Rising: SOUL GLO & Wet Leg

Quest’oggi la rubrica Rising parla di due gruppi: uno punk statunitense, i SOUL GLO, che sta riscrivendo le regole del genere attraverso un aggressivo mix che integra hip hop e metal; e un duo indie rock tutto femminile di origine inglese, le Wet Leg. Buona lettura!

SOUL GLO, “Diaspora Problems”

Diaspora Problems

Se l’anno passato i Turnstile avevano fatto intravedere il futuro dell’hardcore punk nel suo versante più “dream punk” con il magnifico “GLOW ON”, il complesso noto come SOUL GLO ha invece perfezionato una formula altrettanto radicale ed innovativa, ma sul versante opposto. Punk, hip hop sperimentale, metal, noise… “Diaspora Problems” è un CD lontano dal mainstream, ma poco o nulla del passato suona come lui.

Tecnicamente questo sarebbe il quarto lavoro a firma SOUL GLO; tuttavia, i tre precedenti sono andati pressoché perduti e quindi, a livello di impatto col pubblico, questo per molti sarà il primo ascolto del gruppo americano. Oltre al sound abrasivo, a livello lirico Pierce Jordan e compagni affrontano temi molto attuali e sentiti, specialmente dalle persone di colore: il singolo Jump!! (Or Get Jumped!!!)((by the future)) nomina i defunti Juice WRLD e Pop Smoke per mettere in evidenza la condizione di perenne incertezza che avvolge persone nere di successo, tanto da chiedersi “Would you be surprised if I died next week?”. Nell’iniziale Gold Chain Punk (whogonbeatmyass?) le prime parole sono “Can I live?”, che diventano quasi un mantra nel corso del brano. Altrove abbiamo infine veri e propri proclami politici: “It’s been ‘fuck right wing’ off the rip, but still liberals are more dangerous” è il più eloquente (John J).

I pezzi migliori sono Gold Chain Punk (whogonbeatmyass?) e la devastante Spiritual Level Of Gang Shit, che chiude stupendamente il lavoro. Inferiore alla media, altissima, del CD solamente Coming Correct Is Cheaper. Ma in generale va detto che il mix di suoni che formano “Diaspora Problems” richiede più ascolti per essere completamente assimilato: è come sentire i Death Grips scrivere canzoni punk ispirandosi a Sex Pistols e Black Flag. Basti ascoltare Driponomics a tal riguardo.

“Diaspora Problems” è quindi un LP complesso, ma i 39 minuti che compongono la tracklist non suonano mai monotoni. Se la rabbia espressa da Pierce Jordan e co. può a volte suonare eccessiva, pensiamo al mondo in cui viviamo attualmente, con i suoi mille problemi, e improvvisamente anche le parti più dure di “Diaspora Problems” assumono un senso.

Voto finale: 8,5.

Wet Leg, “Wet Leg”

wet leg album

L’esordio del duo originario dell’Isola di Wight è una ventata di novità nello scenario indie rock d’Oltremanica, salutato da recensioni entusiastiche nella madrepatria, forse troppo (spicca il 10/10 di NME), ma anche negli Stati Uniti (8/10 da parte di Rolling Stone, ad esempio). In sintesi: siamo di fronte ad uno dei CD con maggiore hype degli ultimi tempi. I risultati? Soddisfacenti.

“Wet Leg” contiene innumerevoli citazioni di artisti del passato: I Don’t Wanna Go Out contiene esattamente lo stesso riff di The Man Who Sold The World di David Bowie. Abbiamo poi riferimenti ad Arctic Monkeys, The Strokes, Blur, Pavement, addirittura My Bloody Valentine (la quasi shoegaze Valentine)… insomma, ogni fan dell’indie rock più o meno recente troverà pane per i suoi denti. Aggiungiamo dei testi sbarazzini, quando non completamente nonsense, e il quadro sarà completo.

Una cosa è certa: Rhian Teasdale and Hester Chambers, le due giovanissime che formano le Wet Leg, si divertono molto. Sono anche baciate dal successo, forse in parte imprevisto: nel Regno Unito Chaise Longue, uno dei migliori brani del lotto, è una hit fatta e finita. Buone poi Valentine e Loving You, mentre sotto la media Supermarket e Oh No. Menzione, infine, per Too Late Now, che chiude ottimamente il lavoro.

Dicevamo che liricamente il CD lascia a desiderare: legittimo, considerando che parliamo di due ragazze al loro primo lavoro. Tuttavia, rime come “You’re so woke, Diet Coke” (Oh No) sono davvero evitabili. Altrove emerge invece un occhio molto acuto: esemplare Piece Of Shit, in cui le Wet Leg se la prendono con la mascolinità tossica che ancora oggi troppe volte emerge: “I’m such a slut? Alright, whatever helps you sleep at night”. Infine, menzione per un verso molto giovanilistico, ma non per questo banale: “Are you gonna stay young forever? You said yeah—and I just walk away”, contenuto in I Don’t Wanna Go Out.

In conclusione, “Wet Leg” è un esordio che merita almeno un ascolto: la ricetta di Teasdale e Chambers potrà suonare a tratti troppo derivativa, ma l’energia e la spontaneità dei migliori momenti del lavoro fanno intravedere un notevole talento. Vedremo in futuro se le Wet Leg manterranno queste aspettative o meno: di tempo per farlo ne hanno a volontà.

Voto finale: 7,5.

Rising: caroline

Quest’oggi la rubrica Rising si occupa di un complesso inglese, i caroline, che nel loro primo lavoro di studio hanno inscenato un’ottima miscela di post-rock e folk, che ricorda gli Slint e i The Microphones. Buona lettura!

caroline, “caroline”

Caroline-Caroline

L’esordio dell’ottetto inglese (sì, i caroline sono composti da ben otto membri!) è stato lavorato per ben cinque anni: basti dire che i due singoli di lancio, Dark Blue e Good Morning (Red), sono stati composti nel 2017 a seguito delle elezioni inglesi che da poco si erano svolte. Un lavoro così tormentato poteva portare a risultati troppo elaborati, ma questo non è il caso dei caroline: sebbene i Nostri debbano lavorare per migliorare il sequenziamento delle canzoni, complessivamente “caroline” è un buon lavoro.

Inizialmente inquadrabili nello sterminato germinare di band post-punk d’Oltremanica, col tempo i caroline hanno virato verso atmosfere più eteree, a metà tra post-rock e folk, con tocchi di musica puramente sperimentale. I primi due brani della tracklist, gli ottimi e già menzionati Dark Blue e Good Morning (Red), sono il piatto forte del CD: lunghi ma compiuti, calati nella realtà anche odierna con versi come “Can I be happy in this world? We’ll have to change it, it doesn’t suit us”.

Peccato, come già accennato, che poi i caroline abbiano deciso di mettere un interludio dopo ogni brano vero e proprio: una scelta che rompe il ritmo del lavoro e alla lunga risulta noiosa. Contiamo poi che uno di questi, messen #7, è inutile, mentre zilch è fin troppo sperimentale. Insomma, attenersi ad una tracklist più compatta e meno dispersiva è una lezione da seguire per il futuro del gruppo.

Futuro che, va detto, si preannuncia radioso: se nei prossimi anni i caroline saranno in grado di focalizzarsi solo sui pezzi più promettenti e la qualità sarà la stessa dimostrata nei momenti migliori del CD, avremo di fronte davvero un ottimo disco. Per ora godiamoci questo “caroline”, non perfetto ma sicuramente interessante.

Voto finale: 7,5.

Rising: Yung Kayo & Yeule

Quest’oggi nella rubrica Rising affrontiamo due artisti molto interessanti. Da un lato abbiamo Yung Kayo, giovane rapper protegé di Young Thug; dall’altro Yeule, un volto nuovo nel mondo del pop più d’avanguardia. Buona lettura!

Yeule, “Glitch Princess”

Glitch Princess

Il secondo album dell’artista nata a Singapore come Natasha Yelin Chang, successivamente trasferitasi a Londra e diventata non-binaria col nome di Nat Cmiel, è un ottimo CD che si inserisce sulla strada già aperta da artisti visionari come la compianta SOPHIE e Arca. Nulla di radicale, quindi, ma senza dubbio un prodotto art pop di qualità.

Yeule è una figura complessa: da un lato abbiamo un artista capace di scrivere brani pop accattivanti come Don’t Be So Hard On Your Own Beauty, dall’altro lo sperimentatore che inizia il lavoro con l’ostica My Name Is Nat Cmiel. Questa ambivalenza permea tutto il CD, che alterna momenti musicalmente più euforici (Too Dead Inside) ad altri più difficili (Fragments), spesso su testi altrettanto strani.

In Friendly Machine, ad esempio, Yeule proclama: “Always want but never need, I don’t have an identity I can feed”; invece Don’t Be So Hard On Your Own Beauty apre un varco di luce: “the sullen look on your face tells me you see something in me more pure than this dirty”. Tuttavia, l’ammissione più candida avviene nell’apertura del lavoro, in cui Yeule ci appare non come un cyborg, bensì una persona come tutti noi: “I like pretty textures in sound, I like the way some music makes me feel, I like making up my own worlds” (My Name Is Nat Cmiel).

In conclusione, “Glitch Princess” è un secondo album che alza decisamente il livello rispetto all’esordio “Serotonin II” (2019), ancora acerbo. Il pop futurista di Yeule a tratti è irresistibile; quando imparerà a mettere da parte gli sperimentalismi più fini a sé stessi (si senta Fragments a tal riguardo), avremo di fronte un vero grande progetto. Ma già così abbiamo un talento fuori dal comune.

Voto finale: 8.

Yung Kayo, “DFTK”

dftk

Nell’esordio del giovane rapper, originario di Washington e ora stabilitosi a Los Angeles, accade una cosa che non è comune nel mondo hip hop: nei testi non succede nulla o quasi. Certo, nella trap specialmente abbiamo spesso canzoni che sono inni alle case di moda o alla vita da strada, ma Yung Kayo in questo è ancora più radicale: le basi sono sempre vive, spesso imprevedibili, ma liricamente c’è ancora molto da lavorare.

Questo non è per forza un peccato, a patto che si ascolti “DFTK” unicamente per rilassarsi e divertirsi, non per studiare la visione del mondo di Yung Kayo. In alcuni tratti abbiamo liriche toccanti, ad esempio in no sense (“I had to look at my neck, the chain is so heavy it’s holding me down”) e in believer (“We was supposed to link up, it was supposed to be us”), ma i risultati sono complessivamente mediocri.

Il CD, nella sua brevità (appena 35 minuti), si distanzia ulteriormente dal rap moderno, spesso caratterizzato da durate fuori controllo: circostanza che aiuta il replay value ed evita il filler tipico dei lavori più lunghi. I migliori brani sono le potenti YEET e believer, mentre deludono un po’ le prevedibili freak e over.

In generale, l’estetica di Yung Kayo è riconducibile solo in parte a quella del mentore Young Thug: se è vero che la sua trap è caratterizzata da esperimenti vocali non banali, il tono quasi psichedelico di brani come no sense e down (one kount) ci fa accostare il giovane rapper a Playboy Carti, mentre la trap muscolare di YEET e it’s a monday ricorda Denzel Curry.

In conclusione, “DFTK” è un CD interessante, che ci fa intravedere il talento di Yung Kayo, ma che non appare ancora il lavoro definitivo del rapper statunitense. Aspettiamo la sua prossima prova per farci un’idea più approfondita della questione.

Voto finale: 7,5.

Rising: Yard Act

Yard Act

A-Rock inaugura il 2022 con un articolo su una giovane band post-punk inglese, gli Yard Act, il cui esordio merita attenzione. Buona lettura!

Yard Act, “The Overload”

the overload

Il disco d’esordio del gruppo nato a Leeds rappresenta un’altra incarnazione del post-punk britannico, in un’ondata apparentemente senza fine. Se pensiamo ai talenti nati negli ultimi anni Oltremanica (black midi, Black Country, New Road, IDLES, Squid, shame e Fontaines D.C. solo per citare le più rilevanti), capiamo che il fenomeno sta diventando davvero imponente.

Il bello è che ciascuna di queste band mantiene dei tratti caratteristici che le rendono diverse l’una dall’altra: lo sperimentalismo estremo dei black midi, la vicinanza degli IDLES agli slogan politici, le lunghe cavalcate degli Squid… A loro modo, inoltre, tutte hanno lasciato impronte importanti nel panorama musicale, tanto che spesso A-Rock le ha premiate con profili ad hoc e posti di rilievo nelle classifiche di fine anno. Gli Yard Act sono più inclini a mescolare il post-punk con elementi dance, sulla falsa riga dei Franz Ferdinand (Payday), ma non scordiamoci l’influenza dei The Fall (The Incident).

Il CD è stato incensato senza freni dalla stampa britannica, con numerosi 10/10 addirittura. Ma davvero merita tutte queste lodi? Diciamo che l’hype viene in parte mantenuta da “The Overload”: le performance dei membri del gruppo sono solide, il frontman James Smith si dimostra versatile… ma nulla roba l’occhio come, ad esempio, accadeva con l’esordio dei black midi “Schlagenheim” (2019) o con quello degli Squid “Bright Green Field” (2021). I migliori brani sono Land Of The Blind e l’epica Tall Poppies, mentre delude Payday. Da non trascurare infine la più lenta 100% Endurance, che chiude il disco.

Liricamente, il complesso britannico si dimostra acuto: i versi migliori sono contenuti nella traccia che dà il titolo al disco (“If you don’t challenge me on anything, you’ll find that I’m actually very nice. Are you listening? I’m actually very fucking nice!”) e in Rich (“It appears we’ve both become rich, it appears we’re both, both very, very, very rich… It appears we have no shame”), ma in generale gli Yard Act riescono, come molti loro contemporanei britannici, peraltro, a trasmettere il malessere per una Gran Bretagna in declino (paragonata a un cavallo morente in Dead Horse) e preda del capitalismo più sfrenato.

In generale, i 37 minuti di “The Overload” passano senza scossoni, né in senso positivo né negativo. Questo non è bellissimo da dirsi per una band punk-rock, ma gli Yard Act hanno tutto per emergere. Se toglieranno i tentativi più pretenziosi dalla tracklist del loro secondo lavoro, il prossimo CD potrà essere il loro manifesto definitivo.

Voto finale: 7,5.

Rising: PinkPantheress & Magdalena Bay

Ritorna la rubrica di A-Rock dedicata agli artisti emergenti. Quest’oggi analizziamo gli esordi di PinkPantheress e dei Magdalena Bay. Buona lettura!

Magdalena Bay, “Mercurial World”

mercurial world

Il primo disco dei Magdalena Bay, la band formata da Mica Tenenbaum e Matthew Lewin, è una ventata di aria fresca nella scena pop. Mescolando influenze variegate, da Grimes a Charli XCX passando per Carly Rae Jepsen, il duo riesce infatti a creare un CD davvero trascinante, ben sequenziato e ricco di ottimi pezzi synth pop.

Passando sopra la scelta di iniziare “Mercurial World” con The End e terminarlo con The Beginning, un po’ troppo fintamente anticonformista, i Magdalena Bay confermano il bene che si diceva di loro negli ambienti specialistici. Dalla title track a Chaeri, da You Lose! a Secrets (Your Fire), il CD è un trionfo per gli amanti tanto di Britney Spears quanto di Madonna, tanto per citare due veterane della scena. Insomma, abbiamo per ora trovato il miglior disco pop dell’anno.

Non fosse per testi spesso deboli e una seconda metà leggermente sottotono rispetto alla squisita parte iniziale (che contiene ad esempio la prevedibile Prophecy), staremmo parlando di un capolavoro. Tuttavia, contando che stiamo parlando di un esordio sulla lunga durata (a nome Magdalena Bay compaiono infatti anche un EP e due brevi mixtape), “Mercurial World” è davvero un successo e farà certamente comparire il nome dei Magdalena Bay in varie liste dei migliori album del 2021.

Voto finale: 8.

PinkPantheress, “to hell with it”

to hell with it

Il mixtape d’esordio della giovanissima inglese è figlio dell’epoca di TikTok, ma allo stesso tempo indebitato con l’estetica di inizio millennio, soprattutto in campo UK garage e R&B. Com’è possibile, verrebbe da dire? Il web è un mondo pieno di risorse e chiunque può ispirarsi a qualsiasi epoca del passato, basta sia accessibile via smartphone. PinkPantheress quindi può, senza problemi, emergere sul social network più giovanilista con la base musicale di un grande successo dei primi anni ’00… ma questo basta per farne un’artista rispettabile?

La risposta è un sì abbastanza convinto. Malgrado “to hell with it” duri a malapena 18 minuti, con canzoni che raggiungono a stento i due minuti di lunghezza, si intravede del talento nel saper scegliere i giusti beat per la voce da bambina di PinkPantheress, che ricorda la Grimes delle origini. Non tutto funziona, ma la varietà stilistica del breve CD è un valore aggiunto che la distanzia da altre star di TikTok emerse di recente.

Ad aggiungere pepe all’apparentemente semplice ricetta che ha portato la Nostra al successo abbiamo il fatto che, in realtà, pur essendo seguitissima sui social, è pressoché impossibile trovare il suo vero nome online. Inoltre, anche il suo volto è stato a lungo nascosto dalla folla famelica di TikTok, facendo capire che siamo di fronte ad una giovane tormentata, o almeno più matura della sua età, come canta in Nineteen: “I wasn’t meant to be this bored at 19”.

Fra i brani migliori abbiamo I Must Apologise e Passion, mentre un po’ sotto la media Last Valentines. In generale, questo pare più un modo di monetizzare un seguito già largo (su Spotify PinkPatheress ha già più di dieci milioni di streaming mensili) che un vero e proprio manifesto artistico. Allo stesso tempo, siamo davvero curiosi di vedere se “to hell with it” sarà solo una fugace espressione di un’irrequieta giovane cantante oppure l’inizio di una carriera onorevole.

Voto finale: 7.

Rising: Indigo De Souza

Indigo De Souza

Ritorna la rubrica di A-Rock dedicata ai giovani talenti della musica leggera contemporanea. Quest’oggi dedichiamo la nostra attenzione alla talentuosa Indigo De Souza, nuova stellina della scena indie americana.

Indigo De Souza, “Any Shape You Take”

any shape you take

Il secondo disco della cantante è una boccata di aria fresca in una scena indie rock un po’ ferma nel 2021. “Any Shape You Take” migliora ogni aspetto dell’esordio “I Love My Mom” (2018), passato un po’ in sordina: sia a livello compositivo che lirico, Indigo si conferma matura e pronta a scrivere pagine importanti del genere nei prossimi anni.

I riferimenti della Nostra sono chiari: PJ Harvey, Fiona Apple e Alanis Morissette sono le prime icone femminili del pop-rock che vengono in mente ascoltandola. Tuttavia, De Souza non si limita a prendere spunto da queste grandi autrici: innestando su questa ricetta elementi grunge e quasi sperimentali (si senta Real Pain a tal proposito), “Any Shape You Take” è un CD figlio dei nostri tempi: in bilico fra speranza e disperazione, la giovane Indigo De Souza dimostra in realtà una maturità sorprendente.

Testualmente, infatti, la cantautrice è capace di trasmettere le sensazioni provate a causa di una relazione tossica del passato attraverso le urla disperate di Real Pain così come di farti sentire protetto in Hold U, quando canta “I will hold you” e “You are a good thing, I’ve noticed” convintamente. In Way Out appare il suo lato più sognatore quando sentiamo dirle “I wanna be a light”, mentre in Kill Me si riappropria di un tema a lei caro fin dal precedente album: “Call your mother, tell her you love her… Call my mother and tell her the same”.

In alcune canzoni, come la già citata Real Pain e Bad Dream, prevale un pessimismo molto forte; in altre, come 17, i toni sono più distesi. I pezzi migliori sono Hold U e Kill Me, mentre un po’ sotto la media Way Out. In generale, va detto, l’indie rock robusto, sperimentale a tratti di “Any Shape You Take” si fa quasi sempre apprezzare e i 38 minuti di durata del disco spingono il replay value (a differenza degli ultimi prolissi lavori di Drake e Kanye West, tanto per capirsi).

In conclusione, Indigo De Souza si conferma ragazza con del potenziale e “Any Shape You Take” è un CD già molto interessante. Vedremo se in futuro saprà fare meglio, per ora godiamoci questo LP, uno dei migliori dell’anno nel genere indie rock.

Voto finale: 8.

Rising: Olivia Rodrigo

La nuova puntata della rubrica di A-Rock dedicata agli artisti più giovani è dedicata alla popstar in ascesa Olivia Rodrigo, il cui CD d’esordio “SOUR” sta facendo impazzire i servizi di streaming.

Olivia Rodrigo, “SOUR”

sour

Olivia Rodrigo, per chi segue il mondo Disney, non è un nome nuovo. La giovane attrice e cantante è parte della serie tv High School Musical: The Musical: The Series ormai da due anni. Molte star del vivaio Disney hanno fatto il salto verso la musica (una su tutte: Miley Cyrus), quindi Rodrigo in questo non è certo una novità. Il cambiamento radicale rispetto al passato è che la sua rapidissima ascesa è avvenuta nell’epoca di Tik Tok.

È proprio nel social network dei più giovani che Olivia Rodrigo è emersa: la ballad drivers license è diventata un tormentone virale, che ha portato l’attenzione di molti su di lei. “SOUR” capitalizza con abilità questa sua improvvisa notorietà, non perdendosi in troppo numerosi brani solo per accumulare streaming (il disco è infatti lungo solo 34 minuti) e facendo intravedere talento vero dietro i lustrini e i chiari riferimenti alle popstar più rispettate.

Taylor Swift è una chiara fonte di ispirazione per Olivia: i temi dell’amore e delle rotture col partner, con l’ultima parola sempre per la parte ferita, sono tratti tipici del mondo swiftiano. In più, basti pensare che 1 step forward, 3 steps back inserisce un campionamento di New Year’s Day, tratto da “reputation” (2017) di Taylor. “SOUR”, tuttavia, non si limita a plagiare una delle postar più brillanti della nostra epoca: abbiamo infatti anche efficaci pezzi rock, quasi grunge (brutal) e altri in cui il pop-punk la fa da padrone (good 4 you).

I testi, come dicevamo, riprendono i temi classici dell’adolescenza: i sogni per un futuro sereno e la delusione nel vederli infranti (“Where’s my fucking teenage dream?” canta Olivia in brutal), ricordi di un amore passato (“I wore makeup when we dated ’cause I thought you’d like me more”, enough for you) e la rabbia per il tradimento subito (“You betrayed me… And I know that you’ll never feel sorry”, traitor). Allo stesso tempo, in hope ur ok abbiamo anche un testo molto delicato su una ragazza cacciata da casa perché lesbica, che denota da parte della giovane Olivia un’attenzione per i più deboli e fragili non comune a quell’età.

In conclusione, “SOUR” è un LP interlocutorio: da un lato abbiamo alcuni pezzi pop prevedibili (traitor, happier) così come pezzi rock inaspettati (brutal), accanto a brani solo chitarra e voce (enough for you) e successi del momento (drivers license, deja vu). Come interpretare tutto questo? Olivia Rodrigo è sicuramente una voce interessante del nuovo “Tik Tok pop”, ma non trasciniamola in discussioni troppo impegnative. Non stiamo facendo la storia della musica con “SOUR”; semplicemente, si tratta di un buon esordio. Vedremo in futuro dove si dirigerà l’estetica musicale fluida di Olivia Rodrigo: noi facciamo il tifo per lei.

Voto finale: 7.

Rising: Squid

Ritorna la rubrica di A-Rock dedicata agli artisti emergenti. Quest’oggi rivolgiamo la nostra attenzione a “Bright Green Field”, il fulminante album d’esordio dei britannici Squid.

Squid, “Bright Green Field”

bright green field

Le prime parole cantate da Ollie Judge in G.S.K., primo vero brano del CD (se sorvoliamo l’intro ambient di Resolution Square), sono: “As the sun sets, on the Glaxo Klein, well it’s the only way that I can tell the time”. Beh, la dichiarazione d’intenti è chiara: gli Squid sono decisamente anticapitalisti e non esitano a farlo sapere immaginando un’isola distopica, su cui il settore industriale dei Big Pharma governa indisturbato. Se a ciò aggiungiamo che il frontman è il batterista del gruppo (piuttosto insolito eh?) e che, oltre al classico trio chitarra-basso-batteria, negli Squid trovano spazio sax, violini, trombe e chi più ne ha più ne metta, capirete che siamo di fronte a un lavoro piuttosto variegato e sfidante.

Le 11 canzoni che formano “Bright Green Field” sono pervase da questo senso di inquietudine, accentuato dal modo di cantare di Judge: nevrotico, paranoide, molto simile al David Byrne dei primi Talking Heads. Il riferimento alla band statunitense non è casuale: nei brani migliori del lavoro, da Narrator a Paddling, i Talking Heads sono un chiaro riferimento per gli Squid. Non dobbiamo però pensare che i giovani britannici siano solamente un ennesimo succedaneo della scena new wave e post-punk degli anni ’80.

Infatti, accanto a David Byrne & co., troviamo il post-rock degli Slint (2010), il rock danzereccio dei Franz Ferdinand (Paddling) e una parentesi drone francamente non molto riuscita, ma comunque indice di una voglia di sperimentare sconfinata (Boy Racers). Accanto a questo interessante cocktail sonoro, troviamo come già accennato liriche spesso davvero pessimiste (un esempio è “You’re always small and there are things that you’ll never know”, in Boy Racers), quando non vere e proprie urla selvagge (Narrator, merito dell’ospite Martha Skye Murphy).

Il 2021 si sta caratterizzando sempre di più come l’anno in cui il rock sta tornando sulle bocche di tutti, non tanto per le imprese dei vecchi leoni, ma piuttosto per l’emergere sulla scena underground, specialmente inglese, di band davvero intriganti, ambiziose e mai dome (citiamo, oltre agli Squid, i black midi e i Black Country, New Road).

“Bright Green Field” non è un LP perfetto, ma sembra un ottimo antipasto di una carriera già ottimamente lanciata dall’EP del 2019 “Town Centre”. Gli Squid si candidano a grande rivelazione della scena punk-rock del 2021, già pronti per entrare nella nostra top-10 dei più bei dischi dell’anno. Bisognerà solo stabilire in quale posizione.

Voto finale: 8,5.

Rising: Dry Cleaning & For Those I Love

Quest’oggi la rubrica di A-Rock che analizza i giovani più promettenti del panorama musicale è dedicata interamente a progetti d’Oltremanica. Abbiamo infatti analizzato i Dry Cleaning e For Those I Love, due nomi che sicuramente si faranno sentire anche in futuro rispettivamente nel mondo del punk e dell’elettronica.

For Those I Love, “For Those I Love”

for those i love cover

Il progetto For Those I Love incarna in realtà l’estetica di una sola persona, l’irlandese David Balfe: la genesi dell’album di esordio di questo nuovo protagonista della scena elettronica è davvero tragica.

Nel 2018 Paul Curran, grande amico e partner musicale di Balfe, si è tolto la vita; da quel momento David ha cercato un modo di onorare nel modo giusto la memoria di Curran e di riportare alla memoria i bei momenti vissuti insieme. “For Those I Love”, come il titolo indica, è dedicato anche ai cari ancora in questo mondo: spesso nel modo di cantare di Balfe, quasi “spoken word” data la scarsa espressività della voce, si menzionano i familiari del Nostro e il fondamentale ruolo che hanno avuto e hanno tuttora nella vita del cantautore irlandese.

Ma in cosa consiste musicalmente il lavoro? “For Those I Love” è un ottimo CD di musica elettronica: le basi vanno dalla house alla trance, passando per momenti più psichedelici. I momenti migliori sono le iniziali I Have A Love e You Stayed / To Live, ma anche la più tranquilla The Shape Of You risalta. Invece è inferiore alla media Top Scheme. In generale, si possono rintracciare influenze di Burial, Chemical Brothers e Avalanches, con tocchi dei Primal Scream più rave, ma For Those I Love riesce a suonare originale, anche per il modo di affrontare un lutto altrimenti insopportabile.

I versi che restano impressi sono numerosi: “I felt like I had it all. I have a love, and it will never fade and neither will you, Paul. I love you bro” in I Have A Love è il più toccante di tutti. In Top Scheme viene alla luce il lato più politico e nichilista di Balfe: “It seems sometimes the love in these songs isn’t enough – because the world is fucked”. Infine, in Birthday / The Pain, abbiamo un momento filosofico, con più di un fondo di verità: “So we’ll spend the rest of our lives being brave, and hope that things will change, and age will still mark the time in the same way”.

“For Those I Love” non è un LP perfetto, come invece sostengono molte pubblicazioni inglesi (fra cui NME), ma certamente l’Irlanda si conferma terra ricca di spunti. Se prima la elogiavamo soprattutto per la scena punk e rock (U2, My Bloody Valentine e Fontaines D.C. ne sono luminosi esempi), anche nell’elettronica abbiamo trovato un nuovo esponente che pare destinato a scrivere pagine importanti in futuro.

Voto finale: 8.

Dry Cleaning, “New Long Leg”

new long leg

L’album di esordio della band punk inglese è davvero originale: testi assurdamente divertenti, una frontwoman che, più che cantare, sussurra o narra storie senza alcuna passione (almeno in apparenza), sonorità che rimandano ai classici del passato ma tremendamente attuali… Insomma, un CD davvero intrigante.

Nell’ordine, “New Long Leg” è contraddistinto da: fatti di vita comune (“I’ve been thinking about eating that hot dog for hours” canta Florence Shaw in Strong Feelings), scherzi mal riusciti, una canzone che si intitola John Wick ma non parla del personaggio cinematografico interpretato da Keanu Reeves, ex partner che non vogliono andarsene (“Never talk about your ex, never never never never, never”, Leafy).

Tutto questo parlare è fatto su basi peraltro davvero ben strutturate, in cui il punk si interseca con l’estetica degli Strokes e in certi tratti addirittura degli Smiths, per creare un suono chiaramente indebitato coi grandi del passato ma anche sintomo di una scena inglese sempre più rigogliosa. Sbaglia però chi pensa ai due gruppi britannici più avventurosi del momento, black midi e Black Country, New Road: i Dry Cleaning sono molto più solidi e meno “jazz” nelle loro interpretazioni, più simili ai The Fall insomma.

Se uno ascolta i due EP del 2019 con cui la band si è fatta conoscere, “Sweet Princess” e “Boundary Road Snacks And Drinks”, i Dry Cleaning appaiono ora meno liberi; allo stesso tempo la produzione affidata al veterano John Parish (Aldous Harding, PJ Harvey) aiuta il gruppo a focalizzarsi ancora meglio sul suono e a mescolare la narrazione di Shaw col resto. I migliori risultati sono raggiunti in Unsmart Lady e Strong Feelings, mentre è leggermente sotto la media la title track. Addirittura psichedelica la conclusiva Every Day Carry, sette minuti davvero imprevedibili.

In conclusione, “New Long Leg” è un ottimo CD d’esordio, in cui i Dry Cleaning hanno già un’estetica ben delineata e inattaccabile. Si può fare meglio nel “punk sussurrato” che li contraddistingue? Difficile a dirsi, certamente ad A-Rock aspetteremo con trepidazione il prossimo lavoro della band inglese.

Voto finale: 8.

Rising: Genesis Owusu

genesis owusu

Genesis Owusu.

Il giovane rapper australiano Genesis Owusu ha tutto per riuscire a diventare una star: voce, creatività, ambizione. La rubrica Rising di A-Rock dedica quindi meritatamente la sua attenzione a questa interessante figura. Buona lettura!

Genesis Owusu, “Smiling With No Teeth”

smiling with no teeth

Il poliedrico artista originario di Canberra ha prodotto con “Smiling With No Teeth” un ottimo album di esordio, che esplora generi tanto vari che vanno dal funk à la Prince a ritmi soul assimilabili a Solange Knowles, ma sempre su una base rap ben riconoscibile. Insomma, una ricetta ambiziosa e non semplice da portare a compimento senza inciampare: Genesis, se eccettuiamo un numero di canzoni un po’ troppo abbondante, ci riesce.

L’inizio di On The Move! può trarre in inganno: il brano è infatti un po’ fuori contesto nell’economia del disco, troppo rumorosa (ricorda quasi On Sight di Kanye West) se paragonata ad altre perle come Waitin’ On Ya e Don’t Need You. Tuttavia, il mood del disco è sempre ambivalente: da un lato abbiamo momenti davvero godibili (Waitin’ On Ya), dall’altro esperimenti hip hop (I Don’t See Colour). Insomma, Owusu forse non ha completamente capito cosa fare da grande, ma “Smiling With No Teeth” è davvero un’interessante introduzione alla sua estetica. Menzione finale per la sua bella voce, capace di passare da toni gravi a un falsetto davvero celestiale.

Il CD si propone come un trattato sulla condizione di un uomo di colore in una società prevalentemente dominata da bianchi e in cui gli insulti razziali sono ancora purtroppo all’ordine del giorno. Il “black dog” che ricorre in tante canzoni dell’album è una metafora di un epiteto spesso affibbiato da ragazzo al rapper australiano per disprezzarne il colore della pelle. Ad esempio, in The Other Black Dog si sente dire che “All my friends are hurting but we dance it off, laugh it off”. Gold Chains affronta invece il tema ambivalente della fama per un giovane ancora acerbo, mentre A Song About Fishing parla, appunto, di un tentativo senza successo di pescare su un ritmo quasi folk.

Insomma, la varietà stilistica, timbrica e ritmica la fanno da padrone in “Smiling With No Teeth”; alle volte, verrebbe da dire, quasi troppo. Tuttavia, Genesis Owusu a conti fatti non fallisce in nessuno dei generi sperimentati, sintomo di grande talento. Vedremo in futuro dove si dirigerà musicalmente parlando, per ora però possiamo dire con certezza che “Smiling With No Teeth” è uno dei migliori lavori hip hop dell’anno.

Voto finale: 8.