Recap: febbraio 2020

Febbraio è stato un mese davvero ricco di uscite rilevanti. A-Rock non ha lesinato, come del resto è consuetudine, i propri sforzi: recensiremo i nuovi lavori di Grimes, Liam Gallagher, Destroyer, A.A.L. (Against All Logic) e il disco postumo di Mac Miller. In più abbiamo i nuovi CD dei Green Day, di King Krule e di Denzel Curry. Buona lettura!

Destroyer, “Have We Met”

have we met

Il tredicesimo album del veterano del soft rock Dan Bejar, in arte Destroyer, è uno dei lavori più compiuti a suo nome. Se da sempre il marchio Destroyer è sinonimo di canzoni affascinanti e raffinate, con “Have We Met” Bejar continua il suo percorso nel mondo synth-pop in maniera impeccabile, segnando un highlight che è anche il primo album rock davvero riuscito dell’anno.

La decade 2010-2019 aveva visto Destroyer creare lavori sempre più lontani dalle sue radici folk-rock per portarsi verso lidi più raffinati, ispirati ai Roxy Music e al mondo synth degli anni ’80 (Sade su tutti). “Kaputt” (2011) era stato il picco creativo del periodo, ancora oggi annoverato fra i dischi migliori dello scorso decennio. Bejar aveva in seguito proseguito in quel percorso con i riusciti “Poison Season” (2015) e “ken” (2017), ma con ritorni inevitabilmente minori, anche commercialmente parlando.

“Have We Met” senza dubbio non è in linea coi tempi, dominati da trap e hip hop, ma soddisferà gli amanti del soft rock più nostalgico e del progetto Destroyer: pezzi come Crimson Tide, The Raven e The Man In Black’s Blues sono fin da subito standout del CD. Solo la ballata The Television Music Supervisor è fuori contesto e abbassa la media di “Have We Met”.

Proprio questa canzone però ha anche il testo più poetico forse dell’intera produzione di Dan Bejar: un produttore musicale, ormai sul letto di morte, riflette sulla propria vita e sui rimorsi che ha ancora dentro di sé, lasciando però la scena irrisolta tanto che l’ultimo verso è “I can’t believe…”. Che il musicista sia spirato?

Altrove troviamo messaggi quasi politici, fatto inusuale per un CD dei Destroyer: “Just look at the world around you… actually no, don’t look!”, contenuta in The Raven, è l’esempio più chiaro. In The Man In Black’s Blues abbiamo un ritorno del Bejar più astratto: “When you’re looking for Nothing and you find Nothing, it is more beautiful than anything you ever knew”.

In conclusione, “Have We Met” è il miglior LP del progetto Destroyer dal 2011 ad oggi e conferma Dan Bejar come voce irrinunciabile del panorama rock.

Voto finale: 8,5.

A.A.L. (Against All Logic), “Illusions Of Shameless Abundance” / “2017-2019”

Uno dei tanti alias del celebre musicista cileno Nicolas Jaar ci fa capire, ancora una volta, che siamo di fronte ad un talento unico nel circuito della musica elettronica mondiale. Unendo i suoi istinti più sperimentali con ospiti di spessore (FKA Twigs, Lydia Lunch), Jaar con questo doppio appuntamento EP/LP sembra anticipare musica sempre più visionaria.

Il breve lavoro “Illusions Of Shameless Abundance” si compone di sole due tracce: la title track pare un’introduzione, fatta di atmosfere club completamente destrutturate. Invece Alucinao, che vanta la presenza di FKA Twigs, è ben più ambiziosa: ricordando le atmosfere dell’Aphex Twin più discotecaro ma anche Autechre e Skee Mask, la traccia è allo stesso tempo la più danzereccia e la più sperimentale mai partorita da Nicolas Jaar, sotto qualsiasi moniker egli abbia mai usato.

L’EP non è chiaramente il piatto forte del 2020 di A.A.L. (Against All Logic), con Jaar che ha già dato alla luce “2017-2019”, erede di quel “2012-2017” che è un capolavoro recente della musica house.

Il CD non ricalca in realtà le atmosfere house dell’illustre predecessore: Jaar infatti introduce elementi industrial nel sound del suo progetto, creando un prodotto meno caldo ma non meno intrigante. L’inizio di Fantasy è in effetti diverso dalle canzoni house di “2012-2017”, ma la canzone entra sottopelle con facilità. Idem per la seguente If Loving You Is Wrong, più accogliente. Una novità rilevante e benvenuta è la brevità del lavoro: 9 canzoni per 45 minuti sono decisamente più digeribili dei 66 minuti di “2012-2017”.

In poche parole, Nicolas Jaar si conferma punto fermo della scena elettronica mondiale: dall’elettronica minimal, quasi ambient di “Space Is Only Noise” (2011) passando per il progetto “Darkside” (2013) con Dave Harrington, caratterizzato da atmosfere più rock, arrivando fino a “Sirens” (2016) e i due CD di A.A.L. (Against All Logic), il musicista cileno non ha mai fallito un appuntamento.

Voto finale: 8.

Grimes, “Miss Anthropocene”

miss anthropocene

Il quinto disco della cantautrice canadese Claire Boucher, in arte Grimes, la trova ad un passaggio fondamentale non solo della propria carriera, ma dell’intera sua vita: fidanzata di Elon Musk, uno dei più noti miliardari del mondo, nonché incinta di otto mesi dell’inventore della Tesla, in che condizione avremmo trovato Grimes in “Miss Anthropocene”?

Il CD arriva a cinque anni dal pluripremiato “Art Angels”, uno dei dischi pop più eccentrici degli ultimi anni, caratterizzato da vocine da bamboline, collaborazioni eccellenti (Janelle Monáe su tutti) e sterzate su generi diversi rispetto al pop etereo e sognante che caratterizzava “Visions” (2012), il primo vero LP di successo a firma Grimes. “Miss Anthropocene” da questo punto di vista continua la sperimentazione, con riferimenti a nu metal, folk ed elettronica da rave che parevano lontane dalla Grimes che avevamo lasciato nel 2015.

Tematicamente, “Miss Anthropocene” già dal titolo ci fa capire il messaggio fondamentale che l’artista canadese vuole trasmettere: il global warming è pericoloso, ci vorrebbe una dea che cadesse sulla Terra per sanare le dispute inutili fra noi umani e salvare il pianeta. We Appreciate Power, primo singolo poi non inserito nella versione ufficiale del disco (ma presente in quella deluxe), presentava addirittura una Intelligenza Artificiale che avrebbe soggiogato l’Uomo per renderlo finalmente in grado di capire le conseguenze delle proprie azioni sul pianeta.

Una visione quindi controversa, che non sarà apprezzata da molti; tuttavia Grimes, ormai personalità pop ben in vista e rispettata da pubblico e critica, ha sempre fatto le cose a modo suo, senza curarsi delle reazioni degli altri. Basti ripensare a Oblivion, in cui cantava senza paura dello stupro subito in giovanissima età, evento che l’ha segnata indelebilmente.

Musicalmente, “Miss Anthropocene” è un trionfo: pur essendo una logica continuazione di “Art Angels”, come già detto, Grimes non lesina con gli esperimenti, cercando di stupire in ogni momento l’ascoltatore durante i circa 40 minuti di durata del disco. Brani come l’iniziale So Heavy I Fell Through The Earth e Darkseid, quasi hip hop, sono highlights immediati; ma anche il singolo Violence e 4ÆM sono notevoli. Leggermente inferiore My Name Is Dark, troppo dura come atmosfere per mescolarsi alla vocetta da cartoon di Claire Boucher.

In generale, tuttavia, Grimes si conferma nome fondamentale della scena pop alternativa del XXI secolo. “Miss Anthropocene” è un’aggiunta di valore a un catalogo ormai di spessore.

Voto finale: 8.

Denzel Curry, “13LOOD 1N + 13LOOD OUT MIXX” / “UNLOCKED”

I due brevi EP pubblicati nel giro di un mese dal rapper di Miami Denzel Curry, astro nascente della scena trap più alternativa, mostrano un artista al top: le basi sono durissime, in questo ricordando “TA13OO” (2018), il CD che fece conoscere Denzel a un pubblico ampio. A ciò aggiungiamo collaborazioni efficaci e abbiamo due fra gli EP più eccitanti degli ultimi anni.

Il primo ad essere pubblicato in ordine temporale, “13LOOD 1N + 13LOOD OUT MIXX”, è davvero breve: 8 pezzi che arrivano a malapena ai 13 minuti di durata, spesso connessi uno con l’altro tanto che è difficile dire dove uno finisce e il nuovo inizia. A colpire sono specialmente la durissima XX – CHARLIE SHEEN – XX, con la collaborazione di Ghostemane, e la più dolce XX – WELCOME TO THE FUTURE – XX. Nessuna però è scarsa, tanto da creare un disco quasi punk: potente, immediato e breve, che impone ascolti in serie.

Il secondo EP è intitolato (?) “UNTITLED” e vanta la collaborazione di Kenny Beats, da molti riconosciuto come il nuovo Madlib: che Denzel Curry sia il suo Freddie Gibbs? Non siamo di fronte ad un nuovo “Bandana” (2019), ma senza dubbio il CD è riuscito: meno aspro rispetto a “13LOOD 1N + 13LOOD OUT MIXX”, mantiene però alto il livello delle basi con inserti jazz che rendono l’insieme imprevedibile. I pezzi migliori sono Take_it_Back_v2 e Track07, poi in generale valgono le considerazioni fatte anche per il precedente lavoro: la brevità rende necessario più di un ascolto per apprezzare appieno i dettagli delle poche ma intricate canzoni.

In poche parole, Denzel Curry è destinato a scrivere pagine importanti dell’hip hop degli anni ’20 del XXI secolo: questi due EP ne sono un’ulteriore dimostrazione.

Voto finale: 7,5.

Liam Gallagher, “Acoustic Sessions”

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Il minore dei fratelli Gallagher ha sorpreso i propri fans. Il 31 gennaio ha infatti pubblicato un EP molto prezioso per i numerosi orfani degli Oasis, delle sessioni acustiche dove, armato quasi solo di chitarra, Liam reinterpreta alcuni successi recenti e lontani nel tempo del suo sterminato canzoniere.

I richiami ai maestri del passato, su tutti i Beatles, sono come sempre numerosi, ma Liam riesce a dare nuova linfa a brani ormai classici come Stand By Me e Cast No Shadow, ma anche a pezzi più recenti come Once e Meadow. Colpisce che fra i remix non trovino spazio tracce dell’esordio solista “As You Were” (2017), così come dei Beady Eye, ma tant’è.

Il lavoro è in ogni modo godibile e ci regala una versione non proprio famosa di Liam: quella del cantante intimista, capace di dare profondità alle canzoni con chitarra, voce e solo occasionalmente batteria. Testimonianza ulteriore del suo carisma e del talento vocale del Nostro. “Acoustic Sessions” è quindi un EP imperdibile per tutti i fans dei Gallagher, sia insieme che solisti.

Voto finale: 7,5.

King Krule, “Man Alive!”

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Il terzo album di Archy Marshall a firma King Krule segue di tre anni il bellissimo “The OOZ”, ad oggi il più completo e ambizioso lavoro del musicista inglese. Ricco di canzoni indelebili e liriche profonde quanto drammatiche, “The OOZ” era il manifesto artistico di un giovane che già da anni era nell’occhio del ciclone per quanto riguarda le attese poste su di lui da critica e pubblico.

“Man Alive!” è un CD decisamente più focalizzato ma allo stesso tempo meno visionario di “The OOZ”: mentre quest’ultimo mescolava rock, punk e jazz per creare un ibrido sperimentale ma allo stesso tempo accessibile (basti sentirsi le meravigliose Dum Surfer e Czech One), il nuovo lavoro di Archy è più ruvido e flirta con sonorità care a Tom Waits e Nick Cave.

L’inizio è decisamente mosso: fino al breve intermezzo The Dream King Krule compone canzoni di puro rock and roll, con Stoned Again come highlight. La seconda parte del lavoro è invece più raccolta; influenzato forse anche dalla recente paternità, infatti, Marshall compone quasi canzoni d’amore, non fosse per quegli elementi dissonanti sempre presenti nei pezzi firmati King Krule. Esemplare a questo proposito la chiusura di Please Complete Thee.

Il CD non alienerà sicuramente le simpatie meritoriamente guadagnate da Archy Marshall nel mondo del rock alternativo, tuttavia difficilmente conquisterà nuovi fans. “Man Alive!” pare quasi un album di transizione, curato e affascinante, ma mancante di quel qualcosa che rendeva “The OOZ” così speciale.

Voto finale: 7,5.

Mac Miller, “Circles”

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Il CD postumo del rapper Mac Miller, deceduto per overdose l’estate del 2018, è una degna conclusione ad una carriera di discreto successo, interrotta troppo presto e capace di lasciare un’impronta duratura nell’estetica rap contemporanea.

“Circles” in realtà non pare neanche un album propriamente hip hop: Mac infatti canta piuttosto che rappare, eccetto che in poche tracce, in questo somigliando al Tyler, The Creator di “IGOR” (2019). Circles, ad esempio, è una traccia quasi pop, in cui Miller mette in mostra la sua vena più romantica. Anche I Can See è molto meditativa. Più mossa è invece Blue World.

A colpire sono poi, ahimè, le liriche, come sempre in un LP postumo: una particolarmente beffarda suona “To everyone who sell me drugs: don’t mix it with that bullshit, I’m hopin’ not to join the 27 Club”, contenuta in Brand New. Anche altrove notiamo messaggi più o meno impliciti di malinconia: “My god, it go on and on just like a circle, I go back to where I’m from” (So It Goes) e “Sometimes I get lonely, not when I’m alone, but it’s more when I’m standin’ in crowds that I’m feelin’ the most on my own” (Good News).

La buona notizia è che, a differenza delle operazioni di sciacallaggio effettuate dai gestori dell’eredità di XXXTentacion, Mac Miller suona perfettamente sé stesso in “Circles”, che anzi è un CD compiuto, non perfetto ma certo gradevole e una degna conclusione ad una carriera che meritava miglior fortuna.

Voto finale: 7.

Green Day, “Father Of All…”

father

Al tredicesimo album di inediti, i Green Day pubblicano il loro lavoro più stringato, soli 26 minuti di pura energia e molte canzoni sotto i 2 minuti. I risultati deluderanno coloro che si aspettavano un’opera politica sul modello di “American Idiot” (2004), ma il gruppo americano era da tempo che non suonava così divertito e divertente, rendendo “Father Of All…” un CD breve ma intenso e, soprattutto, riuscito.

Va poi ricordato che il disco arriva a 4 anni da “Revolution Radio”, la rinascita dopo la sfortunata trilogia del 2012 composta da “¡Uno!”, “¡Dos!” e “¡Tre!”. Malgrado non fosse un capolavoro, quel lavoro era un ritorno alle origini per i Green Day, forse conservatore ma non malvagio. Invece “Father Of All…” prova a sperimentare, un po’ quello che Billie Joe Armstrong e compagni fecero nei primi anni del nuovo millennio. Ne sono testimonianza Junkies On A High, che pare quasi un pezzo dei Black Keys, e la title track, in cui Armstrong pare imitare Jack White.

I pezzi che spiccano sono proprio Father Of All… e Oh Yeah!, ma in realtà nessuno è fuori fuoco (forse inferiore alla media Take The Money And Crawl). Certo, i Green Day brillanti e irriverenti di “Dookie” (1994) sono ormai scomparsi, ma “Father Of All…” si aggiunge alla loro ormai pesante eredità senza intaccarla.

Voto finale: 7.

3 comments

  1. Vincenzo Federico · febbraio 29, 2020

    Belle recensioni. Personalmente nel disco di Grimes penso che My name is dark sia il pezzo migliore, la sua cupezza non la trovo tanto lontana ad esempio dalla traccia iniziale.

    Piace a 1 persona

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