Recap: aprile 2021

Aprile è terminato. Un mese davvero intenso dal punto di vista musicale, contraddistinto da nuove uscite molto interessanti. A-Rock ha recensito il remix di “Fearless” di Taylor Swift, il nuovo album degli SPIRIT OF THE BEEHIVE, il ritorno dei BROCKHAMPTON e il breve EP dei Sorry. Inoltre, abbiamo analizzato i nuovi LP dei Godspeed You! Black Emperor e dei The Armed. Buona lettura!

Godspeed You! Black Emperor, “G_d’s Pee AT STATE’S END!”

godspeed

Il nuovo CD del leggendario gruppo post-rock canadese è un highlight in una carriera già costellata di perle, sia molto in là nel tempo (“Lift Your Skinny Fists Like Antennas To Heaven” del 2000) che più recenti (“Allelujah! Don’t Bend! Ascend!” del 2012). Il disco è infatti fra i più euforizzanti in un periodo di sospensione come quello che stiamo vivendo, in cui alla paura del virus si contrappone la speranza per le campagne vaccinali in corso. Che la luce sia finalmente in fondo al tunnel? I Godspeed You! Black Emperor, a tratti, ne paiono convinti.

In effetti, l’inizio del lavoro ci fa tornare alle lugubri atmosfere di “Allelujah! Don’t Bend! Ascend!”: A Military Alphabet, la prima delle quattro suite in cui è diviso “G_d’s Pee AT STATE’S END!”, è il pezzo più ossessivo e pessimista del lavoro. Al contrario, il tono della seguente Fire At Static Valley è più positivo e fa del post-rock quasi gradevole e accessibile, non una tipica caratteristica dei Godspeed You! Black Emperor.

Le due lunghe tracce che chiudono il lavoro, “GOVERNMENT CAME”OUR SIDE HAS TO WIN (for D.H.), mantengono questa dualità; tuttavia, a differenza dei lavori della prima fase della carriera del complesso di Montreal, il tono complessivo è di cauto ottimismo. È per questo che “G_d’s Pee AT STATE’S END!” è un ottimo LP per la vita durante la fase conclusiva (almeno speriamo) dell’emergenza Covid-19: se è vero che non siamo di fronte ad un disco puramente pop, d’altro canto la forza di queste quattro composizioni è innegabile e rende il 2021 davvero interessante per gli amanti del rock alternativo e sperimentale, già deliziati dall’esordio dei Black Country, New Road e pronti ad assaporare il secondo lavoro dei black midi, in uscita a maggio.

Un’ultima curiosità: il quattro pervade tutto il CD. Siamo infatti di fronte al quarto album della fase post reunion della band, le canzoni (pur elaborate) sono teoricamente quattro e probabilmente, come qualità, questo è il quarto più bel disco nell’intera produzione dei canadesi. Quest’ultimo dato è sufficiente per capire il talento di questi pilastri dello scenario rock.

Voto finale: 8,5.

Taylor Swift, “Fearless (Taylor’s Version)”

fearless

Il nuovo lavoro della popstar americana è in realtà una sorta di remix: la prima versione di “Fearless” è infatti datata 2008, ma occorre un po’ di contesto per capire il motivo di questa nuova registrazione di un album di 13 anni fa.

È da un po’ di tempo che riconosciamo a Taylor Swift un impegno in prima persona per l’indipendenza degli artisti, specialmente donne, da manager spietati e case discografiche avide. Beh, “Fearless (Taylor’s Version)” è la prova che lei ha sempre fatto sul serio.

Nel 2019 infatti Scooter Braun, un talent scout che rappresenta fra gli altri artisti del calibro di Ariana Grande e Justin Bieber, comprò la casa discografica indipendente per cui Swift aveva firmato fino ad allora i propri CD, la Big Machine Records. Questa fu la prima volta in cui la cantautrice perse il controllo dei propri lavori, dato che le incisioni passarono a Braun. Lei tentò di mediare, ma senza risultato. L’anno seguente il fondo di private equity Shamrock Holdings a sua volta subentrò a Scooter Braun, anche in questo caso senza avvertimenti preventivi a Swift, che quindi ha deciso di riguadagnare il totale controllo sulle proprie registrazioni passate rifacendo ogni suo album del passato alla sua maniera.

Questa lunga spiegazione era necessaria per capire lo scopo di una mossa commercialmente strana, considerando il successo che già la prima versione di “Fearless” aveva avuto: era stato l’album che aveva fatto conoscere Taylor Swift al mondo e le aveva permesso di vincere il primo Grammy della sua carriera per il Miglior Album dell’Anno. Beh, possiamo dire che la “versione di Taylor” migliora sotto molti aspetti un CD già carino, ma che originariamente era un po’ ingenuo come sonorità e produzione.

Se nel 2008 Taylor era ancora una ragazza molto giovane, appassionata di country e pop, nel 2021 abbiamo di fronte una donna affermata e molto determinata, come abbiamo visto. Anche vocalmente Swift ha ora una voce più ricca e piena che nel passato; insomma, era inevitabile trovarsi di fronte ad un lavoro diverso. Aggiungiamo a questo un roster di collaboratori di prima classe: Jack Antonoff e Aaron Dessner sono pezzi grossi del pop e dell’indie rock, già protagonisti occulti l’anno passato nel doppio grande successo “folklore”-“evermore”.

Fearless, la title track, è ora un ottimo pezzo pop-rock, tra i migliori nella produzione dell’artista statunitense; You Belong With Me, allo stesso modo, è un netto miglioramento rispetto alla prima versione. Laddove invece si torna al country delle origini, il disco zoppica un po’, è il caso di Love Story; ingenua invece Hey Stephen. Da notare infine che Swift allunga la durata del lavoro estraendo dal proprio “archivio” alcuni pezzi di quell’epoca, riarrangiati per l’occasione, che portano il tutto a durare ben 106 minuti! Tra questi menzioniamo la dolce You All Over Me e la raccolta We Were Happy, brani davvero notevoli.

Anche nei testi, se letti con la testa al 2008, emerge una nostalgia forte per i tempi andati: riferimenti al liceo (“She wears high heels, I wear sneakers. She’s cheer captain and I’m on the bleachers” in You Belong With Me), amori spezzati (“Hello, Mr. casually cruel” canta Taylor in All Too Well), desideri di normalità presto sotterrati dall’ambizione di diventare una popstar, come in Fifteen: “Back then I swore I was gonna marry him someday, but I realised some bigger dreams of mine”.

In conclusione, “Fearless (Taylor’s Version)” è un attestato di forza, coraggio e carattere da parte di una delle più brillanti star del firmamento musicale dei nostri tempi. Taylor Swift ci aveva già fatto capire in passato di avere stoffa, ma in questi ultimi due anni sta ribaltando con successo non solo la propria estetica, ma forse l’intera concezione di “possedere la mia musica”.

Voto finale: 8.

SPIRIT OF THE BEEHIVE, “ENTERTAINMENT, DEATH”

entertainment death

Il trio originario di Philadelphia ha dato origine, con “ENTERTAINMENT, DEATH”, a uno degli album più imprevedibili degli ultimi anni. Indie rock, psichedelia, noise, pop: tutto si mescola nel corso del CD. Canzoni brevi, sui tre minuti, ma anche una suite di quasi sette minuti: di tutto e di più anche in termini di durata delle melodie. Zack Schwartz, Rivka Ravede e Corey Wichlin, al loro quarto lavoro, confermano il bene che si diceva di loro anche riguardo i precedenti lavori.

Se c’è una differenza, è nella produzione: il lavoro è più curato rispetto al passato, sintomo di una maggiore autorevolezza anche in sede di etichetta discografica. I risultati, malgrado a volte fin troppo confusionari, sono a tratti irresistibili: la struttura tipica delle canzoni popolari è stravolta, spesso all’interno della stessa (si senta a riguardo THERE’S NOTHING YOU CAN’T DO). ENTERTAINMENT inizia come un pastiche noise sperimentale, poi sboccia in un pezzo che richiama gli anni ’60. GIVE UP YOUR LIFE sembra quasi un brano del Ty Segall più psichedelico, DEATH invece rievoca i primi Pink Floyd. C’è un brano che si intitola I SUCK THE DEVIL’S COCK… Nessun commento aggiuntivo sul significato.

In generale, possiamo dire che l’umorismo non fa difetto alla band americana. Anche molte liriche testimoniano questo atteggiamento, a metà fra lo scanzonato e il nichilista: “Dust picks up and swallows us whole” canta convintamente Schwartz in ENTERTAINMENT. Invece in I SUCK THE DEVIL’S COCK lo sentiamo proclamare “Another middle-class dumb American, falling asleep. He don’t appreciate constructive criticism”, compreso l’errore grammaticale. Infine, in RAPID & COMPLETE RECOVERY, abbiamo il verso più sognante ed evocativo del lotto: “Spanning lifetimes compressed in a vacuum, no limitations, you know what comes after”.

In concreto, però, malgrado questi momenti leggeri, il CD suona claustrofobico e ansiogeno; sentimenti che purtroppo tutti abbiamo provato nel corso dell’ultimo anno, colpiti come siamo dalla pandemia e dalle sue conseguenze. Non per questo però dobbiamo ignorare gli SPIRIT OF THE BEEHIVE; anzi, la band di Philadelphia, con “ENTERTAINMENT, DEATH” potrebbe avere scritto uno dei più originali album pandemici. Non un traguardo da poco, in un panorama musicale sempre più omologato.

Voto finale: 8.

BROCKHAMPTON, “ROADRUNNER: NEW LIGHT, NEW MACHINE”

roadrunner

La boyband più famosa dell’hip hop è tornata. Giunti al sesto album in quattro anni, i BROCKHAMPTON hanno ormai uno stile riconoscibile e allo stesso tempo sempre variegato: pop, rap, R&B, addirittura il rock progressivo trovano spazio in “ROADRUNNER: NEW LIGHT, NEW MACHINE”. Il risultato? Non perfetto, ma certamente un progresso rispetto a “GINGER” (2019).

Se in passato i lavori del collettivo americano potevano essere tacciati di contenere pezzi troppo lunghi, per dare modo a tutti i componenti di dire la loro, in “ROADRUNNER: NEW LIGHT, NEW MACHINE” i ragazzi suonano più leggeri. Brani riusciti come l’epica WHAT’S THE OCCASION, che pare un remix dei Pink Floyd, riescono a integrarsi bene con BUZZCUT, ottima intro con Danny Brown protagonista, e la perla pop OLD NEWS, che ricorda il Tyler, The Creator di “IGOR”. In generale, a parte la monotona DON’T SHOOT UP THE PARTY, Kevin Abstract e compagni hanno prodotto il loro miglior lavoro dai tempi della trilogia delle “SATURATION” (2017).

Anche testualmente il CD suona profondo e sentito, ma non sovraccarico di introspezione come in passato. Joba parla del tragico suicidio del padre in THE LIGHT con versi frammentari ma drammaticamente veri: “At a loss, aimless… Hope it was painless, I know you cared… Heard my mother squealing. I miss you”. In BUZZCUT invece Abstract canta di periodi difficili nella sua vita: “Thank God you let me crash on your couch”, lo stesso accade in THE LIGHT: “I was broke and desperate, leaning on my best friends”.

In conclusione, se questo è davvero l’ultimo LP a firma BROCKHAMPTON, come alcuni di loro hanno fatto intendere, il gruppo se ne andrà con un ottimo lavoro. “ROADRUNNER: NEW LIGHT, NEW MACHINE” è infatti relativamente compatto (46 minuti in 13 canzoni) e ben strutturato, vario (forse fin troppo) e curato.

Voto finale: 7,5.

The Armed, “ULTRAPOP”

ultrapop

Siamo forse di fronte al nuovo, attesissimo disco di Frank Ocean? No, purtroppo, anche se la copertina di “ULTRAPOP” potrebbe ingannare. The Armed è anzi sinonimo di rock pesante, abrasivo: “ULTRAPOP” conferma questa nomea, introducendo però sorprendenti elementi pop che rendono la ricetta del gruppo americano davvero unica nel suo genere.

L’iniziale title track in effetti è un brano quasi dream pop: certo, la base industrial à la Nine Inch Nails resta onnipresente, ma le tastiere sognanti e la voce quasi amichevole di Adam Vallely è rasserenante. Fin da ALL FUTURES, tuttavia, la musica cambia radicalmente: urla belluine, batteria tonante, muro invalicabile di chitarre… Insomma, non un brano per palati fini. Diciamo che la lineup, formata da ben otto membri, aiuta a mantenere sempre altissimo il volume, tranne ovviamente in quei momenti “pop” che rendono l’estetica dei The Armed davvero particolare, si ascolti AN ITERATION che pare una canzone dei Muse ai tempi di “Absolution” (2003).

Questi brani più tranquilli in realtà servono solo da introduzione o pausa per passare a momenti ancora più feroci, che raggiungono la loro vetta in MASUNAGA VAPORS e BIG SHELL. In generale, al terzo CD, i The Armed sono giunti probabilmente al perfezionamento di un’idea di musica nata con “Untitled” (2015) e poi raffinata in “Only Love” (2018). Va detto infine che, ad arricchire ulteriormente “ULTRAPOP”, abbiamo anche ospiti di grande spessore: da Mark Lanegan (in THE MUSIC BECOMES A SKULL) a Troy Van Leeuwen (REAL FOLK BLUES).

Il CD può certamente essere “troppo” per molti ascoltatori, ma gli amanti dell’hardcore punk e del metal troveranno pane per i loro denti. Resta solo un piccolo rimpianto: e se un intero LP di tracce “noise pop” come ULTRAPOP fosse stata la soluzione migliore per cercare un’improbabile svolta mainstream? Probabilmente questo non era l’obiettivo dei The Armed, ma in futuro potrebbe essere un’evoluzione ulteriore in una carriera già interessante.

Voto finale: 7.

Sorry, “Twixtustwain”

sorry

Il nuovo EP dei Sorry segue l’interessante esordio “925” dell’anno scorso: un lavoro che era contraddistinto da pezzi indie rock accanto ad altri molto più oscuri, vicini al post-punk. “Twixtustwain” invece è un lavoro molto più sperimentale: elettronica e trip hop si mescolano, spesso ricordando i Dirty Projectors o il (Sandy) Alex G più ardito.

I due fondatori del gruppo, Asha Lorenz e Louis O’Bryen, hanno dato sfogo alla loro vena creativa: i risultati sono davvero strani, ma aprono strade innovative per il gruppo inglese. Don’t Be Scared fa da antipasto a Things To Hold Onto, uno dei pezzi più riusciti dell’insieme. La seguente Separate invece è quasi breakbeat nella ritmica; Cigarette Packet, dal canto suo, è il singolo di lancio dell’EP e quindi è anche il più accattivante momento di “Twixtustwain”. Infine, Favourite è una buona ballata che chiude su una nota malinconica un lavoro davvero strambo.

I Sorry si confermano una promessa del rock inglese: già capaci di passare con relativa facilità dall’indie rock all’elettronica, Lorenz e O’Brien confermano una chimica difficile da scalfire e una voglia di esplorare nuovi territori non comune. Vedremo dove li condurrà la loro ispirazione in futuro.

Voto finale: 6,5.

3 comments

  1. Enri1968 · Maggio 1

    Godspeed mi è arrivato pochi giorni fa, molto bello. Sempre interessanti, infatti mi sto completando la loro discografia.
    Ti suggerisco anche i Thee silver mt zion, progetto parallelo di alcuni membri dei Godspeed, più sperimentali.

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