Rising: Snail Mail, SOPHIE & serpentwithfeet

 

Ritorna la rubrica di A-Rock dedicata ai cantanti emergenti. Quest’oggi dedichiamo la nostra attenzione a tre artisti che, musicalmente, sono molto diversi: gli Snail Mail sono un gruppo indie rock americano; serpentwithfeet (sì, questo è il nome) un cantautore R&B sperimentale statunitense; Sophie Xeon invece, in arte SOPHIE, è una produttrice e autrice scozzese ormai trapiantata a Los Angeles, che si caratterizza per una musica elettronica tanto visionaria quanto affascinante. Tuttavia, una cosa li accomuna: tutti e tre vogliono rivoluzionare i rispettivi generi e sembrano avere il talento e l’ambizione per farlo. Ma andiamo con ordine.

SOPHIE, “OIL OF EVERY PEARL’S UN-INSIDES”

OIL-OF-EVERY-PEARLs-UN-INSIDES

Qualcuno, prima o poi, dovrà spiegarci la mania recente degli artisti di chiamare i dischi (e a volte loro stessi) con lettere tutte maiuscole: da Kendrick Lamar a Pusha-T ai Carters (cioè Jay-Z e Beyoncé), passando ora per SOPHIE, questa moda sembra diffondersi sempre di più. Detto ciò, il titolo del nuovo album di Sophie Xeon è, se possibile, ancora più misterioso della sua musica. In effetti, si tratta di una figura retorica chiamata “mondegreen”, che consiste nell’interpretare in maniera errata una frase, sostituendo alle vere parole altre che suonano molto simili. Infatti, il titolo “apparente” del CD non è il messaggio che l’artista vuole passare: “OIL OF EVERY PEARL’S UN-INSIDES” suona infatti come “I love every person’s insides”, che è già una frase più compiuta e, anzi, nasconde un fine profondo. Infatti, SOPHIE sta comunicando che dobbiamo tutti amare una persona per come è dentro, la sua apparenza esteriore (ad esempio, il suo sesso o le sue deformità fisiche) non dovrebbero contare. Basti questo verso, preso da Immaterial, come manifesto dell’intero LP: “I could be anything I want, anyhow, any place, anywhere. Any form, any shape, anyway, anything, anything I want”.

Non banale, come messaggio. SOPHIE del resto ha fatto della sua voce androgina un tratto caratteristico della sua produzione musicale, iniziata nel 2015 con “PRODUCT” e proseguita ora con questo “OIL OF EVERY PEARL’S UN-INSIDES”. La sua transessualità certamente gioca un ruolo cruciale: SOPHIE è infatti nata Samuel Long e solo con questo disco ha fatto conoscere al mondo la sua “transizione”. La sua musica è certamente inseribile nel filone dell’elettronica sperimentale, tuttavia le sue canzoni hanno una struttura che ricorda le canzoni pop, almeno nei momenti più accessibili (ad esempio la bella It’s Okay To Cry o Infatuation): non è un caso che sia chiamata “hyperpop”. Tuttavia, il tratto che distingue radicalmente Sophie Xeon dai suoi colleghi DJ è che, accanto a brani appunto pop o ambient, troviamo altre canzoni che ricordano lo Skrillex più sfacciato, per esempio Ponyboy e Faceshopping. Non capita tutti i giorni di trovare un’artista così versatile: viene in mente Bjork e tutti sappiamo che è un paragone molto delicato, di Bjork ne nascono davvero poche.

L’album si caratterizza dunque per una varietà stilistica estrema, che lo rende molto difficile, soprattutto ai primi ascolti, ma che nasconde delle perle davvero preziose. Ad esempio, la già menzionata It’s Okay To Cry è una delle migliori canzoni dell’anno, così come la eterea Pretending è un pezzo ambient che ricorda il miglior Brian Eno. Non vi sono pezzi davvero fuori asse, forse l’intermezzo Not Okay è imperfetto ma non intacca un CD davvero ottimo. Menzione finale per Whole New World / Pretend World, che chiude magistralmente il disco.

In conclusione, la musica elettronica sembra aver trovato una nuova, grande promessa in SOPHIE. Se il primo lavoro “PRODUCT” era decisamente perfettibile, questo LP resterà probabilmente anche negli anni a venire: mescolare così sapientemente musica sperimentale e accenni di pop da radio (evidenti in Immaterial) non è per nulla facile, farlo con questi eccellenti risultati ancora meno. Aspettiamo con trepidazione il suo prossimo disco, con la speranza che quanto di buono fatto in “OIL OF EVERY PEARL’S UN-INSIDES” non venga sprecato.

Voto finale: 8,5.

Snail Mail, “Lush”

lush

Fa effetto dire che gli Snail Mail sono capitanati da una cantante 18enne, però questi sono i fatti. Non a caso, molta stampa specializzata d’Oltreoceano li ha già bollati come “il futuro del rock”. Etichetta che ha portato bene per alcuni (vedi gli Arctic Monkeys), meno per altri (qualcuno ricorda i Gallows?). Nondimeno, se anche in Gran Bretagna ammettono che Lindsey Jordan & co. hanno davvero talento, un motivo deve esserci. In effetti, “Lush” è un ottimo disco d’esordio: non perfetto, ma dimostra un enorme potenziale, che speriamo potrà essere messo in mostra in futuro.

L’inizio è lento: la Intro serve a chiarire che non dobbiamo aspettarci chissà quali novità, fatto ulteriormente confermato da Pristine, prima canzone vera e propria dell’album. Tuttavia, due cose sono interessanti: primo, la produzione è pulita, fatto che allontana decisamente i paragoni con artisti lo-fi come Ty Segall ed Elliott Smith. Secondo, la Jordan parla molto limpidamente dei propri problemi adolescenziali, tra amori non corrisposti e incertezze sul futuro, mettendo in mostra la propria fragilità con molta trasparenza. Ad aggiungere ulteriore pepe ad una ricetta già intrigante è la grande abilità della Jordan con la chitarra, che disegna traiettorie sempre varie nel corso di “Lush”.

Musicalmente, dunque, nessuna rivoluzione: possiamo dire che Snail Mail è un mix riuscito fra Frankie Cosmos e Courtney Barnett, con pizzichi di Julien Baker ed Angel Olsen qua e là. I brani migliori sono Heat Wave, Speaking Terms e Pristine, mentre le canzoni più lente del disco sono meno avvincenti, ad esempio Deep Sea non convince appieno. Liricamente, invece, è interessante il modo di porsi di Lindsey verso gli ascoltatori: le canzoni sono piene di domande dirette, del tipo “do you love me?” o “Who’s your type of girl?”, ma due sono i momenti davvero notevoli: in Full Control esclama “I’m in full control, I’m not lost. Even when it’s love, even when it’s not”, mentre in Heat Wave la sentiamo dire “I’m not into sometimes”, segno che per lei le relazioni vere sono di lunga durata e che non è decisamente portata per le attività saltuarie. Diciamo che la ragazza, pur avendo solo 18 anni, ha le idee piuttosto chiare.

In generale, tuttavia, la coesione di “Lush” lo rendono un ascolto non banale: i 39 minuti passano sereni e alcuni momenti sono davvero ottimi. Certo, non parliamo ancora del “manifesto” della band, però le premesse per una carriera di successo ci sono tutte.

Voto finale: 8.

serpentwithfeet, “soil”

soil

Avevamo già anticipato il fastidio indotto da alcuni artisti quando scrivono i loro nomi o i titoli dei loro brani o dischi in maiuscolo, fatto che, come la più basilare netiquette conferma, sta per un urlo o una minaccia verso il lettore. Beh, Josiah Wise, in arte serpentwithfeet, ha scelto una via del tutto opposta: scrivere sia i titoli dei suoi pezzi che il suo nome d’arte in minuscolo. Una cosa certamente secondaria, ma che forse nasconde un significato: mentre molti cantanti vogliono apparire a tutti i costi, anche per fatti non legati alla musica, serpentwithfeet punta su un basso profilo nella vita privata per puntare tutto sulla musica.

L’omosessualità del cantante è tuttavia cosa nota, con Josiah che ha fatto coming out fin da subito. Molte sue canzoni peraltro parlano di amore e sessualità, sia in “soil” che nel precedente EP “blisters”. Questo è infatti il primo LP a firma serpentwithfeet, uno degli artisti più visionari del mondo pop-R&B contemporaneo. Con una voce che nei momenti migliori assomiglia a Frank Ocean e una voglia di sperimentare degna del The Weeknd delle origini, Wise vuole riscrivere le regole dell’R&B, innestando elementi di musica classica e d’avanguardia nel genere forse più inflazionato ai giorni nostri.

Non tutto in “soil” è perfetto, ma certo il CD conferma una volta di più il grande potenziale del giovane artista statunitense: pezzi notevoli come whisper e fragrant aprono magistralmente il lavoro, mentre la superba ballata bless ur heart lo chiude stupendamente. Interessanti poi le sperimentazioni di mourning song e cherubim. Allo stesso tempo, convincono meno messy e wrong tree, ma non intaccano in maniera eccessiva il risultato complessivo.

In generale, dunque, “soil” è un’ottima introduzione a serpentwithfeet per chi ancora non lo conoscesse. Il disco merita più di un ascolto, a testimonianza che Josiah, aiutato anche da produttori celebri come Clams Casino e Paul Epworth, ha creato un CD non banale.

Voto finale: 7,5.

3 comments

  1. Enri1968 · luglio 21, 2018

    Scusa la precisazione: Snail Mail è americana:

    https://en.m.wikipedia.org/wiki/Snail_Mail_(musician)?wprov=sfti1

    Piace a 1 persona

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