Rising: Bartees Strange

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Un primo piano di Bartees Cox Jr., ideatore del progetto Bartees Strange.

La rubrica di A-Rock che si occupa dei cantanti emergenti quest’oggi affronta l’innovativo indie rock di Bartees Strange. Il musicista americano nato Bartees Cox Jr. ha infatti creato un debutto davvero interessante, che mescola rock con R&B e folk in parti uguali. Ma andiamo con ordine.

Bartees Strange, “Live Forever”

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Il primo album a firma Bartees Strange è una ventata d’aria fresca in un panorama indie rock che in questo 2020 non ha visto novità di rilievo fino a questo momento. “Live Forever”, che riecheggia solo nel titolo la famosissima canzone degli Oasis, in soli 35 minuti condensa davvero molte influenze: dai Bloc Party a Frank Ocean, passando per i The National, Bartees Cox Jr. riesce a creare un insieme di canzoni davvero interessanti e sempre diverse, con risultati spesso notevoli.

La bella voce di Cox poi è un valore aggiunto importante, capace di veicolare diverse sensazioni in pochi minuti: la precarietà della vita, l’incertezza legata ad essere una persona di colore in un’America sempre più divisa… Insomma, il CD non affronta tematiche facili, fatto che risalta in versi come “Last night I got so fucked up, near lost my job” (Mustang) e “If I died in a meadow… If I died I don’t think they’d ever find me at all” (Stone Meadows). Il verso più desolante è contenuto sempre in Mustang, vero brano simbolo del lavoro: “Most folks would say that I seem fine, but each morning I don’t feel worth it”.

I migliori brani sono contenuti soprattutto nella prima parte di “Live Forever”: abbiamo infatti gli highlights di Mustang e Stone Meadows, così come Boomer. Invece fin troppo confusionario il breve intermezzo Mossblerd.

In conclusione, “Live Forever” non è ancora il CD capolavoro di Bartees Cox Jr., il disco infatti assomma fin troppe influenze e il Nostro pare dover ancora trovare la sua voce nel panorama indie rock. Allo stesso tempo, però, Bartees Strange è senza dubbio una delle giovani voci più ambiziose e interessanti del panorama contemporaneo, che merita attenzione e di cui siamo impazienti di vedere le prossime mosse.

Voto finale: 7,5.

Recap: settembre 2020

Settembre è ormai terminato. È stato un mese ricco di uscite interessanti, in cui segnaliamo in particolare i nuovi lavori di Sufjan Stevens, Bill Callahan e degli IDLES. Abbiamo poi il ritorno degli Everything Everything, il terzo EP del 2020 dei Dirty Projectors e il CD pubblicato a sorpresa dai Fleet Foxes.

Fleet Foxes, “Shore”

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Il quarto album dei Fleet Foxes, probabilmente la più osannata band folk degli scorsi quindici anni, è un trionfo. “Shore” prende le parti migliori di ogni disco precedente del gruppo per creare un CD coeso e brillante, che dà sollievo in questi tempi così difficili a causa del Coronavirus. Robin Pecknold ha infatti sfruttato questi mesi di reclusione per portare a compimento un lavoro che lui stesso aveva decretato ormai fuori gioco e i risultati, ancora una volta, gli danno ragione.

La storia dei Fleet Foxes non è stata tutta rose e fiori: se il primo disco “Fleet Foxes” (2008) era stato un immediato successo e il secondo “Helplessness Blues” (2011) un erede ambizioso, l’abbandono del batterista Josh Tillman (poi divenuto celebre col nome d’arte di Father John Misty) aveva portato il progetto ad un punto morto, superato solo sei anni dopo con il maestoso “Crack-Up”, eletto miglior album del 2017 da A-Rock. È pertanto sorprendente che “Shore” arrivi solo tre anni dopo, senza alcuna campagna di lancio e nessun singolo. Il lavoro, va detto, beneficia di questo trattamento: l’effetto sorpresa è garantito e la coesione del CD non richiede pezzi di lancio per far risaltare il resto del disco.

“Shore” è un disco molto personale: Pecknold ha composto la totalità delle canzoni praticamente in assoluta solitudine a causa del lockdown, cercando di trasporre nei brani le sensazioni contrastanti che ne derivano. Da un lato abbiamo la tristezza per gli amici musicisti e gli idoli di gioventù che se ne vanno (da John Prine a Richard Swift, passando per Elliott Smith e David Berman), che in canzoni come la pur godibile Sunblind è in evidenza. Abbiamo però, dall’altro, la vita: la cosa più preziosa di ogni uomo, che fa esclamare “Oh devil walk by. I never want to die” in Quiet Air / Gioia.

Nei 15 brani del CD non ci sono veri punti deboli: magari in alcuni episodi i Fleet Foxes tendono a ripetere con meno successo la ricetta del passato (si senta Thymia), ma in generale il livello medio dei brani è altissimo: Sunblind, Can I Believe You e Jara sono capolavori fatti e finiti, fra le migliori melodie mai composte da Pecknold e compagni. Da non trascurare anche Cradling Mother, Cradling Woman.

I Fleet Foxes sono ormai un gruppo riconosciuto a livello mondiale, un pilastro dell’indie rock; le armonie vocali che rendono anche il loro pezzo più convenzionale imperdibile non si sono mai rassegnate al passare del tempo, tanto che “Shore” pare un logico erede di “Fleet Foxes”. Non fossero passati dodici anni potremmo scommettere che ne siano trascorsi solo due. Questo, che potrebbe rivelarsi un limite, in realtà è il vero punto di forza della band: raffinamento, piuttosto che  rivoluzione, è la parola d’ordine di Robin Pecknold. Finché i risultati saranno tanto magnifici quanto “Shore” i Fleet Foxes potranno continuare a godere della stima di critica e pubblico; non si vede perché tutto ciò non possa continuare in eterno.

Voto finale: 9.

Sufjan Stevens, “The Ascension”

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Il nuovo CD del musicista americano è una svolta radicale nella sua estetica: se consideriamo che il suo ultimo disco solista, lo straziante “Carrie & Lowell” (2015), era un magnifico lavoro folk, intimista ed essenziale, mentre “The Ascension” è un lavoro prevalentemente elettronico, capiamo che Sufjan ha voluto rivoluzionare la sua visione. Non sempre i risultati sono ottimi, ma nel complesso gli 80 minuti di “The Ascension” valgono il prezzo del biglietto e rappresentano un’aggiunta di spessore alla discografia di Stevens.

Nei cinque anni trascorsi fra “Carrie & Lowell” e il suo erede, in realtà Sufjan non ha tenuto le mani in mano: ha collaborato a colonne sonore per film (Chiamami Col Tuo Nome del 2017) e balletti (The Decalogue del 2019). Inoltre ha composto gli album collaborativi “Planetarium” (2017) e “Aporia” (2020). In questi lavori si vedevano tracce di uno sperimentalismo a cui Stevens non è estraneo, ma che aveva rappresentato solo un diversivo nei momenti migliori della sua carriera, come “Illinois” (2005). Solo “The Age Of Adz” (2010) è in qualche modo simile a “The Ascension”, anche se in quest’ultimo mancano i cori celestiali che pervadevano i suoi passati LP.

La prolificità non è mai andata a scapito della qualità, con Sufjan Stevens; tuttavia gli 80 minuti di “The Ascension” tendono ad assomigliarsi, tranne nel bellissimo finale rappresentato dalla title track e da America. Gli altri pezzi da ricordare sono l’iniziale Make Me An Offer I Cannot Refuse e Landslide, mentre deludono Die Happy e Ativan, che quasi ricorda Aphex Twin.

Un artista come Sufjan Stevens avrà sempre il rispetto della critica e del pubblico più aperto alla sperimentazione: il suo incedere tra folk, indie ed elettronica lo ha reso un unicum nella scena cantautorale americana e un maestro per tanti giovani artisti. “The Ascension” potrà non essere il suo migliore LP, ma rappresenta un altro passo avanti in un’estetica in continua evoluzione. Ad A-Rock siamo davvero curiosi di continuare a seguirlo nelle sue peripezie.

Voto finale: 7,5.

Bill Callahan, “Gold Record”

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Il nuovo CD del cantautore americano Bill Callahan segue di solo un anno il celebrato “Shepherd In A Sheepskin Vest”, entrato con pieno merito nella top 50 di A-Rock. Mentre il precedente lavoro era un’impegnativa raccolta di 20 canzoni per 63 minuti complessivi, “Gold Record” è un disco agile, che ammonta a dieci canzoni e 40 minuti di durata. Non per questo va considerato un lavoro minore: Bill Callahan conferma la sua abilità lirica malgrado una palette sonora ridotta davvero all’osso.

Il minimalismo di Callahan del resto è un tratto caratteristico della sua estetica: la chitarra e la voce hanno sempre il proscenio, solo raramente abbiamo la batteria in sottofondo. Diciamo che rispetto agli esordi col nome d’arte di Smog il Nostro ha abbandonato lo sperimentalismo per dare spazio al Bob Dylan che è in lui. “Gold Record” è infatti un album austero con la calda e profonda voce di Callahan in primo piano a narrare storie di quadretti famigliari ma anche immagini più poetiche e sognanti. Ne è un chiaro esempio The Mackenzies, in cui si narra la disavventura di un giovane solitario con una famiglia a cui era morto il figlio.

L’aspetto lirico, come già accennato, è sempre centrale nella poetica di Bill Callahan: in 35 descrive una luna tale che “the moon can make a false love feel true”; invece in Pigeons accompagna attraverso il deserto due neosposi consigliandoli su come vivere in famiglia e come superare le avversità. Infine il CD contiene anche un tributo a Ry Cooder, il cantautore country che Callahan considera il suo maestro.

In conclusione, non tutto in “Gold Record” gira alla perfezione: al disco manca l’ambizione di descrivere in ogni aspetto la vita di “Shepherd In A Sheepskin Vest”, ma la brevità aiuta a smaltire la monotonia di alcuni brani sotto la media, come ad esempio Protest Song. D’altra parte, canzoni belle come The Mackenzies sono un toccasana per tutti gli amanti del folk. Bill Callahan è ormai a tutti gli effetti uno dei migliori cantautori americani: “Gold Record” ne è una prova ulteriore.

Voto finale: 7,5.

Everything Everything, “RE-ANIMATOR”

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Il quinto album della band inglese è per certi versi il loro CD più convenzionale; allo stesso tempo tuttavia gli Everything Everything trovano il modo, pur omaggiando in maniera sfacciata alcuni dei loro idoli, di suonare “nuovi” rispetto al passato. Non una cosa da poco per una band entrata nella sua seconda decade, contando che l’esordio “Man Alive” risale all’ormai lontano 2010.

Il pop eccentrico e infarcito di elementi di elettronica e rock della band di Manchester vira verso territori molto vicini ai Radiohead di “Hail To The Thief” (2003) e “In Rainbows” (2007): sia Moonlight che l’ancor più sfacciata It Was A Monstering sono quasi dei plagi dei momenti più raccolti del gruppo capitanato da Thom Yorke. Nondimeno, va detto che mai gli Everything Everything in passato erano accostabili così chiaramente ad una band presente o passata: ecco dove risiede la novità di “RE-ANIMATOR”, un disco prevedibile da una band imprevedibile.

I bei momenti non mancano, a conferma del grande talento del gruppo: Jonathan Higgs & co. hanno lavorato a stretto contatto col produttore John Congleton (già collaboratore di St. Vincent, Angel Olsen e Future Islands) per quindici giorni, un periodo intenso e fruttuoso, con i picchi della cavalcata che chiude il lavoro, quella Violent Sun che è un highlight della carriera recente degli Everything Everything. Buone anche Lost Powers e Arch Enemy, mentre sono sotto media Planets e Big Climb.

In conclusione, gli Everything Everything si confermano nome interessante della scena art pop mondiale. Il loro muoversi agilmente fra generi disparati, vero punto di forza nel passato, nel 2020 del Coronavirus è stato affiancato da un’attenzione maggiore alla coesione del CD: la mossa potrà non piacere ai fans più avanguardisti della band, ma chissà che la svolta verso l’indie rock più “tradizionale” non possa giovare nel lungo termine agli Everything Everything. Per ora godiamoci “RE-ANIMATOR”, un buon LP che pare una transizione verso lidi inesplorati. Vedremo il futuro dove condurrà il complesso britannico.

Voto finale: 7,5.

IDLES, “Ultra Mono”

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Il terzo album della band punk era atteso da tanti: i primi due lavori avevano permesso a John Talbot e compagni di ampliare notevolmente il proprio pubblico, grazie a canzoni potenti, spietate e senza compromessi. Un punk muscolare e straziante, che non poteva lasciare indifferenti in un senso o nell’altro. “Ultra Mono” prosegue musicalmente nel percorso tracciato da “Brutalism” (2017) e “Joy As An Act Of Resistance” (2018), senza tuttavia trovare la stessa efficacia sia liricamente che melodicamente.

Le canzoni che compongono il CD passano da ottime (Model Village) a mediocri (Ne Touche Pas Moi) nel giro di cinque minuti: se nella prima Talbot inveisce ironicamente contro il razzismo strisciante delle cittadine britanniche e sull’esito conseguente (la Brexit), nella seconda la cantante delle Savages Jehnny Beth inveisce contro il maschilismo in maniera quanto mai scontata e monotona, creando a tutti gli effetti la peggior canzone degli IDLES. Il disco prosegue in queste montagne russe: abbiamo la potentissima Grounds e la scialba Anxiety, l’inutile chiusura Danke e l’efficace Mr. Motivator… Il risultato non è neanche lontanamente paragonabile alla compattezza estrema di “Joy As An Act Of Resistance”.

Tuttavia, il CD non è un completo fiasco grazie all’abilità del frontman John Talbot e alla base ritmica travolgente del gruppo inglese, che anima anche le canzoni più prevedibili. “Ultra Mono” è quindi il disco peggiore degli IDLES, nondimeno mantiene delle canzoni che faranno la loro fortuna live (se mai torneremo ai concerti) e cresceranno nella considerazione degli ascoltatori. Per un LP capolavoro si prega di ripassare prossimamente.

Voto finale: 7.

Dirty Projectors, “Super João”

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Il terzo EP del prolifico 2020 dei Dirty Projectors si ispira, almeno nelle intenzioni, alla bossa nova del grande João Gilberto. Non sempre il gruppo statunitense riesce a cogliere appieno i frutti dei propri esperimenti, ma questo lavoro è un’ulteriore prova che la creatività è ancora abbondante nei Dirty Projectors.

L’inizio è molto promettente: Holy Mackerel è una traccia deliziosa, in cui la calda voce di David Longstreth, tornato al timone delle band dopo aver lasciato spazio alle giovani donne che lo affiancano nei precedenti EP “Windows Open” e “Flight Tower”, si esalta. Invece la successiva I Get Carried Away è un pezzo folk davvero strano, stonato e fuori ritmo che però non cade nell’eccessiva sofisticazione. Il terzo dei quattro brani in scaletta è la delicata You Create Yourself, che apre le porte alla bella chiusura Moon, If Ever, un brano sognante in cui la capacità evocativa di Longstreth è al massimo splendore.

In conclusione, questo terzo EP del 2020 trova i Dirty Projectors che si crogiolano nel lato più acustico della loro estetica. Questo continuo divagare fra generi disparati come folk e R&B potrà disorientare i fans più mainstream del gruppo, ma mostra che Longstreth & co. non hanno ancora perso il fuoco che li anima ormai da quasi vent’anni. “Super João” è finora il miglior EP a firma Dirty Projectors in quest’anno disgraziato: chissà che prima del 31 dicembre non arrivi una piccola perla.

Voto finale: 7.

Quando il rock inglese dominava il mondo

Oggi è tempo di anniversari importanti: nel 1995 veniva pubblicato “(What’s The Story) Morning Glory?” degli Oasis e nel 2000 il capolavoro dei Radiohead “Kid A”. Entrambi, per motivi diversi, hanno segnato la loro epoca grazie a grandi successi di vendita, ma soprattutto per aver lasciato un’impronta indelebile nella storia del rock, che ancora oggi li riconosce come classici indisputabili del rock britannico. Ma andiamo con ordine.

Oasis, “(What’s The Story) Morning Glory?”

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Il secondo, trionfale CD della band originaria di Manchester è il punto più alto del britpop, il movimento nato ad inizio anni ’90 che avrebbe reso popolare il concetto di “Cool Britannia” grazie al successo di complessi come Blur, Verve e, appunto, Oasis. Se “Definitely Maybe” (1994) già aveva fatto intuire la stoffa pregiata di cui erano formati gli Oasis grazie a brani come Supersonic, Live Forever e Slide Away, “(What’s The Story) Morning Glory?” li portò nell’Olimpo del rock, troneggiando a lungo nella lista degli album più venduti e facendo vincere ai fratelli Gallagher la “guerra delle band” contro i Blur a mani basse.

Il paradosso è che la prima battaglia dello scontro feroce con la band di Damon Albarn era stato vinta proprio da quest’ultima: Country House, grande hit dei Blur, aveva surclassato Roll With It come singolo più ascoltato del momento. Pareva quindi che “The Great Escape” avrebbe stravinto la battaglia contro “(What’s The Story) Morning Glory”, ma gli Oasis avevano in realtà compiuto una mossa intelligente in retrospettiva: scegliere come primo singolo uno dei brani più deboli del disco. Se contiamo infatti che i successivi furono Wonderwall, Some Might Say, Champagne Supernova e Don’t Look Back In Anger, beh Roll With It scompare al loro confronto.

L’abbondanza di canzoni immortali e ascoltatissime ancora oggi rischia tuttavia di fare ombra a pezzi che sarebbero vette nella produzione del 90% delle band del tempo: la malinconica Cast No Shadow (dedicata da Noel a Richard Ashcroft, amico e frontman dei Verve) e la martellante Hey Now sono anelli fondamentali di una catena indistruttibile di successi. Gli unici pezzi sotto media sono proprio Roll With It e l’eccessivamente beatlesiana She’s Electric; il CD tuttavia non viene intaccato da questi episodi, rimanendo imprescindibile per gli amanti del pop-rock.

È un fatto che poi in futuro gli Oasis non siano mai nemmeno lontanamente andati vicini ai risultati incredibili di “(What’s The Story) Morning Glory”, ciò nondimeno non deve far passare in secondo piano che, nei loro primi anni di esistenza, gli inglesi capitanati da Liam e Noel Gallagher siano stati in grado di tenere testa agli americani Nirvana come band rock più famosa al mondo. Entrambe sono finite in modo drammatico, l’una con la morte del proprio frontman e l’altra fra liti infinite tra i due fratelli Gallagher. L’impatto di Nirvana e Oasis però resta vivo ancora oggi: se in un caso la discografia è impeccabile in ogni suo aspetto (Nirvana), gli Oasis hanno invece zoppicato soprattutto nella seconda parte di carriera. Ma chi si permetterebbe di dire che “(What’s The Story) Morning Glory?” è un CD mal riuscito?

Voto finale: 9,5.

Radiohead, “Kid A”

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I Radiohead arrivavano dall’incredibile successo di critica e pubblico per “OK Computer” (1997), il CD che li aveva catapultati sulla bocca di tutti come i salvatori del rock inglese. Dare un seguito a un disco così profetico (soprattutto oggi) sul rapporto fra uomo e macchine e contenente brani fondamentali come Paranoid Android e Karma Police era un’impresa titanica, che spinse il gruppo di Thom Yorke a cercare risposte audaci e ben poco convenzionali.

Chi ascolta “Kid A” per la prima volta dopo aver amato “OK Computer” rimarrà frastornato: dove sono le schitarrate di Jonny Greenwood? Che fine ha fatto la batteria? E come mai pare un CD di Aphex Twin piuttosto che un lavoro rock? Le domande sono tutte legittime, ma le risposte denotano una volta di più la grandezza dei Radiohead. I Nostri, forse spaventati dall’enorme popolarità dei precedenti loro lavori e vogliosi di sperimentare, cominciarono ad ascoltare i CD jazz ed elettronici che avevano fatto la storia dei due generi: da “Bitches Brew” di Miles Davis ai lavori degli Autechre, passando per assaggi di Can e Tom Waits.

I risultati furono stupefacenti: se “OK Computer” già aveva abbandonato le atmosfere quasi britpop di “The Bends” (1995) in favore di testi criptici e canzoni ben più dark, “Kid A” induce alla follia. Sintetizzatori in primo piano, la voce di Thom Yorke più angosciata che mai, testi sull’alienazione e su come sparire del tutto (How To Disappear Completely), pezzi completamente dance (Idioteque), assoli di sax (The National Anthem), intervalli ambient à la Brian Eno (Treefingers)… Insomma, un’esperienza sonora indimenticabile.

In tutto ciò ci siamo scordati di menzionare i brani probabilmente più iconici dell’intero LP: l’iniziale Everything In Its Right Place e la title track sono pezzi stratosferici, misteriosi e però allo stesso tempo accessibili, sperimentali e avanguardisti. Non dimentichiamoci poi la traccia fintamente ottimista intitolata per l’appunto Optimistic e Morning Bell, che conduce il CD all’ultimo tratto in maniera superba.

I Radiohead ottennero ancora più riconoscimenti, con “Kid A” che vinse un Grammy per miglior disco di musica alternativa e venne incoronato miglior CD della decade 2000-2009 da pubblicazioni prestigiose come Rolling Stone e Pitchfork. La missione di autodistruzione lanciata da Thom York e compagni era pertanto fallita, aprendo anzi la strada a band come The xx e Grizzly Bear così come sul versante più rock a Muse e Coldplay, che riempirono il vuoto lasciato dai Radiohead.

In una decade che ha visto l’attentato alle Torri Gemelle, due guerre catastrofiche lanciate dagli Stati Uniti in Iraq e Afghanistan e la crisi economica più grave dal 1929, eventi che ancora oggi hanno conseguenze sulle nostre vite, “Kid A” è in effetti stato un lavoro profetico. Tuttavia, il tema portante del lavoro, l’alienazione della società moderna, è ancora più pregnante oggi, in pieno Coronavirus e con Internet e i social sempre più pervasivi. Siamo infatti davvero sicuri che Facebook e gli altri social ci abbiano migliorato l’esistenza? Ai posteri l’ardua sentenza; “OK Computer” e “Kid A” restano in ogni caso capisaldi del rock ed hanno consacrato i Radiohead a veri eredi dei Beatles in fatto di voglia di sperimentare in ogni aspetto del rock.

Voto finale: 9,5.