per la sua volontà di non rimanere mai nel sentiero tracciato dai precedenti lavori.

Attendiamo con ansia il famigerato “black album”, annunciato da Cuomo per il 2018; del resto, ai Weezer non mancano molti colori, dopo aver pubblicato album omonimi su sfondi blu, verdi, rossi e bianchi. Probabilmente le sonorità cambieranno radicalmente, divenendo più cupe, ma sarebbe un bene per i Weezer, dati i pessimi risultati di “Pacific Daydream”. Speriamo che la band si risollevi: saranno mai in grado di replicare i risultati di “Pinkerton” (1996)? Probabilmente no, ma sperare non costa nulla. Altrimenti, meglio chiuderla qui, per quanto “Pacific Daydream”, come “One More Light” per i Linkin Park, sia una conclusione scadente per una carriera complessivamente discreta.

One comment

  1. Paolo Albera · dicembre 29, 2017

    eh sì anch’io mi aspettavo di più dagli arcade fire

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