Rising: PinkPantheress & Magdalena Bay

Ritorna la rubrica di A-Rock dedicata agli artisti emergenti. Quest’oggi analizziamo gli esordi di PinkPantheress e dei Magdalena Bay. Buona lettura!

Magdalena Bay, “Mercurial World”

mercurial world

Il primo disco dei Magdalena Bay, la band formata da Mica Tenenbaum e Matthew Lewin, è una ventata di aria fresca nella scena pop. Mescolando influenze variegate, da Grimes a Charli XCX passando per Carly Rae Jepsen, il duo riesce infatti a creare un CD davvero trascinante, ben sequenziato e ricco di ottimi pezzi synth pop.

Passando sopra la scelta di iniziare “Mercurial World” con The End e terminarlo con The Beginning, un po’ troppo fintamente anticonformista, i Magdalena Bay confermano il bene che si diceva di loro negli ambienti specialistici. Dalla title track a Chaeri, da You Lose! a Secrets (Your Fire), il CD è un trionfo per gli amanti tanto di Britney Spears quanto di Madonna, tanto per citare due veterane della scena. Insomma, abbiamo per ora trovato il miglior disco pop dell’anno.

Non fosse per testi spesso deboli e una seconda metà leggermente sottotono rispetto alla squisita parte iniziale (che contiene ad esempio la prevedibile Prophecy), staremmo parlando di un capolavoro. Tuttavia, contando che stiamo parlando di un esordio sulla lunga durata (a nome Magdalena Bay compaiono infatti anche un EP e due brevi mixtape), “Mercurial World” è davvero un successo e farà certamente comparire il nome dei Magdalena Bay in varie liste dei migliori album del 2021.

Voto finale: 8.

PinkPantheress, “to hell with it”

to hell with it

Il mixtape d’esordio della giovanissima inglese è figlio dell’epoca di TikTok, ma allo stesso tempo indebitato con l’estetica di inizio millennio, soprattutto in campo UK garage e R&B. Com’è possibile, verrebbe da dire? Il web è un mondo pieno di risorse e chiunque può ispirarsi a qualsiasi epoca del passato, basta sia accessibile via smartphone. PinkPantheress quindi può, senza problemi, emergere sul social network più giovanilista con la base musicale di un grande successo dei primi anni ’00… ma questo basta per farne un’artista rispettabile?

La risposta è un sì abbastanza convinto. Malgrado “to hell with it” duri a malapena 18 minuti, con canzoni che raggiungono a stento i due minuti di lunghezza, si intravede del talento nel saper scegliere i giusti beat per la voce da bambina di PinkPantheress, che ricorda la Grimes delle origini. Non tutto funziona, ma la varietà stilistica del breve CD è un valore aggiunto che la distanzia da altre star di TikTok emerse di recente.

Ad aggiungere pepe all’apparentemente semplice ricetta che ha portato la Nostra al successo abbiamo il fatto che, in realtà, pur essendo seguitissima sui social, è pressoché impossibile trovare il suo vero nome online. Inoltre, anche il suo volto è stato a lungo nascosto dalla folla famelica di TikTok, facendo capire che siamo di fronte ad una giovane tormentata, o almeno più matura della sua età, come canta in Nineteen: “I wasn’t meant to be this bored at 19”.

Fra i brani migliori abbiamo I Must Apologise e Passion, mentre un po’ sotto la media Last Valentines. In generale, questo pare più un modo di monetizzare un seguito già largo (su Spotify PinkPatheress ha già più di dieci milioni di streaming mensili) che un vero e proprio manifesto artistico. Allo stesso tempo, siamo davvero curiosi di vedere se “to hell with it” sarà solo una fugace espressione di un’irrequieta giovane cantante oppure l’inizio di una carriera onorevole.

Voto finale: 7.

Rising: Indigo De Souza

Indigo De Souza

Ritorna la rubrica di A-Rock dedicata ai giovani talenti della musica leggera contemporanea. Quest’oggi dedichiamo la nostra attenzione alla talentuosa Indigo De Souza, nuova stellina della scena indie americana.

Indigo De Souza, “Any Shape You Take”

any shape you take

Il secondo disco della cantante è una boccata di aria fresca in una scena indie rock un po’ ferma nel 2021. “Any Shape You Take” migliora ogni aspetto dell’esordio “I Love My Mom” (2018), passato un po’ in sordina: sia a livello compositivo che lirico, Indigo si conferma matura e pronta a scrivere pagine importanti del genere nei prossimi anni.

I riferimenti della Nostra sono chiari: PJ Harvey, Fiona Apple e Alanis Morissette sono le prime icone femminili del pop-rock che vengono in mente ascoltandola. Tuttavia, De Souza non si limita a prendere spunto da queste grandi autrici: innestando su questa ricetta elementi grunge e quasi sperimentali (si senta Real Pain a tal proposito), “Any Shape You Take” è un CD figlio dei nostri tempi: in bilico fra speranza e disperazione, la giovane Indigo De Souza dimostra in realtà una maturità sorprendente.

Testualmente, infatti, la cantautrice è capace di trasmettere le sensazioni provate a causa di una relazione tossica del passato attraverso le urla disperate di Real Pain così come di farti sentire protetto in Hold U, quando canta “I will hold you” e “You are a good thing, I’ve noticed” convintamente. In Way Out appare il suo lato più sognatore quando sentiamo dirle “I wanna be a light”, mentre in Kill Me si riappropria di un tema a lei caro fin dal precedente album: “Call your mother, tell her you love her… Call my mother and tell her the same”.

In alcune canzoni, come la già citata Real Pain e Bad Dream, prevale un pessimismo molto forte; in altre, come 17, i toni sono più distesi. I pezzi migliori sono Hold U e Kill Me, mentre un po’ sotto la media Way Out. In generale, va detto, l’indie rock robusto, sperimentale a tratti di “Any Shape You Take” si fa quasi sempre apprezzare e i 38 minuti di durata del disco spingono il replay value (a differenza degli ultimi prolissi lavori di Drake e Kanye West, tanto per capirsi).

In conclusione, Indigo De Souza si conferma ragazza con del potenziale e “Any Shape You Take” è un CD già molto interessante. Vedremo se in futuro saprà fare meglio, per ora godiamoci questo LP, uno dei migliori dell’anno nel genere indie rock.

Voto finale: 8.

Rising: Olivia Rodrigo

La nuova puntata della rubrica di A-Rock dedicata agli artisti più giovani è dedicata alla popstar in ascesa Olivia Rodrigo, il cui CD d’esordio “SOUR” sta facendo impazzire i servizi di streaming.

Olivia Rodrigo, “SOUR”

sour

Olivia Rodrigo, per chi segue il mondo Disney, non è un nome nuovo. La giovane attrice e cantante è parte della serie tv High School Musical: The Musical: The Series ormai da due anni. Molte star del vivaio Disney hanno fatto il salto verso la musica (una su tutte: Miley Cyrus), quindi Rodrigo in questo non è certo una novità. Il cambiamento radicale rispetto al passato è che la sua rapidissima ascesa è avvenuta nell’epoca di Tik Tok.

È proprio nel social network dei più giovani che Olivia Rodrigo è emersa: la ballad drivers license è diventata un tormentone virale, che ha portato l’attenzione di molti su di lei. “SOUR” capitalizza con abilità questa sua improvvisa notorietà, non perdendosi in troppo numerosi brani solo per accumulare streaming (il disco è infatti lungo solo 34 minuti) e facendo intravedere talento vero dietro i lustrini e i chiari riferimenti alle popstar più rispettate.

Taylor Swift è una chiara fonte di ispirazione per Olivia: i temi dell’amore e delle rotture col partner, con l’ultima parola sempre per la parte ferita, sono tratti tipici del mondo swiftiano. In più, basti pensare che 1 step forward, 3 steps back inserisce un campionamento di New Year’s Day, tratto da “reputation” (2017) di Taylor. “SOUR”, tuttavia, non si limita a plagiare una delle postar più brillanti della nostra epoca: abbiamo infatti anche efficaci pezzi rock, quasi grunge (brutal) e altri in cui il pop-punk la fa da padrone (good 4 you).

I testi, come dicevamo, riprendono i temi classici dell’adolescenza: i sogni per un futuro sereno e la delusione nel vederli infranti (“Where’s my fucking teenage dream?” canta Olivia in brutal), ricordi di un amore passato (“I wore makeup when we dated ’cause I thought you’d like me more”, enough for you) e la rabbia per il tradimento subito (“You betrayed me… And I know that you’ll never feel sorry”, traitor). Allo stesso tempo, in hope ur ok abbiamo anche un testo molto delicato su una ragazza cacciata da casa perché lesbica, che denota da parte della giovane Olivia un’attenzione per i più deboli e fragili non comune a quell’età.

In conclusione, “SOUR” è un LP interlocutorio: da un lato abbiamo alcuni pezzi pop prevedibili (traitor, happier) così come pezzi rock inaspettati (brutal), accanto a brani solo chitarra e voce (enough for you) e successi del momento (drivers license, deja vu). Come interpretare tutto questo? Olivia Rodrigo è sicuramente una voce interessante del nuovo “Tik Tok pop”, ma non trasciniamola in discussioni troppo impegnative. Non stiamo facendo la storia della musica con “SOUR”; semplicemente, si tratta di un buon esordio. Vedremo in futuro dove si dirigerà l’estetica musicale fluida di Olivia Rodrigo: noi facciamo il tifo per lei.

Voto finale: 7.

Rising: Squid

Ritorna la rubrica di A-Rock dedicata agli artisti emergenti. Quest’oggi rivolgiamo la nostra attenzione a “Bright Green Field”, il fulminante album d’esordio dei britannici Squid.

Squid, “Bright Green Field”

bright green field

Le prime parole cantate da Ollie Judge in G.S.K., primo vero brano del CD (se sorvoliamo l’intro ambient di Resolution Square), sono: “As the sun sets, on the Glaxo Klein, well it’s the only way that I can tell the time”. Beh, la dichiarazione d’intenti è chiara: gli Squid sono decisamente anticapitalisti e non esitano a farlo sapere immaginando un’isola distopica, su cui il settore industriale dei Big Pharma governa indisturbato. Se a ciò aggiungiamo che il frontman è il batterista del gruppo (piuttosto insolito eh?) e che, oltre al classico trio chitarra-basso-batteria, negli Squid trovano spazio sax, violini, trombe e chi più ne ha più ne metta, capirete che siamo di fronte a un lavoro piuttosto variegato e sfidante.

Le 11 canzoni che formano “Bright Green Field” sono pervase da questo senso di inquietudine, accentuato dal modo di cantare di Judge: nevrotico, paranoide, molto simile al David Byrne dei primi Talking Heads. Il riferimento alla band statunitense non è casuale: nei brani migliori del lavoro, da Narrator a Paddling, i Talking Heads sono un chiaro riferimento per gli Squid. Non dobbiamo però pensare che i giovani britannici siano solamente un ennesimo succedaneo della scena new wave e post-punk degli anni ’80.

Infatti, accanto a David Byrne & co., troviamo il post-rock degli Slint (2010), il rock danzereccio dei Franz Ferdinand (Paddling) e una parentesi drone francamente non molto riuscita, ma comunque indice di una voglia di sperimentare sconfinata (Boy Racers). Accanto a questo interessante cocktail sonoro, troviamo come già accennato liriche spesso davvero pessimiste (un esempio è “You’re always small and there are things that you’ll never know”, in Boy Racers), quando non vere e proprie urla selvagge (Narrator, merito dell’ospite Martha Skye Murphy).

Il 2021 si sta caratterizzando sempre di più come l’anno in cui il rock sta tornando sulle bocche di tutti, non tanto per le imprese dei vecchi leoni, ma piuttosto per l’emergere sulla scena underground, specialmente inglese, di band davvero intriganti, ambiziose e mai dome (citiamo, oltre agli Squid, i black midi e i Black Country, New Road).

“Bright Green Field” non è un LP perfetto, ma sembra un ottimo antipasto di una carriera già ottimamente lanciata dall’EP del 2019 “Town Centre”. Gli Squid si candidano a grande rivelazione della scena punk-rock del 2021, già pronti per entrare nella nostra top-10 dei più bei dischi dell’anno. Bisognerà solo stabilire in quale posizione.

Voto finale: 8,5.

Rising: Dry Cleaning & For Those I Love

Quest’oggi la rubrica di A-Rock che analizza i giovani più promettenti del panorama musicale è dedicata interamente a progetti d’Oltremanica. Abbiamo infatti analizzato i Dry Cleaning e For Those I Love, due nomi che sicuramente si faranno sentire anche in futuro rispettivamente nel mondo del punk e dell’elettronica.

For Those I Love, “For Those I Love”

for those i love cover

Il progetto For Those I Love incarna in realtà l’estetica di una sola persona, l’irlandese David Balfe: la genesi dell’album di esordio di questo nuovo protagonista della scena elettronica è davvero tragica.

Nel 2018 Paul Curran, grande amico e partner musicale di Balfe, si è tolto la vita; da quel momento David ha cercato un modo di onorare nel modo giusto la memoria di Curran e di riportare alla memoria i bei momenti vissuti insieme. “For Those I Love”, come il titolo indica, è dedicato anche ai cari ancora in questo mondo: spesso nel modo di cantare di Balfe, quasi “spoken word” data la scarsa espressività della voce, si menzionano i familiari del Nostro e il fondamentale ruolo che hanno avuto e hanno tuttora nella vita del cantautore irlandese.

Ma in cosa consiste musicalmente il lavoro? “For Those I Love” è un ottimo CD di musica elettronica: le basi vanno dalla house alla trance, passando per momenti più psichedelici. I momenti migliori sono le iniziali I Have A Love e You Stayed / To Live, ma anche la più tranquilla The Shape Of You risalta. Invece è inferiore alla media Top Scheme. In generale, si possono rintracciare influenze di Burial, Chemical Brothers e Avalanches, con tocchi dei Primal Scream più rave, ma For Those I Love riesce a suonare originale, anche per il modo di affrontare un lutto altrimenti insopportabile.

I versi che restano impressi sono numerosi: “I felt like I had it all. I have a love, and it will never fade and neither will you, Paul. I love you bro” in I Have A Love è il più toccante di tutti. In Top Scheme viene alla luce il lato più politico e nichilista di Balfe: “It seems sometimes the love in these songs isn’t enough – because the world is fucked”. Infine, in Birthday / The Pain, abbiamo un momento filosofico, con più di un fondo di verità: “So we’ll spend the rest of our lives being brave, and hope that things will change, and age will still mark the time in the same way”.

“For Those I Love” non è un LP perfetto, come invece sostengono molte pubblicazioni inglesi (fra cui NME), ma certamente l’Irlanda si conferma terra ricca di spunti. Se prima la elogiavamo soprattutto per la scena punk e rock (U2, My Bloody Valentine e Fontaines D.C. ne sono luminosi esempi), anche nell’elettronica abbiamo trovato un nuovo esponente che pare destinato a scrivere pagine importanti in futuro.

Voto finale: 8.

Dry Cleaning, “New Long Leg”

new long leg

L’album di esordio della band punk inglese è davvero originale: testi assurdamente divertenti, una frontwoman che, più che cantare, sussurra o narra storie senza alcuna passione (almeno in apparenza), sonorità che rimandano ai classici del passato ma tremendamente attuali… Insomma, un CD davvero intrigante.

Nell’ordine, “New Long Leg” è contraddistinto da: fatti di vita comune (“I’ve been thinking about eating that hot dog for hours” canta Florence Shaw in Strong Feelings), scherzi mal riusciti, una canzone che si intitola John Wick ma non parla del personaggio cinematografico interpretato da Keanu Reeves, ex partner che non vogliono andarsene (“Never talk about your ex, never never never never, never”, Leafy).

Tutto questo parlare è fatto su basi peraltro davvero ben strutturate, in cui il punk si interseca con l’estetica degli Strokes e in certi tratti addirittura degli Smiths, per creare un suono chiaramente indebitato coi grandi del passato ma anche sintomo di una scena inglese sempre più rigogliosa. Sbaglia però chi pensa ai due gruppi britannici più avventurosi del momento, black midi e Black Country, New Road: i Dry Cleaning sono molto più solidi e meno “jazz” nelle loro interpretazioni, più simili ai The Fall insomma.

Se uno ascolta i due EP del 2019 con cui la band si è fatta conoscere, “Sweet Princess” e “Boundary Road Snacks And Drinks”, i Dry Cleaning appaiono ora meno liberi; allo stesso tempo la produzione affidata al veterano John Parish (Aldous Harding, PJ Harvey) aiuta il gruppo a focalizzarsi ancora meglio sul suono e a mescolare la narrazione di Shaw col resto. I migliori risultati sono raggiunti in Unsmart Lady e Strong Feelings, mentre è leggermente sotto la media la title track. Addirittura psichedelica la conclusiva Every Day Carry, sette minuti davvero imprevedibili.

In conclusione, “New Long Leg” è un ottimo CD d’esordio, in cui i Dry Cleaning hanno già un’estetica ben delineata e inattaccabile. Si può fare meglio nel “punk sussurrato” che li contraddistingue? Difficile a dirsi, certamente ad A-Rock aspetteremo con trepidazione il prossimo lavoro della band inglese.

Voto finale: 8.

Rising: Genesis Owusu

genesis owusu

Un primo piano del talentuoso rapper australiano Genesis Owusu.

Il giovane rapper australiano Genesis Owusu ha tutto per riuscire a diventare una star: voce, creatività, ambizione. La rubrica Rising di A-Rock dedica quindi meritatamente la sua attenzione a questa interessante figura. Buona lettura!

Genesis Owusu, “Smiling With No Teeth”

smiling with no teeth

Il poliedrico artista originario di Canberra ha prodotto con “Smiling With No Teeth” un ottimo album di esordio, che esplora generi tanto vari che vanno dal funk à la Prince a ritmi soul assimilabili a Solange Knowles, ma sempre su una base rap ben riconoscibile. Insomma, una ricetta ambiziosa e non semplice da portare a compimento senza inciampare: Genesis, se eccettuiamo un numero di canzoni un po’ troppo abbondante, ci riesce.

L’inizio di On The Move! può trarre in inganno: il brano è infatti un po’ fuori contesto nell’economia del disco, troppo rumorosa (ricorda quasi On Sight di Kanye West) se paragonata ad altre perle come Waitin’ On Ya e Don’t Need You. Tuttavia, il mood del disco è sempre ambivalente: da un lato abbiamo momenti davvero godibili (Waitin’ On Ya), dall’altro esperimenti hip hop (I Don’t See Colour). Insomma, Owusu forse non ha completamente capito cosa fare da grande, ma “Smiling With No Teeth” è davvero un’interessante introduzione alla sua estetica. Menzione finale per la sua bella voce, capace di passare da toni gravi a un falsetto davvero celestiale.

Il CD si propone come un trattato sulla condizione di un uomo di colore in una società prevalentemente dominata da bianchi e in cui gli insulti razziali sono ancora purtroppo all’ordine del giorno. Il “black dog” che ricorre in tante canzoni dell’album è una metafora di un epiteto spesso affibbiato da ragazzo al rapper australiano per disprezzarne il colore della pelle. Ad esempio, in The Other Black Dog si sente dire che “All my friends are hurting but we dance it off, laugh it off”. Gold Chains affronta invece il tema ambivalente della fama per un giovane ancora acerbo, mentre A Song About Fishing parla, appunto, di un tentativo senza successo di pescare su un ritmo quasi folk.

Insomma, la varietà stilistica, timbrica e ritmica la fanno da padrone in “Smiling With No Teeth”; alle volte, verrebbe da dire, quasi troppo. Tuttavia, Genesis Owusu a conti fatti non fallisce in nessuno dei generi sperimentati, sintomo di grande talento. Vedremo in futuro dove si dirigerà musicalmente parlando, per ora però possiamo dire con certezza che “Smiling With No Teeth” è uno dei migliori lavori hip hop dell’anno.

Voto finale: 8.

Rising: Black Country, New Road

La rubrica di A-Rock dedicata ai giovani emergenti dedica la sua attenzione quest’oggi ai Black Country, New Road: l’esordio del gruppo sta facendo parlare di loro come della nuova grande speranza del rock d’Oltremanica. Ma andiamo con ordine.

Black Country, New Road, “For The First Time”

for the first time

Il giovane gruppo britannico, composto da ben sette elementi, quattro ragazzi e tre ragazze (tra cui sassofono e violino), ha pubblicato uno degli esordi più sorprendenti degli ultimi anni. Mescolando abilmente post-punk, jazz e post-rock, i Black Country, New Road si inseriscono nel solco dei black midi e di altre giovani band inglesi che stanno rivoluzionando la scena, denunciando allo stesso tempo i mali della società moderna.

“For The First Time” può sembrare un modo umile di introdurre la band al grande pubblico: il CD è infatti composto da sei canzoni, di cui due singoli, quindi gli inediti veri e propri sono solo quattro. Tuttavia, guardando il range coperto nel corso dei 40 minuti dell’album, si capisce che il vocalist Isaac Wood (dotato di un timbro molto simile a King Krule) e i suoi soci hanno operato una scelta corretta. I risultati, come già accennato, sono davvero incredibili a tratti.

Sorretti da una base ritmica clamorosa e con testi sempre calati nel presente, spesso amaro, che i membri del gruppo ben conoscono, i Black Country, New Road stupiscono fin da subito con Instrumental, che come indica la parola non ha testo ma serve da perfetta introduzione per le seguenti canzoni. Athens, France è uno dei brani più amichevoli del CD, non a caso scelto come singolo, mai prevedibile ma allo stesso tempo accessibile. Invece Science Fair è l’episodio più brutale, che ricorda gli Slint. Sunglasses è una traccia davvero epica, à la Nick Cave con tocchi di Godspeed You! Black Emperor che fa intravedere un possibile futuro per il gruppo. La delicata Track X (unica un po’ fuori contesto) e Opus chiudono un lavoro che richiede molteplici ascolti per esser apprezzato appieno.

In conclusione, “For The First Time” si candida già oggi ad esordio dell’anno in campo rock: sperimentale, feroce ma anche in alcuni tratti accessibile, è un disco che farà parlare di sé per lungo tempo. I Black Country, New Road hanno imposto degli standard molto alti per il loro futuro: vedremo se sapranno mantenerli. Inutile dire che, ad A-Rock, non vediamo l’ora di analizzare dove andranno a parare.

Voto finale: 8,5.

Rising: Arlo Parks

A-Rock, lo sapete, tiene sempre d’occhio i talenti emergenti dello scenario musicale. Quest’oggi recensiremo il primo CD della cantante inglese Arlo Parks, un interessante intreccio di pop e soul.

Arlo Parks, “Collapsed In Sunbeams”

collapsed in sunbeams

Il CD d’esordio di Arlo Parks ha ricevuto lodi sperticate da molte riviste specializzate, specialmente di origine britannica: basti pensare al 10/10 di NME e all’8/10 di Uncut e del Guardian. Certo, un po’ di campanilismo è rintracciabile, ma i meriti di “Collapsed In Sunbeams” sono molti, non ultima l’abilità nei testi di Arlo, non per caso nata poetessa e poi divenuta cantautrice.

La breve durata del lavoro (12 brani per 39 minuti) non va a discapito della varietà musicale: sebbene Parks calchi ben noti terreni pop (dagli xx ai Radiohead, passando per il trip hop e Sade), vi sono brani più movimentati (Portra 400, Hurt) accostati ad altri più soft (Bluish, For Violet), che creano un’atmosfera ovattata ma mai prevedibile.

I brani dove la figura di Arlo Parks risplende maggiormente sono l’ottimista Hope e la deliziosa Black Dog, mentre delude leggermente le aspettative For Violet, troppo contratta. Chiudiamo la nostra analisi con i più bei passaggi testuali del CD: nella title track la Nostra canta “You shouldn’t be afraid to cry in front of me”, mentre in Hope arriva la frase più motivazionale dell’intero LP: “You’re not alone like you think you are”. Altrove troviamo riferimenti ad artisti di riferimento di Arlo (Jai Paul, Thom Yorke) e anche il pessimismo che un anno di pandemia ha prodotto in molti di noi (“Nothing’s changing and I can’t do this, I can’t do this”, For Violet).

In conclusione, malgrado quell’aria di “CD adatto per i supermercati e i bar”, “Collapsed In Sunbeams” è un buon esordio, che lascia intravedere il talento di Arlo Parks. La aspettiamo alla spesso difficile prova del secondo album, sperando in un po’ più di coraggio e sperimentalismo. Per ora va bene così.

Voto finale: 7,5.

Rising: Amaarae

Nell’ultimo appuntamento del 2020 dedicato ai cantanti emergenti, A-Rock dedica la recensione a una giovane cantante africana, da Accra (Ghana), conosciuta come Amaarae. Lo scenario africano, specialmente grazie a figure come Burna Boy, sta conquistando sempre più spazio sui media specializzati e nei servizi di streaming. Vediamo come questa ragazza ghanese sta cercando di espandere quello che noi chiamiamo, a volte con sufficienza, “afrobeats”.

Amaarae, “THE ANGEL YOU DON’T KNOW”

The_Angel_You_Dont_Know_artwork

Nata Ama Serwah Genfi, nel Bronx, Amaarae ha in realtà una cultura davvero varia: ha vissuto in varie parti d’America e ora vive con la famiglia in Ghana, un posto apparentemente poco convenzionale per comporre musica che ambisce alle classifiche e a comparire nelle playlist di grido di Spotify. Tuttavia, l’Africa sta diventando un mercato sempre più ambito dalle multinazionali e, allo stesso tempo, la musica africana sta conquistando i fans di mezzo mondo.

Il genere afrobeats in realtà è assimilabile a R&B e hip hop per molti versi e non è un caso che la sua affermazione coincida con l’impero del rap nelle classifiche. Amaarae, dal canto suo, cerca di stare in equilibrio fra generi apparentemente diversi come R&B, pop e funk, creando con “THE ANGEL YOU DON’T KNOW” un CD breve (soli 35 minuti) ma vario, con picchi notevoli e pezzi più interlocutori. Il talento c’è, ma la Nostra deve ancora affinare la sua estetica per renderla davvero unica.

Le 14 canzoni dell’album vengono introdotte dalla breve D*A*N*G*E*R*O*U*S, uno dei molti intermezzi che popolano il disco. FANCY è già un highlight del CD, fra trap e R&B; altri pezzi da ricordare sono FANTASY e PARTY SAD FACE/CRAZY WURLD, con coda addirittura punk; invece mediocre HELLZ ANGEL. In tutte le canzoni tuttavia svetta, comprensibilmente, la voce da bambina di Amaarae, che ad alcuni potrà sembrare eccessivamente sdolcinata ma in realtà è un valore aggiunto nella maggior parte delle melodie.

In conclusione, “THE ANGEL YOU DON’T KNOW” è un LP molto interessante, che richiede più di un ascolto per essere compreso appieno. La brevità aiuta l’assimilazione rapida delle canzoni, la varietà di generi affrontati con successo da Amaarae garantisce replay value; insomma, se non fosse per i troppi intermezzi e alcuni episodi non all’altezza, avremmo davanti un esordio coi fiocchi. Ma già così Amaarae si candida ad un ruolo di primo piano nel panorama musicale dei prossimi anni.

Voto finale: 7,5.

Rising: Bartees Strange

bartees strange

Un primo piano di Bartees Cox Jr., ideatore del progetto Bartees Strange.

La rubrica di A-Rock che si occupa dei cantanti emergenti quest’oggi affronta l’innovativo indie rock di Bartees Strange. Il musicista americano nato Bartees Cox Jr. ha infatti creato un debutto davvero interessante, che mescola rock con R&B e folk in parti uguali. Ma andiamo con ordine.

Bartees Strange, “Live Forever”

live forever

Il primo album a firma Bartees Strange è una ventata d’aria fresca in un panorama indie rock che in questo 2020 non ha visto novità di rilievo fino a questo momento. “Live Forever”, che riecheggia solo nel titolo la famosissima canzone degli Oasis, in soli 35 minuti condensa davvero molte influenze: dai Bloc Party a Frank Ocean, passando per i The National, Bartees Cox Jr. riesce a creare un insieme di canzoni davvero interessanti e sempre diverse, con risultati spesso notevoli.

La bella voce di Cox poi è un valore aggiunto importante, capace di veicolare diverse sensazioni in pochi minuti: la precarietà della vita, l’incertezza legata ad essere una persona di colore in un’America sempre più divisa… Insomma, il CD non affronta tematiche facili, fatto che risalta in versi come “Last night I got so fucked up, near lost my job” (Mustang) e “If I died in a meadow… If I died I don’t think they’d ever find me at all” (Stone Meadows). Il verso più desolante è contenuto sempre in Mustang, vero brano simbolo del lavoro: “Most folks would say that I seem fine, but each morning I don’t feel worth it”.

I migliori brani sono contenuti soprattutto nella prima parte di “Live Forever”: abbiamo infatti gli highlights di Mustang e Stone Meadows, così come Boomer. Invece fin troppo confusionario il breve intermezzo Mossblerd.

In conclusione, “Live Forever” non è ancora il CD capolavoro di Bartees Cox Jr., il disco infatti assomma fin troppe influenze e il Nostro pare dover ancora trovare la sua voce nel panorama indie rock. Allo stesso tempo, però, Bartees Strange è senza dubbio una delle giovani voci più ambiziose e interessanti del panorama contemporaneo, che merita attenzione e di cui siamo impazienti di vedere le prossime mosse.

Voto finale: 7,5.