Recap: settembre 2021

Anche settembre è terminato. Un mese davvero denso di musica di qualità: ad A-Rock abbiamo recensito il nuovo, glorioso album di Little Simz, il ritorno dei Low e degli Injury Reserve. Inoltre, recensiremo il primo CD di Lil Nas X e la collaborazione fra Sufjan Stevens e Angelo De Augustine. Buona lettura!

Little Simz, “Sometimes I Might Be Introvert”

sometimes i might be introvert

Avevamo già capito dai singoli di essere di fronte ad un CD speciale. Introvert, Woman e I love You, I Hate You sono colossali pezzi rap, ma non solo: Little Simz è capace, infatti, di flirtare con funk e soul in ugual misura, creando un amalgama quasi perfetto. “Sometimes I Might Be Introvert”, in poche parole, è ad oggi l’album migliore del 2021.

Little Simz, per i fan di lunga data di A-Rock, è un nome noto: inserita in un profilo della rubrica Rising e premiata con la palma di terzo miglior album del 2019 per “GREY Area”, il suo profilo era sempre stato sui taccuini anche della critica mainstream, ma non aveva mai sfondato completamente col pubblico, soprattutto quello al di fuori del Regno Unito. Ebbene, con questo CD è probabile che la notorietà della Nostra cresca; ed è un premio davvero meritato. Abbiamo trovato il contraltare a Kendrick Lamar, aspettando ovviamente il nuovo album di K-Dot, dato come ormai imminente.

Notiamo subito una cosa: le iniziali di “Sometimes I Might Be Introvert” danno SIMBI, che è il nomignolo con cui Simbiatu Abisola Abiola Ajikawo è conosciuta fra gli amici più stretti. Non è un fatto casuale: molte volte nel corso del lavoro emerge questa duplicità, addirittura in Rollin Stone la sentiamo dire “Can’t believe it’s Simbi here that’s had you listenin’… Well, fuck that bitch for now, you didn’t know she had a twin”, quasi come se stessimo assistendo ad uno sdoppiamento della sua personalità. Tuttavia, il tema del rapporto fra la Simbi privata e la Little Simz pubblica non è l’unico affrontato nel corso del CD.

Altrove abbiamo infatti la voglia di celebrità che colpisce molti di noi, specie in tempi di social network imperanti (“Why the desperate need for an applause?” domanda in Standing Ovation), l’assenza del padre (“Is you a sperm donor or a dad to me?” è forse il verso più bello della stupenda I Love You, I Hate You) così come la morte violenta del cugino, in Little Q Pt. 2. I versi più belli e potenti sono però contenuti in Introvert: “All we see is broken homes here and poverty, corrupt government officials, lies and atrocities. How they talking on what threatening the economy, knocking down communities to re-up on properties. I’m directly affected: it does more than just bother me”.

Non per questo, però, bisogna pensare che il CD sia troppo carico di tematiche e influenze; anzi, “Sometimes I Might Be An Introvert” spicca anche per l’incredibile abilità di Little Simz nel maneggiare generi diversi con uguale maestria. Se proprio vogliamo trovare un difetto nel disco, sono i numerosi intermezzi narrati dalla voce dell’attrice Emma Corrin, interprete di Diana Spencer nella serie tv The Crown e amica di Little Simz. Ma sarebbe un errore concentrarsi su di essi davanti a una tale quantità di canzoni magistrali.

Possiamo rintracciare i maestri di Simbi in Lauryn Hill, D’Angelo e lo stesso Kendrick Lamar, ma lei riesce a suonare puramente Little Simz. Se “GREY Area” era un LP scarno, con beat minimali su cui la Nostra rappava senza sosta, adesso c’è una intera orchestra che la supporta in alcuni brani, tra cui i due più belli del lavoro, Introvert e Woman. Altri pezzi imperdibili sono I Love You, I Hate You e la funkeggiante Protect My Energy.

In conclusione, “Sometimes I Might Be An Introvert” è il primo album rap davvero imperdibile del decennio 2020-2029. Chissà se qualcuno riuscirà in futuro a scrivere pagine altrettanto importanti in questo genere; per il momento godiamoci questo lavoro, il compimento di otto anni di carriera da parte di Little Simz, nuovo volto simbolo della scena hip hop britannica.

Voto finale: 9,5.

Sufjan Stevens & Angelo De Augustine, “A Beginner’s Mind”

a beginner's mind

Sufjan Stevens è tornato a comporre musica folk: finalmente, verrebbe da dire! Affiancato dal giovane cantautore Angelo De Augustine, genera con “A Beginner’s Mind” un eccellente album folk, che lo fa tornare ai fasti di “Carrie & Lowell” (2015), anche se senza la portata di drammaticità di quel lavoro.

I due hanno infatti preso ispirazione da film del passato prossimo e remoto, da Il Silenzio Degli Innocenti a La Notte Dei Morti Viventi, creando una colonna sonora fittizia per questi film. Alle volte i riferimenti sono chiari (Back To Oz, Lady Macbeth In Chains), altre più velati (ad esempio You Give Death A Bad Name mescola zombie e Bon Jovi).

Musicalmente, siamo di fronte al ritorno al folk da parte di uno dei migliori cantautori della sua generazione, dopo gli esperimenti elettronici di “The Ascension” e “Aporia” dell’anno passato. Alcuni brani catturano subito l’ascoltatore, Back To Oz e Reach Out sono tra questi; in altri invece prevale forse la prudenza e Sufjan e Angelo non sperimentano, si senta It’s Your Own Body And Mind. In generale, tuttavia, nessuno dei 13 brani del CD suona fuori posto.

Testualmente, parlando di supposte colonne sonore per film del passato, i riferimenti ai capolavori citati sono numerosi, ma una frase spicca, contenuta in (This Is) The Thing, dedicata a La Cosa di John Carpenter: “This is the thing about people, you never really know what’s inside… Somewhere in the soul there’s a secret”.

In conclusione, il maestro Sufjan Stevens e il suo protegé Angelo De Augustine hanno prodotto, con “A Beginner’s Mind”, il miglior album folk dell’anno. Se serviva una conferma ulteriore del talento sconfinato di Stevens, ecco qua la prova.

Voto finale: 8.

Low, “HEY WHAT”

hey what

Il tredicesimo disco dei Low, veterani della scena rock americana ed esponenti di spicco della corrente slowcore, è un altro viaggio all’interno dell’elettronica più d’avanguardia. Dopo lo shock di “Double Negative” (2018), in cui il sound della band era stato completamente destrutturato in favore di tonalità ambient e noise, “HEY WHAT” prosegue nell’esplorazione, rifinendo alcuni dettagli e facendo ancora più attenzione alla pura sperimentazione piuttosto che all’armonia della voci o delle composizioni.

Si sarà intuito che i 46 minuti di “HEY WHAT” non sono per tutti; tuttavia, per gli audaci che si vorranno immedesimare nel concetto alla base del CD, c’è tanto pane per i loro denti. Mimi Parker e Alan Sparhawk, la coppia che compone la band, sposati nella vita fuori dal gruppo, hanno raggiunto probabilmente il picco di questo rock anestetizzato, in cui le chitarre e il basso suonano come tastiere e sembra di entrare in un mondo post-industriale in un film catastrofico. Si ritorna alle atmosfere di “Yeezus” (2013) di Kanye West e allo shoegaze più sperimentale, ma onestamente pochi suonano come i Low, forse nessuno al momento.

Le prime note dell’album farebbero anche pensare ad un ascolto “tranquillo”, ma dopo trenta secondi White Horses dà il la al lavoro vero e proprio. Gli highlights sono la stupenda Days Like These e All Night, mentre delude Don’t Walk Away. Da menzionare infine The Price You Pay (It Must Be Wearing Off), che chiude trionfalmente il lavoro con il primo e unico pezzo di rock quasi “classico”.

Come già detto, “HEY WHAT” è un LP non semplice, ma dopo ripetuti ascolti schiude un mondo inquietante e allo stesso tempo catartico. Un’esperienza che vale la pena vivere.

Voto finale: 8.

Injury Reserve, “By The Time I Get To Phoenix”

By the Time I Get to Phoenix

Il secondo album degli Injury Reserve è stato terribilmente influenzato dalla morte del membro Stepa J. Groggs, a soli 32 anni, a metà del 2020. A molti è sembrato quasi un sacrilegio terminare questo lavoro, già ben avviato quando Groggs ha lasciato questo mondo. In realtà, che questo sia o meno l’ultimo disco del qui presente gruppo rap, “By The Time I Get To Phoenix” è un CD ardito, sperimentale, quasi non hip hop nell’adozione delle basi: insomma, un buon prodotto da parte di una band ancora pronta a dare tanto alla musica.

Dicevamo che hip hop non sono necessariamente le prime parole che vengono in mente ascoltando il CD: in effetti, se prendiamo alcuni pezzi come Footwork In A Forest Fire, siamo quasi più vicini al rock che al rap. In generale, tutto è di difficile catalogazione: potremmo definirlo “post hip hop”, sulla scia del post rock, ma sarebbe comunque una classificazione parziale. Non è un LP facile, poco da dire, ma “By The Time I Get To Phoenix” merita un ascolto.

L’inizio è quasi informe: la lunghissima Outside pare più un collage di suoni e voci stentate piuttosto che una canzone fatta e finita, ma ha l’effetto di introdurre il mood stralunato del CD in maniera efficace. Altrove le cose sono ancora più difficili: Smoke Don’t Clear è davvero inquietante, mentre Knees ricorda il King Krule più strampalato.

In generale, è da lodare la voglia di esplorare sempre nuovi orizzonti da parte dei due rimanenti Injury Reserve, la voce Ritchie With a T e il produttore Parker Corey. Prova ne siano i pezzi migliori di “By The Time I Get To Phoenix”, come Top Picks For You e SS San Francisco. Non siamo dunque nei territori fin troppo rumorosi e fini a sé stessi, in alcuni tratti, di “Injury Reserve” (2019). Sotto la media invece Wild Wild West.

Gli Injury Reserve stanno esplorando il rap come pochi altri artisti in questi ultimi anni; “By The Time I Get To Phoenix” è un LP non per tutti, ma merita un ascolto, come già detto in precedenza, anche solamente alla memoria del compianto Stepa J. Groggs.

Voto finale: 7,5.

Lil Nas X, “MONTERO”

montero

Il debutto del giovane rapper Lil Nas X è uno dei CD più unici del panorama musicale e, allo stesso tempo, quello che contiene le melodie più “già sentite” nello scenario pop-rock-rap. Sì, perché “MONTERO” mescola questi generi in maniera incredibile e, allo stesso tempo, crea canzoni a volte prevedibili, altre stupefacenti. Se volevamo una conferma del talento di Lil Nas X, ce l’abbiamo; se invece cercavamo il suo manifesto definitivo, non ci siamo ancora. Ma le premesse per una carriera brillante ci sono tutte.

Gli ultimi tre anni sono stati piuttosto movimentati per Montero Lamar Hill (questo il vero nome dell’artista originario di Atlanta). Dapprima divenuto ultra-famoso con la hit Old Town Road, ha cercato di bissare questa fortuna con il debole EP “7” (2019). Allo stesso tempo, il suo outing lo ha reso inviso a quel pubblico country più conservatore che lo amava dai tempi di Old Town Road. Insomma, questo disco era davvero la prova del fuoco del Nostro.

Esame tutto sommato superato da Lil Nas X: grazie a video musicali imprevedibili e a post sui social sempre piccanti quando non addirittura scandalosi (come chiamare altrimenti il suo “parto anale” del CD su Youtube?), l’attesa era alta. Le premesse sono state sostanzialmente mantenute, grazie a pezzi dal successo assicurato come MONTERO (Call Me By Your Name) e THAT’S WHAT I WANT. Da non sottovalutare anche DEAD RIGHT NOW. Altrove, soprattutto nella seconda parte del lavoro, emergono limiti, si ascolti per esempio la prevedibile DONT WANT IT (che pare scritta da Future piuttosto che da Lil Nas X), non danneggiando però eccessivamente il lavoro.

Menzioniamo infine due aspetti molto importanti: il parco ospiti di sterminata qualità (Elton John, Doja Cat e Miley Cyrus tra gli altri collaborano in “MONTERO”) e i testi, spesso davvero azzeccati. VOID esprime tutta la sua inquietudine per l’industria musicale: “I’d rather die than to live with these feelings… Stuck in this world where there’s so much to prove”. Invece SUN GOES DOWN è una lettera che il Lil Nas X di oggi invia al sé stesso del liceo, cantando: “I know that you want to cry, but there’s much more to life than dying”.

In conclusione, “MONTERO” è un CD che ha già riscosso molto, meritato successo e probabilmente altrettanto ne avrà nei prossimi mesi. Lil Nas X si dimostra artista versatile e non un “one-hit-guy”: Old Town Road è ormai un fantasma ingombrante ma lontano. Questo LP non è un capolavoro, ma fa intravedere un potenziale che, se messo a buon uso, potrebbe produrne uno nei prossimi anni.

Voto finale: 7.

2 comments

  1. Enri1968 · 23 Days Ago

    Low? Grande album, indubbiamente.

    Piace a 1 persona

  2. Andrea Manfredi · 23 Days Ago

    Sì concordo! Molto sperimentale ma non fine a sé stesso 🙂

    "Mi piace"

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