Recap: agosto 2020

Anche agosto è passato. Musicalmente pareva un mese abbastanza calmo, ma in realtà abbiamo avuto uscite molto interessanti nella seconda parte del mese: ad esempio il CD in cui Lana Del Rey legge delle poesie di sua creazione, oppure il ritorno dei The Killers, dei Bright Eyes e di Troye Sivan. Ma abbiamo anche i nuovi dischi dei The Microphones, la creatura che pareva ormai defunta di Phil Elverum (più noto come Mount Eerie), e dei Whitney. Infine, proprio negli ultimi giorni del mese abbiamo avuto le nuove pubblicazioni di Angel Olsen, Kelly Lee Owens e dei Disclosure.

The Microphones, “Microphones In 2020”

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Il nuovo disco di Phil Elverum resuscita l’alias che lo lanciò ormai più di venti anni fa: i The Microphones, in realtà sempre un progetto solista come il successivo Mount Eerie. “Microphones In 2020” è il ritorno più che benvenuto di uno dei progetti più amati dell’indie anni ’00: Phil analizza nell’unica lunga canzone (oltre 45 minuti!) molta parte della sua vita, soprattutto la sua gioventù, anche se non mancano riferimenti più recenti ai tragici eventi che l’hanno colpito negli scorsi anni.

Elverum si conferma musicista di grande talento: la traccia si regge infatti su degli accordi di chitarra acustica molto semplici, solo occasionalmente intervengono altri strumenti come il basso e la chitarra elettrica. Nondimeno, non ci sono momenti persi o monotoni, forse solamente la lunga intro poteva essere accorciata. Pertanto, possiamo dire che “Microphones In 2020” certamente non rovina l’eredità del progetto, anzi l’arricchisce di un capitolo inaspettato ma non superfluo.

L’aspetto lirico, come spesso nei CD a firma Phil Elverum, è fondamentale. Laddove i lavori più recenti del cantautore americano si concentrano su dettagli della vita quotidiana, spesso drammatici a seguito della morte della moglie Geneviève Castrée nel 2016, i The Microphones avevano sempre posto lo sguardo sulla natura, addirittura sul cosmo. In un certo senso “Microphones In 2020” fonde queste due estetiche, con Phil che rievoca episodi lontani nel tempo ma anche alcuni accaduti pochi anni fa, non disdegnando però le domande “generali” sul senso della vita.

Di seguito ecco alcuni dei momenti più delicati o, alternativamente, inquisitori: “Conceptual emptiness was cool to talk about back before I knew my way around these hospitals” è un amaro rimando al periodo più drammatico della vita di Elverum; “Every song I’ve ever sung is about the same thing: standing on the ground looking around, basically” è invece un’analisi onesta della sua estetica; “We’d go up on the roof at night and actually contemplate the moon… My friends and I trying to blow each others’ minds just lying there gazing, young and ridiculous” è infine un’immagine felice presa dalla sua gioventù. Il verso più bello è tuttavia contenuto nella parte finale del componimento, quasi un manifesto poetico: “I’m still standing in the weather looking for meaning in the giant meaningless days of love and loss repeatedly waterfalling down and the sun relentlessly rises still”.

In conclusione, per tutti i fans dei The Microphones il lavoro è imperdibile: pur essendo composto da un’unica lunga traccia, infatti, “Microphones In 2020” è un’ulteriore dimostrazione delle qualità di Phil Elverum, un autore per cui prolificità e bellezza vanno di pari passo. Non sono molti quelli di cui possiamo dire lo stesso.

Voto finale: 8.

Kelly Lee Owens, “Inner Song”

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Il secondo album dell’artista gallese è un gradito ritorno alla formula che l’ha resa apprezzata fin dal primo disco “Kelly Lee Owens” del 2017: un punto d’incontro felice fra techno e dream pop, che raggiunge dei picchi notevoli ad esempio in Melt!. Ma nulla è superfluo nel lavoro, che catapulta definitivamente Kelly Lee Owens nel novero delle artiste da tenere d’occhio.

Il disco si apre con la cover di Weird Fishes / Arpeggi dei Radiohead, qua intitolata semplicemente Arpeggi: va notato che il 2020 segna l’uscita di ben due cover della stessa canzone in dischi molto lodati, infatti anche Lianne La Havas ha inserito la sua versione del brano menzionato (Weird Fishes, manco a farlo apposta) nel suo lavoro di qualche mese fa. Arpeggi è un sobrio brano solo strumentale, capace però di raccogliere la magia dell’originale pur senza la voce a supportare gli strumenti.

Il CD poi si snoda fra brani più elettronici (come On e Night) e altri in cui invece il pop, a volte addirittura l’R&B, sono preponderanti (si sentano Re-Wild e L.I.N.E.). I risultati non sempre sono eccellenti, ma quando Kelly Lee Owens azzecca il beat i risultati sono trascinanti: Melt! è forse il miglior pezzo techno dell’anno, ottima anche Flow. Invece meno riuscita Jeanette. Segnaliamo infine la collaborazione col mitico John Cale (ex Velvet Underground) nella lunga ma non monotona Corner Of My Sky.

Se vogliamo trovare un punto d’incontro tra le liriche del disco è la questione ambientale: sia Melt! che Corner Of My Sky toccano l’importanza che il surriscaldamento globale ha sulla natura. Del resto, tuttavia, in un disco prevalentemente elettronico sono più importanti le atmosfere create dalla musica piuttosto che i messaggi espliciti trasmessi dall’artista.

In conclusione, “Inner Song” è un altro passo avanti nella già brillante carriera di Kelly Lee Owens, una delle cantanti più interessanti della sua generazione, capace di mescolare generi apparentemente lontani in maniera sempre intrigante. L’impressione è che il suo capolavoro non sia ancora arrivato, staremo a vedere il futuro cosa avrà in serbo per lei.

Voto finale: 8.

Troye Sivan, “In A Dream”

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Il nuovo EP del cantautore australiano è una piccola delizia. Mescolando le melodie che lo hanno reso una popstar con episodi decisamente più sperimentali, Troye Sivan si conferma volto sempre più interessante della musica contemporanea.

“In A Dream” segue l’acclamato “Bloom” (2018), album che lo ha fatto conoscere al grande pubblico e gli ha permesso di collaborare con star come Charli XCX e Ariana Grande, ampliando notevolmente la sua fanbase. L’EP non è tuttavia una semplice continuazione di “Bloom”, quanto un modo per Troye di sperimentare nuove sonorità, che spaziano dalla techno (!) al dream pop, senza tuttavia mai perdere la bussola.

Fin dal primo singolo, Take Yourself Home, capiamo che “In A Dream” rappresenta un episodio importante per la discografia di Sivan: la canzone sarebbe di per sé carina, un’ottima melodia pop mescolata alla bella voce di Troye, ma la coda techno, che pare una creazione di Aphex Twin, è incredibile e anche ripetuti ascolti non fanno capire fino in fondo da dove sbuchi. È decisamente una delle più belle canzoni a firma Troye Sivan. Anche la successiva Easy è molto accattivante: non imprevedibile come la precedente, ma non meno riuscita. L’elettronica prepotente ritorna anche nella trascinante STUD, altro pezzo notevole del lavoro. L’unica inferiore alla media (alta) dell’EP è la fin troppo breve could cry just thinkin about you, ma i risultati restano buoni, anche grazie all’ottima chiusura rappresentata dalla title track.

In conclusione, le sei canzoni di “In A Dream” sono un passo in avanti importante per Troye Sivan: l’australiano ha affiancato collaborazioni illustri a un’estetica in continua evoluzione, che lo rende una delle figure meno inquadrabili del mondo pop. Il prossimo album sarà il vero banco di prova, ad A-Rock siamo davvero impazienti di sentirlo.

Voto finale: 8.

The Killers, “Imploding The Mirage”

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Il sesto LP della band californiana è uno dei migliori nella carriera dei The Killers. Le canzoni sono epiche, i cori pronti a riempire gli stadi (Covid permettendo), gli ospiti non fanno sentire troppo l’assenza del chitarrista originale del gruppo, Dave Keuning. Non fosse per qualche pezzo sotto la media, parleremmo del miglior CD della band, grazie anche alla produzione raffinata di Jonathan Rado (Foxygen) e Shawn Everett, che in passato ha curato gli album dei The War On Drugs e di Julian Casablancas fra gli altri; invece “Hot Fuss” (2004) e “Sam’s Town” (2006) restano ancora irraggiungibili.

I singoli di lancio erano del resto molto promettenti: Caution, con il supporto di Lindsey Buckingham (ex Fleetwood Mac), pare un gran pezzo di Bruce Springsteen; Dying Breed ritorna all’epicità di When You Were Young e Run For Cover, mentre Fire In Bone flirta addirittura con la psichedelia. Insomma, siamo di fronte ad alcuni dei migliori pezzi recenti dei The Killers. Ad essi si accompagnano altre melodie interessanti, come la romantica Blowback. Sono invece sotto media la prevedibile Running Towards A Place e Imploding The Mirage, che chiude un po’ fiaccamente l’omonimo CD.

Liricamente, dal gruppo americano capitanato da Brandon Flowers, una delle voci più riconoscibili del panorama rock, non dobbiamo aspettarci testi à la Bob Dylan; nondimeno alcune frasi significative sono rintracciabili qua e là. In tempi di pandemia non è facile accettare le limitazioni imposte per la salute di tutti: Flowers e compagni paiono invitarci a liberarci, almeno in casa, di tutti i freni. Nella title track si sente “Sometimes it takes a little courage and doubt to push your boundaries out beyond your imaginings”, quasi una dichiarazione poetica. Invece My God, la collaborazione con Natalie Mering (Weyes Blood), contiene il seguente invito: “Don’t push, control is overrated”. Peraltro il tema della liberazione era già stato anticipato da Caution, in cui Flowers urla “I’m throwing caution” nel ritornello.

I The Killers non hanno praticamente mai cambiato faccia: possiamo definirli i Queen moderni, con tocchi di Springsteen e Cure, questi ultimi specialmente nei primi lavori. Il loro rock da stadio potrà non essere intonato al mainstream millennial, infarcito di trap e reggaeton, ma nessuno suona come loro, pur 16 anni dopo il loro primo disco. Un risultato non banale, che spiega come mai siano ancora sulla cresta dell’onda dopo così tanto tempo e dopo addii non prevedibili.

Voto finale: 7,5.

Bright Eyes, “Down In The Weeds Where The World Once Was”

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Il nuovo disco dei Bright Eyes, la band indie capitanata da Conor Oberst, arriva a quasi dieci anni dal precedente lavoro “The People’s Key” (2011). In questi nove anni Oberst si è tenuto decisamente impegnato: ha pubblicato quattro lavori solisti e l’album collaborativo con Phoebe Bridgers “Better Oblivion Community Center” (2019). Negli ultimi anni inoltre Conor ha dovuto subire due momenti drammatici come il divorzio e la morte del fratello, che come vedremo hanno segnato profondamente alcune liriche del lavoro.

Il CD si apre in maniera imprevedibile: Pageturner’s Rag è un pezzo recitato in spagnolo da Corina Figueroa Escamilla, amica di Oberst. Già però dal secondo, Dance And Sing, ritorna lo stile che ha reso i Bright Eyes una band molto influente per lo scenario folk-rock: orchestrazione barocca, testo commovente e voce fragile di Conor Oberst in bell’evidenza. Facile trovare dei rimandi a Fleet Foxes e Father John Misty.

Il lavoro si snoda per 14 brani e 54 minuti totali, fra ballate solo pianoforte (Hot Car In The Sun), pezzi più rock (Calais To Dover) ed epiche canzoni come To Death’s Heart (In Three Parts). I momenti buoni non mancano, con la band aiutata anche da ospiti di spessore come Flea (bassista dei Red Hot Chili Peppers) e John Theodore (batterista dei Queens Of The Stone Age): fra di essi ricordiamo particolarmente To Death’s Heart (In Three Parts) e Calais To Dover. Invece convincono meno Persona Non Grata e One And Done, dove i Bright Eyes impostano il pilota automatico e i risultati sono troppo prevedibili. Da menzionare infine Pan And Broom, dove i Bright Eyes paiono campionare Hotline Bling di Drake in apertura!

Precedentemente accennavamo al fatto che liricamente il disco è stato impattato da due lutti subiti da Oberst recentemente: il divorzio e la morte del fratello. Questo è evidente da alcuni versi rintracciabili nel corso del CD: in To Death’s Heart (In Three Parts) il Nostro chiede “What’s it like to live with me here every fucking day?”, mentre Tilt-A-Whirl contiene la straziante lirica “My phantom brother came to me”. Infine la conclusiva Comet Song rappresenta una malinconica scena di vita quotidiana, prodromo al divorzio dall’ex partner: “You threw the dish and called me Peter Pan; your aim’s not very accurate”.

In conclusione, i Bright Eyes hanno ritrovato la vecchia sintonia e hanno prodotto un LP non facile da assimilare, ma che dopo ripetuti ascolti conferma il loro talento. Non sarà il miglior lavoro del gruppo, ma “Down In The Weeds Where The World Once Was” è senza dubbio una buona ripartenza.

Voto finale: 7,5.

Angel Olsen, “Whole New Mess”

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Il quinto LP della talentuosa cantautrice americana è in realtà una sorta di remix del precedente “All Mirrors” (2019): laddove quest’ultimo era un CD molto barocco, art pop di gran classe sulla falsariga di Kate Bush, “Whole New Mess” è il suo opposto, un lavoro quindi molto semplice e con le canzoni presenti in “All Mirrors” completamente reinventate.

Angel aveva peraltro anticipato già all’uscita del precedente album che ne esisteva una versione alternativa, più scarna ma forse più adatta al tema trattato (la rottura di una relazione). “Whole New Mess” introduce due nuove canzoni rispetto a “All Mirrors”, entrambe usate come singoli di lancio: la title track e Waving, Smiling. Il mood del disco è cupo, la chitarra e la bella voce di Olsen in primo piano: questo rende il CD molto coeso stilisticamente e tematicamente, alla lunga un po’ monotono, ma i risultati restano comunque interessanti, ispirati allo Springsteen di “Nebraska” (1982).

Le più belle canzoni di “All Mirrors”, vale a dire la title track e Lark, mantengono più o meno la loro fama: la potenza di entrambe non viene sminuita dal radicale cambio di strumentazione. Interessante poi Too Easy (Bigger Than Us), breve ma orecchiabile. Invece prevedibile Tonight (Without You), ma non rovina eccessivamente il quadro complessivo.

In conclusione, “Whole New Mess” è un’addizione di spessore ad una discografia sempre più preziosa. Angel Olsen può passare dall’indie rock di “My Woman” (2016) all’art pop di “All Mirrors” con gli stessi magnifici risultati, ma le radici sono sempre quelle folk di “Strange Cacti” (2010) e in effetti quest’ultimo disco si avvicina al minimalismo dell’EP di esordio della Nostra. Ciò non toglie nulla alla bellezza di “Whole New Mess”, non il miglior lavoro di Angel ma indubbiamente un’ulteriore testimonianza di un talento davvero cristallino.

Voto finale: 7,5.

Disclosure, “ENERGY”

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Il terzo album dei fratelli Lawrence era atteso un po’ da tutta la critica e da molti amanti della musica elettronica: dopo un esordio da urlo come “Settle” (2013) e un secondo disco deludente, “Caracal” del 2015, Guy e Howard non sono certo restati mani in mano, ma hanno rallentato per cercare di ritrovare l’antica magia. Nel 2019 sono tornati a pieno regime, pubblicando due EP (“Moonlight” ed “Ecstasy”) e producendo l’interessante “ENERGY”.

Il CD è in effetti un progresso rispetto al precedente: se “Caracal” era molto lento, con influenze decise di R&B e pop da classifica, “ENERGY” già dal titolo vuole tornare alla potenza di fuoco di “Settle”, che conteneva alcuni dei brani dance più noti della scorsa decade, da Latch a White Noise. La partenza è in effetti promettente: sia Watch Your Step che Lavender sono brani house energici, che mantengono la promessa insita nel titolo dell’album. Ottimo poi il singolo My High, con la valida collaborazione dei rapper Aminé e Slowthai.

La seconda parte di “ENERGY” è invece più rallentata, sulla falsariga di “Caracal”: se l’intento dei Lawrence era di creare un ponte verso i precedenti lavori missione compiuta. Tuttavia, perché includere non uno ma ben due interludi, come a indicare l’effetto riempitivo?

Tolto questo, in realtà “ENERGY” è un buon lavoro, un punto di (ri)partenza per i Disclosure che fa ben sperare per il futuro del duo britannico. Menzioniamo in chiusura la pletora di ospiti presenti nel disco, come sempre molto curati: da Common a Kelis, passando per i già citati Aminé e Slowthai, senza scordarci Eric Thomas, già collaboratore nell’indimenticabile When A Fire Starts To Burn.

In conclusione, “ENERGY” è un LP raffinato e interessante per tutti gli amanti dell’elettronica made in England, con basi sempre ballabili e bassi potenti. Tuttavia, rispetto a “Settle” manca l’effetto sorpresa e quell’incredibile capacità di fondere vecchio (i rimandi a Chemical Brothers e Daft Punk) e nuovo (il giovanissimo Sam Smith riluceva, così come AlunaGeorge). I fratelli Lawrence sono ripartiti: vedremo dove li condurrà il prossimo lavoro, fondamentale per capire il loro destino.

Voto finale: 7.

Whitney, “Candid”

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La collezione di cover che i Whitney propongono è senza dubbio gradevole, presentando versioni interessanti di successi come Country Roads e Bank Head. Tuttavia la mossa della band californiana, presentata anni fa come grande promessa dell’indie rock anche dalle pagine di A-Rock (tanto che il loro esordio “Light Upon The Lake” era entrato nella rubrica Rising e nella lista dei migliori CD del 2016), denota abilità ma anche scarsezza di idee: speriamo sia la molla che fa ripartire una carriera, sulla falsariga di “Kicking Against The Pricks” (1986) di Nick Cave & The Bad Seeds.

La raccolta si compone di dieci brani, di cui uno strumentale (Something Happen) e uno dai ritmi quasi dance (Strange Overtones), entrambi debolucci; il resto invece ricalca il territorio ben noto ai fans del duo, un gradevole folk-rock che richiama i migliori momenti di Bob Dylan e Neil Young. Non tutte le cover sono un successo, ma Julien Ehrlich e Max Kakacek riescono a ringiovanire pezzi come la celeberrima Country Roads (grazie anche all’aiuto di Waxahatchee) e A.M. AM in maniera elegante. Non male anche Hammond Song.

Un album interamente di cover può voler dire due cose: o i Whitney desiderano ricaricare le pile per tornare fra qualche tempo con una decisa svolta estetica, oppure stanno esaurendo le idee e “Candid” è un modo di dire addio ai loro maestri e, chissà, forse anche alla band. Non lo sapremo presto, di certo il lavoro è gradevole e piacerà ai fans della musica anni ’60. Non un capolavoro, ma nemmeno un flop.

Voto finale: 7.

Lana Del Rey, “Violet Bent Backwards Over The Grass”

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Il lavoro che stiamo descrivendo non è un vero e proprio CD: Lana Del Rey infatti in “Violet Bent Backwards Over The Grass” legge dei poemi di sua creazione su delle eteree basi fornite dal collaboratore Jack Antonoff. Il lavoro è quindi una sorta di audiolibro, ovviamente intrigante ma certo non comparabile ai CD della popstar statunitense, non ultimo “Norman Fucking Rockwell!” dell’anno passato, premiato da A-Rock come disco dell’anno.

La voce di Lana è come sempre conturbante e capace di trasmettere sensazioni ora serene (LA Who Am I To Love You) ora più cupe (The Land Of 1000 Fires). Antonoff dal canto suo provvede a dare una base minimale ma mai ovvia ai componimenti, soprattutto con pianoforte e tastiere sempre delicate. In generale, i 39 minuti di “Violet Bent Backwards Over The Grass” saranno sicuramente apprezzati dai fans duri e puri della cantante, per gli ascoltatori casuali l’ascolto può rivelarsi difficoltoso, ma con un po’ di pazienza e la volontà di capire a pieno i testi delle poesie il lavoro acquista senso.

I componimenti vedono una Lana molto fragile, che a volte si finge un’altra persona per iscriversi a dei corsi di vela, utilizzando il suo vero nome Elizabeth Grant (SportCruiser), citando i cantautori che l’hanno ispirata nel corso della carriera, da Bob Dylan a Jim Morrison. In altri momenti emergono le sofferenze causate da una rottura traumatica con un partner (LA Who Am I To Love You) e dei tratti del suo carattere nascosti ai più (in Tessa DiPietro Lana dice “Maybe an artist has to function a little bit above themselves if they really want to transmit some heaven”, mentre in Salamander proclama “My thoughts are about nothing and beautiful and for free”).

In conclusione, “Violet Bent Backwards Over The Grass” ci fa capire una volta di più che Lana Del Rey è un talento poliedrico, una donna sempre pronta a mettersi alla prova sia nella musica che in altre forme d’arte. Non sorprenderebbe vederla in futuro anche attrice, magari in un film di David Lynch; per ora godiamoci il suo primo audiolibro di poesie, non per tutti ma certo neanche da sconsigliare.

Voto finale: 6,5.

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