Recap: 30/08/2019

Sì, avete capito bene: il 30 agosto 2019 sono usciti così tanti album significativi che ad A-Rock non ci è stato possibile riassumerli nel recap di agosto pubblicato la scorsa settimana. Per questo dedichiamo un articolo ad hoc a questa giornata, che ha visto il ritorno di molti artisti amati da pubblico e critica. Tra di essi abbiamo Lana Del Rey, i Whitney, Ezra Furman e la giovane rapper americana Rapsody.

Lana Del Rey, “Norman Fucking Rockwell!”

lana

Lana Del Rey ha scritto, con “Norman Fucking Rockwell!”, un grandissimo disco, un lavoro che sarà probabilmente visto tra qualche anno come una macchina del tempo verso il 2019. Il CD è un notevole passo in avanti in termini di scrittura, arrangiamenti e ambizione dimostrata dalla cantautrice americana, che compone canzoni epiche per lunghezza (una è quasi 10 minuti) e liriche. In due parole: un capolavoro.

I singoli che avevano anticipato il lavoro erano già invitanti e allo stesso tempo rischiosi: Venice Bitch è un pezzo a metà fra folk e dream pop lungo quasi 10 minuti, Mariners Apartment Complex una canzone pressoché perfetta che avvicina Lana a Joni Mitchell e Leonard Cohen. The Greatest è invece una canzone ambientalista, che scopre anche un lato impegnato politicamente di Lana che non conoscevamo. Infine contiamo Hope Is A Dangerous Thing For A Woman Like Me – But I Have It, già nel titolo una dichiarazione d’intenti, e la cover dei Sublime Doin’ Time. Insomma, un insieme eclettico ed estremamente coraggioso.

Il disco si annuncia come molto articolato: 14 canzoni per 67 minuti sono degni di un disco rap degli ultimi tempi (vero Drake?). Tuttavia, l’impressione di un LP acchiappa-streaming sono spazzati via fin dal primo brano: la title track è un pezzo piano-rock davvero ben strutturato e anticipa la svolta stilistica di Lana, che ha abbandonato quasi totalmente le influenze hip hop del precedente “Lust For Life” (2017) in favore di un suono retrò ma aggiornato ai tempi moderni grazie alla produzione di Jack Antonoff e ad alcuni dettagli (una tastiera qui, un ritmo quasi tropicale là) che cambiano le carte in tavola.

È quasi un peccato terminare il CD, ci si rende conto che “Norman Fucking Rockwell!” è un punto nodale non solo per la carriera di Lana Del Rey, ma probabilmente del pop in generale, specialmente quello degli anni che verranno. Canzoni perfette come Venice Bitch, Mariners Apartment Complex e Love Song già renderebbero un qualsiasi disco interessante; affiancate ad altre perle come Cinnamon Girl e California fanno di “Norman Fucking Rockwell!” un capolavoro fatto e finito.

Lana inoltre, lo sappiamo, ha sempre posto attenzione alle liriche. La sua estetica quasi lynchiana, mescolata a testi spesso molto introspettivi e deprimenti, l’avevano resa un’eroina degli adolescenti problematici. Adesso quest’immagine ingenua della cantautrice è destinata ad essere spazzata via: in California arrivano frasi di autoconvincimento, “You don’t ever have to be stronger than you really are… I shouldn’t have done it but I read it in your letter. You said to a friend that you wished you were doing better”, destinate forse più a sé stessa che ad un tu esterno. Altrove i testi sono esplicitamente introspettivi: “You took my sadness out of context” e “They mistook my kindness for weakness”, contenuti in Mariners Apartment Complex, sono versi più che schietti.

Nella conclusiva Hope Is A Dangerous Thing For A Woman Like Me – But I Have It troviamo tuttavia l’esclamazione più bella: “I have it!”. Lana dà finalmente un messaggio di speranza agli ascoltatori, alla fine di un CD (e al culmine di una carriera) piena di pensieri malinconici e depressi. “Hope is a dangerous thing for a woman with my past” canta Lana, ma se i risultati di questo ritrovato ottimismo sono così straordinari, speriamo che la sua vita continui ad essere serena. “Norman Fucking Rockwell!” avvicina Lana Del Rey ai grandi cantautori della storia della musica, da Bob Dylan a Leonard Cohen a Joni Mitchell, ed è ad ora per distacco il miglior LP dell’anno e uno dei migliori della decade.

Voto finale: 9,5.

Rapsody, “Eve”

eve

Il terzo album della talentuosa rapper Rapsody, reduce dal successo di “Laila’s Wisdom” (2017), nominato anche ai Grammy come miglior album rap, è un album politicamente impegnato, ma non per questo pesante. Anzi, le basi sono in molte occasioni azzeccate e gli ospiti presenti (da GZA a D’Angelo passando per J. Cole) aggiungono ulteriore interesse ad un CD davvero ben fatto.

Le 16 canzoni che compongono l’album sono dedicate ad importanti figure femminili della cultura black: così come “Laila’s Wisdom” era dedicato alla nonna di Rapsody, così “Eve” è un lavoro meno introspettivo e più esposto politicamente, citando personaggi fondamentali del passato e del presente, da Nina Simone a Michelle Obama, passando per Oprah Winfrey.

Se accostiamo questo LP ad altri usciti recentemente, da “LEGACY! LEGACY!” di Jamila Woods a “When I Get Home” di Solange Knowles fino ad arrivare a “HOMECOMING: THE LIVE ALBUM” di Beyoncé, notiamo una nuova consapevolezza e un forte desiderio di rivendicazione da parte delle donne di colore, impazienti di vedersi riconosciuto il loro posto nell’eredità culturale del mondo e che il contributo di quelle che le hanno precedute venga apprezzato appieno.

“Eve” ha successo sia per le basi, sempre coinvolgenti e caratterizzate da mixaggio e arrangiamento impeccabili, sia per la presenza di Rapsody, molto abile a prendersi il palcoscenico quando serve e a cederlo agli ospiti negli altri casi. Ad esempio, ottimo il featuring di Leikeli47 in Oprah, così come il contributo di GZA e D’Angelo in Ibtihaj. L’unico brano inferiore alla media è Whoopy, con una base un po’ monotona alla lunga. Spiccano invece Nina, Cleo e la già citata Oprah.

In conclusione, “Eve” ha giustamente ricevuto giudizi lusinghieri dalla critica. Il rap mai estremo di Rapsody, unito ad elementi soul sempre raffinati, creano un amalgama molto interessante, che rende il disco fondamentale per gli amanti della musica nera.

Voto finale: 8.

Ezra Furman, “Twelve Nudes”

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Il nuovo album del cantautore americano segna una svolta stilistica per lui: al rock cinematico e a tratti barocco del precedente “Transangelic Exodus” (2018) Ezra sostituisce un punk-rock decisamente più immediato, tanto che “Twelve Nudes” (in realtà composto da 11 canzoni) è lungo solamente poco più di 27 minuti.

L’apertura è già indice del mood disperato ma allo stesso tempo sbarazzino del CD: sia Calm Down aka I Should Not Be Alone che Evening Prayer aka Justice sono pezzi che quasi ricordano i Ramones o i primi Clash. I temi affrontati, come sempre con Furman, riguardano l’essere omosessuali al giorno d’oggi: gli abusi subiti e le ferite provocate dagli amori finiti sono i principali. In Calm Down aka I Should Not Be Alone canta “Panic-stricken, sweating in my bed, could someone help me down”, mentre altrove nella tracklist troviamo titoli evocativi come Trauma e My Teeth Hurt.

Musicalmente “Twelve Nudes” è un lavoro molto intrigante, immediato ma con un substrato malinconico se non tragico che aggiunge pepe alla ricetta. In Transition From Nowhere To Nowhere il cantautore ritorna alle sonorità dei suoi precedenti lavori, meno feroci rispetto al punk che pervade “Twelve Nudes”; invece Trauma è quasi hard rock.

In generale, Ezra Furman pare aver trovato con questo LP la definitiva maturità, sia dal lato testuale che da quello di compositore; “Twelve Nudes” regala dettagli nuovi ad ogni ascolto ed entrerà con tutta probabilità nella lista dei 50 migliori dischi del 2019 di A-Rock.

Voto finale: 8.

Whitney, “Forever Turned Around”

whitney

Il secondo album, si sa, può essere un ostacolo insormontabile per artisti che all’esordio avevano creato un classico o quasi, come nel caso dei Whitney. Max Kakacek e Julien Ehrlich (rispettivamente ex Smith Westerns e Unknown Mortal Orchestra) con “Light Upon The Lake” (2016) avevano conquistato i fan dell’indie rock, in particolare gli orfani dei Girls e gli amanti di Beirut e Real Estate.

“Forever Turned Around” suona come la logica continuazione di “Light Upon The Lake”: la produzione è sempre immacolata, le melodie sono dolci e calde, le voci di Kakacek e Ehrlich si mescolano benissimo con il rock intimista dei Whitney. Tutto scorre benissimo quindi, anche troppo: a volte infatti il disco appare fin troppo etereo e ripetuti ascolti rivelano che le 10 canzoni di “Forever Turned Around” hanno un replay value magari non limitato, ma neanche infinito. Ne è esempio perfetto l’innocua Song For Ty.

I testi, al contrario, sono più amari rispetto al vincente esordio; le canzoni restano prettamente estive, ma il cantato è decisamente pessimista. In My Life Alone (il titolo dice tutto) Ehrlich canta di notti passate da solo, guardando il fiume scorrere e aspettando l’alba. Valleys (My Love), una delle canzoni più elaborate dell’album, parla di relazioni finite e sentiamo cantare: “I feel like I’m holding on to a place in your heart that’s long gone”.

In generale, perciò, “Forever Turned Around” non è assolutamente un fiasco. Anzi, probabilmente i Whitney potranno continuare a dormire sonni tranquilli, commercialmente parlando. Creativamente, il CD è un leggero passo avanti in termini di ampliamento della tavolozza sonora della band, sono molto carine ad esempio la strumentale Rhododendron e Valleys (My Love), ma Ehrlich e Kakacek dovranno inventarsi qualcosa di più innovativo se vorranno continuare a cavalcare l’onda a lungo.

Voto finale: 7,5.

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