Recap: novembre 2019

Il mese di novembre, come consuetudine, rappresenta l’ultimo valido per quanto riguarda la composizione della lista dei 50 migliori album dell’anno di A-Rock. Abbiamo recensito i nuovi lavori degli Elbow, di Skee Mask e di FKA twigs. In più abbiamo i ritorni di Mikal Cronin, Andy Stott, Michael Kiwanuka ed Earl Sweatshirt, oltre alla collaborazione Mount Eerie/Julie Doiron e al clamoroso ritorno dei TNGHT. Tuttavia, per gli amanti del rock due sono stati gli eventi imperdibili: il ritorno dei Coldplay e il CD postumo di Leonard Cohen.

FKA twigs, “MAGDALENE”

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La figura di FKA twigs, nome d’arte della britannica Tahliah Debrett Barnett, è tra le più enigmatiche del panorama mondiale del pop e dell’elettronica più raffinata. Misteriosa sì, ma mainstream: fino a qualche mese fa la Barnett era impegnata in una storia con Robert Pattinson, il famoso attore di Twilight. Una storia che, una volta finita, ha lasciato strascichi nella psiche di Tahliah; a ciò aggiungiamo una delicata operazione effettuata per rimuovere dei fibroidi dal suo utero, superata solo recentemente. Insomma, nei quattro anni passati da “M3LL155X” purtroppo la vita non è stata facile per FKA twigs.

Il CD, molto atteso da critica e pubblico, era stato anticipato da singoli molto diversi fra loro: la meravigliosa cellophane è il più bel brano mai creato da FKA twigs, una delicata ballata solo voce e piano, con synth solo accennati. Invece holy terrain, con Future, era quasi trap; infine sad day e home with you si rifacevano, nello stile e nel ritmo, all’esordio di Tahliah, “LP1” (2014).

Musicalmente “MAGDALENE” è un sunto dell’estetica di FKA twigs, ma anche una crescita decisa verso lidi inesplorati: se prima si parlava di lei come di una meravigliosa vocalist e performer, tanto brava a ballare quanto a cantare, vogliosa di esplorare territori elettronici e R&B, adesso FKA twigs è una carta spendibile anche nell’art pop e nell’hip hop meno volgare e scontato, prova ne siano le collaborazioni recenti con Future e A$AP Rocky. Nessuna delle 9 tracce del CD sono fuori posto, la durata è ragionevole (38 minuti) e FKA twigs è in forma smagliante: tutto è pronto per un trionfo. Fatto vero, testimoniato da un capolavoro come la già citata cellophane e da brani solidi come sad day e thousand eyes. Abbiamo in più, a supporto della Barnett, produzione da parte di giganti come Skrillex e Nicolas Jaar, che aggiungono la loro esperienza in campo elettronico per creare textures imprevedibili.

Menzioniamo infine l’aspetto testuale: in “MAGDALENE” l’artista inglese evoca, già nel titolo, la figura di Maria Maddalena, una delle più dibattute nei Vangeli. In alcuni brani emerge il ricordo della storia appena finita con Pattinson: in thousand eyes si sente “if I walk out the door it starts our last goodbye”, mentre sad day evoca il giorno in cui Tahliah ha capito che era finita. Altrove invece appare lo smarrimento che ha colpito la talentuosa performer nei momenti peggiori della sua vita: “I’m searching for a light to take me home and guide me out”, un verso desolante di fallen alien, ne è un esempio chiaro.

FKA twigs era già un nome chiacchierato nella stampa specializzata, ma “MAGDALENE” alza il livello: Tahliah Debrett Barnett supera a pieni voti l’esame secondo album, creando canzoni sempre intricate ma mai fini a sé stesse, ricche di significato universale. Il CD entrerà facilmente nella top 10 di A-Rock, resta solo da stabilire in quale posizione.

Voto finale: 8,5.

Coldplay, “Everyday Life”

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L’ottavo disco dei Coldplay, la celeberrima band inglese capitanata da Chris Martin, è un deciso ritorno alle sonorità del decennio ’00 del XXI secolo, come da molti anticipato? Sì, senza dubbio. Certo, il sound più pop e caleidoscopico degli anni recenti non viene abbandonato, ma per esempio gli eccessi di “A Head Full Of Dreams” (2015) sono accantonati per fare spazio a ritmi più rock e atmosfere più calde, a volte addirittura orchestrali (si senta Sunrise).

Il doppio album si apre con la metà dedicata all’alba, intitolata appunto “Sunrise”. Che “Everyday Life” sia un ritorno ai tempi creativamente gloriosi di “A Rush Of Blood To The Head” (2002), con un po’ di “Viva La Vida Or Death And All His Friends” (2008), è chiarissimo da Church e Trouble In Town: due brani eleganti, semplici ma che crescono ascolto dopo ascolto.

I singoli parevano aver fatto intravedere addirittura il lato sperimentale dei Coldplay: Arabesque ad esempio contiene una parte di sassofono decisamente rilevante, fatto insolito per Martin e soci. Invece Orphans, uno degli highlights immediati del CD, è un pezzo gioioso, che riporta alla memoria Viva La Vida. Il lato più ambizioso del complesso si vede anche in BrokEn, che pare un pezzo di Chance The Rapper col suo incedere gospel e i temi sacri affrontati.

La seconda metà, “Sunset”, potrebbe parere più raccolta come sonorità, data la presenza di pezzi come Cry Cry Cry e Old Friends, ma è anche vero che contiene la hit Orphans e la quasi country Guns, che sembra di ispirazione Johnny Cash e di resa Rolling Stones. Molto interessante poi Champion Of The World, che pare presa da “X & Y” (2005).

Affrontiamo infine l’aspetto lirico: il CD è rilevante anche perché i Coldplay, seppure sempre in maniera discreta, affrontano temi molto importanti, dal controllo delle armi (Guns) ai problemi legati alla brutalità della polizia e al razzismo (Trouble In Town). Insomma, Chris Martin e soci sono ormai persone mature, capaci di affrontare temi non solo legati all’amore, come molte volte sono stati accusati di fare in passato.

In generale, “Everyday Life” è un LP davvero riuscito, con alcuni dei pezzi migliori mai scritti dai Coldplay (ad esempio Orphans) e una voglia di sperimentare, ma con raziocinio, che pareva persa da parte del gruppo britannico, tra sbornie dance (Something Just Like This) e intrallazzi con le stelle dell’R&B (Hymn For The Weekend). È senza dubbio il miglior disco dei Coldplay dal 2008 a questa parte, non una cosa da poco per quattro ragazzi che suonano insieme da 23 anni (!).

Voto finale: 8.

Michael Kiwanuka, “Kiwanuka”

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Il terzo album del cantante soul britannico Michael Kiwanuka è un altro tassello prezioso di una carriera in continua ascesa. Già premiato da critica e pubblico col precedente “Love & Hate” (2016), nominato anche per il Mercury Prize, Kiwanuka mantiene lo stile soul ma anche psichedelico che ne aveva decretato il successo, aggiungendo una produzione raffinata grazie a Inflo e Danger Mouse.

I 14 brani di “Kiwanuka”, come già il titolo preannuncia, sono più personali del passato, tuttavia Michael non si espone fino in fondo: a volte sentiamo frasi come “All I want is to talk to you”, in Piano Joint (This Kind Of Love), oppure “The young and dumb will always need one of their own to lead”, in Light. Mai, però, il talentuoso cantautore va più in là: un modo per mantenersi ermetico o il timore dei giudizi del pubblico?

Conta relativamente, data la bellezza del disco: la delicatezza di Piano Joint (This Kind Of Love) è incredibile, così come la carica di Hero. I 52 minuti del CD scorrono benissimo e ripetuti ascolti svelano sempre nuovi dettagli del lavoro, facendo peraltro assumere alla voce di Kiwanuka un’importanza sempre maggiore. Molto interessante poi la struttura dell’album: gli intermezzi sono numerosi, ma in alcuni casi perfettamente funzionali (ad esempio Hero – Intro introduce perfettamente Hero) e soprattutto nessuno è messo solo per motivi di streaming, cosa purtroppo comune nel mondo hip hop.

In conclusione, il soul ha trovato un nuovo volto: se “Love & Hate” poteva essere un fuoco di paglia, tutti i dubbi sono stati cancellati da “Kiwanuka”, che affianca il cantautore inglese a figure come Temptations e D’Angelo, senza la carica sexy del secondo e la creatività dei primi, ma con una capacità di lavorare sui dettagli almeno simile.

Voto finale: 8.

Earl Sweatshirt, “FEET OF CLAY”

feet of clay

Il nuovo, bravissimo EP a firma Earl Sweatshirt arriva poco meno di un anno dopo “Some Rap Songs”, il CD fino ad ora più riuscito della sua produzione, che ha raggiunto nuovi livelli di creatività e arditezza nell’ambito del rap sperimentale, mischiandolo abilmente con il jazz d’avanguardia. “FEET OF CLAY” pare un estratto di quell’incredibile lavoro: l’EP continua la striscia di pubblicazioni sempre più fuori di testa di Earl, basti sentirsi la base sghemba di EAST.

Il lavoro è composto da 7 brani per 15 minuti di lunghezza: va però sottolineato che solo in un paio di occasioni le canzoni superano i 2 minuti di lunghezza, vale a dire in EL TORO COMBO MEAL e 4N. Il resto dei brani sono quasi degli schizzi in attesa di essere completati, in questo ricordando il Kanye West di “JESUS IS KING”.

Anche tematicamente il disco è un’ideale continuazione di “Some Rap Songs”: in TISK TISK / COOKIES Earl mormora: “The moments that’s tender and soft, I’m in ’em, the memories got strong. But some of them lost”, mentre in EAST fa riferimento ai suoi problem di alcolismo, “My canteen was full of the poison I need”.

In conclusione, “FEET OF CLAY” è un altro rilevante lavoro di Earl Sweatshirt, che si conferma voce veramente unica nel panorama rap contemporaneo. Le sue basi sempre eccentriche, con chiari elementi jazz quando non elettronici, hanno influenzato molti artisti, dagli Injury Reserve a MIKE. Tuttavia, nessuno ha l’onestà intellettuale e la capacità di creare lavori coesi come lui: “FEET OF CLAY” suona contemporaneamente come chiusura di un ciclo e apertura di nuovi orizzonti. Inutile dire che ad A-Rock siamo eccitatissimi.

Voto finale: 8.

Andy Stott, “It Should Be Us”

andy stott

Il nuovo album dell’enigmatico DJ Andy Stott segue di tre anni “Too Many Voices”, un lavoro da molti considerato il più debole della sua produzione, a metà fra techno oscura e passaggi più ariosi. Stott in effetti è sempre stato maestro delle atmosfere dark, interprete di un’elettronica lenta e sincopata, non ballabile ma capace di momenti di vera bellezza.

Molto efficace anche in formato EP (basta sentirsi i due lavori del 2011 “Passed Me By” e “We Stay Together”), il produttore inglese ha definitivamente deciso da che parte stare: le 9 canzoni di “It Should Be Us” sono la perfetta colonna sonora dell’Apocalisse. Le atmosfere sono lugubri come mai nella discografia di Stott, i ritmi sono caratterizzati da bassi opprimenti e batteria quasi post-punk. Le poche voci udibili ricordano il Burial di “Untrue” (2007), esprimendo sensazioni più che parole vere e proprie.

Molto efficaci in questo senso Dismantle e Collapse, mentre è inferiore alla media Promises. In generale il CD è coeso ed è un buon compromesso fra EP e LP in termini di canzoni e durata: 9 pezzi per 46 minuti, pur in un genere così pessimista, non sono difficili da assimilare, fatto che dà ancora più fascino al lavoro.

Andy Stott ha ormai creato uno stile tutto suo, che certo lo tiene lontano dal mainstream ma ne assicura un’immediata riconoscibilità. “It Should Be Us” è un’altra interessante aggiunta ad una discografia che va ormai elogiata come una delle più efficaci nella scena elettronica mondiale.

Voto finale: 8.

Elbow, “Giants Of All Sizes”

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L’ottavo album degli Elbow riprende esattamente dove il precedente “Little Fictions” (2017) aveva lasciato: ritmi decisamente più lenti e contemplativi rispetto agli esordi, testi impegnati ma anche eminentemente personali.

“Giants Of All Sizes” è stato decisamente tormentato durante la sua gestazione: oltre alle ben note vicende britanniche degli ultimi anni (Brexit, incendio della Greenfell Tower, più in generale malessere e rancore) si sono sommate tre morti di persone molto vicine alla band, ossia il padre del frontman Guy Garvey e due collaboratori, Scott Alexander e Jan Oldenburg. Il CD è quindi nei testi a volte molto pessimista e malinconico, ma non per questo nichilista o eccessivamente depressivo.

Già l’apertura del lavoro è decisamente particolare: Dexter & Sinister è una canzone lunga (quasi 7 minuti) e decisamente complessa, anche liricamente, con i riferimenti alle divisioni fortissime della società inglese. Non che il prosieguo del CD sia molto più brillante: solo con Empires i ritmi diventano più sostenuti. Invece i contenuti testuali sono più variegati, come già accennato: in My Trouble compare un elogio tenerissimo della moglie di Garvey, mentre On Deronda Road narra un viaggio che il cantante degli Elbow fece qualche anno fa col figlio. La nota veramente ottimista arriva in chiusura di Weightless, dove Garvey racconta di come il figlio appena nato lo abbia aiutato moltissimo in occasione della morte del padre, facendogli capire l’importanza della vita.

“Giants Of All Sizes” mostra una band ormai matura, contenta della propria posizione all’interno dello scacchiere musicale e ancora capace di produrre canzoni molto interessanti (si ascoltino White Noise White Heat e My Trouble). Il CD non è un capolavoro, ma fa capire una volta di più che gli Elbow hanno ancora qualcosa da dare alla musica.

Voto finale: 7,5.

Mount Eerie feat. Julie Doiron, “Lost Wisdom Pt. 2”

mount eerie

Il nuovo album del cantautore Phil Elverum, meglio conosciuto come Mount Eerie (oltre che ex leader dei Microphones), continua sulla strada tracciata dai due lavori che precedono questo CD, i tragici “A Crow Looked At Me” (2017) e “Now Only” (2018). Ancora è forte il ricordo della moglie Geneviève Castrée, deceduta per un cancro due anni fa, ma anche il breve matrimonio con l’attrice Michelle Williams ha un importante ruolo.

In effetti “Lost Wisdom Pt. 2” è un breakup album: molto spesso nel corso delle 8 canzoni che compongono il CD appaiono immagini legate alla Williams, ad esempio quando in una libreria Elverum si rende conto di quanto la ama, oppure viceversa quando i due capiscono di non poter vivere assieme, lei abituata ai paparazzi e lui invece allergico al pubblico troppo largo.

Da non sottovalutare sono infine due aspetti del disco: la collaborazione con la cantautrice Julie Doiron avviene perfettamente alla pari, come del resto avveniva nel precedente lavoro della serie, “Lost Wisdom” (2008). È un piacere sentire la voce dolce di Mount Eerie mescolarsi con quella altrettanto angelica di Julie, per creare armonie gradevoli anche se non rivoluzionarie. Altro aspetto interessante è la struttura del CD. Il primo brano si intitola Belief, l’ultimo Belief Pt. 2 e riprende esattamente dove il primo aveva lasciato. I pezzi migliori sono proprio la lunga Belief e Love Without Possession, mentre è inferiore alla media la troppo breve Pink Light.

I frequenti cambi di ritmo e il ruolo finalmente tornato importante della chitarra elettrica fanno sì che “Lost Wisdom Pt. 2” non sia mai prevedibile e che i 31 minuti di durata siano ben investiti anche dopo ripetuti ascolti. Certo, il lavoro non raggiunge le vette di sensibilità e magnificenza di “A Crow Looked At Me”, ma è un’altra buona aggiunta ad una discografia ormai imponente.

Voto finale: 7,5.

Leonard Cohen, “Thanks For The Dance”

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Il quindicesimo album a firma Leonard Cohen arriva tre anni dopo la sua morte: un album postumo corre sempre il rischio di suonare falso o, peggio, messo insieme per sfruttare fino alla fine (e anche oltre) la fama del defunto, si vedano le pubblicazioni a firma XXX Tentacion.

“Thanks For The Dance” è in realtà un album onesto da questo punto di vista: curato dal figli Adam assieme a giganti del rock recente come Feist (Broken Social Scene), Bryce Dessner (The National) e Beck, il CD è un modo per dire definitivamente addio ad uno dei più grandi artisti degli ultimi 50 anni e capire ancora una volta come anche i suoi scarti possono creare prodotti interessanti.

Come può apparire scontato, le 9 melodie dell’album, composte nelle stesse session di “You Want It Darker”, hanno sonorità malinconiche e testi carichi di tragici significati, con riferimenti all’Olocausto (Puppets) e alla morte purtroppo imminente (The Hills). Il modo però in cui Cohen consegna questo testamento artistico, pieno di grazia e classe, ce lo fa apprezzare per un’ultima volta.

“You Want It Darker” (2016), composto mentre Leonard lottava contro il cancro, pareva già un ottimo modo di chiudere il cerchio, soprattutto grazie ai poetici quanto tragici versi contenuti in pezzi come la title track e Leaving The Table. Tuttavia, canzoni come Happens To The Heart e The Night Of Santiago rendono “Thanks For The Dance” una buona aggiunta ad una discografia davvero imponente. Certo, la grazia di LP come “Songs Of Leonard Cohen” (1967) oppure “I’m The Man” (1988) era impossibile da replicare, ma il CD è accettabile e, escludendo colpi di coda da parte di eredi spietati o case discografiche senza vergogna, chiude degnamente la carriera di un vero gigante della musica contemporanea.

Voto finale: 7.

Skee Mask, “ISS004”

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La nuova pubblicazione del talento tedesco Bryan Müller, in arte Skee Mask, esplora una parte della sua estetica che fino ad ora era rimasta un po’ nascosta: l’amore per la scena rave e il mondo dei club. Fin dalla prima traccia infatti “ISS004” pare più l’opera di un autore come Autechre piuttosto che di un talento della scena techno/ambient come lui.

Juug è infatti un perfetto esempio di musica ideale per un club di medie dimensioni a notte inoltrata: batteria pulsante, bassi potenti e un ritmo avvolgente che termina quasi come un lento. La seguente Slow Music ha un titolo ingannevole: di tutto stiamo parlando meno che di musica lenta infatti, con i ritmi breakbeat prediletti da Müller in piena forma. Lo stesso dicasi per RZZ, caratterizzata da una base più inquietante ma dagli stessi ritmi ossessivi. La meno convincente del lotto è Play Ha, che pare un calco dei due brani precedenti. Chiude la tracklist Sphere In Total, che riprende la corrente più ambient e contemplativa di Skee Mask.

Il CD è in realtà anche vedibile come un EP lungo: i 5 pezzi fanno pensare al secondo, ma in realtà la durata vicina ai 30 minuti lo rende un album complesso e non assimilabile al primo ascolto. In generale, però, il Nostro si dimostra una volta di più un vero talento della scena elettronica mondiale, capace di spaziare tra ambient, rave e brani più eclettici in maniera scaltra e sempre con risultati interessanti.

Voto finale: 7.

TNGHT, “II”

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Il secondo EP a firma TNGHT arriva ben sette anni dopo l’eponimo esordio. In questo periodo sia Lunice che Hudson Mohawke, i due componenti dei TNGHT, sono in realtà stati molto impegnati. I riflettori si sono giustamente puntati maggiormente sul secondo: le sue frequenti collaborazioni con Kanye West lo hanno reso un produttore molto richiesto nel mondo hip hop.

Nessuno avrebbe bisogno di un nuovo CD del duo, non fosse per un motivo: la scena trap, che i TNGHT hanno aiutato a definire con “TNGHT” (2012), è ormai diventata ubiqua, tanto da soppiantare elettronica e rock fra i più giovani. Quale modo migliore di “festeggiare” questo trend che creare un prodotto che si distanzia molto dal precedente? Nulla da sorprendersi del resto, conoscendo Lunice e Mohawke.

L’unica traccia che ricorda le atmosfere trap di “TNGHT” è Dollaz, davvero folle ma riuscita. Altrove invece abbondano esperimenti elettronici di varia natura, sulla scia dell’ultimo Flume (First Body) e di SOPHIE (Gimme Summn). Se a tutto ciò aggiungiamo la presenza di uno Skit di ben 5 secondi di durata (!!), l’EP diventa una vera follia, ma davvero gradevole.

I TNGHT paiono davvero divertiti da “II”: due famosi produttori che si danno alla pazza gioia in studio possono portare risultati tremendi oppure assurdamente buffi. Questo lavoro rientra nella seconda categoria: non parliamo certo di capolavoro, ma passare 22 minuti in compagnia di Hudson Mohawke e Lunice non è mai una perdita di tempo.

Voto finale: 7.

Mikal Cronin, “Seeker”

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Il quarto disco solista di Mikal Cronin, fidato collaboratore di Ty Segall, ricalca le orme del precedente “MCIII” (2015): strumentazione più barocca del solito passato garage rock, ritmi più lenti e canzoni più mature. I risultati non sono sempre perfetti, mostrando una evoluzione nell’estetica di Mikal che non ci fa ben sperare per il suo futuro.

Laddove “MCII” (2013) aveva messo in mostra l’innata abilità di Cronin di comporre canzoni a metà fra power pop e indie rock, con la vetta forse irraggiungibile di Weight, già in “MCIII” si erano intravisti limiti nella sua estetica: le canzoni troppo barocche decisamente non si adattano bene a lui. Si sperava che in “Seeker” si trovasse un equilibrio fra le due componenti, questo tuttavia accade solo in parte: il problema risiede principalmente negli arrangiamenti a volte troppo prevedibili (Show Me), altre fin troppo arzigogolati (Shelter). I brani che davvero stupiscono favorevolmente sono Fire e la breve Caravan, ma non portano il CD ad essere pienamente apprezzabile.

È un peccato, infatti Mikal Cronin continua ad essere un talentuoso musicista, che non per caso collabora con il vero dio del garage rock, Ty Segall, contrastandone probabilmente le tendenze più metallare per creare quei gioielli per cui Ty è molto stimato da pubblico e critica. Come autore però Cronin pare aver perso il filo, “Seeker” infatti raggiunge a malapena la sufficienza… Vedremo il futuro dove lo condurrà, certo un ritorno alle radici garage rock non sarebbe un peccato.

Voto finale: 6.

Recap: ottobre 2019

Anche ottobre è finito. Un mese trionfale per gli amanti del rock, che ha visto le nuove uscite dei Noel Gallagher’s High Flying Birds, Nick Cave & The Bad Seeds, Foals, Angel Olsen e dei Wilco. Abbiamo però anche il nuovo CD di Danny Brown, dei DIIV e dei Girl Band. Da segnalare poi i nuovi LP di Vagabon e Floating Points. Abbiamo infine due sorprese assolute: il secondo album in un anno dei Big Thief e il ritorno dei Chromatics, sette anni dopo “Kill For Love”.

Nick Cave & The Bad Seeds, “Ghosteen”

ghosteen

Il nuovo doppio album di Nick Cave, come sempre assieme ai fidati Bad Seeds, chiude la trilogia idealmente iniziata con “Push The Sky Away” (2013). Gli ultimi anni non sono stati facili per la band australiana: nel 2015 il figlio di Nick, Arthur, è tragicamente morto a causa di una caduta da una scogliera, mentre l’anno scorso il pianista della band Conway Savage è deceduto a causa di un tumore.

Insomma, gli antecedenti di “Ghosteen” facevano pensare ad un lavoro ancora più tragico e disperato del precedente “Skeleton Tree” (2016), che già era carico di significato essendo stato composto appena dopo la morte di Arthur. Nick Cave sceglie di procedere nelle sonorità quasi ambient dei due CD precedenti, convogliando però anche messaggi positivi, di accettazione della morte e di ricerca di una vita dopo la tragedia, quasi un contraltare ideale al pessimismo devastante di “Skeleton Tree”.

Il grande cantautore ha descritto il primo disco come “i figli”, mentre i tre lunghi brani che creano la suite conclusiva (e l’intero secondo capitolo) sono “i padri”. Come non riconoscere un rimando alla tragica situazione di Nick Cave? Del resto, i testi contengono riferimenti numerosi alla vicenda e in generale alla storia recente della band: in Hollywood, che chiude il secondo CD, si narra la fiaba indiana di Kisa, una donna a cui muore il figlio e che cerca in ogni modo di riportarlo in vita, sia affidandosi alla religione buddhista che alle credenze popolari. Alla fine del brano arriva l’ammissione più candida: “It’s a long way to go to find peace of mind”.

Altrove però, dicevamo, Nick e soci trovano conforto nella vicinanza degli altri: in Waiting For You lui e la moglie analizzano le differenti prospettive di far fronte alla morte di una persona cara, con il cantautore che dichiara “I just want to stay in the business of making you happy”. Una dichiarazione d’amore fortissima e delicata. Infine, in altre parti del monumentale doppio album (11 pezzi per 73 minuti), troviamo riflessioni sul potere dell’arte (Spinning Song) e come sognare un mondo diverso da quello che abbiamo ereditato non sia una debolezza (Bright Horses).

In conclusione, non è facile entrare nel discorso di Nick Cave & The Bad Seeds, specialmente se si è neofiti del gruppo, uno dei più importanti degli ultimi decenni in campo rock. Giunto al 40° (!!) anno di una carriera trionfale, Nick Cave è ancora un uomo tormentato, ma per motivi diametralmente diversi rispetto alla gioventù. Il fatto che sappia scrivere testimonianze così personali e toccanti, mantenendo un’integrità artistica totale, è segno che siamo di fronte ad un vero genio della musica. “Ghosteen” non sarà il suo miglior CD, ma si aggiunge ad un’eredità già colossale non peggiorandola. Non un risultato di poco conto.

Voto finale: 8.

Big Thief, “Two Hands”

two hands

Il secondo album in un anno degli statunitensi Big Thief è un ritorno al rock. Se il precedente “U.F.O.F.” era un CD prettamente folk, che rielaborava idee presenti nell’esordio solista della leader del gruppo Adrianne Lenker “abysskiss” (2018), questo “Two Hands”, registrato dal vivo, torna alle sonorità di “Capacity” (2017), per creare con “U.F.O.F.” una coppia di dischi di altissimo livello, da parte di un gruppo che sta lavorando al massimo delle proprie potenzialità.

L’inizio del lavoro è eccellente: le sognanti Rock And Sing e Forgotten Eyes sono ottimi pezzi indie rock, che riportano alla mente il folk-rock di Neil Young, con la bellissima voce della Lenker a creare un’atmosfera sospesa fra meraviglia e inquietudine, dati i testi mai facili, che parlano di sofferenza e passione senza vergogna. L’unico pezzo più debole è proprio la title track, mentre la lunga Not è il brano più ambizioso in un lavoro davvero pregevole. Molto interessante la struttura del CD: i primi e gli ultimi pezzi nella scaletta sono i più quieti, mentre l’accoppiata NotShoulders, piazzata a metà, è la sferzata più rockettara.

I Big Thief non stanno reinventando l’immaginario indie rock, come alcuni critici molto entusiasti si sono spinti a proclamare; certamente però l’abilità vocale e alla chitarra di Adrianne Lenker li distinguono chiaramente dai loro contemporanei. Non una cosa da poco, in un panorama musicale sempre più stereotipato: il caso Big Thief è la piena dimostrazione che il duro lavoro paga. Chapeau.

Voto finale: 8.

Danny Brown, “uknowhatimsayin¿”

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Il quinto album di Danny Brown, uno dei rapper più originali degli ultimi anni, è una summa di tutte le caratteristiche che lo rendono unico. Voce nasale, versi al limite dell’indecente alternati a scherzi assurdi e altri introspettivi, basi del tutto fuori di testa, flow inarrestabile: troviamo questo e molto altro in “uknowhatimsayin¿”, che già dal titolo si preannuncia folle. La produzione affidata a pezzi da 90 come Q-Tip (A Tribe Called Quest), Flying Lotus e JPEGMAFIA rendono la ricetta ancora più intrigante, così come la collaborazione con i Run The Jewels in 3 Tearz e quella con Blood Orange in Shine.

I tratti puramente sperimentali di alcune parti del disco lo rendono un osso difficile da masticare, soprattutto al primo ascolto: mentre “Old” (2013) aveva basi quasi danzerecce nella seconda parte, questo lavoro vira verso il lato più ardito di Danny, con esempi virtuosi in Dirty Laundry e Theme Song. Mancano allo stesso tempo anche le atmosfere disperate di “Atrocity Exhibition” (2016), a tutt’oggi il suo album più celebrato, in cui Brown metteva in mostra tutta la sua fragilità e le sue dipendenze.

Troviamo infatti anche versi davvero divertenti, che immediatamente entrano in testa all’ascoltatore: “I ignore a whore like an email from LinkedIn”, contenuto in Savage Nomad, ne è il più chiaro esempio. Altrove ritorna il pensiero della morte, ma in maniera più ironica, quasi leggera rispetto al passato: “I’mma die for this shit like Elvis” canta il rapper statunitense in Combat.

Il CD, per quanto ricercato e a tratti assurdo, è assimilabile relativamente in fretta data la sua brevità: 11 canzoni in 33 minuti sono un’ulteriore dimostrazione della posizione davvero unica occupata da Danny Brown nel mondo hip hop. I pezzi migliori sono la già ricordata Dirty Laundry e la title track, mentre sono inferiori alla media Best Life e Negro Spiritual.

In conclusione, “uknowhatimsayin¿” dimostra ancora una volta l’inventiva senza freni posseduta da Danny Brown. Ormai alla soglia dei 40 anni, il talentuoso rapper non pare per nulla intenzionato a adagiarsi sugli allori: non avrà ancora esaudito il sogno espresso nel suo CD “XXX” (2011), quando diceva di voler diventare “the greatest rapper ever”, ma di certo il rispetto di critica e fans non fanno che crescere album dopo album.

Voto finale: 8.

Angel Olsen, “All Mirrors”

all mirrors

Il nuovo album della cantautrice americana Angel Olsen la trova impegnata in una radicale giravolta artistica, ma questa non è certo una novità per lei: se le origini della sua estetica vanno cercate nel folk rock, già in “Bury Your Fire For No Witness” (2014) la svolta verso l’indie rock era stata netta. Il suo più bel lavoro, “My Woman” (2016), conteneva invece elementi prog e synth pop mai fuori luogo.

“All Mirrors” è un pregevole CD art pop: seguendo il percorso tracciato da Kate Bush e ispirandosi probabilmente anche ad artiste contemporanee come Florence And The Machine e Julia Holter, la Nostra ha portato il suo sperimentalismo verso territori orchestrali, a volte davvero incontenibili, come nella sontuosa Lark. Del resto, anche il singolo All Mirrors aveva anticipato questa svolta, ma essere stata in grado di non cadere nel cliché del pop orchestrale più trito e ritrito, evitando di compiacersi troppo, è un merito non banale.

Il lavoro è ottimo non solo per la continua ricerca da parte di Angel, ma anche per la concisione: “All Mirrors” infatti consta di 11 pezzi per 48 minuti complessivi, creando un insieme coeso e ben strutturato, in cui è un piacere affondare. I pezzi migliori sono l’iniziale Lark e la più semplice Spring, mentre sotto la media (altissima) del CD abbiamo Impasse e la pur intrigante Endgame.

In conclusione, il 2019 resterà significativo per il mondo pop più sofisticato: nello stesso anno sono usciti lavori magnifici da parte di Weyes Blood, Lana Del Rey e Angel Olsen. Tre artiste ambiziose, che sono al culmine delle proprie qualità, in continua tensione verso il perfetto disco pop del XXI secolo. Chissà che una di loro non ci arrivi, prima o poi… Di certo Angel Olsen dimostra una caratura come cantautrice che la eleva al di sopra di quasi tutte le sue coetanee.

Voto finale: 8.

Floating Points, “Crush”

crush

Il nuovo lavoro di Sam Shepherd, in arte Floating Points, riparte esattamente dove avevamo lasciato l’artista inglese quattro anni fa con “Elaenia”: elettronica calda, elegante, solo a tratti pronta per la pista da ballo, sulla falsariga di capisaldi come Aphex Twin e Caribou.

In realtà Shepherd non è artista che riposa sugli allori: gli ultimi anni lo hanno visto produrre mix intrisi di jazz e rock (“Late Night Tales” quest’anno), colonne sonore (“Reflections – Mojave Desert del 2017) ed EP di varia lunghezza (su tutti “Kuiper” del 2016). Insomma, un’iperattività non scontata; i risultati peraltro sono sempre stati molto interessanti, facendo di Floating Points un nome importante nel panorama della musica elettronica, tanto da permettergli di essere scelto come spalla nel tour degli xx del 2017.

“Crush” si apre con l’interlocutoria Falaise: un insieme di sintetizzatori e percussioni à la Skee Mask che non si adatta completamente all’estetica di Floating Points. Molto meglio i due brani seguenti, la danzereccia Last Bloom e la raccolta Anasickmodular. Intrigante la struttura di “Crush”: il CD infatti consta di 12 brani per 44 minuti, con una chiusura divisa in due parti (Apoptose) e due brevi intervalli posti al centro del disco, Requiem For CS70 And Strings e Karakul, che dividono quasi il lavoro in due metà speculari.

I brani migliori sono la già citata Anasickmodular e LesAlpx, che si avventura in territori techno; buonissima anche Bias. Invece, inferiore alla media Falaise. Il CD non crea grandi cambiamenti nello scenario della musica elettronica mondiale, ma conferma Sam Shepherd come un nome da tenere d’occhio, pronto a sbocciare definitivamente.

Voto finale: 8.

DIIV, “Deceiver”

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Il terzo album degli americani DIIV è il loro lavoro più duro, sia come liriche (finalmente intellegibili quasi completamente) che come sonorità. Il tour con i Deafheaven durante cui il CD è stato composto si dimostra una grande fonte di influenza per Smith e compagni, che più volte virano dall’abituale dream pop all’hard rock di Pixies e Sonic Youth.

Zachary Cole Smith aveva descritto il precedente lavoro come la storia di una persona che esce dalle dipendenze: “Is The Is Are” (2016), pur nella sua lunghezza eccessiva, era il lavoro di una band sicura dei propri mezzi e pronta a spiccare il salto definitivo verso lo stardom. Tuttavia, il frontman dei DIIV era caduto nuovamente nei propri demoni, facendo di “Deceiver” un album sicuramente arrabbiato, ma con liriche che delineano uno Zachary mai pronto ad arrendersi alle proprie debolezze.

La doppietta in apertura di CD, Horsehead e Like Before You Were Born, mette in evidenza quella mezza rivoluzione stilistica che tanto serviva ai DIIV: voce di Smith finalmente chiara, chitarroni alla Queens Of The Stone Age, base ritmica potente. I risultati possono a primo acchito parere eccessivamente duri, ma a lungo andare il CD ben si sposa con le tematiche affrontate (lotta alle dipendenze, incertezza sul proprio futuro).

Lo shoegaze muscolare che rappresenta la nuova veste dei DIIV trova il suo pieno compimento in Skin Game, non a caso primo singolo di lancio di “Deceiver”. Altri brani riusciti sono la più compassata Between Tides e Acheron; invece convince meno Taker.

In generale, i DIIV hanno compiuto quel radicale stacco nel loro stile già promesso in passato ma mai pienamente realizzato. Il CD non è chissà quanto innovativo per il genere, ma questa nuova versione dei DIIV non ha nulla da invidiare alla precedente. Vedremo dove porterà il gruppo in futuro; di certo il gruppo statunitense si conferma fra le realtà più solide dell’indie rock made in USA.

Voto finale: 7,5.

Girl Band, “The Talkies”

the talkies

I Girl Band sono tornati dopo quattro anni dall’esplosivo “Holding Hands With Jamie”. La mutazione avvenuta nella band è evidente: mentre l’esordio del gruppo irlandese si rifaceva al post-punk anni ’80, “The Talkies” è pienamente inserito nel noise contemporaneo, con chiari rimandi ai Daughters e agli Swans.

Il noise ha dimostrato nel corso del 2019 un’insolita vitalità: accanto ai Girl Band abbiamo anche avuto il devastante esordio dei black midi, “Schlagenheim”, a testimonianza di una scena vivace. “The Talkies” si apre in maniera davvero inquietante: Prolix consta solamente di sospiri, sempre più ansiogeni, da parte del frontman Dara Kiely sopra suoni frammentari. La successiva Going Norway è invece il pezzo più accessibile dell’album, con la strumentazione dei Girl Band al pieno del suo fulgore.

La struttura del CD è abbastanza straniante: i 12 brani alternano pezzi sotto i due minuti ad altri molto articolati, con Prefab Castle che addirittura supera i 7 minuti. Non è poi un progetto per tutti: i riff di chitarra sono esclusivamente a supporto di un sound scuro, quasi apocalittico, in cui il precario stato mentale del frontman del complesso irlandese è in primo piano.

L’estesa pausa fra “Holding Hands With Jamie” e “The Talkies” è infatti in parte dovuto alla grande fragilità di Kiely, forza motrice dei Girl Band ma anche membro più irrequieto del gruppo. Nel corso del lavoro, più che affrontare direttamente le proprie fobie, il Nostro fa capire all’ascoltatore cosa si prova ad essere costantemente sull’orlo del burrone. Ne sono esempio Aibohphobia (sulla paura dei palindromi) e l’inquietante Salmon Of Knowledge.

“The Talkies” non raggiunge le vette di “Schlagenheim”, nondimeno i Girl Band dimostrano un’ottima abilità camaleontica: il passaggio da band punk, con riff selvaggi, a complesso noise non è stato indolore, ma i risultati premiano Kiely e compagni. Vedremo dove li porterà la loro prossima incarnazione, sperando che non richieda altri 4 anni e che Dara Kiely trovi un po’ di pace.

Voto finale: 7,5.

Chromatics, “Closer To Grey”

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Il nuovo album dei Chromatics ha un alone mistico: annunciato a più riprese con il titolo “Dear Tommy”, anticipato da presunti singoli, alla fine “Dear Tommy” non ha mai visto la luce, almeno per ora. Al suo posto abbiamo “Closer To Grey”, caratterizzato come il settimo album del gruppo malgrado sia il sesto ufficialmente uscito: le tematiche e le ritmiche sono le stesse di “Kill For Love”, il loro capolavoro del 2012, architrave del synth-disco pop degli anni ’10. I risultati non sono altrettanto sorprendenti, ma di certo il disco non è un cattivo lavoro.

Come “Kill For Love” cominciava con una cover (Hey Hey My My di Neil Young, col nome di Into The Black), anche “Closer To Grey” comincia con una reinterpretazione di un capolavoro del passato: stavolta tocca a The Sound Of Silence, il mitico brano di Simon & Garfunkel, rivisto in chiave elettronica e decisamente più oscura. La seconda traccia, You’re No Good, è effettivamente trascurabile, mentre la title track è il primo vero highlight del CD.

Rispetto al suo predecessore, “Closer To Grey” dura esattamente la metà (45 minuti vs 90), ma sconta anche un diminuito effetto sorpresa e, come già accennato, delle sonorità ormai conosciute al pubblico: sette anni si pensava potessero portare rivoluzioni in casa Chromatics, invece l’estetica della band è rimasta la stessa. A seconda del tipo di ascoltatore, può essere una buona o una brutta notizia; un punto di vista neutro probabilmente lo vede più come una debolezza che una forza.

I brani migliori del lotto sono Closer To Grey e Light As A Feather, mentre deludono un po’ You’re Not Good e la nenia Move A Mountain, che rompe il ritmo del lavoro. Da sottolineare poi la lunga Touch Red e la monumentale On The Wall, che arriva a addirittura oltre gli 8 minuti, a dimostrazione di un’ambizione non banale dei Chromatics.

In conclusione, “Closer To Grey” pare il tipico album di un complesso ormai rispettato e con un seguito fedele: un tuffo nella propria comfort zone, in mezzo alle tastiere e alle chitarre soffuse che rendevano speciale “Kill For Love”. Il CD non è assolutamente da buttare, ma considerati i proclami spavaldi del passato del leader Johnny Jewel, quando affermava che “Dear Tommy” sarebbe stato il manifesto definitivo dei Chromatics, vedere ora un lavoro umile per certi versi come “Closer To Grey”, almeno all’inizio, è un po’ straniante. Chissà che presto non veda la luce l’ormai mitico “Dear Tommy”? Nell’attesa godiamoci questo lavoro, non perfetto o radicale, ma certo affascinante.

Voto finale: 7,5.

Foals, “Everything Not Saved Will Be Lost Part 2”

foals

I Foals avevano annunciato che avrebbero fatto le cose in grande: il 2019, in effetti, ha già visto una pubblicazione a loro nome, la prima parte del progetto “Everything Not Saved Will Be Lost”, pubblicata a marzo. Se il primo capitolo giocava con ritmi quasi dance-punk, questa seconda parte torna alle sonorità più aggressive di “Holy Fire” (2013), ben sintetizzate dai singoli di lancio Black Bull e The Runner.

Le due parti formano così un ideale doppio CD dei Foals: il complesso britannico è sempre stato maestro nello stare all’intersezione fra indie rock, elettronica e ritmi più punk, tanto che i loro singoli migliori sono divisi quasi in parti uguali fra queste tre classi: da Spanish Sahara a Inhaler, passando per My Number e Mountain At My Gates, i riferimenti sono costanti, ma i risultati si sono sempre mantenuti più che sufficienti.

Il lavoro parte con un’intro quasi dream pop, Red Desert, che un po’ ricorda la Moonlight di “Everything Not Saved Will Be Lost Part 1”. Subito dopo però arriva la brillante The Runner, che suona quasi come un pezzo dei Black Keys. Altri highlights sono la potentissima Black Bull e 10,000 Feet, mentre Wash Off e Like Lightning non convincono appieno. Da menzionare infine la suite finale Neptune, un’Odissea di 10 minuti fra rock, elettronica e ambient (!), confusa forse ma certo non banale.

In conclusione, “Everything Not Saved Will Be Lost Part 2” è un degno seguito alla prima parte del progetto. I Foals si confermano una delle band indie rock d’Oltremanica più affidabili in termini di solidità dei propri CD, nondimeno come sempre nella loro carriera manca qualcosa per avere un LP davvero definitivo, malgrado i grandi voti ricevuti da molta stampa specializzata, soprattutto inglese. A conti fatti, la Parte 2 pare meglio costruita della Parte 1, ma sorge un sospetto: avessero creato un unico disco con i migliori brani dei due CD, avremmo forse il migliore lavoro di sempre dei Foals? Domanda purtroppo destinata a rimanere senza risposta.

Voto finale: 7,5.

Vagabon, “Vagabon”

vagabon

La prova del secondo album può essere difficile, lo sappiamo, specialmente per coloro che sono stati baciati dal successo già al primo sforzo. Laetitia Tamko, in arte Vagabon, ha avuto questa fortuna: l’esordio del 2017 “Infinite Worlds” le aveva aperto le porte del successo, almeno all’interno dell’indie rock. Il suo stile delicato e gentile, che mescolava elementi dell’indie anni ’00 con il dream pop caro ai DIIV, aveva reso il CD molto interessante.

“Vagabon”, in realtà, era nato con un diverso titolo: “All The Women In Me” pareva il nome scelto per il disco, però poi la Tamko aveva deciso di dare importanza al sé piuttosto che agli elementi esterni, cambiando in corso d’opera anche i titoli ad alcune canzoni della tracklist. I risultati sono effettivamente più intimisti rispetto ad “Infiniet Worlds”, aggiungendo caratteri interessanti alla palette sonora di Vagabon.

Emblematica la ballata In A Bind: pare più una canzone di Sufjan Stevens ai tempi di “Illinois”, tanto è folk. Invece altrove affiorano delle parti dell’estetica synth pop che non appartenevano in alcuna maniera alla versione 1.0 di Vagabon: ad esempio ciò è evidente in Flood. I pezzi migliori sono proprio Flood e In A Bind, mentre delude Home Soon, troppo solenne. Curiosa infine la struttura circolare di “Vagabon”: il primo pezzo, Full Moon In Gemini, è richiamato dall’ultimo, chiamato Full Moon In Gemini (Monako Reprise).

In conclusione, il secondo LP di Laetitia Tamko non è per nulla il tipico seguito di un lavoro di successo da parte di un’artista che si trova improvvisamente analizzata nei minimi dettagli da critica e pubblico. Sarebbe stato facile ritornare al comodo indie rock di “Infinite Worlds”; invece Vagabon ha deciso per una svolta, non radicale ma certamente forte. I risultati richiedono ascolti numerosi per essere colti appieno, ma non deluderanno i fan della giovane artista americana di origine camerunense.

Voto finale: 7.

Wilco, “Ode To Joy”

ode to joy

L’undicesimo album dei veterani dell’alternative rock Wilco prosegue nel solco tracciato dal precedente “Schmilco” (2016); le 11 canzoni sono infatti ridotte all’essenziale e grande attenzione è posta sulla voce, sempre più suadente col passare del tempo, del frontman Jeff Tweedy.

L’ispirazione del CD va anche cercata nei due recenti LP solisti di Tweedy, “WARM” (2018) e “WARMER” (2019): un folk-rock apparentemente molto tranquillo e semplice, ma che in realtà nasconde arrangiamenti da non sottovalutare e messaggi non banali. Ad esempio, nascosti tra le pieghe dell’album troviamo invettive contro il nazionalismo imperante in America (Citizens) ma anche elogi della solitudine (Quiet Amplifier).

Per godere appieno dei frutti di “Ode To Joy” sono necessari più ascolti: ad esempio, il lavoro egregio svolto dal batterista Glenn Koche e dal chitarrista Nels Kline, specialmente per sostenere i brani più fermi, ad esempio Bright Leaves e Citizens, è chiaro solo dopo varie sessioni. Va detto peraltro che sono i brani più movimentati i veri highlight del lavoro, come Everyone Hides e Love Is Everywhere (Beware).

Il CD quindi non è un capolavoro, ma i fan della band troveranno pane per i loro denti. I Wilco, dal canto loro, proseguono una carriera quasi trentennale con un altro LP di buon artigianato, che manterrà alta la bandiera della band ancora per qualche tempo.

Voto finale: 7.

Noel Gallagher’s High Flying Birds, “This Is The Place”

this is the place

Il secondo EP del 2019 di Noel Gallagher arriva, chissà se casualmente, solo poche settimane dopo il ritorno sulla scena del fratello Liam, che con “Why Me? Why Not.” si è prepotentemente riportato al centro del panorama del rock vecchio stile.

L’EP continua l’apertura a ritmi quasi sperimentali, dati i canoni dei fratelli-coltelli Gallagher, già intravista peraltro nel riuscito “Who Built The Moon?” (2017). L’iniziale This Is The Place è un buon singolo, quasi psichedelico e a tratti vicino agli LCD Soundystem. La seguente A Dream Is All I Need To Get By è invece decisamente più allineata sugli Oasis di inizio XXI secolo. Infine, l’ultimo inedito Evil Flower è quasi krautrock e rimanda a “Dig Out Your Soul” (2008), ultimo LP degli Oasis. Abbiamo poi due remix, rispettivamente di This Is The Place ed Evil Flower, che in verità non aggiungono molto a “This Is The Place”.

Ribadiamo che la scelta di pubblicare 3 brevi EP in un solo anno è quantomeno opinabile e non ha portato molta fortuna a chi l’ha intrapresa in precedenza, vedi i Green Day del 2012. Diluire così la qualità di un potenziale discreto CD, allungando il brodo di ogni pubblicazione con due evitabili remix, non pare lungimirante. “This Is The Place” non è un cattivo lavoro, ma è lontano dalle migliori opere del maggiore dei Gallagher. Questa volta ha vinto Liam.

Voto finale: 6,5.

La versione gospel di Kanye West? Un (mezzo) fiasco

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Un primo piano del famosissimo rapper Kanye West.

Dopo miriadi di rinvii, polemiche, cambi di nome, annunci di pubblicazione poi smentiti dai fatti, finalmente Kanye West ha pubblicato il seguito del discusso “Ye” del 2018. “JESUS IS KING” è l’album gospel anticipato da Kanye in varie interviste prima della pubblicazione, il CD in cui si dichiara “non più schiavo” di sesso e moda, ma pronto a servire il Signore. Ma è davvero un disco al livello dei precedenti del geniale rapper di Chicago?

Il disco nasce con strane premesse: inizialmente Kanye avrebbe dovuto pubblicare “Yandhi”, un album per così dire “laico”, sulla falsariga dei precedenti. Tuttavia, dapprima il progetto era stato posticipato, poi definitivamente accantonato, per poi finire su internet sotto forma di bootleg. Al suo posto abbiamo questo “JESUS IS KING”, che teoricamente (ma con lui mai dirlo con certezza) precede “JESUS IS BORN”, che verrà pubblicato naturalmente a Natale. L’artista americano ha deciso, come suo solito, di fare le cose in grande: a “JESUS IS KING” hanno collaborato, come produttori o collaboratori nelle canzoni, i Clipse (cioè Pusha-T e suo fratello No Malice), Ty Dolla $ign, Timbaland e Francis Starlite (Francis And The Lights).

jesus is king

Messe da parte le chiacchiere, analizziamo la struttura del disco: seguendo un trend già visto con le sessioni del Wyoming dello scorso anno, West crea un prodotto molto breve (11 canzoni per 27 minuti), con alcuni brani che sembrano semplici bozze, si sentano Closed On Sunday e Follow God. Il problema è che questa sensazione di precarietà non fa giustizia a canzoni che parrebbero in realtà molto promettenti: la stessa Closed On Sunday sarebbe stata bene in “808s & Heartbreak” (2008). Anche altrove troviamo indicazioni intriganti: On God è buona, Hands On col suo beat sghembo pare presa dalle b-sides di “Yeezus” (2013).

Testualmente, ricordiamo l’avvenuta ri-conversione di West; i temi cristiani sono sempre stati più o meno presenti nella sua musica, basti pensare alla hit Jesus Walks del 2004 o a molte canzoni di “The Life Of Pablo” (2016). Tuttavia, mai un suo LP era stato così marcatamente religioso: Follow God prende un sample dalla canzone gospel Can You Lose By Following God, in On God si chiede “How you got so much favor on your side?”, rispondendosi “Accept him as your lord and savior”. La stessa On God contiene un riferimento alla polemica per antonomasia scatenata da Kanye negli ultimi mesi, quella sulla schiavitù dei neri nell’America dei secoli scorsi, “Thirteenth Amendment, gotta end it, that’s on me”. Insomma, West non si è stancato di essere discusso, nel bene quanto (ultimamente più spesso) nel male.

Creativamente, così come “Ye”, “JESUS IS KING” non entrerà nella top 50 dell’anno di A-Rock, per quanto poco conti comunque un segnale che qualcosa si è rotto. Il Kanye che rompeva qualsiasi schema precostituito nell’hip hop e ispirava artisti come Drake, Bon Iver e Kendrick Lamar ha lasciato il posto a un personaggio dei media, più interessato a far parlare di sé che al risultato finale. Questa nuova attenzione alla religione sarà una nuova, estrema mossa di marketing o un cambiamento sincero? Questo è il problema: con West non sappiamo più cosa è vero e cosa no. E quando un artista perde l’autenticità, per quanto si sia amato in passato, non merita più della sufficienza, anche per un lavoro per certi versi rivoluzionario e non completamente fuori controllo come “JESUS IS KING”.

Voto finale: 6.