I 50 migliori album del 2022 (25-1)

Abbiamo visto che la prima parte dei 50 migliori CD del 2022 contiene nomi di spicco come Beyoncé, Taylor Swift e Florence + The Machine. Ora che siamo giunti alla parte più interessante della top 50, la domanda sorge spontanea: chi sarà a trionfare come album più riuscito dell’anno? Buona lettura!

25) The Weeknd, “Dawn FM”

(POP)

Il quinto album di The Weeknd segue l’acclamatissimo “After Hours” del 2020, uno dei CD di maggior successo degli ultimi anni, insieme forse solo a “Future Nostalgia” di Dua Lipa (2020 anch’esso). La missione era molto difficile, ma Abel Tesfaye riesce con successo a bissare il predecessore di “Dawn FM”, grazie a un innato talento per il pop e alcune collaborazioni di spessore.

Partiamo proprio dai collaboratori: affiancarsi a Quincy Jones, Tyler, The Creator e Lil Wayne, tra gli altri, non è cosa comune, anche per artisti affermati come The Weeknd. Avere poi la produzione di Daniel Lopatin (Oneohtrix Point Never) e Max Martin consente una flessibilità tra ritmi pop e momenti sperimentali invidiabile, come nei momenti migliori di “After Hours”. Forse questo disco non conterrà brani pop perfetti come Blinding Lights e Save Your Tears, ma è comunque un prodotto di ottima fattura.

A narrare la storia alla base del lavoro è niente di meno che Jim Carrey, il celebre attore hollywoodiano e amico del Nostro: sono i suoi intermezzi a rendere l’arco narrativo del disco coerente, malgrado qualche pezzo di troppo (Every Angel Is Terrifying). I brani migliori sono Take My Breath, qui nella versione allungata, e Less Than Zero, che pare ispirato dai The War On Drugs. Da non sottovalutare poi Out Of Time, mentre sotto la media è I Heard You’re Married, malgrado la presenza di Lil Wayne.

Il mondo di “Dawn FM” è decisamente più dark, almeno in apparenza, rispetto ad “After Hours”: già dalla copertina, in cui vediamo un Abel invecchiato e con sguardo perso nel vuoto, abbiamo una sensazione di malessere interiore trasmessa dell’artista canadese. Sentimento rafforzato dalle prime parole pronunciate dal DJ Jim Carrey in apertura: “You’ve been in the dark for way too long, it’s time to walk into the light… We’ll be there to hold your hand and guide you through this painless transition” (Dawn FM). Altrove emerge invece la figura abituale di The Weeknd, quella del conquistatore seriale di belle ragazze, dalle quali emergono infiniti problemi: “Everytime you try to fix me, I know you’ll never find that missing piece” (Sacrifice), “The only thing I understand is zero sum of tenderness” (Gasoline) e “You don’t wanna have sex as friends no more” (Best Friends) sono chiari esempi.

In conclusione, il cantante misterioso che nel lontano 2011 aveva rivoluzionato la scena R&B è definitivamente mutato in una popstar fatta e finita, con risultati strabilianti. “Dawn FM” è stato, senza dubbio, il primo grande album pop del 2022.

24) Yeule, “Glitch Princess”

(ELETTRONICA)

Il secondo album dell’artista nata a Singapore come Natasha Yelin Chang, successivamente trasferitasi a Londra e diventata non-binaria col nome di Nat Cmiel, è un ottimo CD che si inserisce sulla strada già aperta da artisti visionari come la compianta SOPHIE e Arca. Nulla di radicale, quindi, ma senza dubbio un prodotto art pop di qualità.

Yeule è una figura complessa: da un lato abbiamo un artista capace di scrivere brani pop accattivanti come Don’t Be So Hard On Your Own Beauty, dall’altro lo sperimentatore che inizia il lavoro con l’ostica My Name Is Nat Cmiel. Questa ambivalenza permea tutto il CD, che alterna momenti musicalmente più euforici (Too Dead Inside) ad altri più difficili (Fragments), spesso su testi altrettanto strani.

In Friendly Machine, ad esempio, Yeule proclama: “Always want but never need, I don’t have an identity I can feed”; invece Don’t Be So Hard On Your Own Beauty apre un varco di luce: “the sullen look on your face tells me you see something in me more pure than this dirty”. Tuttavia, l’ammissione più candida avviene nell’apertura del lavoro, in cui Yeule ci appare non come un cyborg, bensì una persona come tutti noi: “I like pretty textures in sound, I like the way some music makes me feel, I like making up my own worlds” (My Name Is Nat Cmiel).

In conclusione, “Glitch Princess” è un secondo album che alza decisamente il livello rispetto all’esordio “Serotonin II” (2019), ancora acerbo. Il pop futurista di Yeule a tratti è irresistibile; quando imparerà a mettere da parte gli sperimentalismi più fini a sé stessi (si senta Fragments a tal riguardo), avremo di fronte un vero grande progetto. Ma già così abbiamo un talento fuori dal comune.

23) Angel Olsen, “Big Time”

(COUNTRY – ROCK)

Il nuovo album di Angel Olsen, il sesto della cantautrice americana, nasce dalla tragedia e da fatti strettamente personali che hanno sconvolto la sua vita. Nel corso del 2021, Angel ha confessato la sua omosessualità, prima agli amici, poi ai genitori e infine al pubblico. Poco dopo, il padre è deceduto e poche settimane dopo, tragicamente, anche sua madre è morta. Il periodo davvero difficile vissuto recentemente da Olsen trova ovviamente spazio in “Big Time”, ma i ritmi tendenzialmente country e sereni aiutano il CD, tanto da non farlo risultare eccessivamente pesante.

L’ultimo LP vero e proprio a firma Angel Olsen è “All Mirrors” del 2019, contando che “Whole New Mess” (2020) era una sorta di remix del precedente lavoro. Inoltre, Olsen nel 2021 aveva pubblicato la breve raccolta di cover “Aisles”. “Big Time” si distacca però da tutti questi lavori: più cantautorale, meno barocco, più country e meno ispirato agli anni ’80. In generale, possiamo dire che la nuova direzione artistica intrapresa dalla Nostra è convincente in molte parti del presente lavoro.

L’inizio del CD è molto promettente: All The Good Times e la title track sono tra i migliori brani del disco. Dream Thing invece, con le sue cadenze dream pop, quasi rievoca Intern, uno dei pezzi migliori di “My Woman” (2016). Altrove abbiamo pezzi più raccolti (All The Flowers) così come rimandi al rock à la Lucy Dacus (Right Now); in generale i dieci brani del CD sono coesi e fanno di “Big Time” un’altra ottima aggiunta ad una discografia davvero di spessore. Solo Ghost On è leggermente sotto la media.

Liricamente, come anticipato, “Big Time” tocca molti dei temi che hanno reso la vita di Angel Olsen davvero difficile negli ultimi tempi. In Ghost On pare rivolgersi a sé stessa: “I don’t know if you can take such a good thing coming to you, I don’t know if you can love someone stronger than you’re used to”. Il tema di una relazione finita male compare anche in All The Good Times: “So long, farewell, this is the end” canta infatti Angel. Ma è This Is How It Works che contiene i versi più sinceri: “I’m barely hanging on… It’s a hard time again”.

In generale, come già accennato, “Big Time” continua la striscia di ottimi LP a firma Angel Olsen, in una produzione sempre più variegata e brillante. Non sarà forse il suo miglior lavoro, ma per molti sarebbe un highlight di un’intera carriera.

22) Danger Mouse & Black Thought, “Cheat Codes”

(HIP HOP)

Il primo LP di coppia fra Danger Mouse, produttore di primo piano, in passato collaboratore, tra gli altri, di Damon Albarn e The Black Keys, e Black Thought, membro del gruppo hip hop The Roots, è una gioia per i fan del rap di tendenza East Coast. Le basi sono infatti nostalgiche al punto giusto e gli ospiti, dai veterani come Raekwon e il compianto MF DOOM (presente con un verso postumo) ai più giovani Michael Kiwanuka e A$AP Rocky, senza tralasciare ovviamente i Run The Jewels, aggiungono ulteriore spessore ad un lavoro di ottima caratura.

I due avevano già provato in passato a trovare spazio nelle loro agende per una collaborazione a pieno titolo, col titolo provvisorio di “Dangerous Thoughts”; tuttavia, il progetto era stato messo in pausa per i successivi mesi, che sono poi diventati anni. Solo quest’anno il CD ha visto la luce, col titolo di “Cheat Codes”: i risultati, come già accennato, sono buoni e fanno del lavoro uno dei migliori dischi rap del 2022.

Le prime tracce che colpiscono l’ascoltatore, dopo l’inizio discreto ma convenzionale con Sometimes e la title track, sono The Darkest Part, con grande verso di Raekwon, e Because, la quale vanta ben tre featuring: Joey Bada$$, Russ e Dylan Cartlidge. Altre belle canzoni sono Aquamarine e Strangers, mentre sotto la media è Close To Famous. In generale, le composizioni scorrono bene e creano un insieme organico e coeso, che non risulta mai noioso.

In conclusione, “Cheat Codes” conferma il talento di entrambi i suoi principali autori e la potenza di una collaborazione ben piazzata: non stiamo parlando di un LP capace di reinventare la musica contemporanea, ma Danger Mouse e Black Thought hanno composto un CD di qualità, trovando meritatamente posto nella lista dei migliori lavori dell’anno secondo A-Rock.

21) Mitski, “Laurel Hell”

(POP – ROCK)

Il sesto lavoro della talentuosa cantautrice giapponese-americana è un buon lavoro pop che si rifà agli anni ’80. Su un tappeto di synth e con una batteria tonante sempre in primo piano, Mitski racconta i suoi tormenti e la volontà di trovare finalmente pace in un mondo sempre più travolgente e rapace.

Non tutto però suona allo stesso modo nel CD: abbiamo pezzi più trascinanti (The Only Heartbreaker, Love Me More, due highlight del disco) ed altri quasi ambient (I Guess, Everyone), che rendono il ritmo complessivo di “Laurel Hell” un po’ incoerente, ma mai scontato. Se musicalmente “Laurel Hell” può suonare a tratti euforico, però, Mitski si rivela un’anima tormentata.

Dopo il grande successo di “Be The Cowboy” (2018) e il lungo tour che ne seguì, Mitski aveva abbandonato qualsiasi altro interesse e le amicizie precedenti, circostanza che l’aveva fatta sentire vuota e le aveva fatto decidere di abbandonare la musica una volta per tutte. Tuttavia, il suo contratto con l’etichetta discografica Dead Oceans prevedeva la pubblicazione di un ultimo CD, quindi “Laurel Hell” ha visto la luce. Inoltre, Mitski ha deciso di imbarcarsi in un tour al fianco della superstar Harry Styles; quindi, il suo impegno verso il mondo della musica pare tutto meno che esaurito.

Liricamente, abbiamo vari frammenti che ci fanno intravedere un’anima sensibile e fragile: “I always thought the choice was mine… And I was right, but I just chose wrong” canta Mitski in Working For The Knife. La sensazione di impotenza che a volte prende tutti noi quando vogliamo ribellarci ad un ordine di cose immodificabile è evidente in Everyone: “Sometimes I think I am free… Until I find I’m back in line again”. I versi più commoventi sono però contenuti in That’s Our Lamp, che chiude il lavoro: “You say you love me, I believe you do. But I walk down and up and down and up and down this street, ’cause you just don’t like me, not like you used to”.

Vedremo, fatto sta che Mitski si conferma talentuosa come poche altre figure nel panorama contemporaneo: passata dall’indie rock delle origini, per poi arrivare ad un pop danzereccio e gioioso in “Be The Cowboy”, questo “Laurel Hell” suona come un riassunto delle puntate precedenti, con un’apertura non trascurabile verso il pop più raccolto. Nulla di trascendentale, ma un’ulteriore dimostrazione che, quando nella musica butti tutta te stessa, i risultati sanno essere davvero notevoli.

20) Jack White, “Fear Of The Dawn” / “Entering Heaven Alive”

(ROCK)

“Fear Of The Dawn”, il primo dei due pubblicati nel 2022, riprende là dove ci eravamo lasciati quattro anni fa con “Boarding House Reach”: rock sperimentale, davvero strano a tratti; copertina impostata sui tre colori bianco-nero-blu; zero coerenza tra una canzone e l’altra della tracklist. Non siamo di fronte ad un LP perfetto, ma l’ex leader dei White Stripes pare davvero divertirsi; e noi con lui.

Un tempo considerato il più “purista” tra i rocker emersi a cavallo tra XX e XXI secolo, White negli ultimi anni ha in realtà decisamente ampliato il proprio ventaglio di soluzioni: se il primo disco solista “Blunderbuss” (2012) era decisamente inserito nel blues-rock che aveva fatto la fortuna di Jack in passato, già in “Lazaretto” (2014) si erano cominciate ad intravedere delle canzoni innovative. “Boarding House Reach”, da questo punto di vista, è stato il big bang: molti fan della prima ora lo schifano, mentre i più aperti alle novità ne apprezzano la radicalità, pur con qualche errore (ricordiamo la debole Connected By Love).

“Fear Of The Dawn” si apre con due dei pezzi migliori della produzione recente di Jack White: Taking Me Back e la title track sono potentissime, quasi Black Sabbath nei momenti più duri. La chitarra del rocker di Detroit strilla come ai bei tempi e la voce è a fuoco: insomma, due ottime canzoni. Altrove abbiamo esperimenti più o meno riusciti, come Hi-De-Ho (con tanto di verso rap di Q-Tip degli A Tribe Called Quest), la sghemba Into The Twilight ed Eosophobia, addirittura divisa in due suite. Invece in What’s The Trick? ritorna il White prepotente delle prime due tracce.

In conclusione, tolto l’evitabile intermezzo Dust, “Fear Of The Dawn” è il miglior CD a firma Jack White dal lontano “Blunderbuss”: avventuroso, ambizioso, a volte troppo ricercato ma mai prevedibile o monotono. Se “Boarding House Reach” poteva sembrare un divertissement una tantum, “Fear Of The Dawn” ribadisce che White è ormai un rocker a tutto tondo, non più imprigionabile nel ruolo del tradizionalista del blues e del rock.

Il secondo album del 2022 dell’ex The White Stripes è un deciso cambiamento di rotta rispetto al precedente “Fear Of The Dawn”. Laddove quest’ultimo era un album rock sperimentale, furioso a tratti, “Entering Heaven Alive” è puro cantautorato: potremmo definirlo “la faccia buona” di White. La preferenza dell’ascoltatore per uno o l’altro dipende probabilmente dai propri gusti personali: i due CD, infatti, sono entrambi ben fatti e compongono una prova innegabile del grande talento di Jack White, unito a una versatilità non comune.

La cosa che colpisce, prima ancora delle canzoni, è la copertina di “Entering Heaven Alive”: scomparse le tracce di azzurro che trovavano spazio nei precedenti dischi solisti del Nostro, abbiamo una semplice immagine in bianco e nero. Per uno attento all’estetica come lui, questo è un cambiamento rilevante: il dubbio era cosa aspettarsi dalle tracce di “Entering Heaven Alive”.

La risposta è che Jack White è un compositore di grande talento, capace di incidere nello stesso anno brani rock robusti come Taking Me Back (riproposta in chiave acustica in questo lavoro) e Fear Of The Dawn così come deliziosi pezzi folk come A Tip From You To Me e All Along The Way. La prima parte del CD contiene le canzoni migliori: parliamo delle già citate A Tip From You To Me e All Along The Way, ma abbiamo anche If I Die Tomorrow, che tiene alto il livello nel finale di LP. Invece inferiore alle altre Queen Of The Bees, inspiegabilmente scelta come singolo di lancio.

In conclusione, “Entering Heaven Alive” chiude ottimamente un 2022 da incorniciare per Jack White. Siamo di fronte al suo miglior periodo, musicalmente parlando, più fertile anche degli esordi solisti del 2012 (“Blunderbuss” resta peraltro un buonissimo lavoro). Forse non siamo ai livelli della doppietta “White Blood Cells”-“Elephant”, incisi a cavallo tra 2001 e 2003 con Meg White, ma ci siamo dannatamente vicini.

19) Special Interest, “Endure”

(PUNK)

Il terzo CD del gruppo statunitense costruisce su quanto di buono c’era nel precedente “The Passion Of” (2020), oggetto anche di un profilo Rising sul nostro blog: un punk energico, inframmezzato da melodie quasi dance e disco. Questa volta però c’è più attenzione al post-punk stile Joy Division e Interpol, con una durata complessiva (44 minuti) che rende il lavoro più complesso rispetto a “The Passion Of” (29 minuti), ma anche più completo. I risultati sono generalmente equivalenti: siamo di fronte ad un altro ottimo LP in una produzione sempre più interessante.

Alli Logout e compagni si confermano quindi band imprescindibile per la scena punk americana grazie a quanto li aveva resi solidi già in passato: base ritmica serrata, voce spesso irresistibile, messaggi potenti trasmessi attraverso liriche sempre dirette. Prova ne siano i seguenti versi: “Liberal erasure of militant uprising is a tool of corporate interest and a failure of imagination” e “We are not concerned with peace. Peace is not of our concern” (entrambi da Concerning Peace); “If you don’t like it you can fuck right off” e “The end of the world is just a destination, I had to grow to love, yes and now I know I’m not unworthy of love” (LA Blues).

La storia più bella e tragica è però contenuta in (Herman’s) House: il brano prende spunto dalla storia vera di Herman Wallace, un membro delle Pantere Nere che ha trascorso ingiustamente 41 anni in prigione per un reato che non ha commesso. Una volta uscito, nel 2013, è morto di cancro tre giorni dopo. Ecco quindi spiegato il seguente, tragico verso: “We’ll all be Basquiats for five minutes or Hermans for life”.

I bei pezzi abbondano in “Endure”: dalla danzereccia Midnight Legend a Concerning Peace, passando per (Herman’s) House, il CD è ricco di manifesti punk potenti. Deludono in parte solo Foul e il fin troppo breve Interlude, ma i risultati complessivi restano buonissimi.

In conclusione, “Endure” riporta gli Special Interest meritatamente al centro della scena punk statunitense. I loro componimenti, in sottile equilibrio tra elettronica e rock duro, li rendono un unicum: Alli Logout, inoltre, si conferma presenza carismatica e rende ancora più speciale il gruppo. Non vediamo l’ora di vedere la loro prossima incarnazione.

18) Nilüfer Yanya, “PAINLESS”

(ROCK)

“Miss Universe”, l’album d’esordio del 2019 di Nilüfer Yanya, era indubbiamente un buon disco e si era guadagnato uno spazio nella rubrica Rising di A-Rock; tuttavia, non era ancora la dimostrazione piena del talento della cantautrice inglese. “PAINLESS” invece è un CD più realizzato e coeso, che è uno dei migliori dischi indie rock del 2022.

I 46 minuti di “PAINLESS” scorrono benissimo, tra rimandi ai Radiohead (stabilise, midnight sun) e ad Alanis Morissette (the dealer). Soprattutto nella prima parte, il lavoro è davvero ben costruito; invece pezzi come company e anotherlife sono i più deboli del lotto e fanno finire il CD su un livello compositivo inferiore rispetto alla prima metà, ma complessivamente siamo di fronte ad un ottimo secondo LP.

I testi poi sono un altro tratto interessante del lavoro: Nilüfer Yanya è infatti evocativa, ma mai troppo diretta. Di certo c’è solo il suo malessere: esemplari i versi contenuti in trouble (“Troubled don’t count the ways I’m broken, your troubles won’t count, not once we’ve spoken”) e in shameless (“Spit me out here in the sunlight … Watch me burn, night and day”). Il verso più drammatico è però questo: “Silent leaves, I walked in your forest, but there’s no roots. I am not sure I got this”, in try.

“PAINLESS” è evidentemente un titolo ironico, amaro: tanto più in un mondo tormentato come quello odierno, diviso tra l’interminabile pandemia e una guerra devastante alle porte dell’Europa. Pertanto, pur non essendo certo un disco “difficile”, “PAINLESS” è più profondo della media dei CD indie rock degli ultimi anni, sia musicalmente che liricamente, e fa di Nilüfer Yanya un nome da tenere d’occhio. Se “Miss Universe” poteva apparire agli scettici come un abbaglio, questo LP non passerà inosservato.

17) Everything Everything, “Raw Data Feel”

(POP – ELETTRONICA)

Il sesto lavoro del gruppo inglese porta con sé alcune novità: la più importante, quasi rivoluzionaria, è che i testi di “Raw Data Feel” sono stati composti da un software di intelligenza artificiale, che il leader del gruppo Jonathan Higgs ha eletto “quinto membro degli Everything Everything”. Non va tralasciato l’aspetto puramente musicale, però: questo è il miglior CD degli inglesi dai tempi di “Get To Heaven” del 2015.

La musica di “Raw Data Feel” suona infatti fresca, gioiosa: singoli riusciti come I Want A Love Like This e l’indie rock irresistibile di Jennifer sono highlights assoluti in una carriera già piena di successi. Il lavoro funziona meno nei brani più convenzionali: Pizza Boy, non fosse per il testo assurdamente divertente, è dimenticabile. Stessa cosa vale per Shark Week e HEX. Buona invece la più lenta Leviathan, così come la dolce Kevin’s Car e la danzereccia Teletype.

La curiosità, oltre che per le 14 tracce di “Raw Data Feel”, era forte anche per i testi generati dal tool di intelligenza artificiale creato da Higgs: dopo averlo “istruito” con testi presi tanto dai social quanto dalla filosofia confuciana, il sistema ha fatto in generale un buon lavoro. In alcuni casi abbiamo versi divertenti, come “Why don’t you listen to your momma? She’s old” (I Want A Love Like This), oppure profondi (“You’re in love with the future, I don’t know why”, My Computer).

In conclusione, “Raw Data Feel” è un ottimo LP da parte di un gruppo in continua evoluzione: il precedente “RE-ANIMATOR” (2020) era il loro CD più prevedibile e gli Everything Everything sembravano aver virato verso atmosfere più indie rock. Invece questo disco apre la porta a ritmi dance e ritorna al pop che li ha resi dei paladini della scena alternativa. Chapeau.

16) Beach House, “Once Twice Melody”

(POP)

L’ottavo LP del duo originario di Baltimora è un altro capolavoro in una carriera costellata di grandi CD. Diviso in quattro capitoli, articolato in 18 canzoni per 84 minuti totali, “Once Twice Melody” raccoglie tutto quanto fatto in passato dai Beach House, dalle cavalcate quasi psichedeliche (Superstar) alle ballate che riportano alle origini del gruppo (Sunset), passando per pezzi molto cinematografici (New Romance) e grandi odi dream pop (Masquerade). Non tutto funziona a meraviglia, ma quando lo fa siamo di fronte ad un lavoro imperdibile.

Interessante (e riuscita) l’idea dei Beach House di pubblicare “Once Twice Melody” in quattro diverse uscite tra novembre 2021 e febbraio 2022, dando modo al pubblico di digerire le numerose sfaccettature del lavoro. In effetti, come già accennato, la durata rappresenta il principale ostacolo ad una fruizione perfetta del CD: tuttavia, probabilmente il duo formato da Victoria Legrand e Alex Scally ha voluto fare piazza pulita dei propri archivi. Chissà che le future incarnazioni dei Beach House non divergano molto da quanto sentito negli ultimi anni.

In generale, non c’è una vera e propria narrativa alla base di ogni capitolo: i temi dell’amore, del sogno, dei ricordi e del rapporto con ciò che ci circonda, comprese le stelle, sono disseminati un po’ ovunque. Come sempre coi Beach House, è più la sensazione provocata dalla musica che le liriche ad emozionare: in pezzi come la superlativa Superstar e Masquerade lo scopo è raggiunto magnificamente. Col tempo, è quasi naturale che alcune canzoni ricalchino altre già sentite in precedenza (ESP, Illusion Of Forever), ma in generale la qualità media del lavoro è squisita.

Il tema delle stelle ricorre spesso nel lavoro: in Superstar Legrand canta “The stars were there in our eyes”, mentre Pink Funeral contiene un verso quasi identico: “The painted stars, they fill our eyes”. Altrove immagini tragiche si mescolano con altre ironiche: “Something somebody told me, think the plane is going down. You can’t take it with you, so let me buy you the next round” (The Bells), laddove New Romance contiene forse il verso più bello: “You’re somebody else, somebody new… ‘fuck it’ you said, ‘it’s beginning to look like the end’”.

In conclusione, “Once Twice Melody” è un altro grande lavoro in una discografia ormai leggendaria. Non è un caso che i Beach House incarnino l’idea di dream pop del XXI secolo: se in passato li abbiamo visti sia nella loro versione più semplice (l’eponimo esordio “Beach House” del 2006) che in quella più muscolare (“7” del 2018), passando per dischi magnifici come “Teen Dream” del 2010 e “Bloom” del 2012, questo LP è una summa di tutto quanto. Forse non è il loro migliore lavoro, ma con “Once Twice Melody” Legrand e Scally hanno scritto altre grandi pagine di dream pop.

15) SOUL GLO, “Diaspora Problems”

(PUNK)

Se l’anno passato i Turnstile avevano fatto intravedere il futuro dell’hardcore punk nel suo versante più “dream punk” con il magnifico “GLOW ON”, il complesso noto come SOUL GLO ha invece perfezionato una formula altrettanto radicale ed innovativa, ma sul versante opposto. Punk, hip hop sperimentale, metal, noise… “Diaspora Problems” è un CD lontano dal mainstream, ma poco o nulla del passato suona come lui.

Tecnicamente questo sarebbe il quarto lavoro a firma SOUL GLO; tuttavia, i tre precedenti sono andati pressoché perduti e quindi, a livello di impatto col pubblico, questo per molti sarà il primo ascolto del gruppo americano. Oltre al sound abrasivo, a livello lirico Pierce Jordan e compagni affrontano temi molto attuali e sentiti, specialmente dalle persone di colore: il singolo Jump!! (Or Get Jumped!!!)((by the future)) nomina i defunti Juice WRLD e Pop Smoke per mettere in evidenza la condizione di perenne incertezza che avvolge persone nere di successo, tanto da chiedersi “Would you be surprised if I died next week?”. Nell’iniziale Gold Chain Punk (whogonbeatmyass?) le prime parole sono “Can I live?”, che diventano quasi un mantra nel corso del brano. Altrove abbiamo infine veri e propri proclami politici: “It’s been ‘fuck right wing’ off the rip, but still liberals are more dangerous” è il più eloquente (John J).

I pezzi migliori sono Gold Chain Punk (whogonbeatmyass?) e la devastante Spiritual Level Of Gang Shit, che chiude stupendamente il lavoro. Inferiore alla media, altissima, del CD solamente Coming Correct Is Cheaper. Ma in generale va detto che il mix di suoni che formano “Diaspora Problems” richiede più ascolti per essere completamente assimilato: è come sentire i Death Grips scrivere canzoni punk ispirandosi a Sex Pistols e Black Flag. Basti ascoltare Driponomics a tal riguardo.

“Diaspora Problems” è quindi un LP complesso, ma i 39 minuti che compongono la tracklist non suonano mai monotoni. Se la rabbia espressa da Pierce Jordan e co. può a volte suonare eccessiva, pensiamo al mondo in cui viviamo attualmente, con i suoi mille problemi, e improvvisamente anche le parti più dure di “Diaspora Problems” assumono un senso.

14) Kendrick Lamar, “Mr. Morale & The Big Steppers”

(HIP HOP)

Quando uno dei maggiori rapper degli ultimi dieci anni, se non forse il migliore di tutti, pubblica un nuovo lavoro, è normale che tutto ruoti attorno a lui. Basti dire che quello stesso venerdì erano stati pubblicati i nuovi CD di artisti come Florence + The Machine, The Black Keys e The Smile… ma tutti o quasi ci siamo orientati da K-Dot.

Cinque anni erano trascorsi dall’ultimo lavoro di Kendrick Lamar: “DAMN.” usciva infatti nel 2017 e consegnava al Nostro, oltre che il primo posto nelle classifiche di vendita e in quelle di qualità di numerose riviste specializzate, nientemeno che il Premio Pulitzer, prima volta di sempre per un rapper! È chiaro che stiamo parlando di un artista speciale e “Mr. Morale & The Big Steppers” certamente non intacca l’eredità che Kendrick Lamar lascerà ai posteri… ma è davvero il capolavoro di cui molti parlano?

I 73 minuti di durata fanno pensare ad un doppio album molto denso e di difficile assimilazione, circostanze entrambe confermate, malgrado vi siano momenti più gradevoli musicalmente, si senta la trap di N95 ad esempio. Va ricordato poi che “To Pimp A Butterfly” (2015), il capolavoro indiscusso ad oggi di Lamar, durava qualche minuto in più ma è catalogato come un unico CD… in questo caso, peraltro, la divisione è presente già nel titolo, tanto che viene da chiedersi: ma chi è questo Mr. Morale? È un dubbio che non viene mai chiarito definitivamente nel corso del lavoro: uno psicoterapeuta, la compagna di Kendrick, lui stesso… le interpretazioni si sprecano, ma di nessuna possiamo essere certi. Una cosa è però sicura: se in passato Kendrick Lamar è stato elogiato per la sua incredibile capacità di narrare, quasi come se fossimo in un film, la vita nella periferia di Compton (“good kid, m.A.A.d. city” del 2012) e il razzismo prevalente in certi settori d’America (“To Pimp A Butterfly”), adesso l’attenzione è tutta per sé stesso.

Aiutato da ospiti di spessore, tra cui menzioniamo Sampha, il controverso Kodak Black e Ghostface Killah, Lamar scava come mai in precedenza nei suoi demoni, uscendosene a volte con opinioni forti per non dire “rischiose”: non ci scordiamo che siamo nel tempo del #MeToo e dell’inclusione, pertanto alcune frasi di Auntie Diaries, in cui si narra la storia di due suoi parenti omosessuali e alle prese con la transizione verso l’altro sesso, oppure della durissima We Cry Together potrebbero essere valutate in maniera diversa a seconda dell’audience. In generale, tuttavia, la volontà di mettersi a nudo in modo così esplicito rende “Mr. Morale & The Big Steppers” un CD irrinunciabile per i fan del rapper californiano.

Musicalmente, il disco è molto complesso, variegato: passiamo dalla ritmica stramba e fuori sincro dell’iniziale United In Grief alla trap di N95, per poi toccare l’R&B in Father Time e il pop-rap in Rich Spirit. Il brano che svetta su tutti è la delicata e straziante Mother I Sober, che conta la collaborazione di Beth Gibbons, cantante dei Portishead: il pezzo, dedicato alla madre di Lamar, racconta l’abuso sessuale da lei subito quando il Nostro era ancora un ragazzo e la sua disperata reazione. Evoca inoltre l’immagine della nonna di Kendrick, che lui si immagina così: “My mother’s mother followed me for years in her afterlife, starin’ at me on back of some buses, I wake up at night”. Il pezzo regge praticamente da solo la parte finale del CD e lancia magnificamente Mirror, che chiude il lavoro.

Con il supporto di produttori di spessore, tra cui annoveriamo Pharrell Williams, The Alchemist e Baby Keem, Kendrick ha pubblicato probabilmente il più complesso LP della sua carriera. Non sempre il livello è pari a quanto anticipato da The Heart Pt. 5, che aveva generato aspettative davvero altissime. Tuttavia, Kendrick Lamar ha creato un altro capitolo imperdibile in una carriera ormai leggendaria. Se parliamo di “GOAT” (Greatest Of All Time) in ambito rap, il suo nome non può essere escluso.

13) Soccer Mommy, “Sometimes, Forever”

(ROCK)

Il terzo album della talentuosa Sophie Allison, in arte Soccer Mommy, introduce delle gustose novità nel suo sound, grazie anche alla produzione di Daniel Lopatin (Oneohtrix Point Never). Il risultato è un ottimo CD indie rock, con occasionali esperimenti che guardano al trip hop (Unholy Affliction) e allo shoegaze (Don’t Ask Me).

Della “new wave” di autrici che stanno rivoluzionando il mondo indie (basti citare Phoebe Bridgers, Lucy Dacus e Julien Baker), Allison è la più grunge: prova ne sia “Clean” (2018), l’album che la fece conoscere al mondo. Invece “color theory” (2020) aveva virato verso atmosfere più soffuse, mantenendo però il candore dei testi che l’hanno resa fin da subito riconoscibile. “Sometimes, Forever” contribuisce, come già detto, ad ampliare ulteriormente la palette sonora di Soccer Mommy: Darkness Forever, ad esempio, difficilmente sarebbe entrata in un suo lavoro precedente.

A proposito di testi, Still contiene alcune delle liriche più toccanti mai scritte da Allison: “I lost myself to a dream I had… But I miss feeling like a person”. Altro verso molto malinconico è “I’m barely a person, mechanically working”, contenuto in Unholy Affliction. Altrove invece emerge l’aspetto più speranzoso dell’animo di Sophie: “Whenever you want me, I’ll be around… I’m a bullet in a shotgun waiting to sound” (Shotgun).

I migliori brani sono l’iniziale Bones, davvero travolgente; il singolo di lancio Shotgun, ottimo pezzo indie rock; e Don’t Ask Me, potente pezzo shoegaze che ricorda i My Bloody Valentine. Invece inferiore alla media Fire In The Driveway. In generale, Sophie Allison conferma quanto di buono si scrive di lei da anni: Soccer Mommy è ormai un progetto caposaldo del mondo indie contemporaneo e “Sometimes, Forever” è uno dei migliori CD rock del 2022.

12) Björk, “Fossora”

(ELETTRONICA – POP – SPERIMENTALE)

Il decimo album dell’artista islandese più nota al mondo continua la sua ricerca del perfetto album art pop. Mescolando temi mondani come il Covid-19 e il lutto passato per la morte della madre Hildur, Björk ha creato un altro CD squisito, sulle tracce dei migliori della sua produzione e un netto progresso rispetto al precedente “Utopia” (2017).

Questa volta l’artista islandese ha privilegiato i bassi e i clarinetti, creando atmosfere accessibili (Ancestress) e allo stesso tempo oscure (Atopos), con momenti di puro sperimentalismo (Mycelia). I risultati sono in generale incredibili: nei suoi momenti più riusciti “Fossora” arriva molto vicino alle vette di “Post” (1995) e “Homogenic” (1997), i due LP più celebrati della Nostra. Prova ne siano Atopos e la title track.

Il tema portante, sia della cover che di molti titoli, sono i funghi. Se “Utopia” era un album che dedicava molto spazio all’amore e all’aria come elemento naturale, “Fossora” (parola inventata da Björk che significa, dal corrispettivo latino maschile, “scavatrice”) è invece dedicato alla terra e scava nei rapporti familiari.

Dicevamo che gli argomenti principali del lavoro sono due: la pandemia e la morte della madre. Björk evoca spesso la figura di quest’ultima, con versi spesso toccanti: “Did you punish us for leaving? Are you sure we hurt you? Was it just not ‘living?’” (Ancestress); “Rejection left a void that is never satisfied, sunk into victimhood… Felt the world owed me love” (Victimhood). Il verso più bello è contenuto nella conclusiva Her Mother’s House: “When a mother wishes to have a house with space for each child, she is only describing the interior of her heart”. A rafforzare il sentimento di famiglia che pervade “Fossora”, Björk canta con la collaborazione, oltre che di serpentwithfeet (Fungal City), dei figli Sindri (Ancestress) e Isadora (Her Mother’s House).

Esclusi i due intermezzi Fagurt Er Í Fjörðum e Mycelia, eccessivamente brevi per lasciare traccia, il CD scorre benissimo, malgrado stiamo parlando di un lavoro per palati fini, amanti dell’elettronica più sperimentale e del pop più raffinato. “Fossora” è un highlight di una carriera già piena di dischi imprescindibili: Björk si conferma nome ormai leggendario.

11) Alvvays, “Blue Rev”

(ROCK)

I canadesi Alvvays mancavano da ben cinque anni dalla scena musicale. “Antisocialites” risale infatti al 2017: il CD pareva lanciarli verso una buona carriera nel mondo indie, con forti influenze shoegaze. Invece poi, tra problemi di furti, alluvioni e la pandemia, la registrazione del seguito “Blue Rev” è slittata fino al 2022, un anno che si sta rivelando sempre più ricco di album imperdibili, in ogni genere.

“Blue Rev” è infatti davvero squisito: The Smiths, R.E.M. e Lush fanno capolino qua e là come influenze, ma gli Alvvays hanno praticamente scritto il manifesto del suono dello shoegaze del 2022. Certo, ci sono tracce maggiormente dream pop (Bored In Bristol) o indie rock (Pomeranian Spinster), ma gli Alvvays hanno un sound tutto loro, accattivante e con picchi davvero notevoli come Pharmacist e Easy On Your Own?. Il replay value è garantito.

Il disco si compone di numerose canzoni, ma generalmente molto brevi, tanto che la durata complessiva arriva ad appena 38 minuti. La prima parte è eccezionale: Pharmacist, Easy On Your Own e After The Earthquake sono infatti una tripletta vincente su tutti i fronti. Abbiamo poi altre perle nascoste, come Velveteen e Belinda Says. Inferiori alla media solamente Pressed e Fourth Figure, ma restano utili nell’economia di “Blue Rev”, capace di alternare momenti più rock ad altri maggiormente intimisti in maniera ottimale.

In conclusione, “Blue Rev” è il capolavoro che chiunque avrebbe augurato agli Alvvays: se l’omonimo esordio “Alvvays” (2014) e “Antisocialites” sembravano buoni ma non ancora completamente centrati, questo LP definisce un nuovo benchmark per lo stile shoegaze. Chapeau.

10) black midi, “Hellfire”

(ROCK – SPERIMENTALE)

Il terzo CD degli inglesi black midi prosegue una carriera a metà tra folle e avanguardista, sulla scia di quel maestro che era Scott Walker: prog rock, noise, country (!!!) e puro sperimentalismo si mescolano in “Hellfire”, con canzoni che spesso cambiano radicalmente nel corso di due minuti o meno. Geordie Greep (chitarra e voce principale), Cameron Picton (basso e seconda voce) e Morgan Simpson (batteria) hanno ormai una maestria incredibile nel performare questi continui cambi di ritmo, tanto da far sembrare “Hellfire” quasi comodo da eseguire rispetto alla durezza di “Schlagenheim” (2019) e alla maggior raffinatezza di “Cavalcade” (2021).

Le dieci tracce del CD sembrano comporre una colonna sonora dell’Inferno: i tre singoli di lancio, da Welcome To Hell a Sugar/Tzu passando per Eat Men Eat, sono durissimi e hanno fatto capire una volta di più che siamo di fronte ad un complesso unico nel suo genere. Non che le altre canzoni in tracklist siano deludenti: azzeccata la scelta di mettere il breve intermezzo Half Time proprio a metà del percorso di “Hellfire”, così come è davvero irreale il country di Still, con Picton prima voce che non sfigura per nulla, pur al cospetto di un genere tanto strano e alieno per i black midi. Indimenticabile poi The Race Is About To Begin, in cui Greep spara frasi al ritmo dell’Eminem più scatenato; e ottima la chiusura di 27 Questions, in cui i black midi immaginano la triste fine dell’attore fallito Freddie Frost, che nella sua ultima opera inscena 27 domande esistenziali prima di darsi fuoco sul palcoscenico.

Liricamente, questa è la traccia che sicuramente resta più impressa. Interessante poi la scelta del gruppo di focalizzarsi su vignette di personaggi “esemplari”, narrate sempre in prima persona da Greep e soci. Ad esempio, Sugar/Tzu immagina un confronto pugilistico del futuro tra due grizzly, in cui uno dei due viene ucciso da un fan impazzito che, a suo dire, voleva accontentare il pubblico portando il sangue sul ring. Abbiamo poi il racconto delle peripezie di un soldato che soffre di stress post-traumatico (Welcome To Hell). Altrove, infine, abbiamo frasi che stroncano la stupidità umana (“Idiots are infinite, thinking men numbered”, The Race Is About To Begin).

Qualcuno può quasi avere la sensazione che gli esperimenti dei black midi siano calcolati: troppo precise queste folli canzoni per essere oneste! In realtà, il trio inglese sembra proprio fiero di continuare ad analizzare l’umanità, associando i loro racconti a qualsiasi sfaccettatura del rock aggradi loro. Saranno degli scienziati pazzi, ma c’è del genio in questa follia.

9) Perfume Genius, “Ugly Season”

(POP – SPERIMENTALE)

Il sesto album del musicista americano è una radicale reinvenzione della sua estetica. L’art pop che contraddistingueva i suoi dischi più rilevanti, da “Put Your Back N 2 It” (2012) a “Set My Heart On Fire Immediately” (2020), lascia il posto ad un intricato mix di musica sperimentale e neoclassica, che porta Perfume Genius su territori ignoti. I risultati tuttavia sono, come al solito, magnifici.

Ascoltare per la prima volta “Ugly Season” può essere un’esperienza catartica, straniante ma allo stesso tempo rilassante: il basso pulsante di Herem contrasta con lo sperimentalismo dell’introduttiva Just A Room; il ritmo quasi dance della magnifica Eye In The Wall fa da contraltare al clangore di un pezzo coraggioso come Hellbent. Se in passato Mike Hadreas era inquadrabile come artista pop a tutto tondo, pur con un’indole avanguardista, questo CD dà libero sfogo alla sua creatività.

Anche liricamente il lavoro ricalca il tema della reinvenzione, soprattutto dopo anni difficili come quelli che stiamo passando. In Hellbent ritorna il personaggio di Jason, protagonista dell’omonima traccia di “Set My Heart On Fire Immediately”, e Mike canta: “If I make it to Jason’s and put on a show, maybe he’ll soften and give me a loan”. Altrove emerge il tema dell’incertezza (“No pattern” sono le prime parole di Just A Room). In generale, le liriche di Perfume Genius sono molto meno dirette che nel recente passato, dove non si faceva problemi a descrivere la sua infanzia, tragicamente segnata dal nonno violento, o gli atti di bullismo di cui era stato vittima in passato a causa della sua omosessualità.

In generale, “Ugly Season” può essere paragonato a CD estremi per le discografie di certi artisti, come “Kid A” per i Radiohead e “Spirit Of Eden” per i Talk Talk. Vedremo in futuro se questo CD avrà lo stesso potentissimo impatto, di certo possiamo dire che Perfume Genius ha dimostrato una volta di più il suo sconfinato talento.

8) Weyes Blood, “And In The Darkness, Hearts Aglow”

(POP)

Il quinto CD di Natalie Mering con lo pseudonimo Weyes Blood prosegue il percorso artistico intrapreso col pregevole “Titanic Rising” (2019): un pop orchestrale, barocco e raffinato. Ognuno può sentirci reminiscenze diverse: Beach House, Lana Del Rey, Scott Walker, Kate Bush… tanti sono i nomi di prestigio accostabili a Weyes Blood, ormai uno dei nomi capisaldi dell’art pop mondiale.

I 46 minuti di “And In The Darkness, Hearts Aglow” scorrono benissimo: malgrado le canzoni spesso superino i sei minuti di lunghezza, nessuna è eccessivamente monotona, anzi pezzi come It’s Not Just Me, It’s Everybody e Grapevine sono capolavori fatti e finiti. Non tralasciamo poi Children Of The Empire e God Turn Me Into A Flower; solo le troppo brevi And In The Darkness e In Holy Flux aggiungono poco o nulla al risultato finale. Il CD resta comunque squisito ed è il migliore finora nella produzione di Natalie Mering.

Oltre all’orchestrazione ricca e alla produzione sempre impeccabile di Jonathan Rado (Foxygen), a colpire è la splendida voce di Weyes Blood, capace di veicolare sentimenti universali con poche parole ed evocativa di Joni Mitchell. Tra i versi più rilevanti abbiamo: “We are more than our disguises, we are more than just the pain” (Twin Flame); “Rising over the tide, oh hold me tight… You don’t get to know if your love has all it’s gonna take” (Hearts Aglow). Come vediamo, i temi dominanti sono l’amore e la necessità degli esseri umani di amarsi l’uno con l’altro per rendere meno amara la nostra esistenza.

“And In The Darkness, Hearts Aglow” è, a sentire Natalie Mering, il secondo album di una trilogia iniziata con “Titanic Rising”: vedremo se il piano verrà portato a compimento, di certo questo lavoro è il miglior LP art pop dell’anno e un passo in avanti su tutta la linea rispetto al già ottimo predecessore. Avremo già visto Weyes Blood al suo meglio? La risposta al prossimo CD; di certo siamo di fronte ad un’artista speciale.

7) Destroyer, “LABYRINTHITIS”

(ROCK – POP)

Il nuovo album dei Destroyer porta Dan Bejar e compagni verso territori nuovi, a tratti post-punk (Tintoretto, It’s For You) e ambient (la title track), senza mai tralasciare le caratteristiche irrinunciabili che rendono unico il progetto canadese. Possiamo dirlo: è il miglior lavoro a firma Destroyer dai tempi del magnifico “Kaputt” del 2011.

Dan Bejar sembrava aver esaurito la parte migliore della sua ispirazione con la pubblicazione di “ken” (2017), ma sia “Have We Met” (2020) che questo “LABYRINTHITIS” sono in realtà highlights di una carriera in continua evoluzione. Brani riusciti come June, It’s In Your Heart Now e Suffer starebbero benissimo nei migliori lavori dei Destroyer e rendono “LABYRINTHITIS” irrinunciabile per gli amanti della band.

Se musicalmente siamo di fronte ad un piccolo capolavoro, dal punto di vista testuale Bejar si conferma imperscrutabile. Già il titolo del lavoro è un mistero: da nessuna parte si fa riferimento alla labirintite, un disturbo che può colpire l’apparato uditivo. Il riferimento al celebre pittore italiano del ‘600 in Tintoretto, It’s For You è forse ancora più misterioso. La band stessa se ne rende conto, tanto che nel corso di June un verso che risuona è: “Fancy language dies and everyone’s happy to see it go”, mentre in Eat The Wine, Drink The Bread (altro titolo piuttosto bizzarro) Bejar proclama: “Everything you just said was better left unsaid”.

In conclusione, “LABYRINTHITIS” è un’ottima aggiunta ad una discografia di sempre maggior rilievo. Se qualcuno poteva pensare che Dan Bejar e compagni fossero ormai nella fase discendente della carriera, questo LP dovrà farli ricredere: giunti al tredicesimo album di inediti, sembra che siamo di fronte all’inizio di una nuova fase nell’estetica della band.

6) Fontaines D.C., “Skinty Fia”

(ROCK – PUNK)

Giunti al terzo album in soli quattro anni, gli irlandesi Fontaines D.C. sono ormai un punto fermo della scena post-punk d’Oltremanica. Tuttavia, “Skinty Fia” (che si può tradurre con “la maledizione del cervo”) innova il sound del gruppo: accenni di rock gotico ispirato ai Cure (Bloomsday), così come di shoegaze (Big Shot), rendono il CD davvero vario, pur rispettando l’estetica austera della band.

Il titolo del lavoro è diretta espressione dei temi che stanno al cuore di “Skinty Fia”: quattro membri sui cinque del gruppo sono ormai stabili a Londra e il passaggio dalla madrepatria all’Inghilterra è stato traumatico, spingendoli a descrivere questa sensazione di spaesamento. Esemplare In ár gCroíthe go deo, traducibile con “per sempre nei nostri cuori”, che prende spunto da una frase che una donna irlandese trapiantata a Coventry, in UK, voleva fosse scritta sulla sua tomba. La Chiesa d’Inghilterra, tuttavia, si oppose, tanto da arrivare ad un processo che si concluse nel 2021 a favore della famiglia della donna.

In molte canzoni, così come nel tono generale del CD, i Fontaines D.C. danno sfogo a questa vena malinconica, ma non per questo “Skinty Fia” suona uniformemente grigio; anzi, possiamo dire che, rispetto a “Dogrel” (2019) e “A Hero’s Death” (2020), siamo di fronte ad un prodotto innovativo. Oltre alle già citate Big Shot e Bloomsday, abbiamo infatti anche The Couple Across The Way, che sembra una tipica canzone popolare, interamente cantata a cappella dal frontman Grian Chatten, accompagnato solo dalla fisarmonica. La canzone contiene inoltre uno dei versi più belli dell’intero LP: “Across the way moved in a pair with passion in its prime… Maybe they look through to us and hope that’s them in time”. Abbiamo infine un pezzo quasi ballabile: la title track, che assieme a I Love You e Roman Holiday rappresenta il terzetto di canzoni-manifesto del lavoro. Sotto la media solo How Cold Love Is, ma si sposa bene in ogni caso col mood complessivo di “Skinty Fia”.

In conclusione, “Skinty Fia” è un’altra aggiunta di grande valore ad una discografia sempre più valida. Chatten e compagni stanno riscrivendo le regole del post-punk, aiutando a tornare popolare un genere che pareva morto e sepolto da decenni. Che lo facciano cercando anche di sperimentare (con più che discreti tentativi), è un risultato magnifico. “Skinty Fia” è il loro miglior lavoro? Difficile dirlo, c’è chi preferirà la spontaneità di “Dogrel” oppure la perfezione stilistica di “A Hero’s Death”, ma certamente questo CD non intacca l’eredità della band irlandese.

5) Jockstrap, “I Love You Jennifer B”

(POP – ELETTRONICA)

Il duo formato da Georgia Ellery (già parte dei Black Country, New Road) e Taylor Skye aveva fatto intravedere le proprie qualità nell’EP “Wicked City” del 2020: un pop sbilenco, con forte produzione elettronica e momenti di sperimentalismo puro. I risultati erano davvero intriganti, ma “I Love You Jennifer B” ne rappresenta la versione riveduta e corretta e rende il CD imprescindibile per gli amanti di un certo tipo di musica, accessibile ma allo stesso tempo molto creativa.

Prendiamo due dei brani più riusciti del lavoro: se Glasgow è un ottimo brano pop, che potrebbe benissimo scalare le classifiche, Concrete Over Water è una lunga ballata di stampo art pop, sulla scia di Kate Bush. Abbiamo poi Lancaster Court, molto essenziale, ma anche Neon, che invece ha almeno quattro momenti diversi racchiusi nei suoi 225 secondi di durata. Il CD si conclude poi con una sorta di mini DJ set di musica techno e breakbeat, 50/50 – Extended Mix.

Sia chiaro, il disco potrebbe sembrare a tratti fin troppo variegato e incoerente, ma i Jockstrap riescono a mantenere una narrativa uniforme e “I Love You Jennifer B”, anche dopo ripetuti ascolti, non perde il suo fascino. Unico brano inferiore alla media infatti è Angst.

Liricamente, il CD si contraddistingue per versi spesso provocanti e ironici, come ad esempio il seguente, contenuto nella riuscita Greatest Hits: “Imagine I’m Madonna, imagine I’m Thee Madonna, dressed in blue… No, dressed in pink!”. Abbiamo poi frasi più apodittiche: “Grief is just love with nowhere to go” (Debra). In generale, i Jockstrap giocano con gli assunti più comuni della cultura pop, creando un insieme di canzoni magari non perfetto, ma certamente imprevedibile.

In conclusione, “I Love You Jennifer B” è uno dei migliori esordi del 2022: elettronica, pop e musica sperimentale si fondono a tratti perfettamente, rendendo il lavoro davvero affascinante. Sì, pare proprio che abbiamo trovato un volto tra i più brillanti della musica del futuro.

4) The Smile, “A Light For Attracting Attention”

(ROCK)

Quando Thom Yorke si lancia in nuove avventure artistiche, che si parli di album solisti oppure di progetti veri e propri, l’attenzione di tutti è catturata. Se poi contiamo nei The Smile anche il chitarrista Jonny Greenwood, seconda mente creativa dei Radiohead, e Tom Skinner (batterista dei Sons Of Kemet), allora le premesse sono davvero ottime. “A Light For Attracting Attention” in effetti è un lavoro pregevole, al livello dei migliori della band principale di Greenwood e Yorke nei suoi momenti di maggior ispirazione.

L’atmosfera del lavoro viene subito impostata da The Same: siamo nei territori di “Kid A” (2000), con un tocco di “In Rainbows” (2007). La canzone di per sé sarebbe un highlight, ma presa accanto a pezzi magnifici come Free In The Knowledge e Thin Thing è quasi “un brano come gli altri”. La coesione del lavoro, inoltre, aumenta ancora di più il fascino del CD, che risulta inquietante e ammaliante in ugual misura.

Su tutto svetta, ovviamente, la vellutata voce di Yorke, davvero in splendida forma: le canzoni di “A Light For Attracting Attention” non inducono in realtà al sorriso, come farebbe pensare il nome del trio, quanto piuttosto alla riflessione di fronte alle falsità dei politici che ci (mal)governano. Ne sono chiari esempi You Will Never Work In Television Again, dedicata nientemeno che a Silvio Berlusconi (menziona anche il bunga bunga), ed A Hairdryer, che cita l’ex presidente americano Donald Trump e i suoi capelli di strani colori. Altrove emergono temi più spirituali: Open The Floodgates pare infatti l’inno dell’oltretomba, con versi come “Don’t bore us, get to the chorus… We want the good bits, without your bullshit… And no heartaches”.

Ad aggiungere ulteriore interesse alla già ricca ricetta dei The Smile ci si mette la volontà di Thom e compagni di non scimmiottare il sound dei Radiohead, pur avendo il lavoro chiari rimandi, come già evidenziato precedentemente. Ad esempio, You Will Never Work In Television Again è una bella traccia alternative rock, che non ci immagineremmo nei CD recenti del complesso inglese. Lo stesso vale per Thin Thing, con la sua potente progressione. Invece la pur ottima Pana-Vision e Free In The Knowledge sarebbero state benissimo nel seguito di “A Moon Shaped Pool” (2016), ad oggi ultimo LP di inediti a firma Radiohead.

La verità è, per concludere, che “A Light For Attracting Attention” dimostra una volta di più il grandissimo talento di Thom Yorke e Jonny Greenwood i quali, aiutati dal valido Tom Skinner, hanno dato alla luce uno dei migliori album rock dell’anno. Aspettiamo con ancora maggiore trepidazione il nuovo disco dei Radiohead: di benzina ne è rimasta ancora molta nel serbatoio delle due menti principali del gruppo e, accanto a Colin Greenwood, Phil Selway e Ed O’Brien, cose magiche sono già accadute in passato.

3) Arctic Monkeys, “The Car”

(ROCK – POP)

A quattro anni dal bizzarro “Tranquility Base Hotel & Casino”, gli Arctic Monkeys sono tornati. La rock band inglese, tra le più importanti degli scorsi venti anni, è ormai abituata a stupire i propri ascoltatori: dopo aver fatto scalpore con un garage rock energico nei primi due lavori “Whatever People Say I Am, That’s What I’m Not” (2006) e “Favourite Worst Nightmare” (2007), hanno poi virato verso territori più sperimentali in “Humbug” (2009) e verso il britpop (“Suck It And See”, 2011). La vera svolta arrivò con il successo mondiale di pubblico e critica di “AM” (2013), fatto di pezzi hard rock (Arabella) tanto quanto romantici (I Wanna Be Yours), spesso intervallati da inserti R&B (One For The Road).

Come seguire un tale inizio di carriera? Alex Turner e compagni optarono per cambiare completamente percorso; e la svolta resta viva ancora oggi. “Tranquility Base Hotel & Casino” era in sostanza un album lounge pop, basato su una storia di colonizzazione lunare e strani personaggi che popolavano il bar più popolare del luogo… insomma, cose che solo una mente geniale e un po’ stramba come Turner possono concepire. Musicalmente, tuttavia, si parlava di un buon CD, entrato a far parte dei 50 migliori di A-Rock del 2018 senza problemi. “The Car” prosegue sul percorso intrapreso dal precedente album, migliorando però la qualità media delle melodie e tornando sulla Terra come tematiche affrontate: i risultati sono eccellenti e rendono “The Car” un serio favorito per essere il miglior LP della carriera delle scimmie artiche.

Sin dai singoli di lancio avevamo intuito il potenziale del CD: There’d Better Be A Mirrorball è un suadente pezzo pop, molto romantico e dal testo evocativo di una recente rottura amorosa; la funky I Ain’t Quite Where I Think I Am è candidata ad essere un pilastro dei futuri concerti della band, ma il pezzo forte è Body Paint, glam rock ai livelli del miglior David Bowie, con grande parte strumentale finale. Tutti e tre sono tra i migliori pezzi del lavoro, ma le sorprese non finiscono qui.

Sculpture Of Anything Goes è infatti il pezzo più claustrofobico dell’intera carriera degli Arctic Monkeys: il ritmo ossessivo trasmette sensazioni di paranoia e paura, fino a fare del pezzo un highlight del CD. Altri episodi convincenti sono la raccolta title track e la trascinante Hello You; unico inferiore alla media è Jet Skis On The Moat. Apprezzabile il lavoro di squadra della band: se il precedente LP poteva sembrare quasi un capriccio di Turner, questa volta Matt Helders (batteria), Jamie Cook (chitarra) e Nick O’Malley (basso) sono fondamentali per la riuscita di tutte le canzoni della compatta tracklist (37 minuti).

I testi sono come sempre un qualcosa di unico: Alex Turner si conferma osservatore inimitabile e, allo stesso tempo, estremamente timido nell’esprimere quello che realmente sente. Se in Body Paint abbiamo uno dei più significativi versi che si possa dire al proprio partner (“And if you’re thinking of me I’m probably thinking of you”), altrove abbiamo riferimenti a spie (Sculpture Of Anything Goes) e pezzi grossi dal passato misterioso (Mr Schwartz). I temi portanti sono, però, il desiderio di avere finalmente l’amore della vita al suo fianco e l’insicurezza che il non averlo provoca (There’d Better Be A Mirrorball).

In conclusione, “The Car” è un album che si fa apprezzare dopo ripetuti ascolti: se all’inizio i fan più rockettari del gruppo britannico potrebbero essere delusi, non va dimenticato che i quattro nativi di Sheffield sono tra i pochi gruppi per cui la formula “non sai mai quello che potrebbero inventarsi” ha davvero significato. Quattro anni fa chiudevamo la recensione di “Tranquility Base Hotel & Casino” dicendo che gli Arctic Monkeys avrebbero potuto tentare una carriera tanto avventurosa e di successo come Blur e Radiohead. Cosa dire? Gli streaming sono ancora maggiori dei loro colleghi; la qualità delle canzoni continua a rimanere altissima… potremmo davvero averci preso, noi di A-Rock.

2) Big Thief, “Dragon New Warm Mountain I Believe In You”

(ROCK – FOLK – COUNTRY)

Il nuovo LP del complesso americano, il quinto della loro brillante carriera, è un capolavoro fatto e finito, quel manifesto definitivo che tanto aspettavamo dalla band capitanata da Adrianne Lenker. “Dragon New Warm Mountain I Believe In You”, nei suoi 80 minuti, è una summa di quanto fatto in passato dai Big Thief: indie rock (Little Things, Flower Of Blood), folk (Change, Sparrow), addirittura country (Spud Infinity, Red Moon), con apertura a nuovi mondi (Heavy Bends evoca Four Tet, Blurred View il trip hop) e ancora più cura e attenzione ai dettagli. È un fatto: i Big Thief si sono sempre migliorati da un album al successivo. Se questo può essere preso come il loro “White Album”, in chiave beatlesiana, è possibile che presto avremo il nostro “Revolver”, sebbene in ordine invertito rispetto alla linea del tempo dei Fab Four.

La grande varietà del lavoro non va mai a detrimento del risultato complessivo: certo, vi sono highlights come Little Things e Certainty, che saranno classici dal vivo dei Big Thief, ma anche i pezzi che possono passare per minori, come Sparrow e Dried Roses, fanno la loro figura all’interno della tracklist di “Dragon New Warm Mountain I Believe In You”. Se nel 2019 il gruppo aveva deciso di pubblicare una coppia di CD, “U.F.O.F.” e “Two Hands”, che davano sfogo al loro lato più folk e rock ma in tempi diversi, qui hanno deciso di mixare tutto insieme: un atto di coraggio e spavalderia assolutamente ripagato dal risultato finale.

Anche liricamente, come è del resto immaginabile, il disco tocca temi disparati: si parte da Adamo ed Eva (“She has the poison inside her, she talks to snakes and they guide her” canta Lenker in Sparrow), l’amore finito (“Could I feel happy for you when I hear you talk with her like we used to? Could I set everything free when I watch you holding her the way you once held me?”, canta straziata Adrianne in Change) così come il tempo perso dietro agli “schermi” (“Sit on the phone, watch TV. Romance, action, mystery” la frase ironica di Certainty).

È difficile condensare in una recensione la strada percorsa dai Big Thief rispetto all’esordio “Masterpiece” del 2016: quel CD tutto era meno che il capolavoro evocato nel titolo, tuttavia sei anni dopo possiamo dire che “Dragon New Warm Mountain I Believe In You” è quel “masterpiece” promesso da Adrianne Lenker e compagni. I Big Thief sono ormai una certezza nel mondo indie e non smettono di sorprenderci; avevamo già pensato in passato che la traiettoria ascendente della loro carriera fosse finita, ma siamo stati sempre smentiti. Che dire? Speriamo che sia così anche questa volta.

1)  Black Country, New Road, “Ants From Up There”

(ROCK)

Il secondo disco della formidabile band inglese nasce nella tragedia: il frontman Isaac Wood, a pochi giorni dalla pubblicazione del lavoro, ha annunciato la sua dipartita dalla band, a causa di non meglio specificati motivi personali. Pare non esserci alcun astio con gli altri membri dei Black Country, New Road, che peraltro hanno annunciato di voler continuare a produrre musica… vedremo se in futuro Isaac ci ripenserà, ma al momento il destino dei BC, NR è appeso ad un filo.

Pubblicato precisamente un anno dopo il fortunato esordio “For The First Time”, il CD è diverso in alcune caratteristiche, pur mantenendo lo spirito di esplorazione del predecessore. Le atmosfere sono più ovattate, ad esempio in Bread Song la tensione si accumula senza trovare uno sfogo adeguato, ma non per questo bisogna pensare che l’era pop dei Black Country, New Road sia tra noi. Anzi, brani come la lunghissima suite Basketball Shoes e Snow Globes sono tutto meno che commerciali.

Anche liricamente, del resto, l’animo tormentato di Wood ha modo di mostrarsi, attraverso metafore immaginifiche e altri momenti di più diretto sconforto. Ne sono esempi i seguenti versi: “Ignore the hole I dug again, it’s only for the evening” (tratto da Haldern), il drammatico “So I’m leaving this body… And I’m never coming home again!” (Concorde) e “All I’ve been forms the drone, we sing the rest. Oh, your generous loan to me, your crippling interest”, ad oggi le ultime parole declamate da Wood come frontman del complesso londinese, prese da Basketball Shoes.

Musicalmente, dicevamo, “Ants From Up There” è diverso da “For The First Time”: se prima i riferimenti dei Black Country, New Road erano rintracciabili nel mondo post-punk, adesso abbiamo di fronte una strana creatura, a metà tra Slint e Arcade Fire, con tocchi di Radiohead e Neutral Milk Hotel. I pezzi migliori sono la struggente Bread Song, la scombiccherata Snow Globes e Concorde, ma non bisogna sottovalutare la lunga cavalcata che chiude il lavoro, Basketball Shoes. Inferiore alla media solo Good Will Hunting.

“Ants From Up There” potrebbe rappresentare la fine di una carriera troppo breve, oppure l’inizio di un’altra fase altrettanto fertile per i Black Country, New Road. Certo, l’abbandono di Isaac Wood è una batosta, ma le basi su cui poggia l’estetica del gruppo sono solide e abbiamo speranze che il progetto possa tornare ad alti livelli. Se questo fosse il CD di addio, sarebbe comunque un capolavoro di chiusura. Sipario (?).

Segnaliamo che febbraio 2022 è stato davvero un mese pregevole: sia Black Country, New Road che Big Thief hanno pubblicato i loro CD in quel periodo, senza tralasciare Beach House e Mitski. Che ve ne pare di questa lista? Avreste inserito altri nomi? Non esitate a commentare!

Recap: giugno 2022

Anche giugno è terminato. Un mese caratterizzato da uscite di peso, con i nuovi lavori di Angel Olsen e Drake in copertina. Inoltre, A-Rock dà spazio ai nuovi CD dei Foals, Perfume Genius e Soccer Mommy. Infine, abbiamo recensito i nuovi dischi di Bartees Strange e Regina Spektor. Buona lettura!

Perfume Genius, “Ugly Season”

ugly season

Il sesto album del musicista americano è una radicale reinvenzione della sua estetica. L’art pop che contraddistingueva i suoi dischi più rilevanti, da “Put Your Back N 2 It” (2012) a “Set My Heart On Fire Immediately” (2020), lascia il posto ad un intricato mix di musica sperimentale e neoclassica, che porta Perfume Genius su territori ignoti. I risultati tuttavia sono, come al solito, magnifici.

Ascoltare per la prima volta “Ugly Season” può essere un’esperienza catartica, straniante ma allo stesso tempo rilassante: il basso pulsante di Herem contrasta con lo sperimentalismo dell’introduttiva Just A Room; il ritmo quasi dance della magnifica Eye In The Wall fa da contraltare al clangore di un pezzo coraggioso come Hellbent. Se in passato Mike Hadreas era inquadrabile come artista pop a tutto tondo, pur con un’indole avanguardista, questo CD dà libero sfogo alla sua creatività.

Anche liricamente il lavoro ricalca il tema della reinvenzione, soprattutto dopo anni difficili come quelli che stiamo passando. In Hellbent ritorna il personaggio di Jason, protagonista dell’omonima traccia di “Set My Heart On Fire Immediately”, e Mike canta: “If I make it to Jason’s and put on a show, maybe he’ll soften and give me a loan”. Altrove emerge il tema dell’incertezza (“No pattern” sono le prime parole di Just A Room). In generale, le liriche di Perfume Genius sono molto meno dirette che nel recente passato, dove non si faceva problemi a descrivere la sua infanzia, tragicamente segnata dal nonno violento, o gli atti di bullismo di cui era stato vittima in passato a causa della sua omosessualità.

In generale, “Ugly Season” può essere paragonato a CD estremi per le discografie di certi artisti, come “Kid A” per i Radiohead e “Spirit Of Eden” per i Talk Talk. Vedremo in futuro se questo CD avrà lo stesso potentissimo impatto, di certo possiamo dire che Perfume Genius ha dimostrato una volta di più il suo sconfinato talento.

Voto finale: 8,5.

Soccer Mommy, “Sometimes, Forever”

sometimes forever

Il terzo album della talentuosa Sophie Allison, in arte Soccer Mommy, introduce delle gustose novità nel suo sound, grazie anche alla produzione di Daniel Lopatin (Oneohtrix Point Never). Il risultato è un ottimo CD indie rock, con occasionali esperimenti che guardano al trip hop (Unholy Affliction) e allo shoegaze (Don’t Ask Me).

Della “new wave” di autrici che stanno rivoluzionando il mondo indie (basti citare Phoebe Bridgers, Lucy Dacus e Julien Baker), Allison è la più grunge: prova ne sia “Clean” (2018), l’album che la fece conoscere al mondo. Invece “color theory” (2020) aveva virato verso atmosfere più soffuse, mantenendo però il candore dei testi che l’hanno resa fin da subito riconoscibile. “Sometimes, Forever” contribuisce, come già detto, ad ampliare ulteriormente la palette sonora di Soccer Mommy: Darkness Forever, ad esempio, difficilmente sarebbe entrata in un suo lavoro precedente.

A proposito di testi, Still contiene alcune delle liriche più toccanti mai scritte da Allison: “I lost myself to a dream I had… But I miss feeling like a person”. Altro verso molto malinconico è “I’m barely a person, mechanically working”, contenuto in Unholy Affliction. Altrove invece emerge l’aspetto più speranzoso dell’animo di Sophie: “Whenever you want me, I’ll be around… I’m a bullet in a shotgun waiting to sound” (Shotgun).

I migliori brani sono l’iniziale Bones, davvero travolgente; il singolo di lancio Shotgun, ottimo pezzo indie rock; e Don’t Ask Me, potente pezzo shoegaze che ricorda i My Bloody Valentine. Invece inferiore alla media Fire In The Driveway. In generale, Sophie Allison conferma quanto di buono si scrive di lei da anni: Soccer Mommy è ormai un progetto caposaldo del mondo indie contemporaneo e “Sometimes, Forever” è uno dei migliori CD rock del 2022.

Voto finale: 8,5.

Angel Olsen, “Big Time”

big time

Il nuovo album, il sesto della cantautrice americana, nasce dalla tragedia e da fatti strettamente personali che hanno sconvolto la sua vita. Nel corso del 2021, Angel ha confessato la sua omosessualità, prima agli amici poi ai genitori e infine al pubblico. Poco dopo, il padre è deceduto e poche settimane dopo, tragicamente, anche sua madre è morta. Il periodo davvero difficile vissuto recentemente da Olsen trova ovviamente spazio in “Big Time”, ma i ritmi tendenzialmente country e sereni aiutano il CD, tanto da non farlo risultare eccessivamente pesante.

L’ultimo LP vero e proprio a firma Angel Olsen è “All Mirrors” del 2019, contando che “Whole New Mess” (2020) era una sorta di remix del precedente lavoro. Inoltre, Olsen nel 2021 aveva pubblicato la breve raccolta di cover “Aisles”. “Big Time” si distacca però da tutti questi lavori: più cantautorale, meno barocco, più country e meno ispirato agli anni ’80. In generale, possiamo dire che la nuova direzione artistica intrapresa dalla Nostra è convincente in molte parti del presente lavoro.

L’inizio del CD è molto promettente: All The Good Times e la title track sono tra i migliori brani del disco. Dream Thing invece, con le sue cadenze dream pop, quasi rievoca Intern, uno dei pezzi migliori di “My Woman” (2016). Altrove abbiamo pezzi più raccolti (All The Flowers) così come rimandi al rock à la Lucy Dacus (Right Now), in generale i dieci brani del CD sono coesi e fanno di “Big Time” un’altra ottima aggiunta ad una discografia davvero di spessore. Solo Ghost On è leggermente sotto la media.

Liricamente, come anticipato, “Big Time” tocca molti dei temi che hanno reso la vita di Angel Olsen davvero difficile negli ultimi tempi. In Ghost On pare rivolgersi a sé stessa: “I don’t know if you can take such a good thing coming to you, I don’t know if you can love someone stronger than you’re used to”. Il tema di una relazione finita male compare anche in All The Good Times: “So long, farewell, this is the end” canta infatti Angel. Ma è This Is How It Works che contiene i versi più sinceri: “I’m barely hanging on… It’s a hard time again”.

In generale, come già accennato, “Big Time” continua la striscia di ottimi LP a firma Angel Olsen, in una produzione sempre più variegata e brillante. Non sarà forse il suo miglior lavoro, ma per molti sarebbe un highlight di un’intera carriera.

Voto finale: 8.

Regina Spektor, “Home, Before And After”

home before and after

Il nuovo album della cantautrice di origine russa trapiantata in America, il primo in sei anni, trova una Regina Spektor in ottima forma: sia vocalmente, sia creativamente, Regina è davvero ispirata, tanto da fare di “Home, Before And After” uno dei migliori suoi CD, forse il più riuscito dai tempi di “Begin To Hope” (2006).

Spektor ha deciso di accontentare i suoi fan di più lunga data durante le registrazioni di “Home, Before And After”: basti pensare che alcune canzoni della tracklist, da Becoming All Alone a Loveology passando per Raindrops, sono state condivise dal vivo in concerti del passato divenuti leggendari per il suo pubblico. Accanto a questi brani “storici”, troviamo esperimenti interessanti come Up The Mountain e altri brani più convenzionali, come SugarMan, che fanno del CD un insieme alquanto variegato.

I risultati sono generalmente buoni: vi sono highlight chiari come la già citata Becoming All Alone, in cui Regina si immagina di bere una birra con Dio in persona. Abbiamo poi Up The Mountain, quasi R&B, che fa lievitare il livello medio della prima parte del lavoro. La perla vera del CD è però l’epica e lunghissima Spacetime Fairytale, ben nove minuti di meditazione sul significato dello spazio e del tempo, in salsa prog. Inferiori alla media invece SugarMan e Raindrops, troppo prevedibili. Menzione finale per la strampalata Loveology, in cui Spektor inventa letteralmente parole per farle rimare con il titolo del brano!

In conclusione, “Home, Before And After” è un buon LP da parte di una talentuosa cantautrice. Regina Spektor, al pari di Fiona Apple e PJ Harvey, ha fatto del periodo tra fine anni ’90 del XX secolo e anni ’00 del XXI un periodo florido per il cantautorato femminile. Solo in questi ultimi anni le donne stanno finalmente tornando ad affermarsi sulla scena rock: una parte del merito, neanche troppo piccola, è di Regina Spektor.

Voto finale: 7,5.

Bartees Strange, “Farm To Table”

farm to table

Il nome di Bartees Strange è sul taccuino dei critici musicali da qualche anno ormai: nel 2020 il suo esordio “Live Forever” aveva stupito per la sua capacità di unire indie rock, versi rap e momenti più folk. Non tutto era perfetto, ma Bartees Cox Jr. (questo il vero nome dell’artista americano) dimostrava un talento fuori dal comune. “Farm To Table” è un degno erede di “Live Forever”: riducendo il numero dei generi affrontati, suona più organico e coeso, con risultati spesso notevoli.

Le prime due tracce del CD farebbero pensare ad un capolavoro annunciato: Heavy Heart è un pezzo indie quasi perfetto, con strumentazione coinvolgente e la bella voce di Bartees al meglio. Buonissima poi Mulholland Dr., quasi emo come cadenze. Il problema è che la parte centrale del lavoro non mantiene queste anticipazioni: sia We Were Only Close For Like Two Weeks che Tours sono ben sotto la media. Invece buona la chiusura di Hennessy.

Liricamente, invece, il cantautore americano mantiene il candore e l’onestà del suo esordio: in Black Gold descrive, suscitando simpatia, la sensazione di smarrimento che lo ha pervaso all’arrivo a Washington, lui che è originario dell’Oklahoma: “Now it’s big city lights for a country mouse”. In Cosigns invece abbiamo una prova della sua continua ambizione e voglia di crescere come standing: “How to be full, it’s the hardest to know… I keep consuming, I can’t give it up, hungry as ever, it’s never enough”. Infine, Hold The Line è dedicate alla figlia di George Floyd, l’afroamericano tragicamente ucciso da un poliziotto, che gli ha puntato il ginocchio sul collo fino a strozzarlo.

In generale, i 34 minuti di “Farm To Table” scorrono bene: pur non potendo parlare di un vero e proprio manifesto artistico, Bartees Strange ha confermato con questo LP quanto di buono si diceva di lui. Siamo davvero impazienti di vedere se il prossimo suo CD sarà quel capolavoro che pare avere nel taschino.

Voto finale: 7,5.

Foals, “Life Is Yours”

life is yours

Il settimo album dei Foals è allo stesso tempo una prosecuzione dello stile più dance e leggero accennato nel precedente doppio album “Everything Not Saved Will Be Lost” (2018), soprattutto la parte 1, e il CD più coeso del gruppo britannico. Tuttavia, la magia dei migliori LP del gruppo, “Total Life Forever” (2010) e “Holy Fire” (2013), è lontana.

“Life Is Yours” era stato sponsorizzato dalla band, ora ridotta ad un trio dopo l’abbandono da parte del tastierista Edwin Congreave, come un disco estivo e libero dalle ansie legate al Covid. Intento esaudito: i Foals suonano molto più vicini ai Duran Duran che al math rock delle origini. Alcuni storceranno il naso, ma è la naturale evoluzione di un gruppo sempre più mainstream, anche se, va detto, mai prono alle tendenze del mercato.

In alcuni brani i risultati sono apprezzabili, si ascoltino ad esempio Crest Of The Wave e Wild Green. Altre volte, invece, le canzoni suonano derivative, quasi come delle b-side dei momenti migliori del passato del gruppo: ne è un chiaro esempio The Sound.

In generale, “Life Is Yours” è un lavoro minore dei Foals: Yannis Philippakis e compagni hanno voluto comporre un CD tanto coeso quanto divertente, ma il livello delle canzoni non è pari ai lavori migliori del gruppo inglese. La direzione dance, tuttavia, non è di per sé sbagliata: vedremo in futuro se i Foals riusciranno a trarne il meglio.

Voto finale: 7.

Drake, “Honestly, Nevermind”

honestly nevermind

Il nuovo disco della popstar canadese tenta, finalmente, di cambiare le carte in tavola di un’estetica da troppo tempo bloccata sui binari ben noti del pop-rap, con parziali inflessioni trap. I risultati? Non buoni purtroppo, segno di un Drake tremendamente affaticato.

Una cosa colpisce subito di “Honestly, Nevermind”: è come se Drake avesse provato a ricreare Passionfruit per 14 volte e 52 minuti di durata complessiva. L’esito di questo esperimento non è soddisfacente, ma se non altro denota un Drake voglioso di tornare protagonista anche sul lato creativo.

Se fino a “Certified Lover Boy” (2021) avevamo dei CD a firma Drake sovraccarichi, lunghi ma pieni di ospiti di spessore e sample spesso irresistibili, “Honestly, Nevermind” va molto all’essenziale, un po’ come “If You’re Reading This It’s Too Late” (2015). Il fatto, poi, che ormai per lui rappare sia più un passatempo che la principale caratteristica della sua estetica rende quei pochi brani carichi di rime, come Sticky, degli eventi.

La cosa che più sorprende in negativo di questo LP, che lo distingue dal passato della produzione del Nostro, è che sono poche le canzoni davvero memorabili: “Honestly, Nevermind” pare più una playlist da ascoltare di sottofondo in spiaggia che un insieme articolato e coerente. Se “More Life” (2017) almeno era un prodotto vivo e creativamente notevole nei suoi momenti migliori, questo CD invece suona per lo più piatto.

La parte più interessante del disco è quella centrale, in particolare il duo formato da Sticky e Massive, che sposano bene rap e house. Da menzionare poi la collaborazione con 21 Savage, Jimmy Cooks, che chiude il lavoro. Invece molto deboli Falling Back, Liability e Calling My Name.

In conclusione, “Honestly, Nevermind” segna allo stesso tempo un passo avanti e uno indietro per Drake: se da un lato lo vediamo più aperto a sperimentare con generi disparati come house, dance e ritmi africaneggianti, dall’altro la qualità delle canzoni continua a latitare. L’artista capace di comporre LP riusciti come “Take Care” (2011) e “Nothing Was The Same” (2013) tornerà mai a quei livelli?

Voto finale: 5.

Recap: agosto 2021

Agosto è solitamente il mese del “riposo” per A-Rock, ma in generale per la musica. C’è spazio per tormentoni di ogni genere, le spiagge si riempiono di pezzi reggaeton… Insomma, la musica solitamente aspetta settembre e ottobre per sganciare i pezzi da 90. Non è questo il caso del 2021: agosto ha infatti visto uscire i nuovi lavori di Nas, Isaiah Rashad, dei CHVRCHES, del duo LUMP e dei The Killers, tanto per fare nomi importanti e in alcuni casi imprevisti. Non ci scordiamo poi dei nuovi dischi di Lorde e dei Deafheaven e la collaborazione fra Boldy James & The Alchemist. In più, abbiamo il quinto CD di Tinashe e l’ennesimo LP a firma Ty Segall. Infine, abbiamo recensito il breve EP di cover di Angel Olsen e i CD dei Turnstile e dei Big Red Machine. Buona lettura!

Turnstile, “GLOW ON”

glow on

Giunti al terzo album di punk tanto duro quanto sperimentale, gli americani Turnstile hanno prodotto il migliore CD della loro carriera. Mescolando hardcore, rock alternativo, R&B (!) e dream pop (!!), la band con “GLOW ON” ha creato un’esperienza sonora davvero unica.

Sia chiaro, la sperimentazione è benvenuta, ma “GLOW ON” è un album di hardcore punk fatto e finito: pezzi come DON’T PLAY e HOLIDAY sono durissimi, tanto per capirsi. Invece abbiamo ad esempio UNDERWATER BOI e ALIEN LOVE CALL, che suonano quasi rilassanti. A chiudere il cerchio, il grande artista R&B Blood Orange (nome d’arte di Dev Hynes) collabora proprio in ALIEN LOVE CALL e LONELY DEZIRES, confondendo ancora di più le acque. Insomma, un cocktail sonoro incredibile e sorprendente, che ammalia sia i fan duri e puri sia, potenzialmente, il pubblico più mainstream.

Liricamente, il lavoro passa da liriche più riflessive (“Too bright to live! Too bright to die!” in HOLIDAY e “Still can’t fill the hole you left behind!” in FLY AGAIN) ad altri più trascinanti e pronti per i live incendiari della band, come “You really gotta see it live to get it” (NO SURPRISE) e “If it makes you feel alive! Well, then I’m happy to provide!” (BLACKOUT). La frase più rappresentativa dell’estetica dei Turnstile è però contenuta in HOLIDAY: “I can sail with no direction”.

I migliori brani sono BLACKOUT e MYSTERY, mentre un po’ sotto la media i brevi intermezzi HUMANOID / SHAKE IT UP e NO SURPRISE. In generale, tuttavia, siamo di fronte a un CD davvero innovativo per il genere hardcore e che potrebbe aprire la strada a molti gruppi nei prossimi anni, vogliosi di rischiare lo “sbarco” nel mondo più commerciale senza però tradire il genere.

Voto finale: 8,5.

The Killers, “Pressure Machine”

pressure machine

Il settimo album della band americana è un CD decisamente più introspettivo e modesto rispetto a quanto i The Killers ci avevano abituato nel loro passato sia prossimo che remoto. Se Brandon Flowers e compagni volevano produrre un LP folk-rock di qualità, missione compiuta; che lo abbiano fatto così bene da poter definire “Pressure Machine” il terzo miglior lavoro di sempre del gruppo, è sorprendente.

Ricordiamo che i The Killers avevano pubblicato nel 2020 “Imploding The Mirage”, un lavoro di buon heartland rock, che faceva il verso allo Springsteen più scatenato. “Pressure Machine”, registrato in pieno lockdown, che il frontman Brandon Flowers ha passato nella sua città natale nello Utah, Nephi, riporta alla mente invece “Nebraska” (1982) del Boss: un lavoro intimo, che scava nella memoria di un uomo di grande successo per rievocare episodi della sua infanzia e la vita nella città dove è cresciuto.

Un CD che poteva uscire malissimo si rivela invece una bella scoperta del lato più amaro e intimista dei The Killers: riuniti con lo storico chitarrista Dave Keuning, assente nel precedente lavoro, ma privi del bassista Mark Stoermer, che ha preferito non rischiare il contagio, pezzi come Terrible Thing e Runaway Horses (con Phoebe Bridgers) sarebbero inconcepibili in “Hot Fuss” (2004) e “Day & Age” (2008). Invece In The Car Outside è una melodia trascinante, che farà la fortuna dal vivo del complesso (sperando che questo momento arrivi presto).

È testualmente, però, che i The Killers stupiscono: la band i cui testi prima erano spesso insensati o molto astratti, ha scritto delle liriche davvero toccanti. Desperate Things rievoca un fatto scandaloso dell’infanzia di Flowers, in cui un poliziotto uccise il marito della figlia, che la abusava quotidianamente (“You forget how dark the canyon gets, it’s a real uneasy feeling”). Quiet Town, uno dei pezzi migliori di “Pressure Machine”, parla della dipendenza da oppioidi, che in America è una crisi di dimensioni enormi. Infine, Terrible Thing è la canzone più commovente: un giovane, incerto sulla sua sessualità, contempla il suicidio per il trattamento che subisce a Nephi, città del profondo sud degli Stati Uniti e quindi molto conservatrice.

In generale, l’unico rammarico di “Pressure Machine” è che non abbiamo le canzoni trascinanti che hanno reso i The Killers un pilastro del mondo pop-rock, basti ricordare Somebody Told Me, When You Were Young e soprattutto Mr. Brightside. Tuttavia, questo lavoro ci mostra il volto “autoriale” di una band che ha trovato nuova linfa dopo il mezzo disastro di “Battle Born” (2012). Tre LP in quattro anni sono un ottimo biglietto da visita; che siano di qualità crescente denota un talento non comune. Chapeau, Brandon.

Voto finale: 8.

Tinashe, “333”

333

Il quinto CD della talentuosa cantante R&B è un altro tassello prezioso in una carriera in continua ascesa. Se nel precedente “Songs For You” (2019) Tinashe ci aveva fatto apprezzare il suo lato più commerciale e mainstream, “333” ritorna alle atmosfere di R&B alternativo degli esordi.

“333” non va inteso però come un ritorno al passato puro e semplice: Tinashe, infatti, sperimenta anche con l’elettronica, con basi spesso molto interessanti e che le permettono di occupare una nicchia molto delicata ma redditizia a cavallo fra pop, R&B e hip hop. Il CD scorre bene e, grazie anche a ospiti importanti come Kaytranada e Jeremih, è uno dei migliori album R&B del 2021.

La storia artistica di Tinashe non può essere distinta dalla battaglia per l’indipendenza condotta contro la sua precedente etichetta, la RCA, a causa di scelte discografiche su cui la Nostra non era d’accordo. “333” è infatti autoprodotto dalla cantante e ballerina statunitense: una mossa che certo potrebbe precluderle l’accesso alle classifiche, almeno nelle posizioni di vertice, ma dimostra forte voglia di indipendenza.

I brani migliori del lotto sono Let Go, un brano neo-soul davvero raffinato, e Undo (Back To My Heart). Buona anche Last Chase. Invece sono sotto la media la brevissima Shy Guy e la prevedibile Let Me Down Slowly. Da sottolineare infine la grande coesione del CD: malgrado i diversi generi affrontati,  “333”  suona organico e curato e i 47 minuti di durata passano senza intermezzi palesemente monotoni.

In generale, ormai Tinashe è un’artista matura e che sa, allo stesso tempo, mantenere le aspettative del pubblico e trovare quei due-tre trucchetti per non suonare troppo derivativa. “333” non è un capolavoro, ma rappresenta una solida addizione ad una discografia di tutto rispetto.

Voto finale: 8.

Big Red Machine, “How Long Do You Think It’s Gonna Last?”

how long do you think it's gonna last

Il secondo CD del progetto Big Red Machine, capitanato da artisti del calibro di Justin Vernon (Bon Iver) e Aaron Dessner (The National), è molto più aperto a influenze esterne rispetto all’eponimo esordio del 2018. I risultati sono migliori sotto vari punti di vista, anche se la lunghezza del lavoro può risultare indigesta alla lunga.

I Big Red Machine hanno sempre assunto la forma di side-project per Vernon e Dessner; se in passato il progetto appariva come un divertissement un po’ fine a sé stesso e per i soli appassionati dell’estetica indie folk-rock del duo, in “How Long Do You Think It’s Gonna Last?” le cose cambiano. Abbiamo infatti degli ospiti davvero di grande livello: Taylor Swift, Robin Pecknold dei Fleet Foxes, Sharon Van Etten e Anaïs Mitchell, solo per citare i più noti.

Se c’è una pecca nel lavoro, come già accennato, è l’eccessiva lunghezza: 64 minuti di musica soft, nebbiosa, tendente al folk ma con sottofondo elettronico, possono risultare troppi. Allo stesso tempo, inoltre, Birch ed Easy To Sabotage, ad esempio, sono prolisse e tolgono ritmo al disco. Tolto questo difetto, “How Long Do You Think It’s Gonna Last?” è un buonissimo LP: Renegade (con Taylor Swift), Phoenix e Latter Days sono highlights innegabili. Invece Hoping Then è inferiore alla media.

Menzioniamo infine Brycie, dedicata da Dessner al fratello gemello, come canzone col verso più delicato: “You watched my back when we were young, you stick around when we’re old”; e Hutch, scritta in memoria dell’amico comune Scott Hutchinson (frontman dei Frightened Rabbit), recentemente suicidatosi, come quella con la lirica più commovente: “You were unafraid of how much the world could take from you. So how did you lose your way?”.

In conclusione, Big Red Machine si conferma progetto di valore, malgrado sia un passatempo per Vernon e Dessner in attesa di tornare a Bon Iver e ai The National. I collaboratori aggiungono sempre del loro ai componimenti, dando profondità, a volte troppa verrebbe da dire, ad un disco ambizioso e curato.

Voto finale: 8.

Boldy James & The Alchemist, “Bo Jackson”

bo jackson

La nuova collaborazione fra il rapper Boldy James e il leggendario produttore The Alchemist è un CD di hip hop vecchia maniera. Come avevamo già puntualizzato per l’altra opera che ha coinvolto The Alchemist quest’anno (“Haram”, con Arman Hammer), le sue basi sono la perfetta controparte quando si vogliono raccontare fatti legati alla vita di strada in modo crudo. La malinconia che traspare è infatti evidente e si sposa bene con le storie di Boldy James.

Siamo alla collaborazione numero quattro fra i due, dopo “My 1st Chemistry Set” (2013), l’EP “BOLDFACE” (2019) e “The Price Of Tea In China” (2020). La chimica fra i due è innegabile, come ulteriormente confermato in “Bo Jackson”: malgrado un inizio un po’ lento, pezzi come Brickmile To Montana e Photographic Memories alzano considerevolmente il livello. Da sottolineare poi il parco ospiti: Benny The Butcher, Earl Sweatshirt e Freddie Gibbs, giusto per citare i più celebri, danno una mano a rendere “Bo Jackson” davvero imperdibile.

Il CD, come accennato precedentemente, prende molti episodi di vita di strada vissuti in prima persona da Boldy James oppure narrati da quest’ultimo, con grande dovizia di particolari e versi a volte toccanti come: “All this pressin’ is depressin’, the pressure is still pressin’ against a nigga flesh, it’s beyond measure” (DrugZone).

In conclusione, “Bo Jackson” è un buonissimo album rap. Nulla capace di riscrivere la storia del genere, sia chiaro, ma da sentire almeno una volta e fortemente consigliato agli amanti del genere.

Voto finale: 7,5.

Lorde, “Solar Power”

solar power

Il terzo album della popstar neozelandese è una svolta piuttosto radicale nello stile di Lorde. Se in “Pure Heroine” (2013) e “Melodrama” (2017) l’artista si era fatta notare per un pop in technicolor e canzoni vivaci, provocatorie a volte come Royals e Green Light, riscrivendo molto dello stile pop presente e futuro, “Solar Power” suona come un ritiro in sé stessa.

Jack Antonoff, il produttore più cercato del momento (basti citare le recenti collaborazioni con Taylor Swift e Lana Del Rey), dà anche a questo CD il suo proverbiale tocco: atmosfere soffuse, voce sporca e svolta in direzione folk-pop compiuta. I risultati possono non piacere, soprattutto ai fan della prima ora della neozelandese, ma dimostrano che Lorde è qui per restare e che pretendere da lei sempre lo stesso disco è un’aspettativa destinata a essere infranta.

La principale critica che si può fare stilisticamente al disco è che suona “fuori tempo”: Lorde sembra serena e fin troppo rilassata, si sente qua e là un sapore psichedelico che rende “Solar Power” quasi derivato dai Beach Boys… manca inoltre quella critica sociale che aveva fatto la fortuna anche mediatica della neozelandese.

Il CD, concepito per essere un concept album sulla crisi climatica, suona in realtà un po’ sfocato liricamente: abbiamo riferimenti a Pearl, il suo amato cane da poco deceduto (Big Star); canzoni sull’amore finito (California); e poi anche referenze al riscaldamento globale (“How can I love what I know I am gonna lose? Don’t make me choose”, Fallen Fruit). Abbiamo, poi, un riferimento all’ansia da ragazza prodigio del pop (“Teen millionaire having nightmares from the camera flash”, The Path) e ad un uomo violento che si reinventa maestro new-age (Dominoes).

Musicalmente però, come già accennato, “Solar Power” è un altro LP di qualità nella discografia di Ella Marija Lani Yelich-O’Connor: la title track è un grande pezzo estivo, con ritornello irresistibile grazie anche alle armonie vocali di Clairo e Phoebe Bridgers. Anche California è un brano di ottimo livello. Invece The Man With The Axe e Dominoes sono fin troppo monotone e rompono il ritmo dell’album.

In generale, “Solar Power” pare quasi un CD di transizione, verso nuovi lidi: Lorde non vuole essere la portabandiera della sua generazione, come proclama fin dalla prima canzone The Path (“Now if you’re looking for a savior, well that’s not me. You need someone to take your pain for you? Well, that’s not me”). Non tutti saranno contenti di questa mossa; di certo dopo “Melodrama” ci aspettavamo un album più coraggioso. I risultati raggiunti in “Solar Power” non sono tuttavia da disprezzare: vedremo, presumibilmente tra quattro anni, dove Lorde condurrà la propria estetica.

Voto finale: 7,5.

CHVRCHES, “Screen Violence”

screen violence

Il quarto album degli scozzesi CHVRCHES è un ritorno alle origini dopo il discusso “Love Is Dead” (2018). Il trio infatti produce interamente il CD, senza interventi esterni, se eccettuiamo il cameo del sempre ottimo Robert Smith (frontman dei The Cure) nella buona How Not To Drown. I risultati non rinnovano l’estetica del gruppo, come prevedibile, ma il disco scrive una buona pagina di synthpop.

Lauren Mayberry e compagni hanno scelto di comporre “Screen Violence” come una sorta di concept album, con temi tratti da film horror e altri più personali, come il peso del fallimento in un’industria spietata come quella discografica. Già il titolo è indicativo; le liriche a tratti sono anche più esplicite. La musica, invece, continua ad essere gioiosa e brillante: solo che, stavolta, il tentativo di andare mainstream non viene portato fino in fondo, come invece accadeva in “Love Is Dead”. Prova ne siano le oscure Violent Delights e Final Girl.

Curioso che a funzionare meglio siano proprio le melodie più dark del lotto: se, infatti, il singolo He Said She Said è pop molto scolastico e Lullabies va presa come puro filler, How Not To Drown e Final Girl sono gli highlights di un disco non perfetto, ma gradevole e addirittura trascinante nelle sue parti migliori.

Anche liricamente vale lo stesso: alcuni testi sono molto “safe” e prevedibili, mentre alcuni versi colpiscono il bersaglio in pieno. Ad esempio, in He Said She Said Mayberry urla “I’m losing my mind!” e le crediamo, sottoposta con la sua band a pressioni molto forti per avere la prossima hit. Altrove, dicevamo, abbiamo versi più faciloni: “I’ll never sleep alone again”, in Violent Delights, ne è un esempio.

In conclusione, “Screen Violence” è un CD carino, curato ma non imperdibile: certo, i CHVRCHES sanno come scrivere deliziosi pezzi pop così come brani più opachi e tormentati, ma manca qualcosa per rendere questa collezione di canzoni davvero eccellente. Probabilmente è la necessaria reinvenzione, che aspetta al varco gli scozzesi: ma sarà materia per il prossimo LP.

Voto finale: 7,5.

Deafheaven, “Infinite Granite”

infinite granite

Il quinto album dei Deafheaven è una delle mosse più controverse occorse nel mondo del metal da molti anni a questa parte. La band americana, infatti, in “Infinite Granite” si muove verso territori decisamente più soft del passato, in zona shoegaze/dream pop, laddove i Deafheaven erano conosciuti per la loro furia black metal, solo occasionalmente intervallata da inserti più gentili. Qui la proporzione si inverte: canzoni come In Blur e Shellstar sarebbero state impensabili in “Sunbather” (2013) o “New Bermuda” (2015).

I risultati non sono sempre convincenti, ma nei momenti migliori siamo di fronte a una delle migliori band su piazza: In Blur è un gran pezzo shoegaze, Great Mass Of Color una hit trascinante… peccato per la presenza della debole Other Language, altrimenti saremmo di fronte a un ottimo CD. Interessante poi l’intervallo ambient Neptune Raining Diamonds.

Certo, per i puristi metal e i fan della prima ora siamo di fronte probabilmente a un’aberrazione: la voce di George Clarke è praticamente sempre comprensibile e non urlata, eccetto che nella monumentale Mombasa, che chiude il lavoro, e in brevi tratti di Villain. Inoltre, i climax dati dalla violenza sommata delle chitarre e della batteria sono pressoché scomparsi (nessuna Dream House, per intenderci). Ripetiamo: tutto vero, ma “Infinite Granite” non sfigura affatto.

Questo LP rappresenterà probabilmente la mossa più divisiva della carriera dei Deafheaven: fino al 2018 alfieri del black metal, corrente blackgaze (cioè intervallato con l’estetica shoegaze), “Infinite Granite” contiene i brani più morbidi e “pop” della storia del gruppo, anche più mainstream di Near e Night People di “Ordinary Corrupt Human Love” (2018). Il passato deve essere preso come tale e messo da parte, oppure assisteremo in futuro a svolte altrettanto forti verso i lidi metal che hanno fatto la fortuna dei Deafheaven? Nessuno può saperlo, di certo abbiamo due cose: “Infinite Granite” è un buon CD e, se fosse un esordio, parleremmo di “miracolo”; allo stesso tempo, è il disco più debole nella produzione del gruppo. Se i Deafheaven vorranno continuare a esplorare territori shoegaze e dream pop, dovranno tenerlo a mente.

Voto finale: 7,5.

Nas, “King’s Disease II”

king's disease ii

Dopo il grande successo di pubblico e critica di “King’s Disease” (2020), che ha portato a Nas anche il Grammy per Miglior Album Rap dell’anno, “King’s Disease II” ritorna legittimamente alle atmosfere del predecessore, con ospiti di ancora maggior spessore e attenzione anche al mondo trap, con risultati discreti anche se non trascendentali.

Il rapper americano è diventato nel tempo una leggenda del genere, grazie soprattutto al fulminante esordio “Illmatic” (1994), uno dei migliori CD hip hop dei ’90. Col tempo Nas ha prodotto altri buoni lavori (come “It Was Written” del 1996) ma anche flop catastrofici, su tutti “Nastradamus” (1999). Negli ultimi tempi il rapper è tornato su buoni livelli: a partire da “Life Is Good” (2012) infatti Nas è tornato a rappare in maniera convincente, anche se spesso con testi controversi e versi assurdamente complottanti, si risenta “Nasir” (2018) al riguardo.

“King’s Disease II” scorre bene, i 51 minuti sono giusti per un LP non pretenzioso, impreziosito da ospiti come Eminem in EPMD 2 e Lauryn Hill in Nobody. Se un appunto va fatto, è sul sequenziamento: la prima parte appare più debole della seconda in termini di qualità compositiva. È un peccato che, in certe occasioni, i versi di Nas arrivino fuori luogo: “Money off tech, pushing a Tesla, rolled up a fresh one. It’s one IPO to the next one”, in Store Run, pare un commento di un broker di Wall Street più che una lirica in una canzone rap. In Moments, invece, evoca le figure del fratello e di Muhammad Ali: “I never met Muhammad Ali, wish I did. My brother saw him, champ told him nothing is real. Gave me the chills, thought about it, that’s how I feel”. Non dice molto vero?

In generale, comunque, “King’s Disease II” prosegue l’opera di riabilitazione di Nas, malgrado si abbiano risultati inferiori al primo LP della serie. Peccato, perché se prescindesse da YKTV (che pare rubata a Future), il CD sarebbe davvero buono, con gli highlights Store Run e Moments. Nas indubbiamente svetta su basi più old style piuttosto che puntando su scenari trap, perché non insisterci maggiormente? Speriamo che il prossimo suo lavoro segua questa direzione; per ora godiamoci “King’s Disease II”, un altro tassello in una discografia incoerente ma mai prevedibile, nel bene come nel male.

Voto finale: 7.

LUMP, “Animal”

animal

Il duo formato da Laura Marling (apprezzata artista folk inglese) e Mike Lindsay (membro dei Tunng), giunto al secondo album, si conferma su buoni livelli. Prendendo spunto da generi come art pop e folktronica e da artisti del calibro di Bon Iver e Sufjan Stevens, i LUMP hanno scritto un album evocativo, che rappresenta un ottimo stop-and-go prima di tornare alle rispettive carriere.

Le dieci canzoni di “Animal” sono tenute insieme dalla voglia di sperimentare dei due cantautori: Laura Marling è più pop del solito, a tratti quasi funk, mentre Lindsay si lascia alle spalle le atmosfere indie dei Tunng per passare al pop più raffinato. Insomma, ognuno lascia da parte un pezzo di sé per entrare nei LUMP a pieno titolo: se il precedente “LUMP” (2018) poteva sembrare un esperimento fine a sé stesso, “Animal” ci fa capire che il duo è qui per restare, anche se solo come passatempo per due artisti ben incanalati in una buona carriera solista (Marling) o in un gruppo (Lindsay).

I pezzi migliori sono Red Snakes e l’avvolgente Phantom Limb, mentre delude un po’ la ripetitiva Climb Every Wall. Menzione speciale per i due intermezzi Hair On The Pillow e Oberon, che fanno ottimamente da collante tra le varie parti del disco.

In generale, la musica dei LUMP non è fatta per essere goduta dal pubblico più commerciale, tuttavia molte tracce del CD sono orecchiabili e quasi ballabili, tanto che il risultato complessivo è un album ambizioso ma mai troppo complicato. “Animal” conferma dunque il talento dei due membri del gruppo, integrando due discografie molto interessanti.

Voto finale: 7.

Isaiah Rashad, “The House Is Burning”

the house is burning

Il nuovo lavoro di Isaiah Rashad arriva ben cinque anni dopo “The Sun’s Tirade”, un periodo lunghissimo nel mondo della musica, specialmente per un rapper che pareva sull’orlo di diventare una star, aiutato da una scuderia di talenti come la Top Dawg Entertainment, tra le cui fila contiamo anche un certo Kendrick Lamar.

Invece Isaiah, per cinque anni, è praticamente sparito dalla vita pubblica: nessun singolo, nessun mixtape. Solo la speranza che lo avremmo ritrovato, prima o poi, e che la magia non sarebbe sparita. Beh, questo è vero solo parzialmente: Rashad è infatti fortunatamente tornato a produrre musica, ma i risultati sono solo in parte soddisfacenti.

In questi cinque anni, purtroppo, poco è filato liscio per il rapper americano: ha vissuto periodi di quasi povertà e in seguito è stato chiuso alcuni mesi in un rehab per disintossicarsi. Il primo verso del CD è in effetti davvero toccante, conoscendo queste vicende: “Just came back. See, I done been dead for real” (Darkseid).

L’esordio “Cilvia Demo” (2014) aveva fatto gridare al miracolo: pareva davvero di aver trovato un rapper sicuro di sé, con un flow invidiabile e basi magari retrò, ma mai troppo nostalgiche. Se “The Sun’s Tirade” aveva sostanzialmente confermato tutto questo, “The House Is Burning” si piega invece ad alcune mode del momento: la trap è dominante in alcuni featuring, su tutti quello con Lil Uzi Vert in From The Garden. Abbiamo poi momenti più R&B, come Claymore, mentre l’hip hop più classico è relegato a pezzi efficaci come RIP Young e Headshots (4r Da Locals), troppo pochi per rendere il lavoro davvero ottimo.

I risultati non sono da buttare, sia chiaro: “The House Is Burning” è tutto sommato un lavoro discreto, con momenti efficaci e collaborazioni di spessore che lo arricchiscono (basti citare Smino, Jay Rock e SZA, oltre al già menzionato Lil Uzi Vert). Tuttavia, i cinque anni di attesa ci avevano fatto sperare in un lavoro unico e imprescindibile. Peccato, sarà per la prossima volta; speriamo solo che non serva un altro lustro per avere un erede di questo disco.

Voto finale: 7.

Angel Olsen, “Aisles”

aisles

Vi siete mai chiesti come suonerebbe Gloria, la hit di Laura Barrigan poi interpretata anche da Umberto Tozzi, in chiave synthpop? Oppure una Forever Young come fosse una nuova canzone art pop? Beh, da oggi potrete farlo: “Aisles” è una raccolta di cinque cover di successi anni ’80 firmato da Angel Olsen. I risultati sono stranianti, ma l’EP è gradevole tutto sommato.

La scelta dei brani da reinterpretare, strano ma vero, è del tutto casuale: Olsen ha dichiarato che si tratta dei più popolari presso un supermarket in cui faceva spesa durante il lockdown pandemico. Pertanto, non aspettiamoci chissà quali messaggi dietro queste cover: la cantautrice americana voleva semplicemente divertirsi e intrattenere i suoi fan con canzoni di successo ma uscite in parte dall’immaginario pop collettivo.

“Aisles” arriva dopo due LP molto densi da parte di Angel Olsen: “All Mirrors” (2019) era un CD di pop maestoso e molto complesso, mentre “Whole New Mess” (2020) era la versione scarna delle canzoni che componevano “All Mirrors”. Un contrasto di stili non ignoto nella discografia di Angel Olsen: partita infatti dal folk minimale di “Strange Cacti” (2010), la nostra si era poi evoluta nel corso degli anni in una stella dell’indie rock, soprattutto in “My Woman” (2016). “Aisles” è pertanto da intendersi come una pausa e un omaggio ai fan da parte di Olsen.

La migliore cover è quella di Gloria, in cui la versione originale viene stravolta: molto più lenta, meno trascinante, ma anche più densa e arricchita dalla voce baritonale di Angel. Buona anche Eyes Without A Face, mentre la successiva Safety Dance è la peggiore delle cinque proposte dell’EP. If You Leave ci fa sentire una versione quasi dance della cantautrice, non disprezzabile ma nemmeno azzeccatissima. Infine, Forever Young è l’unica melodia piuttosto fedele all’originale.

In conclusione, “Aisles” non è un’opera destinata a cambiare radicalmente la discografia di Angel Olsen o la sua estetica: prendiamolo per quello che si propone di essere, un EP divertente e senza pretese.

Voto finale: 7.

Ty Segall, “Harmonizer”

harmonizer

Il nuovo album dell’instancabile Ty Segall arriva due anni dopo “First Taste”, un CD decisamente radicale per il garage rocker californiano: la chitarra era stata completamente messa da parte, in favore di strumenti eccentrici come il bouzouki. “Harmonizer” continua sul percorso sperimentale di “First Taste”, questa volta sul lato tastiere, con risultati altalenanti.

Due anni rappresentano una pausa piuttosto comune per i normali musicisti, se non fosse per l’assurda prolificità di Ty: il Nostro è stato capace nel 2012 e nel 2018 di produrre ben tre dischi di inediti a suo nome! Senza poi contare le collaborazioni, gli EP, i live e le raccolte di cover, che spesso arrivano a infarcire una discografia sterminata. Allo stesso tempo, va detto che la qualità era spesso sopra la media: dischi come “Manipulator” (2014) e “Freedom’s Goblin” (2018) sono fra i migliori del mondo garage rock degli ultimi anni.

“Harmonizer” si muove su terreni innovativi, ma su una base sempre riconoscibile: quel mix garage-psych rock che ha fatto la fortuna di Segall. A ciò aggiungiamo delle tastiere spesso taglienti e una chitarra tornata forte nel mix: i risultati non sono sempre convincenti, ma nei momenti migliori “Harmonizer” ci ridà fiducia nel talento del cantautore americano.

In effetti, tracce come la title track, Ride e Play sono fra le migliori dell’ultimo Ty Segall; invece Whisper e Changing Contours deludono. In generale, “Harmonizer” difficilmente verrà ricordato dai fan dell’americano tra i suoi migliori lavori; assieme a “First Taste”, tuttavia, apre dimensioni inesplorate per l’ancora giovane rocker, pronto a sguazzarci anche nel prossimo LP, probabilmente imminente.

Voto finale: 6,5.

Recap: agosto 2020

Anche agosto è passato. Musicalmente pareva un mese abbastanza calmo, ma in realtà abbiamo avuto uscite molto interessanti nella seconda parte del mese: ad esempio il CD in cui Lana Del Rey legge delle poesie di sua creazione, oppure il ritorno dei The Killers, dei Bright Eyes e di Troye Sivan. Ma abbiamo anche i nuovi dischi dei The Microphones, la creatura che pareva ormai defunta di Phil Elverum (più noto come Mount Eerie), e dei Whitney. Infine, proprio negli ultimi giorni del mese abbiamo avuto le nuove pubblicazioni di Angel Olsen, Kelly Lee Owens e dei Disclosure.

The Microphones, “Microphones In 2020”

microphones

Il nuovo disco di Phil Elverum resuscita l’alias che lo lanciò ormai più di venti anni fa: i The Microphones, in realtà sempre un progetto solista come il successivo Mount Eerie. “Microphones In 2020” è il ritorno più che benvenuto di uno dei progetti più amati dell’indie anni ’00: Phil analizza nell’unica lunga canzone (oltre 45 minuti!) molta parte della sua vita, soprattutto la sua gioventù, anche se non mancano riferimenti più recenti ai tragici eventi che l’hanno colpito negli scorsi anni.

Elverum si conferma musicista di grande talento: la traccia si regge infatti su degli accordi di chitarra acustica molto semplici, solo occasionalmente intervengono altri strumenti come il basso e la chitarra elettrica. Nondimeno, non ci sono momenti persi o monotoni, forse solamente la lunga intro poteva essere accorciata. Pertanto, possiamo dire che “Microphones In 2020” certamente non rovina l’eredità del progetto, anzi l’arricchisce di un capitolo inaspettato ma non superfluo.

L’aspetto lirico, come spesso nei CD a firma Phil Elverum, è fondamentale. Laddove i lavori più recenti del cantautore americano si concentrano su dettagli della vita quotidiana, spesso drammatici a seguito della morte della moglie Geneviève Castrée nel 2016, i The Microphones avevano sempre posto lo sguardo sulla natura, addirittura sul cosmo. In un certo senso “Microphones In 2020” fonde queste due estetiche, con Phil che rievoca episodi lontani nel tempo ma anche alcuni accaduti pochi anni fa, non disdegnando però le domande “generali” sul senso della vita.

Di seguito ecco alcuni dei momenti più delicati o, alternativamente, inquisitori: “Conceptual emptiness was cool to talk about back before I knew my way around these hospitals” è un amaro rimando al periodo più drammatico della vita di Elverum; “Every song I’ve ever sung is about the same thing: standing on the ground looking around, basically” è invece un’analisi onesta della sua estetica; “We’d go up on the roof at night and actually contemplate the moon… My friends and I trying to blow each others’ minds just lying there gazing, young and ridiculous” è infine un’immagine felice presa dalla sua gioventù. Il verso più bello è tuttavia contenuto nella parte finale del componimento, quasi un manifesto poetico: “I’m still standing in the weather looking for meaning in the giant meaningless days of love and loss repeatedly waterfalling down and the sun relentlessly rises still”.

In conclusione, per tutti i fans dei The Microphones il lavoro è imperdibile: pur essendo composto da un’unica lunga traccia, infatti, “Microphones In 2020” è un’ulteriore dimostrazione delle qualità di Phil Elverum, un autore per cui prolificità e bellezza vanno di pari passo. Non sono molti quelli di cui possiamo dire lo stesso.

Voto finale: 8.

Kelly Lee Owens, “Inner Song”

kelly

Il secondo album dell’artista gallese è un gradito ritorno alla formula che l’ha resa apprezzata fin dal primo disco “Kelly Lee Owens” del 2017: un punto d’incontro felice fra techno e dream pop, che raggiunge dei picchi notevoli ad esempio in Melt!. Ma nulla è superfluo nel lavoro, che catapulta definitivamente Kelly Lee Owens nel novero delle artiste da tenere d’occhio.

Il disco si apre con la cover di Weird Fishes / Arpeggi dei Radiohead, qua intitolata semplicemente Arpeggi: va notato che il 2020 segna l’uscita di ben due cover della stessa canzone in dischi molto lodati, infatti anche Lianne La Havas ha inserito la sua versione del brano menzionato (Weird Fishes, manco a farlo apposta) nel suo lavoro di qualche mese fa. Arpeggi è un sobrio brano solo strumentale, capace però di raccogliere la magia dell’originale pur senza la voce a supportare gli strumenti.

Il CD poi si snoda fra brani più elettronici (come On e Night) e altri in cui invece il pop, a volte addirittura l’R&B, sono preponderanti (si sentano Re-Wild e L.I.N.E.). I risultati non sempre sono eccellenti, ma quando Kelly Lee Owens azzecca il beat i risultati sono trascinanti: Melt! è forse il miglior pezzo techno dell’anno, ottima anche Flow. Invece meno riuscita Jeanette. Segnaliamo infine la collaborazione col mitico John Cale (ex Velvet Underground) nella lunga ma non monotona Corner Of My Sky.

Se vogliamo trovare un punto d’incontro tra le liriche del disco è la questione ambientale: sia Melt! che Corner Of My Sky toccano l’importanza che il surriscaldamento globale ha sulla natura. Del resto, tuttavia, in un disco prevalentemente elettronico sono più importanti le atmosfere create dalla musica piuttosto che i messaggi espliciti trasmessi dall’artista.

In conclusione, “Inner Song” è un altro passo avanti nella già brillante carriera di Kelly Lee Owens, una delle cantanti più interessanti della sua generazione, capace di mescolare generi apparentemente lontani in maniera sempre intrigante. L’impressione è che il suo capolavoro non sia ancora arrivato, staremo a vedere il futuro cosa avrà in serbo per lei.

Voto finale: 8.

Troye Sivan, “In A Dream”

troye

Il nuovo EP del cantautore australiano è una piccola delizia. Mescolando le melodie che lo hanno reso una popstar con episodi decisamente più sperimentali, Troye Sivan si conferma volto sempre più interessante della musica contemporanea.

“In A Dream” segue l’acclamato “Bloom” (2018), album che lo ha fatto conoscere al grande pubblico e gli ha permesso di collaborare con star come Charli XCX e Ariana Grande, ampliando notevolmente la sua fanbase. L’EP non è tuttavia una semplice continuazione di “Bloom”, quanto un modo per Troye di sperimentare nuove sonorità, che spaziano dalla techno (!) al dream pop, senza tuttavia mai perdere la bussola.

Fin dal primo singolo, Take Yourself Home, capiamo che “In A Dream” rappresenta un episodio importante per la discografia di Sivan: la canzone sarebbe di per sé carina, un’ottima melodia pop mescolata alla bella voce di Troye, ma la coda techno, che pare una creazione di Aphex Twin, è incredibile e anche ripetuti ascolti non fanno capire fino in fondo da dove sbuchi. È decisamente una delle più belle canzoni a firma Troye Sivan. Anche la successiva Easy è molto accattivante: non imprevedibile come la precedente, ma non meno riuscita. L’elettronica prepotente ritorna anche nella trascinante STUD, altro pezzo notevole del lavoro. L’unica inferiore alla media (alta) dell’EP è la fin troppo breve could cry just thinkin about you, ma i risultati restano buoni, anche grazie all’ottima chiusura rappresentata dalla title track.

In conclusione, le sei canzoni di “In A Dream” sono un passo in avanti importante per Troye Sivan: l’australiano ha affiancato collaborazioni illustri a un’estetica in continua evoluzione, che lo rende una delle figure meno inquadrabili del mondo pop. Il prossimo album sarà il vero banco di prova, ad A-Rock siamo davvero impazienti di sentirlo.

Voto finale: 8.

The Killers, “Imploding The Mirage”

killers

Il sesto LP della band californiana è uno dei migliori nella carriera dei The Killers. Le canzoni sono epiche, i cori pronti a riempire gli stadi (Covid permettendo), gli ospiti non fanno sentire troppo l’assenza del chitarrista originale del gruppo, Dave Keuning. Non fosse per qualche pezzo sotto la media, parleremmo del miglior CD della band, grazie anche alla produzione raffinata di Jonathan Rado (Foxygen) e Shawn Everett, che in passato ha curato gli album dei The War On Drugs e di Julian Casablancas fra gli altri; invece “Hot Fuss” (2004) e “Sam’s Town” (2006) restano ancora irraggiungibili.

I singoli di lancio erano del resto molto promettenti: Caution, con il supporto di Lindsey Buckingham (ex Fleetwood Mac), pare un gran pezzo di Bruce Springsteen; Dying Breed ritorna all’epicità di When You Were Young e Run For Cover, mentre Fire In Bone flirta addirittura con la psichedelia. Insomma, siamo di fronte ad alcuni dei migliori pezzi recenti dei The Killers. Ad essi si accompagnano altre melodie interessanti, come la romantica Blowback. Sono invece sotto media la prevedibile Running Towards A Place e Imploding The Mirage, che chiude un po’ fiaccamente l’omonimo CD.

Liricamente, dal gruppo americano capitanato da Brandon Flowers, una delle voci più riconoscibili del panorama rock, non dobbiamo aspettarci testi à la Bob Dylan; nondimeno alcune frasi significative sono rintracciabili qua e là. In tempi di pandemia non è facile accettare le limitazioni imposte per la salute di tutti: Flowers e compagni paiono invitarci a liberarci, almeno in casa, di tutti i freni. Nella title track si sente “Sometimes it takes a little courage and doubt to push your boundaries out beyond your imaginings”, quasi una dichiarazione poetica. Invece My God, la collaborazione con Natalie Mering (Weyes Blood), contiene il seguente invito: “Don’t push, control is overrated”. Peraltro il tema della liberazione era già stato anticipato da Caution, in cui Flowers urla “I’m throwing caution” nel ritornello.

I The Killers non hanno praticamente mai cambiato faccia: possiamo definirli i Queen moderni, con tocchi di Springsteen e Cure, questi ultimi specialmente nei primi lavori. Il loro rock da stadio potrà non essere intonato al mainstream millennial, infarcito di trap e reggaeton, ma nessuno suona come loro, pur 16 anni dopo il loro primo disco. Un risultato non banale, che spiega come mai siano ancora sulla cresta dell’onda dopo così tanto tempo e dopo addii non prevedibili.

Voto finale: 7,5.

Bright Eyes, “Down In The Weeds Where The World Once Was”

bright

Il nuovo disco dei Bright Eyes, la band indie capitanata da Conor Oberst, arriva a quasi dieci anni dal precedente lavoro “The People’s Key” (2011). In questi nove anni Oberst si è tenuto decisamente impegnato: ha pubblicato quattro lavori solisti e l’album collaborativo con Phoebe Bridgers “Better Oblivion Community Center” (2019). Negli ultimi anni inoltre Conor ha dovuto subire due momenti drammatici come il divorzio e la morte del fratello, che come vedremo hanno segnato profondamente alcune liriche del lavoro.

Il CD si apre in maniera imprevedibile: Pageturner’s Rag è un pezzo recitato in spagnolo da Corina Figueroa Escamilla, amica di Oberst. Già però dal secondo, Dance And Sing, ritorna lo stile che ha reso i Bright Eyes una band molto influente per lo scenario folk-rock: orchestrazione barocca, testo commovente e voce fragile di Conor Oberst in bell’evidenza. Facile trovare dei rimandi a Fleet Foxes e Father John Misty.

Il lavoro si snoda per 14 brani e 54 minuti totali, fra ballate solo pianoforte (Hot Car In The Sun), pezzi più rock (Calais To Dover) ed epiche canzoni come To Death’s Heart (In Three Parts). I momenti buoni non mancano, con la band aiutata anche da ospiti di spessore come Flea (bassista dei Red Hot Chili Peppers) e John Theodore (batterista dei Queens Of The Stone Age): fra di essi ricordiamo particolarmente To Death’s Heart (In Three Parts) e Calais To Dover. Invece convincono meno Persona Non Grata e One And Done, dove i Bright Eyes impostano il pilota automatico e i risultati sono troppo prevedibili. Da menzionare infine Pan And Broom, dove i Bright Eyes paiono campionare Hotline Bling di Drake in apertura!

Precedentemente accennavamo al fatto che liricamente il disco è stato impattato da due lutti subiti da Oberst recentemente: il divorzio e la morte del fratello. Questo è evidente da alcuni versi rintracciabili nel corso del CD: in To Death’s Heart (In Three Parts) il Nostro chiede “What’s it like to live with me here every fucking day?”, mentre Tilt-A-Whirl contiene la straziante lirica “My phantom brother came to me”. Infine la conclusiva Comet Song rappresenta una malinconica scena di vita quotidiana, prodromo al divorzio dall’ex partner: “You threw the dish and called me Peter Pan; your aim’s not very accurate”.

In conclusione, i Bright Eyes hanno ritrovato la vecchia sintonia e hanno prodotto un LP non facile da assimilare, ma che dopo ripetuti ascolti conferma il loro talento. Non sarà il miglior lavoro del gruppo, ma “Down In The Weeds Where The World Once Was” è senza dubbio una buona ripartenza.

Voto finale: 7,5.

Angel Olsen, “Whole New Mess”

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Il quinto LP della talentuosa cantautrice americana è in realtà una sorta di remix del precedente “All Mirrors” (2019): laddove quest’ultimo era un CD molto barocco, art pop di gran classe sulla falsariga di Kate Bush, “Whole New Mess” è il suo opposto, un lavoro quindi molto semplice e con le canzoni presenti in “All Mirrors” completamente reinventate.

Angel aveva peraltro anticipato già all’uscita del precedente album che ne esisteva una versione alternativa, più scarna ma forse più adatta al tema trattato (la rottura di una relazione). “Whole New Mess” introduce due nuove canzoni rispetto a “All Mirrors”, entrambe usate come singoli di lancio: la title track e Waving, Smiling. Il mood del disco è cupo, la chitarra e la bella voce di Olsen in primo piano: questo rende il CD molto coeso stilisticamente e tematicamente, alla lunga un po’ monotono, ma i risultati restano comunque interessanti, ispirati allo Springsteen di “Nebraska” (1982).

Le più belle canzoni di “All Mirrors”, vale a dire la title track e Lark, mantengono più o meno la loro fama: la potenza di entrambe non viene sminuita dal radicale cambio di strumentazione. Interessante poi Too Easy (Bigger Than Us), breve ma orecchiabile. Invece prevedibile Tonight (Without You), ma non rovina eccessivamente il quadro complessivo.

In conclusione, “Whole New Mess” è un’addizione di spessore ad una discografia sempre più preziosa. Angel Olsen può passare dall’indie rock di “My Woman” (2016) all’art pop di “All Mirrors” con gli stessi magnifici risultati, ma le radici sono sempre quelle folk di “Strange Cacti” (2010) e in effetti quest’ultimo disco si avvicina al minimalismo dell’EP di esordio della Nostra. Ciò non toglie nulla alla bellezza di “Whole New Mess”, non il miglior lavoro di Angel ma indubbiamente un’ulteriore testimonianza di un talento davvero cristallino.

Voto finale: 7,5.

Disclosure, “ENERGY”

disclosure

Il terzo album dei fratelli Lawrence era atteso un po’ da tutta la critica e da molti amanti della musica elettronica: dopo un esordio da urlo come “Settle” (2013) e un secondo disco deludente, “Caracal” del 2015, Guy e Howard non sono certo restati mani in mano, ma hanno rallentato per cercare di ritrovare l’antica magia. Nel 2019 sono tornati a pieno regime, pubblicando due EP (“Moonlight” ed “Ecstasy”) e producendo l’interessante “ENERGY”.

Il CD è in effetti un progresso rispetto al precedente: se “Caracal” era molto lento, con influenze decise di R&B e pop da classifica, “ENERGY” già dal titolo vuole tornare alla potenza di fuoco di “Settle”, che conteneva alcuni dei brani dance più noti della scorsa decade, da Latch a White Noise. La partenza è in effetti promettente: sia Watch Your Step che Lavender sono brani house energici, che mantengono la promessa insita nel titolo dell’album. Ottimo poi il singolo My High, con la valida collaborazione dei rapper Aminé e Slowthai.

La seconda parte di “ENERGY” è invece più rallentata, sulla falsariga di “Caracal”: se l’intento dei Lawrence era di creare un ponte verso i precedenti lavori missione compiuta. Tuttavia, perché includere non uno ma ben due interludi, come a indicare l’effetto riempitivo?

Tolto questo, in realtà “ENERGY” è un buon lavoro, un punto di (ri)partenza per i Disclosure che fa ben sperare per il futuro del duo britannico. Menzioniamo in chiusura la pletora di ospiti presenti nel disco, come sempre molto curati: da Common a Kelis, passando per i già citati Aminé e Slowthai, senza scordarci Eric Thomas, già collaboratore nell’indimenticabile When A Fire Starts To Burn.

In conclusione, “ENERGY” è un LP raffinato e interessante per tutti gli amanti dell’elettronica made in England, con basi sempre ballabili e bassi potenti. Tuttavia, rispetto a “Settle” manca l’effetto sorpresa e quell’incredibile capacità di fondere vecchio (i rimandi a Chemical Brothers e Daft Punk) e nuovo (il giovanissimo Sam Smith riluceva, così come AlunaGeorge). I fratelli Lawrence sono ripartiti: vedremo dove li condurrà il prossimo lavoro, fondamentale per capire il loro destino.

Voto finale: 7.

Whitney, “Candid”

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La collezione di cover che i Whitney propongono è senza dubbio gradevole, presentando versioni interessanti di successi come Country Roads e Bank Head. Tuttavia la mossa della band californiana, presentata anni fa come grande promessa dell’indie rock anche dalle pagine di A-Rock (tanto che il loro esordio “Light Upon The Lake” era entrato nella rubrica Rising e nella lista dei migliori CD del 2016), denota abilità ma anche scarsezza di idee: speriamo sia la molla che fa ripartire una carriera, sulla falsariga di “Kicking Against The Pricks” (1986) di Nick Cave & The Bad Seeds.

La raccolta si compone di dieci brani, di cui uno strumentale (Something Happen) e uno dai ritmi quasi dance (Strange Overtones), entrambi debolucci; il resto invece ricalca il territorio ben noto ai fans del duo, un gradevole folk-rock che richiama i migliori momenti di Bob Dylan e Neil Young. Non tutte le cover sono un successo, ma Julien Ehrlich e Max Kakacek riescono a ringiovanire pezzi come la celeberrima Country Roads (grazie anche all’aiuto di Waxahatchee) e A.M. AM in maniera elegante. Non male anche Hammond Song.

Un album interamente di cover può voler dire due cose: o i Whitney desiderano ricaricare le pile per tornare fra qualche tempo con una decisa svolta estetica, oppure stanno esaurendo le idee e “Candid” è un modo di dire addio ai loro maestri e, chissà, forse anche alla band. Non lo sapremo presto, di certo il lavoro è gradevole e piacerà ai fans della musica anni ’60. Non un capolavoro, ma nemmeno un flop.

Voto finale: 7.

Lana Del Rey, “Violet Bent Backwards Over The Grass”

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Il lavoro che stiamo descrivendo non è un vero e proprio CD: Lana Del Rey infatti in “Violet Bent Backwards Over The Grass” legge dei poemi di sua creazione su delle eteree basi fornite dal collaboratore Jack Antonoff. Il lavoro è quindi una sorta di audiolibro, ovviamente intrigante ma certo non comparabile ai CD della popstar statunitense, non ultimo “Norman Fucking Rockwell!” dell’anno passato, premiato da A-Rock come disco dell’anno.

La voce di Lana è come sempre conturbante e capace di trasmettere sensazioni ora serene (LA Who Am I To Love You) ora più cupe (The Land Of 1000 Fires). Antonoff dal canto suo provvede a dare una base minimale ma mai ovvia ai componimenti, soprattutto con pianoforte e tastiere sempre delicate. In generale, i 39 minuti di “Violet Bent Backwards Over The Grass” saranno sicuramente apprezzati dai fans duri e puri della cantante, per gli ascoltatori casuali l’ascolto può rivelarsi difficoltoso, ma con un po’ di pazienza e la volontà di capire a pieno i testi delle poesie il lavoro acquista senso.

I componimenti vedono una Lana molto fragile, che a volte si finge un’altra persona per iscriversi a dei corsi di vela, utilizzando il suo vero nome Elizabeth Grant (SportCruiser), citando i cantautori che l’hanno ispirata nel corso della carriera, da Bob Dylan a Jim Morrison. In altri momenti emergono le sofferenze causate da una rottura traumatica con un partner (LA Who Am I To Love You) e dei tratti del suo carattere nascosti ai più (in Tessa DiPietro Lana dice “Maybe an artist has to function a little bit above themselves if they really want to transmit some heaven”, mentre in Salamander proclama “My thoughts are about nothing and beautiful and for free”).

In conclusione, “Violet Bent Backwards Over The Grass” ci fa capire una volta di più che Lana Del Rey è un talento poliedrico, una donna sempre pronta a mettersi alla prova sia nella musica che in altre forme d’arte. Non sorprenderebbe vederla in futuro anche attrice, magari in un film di David Lynch; per ora godiamoci il suo primo audiolibro di poesie, non per tutti ma certo neanche da sconsigliare.

Voto finale: 6,5.

I migliori album del decennio 2010-2019 (100-51)

Nel secondo capitolo della nostra lista dei migliori 200 CD della decade 2010-2019 attraversiamo le posizioni che vanno dalla 100 alla 51. Abbiamo già incontrato artisti rilevanti nella puntata precedente, ma le sorprese non sono finite. Buona lettura!

100) Shame, “Songs Of Praise” (2018)

(PUNK)

Il quintetto inglese potrebbe essere il nuovo volto del punk europeo: era da moltissimo tempo che non si sentiva un esordio così carico e compatto nel mondo punk, specialmente nel Vecchio Continente. In particolare, a colpire è la fiducia che gli Shame hanno nei loro mezzi: non c’è alcuna paura nel cambiare ritmo improvvisamente in una canzone, tantomeno nel corso del CD. Ne sono esempio Dust On Trial e Tasteless.

La voce di Charlie Steen, leader del gruppo, ricorda molto Archy Marshall: è come se King Krule desse libero sfogo alla sua vena rock, cercando contemporaneamente di imitare i Cloud Nothings o i Preoccupations. Da sottolineare poi il lavoro dei due chitarristi degli Shame, Eddie Green e Sean Coyle-Smith, che creano un “muro sonoro” davvero impenetrabile. I brani migliori sono Concrete, la più melodica One Rizla e la conclusiva Angie, che solo nel titolo ricorda il brano dei Rolling Stones. L’insieme è un LP compatto e coerente, con pochissime pause per l’ascoltatore, come i migliori album punk.

Per concludere, un’ultima lode agli Shame: neanche Iceage e White Lung, per citare due band punk molto rinomate di recente, avevano pubblicato esordi devastanti come “Songs Of Praise”. Non resta che seguire l’evoluzione del complesso britannico: le premesse per un’ottima carriera ci sono tutte.

99) Joanna Newsom, “Have One On Me” (2010)

(FOLK)

Il terzo album della cantautrice americana Joanna Newsom è una goduria per gli amanti della musica folk più pura. Grazie a melodie sempre cangianti, canzoni complesse mai però fini a sé stesse e l’abilità con l’arpa della Nostra, anche un triplo album (!) come “Have One On Me” è perfettamente digeribile.

Questa è infatti la prima caratteristica che colpisce del lavoro: la sua gigantesca ambizione. Pubblicare un album triplo della durata superiore ai 120 minuti, quando invece si sarebbero potuti produrre tre album distinti di ottima qualità nello spazio di 5-10 anni, è una mossa rischiosa ma dal rendimento alto, nel caso di Joanna. Se si aggiunge che lei stessa si rifiuta tutt’oggi di mettere a disposizione la sua discografia sui servizi streaming, capiamo che non è neppure dovuta alla massimizzazione dei ricavi, quanto piuttosto al solo e semplice amore per la musica e i suoi fans.

Chiaramente, in un CD tanto complesso, non tutto può essere perfetto, ma gli alti sono davvero strabilianti: la lunghissima title track, Good Intentions Paving Company e Baby Birch sono highlights assoluti. “Have One On Me” non è mai pesante, tanto da apparire anzi come il lavoro più essenziale a firma Joanna Newsom, addirittura migliore di “Ys” (2006).

98) Queens Of The Stone Age, “…Like Clockwork” (2013)

(ROCK)

Il sesto album dei veterani dell’hard rock li trovava a un bivio fondamentale: a ben sei anni da “Era Vulgaris” (2007), l’album forse più discusso tra fans e critici nella produzione della band, i Queens Of The Stone Age avrebbero ritrovato lo smalto perduto?

La risposta è sicuramente affermativa. “…Like Clockwork” infatti rispecchia fedelmente il titolo, girando per la maggior parte del tempo come un orologio svizzero, grazie a pezzi duri come My God Is The Sun e a brani più melodici come I Appear Missing. Questo è anche il CD più ricco di ospiti del gruppo: Dave Grohl, Elton John, Alex Turner e Mark Lanegan sono fra i più illustri, ma notiamo anche il recupero del precedente bassista Nick Oliveri, che era stato cacciato nell’ormai lontano 2004.

In poche parole, con “…Like Clockwork” i Queens Of The Stone Age ritrovarono un motivo per la propria esistenza, considerando inoltre un panorama musicale che tende a mettere da parte il rock per fare spazio a hip hop e trap. Josh Homme e compagni avrebbero poi proseguito il percorso di questo LP con il successivo “Villains” (2017), meno riuscito di “…Like Clockwork” ma con altrettanto successo di pubblico.

97) Chance The Rapper, “Coloring Book” (2016)

(HIP HOP – GOSPEL)

Il terzo mixtape del talentuoso Chance The Rapper è probabilmente il suo miglior lavoro fino ad ora. Dopo il bel lavoro “Acid Rap” del 2013, Chance era atteso al varco, ma “Coloring Book” non delude le attese di critica e pubblico.

Il forte afflato religioso che pervade tutto l’album, infatti, aggiunge al consueto hip hop dell’artista un tocco gospel che affascina ancora di più l’ascoltatore. I pezzi davvero da ricordare sono No Problem, Summer Friends e Same Drugs (una piccola Pyramids). Nessuno dei 14 brani del resto è davvero fuori posto: i più deboli sono la collaborazione con Future (Smoke Break) e Mixtape, ma per il resto la qualità è davvero altissima.

Possiamo senza dubbio premiare “Coloring Book” col titolo di miglior CD di musica hip hop-gospel del 2016. Forse della decade, considerato la scarsa fortuna incontrata da questo strano ibrido fra generi apparentemente agli antipodi negli anni seguenti.

96) Kanye West, “The Life Of Pablo” (2016)

(HIP HOP)

Si può criticare Kanye West per mille motivi: eccessivo egocentrismo, megalomania, arroganza… Insomma, la più grande superstar dell’hip hop non ha un carattere facile.

Musicalmente, però, niente da dire: senza di lui mancherebbe gran parte della musica rap moderna. “The Life Of Pablo” conferma la classe di Kanye: brani potenti e bellissimi come Famous, Real Friends, la perla gospel Ultralight Beam e Waves sono tra i migliori dell’anno. Da sottolineare poi il parco ospiti sterminato: Chance The Rapper, Frank Ocean, Kendrick Lamar, The Weeknd…

Insomma, un ensemble da sogno. Top 100 pienamente meritata. Soprassediamo sulle ultime vicende che hanno colpito Yeezy: i gossip passano, la musica resta. “The Life Of Pablo” è anche l’ultimo LP davvero all’altezza della fama e del talento di Kanye, che negli anni successivi si è perso fra polemiche politiche quantomeno controverse e scelte artistiche discutibili (si veda la conversione improvvisa e il rintanarsi nella musica gospel).

95) Hot Chip, “One Life Stand” (2010)

(ELETTRONICA – ROCK)

Il quarto album dei britannici Hot Chip li trova pronti a spiccare il volo. Grazie a singoli di successo come Ready For The Floor e Boy From School, gli Hot Chip si erano ritagliati la reputazione di band di punta della scena electropop d’Oltremanica.

“One Life Stand” è il compimento di anni di studio e riflessione, grazie ai quali il gruppo raggiunge il picco delle proprie capacità. Brani lunghi ma accessibili come Thieves In The Night e la title track ancora oggi, dieci anni dopo la pubblicazione, sono i pezzi pregiati del disco; da non sottovalutare la più raccolta Brothers. Il tutto viene aiutato dalla chimica fra i due cantanti, Alexis Taylor e Joe Goddard. È probabile che atti come i Tame Impala e gli Arcade Fire, alla lontana, siano stati influenzati recentemente dalla band britannica.

In conclusione, gli Hot Chip in “One Life Stand” hanno prodotto il loro LP più compiuto e coeso, segno di una carriera in costante crescita, curata nei minimi dettagli e capace di dare un degno seguito a questo pregevole lavoro con il successivo “In Our Heads” (2012).

94) Sufjan Stevens, “The Age Of Adz” (2010)

(FOLK – ELETTRONICA)

Il sesto album vero e proprio di Sufjan Stevens trova il grande cantautore americano a un bivio: meglio continuare nella consolidata formula che ne ha decretato la fortuna (ballate folk delicate e creative, con la sua voce angelica a fare da collante) oppure tentare qualcosa di nuovo e rinfrescante?

Non sapendo né leggere né scrivere Sufjan ha optato per una via di mezzo tanto intrigante quanto potenzialmente rischiosa: mescolare bellissimi pezzi folk come Futile Devices a derive elettroniche come la title track e Too Much. I risultati, pur non perfetti come nel successivo “Carrie & Lowell” (2015), hanno consentito a Stevens di ampliare notevolmente la propria palette sonora, aprendo la strada alla successiva sperimentazione di “Aporia” (2020).

Non sarebbe un CD a firma Sufjan Stevens senza qualche stranezza: innanzitutto la durata, che raggiunge i 75 minuti distribuiti su 14 pezzi, di cui uno (la conclusiva Impossible Soul) raggiunge i 25 minuti ed è divisa in cinque suite, mescolando insieme folk, elettronica e musica puramente sperimentale. Tanta creatività insieme spesso non è raggiunta da un artista nel corso di un’intera carriera… ma dato che stiamo parlando di Sufjan Stevens lo stupore è relativo.

“The Age Of Adz” è dunque un LP non facile, ma che premia gli ascoltatori pazienti con brani potenti e mai scontati. Il fatto che sia solo il terzo/quarto CD come qualità complessiva a firma Sufjan Stevens fa capire la grandezza del personaggio.

93) The National, “I Am Easy To Find” (2019)

(ROCK)

L’ottavo album dei The National, beniamini dell’indie rock statunitense, è il loro CD con più tracce (16) e dal minutaggio più elevato (64 minuti). Malgrado inevitabilmente alcuni momenti siano ridondanti, il disco è eccellente, grazie anche alla collaborazione di voci femminili di altissimo livello, fatto inedito per la band.

Matt Berninger e i fratelli Dessner e Darendorf, a soli due anni dall’ottimo “Sleep Well Beast”, vincitore del Grammy come miglior album di musica alternativa, sono tornati più in forma che mai. In “I Am Easy To Find” ogni fan del gruppo avrà soddisfazione: dalle ballate ai brani più rock, non manca davvero nulla, tanto che il disco pare una chiusura ideale di un cerchio cominciato nello scorso millennio. Dicevamo inoltre che il CD è popolato da presenze esterne ai The National: in effetti molte vocalist, da Sharon Van Etten a Gail Ann Dorsey, si alternano con Berninger, creando vocalizzi molto belli e innovativi per la band. Infine, ricordiamo che “I Am Easy To Find” fa da colonna sonora a un breve film con protagonista l’attrice premio Oscar Alicia Vikander. Insomma, un’opera davvero totale, sintomo di grande ambizione da parte del gruppo.

Le prime due tracce sono magnetiche: You Had Your Soul With You e Quiet Light rientrano a pieno titolo fra le migliori dei The National, la prima con base ritmica forsennata, la seconda più raccolta. Invece Oblivions è leggermente sotto la media, mentre The Pull Of You ricorda la Guilty Party di “Sleep Well Beast”. Anche la seconda metà del CD è molto intrigante: eccettuate la brevissima Her Father In The Pool e l’eterea Dust Swirls In Strange Light, il resto dei pezzi è sempre all’altezza della fama dei The National, con le perle di Where Is Her Head e la conclusiva Light Years.

In conclusione, “I Am Easy To Find” è un disco è coeso ma allo stesso tempo mai banale o semplicemente noioso. I The National certamente sono fra i gruppi indie rock che sono meglio maturati se paragonati alla nidiata di complessi nati a cavallo fra XX e XXI secolo. Chapeau.

92) Courtney Barnett, “Sometimes I Sit And Think, And Sometimes I Just Sit” (2015)

(ROCK)

Il titolo sembra anticipare un album prolisso e pretenzioso; beh, nessuna impressione può essere più sbagliata. Courtney Barnett è una delle esordienti indie rock più interessanti del decennio: la giovane cantante australiana ritorna a inizio XXI secolo, età dell’oro dell’indie, quando nacquero band come Strokes e Franz Ferdinand.

Le prime due canzoni Elevator Operator e Pedestrian At Best sono manifesti delle intenzioni della Barnett; Small Poppies addirittura ricorda i Led Zeppelin. Il suo suono riesce però a contaminarsi anche con White Stripes e il pop à la Robbie Williams, ottenendo risultati spesso straordinari: la conclusiva Boxing Day Blues ne è un valido esempio.

L’immediatezza di “Sometimes I Sit And Think…” è paragonabile a “Vampire Weekend” e “Teen Dream” (tanto per citare due band come Vampire Weekend e Beach House che di immediatezza se ne intendono). Chiaramente il CD di per sé non sarà un capolavoro di sperimentalismo o arditezza stilistica, ma la musica deve anche essere svago, giusto? Quindi: grazie Courtney per aver riaperto (anche se per poco più di 35 minuti) l’armadio dei nostri ricordi, quando sembrava che l’indie dovesse soppiantare il mainstream.

91) My Bloody Valentine, “m b v” (2013)

(ROCK)

Nel 2013 aspettarsi un nuovo album a firma My Bloody Valentine pareva un sogno destinato a non essere mai realizzato. “Loveless” (1991) era stato il picco dello shoegaze e Kevin Shields e compagni non erano stati in grado di dargli un seguito in 22 anni, fra falsi annunci e tentativi abortiti in studio.

Il fatto che, non solo il CD sia finalmente arrivato ma sia anche bello, anzi bellissimo, è quasi un miracolo. I My Bloody Valentine non si limitano a ricalcare il successo del secolo scorso riprendendo a menadito tutti i particolari che li hanno resi unici: voci androgine e mixate in scarsa evidenza, chitarre piene di riverbero, bassi e batteria inesistenti… No, nel terzo finale del lavoro arrivano anche a cercare nuove soluzioni, vicine alla musica sperimentale (si senta ad esempio Wonder 2).

È vero tuttavia che i pezzi migliori sono comunque più vicini allo shoegaze: da Only Tomorrow a Who Sees You, passando per She Found Now, la band irlandese si conferma maestra del genere. Kevin Shields ha ancora una volta dimostrato tutta la sua abilità, creando un lavoro nostalgico ma mai scontato. Forse non raggiungerà le vette di “Loveless”, ma questo “m b v” è un degno erede. Speriamo solamente che per il quarto LP del gruppo non si debbano attendere altri 22 anni.

90) Disclosure, “Settle” (2013)

(ELETTRONICA)

All’esordio, i fratelli Guy e Howard Lawrence fanno già il pieno, sia di critiche positive che di vendite. “Settle” è infatti uno dei migliori album di musica dance del 2013, abilissimo nel mescolare la house anni ’80 con i ritmi più moderni.

Notevoli anche le collaborazioni: abbiamo infatti tra gli altri Sam Smith, Mary J. Blige, AlunaGeorge… Insomma, pezzi da 90 della musica contemporanea. Tra i migliori brani abbiamo la celeberrima Latch, la trascinante When A Fire Starts To Burn, Voices e la più intima Help Me Lose My Mind.

In poche parole, un ottimo inizio per Guy e Howard Lawrence, solo parzialmente confermato dai seguenti “Caracal” (2015) e il breve EP del 2016 “Moog For Love”.

89) Kurt Vile, “Smoke Ring For My Halo” (2011)

(ROCK – FOLK)

“Smoke Ring For My Halo” è il CD che ha fatto conoscere ad un pubblico più ampio Kurt Vile, ex War On The Drugs ed eroe degli slacker mondiali, ovvero uno di quei personaggi spesso al bordo della strada che paiono osservare disinteressati l’ambiente circostante ma poi, quasi pigramente, fanno osservazioni assolutamente fuori dal comune.

Il CD è una brillante collezione di canzoni folk-rock, nel solco tracciato da Bob Dylan, Neil Young e Tom Petty, tuttavia aggiornato abbastanza da essere attuale ancora oggi. È forse il disco più coeso e meno prolisso di Kurt, anche se non ha la smisurata ambizione del successore “Wakin On A Pretty Daze” (2013).

Tuttavia, canzoni riuscite come Puppet To The Man e Ghost Town, senza scordarci la delicata Baby’s Arms e Jesus Fever, rendono davvero speciale questo disco, uno dei migliori lavori del decennio 2010-2019 proprio per questa sua incredibile qualità: suonare antico e contemporaneo allo stesso tempo.

88) A.A.L. (Against All Logic), “2012-2017” (2018)

(ELETTRONICA)

Tutti gli appassionati di musica elettronica conoscono Nicolas Jaar, geniale compositore di origine cilena ormai trapiantato in America, una delle ritmiche più riconoscibili del panorama musicale. Ritmi sensuali, produzione impeccabile e sample campionati sempre azzeccati: ecco le principali caratteristiche di molte canzoni di Jaar. Stupisce perciò il riutilizzo di un suo alias che pareva ormai abbandonato, questo A.A.L. (Against All Logic), ma non più di tanto il genere affrontato. Jaar infatti percorre gli usuali percorsi a metà fra IDM e funk, ma con ancora maggiore consapevolezza nei propri mezzi e un gusto per la melodia puramente danzereccia che non conoscevamo.

La partenza è straordinaria: sia This Old House Is All I Have che I Never Dream settano perfettamente il tono del CD, con tastiere sinuose e voci elettrizzanti in sottofondo; Jaar è ormai totalmente padrone di questo genere peculiare ed è un vero piacere ascoltarlo in questa condizione brillante. Il disco contiene altre perle di indubbio valore: Now U Got Me Hooked è un brano dance perfetto, Rave On U chiude magistralmente il disco. Menzione anche per Cityfade e Hopeless, altri pezzi house notevoli. Un po’ sotto la media del disco invece Know You e Such A Bad Way.

A.A.L. (Against All Logic), aka Nicolas Jaar, aveva già fatto intravedere indubbie qualità sia nella sua carriera solista che nei Darkside. Questo album ne è un’ulteriore conferma: la pazienza e ripetuti ascolti verranno ampiamente ripagati.

87) Foals, “Holy Fire” (2013)

(ROCK)

Tutti attendevano al varco i Foals: la tensione rischiava di divorarli. Invece, i cinque ragazzi se ne uscirono nel 2013 con un album ancora più bello di “Total Life Forever” (2010), svoltando verso un rock più carico, quasi hard rock in certi tratti.

Ne sono simboli due delle canzoni migliori del CD: Prelude e Inhaler (quest’ultima trascinante nel ritornello) sono come gemelli siamesi, una senza l’altra non esisterebbe, ma proprio per questo acquistano fascino. Non male il funk à la Hot Chip di My Number, così come il quasi shoegaze della conclusiva Moon.

Insomma, un lavoro vario e ben riuscito, che conferma il talento dei Foals e il loro appeal sul pubblico, fatto ulteriormente validato dal successivo “What Went Down” (2015). Uno dei migliori album rock dell’anno e della decade.

86) Run The Jewels, “Run The Jewels 3” (2017)

(HIP HOP)

Il terzo CD del duo formato da El-P e Killer Mike è quello più coeso e stilisticamente più coinvolgente. Non una cosa facile da ottenere, dato che tutti i lavori del duo sono molto riusciti: se il primo “Run The Jewels” era fondamentalmente spassoso e divertente, “Run The Jewels 2” era pura rabbia sociale. Possiamo dire che la trilogia si conclude con un LP che prepara la rivolta; o che, almeno, si candida fortemente a farle da colonna sonora.

Se infatti i nomi degli album e le copertine cambiano per minimi particolari, nei testi e nelle sonorità El-P e Killer Mike sono cangianti come pochi. Qua sono privilegiate basi potenti e opprimenti: ricordano un poco il Danny Brown di “Atrocity Exhibition” (2016), tanto che Brown è anche ospite nella riuscita Hey Kids (Bumaye). Altri bei brani sono le iniziali Talk To Me e Legend Has It, dove la critica al presidente americano Donald Trump è marcata; ma anche la conclusiva A Report To The Shareholders/ Kill Your Masters è eccellente. L’unico brano debole è Everybody Stay Calm, ma è un peccato veniale in un’opera davvero ottima.

Insomma, cari “masters” (questo il nome affibbiato all’establishment dal duo), c’è poco da stare tranquilli: il disagio è diffuso e sta per esplodere. I RTJ ne sono a conoscenza e in Thieves! (Screamed The Ghost) hanno anche ripreso le parole del grande Martin Luther King per sottolinearlo: “a riot is the language of the unheard”. Un manifesto politico di rara efficacia.

85) Waxahatchee, “Out In The Storm” (2017)

(ROCK)

Il quarto CD del progetto Waxahatchee, guidato dalla talentuosa Katie Crutchfield, è il suo lavoro più riuscito: 10 tracce e 32 minuti di puro indie rock, indirizzato a tutti gli amanti del genere e a coloro che volessero farsene una prima idea.

L’indie viene spesso evocato a sproposito per artisti che tutto sono meno che indie e la cui qualità artistica è discutibile. Tutto ciò non vale per Waxahatchee: “Out In The Storm” è un LP bellissimo, con brani riuscitissimi come l’iniziale Never Been Wrong e Silver, che ricordano gli Strokes e gli Arcade Fire di “The Suburbs”; da non sottovalutare anche i pezzi più raccolti del CD, come Recite Remorse e A Little More. Ottime, infine, Brass Beam e No Question, che sarebbero highlights in molti album rock di artisti teoricamente più quotati. In generale, dunque, Crutchfield e compagni arrivano a comporre il coronamento di una carriera in costante crescita: partiti come artisti lo-fi, la produzione e la cura dei dettagli si sono via via affinate, fino ad arrivare a risultati quasi perfetti in questo disco.

L’indie, territorio considerato prevalentemente (se non solamente) maschile fino a pochi anni fa, ha riscoperto ultimamente l’altro sesso, con interpreti giovani e ispirate come Vagabond, Jay Som e Waxahatchee, senza scordarsi Courtney Barnett e Angel Olsen. Una necessaria rinfrescata ad un genere che pareva moribondo. Waxahatchee è un progetto fondamentale per la rinascita dell’indie rock, come testimoniato una volta di più con questo splendido “Out In The Storm”.

84) Wilco, “The Whole Love” (2011)

(ROCK)

I Wilco sono fin dalla nascita uno dei gruppi rock più avvincenti della nostra epoca. Flirtando spesso con country e folk, il complesso americano ci ha regalato nel corso della loro carriera capolavori maestosi come “Summerteeth” (1999) e “Yankee Hotel Foxtrot” (2001).

“The Whole Love” potrebbe parere a primo acchito un tipico album di mezz’età di una band ormai soddisfatta della propria posizione nello scacchiere musicale e non più interessata a prendere rischi. Beh, se pensate questo non conoscete bene i Wilco: la loro qualità migliore è sempre stata infatti quella di brillare nei momenti apparentemente di maggiore sicurezza, che per altre band avrebbero segnato l’inizio della fine.

Jeff Tweedy e compagni con “The Whole Love” hanno infatti probabilmente creato il terzo miglior album di una carriera sempre più stellata. Pezzi ambiziosi come Art Of Almost e la conclusiva One Sunday Morning (Song For Jane Smiley’s Boyfriend) sono clamorosi nella loro difficoltà ma perfettamente compiuti. Lo stesso vale per la più semplice ma deliziosa I Might.

In conclusione, i Wilco hanno confermato ancora una volta di possedere un talento sconfinato, fonte primaria di una carriera ormai trentennale e con successi pienamente meritati.

83) Death Grips, “The Money Store” (2012)

(HIP HOP – SPERIMENTALE)

Il primo album del duo hip hop noto come Death Grips fa seguito al mixtape “Exmilitary” del 2011 e ne è una logica continuazione. Partiamo da una premessa: come possono però convivere efficacemente rap, punk e noise in un album di 13 brani per 41 minuti? Questo è il mistero più affascinante di “The Money Store”.

MC Ride e Zach Hill, rispettivamente cantante e polistrumentista del gruppo, non hanno mai più raggiunto questo miracoloso equilibrio, ma “The Money Store” resta un reperto unico. Il CD è infatti altamente repellente, pieno di rabbia, rime insensate e suoni che all’orecchio suonano come un martello pneumatico… ma forse proprio oggi, per tutti questi motivi, suona più vitale che mai?

Non è ben chiaro verso chi sia diretta la rabbia dei Death Grips, probabilmente è più un volgersi verso la pura anarchia (il duo intitolerà non a caso un lavoro nel 2015 “The Powers That B”). L’altra cosa davvero incredibile di “The Money Store” è il successo di pubblico che ha riscosso: malgrado la già accennata totale assenza di brani commerciali, pezzi come I’ve Seen Footage e Get Got hanno ottimi numeri nei servizi di streaming. Con merito, viene da dire: entrambi hanno un implicito fascino, fatto di suoni discordanti ma equilibrati, così come The Fever (Aye Aye).

“The Money Store” è uno dei dischi più influenti e allo stesso tempo più irripetibile della moderna storia del rap. Mescolando industrial, rap e musica puramente sperimentale i Death Grips hanno prodotto a loro modo un capolavoro, destinato a far parlare di sé ancora per molti anni.

82) Solange, “A Seat At The Table” (2016)

(R&B – SOUL)

Il 2016 è stato caratterizzato da una buona quantità di CD che trattano dei problemi razziali tra neri e bianchi negli Stati Uniti, mescolando grande musica e impegno civile. Si pensi, oltre a questo “A Seat At The Table”, a “Formation” di Beyoncé e a “Freetwon Sound” di Blood Orange.

La sorella minore di Bey, Solange, con il suo terzo lavoro “A Seat At The Table” ha prodotto un notevole CD di pura black music, mescolando sapientemente R&B, funk e soul e rifacendosi ai pilastri del passato (James Brown, Michael Jackson e Prince soprattutto), con una spruzzata di elettronica in Don’t You Wait.

La voce della più giovane delle sorelle Knowles ricorda molto quella di Queen Bey; le liriche trattano prevalentemente il tema dell’essere una donna afroamericana oggi, con tutto ciò che ne consegue in termini di discriminazione, ma anche di orgoglio e senso di appartenenza. Ricordiamo in particolare F.U.B.U. (cioè For Us, By Us) e l’iniziale Rise tra i brani migliori; ottimi anche Cranes In The Sky e Where Do We Go. Gli unici difetti di “A Seat At The Table” sono l’eccessivo numero di canzoni e la numerosità degli intermezzi, che rompono troppo spesso il fluire dei beat.

In generale, però, Solange ha dimostrato che il talento in casa Knowles non è appannaggio solo della sorella maggiore.

81) Godspeed You! Black Emeperor, “Allelujah! Don’t Bend! Ascend!” (2012)

(ROCK – SPERIMENTALE)

I Godspeed You! Black Emperor sono da sempre riconosciuti come gli artisti pionieri del post-rock, quel genere che mescola rock e musica sperimentale, con punte di metal, per creare spesso brani monumentali che, per l’appunto, hanno perso qualsiasi cosa le rendesse rock per diventare qualcosa di diverso, più epico e decisamente meno commerciale.

“Allelujah! Don’t Bend! Ascend!” segna il ritorno della band ben dieci anni dopo l’ultimo disco, “Yanqui U.X.O.” (2002). Il lavoro è composto da quattro canzoni, con una struttura a specchio. Prima uno decisamente articolato (con durata superiore ai 20 minuti!), poi uno più semplice, che funge da ristoro dopo due corse sfrenate. Se la prima metà è decisamente cupa, nella seconda i Godspeed You! Black Emperor cercano ritmi meno devastanti, prova ne siano i 20 minuti di We Drift Like Worried Fire, opposti alla durezza e drammaticità di Mladic. I due intermezzi Their Helicopters Sing e Strung Like Lights At Thee Printemps Erable accompagnano poi l’ascoltatore in territori più elettronici, quasi sperimentali.

“Allelujah! Don’t Bend! Ascend!” si caratterizza così per essere il disco più intenso del collettivo canadese, già noto ai fans per CD mai facili al primo ascolto. La carriera della band prosegue tutt’ora, con l’ultimo lavoro Luciferian Towers che risale al 2017, a testimonianza di un complesso più vivo che mai.

80) Earl Sweatshirt, “Some Rap Songs” (2018)

(HIP HOP – JAZZ)

Earl Sweatshirt è da sempre la figura più enigmatica del collettivo Odd Future, un covo di talenti comprendente nomi del calibro di Frank Ocean, Tyler the Creator e Syd (The Internet). Di lui si sente parlare solamente in caso di uscite di nuova musica, segno che tiene molto alla propria privacy.

“Some Rap Songs” è un titolo fuorviante: il breve e frammentario disco (15 canzoni per soli 24 minuti di durata) contiene in realtà tutti i crismi del piccolo capolavoro. Mescolando abilmente jazz e hip hop, con inserti di musica puramente sperimentale, “Some Rap Songs” è il CD più avventuroso di Earl, simbolo di un (possibile) nuovo movimento nel rap contemporaneo, non più prono al pop/R&B come Drake e compagnia, ma visionario e pronto a sperimentare. Se a primo impatto la struttura dell’album può apparire straniante, in realtà non bisogna pensare che sia un lavoro tirato via, soprattutto dato che deriva da tre anni di studio e lutti per Earl, che hanno influenzato profondamente la sua musica più recente. Nel 2018 sono morti il padre e lo zio del Nostro; soprattutto il primo era stato bersaglio in passato di invettive e offese da parte del rapper nato Thebe Neruda Kgositsile, ma in “Some Rap Songs” vi sono segni di riconciliazione.

I pezzi migliori sono Red Water, Ontheway!, The Mint e Veins, ma nessuno può dirsi brutto o semplicemente deludente. Ciò malgrado alcuni arrivino a durare a malapena un minuto; malgrado questa caratteristica, infatti, ognuno è chiaramente parte di un tutto coeso e con un chiaro obiettivo, non risultando quindi mai fuori posto o tirato via.

In conclusione, Earl Sweatshirt ha prodotto un altro LP (non tanto long in realtà) che lo consacra come uno dei rapper più interessanti della sua generazione.

79) LCD Soundsystem, “American Dream” (2017)

(ELETTRONICA – ROCK)

Gli LCD Soundsystem si erano sciolti nell’ormai lontano 2011, l’ultimo LP di inediti è del 2010, quel “This Is Happening” che li aveva tanto fatti amare anche da un pubblico più ampio: la hit I Can Change era addirittura finita sul videogioco FIFA11. Insomma, sembrava scritto che la band acquistasse sempre più visibilità, invece James Murphy e compagni avevano deciso di chiudere baracca e burattini. Una mossa apparentemente folle, in realtà coraggiosa e coerente con il loro percorso artistico: in You Wanted A Hit, non a caso, se la prendevano con la loro casa discografica che aveva quasi imposto loro di scrivere una hit radiofonica, altrimenti il contratto sarebbe terminato.

“American Dream” è un trionfo. L’inizio di Oh Baby è lentissimo, ma poi la canzone sboccia e diventa irresistibile. Poi abbiamo due canzoni destinati ai fan duri e puri del gruppo, che ricordano le atmosfere di “Sound Of Silver” (2007), ma convincono meno: sono rispettivamente Other Voices e I Used To. La carichissima Change Yr Mind sarà ottima live, ma su disco è solo passabile; la meraviglia arriva con la lunga How Do You Sleep?, highlight del disco. Il tono del brano è molto cupo; la canzone è però ottima e trascinante.

La seconda parte del disco è più rock della prima, probabilmente anche più oscura e disincantata: è qui che liricamente gli LCD danno il meglio. La title track si prende gioco del cosiddetto “sogno americano” e ne proclama la fine; Black Screen, la lunghissima suite finale, è dedicata a David Bowie, artista di cui Murphy era fan sin da bambino. Sono tre le tracce da evidenziare, non a caso lanciate come singoli per promuovere il CD: Tonite ricorda molto One Touch ed è la traccia più dance del disco; Call The Police è una cavalcata punk davvero epica, mentre la già citata American Dream è una ballata indimenticabile.

In poche parole, non è l’album migliore della produzione degli LCD Soundsystem (“Sound Of Silver” è inarrivabile), nondimeno questo “American Dream” era un CD davvero necessario per completare l’eredità artistica del gruppo: se stavolta gli LCD decideranno davvero di chiuderla qui, non era pronosticabile un disco di addio così potente e riuscito, sia liricamente che musicalmente.

78) Tame Impala, “Innespeaker” (2010)

(ROCK)

L’esordio dei Tame Impala segna quello che sarà il loro percorso successivo: un sound che richiama molto i grandi artisti psichedelici di fine anni ’60-primi anni ’70, oltre a Flaming Lips e Beatles.

Parker condisce il tutto con la sua bella voce, molto simile a John Lennon. Gli highlights sono numerosi: ricordiamo in particolare It Is Not Meant To Be, Solitude Is Bliss (il tema della solitudine ritorna molto spesso nei testi dei Tame Impala) e Alter Ego. Bella anche la strumentale Jeremy’s Storm.

Insomma, un grande album d’esordio per la band australiana; ma ancora il meglio doveva venire, basti pensare a “Lonerism” (2012) o al rivoluzionario “Currents” (2015).

77) Bon Iver, “i,i” (2019)

(FOLK – ELETTRONICA)

Il quarto album dei Bon Iver, il progetto di Justin Vernon, arriva a tre anni dallo sperimentale “22, A Million”. Il disco è una pregevole fusione dei precedenti sforzi della band, il già citato “22, A Million” e “Bon Iver, Bon Iver” (2011). Accanto alla vena più elettronica e innovativa di Vernon troviamo infatti un ritorno alle sonorità folk che inizialmente ne decretarono la fortuna, come nella scarna Marion.

L’inizio pare ritornare al precedente LP di Vernon e compagni: sia la breve strumentale Yi che iMi sono di difficile lettura. Già con la bellissima Hey, Ma però Bon Iver ritorna ai suoi livelli: la voce di Vernon è in primo piano in tutta la sua bellezza e la strumentazione è innovativa ma mai fine a sé stessa. La seconda parte del breve ma organico CD (13 brani per 40 minuti) è la più riuscita: abbiamo alcune delle più belle canzoni a firma Bon Iver, da Naeem a Sh’diah passando per l’epica Faith. In generale, aiutato anche da numerosi collaboratori, fra cui annoveriamo i fratelli Dessner dei The National, Moses Sumney e James Blake, Bon Iver come accennato riesce a bilanciare quasi perfettamente i suoi istinti più sperimentali con quelli più accessibili, creando con “i,i” un disco davvero affascinante.

Strumentalmente, questo è forse il lavoro meno avanguardistico di Bon Iver: mentre con le sue precedenti opere il gruppo americano aveva sempre anticipato o cavalcato i trend della musica contemporanea, tanto da guadagnarsi collaborazioni di alto profilo con due visionari come Kanye West e James Blake, oggi Vernon si limita a ri-assemblare il suono del progetto Bon Iver. Tuttavia, se i risultati sono così eccezionalmente belli, è probabile che Justin abbia ancora diversi assi nella manica.

76) Mac DeMarco, “Salad Days” (2014)

(ROCK)

Il secondo album vero e proprio del cantautore canadese Mac DeMarco è la definitiva affermazione dopo il già interessante “2” del 2012. “Salad Days” mantiene la stessa stranezza di fondo, creata da atmosfere sempre ovattate, titoli e testi spesso nonsense (basti pensare a “Salad Days”) e canzoni tanto semplici quanto irresistibili, su tutte le riuscitissime Blue Boy e Brother.

Tuttavia, non bisogna prendere Mac per un sempliciotto: in sole 11 canzoni e 34 minuti è infatti riuscito a creare il suo miglior CD, pieno anche di riferimenti testuali attuali (si veda Treat Her Better, contro la violenza sulle donne). Si hanno poi anche aperture alla psichedelia, in Chamber Of Reflection specialmente.

Insomma, una miniera d’oro per gli amanti dell’indie rock più scanzonato ma allo stesso tempo attento al mondo che ci circonda. Mac non sarà il miglior cantautore della sua generazione, ma a volte anche del semplice buonumore è il benvenuto, no?

75) Nick Cave & The Bad Seeds, “Push The Sky Away” (2013)

(ROCK)

Il quindicesimo album di Nick Cave, come spesso affiancato dai fidati Bad Seeds, è stato il primo seguito all’avventura dei Grinderman, che l’aveva visto mettere da parte il progetto primario per alcuni anni a inizio decade.

“Push The Sky Away” prosegue idealmente la traiettoria intrapresa nei bellissimi lavori “The Boatman’s Call” (1997) e “No More Shall We part” (2001), vale a dire un Nick Cave decisamente più tranquillo rispetto allo scatenato frontman degli anni ’80. Abbiamo quindi atmosfere decisamente rilassate, quasi ambient, solo a tratti reminiscenti dei Bad Seeds di qualche anno prima (Jubilee Street ad esempio è magnifica in questo senso). Anche liricamente, mentre prima Nick parlava spesso di episodi biblici o assassini spietati (si ricordi la celebre Red Right Hand), adesso fanno capolino argomenti più mondani, dal bosone di Higgs (Higgs Boson Blues) a Hannah Montana (!!), in Mermaids, a Wikipedia.

Nick Cave inaugurò con “Push The Sky Away” la trilogia di CD sperimentali continuata poi con il devastante “Skeleton Tree” (2016) e “Ghosteen” (2019), questi ultimi influenzati anche dalla morte del figlio del Nostro. Insomma, certamente non album leggeri, ma capaci di connettersi come mai prima ai fans del gruppo e giustamente osannati dalla critica di settore.

74) Beyoncé, “Lemonade” (2016)

(POP – R&B)

Il CD della vendetta per la più splendente star femminile della musica nera contemporanea. Grazie anche ad ospiti di assoluto livello (James Blake, Jack White, Kendrick Lamar tra gli altri), Bey convoglia tutta la rabbia contro il marito Jay-Z in “Lemonade”, con brani riusciti come Hold Up, Don’t Hurt Yourself e 6 Inch (con The Weeknd) come highlights.

Beyoncé ha così composto il migliore album di una carriera già brillante: “Lemonade” è un esempio di come la musica possa diventare un’arma potentissima contro la discriminazione femminile e a favore della parità tra i sessi. Menzione particolare poi per lo spettacolare “visual album” che accompagna “Lemonade”: una collezione che raccoglie i video di ogni canzone contenuta nel CD.

In poche parole: una delle opere più ambiziose degli ultimi anni, che senza dubbio risuonerà anche in futuro come un capolavoro pop di altissimo livello, sia musicale che artistico (nel senso più ampio del termine).

73) Mitski, “Be The Cowboy” (2018)

(ROCK – POP)

Il quinto CD della cantante americana di origine giapponese Mitski Miyawaki (che nella sua carriera usa solo il proprio nome) è senza dubbio il suo lavoro più compiuto, un riuscito connubio di indie rock e ritmi più danzerecci, sulla falsariga degli ultimi lavori di St. Vincent, il riferimento senza dubbio di Mitski.

L’inizio è subito convincente: Geyser ha ritmi synthpop degni di Julia Holter e Grimes, mentre Why Didn’t You Stop Me? e A Pearl sono decisamente più somiglianti alle sonorità di “Puberty 2”, il disco che ha fatto conoscere Mitski al grande pubblico nel 2016. “Be The Cowboy” prosegue poi in maniera convincente fino al quattordicesimo e ultimo brano, la dolce Two Slow Dancers, per un totale di soli 32 minuti di durata: un LP compatto ma non tirato via, va detto, dato che ogni brano è perfettamente compiuto e funzionale all’economia del disco. Anche i più brevi, come Lonesome Love e Old Friend, che non raggiungono i due minuti, non mancano di fascino.

In conclusione, l’indie rock ha trovato un’altra convincente voce femminile: come già detto, l’influenza di Annie Clark è presente in molte parti di “Be The Cowboy”, nondimeno Mitski è capace di scrivere canzoni avvolgenti e mai banali, una qualità solo intravista nei suoi precedenti album.

72) Cloud Nothings, “Attack On Memory” (2012)

(PUNK – ROCK)

Il secondo album degli statunitensi Cloud Nothings, capitanati dall’indomito Dylan Baldi, è arrivato come un fulmine a ciel sereno nella scena indie d’Oltremanica. Prodotto dal leggendario Steve Albini (storico collaboratore dei Nirvana), “Attack On Memory” suona in effetti come un disco grunge: duro, con voce di Baldi in primo piano, liriche disperanti e batteria rutilante.

L’inizio è scioccante: No Future/No Past è tutt’oggi uno dei pezzi migliori del gruppo, con quella cavalcata finale che evoca il titolo dell’album. Ancora più spiazzante Wasted Days: oltre 8 minuti, con ampia sezione strumentale nella parte centrale e il testo forse più drammatico ma in cui è più facile riconoscersi: “I thought! I would! Be more! Than this!”, ripetuto come un mantra dalla voce straziata di Baldi. Il CD prosegue poi con pezzi più vicini al rock, come Stay Useless, che allentano la pressione nella seconda parte del lavoro.

“Attack On Memory” è l’inizio di una bella storia nel mondo punk-rock, proseguita poi con l’altrettanto potente “Here And Nowhere Else” (2014). I Cloud Nothings, però, non sono mai suonati così spontanei nella loro ancora giovane carriera. Ecco perché “Attack On Memory” mantiene un posto di prestigio fra i migliori album punk del decennio.

71) Real Estate, “Atlas” (2014)

(ROCK)

I Real Estate, giunti al terzo lavoro, raggiungono probabilmente il miglior risultato possibile per il loro dream pop, molto simile in “Atlas” agli Arctic Monkeys di “Suck It And See”, ma con quel tocco di Phoenix (sia nella voce di Martin Courtney che nelle melodie) che arricchisce ulteriormente il range di ritmi dell’album.

“Atlas” si contraddistingue per canzoni graziose e ben fatte (su tutte Had To Hear e Talking Backwards, senza dimenticare la strumentale April’s Song), ma nessuna delle tracce di “Atlas” è fuori fuoco. Un LP praticamente impeccabile, “Atlas” resterà sicuramente un caposaldo dell’indie negli anni a venire.

È un peccato che i Real Estate siano poi stati travolti dallo scandalo legato al loro chitarrista principale Matthew Mondanile (accusato di comportamenti inappropriati da varie donne e costretto a lasciare la band), tanto da non riuscire a replicare fino ad ora i brillanti risultati di “Days” (2011) e “Atlas”. Nulla però ci toglierà mai la possibilità di ascoltare un’altra volta un capolavoro come “Atlas”, tanto semplice quanto riuscito.

70) FKA twigs, “MAGDALENE” (2019)

(ELETTRONICA – R&B)

La figura di FKA twigs, nome d’arte della britannica Tahliah Debrett Barnett, è tra le più enigmatiche del panorama mondiale del pop e dell’elettronica più raffinata. Misteriosa sì, ma mainstream: fino a qualche mese fa la Barnett era impegnata in una storia con Robert Pattinson, il famoso attore di Twilight. Una storia che, una volta finita, ha lasciato strascichi nella psiche di Tahliah; a ciò aggiungiamo una delicata operazione effettuata per rimuovere dei fibroidi dal suo utero, superata solo recentemente. Insomma, nei quattro anni passati da “M3LL155X” purtroppo la vita non è stata facile per FKA twigs.

Musicalmente “MAGDALENE” è un sunto dell’estetica di FKA twigs, ma anche una crescita decisa verso lidi inesplorati: se prima si parlava di lei come di una meravigliosa vocalist e performer, tanto brava a ballare quanto a cantare, vogliosa di esplorare territori elettronici e R&B, adesso FKA twigs è una carta spendibile anche nell’art pop e nell’hip hop meno volgare e scontato, prova ne siano le collaborazioni recenti con Future e A$AP Rocky. Nessuna delle 9 tracce del CD è fuori posto, la durata è ragionevole (38 minuti) e FKA twigs è in forma smagliante: tutto è pronto per un trionfo. Fatto vero, testimoniato da un capolavoro come cellophane e da brani solidi come sad day e thousand eyes. Abbiamo in più, a supporto della Barnett, supporto nella produzione da parte di giganti come Skrillex e Nicolas Jaar, che aggiungono la loro esperienza in campo elettronico per creare textures imprevedibili.

FKA twigs era già un nome chiacchierato nella stampa specializzata, ma “MAGDALENE” alza il livello: Tahliah Debrett Barnett supera a pieni voti l’esame secondo album, creando canzoni sempre intricate ma mai fini a sé stesse, ricche di significato universale.

69) James Blake, “James Blake” (2011)

(ELETTRONICA)

Dopo una serie di EP cominciata nel 2009 con “Air & Lack Thereof” e proseguita con “The Bells Sketch EP”, “CMYK EP” e “Klavierwerke EP” (tutti del 2010), la pubblicazione dell’album d’esordio del cantautore inglese James Blake era attesissima.

Attesa ben ripagata dall’eponimo “James Blake”, uno degli album di musica elettronica (ma anche pop e R&B) più influenti della scorsa decade. Potremmo anzi dire che, assieme alla “Trilogy” di The Weeknd, questo disco abbia riscritto le regole dell’R&B alternativo e dell’elettronica più raffinata.

Basi derivanti dal garage di Burial sono infatti mescolate al pianoforte e ad una sensibilità pop che, nei suoi momenti migliori, rende le canzoni di “James Blake” sublimi. Basti sentire per la prima volta The Wilhelm Scream o le due Lindisfarne. Non tutto è perfetto, altrimenti il CD sarebbe facilmente entrato nella top 10 della decade, ma i risultati complessivi sono stupefacenti.

68) Aphex Twin, “Syro” (2014)

(ELETTRONICA)

Lo avevamo dato per spacciato: Aphex Twin sembrava oramai pronto per i libri di storia della musica, descritto come una delle voci più importanti del panorama della musica elettronica, fino però ai primi anni 2000. Invece, uno dei ritorni più graditi del 2014 è senza dubbio quello di Richard D. James, aka Aphex Twin, 13 anni dopo l’ultimo lavoro di studio “Drukqs”.

La qualità della produzione di Aphex è come sempre notevole: un’elettronica raffinata, a volte orecchiabile (come nella introduttiva minipops 67 [120.2]), altre volte più aggressiva (come nella lunga suite XMAS_EVET10 [120] o nella più breve 180 db_[130]). Il colpo da maestro arriva però con la conclusiva aisatsana [102], delicatissima e commovente: solo piano di James e uccellini di sottofondo, che creano un’atmosfera davvero affascinante. Una sensibilità così spiccata in RDJ ci era ignota: chapeau.

67) Sleater-Kinney, “No Cities To Love” (2015)

(PUNK – ROCK)

Le Sleater-Kinney sono state negli anni ’90 una delle band simbolo del movimento punk femminile americano (non a caso chiamato “riot grrl”), assieme alle Hole di Courtney Love. Dopo aver sfornato sei ottimi CD, nel 2006 si erano sciolte, dedicandosi a progetti solisti. Nove anni dopo, l’evento: la reunion. E i risultati sono ancora una volta ottimi.

Le tre ex ragazze rivoltose si scoprono più mature, ma i cavalli di battaglia sono sempre i soliti, dalla critica al capitalismo sfrenato, alla discriminazione verso il sesso femminile, alla lotta alla povertà. Il punk delle origini non si è diluito, anzi: in poco più di 30 minuti le Sleater-Kinney sfornano dieci potenziali hit punk-rock, nessuna delle quali sfigura. Spiccano Price Tag, la title-track e A New Wave, una delle tracce dell’anno.

Insomma, un trionfo: come testimoniano Blur e Sleater-Kinney (ma anche i My Bloody Valentine nel 2013), le reunion a volte riescono ad aggiungere capitoli interessanti a carriere già leggendarie.

66) Vampire Weekend, “Contra” (2010)

(ROCK – POP)

Il rischio dei secondi album di band talentuose ma fondamentalmente “conservatrici” è quello di tentare di ripetere il primo, riuscendoci solo a tratti. Questo è il caso di Strokes, Interpol, Bloc Party e Franz Ferdinand, per citarne alcuni celebri. Ma “Contra”, secondo CD dei Vampire Weekend, non compie questo errore: la band riesce ad ampliare notevolmente il proprio range sonoro, aprendo ad atmosfere alla Paul Simon.

Se infatti l’inizio ricalca l’indie scanzonato di “Vampire Weekend”, il bell’esordio del 2008, con brani veloci e ben fatti come Horchata, White Sky e Holiday, la parte centrale (per esempio con Run o Taxi Cub) ma soprattutto l’ultimo tratto dell’album aprono a sonorità nuove e potenzialmente di radicale cambiamento: basti ascoltare Giving Up The Gun o Diplomat’s Son, lunga addirittura 6 minuti.

In conclusione, i Vampire Weekend, anche se non sempre centrano il bersaglio, restavano ancora una band su cui puntare: possiamo dire una start up, ancora in divenire, ma con una prospettiva a 5 stelle, fatto confermato dal magnifico “Modern Vampires Of The City” (2013).

65) SOPHIE, “OIL OF EVERY PEARL’S UN-INSIDES” (2018)

(ELETTRONICA)

Il titolo dell’album di Sophie Xeon è, se possibile, ancora più misterioso della sua musica. In effetti, si tratta di una figura retorica chiamata “mondegreen”, che consiste nell’interpretare in maniera errata una frase, sostituendo alle vere parole altre che suonano molto simili. Infatti, il titolo “apparente” del CD non è il messaggio che l’artista vuole passare: “OIL OF EVERY PEARL’S UN-INSIDES” suona infatti come “I love every person’s insides”, che è già una frase più compiuta e, anzi, nasconde un fine profondo. Infatti, SOPHIE sta comunicando che dobbiamo tutti amare una persona per come è dentro, la sua apparenza esteriore (ad esempio, il suo sesso o le sue deformità fisiche) non dovrebbero contare. Basti questo verso, preso da Immaterial, come manifesto dell’intero LP: “I could be anything I want, anyhow, any place, anywhere. Any form, any shape, anyway, anything, anything I want”.

Non banale, come messaggio. SOPHIE del resto ha fatto della sua voce androgina un tratto caratteristico della sua produzione musicale, iniziata nel 2015 con “PRODUCT” e proseguita con questo “OIL OF EVERY PEARL’S UN-INSIDES”. La sua transessualità certamente gioca un ruolo cruciale: SOPHIE è infatti nata Samuel Long e solo con questo disco ha fatto conoscere al mondo la sua “transizione”. La sua musica è certamente inseribile nel filone dell’elettronica sperimentale, tuttavia le sue canzoni hanno una struttura che ricorda le canzoni pop, almeno nei momenti più accessibili (ad esempio la bella It’s Okay To Cry o Infatuation): non è un caso che sia chiamata “hyperpop”. Tuttavia, il tratto che distingue radicalmente Sophie Xeon dai suoi colleghi DJ è che, accanto a brani appunto pop o ambient, troviamo altre canzoni che ricordano lo Skrillex più sfacciato, per esempio Ponyboy e Faceshopping.

L’album si caratterizza dunque per una varietà stilistica estrema, che lo rende molto difficile, soprattutto ai primi ascolti, ma che nasconde delle perle davvero preziose. Ad esempio, la già menzionata It’s Okay To Cry è una delle migliori canzoni dell’anno, così come la eterea Pretending è un pezzo ambient che ricorda il miglior Brian Eno. Non vi sono pezzi davvero fuori asse, forse l’intermezzo Not Okay è imperfetto ma non intacca un CD davvero ottimo. Menzione finale per Whole New World / Pretend World, che chiude magistralmente il disco. La musica elettronica sembra aver trovato una nuova, grande promessa in SOPHIE.

64) Janelle Monáe, “The Electric Lady” (2013)

(R&B – POP)

Il secondo album della talentuosa Janelle Monáe è un altro trionfo. Dopo la sorpresa di “The ArchAndroid” (2010), Janelle non ha per nulla perso lo smalto in questo “The Electric Lady”, in cui torna la figura di Cindy Mayweather e si compongono la quarta e quinta suite dell’ambiziosa opera su questa androide umanizzata.

I temi portanti sono peraltro i medesimi del precedente lavoro: l’amore libero, la voglia di rimuovere quel malessere interno che tutti prima o poi abbiamo… Anche il concept è lo stesso, come già ricordato, supportato da ospiti magnifici come Prince, Miguel, Solange Knowles ed Erykah Badu.

La novità risiede nel semplice fatto di replicare i risultati strabilianti di “The ArchAndroid”, che per molti sarebbe stato un ostacolo troppo grande e una pressione intollerabile. Del resto, però, talenti cristallini e poliedrici come l’artista americana sono rarissimi, così come brani clamorosi come Q.U.E.E.N. ed Electric Lady.

63) Sky Ferreira, “Night Time, My Time” (2013)

(POP – ROCK)

L’esordio (di cui ancora non abbiamo un seguito) di Sky Ferreira è semplicemente un buon album? Sì e no. Senza dubbio le belle canzoni abbondano, da Boys a Nobody Asked Me (If I Was Okay), passando per Heavy Metal Heart e la conclusiva title track; tuttavia, l’impatto che ancora oggi lei e questo LP hanno sul mondo musicale sono immensi.

Sky era infatti apparentemente destinata a diventare una popstar: con all’attivo il brillante singolo Everything Is Embarrassing e l’EP “Ghost” (2012) che vantava la collaborazione di Cass McCombs e Dev Hynes (Blood Orange), tutto pareva apparecchiato per il grande botto. Invece Sky ha abbandonato la via facile, decidendo di rifugiarsi in un CD che affronta temi come l’odio per sé stessi e i problemi d’amore in maniera inusuale, con uno sguardo femminista che ancora oggi ha peso su figure come Charli XCX e le sorelle Haim, approcciando generi disparati come il synthpop, il grunge e il rock alternativo.

“Night Time, My Time” non ha un erede probabilmente anche per questo motivo: replicare un piccolo gioiello come questo lavoro e rischiare di rovinare un’eredità così pesante ha reso la Nostra più insicura e, dato il suo maniacale perfezionismo, “Masochism” non ha ancora visto la luce, diventando una sorta di Sacro Graal: da tutti ricercato ma da nessuno trovato.

62) The War On Drugs, “A Deeper Understanding” (2017)

(ROCK)

I The War On Drugs sono un orologio svizzero: sfornano un album ogni tre anni, evolvendo sempre il loro suono in maniera da non suonare mai troppo lontani dal passato, ma contemporaneamente freschi e intriganti. La musica del sestetto originario di Philadelphia è passata, infatti, dal rock classico à la Bruce Springsteen, ad accenni di Neil Young e Bob Dylan, arrivando in “A Deeper Understanding” alla psichedelia dei Tame Impala. Infatti, questo quarto CD della loro produzione ricorda da vicino “Lonerism”, capolavoro dei Tame Impala: le sonorità sono più elettroniche che in passato e i sintetizzatori si fanno sentire come non mai, prova ne siano Holding On e In Chains. Sono le due tracce iniziali, però, che conquistano: il rock epico di Up All Night e Pain è superbo e le due tracce sono senza dubbio tra le migliori dell’album.

I pezzi migliori dei 10 che compongono questo meraviglioso LP sono le due tracce iniziali, già citate in precedenza, vale a dire Up All Night e Pain; l’epica Strangest Thing; e Nothing To Find. L’unica lieve pecca è che il CD avrebbe reso al massimo con una canzone in meno: 66 minuti possono essere pesanti per alcuni. Ad esempio, la conclusiva You Don’t Have To Go (bel titolo, visto che parliamo dell’ultima canzone della tracklist), sarebbe potuta star fuori, ma pazienza: i risultati sono comunque ottimi.

Ricordiamo poi che non si tratta di un disco accessibile: le canzoni sono molto lunghe, spesso con durata superiore ai 6 minuti; il primo, monumentale, singolo, Thinking Of A Place, addirittura arriva agli 11 minuti! Insomma, ciò che poteva sembrare presunzione diventa carattere e fiducia assoluta nelle proprie capacità. Possiamo annoverare di diritto i The War On Drugs fra le migliori band rock del decennio, tanto che viene da chiedersi: avranno raggiunto il picco delle loro capacità oppure no? La fiducia nella vena creativa di Granduciel è grande, siamo sicuri che non la tradirà.

61) Grimes, “Art Angels” (2015)

(POP – ELETTRONICA)

Claire Boucher, la cantante canadese meglio conosciuta come Grimes, nel 2012 aveva stupito tutti con “Visions”, suo terzo lavoro di studio ma primo ad avere un certo successo, superbo CD che mescolava elettronica e pop in maniera davvero unica. In “Art Angels” Grimes torna alla stessa formula già sperimentata in “Visions”, con minore inventiva ma superiore confidenza nei propri mezzi.

I risultati sono ancora una volta ottimi: brani come la potente SCREAM, la title track e la ottima Venus Fly (a cui ha collaborato Janelle Monáe) sono concepibili solo da un genio della musica moderna come Grimes, molto maturata anche vocalmente. La perla del CD è però World Princess Part II, uno dei migliori pezzi pop dell’anno.

Album per certi versi folle, “Art Angels”, ma nondimeno accattivante e ben fatto: i pochi passi falsi (come California) sembrano confermare che la perfezione non è di questo mondo. Top 100 pienamente meritata per “Art Angels” e per Claire Boucher, una delle poche artiste per cui si possa dire: nessuno suona come lei.

60) Deerhunter, “Fading Frontier” (2015)

(ROCK)

I Deerhunter non sono mai stati apprezzati per le canzoni allegre o il clima gioioso dei loro album. Anzi, molto spesso valeva il contrario: a partire dal secondo lavoro di studio “Cryptograms”(2007) fino a “Monomania” (2013), la loro cifra stilistica era sempre stato un indie rock venato di ambient music e pop, aggressivo e con testi riguardanti temi scottanti come morte, sessualità, guerra…

“Fading Frontier” è perciò una gradita scoperta: un album che cresce ad ogni ascolto, accessibile e decisamente più commerciale rispetto ai citati lavori precedenti. Si ritorna dunque alle melodie dream pop di “Halcyon Digest” (2010), capolavoro del gruppo. Bradford Cox e Lockett Pundt, frontman e chitarrista dei Deerhunter, oltre che menti creative della band, danno sfogo alla loro vena più intimista e serena.

I testi d’altra parte non sono banali nemmeno in “Fading Frontier”: in Take Care “copiano” un titolo ai Beach House e a Drake, ma trattano di storie d’amore finite male; in All The Same narrano le disavventure di un uomo che perde moglie e figli, ma trasforma le proprie debolezze in forza per riemergere. Il brano migliore è però Breaker, primo pezzo con parte canora condivisa fra Cox e Pundt nella produzione dei Deerhunter, che riecheggia Beach House e Real Estate. Bella anche Living My Life, che sembra quasi ispirarsi a Bon Iver. Nessuno dei 9 piccoli gioielli che compongono questo LP può dirsi fuori posto: un altro tassello alla già ottima carriera dei Deerhunter è stato aggiunto.

59) Alt-J, “An Awesome Wave” (2012)

(ROCK)

Una band che agli esordi vince il Mercury Prize non è frequente, ma gli Alt-J di “An Awesome Wave” lo meritano: era da tempo che non si sentiva un disco così innovativo.

Gli Alt- J creano infatti una miscellanea sonora affascinante ed efficace: esclusi infatti la Intro iniziale e i due Interlude, il CD cattura l’attenzione dello spettatore creando un genere fatto di indie pop, rock leggero e una spruzzata di elettronica tremendamente bello nei suoi picchi creativi (Fitzpleasure, Breezeblocks e Something Good sono davvero magnifiche).

Anche nei momenti più intimisti “An Awesome Wave” non delude: sia Taro che Dissolve Me non sfigurano. In poche parole: uno dei migliori CD del 2012 e del decennio.

58) Wolf Alice, “My Love Is Cool” (2015)

(ROCK)

Al primo album di studio, gli inglesi Wolf Alice tirano fuori un album semplicemente splendido, che riesce a mescolare con grande abilità generi fra loro diversi (grunge, alternative rock e pop), grazie anche alle meravigliose voci di Ellie Rowsell e Joff Oddie, che un po’ giocano a fare gli xx e un po’ i My Bloody Valentine.

Non vi sono brani sbagliati o fuori posto: anzi, il terzetto iniziale (Turn To Dust, Bros e Your Loves Whore) è probabilmente il migliore del 2015. Altri pezzi non trascurabili sono Lisbon e la conclusiva The Wonderwhy, che ricordano gli Interpol di “Turn On The Bright Lights”; invece Giant Peach gioca a fare gli Strokes.

Non sarà il nuovo “Loveless” o “Kid A”, ma certamente “My Love Is Cool” resterà anche in futuro come uno dei migliori esordi degli anni ’10 del XXI secolo. Complimenti ai Wolf Alice.

57) Iceage, “You’re Nothing” (2013)

(PUNK)

Il secondo CD dei danesi Iceage è facilmente uno dei più begli album punk del decennio 2010-2019 e, allo stesso tempo, uno dei più feroci. Prendendo spunto dalle scene hardcore e punk del passato, gli Iceage (guidati dal bravo frontman Elias Bender Rønnenfelt) creano un grido punk lungo 28 minuti, una durata relativamente breve per un disco nella nostra epoca, ma lungo abbastanza da comunicare tutto il disagio giovanile presente nel gruppo.

In realtà già l’esordio “New Brigade” (2011) aveva lasciato intravedere la natura selvaggia degli Iceage, tanto che addirittura il loro “padrino” Iggy Pop aveva detto di esserne spaventato. La paura è in effetti quella che emana da “You’re Nothing”: già dal titolo i temi dominanti sono intuibili.

Attraverso canzoni devastanti come Ecstasy e Burning Hand Rønnenfelt e compagni creano un senso di claustrofobia che non se ne va se non alla fine del CD. “You’re Nothing” è forse troppo duro per molti, ma resta (e resterà probabilmente anche in futuro) uno dei migliori dischi punk della decade appena finita.

56) Angel Olsen, “My Woman” (2016)

(ROCK)

Il terzo album della statunitense Angel Olsen è la sua definitiva consacrazione: possiamo infatti eleggere la bella Angel tra le voci femminili più importanti del panorama pop-rock contemporaneo.

Se inizialmente la sua musica rappresentava un buon connubio di folk, country ed indie rock, con “My Woman” il suo range sonoro si amplia: sono evidenti le influenze di Beach House, Fiona Apple e Joanna Newsom. Allo stesso tempo, però, Olsen riesce ad aggiungere quel qualcosa in più che dà a “My Woman” un fascino tutto particolare: dal synth pop dell’iniziale Intern, passando per le lunghissime Sister (bellissimo pezzo indie) e Woman, fino ad arrivare alla conclusiva, intima Pops, la tonalità sempre cangiante della magnifica voce di Angel Olsen ci accompagna in un viaggio da cui è difficile uscire.

Il 2016 è stato l’anno in cui, con lei e Courtney Barnett, il rock femminile ha trovato due grandi interpreti. Fatto confermato, per quanto riguarda Olsen, dallo splendido “All Mirrors” del 2019, che ce ne ha fatto scoprire il lato più art pop.

55) Kurt Vile, “Wakin On A Pretty Daze” (2013)

(ROCK)

Il quinto album solista di Kurt Vile trova il Nostro al picco delle proprie capacità. “Wakin On A Pretty Daze” è il CD più accessibile della sua discografia, pieno di momenti davvero paradisiaci per gli amanti del rock vecchio stampo: i 9 minuti di Wakin On A Pretty Day sono clamorosi, così come l’epica chiusura di Goldtone. Nel mezzo abbiamo altre perle, da KV Crimes a Too Hard, che rendono il lavoro davvero imperdibile.

I semi di questo squisito LP erano già stati pianati nel precedente “Smoke Ring For My Halo” (2011), dove Kurt aveva abbandonato il lo-fi dei primi dischi da frontman dopo l’apprendistato nei The War On Drugs per far spazio a un rock infarcito di folk e psichedelia. È però in “Wakin On A Pretty Daze” che il suo stile rilassato ma mai prevedibile sboccia completamente.

Il CD è davvero un piacere, intaccato solamente dall’eccessiva lunghezza (oltre 69 minuti) che però non danneggia i momenti davvero memorabili di un lavoro caposaldo del rock classico ma anche psichedelico del decennio.

54) St. Vincent, “Strange Mercy” (2011)

(ROCK)

Annie Clark, in arte St. Vincent, è una delle artiste davvero fondamentali nel panorama pop-rock degli anni ’10. Il suo stile a metà fra ricercato e scanzonato, con un’estetica a tratti à la David Bowie, la rendono un personaggio che non passa mai inosservato; a ciò aggiungiamo canzoni spesso riuscite e il cocktail diventa esplosivo.

“Strange Mercy”, il terzo album a firma St. Vincent, è il lavoro per molti definitivo della cantante statunitense. Mescolando abilmente la sua voce ammaliante a schitarrate a tratti selvagge e testi mai scontati, la Clark condensa in poco più di 40 minuti molta della storia dell’indie rock.

Da Chloe In The Afternoon a Cruel, passando per Champagne Year e Surgeon, il CD è un trionfo, che denota finalmente tutto il talento del progetto St. Vincent, ulteriormente rifinito nel 2014 nell’eponimo “St. Vincent”.

53) Little Simz, “GREY Area” (2019)

(HIP HOP)

Se spesso i passati lavori di Little Simz erano ancora acerbi in termini di composizioni e tematiche trattate (basti pensare a “Stillness In Wonderland”, dove si ispirava ad “Alice nel paese delle meraviglie”), in “GREY Area” l’artista inglese è decisamente focalizzata sul produrre testi rilevanti per la nostra epoca sopra basi mai banali, che raccolgono elementi hip hop, soul e jazz. Non è un caso che Kendrick Lamar l’abbia elogiata e lei già vanti collaborazioni con Gorillaz e Little Dragon, fra gli altri.

L’iniziale Offence è un chiaro indizio di tutto questo: la base è a metà fra Pusha-T ed Earl Sweatshirt, Little Simz parla di Jay-Z e Shakespeare in maniera naturale e il brano è un immediato highlight. Altrove i beat rallentano: ad esempio Selfish e Wounds mescolano abilmente rap old school e jazz, con risultati che ricordano “To Pimp A Butterfly”. Invece Venom è durissima, anche musicalmente. In Therapy Simbi fa un’osservazione non scontata: “Sometimes we do not see the fuckery until we’re out of it”.

La cosa che stupisce forse di più è che il CD è perfettamente formato in ogni sua parte: non ci sono canzoni deboli, Little Simz è al top della forma ovunque ed evita di cadere nella tentazione di molti di sovraccaricare il disco solo per avere più streaming: “GREY Area” finisce infatti dopo 36 minuti e 10 canzoni, quasi un album punk!

In conclusione, qualsiasi album con canzoni del calibro di Offence e Venom sarebbe interessante da ascoltare. Little Simz tuttavia riesce a mantenere questa qualità lungo tutto il corso dell’album, creando con “GREY Area” uno dei migliori LP rap della decade.

52) Run The Jewels, “Run The Jewels 2” (2014)

(HIP HOP)

La seconda collaborazione fra i due rapper americani Killer Mike ed El-P è un trionfo per gli amanti del rap più duro. In un compatto formato da 11 brani e 39 minuti, i Run The Jewels confermano un’intesa incredibile e un’abilità vocale e di produttori notevoli, che rendono “Run The Jewels 2” il miglior CD ad oggi del duo.

Il lavoro è quasi nostalgico in certi tratti: la collaborazione con Zach De La Rocha (Rage Against The Machine) e i rimandi a Public Enemy e N.W.A. sono chiari e allo stesso tempo graditi, nondimeno i Run The Jewels non sono semplicemente dei tradizionalisti. Anzi, nel 2014 questo disco era davvero all’avanguardia: le sue denunce della violenza a sfondo razziale della polizia americana e la sfida lanciata agli haters sono temi tuttora attuali.

Soprattutto, a risaltare ancora oggi sono le canzoni: fin dall’apertura feroce di Jeopardy, passando per la durissima Close Your Eyes (And Count To Fuck) e Crown, “Run The Jewels 2” è un LP che non lascia spazio al filler e, a tratti, è quasi troppo da prendere tutto in una volta. Ciò non toglie valore ad un lavoro tanto duro quanto sincero: valori non scontati nel panorama musicale moderno, per certi versi troppo “smielato” specie nel mondo pop.

51) Darkside, “Psychic” (2013)

(ELETTRONICA – ROCK)

Il progetto Darkside, ossia il nickname della collaborazione fra Nicolas Jaar e il chitarrista/bassista Dave Harrington, ha scritto pagine molto importanti della musica degli anni ’10. Nel breve spazio di tre anni infatti il duo ha pubblicato l’EP di esordio “Darkside” (2010), remixato “Random Access Memories” dei Daft Punk (2013) e dato alla luce il loro per ora unico CD vero e proprio, il brillante “Psychic”.

Jaar è molto conosciuto e stimato per essere uno dei più innovativi artisti di musica elettronica, capace di spiccare sia come produttore, sia come compositore, che si parli di musica ambient, dance oppure sperimentale. Darkside è il lato più rock di Nicolas: i riferimenti a prog rock, funk e space rock (quindi agli anni ’70 e ’80 del XX secolo) sono numerosi, basti sentirsi l’epica Golden Arrow e The Only Shrine I’ve Seen. I pezzi riusciti però non terminano qui: le 8 perle di “Psychic” creano infatti un insieme coeso ma mai ripetitivo, anzi a volte quasi elitario nei riferimenti e nella complessità delle canzoni.

Melodie come la già citata Golden Arrow e Paper Trails rientrano di diritto fra le canzoni più belle della decade e rendono questo “Psychic” imprescindibile per gli amanti della musica ai confini fra rock ed elettronica. Dal canto suo Nicolas Jaar si conferma artista versatile e ormai pronto a spiccare il volo fra i maestri dell’elettronica.

Manca poco ormai per sapere chi è il CD più bello della decade 2010-2019 secondo A-Rock! State sintonizzati, domani il verdetto sarà espresso!

I 50 migliori album del 2019 (25-1)

Nella prima parte della lista dei 50 migliori dischi dell’anno di A-Rock abbiamo visto molti artisti di rilievo, da Taylor Swift a Bruce Springsteen passando per Thom Yorke ed Earl Sweatshirt. Chi avrà vinto la palma di album dell’anno? Lo scoprirete alla fine dell’articolo. Buona lettura!

25) Angel Olsen, “All Mirrors”

(POP)

Il nuovo album della cantautrice americana Angel Olsen la trova impegnata in una radicale giravolta artistica, ma questa non è certo una novità per lei: se le origini della sua estetica vanno cercate nel folk rock, già in “Bury Your Fire For No Witness” (2014) la svolta verso l’indie rock era stata netta. Il suo più bel lavoro, “My Woman” (2016), conteneva invece elementi prog e synth pop mai fuori luogo.

“All Mirrors” è un pregevole CD art pop: seguendo il percorso tracciato da Kate Bush e ispirandosi probabilmente anche ad artiste contemporanee come Florence + The Machine e Julia Holter, la Nostra ha portato il suo sperimentalismo verso territori orchestrali, a volte davvero incontenibili, come nella sontuosa Lark. Del resto, anche il singolo All Mirrors aveva anticipato questa svolta, ma essere stata in grado di non cadere nel cliché del pop orchestrale più trito e ritrito, evitando di compiacersi troppo, è un merito non banale.

Il lavoro è ottimo non solo per la continua ricerca da parte di Angel, ma anche per la concisione: “All Mirrors” infatti consta di 11 pezzi per 48 minuti complessivi, creando un insieme coeso e ben strutturato, in cui è un piacere affondare. I pezzi migliori sono l’iniziale Lark e la più semplice Spring, mentre sotto la media (altissima) del CD abbiamo Impasse e la pur intrigante Endgame.

In conclusione, il 2019 resterà significativo per il mondo pop più sofisticato: nello stesso anno sono usciti lavori magnifici da parte di Weyes Blood, Lana Del Rey e Angel Olsen. Tre artiste ambiziose, che sono al culmine delle proprie qualità, in continua tensione verso il perfetto disco pop del XXI secolo. Chissà che una di loro non ci arrivi, prima o poi… Di certo Angel Olsen dimostra una caratura come cantautrice che la eleva al di sopra di quasi tutte le sue coetanee.

24) MIKE, “Tears Of Joy”

(HIP HOP)

Il nuovo lavoro di MIKE era decisamente atteso: dopo lo spazio datogli l’anno scorso dal suo mentore Earl Sweatshirt nel suo magnifico disco “Some Rap Songs”, c’era curiosità e sia critica che pubblico si chiedevano se la direzione di Bonema avrebbe incrociato il rap astratto e sperimentale di Earl.

Ebbene, la risposta è un sonoro sì. “tears of joy” risente decisamente della lezione del maestro, con canzoni brevi, spesso brevissime (molte sotto i 2 minuti) ma messaggi presentati con chiarezza, a volte anche crudezza. La voce molto profonda di MIKE aggiunge ulteriore pepe ad una ricetta non facile da digerire ma non per questo scadente.

Il CD è dedicato alla madre di Michael, morta recentemente; il dolore del giovane rapper è palpabile, soprattutto in versi come “Sittin’ with my head in my hands, hold it in” (nell’iniziale Scarred Lungs, Vol. 1 & 2) e “Shit scary, but I stay spinnin’, lookin’ through obituaries with your name in it” in WholeWide World. Anche il mood generale del lavoro ne viene influenzato: le basi sono spesso oscure e non lasciano molto spazio a ritornelli o momenti mainstream.

Dicevamo che il lavoro è in parte ispirato da Earl Sweatshirt: in effetti “tears of joy” riporta alla memoria le canzoni a metà fra hip hop e jazz tipiche di Earl, ma non bisogna pensare che il CD sia una copia spiccicata di “Some Rap Songs”. Intanto è il doppio sia per numero di canzoni che per durata; inoltre manca forse il focus estremo che ha fatto di Sweatshirt un peso massimo nel panorama odierno, ma MIKE è ancora molto giovane e avrà modo di affinare questi aspetti.

I brani migliori sono la commovente Stargazer Pt. 3 e le brevi ma intense Goin’ Truuu e Planet, mentre convincono meno #Memories e Fool In Me. In generale, la struttura molto frammentaria dell’album può essere per alcuni eccessiva, ma in realtà sembra riflettere il grande dramma che ha colpito l’artista statunitense.

“tears of joy” è quindi un buonissimo lavoro e un ottimo punto di entrata nella discografia di Michael Jordan Bonema, che (va ricordato) registra pezzi dal 2015 e nel 2018 ha prodotto la bellezza di 4 raccolte di inediti fra mixtape ed EP. Insomma, il ragazzo è prolifico ma ha già ben chiara la direzione da intraprendere per raggiungere i grandi maestri del genere.

23) These New Puritans, “Inside The Rose”

(ELETTRONICA – ROCK)

Il nuovo album dei These New Puritans arriva addirittura a sei anni dal delicato “Field Of Reeds”, in cui il complesso inglese aveva aperto decisamente a elementi di musica neo-classica, reinventandosi rispetto all’estetica post-punk con inserti elettronici dei precedenti CD. “Inside The Rose” è un’efficace sintesi di tutto questo e, proprio per questo, la prima volta in cui i TNP sembrano vogliosi di riassumere piuttosto che sperimentare ulteriormente.

Ciò non va però a discapito della qualità delle 9 canzoni che compongono il CD: ognuna ha la sua fisionomia specifica, chi più rock (Anti-Gravity) chi inclassificabile (Infinity Vibraphones e la title track). Altrove riappaiono quelle caratteristiche classicheggianti che avevano reso “Field Of Reeds” così strano, per esempio in Where The Trees Are On Fire.

I testi sono come sempre vaghi, ma stavolta compaiono domande esistenziali del tipo “Isn’t life a funny thing? All these words and they say nothing” (in Beyond Black Suns). Ma del resto non si ascolta un lavoro dei These New Puritans per le liriche: gli inglesi ci hanno abituato a comunicare maggiormente attraverso i paesaggi sonori piuttosto che mediante parole.

I pezzi migliori sono l’apertura sontuosa di Infinity Vibraphones e la marciante Beyond Black Suns, che potrebbe essere benissimo un brano dei Massive Attack. Troppo breve invece Lost Angel per essere apprezzabile. Come sempre con un LP dei TNP, “Inside The Rose” non è un ascolto facile, ma la pazienza verrà premiata grazie a canzoni mai scontate e paesaggi sonori davvero evocativi.

In conclusione, ancora una volta i These New Puritans hanno stupito fans e addetti ai lavori: dopo sei anni di assenza e una formazione ridotta all’osso (i membri ufficiali ora sono solamente i gemelli Barnett), “Inside The Rose” suona come nulla nella passata discografia del complesso britannico. E, malgrado tutto questo, i risultati sono ancora una volta strabilianti.

22) Weyes Blood, “Titanic Rising”

(POP)

Natalie Mering, meglio conosciuta come Weyes Blood, con il suo quarto CD ha raggiunto probabilmente il picco delle proprie capacità. Accanto al folk anni ’60 delle origini, la Mering in “Titanic Rising” ha dato spazio ad arrangiamenti decisamente più barocchi, aiutata anche da un produttore d’eccezione come Jonathan Rado dei Foxygen.

Fin dalla prima canzone capiamo che qualcosa è cambiato nel progetto Weyes Blood: A Lot’s Gonna Change è una canzone molto ricercata, quasi barocca, che si rifà alla grande Joni Mitchell ma anche a Father John Misty. La canzone è anche un ovvio highlight in un disco che per la verità conta molte belle melodie: ottima anche la seguente Andromeda ad esempio, così come Wild Time. Movies inizia come Bliss dei Muse ma poi evolve in un brano pop grandioso per arrangiamenti. I due brevi intermezzi Titanic Rising e Nearer To Thee servono più che altro a rendere coerente il disco e dargli una convincente narrativa interna: Nearer To Thee infatti chiude “Titanic Rising” e riprende le atmosfere di A Lot’s Gonna Change. Il titolo allude alla canzone che l’orchestra del Titanic stava cantando durante il naufragio… tutto ciò a testimoniare la complessità del lavoro della Mering.

Liricamente il CD affronta molti temi tipici del mondo pop-rock, dall’amore (“I need a love every day” canta Natalie in Everyday) al dolore (“No one’s ever gonna give you a trophy for all the pain and things you’ve been through. No one knows but you” si sente in Mirror Forever) ai problemi più interiori dell’animo umano, tanto che in A Lot’s Gonna Change Weyes Blood canta “Everyone’s broken now… and no one knows just how”.

In conclusione, il progetto della cantante statunitense, come già accennato, sembra aver trovato il suo sbocco definitivo; il folk accattivante ma semplice delle origini è stato accantonato, o meglio affiancato da strumentazioni decisamente più elaborate e liriche non banali. Il futuro è tutto da scrivere per Natalie Mering e sembra promettere molto bene. Lei e Julia Holter sono definitivamente le figure più innovative dell’art pop mondiale.

21) Flume, “Hi This Is Flume”

(ELETTRONICA)

Il primo mixtape ad opera del celebre produttore australiano Harley Streten, in arte Flume, segue i due album che lo hanno reso una star dell’EDM, “Flume” del 2012 e “Skin” (2016). Adesso che tutti lo conoscono per il suo lato più commerciale, Flume si è lasciato andare alla sperimentazione e ”Hi This Is Flume”, pur essendo a tratti confuso, è un’aggiunta importante alla sua discografia.

Il mixtape, come sappiamo, è maggiormente utilizzato nel mondo hip hop. Nell’elettronica di solito si privilegiano gli album veri e propri, spesso con un disegno dietro, si vedano i recenti lavori di Jon Hopkins e Daft Punk. Streten con “Hi This Is Flume” invece collabora con artisti emergenti ma già conosciuti del mondo sperimentale e rap, creando canzoni spesso davvero notevoli, anche se come già accennato a volte i risultati possono risultare disorientanti.

Due sono gli immediati highlights, entrambi canzoni con collaboratori: se High Beams beneficia della presenza di HWLS ma soprattutto di Slowthai, il vero capolavoro del CD è How To Build A Relationship, in cui l’elettronica sbilenca di Flume si mischia perfettamente con il rap deciso di JPEGMAFIA. Non male anche Daze, che ricorda Aphex Twin. Al contrario, il remix di Is It Cold In The Water? di (e con) SOPHIE è piuttosto fuori fuoco e ripetitivo, mentre Amber è troppo schizofrenica.

Liricamente, pur essendo un album di musica prevalentemente elettronica, Streten regala alcune perle: la title track è un ironico invito ad ascoltare il CD sui servizi di streaming, con tanto di guida che recita “Tap the artwork to listen and save to your own music collection”. Invece in How To Build A Relationship JPEGMAFIA costruisce una relazione con questa base di partenza: “Fuck are you talkin’ ‘bout?… I caught him at the coffee house and made him walk it out” per poi affermare perentorio: “Don’t call me unless I gave you my number”.

Insomma, una cavalcata non facile, questo “Hi This Is Flume”. Allo stesso tempo, tuttavia, va elogiato lo spirito innovativo di Flume, capace di sovvertire le aspettative su di lui con un mixtape vario ma allo stesso tempo coeso, capace di regalare aria fresca ad un movimento, quello dell’elettronica più glitch e wonky, un po’ in crisi ultimamente.

20) Floating Points, “Crush”

(ELETTRONICA)

Il nuovo lavoro di Sam Shepherd, in arte Floating Points, riparte esattamente dove avevamo lasciato l’artista inglese quattro anni fa con “Elaenia”: elettronica calda, elegante, solo a tratti pronta per la pista da ballo, sulla falsariga di capisaldi come Aphex Twin e Caribou.

In realtà Shepherd non è artista che riposa sugli allori: gli ultimi anni lo hanno visto produrre mix intrisi di jazz e rock (“Late Night Tales” quest’anno), colonne sonore (“Reflections – Mojave Desert” del 2017) ed EP di varia lunghezza (su tutti “Kuiper” del 2016). Insomma, un’iperattività non scontata; i risultati peraltro sono sempre stati molto interessanti, facendo di Floating Points un nome importante nel panorama della musica elettronica, tanto da permettergli di essere scelto come spalla nel tour degli xx del 2017.

“Crush” si apre con l’interlocutoria Falaise: un insieme di sintetizzatori e percussioni à la Skee Mask che non si adatta completamente all’estetica di Floating Points. Molto meglio i due brani seguenti, la danzereccia Last Bloom e la raccolta Anasickmodular. Intrigante la struttura di “Crush”: il CD infatti consta di 12 brani per 44 minuti, con una chiusura divisa in due parti (Apoptose) e due brevi intervalli posti al centro del disco, Requiem For CS70 And Strings e Karakul, che dividono quasi il lavoro in due metà speculari.

I brani migliori sono la già citata Anasickmodular e LesAlpx, che si avventura in territori techno; buonissima anche Bias. Invece, inferiore alla media Falaise. Il CD non crea grandi cambiamenti nello scenario della musica elettronica mondiale, ma conferma Sam Shepherd come un nome da tenere d’occhio, pronto a sbocciare definitivamente.

19) Big Thief, “U.F.O.F.” / “Two Hands”

(FOLK – ROCK)

Il 2019 è stato un anno da incorniciare per i Big Thief. Capitanati dalla talentuosa Adrianne Lenker, gli statunitensi hanno prodotto due pregevoli album: “U.F.O.F.”, in cui troviamo una virata verso il folk, probabilmente aiutata anche dall’album solista pubblicato dalla Lenker lo scorso anno; e “Two Hands”, dalle venature decisamente più rock.

Complimenti vanno poi alla base ritmica della band: le chitarre gentili di Adrianne Lenker e Buck Meek sono ipnotiche, buono poi il contributo di basso (emblematica From) e batteria (efficacissima in Contact). In generale “U.F.O.F.” ritorna, soprattutto liricamente, su quei terreni che hanno reso i Big Thief dei moderni beniamini dei fan dell’indie: riferimenti alla solitudine, alla capacità di relazionarsi solamente con dei corpi estranei (il titolo del CD sta infatti per UFO Friend) ma anche paesaggi naturali e animali, fantastici o meno.

Musicalmente, nei suoi momenti migliori il disco è uno dei migliori album folk degli ultimi anni: specialmente in Contact (con potente coda rock) e Cattails i risultati sono eccellenti. A peccare sono i momenti più lenti, a volte troppo prevedibili: ne sono esempi Betsy e Magic Dealer, non perfetti. Molto interessante l’esperimento di Jenni, una sorta di shoegaze lento, che ricorda i Low.

Il secondo album è un ritorno al rock. Se il precedente “U.F.O.F.” era un CD prettamente folk, “Two Hands”, registrato dal vivo, torna alle sonorità di “Capacity” (2017). L’inizio del lavoro è eccellente: le sognanti Rock And Sing e Forgotten Eyes sono ottimi pezzi indie rock, che riportano alla mente il folk-rock di Neil Young, con la bellissima voce della Lenker a creare un’atmosfera sospesa fra meraviglia e inquietudine, dati i testi mai facili, che parlano di sofferenza e passione senza vergogna.

L’unico pezzo più debole è proprio la title track, mentre la lunga Not è il brano più ambizioso in un lavoro davvero pregevole. Molto interessante la struttura del CD: i primi e gli ultimi pezzi nella scaletta sono i più quieti, mentre l’accoppiata NotShoulders, piazzata a metà, è la sferzata più rockettara.

I Big Thief non stanno reinventando l’immaginario indie rock, come alcuni critici molto entusiasti si sono spinti a proclamare; certamente però l’abilità vocale e alla chitarra di Adrianne Lenker li distinguono chiaramente dai loro contemporanei. Non una cosa da poco, in un panorama musicale sempre più stereotipato: il caso Big Thief è la piena dimostrazione che il duro lavoro paga. Chapeau.

18) Coldplay, “Everyday Life”

(POP – ROCK)

L’ottavo disco dei Coldplay, la celeberrima band inglese capitanata da Chris Martin, è un deciso ritorno alle sonorità del decennio ’00 del XXI secolo, come da molti anticipato? Sì, senza dubbio. Certo, il sound più pop e caleidoscopico degli anni recenti non viene abbandonato, ma per esempio gli eccessi di “A Head Full Of Dreams” (2015) sono accantonati per fare spazio a ritmi più rock e atmosfere più calde, a volte addirittura orchestrali (si senta Sunrise).

Il doppio album si apre con la metà dedicata all’alba, intitolata appunto “Sunrise”. Che “Everyday Life” sia un ritorno ai tempi creativamente gloriosi di “A Rush Of Blood To The Head” (2002), con un po’ di “Viva La Vida Or Death And All His Friends” (2008), è chiarissimo da Church e Trouble In Town: due brani eleganti, semplici ma che crescono ascolto dopo ascolto.

I singoli parevano aver fatto intravedere addirittura il lato sperimentale dei Coldplay: Arabesque ad esempio contiene una parte di sassofono decisamente rilevante, fatto insolito per Martin e soci. Invece Orphans, uno degli highlights immediati del CD, è un pezzo gioioso, che riporta alla memoria Viva La Vida. Il lato più ambizioso del complesso si vede anche in BrokEn, che pare un pezzo di Chance The Rapper col suo incedere gospel e i temi sacri affrontati.

La seconda metà, “Sunset”, potrebbe parere più raccolta come sonorità, data la presenza di pezzi come Cry Cry Cry e Old Friends, ma è anche vero che contiene la hit Orphans e la quasi country Guns, che sembra di ispirazione Johnny Cash e di resa Rolling Stones. Molto interessante poi Champion Of The World, che pare presa da “X & Y” (2005).

Affrontiamo infine l’aspetto lirico: il CD è rilevante anche perché i Coldplay, seppure sempre in maniera discreta, affrontano temi molto importanti, dal controllo delle armi (Guns) ai problemi legati alla brutalità della polizia e al razzismo (Trouble In Town). Insomma, Chris Martin e soci sono ormai persone mature, capaci di affrontare temi non solo legati all’amore, come molte volte sono stati accusati di fare in passato.

In generale, “Everyday Life” è un LP davvero riuscito, con alcuni dei pezzi migliori mai scritti dai Coldplay (ad esempio Orphans) e una voglia di sperimentare, ma con raziocinio, che pareva persa da parte del gruppo britannico, tra sbornie dance (Something Just Like This) e intrallazzi con le stelle dell’R&B (Hymn For The Weekend). È senza dubbio il miglior disco dei Coldplay dal 2008 a questa parte, non una cosa da poco per quattro ragazzi che suonano insieme da 23 anni (!).

17) (Sandy) Alex G, “House Of Sugar”

(ROCK)

L’ultimo album del prolifico cantautore americano, “House Of Sugar”, è il suo CD più completo. Dopo il cambio di nome da Alex G a (Sandy) Alex G, al fine di evitare scambi di persona con uno youtuber suo omonimo, il talentuoso Alex Giannascoli ha ampliato costantemente la propria palette sonora, aggiungendo elementi psichedelici e addirittura country prima ridotti all’osso nei vari dischi lo-fi da lui prodotti in passato.

“House Of Sugar” è un titolo particolare, che richiama le fiabe di Andersen, in particolare “Hansel e Gretel”; non è quindi un caso che una delle migliori canzoni della tracklist si intitoli proprio Gretel. Altrove troviamo invece riferimenti testuali a fatti di vita vera o, almeno, verosimile: in Hope Alex rimpiange un coetaneo morto, “He was a good friend of mine, he died. Why write about it now? Gotta honor him somehow”, si domanda e si risponde. Dopo però la scena diventa improvvisamente piena di vita, “In the house they were calling out his name all night, taking turns on the bed, throwing bottles from the windows of the home on Hope Street”. Non sappiamo se veramente il nome della via fosse Hope Street, ma il riferimento non pare casuale.

Accanto a questi franchi racconti di episodi della propria vita, però, Giannascoli affianca un sound interessante quanto misterioso: all’indie rock si sommano forti influenze degli Animal Collective, specialmente negli inserti più misteriosi, come Taking e Sugar. (Sandy) Alex G finisce quindi per suonare strano ma allo stesso tempo accessibile: brani come Gretel, la tenera Southern Sky e In My Arms non possono lasciare indifferenti. La doppietta CowCrime rimanda ai migliori Real Estate.

In conclusione, “House Of Sugar” è, come da titolo, un lavoro fondamentalmente dolce, ma infarcito degli elementi particolari e stranianti tipici di Alex Giannascoli. Dopo 8 CD fra Bandcamp, autoprodotti e ora la Domino, con in mezzo svariati EP, il giovane cantautore statunitense pare aver trovato la definitiva maturità. “House Of Sugar” è il suo album più completo e affascinante, un “must-listen” per gli amanti dell’indie rock più eccentrico.

16) Slowthai, “Nothing Great About Britain”

(HIP HOP)

Il giovane esponente del grime, la corrente del rap più dura dell’hip hop britannico, con il suo album d’esordio “Nothing Great About Britain” si conferma una voce emergente del panorama musicale e un abile interprete dei drammatici problemi che pervadono la società britannica.

Già il titolo del CD anticipa i temi portanti del lavori: Slowthai denuncia l’uso della Brexit come arma di distrazione di massa, usata dai politici per coprire i problemi inglesi di inuguaglianza e responsabilità nell’incombente cambiamento climatico. In questa verve polemica nessuno viene risparmiato: i politici ovviamente sono i principali protagonisti, ma anche la Regina Elisabetta ci va di mezzo (nella title track Slowthai la chiama “fighetta” e afferma che avrà rispetto di lei solo quando la Regina rispetterà lui e i più poveri).

In altre parti i testi sono invece più rivolti a sé stesso: la personale Northampton’s Child narra le sue disavventure familiari: la morte del fratello per distrofia muscolare, poi il patrigno, prima minacciato (“You’re lucky I’m not as big as you. I would punch you till my hands turn blue”) poi, una volta che Slowthai e la madre vengono cacciati di casa, ignorato per lasciare spazio finalmente a una famiglia povera ma serena (“Now we’re living at Tasha’s. Funny how good vibes turned that room to a palace”).

Musicalmente, possiamo dichiarare serenamente che, assieme a Stormzy, Slowthai è la promessa più brillante del grime: come già ribadito, i testi sono duri ma efficaci, ma anche le basi non lasciano mai indifferenti gli ascoltatori. La trascinante Doorman è quasi punk, Gorgeous invece si rifà al soul; altrove troviamo basi che invece guardano con interesse alla trap, come in Grow Up. Insomma, una varietà stilistica notevole, che si abbina perfettamente alla personalità incendiaria di Slowthai, che anche dal vivo è davvero trascinante.

In conclusione, “Nothing Great About Britain” è un affresco tremendo ma veritiero della condizione attuale della società britannica: lotte di classe, crisi politica e guerra tra poveri sono temi a cui ora non pensiamo guardando al Regno Unito, ma Slowthai (e prima di lui atti punk come Shame e IDLES) ci presentano il tutto senza sconti.

15) Bill Callahan, “Shepherd In A Sheepskin Vest”

(ROCK)

Il nuovo CD a firma Bill Callahan, il quinto di una carriera di tutto rispetto (senza contare quelli a firma Smog), è il suo lavoro più aperto come sonorità e quello che, a livello testuale, contiene riferimenti alla vita privata di Bill che erano assenti in passato.

“Shepherd In A Sheepskin Vest” arriva dopo ben sei anni da “Dream River”: un’assenza davvero di lungo termine, dovuta in gran parte ai radicali cambiamenti avvenuti nella vita personale del cantautore americano. Nel 2014 si è sposato con Hanly Banks, mentre nel 2015 ha avuto un bambino da quest’ultima: insomma, un cambio di prospettiva estremo per un uomo abituato a scrutare con acutezza e profondità i tanti perché della vita, facendo la figura dell’eterno insoddisfatto.

Non è un caso che il disco appena pubblicato sia il più luminoso della sua ormai trentennale carriera: Bob Dylan si mescola a Leonard Cohen, potremmo dire, rendendo “Shepherd In A Sheepskin Vest” un CD lungo (20 brani per 63 minuti) ma facilmente digeribile e mai monotono. Ne sono esempi pezzi squisiti come 747 o Black Dog On The Beach. Tuttavia, anche la parte finale del CD, quella più oscura come liriche, contiene canzoni brillanti rispetto al “solito” Bill Callahan, ne sia esempio Call Me Anything.

Come sempre, tuttavia, a risaltare è specialmente la sua voce: un vero e proprio altro strumento, con un tono baritonale à la Leonard Cohen o Johnny Cash che la rende perfetta per questo tipo di narrazioni. Le storie di Callahan erano sempre state pervase, come già accennato, da domande esistenziali sul senso della vita; ora invece, malgrado restino presenti analisi di questo tipo (cosa scontata in un LP così articolato), i testi sono decisamente più leggeri. Ad esempio, in What Comes After Certainty parla dell’amore vero e assoluto verso la moglie, tanto che si chiede: “True love is not magic, it is certainty… And what comes after certainty?” Più avanti i testi sono ancora più esplicitamente sereni: “I never thought I’d make it this far: little old house, recent-model car… And I’ve got the woman of my dreams”. In Young Icarus ritornano le elucubrazioni tipiche di Callahan: “Well, the past has always lied to me, the past has never given me anything but the blues”. C’è anche tempo per un riferimento al sesso durante il “periodo” delle donne, nell’ironica Confederate Jasmine.

In conclusione, “Shepherd In A Sheepskin Vest” è un punto altissimo nella discografia di Bill Callahan: il cantautore americano pare aver trovato la serenità da lui tanto agognata in passato. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: il disco scorre benissimo e nulla è superfluo. Complimenti, Bill, e buona vita.

14) Vampire Weekend, “Father Of The Bride”

(ROCK – POP)

Sei anni e mille disavventure dopo, i Vampire Weekend sono tornati. Il gruppo indie più venerato della decade, con “Father Of The Bride”, si è aperto a numerose influenze che parevano lontane dal loro sound e a numerosi ospiti, così da creare un CD confusionario ma allo stesso tempo vario e poliedrico, che ribadisce una volta in più che il talento di questi ragazzi è davvero esplosivo.

Nel corso degli ultimi sei anni, Ezra Koenig, vocalist e principale scrittore dei testi delle canzoni della band, si è spostato a Los Angeles dalla nativa New York, ha prodotto una serie TV di discreto successo (Neo Yokio), lavorato a degli show radiofonici e avuto un figlio. Il polistrumentista Rostam Batmanglij, che ha lasciato il gruppo nel 2016, ha collaborato nel frattempo con artisti chiave del panorama musicale (Beyoncé, Charli XCX) e ha pubblicato un album solista, “Half Light”, nel 2017. Anche il bassista Chris Baio ha fatto uscire nel 2017 un suo album, “Man Of The World”. Per finire, il batterista Chris Tomson ha generato il primo album dei suoi Dams Of The West, “Youngish American”, nello stesso anno. Tutto congiurava a far sì che i Vampire Weekend si disfacessero, spinti dai desideri di autonomia dei suoi membri. Ciò, per fortuna, non è accaduto, ma molte cose sono mutate.

Già dalla prima canzone, Hold You Now, capiamo che sono lontanissimi i tempi del pop sintetico di “Contra” (2010) ma anche dell’omonimo esordio “Vampire Weekend” (2008): i ritmi sono tinti di country, Danielle Haim delle HAIM duetta abilmente con Ezra Koenig e la canzone si interrompe bruscamente, quasi fosse una demo. Ecco un altro tratto innovativo dell’estetica dei VW: se prima i loro lavori di studio erano davvero perfetti sia come produzione che come durata, mai oltre i 42 minuti e le 12 canzoni, “Father Of The Bride” è lungo ben 18 canzoni per 58 minuti! Inoltre, numerosi sono i brevi intermezzi da un minuto o poco più, da Big Blue a 2021, prima assenti.

Tutti gli amanti dell’indie non possono tuttavia fare a meno di comparare il nuovo lavoro con “Modern Vampires Of The City” (2013), che aveva definitivamente consegnato i Vampire Weekend all’Olimpo del rock del nuovo millennio con canzoni calde, testi complessi e impegnati e un’unione di intenti totale fra i due leader del gruppo, Ezra Koenig e Rostam Batmanglij. Beh, possiamo dire che la dipartita di Rostam, giustificata col suo desiderio di concentrarsi sui suoi progetti solisti, è avvertita ma non traumatica: certo, la chitarra è più presente che in passato, l’elettronica di fondo presente specialmente in “Modern Vampires Of The City” e “Contra” è scomparsa e i VW hanno aperto a influenze country e R&B, ma complessivamente “Father Of The Bride” è un buon LP.

A parte l’evitabile Rich Man, infatti, la lunghezza del CD non è un peso, anzi permette al complesso statunitense di affrontare disparati generi, come già accennato, ma anche di valorizzare i numerosi ospiti; da Danielle Haim a David Longstreth (Dirty Projectors), passando per Steve Lacy (The Internet) e il redivivo Batmanglij, tutti danno una mano ai Vampire Weekend per fare di “Father Of The Bride” un altro intrigante capitolo della loro produzione.

I migliori pezzi sono la trascinante Harmony Hall e la beatlesiana This Life, che fanno pensare quasi che il disco sia un omaggio alla creatività senza freni del “White Album” della band inglese più famosa della storia della musica. Buone anche Unbearably White e la frenetica Sunflower. Come dicevamo, non riuscita invece Rich Man, anche My Mistake non convince appieno. La palma di canzone più eccentrica va a Simpathy, una sorta di flamenco jazzato con batteria di Chris Tomson in fortissima evidenza, che quasi riporta alla memoria i migliori Gipsy King.

Liricamente, il CD si conferma più leggero di alcuni precedenti lavori del gruppo: ad esempio sono assenti i riferimenti all’Olocausto e all’inesorabile passare del tempo che caratterizzavano “Modern Vampires Of The City”, così come i rimandi alla rivoluzione del Nicaragua di “Contra”. Adesso, oltre al ritmo e al tono delle canzoni, Koenig ha rilassato anche i testi: si notano riferimenti all’estate (Sunflower, Married In A Gold Rush), all’origine dei membri della band (Unbearably White), all’amore (We Belong Together). Quest’ultimo tema è probabilmente stato incentivato dalla nascita del primo figlio di Koenig, avvenuta lo scorso anno.

In conclusione, “Father Of The Bride” marca la rinascita dei Vampire Weekend. È bello come “Modern Vampires Of The City”? No. Allo stesso tempo, nondimeno, Ezra Koenig e compagni hanno dimostrato che non sempre i cambiamenti, anche radicali, portano al fallimento. Anzi, è proprio da momenti come questi che a volte si ricavano le energie e la spinta per aprirsi a nuovi mondi e collaborare con gli altri.

13) Aldous Harding, “Designer”

(FOLK)

Il terzo album della talentuosa compositrice neozelandese (sì, il nome trae in inganno) è il suo lavoro più compiuto. Accanto al folk classico delle origini, ora la Harding ha inserito anche sassofoni e alcune tastiere di sottofondo, tanto da creare un CD coeso eppure mai prevedibile o peggio monotono.

Fin dall’apertura, la graziosa Fixture Picture, notiamo sia i tratti ormai caratteristici di Aldous sia le novità: i ritmi, specialmente delle percussioni, sono più sostenuti che in passato, ma allo stesso tempo le liriche continuano ad essere per lo più inintelligibili. Qui ad esempio si dice “In the corner in blue is my name”, quasi parlassimo di un quadro. Altrove, è vero, compaiono temi più compiuti: il più rilevante è la paura di assumersi responsabilità, sia verso un partner che un figlio, un timore che in effetti prende molti giovani. In The Barrel si dice “When you have a child, so begins the braiding and in that braid you stay.” In Damn riappare il tema, quando la Harding si sente delle catene attorno al corpo che le impediscono di spiccare il volo.

Musicalmente, il mondo indie femminile continua a rivoluzionare il rock. Accanto alla già citata Fixture Picture abbiamo altre ottime tracce come The Barrel e Designer; le uniche eccezioni sono Treasure e Damn, ma restano comunque buone e inserite perfettamente nel contesto di “Designer”.

In conclusione, questo terzo LP a firma Aldous Harding ne conferma il talento e la volontà di espandere il proprio sound di riferimento, rifiutando una comfort zone che per altri sarebbe stato un rifugio benvenuto.

12) Nick Cave & The Bad Seeds, “Ghosteen”

(SPERIMENTALE – ROCK)

Il nuovo doppio album di Nick Cave, come sempre assieme ai fidati Bad Seeds, chiude la trilogia idealmente iniziata con “Push The Sky Away” (2013). Gli ultimi anni non sono stati facili per la band australiana: nel 2015 il figlio di Nick, Arthur, è tragicamente morto a causa di una caduta da una scogliera, mentre l’anno scorso il pianista della band Conway Savage è deceduto a causa di un tumore.

Insomma, gli antecedenti di “Ghosteen” facevano pensare ad un lavoro ancora più tragico e disperato del precedente “Skeleton Tree” (2016), che già era carico di significato essendo stato composto appena dopo la morte di Arthur. Nick Cave sceglie di procedere nelle sonorità quasi ambient dei due CD precedenti, convogliando però anche messaggi positivi, di accettazione della morte e di ricerca di una vita dopo la tragedia, quasi un contraltare ideale al pessimismo devastante di “Skeleton Tree”.

Il grande cantautore ha descritto il primo disco come “i figli”, mentre i tre lunghi brani che creano la suite conclusiva (e l’intero secondo capitolo) sono “i padri”. Come non riconoscere un rimando alla tragica situazione di Nick Cave? Del resto, i testi contengono riferimenti numerosi alla vicenda e in generale alla storia recente della band: in Hollywood, che chiude il secondo CD, si narra la fiaba indiana di Kisa, una donna a cui muore il figlio e che cerca in ogni modo di riportarlo in vita, sia affidandosi alla religione buddhista che alle credenze popolari. Alla fine del brano arriva l’ammissione più candida: “It’s a long way to go to find peace of mind”.

Altrove però, dicevamo, Nick e soci trovano conforto nella vicinanza degli altri: in Waiting For You lui e la moglie analizzano le differenti prospettive di far fronte alla morte di una persona cara, con il cantautore che dichiara “I just want to stay in the business of making you happy”. Una dichiarazione d’amore fortissima e delicata. Infine, in altre parti del monumentale doppio album (11 pezzi per 73 minuti), troviamo riflessioni sul potere dell’arte (Spinning Song) e come sognare un mondo diverso da quello che abbiamo ereditato non sia una debolezza (Bright Horses).

In conclusione, non è facile entrare nel discorso di Nick Cave & The Bad Seeds, specialmente se si è neofiti del gruppo, uno dei più importanti degli ultimi decenni in campo rock. Giunto al 40° (!!) anno di una carriera trionfale, Nick Cave è ancora un uomo tormentato, ma per motivi diametralmente diversi rispetto alla gioventù. Il fatto che sappia scrivere testimonianze così personali e toccanti, mantenendo un’integrità artistica totale, è segno che siamo di fronte ad un vero genio della musica. “Ghosteen” non sarà il suo miglior CD, ma si aggiunge ad un’eredità già colossale non peggiorandola. Non un risultato di poco conto.

11) Jamila Woods, “LEGACY! LEGACY!”

(R&B – SOUL)

Il secondo album della talentuosa Jamila Woods è un trionfo per gli amanti di R&B e soul. Facendo riferimento ai maestri del passato e ripercorrendo le vite di grandi artisti di colore de passato e del presente, la Woods ha composto uno dei migliori album di black music dell’anno.

Il disco è perfetto per sequenziamento e lunghezza, contando 13 canzoni per 49 minuti di durata, con nessun brano fuori posto. In questo la giovane americana è migliorata rispetto all’esordio “HEAVN” (2016), mostrando maturità e consapevolezza di sé. Il CD tuttavia non è solamente un ottimo estratto di influenze legate alla musica nera: con titoli di per sé evocativi come MILES e BASQUIAT, l’intento di Jamila è evidente: rievocare le figure storiche del passato che hanno reso i neri degni di attenzione non solo socialmente ma anche artisticamente, gli eroi che hanno aperto la strada agli artisti di colore di oggi.

I risultati, sia liricamente che come composizioni e arrangiamenti, sono sfarzosi ma mai sovraccarichi o fini a sé stessi: pezzi come GIOVANNI e BETTY sono grandiosi, ma nessuno come già accennato è superfluo.

In conclusione, Jamila Woods si conferma un’artista dal potenziale immenso, forse ancora non completamente sfruttato. “LEGACY! LEGACY!” è un trionfo, un LP da assaporare e che rivela sempre nuovi dettagli seducenti. In poche parole, anche questo album farà parte della legacy degli artisti di colore del futuro.

10) Freddie Gibbs & Madlib, “Bandana”

(HIP HOP)

Una delle collaborazioni più anticipate nel mondo rap, “Bandana” trova sia il rapper Freddie Gibbs che il produttore Madlib al meglio. Il CD è un’ottima fusione di hip hop, jazz e inserti di funk, che lo rendono imprescindibile per gli amanti della black music.

“Piñata” (2014), la precedente creazione del duo, era stata una rivelazione: i beat sempre nostalgici e sbilenchi di Madlib si sarebbero adattati al gangsta rap di Gibbs? Beh, la risposta era stata un fortissimo sì. “Bandana” da questo punto di vista non innova particolarmente lo stile dei due, pare piuttosto un miglioramento incrementale della chimica fra i due e nelle scelte di produzione.

Mentre infatti spesso Madlib in passato aveva privilegiato una produzione scarna, a volte addirittura lo-fi, in “Bandana” ogni canzone è immacolata e fluisce spesso nella successiva senza soluzione di continuità. Dal canto suo, Freddie Gibbs si conferma a ottimi livelli, capace di parlare di Allen Iverson, grande cestista del passato (Practice) così come della tratta degli schiavi (Flat Tummy Tea), passando per la morte di Tupac (Massage Seats). Insomma, di tutto un po’.

Il disco può infine contare su alcune collaborazioni di spessore: Pusha-T, Anderson .Paak e Killer Mike (metà dei Run The Jewels) arricchiscono ulteriormente la formula di “Bandana” in Palmolive e Giannis. Insomma, il CD è davvero riuscito sotto tutti i punti di vista. I pezzi migliori sono la scatenata Half Manne Half Cocaine e Crime Pays, mentre leggermente sotto la media sono l’intro iniziale Obrigado e Fake Names.

In conclusione, Freddie Gibbs e Madlib si confermano una volta di più essere fatti l’uno per l’altro, musicalmente parlando; “Bandana” rispetta pienamente l’hype che percorreva Internet ed è uno dei migliori album hip hop dell’anno.

9) Tyler, The Creator, “IGOR”

(HIP HOP)

Il sesto lavoro tra mixtape e CD veri e propri, non contando L’EP natalizio a tema Grinch uscito l’anno scorso, è un trionfo per Tyler, The Creator. Mescolando abilmente soul e hip hop, con strutture delle canzoni sempre innovative, Tyler ha prodotto il suo LP di maggior rilievo, forse anche superiore a quel “Flower Boy” (2017) che gli aveva dato definitivamente la fama.

Tyler, The Creator ne ha fatta di strada rispetto agli esordi, prima con gli Odd Future e poi come solista: se prima i suoi testi erano fortemente violenti, spesso amaramente ironici e omofobi, già in “Flower Boy” avevamo intravisto il suo lato più gentile e aperto, con annessa confessione di essere omosessuale che è stata francamente una rivelazione dato il suo passato.

Questo background è importante per comprendere appieno “IGOR”: l’album si articola in 12 brani per 39 minuti, quindi un lavoro compatto. Tyler narra una storia, in cui il suo alter ego Igor cerca di salvare la propria relazione con un altro uomo, prima suo amante ma poi incerto se tornare dalla sua fidanzata. Tyler canta in molte parti del disco versi commoventi nel loro candore: in EARFQUAKE “Don’t leave, it’s my fault”, mentre in RUNNING OUT OF TIME cerca di convincere il partner: “Stop lyin’ to yourself, I know the real you”. Quando però capisce che la storia è finita, in GONE, GONE / THANK YOU, ammette “Thank you for the love, thank you for the joy”.

Dicevamo della struttura delle canzoni: aiutato da gente del calibro di Kanye West, Pharrell e Cee-Lo Green, fra gli altri, Tyler mantiene la peculiarità di saper mescolare abilmente vari generi musicali: dal rap al funk, passando per soul e R&B, “IGOR” è un trionfo. Certo, la narrativa e la struttura non coincidono, a volte le canzoni finiscono improvvisamente e si intersecano con le successive, ma il CD mantiene un suo fascino innegabile. Inoltre, iniziare il lavoro con una suite strumentale come IGOR’S THEME non è una scelta facile, ma è lodevole e in fondo riuscita.

I pezzi migliori sono EARFQUAKE, la ballabile I THINK e la folle WHAT’S GOOD, in cui risplende tutta l’abilità di Tyler, The Creator nel creare canzoni davvero articolate. Buona anche la potente NEW MAGIC WAND. Se vogliamo trovare un brano inferiore alla media è forse GONE, GONE / THANK YOU, un po’ troppo lungo e pop.

In conclusione, “IGOR” è il lavoro che posiziona Tyler, The Creator nell’Olimpo dell’hip hop contemporaneo. Come molti dei suoi vecchi compagni degli Odd Future, Tyler ha saputo imporsi, malgrado alcuni passaggi a vuoto specialmente ad inizio carriera. Vedremo dove lo porterà il futuro, certo “IGOR” è fino ad ora il suo miglior LP.

8) Fontaines D.C., “Dogrel”

(PUNK – ROCK)

Il punk sembra essere decisamente tornato di moda: negli anni scorsi abbiamo visto nascere numerose band che si rifanno ai grandi maestri degli anni ’80, ad esempio Shame, IDLES, Protomartyr e Parquet Courts. Tutte queste band, con diverse sfumature e tematiche affrontate nel corso della loro carriera, hanno riportato l’attenzione del mondo su un genere che pareva morto e sepolto, preda di istinti pop ben impersonati da Blink-182 e Green Day.

I Fontaines D.C. hanno sfruttato appieno l’onda lunga che le band menzionate sopra hanno provocato e, più in generale, il malessere che pervade il mondo occidentale: disuguaglianze, razzismo, globalizzazione incontrollata e politici senza scrupoli hanno prodotto cambiamenti giganteschi nelle nostre società, impoverendo grandi masse della popolazione e provocando risentimento nelle fasce più deboli.

Il complesso irlandese descrive una Dublino che è voluta diventare grande troppo in fretta, causando la perdita di tutto ciò che rendeva la città caratteristica. Ad esempio, il quintetto non è per niente contento della trasformazione in polo tecnologico della città, resa possibile da una riduzione marcata della pressione fiscale la quale a sua volta ha aggravato i problemi delle fasce più povere, favorendo contemporaneamente i più ricchi. In Hurricane Laughter ad esempio il vocalist Grian Chatten si chiede provocatoriamente “Are there any connections available?”.

Liricamente i Fontaines D.C. in “Dogrel” toccano vari temi, spesso in maniera molto acuta: in Big si affronta il tema già menzionato della trasformazione di Dublino in metropoli all’avanguardia, “My childhood was small, but I’m going to be big!” canta Chatten, una frase che ricorda anche Rock’n’Roll Star degli Oasis. Invece un pessimismo totale permea Sha Sha Sha: “Now here comes the sun. That’s another one done”.

Musicalmente, accanto al post-punk caro a Joy Division e Fall, troviamo anche pezzi più melodici come Roy’s Tune, davvero riuscita, oltre alla conclusiva Dublin City Sky: diciamo che gli Strokes incontrano gli IDLES e i Clash in questi pezzi, portando nuova linfa in un genere ormai alquanto trafficato. Bella anche Boys In The Better Land. Le uniche pecche in un CD altrimenti perfetto sono proprio Dublin City Sky e Hurricane Laughter, ma non intaccano troppo il risultato finale.

In conclusione, “Dogrel” è senza dubbio il disco punk più riuscito dell’anno e uno dei migliori della decade. Malgrado il post-punk sia un genere ormai inflazionato e con maestri forse inarrivabili, i Fontaines D.C. si sono ritagliati abilmente una nicchia tutta per loro, con ritmica tagliente, voce espressiva e testi mai scontati.

7) Dave, “Psychodrama”

(HIP HOP)

Con Dave abbiamo davanti un prodigio vero e proprio: infatti lui è nato nel 1998 ed è anche un ottimo pianista, come dimostra nel corso di “Psychodrama”. Il disco d’esordio del talentuoso rapper britannico è un concentrato di tutte le caratteristiche migliori del rap d’Oltremanica: basi potenti, temi importanti affrontati con onestà e durezza, poca attenzione al lato commerciale (quindi CD concisi e diretti).

Rispetto ai suoi colleghi, David Orobosa Omoregie (questo il vero nome di Dave) come accennavamo introduce il pianoforte all’interno delle sue canzoni: non una caratteristica comune fra i rapper, specialmente quelli inglesi. I temi trattati al contrario sono già stati affrontati, ma mai come se si trattasse di una seduta psichiatrica. Il disco infatti si apre con Psycho e si chiude con Drama, guarda caso le parole che compongono “Psychodrama”; Dave inscena una sorta di seduta in cui lui narra le numerose disavventure vissute (o raccontategli) nel corso della sua breve vita: avere un fratello in carcere per il resto della vita (tema affrontato in Drama), persone abusate dal proprio partner (Lesley), violenza contro le persone di colore (Black). Specialmente toccante e duro il testo di quest’ultima canzone: Dave canta con la sua voce a metà fra Kid Cudi e Tyler, The Creator: “A kid dies, the blacker the killer, the sweeter the news. And if he’s white, you give him a chance, he’s ill and confused; if he’s black he’s probably armed, you see him and shoot”.

I brani migliori sono Psycho, Black e la lunghissima Lesley, vero pilastro che regge l’intero album; forse meno convincente la troppo melodica Voices, ma non intacca l’eccellente risultato complessivo.

In conclusione, Dave è davvero un ragazzo prodigio: dotato di voce imperiosa e grande talento compositivo e lirico, il futuro sembra fatto apposta per lui. “Psychodrama” è già un ottimo lavoro, nulla ci vieta di sperare che in futuro si possa assistere a LP ancora migliori da parte sua.

6) The National, “I Am Easy To Find”

(ROCK)

L’ottavo album dei The National, beniamini dell’indie rock statunitense, è il loro CD con più tracce (16) e dal minutaggio più elevato (64 minuti). Malgrado inevitabilmente alcuni momenti siano ridondanti, il disco è eccellente, grazie anche alla collaborazione di voci femminili di altissimo livello, fatto inedito per la band.

Matt Berninger e i fratelli Dessner e Darendorf, a soli due anni dall’ottimo “Sleep Well Beast”, vincitore del Grammy come miglior album di musica alternativa, sono tornati più in forma che mai. In “I Am Easy To Find” ogni fan del gruppo avrà soddisfazione: dalle ballate ai brani più rock, non manca davvero nulla, tanto che il disco pare una chiusura ideale di un cerchio cominciato nello scorso millennio. Dicevamo inoltre che il CD è popolato da presenze esterne ai The National: in effetti molte vocalist, da Sharon Van Etten a Gail Ann Dorsey, si alternano con Berninger, creando vocalizzi molto belli e innovativi per la band. Infine, ricordiamo che “I Am Easy To Find” fa da colonna sonora a un breve film con protagonista l’attrice premio Oscar Alicia Vikander. Insomma, un’opera davvero totale, sintomo di grande ambizione da parte del gruppo.

Le prime due tracce sono magnetiche: You Had Your Soul With You e Quiet Light rientrano a pieno titolo fra le migliori dei The National, la prima con base ritmica forsennata, la seconda più raccolta. Invece Oblivions è leggermente sotto la media, mentre The Pull Of You ricorda la Guilty Party di “Sleep Well Beast”. Anche la seconda metà del CD è molto intrigante: eccettuate la brevissima Her Father In The Pool e l’eterea Dust Swirls In Strange Light, il resto dei pezzi è sempre all’altezza della fama dei The National, con le perle di Where Is Her Head e la conclusiva Light Years.

Liricamente, Berninger (aiutato anche dalla moglie Carin Besser) non abbandona la sua fama di persona sensibile ma mai passiva di fronte alle disgrazie, soprattutto personali: nella title track canta di una coppia troppo divisa per stare insieme ma anche tanto consuetudinaria da non avere il coraggio di lasciarsi. Invece in Not In Kansas denuncia la deriva politica dell’America, citando il caso dei neonazisti. Allo stesso tempo, però, l’amore è sempre il centro dei suoi pensieri: “There’s never really any safety in it!” afferma perentorio in Hey Rosey, una frase quanto mai veritiera. Tuttavia, forse il verso più significativo dell’intero album è contenuta in Where Is Her Head: “And I will not come back the same” canta Berninger. Una dichiarazione di intenti chiarissima.

In conclusione, “I Am Easy To Find” è un ritorno in grande stile per i nativi di Brooklyn. Il disco è coeso ma allo stesso tempo mai banale o semplicemente noioso. I The National si candidano, chissà, ad un altro Grammy? Possibile, certamente sono fra i gruppi indie rock che sono meglio maturati se paragonati alla nidiata di complessi nati a cavallo fra XX e XXI secolo. Chapeau.

5) Bon Iver, “i,i”

(FOLK – ELETTRONICA)

Il quarto album dei Bon Iver, il progetto di Justin Vernon, arriva a tre anni dallo sperimentale “22, A Million”. Il disco è una pregevole fusione dei precedenti sforzi della band, il già citato “22, A Million” e “Bon Iver, Bon Iver” (2011). Accanto alla vena più elettronica e innovativa di Vernon troviamo infatti un ritorno alle sonorità folk che inizialmente ne decretarono la fortuna, come nella scarna Marion.

L’inizio pare ritornare al precedente LP di Vernon e compagni: sia la breve strumentale Yi che iMi sono di difficile lettura e l’impatto sugli ascoltatori potrebbe risultare a primo impatto deludente. Già con la bellissima Hey, Ma però Bon Iver ritorna ai suoi livelli: la voce di Vernon è in primo piano in tutta la sua bellezza e la strumentazione è innovativa ma mai fine a sé stessa.

La seconda parte del breve ma organico CD (13 brani per 40 minuti) è la più riuscita: abbiamo alcune delle più belle canzoni a firma Bon Iver, da Naeem a Sh’diah passando per l’epica Faith. In generale, aiutato anche da numerosi collaboratori, fra cui annoveriamo i fratelli Dessner dei The National, Moses Sumney e James Blake, Bon Iver come accennato riesce a bilanciare quasi perfettamente i suoi istinti più sperimentali con quelli più accessibili, creando con “i,i” un disco davvero affascinante.

Liricamente, come sempre, la band comunica più tramite immagini che con frasi definite e compiute: affiorano a volte sentimenti di amore (“I like you and that ain’t nothing new” canta Vernon in iMi), mentre in RABi compare in modo insolitamente chiaro il tema della morte: “Well, it’s all just scared of dying”.

Strumentalmente, questo è forse il lavoro meno avanguardistico di Bon Iver: mentre con le sue precedenti opere il gruppo americano aveva sempre anticipato o cavalcato i trend della musica contemporanea, tanto da guadagnarsi collaborazioni di alto profilo con due visionari come Kanye West e James Blake, oggi Vernon si limita a ri-assemblare il suono del progetto Bon Iver. Tuttavia, se i risultati sono così eccezionalmente belli, è probabile che Justin abbia ancora diversi assi nella manica.

4) FKA twigs, “MAGDALENE”

(ELETTRONICA – R&B)

La figura di FKA twigs, nome d’arte della britannica Tahliah Debrett Barnett, è tra le più enigmatiche del panorama mondiale del pop e dell’elettronica più raffinata. Misteriosa sì, ma mainstream: fino a qualche mese fa la Barnett era impegnata in una storia con Robert Pattinson, il famoso attore di Twilight. Una storia che, una volta finita, ha lasciato strascichi nella psiche di Tahliah; a ciò aggiungiamo una delicata operazione effettuata per rimuovere dei fibroidi dal suo utero, superata solo recentemente. Insomma, nei quattro anni passati da “M3LL155X” purtroppo la vita non è stata facile per FKA twigs.

Il CD, molto atteso da critica e pubblico, era stato anticipato da singoli molto diversi fra loro: la meravigliosa cellophane è il più bel brano mai creato da FKA twigs, una delicata ballata solo voce e piano, con synth solo accennati. Invece holy terrain, con Future, era quasi trap; infine sad day e home with you si rifacevano, nello stile e nel ritmo, all’esordio di Tahliah, “LP1” (2014).

Musicalmente “MAGDALENE” è un sunto dell’estetica di FKA twigs, ma anche una crescita decisa verso lidi inesplorati: se prima si parlava di lei come di una meravigliosa vocalist e performer, tanto brava a ballare quanto a cantare, vogliosa di esplorare territori elettronici e R&B, adesso FKA twigs è una carta spendibile anche nell’art pop e nell’hip hop meno volgare e scontato, prova ne siano le collaborazioni recenti con Future e A$AP Rocky. Nessuna delle 9 tracce del CD sono fuori posto, la durata è ragionevole (38 minuti) e FKA twigs è in forma smagliante: tutto è pronto per un trionfo. Fatto vero, testimoniato da un capolavoro come la già citata cellophane e da brani solidi come sad day e thousand eyes. Abbiamo in più, a supporto della Barnett, produzione da parte di giganti come Skrillex e Nicolas Jaar, che aggiungono la loro esperienza in campo elettronico per creare textures imprevedibili.

Menzioniamo infine l’aspetto testuale: in “MAGDALENE” l’artista inglese evoca, già nel titolo, la figura di Maria Maddalena, una delle più dibattute nei Vangeli. In alcuni brani emerge il ricordo della storia appena finita con Pattinson: in thousand eyes si sente “if I walk out the door it starts our last goodbye”, mentre sad day evoca il giorno in cui Tahliah ha capito che era finita. Altrove invece appare lo smarrimento che ha colpito la talentuosa performer nei momenti peggiori della sua vita: “I’m searching for a light to take me home and guide me out”, un verso desolante di fallen alien, ne è un esempio chiaro.

FKA twigs era già un nome chiacchierato nella stampa specializzata, ma “MAGDALENE” alza il livello: Tahliah Debrett Barnett supera a pieni voti l’esame secondo album, creando canzoni sempre intricate ma mai fini a sé stesse, ricche di significato universale.

3) Little Simz, “GREY Area”

(HIP HOP)

Simbiatu “Simbi” Abisola Abiola Ajikawo, in arte Little Simz, ha scritto già canzoni interessanti anche se ai più sconosciute. Lei infatti registra album sin dal 2013, quindi dai suoi 19 anni! Un talento davvero precoce, che è definitivamente sbocciato nell’eccellente “GREY Area”.

Se spesso infatti i suoi passati lavori erano ancora acerbi in termini di composizioni e tematiche trattate (basti pensare a “Stillness In Wonderland”, dove si ispirava ad “Alice nel paese delle meraviglie”), adesso l’artista inglese è decisamente focalizzata sul produrre testi rilevanti per la nostra epoca sopra basi mai banali, che raccolgono elementi hip hop, soul e jazz. Non è un caso che Kendrick Lamar l’abbia elogiata e lei già vanti collaborazioni con Gorillaz e Little Dragon, fra gli altri.

L’iniziale Offence è un chiaro indizio di tutto questo: la base è a metà fra Pusha-T ed Earl Sweatshirt, Little Simz parla di Jay-Z e Shakespeare in maniera naturale e il brano è un immediato highlight. Altrove i beat rallentano: ad esempio Selfish e Wounds mescolano abilmente rap old school e jazz, con risultati che ricordano “To Pimp A Butterfly”. Invece Venom è durissima, anche musicalmente. In Therapy Simbi fa un’osservazione non scontata: “Sometimes we do not see the fuckery until we’re out of it”.

La cosa che stupisce forse di più è che il CD è perfettamente formato in ogni sua parte: non ci sono canzoni deboli, Little Simz è al top della forma ovunque e si evita finalmente di cadere nella tentazione di molti di sovraccaricare il disco solo per avere più streaming: “GREY Area” finisce infatti dopo 36 minuti e 10 canzoni, quasi un album punk!

In conclusione, qualsiasi album con canzoni del calibro di Offence e Venom sarebbe interessante da ascoltare. Little Simz tuttavia riesce a mantenere questa qualità lungo tutto il corso dell’album, creando con “GREY Area” uno dei migliori LP rap dell’anno.

2) black midi, “Schlagenheim”

(ROCK – SPERIMENTALE)

L’esordio del quartetto originario di Londra è davvero bizzarro. I black midi suonano un ibrido strano, fatto di rock, metal e noise, con tocchi jazz e punk. Insomma, ciascuno può trovarci qualcosa: King Krule, Arctic Monkeys, Sonic Youth, Ty Segall… ne abbiamo per ogni gusto. La cosa che tuttavia contraddistingue davvero il gruppo è la straordinaria perizia e abilità dei membri: il batterista Morgan Simpson pare il nuovo Matt Tong, versatile e creativo ai massimi livelli durante l’intero arco di “Schlagenheim”. Poi abbiamo lo scatenato chitarrista Matt Kwasniewski-Kelvin, anch’egli fondamentale per la riuscita del CD. Cameron Picton, il bassista, è un ottimo contorno, mentre Geordie Greep è un frontman a tratti timido, a tratti scatenato; insomma, perfettamente allineato con la schizofrenia dell’album.

In definitiva, dunque, come suonano questi black midi? L’apertura 953 farebbe pensare ad un album punk, con probabili influenze di Iceage e Ty Segall; come sempre a distinguersi è la base ritmica, davvero sostenuta e densissima. Invece abbiamo poi canzoni leggere, quasi orecchiabili, come Speedway. In generale, l’andamento di “Schlagenheim” è davvero schizofrenico e l’ascolto non è consigliato agli amanti del pop-rock più prevedibile e mainstream.

Il vero highlight del disco è bmbmbm, dal titolo chiaramente assurdo ma davvero irresistibile: un concentrato del migliore rock duro dell’anno, ancora una volta sostenuto dall’epica batteria di Simpson. Altri bei pezzi sono l’eccentrica apertura di 953 e la più lenta Speedway. Solo la chiusura Ducter pare un po’ irrisolta, ma non intacca eccessivamente il risultato finale.

In conclusione, “Schlagenheim” è un CD che rimarrà nelle playlist degli amanti del rock sperimentale per lungo tempo: i black midi hanno tutto per emergere e crearsi una nicchia di successo. Certo, i quattro londinesi sono lontani dallo spirito del tempo musicalmente parlando, ma hanno un potenziale immenso, già ampiamente messo in mostra in questo LP.

1) Lana Del Rey, “Norman Fucking Rockwell!”

(POP)

Lana Del Rey ha scritto, con “Norman Fucking Rockwell!”, un grandissimo disco, un lavoro che sarà probabilmente visto tra qualche anno come una macchina del tempo verso il 2019. Il CD è un notevole passo in avanti in termini di scrittura, arrangiamenti e ambizione dimostrata dalla cantautrice americana, che compone canzoni epiche per lunghezza (una è quasi 10 minuti) e liriche. In due parole: un capolavoro.

I singoli che avevano anticipato il lavoro erano già invitanti e allo stesso tempo rischiosi: Venice Bitch è un pezzo a metà fra folk e dream pop lungo quasi 10 minuti, Mariners Apartment Complex una canzone pressoché perfetta che avvicina Lana a Joni Mitchell e Leonard Cohen. The Greatest è invece una canzone ambientalista, che scopre anche un lato impegnato politicamente di Lana che non conoscevamo. Infine contiamo Hope Is A Dangerous Thing For A Woman Like Me – But I Have It, già nel titolo una dichiarazione d’intenti, e la cover dei Sublime Doin’ Time. Insomma, un insieme eclettico ed estremamente coraggioso.

Il disco si annuncia come molto articolato: 14 canzoni per 67 minuti sono degni di un disco rap degli ultimi tempi (vero Drake?). Tuttavia, l’impressione di un LP acchiappa-streaming sono spazzati via fin dal primo brano: la title track è un pezzo piano-rock davvero ben strutturato e anticipa la svolta stilistica di Lana, che ha abbandonato quasi totalmente le influenze hip hop del precedente “Lust For Life” (2017) in favore di un suono retrò ma aggiornato ai tempi moderni grazie alla produzione di Jack Antonoff e ad alcuni dettagli (una tastiera qui, un ritmo quasi tropicale là) che cambiano le carte in tavola.

È quasi un peccato terminare il CD, ci si rende conto che “Norman Fucking Rockwell!” è un punto nodale non solo per la carriera di Lana Del Rey, ma probabilmente del pop in generale, specialmente quello degli anni che verranno. Canzoni perfette come Venice Bitch, Mariners Apartment Complex e Love Song già renderebbero un qualsiasi disco interessante; affiancate ad altre perle come Cinnamon Girl e California fanno di “Norman Fucking Rockwell!” un capolavoro fatto e finito.

Lana inoltre, lo sappiamo, ha sempre posto attenzione alle liriche. La sua estetica quasi lynchiana, mescolata a testi spesso molto introspettivi e deprimenti, l’avevano resa un’eroina degli adolescenti problematici. Adesso quest’immagine ingenua della cantautrice è destinata ad essere spazzata via: in California arrivano frasi di autoconvincimento, “You don’t ever have to be stronger than you really are… I shouldn’t have done it but I read it in your letter. You said to a friend that you wished you were doing better”, destinate forse più a sé stessa che ad un tu esterno. Altrove i testi sono esplicitamente introspettivi: “You took my sadness out of context” e “They mistook my kindness for weakness”, contenuti in Mariners Apartment Complex, sono versi più che schietti.

Nella conclusiva Hope Is A Dangerous Thing For A Woman Like Me – But I Have It troviamo tuttavia l’esclamazione più bella: “I have it!”. Lana dà finalmente un messaggio di speranza agli ascoltatori, alla fine di un CD (e al culmine di una carriera) piena di pensieri malinconici e depressi. “Hope is a dangerous thing for a woman with my past” canta Lana, ma se i risultati di questo ritrovato ottimismo sono così straordinari, speriamo che la sua vita continui ad essere serena. “Norman Fucking Rockwell!” avvicina Lana Del Rey ai grandi cantautori della storia della musica, da Bob Dylan a Leonard Cohen a Joni Mitchell, ed è meritatamente premiato come disco dell’anno.

Ebbene sì, Lana Del Rey si aggiudica il premio di miglior LP del 2019, in un podio peraltro per due terzi femminile: un segnale che, anche nella musica, quello che un tempo veniva chiamato odiosamente “sesso debole” è fonte di creatività senza eguali.

Cosa ci aspetta nel 2020? Beh, di certo la decade che sta per iniziare si preannuncia piena di cambiamenti radicali, sia musicalmente parlando che nelle tecniche di fruizione della musica: avremo con tutta probabilità uno streaming dominante, con artisti fai-da-te capaci di arrivare in pochissimo tempo nel mainstream, si vedano Billie Eilish e il social del momento, Tik Tok, da cui vedremo nascere sicuramente prima o poi qualche “stellina”.

State collegati, ad ogni modo: A-Rock sta già preparando un articolo sui CD più attesi dell’anno che sta per cominciare. Si parlerà, fra gli altri, di Tame Impala e The 1975: servono altri motivi per correre a leggerlo?

Recap: ottobre 2019

Anche ottobre è finito. Un mese trionfale per gli amanti del rock, che ha visto le nuove uscite dei Noel Gallagher’s High Flying Birds, Nick Cave & The Bad Seeds, Foals, Angel Olsen e dei Wilco. Abbiamo però anche il nuovo CD di Danny Brown, dei DIIV e dei Girl Band. Da segnalare poi i nuovi LP di Vagabon e Floating Points. Abbiamo infine due sorprese assolute: il secondo album in un anno dei Big Thief e il ritorno dei Chromatics, sette anni dopo “Kill For Love”.

Nick Cave & The Bad Seeds, “Ghosteen”

ghosteen

Il nuovo doppio album di Nick Cave, come sempre assieme ai fidati Bad Seeds, chiude la trilogia idealmente iniziata con “Push The Sky Away” (2013). Gli ultimi anni non sono stati facili per la band australiana: nel 2015 il figlio di Nick, Arthur, è tragicamente morto a causa di una caduta da una scogliera, mentre l’anno scorso il pianista della band Conway Savage è deceduto a causa di un tumore.

Insomma, gli antecedenti di “Ghosteen” facevano pensare ad un lavoro ancora più tragico e disperato del precedente “Skeleton Tree” (2016), che già era carico di significato essendo stato composto appena dopo la morte di Arthur. Nick Cave sceglie di procedere nelle sonorità quasi ambient dei due CD precedenti, convogliando però anche messaggi positivi, di accettazione della morte e di ricerca di una vita dopo la tragedia, quasi un contraltare ideale al pessimismo devastante di “Skeleton Tree”.

Il grande cantautore ha descritto il primo disco come “i figli”, mentre i tre lunghi brani che creano la suite conclusiva (e l’intero secondo capitolo) sono “i padri”. Come non riconoscere un rimando alla tragica situazione di Nick Cave? Del resto, i testi contengono riferimenti numerosi alla vicenda e in generale alla storia recente della band: in Hollywood, che chiude il secondo CD, si narra la fiaba indiana di Kisa, una donna a cui muore il figlio e che cerca in ogni modo di riportarlo in vita, sia affidandosi alla religione buddhista che alle credenze popolari. Alla fine del brano arriva l’ammissione più candida: “It’s a long way to go to find peace of mind”.

Altrove però, dicevamo, Nick e soci trovano conforto nella vicinanza degli altri: in Waiting For You lui e la moglie analizzano le differenti prospettive di far fronte alla morte di una persona cara, con il cantautore che dichiara “I just want to stay in the business of making you happy”. Una dichiarazione d’amore fortissima e delicata. Infine, in altre parti del monumentale doppio album (11 pezzi per 73 minuti), troviamo riflessioni sul potere dell’arte (Spinning Song) e come sognare un mondo diverso da quello che abbiamo ereditato non sia una debolezza (Bright Horses).

In conclusione, non è facile entrare nel discorso di Nick Cave & The Bad Seeds, specialmente se si è neofiti del gruppo, uno dei più importanti degli ultimi decenni in campo rock. Giunto al 40° (!!) anno di una carriera trionfale, Nick Cave è ancora un uomo tormentato, ma per motivi diametralmente diversi rispetto alla gioventù. Il fatto che sappia scrivere testimonianze così personali e toccanti, mantenendo un’integrità artistica totale, è segno che siamo di fronte ad un vero genio della musica. “Ghosteen” non sarà il suo miglior CD, ma si aggiunge ad un’eredità già colossale non peggiorandola. Non un risultato di poco conto.

Voto finale: 8.

Big Thief, “Two Hands”

two hands

Il secondo album in un anno degli statunitensi Big Thief è un ritorno al rock. Se il precedente “U.F.O.F.” era un CD prettamente folk, che rielaborava idee presenti nell’esordio solista della leader del gruppo Adrianne Lenker “abysskiss” (2018), questo “Two Hands”, registrato dal vivo, torna alle sonorità di “Capacity” (2017), per creare con “U.F.O.F.” una coppia di dischi di altissimo livello, da parte di un gruppo che sta lavorando al massimo delle proprie potenzialità.

L’inizio del lavoro è eccellente: le sognanti Rock And Sing e Forgotten Eyes sono ottimi pezzi indie rock, che riportano alla mente il folk-rock di Neil Young, con la bellissima voce della Lenker a creare un’atmosfera sospesa fra meraviglia e inquietudine, dati i testi mai facili, che parlano di sofferenza e passione senza vergogna. L’unico pezzo più debole è proprio la title track, mentre la lunga Not è il brano più ambizioso in un lavoro davvero pregevole. Molto interessante la struttura del CD: i primi e gli ultimi pezzi nella scaletta sono i più quieti, mentre l’accoppiata NotShoulders, piazzata a metà, è la sferzata più rockettara.

I Big Thief non stanno reinventando l’immaginario indie rock, come alcuni critici molto entusiasti si sono spinti a proclamare; certamente però l’abilità vocale e alla chitarra di Adrianne Lenker li distinguono chiaramente dai loro contemporanei. Non una cosa da poco, in un panorama musicale sempre più stereotipato: il caso Big Thief è la piena dimostrazione che il duro lavoro paga. Chapeau.

Voto finale: 8.

Danny Brown, “uknowhatimsayin¿”

danny

Il quinto album di Danny Brown, uno dei rapper più originali degli ultimi anni, è una summa di tutte le caratteristiche che lo rendono unico. Voce nasale, versi al limite dell’indecente alternati a scherzi assurdi e altri introspettivi, basi del tutto fuori di testa, flow inarrestabile: troviamo questo e molto altro in “uknowhatimsayin¿”, che già dal titolo si preannuncia folle. La produzione affidata a pezzi da 90 come Q-Tip (A Tribe Called Quest), Flying Lotus e JPEGMAFIA rendono la ricetta ancora più intrigante, così come la collaborazione con i Run The Jewels in 3 Tearz e quella con Blood Orange in Shine.

I tratti puramente sperimentali di alcune parti del disco lo rendono un osso difficile da masticare, soprattutto al primo ascolto: mentre “Old” (2013) aveva basi quasi danzerecce nella seconda parte, questo lavoro vira verso il lato più ardito di Danny, con esempi virtuosi in Dirty Laundry e Theme Song. Mancano allo stesso tempo anche le atmosfere disperate di “Atrocity Exhibition” (2016), a tutt’oggi il suo album più celebrato, in cui Brown metteva in mostra tutta la sua fragilità e le sue dipendenze.

Troviamo infatti anche versi davvero divertenti, che immediatamente entrano in testa all’ascoltatore: “I ignore a whore like an email from LinkedIn”, contenuto in Savage Nomad, ne è il più chiaro esempio. Altrove ritorna il pensiero della morte, ma in maniera più ironica, quasi leggera rispetto al passato: “I’mma die for this shit like Elvis” canta il rapper statunitense in Combat.

Il CD, per quanto ricercato e a tratti assurdo, è assimilabile relativamente in fretta data la sua brevità: 11 canzoni in 33 minuti sono un’ulteriore dimostrazione della posizione davvero unica occupata da Danny Brown nel mondo hip hop. I pezzi migliori sono la già ricordata Dirty Laundry e la title track, mentre sono inferiori alla media Best Life e Negro Spiritual.

In conclusione, “uknowhatimsayin¿” dimostra ancora una volta l’inventiva senza freni posseduta da Danny Brown. Ormai alla soglia dei 40 anni, il talentuoso rapper non pare per nulla intenzionato a adagiarsi sugli allori: non avrà ancora esaudito il sogno espresso nel suo CD “XXX” (2011), quando diceva di voler diventare “the greatest rapper ever”, ma di certo il rispetto di critica e fans non fanno che crescere album dopo album.

Voto finale: 8.

Angel Olsen, “All Mirrors”

all mirrors

Il nuovo album della cantautrice americana Angel Olsen la trova impegnata in una radicale giravolta artistica, ma questa non è certo una novità per lei: se le origini della sua estetica vanno cercate nel folk rock, già in “Bury Your Fire For No Witness” (2014) la svolta verso l’indie rock era stata netta. Il suo più bel lavoro, “My Woman” (2016), conteneva invece elementi prog e synth pop mai fuori luogo.

“All Mirrors” è un pregevole CD art pop: seguendo il percorso tracciato da Kate Bush e ispirandosi probabilmente anche ad artiste contemporanee come Florence And The Machine e Julia Holter, la Nostra ha portato il suo sperimentalismo verso territori orchestrali, a volte davvero incontenibili, come nella sontuosa Lark. Del resto, anche il singolo All Mirrors aveva anticipato questa svolta, ma essere stata in grado di non cadere nel cliché del pop orchestrale più trito e ritrito, evitando di compiacersi troppo, è un merito non banale.

Il lavoro è ottimo non solo per la continua ricerca da parte di Angel, ma anche per la concisione: “All Mirrors” infatti consta di 11 pezzi per 48 minuti complessivi, creando un insieme coeso e ben strutturato, in cui è un piacere affondare. I pezzi migliori sono l’iniziale Lark e la più semplice Spring, mentre sotto la media (altissima) del CD abbiamo Impasse e la pur intrigante Endgame.

In conclusione, il 2019 resterà significativo per il mondo pop più sofisticato: nello stesso anno sono usciti lavori magnifici da parte di Weyes Blood, Lana Del Rey e Angel Olsen. Tre artiste ambiziose, che sono al culmine delle proprie qualità, in continua tensione verso il perfetto disco pop del XXI secolo. Chissà che una di loro non ci arrivi, prima o poi… Di certo Angel Olsen dimostra una caratura come cantautrice che la eleva al di sopra di quasi tutte le sue coetanee.

Voto finale: 8.

Floating Points, “Crush”

crush

Il nuovo lavoro di Sam Shepherd, in arte Floating Points, riparte esattamente dove avevamo lasciato l’artista inglese quattro anni fa con “Elaenia”: elettronica calda, elegante, solo a tratti pronta per la pista da ballo, sulla falsariga di capisaldi come Aphex Twin e Caribou.

In realtà Shepherd non è artista che riposa sugli allori: gli ultimi anni lo hanno visto produrre mix intrisi di jazz e rock (“Late Night Tales” quest’anno), colonne sonore (“Reflections – Mojave Desert del 2017) ed EP di varia lunghezza (su tutti “Kuiper” del 2016). Insomma, un’iperattività non scontata; i risultati peraltro sono sempre stati molto interessanti, facendo di Floating Points un nome importante nel panorama della musica elettronica, tanto da permettergli di essere scelto come spalla nel tour degli xx del 2017.

“Crush” si apre con l’interlocutoria Falaise: un insieme di sintetizzatori e percussioni à la Skee Mask che non si adatta completamente all’estetica di Floating Points. Molto meglio i due brani seguenti, la danzereccia Last Bloom e la raccolta Anasickmodular. Intrigante la struttura di “Crush”: il CD infatti consta di 12 brani per 44 minuti, con una chiusura divisa in due parti (Apoptose) e due brevi intervalli posti al centro del disco, Requiem For CS70 And Strings e Karakul, che dividono quasi il lavoro in due metà speculari.

I brani migliori sono la già citata Anasickmodular e LesAlpx, che si avventura in territori techno; buonissima anche Bias. Invece, inferiore alla media Falaise. Il CD non crea grandi cambiamenti nello scenario della musica elettronica mondiale, ma conferma Sam Shepherd come un nome da tenere d’occhio, pronto a sbocciare definitivamente.

Voto finale: 8.

DIIV, “Deceiver”

deceiver

Il terzo album degli americani DIIV è il loro lavoro più duro, sia come liriche (finalmente intellegibili quasi completamente) che come sonorità. Il tour con i Deafheaven durante cui il CD è stato composto si dimostra una grande fonte di influenza per Smith e compagni, che più volte virano dall’abituale dream pop all’hard rock di Pixies e Sonic Youth.

Zachary Cole Smith aveva descritto il precedente lavoro come la storia di una persona che esce dalle dipendenze: “Is The Is Are” (2016), pur nella sua lunghezza eccessiva, era il lavoro di una band sicura dei propri mezzi e pronta a spiccare il salto definitivo verso lo stardom. Tuttavia, il frontman dei DIIV era caduto nuovamente nei propri demoni, facendo di “Deceiver” un album sicuramente arrabbiato, ma con liriche che delineano uno Zachary mai pronto ad arrendersi alle proprie debolezze.

La doppietta in apertura di CD, Horsehead e Like Before You Were Born, mette in evidenza quella mezza rivoluzione stilistica che tanto serviva ai DIIV: voce di Smith finalmente chiara, chitarroni alla Queens Of The Stone Age, base ritmica potente. I risultati possono a primo acchito parere eccessivamente duri, ma a lungo andare il CD ben si sposa con le tematiche affrontate (lotta alle dipendenze, incertezza sul proprio futuro).

Lo shoegaze muscolare che rappresenta la nuova veste dei DIIV trova il suo pieno compimento in Skin Game, non a caso primo singolo di lancio di “Deceiver”. Altri brani riusciti sono la più compassata Between Tides e Acheron; invece convince meno Taker.

In generale, i DIIV hanno compiuto quel radicale stacco nel loro stile già promesso in passato ma mai pienamente realizzato. Il CD non è chissà quanto innovativo per il genere, ma questa nuova versione dei DIIV non ha nulla da invidiare alla precedente. Vedremo dove porterà il gruppo in futuro; di certo il gruppo statunitense si conferma fra le realtà più solide dell’indie rock made in USA.

Voto finale: 7,5.

Girl Band, “The Talkies”

the talkies

I Girl Band sono tornati dopo quattro anni dall’esplosivo “Holding Hands With Jamie”. La mutazione avvenuta nella band è evidente: mentre l’esordio del gruppo irlandese si rifaceva al post-punk anni ’80, “The Talkies” è pienamente inserito nel noise contemporaneo, con chiari rimandi ai Daughters e agli Swans.

Il noise ha dimostrato nel corso del 2019 un’insolita vitalità: accanto ai Girl Band abbiamo anche avuto il devastante esordio dei black midi, “Schlagenheim”, a testimonianza di una scena vivace. “The Talkies” si apre in maniera davvero inquietante: Prolix consta solamente di sospiri, sempre più ansiogeni, da parte del frontman Dara Kiely sopra suoni frammentari. La successiva Going Norway è invece il pezzo più accessibile dell’album, con la strumentazione dei Girl Band al pieno del suo fulgore.

La struttura del CD è abbastanza straniante: i 12 brani alternano pezzi sotto i due minuti ad altri molto articolati, con Prefab Castle che addirittura supera i 7 minuti. Non è poi un progetto per tutti: i riff di chitarra sono esclusivamente a supporto di un sound scuro, quasi apocalittico, in cui il precario stato mentale del frontman del complesso irlandese è in primo piano.

L’estesa pausa fra “Holding Hands With Jamie” e “The Talkies” è infatti in parte dovuto alla grande fragilità di Kiely, forza motrice dei Girl Band ma anche membro più irrequieto del gruppo. Nel corso del lavoro, più che affrontare direttamente le proprie fobie, il Nostro fa capire all’ascoltatore cosa si prova ad essere costantemente sull’orlo del burrone. Ne sono esempio Aibohphobia (sulla paura dei palindromi) e l’inquietante Salmon Of Knowledge.

“The Talkies” non raggiunge le vette di “Schlagenheim”, nondimeno i Girl Band dimostrano un’ottima abilità camaleontica: il passaggio da band punk, con riff selvaggi, a complesso noise non è stato indolore, ma i risultati premiano Kiely e compagni. Vedremo dove li porterà la loro prossima incarnazione, sperando che non richieda altri 4 anni e che Dara Kiely trovi un po’ di pace.

Voto finale: 7,5.

Chromatics, “Closer To Grey”

closer

Il nuovo album dei Chromatics ha un alone mistico: annunciato a più riprese con il titolo “Dear Tommy”, anticipato da presunti singoli, alla fine “Dear Tommy” non ha mai visto la luce, almeno per ora. Al suo posto abbiamo “Closer To Grey”, caratterizzato come il settimo album del gruppo malgrado sia il sesto ufficialmente uscito: le tematiche e le ritmiche sono le stesse di “Kill For Love”, il loro capolavoro del 2012, architrave del synth-disco pop degli anni ’10. I risultati non sono altrettanto sorprendenti, ma di certo il disco non è un cattivo lavoro.

Come “Kill For Love” cominciava con una cover (Hey Hey My My di Neil Young, col nome di Into The Black), anche “Closer To Grey” comincia con una reinterpretazione di un capolavoro del passato: stavolta tocca a The Sound Of Silence, il mitico brano di Simon & Garfunkel, rivisto in chiave elettronica e decisamente più oscura. La seconda traccia, You’re No Good, è effettivamente trascurabile, mentre la title track è il primo vero highlight del CD.

Rispetto al suo predecessore, “Closer To Grey” dura esattamente la metà (45 minuti vs 90), ma sconta anche un diminuito effetto sorpresa e, come già accennato, delle sonorità ormai conosciute al pubblico: sette anni si pensava potessero portare rivoluzioni in casa Chromatics, invece l’estetica della band è rimasta la stessa. A seconda del tipo di ascoltatore, può essere una buona o una brutta notizia; un punto di vista neutro probabilmente lo vede più come una debolezza che una forza.

I brani migliori del lotto sono Closer To Grey e Light As A Feather, mentre deludono un po’ You’re Not Good e la nenia Move A Mountain, che rompe il ritmo del lavoro. Da sottolineare poi la lunga Touch Red e la monumentale On The Wall, che arriva a addirittura oltre gli 8 minuti, a dimostrazione di un’ambizione non banale dei Chromatics.

In conclusione, “Closer To Grey” pare il tipico album di un complesso ormai rispettato e con un seguito fedele: un tuffo nella propria comfort zone, in mezzo alle tastiere e alle chitarre soffuse che rendevano speciale “Kill For Love”. Il CD non è assolutamente da buttare, ma considerati i proclami spavaldi del passato del leader Johnny Jewel, quando affermava che “Dear Tommy” sarebbe stato il manifesto definitivo dei Chromatics, vedere ora un lavoro umile per certi versi come “Closer To Grey”, almeno all’inizio, è un po’ straniante. Chissà che presto non veda la luce l’ormai mitico “Dear Tommy”? Nell’attesa godiamoci questo lavoro, non perfetto o radicale, ma certo affascinante.

Voto finale: 7,5.

Foals, “Everything Not Saved Will Be Lost Part 2”

foals

I Foals avevano annunciato che avrebbero fatto le cose in grande: il 2019, in effetti, ha già visto una pubblicazione a loro nome, la prima parte del progetto “Everything Not Saved Will Be Lost”, pubblicata a marzo. Se il primo capitolo giocava con ritmi quasi dance-punk, questa seconda parte torna alle sonorità più aggressive di “Holy Fire” (2013), ben sintetizzate dai singoli di lancio Black Bull e The Runner.

Le due parti formano così un ideale doppio CD dei Foals: il complesso britannico è sempre stato maestro nello stare all’intersezione fra indie rock, elettronica e ritmi più punk, tanto che i loro singoli migliori sono divisi quasi in parti uguali fra queste tre classi: da Spanish Sahara a Inhaler, passando per My Number e Mountain At My Gates, i riferimenti sono costanti, ma i risultati si sono sempre mantenuti più che sufficienti.

Il lavoro parte con un’intro quasi dream pop, Red Desert, che un po’ ricorda la Moonlight di “Everything Not Saved Will Be Lost Part 1”. Subito dopo però arriva la brillante The Runner, che suona quasi come un pezzo dei Black Keys. Altri highlights sono la potentissima Black Bull e 10,000 Feet, mentre Wash Off e Like Lightning non convincono appieno. Da menzionare infine la suite finale Neptune, un’Odissea di 10 minuti fra rock, elettronica e ambient (!), confusa forse ma certo non banale.

In conclusione, “Everything Not Saved Will Be Lost Part 2” è un degno seguito alla prima parte del progetto. I Foals si confermano una delle band indie rock d’Oltremanica più affidabili in termini di solidità dei propri CD, nondimeno come sempre nella loro carriera manca qualcosa per avere un LP davvero definitivo, malgrado i grandi voti ricevuti da molta stampa specializzata, soprattutto inglese. A conti fatti, la Parte 2 pare meglio costruita della Parte 1, ma sorge un sospetto: avessero creato un unico disco con i migliori brani dei due CD, avremmo forse il migliore lavoro di sempre dei Foals? Domanda purtroppo destinata a rimanere senza risposta.

Voto finale: 7,5.

Vagabon, “Vagabon”

vagabon

La prova del secondo album può essere difficile, lo sappiamo, specialmente per coloro che sono stati baciati dal successo già al primo sforzo. Laetitia Tamko, in arte Vagabon, ha avuto questa fortuna: l’esordio del 2017 “Infinite Worlds” le aveva aperto le porte del successo, almeno all’interno dell’indie rock. Il suo stile delicato e gentile, che mescolava elementi dell’indie anni ’00 con il dream pop caro ai DIIV, aveva reso il CD molto interessante.

“Vagabon”, in realtà, era nato con un diverso titolo: “All The Women In Me” pareva il nome scelto per il disco, però poi la Tamko aveva deciso di dare importanza al sé piuttosto che agli elementi esterni, cambiando in corso d’opera anche i titoli ad alcune canzoni della tracklist. I risultati sono effettivamente più intimisti rispetto ad “Infiniet Worlds”, aggiungendo caratteri interessanti alla palette sonora di Vagabon.

Emblematica la ballata In A Bind: pare più una canzone di Sufjan Stevens ai tempi di “Illinois”, tanto è folk. Invece altrove affiorano delle parti dell’estetica synth pop che non appartenevano in alcuna maniera alla versione 1.0 di Vagabon: ad esempio ciò è evidente in Flood. I pezzi migliori sono proprio Flood e In A Bind, mentre delude Home Soon, troppo solenne. Curiosa infine la struttura circolare di “Vagabon”: il primo pezzo, Full Moon In Gemini, è richiamato dall’ultimo, chiamato Full Moon In Gemini (Monako Reprise).

In conclusione, il secondo LP di Laetitia Tamko non è per nulla il tipico seguito di un lavoro di successo da parte di un’artista che si trova improvvisamente analizzata nei minimi dettagli da critica e pubblico. Sarebbe stato facile ritornare al comodo indie rock di “Infinite Worlds”; invece Vagabon ha deciso per una svolta, non radicale ma certamente forte. I risultati richiedono ascolti numerosi per essere colti appieno, ma non deluderanno i fan della giovane artista americana di origine camerunense.

Voto finale: 7.

Wilco, “Ode To Joy”

ode to joy

L’undicesimo album dei veterani dell’alternative rock Wilco prosegue nel solco tracciato dal precedente “Schmilco” (2016); le 11 canzoni sono infatti ridotte all’essenziale e grande attenzione è posta sulla voce, sempre più suadente col passare del tempo, del frontman Jeff Tweedy.

L’ispirazione del CD va anche cercata nei due recenti LP solisti di Tweedy, “WARM” (2018) e “WARMER” (2019): un folk-rock apparentemente molto tranquillo e semplice, ma che in realtà nasconde arrangiamenti da non sottovalutare e messaggi non banali. Ad esempio, nascosti tra le pieghe dell’album troviamo invettive contro il nazionalismo imperante in America (Citizens) ma anche elogi della solitudine (Quiet Amplifier).

Per godere appieno dei frutti di “Ode To Joy” sono necessari più ascolti: ad esempio, il lavoro egregio svolto dal batterista Glenn Koche e dal chitarrista Nels Kline, specialmente per sostenere i brani più fermi, ad esempio Bright Leaves e Citizens, è chiaro solo dopo varie sessioni. Va detto peraltro che sono i brani più movimentati i veri highlight del lavoro, come Everyone Hides e Love Is Everywhere (Beware).

Il CD quindi non è un capolavoro, ma i fan della band troveranno pane per i loro denti. I Wilco, dal canto loro, proseguono una carriera quasi trentennale con un altro LP di buon artigianato, che manterrà alta la bandiera della band ancora per qualche tempo.

Voto finale: 7.

Noel Gallagher’s High Flying Birds, “This Is The Place”

this is the place

Il secondo EP del 2019 di Noel Gallagher arriva, chissà se casualmente, solo poche settimane dopo il ritorno sulla scena del fratello Liam, che con “Why Me? Why Not.” si è prepotentemente riportato al centro del panorama del rock vecchio stile.

L’EP continua l’apertura a ritmi quasi sperimentali, dati i canoni dei fratelli-coltelli Gallagher, già intravista peraltro nel riuscito “Who Built The Moon?” (2017). L’iniziale This Is The Place è un buon singolo, quasi psichedelico e a tratti vicino agli LCD Soundystem. La seguente A Dream Is All I Need To Get By è invece decisamente più allineata sugli Oasis di inizio XXI secolo. Infine, l’ultimo inedito Evil Flower è quasi krautrock e rimanda a “Dig Out Your Soul” (2008), ultimo LP degli Oasis. Abbiamo poi due remix, rispettivamente di This Is The Place ed Evil Flower, che in verità non aggiungono molto a “This Is The Place”.

Ribadiamo che la scelta di pubblicare 3 brevi EP in un solo anno è quantomeno opinabile e non ha portato molta fortuna a chi l’ha intrapresa in precedenza, vedi i Green Day del 2012. Diluire così la qualità di un potenziale discreto CD, allungando il brodo di ogni pubblicazione con due evitabili remix, non pare lungimirante. “This Is The Place” non è un cattivo lavoro, ma è lontano dalle migliori opere del maggiore dei Gallagher. Questa volta ha vinto Liam.

Voto finale: 6,5.

Recap: novembre 2017

Novembre, come da tradizione ad A-Rock, è l’ultimo mese eleggibile per quanto riguarda la lista dei migliori 50 album dell’anno. Dunque, i dischi usciti a dicembre meritevoli di menzione entreranno nella lista dell’anno successivo (come successe a D’Angelo). Nel mese appena finito, le cantanti l’hanno fatta da padrone: abbiamo infatti i nuovi album di Julien Baker e Fever Ray. Inoltre, recensiremo anche Björk, Charlotte Gainsbourg, Angel Olsen e Taylor Swift. L’unico maschietto è Noel Gallagher, con i suoi Noel Gallagher’s High Flying Birds. Buona lettura!

Fever Ray, “Plunge”

Plunge

Erano otto anni che Karin Dreijer non produceva un album solista; la metà femminile dei Knife (l’altra era il fratello Olof), con l’esordio solista “Fever Ray” (2009), aveva fatto capire che, anche senza i Knife, per lei un radioso futuro nel mondo della musica era possibile. “Plunge” conferma ulteriormente questo fatto: attraverso canzoni a volte complesse, altre quasi pop, Karin appare in splendida forma, tanto da produrre uno dei migliori album di musica elettronica dell’anno.

I temi trattati dalla cantante svedese riguardano soprattutto l’amore e il sesso; accanto ad essi, però, un messaggio politico non può mancare. Spesso infatti anche i Knife avevano affrontato temi legati alla sfera pubblica, per esempio i diritti degli omosessuali o le storture del capitalismo. Fever Ray, parlando dell’amore carnale, denuncia la non parità dei diritti fra maschi e femmine e le violenze a cui le donne sono sottoposte da parte di uomini prepotenti, questione quanto mai attuale in queste settimane.

I pezzi migliori sono Must’t Hurry, This Country e Red Trails. Convincono meno Falling, IDK About You e la parte centrale del disco, tuttavia i risultati complessivi sono apprezzabili. Restano superiori i due LP più maturi dei Knife, “Silent Shout” (2006) e Shaking The Habitual” (2013). Tuttavia, l’eclettismo e la cura maniacale di “Plunge” lo rendono imprescindibile per gli amanti dell’elettronica e dei Knife.

Voto finale: 8.

Julien Baker, “Turn Out The Lights”

julien baker

Il secondo album della giovane cantante americana Julien Baker è un ottimo esempio della nouvelle vague del mondo indie, caratterizzata da una più massiccia presenza di donne rispetto al passato. Ricordiamo ad esempio Courtney Barnett e Angel Olsen; adesso anche la Baker fa parte del gruppo.

“Turn Out The Lights” combina piacevolmente pianoforte e chitarre, con la bella voce di Julien a fare da collante alle canzoni. La prima vera traccia del disco, dopo la breve intro Over, è già espressiva del tono del disco: Appointments ha un mood fortemente malinconico, batterie e basso sono completamente assenti e il testo parla di appuntamenti falliti e relazioni finite. Su questa falsariga si sviluppa poi tutto il disco.

I testi, dunque, sono molto pessimisti: già nell’esordio “Sprained Ankle” avevamo notato questo male di vivere nella Baker, sentimento che sembra essersi acuito in “Turn Out The Lights”. Le liriche, infatti, contengono versi come “Do I deserve to be here? Will I ever be ok?” oppure “There’s more whiskey than blood in my veins”. Insomma, si accenna a tendenze suicide ed alcolismo senza mezzi termini. La disperazione tuttavia non angustia le melodie, che restano potenti e toccanti allo stesso tempo.

La Baker si inserisce, musicalmente parlando, a cavallo fra dream pop e indie rock: un po’ Beach House e un po’ Wolf Alice, diciamo. Niente di radicale, quindi, ma il CD resta davvero bellissimo e degno di più di un ascolto. Fra le tracce migliori abbiamo la già citata Appointments e la title track; buona anche la conclusiva Claws In Your Back. Meno riuscite Shadowboxing e Sour Breath (da segnalare comunque per le tristissime liriche “The harder I swim, the faster I sink”), ma il risultato complessivo resta ottimo.

In conclusione, il talento di Julien Baker sembra essere definitivamente sbocciato: con una voce così, poi, tutto diventa più facile. Speriamo che la disperazione che sembra pervadere la giovane cantante non si riveli troppo pesante per la sua apparentemente fragile anima.

Voto finale: 8.

Noel Gallagher’s High Flying Birds, “Who Built The Moon?”

Who Built The Moon

Noel è giunto ormai al terzo album con la sua nuova band, gli High Flying Birds. La sua è stata una graduale evoluzione: partito nel primo CD della sua nuova avventura con canzoni molto simili agli Oasis, già in “Chasing Yesterday” (2015) si erano intraviste aperture verso rock à la Strokes e psichedelia del tutto inedite per lui. Questo “Who Built The Moon?” è il miglior disco a firma Noel Gallagher da tanti anni: oltre a proporre nuovi generi musicali ad un pubblico che era abituato al britpop vecchia maniera, Noel produce tre-quattro canzoni davvero notevoli, che entrano di buon diritto fra le sue migliori.

L’inizio è sorprendente: Fort Knox è un pezzo molto duro, quasi progressive, per un ex Oasis come lui. Ma le sorprese non sono finite: il più anziano dei due fratelli coltelli degli Oasis infatti si avventura nel glam rock (Keep On Reaching), utilizzando poi in altri pezzi addirittura il vocoder e mescolando influenze jazz (Holy Mountain). Le tastiere, poi, hanno un discreto peso. Insomma, un LP così ambizioso e innovativo da un cinquantenne non ce lo aspettavamo proprio. Merito anche del produttore, David Holmes, noto anche come musicista ardito e innovatore nel campo dell’elettronica.

Menzione finale per Dead In The Water, pezzo non incluso nella tracklist ufficiale ma acquistabile come traccia bonus: ricorda molto le b-sides migliori degli Oasis, in particolare Talk Tonight e Half The World Away. Ottime anche It’s A Beautiful World e She Taught Me How To Fly. Da non trascurare anche Black & White Sunshine. Meno riuscite Be Careful What You Wish For e If Love Is The Law, ma non intaccano eccessivamente il risultato complessivo.

In conclusione, il 2017 ha visto sfidarsi i fratelli Gallagher, oltre che con gli soliti insulti via social o via intervista, anche musicalmente: mentre Liam, con “As You Were”, ha pubblicato un CD “conservatore”, chiaramente destinato ai fan prima maniera degli Oasis, Noel sembra aver trovato una sua nicchia più interessante, ma forse più rischiosa a fini puramente economici. Tuttavia, non si può non elogiare la voglia di sperimentare di uno degli artisti inglesi apparentemente più rigidi nelle loro posizioni degli ultimi venticinque anni. Aspettiamo con grande interesse la sua prossima prova.

Voto finale: 8.

Charlotte Gainsbourg, “Rest”

rest

“Rest” è il quinto album della figlia del grande Serge Gainsbourg e di Jane Birkin, il primo in studio dopo 7 anni, infatti “IRM” risaliva al 2010. Nel periodo fra i due lavori, Charlotte Gainsbourg si è dedicata principalmente alla sua carriera di attrice, recitando ad esempio nei due capitoli di “Nymphomaniac”. La necessità per lei di tornare a scrivere musica deriva dall’improvvisa morte della sorella Kate, suicida nel 2013. La disperazione per la sua morte pervade i testi delle 11 canzoni di “Rest”, cantate per lo più in francese. Il genere affrontato è un french pop classico, nella scia di Air e Phoenix, ma con una malinconia di fondo tipica di album derivanti da lutti personali: basti pensare alla desolazione degli ultimi lavori di Sufjan Stevens, Nick Cave e Mount Eerie, tutti artisti colpiti da morti di familiari.

I testi sono, come detto, molto drammatici e toccanti: in Rest (che in italiano significa “riposo”), la title track, Charlotte pronuncia “reste”, cioè “resta” in francese, in cui la canzone è cantata; anche musicalmente, la traccia è un highlight del CD. Molto belle anche Deadly Valentine e I’m A Lie; Kate, già dal titolo, è dedicata alla sorella e contiene il verso forse più triste: “on devait vieillir ensemble”, cioè “dovevamo invecchiare insieme”. Riuscita, infine, la lunghissima Les Oxalis, che chiude l’album. Convincono meno Lying With You e Silvia Says, ma non intaccano eccessivamente il risultato complessivo.

Da sottolineare, infine, il parco ospiti di rilievo presente nel disco: da Guy-Manuel de Homem-Christo dei Daft Punk a Paul McCartney, passando per Owen Pallett, “Rest” è il CD di Charlotte Gainsbourg più ricco di star della musica.

In conclusione, “Rest” non è un LP facile, ma era difficile auspicare il contrario. Pur non toccando le vette di disperata bellezza di un Sufjan Stevens, Charlotte Gainsbourg rende omaggio nel modo migliore alla sorella, sottolineando una volta di più che il talento compositivo, nella famiglia Gainsbourg, è passato direttamente dal padre Serge a lei.

Voto finale: 7,5.

Björk, “Utopia”

utopia

“Utopia” rappresenta un ritorno alle origini per Björk. L’artista islandese, conosciuta per la sua grande creatività, dipanata non solo nell’arte musicale, suona una musica davvero particolare: a metà fra elettronica e pop, con tracce però sempre sperimentali e mai del tutto mainstream. I suoi ultimi lavori, almeno fino a “Vulnicura” (2015), erano contraddistinti da melodie più astratte e ancora meno immediate. “Vulnicura” aveva rappresentato un CD sofferto per Björk, essendo dedicato alla rottura con il compagno di lunga data Matthew Barney. Il lavoro era davvero triste rispetto alla solita Björk, ma non per questo meno efficace.

Questo “Utopia” segna quindi il ritorno a sonorità più conosciute per lei, come già anticipato. La lunghezza eccessiva può spaventare gli ascoltatori casuali, ma i fan della cantante islandese troveranno sicuramente delle chicche: a partire dal singolo The Gate, passando per Future Forever e Blissing Me, Björk aggiunge al suo canone degli ottimi innesti. Meno convincente la parte centrale del disco, fin troppo autoreferenziale e non avvincente. Ne sono esempio Body Memory, troppo lunga, e Loss.

Peccato, perché “Utopia”, pur non arrivando ai livelli di “Homogenic” e “Post”, i due capolavori anni ’90 di Björk, è comunque un buon LP. Con 2-3 canzoni/intermezzi in meno, il voto sarebbe stato ancora maggiore. Ma da un’artista che da più di 30 anni ci allieta, non possiamo aspettarci sempre radicali e riuscite innovazioni, no?

Voto finale: 7.

Angel Olsen, “Phases”

phases

“Phases” è il quarto album di Angel Olsen, una delle artiste indie rock più quotate al momento. La sua voce, davvero magnifica, è probabilmente il suo miglior asset; tuttavia, specialmente con i suoi precedenti CD “Burn Your Fire For No Witness” (2014) e “My Woman” (2016), anche la sua sicurezza e abilità nello scrivere canzoni varie e ambiziose erano cresciute notevolmente.

“Phases” non è da considerarsi propriamente un LP di inediti: raccoglie infatti b-sides e demo di canzoni registrate durante le sessions dei due dischi citati precedentemente. È quindi un’operazione simile a quella fatta dai Beach House quest’estate con “B-Sides And Rarities”: Olsen vuole probabilmente aggiornare i suoi fans su come è arrivata a comporre i due CD che l’hanno resa famosa e amata da pubblico e critica.

L’inizio è ottimo: sia Fly On Your Wall che Special sarebbero state benissimo in un disco vero e proprio della Olsen e sarebbero buoni singoli di lancio per molti artisti. La parte centrale si fa più acustica, quasi folk, tanto che sembra di tornare alle origini, quando cioè la giovane cantante si dilettava con folk e country. Ciò culmina nel finale di Endless Road, ballata acustica molto breve e raccolta, bella chiusura di un disco certamente non perfetto, ma comunque gradevole.

Tra i 12 brani che compongono il CD, spiccano una cover di Bruce Springsteen (Tougher Than The Rest) e una riedizione di For You di Roky Erickson. Meno bella California, contenuta nella parte mediana del disco.

Succede molto di rado che un album di b-sides possa essere accostato ai dischi veri e propri della produzione di un’artista: forse solo Oasis e U2 ai tempi d’oro potevano vantarsi di ciò. Ciononostante, Angel Olsen prova ancora una volta la sua apparente facilità di scrittura: se le canzoni scartate sono così, non resta che aspettare il suo nuovo LP, certi che qualsiasi direzione la bella Angel prenderà sarà un successo.

Voto finale: 7.

Taylor Swift, “Reputation”

Taylor Swift

Questo è già il sesto album a firma Taylor Swift, una delle pop star più famose al mondo. Partita mescolando country e pop, i suoi primi tre lavori non erano memorabili, malgrado il crescente successo. Da “Red” (2012) in poi, però, anche la critica ha cominciato a riconoscerne le doti compositive; ciò è sottolineato dal successo di “1989” (2014), che anche i critici riconoscono come un moderno classico per gli amanti del pop. Per questo “Reputation” era molto atteso: il primo singolo non aveva per nulla convinto, Look What You Made Me Do sembrava infatti un pessimo anticipo per il CD e ne rappresenta il brano peggiore. Invece, non tutto è da buttare nel disco: probabilmente l’abbraccio di Taylor al pop più carico e “smaccato” non ha avuto il successo sperato, tuttavia il risultato complessivo è discreto.

La partenza è buona: …Ready For It? è un’ottima intro al disco, che si caratterizza come già anticipato per basi molto potenti, più simili all’hip hop e all’R&B che al pop di Lorde o St. Vincent. La seconda traccia sgancia già i due super ospiti presenti nel disco, Ed Sheeran e Future; la canzone, End Game, non è indimenticabile. Delicate, invece, è una ballata minimale e riuscita, più vicina a “1989”; lo stesso dicasi per Dress.

Il problema con “Reputation” è rappresentato soprattutto dall’elevato numero di canzoni presenti, 15, e dalla durata, 55 minuti, che sono chiaro segnale della presenza di tracce filler, quindi evitabili, cosa che non accadeva ad esempio in “1989”. Ne sono esempio So It Goes… e Don’t Blame Me. Non riuscita nemmeno This Is Why We Can’t Have Nice Things, troppo prevedibile. Gradevoli invece Gorgeous, che se non altro ha un ritmo ballabilissimo pur non essendo tamarra, e Getaway Car, potenziale singolo.

I temi affrontati in “Reputation”, come già il titolo indica, hanno soprattutto a che fare con la percezione che Taylor ha della sua fama e di come il pubblico la vede: come semidea oppure come ennesimo prodotto dello star system. Del resto, lei non ha fatto molto per smentire la seconda opinione: tra le liti con Kanye West e i flirt con attori e cantanti famosi, tutto nella sua vita sembra finto e fatto solo per far parlare di sé. Ognuno continuerà a vederla in un modo o nell’altro, anche dopo questo CD: è comunque da elogiare la sua volontà di aprirsi e narrare (onestamente?) i propri sentimenti.

In conclusione, “Reputation” è un altro passo in avanti nella discografia di Taylor Swift: il passaggio dal country al pop è definitivamente compiuto, tanto che spesso sembra di sentire una canzone di The Weeknd o Flume piuttosto che la vecchia Taylor (evidente tutto ciò in Dancing With Our Hands Tied). Il risultato finale non è certamente un capolavoro, ma nemmeno il fiasco che alcuni preventivavano: diciamo che ci fa sperare di sentire meno tracce riempitivo e più ballate da parte della bella artista americana. Non è un caso che la seconda parte del disco, più acustica, sia migliore della prima. Solo allora potremmo davvero parlare di capolavoro.

Voto finale: 6,5.

I 50 migliori album del 2016 (25-1)

Eccoci arrivati alla seconda (e ultima) parte della nostra classifica dei 50 migliori album del 2016. Nella prima sezione avevamo grandi nomi, come Green Day, Last Shadow Puppets e Rihanna: cosa conterrà la parte più alta della lista? Buona lettura.

25) Sturgill Simpson, “A Sailor’s Guide To Earth”

(COUNTRY)

Può il country regalare emozioni al di fuori degli Stati Uniti? Sì, se il cantante riesce a veicolare messaggi universali con orchestrazioni non banali, rimostranza che ci sentiamo di fare a molti musicisti country più “tradizionali”. Ebbene, Sturgill Simpson riesce a fare suo questo insegnamento nel suo terzo LP “A Sailor’s Guide To Earth”: colpiscono soprattutto l’uso di strumenti inusuali per il genere, come trombe e sassofono, oltre ai frequenti cambi di ritmo presenti nelle 9 canzoni che compongono l’album. Tra di esse ricordiamo in particolare Welcome To Earth (Pollywog), Breakers Roar e la conclusiva Call To Arms. Meno riuscita la ballata Oh Sarah, ma i risultati complessivi sono comunque davvero lodevoli.

24) Cat’s Eyes, “Treasury House”

(POP)

I Cat’s Eyes sono un duo, formato dal cantante degli Horrors Faris Badwan e dalla soprana italo-canadese Rachel Zeffira. Il contrasto fra la voce profonda di Faris e quella fragile di Rachel aveva già segnato il trionfo dell’esordio della band, l’omonimo “Cat’s Eyes” del 2011. Lo stile si distanzia molto da quello caratteristico degli Horrors: addio rock alternativo e sperimentalismo, dentro un pop da camera raffinato e suadente. Sembra quindi che Badwan, dopo il pregevole “Luminous” (2014), abbia voluto di nuovo dare sfogo al suo lato più romantico; e i risultati sono di nuovo eccellenti. Le 11 canzoni che compongono il CD sono tutte ben prodotte e curate, perfette per trascorrere 35 minuti di calma e serenità. Spiccano in particolare la title track, Chameleon Queen e la bellissima Names Of The Mountains, che ricorda gli xx. Riuscita anche Standoff, la melodia più elettronica presente nell’album. Invece Be Careful Where You Park Your Car ricorda addirittura i White Stripes, anche nel titolo. Insomma, un piccolo gioiello da parte di due fra i più talentuosi musicisti della loro generazione.

23) PJ Harvey, “The Hope Six Demolition Project”

(ROCK)

La veterana dell’alternative rock britannico PJ Harvey è ormai giunta al nono album di inediti, ma non dà alcun segno di cedimento: l’ispirazione continua ad essere ottima e la voglia di commentare le scelte politiche occidentali non è venuta meno. “The Hope Six Demolition Project” non raggiunge le vette del precedente CD “Let England Shake”, ma è un altro tassello di una carriera davvero notevole. L’inizio è particolarmente efficace: The Community Of Hope e The Ministry Of Defence sono potenti ballate rock, con testi che descrivono efficacemente le periferie americane e gli errori compiuti dall’Occidente nelle guerre degli anni passati. Abbiamo altri pezzi squisiti come River Anacostia e la conclusiva Dollar, Dollar; peccato per pezzi deboli come The Ministry Of Social Affairs, troppo prolissa, e The Orange Monkey. Ma il voto finale non può che essere positivo, così come lusinghiera è la posizione in questa lista dei migliori album del 2016.

22) Danny Brown, “Atrocity Exhibition”

(HIP HOP)

Il quarto album di Danny Brown segue gli acclamati “XXX” (2011) e “Old” (2013), che dopo l’esordio “The Hybrid” (2010) hanno segnato una crescita vertiginosa nella qualità delle canzoni e nella popolarità del giovane rapper statunitense. Malgrado questo crescente successo, Brown nelle sue canzoni tratta sempre temi complessi e legati alla sua personale esperienza: suicidio, redenzione… “Atrocity Exhibition” (titolo preso da una canzone dei Joy Division) non fa eccezione: abbiamo ritmiche spesso opprimenti e non orecchiabili, a testimonianza che lo sperimentalismo di Brown non è venuto meno. In generale, nelle 15 canzoni che compongono il CD impressiona soprattutto la parte iniziale; abbiamo brani generalmente veloci, che rendono i 48 minuti dell’album frammentati e non semplici. La pazienza richiesta per entrare in “Atrocity Exhibition” viene però ripagata: un LP rap così efficace e ardito non è per nulla comune. I pezzi migliori sono Tell Me What I Don’t Know, la potentissima Really Doe (con la collaborazione nientepopodimeno che di Kendrick Lamar, Earl Sweatshirt e Ab-Soul) e l’ossessiva When It Rain. La dolce Get Hi sembra preannunciare una svolta nella produzione del rapper americano: sarà mantenuta? Infine, sono da sottolineare le numerose influenze nei suoni presenti nelle basi: Joy Division, Talking Heads, New Order… I rimandi sono molteplici e sempre centrati. Insomma, sembra proprio che la “trilogia” iniziata con “XXX” si concluda con questo “Atrocity Exhibition”: non era semplice mantenere un livello così alto per tre CD consecutivi e rendere gradevole una voce particolare come quella di Brown. Missione compiuta.

21) James Blake, “The Colour In Anything”

(ELETTRONICA – POP)

James Blake ha voluto strafare: 17 canzoni per “The Colour In Anything”, suo terzo album dopo l’eponimo esordio (2011) e “Overgrown” (2013). Durata superiore ai 70 minuti, cura dei minimi dettagli di voci e orchestrazione: ecco le principali caratteristiche del CD. Il risultato, a ben pensarci, poteva essere anche migliore: alcuni pezzi sono leggermente sotto la media (per esempio la title track e la conclusiva Meet You In The Maze). In generale, infatti, Blake non è mai stato così ispirato: pezzi come Radio Silence, Timeless, Always e la strana Points sono belli come i migliori pezzi mai scritti dal giovane cantautore inglese. La voce poi è sempre ottima, così come l’intreccio fra post-dubstep, pop ed elettronica soft. Insomma, davvero un peccato: “The Colour In Anything” poteva essere il capolavoro di una carriera già pregevole, invece l’eccessiva lunghezza e le troppe canzoni rischiano di compromettere il risultato finale. Niente di cui disperarsi però: il percorso è quello giusto. Se James non vorrà strafare anche la prossima volta, ne sentiremo delle belle.

20) The 1975, “I Like It When You Sleep, For You Are So Beautiful Yet So Unaware Of It”

(ROCK – POP – ELETTRONICA)

Il gruppo inglese The 1975, capitanato dal vulcanico Matt Healy, scatena reazioni molto diverse nel pubblico: o lo si ama o lo si odia. Il loro secondo album, già dal titolo, è destinato a rinfocolare questa diatriba: troppo lungo, oppure dimostra una volta di più la grande ambizione e sicurezza nei propri mezzi della band? E ancora: le 17 canzoni, con 4 ambient à la Brian Eno, non saranno troppe (senza contare i 73 minuti di durata)? Beh, diciamo che entrambe le parti hanno delle ragioni e dei torti: è vero, troppo spesso l’album eccede in gigioneria o brani fin troppo simili fra loro, ma vale anche il fatto che un CD così divertente e imprevedibile erano anni che non lo sentivamo. Inoltre, sarà pur vero che la band britannica musicalmente non inventa nulla, con chiarissimi riferimenti a Police, Tears For Fears, My Bloody Valentine e M83 presenti qua e là; tuttavia, un revival così efficace degli anni ’80 non è facile da produrre. Ma quindi, in conclusione, qualcuno si starà chiedendo: ma da che parte stai? La mia personale opinione è che un gruppo capace di passare da un esordio zoppicante (con Phoenix e Strokes come riferimenti) a un LP variegato come questo “I Like It When You Sleep, For You Are So Beautiful Yet So Unaware Of It” (e pezzi bellissimi come A Change Of Heart, She’s American, Loving Someone e The Ballad Of Me And My Brain) ha un talento fuori dal comune. Se i quattro ragazzi metteranno a freno la loro smodata ambizione, potrebbe davvero essere che la “Next Big Thing” della musica inglese siano loro.

19) Nicolas Jaar, “Sirens”

(ELETTRONICA)

Nicolas Jaar, giovane speranza della scena elettronica, cerca di trasmettere messaggi universali mediante un CD di musica elettronica. “Sirens” è solamente il secondo disco vero e proprio della sua carriera: nel precedente “Space Is Only Noise” (2011) aveva fatto gridare al miracolo per la sua naturale capacità di mescolare ambient e dance, in un raffinato mix di brani eterei e altri più carichi. Nel nuovo lavoro, Jaar non cambia una formula che si era rivelata vincente, limitandosi ad affinarla; le novità più gustose risiedono nei testi delle sei canzoni che compongono “Sirens”. Già nella prima canzone in scaletta, la misteriosa Killing Time, Jaar inizia subito a farci capire come la pensa riguardo all’economia: “money, it seems, needs its working class”. Abbiamo poi la potente The Governor, dove le origini cilene del nostro vengono prepotentemente alla luce: i richiami alla feroce dittatura di Pinochet sono forti nei versi “we’re all just rolling, the mothers have sunk, all the blood’s hidden in the Governor’s trunk.” Il più importante momento politico risiede però in No, cantata in spagnolo da Jaar, dove oltre a una sua conversazione con il padre Alfredo abbiamo la lirica “ya dijimos no, pero el si està en todo”, rimando al referendum dove i cileni decisero di votare no alla dittatura di Pinochet, condannandosi ad anni tragici di ritorsioni e vendette dei fedeli al regime. Musicalmente parlando, le poche tracce di “Sirens” farebbero pensare ad un LP breve, ma in realtà si superano i 46 minuti di durata; gli highlights sono la già citata The Governor e Three Sons Of Nazareth, uno dei migliori brani mai scritti da Nicolas. Insomma, stiamo parlando di uno dei più brillanti talenti della scena elettronica mondiale: “Sirens” non fa che cementarne lo status.

18) Hamilton Leithauser + Rostam, “I Had A Dream That You Were Mine”

(POP)

La collaborazione fra l’ex frontman dei Walkmen Hamilton Leithauser e l’ex multi-strumentista dei Vampire Weekend Rostam Batmanglij risulta in un buon CD: 10 canzoni che guardano fortemente al passato, soprattutto agli anni ’60 -’70 del secolo scorso. Colpiscono positivamente soprattutto due cose: la produzione dell’album, impeccabile e ricca di particolari deliziosi (le voci alla fine di When The Truth Is… e durante 1959, il banjo in Peaceful Morning tra i migliori) e la duttilità della voce di Leithauser, mai stato così vario in un singolo album (addirittura in una canzone, come nella bella Sick As A Dog). Detto questo, chi cerca invenzioni clamorose musicalmente parlando forse non gradirà troppo questo “I Had A Dream That You Were Mine”. Viceversa, gli amanti di Walkmen e Vampire Weekend ritroveranno molti tratti caratteristici delle due band: orecchiabilità, coesione sonora e rilettura dei classici, per esempio. Le canzoni migliori sono l’iniziale A 1000 Times, dolce canzone d’amore; le già citate Sick As A Dog e 1959; e Rough Going (I Won’t Let Up), quasi jazz. Il capolavoro vero però è When The Truth Is…, perfetta melodia, condita con pianoforte e strumentazione minimale, tutta farina del sacco di Rostam; la voce di Leithauser accompagna perfettamente il tutto. Niente di paragonabile a “Modern Vampires Of The City” (2013), l’album della definitiva consacrazione dei VW, però certamente un LP godibile e curato, che riporta nel pieno della forma due tra le menti più creative del mondo indie americano. Una vera delizia pop d’autore.

17) Anderson .Paak, “Malibu”

(HIP HOP)

Il giovane Anderson è già al secondo album di inediti: il primo, “Venice” (2014), era passato nel sostanziale anonimato, pur essendo di qualità discreta. È proprio con “Malibu” che il rapper statunitense è definitivamente esploso: era da tempo che non sentivamo una così sapiente miscela di soul, R&B e hip hop. Immaginate di ascoltare Kendrick Lamar che scimmiotta D’Angelo e Frank Ocean e avrete una vaga idea della maestria di Anderson .Paak. Parlando strettamente di musica, brani pregevoli non mancano: in particolare le prime due tracce, TheBird e Heart Don’t Stand A Chance, impressionano l’ascoltatore. Non dobbiamo però sottovalutare il resto di “Malibu”: la elettronica Am I Wrong, la trascinante Come Down e la chiusura di The Dreamer sono davvero notevoli. Peccato per due-tre tracce non riuscite: ricordiamo Your Prime e la breve Water Fall (Interluuube). Insomma, ancora una volta Dr. Dre aveva visto lungo ingaggiando Anderson .Paak per la sua casa discografica, ormai sempre più fucina di grandi talenti: la presenza in “Compton” (l’album dell’anno scorso che ha chiuso la carriera di Dre) ha senza dubbio spinto al rialzo le quotazioni di Anderson, ma la stoffa resta ottima. Uno dei migliori album hip hop dell’anno (Kanye permettendo) e uno dei più riusciti esordi degli ultimi anni.

16) Suede, “Night Thoughts”

(ROCK)

Si parla dei Suede ormai da 27 anni: la band inglese si è infatti formata nel lontano 1989, ma la qualità delle loro canzoni non è mai venuto meno. Tra i pionieri del britpop inglese, genere che poi ha visto affermarsi band fondamentali come Oasis, Blur e Verve, i Suede si sono sempre contraddistinti per l’oscuro fascino dei loro album, tanto da diventare simbolo del rock inglese più dark. Brett Anderson e soci, dopo la reunion del 2010, hanno pubblicato due ottimi lavori come “Bloodsports” (2013) e il qui presente “Night Thoughts”, due magniloquenti opere rock che nulla hanno da invidiare ai CD degli esordi dei Suede. “Night Thoughts” è composto da 12 pezzi, con highlights assoluti come le iniziali When You Are Young (ricca di archi nell’orchestrazione) e la potente Outsiders, senza dimenticarci Like Kids. Interessante la scelta di riprendere When You Are Young in chiusura con la breve When You Were Young, a testimonianza che il modello erano i Beatles di “Sgt. Pepper”: non siamo arrivati a quei livelli, ovviamente, ma i risultati sono assolutamente accettabili. In conclusione, un altro capitolo prezioso è stato aggiunto alla già ottima carriera dei Suede, uno dei gruppi più sottovalutati del panorama musicale moderno, ma capaci di regalare perle come questo “Night Thoughts”.

15) Car Seat Headrest, “Teens Of Denial”

(ROCK)

Il secondo album di Toledo e co. per l’etichetta Matador conferma come i Car Seat Headrest (nome alquanto incomprensibile, ma tant’è) siano una delle realtà più interessanti del nuovo indie rock mondiale. Un album molto lungo e per certi versi difficile, questo “Teens Of Denial”: oltre 70 minuti di durata, brani molto lunghi (uno addirittura oltre 12 minuti!) e continui cambi di ritmo. Proprio qui, del resto, risiede il fascino del CD: Toledo, con voce sempre intonata e sul pezzo, descrive gli effetti che il consumo di droghe ha su di lui e sui suoi amici, tanto che il lavoro diventa un vero e proprio inno contro il consumo di stupefacenti. Belle canzoni ne abbiamo, ovviamente: dalle due iniziali Fill In The Blank e Vincent, alle infinite (ma gradevoli) Cosmic Hero e The Ballad Of Costa Concordia (vi ricorda qualcosa?), il nuovo LP dei Car Seat Headrest è un trionfo di chitarre rutilanti e batteria potentissima. Tra i migliori album rock dell’anno.

14) Kanye West, “The Life Of Pablo”

(HIP HOP)

Si può criticare Kanye West per mille motivi: eccessivamente egocentrico, megalomane, arrogante… Insomma, la più grande superstar dell’hip hop non ha un carattere facile. Musicalmente, però, niente da dire: senza di lui mancherebbe gran parte della musica rap moderna. “The Life Of Pablo” conferma la classe di Kanye: brani potenti e bellissimi come Famous, Real Friends, la perla gospel Ultralight Beam e Waves sono tra i migliori dell’anno. Da sottolineare poi il parco ospiti sterminato: Chance The Rapper, Frank Ocean, Kendrick Lamar, The Weeknd… insomma, un ensemble da sogno. Top 15 pienamente meritata. Soprassediamo sulle ultime vicende che hanno colpito Yeezy: i gossip passano, la musica resta.

13) Blood Orange, “Freetown Sound”

(HIP HOP – SOUL)

La musica black ha trovato in Devonté Hynes (conosciuto con il nome d’arte di Blood Orange) un nuovo grande interprete: pur non inventando nulla di nuovo, il giovane cantante pubblica un CD molto bello, caratterizzato da tematiche difficili come le lotte razziali passate e presenti che hanno colpito gli Stati Uniti e le diseguaglianze rintracciabili nella società americana. Musicalmente, Hynes recupera le sonorità di Prince e Michael Jackson, creando un mix di funk, soul e hip hop molto affascinante. I migliori brani sono Augustine, Best To You, Juicy 1-4 e Hadron Collider (dove canta Nelly Furtado). Da sottolineare le collaborazioni presenti nel CD: oltre a Furtado abbiamo Carly Rae Jepsen e Debbie Harry, altri due pezzi grossi della musica pop contemporanea e del recente passato. “Freetown Sound” sarà troppo lungo e a volte meno efficace (troppi gli intermezzi musicali, per esempio), ma i risultati complessivi sono notevoli.

12) Chance The Rapper, “Coloring Book”

(HIP HOP – GOSPEL)

Il terzo mixtape del talentuoso Chance The Rapper è probabilmente il suo miglior lavoro fino ad ora. Dopo il bel mixtape “Acid Rap” del 2013, Chance era atteso al varco, ma “Coloring Book” non delude le attese di critica e pubblico. Il forte afflato religioso che pervade tutto l’album, infatti, aggiunge al consueto hip hop dell’artista un tocco gospel che affascina ancora di più l’ascoltatore. I pezzi davvero da ricordare sono No Problem, Summer Friends e Same Drugs (una piccola Pyramids). Nessuno dei 14 brani del resto è davvero fuori posto: i più deboli sono la collaborazione con Future (Smoke Break) e Mixtape, ma per il resto la qualità è davvero altissima. Possiamo senza dubbio premiare “Coloring Book” col titolo di miglior CD (da parte di un cantante maschile) di musica black dell’anno. Escluso Frank Ocean, ovviamente.

11) School Of Seven Bells, “SVIIB”

(ROCK – ELETTRONICA)

“SVIIB” è il quarto ed ultimo CD della band americana School Of Seven Bells. Nel corso della loro produzione, gli SVIIB (come viene spesso stilizzato il loro nome) hanno sempre cercato un connubio fra rock ed elettronica, un synth rock potente ma allo stesso tempo raffinato; senza dubbio, questo LP rappresenta l’apice di questa ricerca musicale. Di per sé i risultati sarebbero già buoni, ma lo sono ancora di più considerando che il duo conosciuto come School Of Seven Bells è stato colpito nel dicembre 2013 da un lutto terribile: Benjamin Curtis, la metà maschile del gruppo, è morto a causa di un linfoma e ha dunque lasciato il “compito” alla partner Alejandra Deheza di terminare “SVIIB”. Dunque, il fatto che l’album sia gradevole e riuscito è davvero sorprendente: sono belle soprattutto Ablaze (che inizia con il verso “how could I have known?”, espressivo della disperazione di Alejandra), On My Heart e la struggente Open Your Eyes. A Thousand Times More, poi, richiama addirittura lo shoegaze, anche se in forme più gentili dei My Bloody Valentine. Infine, This Is Our Time è una maestosa conclusione ad un piccolo capolavoro del 2016 come “SVIIB”. Insomma, un inaspettato trionfo, un lavoro sentito e bellissimo: un perfetto testamento alla carriera degli School Of Seven Bells e alla vita di Benjamin Curtis.

10) Leonard Cohen, “You Want It Darker”

(SOUL – FOLK)

La leggenda canadese del folk e della canzone d’autore Leonard Cohen, con il quattordicesimo album di inediti, ha nuovamente sconvolto i suoi fans. “You Want It Darker” sembrava in effetti un testamento musicale, un ultimo regalo a pubblico e critica fatto di melodie raccolte e un tono di voce più cupo che mai. Impressione purtroppo confermata dalla scomparsa del veterano Cohen, avvenuta lo scorso novembre. Tutto questo pareva avverarsi anche nei testi, molto poetici e profondi, cantati da Cohen: nella title track, egli afferma “I’m ready, my Lord”; in Leaving The Table canta invece “I’m leaving the table, I’m out of the game”. Musicalmente parlando, le melodie non sono orecchiabili e tantomeno sono ballabili, come nella gran parte dei precedenti CD di Leonard Cohen. D’altro canto, l’eleganza di brani come la title track e If I Didn’t Have Your Love non lascia indifferenti. In generale, vale lo stesso discorso fatto per David Bowie dopo l’uscita di “Blackstar”: non sarà il miglior LP della produzione del musicista canadese, ma rappresenta un magnifico modo di dire addio ai fans di una carriera davvero leggendaria. Leonard Cohen sembrava un uomo in pace con sé stesso, pronto a vedere cosa c’è dopo questa vita. E non è una cosa da poco. Addio, Maestro.

9) Beyoncé, “Lemonade”

(POP – R&B)

Il CD della vendetta per la più splendente star femminile della musica nera contemporanea. Grazie anche ad ospiti di assoluto livello (James Blake, Jack White, Kendrick Lamar tra gli altri), Bey convoglia tutta la rabbia contro il marito Jay-Z in “Lemonade”, con brani riusciti come Hold Up, Don’t Hurt Yourself e 6 Inch (con The Weeknd) come highlights. Beyoncé ha così composto il migliore album di una carriera già brillante: “Lemonade” è un esempio di come la musica possa diventare un’arma potentissima contro la discriminazione femminile e a favore della parità tra i sessi. Menzione particolare poi per lo spettacolare “visual album” che accompagna “Lemonade”: una collezione che raccoglie i video di ogni canzone contenuta nel CD. In poche parole: una delle opere più ambiziose degli ultimi anni, che senza dubbio risuonerà anche in futuro come un capolavoro pop di altissimo livello, sia musicale che artistico (nel senso più ampio del termine).

8) Anohni, “Hopelessness”

(ELETTRONICA)

La cantante degli Antony And The Johnsons, famoso gruppo pop, ha deciso di dare una svolta alla carriera componendo un album solista di raffinata musica elettronica, “Hopelessness”. Dopo aver proceduto al cambio di sesso, Antony Hegarty ha assunto il nome Anohni e ha scritto il miglior album di musica elettronica dell’anno. Già il titolo testimonia il pessimismo che permea molte liriche del CD: Anohni affronta temi difficili come il cambiamento climatico (nella bellissima 4 Degrees), i bombardamenti delle potenze occidentali sui paesi vittime di guerre civili (Drone Bomb Me) e la violenza sessuale sulle donne (Violent Men). La produzione di Hudson Mohawke e Daniel Lopatin (aka Oneohtrix Point Never) aggiunge dettagli preziosi a molti brani. Insomma, un LP politico di musica elettronica: sembrava un controsenso fino a pochi anni fa, ma grazie ad artisti come Anohni, Nicolas Jaar e Grimes la cosa è diventata plausibile. Un altro tassello ad una già ottima carriera è stato aggiunto con “Hopelessness” da parte del fu Antony Hegarty: speriamo che abbia trovato finalmente pace tramite questo radicale cambio di vita e di carriera.

7) Solange, “A Seat At The Table”

(R&B – SOUL)

Questo 2016 è stato caratterizzato da una buona quantità di CD che trattano dei problemi razziali tra neri e bianchi negli Stati Uniti, mescolando grande musica e impegno civile. La sorella minore di Beyoncé, Solange, con il suo terzo lavoro “A Seat At The Table” ha prodotto un notevole CD di pura black music, mescolando sapientemente R&B, funk e soul e rifacendosi ai pilastri del passato (James Brown, Michael Jackson e Prince soprattutto), con una spruzzata di elettronica in Don’t You Wait. La voce della più giovane delle sorelle Knowles ricorda molto quella di Queen Bey; le liriche trattano prevalentemente il tema dell’essere una donna afroamericana oggi, con tutto ciò che ne consegue in termini di discriminazione, ma anche di orgoglio e senso di appartenenza. Ricordiamo in particolare F.U.B.U. (cioè For Us, By Us) e l’iniziale Rise tra i brani migliori; ottimi anche Cranes In The Sky e Where Do We Go. Gli unici difetti di “A Seat At The Table” sono l’eccessivo numero di canzoni e la numerosità degli intermezzi, che rompono troppo spesso il fluire dei beat. In generale, però, Solange ha dimostrato che il talento in casa Knowles non è appannaggio solo della sorella maggiore.

6) Angel Olsen, “My Woman”

(ROCK)

Il terzo album della statunitense Angel Olsen è la sua definitiva consacrazione: possiamo infatti eleggere la bella Angel tra le voci femminili più importanti del panorama pop-rock contemporaneo. Inizialmente la sua musica rappresentava un buon connubio di folk, country ed indie rock. Con “My Woman”, però, il suo range sonoro si amplia: sono evidenti le influenze di Beach House, Fiona Apple e Joanna Newsom. Nel contempo, però, Olsen riesce ad aggiungere quel qualcosa in più che dà a “My Woman” un fascino tutto particolare: dal synth pop dell’iniziale Intern, passando per le lunghissime Sister (bellissimo pezzo indie) e Woman, fino ad arrivare alla conclusiva, intima Pops, la tonalità sempre cangiante della magnifica voce di Angel Olsen ci accompagna in un viaggio da cui è difficile uscire. Sembra proprio che con lei e Courtney Barnett il rock femminile abbia trovato due grandi interpreti.

5) Bon Iver, “22, A Million”

(FOLK – ELETTRONICA – SPERIMENTALE)

Dopo un capolavoro come “Bon Iver, Bon Iver” del 2011, Justin Vernon (il leader del progetto Bon Iver) si è preso del tempo per sé stesso, organizzando un nuovo festival musicale nella sua città natale, Eaux Claires, e seguendo la sua nuova creatura musicale, i Volcano Choir. Del resto, lui ha sempre detto che le canzoni vanno “sentite” nel cuore e che scrivere solo per accumulare denaro non fa per lui. Promessa mantenuta: il marchio Bon Iver ha prodotto solamente tre album e un EP in nove anni di vita. Pochi ma buoni, anzi ottimi: ogni passo della carriera di Vernon è sempre stato un viaggio magnifico, sia che fosse concentrato sui sentimenti del protagonista (come l’esordio “For Emma, Forever Ago” del 2007), sia che ci conducesse in località a volte vere, a volte immaginarie (come accade in “Bon Iver, Bon Iver” del 2011). Sembrava che ormai Bon Iver fosse qualcosa del passato, invece quest’anno Vernon ha deciso di resuscitare la band; e i risultati sono di nuovo eccellenti. Già l’inizio è promettente: 22 (OVER S∞∞N) ricorda le atmosfere dei suoi precedenti lavori, risultando in un folk gentile e raffinato, mentre la potente 10 d E A T h b R E a s T ⚄⚄ rimanda addirittura al Kanye West di “Yeezus”. Abbiamo poi l’affascinante intermezzo di 715 – CRΣΣKS, che sembra una riedizione di quella Woods che era stata ripresa anche da Kanye in “My Beautiful Dark Twisted Fantasy”. Sono però presenti influenze anche di James Blake (non a caso i due hanno collaborato in I Need A Forest Fire) e, beh, delle precedenti incarnazioni di Bon Iver. Queste ultime sono particolarmente evidenti in 33 “GOD” (qua sì che la numerologia ha senso) e 29 #Strafford APTS, non a caso fra i brani migliori del disco. Il capolavoro vero è però 666 ʇ, che possiede una sezione ambient da brividi, così come la bella 8 (circle). Il solo brano non completamente a fuoco è _____45_____, mentre la conclusiva 00000 Million ricorda molto la Beth/Rest che chiudeva “Bon Iver, Bon Iver”. I testi sono quanto mai criptici: si possono leggere riferimenti alla fede e all’amore, ma sempre slegati dal contesto, quasi che Justin voglia evidenziare come anche la nostra epoca sia confusa (i titoli dei brani sono piuttosto misteriosi) e come noi stiamo perdendo i riferimenti che un tempo ci sostenevano (l’amore e la fede, appunto). In conclusione, in sole 10 canzoni e 34 minuti di durata, “22, A Million” ci conferma lo sconfinato talento di Justin Vernon e ci fa bramare per avere al più presto nuova musica da parte sua. Bentornato, Justin.

4) Nick Cave & The Bad Seeds, “Skeleton Tree”

(SPERIMENTALE – ROCK)

Come l’anno passato Sufjan Stevens ci aveva fatto commuovere celebrando la figura della madre morta da poco di cancro, tanto da vincere la palma di miglior album del 2015, quest’anno Nick Cave ricorda il figlio 15enne morto cadendo da una rupe durante le registrazioni del CD che sarebbe diventato “Skeleton Tree”. Accompagnato dai fedeli Bad Seeds, il veterano australiano del rock alternativo e sperimentale produce un lavoro denso e complesso, come del resto era facile attendersi. Nick Cave mescola sonorità diverse fra loro, tra sperimentalismo, musica ambient e soft rock. I titoli e i testi delle canzoni sono evocativi: I Need You e la lirica “Nothing really matters”, oppure “I am calling you” in Jesus Alone e infine il verso più straziante, contenuto in Distant Sky: “They told us our dreams would outlive us, but they lied”. Nel film tratto dalla registrazione di “Skeleton Tree”, la drammaticità del momento vissuto da Cave è ancora più evidente; speriamo che aver condiviso la pena di aver perso un figlio così giovane possa alleviare la pesantezza che certamente lui e la sua famiglia portano nel cuore. Noi, umilmente, non possiamo che ringraziarlo per un altro magnifico tassello di una carriera davvero leggendaria: pezzi come la title track, Rings Of Saturn e la già citata Distant Sky sono bellissimi sia musicalmente che, come già accennato, nei loro testi. In poche parole, uno dei CD più belli e sentiti dell’anno.

3) Frank Ocean, “Endless/ Blonde”

(POP – R&B)

Agosto 2016 era andato via tranquillo, senza uscite musicali da segnalare. Finché… Ebbene sì: Frank Ocean è tornato dal suo letargo! Il 2016 ci restituisce un Frank in piena forma, artista ormai nel pieno delle sue potenzialità e versatile come solo i grandi sanno essere (due album, di cui uno abbinato a un enigmatico video, un magazine… Insomma, molte forme artistiche complementari e adatte alla sua narrazione). Già da un anno circolavano voci sul seguito del magnifico “Channel Orange” del 2012, uno degli album migliori del decennio, intriso di riferimenti a pop, funk, soul e R&B. Frank sembrava troppo sotto pressione, sia da parte della critica che del pubblico, tanto da essere spinto a comunicare con l’esterno solo tramite Tumblr e rare comparsate in album di suoi colleghi (per esempio in “The Life Of Pablo” di Kanye West). Poi, finalmente, ad inizio agosto il suo sito viene rinominato “Boys Don’t Cry”, presunto titolo del nuovo CD, e Apple Music annuncia di avere una esclusiva trasmissione di nuova musica di Frank, abbinata ad un video. Lo streaming, finita la trasmissione, tace; poi il 19 agosto esce il video completo e rifinito, senza interruzioni, di quello che ora è “Endless”. Inoltre, Frank distribuisce in alcuni negozi in giro per il mondo una rivista di arte e moda da lui curata, intitolata proprio “Boys Don’t Cry”: un necessario completamento della sua narrazione artistica. “Endless” in sé e per sé non è una raccolta indimenticabile di musica: se questo fosse stato il vero nuovo LP di Frank Ocean, non avrei nascosto la mia delusione. Restano però alcune tracce interessanti, oltre a una lodevole ambizione artistica nel tentare di abbinare un monotono video di lui che costruisce una mensola alla musica. Tutto assume un senso se lo paragoniamo alla pazienza dimostrata dai fans di Frank mentre lui componeva il suo nuovo lavoro di inediti. Una sorta di prova: solo chi supererà la visione del video e l’ascolto di quelle che sembrano b-sides o demo potrà raggiungere il privilegio di ascoltare il mio vero nuovo CD. Le canzoni migliori sono la romantica At Your Best You’re Love, cover degli Isley Brothers; Rushes; e la trascinante Higgs, dove viene scandito un discorso sul consumismo di massa dello scrittore Wolfgang Tillmans sopra synths potenti e “strani” per un artista afroamericano come Ocean.

“Endless” è niente in confronto al magnifico “Blonde”, a tutti gli effetti terzo album di inediti di Frank Ocean. Rispetto a “Channel Orange” manca la vulcanica creatività e l’accavallarsi di generi diversi che caratterizzavano il precedente CD, ma migliora la coesione generale e aumentano gli ospiti e i produttori di spessore, che rendono “Blonde” davvero irrinunciabile per gli amanti della buona musica. In “Blonde” predomina un pop orecchiabile e affascinante, che in certi tratti si rifà a Prince (come nella bella Ivy); in altri casi invece compaiono lunghe interviste simili al Kendrick Lamar di “To Pimp A Butterfly” (come nella conclusiva Futura Free). In generale, un album con collaboratori come Beyoncé, Kendrick stesso, Kanye West, Brian Eno, Jonni Greenwood dei Radiohead, Rostam Batmanglji dei Vampire Weekend e Jamie xx (ma non abbiamo citato il sample di Here, There And Everywhere dei Beatles in White Ferrari, oppure David Bowie e Gang Of Four, presunti “ispiratori” di Ocean nel making of del disco) non può che avere quel qualcosa in più rispetto a lavori più “convenzionali”. Le liriche dell’album sono anch’esse significative: in Nikes (la bellissima traccia iniziale) si fa riferimento alle uccisioni di uomini di colore che recentemente hanno colpito gli Stati Uniti; in Be Yourself sentiamo, sotto una nenia che ricorda “Hurry Up, We Are Dreaming” degli M83, una telefonata in cui la mamma di Frank dice al figlio di accettarsi per com’è, non cercando di apparire diverso per far felici gli altri, e gli consiglia di non fare mai uso di stupefacenti nella sua vita (un testo che dice molto delle traversie passate da Frank negli scorsi anni); Facebook Story narra la storia assurda di un uomo e della sua ragazza, ossessionata dai social networks; Solo (Reprise) affida ad André 3000 (altro gradito ospite) accuse varie ai rapper che fanno scrivere ad altri i loro versi (vero Drake?). Vi sono poi liriche più intime, come nella bella Solo o in Skyline To, che raccontano le avventure sessuali e non di Frank. Concludiamo analizzando una particolarità della copertina dell’album: come mai su Apple Music il CD compare come “Blonde”, ma la copertina (sia quella ufficiale che quella alternativa) recita “Blond”? Sembra una differenza da poco, ma potrebbe significare anche che Frank è a favore della fluidità di genere e preferenze sessuali, temi quanto mai attuali. Un altro dei misteri relativi a Frank Ocean dunque potrebbe contenere un messaggio universale di grande forza, a dimostrare che, anche se può sembrare “staccato” dalla realtà, in realtà Frank segue attentamente gli sviluppi storici e sociali dei nostri tempi. Insomma, canzoni come Nikes, Ivy, Nights e Futura Free resteranno negli annali. Il mondo ha trovato il suo nuovo Prince: nell’anno della morte del Principe di Minneapolis, non potrebbe esistere incoronazione migliore.

2) David Bowie, “Blackstar”

(ROCK)

Mancano le parole quando parliamo della scomparsa di uno dei più grandi cantanti della storia: quel David Bowie autore di capolavori indimenticabili come Heroes, Rebel Rebel e Life On Mars?. Lo showman Bowie aveva sicuramente previsto tutto: fare uscire il suo ultimo LP appena due giorni prima della morte è un qualcosa di incredibile, l’ultima magia del Duca Bianco. Infatti, uno dei primi album ad uscire nel 2016 (8 gennaio) si è rivelato essere un superbo testamento artistico, il testamento artistico di David Bowie. “Blackstar” è un capolavoro di inventiva e sintesi: 7 brani mai banali, tutti indicatori di una creatività che, malgrado un fisico fiaccato dalla malattia, non è venuta mai meno. Spiccano in particolare la lunghissima, epica title track; Lazarus (che richiama i Radiohead di “In Rainbows”) e Girl Loves Me. Da non trascurare anche Sue (Or In A Season Of Crime). Cosa chiedere di più al Duca Bianco? “Blackstar” non sarà il miglior album della sua produzione, ma senza dubbio resterà negli annali come uno dei più belli del 2016 e dell’intero decennio. Chapeau, Starman.

1) Radiohead, “A Moon Shaped Pool”

(ROCK)

Diventa sempre più difficile parlare in maniera imparziale dei Radiohead, una delle band davvero fondamentali del rock degli ultimi vent’anni, con all’attivo album del calibro di “The Bends” (1995), “OK Computer” (1998) e “Kid A” (2000), senza dimenticarci di “In Rainbows” (2007). Ebbene, si sarebbe portati a pensare che ormai la spinta creativa del complesso inglese possa essersi esaurita, considerando anche il predecessore di “A Moon Shaped Pool”, quel misterioso “The King Of Limbs” (2011) che aveva fatto storcere il naso ad alcuni critici e fans della band. Invece, “A Moon Shaped Pool” ribalta tutto ciò: 11 canzoni davvero ispirate, che passano dal rock vecchia maniera (la politica Burn The Witch e Identikit), alla ballata strappalacrime (le incantevoli Daydreaming e True Love Waits), passando per accenni di elettronica raffinata (in Ful Stop). Da ricordare anche l’apertura al folk di Desert Island Disk. In poche parole, un altro capitolo di una carriera che ha del leggendario è stato scritto: la palma di miglior album del 2016 è pienamente meritata. Lunga vita a Thom Yorke e compagni, gli unici a cui l’etichetta di “nuovi Beatles” può adattarsi, data la continua ricerca sonora e la voglia di non darsi mai per vinti di fronte alle tendenze del panorama musicale contemporaneo.

Cosa ne pensate di questa lista? Vi convince oppure avreste privilegiato altri artisti? Non esitate a commentare!

Buon Natale da A-Rock!

Recap: settembre 2016

Settembre 2016 sarà sicuramente ricordato come un mese pieno di importanti uscite musicali. Non a caso, ad A-Rock abbiamo deciso di analizzare non i soliti tre album dei “Recap”, bensì addirittura sei. E nessuno di questi mancherà nella classifica finale dei migliori album del 2016. Abbiamo infatti il primo lavoro dei Preoccupations (gli ex Viet Cong), lo struggente album di addio dedicato da Nick Cave al figlio piccolo morto poco tempo fa, i nuovi lavori di Angel Olsen e dei Glass Animals, il primo lavoro di Rostam Batmanglij fuori dai Vampire Weekend (in collaborazione con l’ex cantante dei Walkmen Hamilton Leithauser), in un duo non a caso chiamato Hamilton Leithauser + Rostam; e l’ennesimo buon lavoro dei Wilco, autentici veterani del rock. Ma andiamo con ordine.

Nick Cave & The Bad Seeds, “Skeleton Tree”

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Come l’anno passato Sufjan Stevens ci aveva fatto commuovere celebrando la figura della madre morta da poco di cancro, tanto da vincere la palma di miglior album del 2015, quest’anno Nick Cave ricorda il figlio 15enne morto cadendo da una rupe durante le registrazioni del CD che sarebbe diventato “Skeleton Tree”. Accompagnato dai fedeli Bad Seeds, il veterano australiano del rock alternativo e sperimentale produce un lavoro denso e complesso, come del resto era facile attendersi. Nick Cave mescola sonorità diverse fra loro, tra sperimentalismo, musica ambient e soft rock. I titoli e i testi delle canzoni sono evocativi: I Need You e la lirica “Nothing really matters”, oppure “I am calling you” in Jesus Alone e infine il verso più straziante, contenuto in Distant Sky: “They told us our dreams would outlive us, but they lied”. Nel film tratto dalla registrazione di “Skeleton Tree”, la drammaticità del momento vissuto da Cave è ancora più evidente; speriamo che aver condiviso la pena di aver perso un figlio così giovane possa alleviare la pesantezza che certamente lui e la sua famiglia portano nel cuore. Noi, umilmente, non possiamo che ringraziarlo per un altro magnifico tassello di una carriera davvero leggendaria: pezzi come la title track, Rings Of Saturn e la già citata Distant Sky sono bellissimi sia musicalmente che, come già accennato, nei loro testi. In poche parole, uno dei CD più belli e sentiti dell’anno.

Voto finale: 9.

Angel Olsen, “My Woman”

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Il terzo album della statunitense Angel Olsen è la sua definitiva consacrazione: possiamo infatti eleggere la bella Angel tra le voci femminili più importanti del panorama pop/rock contemporaneo. Inizialmente la sua musica rappresentava un buon connubio di folk, country ed indie rock. Con “My Woman”, però, il suo range sonoro si amplia: sono evidenti le influenze di Beach House, Fiona Apple e Joanna Newsom. Nel contempo, però, Olsen riesce ad aggiungere quel qualcosa in più che dà a “My Woman” un fascino tutto particolare: dal synth pop dell’iniziale Intern, passando per le lunghissime Sister (bellissimo pezzo indie) e Woman, fino ad arrivare alla conclusiva, intima Pops, la tonalità sempre cangiante della magnifica voce di Angel Olsen ci accompagna in un viaggio da cui è difficile uscire. Sembra proprio che con lei e Courtney Barnett il rock femminile abbia trovato due grandi interpreti.

Voto finale: 8,5.

Glass Animals, “How To Be A Human Being”

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Il titolo del secondo CD di inediti dei Glass Animals è decisamente impegnativo, così come del resto la loro musica, qua ricca come mai altrove di cambi di ritmo e di sound. Il loro nuovo album infatti predilige uno sperimentalismo radicale, fatto di richiami illustri a Talking Heads e Hot Chip, ma anche ad artisti più pop come Young The Giant e Imagine Dragons. Inutile dire che il quartetto originario di Oxford colpisce di più nel primo caso: già la iniziale Life Itself prepara l’ascoltatore, ma sono da sottolineare anche Season 2 Episode 3 (che prende in giro la mania di guardare continuamente serie tv), The Other Side Of Paradise e Poplar St. Qualcuno rimprovera alla band un eccessivo appiattimento sui grandi esempi che abbiamo citato prima, ma personalmente non so trovare nel panorama musicale odierno un gruppo che suona vintage e contemporaneo alla stessa maniera come i Glass Animals. In generale, “How To Be A Human Being” migliora ad ogni ascolto, facendone un CD fondamentale per chi apprezza la musica più d’avanguardia e sofisticata.

Voto finale: 8.

Hamilton Leithauser + Rostam, “I Had A Dream That You Were Mine”

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La collaborazione fra l’ex frontman dei Walkmen Hamilton Leithauser e l’ex multi-strumentista dei Vampire Weekend Rostam Batmanglij risulta in un buon CD: dieci canzoni che guardano fortemente al passato, soprattutto agli anni ’60-’70 del secolo scorso. Colpiscono positivamente soprattutto due cose: la produzione dell’album, impeccabile e ricca di particolari deliziosi (le voci alla fine di When The Truth Is… e durante 1959, il banjo in Peaceful Morning tra i migliori) e la duttilità della voce di Leithauser, mai stato così vario in un singolo album (addirittura in una canzone, come nella bella Sick As A Dog). Detto questo, come nel caso dei Wilco (continuate a leggere e vedrete cosa intendo), chi cerca invenzioni clamorose musicalmente parlando forse non gradirà troppo questo “I Had A Dream That You Were Mine”. Viceversa, gli amanti di Walkmen e Vampire Weekend ritroveranno molti tratti caratteristici delle due band: orecchiabilità, coesione sonora e rilettura dei classici, per esempio. Le canzoni migliori sono l’iniziale A 1000 Times, dolce canzone d’amore; le già citate Sick As A Dog e 1959; e Rough Going (I Won’t Let Up), quasi jazz. Il capolavoro vero però è When The Truth Is…, perfetta melodia, condita con pianoforte e strumentazione minimale, tutta farina del sacco di Rostam; la voce di Leithauser accompagna il tutto. Niente di paragonabile a “Modern Vampires Of The City” (2013), l’album della definitiva consacrazione dei VW, però certamente un LP godibile e curato, che riporta nel pieno della forma due tra le menti più creative del mondo indie americano. Una vera delizia pop d’autore.

Voto finale: 8.

Wilco, “Schmilco”

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Giunti al decimo lavoro, i Wilco, capitanati da un sempre più carismatico Jeff Tweedy, non smettono di stupire. L’anno scorso avevano fatto uscire esclusivamente su Internet “Star Wars”, con una ricezione positiva sia del pubblico sia della critica, soprattutto per la voglia di sperimentare presente nel CD (era stato inserito anche nella lista dei migliori album del 2015 di A-Rock, per quello che conta). Con “Schmilco”, ormai alla doppia cifra di LP di inediti, Tweedy e co. rileggono la storia del country e del rock americani, cercando di collegarsi ai loro maggiori successi, soprattutto al superbo “Yankee Hotel Foxtrot” (2002). Insomma, niente di innovativo (e pensare che “Schmilco” è stato composto nelle stesse sessions di “Star Wars”), ma il mestiere e l’esperienza mantengono altissimo il livello delle canzoni. Da ricordare in particolare Cry All Day, Normal American Kids e If I Ever Was A Child. Menzione finale per la buffissima copertina, che fa il paio con quella del precedente “Star Wars” (che rappresentava un gatto bianco su un divano, quindi del tutto sconnessa dal titolo): invecchiare con ironia si può, anzi si deve. Niente da dire, quindi: è proprio vero che il buon vino migliora col passare degli anni. E i Wilco, beh, sono un vino davvero squisito.

Voto finale: 7,5.

 Preoccupations, “Preoccupations”

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Teoricamente, i Preoccupations sono già una band esperta, avendo alle spalle già tre album, seppure con due nomi diversi. Dapprima, infatti, abbiamo avuto i due CD dei Women, poi quello a nome Viet Cong del 2015, un pregevole lavoro entrato nella lista dei migliori album dell’anno di A-Rock. Infine ecco questo “Preoccupations”, eponimo del nuovo nome preso dal gruppo canadese. Se il primo cambio di formazione fu dovuto ad un tragico fatto (la morte del membro fondatore Christopher Reimer), questa volta il passaggio da Viet Cong a Preoccupations è un fatto puramente “politico”. La storia però non cambia: la band rimane maestra nel suonare un punk claustrofobico ed efficace nel trattare le tematiche più complesse della vita umana. I titoli delle canzoni lo testimoniano: abbiamo l’iniziale Anxiety, poi Monotony, Degraded e via dicendo. Rispetto al precedente “Viet Cong”, però, il suono si fa più commerciale e quindi più accessibile: se da un lato ciò contribuirà ad ampliare la fanbase del gruppo, dall’altro alcune canzoni non restano impresse come accadeva nelle precedenti incarnazioni del complesso canadese (è questo il caso di Forbidden, troppo breve e poco coinvolgente). Ottima al contrario la lunghissima Memory, che flirta con la ambient music e richiama i Deerhunter delle origini. In poche parole, un buon lavoro punk, che sarà apprezzato dai fan di questo genere come anche da quelli del rock. Per chi si aspetta sperimentalismo o arditezza, meglio passare oltre.

Voto finale: 7,5.