Cosa ci eravamo persi?

Come di consueto, ogni estate A-Rock propone un riassunto dei CD che erano stati da noi trascurati, per imperizia o sovrabbondanza di uscite in un certo periodo dell’anno. Abbiamo recensito i nuovi lavori di Cate Le Bon, Flume, Jeff Tweedy, Jenny Lewis, Holly Herndon e dei Mannequin Pussy. In più abbiamo il più famigerato LP che (non) sia mai uscito, l’esordio di Jai Paul.

Mannequin Pussy, “Patience”

patience

Il terzo disco della band punk statunitense è un pugno nello stomaco fatto di riff potentissimi e testi devastanti sulla fine di una relazione vista dalla parte di una ragazza abusata, impersonata dalla cantante e chitarrista Marisa Dabice.

“Patience” non è tuttavia un CD eccessivamente monocorde, musicalmente parlando: i Mannequin Pussy sono molto abili a mescolare il punk più sanguigno con il power pop degno delle Sleater-Kinney, creando quindi un mix tanto breve (26 minuti) quanto bilanciato. L’inizio è davvero potente: il terzetto composto da Patience, Drunk II e Cream introduce benissimo temi e atmosfere del disco. La successiva Fear + Desire, fra i brani più ambiziosi del lavoro, serve come pausa verso la seconda metà del disco.

La parte finale di “Patience” contiene il brano più appetibile anche dal mainstream: In Love Again è un ottimo brano indie rock, che potrebbe benissimo rientrare nei lavori recenti dei Car Seat Headrest e di Angel Olsen. Insomma, le 10 canzoni di “Patience” spingono l’ascoltatore a scoprire continuamente i rimandi a gruppi ed epoche del passato, ma non per questo motivo i Mannequin Pussy suonano ovvi.

Liricamente, come già accennato, i testi del CD sono a volte davvero duri: la Dabice spesso si abbandona a invettive contro un passato partner, accusato di averla abusata sia fisicamente che attraverso sputi e insulti, che l’hanno fatta sentire oggettivata se non umiliata (sia High Horse che Fear + Desire ne sono chiari esempi). Per questo la già citata In Love Again, che chiude il disco, è una ventata d’aria fresca: un messaggio di ottimismo in un album altrimenti davvero tragico.

Questo “Patience” dunque è davvero un eccellente lavoro: la giovane band statunitense riesce a comprimere in 26 minuti più o meno tutta la storia recente del punk rock, riuscendo ad essere profonda ma mai fine a sé stessa.

Voto finale: 8.

Holly Herndon, “PROTO”

proto

Il quarto album della compositrice americana Holly Herndon è un concept album molto ambizioso e non facile. Tuttavia, ripetuti ascolti svelano un vero e proprio tesoro, ricco di sfumature e dettagli preziosi.

Il tratto più caratteristico di “PROTO” è la presenza, dichiarata fin dall’inizio, dell’intelligenza artificiale: Spawn, questo è il suo nome, fa parte del coro di voci che qua e là compaiono all’interno del lavoro, ad esempio in Canaan (Live Training). È questo uno dei primi dischi fondati in parte sull’IA; in poche parole, un lavoro davvero sperimentale e coraggioso. Se a questo aggiungiamo delle basi elettroniche molto dense, a volte quasi impenetrabili, “PROTO” diviene una vera sfida per gli ascoltatori.

Vero è che, in alcune parti, il CD mantiene una certa venatura pop: Eternal è un ottimo pezzo, che unisce avanguardia e accessibilità. Nondimeno, le parti più ardite hanno la netta prevalenza: le due sessioni di training per Spawn già basterebbero, se poi ci aggiungiamo Alienation e Extreme Love il quadro è completo. In generale, comunque, “PROTO” non è mai sperimentale solo per il gusto di esserlo, anzi la Herndon ha sempre ben chiaro in testa il disegno e il concept dietro l’album. Brani fin troppo arditi come Bridge e Godmother, in tal modo, sono più che compensati da perle come Eternal, Frontier e la conclusiva Last Gasp.

Pertanto, con “PROTO” l’artista americana ha probabilmente raggiunto il picco più estremo di quell’ibrido a metà fra elettronica d’avanguardia e pop sofisticato che ne ha fatto la fortuna. Potrebbe essere un’idea cercare la fortuna nel mondo mainstream, un po’ quello che SOPHIE ha fatto con il suo recente LP “OIL OF EVERY PEARL’S UN-INSIDES”. Intanto godiamoci questo lavoro, uno dei più avveniristi dell’intera decade.

Voto finale: 8.

Flume, “Hi This Is Flume”

flume

Il primo mixtape ad opera del celebre produttore australiano Harley Streten, in arte Flume, segue i due album che lo hanno reso una star dell’EDM, “Flume” del 2012 e “Skin” (2016). Adesso che tutti lo conoscono per il suo lato più commerciale, Flume si è lasciato andare alla sperimentazione e ”Hi This Is Flume”, pur essendo a tratti confuso, è un’aggiunta importante alla sua discografia.

Il mixtape, come sappiamo, è maggiormente utilizzato nel mondo hip hop. Nell’elettronica di solito si privilegiano gli album veri e propri, spesso con un disegno dietro, si vedano i recenti lavori di Jon Hopkins e Daft Punk. Streten con “Hi This Is Flume” invece collabora con artisti emergenti ma già conosciuti del mondo sperimentale e rap, creando canzoni spesso davvero notevoli, anche se come già accennato a volte i risultati possono risultare disorientanti.

Due sono gli immediati highlights, entrambi canzoni con collaboratori: se High Beams beneficia della presenza di HWLS ma soprattutto di Slowthai, il vero capolavoro del CD è How To Build A Relationship, in cui l’elettronica sbilenca di Flume si mischia perfettamente con il rap deciso di JPEGMAFIA. Non male anche Daze, che ricorda Aphex Twin. Al contrario, il remix di Is It Cold In The Water? di (e con) SOPHIE è piuttosto fuori fuoco e ripetitivo, mentre Amber è troppo schizofrenica.

Liricamente, pur essendo un album di musica prevalentemente elettronica, Streten regala alcune perle: la title track è un ironico invito ad ascoltare il CD sui servizi di streaming, con tanto di guida che recita “Tap the artwork to listen and save to your own music collection”. Invece in How To Build A Relationship JPEGMAFIA costruisce una relazione con questa base di partenza: “Fuck are you talkin’ ‘bout?… I caught him at the coffee house and made him walk it out” per poi affermare perentorio: “Don’t call me unless I gave you my number”.

Insomma, una cavalcata non facile, questo “Hi This Is Flume”. Allo stesso tempo, tuttavia, va elogiato lo spirito innovativo di Flume, capace di sovvertire le aspettative su di lui con un mixtape vario ma allo stesso tempo coeso, capace di regalare aria fresca ad un movimento, quello dell’elettronica più glitch e wonky, un po’ in crisi ultimamente.

Voto finale: 8.

Cate Le Bon, “Reward”

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Giunta al quinto album di inediti, la cantautrice gallese sembra aver trovato la propria nicchia. Il mix di folk, psichedelia e art pop ne fa una perfetta alternativa alla statunitense Weyes Blood, ma non per questo “Reward” va ignorato o preso come un lavoro non originale.

La partenza dell’album è decisamente soft: Miami è un pezzo raccolto e semplice, in cui la grazia di Cate è in piena mostra, ricordando Julia Holter. Miami ci riporta inoltre ai suoi primi lavori, scarni ed essenziali, molto lontani da “Reward”; non ci scordiamo poi che la Le Bon ha collaborato con artisti indie del calibro di White Fence e Deerhunter, quindi non è estranea alla sperimentazione.

Malgrado le strumentazioni a volte addirittura barocche del CD, i testi dell’artista gallese sono pieni di riferimenti alla solitudine: la sentiamo cantare “Love you, I love you, I love you, I love you, but you’re not here” nella magistrale Daylight Matters, oppure “You must die a little, you must exercise” in Home To You, quasi un macabro decalogo delle cose da fare giornalmente. Allo stesso tempo, però, nella conclusiva Meet The Man Cate letteralmente torna alla vita: “Back to life” la udiamo dichiarare. Un’affermazione vitale non scontata per lei.

Insomma, un CD contraddittorio sia musicalmente che liricamente. Infatti, accanto alle tranquille Dayilight Matters e Home To You, troviamo il brano quasi punk Magnificent Gestures e la stramba Mother’s Mother’s Magazine. Insomma, non certo un esempio di coerenza, ma questo è anche un tratto affascinante del disco: non saper mai cosa aspettarsi da una canzone all’altra.

In conclusione, “Reward” è l’ideale compimento di un percorso iniziato ormai più di dieci anni fa: Cate Le Bon si conferma un’artista ancora pronta a sperimentare e spaziare all’interno dello scenario pop-rock, con inserti folk e psichedelici che rendono il suo sound, se non unico, decisamente inconsueto.

Voto finale: 7,5.

Jai Paul, “Leak 04-13 (Bait Ones)”

jai paul

La storia di questo CD è una delle più incredibili mai sentite. Jai Paul, nel lontano 2013, era una delle promesse del pop più brillanti: i due singoli pubblicati, Jasmine e BTSTU, avevano fatto faville con la stampa specialistica e lui pareva pronto a spiccare il volo.

L’aprile di quell’anno, però, sconvolse la vita di Jai: l’album venne “leakato”, cioè messo su internet senza l’autorizzazione di Paul, con molti pezzi ancora in fase embrionale. In realtà critica e pubblico rimasero favorevolmente impressionati dai risultati, seppur ancora parziali. Jai Paul, dal canto suo, si rinchiuse in un silenzio ostinato, durato ben sei anni.

È notizia però di questi giorni che il CD, ancora peraltro nella forma rimaneggiata che conosciamo, è stato reso disponibile sui servizi di streaming e Jai ha pubblicato due nuovi singoli. Insomma, il cantautore inglese di origini indiane pare tornato alla vita e alla sua prima passione, la musica.

Messa da parte la storia pazzesca dell’album, un dubbio assale noi ad A-Rock: il disco va valutato per la sua importanza storica (specialmente per R&B e elettronica) o occorre essere imparziali e valutarlo per quello che vale oggi? Il dilemma è ostico, ma vale quanto segue: i brani fatti e finiti di “Leak 04-13 (Bait Ones)” sono pezzi unici, creativi e mai scontati, a testimonianza che davvero Jai Paul sei anni fa era pronto a sconvolgere il panorama musicale col suo mix ipnotico di R&B, pop d’avanguardia ed elettronica raffinata. Ne sono testimonianza la romantica Jasmine (demo) così come la più movimentata Genevieve (unfinished) – le parole fra parentesi ribadiscono la delusione di Jai Paul nel vedersi pubblicare canzoni ancora parzialmente finite, come capirete.

In conclusione, la presenza fin troppo numerosa di intermezzi fini a sé stessi e chiaramente ancora da sgrezzare può rendere l’ascolto del CD a tratti difficoltoso, ma la qualità della maggior parte delle composizioni di maggior durata è notevole. Per questo motivo “Leak 04-13 (Bait Ones)” merita di essere riconosciuto come uno dei più grandi LP che (non) hanno mai visto la luce.

Voto finale: 7,5.

Jenny Lewis, “On The Line”

on the line

Il quarto album solista di Jenny Lewis, già voce in passato dei Rilo Kiley, è un concentrato delle qualità che l’hanno resa un’autrice molto importante del panorama indie statunitense. Mescolando country, rock e pop, Jenny riesce anche a parlare di temi svariati, dalla malattia della madre ad Alice nel paese delle meraviglie.

Sono passati cinque anni da “The Voyager”, la cover è più o meno invariata (tranne il decolleté, ora in bella mostra) e anche lo stile di Lewis non è cambiato: canzoni apparentemente semplici, ma che nascondono dettagli preziosi, e la sua bella voce a fare da collante. Notevoli anche gli ospiti coinvolti: da Beck a Ryan Adams, passando per Ringo Starr.

L’inizio è decisamente sottotraccia: la lunga Heads Gonna Roll è un pezzo country decisamente lontano dai canoni di Jenny, ma non del tutto fuori fuoco. Al contrario, sia Wasted Youth che Red Bull & Hennessy sono perle assolute, al livello dei suoi brani migliori. Altrove troviamo vere e proprie ballate, come Hollywood Lawn e Do Si Do; i pezzi indie rock, che richiamano le canzoni dei Rilo Kiley, sono la già citata Wasted Youth e la title track. Insomma, “On The Line” pare un modo per Jenny Lewis di affermarsi definitivamente come cantautrice e per fare mostra delle sue numerose qualità, di arrangiatrice e di compositrice.

Testualmente, dicevamo, il CD ci porta in numerosi luoghi: le citazioni si sprecano, da Don Chisciotte alla Red Bull, passando per la marijuana e la battaglia eterna fra Beatles e Rolling Stones… Tuttavia, due sono i momenti davvero toccanti: in Wasted Youth Jenny traccia un bilancio della sua vita, affermando di aver sprecato una buona parte della sua gioventù dietro alle droghe invece di badare alle cose davvero importanti. Invece in Little White Dove racconta del momento in cui, presente al capezzale della madre morente, si sente quasi costretta a perdonarla, tanto da poter dire “I’m the heroin”.

Insomma, questo “On The Line” è un LP davvero ambizioso, capace di passare da tematiche leggere ad altre molto delicate, soprattutto per la cantante. In generale non possiamo certo parlare di un capolavoro, ma Jenny Lewis si conferma voce rilevante del mondo musicale statunitense. I suoi album saranno anche distanziati di molti anni l’uno dall’altro, ma visti i risultati probabilmente è il prezzo da pagare per avere lavori freschi e al passo coi tempi.

Voto finale: 7,5.

Jeff Tweedy, “WARMER”

warmer

Realizzato in occasione del Record Store Day (13 aprile), “WARMER” segue di pochi mesi la realizzazione di “WARM”, primo album di inediti a firma Jeff Tweedy, leader dei Wilco. Il CD non è tuttavia da intendersi come una semplice raccolta di b-sides: Tweedy ha chiarito che i dischi sono stati registrati contemporaneamente e indipendentemente l’uno dall’altro.

Le tematiche e i suoni sono del resto affini e anche i risultati si mantengono sullo stesso buon livello; certo, non parliamo dei migliori lavori del suo gruppo, ma insomma Jeff ha dimostrato che anche da solista ci sa fare eccome. La caratteristica che salta all’occhio è la brevità del lavoro: 10 canzoni per 31 minuti di durata è una vera rarità nel panorama attuale. Anche i generi attraversati del resto, dal country al folk-rock, non sono decisamente i più trendy. Tweedy tuttavia è perfettamente a suo agio e “WARMER” suona come un CD onesto e di buon artigianato.

Liricamente, ricordiamo che sia “WARM” che “WARMER” sono direttamente connessi al memoir pubblicato da Tweedy l’anno scorso, Let’s Go (So We Can Get Back), quindi i testi sono spesso molto personali. Ne è esempio Orphan, la canzone iniziale, dove si sente il leader dei Wilco implorare Dio: “Bring them back to me, I will forgive them, let them love me again”, parlando dei suoi genitori. Altrove troviamo riferimenti alla sua gioventù (“When I was young, I wanted a masterpiece” canta in Ultra Orange Room). Musicalmente, il tono medio del disco è di serenità mista a malinconia, quindi il titolo si sposa perfettamente con il fine del CD: creare empatia e riscaldare il cuore dell’ascoltatore.

In conclusione, “WARMER” è un piccolo prodotto da parte di un grande artista: Jeff Tweedy pare perfettamente a suo agio anche nei panni di solista. Vedremo dove lo porterà la prossima avventura dei suoi Wilco, uno dei gruppi indie rock più significativi degli ultimi vent’anni.

Voto finale: 7.

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