Recap: marzo 2019

Anche marzo è terminato. Un mese molto ricco di uscite musicali attese da critica e pubblico, tra cui segnaliamo in particolare i nuovi dischi di Solange, Foals, These New Puritans, Helado Negro e Nivhek (altro nickname di Liz Harris aka Grouper). Inoltre, abbiamo i ritorni di Avey Tare e degli American Football. Buona lettura!

These New Puritans, “Inside The Rose”

inside the rose

Il nuovo album dei These New Puritans arriva addirittura a sei anni dal delicato “Field Of Reeds”, in cui il complesso inglese aveva aperto decisamente a elementi di musica neo-classica, reinventandosi rispetto all’estetica post-punk con inserti elettronici dei precedenti CD. “Inside The Rose” è un efficace riassunto di tutto questo e, proprio per questo, la prima volta in cui i TNP sembrano vogliosi di riassumere piuttosto che sperimentare ulteriormente.

Ciò non va però a discapito della qualità delle 9 canzoni che compongono il CD: ognuna ha la sua fisionomia specifica, chi più rock (Anti-Gravity) chi inclassificabile (Infinity Vibraphones e la title track). Altrove riappaiono quelle caratteristiche classicheggianti che avevano reso “Field Of Reeds” così strano, per esempio in Where The Trees Are On Fire.

I testi sono come sempre vaghi, ma stavolta compaiono domande esistenziali del tipo “Isn’t life a funny thing? All these words and they say nothing” (in Beyond Black Suns). Ma del resto non si ascolta un lavoro dei These New Puritans per le liriche: gli inglesi ci hanno abituato a comunicare maggiormente attraverso i paesaggi sonori piuttosto che mediante parole.

I pezzi migliori sono l’apertura sontuosa di Infinity Vibraphones e la marciante Beyond Black Suns, che potrebbe essere benissimo un brano dei Massive Attack. Troppo breve invece Lost Angel per essere apprezzabile. Come sempre con un LP dei TNP, “Inside The Rose” non è un ascolto facile, ma la pazienza verrà premiata grazie a canzoni mai scontate e paesaggi sonori davvero evocativi.

In conclusione, ancora una volta i These New Puritans hanno stupito fans e addetti ai lavori: dopo sei anni di assenza e una formazione ridotta all’osso (i membri ufficiali ora sono solamente i gemelli Barnett), “Inside The Rose” suona come nulla nella passata discografia del complesso britannico. E, malgrado tutto questo, i risultati sono ancora una volta strabilianti.

Voto finale: 8.

American Football, “American Football”

lp3

Il terzo album degli statunitensi veterani dell’emo è un deciso passo avanti verso nuovi lidi sonori. Rispetto al gradevole ma prevedibile “American Football” del 2016, visto da molti più come un servizio reso ai fan piuttosto che un CD davvero voluto dalla band, il nuovo LP vira verso territori dream pop davvero interessanti e il gruppo, aiutato da ospiti di spessore come Rachel Goswell e Hayley Williams dei Paramore, produce un lavoro all’altezza della loro fama.

L’inizio del disco è già sorprendente: suoni leggeri di campanelline introducono Silhouettes, che poi si dispiega in una canzone perfettamente inquadrata nell’estetica American Football: voce di Mike Kinsella a guidare le danze, ritmi carichi di pathos e liriche che parlano di amori lontani. La seguente Every Wave To Ever Rise, con la partecipazione di Elizabeth Powell, introduce addirittura temi post-rock.

I veri pezzi da 90 sono però Uncomfortably Numb (con la Williams), che fa il verso ai Pink Floyd solo in apparenza, e la suadente Heir Apparent; senza dubbio sono gli highlights del CD e della seconda vita della band americana. Forse ridondante Doom In Full Bloom, ma perfettamente intonata al mood del lavoro.

Liricamente, come accennavamo, ritornano molti temi cari al mondo emo: il male di vivere (“Sensitivity deprived, I can’t feel a thing inside” canta Kinsella in Uncomfortably Numb), i rimpianti per la giovinezza ormai passata (“I blamed my father in my youth. Now as a father, I blame the booze” sentiamo nella stessa canzone), le pene causate dall’amore non corrisposto, come in Silhouettes: “Tell me again what’s the allure of inconsequential love”.

Insomma, “American Football” 3 si staglia come un capitolo decisamente degno di nota per gli amanti della band e più in generale del genere emo: esplorando nuovi territori gli American Football hanno prodotto il primo LP davvero avventuroso della loro frastagliata carriera, con sicuri benefici per il loro futuro.

Voto finale: 8.

Helado Negro, “This Is How You Smile”

helado negro

Il sesto album del progetto electro-folk di Roberto Carlos Lange è quello che, meritatamente, ha avuto più risalto sulla stampa specializzata. Il mix che solitamente contraddistingue Helado Negro si dispiega infatti in tutta la sua grazia ed efficacia, con risultati davvero interessanti.

“This Is How You Smile” suona alternativamente come Joanna Newsom che vuole imitare Bon Iver o il viceversa: il genere a metà fra elettronica e folk tipico di Lange è infatti altamente flessibile e può piacere sia agli amanti della musica più semplice come della chillwave. Ne sono esempio rispettivamente Imagining What To Do e Fantas. Un’altra particolarità è che il CD è bilingue: Lange infatti canta alcuni pezzi in inglese, altri in spagnolo, in particolare quelli a più alto contenuto emozionale.

I pezzi migliori sono l’apertura gentile e perfetta nella sua semplicità Please Won’t Please e Running; bella anche Two Lucky. Convince meno il breve intermezzo Echo For Campedown Curio, ma è l’unico inciampo in un album altrimenti tanto semplice quanto calmante e gradevole fin dal primo ascolto.

Dicevamo che testualmente “This Is How You Smile” ha momenti molto toccanti. Il più emozionante è l’ammissione presente in Please Won’t Please: “That brown won’t go; brown just glows.” Altrove troviamo invece frasi motivazionali: in Pais Nublado Lange canta “Laughing longer, smiling harder makes me feel feeling stronger”.

In generale, anche dopo ripetuti ascolti il disco si conferma curato e gradevole, una sorta di fusione fra il primo Bon Iver e Beirut. Niente di innovativo insomma, ma musica che fa stare bene chi la ascolta: di quanti CD possiamo dire lo stesso?

Voto finale: 7,5.

Solange, “When I Get Home”

solange

Il quarto CD a firma Solange Knowles, sorella della regina del pop Beyoncé, è decisamente differente nelle tematiche trattate dal precedente “A Seat At The Table” (2016), ma mantiene un fascino e una cura del dettaglio sonoro che lo rendono senza dubbio interessante, anche se non perfetto.

Concentrare 19 canzoni in 39 minuti implica due cose: avere molto da dire ma allo stesso tempo privilegiare la forma libera, lasciando da parte la canonica canzone da tre minuti per dare spazio anche a intermezzi piuttosto brevi. È proprio quello che succede in “When I Get Home”: Solange infatti dedica il lavoro all’amata Houston, la sua città natale, creando un patchwork che va dal funk al soul al jazz, con collaboratori del calibro di Gucci Mane e Playboy Carti ad arricchire ulteriormente la ricetta.

Come già in “A Seat At The Table”, frequenti sono gli intermezzi inferiori al minuto di durata dove Solange si prende una pausa e prepara l’ascoltatore ai pezzi veri e propri. La vera differenza rispetto al bellissimo precedente lavoro risiede soprattutto nelle liriche: mentre “A Seat At The Table” affrontava con coraggio tematiche razziali legate al trattamento riservato alle persone di colore, “When I Get Home” è strutturato come un flusso di pensieri ininterrotto e, come tale, un po’ confusionario. Ne sono prova le frequenti ripetizioni testuali presenti nel corso del disco: l’iniziale Things I Imagined si regge sul verso “I saw things… I imagined things… I imagined.” Anche Down With The Clique è similmente ripetitiva: Solange canta infatti “We were down with you, down with you” nel ritornello.

Peccato, perché le belle canzoni non mancano: la lenta Down With The Clique e Almeda sono gli highlights, ma bella anche Stay Flo. Al contrario, gli intermezzi alla lunga stufano, anche perché non contengono messaggi rilevanti.

In conclusione, Solange continua efficacemente il percorso nella storia della black music iniziato nel 2016; tuttavia, chi si aspettasse un altro manifesto politicamente impegnato è destinato a rimanere deluso. “When I Get Home” è semplicemente un buon disco di musica nera.

Voto finale: 7,5.

Foals, “Everything Not Saved Will Be Lost (Part 1)”

foals

Era da un po’ che non sentivamo parlare dei Foals, uno dei gruppi indie rock più celebri in Inghilterra e non solo. “What Went Down” del 2015 aveva in un certo senso chiuso una trilogia di enorme successo di pubblico e critica: partendo dalle tracce “acquatiche” di “Total Life Forever” del 2010 e passando per l’hard rock di “Holy Fire” (2013), Philippakis e compagni avevano creato una nicchia fatta di funk, indie e minime influenze punk per niente banale. Allo stesso tempo, un rinnovamento era necessario: scavare lo stesso terreno iniziava a diventare problematico.

“Everything Not Saved Will Be Lost” è stato presentato dal gruppo come un progetto in due atti: il primo fuori a marzo, il secondo più avanti nel corso del 2019. I primi singoli avevano preparato i fans ad una svolta: Exits era decisamente più elettronico e meno trascinante dei migliori brani dei Foals, da Inhaler a Spanish Sahara. Il successivo Sunday era quasi una ballata, più in stile Arctic Monkeys e Last Shadow Puppets che Foals. Insomma, “Everything Not Saved Will Be Lost” è un album (anzi un doppio album) spartiacque per il complesso britannico.

L’iniziale Moonlight conferma tutto ciò: le atmosfere ricordano un po’ i Franz Ferdinand di “Always Ascending” (2018), un po’ new wave un po’ elettroniche. In generale, si capisce che i Foals hanno provato davvero a cambiare pelle: anche In Degrees è decisamente inaspettata come sonorità e ritmiche. Una caratteristica del disco che, a seconda dell’ascoltatore, può piacere o meno è il gran numero di generi diversi affrontati da Philippakis e compagni: dall’indie all’elettronica alla new wave… fatto che non si ravvisava ad esempio in lavori più coesi come “Total Life Forever”.

Nel complesso sono migliori i brani più immediati: spesso infatti i Foals, forse per troppa ambizione, perdono un po’ la bussola nei passaggi più difficili (ad esempio in Exits e Syrups). Tuttavia, canzoni efficaci come On The Luna e Sunday saranno sicuramente pezzi forti nei live prossimo venturi del gruppo. Interessante anche l’eccentrica Cafe D’Athens.

In conclusione, va elogiato il tentativo dei Foals di cambiare pelle: sperimentando nuovi generi sicuramente la loro carriera ne beneficerà, specialmente nel lungo periodo. Diciamo che i risultati non sono trascendentali, ma questo “Everything Not Saved Will Be Lost (Part 1)” è auspicabilmente un antipasto del vero capolavoro. I semi per un bel CD di musica dance/indie ci sono, ora serve chiudere definitivamente il cerchio.

Voto finale: 7.

Avey Tare, “Cows On Hourglass Pond”

avey tare

Il nuovo disco di Avey Tare, elemento fondamentale degli Animal Collective, è un CD molto interessante. Restando in equilibrio fra sperimentalismo e ritmi più accessibili, Dave Portner (questo il vero nome dell’artista americano) crea un ambiente sonoro mai banale e senza dubbio più affascinante dell’ultimo Panda Bear, suo sodale negli AC.

L’inizio è straniante: Avey Tare riparte da dove aveva lasciato nel suo precedente lavoro, “Eucalyptus” del 2017. Ritmiche elettroniche non troppo rapide, la sua voce quasi sussurrata e manipolata da numerosi effetti… insomma, molti degli elementi tipici di una canzone di Dave, che lo resero ingranaggio decisivo nei maggiori successi degli Animal Collective, da “Feels” (2005) a “Merriweather Post Pavilion” (2009). Infatti, sia What’s The Goodside? che Eyes On Eyes percorrono questi sentieri conosciuti. Più particolare invece Nostalgia In Lemonade, ricca di riverberi e suoni elettronici molto strani.

A sorpresa, però, “Cows On Hourglass Pond” non si esaurisce in un lavoro prevedibile per quanto ricercato: per la prima volta da “Merriweather Post Pavilion” infatti Portner compone canzoni quasi mainstream. Sia Remember Mayan che HORS_ sono accessibili e potrebbero dare decisamente più risalto al CD rispetto agli ultimi lavori a firma Avey Tare o Animal Collective.

I migliori brani sono Saturdays (Again) e HORS_; convince meno d’altro canto Chilly Blue, un pezzo strumentale inutile nell’economia del CD. Ambiziosa la lunga K.C. Yours, non del tutto convincente ma intrigante.

Il disco dunque, mescolando psichedelia, elettronica e sperimentalismo, rappresenta uno dei migliori lavori recenti dei membri degli AC, siano essi insieme o presi singolarmente. “Cows On Hourglass Pond” non rivoluzionerà il mondo della musica, ma è senza dubbio un LP di ottimo artigianato e ricerca costante.

Voto finale: 7.

Nivhek, “After Its Own Death / Walking In A Spiral Towards The House”

nivhek

Il nuovo album a firma Liz Harris arriva solo un anno dopo il brevissimo “Grid Of Points” e con un nickname diverso: invece del solito Grouper la Harris opta per Nivhek. Tuttavia, le caratteristiche sono piuttosto simili ai lavori a firma Grouper: atmosfere rarefatte, suoni decisamente ambient e la voce dell’artista spesso inintelligibile.

“After Its Own Death / Walking In A Spiral Towards The House”, come indica il titolo, è composto da due lunghe suite di musica ambient, ciascuna a sua volta composta da due parti. A completare il lavoro c’è un’installazione visuale, firmata dall’amico Marcel Weber. Il CD pertanto andrebbe ascoltato contemporaneamente alla visione del video di Weber per comprenderne appieno il significato. Malgrado ciò, l’album, pur essendo troppo lungo e a tratti monotono, è meritevole di attenzione anche da solo.

After Its Own Death, la prima suite, è lunga in totale ben 37 minuti: nella prima metà la Harris ha piazzato alcuni tratti caratteristici della sua poetica, ovvero voci di sottofondo raramente comprensibili e atmosfere eteree. La parte A, lunga 16 minuti, si chiude poi con una coda puramente strumentale, che rimanda a Tim Hecker. La metà B è più evocativa, la chitarra assume un ruolo più importante… fino a quando improvvisamente un suono fortissimo entra nella canzone e se ne va dopo circa un minuto di caos totale. Insomma, una sorpresa davvero inattesa.

Walking In A Spiral Towards The House, invece, ha una lunghezza complessiva di “soli” 21 minuti: la prima parte circa 9, la seconda 12. La metà A è un semplice brano ambient, decisamente più rilassato e rilassante di After Its Own Death; la B conclude più che degnamente il CD, con un componimento raccolto degno della miglior Grouper, anche se forse un po’ monotono alla lunga.

In conclusione, Liz Harris prosegue nella composizione di CD caratterizzati da strutture particolari: se “Grid Of Points” era fin troppo breve per essere apprezzato appieno, “After Its Own Death / Walking In A Spiral Towards The House” è invece forse tirato troppo per le lunghe, anche considerando che solo quattro canzoni lo compongono. Insomma, creativamente Grouper/Nivhek è più viva che mai, ma “Ruins” (2014) è inarrivabile.

Voto finale: 7.

2 comments

  1. Manfredi Lamartina · aprile 8, 2019

    American Football, Nivhek, Helado Negro e These New Puritans grandi dischi davvero

    Piace a 1 persona

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