Recap: febbraio 2019

Febbraio è ormai quasi finito. Un mese caratterizzato musicalmente da uscite interessanti, fra cui A-Rock ha deciso di recensire i nuovi dischi di Panda Bear, Beirut, Girlpool, The Twilight Sad e l’esordio dei Better Oblivion Community Center (in realtà un duo di personalità ben note come Phoebe Bridgers e Conor Oberst). Oltre a tutto ciò, abbiamo anche i ritorni di Jessica Pratt e dei Broken Social Scene.

Better Oblivion Community Center, “Better Oblivion Community Center”

better oblivion community center

Il duo formato da Phoebe Bridgers e Conor Oberst ha creato un disco breve ma affascinante, con una narrativa di fondo non banale e un’intesa fra i due protagonisti che ci fa pensare che in futuro potrebbero esserci altri CD a firma Better Oblivion Community Center.

L’inizio descrive perfettamente il mood del disco: Didn’t Know What I Was In For è un folk-rock ben confezionato, con ottime prove vocali e un perfetto bilanciamento fra le personalità di Phoebe e Conor. La Bridgers, ormai adusa alle collaborazioni di alto profilo dopo il progetto boygenius del 2018, mette soprattutto la sua abilità di confezionare brani evocativi con strumentazione semplice (si ascolti ad esempio Chesapeake); Oberst invece porta la sua maggiore esperienza nel creare dischi coesi musicalmente ma mai monotoni (ne sia esempio Exception To The Rule).

Dicevamo che il CD ha una narrativa di fondo: i due immaginano di vivere in un centro chiamato appunto Better Oblivion Community Center, in realtà molto distopico, a metà fra “1984” e “Il Mondo Nuovo”. Il racconto è anche un mezzo per Bridgers e Oberst di affrontare i loro demoni: entrambi hanno spesso analizzato i temi della solitudine e della depressione, questa volta però calati in un contesto quasi di romanzo. Ad esempio, in My City Conor canta: “All this freedom just freaks me out”, mentre in Dylan Thomas Phoebe afferma polemica: “They say you’ve got to fake it, at least until you make it”.

I pezzi migliori sono la trascinante Dylan Thomas e Didn’t Know What I Was In For. Al contrario, Service Road è fin troppo lenta e prevedibile. In generale, i due non sono certo noti per essere innovatori, però questo “Better Oblivion Community Center” è un buon album, curato e sempre interessante.

In conclusione, dunque, Phoebe Bridgers continua la sua scalata nel mondo indie, mentre Conor Oberst mantiene la sua fama di artista capace di produrre sempre LP intriganti. Insomma, un piccolo trionfo per entrambi. Non si vede perché il progetto Better Oblivion Community Center non debba ripetersi in futuro.

Voto finale: 7,5.

Girlpool, “What Chaos Is Imaginary”

girlpool

Il terzo album degli statunitensi Girlpool è un buon disco di tipico indie rock, caratterizzato da pezzi generalmente interessanti ma che non distinguono molto i Girlpool da artisti come Lucy Dacus o Snail Mail.

Questo forse è il difetto maggiore di “What Chaos Is Imaginary”: gli highlights ci sono e sono molto evidenti, da Lucy’s alla più raccolta Stale Device, ma il caratteristico mix di folk e punk tipico dei lavori più “selvaggi” del duo formato da Cleo Tucker e Harmony Tividad è ormai svanito.

Una caratteristica interessante è il deciso cambio di voce di Tucker: Cleo sta infatti affrontando la transizione da donna a uomo e, per questo motivo, ha iniziato ad assumere forti dosi di testosterone, cambiando non solo i tratti somatici ma anche la voce. Tutto ciò aggiunge una nuova dimensione al suono dei Girlpool, ma non abbastanza da rendere il CD davvero immancabile. Non è poi un caso che le liriche riflettano spesso il passaggio da uno stato ad un altro, come in Pretty, quando la Tividad canta: “There was a person I once knew”, mentre Tucker afferma in Hire: “Will I make the matinée with my newest life and be that bright time?”.

I pezzi migliori sono i già menzionati Lucy’s e Stale Device; buona anche Hire, pezzo power pop che ricorda gli Oasis. Troppo prevedibile invece Where You Sink e in generale troppo lenta la seconda parte del disco. Diciamo che se i Girlpool avessero tagliato 2-3 brano il risultato sarebbe stato ancora più convincente; con 14 brani sullo stesso tracciato invece “What Chaos Is Imaginary” è solo un buon album indie rock, assolutamente orecchiabile e gradevole, ma anche forse un po’ troppo allineato ai trend presenti da anni nel genere.

Voto finale: 7,5.

Jessica Pratt, “Quiet Signs”

jessica pratt

Giunta al terzo album, la cantante originaria di San Francisco ha raggiunto la piena maturità artistica: in sole 9 canzone e 28 minuti di musica riesce a distillare tutte le qualità che l’hanno resa apprezzata dagli amanti del folk.

Jessica Pratt aveva pubblicato l’ultimo CD nel 2015: quattro anni dopo, il suo folk scarno resta comunque essenziale, ma si intravede la volontà di cambiare, inserendo elementi quasi psichedelici in alcuni pezzi.

La partenza di “Quiet Signs” è decisamente raccolta. La strumentale Opening Night vede al piano il compagno Matthew McDermott, mentre As The World Turns è un brano folk tipico nella sua brevità. Più efficace la parte centrale, con la doppietta formata da Poly Blue e This Time Around che rappresenta il momento migliore del CD.

In generale, se c’è una cosa per cui essere contemporaneamente delusi e soddisfatti è la brevità di “Quiet Signs”: se da un lato infatti dopo 4 anni era lecito aspettarsi un lavoro più lungo e articolato, dall’altro la Pratt è molto abile nel creare un mondo quasi ultraterreno con queste canzoni tranquille e semplici, a metà fra Joni Mitchell e Damien Rice.

In conclusione, “Quiet Signs” ripercorre il percorso di Adrianne Lenker, cantante dei Big Thief: ampliare la propria palette sonora con un LP breve ma efficace, sperimentando nuove sonorità. Non sarà un capolavoro, ma “Quiet Signs” è un’evoluzione benvenuta per Jessica Pratt e, forse, un antipasto di quel capolavoro che non sembra più così lontano.

Voto finale: 7,5.

Broken Social Scene, “Let’s Try The After Vol. 1”

broken social scene

I Broken Social Scene ci hanno preso gusto: dopo essere tornati a produrre nuova musica nel 2017 con il bel CD “Hug Of Thunder” e un’assenza di sette anni dalla scena, il collettivo canadese ha dato alle stampe il breve ma efficace EP “Let’s Try The After Vol. 1”. Un lavoro che in realtà non percorre sentieri nuovi per i Broken Social Scene, come il titolo sembrerebbe indicare, ma è senza dubbio un’ottima aggiunta ad una discografia imponente.

L’inizio è un brevissimo pezzo strumentale, The Sweet Sea, che anticipa un altro brano quasi puramente strumentale, Remember Me Young, che contiene solo dei vocalizzi della cantante Ariel Engle, privi di parole vere e proprie. Il primo vero highlight è Boyfriends, una canzone molto evocativa e degna di poter stare nei migliori dischi dei Broken Social Scene. Le ultime due canzoni sono 1972 e All I Want: la prima è un lento gradevole ma non irresistibile, mentre la seconda procede quasi su ritmi post-punk.

In conclusione, “Let’s Try The Future Vol. 1” è un EP ben strutturato e gradevole in molte sue parti, indizio che i Broken Social Scene (come del resto già il titolo del lavoro anticipa) hanno ancora molto da dare alla musica.

Voto finale: 7.

The Twilight Sad, “It Won’t Be Like This All The Time”

the twilight sad

Il quinto album della band punk scozzese The Twilight Sad contiene molti elementi interessanti, specialmente dal punto di vista ritmico, ma nessuna novità vera e propria rispetto al loro output passato o a quello di molte band di simili origini.

Purtroppo, infatti, in un genere molto frequentato come il post-punk, per spiccare veramente sugli altri occorre essere innovativi per un qualche aspetto: testi (si vedano gli IDLES), capacità di cambiare pelle ad ogni uscita (Iceage)… I The Twilight Sad sono molto efficaci nel trasmettere la sensazione di malessere che accompagna molti nel mondo moderno: esemplare il titolo [10 Good Reasons For Modern Drugs]. Tuttavia, tranne rare eccezioni, non ci sono da aspettarsi motivazioni per scegliere loro piuttosto che altri gruppi. Notiamo infatti influenze di Cure, My Bloody Valentine e Horrors; il mix crea un disco intrigante ma certo non originale.

Come già accennato in avvio, “It Won’t Be Like This All The Time” ha in sé alcune buone canzoni: VTr è trascinante, bella anche I’m Not Here [Missing Face]. Interessante poi l’indie rock di Let’s Get Lost. Contemporaneamente, però, pezzi prevedibili come l’iniziale [10 Good Reasons For Modern Drugs] e The Arbor portano il CD a risultare un po’ prevedibile in certi tratti.

In conclusione, i The Twilight Sad potevano sicuramente fare meglio: peccato, perché la bellezza cristallina di alcuni pezzi fa capire il talento di questi ragazzi. Sarà per la prossima.

Voto finale: 7.

Panda Bear, “Buoys”

panda bear

Il sesto album solista di Noah Lennox, in arte Panda Bear, richiama molto da vicino le atmosfere rarefatte e rilassate dei suoi primi lavori. Niente a che vedere con i ben più movimentati e imprevedibili ritmi di “Person Pitch” (2007), il punto più alto della sua discografia (non contando gli Animal Collective ovviamente).

Il primo singolo estratto da “Buoys”, la dolce Dolphin, aveva fatto ipotizzare il percorso del CD, poi puntualmente confermato: strumentazione contenuta, grande attenzione data alla voce di Lennox e ritmi rilassati. Panda Bear, va detto, è un artista esperto e intelligente: sapendo che un disco troppo lungo sulle stesse variazioni sarebbe stato difficilmente digeribile, ha optato per un LP di soli 9 brani, per un totale di soli 31 minuti di durata.

Scelta azzeccata, dato che in effetti “Buoys”, anche dopo ripetuti ascolti, non colpisce come i migliori lavori a firma Panda Bear: certo, highlights come la già citata Dolphin e la title track sono buonissimi, ma complessivamente il disco risulta monotono e poco coinvolgente. Ne sono esempio brani come Master e Inner Monologue.

Insomma, come già ribadito in occasione delle pubblicazioni degli anni scorsi, per Lennox e gli Animal Collective i tempi creativamente migliori sono alle spalle. Ascoltare nuova musica con la loro firma può certamente far piacere per ricordare i tempi della gioventù, ma qualitativamente ne siamo ben lontani.

Voto finale: 7.

Beirut, “Gallipoli”

beirut

Il quinto album di Zach Condon e compagni è un gradevole riassunto di tutte le caratteristiche che li hanno resi molto cari agli amanti dell’indie. Melodie graziose, testi inoffensivi oppure impressionistici, grande attenzione alla produzione: insomma, non un capolavoro, ma certamente un CD curato e accattivante.

A quattro anni dal discusso “No No No”, “Gallipoli” riesce a immergere pienamente l’ascoltatore nel folk-rock tipico di Condon grazie a brani riusciti come l’iniziale When I Die e Family Curse. Peccato che poi il desiderio di barocchismo strabordi nella title track e in Gauze Für Zah, altrimenti avremmo risultati ancora migliori.

Dicevamo che i Beirut non percorrono sentieri innovativi nel corso di “Gallipoli” (dedicato nel nome e in alcuni titoli di canzoni al nostro Paese): il mix di indie, folk e momenti solo leggermente psichedelici contribuisce a creare momenti davvero ottimi (ad esempio nella strumentale On Mainau Island), ma anche a tratti troppo zuccherosi (Gallipoli). Anche testualmente Condon non cerca di produrre manifesti personali o esprimere precise idee politiche o sociali, aumentando quel senso di leggerezza (o frivolezza) del disco.

In conclusione, “Gallipoli” piacerà sicuramente a chi già apprezza lo stile di Condon e compagni, mentre fa ben poco per conquistare nuovi fans. Non è necessariamente un peccato: a patto che la ricetta non diventi ripetitiva.

Voto finale: 6,5.

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