Recap: gennaio 2021

Anche gennaio è terminato. Un mese interlocutorio per la musica, in cui cogliamo l’occasione di recensire anche il lavoro dei The Avalanches, il breve EP di Nilüfer Yanya e il ritorno di Paul McCartney, usciti in realtà a dicembre dello scorso anno ma meritevoli di attenzione. Inoltre abbiamo analizzato il secondo album degli shame e il ritorno della cantante R&B Jazmine Sullivan. Buona lettura!

shame, “Drunk Tank Pink”

shame

Il secondo disco degli shame, talentuosa band punk inglese, evita con abilità la “trappola del secondo album” che spesso colpisce gruppi che hanno scritto esordi fantastici quali “Songs Of Praise” (2018), che fra le altre cose era stato oggetto di una rubrica Rising di A-Rock ed era entrato sia nella lista dei migliori CD dell’anno che in quella dei migliori della decade 2010-2019.

Insomma, A-Rock attendeva con trepidazione “Drunk Tank Pink” e gli shame non hanno tradito. Il disco suona più feroce rispetto all’esordio, che flirtava con l’indie rock in larghi tratti. “Drunk Tank Pink” invece è un puro album punk: arrabbiato, feroce, oltre che influenzato dalla pandemia che ormai da un anno sta devastando le nostre vite. Questo sebbene il CD sia pronto da tempo: basti dire che già a febbraio 2020 il lavoro doveva essere pubblicato, ma il Covid-19 ne ha ritardato l’uscita.

E allora come mai il sentimento di isolamento traspare così chiaramente dalle liriche di “Drunk Tank Pink”? Il frontman Charlie Steen, dopo un tour estenuante seguito al successo di “Songs Of Praise”, si è auto-isolato in un ambiente a chiare tinte rosa (da qui il titolo) cercando di recuperare le forze fisiche e mentali. Lo stesso hanno fatto i suoi compagni di band, con effetti sorprendenti sul loro sound: come già accennato, il disco suona davvero feroce in alcuni tratti, si sentano per esempio 6/1 e la cacofonica Station Wagon che chiude il disco. Merito anche dello sperimentalismo alla chitarra di Sean Coyle-Smith e della produzione di James Ford, già all’opera con Arctic Monkeys e Foals.

Non per questo gli shame rinunciano totalmente all’essere amichevoli con l’ascoltatore: l’iniziale Alphabet è un ottimo singolo di lancio, così come la funky Nigel Hitter. Tuttavia, le migliori canzoni sono quelle propriamente punk, su tutte Water In The Well. Invece sotto la media proprio Nigel Hitter.

Le liriche, come dicevamo, trasudano angoscia e malinconia malgrado siano state scritte pre-Covid: in March Day Steen urla “In my room, in my womb, is the only place I find peace”. Invece in Water In The Well emerge il lato più canzonatorio degli shame: “Which way is heaven, sir? We all got lost somehow” è un verso davvero ironico. Infine Station Wagon conclude epicamente “Drunk Tank Pink” con le seguenti, ambiziose parole: “Nobody said this was going to be easy and with you as my witness I’m going to try and achieve the unachievable”.

In generale, dunque, “Drunk Tank Pink” non è affatto una replica del fortunato “Songs Of Praise”, quanto piuttosto una prova ulteriore del talento degli shame. Il mondo punk inglese ha ufficialmente trovato un altro gruppo imprescindibile: ispirandosi un po’ ai Parquet Courts, un po’ ai Talking Heads (con spruzzate del jazz caro ai black midi), gli shame hanno scritto il primo LP davvero importante del 2021.

Voto finale: 8.

Paul McCartney, “McCartney III”

paul

Sir Paul McCartney non ha bisogno di introduzione: la sua è ormai una carriera leggendaria che, giunta al ventunesimo (!!) album di inediti, non vuole proprio fermarsi. “McCartney III” è la chiusura ideale della trilogia iniziata con l’esordio solista del 1970, “McCartney”, e proseguita poi con “McCartney II” (1980). La caratteristica di tutti questi CD è di essere suonati interamente da Paul in persona, che li ha spesso utilizzati per i suoi esperimenti più arditi (ad esempio Temporary Secretary), con atmosfere decisamente meno pop di un tipico disco dei Beatles, ma sempre appetibili da una larga fetta di pubblico.

“McCartney III” non è da meno: le 11 canzoni vanno dall’esperimento folk-blues di Long Tailed Winter Bird al pop-rock della squisita Find My Way al pop beatlesiano di Pretty Boys, per poi sfociare nella stramba Deep Deep Feeling, ben otto minuti di rock à la David Bowie su morbide tastiere. Insomma, un pot-pourri mai scontato, decisamente non coeso ma intrigante nel complesso. I risultati migliori Paul li raggiunge in Find My Way e Pretty Boys, mentre delude un po’ Women And Wives.

Liricamente, McCartney cerca di calarsi nella drammatica temperie storica del 2020: il CD, uscito a dicembre dello scorso anno, rievoca la triste condizione di isolamento totale in cui è stato arrangiato, specialmente in Find My Way (“You never used to be afraid in days like these, but now you’re overwhelmed by your anxieties” è un verso potente) e Seize The Day, che nella semplicità della lirica “It’s still alright to be nice” ci ricorda che la gentilezza è una qualità sottovalutata, specialmente in tempi di pandemia.

Un cantante della caratura di Paul McCartney, che era stato in grado di restare sulla cresta dell’onda anche negli anni ’10 del XXI secolo grazie alle collaborazioni di successo con Mark Ronson (Alligator e New) e Kanye West in collaborazione con Rihanna (FourFiveSeconds), aveva prodotto con “Egypt Station” (2018) un album lungo e caotico, che faceva presagire un’ispirazione ormai esaurita per il cantautore inglese. Ritrovarlo in così buona forma solo due anni dopo, capace di stupirci come ai bei tempi, è un’ulteriore dimostrazione che, nella musica, l’età non conta.

Voto finale: 8.

The Avalanches, “We Will Always Love You”

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Il nuovo disco degli australiani The Avalanches, uno dei nomi più importanti della plunderphonics (ovvero quella corrente della musica elettronica che ricava suoni e impulsi da migliaia, letteralmente migliaia, di frammenti tratti da musiche del passato), si è fatto attendere relativamente poco. Basti pensare che fra l’esordio fulminante “Since I Left You” (2000) e il pregevole “Wildflower” (2016) sono passati sedici anni! “We Will Always Love You” invece arriva “solo” quattro anni dopo.

Il messaggio del disco pare scritto già nel titolo: il gruppo avrà preparato la solita ricetta fatta di canzoni zuccherose, elettronica soft alternata a toni più dance, con testi gioiosi o melensi, nel peggiore dei casi. Beh, le prime impressioni sono solo parzialmente corrette: i The Avalanches infatti dedicano la gran parte delle canzoni allo spazio, con chiari riferimenti sparsi fra le ben 25 canzoni che compongono l’ambizioso CD. Altra presenza ricorrente è la scomparsa attrice Barbara Payton, a cui è dedicata la seconda canzone del lavoro e la cui figura tragica, con la morte a 39 anni per droga come conclusione, ispira i momenti più introspettivi.

Ancora una volta, come già in “Wildflower”, gli ospiti sono la parte maggiore dell’interesse per un LP dei The Avalanches: affiancare nella stessa canzone MGMT e Johnny Marr può essere pretenzioso, ma The Divine Chord è davvero carina. Inoltre abbiamo fra gli altri Kurt Vile, Denzel Curry, Jamie xx, Blood Orange e Tricky, senza dimenticarci Mick Jones (ex The Clash) e Rivers Cuomo dei The Weezer. Insomma, un CD davvero variegato tanto quanto imprevedibile!

Forse troppo, a dirla tutta, tanto che anche dopo ripetuti ascolti digerire i tanti contenuti presenti non è per nulla facile. Si passa infatti dagli iniziali brevi brani Ghost Story e Song For Barbara Payton, quasi completamente recitati, alla psichedelia di The Divine Chord, al soul con spruzzate di elettronica di Reflecting Light, al trip hop di Until Daylight Comes. I brani migliori sono Wherever You Go e Take Care In Your Dreaming, mentre deludono Until Daylight Comes e Born To Lose.

Anche testualmente “We Will Always Love You” trasmette il concetto espresso nel titolo nei modi più svariati possibili: Solitary Ceremonies descrive una ragazza in contatto col celebre compositore Franz Liszt, che la ispira anche dall’aldilà guidando le sue mani sul pianoforte. Wherever You Go si apre con una trasmissione registrata dalla NASA e spedita nei Voyager 1 e 2 nelle rispettive missioni spaziali. I riferimenti allo spazio, come già accennato, sono numerosi: anche il rapper Pink Siifu in Running Red Lights immagina di volare in cielo e ascoltare la musica delle stelle.

In generale, dunque, la specialità dei The Avalanches è sempre stata quella di evocare paesaggi e tempi del passato senza per questo suonare nostalgici o attaccati ad un mondo che non tornerà più. “We Will Always Love You” è un disco non perfetto, ma che attraverso brani leggeri e atmosfere rilassate riuscirà sicuramente a rendere più sereno l’ascoltatore per i 71 minuti della sua durata.

Voto finale: 8.

Nilüfer Yanya, “Feeling Lucky?”

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Il nuovo EP della talentuosa cantautrice Nilüfer Yanya rappresenta un’interessante evoluzione della sua estetica: se nell’esordio “Miss Universe” (2019) avevamo imparato a conoscerla come una popstar in divenire, con un’insolita vena jazz, “Feeling Lucky?” è uno sguardo all’indie rock che promette cambiamenti nel prossimo CD vero e proprio a suo nome.

Crash è un esperimento che mescola domande esistenziali e un po’ inquietanti (“If you ask me one more question, I’m about to crash”) con chitarre distorte e la voce di Nilüfer sepolta sotto, a volte inintelligibile. Invece la seguente Same Damn Luck richiama le atmosfere ovattate dell’indie rock di Soccer Mommy, risultando nel brano più solido del lotto. A chiudere “Feeling Lucky?” abbiamo Day 7.5093, altro brano scanzonato e ottimamente confezionato.

Il lavoro si conclude forse troppo presto, con i tre brani che sono così invitanti e ben fatti. A suo modo, però, l’EP è un’ottima anticipazione del prossimo album a firma Nilüfer Yanya, un nome da tenere d’occhio nel panorama pop-rock internazionale.

Voto finale: 7,5.

Jazmine Sullivan, “Heaux Tales”

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Sei anni sono passati dal precedente lavoro di Jazmine Sullivan: “Reality Show”, terzo LP della sua carriera, risale infatti al 2015 e la cantautrice statunitense pareva lanciata verso la fama. Poi è arrivata una pausa piuttosto lunga, da cui esce questo intrigante lavoro, molto frammentato (32 minuti formati da ben 14 canzoni) ma coeso e ben fatto.

Le otto canzoni vere e proprie del disco sono infatti intervallate da brevi intermezzi, titolati “tales”, in cui dei personaggi femminili prendono alternativamente la parola sul tema portante del lavoro: il sesso e la concezione che la società ha di esso. Jazmine non si vergogna infatti a mettere in evidenza il suo punto di vista sulla questione, spesso con versi “diretti” e senza peli sulla lingua. Questa, a seconda dell’ascoltatore, può essere una qualità oppure una questione che a lungo andare diventa noiosa e monotona.

A prescindere dalle liriche, il CD in realtà è davvero curato: la bella voce della Sullivan è un valore aggiunto nel corso dei 32 minuti di “Heaux Tales”, passando dal rap (Put It Down) all’R&B più sensuale (On It). Gli intermezzi sono a tratti interessanti punti di vista (Antoinette’s Tale), ma alla lunga possono risultare evitabili. I pezzi migliori sono Pick Up Your Feelings e The Other Side, mentre delude un po’ Lost One.

In conclusione, “Heaux Tales” è uno dei primi CD di black music degni di essere ascoltati nel 2021: Jazmine Sullivan non sembra tornare da un’assenza di sei anni dalla scena, tanta è la sua confidenza e sicurezza nei propri mezzi. Non parliamo di un capolavoro, ma la mezz’ora di durata del disco passa bene.

Voto finale: 7.

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