Recap: aprile 2020

Anche aprile è terminato. Un altro mese di quarantena, parzialmente mitigata dai numerosi dischi interessanti usciti in questo periodo. Ad A-Rock abbiamo analizzato i nuovi dischi di Thundercat, Fiona Apple e Yves Tumor, oltre all’improvviso doppio CD dei Nine Inch Nails. Abbiamo poi i ritorni di Hamilton Leithauser, Laura Marling e degli Strokes, per finire con il mixtape di Drake e la svolta elettronica dei Car Seat Headrest.

Fiona Apple, “Fetch The Bolt Cutters”

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Il nuovo, attesissimo album della cantautrice Fiona Apple segue di ben otto anni il magnifico “The Idler Wheel”, ma non è la prima volta che Fiona fa attendere lungamente i suoi fans. Basti pensare che fra “The Idler Wheel” e il precedente “Extraordinary Machine” (2005) erano passati sette anni! Insomma, l’artista americana ama fare le cose perbene, prova ne sia la venerazione che i critici e il pubblico hanno per lei, che la rendono una figura popolare malgrado la vita ritirata e le rare apparizioni pubbliche.

“Fetch The Bolt Cutters” (letteralmente “vai a prendere le cesoie”) è un album rivoluzionario, tanto che ci sentiamo di dire serenamente che, nell’ambito pop-rock, raramente si era sentito un CD tanto dissonante quanto attraente. Mescolando percussioni sempre potenti con l’abilità al pianoforte e canora che tutti le riconosciamo, Fiona Apple narra storie tanto tragiche quanto a tratti ironiche, creando un prodotto certo non facile ma irrinunciabile per gli amanti della musica più ricercata e d’avanguardia.

Come già accennato, questa caratteristica ambizione in “Fetch The Bolt Cutters” non è fine a sé stessa: anzi, Fiona (basti sentire Ladies e Cosmonauts) non rinuncia a creare melodie armoniose, che cercano un pubblico ampio. Invece pezzi più arditi come la title track e Shameika rappresentano un biglietto da visita per la parte più visionaria dell’estetica della cantautrice.

Una parte fondamentale di “Fetch The Bolt Cutters” è rappresentata dai testi: Fiona infatti mescola dettagli veramente tragici (“You raped me in the same bed your daughter was born in” canta in For Her) con altre parti più leggere, tanto da sentirla cantare in Relay “I resent you for presenting your life like a fucking propaganda brochure”, oppure “There’s a dress in the closet, don’t get rid of it, you look good in it. I didn’t fit in it, it was never mine… it belonged to the ex-wife of another ex of mine” (in Ladies). Pura poesia, peraltro cantata magnificamente dalla Apple, capace di assumere tonalità angeliche oppure più dure a seconda della circostanza.

Il disco, pur complesso, è quindi uno dei primi lavori veramente irrinunciabili del 2020: mescolando pianoforte, art pop e momenti quasi sperimentali, Fiona Apple in “Fetch The Bolt Cutters” continua nella sua esplorazione musicale, ampliando un’estetica che già aveva flirtato in passato col jazz e il rock alternativo. Potremmo trovare molti artisti, donne e uomini, accostabili per un motivo o per un altro alla Nostra: Kate Bush, Joni Mitchell, Leonard Cohen, St. Vincent e la premiata ditta John Lennon/Yoko Ono sicuramente sono fra questi. La verità, però, è che nessuno suona come Fiona Apple, nel passato e nel presente della musica leggera. Per chi possiamo dire lo stesso?

Voto finale: 9.

Yves Tumor, “Heaven To A Tortured Mind”

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Il musicista di origine americana Yves Tumor, ora di base a Torino, è giunto al quarto album di inediti circondato dall’ammirazione di una larga fetta della critica più influente. Capace di mescolare abilmente ambient, musica sperimentale e rock in dischi via via più accessibili, Sean Bowie (questo il vero nome di Yves Tumor) era atteso al varco: sarebbe stato capace di allargare i propri orizzonti e, magari, anche il proprio pubblico, senza perdere la legittimità e integrità guadagnate nel passato recente?

La risposta è un sonoro sì. Pur non rinunciando alla parte più d’avanguardia della propria estetica, Yves riesce infatti a virare verso un rock con richiami agli anni ’80 (Kerosene!, a cui collabora la cantante R&B Diana Taylor) e al noise (Medicine Burn). I pezzi “commerciabili” non mancano, si senta la delicata nenia Strawberry Privilege a riguardo, a dimostrazione che Sean Bowie (dal cognome altamente evocativo) non rinuncia a piacere al grande pubblico quando ne ha la possibilità.

Rispetto al precedente “Safe In The Hands Of love” (2018), il CD è più focalizzato su un solo genere: se da un lato questo regala più coesione, dall’altro spiacerà agli amanti dei lavori più spericolati dell’artista statunitense. Spiccano particolarmente l’iniziale Gospel For A New Century e Super Stars, che avrebbero potuto essere composte da Prince o da Moses Sumney. I 12 brani (per 36 minuti) scorrono sempre bene, senza cadute di qualità, a testimonianza di un LP davvero riuscito.

In conclusione, “Heaven To A Tortured Mind” è ad oggi il disco più compiuto di Yves Tumor, un artista tanto misterioso quanto talentuoso. E se tuttavia, malgrado l’innegabile bellezza, questo lavoro non fosse ancora il manifesto definitivo di Sean Bowie? Lo scopriremo col tempo, per ora accontentiamoci di uno dei migliori lavori di rock sperimentale della nuova decade.

Voto finale: 8,5.

The Strokes, “The New Abnormal”

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Il primo album in 7 anni (!) degli Strokes, non contando il brevissimo EP “Future Present Past” del 2016, è il più convincente CD del celebre gruppo newyorkese dall’ormai lontano “Room On Fire” (2003). Gli Strokes sembrano infatti nuovamente motivati come ai bei tempi, dopo una decade 2010-2019 davvero travagliata.

Julian Casablancas e soci paiono davvero divertirsi nel corso delle 9 tracce di “The New Abnormal”: al solito indie rock smaliziato (Bad Decisions) si affiancano canzoni dove la batteria di Fabrizio Moretti è addirittura assente (At The Door), oltre a brani molto anni ’80, pieni di synth e in salsa new wave (Brooklyn Bridge To Chorus, Eternal Summer). Sono evidenti le influenze sperimentate ultimamente da Casablancas nel suo progetto parallelo, i Voidz, ma tutti e 5 gli appartenenti agli Strokes sembrano motivati a tornare ai loro livelli migliori, da troppo tempo lontani.

L’ambizione del lavoro è evidente da vari fattori: la copertina di Basquiat è un deciso cambiamento rispetto al passato minimale in fatto di cover del gruppo; la tracklist compatta nel numero ma non nella struttura delle canzoni (che spesso superano i 5 minuti); il falsetto di Casablancas ancora più presente che in passato… in più aggiungiamo dei singoli di lancio (specialmente Bad Decisions) davvero intriganti. Mettiamo Rick Rubin alla produzione e il quadro è ancora più eccitante.

Già probabilmente lo sapevamo, ma “The New Abnormal” ne è un’ulteriore dimostrazione: quando i ragazzi sono davvero concentrati sanno produrre CD sempre interessanti. Così era, ovviamente, per il classico “Is This It” (2001) e per “Room On Fire”, ma anche il controverso “Angles” (2011) aveva momenti di indubbia grandezza (Under Cover Of Darkness su tutti). Solo in “Comedown Machine” (2013) gli Strokes erano davvero sembrati allo stremo.

“The New Abnormal” potrebbe essere l’inizio della rinascita della band così come la lettera d’addio ai fans vecchi e nuovi; in ogni caso godiamoci il miglior LP del complesso statunitense negli ultimi 15 anni, pieno di novità e sorprendentemente coeso malgrado la varietà di suoni rinvenibili nel corso del CD. Complimenti, Casablancas e soci: non pensavamo di dire “che gran disco degli Strokes!” in questi anni bui per la band, una bella sorpresa in tempi di Coronavirus del resto era necessaria.

Voto finale: 8.

Laura Marling, “Song For Our Daughter”

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L’artista inglese si conferma una delle migliori cantautrici dei nostri tempi. Mescolando Joni Mitchell e Bob Dylan con una spruzzata di Leonard Cohen, Laura Marling riesce in “Song For Our Daughter” a mantenere fede alla nomea di “ragazza prodigio” con un CD folk coeso e suonato magnificamente, che rivaleggia con il lavoro dello scorso anno di Aldous  Harding, “Designer”, come miglior disco di folk contemporaneo degli ultimi anni.

In realtà il titolo è ingannevole: Laura Marling, da poco entrata nei 30 anni, non ha una figlia, tuttavia sentiva il bisogno di dedicare queste melodie alle più giovani, inserendo nelle liriche riferimenti alla condizione femminile e speranze per gli anni a venire. La sentiamo cantare in Only The Strong “I won’t write a woman with a man on my mind… Hope that doesn’t sound too unkind”, ma anche “I love you goodbye, now let me live my life” in The End Of The Affair. I risultati, lo ripetiamo, sono ottimi: “Song For Our Daughter” mescola abilmente pezzi più rock (Held Down) con ballate solo piano e strumenti classici come il violino (Blow By Blow) in maniera egregia.

I pezzi migliori del lotto sono la vibrante Alexandra, che apre magnificamente il lavoro, e la title track; ma sono molto belle anche Held Down e la simpatica Strange Girl. Invece leggermente inferiore alla media Fortune, un po’ prevedibile. Ma nessun brano è fuori posto, tanto da far passare i 36 minuti del CD in maniera leggera e serena.

“Song For Our Daughter” non reinventa il genere, come magari invece aveva fatto il CD dei Fleet Foxes “Crack Up” (2017), ma è piuttosto il culmine di una produzione sempre più raffinata. Laura Marling aveva impressionato il mondo già 18enne con l’esordio “Alas, I Cannot Swim” (2008) e aveva poi continuato a produrre LP di qualità e giustamente premiati anche dalla critica. Mentre il precedente “Semper Femina” (2017) era più combattivo, sia come sonorità che come liriche, “Song For Our Daughter” è una piccola perla di semplicità e grazia. Qualità davvero fondamentali in un CD pubblicato in periodo di quarantena forzata.

Voto finale: 8.

Thundercat, “It Is What It Is”

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Avevamo lasciato Thundercat nel 2017 nel suo momento migliore. “Drunk” era un lavoro tanto ambizioso quanto riuscito, lungo oltre un’ora ma sempre coinvolgente, che metteva in risalto tutta l’abilità di bassista oltre che di compositore di Stephen Bruner.

“It Is What It Is” è un CD decisamente diverso: molto più breve, più eccentrico del predecessore e forse mancante di quelle intuizioni che avevano reso “Drunk” così accattivante. Non è tuttavia da considerarsi un brutto disco, semplicemente Thundercat pare meno ispirato e più autoreferenziale; e nemmeno i numerosi ospiti presenti (Childish Gambino, Steve Lacy, Kamasi Washington e Ty Dolla $ign fra gli altri) rendono il lavoro imperdibile.

Come sempre con Bruner, la struttura del CD è quantomeno stralunata: accanto a canzoni molto lunghe e articolate (la title track) troviamo intermezzi che arrivano a malapena al minuto di durata (How I Feel e Existential Dread). Ancora una volta compare il tema della perdita, ormai ricorrente nella discografia di Thundercat: se prima piangeva l’amico Austin Peralta, adesso oggetto delle sue riflessioni è il compianto Mac Miller (Fair Chance). Accanto ad esso tuttavia Bruner affianca liriche più frivole, dedicate a cartoni animati del passato (Dragonball Durag) e incontri con donne equivoche in Russia (Overseas).

I generi frequentati dal Nostro sono il jazz e il funk soprattutto, con improvvise sterzate alla Prince fra uno e l’altro (si ascolti la ballata Unrequited Love) aiutate dall’abilità al basso di Bruner, capace di aggiungere spessore anche a brani piuttosto banali. Il fascino del CD è proprio in queste piccole perle, tanto belle quanto difficili da assimilare in una struttura tanto frammentata.

“It Is What It Is” è per questo motivo un LP difficile da apprezzare al primo ascolto, ma ripetute sessioni premiano l’ascoltatore paziente, forse non quanto accadeva con “Drunk” ma certamente con un lavoro ricco di inventiva e mai prono ai trend del mercato discografico.

Voto finale: 7,5.

Drake, “Dark Lane Demo Tapes”

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Il nuovo mixtape di Drake è stato annunciato su Instagram e pubblicato nello spazio di una sera. La superstar canadese non è nuova ad annunci così “particolari”, ma certo avrà fatto ancora più piacere ai suoi fans sapere che un altro disco è in arrivo in estate.

“Dark Lane Demo Tapes” raccoglie molti dei singoli pubblicato ultimamente da Aubrey Graham, da Toosie Slide a War, passando per When To Say When e Chicago Freestyle. In particolare, questi ultimi due parevano tornare agli alti livelli di “If You’re Reading This It’s Too Late” (2015), mentre il grande successo di Toosie Slide pare più legato al facile ritornello che alla canzone in sé (davvero brutta). Menzione poi per gli artisti coinvolti nel progetto: da Future a Young Thug, passando per Playboy Carti e Chris Brown, ancora una volta Drake non ha lesinato nel costruire un supporting cast di livello.

Il lavoro, dato anche la pubblicazione apparentemente frettolosa, potrebbe apparire a prima vista poco curato, ma con Drake sappiamo che non è mai il caso. I suoi CD possono essere prolissi (si vedano “Scorpion” e “Views”), ma mai tirati via. Anche “Dark Lane Demo Tapes” non fa eccezione: i brani sono questa volta in numero contenuto (14) e la durata è accettabile (appena sotto i 50 minuti). Le atmosfere tornano ai primi lavori di Drake, da “Take Care” (2011) a “Nothing Was The Same” (2013): basi raccolte, un po’ di trap qua e là (si vedano le collaborazioni con Future Desires e D4L) e testi alternativamente egocentrici o nostalgici.

Verrebbe da dire: il solito Drake, ma non è un peccato, anzi. Aubrey è poi riuscito a mescolare atmosfere ben note con esperimenti più o meno riusciti, dalla trap pesante di D4L alla scena UK dell’hip hop in War. I risultati non sono sempre a fuoco, ma mostrano un artista in grado di tirare fuori ancora ottime cose.

Drake ha promesso un progetto estivo più succinto, dunque aspettiamoci per una volta un CD sintetico dalla star dello streaming compulsivo. Se “Dark Lane Demo Tapes” è un modo di mettere da parte un po’ di tracce “riempitivo” (come Time Flies e Landed) per riservare il meglio all’album vero e proprio, ben venga. Già così, però, Drake pare tornato a buoni livelli.

Voto finale: 7.

Hamilton Leithauser, “The Loves Of Your Life”

hamilton

Il nuovo disco di Hamilton Leithauser, fino al 2012 frontman dei Walkmen e poi autore di due buoni album solisti (da ascoltare soprattutto la collaborazione con Rostam Batmanglij “I Had A Dream That You Were Mine” del 2016), continua la sua esplorazione delle vecchie canzoni popolari degli anni ’60. Troviamo un gusto per il rock and roll così come di band più recenti come i Last Shadow Puppets che rendono “The Loves Of Your Life” non innovativo ma certamente godibile.

Registrato praticamente del tutto nello studio provato di Leithauser, il CD è composto da 11 brani per 42 minuti complessivi di durata: le canzoni scorrono molto bene, sono coese una con l’altra e i testi di Hamilton sono sempre interessanti. I temi portanti sono già chiari dal titolo del lavoro: l’amore, l’amicizia e occasionalmente la perdita delle persone care. Esemplari a questo proposito Isabella, in cui la protagonista si sente così sola che il Nostro canta “I wanna be there with her, ’til they all go riding home”; oppure la più triste Wack Jack, in cui il cantautore piange un amico morto prematuramente: “Years from today, when your name is just a name and my love is a couple candles, twinkling on your cake… That burn won’t hurt you anymore”.

La bella voce di Hamilton Leithauser si conferma poi punto di forza della sua estetica: duttile, espressiva e ben amalgamata con i numerosi cori femminili presenti nel corso dell’album, sorregge spesso canzoni non perfette (si senta a questo proposito Don’t Check The Score). I brani migliori sono la deliziosa Isabella e Stars & Rats, mentre come già detto convince meno Don’t Check The Score.

In generale, “The Loves Of Your Life” è un buon disco indie rock. Certo, l’ex membro dei Walkmen non aggiunge nulla ad una scena già sovraffollata, ma mantiene intatto il suo fascino e l’abilità di prendere melodie apparentemente già sentite per tirarne fuori qualcosa di sempre interessante.

Voto finale: 7.

Nine Inch Nails, “Ghosts V: Together” / “Ghosts VI: Locusts”

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I Nine Inch Nails sono ormai un’istituzione del rock alternativo. Partiti da un ibrido fra musica industrial e metal, i NIN sono passo passo arrivati a lidi più sperimentali, quasi ambient. Prova ne sia la serie “Ghosts”, iniziata con i primi 4 capitoli nel 2008 e proseguita adesso con “Ghosts V: Together” e “Ghosts VI: Locusts”.

Trent Reznor ed Atticus Ross non sono nuovi quindi a progetti di questo tipo, tanto da aver addirittura vinto un meritato Oscar per la colonna sonora del film The Social Network (2011). In effetti i due CD donati dai Nine Inch Nails ai fans durante la crisi causata dal Coronavirus richiamano le atmosfere elettroniche e ambient dei CD più eterei del duo, tuttavia con una differenza: mentre le prime 4 puntate della serie erano caratterizzate da brani molto brevi, quasi bozzetti, ora le canzoni sono lunghe ed articolate, addirittura spesso oltre 10 minuti (Turn This Off Please e Apart arrivano a 13 minuti).

Il primo capitolo della doppia pubblicazione contiene le tracce più ottimiste del lotto: le atmosfere sono serene, il ritmo tranquillo e le voci pressoché inintelligibili. Il tutto crea pertanto un clima di calma che ben si staglia in una realtà molto pesante. Spiccano particolarmente la bellissima Together e Apart, mentre convince meno With Faith.

“Ghosts VI: Locusts” rappresenta il lato oscuro del doppio album a firma Nine Inch Nails: le melodie sono più lugubri, tanto che sarebbero perfette come colonna sonora in un futuro film sulla pandemia. Basti sentire il ritmo marziale di The Cursed Clock o l’inquietudine trasmessa da Around Every Corner. Anche la copertina del resto trasmette un forte senso di desolazione, col suo sfondo nerissimo. Il CD non è né superiore né inferiore a “Ghosts V: Together”, possiamo anzi dire che ne sia il naturale complemento.

I NIN quindi dimostrano di avere ancora molto da dare alla musica. Prova ne sia la frenetica attività di questi ultimi anni: fra 2016 e 2020, contando EP e CD, i Nostri hanno pubblicato la bellezza di 5 raccolte di inediti. Certo, lontani sono i tempi e la durezza dei capolavori del gruppo, da “Pretty Hate Machine” (1989) a “The Downward Spiral” (1994), ma anche questa versione più “gentile” dei Nine Inch Nails ha il suo fascino.

Voto finale: 7.

Car Seat Headrest, “Making A Door Less Open”

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Il nuovo lavoro della band guidata da Will Toledo rappresenta un deciso cambio di rotta per il gruppo americano. Se nei lavori fino ad oggi più riusciti del gruppo, “Teens Of Denial” (2016) e “Twin Fantasy” (2018), l’indie rock la faceva da padrone, con spesso canzoni molto articolate e travolgenti, Toledo e compagni hanno optato per una svolta decisa verso l’elettronica.

“Making A Door Less Open” è anche uno dei CD più compatti nella carriera dei Car Seat Headrest: 11 canzoni per 47 minuti, senza quei temi portanti che avevano caratterizzato i dischi precedenti del gruppo (l’omosessualità e tutto ciò che ne deriva, il consumo di droga fra i giovani…). Il problema è che, in una tracklist così compatta, i passi falsi si notano di più.

Ecco quindi che uno dei primi brani davvero brutti mai scritti dai CSH, Hollywood, risalta ancora di più: il pop-punk in cui Toledo e co. si lanciano è davvero monotono e inutilmente casinista, suonando come una b-side dei Green Day. Lo stesso dicasi per Hymn – Remix, altro brano poco trascinante. Peccato, perché in realtà melodie a buoni livelli, a cui peraltro eravamo stati abituati dai Car Seat Headrest in passato, ce ne sono: il singolo di lancio Can’t Cool Me Down è un buon esempio di indietronica, mentre Martin e There Must Be More Than Blood sono raccolte ma efficaci. Da non sottovalutare anche l’iniziale Weightlifters e Life Worth Missing.

Il riassunto del CD è quindi facile e difficile allo stesso tempo: Toledo e compagni hanno provato a fare pratica con suoni ben lontani dal loro standard, cosa ammirevole ma rischiosa come ben sappiamo. Ne sono esempio gli Arcade Fire di “Everything Now” (2017); il voto finale rispecchia questa dualità.

Voto finale: 6,5.

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