La Yeezy Season più folle di sempre

Kanye West non sarà mai una persona banale nello star system internazionale. Tuttavia, in questi ultimi mesi ha fatto parlare di sé per i motivi più svariati: frasi equivoche sulla schiavitù, il supporto politico a Donald Trump, la scelta di chiudersi in una clinica per curare i suoi problemi di bipolarismo, i gossip sul matrimonio con Kim Kardashian… Insomma, tutto meno che la musica. Finalmente, però, Ye ha risposto con nuove canzoni; il bello è che ha prodotto quattro album in un mese, di cui uno personale e tre per gli amici Kid Cudi, Pusha-T e Nas! Insomma, un’iperattività incredibile. Andiamoli ad analizzare uno per uno: possiamo senz’altro dire che questa è la Yeezy Season più folle di sempre.

Pusha-T, “Daytona”

daytona

Si può definire CD un lavoro formato da sette canzoni per soli 21 minuti di durata? Il dubbio è legittimo, tuttavia non conta troppo analizzando “Daytona”. Pusha-T, infatti, grazie anche all’aiuto di Kanye West alla produzione e di alcuni importanti ospiti (su tutti lo stesso Kanye e Rick Ross), ha prodotto un disco compatto ma molto efficace, forse il migliore della sua produzione solista.

Lui infatti fino alla fine degli anni ’00 era parte dei Clipse, duo molto popolare all’epoca. La sua carriera solista era iniziata in maniera incerta, ma gli ultimi due suoi lavori (“My Name Is My Name” del 2013 e “Darkest Before Dawn” del 2016) avevano denotato una crescita costante e lo hanno visto infine tornare ai livelli raggiunti nei Clipse in “Daytona”.

Liricamente, Pusha-T non le ha mai mandate a dire, anche se spesso in passato i suoi testi parlavano dei temi tipici del gangsta rap: droga, sesso e violenza. Tuttavia, “Daytona” vede una svolta anche su questo versante: sono presenti versi molto duri su due mostri sacri del rap come Lil Wayne e Drake, accusati rispettivamente di essere pronti alla pensione (il primo) e di sfruttare il lavoro dei ghostwriter per il proprio successo (il secondo). Contiamo anche una canzone dedicata a Meek Mill, amico del rapper che è stato in carcere negli ultimi tempi (What Would Meek Do?).

Le canzoni migliori sono Santeria, con base trap molto potente; If You Know You Know e Infrared, che aprono e chiudono magistralmente l’album; e Come Back Baby. Unica nota stonata è Hard Piano, ma il contributo di Rick Ross salva la baracca.

In generale, dunque, il contributo di West ha senza dubbio aiutato Pusha-T a proporre un disco avvolgente e che difficilmente abbandoniamo di nostra volontà; il problema è che, due anni e mezzo dopo “Darkest Before Dawn”, finire con sole sette canzoni è un po’ una delusione. È un po’ lo stesso discorso fatto per Grouper, nondimeno Pusha-T si conferma ormai tornato ad alti livelli. Siamo davvero curiosi di vedere dove lo porteranno i suoi prossimi lavori.

Voto finale: 8.

Kids See Ghosts, “Kids See Ghosts”

kids see ghosts

Kids See Ghosts è il supergruppo formato da Kid Cudi e Kanye West: non è la prima volta che i due collaborano, ma è la prima volta invece che la cosa avviene su un piano totalmente paritario. Entrambi sono infatti parte attiva nelle canzoni e produttori. La presenza di ospiti di spessore come Pusha-T e Ty Dolla Sign rende poi il CD ancora più intrigante.

Il lavoro è molto breve: abbiamo sette canzoni in 24 minuti di durata complessiva. Sì, Kanye deve aver capito che è questo il formato migliore per lo streaming, visto che tutti gli LP di questo mese che portano il suo nome hanno questa struttura. Detto questo, mai Kid Cudi era suonato così sicuro di sé e con questo tono così caldo e vibrante, segno che forse la definitiva maturazione artistica è giunta anche per lui.

Liricamente, visti anche i personaggi coinvolti, “Kids See Ghosts” non poteva che essere un lavoro profondamente personale: sia Cudi che Ye ne hanno passate di cotte e di crude negli ultimi tempi, pertanto esorcizzare i propri demoni è più che legittimo da parte loro. Yeezy da un lato in Reborn afferma perentorio “What an awesome thing, engulfed in shame. I want all the pain, I want all the smoke, I want all the blame”, affrontando di petto le recenti controversie che lo riguardano; Cudi invece è più ottimista, sempre in Reborn, quando dice “Keep moving forward”, quasi un incitamento a sé stesso, a lasciarsi alle spalle le tendenze suicide e i problemi di droga degli ultimi mesi. In Cudi Montage Kanye riprende la polemica sul suo supporto a Trump, dicendo “Everybody want world peace until your niece gets shot in dome piece”. In generale, dunque, sembra quasi innestarsi una dinamica poliziotto buono/poliziotto cattivo fra i due rapper, con Kanye ad incendiare gli animi e Cudi a calmarli.

Musicalmente, dei quattro album di questa incredibile Yeezy Season, “Kids See Ghosts” è il secondo più riuscito: le tracce sono varie ma con un filo logico che le collega, i due artisti sono a loro agio e la produzione di West è come sempre eccellente. I pezzi migliori sono 4th Dimension e Reborn, mentre è troppo confusionaria l’apertura di Feel The Love. I risultati sono comunque buoni, eccezionali in certi tratti; da elogiare il fatto che Kanye ha ancora una volta tirato fuori il meglio da Kid Cudi, che non suonava così centrato dagli esordi di “Man On The Moon: The End Of Day” (2009). Il progetto, in conclusione, ha tutto per essere replicato in futuro.

Voto finale: 7,5.

Nas, “Nasir”

nasir

Nas è uno dei rapper più importanti della sua generazione: quella diventata celebre negli anni ’90, rappresentata per esempio da Snoop Dogg e Eminem. Il suo “Illmatic” (1994) è uno dei lavori più rilevanti di quegli anni, non a caso. “Nasir” è il dodicesimo suo album e vanta collaborazioni eccellenti: in particolare, nella tracklist troviamo versi di The-Dream, Puff Daddy e Kanye West (che cura anche la produzione).

La carriera di Nas, tra un album e l’altro, non è stata tutta rose e fiori: accanto ad album fondamentali come “Illmatic” troviamo anche flop come “Nostradamus” (1999). Si era rivista l’ambizione e la pulizia dei suoi lavori migliori in “Life Is Good” del 2012 e il rilancio è completato con questo “Nasir”. Il titolo, in realtà, richiama il nadir, cioè il punto più basso di un grafico: di certo questo CD non rappresenta il nadir della carriera di Nas. Nondimeno, allo stesso tempo, il nadir sembra essere riferito alle tensioni tra bianchi e neri in America, richiamate in molte canzoni di questo breve ma intenso lavoro (7 canzoni per 26 minuti, breve come del resto sono tutti i lavori di questa Yeezy Season).

L’intento di denuncia è presente già nella prima traccia: Not For Radio denuncia la tratta di minerali dall’Africa e la pratica di alcuni Stati americani di impedire ai neri di registrarsi alle liste elettorali (“Shoot the ballot box, no voter cards, they are all frauds”). Nella bella Cops Shot The Kid è evidente il riferimento alle troppo numerose sparatorie che vedono coinvolti giovani afroamericani e poliziotti solitamente bianchi (“The cop shot the kid, same old scene… Cop gon’ claim that it was self-defense. Say he was ridin’ dirty so the case rests”). Ottimo nel brano il verso recitato da Kanye. C’è anche tempo, in Simple Things, per prendersela con l’industria discografica: “Never sold a record for the beat, it’s my verses they purchase. Without production I’m worthless, but I’m more than the surface. Want me to sound like every song on the Top 40, I’m not for you, you not for me, you bore me”.

Il nucleo del lavoro è la lunga Everything, canzone gospel-rap che supera i 7 minuti di durata: una frase rappresenta il manifesto non solo del brano, ma dell’intero LP. Nas dice “If I changed anything, I mean anything I would change everything, oh yeah”. Un riferimento, chissà, anche personale; senza dubbio, però, una frase potente.

Musicalmente, pur nella sua brevità, il disco è compiuto; il messaggio che Nas vuole trasmettere è chiaro, la produzione di West aiuta a portarlo avanti attraverso suoni definiti, Nas e i suoi ospiti sono tutti in ottima forma. I pezzi migliori sono Cops Shot The Kid e Simple Things; può risultare invece meno efficace White Label. Insomma, un piccolo trionfo per il rapper statunitense, che si conferma ancora in grado di veicolare messaggi universali di parità razziale e contro l’uso delle armi in maniera efficace.

Voto finale: 7,5.

Kanye West, “Ye”

ye

Ecco la recensione forse più attesa di questo mese: quella relativa al nuovo disco (se così possiamo chiamarlo) di Kanye West. In effetti, parlare di album vero e proprio sembra eccessivo: sette canzoni per 24 minuti… beh, più un EP. In effetti, diciamo che la gestazione di “Ye” è stata molto complicata: fra crisi coniugali, polemiche ferocissime sull’appoggio manifestato da West per Donald Trump, frasi molto ambigue sulla schiavitù dei neri (giudicata una scelta più che una costrizione) e un periodo passato in una clinica per tornare alla normalità dopo un crollo nervoso avuto l’anno scorso, gli ultimi mesi non sono stati facili per il rapper statunitense. È quindi un mezzo miracolo che Ye sia stato in grado di focalizzarsi sulla musica, non solo producendo i nuovi dischi di Nas, Pusha-T e Kid Cudi ma pubblicando anche un lavoro a suo nome.

Partiamo da un assunto: questo è forse il disco più egocentrico mai fatto da Kanye. Un’affermazione coraggiosa, considerato che “Yeezus” del 2013 era una fusione fra Ye e Jesus… Nondimeno, mai come in “Ye” sentiamo il marito di Kim Kardashian aprirsi così francamente sui propri problemi mentali: se i precedenti suoi CD parlavano delle sue fantasie sessuali (“My Beautiful Dark Twisted Fantasy”) o della sua tristezza per la prematura morte della madre (“808s & Heartbreak”), mai Kanye aveva affrontato il suo lato più oscuro.

Ne è manifesto il primo brano nella scaletta: I Thought About Killing You è una sorta di auto-confessione, dove Kanye ammette che lui ama sempre più sé stesso del prossimo (“I love myself way more than I love you”) e di aver avuto fantasie omicide verso qualcuno (“Today, I seriously thought about killin’ you. I contemplated, premeditated murder”). Allo stesso tempo, però, vi è una nota di ottimismo quando dice che “the most beautiful thoughts are always besides the darkest”. Tutto il disco seguirà questo doppio binario: realismo riguardo la sua fragile condizione mentale, ma speranza che tutto questo passerà. Per esempio, in Ghost Town Kid Cudi (uno dei numerosi collaboratori presenti nel pur breve disco) canta “I’ve been tryin’ to make you love me, but everything I try just takes you further from me.” Oppure in Yikes Kanye dice “Sometimes I scare myself”. La nota positiva però è la presenza della moglie Kim Kardashian: non importa quante polemiche dovrà affrontare il marito, lei sarà sempre al fianco di West (“And I know you wouldn’t leave” canta PARTYNEXTDOOR in Wouldn’t Leave).

Ma musicalmente, dunque, cosa possiamo dire? Le basi sono ispirate a quelle di “The Life Of Pablo”: molto tranquille, quasi gospel in certi tratti (ad esempio Violent Crimes), seguendo la lezione di Chance The Rapper. Possiamo dire senza tema di smentita che è il primo disco dove Ye non copre nuovi generi o influenze: non necessariamente un male, anzi ciò aiuta il disco, già breve di suo, ad essere compatto e coerente al suo interno.

I migliori pezzi sono Wouldn’t Leave e Violent Crimes; meno bella Yikes, ma non intacca eccessivamente il risultato generale. In conclusione, dunque, Kanye ha fatto (e farà) ancora una volta parlare di sé; non importa come la pensiate riguardo le sue opinioni politiche e i suoi ultimi comportamenti, è innegabile la sua grandiosità come artista. “Ye” fortifica ulteriormente la sua eredità: non sarà certo il suo miglior CD, ma senza dubbio non è da buttare.

Voto finale: 7,5.

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