Recap: maggio 2021

Maggio è stato un mese decisamente affollato di uscite importanti. Ad A-Rock abbiamo avuto il nostro bel da fare: abbiamo recensito i nuovi, attesi lavori degli Iceage e dei black midi. In più, interessanti le novità discografiche a firma The Black Keys e St. Vincent, oltre agli EP di Jorja Smith e dei Mannequin Pussy. Buona lettura!

black midi, “Cavalcade”

cavalcade

Il secondo album dei black midi, la giovane band inglese che è entrata nel cuore di molti grazie al fulminante esordio “Schlagenheim” del 2019 (inserito anche da A-Rock nella top 10 dell’anno e in una rubrica Rising), fa centro sotto molti punti di vista. I black midi non si sono ammorbiditi, anzi: le parti di rock duro fanno venire i brividi, come però anche le canzoni più raccolte, quasi pop, che sono davvero una novità nell’estetica solitamente feroce del gruppo britannico.

Avevamo lasciato i Nostri alle prese con un rock alieno, miscuglio di jazz, metal, noise e punk: risentirsi bmbmbm oppure 953. “Cavalcade”, come già il titolo fa intuire, è una cavalcata fra canzoni tanto varie quanto riuscite: si va dall’avant-prog della clamorosa John L alla lenta Marlene Dietrich, dalla pulsante Slow alla magnifica chiusura di Ascending Forth. In mezzo abbiamo anche canzoni sotto la media (Hogwash And Balderdash), ma nel complesso i black midi si confermano voce imprescindibile nel mondo rock alternativo e sperimentale, non facili da assimilare ma irresistibili.

La voce di Geordie Greep pare più sicura e forte rispetto all’esordio, così come quella di Cameron Picton, che fa il frontman in due delle otto canzoni che compongono “Cavalcade”. Abbiamo poi come in “Schlagenheim” il batterista Morgan Simpson davvero sugli scudi, quasi free jazz nel corso di molti punti del CD. A completare il quadro non c’è la chitarra di Matt Kwasniewski-Kelvin, che si è preso del tempo per sé stesso a causa di problemi personali.

Gli otto pezzi presentano dei bozzetti di personaggi realmente esistiti (Marlene Dietrich) o inventati (John L), ma a dominare è il senso di incertezza e quasi di paura che proviene da certi passaggi testuali. John L racconta di un predicatore nazionalista e visionario tradito dai suoi fedeli, Slow nella sua invocazione è totalmente antitetico alla sua base oppressiva… Accanto a tutto questo abbiamo però, come già detto, delle perle acustiche fuori logica ma non per questo mal riuscite: sia Marlene Dietrich che Diamond Stuff sono infatti ottime “pause” e faranno la fortuna dei live del gruppo.

In generale, pur non essendo musica popolare, i black midi hanno senza dubbio creato un LP unico nel suo genere, alla pari di “Schlagenheim” per creatività. Se l’effetto sorpresa è svanito, di certo possiamo dire, con meraviglia ma non troppo, che il terreno coperto in termini di sonorità è ancora più variegato che nell’esordio. “Cavalcade” si afferma come il miglior album rock del 2021 finora, capace di ferire e rassicurare, sconcertare e ammaliare.

Voto finale: 8,5.

Iceage, “Seek Shelter”

seek shelter

Il quinto album della band danese è un ottimo esempio di transizione da band punk verso sonorità più ricercate e romantiche. Non un completo cambio di pelle, dato che la ferocia dei primi Iceage è ancora presente in alcuni pezzi di “Seek Shelter”, ma immaginarsi che il gruppo autore del durissimo “You’re Nothing” (2013) avrebbe scritto il pezzo anni ’60 Drink Rain sarebbe stato impensabile solo cinque anni fa.

Merito dunque degli Iceage essere stati in grado di mutare così radicalmente nel giro di poco tempo, una parabola molto simile a quella di Nick Cave negli anni ’90 o degli Horrors più recentemente. Non sempre queste svolte riescono pienamente, ma quando il talento c’è in grandi quantità come nei casi citati il pubblico e la critica non possono non elogiare l’ambizione e la voglia di sperimentare di artisti davvero unici nel loro genere. Gli Iceage, dopo aver scritto pagine molto importanti del punk nella decade passata, si candidano fortemente ad essere una band simbolo del rock alternativo anni ’20.

I singoli che avevano anticipato l’uscita di “Seek Shelter” erano stati accolti con lodi ma anche qualche giudizio critico sul nuovo sound del gruppo, più docile rispetto al passato; anche se già “Beyondless” (2018) aveva lasciato intravedere una svolta, “Seek Shelter” contiene brani quasi britpop (Shelter Song), pop (la già citata Drink Rain) e à la Rolling Stones (High & Hurt). Tuttavia, la ricetta sonora del CD ha successo: gli Iceage sembrano quasi rievocare il rock alternativo degli anni ’90 senza però scopiazzarlo e mantenendo quel livello di “sporcizia” e durezza che rendono tali i Nostri (la conclusiva The Holding Hand ne è una prova).

Anche liricamente notiamo un deciso cambiamento: mentre in passato il nichilismo la faceva da padrone, con il frontman Elias Bender Rønnenfelt scatenato sul palco quanto disperato nel cantare, adesso fanno capolino temi amorosi (“I drink rain to get closer to you!” canta Elias in Drink Rain) e la vita della mafia (Vendetta). Altrove invece troviamo riferimenti al pessimismo cosmico che pervadeva i primi LP del gruppo: “And we row, on we go, through these murky water bodies” in The Holding Hand e “Come lay here right beside me. They kick you when you’re up, they knock you when you’re down” in Shelter Song ne sono chiari esempi.

In conclusione, “Seek Shelter” potrebbe essere il CD che fa conoscere gli Iceage ad un pubblico più ampio e li rende davvero simboli di un rock rinnovato nelle sue fondamenta, abile a mescolare cori gospel con ritmiche punk, testi simbolici e drammatici con canzoni potenti. Siamo davanti ad uno dei migliori LP rock dell’anno: complimenti, Iceage.

Voto finale: 8.

St. Vincent, “Daddy’s Home”

daddy's home

Giunta ormai al settimo album di inediti (contando anche quello del 2012 con David Byrne), Annie Clark reinventa nuovamente la sua estetica e la sua persona, tornando alla New York degli anni ’70, sporca e cattiva, seducente e malinconica. Siamo nei territori di Lou Reed, del primo Prince, di Sly & The Family Stone: funk, soul e rock si mescolano in “Daddy’s Home” a tematiche strettamente personali, che lo rendono il CD più personale e sperimentale di St. Vincent, ma non il suo miglior lavoro.

Già la campagna promozionale e il titolo fanno intravedere l’argomento portante del lavoro: dopo aver scontato oltre dieci anni di carcere per abusi di mercato in ambito finanziario, il padre di Annie è tornato a casa. Lei aveva già affrontato, anche se lateralmente, la tematica, ad esempio in “Strange Mercy” (2011), ma mai con questa schiettezza. La sua assenza ha pesato molto per St. Vincent e la controversa figura del padre assume qui il ruolo di musa dell’artista.

Musicalmente, come dicevamo, la ricerca di St. Vincent è una delle più fertili e innovative del rock moderno: partita come membro del coro di supporto a Sufjan Stevens, nel 2007 Annie decideva di passare solista e pubblicava il delizioso “Marry Me”, art pop ben fatto ma mai scontato, con grande lavoro alla chitarra. Questa sarà la caratteristica fondamentale di tutte le mutazioni del progetto St. Vincent: che si parli di indie rock futuristico (“St. Vincent” del 2014) o di pop sexy e avvolgente (“MASSEDUCTION” del 2017), la chitarrista St. Vincent era sempre preminente.

Invece, in “Daddy’s Home”, la chitarra ha un ruolo importante, certo, ma le potenti schitarrate del passato sono abbandonate per un suono più morbido: la svolta potrà piacere o meno, ma denota un’esplorazione che prescinde anche dai punti fissi del passato. Tuttavia, non tutto fila liscio.

Come dicevamo, accanto a brani gloriosi come Live In The Dream (fra i migliori di Annie Clark) e The Laughing Man, abbiamo dei singoli davvero bizzarri: sia Pay Your Way In Pain che Melting Of The Sun sono pezzi troppo complessi, curati e con produzione perfetta da parte di Jack Antonoff (già produttore di Lana Del Rey e Taylor Swift), ma alla lunga monotoni. Invece condivisibile la presenza dei tre brevi intermezzi Humming, che collegano fra loro le diverse parti del CD.

Testualmente, come dicevamo, questo è il disco più intimo di sempre a firma St. Vincent: My Baby Wants A Baby parla della sua sensazione ambivalente verso la maternità, Annie esclama infatti “No one will scream that song I made, won’t throw no roses on my grave… They’ll just look at me and say: Where’s your baby?”. Nella title track, invece, Annie cita le figure femminili che le hanno fatto da riferimento durante la crescita (da Nina Simone a Tori Amos, passando per Joni Mitchell e Marylin Monroe) e durante i periodi più difficili della sua vita.

In conclusione, “Daddy’s Home” è un CD senza dubbio interessante e che merita più di un ascolto per sfoderare tutte le sue delizie. Tuttavia, per chi è più fan della St. Vincent più rock, il CD sarà un passo indietro in termini di qualità. La figura di Annie Clark resta comunque imprescindibile e rappresenta ad oggi la più credibile erede del Duca Bianco, David Bowie, in termini di trasformismo e livello generale della discografia.

Voto finale: 7,5.

Mannequin Pussy, “Perfect”

perfect

Il bravissimo EP dei Mannequin Pussy è il loro primo lavoro senza il membro fondatore Thanasi Paul e il primo dopo l’ottimo terzo CD della loro produzione, quel “Patience” (2019) che li aveva fatti scoprire a molti. Il sound del gruppo si mantiene fedele al punk-rock del passato, ma in Darling troviamo la prima, grande svolta della loro carriera: pare quasi di sentire una b-side dei Beach House!

Quest’ultimo antefatto può mettere di malumore quelli che si aspettano un lavoro sanguigno, come le migliori parti di “Patience” farebbero pensare. Va detto che già nel precedente disco vi erano parti più melodiche, che lasciavano intravedere il lato più commerciale di Missy Dabice & co., tuttavia mai i Mannequin Pussy si erano spinti così avanti come in Darling, “pecora nera” dell’EP ma non per questo fuori luogo.

Il resto del lavoro è invece più nelle corde del gruppo: abbiamo dapprima l’indie rock accattivante di Control, poi la potente title track e la melodiosa To Lose You. L’episodio più duro è Pigs To Pigs, cantato dal bassista Colins Reginsford, per la prima volta frontman del gruppo. La Dabice, dal canto suo, si conferma carismatica e abile a intonare sia pezzi più facili che brani più potenti.

In conclusione, “Perfect” non sarà “perfetto” come il titolo può ironicamente far pensare; tuttavia, l’EP è una ventata di aria fresca nell’estetica dei Mannequin Pussy e ci rende davvero curiosi per le loro prossime mosse.

Voto finale: 7,5.

Jorja Smith, “Be Right Back”

be right back

Il nuovo lavoro della talentuosa cantautrice inglese è un EP di buona fattura. Rispetto all’esordio “Lost & Found” del 2018 Jorja segue la stessa ricetta, fatta di R&B sensuale e neo-soul raffinato, con focus sulla sua splendida voce, ma con alcune piccole aggiunte. Il lavoro non è rivoluzionario, ma ci fa davvero ben sperare per il futuro della Nostra nel mondo della musica.

Se “Lost & Found” aveva un difetto, era di suonare un po’ uguale nella seconda parte del lavoro, malgrado la presenza di perle come la title track e Where Did I Go?. “Be Right Back” sperimenta di più, con spazio al rap in Bussdown (dove è ospite il rapper londinese Shaybo). I risultati non sono sempre convincenti, il prossimo CD sarà una tappa cruciale per Jorja in questo senso.

Chiudiamo con un’analisi sui testi, molto diretti, dell’EP: in Addicted, fra i migliori pezzi dell’album, Smith si lamenta che “The hardest thing, you are not addicted to me”. Una dichiarazione d’intenti molto chiara. Invece in Burn troviamo la seguente accusa: “You burn like you never burn out, try so hard you can still fall down… You keep it all in but you don’t let it out”. Infine in Bussdown abbiamo un’ammissione di fragilità, ma anche di forza d’animo: “They call me Miss Naive, I’m still naïve, I put trust in all the ones that got me… They never really had me”.

In conclusione, “Be Right Back” è un buon EP da parte di un’artista da cui ci aspettiamo molto negli anni a venire. Jorja Smith, infatti, assieme a Lianne La Havas e Jessie Ware, è alfiere di una nuova schiera di cantanti britanniche di qualità, che mescolano al pop generi come R&B, soul e disco, pronte ad affiancare Adele nella conquista dei palcoscenici più importanti. Speriamo per lei che la nostra previsione non venga contraddetta.

Voto finale: 7.

The Black Keys, “Delta Kream”

delta kream

I The Black Keys sono giunti ormai nella loro terza decade di esistenza e al decimo album, tra inediti e cover: due traguardi davvero ragguardevoli per due ragazzi che erano partiti da Detroit senza troppe pretese e invece, grazie a singoli di successo come Lonely Boy e Tighten Up, hanno raggiunto lo status di rockstar.

Per festeggiare, Patrick Carney e Dan Auerbach hanno deciso di rendere omaggio ai loro maestri: il CD è infatti una raccolta di undici cover blues tratte dai più noti artisti del delta del Mississippi (da qui il titolo del lavoro). Svettano in particolare quelle dedicate a Junior Kimbrough, già omaggiato in passato nel gustoso EP “Chulahoma” (2006). Nulla di clamoroso, come ormai da tradizione del duo, ma le canzoni fluiscono bene una dopo l’altra e il disco è un toccasana per gli amanti del blues.

Tra le migliori cover abbiamo Crawling Kingsnake, ottima cover di un classico di John Lee Hooker; buona anche Stay All Night. Invece sotto la media Louise, monotona, oltre a Going Down South, con un falsetto di Auerbach non molto convincente. Menzioniamo infine Do The Romp, già presente col titolo Do The Rump e in una versione molto più acerba nell’esordio del gruppo, “The Big Come Up” (2002).

In generale, l’ascoltatore non deve aspettarsi molto: si tratta semplicemente di due amici che, in due pomeriggi, si sono messi a omaggiare i loro mentori attraverso quello che sanno fare meglio, suonare. La passione e la cura con cui i The Black Keys hanno composto “Delta Kream” sono però di per sé segno di un LP da ascoltare almeno una volta.

Voto finale: 7.

Recap: aprile 2021

Aprile è terminato. Un mese davvero intenso dal punto di vista musicale, contraddistinto da nuove uscite molto interessanti. A-Rock ha recensito il remix di “Fearless” di Taylor Swift, il nuovo album degli SPIRIT OF THE BEEHIVE, il ritorno dei BROCKHAMPTON e il breve EP dei Sorry. Inoltre, abbiamo analizzato i nuovi LP dei Godspeed You! Black Emperor e dei The Armed. Buona lettura!

Godspeed You! Black Emperor, “G_d’s Pee AT STATE’S END!”

godspeed

Il nuovo CD del leggendario gruppo post-rock canadese è un highlight in una carriera già costellata di perle, sia molto in là nel tempo (“Lift Your Skinny Fists Like Antennas To Heaven” del 2000) che più recenti (“Allelujah! Don’t Bend! Ascend!” del 2012). Il disco è infatti fra i più euforizzanti in un periodo di sospensione come quello che stiamo vivendo, in cui alla paura del virus si contrappone la speranza per le campagne vaccinali in corso. Che la luce sia finalmente in fondo al tunnel? I Godspeed You! Black Emperor, a tratti, ne paiono convinti.

In effetti, l’inizio del lavoro ci fa tornare alle lugubri atmosfere di “Allelujah! Don’t Bend! Ascend!”: A Military Alphabet, la prima delle quattro suite in cui è diviso “G_d’s Pee AT STATE’S END!”, è il pezzo più ossessivo e pessimista del lavoro. Al contrario, il tono della seguente Fire At Static Valley è più positivo e fa del post-rock quasi gradevole e accessibile, non una tipica caratteristica dei Godspeed You! Black Emperor.

Le due lunghe tracce che chiudono il lavoro, “GOVERNMENT CAME”OUR SIDE HAS TO WIN (for D.H.), mantengono questa dualità; tuttavia, a differenza dei lavori della prima fase della carriera del complesso di Montreal, il tono complessivo è di cauto ottimismo. È per questo che “G_d’s Pee AT STATE’S END!” è un ottimo LP per la vita durante la fase conclusiva (almeno speriamo) dell’emergenza Covid-19: se è vero che non siamo di fronte ad un disco puramente pop, d’altro canto la forza di queste quattro composizioni è innegabile e rende il 2021 davvero interessante per gli amanti del rock alternativo e sperimentale, già deliziati dall’esordio dei Black Country, New Road e pronti ad assaporare il secondo lavoro dei black midi, in uscita a maggio.

Un’ultima curiosità: il quattro pervade tutto il CD. Siamo infatti di fronte al quarto album della fase post reunion della band, le canzoni (pur elaborate) sono teoricamente quattro e probabilmente, come qualità, questo è il quarto più bel disco nell’intera produzione dei canadesi. Quest’ultimo dato è sufficiente per capire il talento di questi pilastri dello scenario rock.

Voto finale: 8,5.

Taylor Swift, “Fearless (Taylor’s Version)”

fearless

Il nuovo lavoro della popstar americana è in realtà una sorta di remix: la prima versione di “Fearless” è infatti datata 2008, ma occorre un po’ di contesto per capire il motivo di questa nuova registrazione di un album di 13 anni fa.

È da un po’ di tempo che riconosciamo a Taylor Swift un impegno in prima persona per l’indipendenza degli artisti, specialmente donne, da manager spietati e case discografiche avide. Beh, “Fearless (Taylor’s Version)” è la prova che lei ha sempre fatto sul serio.

Nel 2019 infatti Scooter Braun, un talent scout che rappresenta fra gli altri artisti del calibro di Ariana Grande e Justin Bieber, comprò la casa discografica indipendente per cui Swift aveva firmato fino ad allora i propri CD, la Big Machine Records. Questa fu la prima volta in cui la cantautrice perse il controllo dei propri lavori, dato che le incisioni passarono a Braun. Lei tentò di mediare, ma senza risultato. L’anno seguente il fondo di private equity Shamrock Holdings a sua volta subentrò a Scooter Braun, anche in questo caso senza avvertimenti preventivi a Swift, che quindi ha deciso di riguadagnare il totale controllo sulle proprie registrazioni passate rifacendo ogni suo album del passato alla sua maniera.

Questa lunga spiegazione era necessaria per capire lo scopo di una mossa commercialmente strana, considerando il successo che già la prima versione di “Fearless” aveva avuto: era stato l’album che aveva fatto conoscere Taylor Swift al mondo e le aveva permesso di vincere il primo Grammy della sua carriera per il Miglior Album dell’Anno. Beh, possiamo dire che la “versione di Taylor” migliora sotto molti aspetti un CD già carino, ma che originariamente era un po’ ingenuo come sonorità e produzione.

Se nel 2008 Taylor era ancora una ragazza molto giovane, appassionata di country e pop, nel 2021 abbiamo di fronte una donna affermata e molto determinata, come abbiamo visto. Anche vocalmente Swift ha ora una voce più ricca e piena che nel passato; insomma, era inevitabile trovarsi di fronte ad un lavoro diverso. Aggiungiamo a questo un roster di collaboratori di prima classe: Jack Antonoff e Aaron Dessner sono pezzi grossi del pop e dell’indie rock, già protagonisti occulti l’anno passato nel doppio grande successo “folklore”-“evermore”.

Fearless, la title track, è ora un ottimo pezzo pop-rock, tra i migliori nella produzione dell’artista statunitense; You Belong With Me, allo stesso modo, è un netto miglioramento rispetto alla prima versione. Laddove invece si torna al country delle origini, il disco zoppica un po’, è il caso di Love Story; ingenua invece Hey Stephen. Da notare infine che Swift allunga la durata del lavoro estraendo dal proprio “archivio” alcuni pezzi di quell’epoca, riarrangiati per l’occasione, che portano il tutto a durare ben 106 minuti! Tra questi menzioniamo la dolce You All Over Me e la raccolta We Were Happy, brani davvero notevoli.

Anche nei testi, se letti con la testa al 2008, emerge una nostalgia forte per i tempi andati: riferimenti al liceo (“She wears high heels, I wear sneakers. She’s cheer captain and I’m on the bleachers” in You Belong With Me), amori spezzati (“Hello, Mr. casually cruel” canta Taylor in All Too Well), desideri di normalità presto sotterrati dall’ambizione di diventare una popstar, come in Fifteen: “Back then I swore I was gonna marry him someday, but I realised some bigger dreams of mine”.

In conclusione, “Fearless (Taylor’s Version)” è un attestato di forza, coraggio e carattere da parte di una delle più brillanti star del firmamento musicale dei nostri tempi. Taylor Swift ci aveva già fatto capire in passato di avere stoffa, ma in questi ultimi due anni sta ribaltando con successo non solo la propria estetica, ma forse l’intera concezione di “possedere la mia musica”.

Voto finale: 8.

SPIRIT OF THE BEEHIVE, “ENTERTAINMENT, DEATH”

entertainment death

Il trio originario di Philadelphia ha dato origine, con “ENTERTAINMENT, DEATH”, a uno degli album più imprevedibili degli ultimi anni. Indie rock, psichedelia, noise, pop: tutto si mescola nel corso del CD. Canzoni brevi, sui tre minuti, ma anche una suite di quasi sette minuti: di tutto e di più anche in termini di durata delle melodie. Zack Schwartz, Rivka Ravede e Corey Wichlin, al loro quarto lavoro, confermano il bene che si diceva di loro anche riguardo i precedenti lavori.

Se c’è una differenza, è nella produzione: il lavoro è più curato rispetto al passato, sintomo di una maggiore autorevolezza anche in sede di etichetta discografica. I risultati, malgrado a volte fin troppo confusionari, sono a tratti irresistibili: la struttura tipica delle canzoni popolari è stravolta, spesso all’interno della stessa (si senta a riguardo THERE’S NOTHING YOU CAN’T DO). ENTERTAINMENT inizia come un pastiche noise sperimentale, poi sboccia in un pezzo che richiama gli anni ’60. GIVE UP YOUR LIFE sembra quasi un brano del Ty Segall più psichedelico, DEATH invece rievoca i primi Pink Floyd. C’è un brano che si intitola I SUCK THE DEVIL’S COCK… Nessun commento aggiuntivo sul significato.

In generale, possiamo dire che l’umorismo non fa difetto alla band americana. Anche molte liriche testimoniano questo atteggiamento, a metà fra lo scanzonato e il nichilista: “Dust picks up and swallows us whole” canta convintamente Schwartz in ENTERTAINMENT. Invece in I SUCK THE DEVIL’S COCK lo sentiamo proclamare “Another middle-class dumb American, falling asleep. He don’t appreciate constructive criticism”, compreso l’errore grammaticale. Infine, in RAPID & COMPLETE RECOVERY, abbiamo il verso più sognante ed evocativo del lotto: “Spanning lifetimes compressed in a vacuum, no limitations, you know what comes after”.

In concreto, però, malgrado questi momenti leggeri, il CD suona claustrofobico e ansiogeno; sentimenti che purtroppo tutti abbiamo provato nel corso dell’ultimo anno, colpiti come siamo dalla pandemia e dalle sue conseguenze. Non per questo però dobbiamo ignorare gli SPIRIT OF THE BEEHIVE; anzi, la band di Philadelphia, con “ENTERTAINMENT, DEATH” potrebbe avere scritto uno dei più originali album pandemici. Non un traguardo da poco, in un panorama musicale sempre più omologato.

Voto finale: 8.

BROCKHAMPTON, “ROADRUNNER: NEW LIGHT, NEW MACHINE”

roadrunner

La boyband più famosa dell’hip hop è tornata. Giunti al sesto album in quattro anni, i BROCKHAMPTON hanno ormai uno stile riconoscibile e allo stesso tempo sempre variegato: pop, rap, R&B, addirittura il rock progressivo trovano spazio in “ROADRUNNER: NEW LIGHT, NEW MACHINE”. Il risultato? Non perfetto, ma certamente un progresso rispetto a “GINGER” (2019).

Se in passato i lavori del collettivo americano potevano essere tacciati di contenere pezzi troppo lunghi, per dare modo a tutti i componenti di dire la loro, in “ROADRUNNER: NEW LIGHT, NEW MACHINE” i ragazzi suonano più leggeri. Brani riusciti come l’epica WHAT’S THE OCCASION, che pare un remix dei Pink Floyd, riescono a integrarsi bene con BUZZCUT, ottima intro con Danny Brown protagonista, e la perla pop OLD NEWS, che ricorda il Tyler, The Creator di “IGOR”. In generale, a parte la monotona DON’T SHOOT UP THE PARTY, Kevin Abstract e compagni hanno prodotto il loro miglior lavoro dai tempi della trilogia delle “SATURATION” (2017).

Anche testualmente il CD suona profondo e sentito, ma non sovraccarico di introspezione come in passato. Joba parla del tragico suicidio del padre in THE LIGHT con versi frammentari ma drammaticamente veri: “At a loss, aimless… Hope it was painless, I know you cared… Heard my mother squealing. I miss you”. In BUZZCUT invece Abstract canta di periodi difficili nella sua vita: “Thank God you let me crash on your couch”, lo stesso accade in THE LIGHT: “I was broke and desperate, leaning on my best friends”.

In conclusione, se questo è davvero l’ultimo LP a firma BROCKHAMPTON, come alcuni di loro hanno fatto intendere, il gruppo se ne andrà con un ottimo lavoro. “ROADRUNNER: NEW LIGHT, NEW MACHINE” è infatti relativamente compatto (46 minuti in 13 canzoni) e ben strutturato, vario (forse fin troppo) e curato.

Voto finale: 7,5.

The Armed, “ULTRAPOP”

ultrapop

Siamo forse di fronte al nuovo, attesissimo disco di Frank Ocean? No, purtroppo, anche se la copertina di “ULTRAPOP” potrebbe ingannare. The Armed è anzi sinonimo di rock pesante, abrasivo: “ULTRAPOP” conferma questa nomea, introducendo però sorprendenti elementi pop che rendono la ricetta del gruppo americano davvero unica nel suo genere.

L’iniziale title track in effetti è un brano quasi dream pop: certo, la base industrial à la Nine Inch Nails resta onnipresente, ma le tastiere sognanti e la voce quasi amichevole di Adam Vallely è rasserenante. Fin da ALL FUTURES, tuttavia, la musica cambia radicalmente: urla belluine, batteria tonante, muro invalicabile di chitarre… Insomma, non un brano per palati fini. Diciamo che la lineup, formata da ben otto membri, aiuta a mantenere sempre altissimo il volume, tranne ovviamente in quei momenti “pop” che rendono l’estetica dei The Armed davvero particolare, si ascolti AN ITERATION che pare una canzone dei Muse ai tempi di “Absolution” (2003).

Questi brani più tranquilli in realtà servono solo da introduzione o pausa per passare a momenti ancora più feroci, che raggiungono la loro vetta in MASUNAGA VAPORS e BIG SHELL. In generale, al terzo CD, i The Armed sono giunti probabilmente al perfezionamento di un’idea di musica nata con “Untitled” (2015) e poi raffinata in “Only Love” (2018). Va detto infine che, ad arricchire ulteriormente “ULTRAPOP”, abbiamo anche ospiti di grande spessore: da Mark Lanegan (in THE MUSIC BECOMES A SKULL) a Troy Van Leeuwen (REAL FOLK BLUES).

Il CD può certamente essere “troppo” per molti ascoltatori, ma gli amanti dell’hardcore punk e del metal troveranno pane per i loro denti. Resta solo un piccolo rimpianto: e se un intero LP di tracce “noise pop” come ULTRAPOP fosse stata la soluzione migliore per cercare un’improbabile svolta mainstream? Probabilmente questo non era l’obiettivo dei The Armed, ma in futuro potrebbe essere un’evoluzione ulteriore in una carriera già interessante.

Voto finale: 7.

Sorry, “Twixtustwain”

sorry

Il nuovo EP dei Sorry segue l’interessante esordio “925” dell’anno scorso: un lavoro che era contraddistinto da pezzi indie rock accanto ad altri molto più oscuri, vicini al post-punk. “Twixtustwain” invece è un lavoro molto più sperimentale: elettronica e trip hop si mescolano, spesso ricordando i Dirty Projectors o il (Sandy) Alex G più ardito.

I due fondatori del gruppo, Asha Lorenz e Louis O’Bryen, hanno dato sfogo alla loro vena creativa: i risultati sono davvero strani, ma aprono strade innovative per il gruppo inglese. Don’t Be Scared fa da antipasto a Things To Hold Onto, uno dei pezzi più riusciti dell’insieme. La seguente Separate invece è quasi breakbeat nella ritmica; Cigarette Packet, dal canto suo, è il singolo di lancio dell’EP e quindi è anche il più accattivante momento di “Twixtustwain”. Infine, Favourite è una buona ballata che chiude su una nota malinconica un lavoro davvero strambo.

I Sorry si confermano una promessa del rock inglese: già capaci di passare con relativa facilità dall’indie rock all’elettronica, Lorenz e O’Brien confermano una chimica difficile da scalfire e una voglia di esplorare nuovi territori non comune. Vedremo dove li condurrà la loro ispirazione in futuro.

Voto finale: 6,5.

Recap: marzo 2021

Marzo è stato un mese intenso per la musica. Abbiamo recensito ad A-Rock i nuovi lavori di Drake e dei The Horrors e la collaborazione fra il duo Armand Hammer e The Alchemist. Inoltre recensiremo l’atteso ritorno dei The Antlers e di serpentwithfeet, oltre all’EP dei Real Estate. Soprattutto, abbiamo analizzato il nuovo disco di Lana Del Rey e la sorprendente collaborazione fra Floating Points, Pharoah Sanders e la London Symphony Orchestra. Buona lettura!

Lana Del Rey, “Chemtrails Over The Country Club”

chemtrails

Il settimo disco di inediti di Lana Del Rey segue il bellissimo “Norman Fucking Rockwell!” (2019), premiato da molte pubblicazioni (fra cui A-Rock) come uno dei migliori dischi dell’anno. Creare un erede all’altezza sarebbe stata un’impresa ardua per chiunque; la nostra fede nel talento della cantautrice americana era tuttavia immensa.

Nel 2020 Lana non è stata del tutto ferma, anzi: ha pubblicato una raccolta di poesie accompagnate dalle soffici note al pianoforte del fidato Jack Antonoff, annunciato un album di cover di standard americani e il nuovo lavoro che stiamo qui recensendo. La pandemia ha insomma stimolato la popstar: “Chemtrails Over The Country Club”, malgrado non visionario come il precedente CD, è un lavoro curato che rientra con merito nel canone di Lana Del Rey e sarà sicuramente apprezzato dal pubblico che la segue ormai da dieci anni.

La prima parte del lavoro è più movimentata rispetto alla seconda: brani bellissimi e ambiziosi come White Dress e la title track sono fra i migliori della sua produzione. Anche Tulsa Jesus Freak ricalca bene le orme tracciate dai due pezzi precedenti. Invece la parte centrale ha delle ballad in puro stile Del Rey, da Let Me Love You Like A Woman a Breaking Up Slowly. “Chemtrails Over The Country Club” si chiude con una cover di For Free di Joni Mitchell, con l’assistenza di Weyes Blood: un tributo ad una delle maggiori ispirazioni della cantautrice nata Elizabeth Woolridge Grant.

Rispetto al passato, in generale, Lana pare tornata alle delicate atmosfere di “Honeymoon” (2015) piuttosto che al piano-rock di “Norman Fucking Rockwell!” o al pop suadente degli esordi. Il folk predomina, un po’ come in “folklore” ed “evermore” di Taylor Swift. Sebbene le due siano lontane come atteggiamenti ed estetica, va detto che le connessioni fra i loro ultimi lavori sono numerose.

Testualmente, infine, i riferimenti di Lana Del Rey sono collegati come al solito all’America nel senso più ampio del termine: David Lynch, Hollywood, il country club del titolo, le citazioni di Tulsa e Yosemite… Insomma, la diva americana è più immersa che mai nel suo paese. Troviamo poi rimandi a Dio (“It made me feel like a God” canta in White Dress, non contando il titolo stesso di Tulsa Jesus Freak) e all’amore (“If you love me, you love me, because I’m wild at heart” in Wild At Heart).

In conclusione, “Chemtrails Over The Country Club” rappresenta un altro passo avanti per una delle più riconoscibili voci del panorama pop contemporaneo. Lana Del Rey si conferma talentuosissima e in possesso di una visione sempre chiara per ogni suo progetto; la bellezza di “Norman Fucking Rockwell!” non è stata raggiunta, ma questo LP entrerà sicuramente nel cuore di molti.

Voto finale: 8.

serpentwithfeet, “DEACON”

serpentwithfeet-DEACON

Il secondo CD di Josiah Wise, in arte serpentwithfeet, è un ulteriore sviluppo di un’estetica in continua evoluzione. Partendo da territori sperimentali in “blisters” (2016), Wise ha progressivamente virato verso territori più vicini all’R&B, si ascolti il breve EP “Apparition” dello scorso anno. “DEACON” è ad oggi il suo lavoro più curato e più affascinante.

serpentwithfeet è decisamente cambiato rispetto al passato: se in four ethers, contenuta in “blisters”, cantava “It’s cool with me if you want to die… And I’m not going to stop you if you try”, adesso il fulcro dell’attenzione del cantautore è l’amore omosessuale. Similmente, anche le atmosfere si fanno più rassicuranti: lo sperimentalismo e l’elettronica delle origini lasciano il posto a canzoni serene, come Old & Fine. Anche i collaboratori sono simbolici: NAO e Sampha non sono certo i più arditi su piazza.

Liricamente, dicevamo, “DEACON” tratta temi molto familiari: ad esempio, guardare film col proprio partner, anche quelli fuori stagione (“Christmas movies in July with you”, Fellowship), l’amore per il prosecco (sempre Fellowship) e la libertà di vestire in modi che noi italiani potremmo disprezzare (“Blessed is the man who wears socks with his sandals” canta Josiah in Malik).

La brevità del CD (29 minuti) aiuta a mantenerlo su binari sempre coerenti fra loro, non c’è spazio per tentativi fuori luogo: una mossa forse rischiosa in tempi di streaming, ma che aiuta il replay value e inoltre evita gli episodi più deboli che colpiscono ogni disco oltre i 50 minuti di durata. I migliori pezzi sono Same Size Shoe, Fellowship e Amir, mentre sotto media è la fin troppo eterea Derrick’s Beard.

In conclusione, “DEACON” è un CD molto interessante, che cementa ulteriormente la fama di serpentwithfeet come artista imprescindibile per la scena R&B presente e futura. La sensazione è che ancora il suo capolavoro vero e proprio debba arrivare; per ora accontentiamoci di un lavoro curato e intenso come “DEACON”, fra i più bei dischi R&B dell’anno finora.

Voto finale: 8.

Floating Points, Pharoah Sanders & London Symphony Orchestra, “Promises”

promises

La collaborazione fra un grande veterano del jazz, un talentuoso compositore di musica elettronica e una tra le orchestre più stimate a livello mondiale non poteva che dare risultati interessanti. “Promises” è un lavoro molto ambizioso, che riesce nel complesso a mescolare abilmente i tre mondi messi a confronto e lascia brillare tutti e tre gli interpreti in eguale maniera.

Il CD si compone di nove movimenti composti da Sam Shepherd, in arte Floating Points, poi arrangiati assieme a Pharoah Sanders, leggenda vivente del jazz, e alla London Symphony Orchestra. Se all’inizio è difficile riuscire a capire cosa aspettarsi, col tempo e attraverso ripetuti ascolti “Promises” si rivela un LP molto ricco, ma non sovraccarico, in cui gli attori sono tutti protagonisti allo stesso livello.

Il primo movimento è decisamente rilassante, un pezzo ambient in cui il potente sax di Sanders si sente solo nella parte finale; invece poi nel successivo la situazione si ribalta e Shepherd lascia il palcoscenico all’orchestra e a Pharoah. Il lavoro è un continuo, sapiente alternarsi fra momenti più vivi (Movement 4) e altri più quieti (Movement 8), che creano un prodotto davvero imperdibile per gli amanti del jazz e della musica d’ambiente. I migliori momenti sono rintracciabili in Movement 1 e Movement 6, mentre è sotto la media Movement 9.

In conclusione, la collaborazione fra tre pesi massimi della scena musicale, rappresentanti di generi apparentemente distanti come musica classica, jazz ed elettronica, ha generato un lavoro davvero ben strutturato, i cui 46 minuti rappresentano un toccasana in tempi così difficili. Non per tutti, ma “Promises” almeno un ascolto lo merita.

Voto finale: 8.

Armand Hammer & The Alchemist, “Haram”

haram

Il duo conosciuto come Armand Hammer, composto dai due rapper ELUCID e billy woods, con “Haram” ha deciso di collaborare con alcuni pezzi da novanta del panorama hip hop: The Alchemist, il celebre produttore dietro ad alcuni grandi successi di Freddie Gibbs (ultimamente lo abbiamo visto in “Alfredo”), ma anche Earl Sweatshirt e Quelle Chris.

I risultati sono davvero interessanti: malgrado Armand Hammer sia ancora sinonimo di canzoni destrutturate, spesso vicine al jazz e alla musica puramente sperimentale, le atmosfere create da The Alchemist rendono l’insieme più digeribile anche per il pubblico più mainstream. Ne sono esempi pezzi quasi accessibili come Robert Moses e Indian Summer. Il migliore brano del lotto è però Aubergine, in cui i Nostri (aiutati da FIELDED) creano un beat ipnotico, con improvviso cambio di ritmo il cui arrivo è una sorpresa ad ogni ascolto.

Testualmente, al contrario, le tematiche trattate restano dure: la copertina (due teste di maiale) e il titolo, che rappresenta la parola che nei paesi ebraici indica le cose proibite dall’Islam, ne sono chiari segnali. In alcuni brani emerge la rabbia per le uccisioni della polizia di persone di colore (“Got caught with the pork, but you gotta kill the cop in your thoughts still saying ‘pause’”, Chicarrones) e verso le disuguaglianze economiche (“Kill your landlord, no doubt, asymmetric unconventional extremist make meaning” in Roaches Don’t Fly).

“Haram” non riscrive la storia del rap, ma i 39 minuti di durata del CD passano bene: l’ascolto a tratti non è facile (si senta Wishing Bad a tal proposito), ma i beats di The Alchemist si congiungono perfettamente con i duri versi delle canzoni e il flow arrabbiato di ELUCID e billy woods. Armand Hammer, dal canto suo, è un progetto giunto al suo quarto disco in quattro anni: quando si dice che la prolificità è nemica della qualità, abbiamo l’eccezione che conferma la regola.

Voto finale: 7,5.

The Antlers, “Green To Gold”

green to gold

Il nuovo disco dei The Antlers si è fatto attendere ben sette anni. Il frontman Peter Silberman è stato purtroppo vittima di alcuni problemi di salute ed è stato spinto a mettere da parte il progetto, concentrandosi sul ritorno in piena forma e pubblicando il CD solista “Impermanence” nel 2017.

La ristampa del loro capolavoro “Hospice” nel 2019 aveva fatto capire che qualcosa bolliva in pentola, fatto confermato dall’arrivo di “Green To Gold”. Pur non essendo il capolavoro che era appunto “Hospice” (2009), il disco è gradevole e ben strutturato, con influenze ambient e post rock che non parevano essere nella palette sonora dei The Antlers.

L’iniziale Strawflower è un pezzo strumentale, che parte con dieci secondi di silenzio: scelta interessante per una band mai banale. Il seguito del lavoro non di discosta mai da atmosfere serene, da primavera/estate (anche i testi spesso spingono in questa direzione). Questa serenità di fondo non deve però far pensare ad un LP commerciale: il gruppo newyorkese ha la sua nicchia di pubblico affezionato, ma le tematiche affrontate soprattutto in passato (dal cancro alla morte dei propri animali domestici) ci fanno capire che i The Antlers non hanno nel successo di massa lo scopo della loro esplorazione musicale.

A parte un episodio debole come Wheels Roll Home, il CD è comunque gradevole e, nelle sue parti migliori (vedi Solstice e Volunteer), rimanda ai migliori giorni del gruppo. Testualmente, Silberman affronta temi più leggeri rispetto al precedente “Familiars” (2014) e ad “Hospice”, aiutato anche da una ritrovata salute fisica e mentale: Solstice ripete “Keepin’ bright, bright, bright” come un mantra e It Is What It Is è un ironico vaffa a chi possa ritenere scadente il lavoro. Invece in Just One Sec ritorna il Silberman più riflessivo: “For just one sec, free me from me” è un indizio chiarissimo di “scissione da sé stessi”.

In conclusione, “Green To Gold” non convertirà nessuno al culto dei The Antlers; nondimeno, Peter Silberman & co. sono tornati col giusto piglio e sembrano pronti a regalarci ancora momenti intimi e commoventi come in passato.

Voto finale: 7,5.

Drake, “Scary Hours 2”

scary hours 2

Il nuovo brevissimo EP a firma Drake trova il famosissimo rapper canadese a un bivio importante: dopo due album apprezzati dai fans ma che hanno lasciato fredda la critica, “Certified Lover Boy” (questo il titolo provvisorio del nuovo disco) sarà una prova fondamentale. Intanto godiamoci questo “Scary Hours 2”: tre buoni pezzi a firma Drake, che pare di nuovo carico e ispirato.

What’s Next, brano che inaugura la collezione e unico senza un featuring, è il pezzo più debole del lotto: pare imitare la trap ora tanto di moda invece di guidare la giovane schiera di rapper. Brillanti novità sono invece presenti in Wants And Needs, con ottimo featuring di Lil Baby, e la conclusiva Lemon Pepper Freestyle, in cui Drizzy annichilisce un pur godibile Rick Ross rappando come ai bei tempi.

Testualmente, “Scary Hours 2” contiene alcuni versi tanto arroganti quanto divertenti; insomma, tipico Drake. Lemon Pepper Freestyle ad esempio è piena di perle: “I sent her the child support, she sent me the heart emoji” e “Wives get googly-eyed regardless of what they husbands do to provide, askin’ if I know Beyoncé and Nicki Minaj… of course” sono i due più emblematici. Invece Wants And Needs è più seria, “Leave me out the comments, leave me out the nonsense” è un messaggio chiaro.

In conclusione “Scary Hours 2”, così come il primo EP della serie, è un antipasto dell’album che verrà: se nel caso del primo “Scary Hours” il CD è stato il prolisso “Scorpion” (2018), senza dubbio il peggiore della produzione del rapper, speriamo davvero che “Certified Lover Boy” mantenga le gustose premesse impostate da “Scary Hours 2”.

Voto finale: 7.

The Horrors, “Lout”

lout

Il nuovo EP della band inglese li trova in un mood decisamente arrabbiato: “Lout” è formato da tre brani feroci, che fanno ritornare alla mente i Nine Inch Nails e il mondo industrial. Se questo breve lavoro è un indizio di nuove mutazioni per la band capitanata da Faris Badwan, beh il prossimo CD del gruppo minaccia di essere il loro disco più metal.

Lout, il singolo di lancio e title track, è il miglior brano del lotto: chitarre abrasive e la voce di Faris più espressiva che mai formano quattro minuti davvero intensi. La seguente Org, pezzo solo strumentale, è più elettronica, più vicina ai recenti lavori di Trent Reznor e compagni piuttosto che a “The Downward Spiral”. Infine abbiamo Whiplash, altro ruggito non per palati delicati.

In conclusione, The Horrors è ormai un marchio riconosciuto del rock alternativo inglese. Nel corso di cinque LP e quindici anni di carriera, i Nostri sono passati dal garage punk di “Strange House” (2007) al rock acido ed elettronico di “V” (2017), con in mezzo vari stop per esplorare shoegaze, psichedelia e post-punk. Insomma, la creatività non manca alla band; “Lout” dimostra ancora una volta che i The Horrors sono pronti a darci soddisfazioni in generi più minacciosi e duri del passato. Non vediamo l’ora di ascoltarne un assaggio più corposo e strutturato.

Voto finale: 7.

Real Estate, “Half A Human”

half a human

Ormai il marchio Real Estate rappresenta una certezza per gli amanti dell’indie rock più tranquillo: Martin Courtney e compagni, nel corso dei cinque album della loro carriera, hanno costruito un seguito magari non largo, ma certo fedele, fin dai lontani tempi di “Real Estate” (2009).

Questo breve EP è perciò “prevedibile” in molti tratti, ma ha la qualità di espandere il sound della band verso territori psichedelici (D+) e quasi ambient (Desire Path) senza snaturare la natura intima della band. Va detto che nel corso del tempo i Real Estate hanno prodotto album davvero notevoli, su tutti “Days” (2011) e “Atlas” (2014), quindi ci aspetteremmo una tendenza di Courtney & co. a voler replicare questi LP; il solo fatto di sentire brani quasi “sperimentali” per i canoni del gruppo è rinfrescante e apprezzabile.

Strana e forse non necessaria la presenza due volte dello stesso brano: la title track, infatti, è presente in una versione più ambiziosa in seconda posizione e, a conclusione del lavoro, accorciata per somigliare alla “solita” melodia dei Real Estate; unico aspetto davvero deludente, va detto, di un EP altrimenti gradevole, con il picco della Half A Human più “allungata”. Considerando che si tratta di scarti del precedente CD “The Main Thing” (2020), non ci possiamo lamentare.

Voto finale: 7.

Recap: febbraio 2021

Anche febbraio è finito. Un mese molto interessante, in cui segnaliamo le nuove pubblicazioni del progetto The Weather Station, dei Weezer, dei Cloud Nothings, di Madlib e di slowthai. Inoltre analizziamo i nuovi lavori di Julien Baker, King Gizzard & The Lizard Wizard, Nick Cave & Warren Ellis e della cantautrice Cassandra Jenkins. Per chiudere, daremo un’occhiata al primo “greatest hits” di The Weeknd. Buona lettura!

The Weeknd, “The Highlights”

the highlights

Chi segue A-Rock da un po’ di tempo sa che Abel Tesfaye, aka The Weeknd, ha secondo noi un posto speciale fra i cantanti pop della nuova generazione. I suoi primi tre lavori, i mixtape che nel 2011 cambiarono la faccia dell’R&B, il famosissimo “House Of Balloons” e i successivi “Thursday” e “Echoes”, sono entrati nella lista dei 200 più bei CD della scorsa decade. Inoltre, i più recenti “Beauty Behind The Madness” (2015) e “After Hours” (2020) sono listati nelle fra i migliori lavori dei rispettivi anni di pubblicazione. Non dimentichiamoci poi che, nella lista delle canzoni migliori del decennio, Abel ha un numero non trascurabile di menzioni.

Insomma, la collezione delle sue canzoni più rinomate non può che essere un appuntamento imperdibile per gli amanti del performer canadese. Starboy, The Hills, Can’t Feel My Face, Blinding Lights… sono tutte presenti le hits più celebri del Nostro. Casomai possiamo obiettare sul mancato inserimento di altre grandi melodie, come House Of Balloons/Glass Table Girls e Montreal, come della totale assenza di pezzi tratti da “Kiss Land” (2013), ma sono inezie in un canzoniere già ricolmo di classici a soli 30 anni di età.

The Weeknd è ormai un nome consolidato nel panorama pop e R&B, autore anche di collaborazioni con Kendrick Lamar, Daft Punk e Lana Del Rey, solo per citare tre dei nomi più rilevanti. “The Highlights” è una raccolta curata e completa, al netto di alcune assenze di peso. Resta comunque fondamentale per entrare nella discografia della star più brillante del panorama musicale contemporaneo.

Voto finale: 8,5.

Nick Cave & Warren Ellis, “CARNAGE”

carnage

Il nuovo disco della leggenda australiana del rock alternativo e del fidato Bad Seed Warren Ellis è un’altra aggiunta di spessore ad una discografia davvero magnifica. Si tratta peraltro della prima collaborazione fra i due non devota alla creazione di una colonna sonora per un film. Riprendendo alcuni dei territori musicali esplorati nei lavori recenti con i Bad Seeds e tornando ad alcune sonorità più rock del passato, Nick Cave ha scritto un CD perfetto per la pandemia che stiamo vivendo: a tratti angosciante, ma con un messaggio di speranza che dà conforto.

“CARNAGE”, letteralmente “massacro”, è un titolo intimidatorio, soprattutto in pieno Covid-19: tuttavia, il tema del virus è solo marginale rispetto alle riflessioni proposte da Cave ed Ellis. Emergono soprattutto i temi della fede e dell’amore, da sempre al centro della poetica di Nick Cave; ma se fino a “Push The Sky Away” (2013) c’era sempre una visione quasi demoniaca, da artista maledetto, la morte tragica del figlio Arthur nel 2015 ha radicalmente cambiato le carte in tavola per Nick Cave & The Bad Seeds, che da quel momento hanno privilegiato ritmi più compassati e sonorità quasi ambient, basti risentirsi “Ghosteen” (2019).

Testualmente, dicevamo che il disco tratta temi svariati: il “kingdom in the sky” ritorna più volte nel corso dell’opera, dapprima nell’iniziale Hand Of God e poi in White Elephant e Lavender Fields. Il messaggio più bello che viene trasmesso dal Nostro, contenuto in quest’ultima composizione, è però dedicato ai nostri cari che ci hanno lasciato: “Where did they go? Where did they hide? We don’t ask who, we don’t ask why there is a kingdom in the sky”. Infine, Shattered Ground affronta il tema del rapport tormentato fra il narratore e la sua partner, con una frase che molti di noi avranno pensato almeno una volta nella vita: “Oh, baby, don’t leave me”, che assume un significato ancora più evocativo in questi tempi difficili.

Il CD è molto compatto: otto brani per 40 minuti. Il contenuto musicale è però davvero notevole: passando dall’art pop di Albuquerque alle sonorità più dure di White Elephant, con in mezzo l’ottima Old Time e una seconda parte più raccolta, “CARNAGE” è ad oggi uno dei migliori dischi di inediti pubblicati nel 2021 (escludiamo infatti il greatest hits di The Weeknd che trovate sopra). Nick Cave ha confermato ancora una volta un talento più unico che raro e, aiutato dal fido Warren Ellis, ha pubblicato un lavoro imprescindibile per gli amanti del cantautore australiano.

Voto finale: 8.

Julien Baker, “Little Oblivions”

little oblivions

Il terzo album della cantautrice originaria del Tennessee è un ulteriore sviluppo del suono sperimentato nell’ottimo “Turn Out The Lights” (2017), il disco che aveva fatto conoscere Julien Baker ad un pubblico più ampio rispetto all’intimo “Sprained Ankle” (2015). Avere una band al completo a supportarla le consente di dare un sound più forte in certi tratti, rendendo “Little Oblivions” il suo CD più variegato.

Le premesse per un buon lavoro erano già state intraviste nei singoli di lancio: sia Hardline che Faith Healer sono highlights immediati del lavoro, le ancore a cui agganciare i brani più raccolti come Crying Wolf e Song In E. In generale, Julien non è mai parsa tanto aperta come sonorità, più vicino all’indie rock dell’amica Phoebe Bridgers di “Punisher” (2020) che al folk delle origini.

Ma, come abbiamo imparato nel corso degli anni, sono i testi la vera meraviglia, per certi versi la parte più angosciante del processo creativo della Baker. La sua sincerità disarmante è particolarmente evidente nei versi più tetri del lavoro: “What if it’s all black, baby, all the time?” canta in Hardline, mentre in Heatwave immagina di prendere l’intera cintura di Orione e legarsela attorno al collo per impiccarsi. Invece in Ringside si picchia fino a sanguinare e in Favor, assistita dalle sue compagne nella band boygenius (Phoebe Bridgers e Lucy Dacus), canta straziata “What right had you not to let me die?”. Essere cresciuta nel sud degli Stati Uniti, omosessuale e profondamente cristiana, ha lasciato tracce indelebili nella psiche della giovane cantautrice, che vengono alla luce nei suoi dischi.

In conclusione, un album che ha brani riusciti come Hardline e Faith Healer (senza scordare Relative Fiction) non può che essere valutato positivamente. Se a questo aggiungiamo testi tanto pessimisti quanto toccanti e una crescita personale e artistica evidente, “Little Oblivions” diventa imperdibile per gli amanti dell’indie rock.

Voto finale: 8.

Cassandra Jenkins, “An Overview On Phenomenal Nature”

an overview

Il secondo album della cantautrice statunitense riafferma una volta di più che il panorama cantautorale femminile è più vivo che mai: negli ultimi anni abbiamo visto emergere volti destinati a scrivere pagine rilevanti in futuro (Phoebe Bridgers, Lucy Dacus, Julien Baker e Sharon Van Etten solo per citarne alcune) e Cassandra Jenkins si aggiunge meritatamente a questa schiera.

“An Overview on Phenomenal Nature” ritmicamente si presenta come un CD a metà fra folk e art pop, un po’ la versione aggiornata al 2021 di “Bon Iver, Bon Iver” (2011) dell’omonimo progetto. Le canzoni sono ovattate, virano alle volte verso il country (Michelangelo), ma pezzi come Hard Drive mostrano tutto il talento compositivo della Nostra.

Liricamente, le sole sette canzoni descrivono soprattutto quadretti di vita quotidiana: una testimonianza di una guardia giurata di un museo; il dolore di sentire che un tuo idolo d’infanzia, con cui avresti dovuto intraprendere un tour, si è suicidato; sentimenti divergenti come sarcasmo e frustrazione… I versi che restano più impressi sono i seguenti: “Empty space is my escape” (Crosshairs), “Baby, go get in the ocean… The water, it cures everything” (New Bikini) e il potente “We’re gonna put your heart back together, are you ready?” in Hard Drive.

In conclusione, la brevità del lavoro gioca sia a favore che contro il risultato finale: se da un lato la noia non affiora mai, è anche vero che i soli 31 minuti ci fanno desiderare qualcosa in più, contando il finale quasi ambient di The Ramble abbiamo infatti soli sei brani cantautorali veri e propri. “An Overview On Phenomenal Nature” resta però davvero interessante nei suoi passaggi migliori e merita almeno un ascolto.

Voto finale: 7,5.

The Weather Station, “Ignorance”

ignorance

Il quinto album della cantautrice Tamara Lindeman, meglio conosciuta come leader del progetto The Weather Station, è una decisa svolta verso territori art pop. Se originariamente la si poteva inquadrare nel folk tipico dei cantautori anni ’60, “Ignorance” ricorda i CD recenti di Weyes Blood e Sharon Van Etten, con un tocco jazz in alcuni brani che arricchisce ulteriormente la ricetta.

Il brano migliore è l’iniziale Robber, un inno anticapitalista che è una lenta progressione verso il raffinato jazz della coda strumentale. Ora che The Weather Station si è arricchita di una band al completo a supportarla (chitarra, basso, sassofono e ben due percussionisti), la differenza rispetto ai minimali CD degli esordi è notevole. Anche Atlantic, la seconda canzone in scaletta, è uno dei migliori esempi di questo nuovo stile di Tamara Lindeman.

Nella seconda parte del lavoro la qualità sembra calare leggermente, a causa di pezzi più prevedibili come Loss e Separated, ma i risultati complessivi restano più che buoni. Da evidenziare anche alcuni passaggi lirici di “Ignorance”: il tema portante (come anche il nome del progetto anticipa) è il cambiamento climatico e l’ignoranza che pervade molti su un tema considerato da Lindeman ineludibile per i prossimi anni. In Atlantic il verso “I should really know better than to read the headlines” è emblematico e nella stessa canzone abbiamo anche “My god, I thought, ‘What a sunset.’”, davvero poetico. È poi interessante l’uso della voce di Lindeman: mai alta nel mix, piuttosto quasi uno strumento come gli altri.

In generale, dunque, “Ignorance” musicalmente non introduce nulla di radicale nel mondo del pop più raffinato. The Weather Station ha prodotto un LP che ricorda quasi uno dei recenti album dei Destroyer, un pop raffinato e sontuoso a tratti, arricchito da liriche spesso acute. Che sia la svolta per Tamara Lindeman? Attendiamo il suo prossimo lavoro per una valutazione più precisa.

Voto finale: 7,5.

Weezer, “OK Human”

ok human

Dopo un 2019 da molti salutato come il peggior anno della ormai lunga carriera dei Weezer, che ha visto l’uscita dei mediocri “Weezer (Teal Album)” e “Weezer (Black Album)”, seguito dal 2020 che tutti conosciamo, Rivers Cuomo & co. hanno in mente un 2021 ricco di sorprese: due CD in uscita, il qui presente “OK Human” e “Van Weezer”, e il tour più atteso dagli amanti del pop-punk, l’Hella Mega Tour in compagnia di Green Day e Fall Out Boy.

La partenza del 2021 è in realtà una boccata d’ossigeno per una band sempre in bilico fra grandi dischi (soprattutto negli anni ’90 del secolo scorso) e flop colossali (uno su tutti: “Make Believe” del 2005). “OK Human” riecheggia ironicamente nel titolo “OK Computer” dei Radiohead (e un brano si intitola Here Comes The Rain, ricorda qualcosa?), ma in realtà i Weezer scanzonati lasciano in questo lavoro il posto a un gruppo maturo, coinvolto come tutti nei lockdown pandemici e con poca voglia di scherzare. Cuomo riecheggia i maestri pop del passato, dai Beach Boys a Serge Gainsbourg passando per Harry Nilsson, con garbo; l’uso di un’intera orchestra arricchisce la ricetta, echeggiando Elton John nei suoi momenti migliori.

I risultati, come già accennato, sono confortanti: al tredicesimo album di inediti (non contando il “Teal Album” che era una raccolta di cover), Rivers Cuomo pare aver trovato una veste che gli si addice oltre quella della rockstar piena di complessi. Pezzi come Playing My Piano e Bird With A Broken Wing sono davvero riusciti, ma in realtà la coesione e la brevità del lavoro (soli 30 minuti) tengono lontana la voglia dei Weezer di sperimentare, che spesso ha fatto deragliare lavori nati sotto una buona stella.

In ambito testuale, i Nostri non lesinano riferimenti all’attualità: Playing With My Piano contiene il verso più rilevante, “Kim Jong-Un could blow up my city, I’d never know”. È una frase che può essere presa come uno scherzo di cattivo gusto o una candida ammissione di impotenza di fronte a qualcosa di incontrollabile: per i Weezer l’unico modo di comunicare con l’esterno è un pianoforte, tanto che la realtà fa un passo indietro. Altrove abbiamo riferimenti all’uso smodato dei social media (Screens) a alla storia della musica (All My Favorite Songs), più prevedibili ma centrati considerando il mood del disco.

In conclusione, dunque, “OK Human” è il disco più convincente dei Weezer dai tempi del “White Album” del 2016: un LP coeso, ben strutturato e sincero, che farà felici i fans del gruppo più affascinati dalla vena pop di Rivers Cuomo e compagni.

Voto finale: 7,5.

Madlib, “Sound Ancestors”

sound ancestors

Il nuovo album di uno dei più leggendari producer viventi di musica hip hop (indimenticabili le sue collaborazioni col defunto MF DOOM) è un CD collaborativo con l’altrettanto stimato Four Tet, nome d’arte di Kieran Hebden. “Sound Ancestors” è un ottimo distillato dello stile dei due autori, che dimostrano una chimica non banale e assemblano un lavoro a metà fra elettronica e rap davvero interessante nelle sue parti migliori.

La gestazione di “Sound Ancestors” è stata lunga: da due anni Otis Jackson Jr. (questo il vero nome di Madlib) inviava dei beats a Four Tet, che nel corso del tempo ha rimodellato il tutto per dare origine alle tracce che compongono il disco. Non per questo però il lavoro è fin troppo elaborato; anzi, specialmente nella seconda parte del CD, i tradizionali campionamenti di Madlib, non particolarmente abbelliti e anzi grezzi, la fanno da padrone, si senta a questo proposito Latino Negro.

La frammentarietà di “Sound Ancestors”, che ammonta a 16 canzoni per 41 minuti totali, rende a volte difficile seguire le peregrinazioni di Madlib e Four Tet, ma la qualità di molte composizioni sopperisce tranquillamente: pezzi come Theme De Crabtree, ottimo inserto jazz, e la folle Loose Goose sono davvero notevoli. Altrove Hebden fa valere maggiormente la sua presenza (si senta Hopprock), mentre altri pezzi sono troppo astratti (la title track ad esempio).

In conclusione, “Sound Ancestors” è un’ulteriore dimostrazione del talento di Madlib, produttore sempre imprevedibile e degno erede del mitico J Dilla (a cui ha dedicato anche un brano del CD, Two For 2 – For Dilla). Per gli amanti dell’hip hop, il disco è davvero imperdibile; ma anche per i semplici curiosi “Sound Ancestors” è un LP che non lascerà indifferenti.

Voto finale: 7,5.

King Gizzard & The Lizard Wizard, “L.W.”

lw

Il nuovo album dell’infaticabile band australiana non smentisce la loro fama di collettivo sempre voglioso di sperimentare: passando dal pop quasi beatlesiano a ritmi più psichedelici, se non hard rock, “L.W.” è l’ennesima dimostrazione del talento di Stu Mackenzie e compagni.

Il CD forma un’ideale coppia col precedente “K.G.”, che flirtava addirittura con il rock mediorientale e nordafricano; questa volta i King Gizzard & The Lizard Wizard fanno una sorta di riassunto di dieci anni di attività, un po’ per ricaricare le batterie un po’ per accontentare i fans di ogni tipo, da quelli metallari a quelli più mainstream.

Rispetto al fratello “K.G.”, questo lavoro è più riuscito e riesce in maniera più convincente ad assemblare tutti i vari tipi di rock provati nel corso della carriera dai Nostri, dal garage allo psichedelico al folk. La chiusura K.G.L.W. si propone quindi come ideale chiusura del cerchio, coi suoi ritmi duri e quasi fuori posto in un LP per il resto tranquillo. I brani migliori sono Supreme Ascendancy e l’epica K.G.L.W., mentre delude un po’ Pleura.

In conclusione, i King Gizzard & The Lizard Wizard si confermano voce tanto prolifica quanto imprescindibile per gli amanti del rock più scanzonato, capaci di passare nel giro di pochi anni dal garage rock (“12 Bar Bruise”, esordio del 2012) al metal (“Infest The Rats’ Nest” del 2019), attraversando ogni altro tipo di sonorità rock, spesso con risultati davvero soddisfacenti. “L.W.” rientra in questa categoria: evidentemente il lockdown ha stimolato la creatività della band. Li aspettiamo al varco alla prossima prova, che a occhio e croce non dovrebbe tardare ad arrivare.

Voto finale: 7,5.

slowthai, “TYRON”

tyron

Il 2020 di slowthai non è stato facile: pronto a spiccare definitivamente il volo dopo l’ottimo esordio “Nothing Great About Britain” (2019), elogiato da molte pubblicazioni specializzate e da un pubblico crescente, ha subito una sorta di linciaggio pubblico a causa della sua folle apparizione agli NME Awards, in cui si è preso a male parole con la conduttrice Katherine Ryan e successivamente con una persona del pubblico, essendo necessario addirittura l’intervento delle guardie presenti per farlo sloggiare. Insomma, un fiasco totale.

Successivamente la questione si è spenta, con la stessa Ryan che ha accettato le scuse e slowthai autore di post affranti sui social network. La rabbia dovuta a questa pessima apparizione pubblica lo ha portato a rintanarsi nella sua psiche, tanto che “TYRON” è un CD decisamente più introspettivo e meno politico di “Nothing Great About Britain”.

“TYRON” è diviso in due metà, la prima più movimentata (e con i titoli tutti in maiuscolo) e la seconda più raccolta (con tracklist in minuscolo), quasi uno specchio del suo carattere, sensibile ma folle allo stesso tempo. Quasi un doppio CD racchiuso in soli 35 minuti: un rischio, che però non produce cattivi risultati. Certo, sono lontani i tempi dello slowthai scatenato di Doorman, stupenda traccia del disco precedente, ma anche in questo album gli highlights non mancano, con una maggiore qualità delle composizioni, abbastanza a sorpresa, nella parte più melodica del lavoro.

Sottolineiamo specialmente il parco ospiti: da Denzel Curry a A$AP Rocky, passando per James Blake e Skepta, slowthai ha usato il suo accresciuto successo per strappare collaborazioni con nomi importanti nel mondo hip hop. I brani migliori sono la quasi folk push e i tried, mentre delude nhs, troppo infantile. Da menzionare anche CANCELLED, con un ottimo Skepta.

Testualmente, il lavoro è ambivalente, come già accennato: da un lato troviamo lo slowthai feroce, che in CANCELLED si scaglia contro la cancel culture che sta piagando le democrazie occidentali nella loro versione più “puritana”; dall’altro abbiamo quello che elogia il servizio sanitario nazionale inglese (nhs) e rima Harry Potter con “lobster” e “vodka” (CANCELLED).

In conclusione, “TYRON” è un erede che non soffre della “sindrome da secondo disco” nei confronti di “Nothing Great About Britain”: slowthai è in forma, gli ospiti arricchiscono il lavoro e la struttura a due facce, per quanto strana e rischiosa, paga. Non male, ma sappiamo che lui può fare di meglio: lo aspettiamo in tempi più sereni e senza la pressione di dover rifarsi una reputazione.

Voto finale: 7.

Cloud Nothings, “The Shadow I Remember”

the shadow i remember

Il nuovo album del gruppo punk-rock statunitense li trova ormai a proprio agio nel sound che li fece conoscere al pubblico grazie a lavori riusciti come “Attack On Memory” (2012) e “Here And Nowhere Else” (2014). Se l’inventiva non è il principale tratto distintivo di “The Shadow I Remember”, di certo il CD non lascia l’ascoltatore rilassato.

Destreggiandosi abilmente fra indie rock e sonorità più robuste, i Cloud Nothings hanno costruito un altro lavoro curato, con liriche frammentarie che trattano il tema della pandemia e dei lockdown necessari per sconfiggerla (o, almeno, contrastarla). I risultati, come già accennato, non sono trascendentali, ma nemmeno mediocri.

Dylan Baldi e compagni hanno abbandonato le grandi cavalcate di 8 minuti (Wasted Days) o addirittura di 10 (Dissolution), tornando verso territori più accessibili, simili a quelli percorsi da “Life Without Sound” (2017). I migliori pezzi sono Nothing Without You e Am I Something, mentre deludono The Spirit Of e Open Rain.

In generale, i Cloud Nothings sembrano aver smarrito quell’ambizione che li rendeva davvero eccitanti; “The Shadow I Remember” probabilmente non verrà ricordato da nessuno dei loro fans come il loro miglior CD. Tuttavia, non si può parlare di un cattivo disco: semplicemente, eravamo stati abituati troppo bene.

Voto finale: 6,5.

Recap: gennaio 2021

Anche gennaio è terminato. Un mese interlocutorio per la musica, in cui cogliamo l’occasione di recensire anche il lavoro dei The Avalanches, il breve EP di Nilüfer Yanya e il ritorno di Paul McCartney, usciti in realtà a dicembre dello scorso anno ma meritevoli di attenzione. Inoltre abbiamo analizzato il secondo album degli shame e il ritorno della cantante R&B Jazmine Sullivan. Buona lettura!

shame, “Drunk Tank Pink”

shame

Il secondo disco degli shame, talentuosa band punk inglese, evita con abilità la “trappola del secondo album” che spesso colpisce gruppi che hanno scritto esordi fantastici quali “Songs Of Praise” (2018), che fra le altre cose era stato oggetto di una rubrica Rising di A-Rock ed era entrato sia nella lista dei migliori CD dell’anno che in quella dei migliori della decade 2010-2019.

Insomma, A-Rock attendeva con trepidazione “Drunk Tank Pink” e gli shame non hanno tradito. Il disco suona più feroce rispetto all’esordio, che flirtava con l’indie rock in larghi tratti. “Drunk Tank Pink” invece è un puro album punk: arrabbiato, feroce, oltre che influenzato dalla pandemia che ormai da un anno sta devastando le nostre vite. Questo sebbene il CD sia pronto da tempo: basti dire che già a febbraio 2020 il lavoro doveva essere pubblicato, ma il Covid-19 ne ha ritardato l’uscita.

E allora come mai il sentimento di isolamento traspare così chiaramente dalle liriche di “Drunk Tank Pink”? Il frontman Charlie Steen, dopo un tour estenuante seguito al successo di “Songs Of Praise”, si è auto-isolato in un ambiente a chiare tinte rosa (da qui il titolo) cercando di recuperare le forze fisiche e mentali. Lo stesso hanno fatto i suoi compagni di band, con effetti sorprendenti sul loro sound: come già accennato, il disco suona davvero feroce in alcuni tratti, si sentano per esempio 6/1 e la cacofonica Station Wagon che chiude il disco. Merito anche dello sperimentalismo alla chitarra di Sean Coyle-Smith e della produzione di James Ford, già all’opera con Arctic Monkeys e Foals.

Non per questo gli shame rinunciano totalmente all’essere amichevoli con l’ascoltatore: l’iniziale Alphabet è un ottimo singolo di lancio, così come la funky Nigel Hitter. Tuttavia, le migliori canzoni sono quelle propriamente punk, su tutte Water In The Well. Invece sotto la media proprio Nigel Hitter.

Le liriche, come dicevamo, trasudano angoscia e malinconia malgrado siano state scritte pre-Covid: in March Day Steen urla “In my room, in my womb, is the only place I find peace”. Invece in Water In The Well emerge il lato più canzonatorio degli shame: “Which way is heaven, sir? We all got lost somehow” è un verso davvero ironico. Infine Station Wagon conclude epicamente “Drunk Tank Pink” con le seguenti, ambiziose parole: “Nobody said this was going to be easy and with you as my witness I’m going to try and achieve the unachievable”.

In generale, dunque, “Drunk Tank Pink” non è affatto una replica del fortunato “Songs Of Praise”, quanto piuttosto una prova ulteriore del talento degli shame. Il mondo punk inglese ha ufficialmente trovato un altro gruppo imprescindibile: ispirandosi un po’ ai Parquet Courts, un po’ ai Talking Heads (con spruzzate del jazz caro ai black midi), gli shame hanno scritto il primo LP davvero importante del 2021.

Voto finale: 8.

Paul McCartney, “McCartney III”

paul

Sir Paul McCartney non ha bisogno di introduzione: la sua è ormai una carriera leggendaria che, giunta al ventunesimo (!!) album di inediti, non vuole proprio fermarsi. “McCartney III” è la chiusura ideale della trilogia iniziata con l’esordio solista del 1970, “McCartney”, e proseguita poi con “McCartney II” (1980). La caratteristica di tutti questi CD è di essere suonati interamente da Paul in persona, che li ha spesso utilizzati per i suoi esperimenti più arditi (ad esempio Temporary Secretary), con atmosfere decisamente meno pop di un tipico disco dei Beatles, ma sempre appetibili da una larga fetta di pubblico.

“McCartney III” non è da meno: le 11 canzoni vanno dall’esperimento folk-blues di Long Tailed Winter Bird al pop-rock della squisita Find My Way al pop beatlesiano di Pretty Boys, per poi sfociare nella stramba Deep Deep Feeling, ben otto minuti di rock à la David Bowie su morbide tastiere. Insomma, un pot-pourri mai scontato, decisamente non coeso ma intrigante nel complesso. I risultati migliori Paul li raggiunge in Find My Way e Pretty Boys, mentre delude un po’ Women And Wives.

Liricamente, McCartney cerca di calarsi nella drammatica temperie storica del 2020: il CD, uscito a dicembre dello scorso anno, rievoca la triste condizione di isolamento totale in cui è stato arrangiato, specialmente in Find My Way (“You never used to be afraid in days like these, but now you’re overwhelmed by your anxieties” è un verso potente) e Seize The Day, che nella semplicità della lirica “It’s still alright to be nice” ci ricorda che la gentilezza è una qualità sottovalutata, specialmente in tempi di pandemia.

Un cantante della caratura di Paul McCartney, che era stato in grado di restare sulla cresta dell’onda anche negli anni ’10 del XXI secolo grazie alle collaborazioni di successo con Mark Ronson (Alligator e New) e Kanye West in collaborazione con Rihanna (FourFiveSeconds), aveva prodotto con “Egypt Station” (2018) un album lungo e caotico, che faceva presagire un’ispirazione ormai esaurita per il cantautore inglese. Ritrovarlo in così buona forma solo due anni dopo, capace di stupirci come ai bei tempi, è un’ulteriore dimostrazione che, nella musica, l’età non conta.

Voto finale: 8.

The Avalanches, “We Will Always Love You”

the avalanches

Il nuovo disco degli australiani The Avalanches, uno dei nomi più importanti della plunderphonics (ovvero quella corrente della musica elettronica che ricava suoni e impulsi da migliaia, letteralmente migliaia, di frammenti tratti da musiche del passato), si è fatto attendere relativamente poco. Basti pensare che fra l’esordio fulminante “Since I Left You” (2000) e il pregevole “Wildflower” (2016) sono passati sedici anni! “We Will Always Love You” invece arriva “solo” quattro anni dopo.

Il messaggio del disco pare scritto già nel titolo: il gruppo avrà preparato la solita ricetta fatta di canzoni zuccherose, elettronica soft alternata a toni più dance, con testi gioiosi o melensi, nel peggiore dei casi. Beh, le prime impressioni sono solo parzialmente corrette: i The Avalanches infatti dedicano la gran parte delle canzoni allo spazio, con chiari riferimenti sparsi fra le ben 25 canzoni che compongono l’ambizioso CD. Altra presenza ricorrente è la scomparsa attrice Barbara Payton, a cui è dedicata la seconda canzone del lavoro e la cui figura tragica, con la morte a 39 anni per droga come conclusione, ispira i momenti più introspettivi.

Ancora una volta, come già in “Wildflower”, gli ospiti sono la parte maggiore dell’interesse per un LP dei The Avalanches: affiancare nella stessa canzone MGMT e Johnny Marr può essere pretenzioso, ma The Divine Chord è davvero carina. Inoltre abbiamo fra gli altri Kurt Vile, Denzel Curry, Jamie xx, Blood Orange e Tricky, senza dimenticarci Mick Jones (ex The Clash) e Rivers Cuomo dei The Weezer. Insomma, un CD davvero variegato tanto quanto imprevedibile!

Forse troppo, a dirla tutta, tanto che anche dopo ripetuti ascolti digerire i tanti contenuti presenti non è per nulla facile. Si passa infatti dagli iniziali brevi brani Ghost Story e Song For Barbara Payton, quasi completamente recitati, alla psichedelia di The Divine Chord, al soul con spruzzate di elettronica di Reflecting Light, al trip hop di Until Daylight Comes. I brani migliori sono Wherever You Go e Take Care In Your Dreaming, mentre deludono Until Daylight Comes e Born To Lose.

Anche testualmente “We Will Always Love You” trasmette il concetto espresso nel titolo nei modi più svariati possibili: Solitary Ceremonies descrive una ragazza in contatto col celebre compositore Franz Liszt, che la ispira anche dall’aldilà guidando le sue mani sul pianoforte. Wherever You Go si apre con una trasmissione registrata dalla NASA e spedita nei Voyager 1 e 2 nelle rispettive missioni spaziali. I riferimenti allo spazio, come già accennato, sono numerosi: anche il rapper Pink Siifu in Running Red Lights immagina di volare in cielo e ascoltare la musica delle stelle.

In generale, dunque, la specialità dei The Avalanches è sempre stata quella di evocare paesaggi e tempi del passato senza per questo suonare nostalgici o attaccati ad un mondo che non tornerà più. “We Will Always Love You” è un disco non perfetto, ma che attraverso brani leggeri e atmosfere rilassate riuscirà sicuramente a rendere più sereno l’ascoltatore per i 71 minuti della sua durata.

Voto finale: 8.

Nilüfer Yanya, “Feeling Lucky?”

unnamed

Il nuovo EP della talentuosa cantautrice Nilüfer Yanya rappresenta un’interessante evoluzione della sua estetica: se nell’esordio “Miss Universe” (2019) avevamo imparato a conoscerla come una popstar in divenire, con un’insolita vena jazz, “Feeling Lucky?” è uno sguardo all’indie rock che promette cambiamenti nel prossimo CD vero e proprio a suo nome.

Crash è un esperimento che mescola domande esistenziali e un po’ inquietanti (“If you ask me one more question, I’m about to crash”) con chitarre distorte e la voce di Nilüfer sepolta sotto, a volte inintelligibile. Invece la seguente Same Damn Luck richiama le atmosfere ovattate dell’indie rock di Soccer Mommy, risultando nel brano più solido del lotto. A chiudere “Feeling Lucky?” abbiamo Day 7.5093, altro brano scanzonato e ottimamente confezionato.

Il lavoro si conclude forse troppo presto, con i tre brani che sono così invitanti e ben fatti. A suo modo, però, l’EP è un’ottima anticipazione del prossimo album a firma Nilüfer Yanya, un nome da tenere d’occhio nel panorama pop-rock internazionale.

Voto finale: 7,5.

Jazmine Sullivan, “Heaux Tales”

jazmine

Sei anni sono passati dal precedente lavoro di Jazmine Sullivan: “Reality Show”, terzo LP della sua carriera, risale infatti al 2015 e la cantautrice statunitense pareva lanciata verso la fama. Poi è arrivata una pausa piuttosto lunga, da cui esce questo intrigante lavoro, molto frammentato (32 minuti formati da ben 14 canzoni) ma coeso e ben fatto.

Le otto canzoni vere e proprie del disco sono infatti intervallate da brevi intermezzi, titolati “tales”, in cui dei personaggi femminili prendono alternativamente la parola sul tema portante del lavoro: il sesso e la concezione che la società ha di esso. Jazmine non si vergogna infatti a mettere in evidenza il suo punto di vista sulla questione, spesso con versi “diretti” e senza peli sulla lingua. Questa, a seconda dell’ascoltatore, può essere una qualità oppure una questione che a lungo andare diventa noiosa e monotona.

A prescindere dalle liriche, il CD in realtà è davvero curato: la bella voce della Sullivan è un valore aggiunto nel corso dei 32 minuti di “Heaux Tales”, passando dal rap (Put It Down) all’R&B più sensuale (On It). Gli intermezzi sono a tratti interessanti punti di vista (Antoinette’s Tale), ma alla lunga possono risultare evitabili. I pezzi migliori sono Pick Up Your Feelings e The Other Side, mentre delude un po’ Lost One.

In conclusione, “Heaux Tales” è uno dei primi CD di black music degni di essere ascoltati nel 2021: Jazmine Sullivan non sembra tornare da un’assenza di sei anni dalla scena, tanta è la sua confidenza e sicurezza nei propri mezzi. Non parliamo di un capolavoro, ma la mezz’ora di durata del disco passa bene.

Voto finale: 7.

Gli album più attesi del 2021

Archiviato il 2020, A-Rock è già all’opera per il nuovo anno: quali sono gli album più attesi del 2021?

Se l’anno passato avevamo indicato come CD più intriganti quelli di Tame Impala e The 1975 (e a ragione, visto che entrambi sono entrati nella top 10 dei 50 album migliori del 2020), nel 2021 i lavori a cui guardiamo con maggiore interesse sono rispettivamente quelli di Kendrick Lamar e Lana Del Rey. K-Dot è ormai entrato nella storia dell’hip hop con album come “good kid, m.A.A.d city” (2012) e “To Pimp A Butterfly” (2015), senza scordarsi di “DAMN.” (2017); il suo quinto album vero e proprio di inediti segnerà un altro passaggio cruciale nell’affermazione del rap come genere imperante nelle classifiche e nella società? Un discorso simile vale per Lana: il precedente “Norman Fucking Rockwell!” è stato l’album del 2019 per A-Rock e molte altre pubblicazioni, oltre che un grande successo commerciale; riuscirà il suo erede, dal titolo “Chemtrails Over The Country Club”, a mantenere tutte le attese riposte in lei da parte di pubblico e critica?

Passando al rock, abbiamo anche in questo caso artisti attesi al varco: gli Arcade Fire, ad esempio, vengono dal loro lavoro più debole, “Everything Now” (2017), un riscatto è necessario per una delle migliori band del XXI secolo. Invece i The War On Drugs devono proseguire sul percorso di crescita intrapreso con “Lost In The Dream” (2014) e “A Deeper Understanding” (2017); un discorso simile vale per Iceage e Parquet Courts, che hanno pubblicato con i loro ultimi LP “Beyondless” e “Wide Awake!” (entrambi del 2018) due lavori variegati e che aprivano strade interessanti al loro punk-rock. Due giovani voci che A-Rock ha già analizzato in passato e inserito nelle liste di fine anno sono Julien Baker e shame: se la prima è attesa al varco dopo “Turn Out The Lights” (2017), il gruppo punk inglese dopo il fulminante esordio “Songs Of Praise” (2018) dovrà confermarsi. Un doveroso rimando poi va ai nuovi (o meglio dire “vecchi”) Red Hot Chili Peppers, che hanno riaccolto John Frusciante: vedremo se l’ispirazione è tornata quella dei tempi migliori. Infine menzioniamo Queens Of The Stone Age e Phoenix, che forse hanno dato il meglio, ma sono comunque nomi importanti nello scenario rock.

Il mondo del pop, dal canto suo, pare che vivrà un 2021 tumultuoso: se già abbiamo citato il nuovo disco di Lana Del Rey, come dimenticarsi che sia Lorde che Adele che Billie Eilish, forse anche Rihanna, potrebbero pubblicare i seguiti a CD che spesso avevano segnato la loro definitiva affermazione anche fra i critici di professione (soprattutto Lorde e RiRi)? Billie, dal canto suo, deve dare un seguito al clamoroso “WHEN WE ALL FALL ASLEEP, WHERE DO WE GO?” (2019); che aveva travolto il mondo della musica due anni fa. Invece il nuovo LP di Adele segue di ormai sei anni “25” (2015): un erede è davvero necessario. Discorso diverso per St. Vincent: Annie Clark è una delle figure più interessanti a cavallo fra pop e rock, specialmente dopo “MASSEDUCTION” (2017), vedremo l’ispirazione dove la porterà.

Il lato hip hop della musica vivrà un 2021 davvero pieno di uscite importanti. Se abbiamo già anticipato che Kendrick Lamar è il più atteso assieme a Lana Del Rey da A-Rock, non dimentichiamoci che il 2021 è l’anno in cui verrà pubblicato, come già anticipato da Drake stesso, “Certified Lover Boy”, il seguito del controverso “Scorpion” (2018): dopo un 2020 che lo ha visto dare alla luce il mixtape “Dark Lane Demo Tapes”, discreto ma nulla più, il canadese deve dimostrare che il successo commerciale può essere accompagnato dal rispetto della critica. Discorso diverso per Danny Brown, che via social ha dichiarato che quest’anno arriverà “XXXX”, seguito del CD che lo ha fatto conoscere al mondo, “XXX” del 2011. Il suo stile, pazzoide ma creativo, sarà un toccasana per la scena hip hop. Il giovane rapper inglese slowthai invece seguirà il grande esordio “Nothing Great About Britain” (2019) con “TYRON”: manterrà le aspettative? Come non menzionare Travis Scott poi, uno dei nomi più trendy degli ultimi anni, atteso con “Utopia”? Chiudiamo la rassegna con il caldissimo Denzel Curry, che nel 2020 ha pubblicato due brevi ma piacevoli lavori e pare pronto a dare alla luce “Melt My Eyez, See Your Future”, e Vince Staples, reduce da un 2020 piuttosto opaco e caratterizzato da singoli molto deboli: speriamo possa recuperare la forma migliore nell’anno nuovo.

Per finire, abbiamo degli album ormai mitici, almeno nell’immaginario collettivo, probabilmente destinati a vedere la luce prima o poi… ma chissà quando! Per esempio, “Masochism” di Sky Ferreira è dibattuto ormai da anni, con la stessa Sky che pareva pronta nel 2019 a pubblicarlo ma poi era stata fermata dalla pandemia e dalla decisione di non farlo fino alla cacciata di Donald Trump dalla Casa Bianca. Chissà quindi che il 2021 non sia l’anno buono. Stendiamo un velo pietoso poi su “Dear Tommy”, il fantomatico seguito di “Kill For Love” dei Chromatics (che nel frattempo hanno pubblicato altri CD peraltro).

Se quindi il 2020 è stato un anno interessante, almeno per il mondo della musica, chissà il 2021 cosa ci riserverà! A-Rock proverà come sempre, al meglio delle sue possibilità, a darvi una copertura ampia e variegata!

I 7 album più deludenti del 2020

Il 2020 è stato un anno difficile per tutti, ma la musica per molti ha rappresentato una valvola di sfogo cruciale nei mesi più drammatici che abbiamo vissuto. Allo stesso tempo, come ogni anno, vi sono anche stati anche CD davvero deludenti, a volte da artisti da cui ci aspettavamo ben altro. Parliamo dei lavori di NAV (che ci ha “deliziato” con addirittura tre uscite), 6ix9ine, Justin Bieber, Diplo e dei Black Eyed Peas.

6ix9ine, “TattleTales”

6ix9ine

Può un rapper accusato e condannato di pedopornografia avere ancora una carriera musicale di successo? Siamo nel 2020, tutto è possibile.

La triste storia di Daniel Hernandez, noto in precedenza come Tekashi 69 e ora come 6ix9ine, è stata (ed è tuttora) uno dei simboli di dove la follia da social può portare la musica così come la conosciamo. Hernandez è stato arrestato dopo aver confessato di avere avuto rapporti con una tredicenne nel 2015, quando lui aveva 18 anni. Non contento, ha pubblicato il video in rete, provocando altre polemiche e accuse penali ai suoi danni, lui che già in precedenza era stato in galera per aggressione e vendita di eroina. Basti dire che è uscito dal carcere solo il 2 aprile 2020 dopo avere patteggiato e per motivi legati all’asma di cui soffre.

Tuttavia, Daniel è una celebrità sui social, dove prende in giro i rapper del momento, crea meme divertenti e ha legioni di followers pronti a seguirlo in ogni sua avventura e a negare l’evidenza di fronte ai reati di cui si è macchiato.

C’è davvero bisogno di parlare di musica composta da un personaggio del genere? Sarebbe probabilmente superfluo, ma basti dire che “TattleTales” flirta con il peggiore pop latino e affronta la trap nel modo più diretto: testi finti trasgressivi, melodie esagerate… quasi come se 6ix9ine ci stesse trollando tutti, ma forse è proprio questa la sua intenzione?

PS: ad oggi, su Spotify, 6ix9ine conta più di undici milioni di streaming mensili. 11.000.000! Nessun commento è necessario per farci capire la condizione in cui versa il nostro malandato pianeta.

Black Eyed Peas, “Translation”

translation

Il complesso statunitense, privo della carismatica Fergie, ha tentato con “Translation” la strada del reggaeton più spinto, con risultati… beh, catastrofici. Se un tempo i Black Eyed Peas erano noti per le melodie a metà fra rap e pop, con successi come I Gotta Feeling e Where Is The Love?, “Translation” è senza direzione e, malgrado alcune tracce accettabili, paga alcune scelte testuali scriteriate.

RITMO e MAMACITA sono state hit estive innegabili, anche grazie a featuring azzeccati come J. Balvin e Ozuna, ma il resto del CD è davvero spazzatura. Le canzoni affogano nel reggaeton più trito e, dopo cinque pezzi, arrivare in fondo comincia ad apparire un’impresa difficoltosa. Ma a colpire negativamente sono i testi, specialmente due: ACTION e NEWS TODAY.

Il ritornello della prima suona più o meno così: “Bra-ta-ta-ta-ta, bra-ta-ta-ta, give me action… Bra-ta-ta-ta-ta, bra-ta-ta-ta, give me satisfaction… Bra-ta-ta-ta-ta, bra-ta-ta-ta, give me action… Bra-ta-ta-ta-ta, come on, brr, brr, woo”. Nulla da aggiungere. Ma NEWS TODAY vince la gara per testo più sconcertante del 2020: “There’s an invisible enemy, just knocked out Italy… Keep the mask on cause if you cough they gon’ look at you like you did a felony”; e poi “They said don’t worry folks, it’s all a hoax, the news is fake and it’s all a joke… The death toll’s rising with broken hopes, now they got the cure and an antidote”.

All’incrocio fra teorie cospirative, ingenuità colossali e messaggi contraddittori: insomma, un fiasco totale.

Diplo, “Diplo Presents Thomas Wesley Chapter 1: Snake Oil”

diplo

Il terzo album vero e proprio del celebre produttore, uno dei simboli della scena EDM dei primi anni ’10, è un disastro colossale. La volontà evidente di Diplo era di salire sul carro del country-pop di Lil Nas X, autore della hit più virale degli ultimi anni, Old Town Road (di cui peraltro Diplo ha rilasciato un remix). Tuttavia, i risultati rimandano all’idea che una persona che odia il country ha del genere: testi insulsi, melodie iper-prevedibili e zero innovazione in un genere che ne avrebbe molto bisogno.

Se contiamo i featuring presenti, il CD in realtà prometteva almeno di essere imprevedibile: Orville Peck, Young Thug, i Jonas Brothers e Noah Cyrus (sorella di Miley) sono tanto variegati quanto difficili da coagulare intorno ad un progetto compiuto… e proprio questo è il tallone d’Achille del lavoro.

L’integrazione di country, EDM e hip hop è decisamente un percorso per artisti ambiziosi e sicuri di poter usare il loro nome per attirare gli ascolti del pubblico generalista. Allo stesso tempo, se nessuno prima ci aveva provato, un motivo ci sarà stato… Abbiamo una gentile richiesta per Diplo: per favore, risparmiaci i capitoli successivi della storia di Thomas Wesley.

Justin Bieber, “Changes”

changes

Chi segue A-Rock da un po’ sa cosa pensiamo della parabola artistica di Justin Bieber, il teenager diventato star mondiale ancora quindicenne attraverso canzoni quantomeno ingenue ma amate da quasi tutte le ragazze sue coetanee (e spesso anche dalle mamme).

Justin si è preso del tempo per cercare di apparire un artista almeno rispettabile, componendo con “Purpose” (2015) un CD quantomeno discreto, con un’attitudine più matura e canzoni più strutturate. Per questo è davvero un peccato che “Changes” sia uno dei dischi peggiori di un 2020 già difficile per vari motivi.

Il singolo di lancio Yummy, tanto pervasivo quanto brutto, era un pessimo segnale; il featuring di Lil Dicky in Running Over un ulteriore indizio che il peggio stava per arrivare… ma le collaborazioni con artisti più rispettabili come Post Malone e Travis Scott avevano fatto sperare che invertire la rotta fosse ancora possibile.

Il CD invece è un pessimo lavoro, infarcito di luoghi comuni sul matrimonio che riecheggiano un altro LP già visto su questa colonna, “The Big Day” di Chance The Rapper (2019). A stupire è che la giuria dei Grammy lo abbia candidato a ben quattro premi, tra cui CD pop con la migliore prova vocale. Ma del resto, da chi nel 2016 ha premiato come album dell’anno “1989” di Taylor Swift invece di “To Pimp A Butterfly” di Kendrick Lamar, non ci potevamo aspettare scelte molto diverse.

NAV, “Good Intentions” / “Brown Boy 2” / “Emergency Tsunami”

In un 2020 in cui molti artisti di livello hanno pubblicato due album, spesso riuscendo in entrambi i casi a sfornare CD interessanti (citiamo solo due esempi: Nicolas Jaar e Taylor Swift), NAV ha deciso di fare le cose in grande: pubblicare addirittura tre lavori!

Il problema è che tutti e tre sono davvero pessimi, un malcelato tentativo di non allontanare mai i riflettori da sé; preso da solo, “Good Intentions” è un brutto album trap, troppo lungo e ripetitivo ma almeno che rientra nell’estetica del personaggio. Se però a questo aggiungiamo i due mixtapes “Brown Boy 2” e “Emergency Tsunami”, abbiamo quasi due ore di musica davvero prevedibile, uno dei motivo per cui la trap è così odiata da gran parte del pubblico poco avvezzo all’hip hop.

A cercare con attenzione, dai tre lavori sarebbe anche possibile ottenere un CD decente di 40-45 minuti, ma NAV ha fatto di tutto per massimizzare i risultati dello streaming, un errore compiuto da sempre più artisti al giorno d’oggi. I risultati, esteticamente parlando, ne sono una chiara evidenza. Menzione finale per la cover di “Brown Boy 2”, senza dubbio fra le peggiori dell’anno.

Recap: novembre 2020

Novembre è ormai finito. Un mese tranquillo rispetto al gran numero di dischi usciti ad ottobre, in cui A-Rock si è concentrato anche sui dischi dal vivo. Abbiamo infatti i nuovi CD live dei The War On Drugs e di Nick Cave; oltre a questi due album le recensioni riguardano il ritorno dei King Gizzard & The Lizard Wizard, il nuovo LP di Miley Cyrus e il breve EP a firma Phoebe Bridgers.

Nick Cave, “Idiot Prayer: Nick Cave Alone At Alexandria Palace”

nick cave

L’album del cantautore australiano lo vede cimentarsi in versioni decisamente intime di alcuni dei suoi più grandi successi. Nick Cave e il pianoforte, nessun pubblico e zero pause; gli 84 minuti del CD però scorrono serenamente, con canzoni classiche riviste ma non stravolte e una selezione che spazia dagli esordi al recente “Ghosteen”, toccando anche il progetto Grinderman. Quale regalo migliore per i fans del Re Inchiostro?

Questa volta, quindi, Nick non è accompagnato dai fidi Bad Seeds, ma non per questo il live risulta povero: anzi il carico emozionale di canzoni strazianti come quelle estratte da “Skeleton Tree” (2016) e “Ghosteen” (2019), ovvero dai lavori composti dopo la tragica scomparsa del figlio Arthur, è ancora maggiore in questa versione ridotta all’essenziale. “Idiot Prayer: Nick Cave Alone At Alexandria Palace” è quindi un LP davvero importante, soprattutto per gli amanti del Nostro, che troveranno una sorta di greatest hits in versione acustica.

Quasi un terzo dei brani riprodotti è stato estrapolato dal capolavoro di Nick Cave & The Bad Seeds, “The Boatman’s Call” (1997), ma abbiamo anche successi più vecchi come The Mercy Seat (da “Tender Prey” del 1988) e The Ship Song, contenuta in “The Good Son” del 1990. Contiamo però anche un inedito, Euthanasia, che ben si sposa col ciclo inaugurato da “Push The Sky Away” (2013). I più riusciti sono Sad Waters e Nobody’s Baby Now, ma nessuno è fuori fuoco o tale da interrompere la magia di godersi la bella voce di Nick Cave accompagnata solo dal pianoforte.

In conclusione, questo CD farà la felicità dei fans recenti e di primo pelo di Nick Cave, mai così profondo e toccante. Certo, la staticità data da suonare solo il pianoforte per quasi un’ora e mezzo può risultare evidente alla lunga, ma l’ascolto rimane consigliato.

Voto finale: 8.

The War On Drugs, “LIVE DRUGS”

live drugs

Il primo disco live del complesso originario di Philadelphia è un gradito regalo per fans e pubblico in generale. I The War On Drugs sono infatti uno dei gruppi rock più rispettati degli ultimi anni, vincitori del Grammy per Miglior Album Rock per “A Deeper Understanding” (2017) e degni eredi di Bruce Springsteen. “LIVE DRUGS” è quindi non per caso uno dei migliori album live del 2020 e un’ulteriore dimostrazione del talento di Adam Granduciel e compagni.

Il flusso dei pezzi è decisamente piacevole e ben orchestrato e le canzoni, pur essendo registrate in momenti diversi dell’ultimo tour, paiono essere state suonate una di seguito all’altra. A farla da padrone sono i singoli di maggior successo della band, tratti prevalentemente da “Lost In The Dream” (2014) e dal già citato “A Deeper Understanding”. A stupire è l’inclusione di Buenos Aires Beach, presa da “Wagonwheel Blues” (2008), oltre che di Accidentally Like A Martir, cover di un brano di Warren Zevon.

Come sempre nei live, a fare la differenza deve essere la capacità dell’artista di suonare in maniera credibile e appassionata le versioni di studio e, magari, di adottare quei due/tre accorgimenti che rendano il pezzo davvero indimenticabile. È il caso di Strangest Thing, quasi piatta fino al devastante assolo che anche nella versione “pulita” fa decollare il pezzo. Da elogiare anche An Ocean Between The Waves, che apre magistralmente “LIVE DRUGS”; invece sotto la media la parte centrale del lavoro.

In generale, la cadenza triennale dei nuovi CD dei The War On Drugs ci aveva fatto sperare che il 2020 avrebbe visto venire alla luce il quinto lavoro del gruppo americano; sfortunatamente per il momento non è questo il caso. Non è male tuttavia avere un LP dal vivo di Adam Granduciel e co., una testimonianza ulteriore che il rock può ancora scrivere pagine di grande musica.

Voto finale: 8.

Miley Cyrus, “Plastic Hearts”

plastic hearts

La popstar americana ha prodotto, con “Plastic Hearts”, il suo CD più rock; questa è un’altra svolta in una carriera che ne ha già avute molte, non tutte contraddistinte da successo di critica e di pubblico. Se la fu Hannah Montana era partita da un pop tanto ovvio quanto amato dalle adolescenti di mezzo mondo, i successivi tentativi avevano spaziato fra hip hop (“Bangerz” del 2013) e country-pop (“Younger Now” del 2017) per poi tornare in territori rap (l’EP “She Is Coming” del 2019). Nessuna di queste direzioni musicali aveva portato alla consacrazione della figlia di Billy Ray Cyrus, tanto che la Nostra aveva addirittura tentato di collaborare con i Flaming Lips nel fiasco “Miley Cyrus & Her Dead Petz” (2015) per trovare pace.

È strano, ma non improbabile, che una carriera di tale successo ma tanto controversa trovi il suo miglior risultato in un 2020 tragico per Cyrus: “She Is Coming” doveva essere il primo EP di una trilogia, ma la pandemia, il divorzio dall’attore Liam Hemsworth e gli incendi che hanno colpito gli Stati Uniti, distruggendo i suoi archivi, hanno convinto Miley a scartare l’idea e a buttarsi a capofitto nel rock anni ’80, condividendo cover dei Blondie e dei The Cranberries e componendo, con “Plastic Hearts”, il primo CD ad oggi della sua epoca rock. Che sia questo il futuro di Miley Cyrus?

Gli episodi degni di nota sono molti: dal pop-rock di WTF Do I Know, che pare una hit di P!nk, al successo meritato dei singoli Midnight Sky e Prisoner (quest’ultimo con la collaborazione di Dua Lipa), passando per la title track, il CD brilla davvero in molte sue parti. È un peccato che vi siano anche episodi più prevedibili come Hate Me e Never Be Me, che intaccano il risultato finale, altrimenti avremmo il capolavoro definitivo a firma Miley Cyrus. Menzioniamo anche gli altri collaboratori di un album davvero ricco anche sotto questo punto di vista: Billy Idol, Stevie Nicks, Mark Ronson e Angel Olsen sono i nomi più prestigiosi.

Liricamente, “Plastic Hearts” faceva presagire testi arrabbiati, anche a causa del divorzio da Hemsworth, invece Miley cerca anche di parlare di altri aspetti della sua vita, dalle dipendenze alla depressione. Nulla di nuovo nel mondo pop; il verso più ovvio, forse, ma anche il più onesto è “I don’t miss you, but I think of you and I don’t know why”, contenuto in High, chiaramente diretto all’ex marito. Altra lirica potente, questa volta contro la stampa, è “I was tryin’ to own my power, still I’m tryin’ to work it out… and at least it gives the paper somethin’ they can write about” (Golden G String).

Mescolando pop, rock e country, una delle popstar più sopravvalutate (secondo molti) dello scenario musicale ha trovato la sua voce, peraltro esplorando territori che non le parevano consoni. Miley Cyrus potrebbe aver composto il CD della svolta, quello che le darà confidenza nei propri mezzi e il rispetto della critica. Vedremo dove la porterà l’ispirazione: finora non ha mai composto un LP sulla stessa linea del precedente…

Voto finale: 7,5.

King Gizzard & The Lizard Wizard, “K.G.”

kg

L’instancabile band australiana ha pubblicato il sedicesimo (!) album di studio di una carriera tanto frenetica quanto avventurosa e, nei suoi tratti migliori, eccitante. Dal garage rock di “12 Bar Bruise” (2012) al metal di “Infest The Rats’ Nest” (2019), passando per il rock psichedelico di quasi tutti i lavori nel mezzo e il jazz-rock di “Sketches Of Brunswick East” (2017), i King Gizzard & The Lizard Wizard si sono affermati come uno dei gruppi fondamentali della scena rock.

“K.G.” prova ad ampliare ulteriormente i confini sonori del gruppo, flirtando con atmosfere mediorientali, basti sentire K.G.L.W. e Straws In The Wind. Nei pezzi che fin da subito fanno presa sul pubblico però la formula vincente resta quella del garage rock, magari più educato rispetto alle origini, mescolato con abbondanti dosi di psichedelia. I migliori esempi sono Automation e la stramba Intrasport, che pare presa da un disco dei Primal Scream; convince meno invece Honey.

Se passati LP come “Flying Microtonal Banana” e “Polygondwanaland”, entrambi facenti parte del folle 2017 dei King Gizzard, che li vide pubblicare cinque (!!) CD, erano fin da subito entrati fra i preferiti dei fans, questo “K.G.” richiede maggiore pazienza. Non è un lavoro disprezzabile, anzi il complesso aussie continua a sperimentare, ma non raggiunge le vette dei dischi più folli e riusciti dei KG&TLW. Averne, però, di artisti così sfrontati e incuranti di mantenere fedele il pubblico più conservatore.

Voto finale: 7.

Phoebe Bridgers, “Copycat Killer”

phoebe

Il 2020 ha portato a Phoebe Bridgers tante soddisfazioni: un album, “Punisher”, da molti considerato uno fra i migliori dell’anno, candidature multiple ai Grammy e un’esposizione al grande pubblico decisamente aumentata rispetto al raccolto esordio “Stranger In The Alps” (2017).

Insomma, immaginarla reinventare alcuni dei migliori brani di “Punisher” in chiave acustica e, verrebbe da dire, lirica, non era prevedibile. “Copycat Killer” ricalca un po’ l’operazione estetica praticata da Angel Olsen con “All Mirrors” (2019) e “Whole New Mess” (2020), ma al contrario. Le quattro tracce che compongono questo breve EP sono quindi molto lontane dall’estetica folk-rock della Nostra, ma non disprezzabili, grazie anche alla collaborazione di Rob Moose, già visto in compagnia di artisti del calibro di Bon Iver, FKA twigs e The Killers.

Kyoto, ad esempio, in “Punisher” era un grande pezzo indie rock; in “Copycat Killer” invece perde qualsiasi ritornello, diventando un pezzo quasi à la Dirty Projectors. Invece Chinese Satellite mantiene sostanzialmente intatta la struttura originale. I restanti due pezzi, Savior Complex e Punisher, chiudono un CD davvero strano, ma che apre scenari inesplorati per Phoebe.

La voce della cantautrice splende più che mai in “Copycat Killer”, specialmente in Punisher, rendendo chiaro (per chi ancora ne dubitasse) che il mondo indie ha trovato un’interprete davvero talentuosa. Se il 2020 di Bridgers già prima era speciale, con questo EP si può considerare coronato in maniera trionfale.

Voto finale: 7.

Recap: ottobre 2020

Ottobre è stato un mese molto interessante, che ha visto ritorni attesi ed altri invece tanto imprevisti quanto benvenuti. È questo il caso della nuova collaborazione fra 21 Savage e Metro Boomin. Abbiamo poi il ritorno del duo elettronico Autechre, di Bruce Springsteen e dei Gorillaz. Inoltre ottobre ha visto l’esordio solista del cantante dei The National, Matt Berninger, oltre che i due nuovi lavori di Adrianne Lenker, frontwoman dei Big Thief. Ah, non scordiamoci del secondo CD del 2020 di Jay Electronica, del quarto EP del 2020 dei Dirty Projectors e del nuovo EP a firma James Blake! Per concludere, citiamo il lavoro di Jeff Tweedy, frontman dei Wilco, e il ritorno dei Fuzz, una delle tante creature che vedono il coinvolgimento di Ty Segall.

Adrianne Lenker, “songs” / “instrumentals”

La prolificità e la consistenza dimostrate nel corso degli ultimi anni da Adrianne Lenker hanno dell’incredibile: tra 2016 e 2020 abbiamo ben sette dischi (!) in cui lei collabora o si espone in prima persona, quattro con i Big Thief (di cui due nel 2019) e tre a suo nome, di cui due nell’infausto 2020. Infausto non solo per il Coronavirus: Adrianne infatti ha anche subito la rottura col suo partner di lunga data, tanto da sentirsi in dovere di rifugiarsi in una cabina in Massachusetts (un po’ à la Bon Iver) e comporre la coppia di lavori “songs” e “instrumentals”.

Sebbene quindi i due possano apparire divisi, in realtà vanno intesi come un unico lungo LP: una prima parte contenente canzoni vere e proprie, con Adrianne e la sua chitarra in primo piano, e una seconda composta da due lunghe suite strumentali, quasi ambient a tratti. I quasi 90 minuti tuttavia non pesano e fanno capire quanto dotata sia la cantautrice americana, uno dei volti più riconoscibili e meritevoli del panorama indie, sia sul versante rock che su quello folk.

“songs” è un album nato nella sofferenza, come abbiamo intuito e come Adrianne ribadisce in varie liriche del CD; tuttavia la sensazione che ne deriva ascoltandolo è di calma e serenità, grazie a pezzi efficaci come l’incantevole anything e not a lot, just forever. Non demeritano nemmeno ingydar e dragon eyes, mentre è un po’ monotona forwards beckon rebound.

Liricamente, dicevamo, il CD contiene frasi davvero espressive, con cui Lenker dichiara tutto il rammarico per la storia finita dopo sei anni di fidanzamento: “Tell me lies, wanna see your eyes. Is it a crime to say I still need you?” (two reverse), “Your dearest fantasy is to grow a baby in me” (not a lot, just forever), “Oh emptiness! Tell me ’bout your nature, maybe I’ve been getting you wrong” (zombie girl). Come detto, però, tutta questa malinconia non intacca il carattere del lavoro, che la Nostra mantiene su binari simili al primo Bon Iver e alla Joni Mitchell degli esordi.

“instrumentals” è la coda tanto misteriosa quanto affascinante di “songs”: formato da soli due pezzi molto estesi, music for indigo e mostly chimes, ha comunque una durata di 37 minuti e una capacità di evocare luoghi e sensazioni non banale. Se la prima almeno presenta la chitarra in primo piano, mostly chimes è invece un pezzo ambient puro e semplice, che pare voler fare scomparire del tutto la figura di Adrianne Lenker, riuscendoci peraltro in pieno.

Accostare Joni Mitchell così come Leonard Cohen e Bob Dylan a Lenker inizia a non essere un affronto; nulla di male, anzi. Adrianne, sia da frontwoman dei Big Thief che solista, ha trovato una sua preziosa dimensione, fatta di canzoni raffinate, semplici ma mai scontate e testi fantastici. “songs” e “instrumentals” sono la dimostrazione ulteriore che siamo di fronte ad un talento straordinario, che merita ogni riconoscimento.

Voto finale: 8.

Matt Berninger, “Serpentine Prison”

matt

Il cantante dei The National ha prodotto il secondo album al di fuori del suo gruppo principale dopo l’esperimento “El Vy” del 2015, che lo vedeva collaborare con Brent Knopf: un mezzo fiasco, che aveva fatto pensare che Berninger non si sentisse a suo agio nei panni di unico interprete e senza i fidati fratelli Dessner e Davendorf al suo fianco. “Serpentine Prison” ribalta la prospettiva: se il CD non innova radicalmente l’estetica a cui Matt ci ha abituato, dall’altro i risultati sono più che buoni e fanno pensare che la sua dimensione sia magari ridotta come palette sonora, ma non soffocante.

Va detto che il lavoro non è interamente appannaggio di Berninger: aiutato da ospiti di spessore come Andrew Bird, Gail Ann Dorsey (che aveva già collaborato nell’ultimo LP dei The National “I Am Easy To Find” del 2019) e il produttore Booker T. Jones, il Nostro ha composto dieci canzoni estremamente coese, prive di guizzi particolari ma senza dubbio gradevoli. Andiamo da brani molto simili ai The National (Loved So Little) a pezzi invece più ispirati agli U2 (Distant Axis) e infine altri molto raccolti, che fanno pensare al pop da camera (Silver Springs). In generale, quindi, l’estetica di Berninger è confacente a quel tono di voce affascinante ma a tratti ferito che tutti gli riconoscono, così come le liriche.

Abbiamo infatti ad esempio versi come “The way we talked last night… It felt like a different kind of fight” (Boiler Plate) e “I feel like an impersonation of you… Or am I doing another version of you doing me?” (la title track). Il paesaggio tratteggiato da Matt è quindi fosco, un pomeriggio di pioggia verrebbe da dire; certo non una novità per i fans dei The National. I pezzi interessanti non mancano: dalla progressione di All For Nothing a Distant Axis, passando per Serpenine Prison, il CD brilla spesso. Il solo brano sottotono è Loved So Little, ma non intacca i risultati complessivi del disco.

In conclusione, conosciamo tutti Berninger per essere un cantautore prolifico: basti pensare che fra 2017 e 2020 è stato coinvolto in ben tre CD, due a firma The National e uno solista. La qualità tuttavia non ha mai risentito di questo output abbondante, anzi “Sleep Well Beast” (2017) ha vinto il Grammy come miglior album di musica alternativa. “Serpentine Prison” non è un capolavoro, ma arricchisce il canzoniere di Matt Berninger di altre canzoni che non sfigurano al cospetto di capolavori come quelle contenute in “Trouble Will Find Me” (2013).

Voto finale: 8.

Gorillaz, “Song Machine, Season One: Strange Timez”

gorillaz

I Gorillaz sono la creatura più eccentrica nello sterminato canzoniere di Damon Albarn, già noto come frontman dei Blur e dei The Good, The Bad & The Queen, oltre che apprezzato solista. Mescolando hip hop, elettronica e pop, i Gorillaz sono entrati nel cuore del pubblico grazie a singoli perfetti come Clint Eastwood, Feel Good Inc. e On Melancholy Hill. Non sempre però, considerando gli album nella loro interezza, la band animata aveva mantenuto le attese: “The Fall” (2010), “Humanz” (2017) e “The Now Now” (2018) ad esempio sono CD controversi anche per i fans più accaniti. Non sempre quindi abbiamo perle come “Demon Days” (2005) e “Plastic Beach” (2010).

Un’altra particolarità dei Gorillaz, più o meno amata, è quella di infarcire i loro dischi con grandi ospiti, spesso in quantità eccessiva: basti pensare che in “Humanz” avevamo Vince Staples, Mavis Staples, Popcaan, Danny Brown, Kali Uchis e Pusha T, solo per citarne alcuni! Non sempre era quindi rintracciabile un tratto comune fra personaggi tanto distanti musicalmente. Beh, questo non è il caso di “Song Machine, Season One: Strange Timez”.

I Gorillaz peraltro ampliano ancora di più la lista di collaboratori in questo bel lavoro, aggiungendo Elton John, Robert Smith (The Cure), Beck, St. Vincent, slowthai e Kano, fra gli altri. Insomma, il gotha del mondo hip hop, pop e rock; nella edizione deluxe contiamo fra gli altri anche JPEGMAFIA, Skepta e il compianto Tony Allen. La cosa che colpisce però è la coesione del lavoro, capace di muoversi in equilibrio fra hip hop e pop senza mai deragliare, con singoli riusciti e l’intrinseca stranezza dei Gorillaz a fare da collante.

Il progetto “Song Machine” pareva partito come una serie di EP, contenenti pezzi azzeccati accanto a brevi intermezzi, e pareva improbabile che Albarn & co. decidessero di compilare un album intero di singoli che già da mesi erano stati pubblicati. Invece la scelta si è rivelata felice: gli highlights Strange Timez e Momentary Bliss stanno benissimo accanto alla ballata The Pink Phantom (con un grande Elton John) e a The Valley Of The Pagans, che ospita un Beck in ottima forma.

In generale, “Song Machine, Season One: Strange Timez” è probabilmente il CD più solido dei Gorillaz dai tempi di “Plastic Beach”: Damon Albarn ha dimostrato una volta di più il suo sconfinato talento ed eclettismo, creando un prodotto che piacerà a molti, divertente e mai prevedibile. È proprio quello che ci vuole, in un 2020 quanto mai desolante.

Voto finale: 8.

Bruce Springsteen, “Letter To You”

bruce

Il ventesimo CD del Boss non poteva che essere un evento: cadendo nel 2020, i riferimenti al numero 20 sono già numerosi. Va poi aggiunto che Springsteen ha composto alcune delle canzoni che sono entrate in “Letter To You” in giovane età (si tratta di Janey Needs A Shooter, Burnin’ Train e Ghosts), probabilmente proprio nei suoi vent’anni.

Finita la parte di “statistica e curiosità”, passiamo all’analisi dell’album: composto in pochi giorni in sessioni infuocate con la E Street Band, “Letter To You” riporta nei suoi momenti migliori con la mente ai capolavori della collaborazione, come “Darkness On The Edge Of Town” (1978) e “Born In The U.S.A.” (1984). Alcune melodie superano addirittura i sei minuti di durata: tra di esse l’epica Janey Needs A Shooter e If I Was The Priest. In realtà la prima canzone in scaletta, la deliziosa One Minute You’re Here, è una ballata raccolta che ricorda “Nebraska” (1982), ma è un falso allarme. Il resto del disco infatti si muove sui territori più conosciuti per i fans del Boss, quel rock potente e nostalgico di cui è il massimo interprete e maestro (vero The War On Drugs?). Non fosse per dei piccoli passi falsi come le troppo prevedibili House Of A Thousand Guitars e Rainmaker, avremmo davanti a noi un capolavoro dell’età matura di Springsteen.

Nei testi di “Letter To You” si evince una malinconia per gli anni che passano e gli amici di una vita che, giorno dopo giorno, abbandonano questo mondo: George Theiss, il frontman della primissima band in cui militò Bruce, i Castiles, è scomparso nel 2018 e ciò portò Springsteen a voler comporre nuovi pezzi e recuperarne degli altri dalla propria gioventù. Successivamente, come sappiamo, il Boss diede alle stampe il più sereno “Western Stars” (2019) e “Letter To You” è slittato al 2020, un anno in cui la morte è più presente che mai e in cui i testi delle canzoni sono più evocativi di quanto lo sarebbero stati in tempi migliori.

Ne sono esempi “We’ll meet and live and laugh again… for death is not the end” (I’ll See You In My Dreams), “Forget about the old friends and the old times” (If I Was The Priest) e “Sometimes folks need to believe in something so bad” (Rainmaker). Quest’ultimo, oltreché in chiave religiosa, può essere interpretato come monito per i politici populisti e il desiderio delle persone di sentirsi guidate da figure che, spesso, sono veri e propri criminali, come confermato dallo stesso Springsteen.

In conclusione, “Letter To You” non raggiunge le vette di capolavori come “Born In The U.S.A.” e “Darkness On The Edge Of Town”, nondimeno renderà felici i numerosi fans del Boss, capace ancora di scrivere canzoni forti e a tratti commoventi, come solo i veri fuoriclasse sanno fare. A 71 anni e con ormai 50 anni di carriera alle spalle, Springsteen è ancora oggi uno degli artisti più rilevanti del mondo rock.

Voto finale: 7,5.

James Blake, “Before”

james

Il cantautore inglese è sempre stato un cultore della forma EP, fin dall’inizio della sua sfavillante carriera: ricordiamo che Blake è emerso dalla scena dubstep inglese grazie a una serie di folgoranti EP dai titoli misteriosi come “CMYK” e “Klavierwerke” (entrambi del 2010).

“Before” non è, come erroneamente si potrebbe pensare, un modo per pulire l’archivio delle canzoni rimaste fuori da “Assume Form” (2019), il disco in cui James flirtava con la musica hip hop (Mile High) e latina (Barefoot In The Park): è piuttosto un ritorno alle sonorità più elettroniche delle sue origini, senza però dimenticare le ultime avventure in campo R&B e art pop. I risultati sono molto intriganti, anche se il lavoro non comprende uno dei migliori singoli recenti del Nostro, Are You Even Real, che a questo punto pare resterà fuori da progetti veri e propri.

La verità è che James Blake è uno dei più dotati musicisti della scena britannica e, sia che lui si avventuri su territori più da club che cantautorali, i risultati sono sempre notevoli: “Before” non fa eccezione. Fra le quattro canzoni che compongono l’EP nessuna sfigura, ma a fare particolare impressione sono I Keep Calling e Summer Of Now, che fondono perfettamente la sensibilità elettronica di Blake con le ultime influenze.

In conclusione, questo album non sposterà molti fans a favore dell’artista inglese, ma senza dubbio consoliderà la sua fama e sembra aprire favorevolmente la strada al prossimo LP vero e proprio a firma James Blake.

Voto finale: 7,5.

21 Savage & Metro Boomin, “Savage Mode II”

21

Seguire un album di grande successo e che ha reso i suoi due autori rispettatissimi nel mondo trap non era un’impresa facile. 21 Savage e Metro Boomin, il primo un trapper ormai consolidato e il secondo il produttore di grido capace di collaborare anche con The Weeknd, avevano realizzato con “Savage Mode” (2016) un CD tanto breve quanto riuscito.

La decisione di seguirlo con “Savage Mode II”, incrementando decisamente il budget (basti dire che abbiamo un’ospitata di Drake e a narrare i capitoli in cui il lavoro si divide c’è addirittura Morgan Freeman!), è una mossa commercialmente prevedibile. La cosa sorprendente è che musicalmente il CD supera il suo predecessore: laddove infatti il primo episodio verso il finale era un po’ fiacco, in “Savage Mode II” sia 21 Savage che Metro Boomin riescono a suonare pezzi efficaci dall’inizio alla fine, cercando anche di sperimentare con beat sbilenchi (Mr. Right Now e Steppin On Niggas).

Non stiamo parlando di un capolavoro, sia chiaro, ma nel genere (chi segue A-Rock sa quanto andiamo con i piedi di piombo, spesso con scetticismo quando affrontiamo dischi trap) ultimamente non sono molti i lavori capaci di vantare pezzi accattivanti come Runnin e Many Men. Da non sottovalutare anche la chiusura brillante di RIP Luv e Said N Done.

In conclusione, “Savage Mode II” è uno dei migliori dischi hip hop dell’anno: mescolando abilmente versi insensati con i dettagli violenti tipici dell’estetica di 21 Savage, il CD viaggia su binari sicuri dall’inizio alla fine e offre 45 minuti di divertimento senza troppe pretese.

Voto finale: 7,5.

Autechre, “SIGN”

sign

Chi segue il duo inglese pioniere dell’IDM (Intelligent Dance Music) sa quanto le composizioni degli Autechre possano suonare sperimentali, spesso tanto ardite quanto difficili da comprendere. Era questo il caso delle due compilation pubblicate fra 2016 (“elseq 1-5”) e 2018 (“NTS Sessions 1-4”): 12 ore di musica (!) composta prevalentemente da macchine e aggiustata da umani in cui gli Autechre esploravano qualsiasi possibile angolo della musica elettronica, non trascurando momenti puramente sperimentali.

“SIGN” è una sorta di ritorno alla forma per Sean Booth e Rob Brown: le melodie sono riconoscibili e tentano di flirtare con la musica ambient, con risultati spesso interessanti. Se la prima traccia M4 Lema è piuttosto intimidatoria (sì, i titoli assurdi dei brani sono un must del duo), già dalla successiva F7 gli Autechre creano un suono più abitabile e quasi accattivante considerati i loro dischi recenti. Altri buoni pezzi sono la sognante Metaz form8 e si00, senza trascurare l’ottima chiusura di r cazt; è sotto la media invece sch.mefd 2.

In conclusione, i 65 minuti di “SIGN” sono un ritorno benvenuto degli Autechre alla forma album. In un 2020 difficile per tutti e abbastanza interlocutorio per il mondo della musica elettronica, un nuovo CD degli Autechre che sia così ambizioso e allo stesso tempo accessibile è davvero una sorpresa.

Voto finale: 7,5.

Jay Electronica, “Act II: Patents Of Nobility”

jay

Il 2020 del misterioso rapper conosciuto come Jay Electronica è stato davvero denso: dapprima ha pubblicato il suo esordio, “A Written Testimony”, che vantava una forte presenza di Jay-Z. Ora ha visto la luce il suo “album perduto”, un CD che pareva sul punto di essere pubblicato addirittura nel 2012! Bisogna infatti ricordare che parliamo con ammirazione di Jay Electronica da ormai quasi 15 anni: i primi brani a fare breccia nel mainstream furono Exhibit A ed Exhibit C, fra 2009 e 2010.

I motivi che hanno spinto Jay a ritardare così tanto la pubblicazione (peraltro dovuta, pare, a un leak emerso su Internet qualche giorno prima del passaggio sul servizio streaming Tidal) sono tuttora ignoti. Il CD in realtà, pur essendo ancora bisognoso di ritocchi in termini di lunghezza e produzione, è riuscito: immaginandone la pubblicazione nell’ormai lontano 2012, avremmo probabilmente strabuzzato gli occhi sentendo brani avventurosi come Shiny Suit Theory e i pezzi del “periodo francese”, Bonnie And Clyde (che campiona Serge Gainsbourg) e Dinner At Tiffany’s, con la figlia di quest’ultimo, Charlotte.

Il Nostro campiona anche Ronald Reagan in ben due brani: Real Magic e Road To Perdition, a testimonianza di una conoscenza molto ampia e di una curiosità senza limiti. Da migliorare invece, come già ricordato, il sequenziamento e la produzione di alcuni pezzi: i numerosi intermezzi iniziali rovinano il ritmo e la chiusura affidata a brani deboli come Rough Love e Run And Hide non convince.

In conclusione, se da un lato ci fa piacere finalmente ascoltare “Act II: Patents Of Nobility”, dall’altro  ci resta quasi un amaro in bocca: la storia dell’hip hop sarebbe cambiata se otto anni fa fosse stato pubblicato questo disco? Nessuno può dirlo. Speriamo che Jay Electronica abbia trovato la serenità che gli è mancata quando la hype dei media era troppo pesante per lui e che possa riprendere una carriera che pareva lanciatissima e che, chissà, potrebbe darci ancora tante soddisfazioni.

Voto finale: 7,5.

Jeff Tweedy, “Love Is The King”

jeff

Il terzo album solista in tre anni del leader dei Wilco è un lavoro semplice, godibile e poco impegnativo: tutte qualità apprezzabili in un periodo di lockdown o comunque di timore per la salute propria e degli altri. Nessuna delle undici canzoni che formano il CD è magnifica o trascinante, ma l’andamento lento e costante contribuisce a creare un’atmosfera rilassata e mai troppo impegnativa per l’ascoltatore.

La migliore melodia del disco arriva subito: la title track è un bel brano, di quasi cinque minuti, in cui il tipico folk-rock di Jeff si affianca ad un testo su, appunto, una visione in cui l’amore guida le scelte della nostra vita. Altrove possiamo avere pezzi più mossi (Natural Disaster) oppure più country (Bad Day Lately), ma la sostanza non cambia: Tweedy non ricalca le scelte stilistiche della band con cui è diventato famoso, piuttosto le addolcisce e rallenta, come già visto nei precedenti “WARM” (2018) e “WARMER” (2019).

I pezzi migliori, oltre a Love Is The King, sono Gwendolyn e Natural Disaster; invece sotto media Even I Can See. In generale, come già ricordato, il disco è estremamente compatto e digeribile fin dal primo ascolto. Chiudiamo ricordando l’interessante iniziativa del cantautore americano, che affianca il CD con un libro intitolato “How To Write One Song”, in cui spiega appunto come funziona il suo processo creativo, una trasparenza non comune fra le rockstar.

In conclusione, “Love Is The King” è un LP consigliato ad amanti del folk-rock e dell’estetica di Jeff Tweedy; per gli altri resta un buon lavoro, nulla per cui perdere la testa ma nemmeno un buco nell’acqua.

Voto finale: 7.

Fuzz, “III”

fuzz

Il 2020 di Ty Segall è stato stranamente calmo finora, almeno secondo i suoi frenetici standard: vero, è stato inaugurato il progetto Wasted Shirt con Brian Chippendale dei Lightning Bolt e Ty ha pubblicato un breve EP di cover di Harry Nilsson. Tuttavia, nessun album vero e proprio a firma Ty Segall ha visto la luce, un fatto che non accadeva dal lontano 2015!

Questo per far capire l’estrema prolificità del Nostro. Il terzo album dei Fuzz, uno dei tanti progetti secondari del garage rocker californiano, si è fatto aspettare ben cinque anni: “II” (2015) era un doppio album tanto ambizioso quanto strampalato, pieno di derive metal e quasi jazz. Invece questo “III” è un CD compatto: otto brani per 36 minuti di durata, con chiari rimandi all’hard rock dei Black Sabbath e al garage rock dei progetti più rumorosi di Segall, come “Slaughterhouse” (2012).

L’inizio è scoppiettante: Returning è un pezzo hard rock potente, con la chitarra di Charles Moothart scatenata e Ty (sia voce che batteria) in gran spolvero. Spit è leggermente più tranquilla, ma non è che il prologo alla durissima Time Collapse. In Close Your Eyes ci sono quasi rimandi psichedelici, mentre End Returning, che chiude il lavoro, idealmente ne riprende l’inizio, creando un interessante concept dietro al CD.

In generale, nulla brilla particolarmente, ma fa piacere constatare che la promessa di Segall di aver finito la sua passione per i dischi basati sulla chitarra è stata presto infranta, dopo l’interlocutorio “First Taste” (2019). Vedremo dove lo porteranno i suoi prossimi lavori, che siano solisti o insieme alla solita gang di garage rockers.

“III” è un altro degli innumerevoli LP della discografia di Ty Segall che piacerà agli amanti del garage rock e dell’hard rock, ma allo stesso tempo speriamo che presto il più scatenato rocker della West Coast ritorni al quasi perfetto equilibrio di lavori come “Manipulator” (2014)  e “Freedom’s Goblin” (2018).

Voto finale: 7.

Dirty Projectors, “Earth Crisis”

earth crisis

La serie di cinque EP promessi dai Dirty Projectors per il solo 2020, iniziata con “Windows Open” e proseguita poi con “Flight Tower” e “Super João”, arriva ora al quarto capitolo. Se nei precedenti avevamo visto i lati dei Dirty Projectors più vicini a folk, R&B e bossa nova, in “Earth Crisis” il gruppo flirta con atmosfere che addirittura richiamano la musica classica (Eyes On The Road, Now I Know).

I quattro brani che formano il lavoro sono i più arditi per ora dell’affollato 2020 dei Dirty Projectors: Dave Longstreth e la tastierista Kristin Slipp si alternano nelle parti vocali (con la netta prevalenza di quest’ultima), come da tradizione nei quattro EP, sopra melodie sempre ricolme di archi, che rendono l’esperienza complessiva quasi un saggio di musica piuttosto che un insieme spontaneo di canzoni. A ciò aggiungiamo che esiste anche un video di accompagnamento all’album, in chiave ambientalista.

I risultati, come già visto nei precedenti CD del gruppo nel 2020, sono intriganti ma allo stesso tempo ci fanno bramare per un numero di brani maggiori, per gustare appieno e valutare più solidamente se il talento di Longstreth e co. è stato usato in maniera profittevole o meno. “Earth Crisis” non farà cambiare idea a chi ritiene che i Dirty Projectors siano fin troppo snob e artificiosi, anzi rafforzerà i loro pregiudizi; per chi li apprezza invece i Nostri hanno regalato altri quattro brani ardimentosi quanto compiuti, che allieteranno un inverno che si preannuncia non facile.

Voto finale: 6.

Recap: settembre 2020

Settembre è ormai terminato. È stato un mese ricco di uscite interessanti, in cui segnaliamo in particolare i nuovi lavori di Sufjan Stevens, Bill Callahan e degli IDLES. Abbiamo poi il ritorno degli Everything Everything, il terzo EP del 2020 dei Dirty Projectors e il CD pubblicato a sorpresa dai Fleet Foxes.

Fleet Foxes, “Shore”

shore

Il quarto album dei Fleet Foxes, probabilmente la più osannata band folk degli scorsi quindici anni, è un trionfo. “Shore” prende le parti migliori di ogni disco precedente del gruppo per creare un CD coeso e brillante, che dà sollievo in questi tempi così difficili a causa del Coronavirus. Robin Pecknold ha infatti sfruttato questi mesi di reclusione per portare a compimento un lavoro che lui stesso aveva decretato ormai fuori gioco e i risultati, ancora una volta, gli danno ragione.

La storia dei Fleet Foxes non è stata tutta rose e fiori: se il primo disco “Fleet Foxes” (2008) era stato un immediato successo e il secondo “Helplessness Blues” (2011) un erede ambizioso, l’abbandono del batterista Josh Tillman (poi divenuto celebre col nome d’arte di Father John Misty) aveva portato il progetto ad un punto morto, superato solo sei anni dopo con il maestoso “Crack-Up”, eletto miglior album del 2017 da A-Rock. È pertanto sorprendente che “Shore” arrivi solo tre anni dopo, senza alcuna campagna di lancio e nessun singolo. Il lavoro, va detto, beneficia di questo trattamento: l’effetto sorpresa è garantito e la coesione del CD non richiede pezzi di lancio per far risaltare il resto del disco.

“Shore” è un disco molto personale: Pecknold ha composto la totalità delle canzoni praticamente in assoluta solitudine a causa del lockdown, cercando di trasporre nei brani le sensazioni contrastanti che ne derivano. Da un lato abbiamo la tristezza per gli amici musicisti e gli idoli di gioventù che se ne vanno (da John Prine a Richard Swift, passando per Elliott Smith e David Berman), che in canzoni come la pur godibile Sunblind è in evidenza. Abbiamo però, dall’altro, la vita: la cosa più preziosa di ogni uomo, che fa esclamare “Oh devil walk by. I never want to die” in Quiet Air / Gioia.

Nei 15 brani del CD non ci sono veri punti deboli: magari in alcuni episodi i Fleet Foxes tendono a ripetere con meno successo la ricetta del passato (si senta Thymia), ma in generale il livello medio dei brani è altissimo: Sunblind, Can I Believe You e Jara sono capolavori fatti e finiti, fra le migliori melodie mai composte da Pecknold e compagni. Da non trascurare anche Cradling Mother, Cradling Woman.

I Fleet Foxes sono ormai un gruppo riconosciuto a livello mondiale, un pilastro dell’indie rock; le armonie vocali che rendono anche il loro pezzo più convenzionale imperdibile non si sono mai rassegnate al passare del tempo, tanto che “Shore” pare un logico erede di “Fleet Foxes”. Non fossero passati dodici anni potremmo scommettere che ne siano trascorsi solo due. Questo, che potrebbe rivelarsi un limite, in realtà è il vero punto di forza della band: raffinamento, piuttosto che  rivoluzione, è la parola d’ordine di Robin Pecknold. Finché i risultati saranno tanto magnifici quanto “Shore” i Fleet Foxes potranno continuare a godere della stima di critica e pubblico; non si vede perché tutto ciò non possa continuare in eterno.

Voto finale: 9.

Sufjan Stevens, “The Ascension”

sufjan

Il nuovo CD del musicista americano è una svolta radicale nella sua estetica: se consideriamo che il suo ultimo disco solista, lo straziante “Carrie & Lowell” (2015), era un magnifico lavoro folk, intimista ed essenziale, mentre “The Ascension” è un lavoro prevalentemente elettronico, capiamo che Sufjan ha voluto rivoluzionare la sua visione. Non sempre i risultati sono ottimi, ma nel complesso gli 80 minuti di “The Ascension” valgono il prezzo del biglietto e rappresentano un’aggiunta di spessore alla discografia di Stevens.

Nei cinque anni trascorsi fra “Carrie & Lowell” e il suo erede, in realtà Sufjan non ha tenuto le mani in mano: ha collaborato a colonne sonore per film (Chiamami Col Tuo Nome del 2017) e balletti (The Decalogue del 2019). Inoltre ha composto gli album collaborativi “Planetarium” (2017) e “Aporia” (2020). In questi lavori si vedevano tracce di uno sperimentalismo a cui Stevens non è estraneo, ma che aveva rappresentato solo un diversivo nei momenti migliori della sua carriera, come “Illinois” (2005). Solo “The Age Of Adz” (2010) è in qualche modo simile a “The Ascension”, anche se in quest’ultimo mancano i cori celestiali che pervadevano i suoi passati LP.

La prolificità non è mai andata a scapito della qualità, con Sufjan Stevens; tuttavia gli 80 minuti di “The Ascension” tendono ad assomigliarsi, tranne nel bellissimo finale rappresentato dalla title track e da America. Gli altri pezzi da ricordare sono l’iniziale Make Me An Offer I Cannot Refuse e Landslide, mentre deludono Die Happy e Ativan, che quasi ricorda Aphex Twin.

Un artista come Sufjan Stevens avrà sempre il rispetto della critica e del pubblico più aperto alla sperimentazione: il suo incedere tra folk, indie ed elettronica lo ha reso un unicum nella scena cantautorale americana e un maestro per tanti giovani artisti. “The Ascension” potrà non essere il suo migliore LP, ma rappresenta un altro passo avanti in un’estetica in continua evoluzione. Ad A-Rock siamo davvero curiosi di continuare a seguirlo nelle sue peripezie.

Voto finale: 7,5.

Bill Callahan, “Gold Record”

bill

Il nuovo CD del cantautore americano Bill Callahan segue di solo un anno il celebrato “Shepherd In A Sheepskin Vest”, entrato con pieno merito nella top 50 di A-Rock. Mentre il precedente lavoro era un’impegnativa raccolta di 20 canzoni per 63 minuti complessivi, “Gold Record” è un disco agile, che ammonta a dieci canzoni e 40 minuti di durata. Non per questo va considerato un lavoro minore: Bill Callahan conferma la sua abilità lirica malgrado una palette sonora ridotta davvero all’osso.

Il minimalismo di Callahan del resto è un tratto caratteristico della sua estetica: la chitarra e la voce hanno sempre il proscenio, solo raramente abbiamo la batteria in sottofondo. Diciamo che rispetto agli esordi col nome d’arte di Smog il Nostro ha abbandonato lo sperimentalismo per dare spazio al Bob Dylan che è in lui. “Gold Record” è infatti un album austero con la calda e profonda voce di Callahan in primo piano a narrare storie di quadretti famigliari ma anche immagini più poetiche e sognanti. Ne è un chiaro esempio The Mackenzies, in cui si narra la disavventura di un giovane solitario con una famiglia a cui era morto il figlio.

L’aspetto lirico, come già accennato, è sempre centrale nella poetica di Bill Callahan: in 35 descrive una luna tale che “the moon can make a false love feel true”; invece in Pigeons accompagna attraverso il deserto due neosposi consigliandoli su come vivere in famiglia e come superare le avversità. Infine il CD contiene anche un tributo a Ry Cooder, il cantautore country che Callahan considera il suo maestro.

In conclusione, non tutto in “Gold Record” gira alla perfezione: al disco manca l’ambizione di descrivere in ogni aspetto la vita di “Shepherd In A Sheepskin Vest”, ma la brevità aiuta a smaltire la monotonia di alcuni brani sotto la media, come ad esempio Protest Song. D’altra parte, canzoni belle come The Mackenzies sono un toccasana per tutti gli amanti del folk. Bill Callahan è ormai a tutti gli effetti uno dei migliori cantautori americani: “Gold Record” ne è una prova ulteriore.

Voto finale: 7,5.

Everything Everything, “RE-ANIMATOR”

ee

Il quinto album della band inglese è per certi versi il loro CD più convenzionale; allo stesso tempo tuttavia gli Everything Everything trovano il modo, pur omaggiando in maniera sfacciata alcuni dei loro idoli, di suonare “nuovi” rispetto al passato. Non una cosa da poco per una band entrata nella sua seconda decade, contando che l’esordio “Man Alive” risale all’ormai lontano 2010.

Il pop eccentrico e infarcito di elementi di elettronica e rock della band di Manchester vira verso territori molto vicini ai Radiohead di “Hail To The Thief” (2003) e “In Rainbows” (2007): sia Moonlight che l’ancor più sfacciata It Was A Monstering sono quasi dei plagi dei momenti più raccolti del gruppo capitanato da Thom Yorke. Nondimeno, va detto che mai gli Everything Everything in passato erano accostabili così chiaramente ad una band presente o passata: ecco dove risiede la novità di “RE-ANIMATOR”, un disco prevedibile da una band imprevedibile.

I bei momenti non mancano, a conferma del grande talento del gruppo: Jonathan Higgs & co. hanno lavorato a stretto contatto col produttore John Congleton (già collaboratore di St. Vincent, Angel Olsen e Future Islands) per quindici giorni, un periodo intenso e fruttuoso, con i picchi della cavalcata che chiude il lavoro, quella Violent Sun che è un highlight della carriera recente degli Everything Everything. Buone anche Lost Powers e Arch Enemy, mentre sono sotto media Planets e Big Climb.

In conclusione, gli Everything Everything si confermano nome interessante della scena art pop mondiale. Il loro muoversi agilmente fra generi disparati, vero punto di forza nel passato, nel 2020 del Coronavirus è stato affiancato da un’attenzione maggiore alla coesione del CD: la mossa potrà non piacere ai fans più avanguardisti della band, ma chissà che la svolta verso l’indie rock più “tradizionale” non possa giovare nel lungo termine agli Everything Everything. Per ora godiamoci “RE-ANIMATOR”, un buon LP che pare una transizione verso lidi inesplorati. Vedremo il futuro dove condurrà il complesso britannico.

Voto finale: 7,5.

IDLES, “Ultra Mono”

mono

Il terzo album della band punk era atteso da tanti: i primi due lavori avevano permesso a John Talbot e compagni di ampliare notevolmente il proprio pubblico, grazie a canzoni potenti, spietate e senza compromessi. Un punk muscolare e straziante, che non poteva lasciare indifferenti in un senso o nell’altro. “Ultra Mono” prosegue musicalmente nel percorso tracciato da “Brutalism” (2017) e “Joy As An Act Of Resistance” (2018), senza tuttavia trovare la stessa efficacia sia liricamente che melodicamente.

Le canzoni che compongono il CD passano da ottime (Model Village) a mediocri (Ne Touche Pas Moi) nel giro di cinque minuti: se nella prima Talbot inveisce ironicamente contro il razzismo strisciante delle cittadine britanniche e sull’esito conseguente (la Brexit), nella seconda la cantante delle Savages Jehnny Beth inveisce contro il maschilismo in maniera quanto mai scontata e monotona, creando a tutti gli effetti la peggior canzone degli IDLES. Il disco prosegue in queste montagne russe: abbiamo la potentissima Grounds e la scialba Anxiety, l’inutile chiusura Danke e l’efficace Mr. Motivator… Il risultato non è neanche lontanamente paragonabile alla compattezza estrema di “Joy As An Act Of Resistance”.

Tuttavia, il CD non è un completo fiasco grazie all’abilità del frontman John Talbot e alla base ritmica travolgente del gruppo inglese, che anima anche le canzoni più prevedibili. “Ultra Mono” è quindi il disco peggiore degli IDLES, nondimeno mantiene delle canzoni che faranno la loro fortuna live (se mai torneremo ai concerti) e cresceranno nella considerazione degli ascoltatori. Per un LP capolavoro si prega di ripassare prossimamente.

Voto finale: 7.

Dirty Projectors, “Super João”

super joao

Il terzo EP del prolifico 2020 dei Dirty Projectors si ispira, almeno nelle intenzioni, alla bossa nova del grande João Gilberto. Non sempre il gruppo statunitense riesce a cogliere appieno i frutti dei propri esperimenti, ma questo lavoro è un’ulteriore prova che la creatività è ancora abbondante nei Dirty Projectors.

L’inizio è molto promettente: Holy Mackerel è una traccia deliziosa, in cui la calda voce di David Longstreth, tornato al timone delle band dopo aver lasciato spazio alle giovani donne che lo affiancano nei precedenti EP “Windows Open” e “Flight Tower”, si esalta. Invece la successiva I Get Carried Away è un pezzo folk davvero strano, stonato e fuori ritmo che però non cade nell’eccessiva sofisticazione. Il terzo dei quattro brani in scaletta è la delicata You Create Yourself, che apre le porte alla bella chiusura Moon, If Ever, un brano sognante in cui la capacità evocativa di Longstreth è al massimo splendore.

In conclusione, questo terzo EP del 2020 trova i Dirty Projectors che si crogiolano nel lato più acustico della loro estetica. Questo continuo divagare fra generi disparati come folk e R&B potrà disorientare i fans più mainstream del gruppo, ma mostra che Longstreth & co. non hanno ancora perso il fuoco che li anima ormai da quasi vent’anni. “Super João” è finora il miglior EP a firma Dirty Projectors in quest’anno disgraziato: chissà che prima del 31 dicembre non arrivi una piccola perla.

Voto finale: 7.