Rising: Chat Pile

chat pile

I Chat Pile.

L’esordio della band originaria degli Stati Uniti era degno di una puntata delle rubrica Rising, che ad A-Rock rappresenta una sorta di “tagliando” per la qualità di un giovane artista. Ma andiamo con ordine e analizziamo “God’s Country”, uno dei più brutali album rock del 2022.

Chat Pile, “God’s Country”

god's country

I Chat Pile sono un quartetto statunitense, proveniente da uno degli Stati americani più desolati, l’Oklahoma. Tratti peculiari: terra di minatori, città abbandonate, gravi disuguaglianze… insomma, un incubo, secondo quanto descritto dalla band.

“God’s Country” è un CD potente: metal, noise rock e punk si mescolano in molte tracce, grazie ad una base strumentale sempre efficace ed aggressiva e alla voce di Raygun Busch, a volte cupissima e altre espressiva come quella del miglior Trent Reznor.

Abbiamo poi canzoni che parlano di macellerie, ma forse accennano anche alle stragi compiute con sempre maggiore frequenza (Slaughterhouse); inni di protesta contro i crescenti problemi ad avere una casa propria (Why); Pamela, infine, tratta di un padre che, nell’illusione di poter tornare con la moglie, ammazza il proprio figlio. Menzione da questo punto di vista per alcuni versi contenuti nelle tracce che compongono “God’s Country”: “All the blood, all the blood… And the fuckin’ sound, man” (Slaughterhouse); “Broken faces and jamming fingers and goddamn dust in my eyes for the rest of my life” (The Mask); e infine “It’s the sound of a fuckin’ gun, it’s the sound of your world collapsing” (Anywhere).

Insomma, un LP non per deboli di cuore, sia musicalmente che liricamente. I Chat Pile, del resto, non vogliono scrivere canzoni commerciali, malgrado pezzi come Anywhere e Pamela siano, tutto sommato, appetibili anche ad un pubblico non di nicchia. Lo scopo della band, come dichiarato in varie interviste, è in realtà quello di catturare l’ansia e la paura di vedere il mondo che si autodistrugge, a causa dell’attività umana. Menzione, infine, per la folle cavalcata finale di grimace_smoking_weed_jpeg; meno comprensibile, invece, il momento intimista di I Don’t Care If I Burn.

L’estate 2022 è stata, in effetti, un periodo tragico sotto vari punti di vista, non ultimo quello ambientale, che ha fatto capire una volta per tutte i danni che i cambiamenti climatici stanno avendo sulla nostra vita di tutti i giorni. “God’s Country”, pur essendo un titolo molto americano, in realtà è riferibile a molti Paesi: i Chat Pile, pur con un sound ancora da raffinare e una rabbia che terrà lontano il pubblico più mainstream, lo hanno capito e hanno composto una colonna sonora terribile, ma proprio per questo azzeccata.

Voto finale: 8.

Il maestoso (e complesso) ritorno di Beyoncé

Da dove cominciamo? “RENAISSANCE” segna il ritorno della vera regina del pop degli ultimi 10 anni, se escludiamo il CD collaborativo col marito JAY-Z “Everything Is Love” (2018) e il CD-video live “Homecoming” del 2019. Queen Bey pare decisa a far rinascere in noi la voglia di ballare: il sound del disco è apertamente dance e house, con le consuete inflessioni R&B (PLASTIC OFF THE SOFA) e hip hop, soprattutto in certe basi (CHURCH GIRL).

Sia chiaro: stiamo parlando di un disco pop, ma la tracklist da 16 canzoni e 62 minuti lascia inevitabilmente spazio ad episodi più deboli (ENERGY). In generale, però, resta da ammirare la presenza di Beyoncé: la voce è ai suoi livelli migliori, la produzione immacolata, la varietà di suoni invidiabile. Non tutto gira a meraviglia, ma i risultati di “RENAISSANCE” restano impressionanti.

“Lemonade” aveva del tutto travolto la scena pop nell’ormai lontano 2016: Beyoncé aveva messo in musica il senso di tradimento patito a seguito dei numerosi flirt del marito JAY-Z, con canzoni indimenticabili come Sorry e Don’t Hurt Yourself. Da questo punto di vista, “RENAISSANCE” suona molto più rilassato: i testi spesso sono solamente degli appoggi per delle irresistibili melodie house (BREAK MY SOUL) e funk (VIRGO’S GROOVE).

renaissance

Se proprio vogliamo trovare un fil rouge, è la celebrazione della black music in ogni sua espressione: dalle collaborazioni con nomi importanti come The-Game e Grace Jones, passando per nomi più oscuri come Kilo Ali e Lidell Townsell. In più, abbiamo la menzione di figure della musica underground come l’artista trans Honey Dijon, che fanno capire l’intenzione di schierarsi a favore di ogni tipo di diversità da parte di Queen Bey, già emersa nei suoi passati LP e in numerose dichiarazioni pubbliche.

I pezzi migliori sono la doppietta VIRGO’S GROOVEMOVE, piazzate a centro disco ma non per questo trascurabili; buone anche PURE/HONEY, CUFF IT e SUMMER RENAISSANCE. Invece sotto la media ENERGY e CHURCH GIRL. Menzione finale per il parco ospiti e collaboratori: oltre alle figure già citate, abbiamo superstar come Drake, Skrillex, JAY-Z e A.G. Cook del collettivo PC Music.

La conclusione? Non stiamo forse parlando del miglior lavoro a firma Beyoncé, ma “RENAISSANCE” conferma tutto il talento della popstar statunitense. Considerando che, in vari post apparsi sui suoi social a seguito della pubblicazione del lavoro, si parla di una trilogia di cui “RENAISSANCE” sarebbe il primo capitolo, la trepidazione per i nuovi lavori della regina del pop moderno è altissima.

Voto finale: 8.

Recap: luglio 2022

Luglio è stato un mese molto interessante (e molto caldo), con uscite importanti musicalmente parlando. Abbiamo recensito infatti i nuovi lavori dei black midi e degli Interpol; sul versante rock abbiamo anche il secondo CD del 2022 di Jack White e il ritorno di Ty Segall. Inoltre, spazio anche a Steve Lacy. Buona lettura!

black midi, “Hellfire”

hellfire

Il terzo CD degli inglesi black midi prosegue una carriera a metà tra folle e avanguardista, sulla scia di quel maestro che era Scott Walker: prog rock, noise, country (!!!) e puro sperimentalismo si mescolano in “Hellfire”, con canzoni che spesso cambiano radicalmente nel corso di due minuti o meno. Geordie Greep (chitarra e voce principale), Cameron Picton (basso e seconda voce) e Morgan Simpson (batteria) hanno ormai una maestria incredibile nel performare questi continui cambi di ritmo, tanto da far sembrare “Hellfire” quasi comodo da eseguire rispetto alla durezza di “Schlagenheim” (2019) e alla maggior raffinatezza di “Cavalcade” (2021).

Le dieci tracce del CD sembrano comporre una colonna sonora dell’Inferno: i tre singoli di lancio, da Welcome To Hell a Sugar/Tzu passando per Eat Men Eat, sono durissimi e hanno fatto capire una volta di più che siamo di fronte ad un complesso unico nel suo genere. Non che le altre canzoni in tracklist siano deludenti: azzeccata la scelta di mettere il breve intermezzo Half Time proprio a metà del percorso di “Hellfire”, così come è davvero irreale il country di Still, con Picton prima voce che non sfigura per nulla, pur al cospetto di un genere tanto strano e alieno per i black midi. Indimenticabile poi The Race Is About To Begin, in cui Greep spara frasi al ritmo dell’Eminem più scatenato; e ottima la chiusura di 27 Questions, in cui i black midi immaginano la triste fine dell’attore fallito Freddie Frost, che nella sua ultima opera inscena 27 domande esistenziali prima di darsi fuoco sul palcoscenico.

Liricamente, questa è la traccia che sicuramente resta più impressa. Interessante poi la scelta del gruppo di focalizzarsi su vignette di personaggi “esemplari”, narrate sempre in prima persona da Greep e soci. Ad esempio, Sugar/Tzu immagina un confronto pugilistico del futuro tra due grizzly, in cui uno dei due viene ucciso da un fan impazzito che, a suo dire, voleva accontentare il pubblico portando il sangue sul ring. Abbiamo poi il racconto delle peripezie di un soldato che soffre di stress post-traumatico (Welcome To Hell). Altrove, infine, abbiamo frasi che stroncano la stupidità umana (“Idiots are infinite, thinking men numbered”, The Race Is About To Begin).

Qualcuno può quasi avere la sensazione che gli esperimenti dei black midi siano calcolati: troppo precise queste folli canzoni per essere oneste! In realtà, il trio inglese sembra proprio fiero di continuare ad analizzare l’umanità, associando i loro racconti a qualsiasi sfaccettatura del rock aggradi loro. Saranno degli scienziati pazzi, ma c’è del genio in questa follia.

Voto finale: 8,5.

Jack White, “Entering Heaven Alive”

Entering Heaven Alive

Il secondo album del 2022 dell’ex The White Stripes è un deciso cambiamento di rotta rispetto al precedente “Fear Of The Dawn”. Laddove quest’ultimo era un album rock sperimentale, furioso a tratti, “Entering Heaven Alive” è puro cantautorato: potremmo definirlo “la faccia buona” di White. La preferenza dell’ascoltatore per uno o l’altro dipende probabilmente dai propri gusti personali: i due CD, infatti, sono entrambi ben fatti e compongono una prova innegabile del grande talento di Jack White, unito a una versatilità non comune.

La cosa che colpisce, prima ancora delle canzoni, è la copertina di “Entering Heaven Alive”: scomparse le tracce di azzurro che trovavano spazio nei precedenti dischi solisti del Nostro, abbiamo una semplice immagine in bianco e nero. Per uno attento all’estetica come lui, questo è un cambiamento rilevante: il dubbio era cosa aspettarsi dalle tracce di “Entering Heaven Alive”.

La risposta è che Jack White è un compositore di grande talento, capace di incidere nello stesso anno brani rock robusti come Taking Me Back (riproposta in chiave acustica in questo lavoro) e Fear Of The Dawn così come deliziosi pezzi folk come A Tip From You To Me e All Along The Way. La prima parte del CD contiene le canzoni migliori: parliamo delle già citate A Tip From You To Me e All Along The Way, ma abbiamo anche If I Die Tomorrow, che tiene alto il livello nel finale di LP. Invece inferiore alle altre Queen Of The Bees, inspiegabilmente scelta come singolo di lancio.

In conclusione, “Entering Heaven Alive” chiude ottimamente un 2022 da incorniciare per Jack White. Siamo di fronte al suo miglior periodo, musicalmente parlando, più fertile anche degli esordi solisti del 2012 (“Blunderbuss” resta peraltro un buonissimo lavoro). Forse non siamo ai livelli della doppietta “White Blood Cells”-“Elephant”, incisi a cavallo tra 2001 e 2003 con Meg White, ma ci siamo dannatamente vicini.

Voto finale: 7,5.

Steve Lacy, “Gemini Rights”

gemini rights

Il secondo album vero e proprio a firma Steve Lacy (anche parte del collettivo The Internet) è un ottimo CD di neo-soul e R&B. Nulla di innovativo su questi fronti, sia chiaro, ma Lacy si dimostra in grado di brillare anche da solista, dopo fruttuose collaborazioni in passato con Vampire Weekend e Solange Knowles, tra gli altri.

L’esordio “Apollo XXI” (2019) non era un cattivo LP, piuttosto mancava di cura nei particolari e, pertanto, era stato schifato dai critici più pignoli. “Gemini Rights”, da questo punto di vista, è un netto miglioramento, dovuto anche al fatto che questa volta Steve ha registrato il lavoro in uno studio vero e proprio e non, come in passato, attraverso il proprio cellulare o laptop.

La prima parte di “Gemini Rights” è formata da possibili hit: da Mercury a Bad Habit, passando per Buttons, abbiamo alcune tra le più belle canzoni a firma Steve Lacy. Nella parte centrale invece il lavoro perde vigore: ad esempio, il falsetto di Amber era ampiamente evitabile. Buona invece Sunshine, grazie anche alla collaborazione di Foushée.

Anche liricamente il Nostro dimostra una maturità nel parlare dei propri sentimenti che in passato non avevamo colto. Molto del CD ruota accanto ad una rottura sentimentale recentemente patita da Lacy: ad esempio, in Static canta “If you had to stunt your shining for your lover, dump that fucker”, mentre Mercury contiene il seguente verso: “Oh, I know myself, my skin, rolling stones don’t crawl back in”. Helmet possiede il momento più evocativo dell’intero CD: “I tried to play pretend (oh-oh), tried not to see the end (ah-ah), but I couldn’t see you the way you saw me. Now I can feel the waste on me”.

In conclusione, “Gemini Rights” è un buonissimo LP estivo: canzoni leggere, a metà tra soul e R&B, con tocchi funk, che sono ascoltabili tanto in spiaggia quanto nelle feste tra amici. Nulla di radicale, insomma, ma Steve Lacy ha finalmente dato sfoggio del suo talento. Tuttavia, siamo convinti che possa fare ancora meglio: aspettiamo con trepidazione il suo prossimo lavoro.

Voto finale: 7,5.

Interpol, “The Other Side Of Make-Believe”

the other side of make-believe

Il settimo album del trio newyorkese suona, allo stesso tempo, tipicamente Interpol e innovativo rispetto ai canoni della band. Accanto al loro familiare post-punk, Paul Banks e compagni infatti provano a mescolare ritmi più oscuri, quasi à la Nine Inch Nails (Mr. Credit), aiutati anche da produttori d’eccezione come Flood e Alan Moulder (in passato collaboratori di U2 e Depeche Mode).

Se tutti o quasi siamo d’accordo che “Turn On The Bright Lights” (2002) è uno dei migliori CD indie rock degli scorsi vent’anni, in molti dubitano dei lavori più recenti degli Interpol, accusati di ripetere la stessa ricetta ogni volta. Questo era in effetti il caso del breve EP “A Fine Mess” (2019) e, in parte, di “Interpol” (2010), che iniziava effettivamente a mostrare la corda; invece erano buoni i successivi “El Pintor” (2014) e “Marauder” (2018), che tornavano quasi ai livelli del secondo lavoro di studio “Antics” (2004).

“The Other Side Of Make-Believe” si situa sostanzialmente nel mezzo, qualitativamente parlando: abbiamo ottimi singoli di lancio (Toni, Something Changed) accanto a brani decisamente più convenzionali, che potrebbero entrare in qualsiasi album degli Interpol dal 2007 in avanti (Into The Night, Passenger). I risultati restano comunque accettabili, grazie soprattutto alla bella voce di Banks, che resta sempre un valore aggiunto importante per il gruppo americano.

Come sempre, dal lato testuale un album degli Interpol può contenere perle come versi del tutto assurdi. Questa volta i tre newyorkesi mostrano il loro lato più serio: anzi, Paul Banks si dimostra addirittura spavaldo quando, in Toni, dichiara: “Still in shape, my methods refined”. Altrove, però, emergono insicurezze (“All along I was different, ’cuz my nature made me great… but not that great”, canta Banks in Greenwich) e il tratto ironico della band: “You’re truly erupting too hard, that’s why you’re a sizable god” (Big Shot City).

In conclusione, “The Other Side Of Make-Believe” è un buon LP degli Interpol. Certo, il vicino ventennale del fondamentale “Turn On The Bright Lights” ci farà capire una volta di più quanto la loro produzione sia calata di intensità e qualità nel corso dei seguenti due decenni, ma Banks e co. restano un’affidabile band post-punk.

Voto finale: 7.

Ty Segall, “Hello, Hi”

hello hi

Il quattordicesimo album solista (!!) del più celebre garage rocker americano è una svolta acustica benvenuta dopo i poco riusciti “First Taste” (2019) e “Harmonizer” (2021). Non tutto gira alla perfezione, ma un album di Ty Segall influenzato da Neil Young e T. Rex è un gradito ritorno alla tranquillità di album come “Goodbye Bread” (2011) e “Sleeper” (2013), tra i migliori della sua produzione.

Il californiano si conferma cantautore di talento e, allo stesso tempo, eccentrico: il CD inizia con le due tracce più deboli del lotto, Good Morning e Cement, che al primo ascolto sembrano stroncare qualsiasi speranza di un ritorno ai bei tempi di Ty. In realtà poi, con l’andare delle canzoni, abbiamo perle come la title track e Saturday Pt. 2, tra le migliori canzoni del Ty Segall più recente. Da non sottovalutare poi il fascino di Looking At You.

C’è sicuramente chi preferirà la versione più feroce del cantautore californiano, ad esempio quella vista in “Slaughterhouse” (2012). La verità è che il fascino di una discografia tanto disparata e confusionaria come quella di Ty Segall risiede nella sua incredibile versatilità: punk, hard rock, garage rock, folk, psichedelia… abbiamo visto praticamente di tutto nel corso degli ultimi 13 anni di carriera di Ty.

Non è infatti un caso che i suoi LP più amati sono quelli che sanno fondere tra loro tutte queste facce, da “Manipulator” (2014) a “Freedom Goblin” (2018). “Hello, Hi” non appartiene a questa ultima schiera, ma lascia sperare che Ty Segall possa tornare, in tempi brevi, a buoni livelli.

Voto finale: 7.

Rising: Grace Ives & Ethel Cain & Ravyn Lenae

Ritorna, dopo qualche mese di assenza, la rubrica di A-Rock dedicata ai cantanti emergenti. Quest’oggi dedichiamo la nostra attenzione a ben tre figure. Abbiamo Grace Ives, una giovane artista americana che suona un interessante connubio di pop e sonorità elettroniche. Inoltre, recensiremo l’esordio di Ethel Cain, promessa del dream pop. Infine, spazio al primo CD di Ravyn Lenae, portavoce di un R&B sperimentale e imprevedibile. Buona lettura!

Ravyn Lenae, “HYPNOS”

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L’esordio della giovane cantautrice statunitense arriva dopo numerosi EP preparatori, pubblicati tra 2016 e 2018. Proprio quando sembrava che l’attesa di un suo CD vero e proprio dovesse rimanere per sempre insoluta, ecco comparire “HYPNOS”: un lavoro che mescola R&B anni ’90, neo-soul e tracce più contemporanee, con l’aiuto di artisti come Steve Lacy (Skin Tight) e Smino (3D), oltre alla produzione di Kaytranada (Xtasy).

Parliamo di una ragazza ancora giovanissima, di appena 23 anni, con alle spalle già sei anni di carriera. Ravyn Lenae era infatti un nome da tempo sui taccuini dei critici più esperti di musica black: dotata di un falsetto notevole e di una creatività al tempo stesso ambiziosa e ben ancorata alle radici del genere R&B, Ravyn pareva destinata a diventare una star. “HYPNOS” è ad ogni modo uno dei migliori LP R&B del 2022 fino ad ora e di certo renderà Ravyn Lenae un nome sempre più popolare.

Le influenze a cui Ravyn attinge sono in realtà abbastanza percepibili: Solange Knowles, SZA, Brandy così come il D’Angelo degli anni ’90 sono tutti artisti che vengono alla mente ascoltando “HYPNOS”. Tuttavia, Lenae è brava a sperimentare quel tanto che basta per non suonare eccessivamente derivativa. Prova ne siano Skin Tight e Wish, veri highlight del disco. Buone anche Venom e Inside Out. Inferiori alla media invece Deep In The World e Light Me Up.

Se un appunto si può fare in generale al lavoro, è sulla lunghezza: la tracklist composta da 16 canzoni, di cui tre inferiori ai due minuti, diventa alla lunga ripetitiva. Tuttavia, come già accennato, Ravyn Lenae si conferma nome su cui puntare per il futuro del pop più sofisticato: assieme a “Three Dimensions Deep” di Amber Mark, abbiamo il migliore esordio del 2022 di musica R&B.

Voto finale: 7,5.

Grace Ives, “Janky Star”

janky star

“Janky Star” non è in realtà il vero e proprio esordio di Grace Ives; tuttavia, il suo primo lavoro “2nd” (2019) era passato senza sostanzialmente lasciare traccia. Il sound di Grace, pur già accennato in “2nd”, trova il pieno compimento in questo album, a pieno titolo uno dei “mini CD” più gradevoli del 2022. Nulla di trascendentale, ma alcuni momenti del lavoro sono davvero buoni.

In soli 27 minuti, Grace riesce a toccare un altissimo numero di generi: hyperpop (Loose), pop à la Kero Kero Bonito (Isn’t It Lovely), rock (Shelly)… A volte il profluvio di generi può risultare eccessivo, ma i dieci brani che compongono “Janky Star” mettono in mostra un range notevole e una buona versatilità canora. I migliori brani sono Angel Of Business e Loose, mentre sotto media risultano Back in LA e Win Win. Da menzionare infine la sinuosa Lazy Day, quasi R&B nel suo incedere.

In conclusione, “Janky Star” fa di Grace Ives un nome da tenere d’occhio nello scenario del pop alternativo. Chiaro, non parliamo di Billie Eilish, ma questo lavoro mette in mostra un talento cristallino, che deve solo essere addomesticato nei suoi tratti più eccentrici per produrre un lavoro davvero indimenticabile.

Voto finale: 7.

Ethel Cain, “Preacher’s Daughter”

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Ethel Cain si era fatta conoscere nel corso del 2021 grazie all’EP “Inbred”, in cui trovavano spazio momenti propriamente pop (Michelle Pfeiffer) accanto ad altri decisamente più oscuri. In generale, le premesse per un buon esordio erano ben presenti; “Preacher’s Daughter” calca la mano su questa estetica un po’ Lana Del Rey (si ascolti Family Tree (Intro) a riguardo), un po’ Taylor Swift (American Teenager), trovando nei suoi momenti migliori dei grandi brani. La lunghezza del CD gioca alla lunga contro Ethel, ma il talento dimostrato è indubitabile.

I 76 minuti di “Preacher’s Daughter”, conditi da numerosi brani di durata superiore ai sei minuti, possono in effetti rappresentare un ostacolo molto probante per l’ascoltatore casuale (Thoroughfare arriva addirittura a nove); tuttavia, ripetute sessioni premiano il pubblico più paziente, grazie a pezzi riusciti come American Teenager e Hard Times. Invece, A House In Nebraska e Gibson Girl sono composizioni eccessivamente lunghe e monotone per impressionare positivamente.

Il titolo del lavoro e molte liriche fanno riferimento all’infanzia di Hayden Silas Anhedönia: colei che sarebbe diventata artisticamente Ethel Cain è stata infatti cresciuta in una severa comunità Battista nel sud degli Stati Uniti. Western Nights, ad esempio, immagina una fuga di Cain e del suo innamorato intrapreso per dimenticare i passati traumi familiari. In generale, pare di assistere ad una tragedia teatrale, in cui Ethel Cain è la protagonista destinata al fallimento: non è un caso che la Nostra avesse inizialmente concepito il lavoro come un epico lavoro della durata di due ore.

In conclusione, l’eccessiva ambizione ha, in certi tratti del disco, giocato contro i pur buoni risultati complessivi di “Preacher’s Daughter”. Ethel Cain resta un nome da tenere d’occhio nella scene dream pop americana: una volta che avrà affinato alcune eccentricità e deciso quale direzione prendere tra divenire una possibile popstar e intraprendere la strada più sperimentale, probabilmente avremo il suo manifesto artistico definitivo.

Voto finale: 7.

Recap: giugno 2022

Anche giugno è terminato. Un mese caratterizzato da uscite di peso, con i nuovi lavori di Angel Olsen e Drake in copertina. Inoltre, A-Rock dà spazio ai nuovi CD dei Foals, Perfume Genius e Soccer Mommy. Infine, abbiamo recensito i nuovi dischi di Bartees Strange e Regina Spektor. Buona lettura!

Perfume Genius, “Ugly Season”

ugly season

Il sesto album del musicista americano è una radicale reinvenzione della sua estetica. L’art pop che contraddistingueva i suoi dischi più rilevanti, da “Put Your Back N 2 It” (2012) a “Set My Heart On Fire Immediately” (2020), lascia il posto ad un intricato mix di musica sperimentale e neoclassica, che porta Perfume Genius su territori ignoti. I risultati tuttavia sono, come al solito, magnifici.

Ascoltare per la prima volta “Ugly Season” può essere un’esperienza catartica, straniante ma allo stesso tempo rilassante: il basso pulsante di Herem contrasta con lo sperimentalismo dell’introduttiva Just A Room; il ritmo quasi dance della magnifica Eye In The Wall fa da contraltare al clangore di un pezzo coraggioso come Hellbent. Se in passato Mike Hadreas era inquadrabile come artista pop a tutto tondo, pur con un’indole avanguardista, questo CD dà libero sfogo alla sua creatività.

Anche liricamente il lavoro ricalca il tema della reinvenzione, soprattutto dopo anni difficili come quelli che stiamo passando. In Hellbent ritorna il personaggio di Jason, protagonista dell’omonima traccia di “Set My Heart On Fire Immediately”, e Mike canta: “If I make it to Jason’s and put on a show, maybe he’ll soften and give me a loan”. Altrove emerge il tema dell’incertezza (“No pattern” sono le prime parole di Just A Room). In generale, le liriche di Perfume Genius sono molto meno dirette che nel recente passato, dove non si faceva problemi a descrivere la sua infanzia, tragicamente segnata dal nonno violento, o gli atti di bullismo di cui era stato vittima in passato a causa della sua omosessualità.

In generale, “Ugly Season” può essere paragonato a CD estremi per le discografie di certi artisti, come “Kid A” per i Radiohead e “Spirit Of Eden” per i Talk Talk. Vedremo in futuro se questo CD avrà lo stesso potentissimo impatto, di certo possiamo dire che Perfume Genius ha dimostrato una volta di più il suo sconfinato talento.

Voto finale: 8,5.

Soccer Mommy, “Sometimes, Forever”

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Il terzo album della talentuosa Sophie Allison, in arte Soccer Mommy, introduce delle gustose novità nel suo sound, grazie anche alla produzione di Daniel Lopatin (Oneohtrix Point Never). Il risultato è un ottimo CD indie rock, con occasionali esperimenti che guardano al trip hop (Unholy Affliction) e allo shoegaze (Don’t Ask Me).

Della “new wave” di autrici che stanno rivoluzionando il mondo indie (basti citare Phoebe Bridgers, Lucy Dacus e Julien Baker), Allison è la più grunge: prova ne sia “Clean” (2018), l’album che la fece conoscere al mondo. Invece “color theory” (2020) aveva virato verso atmosfere più soffuse, mantenendo però il candore dei testi che l’hanno resa fin da subito riconoscibile. “Sometimes, Forever” contribuisce, come già detto, ad ampliare ulteriormente la palette sonora di Soccer Mommy: Darkness Forever, ad esempio, difficilmente sarebbe entrata in un suo lavoro precedente.

A proposito di testi, Still contiene alcune delle liriche più toccanti mai scritte da Allison: “I lost myself to a dream I had… But I miss feeling like a person”. Altro verso molto malinconico è “I’m barely a person, mechanically working”, contenuto in Unholy Affliction. Altrove invece emerge l’aspetto più speranzoso dell’animo di Sophie: “Whenever you want me, I’ll be around… I’m a bullet in a shotgun waiting to sound” (Shotgun).

I migliori brani sono l’iniziale Bones, davvero travolgente; il singolo di lancio Shotgun, ottimo pezzo indie rock; e Don’t Ask Me, potente pezzo shoegaze che ricorda i My Bloody Valentine. Invece inferiore alla media Fire In The Driveway. In generale, Sophie Allison conferma quanto di buono si scrive di lei da anni: Soccer Mommy è ormai un progetto caposaldo del mondo indie contemporaneo e “Sometimes, Forever” è uno dei migliori CD rock del 2022.

Voto finale: 8,5.

Angel Olsen, “Big Time”

big time

Il nuovo album, il sesto della cantautrice americana, nasce dalla tragedia e da fatti strettamente personali che hanno sconvolto la sua vita. Nel corso del 2021, Angel ha confessato la sua omosessualità, prima agli amici poi ai genitori e infine al pubblico. Poco dopo, il padre è deceduto e poche settimane dopo, tragicamente, anche sua madre è morta. Il periodo davvero difficile vissuto recentemente da Olsen trova ovviamente spazio in “Big Time”, ma i ritmi tendenzialmente country e sereni aiutano il CD, tanto da non farlo risultare eccessivamente pesante.

L’ultimo LP vero e proprio a firma Angel Olsen è “All Mirrors” del 2019, contando che “Whole New Mess” (2020) era una sorta di remix del precedente lavoro. Inoltre, Olsen nel 2021 aveva pubblicato la breve raccolta di cover “Aisles”. “Big Time” si distacca però da tutti questi lavori: più cantautorale, meno barocco, più country e meno ispirato agli anni ’80. In generale, possiamo dire che la nuova direzione artistica intrapresa dalla Nostra è convincente in molte parti del presente lavoro.

L’inizio del CD è molto promettente: All The Good Times e la title track sono tra i migliori brani del disco. Dream Thing invece, con le sue cadenze dream pop, quasi rievoca Intern, uno dei pezzi migliori di “My Woman” (2016). Altrove abbiamo pezzi più raccolti (All The Flowers) così come rimandi al rock à la Lucy Dacus (Right Now), in generale i dieci brani del CD sono coesi e fanno di “Big Time” un’altra ottima aggiunta ad una discografia davvero di spessore. Solo Ghost On è leggermente sotto la media.

Liricamente, come anticipato, “Big Time” tocca molti dei temi che hanno reso la vita di Angel Olsen davvero difficile negli ultimi tempi. In Ghost On pare rivolgersi a sé stessa: “I don’t know if you can take such a good thing coming to you, I don’t know if you can love someone stronger than you’re used to”. Il tema di una relazione finita male compare anche in All The Good Times: “So long, farewell, this is the end” canta infatti Angel. Ma è This Is How It Works che contiene i versi più sinceri: “I’m barely hanging on… It’s a hard time again”.

In generale, come già accennato, “Big Time” continua la striscia di ottimi LP a firma Angel Olsen, in una produzione sempre più variegata e brillante. Non sarà forse il suo miglior lavoro, ma per molti sarebbe un highlight di un’intera carriera.

Voto finale: 8.

Regina Spektor, “Home, Before And After”

home before and after

Il nuovo album della cantautrice di origine russa trapiantata in America, il primo in sei anni, trova una Regina Spektor in ottima forma: sia vocalmente, sia creativamente, Regina è davvero ispirata, tanto da fare di “Home, Before And After” uno dei migliori suoi CD, forse il più riuscito dai tempi di “Begin To Hope” (2006).

Spektor ha deciso di accontentare i suoi fan di più lunga data durante le registrazioni di “Home, Before And After”: basti pensare che alcune canzoni della tracklist, da Becoming All Alone a Loveology passando per Raindrops, sono state condivise dal vivo in concerti del passato divenuti leggendari per il suo pubblico. Accanto a questi brani “storici”, troviamo esperimenti interessanti come Up The Mountain e altri brani più convenzionali, come SugarMan, che fanno del CD un insieme alquanto variegato.

I risultati sono generalmente buoni: vi sono highlight chiari come la già citata Becoming All Alone, in cui Regina si immagina di bere una birra con Dio in persona. Abbiamo poi Up The Mountain, quasi R&B, che fa lievitare il livello medio della prima parte del lavoro. La perla vera del CD è però l’epica e lunghissima Spacetime Fairytale, ben nove minuti di meditazione sul significato dello spazio e del tempo, in salsa prog. Inferiori alla media invece SugarMan e Raindrops, troppo prevedibili. Menzione finale per la strampalata Loveology, in cui Spektor inventa letteralmente parole per farle rimare con il titolo del brano!

In conclusione, “Home, Before And After” è un buon LP da parte di una talentuosa cantautrice. Regina Spektor, al pari di Fiona Apple e PJ Harvey, ha fatto del periodo tra fine anni ’90 del XX secolo e anni ’00 del XXI un periodo florido per il cantautorato femminile. Solo in questi ultimi anni le donne stanno finalmente tornando ad affermarsi sulla scena rock: una parte del merito, neanche troppo piccola, è di Regina Spektor.

Voto finale: 7,5.

Bartees Strange, “Farm To Table”

farm to table

Il nome di Bartees Strange è sul taccuino dei critici musicali da qualche anno ormai: nel 2020 il suo esordio “Live Forever” aveva stupito per la sua capacità di unire indie rock, versi rap e momenti più folk. Non tutto era perfetto, ma Bartees Cox Jr. (questo il vero nome dell’artista americano) dimostrava un talento fuori dal comune. “Farm To Table” è un degno erede di “Live Forever”: riducendo il numero dei generi affrontati, suona più organico e coeso, con risultati spesso notevoli.

Le prime due tracce del CD farebbero pensare ad un capolavoro annunciato: Heavy Heart è un pezzo indie quasi perfetto, con strumentazione coinvolgente e la bella voce di Bartees al meglio. Buonissima poi Mulholland Dr., quasi emo come cadenze. Il problema è che la parte centrale del lavoro non mantiene queste anticipazioni: sia We Were Only Close For Like Two Weeks che Tours sono ben sotto la media. Invece buona la chiusura di Hennessy.

Liricamente, invece, il cantautore americano mantiene il candore e l’onestà del suo esordio: in Black Gold descrive, suscitando simpatia, la sensazione di smarrimento che lo ha pervaso all’arrivo a Washington, lui che è originario dell’Oklahoma: “Now it’s big city lights for a country mouse”. In Cosigns invece abbiamo una prova della sua continua ambizione e voglia di crescere come standing: “How to be full, it’s the hardest to know… I keep consuming, I can’t give it up, hungry as ever, it’s never enough”. Infine, Hold The Line è dedicate alla figlia di George Floyd, l’afroamericano tragicamente ucciso da un poliziotto, che gli ha puntato il ginocchio sul collo fino a strozzarlo.

In generale, i 34 minuti di “Farm To Table” scorrono bene: pur non potendo parlare di un vero e proprio manifesto artistico, Bartees Strange ha confermato con questo LP quanto di buono si diceva di lui. Siamo davvero impazienti di vedere se il prossimo suo CD sarà quel capolavoro che pare avere nel taschino.

Voto finale: 7,5.

Foals, “Life Is Yours”

life is yours

Il settimo album dei Foals è allo stesso tempo una prosecuzione dello stile più dance e leggero accennato nel precedente doppio album “Everything Not Saved Will Be Lost” (2018), soprattutto la parte 1, e il CD più coeso del gruppo britannico. Tuttavia, la magia dei migliori LP del gruppo, “Total Life Forever” (2010) e “Holy Fire” (2013), è lontana.

“Life Is Yours” era stato sponsorizzato dalla band, ora ridotta ad un trio dopo l’abbandono da parte del tastierista Edwin Congreave, come un disco estivo e libero dalle ansie legate al Covid. Intento esaudito: i Foals suonano molto più vicini ai Duran Duran che al math rock delle origini. Alcuni storceranno il naso, ma è la naturale evoluzione di un gruppo sempre più mainstream, anche se, va detto, mai prono alle tendenze del mercato.

In alcuni brani i risultati sono apprezzabili, si ascoltino ad esempio Crest Of The Wave e Wild Green. Altre volte, invece, le canzoni suonano derivative, quasi come delle b-side dei momenti migliori del passato del gruppo: ne è un chiaro esempio The Sound.

In generale, “Life Is Yours” è un lavoro minore dei Foals: Yannis Philippakis e compagni hanno voluto comporre un CD tanto coeso quanto divertente, ma il livello delle canzoni non è pari ai lavori migliori del gruppo inglese. La direzione dance, tuttavia, non è di per sé sbagliata: vedremo in futuro se i Foals riusciranno a trarne il meglio.

Voto finale: 7.

Drake, “Honestly, Nevermind”

honestly nevermind

Il nuovo disco della popstar canadese tenta, finalmente, di cambiare le carte in tavola di un’estetica da troppo tempo bloccata sui binari ben noti del pop-rap, con parziali inflessioni trap. I risultati? Non buoni purtroppo, segno di un Drake tremendamente affaticato.

Una cosa colpisce subito di “Honestly, Nevermind”: è come se Drake avesse provato a ricreare Passionfruit per 14 volte e 52 minuti di durata complessiva. L’esito di questo esperimento non è soddisfacente, ma se non altro denota un Drake voglioso di tornare protagonista anche sul lato creativo.

Se fino a “Certified Lover Boy” (2021) avevamo dei CD a firma Drake sovraccarichi, lunghi ma pieni di ospiti di spessore e sample spesso irresistibili, “Honestly, Nevermind” va molto all’essenziale, un po’ come “If You’re Reading This It’s Too Late” (2015). Il fatto, poi, che ormai per lui rappare sia più un passatempo che la principale caratteristica della sua estetica rende quei pochi brani carichi di rime, come Sticky, degli eventi.

La cosa che più sorprende in negativo di questo LP, che lo distingue dal passato della produzione del Nostro, è che sono poche le canzoni davvero memorabili: “Honestly, Nevermind” pare più una playlist da ascoltare di sottofondo in spiaggia che un insieme articolato e coerente. Se “More Life” (2017) almeno era un prodotto vivo e creativamente notevole nei suoi momenti migliori, questo CD invece suona per lo più piatto.

La parte più interessante del disco è quella centrale, in particolare il duo formato da Sticky e Massive, che sposano bene rap e house. Da menzionare poi la collaborazione con 21 Savage, Jimmy Cooks, che chiude il lavoro. Invece molto deboli Falling Back, Liability e Calling My Name.

In conclusione, “Honestly, Nevermind” segna allo stesso tempo un passo avanti e uno indietro per Drake: se da un lato lo vediamo più aperto a sperimentare con generi disparati come house, dance e ritmi africaneggianti, dall’altro la qualità delle canzoni continua a latitare. L’artista capace di comporre LP riusciti come “Take Care” (2011) e “Nothing Was The Same” (2013) tornerà mai a quei livelli?

Voto finale: 5.

Recap: maggio 2022

Il mese di maggio 2022 è stato uno dei più impegnativi degli ultimi anni per A-Rock: numerosi album molto attesi da critica e pubblico sono stati pubblicati, spesso nello stesso weekend! Abbiamo infatti i ritorni degli Arcade Fire, di Sharon Van Etten e di Harry Styles… ma non per questo tralasceremo Florence + The Machine, Wilco e The Black Keys. Inoltre, recensiremo il primo album del nuovo progetto di Thom Yorke e Jonny Greenwood, The Smile, e il terzo CD dei Rolling Blackouts Coastal Fever. Infine, spazio ai ritorni di Liam Gallagher, Everything Everything e Porridge Radio. Buona lettura!

The Smile, “A Light For Attracting Attention”

a light for attracting attention

Quando Thom Yorke si lancia in nuove avventure artistiche, che si parli di album solisti oppure di progetti veri e propri, l’attenzione di tutti è catturata. Se poi contiamo nei The Smile anche il chitarrista Jonny Greenwood, seconda mente creativa dei Radiohead, e Tom Skinner (batterista dei Sons Of Kemet), allora le premesse sono davvero ottime. “A Light For Attracting Attention” in effetti è un lavoro pregevole, al livello dei migliori della band principale di Greenwood e Yorke nei suoi momenti migliori.

L’atmosfera del lavoro viene subito impostata da The Same: siamo nei territori di “Kid A” (2000), con un tocco di “In Rainbows” (2007). La canzone di per sé sarebbe un highlight, ma presa accanto a pezzi magnifici come Free In The Knowledge e Thin Thing è quasi “un brano come gli altri”. La coesione del lavoro, inoltre, aumenta ancora di più il fascino del CD, che risulta inquietante e ammaliante in ugual misura.

Su tutto svetta, ovviamente, la vellutata voce di Yorke, davvero in splendida forma: le canzoni di “A Light For Attracting Attention” non inducono in realtà al sorriso, come farebbe pensare il nome del trio, quanto piuttosto alla riflessione di fronte alle falsità dei politici che ci (mal)governano. Ne sono chiari esempi You Will Never Work In Television Again, dedicata nientemeno che a Silvio Berlusconi (menziona anche il bunga bunga), ed A Hairdryer, che cita l’ex presidente americano Donald Trump e i suoi capelli di strani colori. Altrove emergono temi più spirituali: Open The Floodgates pare infatti l’inno dell’oltretomba, con versi come “Don’t bore us, get to the chorus… We want the good bits, without your bullshit… And no heartaches”.

Ad aggiungere ulteriore interesse alla già ricca ricetta dei The Smile ci si mette la volontà di Thom e compagni di non scimmiottare il sound dei Radiohead, pur avendo il lavoro chiari rimandi, come già evidenziato precedentemente. Ad esempio, You Will Never Work In Television Again è una bella traccia alternative rock, che non ci immagineremmo nei CD recenti del complesso inglese. Lo stesso vale per Thin Thing, con la sua potente progressione. Invece la pur ottima Pana-Vision e Free In The Knowledge sarebbero state benissimo nel seguito di “A Moon Shaped Pool” (2016), ad oggi ultimo LP di inediti a firma Radiohead.

La verità è, per concludere, che “A Light For Attracting Attention” dimostra una volta di più il grandissimo talento di Thom Yorke e Jonny Greenwood i quali, aiutati dal valido Tom Skinner, hanno dato alla luce uno dei migliori album rock dell’anno. Aspettiamo con ancora maggiore trepidazione il nuovo disco dei Radiohead: di benzina ne è rimasta ancora molta nel serbatoio delle due menti principali del gruppo e, accanto a Colin Greenwood, Phil Selway e Ed O’Brien, cose magiche sono già accadute in passato.

Voto finale: 8,5.

Everything Everything, “Raw Data Feel”

Raw Data Feel

Il sesto lavoro del gruppo inglese porta con sé alcune novità: la più importante, quasi rivoluzionaria, è che i testi di “Raw Data Feel” sono stati composti da un software di intelligenza artificiale, che il leader del gruppo Jonathan Higgs ha eletto “quinto membro degli Everything Everything”. Non va tralasciato l’aspetto puramente musicale, però: questo è il miglior CD degli inglesi dai tempi di “Get To Heaven” del 2015.

La musica di “Raw Data Feel” suona infatti fresca, gioiosa: singoli riusciti come I Want A Love Like This e l’indie rock irresistibile di Jennifer sono highlights assoluti in una carriera già piena di successi. Il lavoro funziona meno nei brani più convenzionali: Pizza Boy, non fosse per il testo assurdamente divertente, è dimenticabile. Stessa cosa vale per Shark Week e HEX. Buona invece la più lenta Leviathan, così come la dolce Kevin’s Car e la danzereccia Teletype.

La curiosità, oltre che per le 14 tracce di “Raw Data Feel”, era forte anche per i testi generati dal tool di intelligenza artificiale creato da Higgs: dopo averlo “istruito” con testi presi tanto dai social quanto dalla filosofia confuciana, il sistema ha fatto in generale un buon lavoro. In alcuni casi abbiamo versi divertenti, come “Why don’t you listen to your momma? She’s old” (I Want A Love Like This), oppure profondi (“You’re in love with the future, I don’t know why”, My Computer).

In conclusione, “Raw Data Feel” è un ottimo LP da parte di un gruppo in continua evoluzione: il precedente “RE-ANIMATOR” (2020) era il loro CD più prevedibile e gli Everything Everything sembravano aver virato verso atmosfere più indie rock. Invece questo disco apre la porta a ritmi dance e ritorna al pop che li ha resi dei paladini della scena alternativa. Chapeau.

Voto finale: 8.

Arcade Fire, “WE”

we

Registrato durante la pandemia ed erede del più controverso CD della loro produzione, gli Arcade Fire con “WE” hanno voluto riprendersi l’appellativo di “band migliore del mondo”, che fino al 2017 era spesso associato al loro nome. Ci sono riusciti? Senza dubbio il lavoro è decisamente migliore di “Everything Now” (2017), ma non raggiunge la perfezione di “Funeral” (2004), il fulminante esordio del complesso canadese.

Il CD è diviso in due parti: la prima, “I”, è focalizzata sull’isolamento a cui il Covid ci ha costretto nel corso degli ultimi due anni; la seconda, “WE”, che dà il titolo al lavoro, ci riporta invece a sensazioni migliori, di comunità, che purtroppo sono state spesso perdute negli ultimi tempi. Gli Arcade Fire hanno sempre mirato a sentimenti universali, che si trattasse del dramma di perdere i propri cari (“Funeral”) oppure di ripercorrere la propria infanzia di ragazzi di periferia (“The Suburbs” del 2010): anche questa volta, come vediamo, mirano molto in alto.

Bersaglio centrato? Solo in parte. Musicalmente, i canadesi provano a tornare all’indie rock pieno di pathos dei loro esordi, abbandonando i ritmi caraibici e disco visti in “Reflektor” (2013) e il pop da classifica di “Everything Now”. Effetto nostalgia assicurato, ma quando si hanno canzoni belle come Age Of Anxiety I e The Lightning II tutto funziona. Ottima pure la più raccolta Unconditional Love I (Lookout Kid). Delude invece End Of The Empire IV (Sagittarius A*). In generale, la divisione del disco in suite formate da due o più componenti aiuta la coesione complessiva: a parte l’inutile Prelude e la conclusiva title track, infatti, abbiamo Age Of Anxiety, End Of The Empire, The Lightning e Unconditional Love.

Ospitando Peter Gabriel in Unconditional II (Race And Religion) e aiutati dal produttore Nigel Godrich (storico collaboratore dei Radiohead), Win Butler e Régine Chassagne hanno pubblicato un LP gradevole, che nei suoi momenti migliori è inattaccabile. Considerando la recente dipartita dalla band del fratello di Win Butler, Will, e le alte aspettative poste in “WE” dopo il flop di “Everything Now”, probabilmente siamo di fronte al miglior risultato possibile. Sicuramente, negli Arcade Fire è rimasta ancora la voglia di creare quel forte sentimento di comunità col loro pubblico che ne contraddistingue da sempre la carriera; in tempi così grami, non è una brutta cosa.

Voto finale: 8.

Florence + The Machine, “Dance Fever”

dance fever

Il quinto lavoro del progetto Florence + The Machine, “Dance Fever”, è un album pandemico sui generis: non riguarda infatti le conseguenze che il lockdown ha avuto sulla psiche di Florence Welch, o almeno non solo, quanto piuttosto quel senso di liberazione che pervade l’essere umano alla fine di grandi piaghe e tragedie del passato.

Il titolo prende direttamente spunto dal tarantismo (anche noto come “ballo di San Vito”), un morbo medievale che spingeva le persone a danzare sfrenatamente fino allo sfinimento o, nei casi più estremi, alla morte. Florence dedica quindi questo CD ad una malattia, che però sa quasi di libertà dalle restrizioni imposte dal Covid. Non sempre però le parti migliori del lavoro sono quelle più danzerecce.

“Dance Fever” era stato anticipato da alcuni singoli di grandissima qualità: King, Free e My Love sono tra le migliori canzoni recenti del gruppo inglese, trascinanti al punto giusto e curate nei minimi particolari, anche grazie alla produzione di Jack Antonoff. Solo Heaven Is Here deludeva le attese e rimane anche col CD completo uno dei momenti più deboli del lotto. Buona invece Choreomania, invece evitabile Daffodil.

Anche dal punto di vista testuale Florence e co. si dimostrano pieni di sorprese: abbiamo infatti l’inno femminista King, con il potente verso “I am no mother, I am no bride… I am king”. Altrove invece emergono pensieri più drammatici: “Every song I wrote became an escape rope tied around my neck to pull me up to heaven” (Heaven Is Here). Abbiamo infine il tema dell’amore che fa capolino in Girls Against God: “What a thing to admit, but when someone looks at me with real love, I don’t like it very much”.

In generale, comunque, “Dance Fever” sa di ripartenza per Welch: tanto più che è preceduto da un LP non all’altezza dei precedenti a firma Florence + The Machine come “High As Hope” (2018) e da incertezze su come proseguire il proprio percorso artistico. Potremmo anzi spingerci a dire che sia uno dei migliori dischi pubblicati da Florence Welch, ai livelli dell’ottimo esordio “Lungs” (2009). Peccato solo per alcuni episodi a centro disco che lasciano a desiderare, come Back In Town e la troppo breve Prayer Factory, abbassando la media complessiva, ma i risultati sono comunque più che buoni.

In conclusione, “Dance Fever” è uno dei migliori CD pop rock dell’anno: Florence + The Machine si conferma nome irrinunciabile della scena europea. Parlare così bene di una band con ormai quasi quindici anni di carriera alle spalle vuol dire una cosa sola: il talento è notevole e la voglia di mettersi in gioco, anche liricamente, sempre presente.

Voto finale: 8.

Sharon Van Etten, “We’ve Been Going About This All Wrong”

we've been going about this all wrong

Il nuovo album della cantautrice statunitense continua una carriera che sta riscuotendo un successo crescente: se “Remind Me Tomorrow” (2019) aveva presentato una nuova Sharon Van Etten, più pop e con sintetizzatori al massimo volume, “We’ve Been Going About This All Wrong” prosegue su questo percorso, aumentando allo stesso tempo la teatralità delle composizioni.

Il lavoro è stato composto in piena pandemia e, pertanto, risente molto dell’atmosfera generale di quel periodo, che tutti purtroppo ricordiamo. Inoltre, la casa dove Sharon vive assieme al compagno e al figlio è situata molto vicina ai luoghi degli incendi che hanno sconvolto gli Stati Uniti la scorsa estate, tanto da mettere a repentaglio anche lei stessa e la sua famiglia. Testualmente, quindi, siamo di fronte ad un lavoro molto personale, ma non per questo eccessivamente egocentrico.

Musicalmente, dicevamo, il CD in parte prosegue il percorso intrapreso con “Remind Me Tomorrow”, ma allo stesso tempo amplia l’aspetto barocco e teatrale di alcune composizioni. Prova ne sia la parte centrale del lavoro: sia Born che Headspace starebbero benissimo in “All Mirrors” di Angel Olsen. Invece la scarna Darkish rievoca le atmosfere dei primi lavori di Van Etten. Il pezzo più bello del lotto è senza dubbio Mistakes, vera perla pop. Buone anche Darkness Fades e Far Away, mentre sotto la media risulta solamente Home To Me.

In conclusione, i 39 minuti di “We’ve Been Going About This All Wrong” non risultano mai pesanti: la bella voce di Sharon Van Etten rende memorabili anche le melodie più prevedibili. Non tutto gira a meraviglia, ma questo lavoro è una buona aggiunta ad una discografia che, guardando il panorama del moderno indie rock, ha influenzato davvero molti artisti. Alcuni nomi? Phoebe Bridgers, Julien Baker, Snail Mail… In poche parole: Sharon Van Etten ormai è una certezza.

Voto finale: 7,5.

Rolling Blackouts Coastal Fever, “Endless Rooms”

endless rooms

Il terzo album del gruppo australiano li trova ancora a loro agio nel sound che li ha resi popolari: un indie rock sbarazzino, che si rifà agli Smiths così come al jangle pop degli anni ’90, sponda R.E.M.; allo stesso tempo, alcuni brani della tracklist fanno intravedere piccole novità, che sono benvenute dopo due EP e tre LP (pubblicati peraltro in soli sei anni) di buona qualità, ma alla lunga ripetitivi.

“Endless Rooms” inizia con una breve intro strumentale, Pearl Like You, che imposta il mood del disco: estate, serenità, suoni dolci. I successivi due brani, Tidal River e The Way It Shatters, sono tra i migliori della produzione recente della band e, soprattutto il primo, sembra cercare di innovare, almeno parzialmente, l’estetica dei Rolling Blackout Coastal Fever. Anche nella seconda parte dei 45 minuti che compongono “Endless Rooms” abbiamo altri esperimenti: la title track è un brano quasi notturno, molto raccolto. Buone soprattutto Dive Deep e Vanishing Dots; invece, i pezzi più prevedibili, come Open Up Your Window e, sono anche i più deboli del lotto.

La cosa che forse colpirà maggiormente gli ascoltatori è che, malgrado stiamo parlando di un lavoro musicalmente scanzonato, il gruppo australiano non è indifferente a quanto accade intorno a loro, soprattutto sul fronte della protezione dell’ambiente. Ad esempio, in Tidal Wave sentiamo: “Ceiling’s on fire, the train’s leaving the station”, un avvertimento che il cambiamento climatico è tra noi e dobbiamo muoverci per fermarlo. Altrove troviamo riferimenti ai migranti che cercano fortuna via mare: “If you were on the boat, would you turn the other way?” (The Way It Shatters).

In conclusione, “Endless Rooms” non verrà ricordato probabilmente come il miglior CD rock del 2022, tuttavia è un disco benvenuto, soprattutto considerando l’arrivo della bella stagione e il desiderio di relax che porta con sé.

Voto finale: 7,5.

Porridge Radio, “Waterslide, Diving Board, Ladder To The Sky”

waterslide diving board ladder to the sky

Il terzo album dei Porridge Radio vede la band inglese capitanata da Dana Margolin cercare di innovare in parte il proprio sound, attraverso l’introduzione di tastiere (esemplare The Rip) affiancate all’estetica indie rock e post-punk che aveva caratterizzato “Every Bad” (2020), il lavoro che li aveva fatti conoscere al grande pubblico.

I Porridge Radio erano anche stati oggetto di un profilo Rising di A-Rock e “Every Bad” era risultato undicesimo tra i 50 migliori dischi del 2020: insomma, l’attesa per “Waterslide, Diving Board, Ladder To The Sky” era alta. Contando poi che uno dei singoli di lancio del CD era Back To The Radio, un ottimo pezzo indie rock, speravamo che questo lavoro potesse migliorare ulteriormente i risultati già ottimi di “Every Bad”.

Purtroppo, ci eravamo sbagliati: pur essendo infatti un buon lavoro, complessivamente “Waterslide, Diving Board, Ladder To The Sky” non raggiunge le vette del predecessore. Certo, brani come la già citata Back To The Radio e Birthday Party faranno la fortuna anche live del gruppo, ma altri episodi, decisamente più deboli, come Trying e la ripetitiva U Can Be Happy If You Want To abbassano il voto complessivo del CD.

Continua invece la grande abilità di Margolin e co. di evocare sentimenti di malessere attraverso dei semplici mantra, come già accadeva in Born Confused. In Birthday Party, infatti, Dana Margolin ripete “I don’t wanna be loved” per tutto il ritornello, appena dopo aver proclamato “I want one feeling all the time… I don’t want to feel a thing”. Versi davvero desolanti, che si legano facilmente ad altri che emergono nel corso dell’album: “We sit here together, the same as we’ve always been, laughing and talking but I want to cry to you” (Back To The Radio); “Jealousy, it makes me bad, but nothing makes me quite as sad as you” (Jealousy); “Don’t want my body to be touched… Don’t want to mean anything to you” (Splintered).

In conclusione, non ci troviamo di fronte ad un CD di facile lettura: il rock dei Porridge Radio è tanto trascinante quanto i loro testi sono deprimenti. “Waterslide, Diving Board, Ladder To The Sky” è un buon erede di “Every Bad”, ma da un gruppo con questo talento ci aspettiamo qualcosa di più. Speriamo che la prossima volta vada meglio.

Voto finale: 7,5.

Harry Styles, “Harry’s House”

harry's house

Il terzo album solista dell’ex One Direction è una parziale svolta nel suo sound: pur prendendo sempre spunto dal passato, questa volta la decade di riferimento non sono gli anni ’70, bensì il decennio successivo. Il gusto retrò del lavoro non deve far pensare però ad un LP derivativo: la sensibilità moderna traspare più o meno in ogni traccia di “Harry’s House” e Harry Styles si conferma popstar di talento, anche se ancora il suo meglio probabilmente non lo abbiamo visto.

I 41 minuti del CD trascorrono sereni: che si stia lavorando su altro oppure approfondendo il disco, non si può negare lo stile e la precisione di Styles e del suo gruppo di lavoro. Pezzi come il singolo As It Was e Matilda sono francamente irresistibili, immersi in un mondo pop zuccheroso ma mai banale, con aperture indie interessanti. Altrove invece abbiamo brani più prevedibili (Keep Driving, Boyfriends), che intaccano inevitabilmente il risultato complessivo, senza però scadere nel monotono. Infine, in Cinema abbiamo quasi una copia di “Random Access Memories” (2013) dei Daft Punk e dei migliori Chic.

Liricamente, “Harry’s House” si presenta come un lavoro più riflessivo del passato: Styles pare introdurci in casa sua, ovvero la sua mente, in maniera più aperta che in passato. Abbiamo riferimenti alla sua relazione con l’attrice Olivia Wilde in Cinema, così come ai problemi di uscire con dei ragazzi in Boyfriends (i più gossippari si chiederanno: esperienza personale oppure empatia verso l’altro sesso? Nessuna risposta disponibile al momento). In altre canzoni abbiamo immancabili riferimenti al cibo, un must per Harry (Music For A Sushi Restaurant, Grapejuice), così come versi sdolcinati (“If I was a bluebird, I would fly to you” canta in Daylight) e velati riferimenti agli atteggiamenti sbagliati di alcuni giovani verso le ragazze: “They think you’re so easy… They take you for granted” proclama in Boyfriends.

In conclusione, “Harry’s House” non raggiunge “Fine Line” (2019) come qualità generale del lavoro, ma fa intravedere un futuro luminoso per Harry Styles: le aperture all’indie pop e alle sonorità degli anni ’80 sono senza dubbio un progresso per un ragazzo partito con una forte tendenza a imitare David Bowie (si ascolti Sign Of The Times a riguardo). Vedremo il futuro cosa porterà in dote a Styles, di certo la stoffa pare esserci.

Voto finale: 7.

Liam Gallagher, “C’MON YOU KNOW”

c'mon you know

Il terzo lavoro solista del più giovane dei fratelli Gallagher è al tempo stesso il più classico e il più variegato della sua produzione. Aiutato da numerosi produttori e co-autori, Liam con C’MON YOU KNOW” ha prodotto un CD che aiuterà a tenerlo sulla cresta dell’onda ancora per qualche tempo.

Prendiamo per esempio More Power, che apre il disco: pare proprio di essere tornati ai Rolling Stones di You Can’t Always Get What You Want, con quei coretti a fare da sottofondo. Nulla di nuovo, verrebbe da dire; in realtà, mai Liam era suonato così accondiscendente verso Mick Jagger & co., quindi a suo modo siamo di fronte ad una novità sul fronte delle ispirazioni per R Kid. Abbiamo poi il supporto di Ezra Koenig dei Vampire Weekend, che rende Moscow Rules il brano più barocco finora mai scritto a nome Liam Gallagher. Come tralasciare poi Everything’s Electric, che vanta la collaborazione di Dave Grohl! Insomma, un fritto misto che, al suo meglio, raggiunge ottimi risultati.

Sono infatti proprio i brani più in linea con i precedenti lavori di Gallagher, “As You Were” (2017) e “Why Me? Why Not.” (2019), a segnare il passo. Sia Don’t Go Halfway che I’m Free sono prevedibili e sono semplicemente intervalli scritti per i fan più tradizionali. Invece buona la title track, che ricorda gli ultimi Oasis, così come le già citate Everything’s Electric e Moscow Rules.

In generale, malgrado “C’MON YOU KNOW” arrivi dopo la devastante pandemia da Covid-19, nel corso del CD e delle interviste promozionali rilasciate recentemente abbiamo notato un Liam diverso, più introverso e meno spaccone: ne sono esempi anche alcuni testi del lavoro. In More Power lo sentiamo cantare: “The cut, it never really heals, just enough to stop the bleed… Mother, I’ll admit that I was angry for too long”. In I’m Free se la prende con le fake news: “How long you gonna sell illusion? How long you gonna sell confusion?”. Infine, una precisazione: il titolo Moscow Rules non ha nulla a che vedere con la situazione in Ucraina.

“C’MON YOU KNOW” non è al dunque un CD destinato a cambiare la carriera di una delle ultime grandi rockstar britanniche: chi già ama Liam continuerà a farlo, così come chi lo detesta. Certo, resta come sempre il rimpianto di dove sarebbero arrivati gli Oasis senza gli attriti col fratello Noel… ma non si piange sul latte versato, no? Godiamoci del buon rock and roll, non chiediamo di più a R Kid.

Voto finale: 7.

Wilco, “Cruel Country”

cruel country

Il quindicesimo album di inediti dei Wilco, istituzione del rock americano, è il loro CD più country e uno dei più lunghi della loro produzione. A 77 minuti e 21 canzoni, il doppio LP è sempre una sfida, anche per artisti leggendari come Prince e i The Clash. “Cruel Country” non è il miglior disco a firma Wilco, ma arricchisce il canzoniere della band con altre canzoni che faranno la fortuna dei live futuri di Jeff Tweedy e compagni.

Il titolo può in realtà essere inteso in due differenti modi: “country” in inglese può riferirsi sia a “nazione” che all’omonimo genere musicale. In effetti, in alcuni brani troviamo rimandi all’attualità, pur non essendo questo un CD “pandemico” (quello era infatti “Love Is The King”, a firma Jeff Tweedy, del 2020). Allo stesso tempo, sia i ritmi spesso rilassati che la volontà di suonare insieme dal vivo, dichiarata apertamente dalla band in sede di promozione del lavoro, piuttosto che scrivere canzoni politiche fanno pensare a un gruppo di amici vogliosi di divertirsi.

Può risultare strano che i Wilco, capaci in passato di spaziare in ogni ambito del rock, dall’indie all’alternativo al folk, siano tornati alle origini: il country era infatti l’architrave degli Uncle Tupelo, la prima band di Tweedy, così come dell’esordio del gruppo, “A.M.” del 1995. Tuttavia, a pensarci bene un ritorno alle basi può essere anche visto come un trampolino di lancio verso future sterzate: staremo a vedere.

I brani migliori sono Tired Of Taking It Out On You e Bird Without A Tail / Base Of My Skull, mentre deludono All Across The World e A Lifetime To Find. Carina infine Tonight’s The Day. In generale, come già anticipato, i 77 minuti risultano un po’ superflui, soprattutto verso la fine (ad esempio, Please Be Wrong e The Plains non sono brutte melodie, però sanno di già sentito), ma in un 2022 in cui molti artisti rilevanti hanno scelto questo formato (basti pensare a Beach House, Big Thief e Kendrick Lamar), il fatto che anche i Wilco ci abbiano omaggiato con un doppio CD ci fa solo piacere.

Voto finale: 7.

The Black Keys, “Dropout Boogie”

dropout boogie

Il terzo album in tre anni del duo originario di Akron, Ohio, calca terreni molto familiari: un blues rock caldo, sporco al punto giusto ma mai troppo tirato via. Dan Auerbach e Patrick Carney, dall’alto dei loro vent’anni di carriera (l’esordio “The Big Come Up” usciva infatti nel lontano 2002), sanno benissimo cosa i loro fan vogliono da un LP dei The Black Keys: ma siamo davvero sicuri che alla lunga questo atteggiamento conservativo paghi?

I The Black Keys sono diventati garanzia di CD mai troppo impegnativi, capaci di riportare a galla le radici blues del rock: LP come “Brothers” (2010) ed “El Camino” (2011) sono tuttora molto amati e non per caso. Brani del livello di Tighten Up, Lonely Boy e Gold On The Ceiling farebbero la fortuna di qualunque artista; che siano stati composti tutti nel giro di soli due anni è sintomo di grande talento. Il duo ha successivamente esplorato nuovi territori, soprattutto nel campo della psichedelia, nel successivo “Turn Blue” (2014), per poi darsi ad una lunga pausa fatta di progetti solisti e collaborazioni varie.

Il 2019 ha dato alla luce “Let’s Rock”, un ritorno al sound che ha fatto la fortuna dei The Black Keys; invece, nel 2021 i due americani hanno omaggiato le figure di riferimento del loro passato con la raccolta di cover “Delta Kream”. Dove si colloca “Dropout Boogie” in tutto ciò?

Partiamo dalle cose positive: la durata (34 minuti) e il numero di canzoni in tracklist (10) evitano il fastidioso filler che spesso percepiamo nei CD più lunghi e complessi. Inoltre, It Ain’t Over è un ottimo pezzo e farà la fortuna di Auerbach e Carney dal vivo. Stesso dicasi per Wild Child. Abbiamo poi una ballata abbastanza inusuale, How Long, a dire il vero non indimenticabile. D’altro lato, l’estetica generale del gruppo non si è spostata di una virgola negli ultimi anni, anzi ha denotato un ritorno sempre più marcato alle origini. Si ascolti a tal proposito Burn The Damn Thing Down, oppure Your Team Is Looking Good.

In poche parole, “Dropout Boogie” non è assolutamente un cattivo lavoro; al contrario, alcune canzoni sono riuscite e il disco è coeso e breve al punto giusto. Allo stesso tempo, non possiamo non dichiarare serenamente che i tempi migliori dei The Black Keys sono ormai alle loro spalle: vedremo per quanto ancora il duo riuscirà a divagare sullo stesso spartito senza suonare noioso. Di questo passo, non per molto tempo.

Voto finale: 6,5.

Il ritorno di Kendrick Lamar è imperdibile

Kendrick Lamar.

Quando uno dei maggiori rapper degli ultimi dieci anni, se non forse il migliore di tutti, pubblica un nuovo lavoro, è normale che tutto ruoti attorno a lui. Basti dire che quello stesso venerdì erano stati pubblicati i nuovi CD di artisti come Florence + The Machine, The Black Keys e The Smile… ma tutti o quasi ci siamo orientati da K-Dot.

Cinque anni sono trascorsi dall’ultimo lavoro di Kendrick Lamar: “DAMN.” usciva infatti nel 2017 e consegnava al Nostro, oltre che il primo posto nelle classifiche di vendita e in quelle di qualità di numerose riviste specializzate, nientemeno che il Premio Pulitzer, prima volta di sempre per un rapper! È chiaro che stiamo parlando di un artista speciale e “Mr. Morale & The Big Steppers” certamente non intacca l’eredità che Kendrick Lamar lascerà ai posteri… ma è davvero il capolavoro di cui molti parlano?

I 73 minuti di durata fanno pensare ad un doppio album molto denso e di difficile assimilazione, circostanze entrambe confermate, malgrado vi siano momenti più gradevoli musicalmente, si senta la trap di N95 ad esempio. Va ricordato poi che “To Pimp A Butterfly” (2015), il capolavoro indiscusso ad oggi di Lamar, durava qualche minuto in più ma è catalogato come un unico CD… in questo caso, peraltro, la divisione è presente già nel titolo, tanto che viene da chiedersi: ma chi è questo Mr. Morale? È un dubbio che non viene mai chiarito definitivamente nel corso del lavoro: uno psicoterapeuta, la compagna di Kendrick, lui stesso… le interpretazioni si sprecano, ma di nessuna possiamo essere certi. Una cosa è però sicura: se in passato Kendrick Lamar è stato elogiato per la sua incredibile capacità di narrare, quasi come se fossimo in un film, la vita nella periferia di Compton (“good kid, m.A.A.d. city” del 2012) e il razzismo prevalente in certi settori d’America (“To Pimp A Butterfly”), adesso l’attenzione è tutta per sé stesso.

Aiutato da ospiti di spessore, tra cui menzioniamo Sampha, il controverso Kodak Black e Ghostface Killah, Lamar scava come mai in precedenza nei suoi demoni, uscendosene a volte con opinioni forti per non dire “rischiose”: non ci scordiamo che siamo nel tempo del #MeToo e dell’inclusione, pertanto alcune frasi di Auntie Diaries, in cui si narra la storia di due suoi parenti omosessuali e alle prese con la transizione verso l’altro sesso, oppure della durissima We Cry Together potrebbero essere valutate in maniera diversa a seconda dell’audience. In generale, tuttavia, la volontà di mettersi a nudo in modo così esplicito rende “Mr. Morale & The Big Steppers” un CD irrinunciabile per i fan del rapper californiano.

Musicalmente, il disco è molto complesso, variegato: passiamo dalla ritmica stramba e fuori sincro dell’iniziale United In Grief alla trap di N95, per poi toccare l’R&B in Father Time e il pop rap in Rich Spirit. Il brano che svetta su tutti è la delicata e straziante Mother I Sober, che conta la collaborazione di Beth Gibbons, cantante dei Portishead: il pezzo, dedicato alla madre di Lamar, racconta l’abuso sessuale da lei subito quando il Nostro era ancora un ragazzo e la sua disperata reazione. Evoca inoltre l’immagine della nonna di Kendrick, che lui si immagina così: “My mother’s mother followed me for years in her afterlife, starin’ at me on back of some buses, I wake up at night”. Il pezzo regge praticamente da solo la parte finale del CD e lancia magnificamente Mirror, che chiude il lavoro.

Con il supporto di produttori di spessore, tra cui annoveriamo Pharrell Williams, The Alchemist e Baby Keem, Kendrick ha pubblicato probabilmente il più complesso LP della sua carriera. Non sempre il livello è pari a quanto anticipato da The Heart Pt. 5, che aveva generato aspettative davvero altissime. Tuttavia, Kendrick Lamar ha creato un altro capitolo imperdibile in una carriera ormai leggendaria. Se parliamo di “GOAT” (Greatest Of All Time) in ambito rap, il suo nome non può essere escluso.

Voto finale: 8.

Recap: aprile 2022

Aprile è stato davvero un mese ricchissimo di uscite imperdibili, in ogni genere: hip hop, rock, dream pop… A-Rock ha recensito i nuovi lavori di Jack White, Red Hot Chili Peppers, Father John Misty e Vince Staples. Come se non bastasse, abbiamo analizzato anche il ritorno di Kurt Vile, dei Fontaines D.C. e degli Spiritualized. Come dimenticare poi la pubblicazione del nuovo lavoro di Pusha T, il secondo CD dell’australiana Hatchie e il ritorno dei Bloc Party? Buona lettura!

Fontaines D.C., “Skinty Fia”

skinty fia

Giunti al terzo album in soli quattro anni, gli irlandesi Fontaines D.C. sono ormai un punto fermo della scena post-punk d’Oltremanica. Tuttavia, “Skinty Fia” (che si può tradurre con “la maledizione del cervo”) innova il sound del gruppo: accenni di rock gotico ispirato ai Cure (Bloomsday), così come di shoegaze (Big Shot), rendono il CD davvero vario, pur rispettando l’estetica austera della band.

Il titolo del lavoro è diretta espressione dei temi che stanno al cuore di “Skinty Fia”: quattro membri sui cinque del gruppo sono ormai stabili a Londra e il passaggio dalla madrepatria all’Inghilterra è stato traumatico, spingendoli a descrivere questa sensazione di spaesamento. Esemplare In ár gCroíthe go deo, traducibile con “per sempre nei nostri cuori”, che prende spunto da una frase che una donna irlandese trapiantata a Coventry, in UK, voleva fosse scritta sulla sua tomba. La Chiesa d’Inghilterra, tuttavia, si oppose, tanto da arrivare ad un processo che si concluse nel 2021 a favore della famiglia della donna.

In molte canzoni, così come nel tono generale del CD, i Fontaines D.C. danno sfogo a questa vena malinconica, ma non per questo “Skinty Fia” suona uniformemente grigio; anzi, possiamo dire che, rispetto a “Dogrel” (2019) e “A Hero’s Death” (2020), siamo di fronte ad un prodotto innovativo. Oltre alle già citate Big Shot e Bloomsday, abbiamo infatti anche The Couple Across The Way, che sembra una tipica canzone popolare, interamente cantata a cappella dal frontman Grian Chatten, accompagnato solo dalla fisarmonica. La canzone contiene inoltre uno dei versi più belli dell’intero LP: “Across the way moved in a pair with passion in its prime… Maybe they look through to us and hope that’s them in time”. Abbiamo infine un pezzo quasi ballabile: la title track, che assieme a I Love You e Roman Holiday rappresenta il terzetto di canzoni-manifesto del lavoro. Sotto la media solo How Cold Love Is, ma si sposa bene in ogni caso col mood complessivo di “Skinty Fia”.

In conclusione, “Skinty Fia” è un’altra aggiunta di grande valore ad una discografia sempre più valida. Chatten e compagni stanno riscrivendo le regole del post-punk, aiutando a tornare popolare un genere che pareva morto e sepolto da decenni. Che lo facciano cercando anche di sperimentare (con più che discreti tentativ), è un risultato magnifico. “Skinty Fia” è il loro miglior lavoro? Difficile dirlo, c’è chi preferirà la spontaneità di “Dogrel” oppure la perfezione stilistica di “A Hero’s Death”, ma certamente questo CD non intacca l’eredità della band irlandese.

Voto finale: 8,5.

Jack White, “Fear Of The Dawn”

Fear of the-Dawn

Il nuovo CD di Jack White, il primo dei due annunciati per il 2022, riprende là dove ci eravamo lasciati quattro anni fa con “Boarding House Reach”: rock sperimentale, davvero strano a tratti; copertina impostata sui tre colori bianco-nero-blu; zero coerenza tra una canzone e l’altra della tracklist. Non siamo di fronte ad un LP perfetto, ma l’ex leader dei White Stripes pare davvero divertirsi; e noi con lui.

Un tempo considerato il più “purista” tra i rocker emersi a cavallo tra XX e XXI secolo, White negli ultimi anni ha in realtà decisamente ampliato il proprio ventaglio di soluzioni: se il primo disco solista “Blunderbuss” (2012) era decisamente inserito nel blues rock che aveva fatto la fortuna di Jack in passato, già in “Lazaretto” (2014) si erano cominciate ad intravedere delle canzoni innovative. “Boarding House Reach”, da questo punto di vista, è stato il big bang: molti fan della prima ora lo schifano, mentre i più aperti alle novità ne apprezzano la radicalità, pur con qualche errore (ricordiamo la debole Connected By Love).

“Fear Of The Dawn” si apre con due dei pezzi migliori della produzione recente di Jack White: Taking Me Back e la title track sono potentissime, quasi Black Sabbath nei momenti più duri. La chitarra del rocker di Detroit strilla come ai bei tempi e la voce è a fuoco: insomma, due ottime canzoni. Altrove abbiamo esperimenti più o meno riusciti, come Hi-De-Ho (con tanto di verso rap di Q-Tip degli A Tribe Called Quest), la sghemba Into The Twilight ed Eosophobia, addirittura divisa in due suite. Invece in What’s The Trick? ritorna il White prepotente delle prime due tracce.

In conclusione, tolto l’evitabile intermezzo Dust, “Fear Of The Dawn” è il miglior CD a firma Jack White dal lontano “Blunderbuss”: avventuroso, ambizioso, a volte troppo ricercato ma mai prevedibile o monotono. Se “Boarding House Reach” poteva sembrare un divertissement una tantum, “Fear Of The Dawn” ribadisce che White è ormai un rocker a tutto tondo, non più imprigionabile nel ruolo del tradizionalista del blues e del rock.

Voto finale: 8.

Father John Misty, “Chloë And The Next 20th Century”

chloe and the next 20th century

Il quinto CD di Josh Tillman firmato con il nome d’arte di Father John Misty è una reinvenzione radicale: il cantautore folk rock sbruffone e logorroico che abbiamo imparato a conoscere e amare (oppure disprezzare) negli scorsi anni in CD come “I Love You, Honeybear” (2015) e “Pure Comedy” (2017) lascia il posto ad un narratore che fa degli anni ’50 il suo riferimento. Siamo in piena atmosfera golden age hollywoodiana: big band, swing e jazz sono i tre generi che, inaspettatamente, spesso affiorano nel corso di “Chloë And The Next 20th Century”, si senta Chloë a riguardo per un assaggio.

Ci eravamo lasciati con “God’s Favourite Customer” (2018), un CD più semplice del passato e pensavamo che la parabola di FJM sarebbe proseguita sulla stessa traiettoria; invece, “Chloë And The Next 20th Century” apre prospettiva nuovissime per Tillman. Già il titolo è un tuffo nel passato: cosa intende Tillman con la menzione del ventesimo secolo? In realtà, studiando attentamente i testi e immergendosi nelle atmosfere oniriche del CD, il riferimento è più chiaro. Il futuro, secondo Father John Misty, non esiste; o meglio, meglio non pensarci, visto il drammatico momento storico che stiamo vivendo… quasi come se fossimo ancora nel XX secolo, quello delle due guerre mondiali e di svariate altre tragedie.

La Chloë citata spesso nel corso del lavoro è, in fondo, solo uno dei tanti personaggi dissoluti che abitano le undici canzoni che formano “Chloë And The Next 20th Century”: una starlet del mondo cinematografico, il cui partner precedente è tragicamente deceduto. Ben sei morti arrivano nel corso del CD, di cui una, la più toccante, è quella del gatto del narratore, oggetto della bellissima Goodbye Mr Blue.

Se abbiamo highlights come la citata Goodbye Mr Blue, Funny Girl e Q4, non tutto il resto dell’album gira a meraviglia: ad esempio, Kiss Me (I Loved You) e We Could Be Strangers sono inferiori alla media dei componimenti del lavoro. Tuttavia, l’ambizione di Father John Misty, completamente calato in questa nuova surreale atmosfera, rende anche questi momenti in qualche modo memorabili. Menzione, infine, per Olvidado (Otro Momento), il momento bossa nova (!!) che nessuno si aspettava da Josh Tillman.

“Chloë And The Next 20th Century”, in conclusione, è il meno “tillmaniano” degli LP a firma Father John Misty. I risultati non sono perfetti, ma tengono alta la bandiera del cantautorato più ricercato e creano nuovi, inesplorati spazi per la carriera futura di uno dei più talentuosi musicisti americani della sua generazione.

Voto finale: 8.

Pusha T, “It’s Almost Dry”

it's almost dry

Il quarto album solista di Pusha T non aggiunge nulla ad un’estetica ormai ben conosciuta: rime dure, basi potenti, testi molto gangsta rap, ospiti scelti con cura. “It’s Almost Dry”, in questo senso, può essere una delusione per coloro che cercano un disco rap avventuroso e sperimentale; ma, del resto, chi ascolta King Push con queste idee in testa al giorno d’oggi?

Il CD segue “Daytona” (2018), da molti riconosciuto come il miglior lavoro a firma Pusha T dai tempi dei Clipse, il duo formato col fratello No Malice con cui si è fatto conoscere nei primi anni ’00. Le sette canzoni, prodotte da Kanye West, erano tanto dure quanto irresistibili; in questo “It’s Almost Dry” è più variegato, potendo contare anche sulla collaborazione di Pharrell Williams, JAY-Z e Kid Cudi tra gli altri, oltre all’amico Kanye.

I risultati, pur leggermente inferiori, sono comunque buoni e paragonabili a “Daytona”, specialmente nei momenti migliori: ad esempio la doppietta iniziale formata da Brambleton e Let The Smokers Shine The Coupes, così come Diet Coke e Neck & Wrist, sono tracce di ottima fattura. Invece inferiori alla media Rock N Roll e Scrape It Off, ma complessivamente i 35 minuti di “It’s Almost Dry” scorrono bene e il CD mostra una coesione e una compattezza non facili da trovare in molti lavori hip hop recenti.

Liricamente, prima accennavamo al fatto che Pusha T sa essere tanto sincero quanto feroce nelle sue canzoni: molti ricorderanno il suo diss con Drake, concluso con la stratosferica The Story Of Adidon. Ebbene, in “It’s Almost Dry” il bersaglio del Nostro è l’ex manager dei Clipse, Anthony Gonzalez, che è stato condannato a otto anni in carcere per aver gestito un cartello della droga da 20 milioni di dollari. In un’intervista del 2020 Gonzalez dichiarò: “il 95% dei brani dei Clipse parlavano della mia vita”. A tal proposito, il verso più potente è racchiuso in Let The Smokers Shine The Coupes: “If I never sold dope for you, then you’re 95 percent of who?”.

In generale, pertanto, “It’s Almost Dry” è un buon CD hip hop vecchio stampo. Il 44enne Pusha T dimostra ancora una volta la propria, pregiata stoffa: non staremo parlando del suo miglior lavoro, ma certamente questo disco merita almeno un ascolto.

Voto finale: 7,5.

Red Hot Chili Peppers, “Unlimited Love”

unlimited love

Sedici anni dopo “Stadium Arcadium”, John Frusciante è tornato nel gruppo. I Red Hot Chili Peppers, al loro dodicesimo album di inediti, ritornano quasi naturalmente alle atmosfere dei primi anni ’00: i risultati non saranno radicali come ai loro esordi o semi-perfetti come ai tempi di “Californication” (1998), ma “Unlimited Love” migliora i risultati degli ultimi lavori del complesso e allunga, chissà per quanto, la gloriosa storia del gruppo californiano.

Pur troppo lungo di almeno 10-12 minuti, con canzoni evitabili come The Great Apes e One Way Traffic, il CD suona bene, organicamente, nel modo in cui ormai siamo abituati che suoni un disco dei Red Hot Chili Peppers: alternativo ma non troppo, con tre grandi musicisti (il batterista Chad Smith, il bassista Flea e John Frusciante alla chitarra) ad accompagnare i deliri di Anthony Kiedis. In più, vi sono perle pop come Not The One, che ricorda (pur con risultati peggiori) la grande hit Snow (Hey Oh) del 2006.

Il pezzo migliore è il primo singolo utilizzato per promuovere il CD, la brillante Black Summer, ma non trascuriamo Here Ever After e Aquatic Mouth Dance (quest’ultima con testo ai limiti dell’assurdo). Non male anche It’s Only Natural. Invece deludono le già menzionate The Great Apes e One Way Traffic, ma anche Whatchu Thinkin’ non è all’altezza.

L’aspetto lirico di “Unlimited Love” è problematico, ma allo stesso tempo semplice: Frusciante e co. non sono mai stati grandi autori, semplicemente non è di loro interesse. Nel corso delle 17 canzoni che compongono il CD abbiamo: un’invettiva sul traffico (One Way Traffic), la descrizione della cosiddetta “aquatic mouth dance” nell’omonima canzone, Kiedis che intona il seguente verso: “Please, love, can I have a taste? I just wanna lick your face” (She’s A Lover). No, non siamo di fronte a Bob Dylan.

In conclusione, “Unlimited Love” è un LP che piacerà molto a chi è fan (o lo è stato in passato) dei RHCP: i quattro californiani non hanno perso nulla della loro irriverenza e voglia di far ballare il pubblico. Chi si aspettava novità nel sound della band farà meglio a passare la prossima volta: pare che la band abbia già pronta un’altra raccolta di inediti. Di certo possiamo dire che “Unlimited Love” supera in qualità sia “I’m With You” (2011) che “The Getaway” (2016), i due CD incisi con Josh Klinghoffer in mancanza del leggendario John Frusciante. L’assenza di quest’ultimo è stata profondamente avvertita, ma godiamoci questo momento di pace, con la band al completo: potrebbe non durare.

Voto finale: 7,5.

Hatchie, “Giving The World Away”

giving the world away

Il secondo album della giovane cantante dream pop australiana migliora molti aspetti rispetto all’acerbo esordio “Keepsake” del 2019, cercando una maggiore varietà sia nei testi che nell’offerta artistica. Non siamo di fronte ad un capolavoro, ma “Giving The World Away” apre opzioni interessanti per Hatchie.

Avevamo recensito “Keepsake” in un profilo della rubrica Rising, scrivendo che, pur dimostrando del potenziale, Hatchie aveva ancora da percorrere molta strada prima di affermarsi definitivamente. Tre anni dopo, con in mezzo una devastante pandemia, Harriette Pillbeam (questo il vero nome di Hatchie) ha composto un lavoro che non lavora solamente sui noti terreni dream pop e shoegaze, con chiari rimandi agli anni ’90, ma cerca di esplorare anche terreni nuovi come la dance (Quicksand) e il pop zuccheroso da classifica (Take My Hand).

L’inizio è folgorante: Lights On e This Enchanted rappresentano due ottimi brani, pur avendo il primo chiari rimandi al passato e il secondo essendo un pezzo shoegaze probabilmente già composto meglio dagli Slowdive ai tempi di “Souvlaki” (1993). Purtroppo, arrivano poi due episodi molto deboli, le prevedibili Twin e Take My Hand. Un po’ tutto il CD ha queste montagne russe in termini di qualità, circostanza che influenza negativamente i risultati complessivi. Più avanti nella tracklist abbiamo, ad esempio, la monotona title track accostata alla buona The Key.

In termini lirici, se in “Keepsake” eravamo di fronte ad un breakup album piuttosto convenzionale, in “Giving The World Away” emergono le conseguenze che i lockdown pandemici hanno avuto sulla psiche dell’australiana: Pillbeam, infatti, ha addirittura messo in discussione il suo futuro nel mondo della musica. Nel singolo Quicksand, ad esempio, Hatchie dichiara sconsolata: “I used to think that this was something I could die for. I hate admitting to myself that I was never sure”. In The Key sentiamo invece: “Lost sight of who I’m supposed to be, but within the chaos I can see I’m not me”. Sunday Song probabilmente contiene i versi più malinconici: “Sick of waiting for something heaven sent… Can’t you see all that I see in you?”.

In conclusione, “Giving The World Away” mantiene Hatchie nel percorso intrapreso in “Keepsake”, cercando allo stesso tempo di innovare il sound della cantante australiana. Il CD rappresenta sicuramente un progresso e ci fa pensare che il meglio debba ancora venire nella carriera di Harriette Pillbeam.

Voto finale: 7,5.

Spiritualized, “Everything Was Beautiful”

everything was beautiful

Il nuovo disco della band capitanata da Jason Pierce aka J. Spaceman prosegue il percorso nel genere space rock intrapreso fin da inizio carriera, inserendo allo stesso tempo dei rimandi blues innovativi, ma non sempre centrati. I risultati non saranno i migliori di una carriera che ha visto in passato dei capolavori come “Ladies And Gentlemen We Are Floating In Space” (1997), ma dimostrano che siamo di fronte ad una band viva e pronta a sfidare le proprie convenzioni.

“Everything Was Beautiful” segue “And Nothing Hurt” (2018) e completa una celebre frase di Kurt Vonnegut, anche se invertendone le due parti. Il precedente CD era stato annunciato come l’ultimo della band britannica, ma la presenza di “Everything Was Beautiful” non va presa come un mero modo di spremere più denaro dai fan. Anzi, vale il contrario: il pubblico affezionato allo space rock più sognante degli Spiritualized sarà deluso da parentesi molto à la Rolling Stones come Best Thing You Never Had (The D Song), un pezzo puramente blues. Lo stesso dicasi per The A Song (Laid In Your Arms), a dire il vero il momento più debole del lotto.

In generale, comunque, i 44 minuti del lavoro scorrono agilmente e il CD merita più di un ascolto per essere analizzato con la dovuta attenzione. Rispetto a “And Nothing Hurt”, il lavoro è decisamente più vario, ma non migliore: semplicemente, Pierce e compagni stavolta hanno voluto sperimentare, con risultati alterni.

Se infatti Let It Bleed (For Iggy) è buona, delude la già citata The A Song (Laid In Your Arms). Highlight del disco resta l’introduttiva Always Together With You, uno dei migliori brani della produzione recente degli Spiritualized. Buona anche la dolce Crazy.

In conclusione, non tutto di “Everything Was Beautiful” convince appieno, però gli Spiritualized si dimostrano ancora nel pieno delle forze, pur con trent’anni di carriera alle spalle (!). Già questa è una ottima notizia.

Voto finale: 7.

Kurt Vile, “(watch my moves)”

watch my moves

Arrivato quattro anni dopo “Bottle It In”, il nuovo CD del cantautore americano Kurt Vile riprende da dove lo avevamo lasciato: folk rock di qualità, rilassante e mai troppo eccentrico. Gli amanti del cantautorato vecchia maniera troveranno pane per i loro denti; gli altri, beh, magari non lo gradiranno appieno, ma “(watch my moves)” merita almeno un ascolto.

A dire il vero “Bottle It In” (2018) non è l’ultimo lavoro a firma Kurt Vile prima di questo: il breve EP di cover “Speed, Sound, Lonely KV” (2020) era parso un omaggio ai fan durante il lockdown, ma non per questo era da ignorare. “(watch my moves)” è un LP lungo e denso (73 minuti per 15 canzoni complessive), con durate dei brani molto varie, dai due minuti scarsi a oltre sette, senza contare (shiny things), brevissimo intermezzo di 58 secondi. Tuttavia, il mood generale del disco è piuttosto uniforme, un plus ma anche un minus, soprattutto sulla lunga distanza.

Ad ogni modo, Kurt piazza comunque due ottimi brani, Mount Airy Hill (Way Gone) e Jesus On A Wire (che vanta la collaborazione di Cate Le Bon) sono infatti gli highlights assoluti del lavoro. Menzioniamo poi Wages Of Sin, canzone poco conosciuta di Bruce Springsteen la cui cover è presente nella parte finale della tracklist di “(watch my moves)”. Invece l’iniziale Goin On A Plane Today e Kurt Runner sono un po’ monotone, ma sono da mettere in conto in un album di Vile, così come i testi surreali.

A questo proposito, menzioniamo i due versi più significativi: “Thoughts become pictures become movies in my mind, welcome to the KV horror drive in movie marathon… But I’m just kidding and I’m just playing” (Like Exploding Stones); “Even if I’m wrong, gonna sing-a-my song till the ass crack o’ dawn… And it’s probably gonna be another long song” (Fo Sho). Non è mai chiaro se prendere seriamente o meno le dichiarazioni del Nostro, ma la sua sottile ironia mischiata con le acute osservazioni sul presente lo rendono un narratore magari inaffidabile, ma godibile.

In conclusione, “(watch my moves)” non aggiunge nulla di significativo ad una discografia che si conferma solida: magari non saremo ai livelli degli ottimi CD dei primi anni ’10 “Smoke Ring For My Halo” (2011) e “Wakin’ On A Pretty Daze” (2013), ma anche quest’ultimo disco non lascerà l’amaro in bocca ai fan di Kurt Vile. Se cercate innovazione o rock sperimentale, passate oltre.

Voto finale: 7.

Vince Staples, “RAMONA PARK BROKE MY HEART”

ramona park broke my heart

Il quinto lavoro del rapper californiano è stato composto durante le stesse sessioni che avevano portato a “Vince Staples” del 2021. Le aspettative erano ambivalenti: da un lato, da uno del talento di Staples è sempre lecito aspettarsi un lavoro di qualità. Dall’altro, però, “Vince Staples” era stato visto da molti (compresi noi di A-Rock) come il CD più debole della sua produzione; pertanto, un disco “gemello” non avrebbe aggiunto nulla ad una carriera che pareva in leggera flessione.

“RAMONA PARK BROKE MY HEART” prosegue in parte il percorso intrapreso nel precedente lavoro, ma riesce a migliorarne alcuni aspetti. Ad esempio, la voce annoiata di Vince rimane, quasi come se lui volesse staccarsi dalle storie drammatiche che vengono narrate nel corso delle sedici canzoni che compongono il CD. Allo stesso tempo, però, le basi sono più variegate e vive, rendendo il lavoro complessivamente più gradevole e digeribile. Menzione per i pochi, ma azzeccati ospiti presenti nel corso del lavoro: Mustard, Lil Baby e Ty Dolla $ign contribuiscono a rendere le canzoni in cui sono presenti più imprevedibili, basti citare EAST POINT PRAYER (con Lil Baby) e LEMONADE (con Ty Dolla $ign).

Gli highlights del lavoro sono ROSE STREET e WHEN SPARKS FLY, mentre deludono gli intermezzi NAMELESS e THE SPIRIT OF MONSTER KODY. In generale, “RAMONA PARK BROKE MY HEART” si staglia  come un album con uno sguardo sul passato, soprattutto sulle drammatiche traversie passate dal Nostro nel corso della sua ancora giovane vita. Ad esempio, in WHEN SPARKS FLY Vince dichiara: “I’m ashamed to say I think I hate you now… ‘cause I can’t save you now”. Altrove il tono è meno malinconico, anzi quasi orgoglioso: “It’s handshakes and hugs when I come around” (MAGIC).

Sia chiaro, i tempi gloriosi dell’esordio “Summertime ‘06” (2015) oppure dello sperimentale “Big Fish Theory” (2017) sono purtroppo lontani; tuttavia, “RAMONA PARK BROKE MY HEART” recupera un po’ del mordente che aveva reso il nome Vince Staples uno dei più caldi del panorama hip hop americano nello scorso decennio. Non si tratta di un capolavoro, però speriamo che la ripartenza sia dietro l’angolo per Staples.

Voto finale: 7.

Bloc Party, “Alpha Games”

alpha games

I Bloc Party mancavano dalle scene da ben sei anni: al 2016 risale infatti “Hymns”, il disco che all’epoca definimmo come un deciso cambio di passo, ma nella direzione sbagliata. Mischiando gospel con melodie elettroniche, il CD era un fiasco su più o meno tutta la linea, facendo rimpiangere non solo i tempi del fondamentale “Silent Alarm” (2005), ma anche di “A Weekend In The City” (2007).

“Alpha Games”  ritorna alle sonorità indie rock che hanno fatto la fortuna del gruppo britannico, un po’ quanto tentato da “Four” (2012): anche in questa occasione, tuttavia, l’energia dei tempi migliori non è presente nella maggior parte dei brani. Abbiamo momenti interessanti come l’iniziale Day Drinker, in cui il cantato di Kele Okereke rasenta l’hip hop, oppure la buona Traps. Accanto a questi troviamo però Rough Justice e By Any Means Necessary, che sembrano b-side dei tempi d’oro del gruppo. Peccato poi che Callum Is A Snake, con potente base punk, duri solo due minuti.

Il maggior problema di “Alpha Games” è che pare estratto da un anno a caso tra il 2001 e il 2007: i Bloc Party, malgrado i cambi di formazione avvenuti nel corso degli anni, che hanno portato Gordon Moakes (basso) e Matt Tong (batteria) ad essere rimpiazzati, con perdite, da Justin Harris e Louise Bartle, sono tornati alla fine alle sonorità delle origini, ovviamente con minor impatto e ispirazione.

Pur rappresentando quindi un progresso rispetto ad “Hymns”, “Alpha Games” resta un lavoro mediocre, in cui i Bloc Party si aggrappano a quello che sanno fare meglio (un indie rock sbarazzino e ballabile) con disperazione, forse sapendo che mai torneranno alla miracolosa creatività che ha reso “Silent Alarm” un disco fondamentale degli anni ’00.

Voto finale: 6.

Rising: SOUL GLO & Wet Leg

Quest’oggi la rubrica Rising parla di due gruppi: uno punk statunitense, i SOUL GLO, che sta riscrivendo le regole del genere attraverso un aggressivo mix che integra hip hop e metal; e un duo indie rock tutto femminile di origine inglese, le Wet Leg. Buona lettura!

SOUL GLO, “Diaspora Problems”

Diaspora Problems

Se l’anno passato i Turnstile avevano fatto intravedere il futuro dell’hardcore punk nel suo versante più “dream punk” con il magnifico “GLOW ON”, il complesso noto come SOUL GLO ha invece perfezionato una formula altrettanto radicale ed innovativa, ma sul versante opposto. Punk, hip hop sperimentale, metal, noise… “Diaspora Problems” è un CD lontano dal mainstream, ma poco o nulla del passato suona come lui.

Tecnicamente questo sarebbe il quarto lavoro a firma SOUL GLO; tuttavia, i tre precedenti sono andati pressoché perduti e quindi, a livello di impatto col pubblico, questo per molti sarà il primo ascolto del gruppo americano. Oltre al sound abrasivo, a livello lirico Pierce Jordan e compagni affrontano temi molto attuali e sentiti, specialmente dalle persone di colore: il singolo Jump!! (Or Get Jumped!!!)((by the future)) nomina i defunti Juice WRLD e Pop Smoke per mettere in evidenza la condizione di perenne incertezza che avvolge persone nere di successo, tanto da chiedersi “Would you be surprised if I died next week?”. Nell’iniziale Gold Chain Punk (whogonbeatmyass?) le prime parole sono “Can I live?”, che diventano quasi un mantra nel corso del brano. Altrove abbiamo infine veri e propri proclami politici: “It’s been ‘fuck right wing’ off the rip, but still liberals are more dangerous” è il più eloquente (John J).

I pezzi migliori sono Gold Chain Punk (whogonbeatmyass?) e la devastante Spiritual Level Of Gang Shit, che chiude stupendamente il lavoro. Inferiore alla media, altissima, del CD solamente Coming Correct Is Cheaper. Ma in generale va detto che il mix di suoni che formano “Diaspora Problems” richiede più ascolti per essere completamente assimilato: è come sentire i Death Grips scrivere canzoni punk ispirandosi a Sex Pistols e Black Flag. Basti ascoltare Driponomics a tal riguardo.

“Diaspora Problems” è quindi un LP complesso, ma i 39 minuti che compongono la tracklist non suonano mai monotoni. Se la rabbia espressa da Pierce Jordan e co. può a volte suonare eccessiva, pensiamo al mondo in cui viviamo attualmente, con i suoi mille problemi, e improvvisamente anche le parti più dure di “Diaspora Problems” assumono un senso.

Voto finale: 8,5.

Wet Leg, “Wet Leg”

wet leg album

L’esordio del duo originario dell’Isola di Wight è una ventata di novità nello scenario indie rock d’Oltremanica, salutato da recensioni entusiastiche nella madrepatria, forse troppo (spicca il 10/10 di NME), ma anche negli Stati Uniti (8/10 da parte di Rolling Stone, ad esempio). In sintesi: siamo di fronte ad uno dei CD con maggiore hype degli ultimi tempi. I risultati? Soddisfacenti.

“Wet Leg” contiene innumerevoli citazioni di artisti del passato: I Don’t Wanna Go Out contiene esattamente lo stesso riff di The Man Who Sold The World di David Bowie. Abbiamo poi riferimenti ad Arctic Monkeys, The Strokes, Blur, Pavement, addirittura My Bloody Valentine (la quasi shoegaze Valentine)… insomma, ogni fan dell’indie rock più o meno recente troverà pane per i suoi denti. Aggiungiamo dei testi sbarazzini, quando non completamente nonsense, e il quadro sarà completo.

Una cosa è certa: Rhian Teasdale and Hester Chambers, le due giovanissime che formano le Wet Leg, si divertono molto. Sono anche baciate dal successo, forse in parte imprevisto: nel Regno Unito Chaise Longue, uno dei migliori brani del lotto, è una hit fatta e finita. Buone poi Valentine e Loving You, mentre sotto la media Supermarket e Oh No. Menzione, infine, per Too Late Now, che chiude ottimamente il lavoro.

Dicevamo che liricamente il CD lascia a desiderare: legittimo, considerando che parliamo di due ragazze al loro primo lavoro. Tuttavia, rime come “You’re so woke, Diet Coke” (Oh No) sono davvero evitabili. Altrove emerge invece un occhio molto acuto: esemplare Piece Of Shit, in cui le Wet Leg se la prendono con la mascolinità tossica che ancora oggi troppe volte emerge: “I’m such a slut? Alright, whatever helps you sleep at night”. Infine, menzione per un verso molto giovanilistico, ma non per questo banale: “Are you gonna stay young forever? You said yeah—and I just walk away”, contenuto in I Don’t Wanna Go Out.

In conclusione, “Wet Leg” è un esordio che merita almeno un ascolto: la ricetta di Teasdale e Chambers potrà suonare a tratti troppo derivativa, ma l’energia e la spontaneità dei migliori momenti del lavoro fanno intravedere un notevole talento. Vedremo in futuro se le Wet Leg manterranno queste aspettative o meno: di tempo per farlo ne hanno a volontà.

Voto finale: 7,5.

Recap: marzo 2022

Anche marzo è terminato. Un mese interessante musicalmente parlando, che ha visto le nuove uscite di Nilüfer Yanya, Benny The Butcher, The Weather Station e Jenny Hval. Inoltre, abbiamo il primo greatest hits a firma Franz Ferdinand e il nuovo CD delle popstar Charli XCX e ROSALÍA. Infine, abbiamo recensito il ritorno dei Destroyer, del rapper Denzel Curry e di Aldous Harding. Buona lettura!

Destroyer, “LABYRINTHITIS”

LABYRINTHITIS

Il nuovo album dei Destroyer porta Dan Bejar e compagni verso territori nuovi, a tratti post-punk (Tintoretto, It’s For You) e ambient (la title track), senza mai tralasciare le caratteristiche irrinunciabili che rendono unico il progetto canadese. Possiamo dirlo: è il miglior lavoro a firma Destroyer dai tempi del magnifico “Kaputt” del 2011.

Dan Bejar sembrava aver esaurito la parte migliore della sua ispirazione con la pubblicazione di “ken” (2017), ma sia “Have We Met” (2020) che questo “LABYRINTHITIS” sono in realtà highlights di una carriera in continua evoluzione. Brani riusciti come June, It’s In Your Heart Now e Suffer starebbero benissimo nei migliori lavori dei Destroyer e rendono “LABYRINTHITIS” irrinunciabile per gli amanti della band.

Se musicalmente siamo di fronte ad un piccolo capolavoro, dal punto di vista testuale Bejar si conferma imperscrutabile. Già il titolo del lavoro è un mistero: da nessuna parte si fa riferimento alla labirintite, un disturbo che può colpire l’apparato uditivo. Il riferimento al celebre pittore italiano del ‘600 in Tintoretto, It’s For You è forse ancora più misterioso. La band stessa se ne rende conto, tanto che nel corso di June un verso che risuona è: “Fancy language dies and everyone’s happy to see it go”, mentre in Eat The Wine, Drink The Bread (altro titolo piuttosto bizzarro) Bejar proclama: “Everything you just said was better left unsaid”.

In conclusione, “LABYRINTHITIS” è un’ottima aggiunta ad una discografia di sempre maggior rilievo. Se qualcuno poteva pensare che Dan Bejar e compagni fossero ormai nella fase discendente della carriera, questo LP dovrà farli ricredere: giunti al tredicesimo album di inediti, sembra che siamo di fronte all’inizio di una nuova fase nell’estetica della band. Chapeau.

Voto finale: 8,5.

Nilüfer Yanya, “PAINLESS”

painless

“Miss Universe”, l’album d’esordio del 2019 di Nilüfer Yanya, era indubbiamente un buon disco e si era guadagnato uno spazio nella rubrica Rising di A-Rock; tuttavia, non era ancora la dimostrazione piena del talento della cantautrice inglese. “PAINLESS” invece è un CD più realizzato e coeso, che è ad oggi il miglior disco indie rock del 2022.

I 46 minuti di “PAINLESS” scorrono benissimo, tra rimandi ai Radiohead (stabilise, midnight sun) e ad Alanis Morissette (the dealer). Soprattutto nella prima parte, il lavoro è davvero ben costruito; invece pezzi come company e anotherlife sono i più deboli del lotto e fanno finire il CD su un livello compositivo inferiore rispetto alla prima metà, ma complessivamente siamo di fronte ad un ottimo secondo LP.

I testi poi sono un altro tratto interessante del lavoro: Nilüfer Yanya è infatti evocativa, ma mai troppo diretta. Di certo c’è solo il suo malessere: esemplari i versi contenuti in trouble (“Troubled don’t count the ways I’m broken, your troubles won’t count, not once we’ve spoken”) e in shameless (“Spit me out here in the sunlight … Watch me burn, night and day”). Il verso più drammatico è però questo: “Silent leaves, I walked in your forest, but there’s no roots. I am not sure I got this”, in try.

“PAINLESS” è evidentemente un titolo ironico, amaro: tanto più in un mondo tormentato come quello odierno, diviso tra l’interminabile pandemia e una guerra devastante alle porte dell’Europa. Pertanto, pur non essendo certo un disco “difficile”, “PAINLESS” è più profondo della media dei CD indie rock degli ultimi anni, sia musicalmente che liricamente, e fa di Nilüfer Yanya un nome da tenere d’occhio. Se “Miss Universe” poteva apparire agli scettici come un abbaglio, questo LP non passerà inosservato.

Voto finale: 8.

Charli XCX, “CRASH”

crash

“CRASH” viene dopo “how i’m feeling now” (2020), l’album inciso da Charli XCX durante il lockdown pandemico, che ne aveva fatto intravedere il lato più intimo, nascosto in passato dalle melodie pop che ne contraddistinguono l’estetica. “CRASH” è un CD decisamente più ballabile, il primo puramente pop della cantautrice inglese, che è da sempre portavoce dell’hyperpop. I risultati sono generalmente ottimi e fanno presagire un futuro radioso per la Nostra.

I singoli che hanno anticipato la pubblicazione dell’LP hanno dato fin da subito l’idea di una svolta per Charlotte Aitchison: Good Ones è un inno pop pieno di rimpianti per le passate storie d’amore vissute dall’inglese, New Shapes conta sulla collaborazione di Christine And The Queens e Caroline Polachek (ex Chairlift) ed è un highlight immediato del disco. Abbiamo poi Beg For You, in cui Charli duetta con Rina Sawayama, e la più raccolta Every Rule (prodotta da A.G. Cook e Daniel Lopatin), unica vera ballata di “CRASH”. Altrove nel disco abbiamo un ritorno al passato, ad esempio in Constant Repeat (bubblegum bass al suo meglio) e Yuck, quest’ultima non molto convincente.

Se qualcuno pensava che la conclusione dell’accordo stretto in giovane età con la Atlantic spingesse Charli a “sabotare” questo ultimo lavoro, date le parole  dure rivolte dalla Nostra in più occasioni per alcuni atteggiamenti dei manager dell’etichetta vissuti come un abuso nei suoi confronti, il presentimento si è rivelato decisamente sbagliato: il CD è variegato il giusto da non sembrare derivativo, la cura nello scegliere gli ospiti è al solito massima e la qualità media delle canzoni è invidiabile.

“CRASH” ha però un difetto: il livello medio delle composizioni peggiora verso la fine del lavoro (esemplare la prevedibile Used To Know Me), rendendo il risultato leggermente poco bilanciato. Tuttavia, in generale siamo di fronte ad un buonissimo lavoro pop, capace di rievocare gli anni ’80 così come di dare sfogo agli impulsi più sperimentali di Charli XCX. È il suo miglior lavoro? Difficile dirlo, sicuramente merita più di un ascolto.

Voto finale: 8.

Franz Ferdinand, “Hits To The Head”

hits to the head

Le raccolte dei brani migliori di un gruppo sono spesso il momento di fare un bilancio: la carriera ha seguito un percorso lineare o discendente? Gli eventuali avvicendamenti hanno indebolito la qualità delle canzoni? C’è un futuro per l’artista in questione?

I Franz Ferdinand, una delle poche band dei primi anni del nuovo millennio che sia arrivata ad oggi in buona forma, sono passati attraverso addii dolorosi (Paul Thomson e Nick McCarthy) e tentativi di cambi di pelle, non sempre azzeccati. Il saldo di una carriera che dura ormai da 21 anni è comunque più che positivo.

“Hits To The Head”, il primo greatest hits dei Franz Ferdinand, è un’efficace macchina del tempo per riportarci ai primi anni ’00, quando gli scozzesi esplodevano grazie a singoli indimenticabili come Take Me Out e Do You Want To, contenuti in CD ormai classici come l’esordio eponimo del 2004 e “You Could Have It So Much Better” (2005). Abbiamo, in ordine cronologico, anche un discreto spazio concesso ai dischi della mezza età come “Tonight” (2009) e “Right Thoughts, Right Words, Right Action” (2013), con brani come Ulysses e Love Illumination. Invece Always Ascending e Glimpse Of Love sono prese dall’ultima raccolta di inediti, “Always Ascending” del 2018.

Le sorprese sono i nuovi mix di This Fire, Walk Away e The Fallen, oltre ai due inediti Curious e Billy Goodbye: nulla di trascendentale, ma ci fanno capire che c’è ancora carburante nei Franz Ferdinand.

In conclusione, “Hits To The Head” rappresenta un buon modo per i fan più accaniti di tornare alla loro gioventù attraverso brani leggeri ma mai banali, mentre per i neofiti è un’ottima introduzione al sound di una delle band di maggior successo del mondo indie rock degli ultimi due decenni.

Voto finale: 8.

Jenny Hval, “Classic Objects”

classic objects

Il CD dell’artista norvegese rappresenta una gradita novità nella sua estetica. Conosciuta un tempo per le sue composizioni ermetiche, spesso indecifrabili, Jenny Hval si è via via aperta ad influenze art pop, sulla scia di Björk e Kate Bush. Se il precedente LP a suo nome “The Practice Of Love” (2019) aveva solo accennato questa nuova direzione, “Classic Objects” la porta a compimento e si afferma, al momento, come uno dei migliori lavori pop dell’anno.

Le otto tracce dell’album superano tutte i quattro minuti di lunghezza, eccetto Freedom, peraltro il pezzo più debole del lotto. Non per questo, però, i 42 minuti di “Classic Objects” sono monotoni: anzi, pezzi come American Coffee e Cemetery Of Splendour sarebbero brani eccellenti per qualsiasi artista. La vocalità di Jenny, poi, è parte integrante del successo del lavoro.

In generale, liricamente assistiamo invece ad una conferma dei temi cari alla norvegese: la carnalità e l’importanza della sostanza sulla forma (“And I am holding a disco flashlight, it is meant to make the audience feel like multitudes of colors that belong to nobody in particular, that they share between their bodies”, il bel verso di Year Of Love), la ricerca sulla propria condizione interiore (“Who is she who faces her fears?” si chiede in American Coffee), la sensazione di solitudine, drammaticamente accentuata dal Covid (“I am an abandoned project”, proclama sconsolata in Jupiter).

Se la prima uscita del progetto Lost Girls, che la Nostra condivide con Håvard Volden, “Menneskekollektivet” del 2021, aveva fatto pensare al ritorno della Jenny Hval più sperimentale, “Classic Objects” rappresenta in realtà un notevole passo avanti nella carriera della cantautrice norvegese in direzione di una crescente accessibilità. Ad oggi, è il suo miglior lavoro.

Voto finale: 8.

Denzel Curry, “Melt My Eyez, See Your Future”

melt my eyez see your future

Il nuovo album del rapper americano è un altro tassello di valore in una carriera sempre più interessante. Dopo un 2020 molto impegnativo, che lo ha visto pubblicare ben due mixtape, nel 2021 Curry ha pubblicato un album di remix. In generale, possiamo dire che Denzel Curry ha cambiato parzialmente il proprio stile in “Melt My Eyez, See Your Future”: meno aggressività, più attenzione alla melodia e all’introspezione. I risultati, pur diversi dal solito Denzel, sono comunque buoni.

“Melt My Eyez, See Your Future” è il successore di “ZUU” (2019), il lavoro che aveva ampliato la platea di fan del Nostro ma aveva anche rappresentato un parziale arretramento, in termini di qualità, rispetto al magnifico “TA13OO” (2018), ad oggi il suo miglior LP. Questo disco si avvicina più al lato pop del mondo hip hop, con esempi di valore come Walkin e Melt Session #1. Altrove troviamo anche brani più simili al “vecchio” Denzel Curry, come Zatoichi e Ain’t No Way, ma paradossalmente con rendimenti inferiori rispetto al passato.

Menzione poi per il parco ospiti di questo CD: “Melt My Eyez, See Your Future” è un divertimento puro per gli amanti della black music, sia della nuova generazione (slowthai, Rico Nasty, 6LACK, J.I.D) che di quella precedente (T-Pain, Robert Glasper). I brani migliori del lotto sono le già citate Walkin e Melt Session #1, ma buona anche Angelz. Invece inferiori X-Wing e la troppo breve The Smell Of Death.

Denzel Curry è sempre stato attento anche all’aspetto testuale, dato particolare visibile nelle tracce più oscure di “TA1300” ma non solo. In “Melt My Eyez, See Your Future”, come prevedibile, l’influenza dei due anni pandemici si fa sentire: “Watching people dying got me being honest” proclama drammaticamente in The Last. Altrove emerge il senso di solitudine che tutti abbiamo percepito, più o meno spesso, in questi ultimi tempi: “Walking with my back to the sun, keep my head to the sky, me against the world, it’s me, myself and I” (Walkin). È un peccato grave, quindi, che in Zatoichi ci sia un verso inutilmente volgare come “Life is short, like a dwarf”, che rovina un po’ il quadro lirico generale.

In conclusione, non siamo di fronte ad un CD perfetto, tuttavia “Melt My Eyez, See Your Future” conferma lo status di Denzel Curry come rapper di rilievo. Senza qualche inciampo sia musicale che lirico saremmo probabilmente di fronte al suo miglior lavoro; tuttavia, anche così abbiamo un LP di assoluto valore.

Voto finale: 8.

ROSALÍA, “MOTOMAMI”

motomami

Il terzo disco della cantante spagnola amplia notevolmente i suoi orizzonti: art pop, hip hop… ormai nulla è estraneo all’estetica di ROSALÍA. “MOTOMAMI” non è un album immacolato, ma contiene alcuni dei pezzi più futuristi ascoltati negli ultimi anni.

La giovane artista si era fatta conoscere con “EL MAL QUERER”, nel 2018: un CD che aveva catapultato ROSALÍA nell’Olimpo pop, con una radicale innovazione della musica spagnola più classica, quella con base flamenco, che l’aveva fatta amare tanto dal pubblico quanto dalla critica, prova ne sia il successo di MALAMENTE. “MOTOMAMI” è una creatura diversa: più sperimentale, meno coeso, ma non meno ammaliante. Le 16 canzoni che compongono il CD vanno dal minuto scarso di durata (la title track) ad oltre quattro minuti; affrontano temi leggeri con ironia (CHICKEN TERIYAKI, HENTAI) così come i problemi che la fama ha portato sulla psiche di ROSALÍA (LA FAMA, con The Weeknd).

Le canzoni migliori sono anche le più imprevedibili: SAOKO, BULERÍAS e G3 N15 sono pezzi davvero mozzafiato. Menzione poi per la magnifica voce della Nostra, valore aggiunto lungo l’intero LP. Inferiori sono invece gli intermezzi di breve durata, che alla lunga tolgono linfa al lavoro: MOTOMAMI e Abcdefg ne sono chiari esempi. In generale, la varietà di stili alla lunga può risultare alienante, ma una domanda ci viene spontanea: quante possono passare indifferentemente dal reggaeton all’hip hop al pop senza perdere un briciolo della loro qualità compositiva?

In generale, “MOTOMAMI” conferma tutto il bene che si diceva di ROSALÍA: ambizioso, basato su temi ed esperienze non facili da assimilare ma capace di slanci pop da Top 40 di Billboard. È un CD perfetto? No, però il futuro della musica pop passa anche da qui.

Voto finale: 7,5.

Aldous Harding, “Warm Chris”

warm chris

Il quarto album della cantautrice neozelandese segue il riuscitissimo “Designer” (2019), inserito da A-Rock tra i migliori 50 CD dell’anno e tra i migliori 200 della decade 2010-2019. Inutile dire che l’attesa per il nuovo lavoro di Harding era elevata.

“Warm Chris” prosegue in buona parte il percorso intrapreso dal precedente LP; tuttavia, predilige un folk quasi psichedelico e ritmi più soffusi rispetto a “Designer”. Le canzoni sono quindi meno accessibili, ma non per questo ermetiche o eccessivamente fini a sé stesse. Anzi, pezzi come Lawn e Tick Tock non raggiungeranno probabilmente la popolarità di The Barrel, però sono buoni ingranaggi di un CD tutto sommato gradevole. Menzione poi per la squisita voce di Aldous, vero valore aggiunto di molte melodie. Inferiori alla media solamente Staring At The Henry Moore e Bubbles, che rendono il finale un po’ monotono.

A colpire, come sempre in un disco di Aldous Harding, sono i testi: l’associazione libera di immagini la fa da padrone e non ci sono canzoni a cui gli ascoltatori possano dare un significato univoco. “Here comes life with his leathery whip! Here comes life with his leathery leathery!” proclama la Nostra in Leathery Whip con l’aiuto di Jason Williamson (Sleaford Mods); in Lawn invece abbiamo “They don’t mean a thing to me… All these lamps are free”.

Insomma, lo humour strampalato non deve farci prendere “Warm Chris” per un CD trascurabile: Aldous Harding, anche grazie alla produzione di John Parish (in passato collaboratore di PJ Harvey e Jenny Hval), ha dato un degno erede a “Designer”. Forse i risultati sono inferiori, ma questo album mantiene comunque un fascino che viene progressivamente svelato. Merita almeno un ascolto.

Voto finale: 7,5.

Benny The Butcher, “Tana Talk 4”

tana talk 4

Il nuovo album del prolifico rapper statunitense è la quarta uscita nella sua serie “Tana Talk”, iniziata addirittura nel lontano 2004. Benny non offre nulla in termini di innovazione della sua estetica; tuttavia, “Tana Talk 4” continua ad ampliare il suo pubblico e gli ospiti, che questa volta includono pezzi da 90 come Diddy (10 More Commandments) e J. Cole (Johnny P’s Caddy). Come sottovalutare infine il contributo di The Alchemist in pezzi come Thowy’s Revenge e Bust A Brick Nick?

Sono proprio i pezzi con ospiti che in varie occasioni rappresentano degli highlights del lavoro: oltre ai due già citati, buonissima è la collaborazione col cugino di Benny The Butcher, Conway The Machine, intitolata Tyson vs. Ali. Al contrario, Uncle Bun e Guerrero rappresentano i brani più prevedibili del lotto e, non per caso, deludono.

In generale, “Tana Talk 4” sembra più un viatico di Benny per esorcizzare fatti avvenuti in passato: ad esempio, in Bust A Brick Nick descrive il suo trentaseiesimo compleanno, passato su una sedia a rotelle dopo essere scampato ad una rapina. Il verso “Being honest, this could be karma I probably deserve in the first place” è uno dei più sentiti e malinconici della sua intera produzione. In Super Plug invece parla di quando, da giovane, nascondeva la droga nel divano si suo padre. Non sono temi nuovi per Benny, ma sono narrati con rinnovata sensibilità.

In conclusione, “Tana Talk 4” è un’altra aggiunta di spessore in una discografia di crescente successo. Benny The Butcher è ormai uno dei maggiori nomi del gangsta rap vecchio stampo, aggiornato al XXI secolo; presto potrebbe arrivare il momento di dare una rinfrescata alla propria estetica, ma per il momento va bene così.

Voto finale: 7,5.

The Weather Station, “How Is It That I Should Look At The Stars”

how is it that i should look at the stars

Il nuovo CD del progetto canadese di Tamara Lindeman è l’album fratello di “Ignorance” del 2021, uno dei più lodati dalla critica di recente. The Weather Station è pertanto diventato negli ultimi tempi sinonimo di cantautorato di qualità, impegnato contro il cambiamento climatico e capace di esprimere concetti difficili in canzoni apparentemente semplici.

“How Is It That I Should Look At The Stars” continua nel percorso intrapreso dal precedente LP: basi rappresentate soprattutto dal pianoforte, forte unità interna del lavoro, durata ragionevole. Purtroppo, se “Ignorance”, pur nella sua sostanziale coesione, aveva dei colpi a sorpresa e brani di alto livello (su tutti Robber e Atlantic), questo lavoro è inferiore: nulla di davvero brutto, ma alla lunga un po’ di monotonia appare evidente.

I brani migliori sono Ignorance ed Endless Time, mentre deludono Stars e Marsh. Testualmente, Lindeman tratta temi legati all’amore (“You never wanted to be good, you nеver really wanted to bе understood… You wanted to be the one who held the cards” canta in Sleight Of Hand), ma anche una sorta di tramonto dell’umanità in Endless Time. In Stars abbiamo infine il verso più delicato e commovente: “I swear to God, this world will break my heart”.

In conclusione, “How Is It That I Should Look At The Stars” è un discreto CD “di accompagnamento”, ma nulla più; il piatto forte di questi ultimi due anni a firma The Weather Station era senza dubbio “Ignorance”. Vedremo in futuro dove l’ispirazione condurrà Tamara Lindeman: una rinfrescata al sound del progetto potrebbe essere una buona strada per mantenere le cose davvero interessanti.

Voto finale: 6,5.