Recap: novembre 2021

Novembre è, come da tradizione, l’ultimo mese di eleggibilità per la lista dei migliori 50 album di A-Rock. Quasi lo sapessero, molti artisti hanno pubblicato album molto interessanti: abbiamo infatti recensito il ritorno di Courtney Barnett e di Lindsey Jordan aka Snail Mail, così come il secondo album dell’anno di Taylor Swift e l’attesissimo nuovo CD di Adele. In più, abbiamo analizzato il primo CD nato dalla collaborazione di Anderson .Paak e Bruno Mars nota come Silk Sonic e il ritorno solista di Damon Albarn. Infine, spazio al secondo EP del 2021 dei The Horrors e ai nuovi dischi degli IDLES e di Jon Hopkins. Buona lettura!

Silk Sonic, “An Evening With Silk Sonic”

an evening with silk sonic

Ci sono collaborazioni che sembrano fatte apposta per nascere e prosperare: il progetto Silk Sonic, formato da Bruno Mars e Anderson .Paak, ne è un caso emblematico. “An Evening With Silk Sonic” è una piccolo gemma, capace di evocare le atmosfere del soul anni ’70 di Marvin Gaye e Stevie Wonder con delicatezza ma senza suonare un plagio, anzi con hit indelebili che ne fanno un CD imperdibile in questo strano 2021.

Non sempre le partnership fra pesi massimi escono come erano state pensate: se in certi casi era impossibile che fallissero (David Bowie e i Queen, con Under Pressure), in altri hanno prodotto risultati contraddittori (Future e Drake in “What A Time To Be Alive” del 2015) oppure addirittura disastrosi (Lou Reed e i Metallica con “Lulu”, 2011). Beh, Silk Sonic è un caso a sé stante: non per forza Mars e .Paak parevano destinati al successo, ma “An Evening With Silk Sonic” è un piccolo capolavoro, che rende i Silk Sonic maggiori della somma dei singoli interpreti.

Già i singoli di lancio avevano fatto pensare a un lavoro eccellente: Leave The Door Open è un’ottima ballata, Skate è un perfetto brano funk mentre Smoking Out The Window, pur leggermente inferiore agli altri due, è comunque un buonissimo pezzo. Se a questi aggiungiamo After Last Night, con la preziosa collaborazione di Thundercat e del veterano Bootsy Collins, già bassista dei Parliament-Funkadelic, abbiamo metà CD di perle. Il resto del lavoro contiene brani che, seppur discreti, non arrivano a questi livelli, ma il risultato complessivo è in ogni caso ottimo, contando anche la totale mancanza di tracce riempitivo (basti dire che “An Evening With Silk Sonic” dura a malapena 32 minuti), tanto che ci viene da desiderare che ci siano 2-3 canzoni in più per arrivare ai canonici 40 minuti, fatto sempre più raro nel panorama musicale odierno.

In conclusione, il progetto Silk Sonic, pur non brillando a volte di originalità (si senta Put On A Smile), raggiunge risultati davvero squisiti. Anderson .Paak si conferma pronto per il salto definitivo nel mainstream, mentre Bruno Mars, dal canto suo, si conferma infallibile produttore di hit. “An Evening With Silk Sonic”, ad oggi, è il miglior CD pop-soul del decennio oltre che uno dei più belli del 2021.

Voto finale: 8,5.

Taylor Swift, “Red (Taylor’s Version)”

red

Il secondo album ri-registrato da Taylor Swift al fine di prendere il controllo sul suo lavoro riguarda il suo album più elogiato dalla critica nei suoi primi anni, quello che fece scoprire al mondo il suo talento di cantante solidamente pop, togliendo le tracce di country residue nella sua estetica. Un passaggio fondamentale per avere la Taylor Swift odierna.

Al di là del fine ultimo, quello di riguadagnare l’indipendenza a spese di una industria discografica tanto spietata quanto avida di denaro, “Red” del 2021 è molto simile al “Red” del 2012. Certo, la voce di Taylor è più matura, la produzione più precisa e questo contribuisce a migliorare pezzi già ottimi come State Of Grace, la title track e All Too Well. Poco può invece su brutti episodi come Stay Stay Stay e We Are Never Ever Getting Back Together, che anche in questo “remix” suonano decisamente inferiori alla media.

La parte davvero interessante del lavoro è rappresentata però dalle canzoni contrassegnate come “(From The Vault)”, cioè ripescate dagli archivi in cui Swift le aveva messe all’epoca poiché considerate non adatte al disco. Sentite oggi, per alcune è davvero un mistero che sia stata compiuta questa scelta: Come Back… Be Here, Ronan e Nothing New sono buoni pezzi e non avrebbero sfigurato nel “Red” originale. Invece Girl At Home rappresenta, ad essere ottimisti, una b-side.

Ad arricchire un piatto già ricchissimo (130 minuti di musica, 30 canzoni), contribuiscono gli ospiti di spessore invitati da Taylor. Gary Lightbody (Snow Patrol), Ed Sheeran, Chris Stapleton e Phoebe Bridgers rendono ancora più imperdibile questo appuntamento per gli “swifties”, i fan più accaniti della cantautrice americana. Per chiudere, Swift ha pubblicato un mini-film di dieci minuti con la colonna sonora rappresentata da All Too Well (10 Minute Version), appunto la versione deluxe della celebre hit.

In conclusione, “Red (Taylor’s Version)” è un disco imperdibile per gli amanti del pop e, soprattutto, per i fan di Taylor Swift. Certo, la durata può essere dura da sopportare, soprattutto verso la fine, dove emergono i pezzi più deboli, tuttavia è un piacere sentire nove anni dopo delle canzoni che suonano come nuove, non fosse per qualche lirica un po’ datata (22).

Taylor Swift può fare praticamente quello che vuole in questo momento della sua carriera, per noi è un piacere sentirla sia quando compone nuovi dischi (la doppietta “folklore”-“evermore” del 2020 è ancora ben piantata nella nostra memoria) che quando riarrangia dischi per dimostrare a tutti la sua indipendenza.

Voto finale: 8.

Damon Albarn, “The Nearer The Fountain, More Pure The Stream Flows”

damon albarn

Il nuovo progetto solista di Damon Albarn, solamente il secondo dopo “Everyday Robots” del 2014, è in realtà un altro capitolo di una storia sempre variegata e di alto livello. “The Nearer The Fountain, More Pure The Stream Flows” è un CD più meditativo rispetto agli ultimi Gorillaz o Blur (entrambe band comandate da Albarn), ispirato dai paesaggi islandesi dove il cantautore ha vissuto per un periodo prima dell’arrivo del Covid e del ritorno a casa nel Devon. Pur non perfetto, rappresenta bene i tempi sospesi in cui viviamo e arricchisce ulteriormente un’eredità sempre più ingombrante.

Solo in certi aspetti il CD riporta alla memoria i momenti più movimentati delle band più celebri di Damon: ad esempio, in Royal Morning Blue e The Tower Of Montevideo. Al contrario, il mood complessivo è molto più raccolto, quasi musica ambient in certi tratti: Albarn ha infatti dichiarato di ispirarsi ai modesti e solitari paesaggi dell’isola. Ne sono esempio la title track e Daft Wader.

Nel corso dei 39 minuti che formano “The Nearer The Fountain, More Pure The Stream Flows”, Damon ci porta in posti diversi, dal vulcano Esja nell’omonima traccia all’Uruguay in The Tower Of Montevideo, evocando i momenti più belli della gioventù (“Youth seemed immortal, so sweet it did weave heaven’s halo around”, The Nearer The Fountain, More Pure The Stream Flows) così come la sensazione di paura che tutti abbiamo quando ci sentiamo abbandonati (“Am I imprisoned on this island?”, The Cormorant).

Non tutto musicalmente gira alla perfezione, ad esempio Giraffe Trumpet Sea è confusa e Combustion è debole, ma in generale il CD conquista con la sua grazia e cura dei dettagli. Damon Albarn si conferma cantautore pressoché unico, capace di spaziare riguardo temi politici (in “Merrie Land” dei The Good, The Bad & The Queen criticava la Brexit, nel 2018) così come di portarci in Africa con il progetto Africa Express e di rappresentare l’Inghilterra anni ’90 coi Blur. Abbiamo una sola richiesta: Damon, per favore tagliati quel mullet!

Voto finale: 7,5.

Snail Mail, “Valentine”

valentine

Il secondo disco, per molti, è un ostacolo insormontabile e si rivela un peso dopo un esordio elogiato dalla critica e, magari, anche da larghe fette di pubblico. Questo poteva essere il caso per Lindsey Jordan, la giovane cantautrice dietro il progetto Snail Mail. “Lush”, il suo primo disco del 2018, era stato visto da molti come l’inizio di una carriera brillante nel mondo indie rock. A-Rock, dal canto suo, l’aveva inserita in una puntata della rubrica Rising e “Lush” era entrato nella lista dei 50 migliori lavori dell’anno. Pertanto, l’attesa era tanta.

I singoli di lancio del CD avevano contribuito a fare di “Valentine” uno dei più attesi dell’anno: la title track è un irresistibile pezzo indie rock, Ben Franklin è più melodico ma non meno riuscito, così come Madonna. Aggiungiamo poi una lunghezza per una volta adeguata: 32 minuti presuppongono, auspicabilmente, poco spazio per le tracce filler tipiche dei dischi più lunghi. A tutto ciò aggiungiamo la produzione di Brad Cook, in passato collaboratore di altre “indie darlings” come Waxahatchee e Indigo De Souza, per una ricetta potenzialmente squisita.

I risultati sono lusinghieri, in effetti: Snail Mail si conferma nome di crescente peso nel panorama rock e canzoni come Valentine e la conclusiva Mia farebbero la fortuna di molti. Peccato solo per la presenza di un paio di brani inferiori alla media, come Forever (Sailing) e Automate, altrimenti il voto complessivo sarebbe ancora maggiore.

Anche liricamente “Valentine” conferma il talento di Lindsey Jordan nel trasmettere sentimenti che molti hanno provato con parole semplici ma toccanti. Chi non ha mai avuto il cuore infranto oppure provato invidia vedendo la vecchia fiamma accompagnata da un’altra persona? La Jordan è però candida nelle sue ammissioni, quasi al limite della sfrontatezza, ma è un tratto che apprezziamo in versi come “Those parasitic cameras, don’t they stop to stare at you?” (Valentine) e “I wanna wake up early every day just to be awake in the same world as you” (Light Blue). Altrove emerge l’ironia della Nostra: “Got money, I don’t care about sex” (Ben Franklin).

In conclusione, il CD non stravolge il mondo dell’indie, come alcuni vorrebbero credere. Nondimeno, Lindsey Jordan conferma la sua duttilità nel passare da brani più movimentati (Glory) ad altri più rilassati (c. et al.), che le apre la strada per un futuro radioso. Staremo a vedere in futuro dove andrà a parare, ma il progetto Snail Mail pare qui per restare.

Voto finale: 7,5.

IDLES, “CRAWLER”

crawler

Il quarto album in quattro anni dei britannici IDLES vede il gruppo capitanato da Joe Talbot virare verso un’estetica più sperimentale rispetto al passato. Se il precedente “Ultra Mono” (2020) era l’inizio della fine per quel punk sparato a mille all’ora e con testi che sembravano una raccolta di slogan trovati su Twitter, “CRAWLER” flirta con l’art rock e la musica industrial, creando un CD magari non perfetto, ma certamente intrigante e che apre strade inedite per gli IDLES.

La band stessa, del resto, in varie interviste ha dichiarato che “Ultra Mono” non li aveva soddisfatti e che erano alla ricerca di un sound diverso. A questo, “CRAWLER” aggiunge delle tematiche delicate per il frontman del complesso: Talbot, infatti, in passato ha lottato con la dipendenza da droghe e ha subito un incidente molto grave. In molte canzoni troviamo riferimenti a questi temi: basti citare MTT 420 RR, Car Crash e Meds.

Musicalmente, il CD è, come già accennato, caratterizzato da una forte voglia di sfidare le convenzioni a cui i fan degli IDLES erano abituati. Kenny Beats, il celebre produttore hip hop, collabora con il gruppo: malgrado un accostamento a prima vista ardito, i risultati sono interessanti.  The Wheel è un pezzo punk, ma decisamente più dark del passato degli IDLES, pare quasi di sentire un pezzo dei Joy Division. The Beachland Ballroom invece è quasi art rock ed è, inoltre, un ottimo pezzo, fra i migliori dell’album. Tra gli altri highlights abbiamo Car Crash, che pare un brano dei primi Nine Inch Nails, mentre i brevi intermezzi Kelechi e Wizz sono inutili ai fini del risultato finale.

In conclusione, “CRAWLER” è un buon disco: se fino al 2020 gli IDLES potevano essere facilmente etichettati come una tipica band post-punk, con buone intenzioni e i temi giusti portati avanti ma urlati in modo fin troppo smaccato, questo lavoro smentisce le previsioni della vigilia e si rivela sorprendente a quasi ogni incrocio. Potrà non piacere a tutti i fan del gruppo, ma rappresenta una svolta importante in un’estetica che cominciava a farsi un po’ ripetitiva.

Voto finale: 7,5.

Jon Hopkins, “Music For Psychedelic Therapy”

music for psychedelic therapy

Il nuovo album del produttore e musicista britannico Jon Hopkins è stato composto a seguito di un viaggio nella foresta amazzonica, nella sua parte ecuadoregna, nel 2018. Il risultato è un lavoro che mescola sapientemente musica ambient, new age e registrazioni dell’ambiente circostante, creando un continuum sonoro lungo 68 minuti, rilassante e coeso. Pur staccandosi dalla techno che ne ha fatto la fortuna in passato, Hopkins conferma il suo talento una volta di più.

Il titolo del CD, “Music For Psychedelic Therapy”, è indicativo del suo scopo: Hopkins ha composto una suite sonora divisa in nove movimenti al fine di guidare i pazienti dei centri di cura nelle loro escursioni psichedeliche prodotte da LSD e simili sostanze, pratica legale in alcuni Stati. Notiamo che, a chiusura del lavoro, in Sit Around The Fire, è contenuto un discorso del guru new age Ram Dass, scomparso nel 2019, in cui quest’ultimo fa dichiarazioni rassicuranti del tipo “You don’t need doubt because you already know” oppure “You don’t need loneliness”, che fungono da chiusura adeguata al CD.

Il disco, soprattutto nella parte centrale, diventa un po’ monotono, ad esempio in Tayos Caves Ecuador, II. Invece buone Tayos Caves Ecuador, II e Deep In The Glowing Heart. In generale, un po’ come avveniva anche in “Promises”, il lavoro collaborativo di Floating Points e Pharoah Sanders con la London Symphony Orchestra, l’unità della composizione è notevole, così come la produzione, sempre impeccabile.

In conclusione, “Music For Psychedelic Therapy” è un lavoro più che discreto, con uno scopo nobile e una qualità media elevata. Certo, magari alcuni rimpiangono le epiche suite elettroniche e techno che caratterizzavano le migliori prove di Jon Hopkins, “Immunity” (2013) e “Singularity” (2018), ma non per questo occorre sottovalutare questo LP.

Voto finale: 7,5.

The Horrors, “Against The Blade”

against the blade

Il breve EP “Against The Blade” della band inglese segue l’altrettanto conciso “Lout” di marzo 2021 ed è il secondo di una serie di tre EP, stando a quanto dichiarato da Faris Badwan e compagni. Il genere che caratterizza le tre canzoni di “Against The Blade” è sempre un industrial rock massiccio, sanguigno, che ricorda molto i Nine Inch Nails dei primi anni ’90.

Rispetto a “Lout”, ai The Horrors manca l’effetto sorpresa, ma i Nostri sembrano aver preso maggior maestria col genere e nessuno dei tre pezzi è fuori posto. Partiamo con la potente title track, miglior canzone del lotto; poi abbiamo Twisted Skin, forse la più debole composizione del terzetto, mentre a chiudere abbiamo la lunga e complessa cavalcata I Took A Deep Breath And I Kept My Mouth Shut, che quasi riporta alla mente i The Prodigy.

I risultati sono generalmente interessanti e lasciano credere che, se i The Horrors seguiranno la pista dell’industrial rock in un CD vero e proprio, ne vedremo delle belle. Abbiamo aspettative moderatamente positive sul terzo ed ultimo EP della serie.

Voto finale: 7,5.

Adele, “30”

30

L’attesissimo quarto CD di Adele arriva dopo ben sei anni dal precedente “25” ed è stato influenzato da molte cose accadute nella vita della cantante inglese dal 2015 ad oggi. Giusto per citarne alcune: il tour di grande successo a supporto di “25”; il matrimonio e il successivo divorzio con Simon Konecki; la crescita del figlio Angelo, che oggi ha 9 anni; il ritorno alla vita dopo la depressione e i lockdown pandemici.

Tutti sarebbero sconvolti da una serie di avvenimenti di questo tipo; Adele è umana, come tutti noi, ma è anche una talentuosa cantautrice e “30” ne è un’ulteriore dimostrazione. Non tutto funziona, ma la potenza della sua meravigliosa voce e qualche esperimento in più rispetto al passato sono da premiare.

Il singolo di lancio, Easy On Me, aveva in realtà anticipato la versione di Adele che tutti ci aspetteremmo: liriche strappalacrime, pianoforte in primo piano a dar risalto alla splendida voce della Nostra… tutto ok, ma zero innovazione. Invece, con My Little Love abbiamo quasi dei sentori neo-soul e il brano è un assoluto highlight del disco. Tra le altre perle ricordiamo Strangers By Nature, che ricorda Lana Del Rey, e I Drink Wine; mentre Can I Get It, malgrado la produzione del rinomato Max Martin, è l’episodio più debole del CD.

“30”, come già accennato, non è il solito disco di Adele: se l’influenza dei precedenti suoi lavori è evidente, sia musicalmente che testualmente ci sono novità rilevanti. Spesso sentiamo Adele enunciare proclami motivazionali nel corso di “30”: “When you’re in doubt, go at your own pace” (Cry Your Heart Out), “I’ll never learn if I never leap” (To Be Loved). Dal punto di vista sonoro, la presenza di produttori innovativi come Inflo e Ludwig Göransson ha aiutato Adele ad andare fuori dalla propria comfort zone, circostanza evidente in Cry Your Heart Out e Love Is A Game.

Se c’è un problema nel CD, è il sequenziamento: la gran parte dei brani più lunghi e impegnativi, come le ballate Hold On e Love Is A Game, sono piazzate a fine tracklist, rendendo un po’ pesante la parte finale del lavoro. Il risultato complessivo, tuttavia, non ne risente troppo e la qualità generale delle canzoni è alto.

Malgrado si stia parlando chiaramente di un album malinconico, derivante da un fatto traumatico come un divorzio, “30” è allo stesso tempo il lavoro più avventuroso a firma Adele. In una carriera iniziata con l’acerbo “19” (2008) e proseguita con i grandi successi di vendite di “21” (2011) e “25” (2015), “30” rappresenta l’album della maturità. Non sarà il suo più bello, forse, ma certamente rappresenta una tappa importante nella carriera di un’artista che per molti è “quella col vocione e le canzoni tristi”. Beh, Adele ci ha mostrato un’altra delle sue facce e ci è piaciuta; vedremo in futuro quali aspetti della sua estetica vorrà approfondire.

Voto finale: 7.

Courtney Barnett, “Things Take Time, Take Time”

things take time take time

Il nuovo album della cantautrice australiana arriva in un periodo non fortunato per lei: la recente rottura con la partner Jen Cloher, la sensazione di burnout al termine del precedente tour e la pandemia hanno influito fortemente sulla sua psiche e il CD ne è una diretta conseguenza. Più calmo, privo della frenesia dei suoi migliori momenti ma non per questo monotono: “Things Take Time, Take Time”, come il titolo anticipa, richiede alcuni ascolti, ma rivela dettagli ad ogni replay.

Il lavoro arriva a tre anni da “Tell Me How You Really Feel” (2018), un secondo album che aveva in qualche modo evitato la sindrome che spesso colpisce gli artisti di successo già all’esordio, anche se non era riuscito a replicare completamente la bellezza di “Sometimes I Sit And Think, And Sometimes I Just Sit” (2015). Questo “Things Take Time, Take Time” è ancora più raccolto del precedente e questo non sarebbe per forza un difetto, non fosse per la presenza di brani palesemente inferiori (Before You Gotta Go) che impattano sui risultati complessivi del CD.

Peccato, perché nei momenti migliori “Things Take Time, Take Time” è anche un buon prodotto: Turning Green e If I Don’t Hear From You Tonight sono buoni pezzi, che riportano con la mente alla Courtney Barnett degli esordi. Non male anche Write A List Of Things To Look Forward To. Peccato poi ci siano delusioni come la già menzionata Before You Gotta Go e Splendour che frenano il ritmo del disco.

Anche liricamente abbiamo dei momenti felici, ad esempio quando la cantautrice mormora: “All our candles, hopes n prayers, though well-meaning they don’t mean a thing, unless we see some change… I might change my sheets today” (Rae Street), oppure: “Don’t stick that knife in the toaster”, premio “verso più assurdo di novembre” (Take It Day By Day).

In conclusione, “Things Take Time, Take Time” è ad oggi il CD più debole della produzione di Courtney Barnett. Se da un lato è positivo che la cantautrice cerchi nuovi ritmi e contaminazioni, dall’altro servono risultati più coerenti e all’altezza del passato per non perdere il favore della critica e del pubblico. Abbiamo l’impressione che il prossimo LP sarà quello della verità per Courtney: non resta che farle un “in bocca al lupo!”.

Voto finale: 6,5.

Recap: ottobre 2021

Ottobre si è concluso. Dopo la scorpacciata di album di agosto e settembre, questo mese recensiamo i nuovi lavori di James Blake e del progetto Illuminati Hotties. Abbiamo ovviamente dato spazio al nuovo CD dei Coldplay, al secondo disco dell’anno di Lana Del Rey e al ritorno dei Parquet Courts e dei The War On Drugs. Inoltre, analizzeremo il nuovo LP di JPEGMAFIA e Grouper. Buona lettura!

The War On Drugs, “I Don’t Live Here Anymore”

I don't live here anymore

Il nuovo disco dei The War On Drugs ne conferma lo status di miglior band di heartland rock al mondo. Canzoni raccolte si sposano perfettamente con inni da stadio degni del miglior Bruce Springsteen. “I Don’t Live Here Anymore” è un’altra aggiunta ad un canone ormai imprescindibile per gli amanti del rock vecchio stampo, mai nostalgico però.

I più scettici potranno obiettare che il CD non si differenzia molto dal precedente “A Deeper Understanding” (2017), che aveva permesso al gruppo di aggiudicarsi il Grammy per Miglior Album Rock dell’Anno. Questo è davvero un difetto quando il predecessore era un album pressoché perfetto, premiato da pubblico e critica in maniera cospicua? Ad ognuno la sua opinione, fatto sta però che “I Don’t Live Here Anymore” è simile ma non uguale rispetto a “A Deeper Understanding”: più raccolto, meno trascinante, più denso, meno epico.

Forse non è un caso che, malgrado le differenze, la qualità sia più o meno simile: canzoni come la title track, Harmonia’s Dream e Occasional Rain sono highlights indelebili e anche live faranno la fortuna di Adam Granduciel e compagni. Abbiamo poi invece brani più intimisti, come Living Proof, che arricchiscono ulteriormente il CD. Leggermente sotto la media solo I Don’t Wanna Wait.

Non sarebbe, poi, un album dei The War On Drugs senza testi che inneggiano a temi ampi e generici come l’amore, la memoria di eventi della gioventù e i sogni che tutti abbiamo, destinati spesso a infrangersi. I versi più evocativi sono contenuti in Occasional Rain: “Ain’t the sky just shades of grey until you’ve seen it from the other side? Oh, if loving you’s the same… It’s only some occasional rain”.

In generale, “I Don’t Live Here Anymore” è un ottimo prodotto, curato in ogni dettaglio anche grazie alla produzione di Shawn Everett (Foxygen). Adam Granduciel si conferma cantautore talentuoso e i The War On Drugs band fondamentale della scena rock dell’ultimo decennio.

Voto finale: 8,5.

James Blake, “Friends That Break Your Heart”

friends that break your heart

Il nuovo CD del cantautore britannico approfondisce la svolta verso il pop di “Assume Form” (2019), con maggiore fuoco alla parte propriamente pop-R&B piuttosto che all’hip hop che caratterizzava “Assume Form”. I risultati sono ottimi: James Blake pare aver trovato la sua dimensione, non eccessivamente commerciale ma nemmeno underground.

Il James Blake del 2021 è una persona diversa rispetto a colui che stupì il mondo nell’ormai lontano 2011, con l’eponimo esordio “James Blake”: il future garage delle origini permane solamente in qualche produzione, oppure in EP che fungono da intermezzi fra un LP e l’altro, si senta “Before” (2020). Ciò, però, come già accennato, non va a detrimento della qualità complessiva del lavoro: brani come Life Is Not The Same e Say What You Will sono fra i migliori della produzione recente del Nostro. Non fosse per una parte centrale debole, saremmo di fronte al suo miglior CD.

L’inizio è molto convincente: sia Famous Last Words che Life Is Not The Same, non a caso scelte come canzoni di lancio di “Friends That Break Your Heart”, fanno capire il mood del disco in maniera efficace. Atmosfere soft, testi introspettivi… queste sono le parole chiave. Abbiamo inoltre meno collaborazioni rispetto a quelle di alto profilo di “Assume Form”: da Metro Boomin e Travis Scott passiamo a SZA (nella buona Coming Back) e J.I.D. in Frozen, per citare i più celebri artisti chiamati da James.

Liricamente, il titolo del lavoro è evocativo dei temi affrontati: nella title track Blake canta “As many loves that have crossed my path, it was friends… it was friends who broke my heart”. If I’m Insecure si apre con un dubbio esistenziale: “If this is what we always wanted, how’s the signal so weak?”. Infine, in Say What You Will il testo si fa più evocativo: “I’m OK with the life of a sunflower”.

In conclusione, non fosse per un paio di brani davvero inferiori come I’m So Blessed You’re Mine e Foot Forward, il CD sarebbe davvero imperdibile. Anche con questa tracklist, tuttavia, “Friends That Break Your Heart” è il miglior disco di James Blake dai tempi di “Overgrown” (2013). Non una cosa scontata.

Voto finale: 8.

JPEGMAFIA, “LP!”

jpegmafia

Con il suo quarto album vero e proprio, non contando quindi i numerosi progetti catalogabili come mixtape, JPEGMAFIA ha composto contemporaneamente il suo CD più accogliente e più provocatorio. Se infatti i beat alla base di molte canzoni di “LP!” sono morbidi, addirittura ispirati da Britney Spears in un caso (THOT’S PRAYER!), testualmente il rapper statunitense è una furia, soprattutto contro l’industria discografica.

La versione qui recensita è quella “online”: JPEGMAFIA ha infatti proposto anche una versione “offline”, in realtà presente su Bandcamp, che presenta una sequenza diversa di alcune canzoni e alcune tracce bonus che poco aggiungono al risultato finale.

JPEGMAFIA viene dal buon successo di “All My Heroes Are Cornballs” (2019) e dai due brevi lavori “EP!” (2019) e “EP2!” (2020), questi ultimi da prendersi più come raccolte di singoli pubblicati precedentemente che come veri e propri manifesti artistici. “LP!” è quindi il vero erede di “All My Heroes Are Cornballs”: rispetto al passato, il Nostro sceglie basi meno pesanti sul lato punk e noise e maggiormente accoglienti, quasi commerciali, si senta a tal proposito WHAT KIND OF RAPPIN’ IS THIS?.

I puristi e i fan della prima ora diranno che Peggy si è venduto, ma la realtà è che maturando non per forza ci si rammollisce: semplicemente si cambia. Non per caso “LP!” contiene alcune delle canzoni migliori del repertorio di JPEGMAFIA, tra cui ARE U HAPPY? e REBOUND!. Ad indebolire il risultato finale è solo la tracklist un po’ dispersiva: i 49 minuti a tratti sembrano 60, ma non per questo il CD diventa indigeribile.

Dicevamo che il rapper è molto arrabbiato nei testi che permeano “LP!”. La sua furia è in particolare rivolta all’industria discografica, accusata di sfruttare gli artisti senza alcun rispetto per questi ultimi. In una nota sulla sua pagina Bandcamp JPEGMAFIA scrive: “My time in the music industry is over because I refuse to be disrespected by people who aren’t behaving respectably in the first place”. Non serve traduzione, no? Altre frasi forti sono le seguenti: “Why would I pray for your health? Baby, I pray for myself” (REBOUND!). Infine, il titolo di SICK, NERVOUS & BROKE! dice tutto.

In conclusione, questo “LP!” è ad oggi il più riuscito tra i numerosi progetti a firma JPEGMAFIA. I testi sono taglienti, le basi spesso azzeccate… quando imparerà a mettere da parte alcune tracce inutili, potremo parlare di capolavoro. Ma in questo caso Peggy ci è andato davvero vicino.

Voto finale: 8.

Lana Del Rey, “Blue Banisters”

blue banisters

Il secondo album del 2021 di Lana Del Rey è un ottimo completamento di un’era per lei molto travagliata. Polemiche sui social, da cui poi si è cancellata; discussioni a non finire sul precedente “Chemtrails Over The Country Club”, da alcuni considerato neanche avvicinabile al capolavoro che è “Normal Fucking Rockwell!” (2019)… insomma, poteva andare molto peggio. Invece, questo ottavo CD a firma Lana Del Rey la conferma cantautrice solida, magari non al top della forma ma sempre intrigante.

La campagna pubblicitaria è stata stranamente di basso profilo: tre singoli pubblicati a giugno e uno a settembre, come già ricordato nessuna campagna social… da qui a dire che il disco è passato in sordina ce ne passa, ma non siamo nemmeno vicini al battage mediatico per “Born To Die” (2012). Non per questo le canzoni latitano, anzi: tra un omaggio a Morricone in salsa trap (!) e le classiche ballate strappalacrime, “Blue Banisters” si inserisce perfettamente nel canone di Lana.

L’inizio è la parte migliore del lavoro: i singoli Text Book, Blue Banisters e Arcadia sono fra i brani migliori del lotto. Abbiamo poi lo strambo Interlude – The Trio, omaggio al Maestro Morricone con base trap: può sembrare assurdo, lo è in effetti, ma non è male. Segue poi un altro ottimo brano, Black Bathing Suit, che chiude la prima parte del CD. Successivamente, tra le altre cose, contiamo una collaborazione con Miles Kane (Dealer) e un singolo di due anni fa inserito in tracklist come omaggio ai fan (Cherry Blossom).

Insomma, i 61 minuti di “Blue Banisters” lasciano spazio un po’ a tutte le facce di Lana, anche quelle meno efficaci: le ballate Wildflower Wildfire e Nectar Of The Gods spezzano il ritmo del lavoro e allungano troppo il CD. Peccato, perché in certi tratti siamo di fronte ad un ottimo prodotto.

Anche liricamente, ormai, sono sparite le controversie degli esordi: Lana ha 36 anni, è una donna matura e “Blue Banisters” contiene riferimenti all’attualità (“Grenadine, quarantine, I like you a lot. It’s LA, ‘Hey’ on Zoom” canta in Black Bathing Suit) così come ad un amore ormai finito (“You name your babe Lilac Heaven after your iPhone 11… ‘Crypto forever,’ screams your stupid boyfriend. Fuck you, Kevin”, verso magistrale contenuto in Sweet Carolina). In Text Book, invece, la Nostra riflette su temi di più ampia portata: “There we were, screaming, ‘Black Lives Matter’”.

Infine, notiamo una cosa: Lana Del Rey è nella parte migliore della sua carriera e ha capitalizzato componendo sette album in sette anni, partendo da “Ultraviolence” (2014) per arrivare a questo “Blue Banisters”. Di quanti artisti contemporanei, uomini o donne che siano, possiamo dire che abbiano mantenuto una qualità costantemente così alta, pur variando estetica e collaboratori da un album all’altro, spesso in maniera anche radicale? Probabilmente nessuno, o per lo meno dobbiamo tornare alle leggende del pop-rock come Bob Dylan, Neil Young e Bruce Springsteen. Sì, ormai per Lana Del Rey valgono anche questi paragoni.

Voto finale: 7,5.

Illuminati Hotties, “Let Me Do One More”

let me do one more

Nel secondo disco vero e proprio a firma Illuminati Hotties, Sarah Tudzin mette nero su bianco tutta la vita trascorsa apparentemente invano in questi ultimi anni. Il Covid, un contratto con l’etichetta discografica troppo sbilanciato verso quest’ultima, la morte della madre a causa di un cancro… Sarah ne ha passate davvero tante; e tutte queste esperienze entrano in “Let Me Do One More”.

Il precedente lavoro di Tudzin era il mixtape “FREE I.H.: This Is Not The One You’ve Been Waiting For” del 2020, che seguiva il vero e proprio esordio degli Illuminati Hotties, “Kiss Yr Frenemies” (2018). Era un insieme di brani un po’ accatastati a casaccio, solo per liberarsi del contratto discografico precedente, ma fin dall’ironico titolo denotava uno spirito piuttosto determinato a farsi valere.

Fatto confermato da “Let Me Do One More”: Sarah Tudzin, infatti, canta indistintamente di un Partito Democratico americano corrotto (“The DNC is playing dirty!”) così come di spregiudicate strategie di marketing (“Place that precious pretty product!”), fino a prorompere in un urlo indistinto, che dà il titolo alla canzone in questione: MMMOOOAAAAAYAYA. In un altro pezzo abbiamo poi un riferimento al diventare adulti: “I guess being an adult is just being alone” (Growth).

In generale, musicalmente abbiamo una prima parte ricca di canzoni di indie rock potente, quasi punk, à la PJ Harvey delle origini, come la già citata MMMOOOAAAAAYAYA e Threatening Each Other Re: Capitalism. Invece le ultime canzoni sono più acustiche, ad esempio Protector e Growth ricordano la Soccer Mommy più intima. I migliori elementi della tracklist sono Pool Hopping e MMMOOOAAAAAYAYA, mentre delude la troppo rumorosa Joni: LA’s No. 1 Health Goth.

Illuminati Hotties è un nome attorno a cui giravano commenti per lo più positivi già da qualche tempo. “Let Me Do One More” potrebbe essere il CD che fa raggiungere al progetto un pubblico più ampio. Sarah Tudzin, dal canto suo, si dimostra una cantautrice e produttrice talentuosa, che sa scrivere ottime pagine di musica leggera e ironica. Dopo Indigo De Souza, abbiamo trovato in poche settimane un’altra potenziale eroina dell’indie rock.

Voto finale: 7,5.

Grouper, “Shade”

shade

Il nuovo lavoro di Liz Harris, più nota come Grouper, raccoglie composizioni scritte nell’arco di ben 15 anni. Un intervallo di tempo che le ha permesso di passare da progetto sperimentale a un cantautorato etereo, evanescente, ma con punte di intimità e sensibilità davvero notevoli. Prova ne sia “Ruins” (2014), ad oggi il suo miglior disco.

“Shade”, pertanto, è un lavoro leggermente incoerente, che passa dalle atmosfere ambient ed opprimenti di Followed The Ocean al folk immacolato di Pale Interior, nell’arco di 35 minuti. Può sembrare una durata minimale nell’era dello streaming imperante e dei CD monstre, ma Grouper preferisce da sempre tenere le cose brevi: il precedente “Grid Of Points” (2018) ammontava a soli 22 minuti!

In generale, l’aspetto lirico è forse quello più complesso: è vero, Harris canta in maniera anche sentita e toccante, ma spesso è davvero difficile udire le sue parole dietro al forte riverbero delle canzoni, ad esempio in Followed The Ocean e Disordered Minds. Ciononostante, da un CD prevalentemente ambient possiamo aspettarcelo e non pregiudica la qualità generale del lavoro, che resta più che discreto.

Fra i migliori pezzi abbiamo Kelso (Blue Sky), mentre sotto la media Promise e Followed The Ocean. In generale, Grouper si conferma un’artista per palati fini: il suo mix di folk, cantautorato e musica d’ambiente può non essere per tutti ma, una volta calatosi nella sua atmosfera, l’ascoltatore non può che rimanerne affascinato.

Voto finale: 7.

Parquet Courts, “Sympathy For Life”

sympathy for life

Il nuovo album dei Parquet Courts prosegue il percorso intrapreso nel precedente “Wide Awake!” (2018); ma se quest’ultimo era un lavoro coeso e pieno di canzoni di buon livello, “Sympathy For Life” si regge su una sola grande melodia, Walking At A Downtown Pace, mentre molte delle altre rappresenterebbero delle b-sides per i migliori pezzi del gruppo.

È davvero un peccato: sapere che i Parquet Courts, band nota e apprezzata per il loro indie rock sbarazzino e disimpegnato, avrebbero provato ritmi dance, quasi da Madchester, aveva intrigato molti, A-Rock compreso, tanto più che “Sympathy For Life” arriva dopo il miglior CD del gruppo e dopo quasi due anni di pandemia.

In effetti l’inizio del lavoro è travolgente: la già menzionata Walking At A Downtown Pace, con le sue linee di chitarra prepotenti ma ballabili, è un perfetto singolo di lancio. Peccato che poi il disco contenga brani deboli come Just Shadows e Application/Apparatus, che sono puro riempitivo. Menzioniamo infine i pezzi intitolati Trullo e Pulcinella, che chiudono la tracklist, per puro campanilismo: uno dei due frontman, Andrew Savage, ha passato una vacanza in Puglia e ha omaggiato il nostro paese con questi due titoli.

Liricamente, se da “Light Up Gold” (2012) fino a “Human Performance” (2016) avevamo assistito al passaggio dai Parquet Courts più “disimpegnati” a una raggiunta maturità, sbocciata nell’arrabbiato “Wide Awake!”, quest’ultimo LP mantiene un atteggiamento più sereno, come del resto la svolta stilistica preannuncia: i Parquet Courts vogliono portarci a ballare e per farlo usano ogni mezzo.

In generale, tuttavia, i risultati non sono del tutto soddisfacenti: “Sympathy For Life”, pur avendo nobili intenti, è il secondo CD più debole della produzione dei Parquet Courts, davanti solo all’acerbo esordio “American Specialties” (2011). Vedremo la prossima volta come andrà, ma questo è il primo vero passo falso nella loro produzione da nove anni a questa parte.

Voto finale: 6,5.

Coldplay, “Music Of The Spheres”

music of the spheres

Il nono disco della band capitanata da Chris Martin è uno dei più deboli della loro carriera, diciamolo subito. Ed è un peccato, perché i momenti interessanti non mancano; ma alcune scelte lasciano molti dubbi e fanno sì che “Music Of The Spheres” non raggiunga i buoni risultati del precedente “Everyday Life” (2019).

Già la scelta del tema alla base del lavoro aveva lasciato attoniti: Martin & co. si sono immaginati una sorta di nuovo universo, popolato da strani alieni ma allo stesso tempo capace di promuovere i valori dell’amore universale. Beh, tutto molto zuccheroso: in effetti, anche musicalmente, il synth-pop che permea “Music Of The Spheres” incentiva questo feeling, coadiuvato dalla produzione di Max Martin (in passato collaboratore, tra gli altri, di Britney Spears, Taylor Swift e The Weeknd).

Se analizziamo la tracklist, vediamo ben cinque brani, di cui tre intermezzi, contraddistinti da un “titolo-emoji” e collaborazioni fatte apposta per piacere ai più giovani, su tutti Selena Gomez e i coreani BTS. Nulla di pregiudizialmente contrario al buon gusto, ma le premesse non erano scintillanti, diciamo. Poi, però, sentendo la brillante Coloratura tutto era cambiato: un inizio da tipici Coldplay, per poi sfociare in un brano progressive rock irresistibile.

Il problema, però, è che gran parte del CD non rispetta questi altissimi standard: per una buona Humankind, abbiamo una brutta Let Somebody Go. Per la gradevole My Universe, abbiamo la scadente People Of The Pride… insomma, un mezzo fiasco.

Anche liricamente, il disco è a volte dolce senza strafare (“You are my universe, and I just want to put you first”, My Universe), altre davvero incommentabile (People Of The Pride si lancia contro un dittatore che pare preso da 1984, con versi molto blandi).

In generale, dunque, “Music Of The Spheres” farà sicuramente sfracelli sia sui servizi di streaming che negli stadi: i Coldplay hanno infatti annunciato un tour mondiale, che al momento purtroppo non tocca l’Italia, a supporto del CD. I più giovani cominceranno ad apprezzarne il pop senza compromessi, i testi romantici e la bella voce di Chris Martin… ma allora perché quasi tutto in questo LP suona così fiacco e privo di verve?

Voto finale: 6.