Scheda: Tame Impala

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I Tame Impala: il secondo da sinistra è Kevin Parker, principale mente musicale del gruppo.

I Tame Impala sono un gruppo rock australiano, capitanato dal geniale compositore Kevin Parker, uno dei maggiori artisti della sua generazione. Il loro genere è un efficace mix di psichedelia, pop e geniali intarsi elettronici. Analizziamone insieme la carriera.

“Innerspeaker”, 2010

Innerspeaker

Già l’esordio dei Tame Impala segna quello che sarà il loro percorso successivo: un sound che richiama molto i grandi artisti psichedelici di fine anni ’60-primi anni ’70, oltre a Flaming Lips e Beatles. Parker condisce il tutto con la sua bella voce, molto simile a John Lennon. Gli highlights sono numerosi: ricordiamo in particolare It Is Not Meant To Be, Solitude Is Bliss (il tema della solitudine ritorna molto spesso nei testi dei Tame Impala) e Alter Ego. Bella anche la strumentale Jeremy’s Storm. Insomma, un grande album d’esordio per la band australiana; ma ancora il meglio deve venire. Voto: 8,5.

“Lonerism”, 2012

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Pubblico e critica erano rimasti ben impressionati da “Innerspeaker” e le attese per il suo successore erano molto alte. I Tame Impala le mantennero, addirittura superando il già brillante esordio. “Lonerism” infatti, oltre a una superiore qualità delle melodie, brilla anche per i bei testi di molti brani del CD. A questo proposito abbiamo le bellissime Why Won’t They Talk To Me? e Elephant, ma sono riuscitissime anche Mind Mischief, Feels Like We Only Go Backwards e la introduttiva Be Above It, che sembra anticipare la svolta elettronica di “Currents”. Insomma, un trionfo di chitarre, batteria e base ritmica: uno dei migliori lavori del 2012. Voto: 9.

“Currents”, 2015

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Molti, dopo il bellissimo “Lonerism”, si chiedevano dove sarebbero andati a parare Parker e co. Avremmo assistito ad un ulteriore perfezionamento dello stile rock-psichedelico dei primi due lavori, oppure ad una radicale svolta? La risposta esatta è la seconda. In “Currents” gli australiani scatenano tutta la loro creatività, introducendo interessanti novità nel sound della band. Abbiamo infatti di fronte un album che mescola sapientemente elettronica, funk, R&B e pop anni ’80. I pezzi migliori sono le trascinanti Let It Happen, Eventually e la misteriosa Past Life, ma nessun brano sfigura. In poche parole, un altro capolavoro da parte di una delle band più continue e geniali della nostra epoca musicale. Voto: 9.

Scheda: Arctic Monkeys

arctic monkeys

Gli Arctic Monkeys: il secondo da sinistra è Alex Turner, frontman del gruppo.

Gli Arctic Monkeys, gruppo inglese originario di Sheffield, sono uno dei più importanti esponenti del rock contemporaneo. Fin dalle origini si sono contraddistinti per una forte base ritmica e il grande talento compositivo del frontman Alex Turner (leader anche dei Last Shadow Puppets). Analizziamone la carriera.

“Whatever People Say I Am, That’s What I’m Not”, 2005

Whatever

L’esordio delle “scimmie artiche” inizia a farsi strada anche attraverso Internet e i social network, ancora agli albori: MySpace diffuse a macchia d’olio le cover degli Strokes di questi quattro ragazzi e i primi demo registrati. Sin dalle prime canzoni è ben chiara la formula che caratterizzerà tutto il disco: veloci brani indie rock, con alcuni momenti più intimisti. I risultati sono devastanti: indimenticabili le potenti View From The Afternoon e I Bet You Look Good On The Dancefloor, molto belle anche Mardy Bum e When The Sun Goes Down, ancora oggi classici della band nei live. Il capolavoro è però la conclusiva A Certain Romance: quasi 7 minuti di rutilante batteria e chitarre efficacissime, con grande coda finale solo strumentale. Insomma, uno degli esordi più fulminanti di sempre. Voto: 8,5.

“Favourite Worst Nightmare”, 2007

favourite worst nightmare

Due anni dopo arriva l’attesissimo seguito a “Whatever People Say I Am, That’s What I’m Not”: il rischio di essere sopraffatti era evidente, ma i Monkeys riuscirono a superare brillantemente anche questo esame. Non vi sono innovazioni particolari nei pilastri del sound delle scimmie artiche, solo una maggiore cura ai dettagli e una produzione migliore. Gli highlights sono Teddy Picker, Fluorescent Adolescent e la potente Brianstorm. Altro ottimo pezzo è 505, una delle prime ballate davvero riuscite scritte da Turner. Insomma, i risultati sono più o meno assimilabili all’esordio, cosa non pronosticabile. Voto: 8.

“Humbug”, 2009

humbug

“Humbug” può essere considerato l’album spartiacque nella carriera degli Arctic Monkeys. Davanti a loro si presentavano due strade: continuare a produrre un indie rock efficace quanto si vuole, ma probabilmente ormai usurato; oppure cercare ritmi e suoni alternativi. Turner e co. scelsero questa seconda opzione, cercando ispirazione in Josh Homme dei Queens Of The Stone Age: i risultati furono clamorosi. Le canzoni si fecero più lente, più cupe e l’indie delle origini molto più diluito (giusto Pretty Visitors mantiene la vena istrionica degli inizi). Brani come Crying Lightning, Dangerous Animals e Jeweller’s Hands sarebbero stati inconcepibili solo due anni prima. In poche parole, non un capolavoro, ma certamente un passo avanti decisivo nella fulgida carriera degli AM. Voto: 7,5.

“Suck It And See”, 2011

Suck It And See

L’inizio del nuovo decennio chiedeva un altro passo avanti per gli Arctic Monkeys: dopo un album di transizione come ”Humbug”, cosa proporre a dei fans sorpresi/affranti/ammaliati dalla svolta stoner rock? Turner diede sfogo alla sua vena più romantica e nacque “Suck It And See”. Se il precedente lavoro era stato inizialmente disprezzato dai fan (non dalla critica), il nuovo si proponeva di conquistare frange più pop del pubblico. Il CD è infatti un mix fra dream pop e britpop: i brani migliori sono She’s Thunderstorms, Black Treacle e That’s Where You’re Wrong; da non dimenticare poi Love Is A Laserquest, la canzone più intimista mai composta da Alex Turner. Insomma, un altro passo avanti, in territori inesplorati, per una delle band più “hot” degli ultimi anni. Voto: 7,5.

“AM”, 2013

AM

Una cosa mancava agli Arctic Monkeys per entrare definitivamente nell’Olimpo del rock: il successo in America. Ebbene, “AM” è quello che “The Joshua Tree” è stato per gli U2: la porta d’ingresso per nuove, sconfinate realtà (e un aumento vertiginoso delle vendite). Le scimmie artiche cambiano ancora: si fanno nitidi ora i riferimenti all’hard rock di Black Sabbath e Kiss. Si nota l’influenza di Josh Homme e dei suoi Queens Of The Stone Age, con “Humbug” che ha funto da semplice prova prima del grande salto con “AM”. Resta anche qualcosa di “Suck It And See”, soprattutto in Mad Sounds e No.1 Party Anthem; sono però altri i brani top. Da ricordare sono Arabella, la celeberrima Do I Wanna Know? e la trascinante Why D’You Only Call Me When You’re High?, ma è anche riuscita One For The Road. Gli esordi indie sono ormai dimenticati: Turner e co. sono diventati qualcosa di infinitamente più grande e interessante. Una delle più importanti rock band del mondo. Voto: 8,5.

Scheda: The Last Shadow Puppets

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Miles Kane e Alex Turner, le anime dei Last Shadow Puppets.

I Last Shadow Puppets sono il progetto secondario di Alex Turner (cantante degli Arctic Monkeys) e Miles Kane (prima nei Rascals, ora solista). I due amici hanno saputo creare un sound vintage molto distante dal rock praticato di solito, con chiari rimandi agli anni ’60-’70. Ma andiamo con ordine.

“The Age Of The Understatement”, 2008

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L’esordio dei LSP avviene a un anno dal secondo album degli Arctic Monkeys, l’ottimo “Favourite Worst Nightmare”. Kane è ancora semi-sconosciuto, ma si dimostra una ottima spalla per Turner, sia vocalmente che come chitarrista. Sono da ricordare in particolare le belle Standing Next To Me, The Chamber (con finale quasi ambient) e la title track. Album veloce ed efficace, molto stimato da pubblico e critica: Turner si confermò abilissimo compositore, Kane ottimo partner musicale. Insomma, un inatteso trionfo. Voto: 8.

“Everything You’ve Come To Expect”, 2016

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Il secondo album arriva ben otto anni dopo il brillante esordio, ma la qualità resta intatta. Sia Turner che Kane sono molto maturati: gli Arctic Monkeys sono tra le maggiori cinque rock band mondiali, Miles si è ritagliato una più che dignitosa carriera solista. Gli ingredienti per un album pretenzioso e mal riuscito c’erano tutti, invece “Everything You’ve Come To Expect” è un buonissimo lavoro. Il revival anni ’70 è sempre presente: pezzi come la title track ne sono esempio. Bella anche Aviation, ma colpiscono anche le tracce dove Turner canta quasi da crooner (ad esempio la conclusiva The Dream Synopsis). Insomma, altra dimostrazione che questi due, anche nel tempo libero, non sanno commettere errori nel produrre buona musica. Voto: 7,5.

Scheda: The Strokes

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Gli Strokes al completo.

Gli Strokes sono uno dei maggiori gruppi indie rock dei primi anni 2000, autori dell’ormai classico “Is This It?”, CD simbolo della rinascita del rock di inizio millennio. Ripercorriamo la loro carriera, con gli alti e i bassi che l’hanno contraddistinta.

“Is This It”, 2001

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“Eppure non hanno inventato niente di nuovo…” “Vero, però non puoi negare che questo è un grande album rock.”

Gli Strokes degli esordi possono essere riassunti in queste due frasi: pur non creando qualcosa di radicalmente innovativo per la musica contemporanea, hanno saputo prendere esempio (si badi, non copiare) da Television, Velvet Underground e Ramones e arrivare a una sintesi tremendamente efficace.

I cinque ragazzi newyorkesi propongono un rock genuino e spontaneo, che sa rappresentare molto bene la realtà della New York più “underground”, quella dei pub e dei bar poco raccomandabili, pieni di alcolisti o peggio (anche il leader Julian Casablancas ha avuto problemi con l’alcol peraltro, fatto che influenza alcuni testi, si pensi a Soma).

Musicalmente dicevamo che gli Strokes non hanno inventato nulla: verissimo, ma la grandiosità di brani apparentemente “semplici” come Someday, Last Nite o Hard To Explain deriva proprio dalla verve capaci di suscitare negli ascoltatori. Le chitarre di Valensi e Hammond Jr. creano assoli magistrali, ben supportati dal basso e dalla batteria, con la voce ruvida ma affascinante di Casablancas a fare da collante.

“Is This It” resta così uno degli album più influenti dei primi anni 2000: il CD che ha fatto conoscere l’indie rock al grande pubblico e ha fatto da apripista ad artisti come Franz Ferdinand, Bloc Party ed Arctic Monkeys. Non una cosa da poco. Voto: 9.

“Room On Fire”, 2003

room on fire

Mia madre dice sempre che la mia nonna paterna, ossia la sua “amata” suocera, tra i vari difetti ha quello di regalarle spesso (troppo spesso) set di tovaglie e tovaglioli che ormai mia mamma non sa più dove mettere. Per carità, fa piacere ricevere regali, ma se tutti gli anni ricevi lo stesso… Beh, dopo un po’ ti viene sulle scatole, no?

Perché tutto questo preambolo? Semplice: il secondo album degli Strokes, “Room On Fire”, ricorda fin troppo il precedente “Is This It”. Sfruttare l’onda lunga del precedente lavoro è legittimo, specie quando si tratta di un grande successo, ma non per questo apprezzabile.

La stoffa d’altro canto resta pregiata: Reptilia è il miglior brano mai prodotto da Casablancas & co., le conclusive The End Has No End e I Can’t Win sono buonissime… Ma insomma gli Strokes non riescono a replicare del tutto “Is This It”; manca infatti la coesione di fondo del precedente lavoro e la sensazione di “già sentito” aumenta il senso di insoddisfazione.

“Ma quindi è così brutto?”, si chiederà qualcuno: no, anzi è un buonissimo LP, uno dei migliori del 2003. Del resto però replicare il passato non è possibile, come insegna “Il Grande Gatsby” di Fitzgerald. Voto: 8. 

“First Impression Of Earth”, 2006

first impression of earth

Gli Strokes si sono presi tre anni di pausa e sono tornati con un sound rinnovato, almeno parzialmente: Julian Casablancas non altera più la sua voce e la band tutta sembra voler virare verso un rock più duro, oltre che più pulito.

“First Impressions Of Earth” segna quindi una chiara inversione nello stile dei cinque newyorkesi, va dato atto a Casablancas e soci di ciò. Il fatto è che le svolte non sempre producono risultati buoni, specie se non completate. Il nostro caso è davvero utile per capire meglio questo concetto: la tripletta iniziale (formata da You Only Live Once, Juicebox e Heart In A Cage) è davvero pregevole per energia, qualità compositiva e assoli proposti. Buoni anche Razorblade e la “furiosa” Vision Of Division.

Dal sesto brano però cominciano i problemi: forse la troppa ambizione fa un brutto scherzo, fatto sta che il disco perde lentamente il fascino che aveva prodotto con i primi due/tre brani. Le canzoni intimiste non fanno decisamente buona impressione e quelle più “mosse” non incidono (evitabili ad esempio Red Light ed Evening Sun).

Crisi di rigetto? Nessuno può dirlo con certezza. Certo è che questo può essere un cruciale punto di svolta nella carriera degli Strokes: tornare indietro appare difficile, ma l’avvenire resta incerto. Se la svolta sarà completata, i risultati potranno essere soddisfacenti, come testimonia la prima metà di “First Impressions Of Earth”. Ma se la band non saprà scegliere il rischio è avere un nuovo “Standing On The Shoulder Of Giants”, solo più rock. Sappiamo poi come andò per i Gallagher. Voto: 7.

“Angles”, 2011

angles

I ragazzi sono stati ad un passo dallo scioglimento definitivo: tanti progetti solisti, qualche album (buono quello di Julian Casablancas) e incertezza sul futuro della band.

Il ritorno degli Strokes segna una netta cesura col passato: se infatti i singoli restano puro indie rock (pregevole Under Cover Of Darkness), il resto dell’album contiene brani molto melodici, a volte addirittura ispirati agli anni ’80 (emblematica a questo proposito la copertina). Call Me Back e You’re So Right simboleggiano proprio i due poli a cui la band guarda con grande insistenza.

Resta il fatto però che i migliori pezzi restano quelli il cui sound più rassomiglia quello dei primi due CD: la già citata Under Cover Of Darkness, Taken For A Fool e Gratisfaction potrebbero benissimo stare in un greatest hits degli Strokes. Meno riuscite sono le sperimentali Metabolism e Games, mentre Life Is Simple In The Moonlight è una buona chiusura.

Ecco, proprio per ricollegarsi al concetto di “greatest hits”: una raccolta delle migliori hit degli Strokes sarebbe da 10 e lode, data la quantità e la qualità (a volte eccelsa) di alcuni singoli, come Someday, Reptilia e You Only Live Once, tanto per dirne tre. Ma il singolo LP non potrà mai avere questi voti fino a quando gli highlights saranno 3 o 4 come in “Angles”. Voto: 7.

“Comedown Machine”, 2013

comedown machine

E’ vero, soltanto gli stolti non cambiano mai idea. Quando però si parla di svolte artistiche e tu sei una band osannata dal mondo indie rock e da un pubblico fedele come non mai, è legittimo porsi delle domande molto delicate: i miei fans apprezzeranno la svolta? O rimarranno spiazzati? Non rischio di compromettere una brillante carriera per la eccessiva smania di cambiamento?

Spesso comunque i cambiamenti radicali hanno portato nuova linfa vitale a molte band: basti citare i Beatles di fine anni ‘60 con la parentesi psichedelica, oppure Blur e Radiohead negli anni ’90. Altre volte invece ciò ha prodotto lavori presuntuosi e mal riusciti: U2 a fine anni ’80 e recentemente Strokes ne sono esempi lampanti.

Parlando della band di Casablancas & co., il lavoro, sebbene dimostri grande coraggio e una tecnica compositiva sempre lodevole, si è rivelato una grande delusione, una delle maggiori del 2013: cercando un difficile connubio fra rock, pop, elettronica e jazz (!), gli Strokes ottengono un amalgama mal riuscito, che fa aumentare i rimpianti per quello che sarebbe potuto essere: sì, perché 2-3 brani sono davvero ottimi. Il rimpianto è quindi ancora maggiore, poiché pezzi come Tap Out, All The Time e Welcome To Japan sono davvero buoni. Ma come si fa a dare la sufficienza ad un CD comprendente One Way Trigger (la prima canzone ad essere resa pubblica peraltro), Call It Fate, Call It Karma (orribile chiusura finta-jazz) e Partners In Crime, davvero pessime e pretenziose, “false”?

Urge ritorno all’antico vigore, cari Casablancas & compagni, altrimenti anche il pubblico più fedele si spazientirà. Voto: 5,5.

Scheda: Alt-J

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La formazione degli Alt-J dopo l’abbandono di Gwyl Sainsbury.

Gli Alt-J sono un gruppo inglese ormai noto al grande pubblico: fin dall’esordio infatti i quattro ragazzi britannici (adesso rimasti in tre) hanno conosciuto un grande successo, sia di pubblico che di critica. Ripercorriamone la carriera e analizziamone le principali caratteristiche stilistiche: chi parla dei nuovi Radiohead esagera, ma il talento c’è.

“An Awesome Wave”, 2012

an awesome wave

Una band che agli esordi vince il Mercury Prize non è frequente, ma gli Alt-J di “An Awesome Wave” lo meritano: era da tempo che non si sentiva un disco così innovativo.

Gli Alt- J creano infatti una miscellanea sonora affascinante ed efficace: esclusi infatti la Intro iniziale e i due Interlude, il CD cattura l’attenzione dello spettatore creando un genere fatto di indie-pop, rock leggero e una spruzzata di elettronica tremendamente bello nei suoi picchi creativi (Fitzpleasure, Breezeblocks e Something Good sono davvero magnifiche). Ma anche nei momenti più intimisti “An Awesome Wave” non delude: sia Taro che Dissolve Me non sfigurano. Uno dei migliori CD del 2012 e del decennio. Voto: 8,5.

“This Is All Yours”, 2014

this is all yours

Sono passati solo due anni dal grande successo di “An Awesome Wave”, ma ne è passata di acqua sotto i ponti per gli Alt-J: il membro fondatore Gwyl Sainsbury ha lasciato il gruppo, il pubblico affolla sempre di più i loro live… Insomma, il rischio flop con il nuovo album era dietro l’angolo.

Pur mancando la magica coesione del primo lavoro, “This Is All Yours” non sfigura: vi sono pezzi davvero riusciti, tra cui la Intro molto “radioheadiana, Hunger Of The Pine (dove la band utilizza addirittura un sample di un brano di Miley Cyrus!) e Nara. Purtroppo brani non perfetti come Pusher e Leaving Nara abbassano la qualità complessiva del lavoro.

In conclusione, non un cattivo LP, ma senza dubbio inferiore al fulminante esordio. Voto: 7,5.

Scheda: Bon Iver

Justin Vernon

Justin Vernon, la mente dietro il progetto Bon Iver.

Bon Iver è il nome del progetto principale del geniale Justin Vernon, frontman anche dei Volcano Choir (ma con risultati leggermente inferiori). Lo stile di Vernon si caratterizza per un sapiente mix tra folk, pop ed elettronica leggera. Una sorta di Sufjan Stevens con un pizzico di Fleet Foxes, da cui gruppi come Real Estate e Beach House hanno attinto a piene mani. La discografia dei Bon Iver è molto breve (almeno fino ad ora), ma senza passi falsi. Ripercorriamone le tappe principali.

“For Emma, Forever Ago”, 2007

For Emma Forever Ago

La genesi di “For Emma, Forever Ago” è un qualcosa di straordinario: Vernon, dopo aver rotto con la fidanzata (Emma), si rinchiude come un eremita e compone l’album, incentrato ovviamente su temi come l’addio e l’amore, con melodie apparentemente tradizionali, ma in realtà ricercate e mai banali (la incantevole voce di Vernon poi fa il resto).

Canzoni belle non mancano: da Flume a Lump Sum, passando per For Emma e Re:stacks, il CD contiene almeno 5-6 brani indimenticabili. Canzone-manifesto è però Skinny Love, non a caso primo singolo di lancio scelto: titolo che già dice tutto, sul pezzo e forse sull’intero “For Emma, Forever Ago”. La grande abilità di Bon Iver risiede nel saper emozionare l’ascoltatore, sfruttando la propria abilità compositiva e canora unitamente a un genere a metà fra indie, folk e pop che non può lasciare indifferenti.

“Indie folk”: ecco la giusta definizione per il mix messo in piedi da Vernon. Un genere non facilmente identificabile, ma tremendamente affascinante. Una cosa che all’esordio non molti sanno raggiungere. Voto: 9.

“Bon Iver, Bon Iver”, 2011

Bon Iver Bon Iver

Dopo il godibile EP “Blood Bank” del 2009 (voto 8), che conteneva canzoni molto riuscite come l’omonima Blood Bank e Babys (oltre alla celeberrima Woods, successivamente campionata anche da Kanye West), Vernon se ne esce con un album ancora migliore del già meraviglioso “For Emma, Forever Ago”.

Dopo essersi rinchiuso in un eremo, completamente solo e lontano da tutti, per comporre il precedente lavoro, Vernon ricorre a un altro stratagemma per rendere ancora più attraente “Bon Iver, Bon Iver”: immaginarsi un viaggio in località a volte reali (Perth, Minnesota), altre volte inventate (Michicant, Hinnom). Da sottolineare la varietà di suoni e strumenti adottata da Bon Iver: tutto sembra essere al posto giusto al momento giusto. Restano impresse la straziante Holocene e la conclusiva Beth/Rest, ideale culmine dell’opera, oltre alla iniziale Perth (una marcetta irresistibile) e le belle Towers e Michicant.

L’indie folk, se così possiamo chiamarlo, di Bon Iver ha perso l’effetto sorpresa, ma è da ammirare la capacità di Vernon di sapere quali corde emotive toccare e rendere l’ascolto dei suoi CD una straordinaria esperienza, attraverso una parziale apertura all’elettronica e al rock melodico (come in Towers e Calgary, nonché in Hinnom, TX). Miglior LP del 2011 e senza dubbio anche uno dei migliori album della decade. Voto: 9,5.

Scheda: Vampire Weekend

Vampire Weekend

I Vampire Weekend fino al 2015.

La mossa a sorpresa di Rostam Batmanglij, tastierista e mente principale dei Vampire Weekend, di lasciare il gruppo ha lasciato i fan della band newyorkese in ansia: i VW ritorneranno ai loro brillanti livelli anche dopo questa perdita? Oppure imploderanno? La preoccupazione è legittima: nel corso di una carriera costellata da tre ottimi CD, i Vampire avevano costruito un suono variegato e affascinante, fatto di rimandi all’indie dei primi anni 2000 e intarsi di pop raffinato. Analizziamone la produzione.

“Vampire Weekend”, 2008

VW album

Un debutto con un suono così fresco e innovativo erano anni che non lo sentivamo: “Vampire Weekend” colpisce per l’apparente noncuranza con cui è stato fabbricato, che nasconde in realtà una band capace di coagulare al meglio una moltitudine di diverse influenze (afro, indie, pop…) in modo quasi sempre efficace.

L’inizio è molto “strokesiano”, o almeno chiaramente indie: Mansard Roof, la deliziosa Oxford Comma e la celeberrima A-Punk stregano subito l’ascoltatore. Ma l’album prosegue ancora meglio: la bellissima M79 e la africaneggiante Cape Cod Kwassa Kwassa colpiscono, niente da dire. Non male poi la conclusiva The Kids Don’t Stand A Chance, a sottolineare la vena pop dei Vampire Weekend. Musica per hipster? Forse, ma senza dubbio ottima musica.

“Vampire Weekend” non cambierà la storia della musica, ma certamente ha portato una ventata di creatività salvifica nel panorama musicale. Voto: 8.

“Contra”, 2010

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Il rischio dei secondi album di band talentuose ma fondamentalmente “conservatrici” è quello di tentare di ripetere il primo, riuscendoci solo a tratti. Questo è il caso di Strokes, Interpol, Bloc Party e Franz Ferdinand, per dirne alcuni celebri. Ma “Contra”, secondo CD dei Vampire Weekend, non compie questo errore: la band riesce ad ampliare notevolmente il proprio range sonoro, aprendo ad atmosfere alla Bon Iver e Radiohead.

Se infatti l’inizio ricalca l’indie scanzonato di “Vampire Weekend”, il bell’esordio del 2008, con brani veloci e ben fatti come Horchata, White Sky e Holiday, la parte centrale (per esempio con Run o Taxi Cub) ma soprattutto l’ultimo tratto dell’album aprono a sonorità nuove e potenzialmente di radicale cambiamento: basti ascoltare Giving Up The Gun o Diplomat’s Son, lunga addirittura 6 minuti!

In conclusione, i Vampire Weekend, anche se non sempre centrano il bersaglio, restano ancora una band su cui puntare: possiamo dire una start up, ancora in divenire, ma con una prospettiva a 5 stelle. Voto: 8.

“Modern Vampires Of The City”, 2013

modern vampires of the city

Ricordate i Vampire Weekend? Quella band americana indie rock, ma che sapeva anche essere complessa, particolarmente nel suo secondo lavoro “Contra”? Beh, sono spariti. Scomparsi. Caput. Ma allora la domanda vi sorgerà spontanea: chi sono questi omonimi cantanti autori di “Modern Vampires Of The City”? Sono sempre loro, ma completamente trasformati. Ma proprio completamente.

L’inizio già è abbastanza spiazzante: Obvious Bicycle comincia molto lenta, quasi come un pezzo dei Wilco, ma poi cresce, fino a diventare irresistibile. Stesso effetto con la successiva Unbelievers, ma la perla vera del lavoro è Hannah Hunt, che rievoca le atmosfere di “Contra”, ma con un suono davvero pop, apparentemente discordante con i precedenti CD del gruppo, particolarmente “Vampire Weekend”, l’esordio molto più facile e diretto.

Infatti, al primo ascolto “Modern Vampires…” può apparire strano e sconclusionato, ma alla lunga si apprezza il festival sonoro messo su dai 4 newyorkesi, con pezzi come le già citate Hannah Hunt e Obvious Bicycle, ma non solo: non male anche Everlasting Arms e Finger Back. Molto riuscita la raffinata Step, una delle migliori prove canore della carriera del frontman Ezra Koenig. Meno riuscita la bizzarra Ya Hey, mentre colpisce positivamente il post-rock di Hudson e lo spleen di Young Lion, degna chiusura di un grande disco come “Modern Vampires Of The City”. Voto: 9.

Scheda: Lotus Plaza

lotus plaza

La formazione dei Lotus Plaza: al centro Lockett Pundt.

Lotus Plaza è il nome del progetto solista di Lockett Pundt, chitarrista dei Deerhunter. La produzione di Pundt solista si caratterizza per una grande attenzione alla parte melodica delle canzoni, creando un genere a metà fra indie rock ed ambient music. Analizziamo i CD dei Lotus Plaza uno ad uno, sottolineando come nei Deerhunter non vi sia un solo genio creativo (il frontman Bradford Cox), ma due.

“The Floodlight Collective”, 2009

The Floodlight Collective

E’ fondamentale inquadrare “The Floodlight Collective” nella carriera dei Deerhunter, il progetto primario di Pundt: era passato appena un anno da “Microcastle”, primo capolavoro della produzione “deerhunteriana”, e Pundt voleva creare musica per conto suo.

“The Floodlight Collective” non è un cattivo LP: è anzi raffinato e intrigante a tratti. Tuttavia, manca dei colpi di genio a cui i Deerhunter ci avevano abituato: le atmosfere ambient alla lunga risultano monotone, soltanto Quicksand e Different Mirrors colpiscono davvero l’ascoltatore. Malgrado la presenza del fido Cox, il CD non decolla mai, malgrado una qualità media dei brani più che discreta. Voto: 7.

“Spooky Action At A Distance”, 2012

Spooky Action at a Distance

Il secondo CD di Lockett Pundt a nome Lotus Plaza è un enorme balzo avanti rispetto all’opaco precedente lavoro: le melodie si fanno più convincenti e le rasoiate della chitarra di Pundt più efficaci. Inoltre, finalmente il chitarrista dei Deerhunter si sente a proprio agio nel canto. Non a caso viene dopo il secondo capolavoro della carriera dei Deerhunter, “Halcyon Digest” (2010) e poco dopo il bel “Parallax” (2011) di Atlas Sound, nome del progetto solista di Bradford Cox. Possiamo dire che le due anime dei Deerhunter hanno raggiunto il loro picco creativo in questi tre anni; e “Spooky Action At A Distance” non è da meno.

I brani ben riusciti non mancano: impressionano soprattutto Monoliths e Strangers, due bellissimi pezzi rock. Non sono da meno Jet Out Of The Tundra e Remember Our Days; la chiusura finale di Black Buzz ricorda addirittura Neil Young a tratti. Insomma, un trionfo: la definitiva affermazione del compositore Pundt e la dimostrazione del suo grande talento. Voto: 8,5.

Scheda: Real Estate

Real Estate band

La formazione al completo dei Real Estate.

Non si può parlare del pop anni ’10 senza almeno una scheda dedicata ai Real Estate. Il quintetto originario del New Jersey nel corso degli anni ha prodotto un suono sempre più definito, a metà fra Fleet Foxes e Beach Boys, che nessuno sa replicare con tale maestria. Ripercorriamone la carriera e le caratteristiche più importanti.

 “Real Estate”, 2009

Real Estate

L’esordio di Courtney e co. già delinea il sound del gruppo: ritmi solari, canzoni vivaci e serene, vocalizzi di assoluto livello. Cose magari già sentite, ma non per questo meno affascinanti: a partire da Beach Comber, primo brano nella tracklist, ci si immerge volentieri nelle atmosfere create dai Real Estate.

Altri brani da segnalare sono la breve canzone strumentale Atlantic City, la buffissima Suburban Beverage (con testo composto solamente dalla strofa “Budweiser and Sprite, do you feel alright?”) e Black Lake. Solamente Let’s Rock The Beach è ripetitiva, ma è un peccato veniale in un CD altrimenti pregevole. Insomma, una buonissima introduzione al mondo dei Real Estate. Voto: 8.

“Days”, 2011

Days

Eccolo qua il capolavoro (ad oggi) della discografia dei Real Estate: con “Days” la band statunitense raggiunge probabilmente il risultato massimo ottenibile con la formula che caratterizza il loro genere musicale. Dopo il breve EP “Reality” (voto 7, notevole Dumb Luck), i ragazzi hanno infatti sfoderato un vero “colpo da maestro”.

Dieci brani pressoché perfetti, coesi e senza passi falsi: si va dal soft rock di Out Of Tune alla travolgente cavalcata di All The Same, dal pop elegante di Green Aisles alla bellissima It’s Real. Il capolavoro vero è però Municipality, un brano degno dei migliori Beach Boys. In generale, in un 2011 caratterizzato da rivali di assoluto rilievo (Bon Iver, M83 e Fleet Foxes, per esempio), “Days” si staglia come uno dei migliori lavori non solo di quell’anno, ma anche del decennio. Voto: 9.

“Atlas”, 2014

Atlas

Replicare il successo di pubblico e di critica del pluripremiato “Days” non era semplice; i Real Estate decisero di mantenersi nel solco già tracciato con il precedente lavoro, cercando nel contempo di introdurre qualche gustosa novità.

Operazione riuscita in pieno: pur non raggiungendo le vette di “Days”, anche questo “Atlas” non è per nulla male: soprattutto le iniziali Had To Hear e Talking Backwards colpiscono positivamente. Anche The Bend e Crime tuttavia non sfigurano. In conclusione, un altro ottimo lavoro di questo ormai oliato ingranaggio, che sembra incapace di sbagliare completamente un LP. Voto: 8,5.

Scheda: Fleet Foxes

Fleet Foxes band

I Fleet Foxes al completo.

I Fleet Foxes sono un gruppo fondamentale per il folk degli anni ’10 del XXI secolo: pur avendo all’attivo solamente due album e un EP, la band di Seattle ha forgiato un sound perfettamente riconoscibile, a metà fra pop e canzone d’autore. Ripercorriamone insieme la carriera, con la speranza che la band torni a registrare nuova musica: il talento del gruppo americano è indiscutibile e noi, amanti della buona musica, apprezziamo album pregevoli come quelli dei Fleet Foxes.

“Fleet Foxes”, 2008

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L’omonimo esordio viene pochi mesi dopo la pubblicazione del bell’EP “Sun Giant” (voto 8), che aveva fatto gridare al miracolo molti critici. L’attesa era spasmodica e i Fleet Foxes mantennero le attese: melodie subito riconoscibili; la voce di Robin Pecknold, unita ai cori di sottofondo, semplicemente divina; una copertina del CD davvero affascinante… Insomma, c’erano tutti gli ingredienti per uno degli esordi più dirompenti degli ultimi anni.

Brani belli non ne mancano: da Sun It Rises a Blue Ridge Mountains, passando per White Winter Hymnal e Ragged Wood, tutto gira a meraviglia. In poche parole: uno dei migliori album del 2008 e dell’intero decennio. Voto: 9.

“Helplessness Blues”, 2011

Helplessness Blues

Replicare il successo di pubblico e di critica di un album di capitale importanza come l’eponimo esordio non era per nulla semplice, ma i Fleet Foxes con “Helplessness Blues” furono ancora più ambiziosi: canzoni arrangiate in maniera più ardita e spesso più lunghe che in “Fleet Foxes”, durata del disco che supera i 50 minuti…

In generale dunque un deciso passo in avanti, una sorta di disco della maturità. Anche i testi si fanno più complessi, affrontando argomenti scomodi come il trascorrere del tempo e la giovinezza che se ne fugge via. Joshua Tillman, che poi diventerà Father John Misty, aggiunge alle percussioni più energia, ma sono sempre i vocalizzi la parte migliore dell’orchestrazione nei Fleet Foxes.

Non tutto fila liscio, ma il risultato complessivo è apprezzabile: spiccano soprattutto Montezuma e Grown Ocean, non a caso prima e ultima canzone della tracklist. Interessanti anche The Plains/Bitter Dancer e The Cascades. Voto: 8.

Quello che più dispiace è che ad oggi i Fleet Foxes non siano più attivi da quattro, lunghi anni: Tillman ha lasciato il gruppo per perseguire la propria carriera solista, Pecknold ha finalmente preso la tanto agognata laurea… Speriamo che le vicissitudini dei vari membri siano finite: abbiamo proprio bisogno di un altro bel CD dei Fleet Foxes, i migliori emblemi del “folk dal cuore tenero”.