Le migliori canzoni del decennio 2010-2019 (200-101)

Ci siamo: dopo i 200 migliori dischi della decade appena trascorsa, A-Rock si è cimentato nella costruzione della lista delle 200 migliori canzoni degli anni 2010-2019. Anche in questo caso l’impresa non è stata per nulla semplice: dall’elettronica all’hip hop, dal folk al rock, ci sono stati innegabili highlights in ogni genere ma anche molte perle nascoste che meritavano di essere evidenziate. Non temete, le canzoni imprescindibili, da Happy di Pharrell Williams ad Alright di Kendrick Lamar, passando per Runaway di Kanye, ci sono tutte. Ma chi avrà vinto la palma di miglior canzone del decennio?

Oltre ai già citati Kendrick Lamar, Kanye West e l’onnipresente Pharrell Williams, abbiamo cercato di dare spazio a tutte le sfaccettature della musica più bella degli anni ’10 del XXI secolo: il folk gentile di Sufjan Stevens, il rock epico dei The War On Drugs, i vecchi leoni come Nick Cave & The Bad Seeds… ma anche il pop sofisticato di Lorde e il pop-rock dei Coldplay non potevano mancare!

Anche in questa occasione, per favorire la varietà di artisti proposti, abbiamo adottato alcune regole: non più di cinque canzoni, di cui due appartenenti allo stesso disco, per ciascun cantante.

In questa prima puntata avremo le prime cento melodie, vi diamo appuntamento a domani per il secondo capitolo della lista delle 200 migliori canzoni! Buona lettura!

200) The Field, Is This Power (2011)

199) Franz Ferdinand, Right Thoughts (2013)

198) MGMT, Siberian Breaks (2010)

197) Damon Albarn, Everyday Robots (2014)

196) Azealia Banks, 212 (2014)

195) Robin Thicke feat. T.I. and Pharrell Williams, Blurred Lines (2013)

194) Hamilton Leithauser feat. Rostam, A 1000 Times (2016)

193) Ty Segall, Tall Man Skinny Lady (2014)

192) Kurt Vile, Goldtone (2013)

191) St. Vincent, Prince Johnny (2014)

190) Pusha T, Infrared (2018)

189) Nicolas Jaar, Killing Time (2016)

188) Parquet Courts, Master Of My Craft (2013)

187) DIIV, Out Of Mind (2016)

186) Foals, What Went Down (2015)

185) Alvvays, In Undertow (2017)

184) Cloud Nothings, I’m Not Part Of Me (2014)

183) James Blake, Unluck (2011)

182) Sky Ferreira, Nobody Asked Me (If I Was Okay) (2013)

181) Vince Staples, Crabs In A Bucket (2017)

180) Ty Segall, Every1’s A Winner (2018)

179) Muse, Madness (2012)

178) Spoon, Hot Thoughts (2017)

177) Iceage, Catch It (2018)

176) Girls, Honey Bunny (2011)

175) Hot Chip, Motion Sickness (2012)

174) Earl Sweatshirt, Earl (2010)

173) Parquet Courts, One Man No City (2016)

172) The Horrors, Chasing Shadows (2014)

171) Real Estate, Talking Backwards (2014)

170) The Walkmen, Angela Surf City (2011)

169) Little Simz, Therapy (2019)

168) FKA twigs, Two Weeks (2014)

167) Kendrick Lamar, King Kunta (2015)

166) Chromatics, Back From The Grave (2012)

165) Parquet Courts, Bodies Made Of (2014)

164) Nicolas Jaar, Colomb (2011)

163) Jamie xx feat. Romy, SeeSaw (2015)

162) Radiohead, Lotus Flower (2011)

161) Cloud Nothings, No Future / No Past (2012)

160) Pharrell Williams, Happy (2014)

159) Disclosure, When A Fire Starts To Burn (2013)

158) The Antlers, Drift Dive (2012)

157) Coldplay, Magic (2014)

156) The Black Keys, Lonely Boy (2011)

155) St. Vincent, Birth In Reverse (2014)

154) Nick Cave & The Bad Seeds, We No Who U R (2013)

153) David Bowie, Blackstar (2016)

152) The Voidz, Leave It In My Dreams (2018)

151) Atlas Sound, Te Amo (2011)

150) Destroyer, Chinatown (2011)

149) Adele, Someone Like You (2011)

148) Nicolas Jaar, Space Is Only Noise If You Can See (2011)

147) Caribou, Can’t Do Without You (2014)

146) Liam Gallagher, Wall Of Glass (2017)

145) Arctic Monkeys, Love Is A Laserquest (2011)

144) Big Thief, Not (2019)

143) Foals, Inhaler (2013)

142) The Weeknd, House Of Balloons / Glass Table Girls (2011)

141) Suede, Barriers (2013)

140) Queens Of The Stone Age, If I Had A Tail (2013)

139) The Antlers, I Don’t Want Love (2011)

138) Kanye West, Black Skinhead (2013)

137) Radiohead, Burn The Witch (2016)

136) The Black Keys, Tighten Up (2010)

135) Grimes, Genesis (2012)

134) Car Seat Headrest, Beach Life-In-Death (2018)

133) The Horrors, You Said (2011)

132) The Strokes, Under Cover Of Darkness (2011)

131) Grizzly Bear, Yet Again (2012)

130) Pusha T, Come Back Baby (2018)

129) black midi, bmbmbm (2019)

128) Real Estate, Municipality (2011)

127) Aphex Twin, aisatsana [102] (2014)

126) Foals, Spanish Sahara (2010)

125) Suede, Outsiders (2016)

124) James Blake, The Wilhelm Scream (2011)

123) Vampire Weekend, This Life (2019)

122) The National, Don’t Swallow The Cup (2013)

121) Destroyer, Blue Eyes (2011)

120) Janelle Monáe feat. Solange and Roman GianArthur, Electric Lady (2013)

119) Beach House, Sparks (2015)

118) Kanye West, Real Friends (2016)

117) Arcade Fire, Ready To Start (2010)

116) Kendrick Lamar, The Art Of Peer Pressure (2012)

115) Savages, Shut Up (2013)

114) Mount Eerie, Real Death (2017)

113) Janelle Monáe, Make Me Feel (2018)

112) Caribou, Odessa (2010)

111) Spoon, Inside Out (2014)

110) The War On Drugs, Up All Night (2017)

109) Radiohead, Daydreaming (2016)

108) Vampire Weekend, Harmony Hall (2019)

107) Mark Ronson feat. Bruno Mars, Uptown Funk (2015)

106) Janelle Monáe feat. Big Boi, Tightrope (2010)

105) The Weeknd, Can’t Feel My Face (2015)

104) Daft Punk feat. Giorgio Moroder, Giorgio By Moroder (2013)

103) Ty Segall, Warm Hands (Freedom Returned) (2017)

102) Moses Sumney, Quarrel (2017)

101) LCD Soundsystem, Dance Yrself Clean (2010)

Appuntamento a domani con la seconda puntata: quale sarà il miglior pezzo degli anni ’10? Stay tuned!

I migliori album del decennio 2010-2019 (100-51)

Nel secondo capitolo della nostra lista dei migliori 200 CD della decade 2010-2019 attraversiamo le posizioni che vanno dalla 100 alla 51. Abbiamo già incontrato artisti rilevanti nella puntata precedente, ma le sorprese non sono finite. Buona lettura!

100) Shame, “Songs Of Praise” (2018)

(PUNK)

Il quintetto inglese potrebbe essere il nuovo volto del punk europeo: era da moltissimo tempo che non si sentiva un esordio così carico e compatto nel mondo punk, specialmente nel Vecchio Continente. In particolare, a colpire è la fiducia che gli Shame hanno nei loro mezzi: non c’è alcuna paura nel cambiare ritmo improvvisamente in una canzone, tantomeno nel corso del CD. Ne sono esempio Dust On Trial e Tasteless.

La voce di Charlie Steen, leader del gruppo, ricorda molto Archy Marshall: è come se King Krule desse libero sfogo alla sua vena rock, cercando contemporaneamente di imitare i Cloud Nothings o i Preoccupations. Da sottolineare poi il lavoro dei due chitarristi degli Shame, Eddie Green e Sean Coyle-Smith, che creano un “muro sonoro” davvero impenetrabile. I brani migliori sono Concrete, la più melodica One Rizla e la conclusiva Angie, che solo nel titolo ricorda il brano dei Rolling Stones. L’insieme è un LP compatto e coerente, con pochissime pause per l’ascoltatore, come i migliori album punk.

Per concludere, un’ultima lode agli Shame: neanche Iceage e White Lung, per citare due band punk molto rinomate di recente, avevano pubblicato esordi devastanti come “Songs Of Praise”. Non resta che seguire l’evoluzione del complesso britannico: le premesse per un’ottima carriera ci sono tutte.

99) Joanna Newsom, “Have One On Me” (2010)

(FOLK)

Il terzo album della cantautrice americana Joanna Newsom è una goduria per gli amanti della musica folk più pura. Grazie a melodie sempre cangianti, canzoni complesse mai però fini a sé stesse e l’abilità con l’arpa della Nostra, anche un triplo album (!) come “Have One On Me” è perfettamente digeribile.

Questa è infatti la prima caratteristica che colpisce del lavoro: la sua gigantesca ambizione. Pubblicare un album triplo della durata superiore ai 120 minuti, quando invece si sarebbero potuti produrre tre album distinti di ottima qualità nello spazio di 5-10 anni, è una mossa rischiosa ma dal rendimento alto, nel caso di Joanna. Se si aggiunge che lei stessa si rifiuta tutt’oggi di mettere a disposizione la sua discografia sui servizi streaming, capiamo che non è neppure dovuta alla massimizzazione dei ricavi, quanto piuttosto al solo e semplice amore per la musica e i suoi fans.

Chiaramente, in un CD tanto complesso, non tutto può essere perfetto, ma gli alti sono davvero strabilianti: la lunghissima title track, Good Intentions Paving Company e Baby Birch sono highlights assoluti. “Have One On Me” non è mai pesante, tanto da apparire anzi come il lavoro più essenziale a firma Joanna Newsom, addirittura migliore di “Ys” (2006).

98) Queens Of The Stone Age, “…Like Clockwork” (2013)

(ROCK)

Il sesto album dei veterani dell’hard rock li trovava a un bivio fondamentale: a ben sei anni da “Era Vulgaris” (2007), l’album forse più discusso tra fans e critici nella produzione della band, i Queens Of The Stone Age avrebbero ritrovato lo smalto perduto?

La risposta è sicuramente affermativa. “…Like Clockwork” infatti rispecchia fedelmente il titolo, girando per la maggior parte del tempo come un orologio svizzero, grazie a pezzi duri come My God Is The Sun e a brani più melodici come I Appear Missing. Questo è anche il CD più ricco di ospiti del gruppo: Dave Grohl, Elton John, Alex Turner e Mark Lanegan sono fra i più illustri, ma notiamo anche il recupero del precedente bassista Nick Oliveri, che era stato cacciato nell’ormai lontano 2004.

In poche parole, con “…Like Clockwork” i Queens Of The Stone Age ritrovarono un motivo per la propria esistenza, considerando inoltre un panorama musicale che tende a mettere da parte il rock per fare spazio a hip hop e trap. Josh Homme e compagni avrebbero poi proseguito il percorso di questo LP con il successivo “Villains” (2017), meno riuscito di “…Like Clockwork” ma con altrettanto successo di pubblico.

97) Chance The Rapper, “Coloring Book” (2016)

(HIP HOP – GOSPEL)

Il terzo mixtape del talentuoso Chance The Rapper è probabilmente il suo miglior lavoro fino ad ora. Dopo il bel lavoro “Acid Rap” del 2013, Chance era atteso al varco, ma “Coloring Book” non delude le attese di critica e pubblico.

Il forte afflato religioso che pervade tutto l’album, infatti, aggiunge al consueto hip hop dell’artista un tocco gospel che affascina ancora di più l’ascoltatore. I pezzi davvero da ricordare sono No Problem, Summer Friends e Same Drugs (una piccola Pyramids). Nessuno dei 14 brani del resto è davvero fuori posto: i più deboli sono la collaborazione con Future (Smoke Break) e Mixtape, ma per il resto la qualità è davvero altissima.

Possiamo senza dubbio premiare “Coloring Book” col titolo di miglior CD di musica hip hop-gospel del 2016. Forse della decade, considerato la scarsa fortuna incontrata da questo strano ibrido fra generi apparentemente agli antipodi negli anni seguenti.

96) Kanye West, “The Life Of Pablo” (2016)

(HIP HOP)

Si può criticare Kanye West per mille motivi: eccessivo egocentrismo, megalomania, arroganza… Insomma, la più grande superstar dell’hip hop non ha un carattere facile.

Musicalmente, però, niente da dire: senza di lui mancherebbe gran parte della musica rap moderna. “The Life Of Pablo” conferma la classe di Kanye: brani potenti e bellissimi come Famous, Real Friends, la perla gospel Ultralight Beam e Waves sono tra i migliori dell’anno. Da sottolineare poi il parco ospiti sterminato: Chance The Rapper, Frank Ocean, Kendrick Lamar, The Weeknd…

Insomma, un ensemble da sogno. Top 100 pienamente meritata. Soprassediamo sulle ultime vicende che hanno colpito Yeezy: i gossip passano, la musica resta. “The Life Of Pablo” è anche l’ultimo LP davvero all’altezza della fama e del talento di Kanye, che negli anni successivi si è perso fra polemiche politiche quantomeno controverse e scelte artistiche discutibili (si veda la conversione improvvisa e il rintanarsi nella musica gospel).

95) Hot Chip, “One Life Stand” (2010)

(ELETTRONICA – ROCK)

Il quarto album dei britannici Hot Chip li trova pronti a spiccare il volo. Grazie a singoli di successo come Ready For The Floor e Boy From School, gli Hot Chip si erano ritagliati la reputazione di band di punta della scena electropop d’Oltremanica.

“One Life Stand” è il compimento di anni di studio e riflessione, grazie ai quali il gruppo raggiunge il picco delle proprie capacità. Brani lunghi ma accessibili come Thieves In The Night e la title track ancora oggi, dieci anni dopo la pubblicazione, sono i pezzi pregiati del disco; da non sottovalutare la più raccolta Brothers. Il tutto viene aiutato dalla chimica fra i due cantanti, Alexis Taylor e Joe Goddard. È probabile che atti come i Tame Impala e gli Arcade Fire, alla lontana, siano stati influenzati recentemente dalla band britannica.

In conclusione, gli Hot Chip in “One Life Stand” hanno prodotto il loro LP più compiuto e coeso, segno di una carriera in costante crescita, curata nei minimi dettagli e capace di dare un degno seguito a questo pregevole lavoro con il successivo “In Our Heads” (2012).

94) Sufjan Stevens, “The Age Of Adz” (2010)

(FOLK – ELETTRONICA)

Il sesto album vero e proprio di Sufjan Stevens trova il grande cantautore americano a un bivio: meglio continuare nella consolidata formula che ne ha decretato la fortuna (ballate folk delicate e creative, con la sua voce angelica a fare da collante) oppure tentare qualcosa di nuovo e rinfrescante?

Non sapendo né leggere né scrivere Sufjan ha optato per una via di mezzo tanto intrigante quanto potenzialmente rischiosa: mescolare bellissimi pezzi folk come Futile Devices a derive elettroniche come la title track e Too Much. I risultati, pur non perfetti come nel successivo “Carrie & Lowell” (2015), hanno consentito a Stevens di ampliare notevolmente la propria palette sonora, aprendo la strada alla successiva sperimentazione di “Aporia” (2020).

Non sarebbe un CD a firma Sufjan Stevens senza qualche stranezza: innanzitutto la durata, che raggiunge i 75 minuti distribuiti su 14 pezzi, di cui uno (la conclusiva Impossible Soul) raggiunge i 25 minuti ed è divisa in cinque suite, mescolando insieme folk, elettronica e musica puramente sperimentale. Tanta creatività insieme spesso non è raggiunta da un artista nel corso di un’intera carriera… ma dato che stiamo parlando di Sufjan Stevens lo stupore è relativo.

“The Age Of Adz” è dunque un LP non facile, ma che premia gli ascoltatori pazienti con brani potenti e mai scontati. Il fatto che sia solo il terzo/quarto CD come qualità complessiva a firma Sufjan Stevens fa capire la grandezza del personaggio.

93) The National, “I Am Easy To Find” (2019)

(ROCK)

L’ottavo album dei The National, beniamini dell’indie rock statunitense, è il loro CD con più tracce (16) e dal minutaggio più elevato (64 minuti). Malgrado inevitabilmente alcuni momenti siano ridondanti, il disco è eccellente, grazie anche alla collaborazione di voci femminili di altissimo livello, fatto inedito per la band.

Matt Berninger e i fratelli Dessner e Darendorf, a soli due anni dall’ottimo “Sleep Well Beast”, vincitore del Grammy come miglior album di musica alternativa, sono tornati più in forma che mai. In “I Am Easy To Find” ogni fan del gruppo avrà soddisfazione: dalle ballate ai brani più rock, non manca davvero nulla, tanto che il disco pare una chiusura ideale di un cerchio cominciato nello scorso millennio. Dicevamo inoltre che il CD è popolato da presenze esterne ai The National: in effetti molte vocalist, da Sharon Van Etten a Gail Ann Dorsey, si alternano con Berninger, creando vocalizzi molto belli e innovativi per la band. Infine, ricordiamo che “I Am Easy To Find” fa da colonna sonora a un breve film con protagonista l’attrice premio Oscar Alicia Vikander. Insomma, un’opera davvero totale, sintomo di grande ambizione da parte del gruppo.

Le prime due tracce sono magnetiche: You Had Your Soul With You e Quiet Light rientrano a pieno titolo fra le migliori dei The National, la prima con base ritmica forsennata, la seconda più raccolta. Invece Oblivions è leggermente sotto la media, mentre The Pull Of You ricorda la Guilty Party di “Sleep Well Beast”. Anche la seconda metà del CD è molto intrigante: eccettuate la brevissima Her Father In The Pool e l’eterea Dust Swirls In Strange Light, il resto dei pezzi è sempre all’altezza della fama dei The National, con le perle di Where Is Her Head e la conclusiva Light Years.

In conclusione, “I Am Easy To Find” è un disco è coeso ma allo stesso tempo mai banale o semplicemente noioso. I The National certamente sono fra i gruppi indie rock che sono meglio maturati se paragonati alla nidiata di complessi nati a cavallo fra XX e XXI secolo. Chapeau.

92) Courtney Barnett, “Sometimes I Sit And Think, And Sometimes I Just Sit” (2015)

(ROCK)

Il titolo sembra anticipare un album prolisso e pretenzioso; beh, nessuna impressione può essere più sbagliata. Courtney Barnett è una delle esordienti indie rock più interessanti del decennio: la giovane cantante australiana ritorna a inizio XXI secolo, età dell’oro dell’indie, quando nacquero band come Strokes e Franz Ferdinand.

Le prime due canzoni Elevator Operator e Pedestrian At Best sono manifesti delle intenzioni della Barnett; Small Poppies addirittura ricorda i Led Zeppelin. Il suo suono riesce però a contaminarsi anche con White Stripes e il pop à la Robbie Williams, ottenendo risultati spesso straordinari: la conclusiva Boxing Day Blues ne è un valido esempio.

L’immediatezza di “Sometimes I Sit And Think…” è paragonabile a “Vampire Weekend” e “Teen Dream” (tanto per citare due band come Vampire Weekend e Beach House che di immediatezza se ne intendono). Chiaramente il CD di per sé non sarà un capolavoro di sperimentalismo o arditezza stilistica, ma la musica deve anche essere svago, giusto? Quindi: grazie Courtney per aver riaperto (anche se per poco più di 35 minuti) l’armadio dei nostri ricordi, quando sembrava che l’indie dovesse soppiantare il mainstream.

91) My Bloody Valentine, “m b v” (2013)

(ROCK)

Nel 2013 aspettarsi un nuovo album a firma My Bloody Valentine pareva un sogno destinato a non essere mai realizzato. “Loveless” (1991) era stato il picco dello shoegaze e Kevin Shields e compagni non erano stati in grado di dargli un seguito in 22 anni, fra falsi annunci e tentativi abortiti in studio.

Il fatto che, non solo il CD sia finalmente arrivato ma sia anche bello, anzi bellissimo, è quasi un miracolo. I My Bloody Valentine non si limitano a ricalcare il successo del secolo scorso riprendendo a menadito tutti i particolari che li hanno resi unici: voci androgine e mixate in scarsa evidenza, chitarre piene di riverbero, bassi e batteria inesistenti… No, nel terzo finale del lavoro arrivano anche a cercare nuove soluzioni, vicine alla musica sperimentale (si senta ad esempio Wonder 2).

È vero tuttavia che i pezzi migliori sono comunque più vicini allo shoegaze: da Only Tomorrow a Who Sees You, passando per She Found Now, la band irlandese si conferma maestra del genere. Kevin Shields ha ancora una volta dimostrato tutta la sua abilità, creando un lavoro nostalgico ma mai scontato. Forse non raggiungerà le vette di “Loveless”, ma questo “m b v” è un degno erede. Speriamo solamente che per il quarto LP del gruppo non si debbano attendere altri 22 anni.

90) Disclosure, “Settle” (2013)

(ELETTRONICA)

All’esordio, i fratelli Guy e Howard Lawrence fanno già il pieno, sia di critiche positive che di vendite. “Settle” è infatti uno dei migliori album di musica dance del 2013, abilissimo nel mescolare la house anni ’80 con i ritmi più moderni.

Notevoli anche le collaborazioni: abbiamo infatti tra gli altri Sam Smith, Mary J. Blige, AlunaGeorge… Insomma, pezzi da 90 della musica contemporanea. Tra i migliori brani abbiamo la celeberrima Latch, la trascinante When A Fire Starts To Burn, Voices e la più intima Help Me Lose My Mind.

In poche parole, un ottimo inizio per Guy e Howard Lawrence, solo parzialmente confermato dai seguenti “Caracal” (2015) e il breve EP del 2016 “Moog For Love”.

89) Kurt Vile, “Smoke Ring For My Halo” (2011)

(ROCK – FOLK)

“Smoke Ring For My Halo” è il CD che ha fatto conoscere ad un pubblico più ampio Kurt Vile, ex War On The Drugs ed eroe degli slacker mondiali, ovvero uno di quei personaggi spesso al bordo della strada che paiono osservare disinteressati l’ambiente circostante ma poi, quasi pigramente, fanno osservazioni assolutamente fuori dal comune.

Il CD è una brillante collezione di canzoni folk-rock, nel solco tracciato da Bob Dylan, Neil Young e Tom Petty, tuttavia aggiornato abbastanza da essere attuale ancora oggi. È forse il disco più coeso e meno prolisso di Kurt, anche se non ha la smisurata ambizione del successore “Wakin On A Pretty Daze” (2013).

Tuttavia, canzoni riuscite come Puppet To The Man e Ghost Town, senza scordarci la delicata Baby’s Arms e Jesus Fever, rendono davvero speciale questo disco, uno dei migliori lavori del decennio 2010-2019 proprio per questa sua incredibile qualità: suonare antico e contemporaneo allo stesso tempo.

88) A.A.L. (Against All Logic), “2012-2017” (2018)

(ELETTRONICA)

Tutti gli appassionati di musica elettronica conoscono Nicolas Jaar, geniale compositore di origine cilena ormai trapiantato in America, una delle ritmiche più riconoscibili del panorama musicale. Ritmi sensuali, produzione impeccabile e sample campionati sempre azzeccati: ecco le principali caratteristiche di molte canzoni di Jaar. Stupisce perciò il riutilizzo di un suo alias che pareva ormai abbandonato, questo A.A.L. (Against All Logic), ma non più di tanto il genere affrontato. Jaar infatti percorre gli usuali percorsi a metà fra IDM e funk, ma con ancora maggiore consapevolezza nei propri mezzi e un gusto per la melodia puramente danzereccia che non conoscevamo.

La partenza è straordinaria: sia This Old House Is All I Have che I Never Dream settano perfettamente il tono del CD, con tastiere sinuose e voci elettrizzanti in sottofondo; Jaar è ormai totalmente padrone di questo genere peculiare ed è un vero piacere ascoltarlo in questa condizione brillante. Il disco contiene altre perle di indubbio valore: Now U Got Me Hooked è un brano dance perfetto, Rave On U chiude magistralmente il disco. Menzione anche per Cityfade e Hopeless, altri pezzi house notevoli. Un po’ sotto la media del disco invece Know You e Such A Bad Way.

A.A.L. (Against All Logic), aka Nicolas Jaar, aveva già fatto intravedere indubbie qualità sia nella sua carriera solista che nei Darkside. Questo album ne è un’ulteriore conferma: la pazienza e ripetuti ascolti verranno ampiamente ripagati.

87) Foals, “Holy Fire” (2013)

(ROCK)

Tutti attendevano al varco i Foals: la tensione rischiava di divorarli. Invece, i cinque ragazzi se ne uscirono nel 2013 con un album ancora più bello di “Total Life Forever” (2010), svoltando verso un rock più carico, quasi hard rock in certi tratti.

Ne sono simboli due delle canzoni migliori del CD: Prelude e Inhaler (quest’ultima trascinante nel ritornello) sono come gemelli siamesi, una senza l’altra non esisterebbe, ma proprio per questo acquistano fascino. Non male il funk à la Hot Chip di My Number, così come il quasi shoegaze della conclusiva Moon.

Insomma, un lavoro vario e ben riuscito, che conferma il talento dei Foals e il loro appeal sul pubblico, fatto ulteriormente validato dal successivo “What Went Down” (2015). Uno dei migliori album rock dell’anno e della decade.

86) Run The Jewels, “Run The Jewels 3” (2017)

(HIP HOP)

Il terzo CD del duo formato da El-P e Killer Mike è quello più coeso e stilisticamente più coinvolgente. Non una cosa facile da ottenere, dato che tutti i lavori del duo sono molto riusciti: se il primo “Run The Jewels” era fondamentalmente spassoso e divertente, “Run The Jewels 2” era pura rabbia sociale. Possiamo dire che la trilogia si conclude con un LP che prepara la rivolta; o che, almeno, si candida fortemente a farle da colonna sonora.

Se infatti i nomi degli album e le copertine cambiano per minimi particolari, nei testi e nelle sonorità El-P e Killer Mike sono cangianti come pochi. Qua sono privilegiate basi potenti e opprimenti: ricordano un poco il Danny Brown di “Atrocity Exhibition” (2016), tanto che Brown è anche ospite nella riuscita Hey Kids (Bumaye). Altri bei brani sono le iniziali Talk To Me e Legend Has It, dove la critica al presidente americano Donald Trump è marcata; ma anche la conclusiva A Report To The Shareholders/ Kill Your Masters è eccellente. L’unico brano debole è Everybody Stay Calm, ma è un peccato veniale in un’opera davvero ottima.

Insomma, cari “masters” (questo il nome affibbiato all’establishment dal duo), c’è poco da stare tranquilli: il disagio è diffuso e sta per esplodere. I RTJ ne sono a conoscenza e in Thieves! (Screamed The Ghost) hanno anche ripreso le parole del grande Martin Luther King per sottolinearlo: “a riot is the language of the unheard”. Un manifesto politico di rara efficacia.

85) Waxahatchee, “Out In The Storm” (2017)

(ROCK)

Il quarto CD del progetto Waxahatchee, guidato dalla talentuosa Katie Crutchfield, è il suo lavoro più riuscito: 10 tracce e 32 minuti di puro indie rock, indirizzato a tutti gli amanti del genere e a coloro che volessero farsene una prima idea.

L’indie viene spesso evocato a sproposito per artisti che tutto sono meno che indie e la cui qualità artistica è discutibile. Tutto ciò non vale per Waxahatchee: “Out In The Storm” è un LP bellissimo, con brani riuscitissimi come l’iniziale Never Been Wrong e Silver, che ricordano gli Strokes e gli Arcade Fire di “The Suburbs”; da non sottovalutare anche i pezzi più raccolti del CD, come Recite Remorse e A Little More. Ottime, infine, Brass Beam e No Question, che sarebbero highlights in molti album rock di artisti teoricamente più quotati. In generale, dunque, Crutchfield e compagni arrivano a comporre il coronamento di una carriera in costante crescita: partiti come artisti lo-fi, la produzione e la cura dei dettagli si sono via via affinate, fino ad arrivare a risultati quasi perfetti in questo disco.

L’indie, territorio considerato prevalentemente (se non solamente) maschile fino a pochi anni fa, ha riscoperto ultimamente l’altro sesso, con interpreti giovani e ispirate come Vagabond, Jay Som e Waxahatchee, senza scordarsi Courtney Barnett e Angel Olsen. Una necessaria rinfrescata ad un genere che pareva moribondo. Waxahatchee è un progetto fondamentale per la rinascita dell’indie rock, come testimoniato una volta di più con questo splendido “Out In The Storm”.

84) Wilco, “The Whole Love” (2011)

(ROCK)

I Wilco sono fin dalla nascita uno dei gruppi rock più avvincenti della nostra epoca. Flirtando spesso con country e folk, il complesso americano ci ha regalato nel corso della loro carriera capolavori maestosi come “Summerteeth” (1999) e “Yankee Hotel Foxtrot” (2001).

“The Whole Love” potrebbe parere a primo acchito un tipico album di mezz’età di una band ormai soddisfatta della propria posizione nello scacchiere musicale e non più interessata a prendere rischi. Beh, se pensate questo non conoscete bene i Wilco: la loro qualità migliore è sempre stata infatti quella di brillare nei momenti apparentemente di maggiore sicurezza, che per altre band avrebbero segnato l’inizio della fine.

Jeff Tweedy e compagni con “The Whole Love” hanno infatti probabilmente creato il terzo miglior album di una carriera sempre più stellata. Pezzi ambiziosi come Art Of Almost e la conclusiva One Sunday Morning (Song For Jane Smiley’s Boyfriend) sono clamorosi nella loro difficoltà ma perfettamente compiuti. Lo stesso vale per la più semplice ma deliziosa I Might.

In conclusione, i Wilco hanno confermato ancora una volta di possedere un talento sconfinato, fonte primaria di una carriera ormai trentennale e con successi pienamente meritati.

83) Death Grips, “The Money Store” (2012)

(HIP HOP – SPERIMENTALE)

Il primo album del duo hip hop noto come Death Grips fa seguito al mixtape “Exmilitary” del 2011 e ne è una logica continuazione. Partiamo da una premessa: come possono però convivere efficacemente rap, punk e noise in un album di 13 brani per 41 minuti? Questo è il mistero più affascinante di “The Money Store”.

MC Ride e Zach Hill, rispettivamente cantante e polistrumentista del gruppo, non hanno mai più raggiunto questo miracoloso equilibrio, ma “The Money Store” resta un reperto unico. Il CD è infatti altamente repellente, pieno di rabbia, rime insensate e suoni che all’orecchio suonano come un martello pneumatico… ma forse proprio oggi, per tutti questi motivi, suona più vitale che mai?

Non è ben chiaro verso chi sia diretta la rabbia dei Death Grips, probabilmente è più un volgersi verso la pura anarchia (il duo intitolerà non a caso un lavoro nel 2015 “The Powers That B”). L’altra cosa davvero incredibile di “The Money Store” è il successo di pubblico che ha riscosso: malgrado la già accennata totale assenza di brani commerciali, pezzi come I’ve Seen Footage e Get Got hanno ottimi numeri nei servizi di streaming. Con merito, viene da dire: entrambi hanno un implicito fascino, fatto di suoni discordanti ma equilibrati, così come The Fever (Aye Aye).

“The Money Store” è uno dei dischi più influenti e allo stesso tempo più irripetibile della moderna storia del rap. Mescolando industrial, rap e musica puramente sperimentale i Death Grips hanno prodotto a loro modo un capolavoro, destinato a far parlare di sé ancora per molti anni.

82) Solange, “A Seat At The Table” (2016)

(R&B – SOUL)

Il 2016 è stato caratterizzato da una buona quantità di CD che trattano dei problemi razziali tra neri e bianchi negli Stati Uniti, mescolando grande musica e impegno civile. Si pensi, oltre a questo “A Seat At The Table”, a “Formation” di Beyoncé e a “Freetwon Sound” di Blood Orange.

La sorella minore di Bey, Solange, con il suo terzo lavoro “A Seat At The Table” ha prodotto un notevole CD di pura black music, mescolando sapientemente R&B, funk e soul e rifacendosi ai pilastri del passato (James Brown, Michael Jackson e Prince soprattutto), con una spruzzata di elettronica in Don’t You Wait.

La voce della più giovane delle sorelle Knowles ricorda molto quella di Queen Bey; le liriche trattano prevalentemente il tema dell’essere una donna afroamericana oggi, con tutto ciò che ne consegue in termini di discriminazione, ma anche di orgoglio e senso di appartenenza. Ricordiamo in particolare F.U.B.U. (cioè For Us, By Us) e l’iniziale Rise tra i brani migliori; ottimi anche Cranes In The Sky e Where Do We Go. Gli unici difetti di “A Seat At The Table” sono l’eccessivo numero di canzoni e la numerosità degli intermezzi, che rompono troppo spesso il fluire dei beat.

In generale, però, Solange ha dimostrato che il talento in casa Knowles non è appannaggio solo della sorella maggiore.

81) Godspeed You! Black Emeperor, “Allelujah! Don’t Bend! Ascend!” (2012)

(ROCK – SPERIMENTALE)

I Godspeed You! Black Emperor sono da sempre riconosciuti come gli artisti pionieri del post-rock, quel genere che mescola rock e musica sperimentale, con punte di metal, per creare spesso brani monumentali che, per l’appunto, hanno perso qualsiasi cosa le rendesse rock per diventare qualcosa di diverso, più epico e decisamente meno commerciale.

“Allelujah! Don’t Bend! Ascend!” segna il ritorno della band ben dieci anni dopo l’ultimo disco, “Yanqui U.X.O.” (2002). Il lavoro è composto da quattro canzoni, con una struttura a specchio. Prima uno decisamente articolato (con durata superiore ai 20 minuti!), poi uno più semplice, che funge da ristoro dopo due corse sfrenate. Se la prima metà è decisamente cupa, nella seconda i Godspeed You! Black Emperor cercano ritmi meno devastanti, prova ne siano i 20 minuti di We Drift Like Worried Fire, opposti alla durezza e drammaticità di Mladic. I due intermezzi Their Helicopters Sing e Strung Like Lights At Thee Printemps Erable accompagnano poi l’ascoltatore in territori più elettronici, quasi sperimentali.

“Allelujah! Don’t Bend! Ascend!” si caratterizza così per essere il disco più intenso del collettivo canadese, già noto ai fans per CD mai facili al primo ascolto. La carriera della band prosegue tutt’ora, con l’ultimo lavoro Luciferian Towers che risale al 2017, a testimonianza di un complesso più vivo che mai.

80) Earl Sweatshirt, “Some Rap Songs” (2018)

(HIP HOP – JAZZ)

Earl Sweatshirt è da sempre la figura più enigmatica del collettivo Odd Future, un covo di talenti comprendente nomi del calibro di Frank Ocean, Tyler the Creator e Syd (The Internet). Di lui si sente parlare solamente in caso di uscite di nuova musica, segno che tiene molto alla propria privacy.

“Some Rap Songs” è un titolo fuorviante: il breve e frammentario disco (15 canzoni per soli 24 minuti di durata) contiene in realtà tutti i crismi del piccolo capolavoro. Mescolando abilmente jazz e hip hop, con inserti di musica puramente sperimentale, “Some Rap Songs” è il CD più avventuroso di Earl, simbolo di un (possibile) nuovo movimento nel rap contemporaneo, non più prono al pop/R&B come Drake e compagnia, ma visionario e pronto a sperimentare. Se a primo impatto la struttura dell’album può apparire straniante, in realtà non bisogna pensare che sia un lavoro tirato via, soprattutto dato che deriva da tre anni di studio e lutti per Earl, che hanno influenzato profondamente la sua musica più recente. Nel 2018 sono morti il padre e lo zio del Nostro; soprattutto il primo era stato bersaglio in passato di invettive e offese da parte del rapper nato Thebe Neruda Kgositsile, ma in “Some Rap Songs” vi sono segni di riconciliazione.

I pezzi migliori sono Red Water, Ontheway!, The Mint e Veins, ma nessuno può dirsi brutto o semplicemente deludente. Ciò malgrado alcuni arrivino a durare a malapena un minuto; malgrado questa caratteristica, infatti, ognuno è chiaramente parte di un tutto coeso e con un chiaro obiettivo, non risultando quindi mai fuori posto o tirato via.

In conclusione, Earl Sweatshirt ha prodotto un altro LP (non tanto long in realtà) che lo consacra come uno dei rapper più interessanti della sua generazione.

79) LCD Soundsystem, “American Dream” (2017)

(ELETTRONICA – ROCK)

Gli LCD Soundsystem si erano sciolti nell’ormai lontano 2011, l’ultimo LP di inediti è del 2010, quel “This Is Happening” che li aveva tanto fatti amare anche da un pubblico più ampio: la hit I Can Change era addirittura finita sul videogioco FIFA11. Insomma, sembrava scritto che la band acquistasse sempre più visibilità, invece James Murphy e compagni avevano deciso di chiudere baracca e burattini. Una mossa apparentemente folle, in realtà coraggiosa e coerente con il loro percorso artistico: in You Wanted A Hit, non a caso, se la prendevano con la loro casa discografica che aveva quasi imposto loro di scrivere una hit radiofonica, altrimenti il contratto sarebbe terminato.

“American Dream” è un trionfo. L’inizio di Oh Baby è lentissimo, ma poi la canzone sboccia e diventa irresistibile. Poi abbiamo due canzoni destinati ai fan duri e puri del gruppo, che ricordano le atmosfere di “Sound Of Silver” (2007), ma convincono meno: sono rispettivamente Other Voices e I Used To. La carichissima Change Yr Mind sarà ottima live, ma su disco è solo passabile; la meraviglia arriva con la lunga How Do You Sleep?, highlight del disco. Il tono del brano è molto cupo; la canzone è però ottima e trascinante.

La seconda parte del disco è più rock della prima, probabilmente anche più oscura e disincantata: è qui che liricamente gli LCD danno il meglio. La title track si prende gioco del cosiddetto “sogno americano” e ne proclama la fine; Black Screen, la lunghissima suite finale, è dedicata a David Bowie, artista di cui Murphy era fan sin da bambino. Sono tre le tracce da evidenziare, non a caso lanciate come singoli per promuovere il CD: Tonite ricorda molto One Touch ed è la traccia più dance del disco; Call The Police è una cavalcata punk davvero epica, mentre la già citata American Dream è una ballata indimenticabile.

In poche parole, non è l’album migliore della produzione degli LCD Soundsystem (“Sound Of Silver” è inarrivabile), nondimeno questo “American Dream” era un CD davvero necessario per completare l’eredità artistica del gruppo: se stavolta gli LCD decideranno davvero di chiuderla qui, non era pronosticabile un disco di addio così potente e riuscito, sia liricamente che musicalmente.

78) Tame Impala, “Innespeaker” (2010)

(ROCK)

L’esordio dei Tame Impala segna quello che sarà il loro percorso successivo: un sound che richiama molto i grandi artisti psichedelici di fine anni ’60-primi anni ’70, oltre a Flaming Lips e Beatles.

Parker condisce il tutto con la sua bella voce, molto simile a John Lennon. Gli highlights sono numerosi: ricordiamo in particolare It Is Not Meant To Be, Solitude Is Bliss (il tema della solitudine ritorna molto spesso nei testi dei Tame Impala) e Alter Ego. Bella anche la strumentale Jeremy’s Storm.

Insomma, un grande album d’esordio per la band australiana; ma ancora il meglio doveva venire, basti pensare a “Lonerism” (2012) o al rivoluzionario “Currents” (2015).

77) Bon Iver, “i,i” (2019)

(FOLK – ELETTRONICA)

Il quarto album dei Bon Iver, il progetto di Justin Vernon, arriva a tre anni dallo sperimentale “22, A Million”. Il disco è una pregevole fusione dei precedenti sforzi della band, il già citato “22, A Million” e “Bon Iver, Bon Iver” (2011). Accanto alla vena più elettronica e innovativa di Vernon troviamo infatti un ritorno alle sonorità folk che inizialmente ne decretarono la fortuna, come nella scarna Marion.

L’inizio pare ritornare al precedente LP di Vernon e compagni: sia la breve strumentale Yi che iMi sono di difficile lettura. Già con la bellissima Hey, Ma però Bon Iver ritorna ai suoi livelli: la voce di Vernon è in primo piano in tutta la sua bellezza e la strumentazione è innovativa ma mai fine a sé stessa. La seconda parte del breve ma organico CD (13 brani per 40 minuti) è la più riuscita: abbiamo alcune delle più belle canzoni a firma Bon Iver, da Naeem a Sh’diah passando per l’epica Faith. In generale, aiutato anche da numerosi collaboratori, fra cui annoveriamo i fratelli Dessner dei The National, Moses Sumney e James Blake, Bon Iver come accennato riesce a bilanciare quasi perfettamente i suoi istinti più sperimentali con quelli più accessibili, creando con “i,i” un disco davvero affascinante.

Strumentalmente, questo è forse il lavoro meno avanguardistico di Bon Iver: mentre con le sue precedenti opere il gruppo americano aveva sempre anticipato o cavalcato i trend della musica contemporanea, tanto da guadagnarsi collaborazioni di alto profilo con due visionari come Kanye West e James Blake, oggi Vernon si limita a ri-assemblare il suono del progetto Bon Iver. Tuttavia, se i risultati sono così eccezionalmente belli, è probabile che Justin abbia ancora diversi assi nella manica.

76) Mac DeMarco, “Salad Days” (2014)

(ROCK)

Il secondo album vero e proprio del cantautore canadese Mac DeMarco è la definitiva affermazione dopo il già interessante “2” del 2012. “Salad Days” mantiene la stessa stranezza di fondo, creata da atmosfere sempre ovattate, titoli e testi spesso nonsense (basti pensare a “Salad Days”) e canzoni tanto semplici quanto irresistibili, su tutte le riuscitissime Blue Boy e Brother.

Tuttavia, non bisogna prendere Mac per un sempliciotto: in sole 11 canzoni e 34 minuti è infatti riuscito a creare il suo miglior CD, pieno anche di riferimenti testuali attuali (si veda Treat Her Better, contro la violenza sulle donne). Si hanno poi anche aperture alla psichedelia, in Chamber Of Reflection specialmente.

Insomma, una miniera d’oro per gli amanti dell’indie rock più scanzonato ma allo stesso tempo attento al mondo che ci circonda. Mac non sarà il miglior cantautore della sua generazione, ma a volte anche del semplice buonumore è il benvenuto, no?

75) Nick Cave & The Bad Seeds, “Push The Sky Away” (2013)

(ROCK)

Il quindicesimo album di Nick Cave, come spesso affiancato dai fidati Bad Seeds, è stato il primo seguito all’avventura dei Grinderman, che l’aveva visto mettere da parte il progetto primario per alcuni anni a inizio decade.

“Push The Sky Away” prosegue idealmente la traiettoria intrapresa nei bellissimi lavori “The Boatman’s Call” (1997) e “No More Shall We part” (2001), vale a dire un Nick Cave decisamente più tranquillo rispetto allo scatenato frontman degli anni ’80. Abbiamo quindi atmosfere decisamente rilassate, quasi ambient, solo a tratti reminiscenti dei Bad Seeds di qualche anno prima (Jubilee Street ad esempio è magnifica in questo senso). Anche liricamente, mentre prima Nick parlava spesso di episodi biblici o assassini spietati (si ricordi la celebre Red Right Hand), adesso fanno capolino argomenti più mondani, dal bosone di Higgs (Higgs Boson Blues) a Hannah Montana (!!), in Mermaids, a Wikipedia.

Nick Cave inaugurò con “Push The Sky Away” la trilogia di CD sperimentali continuata poi con il devastante “Skeleton Tree” (2016) e “Ghosteen” (2019), questi ultimi influenzati anche dalla morte del figlio del Nostro. Insomma, certamente non album leggeri, ma capaci di connettersi come mai prima ai fans del gruppo e giustamente osannati dalla critica di settore.

74) Beyoncé, “Lemonade” (2016)

(POP – R&B)

Il CD della vendetta per la più splendente star femminile della musica nera contemporanea. Grazie anche ad ospiti di assoluto livello (James Blake, Jack White, Kendrick Lamar tra gli altri), Bey convoglia tutta la rabbia contro il marito Jay-Z in “Lemonade”, con brani riusciti come Hold Up, Don’t Hurt Yourself e 6 Inch (con The Weeknd) come highlights.

Beyoncé ha così composto il migliore album di una carriera già brillante: “Lemonade” è un esempio di come la musica possa diventare un’arma potentissima contro la discriminazione femminile e a favore della parità tra i sessi. Menzione particolare poi per lo spettacolare “visual album” che accompagna “Lemonade”: una collezione che raccoglie i video di ogni canzone contenuta nel CD.

In poche parole: una delle opere più ambiziose degli ultimi anni, che senza dubbio risuonerà anche in futuro come un capolavoro pop di altissimo livello, sia musicale che artistico (nel senso più ampio del termine).

73) Mitski, “Be The Cowboy” (2018)

(ROCK – POP)

Il quinto CD della cantante americana di origine giapponese Mitski Miyawaki (che nella sua carriera usa solo il proprio nome) è senza dubbio il suo lavoro più compiuto, un riuscito connubio di indie rock e ritmi più danzerecci, sulla falsariga degli ultimi lavori di St. Vincent, il riferimento senza dubbio di Mitski.

L’inizio è subito convincente: Geyser ha ritmi synthpop degni di Julia Holter e Grimes, mentre Why Didn’t You Stop Me? e A Pearl sono decisamente più somiglianti alle sonorità di “Puberty 2”, il disco che ha fatto conoscere Mitski al grande pubblico nel 2016. “Be The Cowboy” prosegue poi in maniera convincente fino al quattordicesimo e ultimo brano, la dolce Two Slow Dancers, per un totale di soli 32 minuti di durata: un LP compatto ma non tirato via, va detto, dato che ogni brano è perfettamente compiuto e funzionale all’economia del disco. Anche i più brevi, come Lonesome Love e Old Friend, che non raggiungono i due minuti, non mancano di fascino.

In conclusione, l’indie rock ha trovato un’altra convincente voce femminile: come già detto, l’influenza di Annie Clark è presente in molte parti di “Be The Cowboy”, nondimeno Mitski è capace di scrivere canzoni avvolgenti e mai banali, una qualità solo intravista nei suoi precedenti album.

72) Cloud Nothings, “Attack On Memory” (2012)

(PUNK – ROCK)

Il secondo album degli statunitensi Cloud Nothings, capitanati dall’indomito Dylan Baldi, è arrivato come un fulmine a ciel sereno nella scena indie d’Oltremanica. Prodotto dal leggendario Steve Albini (storico collaboratore dei Nirvana), “Attack On Memory” suona in effetti come un disco grunge: duro, con voce di Baldi in primo piano, liriche disperanti e batteria rutilante.

L’inizio è scioccante: No Future/No Past è tutt’oggi uno dei pezzi migliori del gruppo, con quella cavalcata finale che evoca il titolo dell’album. Ancora più spiazzante Wasted Days: oltre 8 minuti, con ampia sezione strumentale nella parte centrale e il testo forse più drammatico ma in cui è più facile riconoscersi: “I thought! I would! Be more! Than this!”, ripetuto come un mantra dalla voce straziata di Baldi. Il CD prosegue poi con pezzi più vicini al rock, come Stay Useless, che allentano la pressione nella seconda parte del lavoro.

“Attack On Memory” è l’inizio di una bella storia nel mondo punk-rock, proseguita poi con l’altrettanto potente “Here And Nowhere Else” (2014). I Cloud Nothings, però, non sono mai suonati così spontanei nella loro ancora giovane carriera. Ecco perché “Attack On Memory” mantiene un posto di prestigio fra i migliori album punk del decennio.

71) Real Estate, “Atlas” (2014)

(ROCK)

I Real Estate, giunti al terzo lavoro, raggiungono probabilmente il miglior risultato possibile per il loro dream pop, molto simile in “Atlas” agli Arctic Monkeys di “Suck It And See”, ma con quel tocco di Phoenix (sia nella voce di Martin Courtney che nelle melodie) che arricchisce ulteriormente il range di ritmi dell’album.

“Atlas” si contraddistingue per canzoni graziose e ben fatte (su tutte Had To Hear e Talking Backwards, senza dimenticare la strumentale April’s Song), ma nessuna delle tracce di “Atlas” è fuori fuoco. Un LP praticamente impeccabile, “Atlas” resterà sicuramente un caposaldo dell’indie negli anni a venire.

È un peccato che i Real Estate siano poi stati travolti dallo scandalo legato al loro chitarrista principale Matthew Mondanile (accusato di comportamenti inappropriati da varie donne e costretto a lasciare la band), tanto da non riuscire a replicare fino ad ora i brillanti risultati di “Days” (2011) e “Atlas”. Nulla però ci toglierà mai la possibilità di ascoltare un’altra volta un capolavoro come “Atlas”, tanto semplice quanto riuscito.

70) FKA twigs, “MAGDALENE” (2019)

(ELETTRONICA – R&B)

La figura di FKA twigs, nome d’arte della britannica Tahliah Debrett Barnett, è tra le più enigmatiche del panorama mondiale del pop e dell’elettronica più raffinata. Misteriosa sì, ma mainstream: fino a qualche mese fa la Barnett era impegnata in una storia con Robert Pattinson, il famoso attore di Twilight. Una storia che, una volta finita, ha lasciato strascichi nella psiche di Tahliah; a ciò aggiungiamo una delicata operazione effettuata per rimuovere dei fibroidi dal suo utero, superata solo recentemente. Insomma, nei quattro anni passati da “M3LL155X” purtroppo la vita non è stata facile per FKA twigs.

Musicalmente “MAGDALENE” è un sunto dell’estetica di FKA twigs, ma anche una crescita decisa verso lidi inesplorati: se prima si parlava di lei come di una meravigliosa vocalist e performer, tanto brava a ballare quanto a cantare, vogliosa di esplorare territori elettronici e R&B, adesso FKA twigs è una carta spendibile anche nell’art pop e nell’hip hop meno volgare e scontato, prova ne siano le collaborazioni recenti con Future e A$AP Rocky. Nessuna delle 9 tracce del CD è fuori posto, la durata è ragionevole (38 minuti) e FKA twigs è in forma smagliante: tutto è pronto per un trionfo. Fatto vero, testimoniato da un capolavoro come cellophane e da brani solidi come sad day e thousand eyes. Abbiamo in più, a supporto della Barnett, supporto nella produzione da parte di giganti come Skrillex e Nicolas Jaar, che aggiungono la loro esperienza in campo elettronico per creare textures imprevedibili.

FKA twigs era già un nome chiacchierato nella stampa specializzata, ma “MAGDALENE” alza il livello: Tahliah Debrett Barnett supera a pieni voti l’esame secondo album, creando canzoni sempre intricate ma mai fini a sé stesse, ricche di significato universale.

69) James Blake, “James Blake” (2011)

(ELETTRONICA)

Dopo una serie di EP cominciata nel 2009 con “Air & Lack Thereof” e proseguita con “The Bells Sketch EP”, “CMYK EP” e “Klavierwerke EP” (tutti del 2010), la pubblicazione dell’album d’esordio del cantautore inglese James Blake era attesissima.

Attesa ben ripagata dall’eponimo “James Blake”, uno degli album di musica elettronica (ma anche pop e R&B) più influenti della scorsa decade. Potremmo anzi dire che, assieme alla “Trilogy” di The Weeknd, questo disco abbia riscritto le regole dell’R&B alternativo e dell’elettronica più raffinata.

Basi derivanti dal garage di Burial sono infatti mescolate al pianoforte e ad una sensibilità pop che, nei suoi momenti migliori, rende le canzoni di “James Blake” sublimi. Basti sentire per la prima volta The Wilhelm Scream o le due Lindisfarne. Non tutto è perfetto, altrimenti il CD sarebbe facilmente entrato nella top 10 della decade, ma i risultati complessivi sono stupefacenti.

68) Aphex Twin, “Syro” (2014)

(ELETTRONICA)

Lo avevamo dato per spacciato: Aphex Twin sembrava oramai pronto per i libri di storia della musica, descritto come una delle voci più importanti del panorama della musica elettronica, fino però ai primi anni 2000. Invece, uno dei ritorni più graditi del 2014 è senza dubbio quello di Richard D. James, aka Aphex Twin, 13 anni dopo l’ultimo lavoro di studio “Drukqs”.

La qualità della produzione di Aphex è come sempre notevole: un’elettronica raffinata, a volte orecchiabile (come nella introduttiva minipops 67 [120.2]), altre volte più aggressiva (come nella lunga suite XMAS_EVET10 [120] o nella più breve 180 db_[130]). Il colpo da maestro arriva però con la conclusiva aisatsana [102], delicatissima e commovente: solo piano di James e uccellini di sottofondo, che creano un’atmosfera davvero affascinante. Una sensibilità così spiccata in RDJ ci era ignota: chapeau.

67) Sleater-Kinney, “No Cities To Love” (2015)

(PUNK – ROCK)

Le Sleater-Kinney sono state negli anni ’90 una delle band simbolo del movimento punk femminile americano (non a caso chiamato “riot grrl”), assieme alle Hole di Courtney Love. Dopo aver sfornato sei ottimi CD, nel 2006 si erano sciolte, dedicandosi a progetti solisti. Nove anni dopo, l’evento: la reunion. E i risultati sono ancora una volta ottimi.

Le tre ex ragazze rivoltose si scoprono più mature, ma i cavalli di battaglia sono sempre i soliti, dalla critica al capitalismo sfrenato, alla discriminazione verso il sesso femminile, alla lotta alla povertà. Il punk delle origini non si è diluito, anzi: in poco più di 30 minuti le Sleater-Kinney sfornano dieci potenziali hit punk-rock, nessuna delle quali sfigura. Spiccano Price Tag, la title-track e A New Wave, una delle tracce dell’anno.

Insomma, un trionfo: come testimoniano Blur e Sleater-Kinney (ma anche i My Bloody Valentine nel 2013), le reunion a volte riescono ad aggiungere capitoli interessanti a carriere già leggendarie.

66) Vampire Weekend, “Contra” (2010)

(ROCK – POP)

Il rischio dei secondi album di band talentuose ma fondamentalmente “conservatrici” è quello di tentare di ripetere il primo, riuscendoci solo a tratti. Questo è il caso di Strokes, Interpol, Bloc Party e Franz Ferdinand, per citarne alcuni celebri. Ma “Contra”, secondo CD dei Vampire Weekend, non compie questo errore: la band riesce ad ampliare notevolmente il proprio range sonoro, aprendo ad atmosfere alla Paul Simon.

Se infatti l’inizio ricalca l’indie scanzonato di “Vampire Weekend”, il bell’esordio del 2008, con brani veloci e ben fatti come Horchata, White Sky e Holiday, la parte centrale (per esempio con Run o Taxi Cub) ma soprattutto l’ultimo tratto dell’album aprono a sonorità nuove e potenzialmente di radicale cambiamento: basti ascoltare Giving Up The Gun o Diplomat’s Son, lunga addirittura 6 minuti.

In conclusione, i Vampire Weekend, anche se non sempre centrano il bersaglio, restavano ancora una band su cui puntare: possiamo dire una start up, ancora in divenire, ma con una prospettiva a 5 stelle, fatto confermato dal magnifico “Modern Vampires Of The City” (2013).

65) SOPHIE, “OIL OF EVERY PEARL’S UN-INSIDES” (2018)

(ELETTRONICA)

Il titolo dell’album di Sophie Xeon è, se possibile, ancora più misterioso della sua musica. In effetti, si tratta di una figura retorica chiamata “mondegreen”, che consiste nell’interpretare in maniera errata una frase, sostituendo alle vere parole altre che suonano molto simili. Infatti, il titolo “apparente” del CD non è il messaggio che l’artista vuole passare: “OIL OF EVERY PEARL’S UN-INSIDES” suona infatti come “I love every person’s insides”, che è già una frase più compiuta e, anzi, nasconde un fine profondo. Infatti, SOPHIE sta comunicando che dobbiamo tutti amare una persona per come è dentro, la sua apparenza esteriore (ad esempio, il suo sesso o le sue deformità fisiche) non dovrebbero contare. Basti questo verso, preso da Immaterial, come manifesto dell’intero LP: “I could be anything I want, anyhow, any place, anywhere. Any form, any shape, anyway, anything, anything I want”.

Non banale, come messaggio. SOPHIE del resto ha fatto della sua voce androgina un tratto caratteristico della sua produzione musicale, iniziata nel 2015 con “PRODUCT” e proseguita con questo “OIL OF EVERY PEARL’S UN-INSIDES”. La sua transessualità certamente gioca un ruolo cruciale: SOPHIE è infatti nata Samuel Long e solo con questo disco ha fatto conoscere al mondo la sua “transizione”. La sua musica è certamente inseribile nel filone dell’elettronica sperimentale, tuttavia le sue canzoni hanno una struttura che ricorda le canzoni pop, almeno nei momenti più accessibili (ad esempio la bella It’s Okay To Cry o Infatuation): non è un caso che sia chiamata “hyperpop”. Tuttavia, il tratto che distingue radicalmente Sophie Xeon dai suoi colleghi DJ è che, accanto a brani appunto pop o ambient, troviamo altre canzoni che ricordano lo Skrillex più sfacciato, per esempio Ponyboy e Faceshopping.

L’album si caratterizza dunque per una varietà stilistica estrema, che lo rende molto difficile, soprattutto ai primi ascolti, ma che nasconde delle perle davvero preziose. Ad esempio, la già menzionata It’s Okay To Cry è una delle migliori canzoni dell’anno, così come la eterea Pretending è un pezzo ambient che ricorda il miglior Brian Eno. Non vi sono pezzi davvero fuori asse, forse l’intermezzo Not Okay è imperfetto ma non intacca un CD davvero ottimo. Menzione finale per Whole New World / Pretend World, che chiude magistralmente il disco. La musica elettronica sembra aver trovato una nuova, grande promessa in SOPHIE.

64) Janelle Monáe, “The Electric Lady” (2013)

(R&B – POP)

Il secondo album della talentuosa Janelle Monáe è un altro trionfo. Dopo la sorpresa di “The ArchAndroid” (2010), Janelle non ha per nulla perso lo smalto in questo “The Electric Lady”, in cui torna la figura di Cindy Mayweather e si compongono la quarta e quinta suite dell’ambiziosa opera su questa androide umanizzata.

I temi portanti sono peraltro i medesimi del precedente lavoro: l’amore libero, la voglia di rimuovere quel malessere interno che tutti prima o poi abbiamo… Anche il concept è lo stesso, come già ricordato, supportato da ospiti magnifici come Prince, Miguel, Solange Knowles ed Erykah Badu.

La novità risiede nel semplice fatto di replicare i risultati strabilianti di “The ArchAndroid”, che per molti sarebbe stato un ostacolo troppo grande e una pressione intollerabile. Del resto, però, talenti cristallini e poliedrici come l’artista americana sono rarissimi, così come brani clamorosi come Q.U.E.E.N. ed Electric Lady.

63) Sky Ferreira, “Night Time, My Time” (2013)

(POP – ROCK)

L’esordio (di cui ancora non abbiamo un seguito) di Sky Ferreira è semplicemente un buon album? Sì e no. Senza dubbio le belle canzoni abbondano, da Boys a Nobody Asked Me (If I Was Okay), passando per Heavy Metal Heart e la conclusiva title track; tuttavia, l’impatto che ancora oggi lei e questo LP hanno sul mondo musicale sono immensi.

Sky era infatti apparentemente destinata a diventare una popstar: con all’attivo il brillante singolo Everything Is Embarrassing e l’EP “Ghost” (2012) che vantava la collaborazione di Cass McCombs e Dev Hynes (Blood Orange), tutto pareva apparecchiato per il grande botto. Invece Sky ha abbandonato la via facile, decidendo di rifugiarsi in un CD che affronta temi come l’odio per sé stessi e i problemi d’amore in maniera inusuale, con uno sguardo femminista che ancora oggi ha peso su figure come Charli XCX e le sorelle Haim, approcciando generi disparati come il synthpop, il grunge e il rock alternativo.

“Night Time, My Time” non ha un erede probabilmente anche per questo motivo: replicare un piccolo gioiello come questo lavoro e rischiare di rovinare un’eredità così pesante ha reso la Nostra più insicura e, dato il suo maniacale perfezionismo, “Masochism” non ha ancora visto la luce, diventando una sorta di Sacro Graal: da tutti ricercato ma da nessuno trovato.

62) The War On Drugs, “A Deeper Understanding” (2017)

(ROCK)

I The War On Drugs sono un orologio svizzero: sfornano un album ogni tre anni, evolvendo sempre il loro suono in maniera da non suonare mai troppo lontani dal passato, ma contemporaneamente freschi e intriganti. La musica del sestetto originario di Philadelphia è passata, infatti, dal rock classico à la Bruce Springsteen, ad accenni di Neil Young e Bob Dylan, arrivando in “A Deeper Understanding” alla psichedelia dei Tame Impala. Infatti, questo quarto CD della loro produzione ricorda da vicino “Lonerism”, capolavoro dei Tame Impala: le sonorità sono più elettroniche che in passato e i sintetizzatori si fanno sentire come non mai, prova ne siano Holding On e In Chains. Sono le due tracce iniziali, però, che conquistano: il rock epico di Up All Night e Pain è superbo e le due tracce sono senza dubbio tra le migliori dell’album.

I pezzi migliori dei 10 che compongono questo meraviglioso LP sono le due tracce iniziali, già citate in precedenza, vale a dire Up All Night e Pain; l’epica Strangest Thing; e Nothing To Find. L’unica lieve pecca è che il CD avrebbe reso al massimo con una canzone in meno: 66 minuti possono essere pesanti per alcuni. Ad esempio, la conclusiva You Don’t Have To Go (bel titolo, visto che parliamo dell’ultima canzone della tracklist), sarebbe potuta star fuori, ma pazienza: i risultati sono comunque ottimi.

Ricordiamo poi che non si tratta di un disco accessibile: le canzoni sono molto lunghe, spesso con durata superiore ai 6 minuti; il primo, monumentale, singolo, Thinking Of A Place, addirittura arriva agli 11 minuti! Insomma, ciò che poteva sembrare presunzione diventa carattere e fiducia assoluta nelle proprie capacità. Possiamo annoverare di diritto i The War On Drugs fra le migliori band rock del decennio, tanto che viene da chiedersi: avranno raggiunto il picco delle loro capacità oppure no? La fiducia nella vena creativa di Granduciel è grande, siamo sicuri che non la tradirà.

61) Grimes, “Art Angels” (2015)

(POP – ELETTRONICA)

Claire Boucher, la cantante canadese meglio conosciuta come Grimes, nel 2012 aveva stupito tutti con “Visions”, suo terzo lavoro di studio ma primo ad avere un certo successo, superbo CD che mescolava elettronica e pop in maniera davvero unica. In “Art Angels” Grimes torna alla stessa formula già sperimentata in “Visions”, con minore inventiva ma superiore confidenza nei propri mezzi.

I risultati sono ancora una volta ottimi: brani come la potente SCREAM, la title track e la ottima Venus Fly (a cui ha collaborato Janelle Monáe) sono concepibili solo da un genio della musica moderna come Grimes, molto maturata anche vocalmente. La perla del CD è però World Princess Part II, uno dei migliori pezzi pop dell’anno.

Album per certi versi folle, “Art Angels”, ma nondimeno accattivante e ben fatto: i pochi passi falsi (come California) sembrano confermare che la perfezione non è di questo mondo. Top 100 pienamente meritata per “Art Angels” e per Claire Boucher, una delle poche artiste per cui si possa dire: nessuno suona come lei.

60) Deerhunter, “Fading Frontier” (2015)

(ROCK)

I Deerhunter non sono mai stati apprezzati per le canzoni allegre o il clima gioioso dei loro album. Anzi, molto spesso valeva il contrario: a partire dal secondo lavoro di studio “Cryptograms”(2007) fino a “Monomania” (2013), la loro cifra stilistica era sempre stato un indie rock venato di ambient music e pop, aggressivo e con testi riguardanti temi scottanti come morte, sessualità, guerra…

“Fading Frontier” è perciò una gradita scoperta: un album che cresce ad ogni ascolto, accessibile e decisamente più commerciale rispetto ai citati lavori precedenti. Si ritorna dunque alle melodie dream pop di “Halcyon Digest” (2010), capolavoro del gruppo. Bradford Cox e Lockett Pundt, frontman e chitarrista dei Deerhunter, oltre che menti creative della band, danno sfogo alla loro vena più intimista e serena.

I testi d’altra parte non sono banali nemmeno in “Fading Frontier”: in Take Care “copiano” un titolo ai Beach House e a Drake, ma trattano di storie d’amore finite male; in All The Same narrano le disavventure di un uomo che perde moglie e figli, ma trasforma le proprie debolezze in forza per riemergere. Il brano migliore è però Breaker, primo pezzo con parte canora condivisa fra Cox e Pundt nella produzione dei Deerhunter, che riecheggia Beach House e Real Estate. Bella anche Living My Life, che sembra quasi ispirarsi a Bon Iver. Nessuno dei 9 piccoli gioielli che compongono questo LP può dirsi fuori posto: un altro tassello alla già ottima carriera dei Deerhunter è stato aggiunto.

59) Alt-J, “An Awesome Wave” (2012)

(ROCK)

Una band che agli esordi vince il Mercury Prize non è frequente, ma gli Alt-J di “An Awesome Wave” lo meritano: era da tempo che non si sentiva un disco così innovativo.

Gli Alt- J creano infatti una miscellanea sonora affascinante ed efficace: esclusi infatti la Intro iniziale e i due Interlude, il CD cattura l’attenzione dello spettatore creando un genere fatto di indie pop, rock leggero e una spruzzata di elettronica tremendamente bello nei suoi picchi creativi (Fitzpleasure, Breezeblocks e Something Good sono davvero magnifiche).

Anche nei momenti più intimisti “An Awesome Wave” non delude: sia Taro che Dissolve Me non sfigurano. In poche parole: uno dei migliori CD del 2012 e del decennio.

58) Wolf Alice, “My Love Is Cool” (2015)

(ROCK)

Al primo album di studio, gli inglesi Wolf Alice tirano fuori un album semplicemente splendido, che riesce a mescolare con grande abilità generi fra loro diversi (grunge, alternative rock e pop), grazie anche alle meravigliose voci di Ellie Rowsell e Joff Oddie, che un po’ giocano a fare gli xx e un po’ i My Bloody Valentine.

Non vi sono brani sbagliati o fuori posto: anzi, il terzetto iniziale (Turn To Dust, Bros e Your Loves Whore) è probabilmente il migliore del 2015. Altri pezzi non trascurabili sono Lisbon e la conclusiva The Wonderwhy, che ricordano gli Interpol di “Turn On The Bright Lights”; invece Giant Peach gioca a fare gli Strokes.

Non sarà il nuovo “Loveless” o “Kid A”, ma certamente “My Love Is Cool” resterà anche in futuro come uno dei migliori esordi degli anni ’10 del XXI secolo. Complimenti ai Wolf Alice.

57) Iceage, “You’re Nothing” (2013)

(PUNK)

Il secondo CD dei danesi Iceage è facilmente uno dei più begli album punk del decennio 2010-2019 e, allo stesso tempo, uno dei più feroci. Prendendo spunto dalle scene hardcore e punk del passato, gli Iceage (guidati dal bravo frontman Elias Bender Rønnenfelt) creano un grido punk lungo 28 minuti, una durata relativamente breve per un disco nella nostra epoca, ma lungo abbastanza da comunicare tutto il disagio giovanile presente nel gruppo.

In realtà già l’esordio “New Brigade” (2011) aveva lasciato intravedere la natura selvaggia degli Iceage, tanto che addirittura il loro “padrino” Iggy Pop aveva detto di esserne spaventato. La paura è in effetti quella che emana da “You’re Nothing”: già dal titolo i temi dominanti sono intuibili.

Attraverso canzoni devastanti come Ecstasy e Burning Hand Rønnenfelt e compagni creano un senso di claustrofobia che non se ne va se non alla fine del CD. “You’re Nothing” è forse troppo duro per molti, ma resta (e resterà probabilmente anche in futuro) uno dei migliori dischi punk della decade appena finita.

56) Angel Olsen, “My Woman” (2016)

(ROCK)

Il terzo album della statunitense Angel Olsen è la sua definitiva consacrazione: possiamo infatti eleggere la bella Angel tra le voci femminili più importanti del panorama pop-rock contemporaneo.

Se inizialmente la sua musica rappresentava un buon connubio di folk, country ed indie rock, con “My Woman” il suo range sonoro si amplia: sono evidenti le influenze di Beach House, Fiona Apple e Joanna Newsom. Allo stesso tempo, però, Olsen riesce ad aggiungere quel qualcosa in più che dà a “My Woman” un fascino tutto particolare: dal synth pop dell’iniziale Intern, passando per le lunghissime Sister (bellissimo pezzo indie) e Woman, fino ad arrivare alla conclusiva, intima Pops, la tonalità sempre cangiante della magnifica voce di Angel Olsen ci accompagna in un viaggio da cui è difficile uscire.

Il 2016 è stato l’anno in cui, con lei e Courtney Barnett, il rock femminile ha trovato due grandi interpreti. Fatto confermato, per quanto riguarda Olsen, dallo splendido “All Mirrors” del 2019, che ce ne ha fatto scoprire il lato più art pop.

55) Kurt Vile, “Wakin On A Pretty Daze” (2013)

(ROCK)

Il quinto album solista di Kurt Vile trova il Nostro al picco delle proprie capacità. “Wakin On A Pretty Daze” è il CD più accessibile della sua discografia, pieno di momenti davvero paradisiaci per gli amanti del rock vecchio stampo: i 9 minuti di Wakin On A Pretty Day sono clamorosi, così come l’epica chiusura di Goldtone. Nel mezzo abbiamo altre perle, da KV Crimes a Too Hard, che rendono il lavoro davvero imperdibile.

I semi di questo squisito LP erano già stati pianati nel precedente “Smoke Ring For My Halo” (2011), dove Kurt aveva abbandonato il lo-fi dei primi dischi da frontman dopo l’apprendistato nei The War On Drugs per far spazio a un rock infarcito di folk e psichedelia. È però in “Wakin On A Pretty Daze” che il suo stile rilassato ma mai prevedibile sboccia completamente.

Il CD è davvero un piacere, intaccato solamente dall’eccessiva lunghezza (oltre 69 minuti) che però non danneggia i momenti davvero memorabili di un lavoro caposaldo del rock classico ma anche psichedelico del decennio.

54) St. Vincent, “Strange Mercy” (2011)

(ROCK)

Annie Clark, in arte St. Vincent, è una delle artiste davvero fondamentali nel panorama pop-rock degli anni ’10. Il suo stile a metà fra ricercato e scanzonato, con un’estetica a tratti à la David Bowie, la rendono un personaggio che non passa mai inosservato; a ciò aggiungiamo canzoni spesso riuscite e il cocktail diventa esplosivo.

“Strange Mercy”, il terzo album a firma St. Vincent, è il lavoro per molti definitivo della cantante statunitense. Mescolando abilmente la sua voce ammaliante a schitarrate a tratti selvagge e testi mai scontati, la Clark condensa in poco più di 40 minuti molta della storia dell’indie rock.

Da Chloe In The Afternoon a Cruel, passando per Champagne Year e Surgeon, il CD è un trionfo, che denota finalmente tutto il talento del progetto St. Vincent, ulteriormente rifinito nel 2014 nell’eponimo “St. Vincent”.

53) Little Simz, “GREY Area” (2019)

(HIP HOP)

Se spesso i passati lavori di Little Simz erano ancora acerbi in termini di composizioni e tematiche trattate (basti pensare a “Stillness In Wonderland”, dove si ispirava ad “Alice nel paese delle meraviglie”), in “GREY Area” l’artista inglese è decisamente focalizzata sul produrre testi rilevanti per la nostra epoca sopra basi mai banali, che raccolgono elementi hip hop, soul e jazz. Non è un caso che Kendrick Lamar l’abbia elogiata e lei già vanti collaborazioni con Gorillaz e Little Dragon, fra gli altri.

L’iniziale Offence è un chiaro indizio di tutto questo: la base è a metà fra Pusha-T ed Earl Sweatshirt, Little Simz parla di Jay-Z e Shakespeare in maniera naturale e il brano è un immediato highlight. Altrove i beat rallentano: ad esempio Selfish e Wounds mescolano abilmente rap old school e jazz, con risultati che ricordano “To Pimp A Butterfly”. Invece Venom è durissima, anche musicalmente. In Therapy Simbi fa un’osservazione non scontata: “Sometimes we do not see the fuckery until we’re out of it”.

La cosa che stupisce forse di più è che il CD è perfettamente formato in ogni sua parte: non ci sono canzoni deboli, Little Simz è al top della forma ovunque ed evita di cadere nella tentazione di molti di sovraccaricare il disco solo per avere più streaming: “GREY Area” finisce infatti dopo 36 minuti e 10 canzoni, quasi un album punk!

In conclusione, qualsiasi album con canzoni del calibro di Offence e Venom sarebbe interessante da ascoltare. Little Simz tuttavia riesce a mantenere questa qualità lungo tutto il corso dell’album, creando con “GREY Area” uno dei migliori LP rap della decade.

52) Run The Jewels, “Run The Jewels 2” (2014)

(HIP HOP)

La seconda collaborazione fra i due rapper americani Killer Mike ed El-P è un trionfo per gli amanti del rap più duro. In un compatto formato da 11 brani e 39 minuti, i Run The Jewels confermano un’intesa incredibile e un’abilità vocale e di produttori notevoli, che rendono “Run The Jewels 2” il miglior CD ad oggi del duo.

Il lavoro è quasi nostalgico in certi tratti: la collaborazione con Zach De La Rocha (Rage Against The Machine) e i rimandi a Public Enemy e N.W.A. sono chiari e allo stesso tempo graditi, nondimeno i Run The Jewels non sono semplicemente dei tradizionalisti. Anzi, nel 2014 questo disco era davvero all’avanguardia: le sue denunce della violenza a sfondo razziale della polizia americana e la sfida lanciata agli haters sono temi tuttora attuali.

Soprattutto, a risaltare ancora oggi sono le canzoni: fin dall’apertura feroce di Jeopardy, passando per la durissima Close Your Eyes (And Count To Fuck) e Crown, “Run The Jewels 2” è un LP che non lascia spazio al filler e, a tratti, è quasi troppo da prendere tutto in una volta. Ciò non toglie valore ad un lavoro tanto duro quanto sincero: valori non scontati nel panorama musicale moderno, per certi versi troppo “smielato” specie nel mondo pop.

51) Darkside, “Psychic” (2013)

(ELETTRONICA – ROCK)

Il progetto Darkside, ossia il nickname della collaborazione fra Nicolas Jaar e il chitarrista/bassista Dave Harrington, ha scritto pagine molto importanti della musica degli anni ’10. Nel breve spazio di tre anni infatti il duo ha pubblicato l’EP di esordio “Darkside” (2010), remixato “Random Access Memories” dei Daft Punk (2013) e dato alla luce il loro per ora unico CD vero e proprio, il brillante “Psychic”.

Jaar è molto conosciuto e stimato per essere uno dei più innovativi artisti di musica elettronica, capace di spiccare sia come produttore, sia come compositore, che si parli di musica ambient, dance oppure sperimentale. Darkside è il lato più rock di Nicolas: i riferimenti a prog rock, funk e space rock (quindi agli anni ’70 e ’80 del XX secolo) sono numerosi, basti sentirsi l’epica Golden Arrow e The Only Shrine I’ve Seen. I pezzi riusciti però non terminano qui: le 8 perle di “Psychic” creano infatti un insieme coeso ma mai ripetitivo, anzi a volte quasi elitario nei riferimenti e nella complessità delle canzoni.

Melodie come la già citata Golden Arrow e Paper Trails rientrano di diritto fra le canzoni più belle della decade e rendono questo “Psychic” imprescindibile per gli amanti della musica ai confini fra rock ed elettronica. Dal canto suo Nicolas Jaar si conferma artista versatile e ormai pronto a spiccare il volo fra i maestri dell’elettronica.

Manca poco ormai per sapere chi è il CD più bello della decade 2010-2019 secondo A-Rock! State sintonizzati, domani il verdetto sarà espresso!

I 50 migliori album del 2018 (50-26)

Il 2018 sta per terminare; un anno molto competitivo musicalmente parlando, con molti graditi ritorni da parte di artisti che erano stati a lungo ai margini della scena musicale (Arctic Monkeys, MGMT, Robyn) e talenti che hanno mostrato tutto il loro potenziale (IDLES, Snail Mail e Helena Hauff, per esempio). Questa è la prima parte della lista compilata da A-Rock sui 50 migliori album del 2018: in generale, possiamo dire che è stato un anno positivo per elettronica, punk e rock, meno per rap e folk, che invece avevano imperversato nel 2017. Buona lettura!

50) MGMT, “Little Dark Age”

(POP – ELETTRONICA)

Per gli inglesi MGMT, “Little Dark Age” è stato un parto travagliato. Il CD arriva ben cinque anni dopo l’omonimo “MGMT” del 2013, che aveva fatto storcere il naso a molti loro fans. Il nuovo lavoro rappresenta dunque un passo importante per il duo formato da Andrew VanWyngarden e Ben Goldwasser: “Little Dark Age” è il ritorno alle origini che molti speravano o un radicale cambio di passo? Beh, possiamo dire che nessuna delle due risposte è del tutto corretta. Pur introducendo decisi cambi di direzione nel sound della band, qualcosa dei vecchi MGMT resta comunque. Ma andiamo con ordine.

Già dalle prime canzoni capiamo che il pop la fa da padrone: in particolare, i riferimenti al pop anni ’80 di Duran Duran e Police, oltre a M83 e Neon Indian, è presente. Il riferimento a Neon Indian non è casuale: “Little Dark Age” contiene elementi elettronici e chillwave, che arricchiscono ulteriormente la formula degli MGMT (James). Tuttavia, non dobbiamo pensare che il disco sia poco coeso. Anzi, musicalmente è forse il più coerente dopo lo stellare esordio del 2007, quell’”Oracular Spectacular” che conteneva successi planetari come Kids, Time To Pretend e Electric Feel.

I brani migliori sono la title track, la trascinante Me And Michael (con voce à la Liam Gallagher da parte di VanWyngarden) e la più intimista Hand It Over, che chiude magistralmente il disco. Non male anche One Thing Left To Try e When You’re Small. Monotona invece When You Die e poco coinvolgente She Works Out Too Much, ma non danneggiano eccessivamente i risultati complessivi.

In conclusione, non parliamo di un capolavoro, ma nel complesso “Little Dark Age” è un LP riuscito, capace di regalare soddisfazioni ai fans del gruppo. Se la svolta pop sarà compiuta definitivamente nel prossimo futuro, la carriera degli MGMT potrà forse tornare allo splendore dei primi anni.

49) Travis Scott, “ASTROWORLD”

(HIP HOP)

Il terzo album del rapper statunitense Travis Scott ha scatenato una quantità di hype sorprendente nel mercato musicale. Non è tuttavia un evento del tutto inatteso: accanto alla crescente fanbase di Travis, occorre nominare le numerose collaborazioni presenti nel disco. Basti dire che “ASTROWORLD” conta collaborazioni di Frank Ocean, Stevie Wonder, Tame Impala, Kid Cudi, Drake, Migos, The Weeknd e Pharrell Williams: praticamente tutto il gotha del mondo hip hop, R&B, pop e rock. Travis gioca non casualmente il ruolo di collante fra tutte queste numerose influenze, cercando di non essere sempre oscurato dagli illustri ospiti e con l’intento di creare un CD coeso.

Il bello è che, per la prima volta in carriera, Scott riesce pienamente nel suo intento: “ASTROWORLD” è il primo vero LP riuscito del giovane rapper. L’inizio è convincente: STARGAZING è un ottimo mix fra trap e hip hop classico, con Travis privo di ospiti ingombranti che può dare un saggio delle sue qualità. Ottima poi SICKO MODE, che conta la convincente collaborazione di Drake. Meno riuscita CAROUSEL, malgrado la presenza di Frank Ocean.

Anche nella seconda parte del lungo CD (17 brani per 59 minuti) non mancano gli highlights: ottime R.I.P. SCREW e il duo di brevi canzoni NC-17 e ASTROTHUNDER. Del resto, però, SKELETONS convince meno, tuttavia non intacca il risultato complessivo di “ASTROWORLD”, che si conferma anche dopo svariati ascolti un LP ricco di dettagli ricercati e mai banale. COFFEE BEAN, ad esempio, migliora ad ogni ascolto.

Liricamente, Scott a volte dimostra immaturità con liriche volgari e inutilmente allusive (ad esempio canta “If you take your girl out, do you expect sex? If she take her titties out, do you expect checks?” in SKELETONS), ma in altre parti affronta tematiche non banali, come la paternità inattesa e la difficile relazione con Kylie Jenner (in COFFIE BEAN sentiamo Travis dire “Your family told you I’m a bad move. Plus, I’m already a black dude”).

Insomma, la maturazione di Scott procede bene: malgrado le accuse spesso rivoltegli di copiare spudoratamente gli altri rapper (su tutti si nota una forte influenza di Kanye West), il giovane rapper procede per la sua strada; e il successo di pubblico pare premiare questo suo atteggiamento. Sebbene non stiamo parlando di un disco perfetto, “ASTROWORLD” dimostra tutta l’abilità di Travis Scott di circondarsi di collaboratori di valore e produttori capaci di evocare sempre atmosfere diverse, fattori che rendono il CD imprescindibile per gli amanti della trap e, in generale, della black music.

48) Low, “Double Negative”

(SPERIMENTALE – ROCK)

Il dodicesimo album dei veterani del rock alternativo Low è anche uno dei loro più bei CD degli ultimi anni. Malgrado sia attivo da ben 25 anni, il gruppo sembra più vitale che mai, mantenendo alto il livello compositivo e la voglia di sperimentare.

“Double Negative”, infatti, non si limita a ripercorrere i generi che hanno reso celebri i Low: ricordiamo infatti che le origini del complesso statunitense vanno ricondotte al mondo del metal, sebbene melodico e a volte quasi dream pop. Loro sono in effetti fra i fondatori di una corrente musicale chiamata slowcore: ritmi lenti, bassi in grande evidenza, voci spesso inintelligibili. Una sorta di shoegaze ancora più opprimente, diciamo. Beh, in “Double Negative” ritroviamo molti di questi tratti, ma anche delle incursioni ambient davvero intriganti e riuscite: più o meno tutti i pezzi del disco hanno code o intro di questo tipo, addirittura The Son, The Sun è solo musica ambient, degna del miglior Brian Eno. Non male anche la conclusione della sognante Fly.

Certo, l’album non è per nulla commerciale, anzi rischia di inimicare la frangia meno sperimentale del pubblico dei Low. Tuttavia, dopo aver compreso la loro estetica ed essere entrati appieno nel mood del CD, pezzi come Tempest e Always Up non possono non conquistare l’ascoltatore. Non sarà certamente il disco dell’anno, ma insomma di band così creativamente ardite al loro terzo decennio di vita se ne contano davvero poche.

Menzione finale per i testi (laddove comprensibili): il gruppo si è dichiarato più volte acerrimo nemico di Donald Trump e non esita a ribadire il concetto nel corso degli 11 brani che compongono “Double Negative”. Ad esempio, in Dancing And Fire il frontman Alan Sparhawk canta “It’s not the end, it’s just the end of hope”, mentre in Disarray “Before it falls into total disarray, you’ll have to learn to live a different way”.

Insomma, un LP certo non facile, ma che merita almeno un ascolto. I Low non sono mai stati tanto liberi e privi di preoccupazioni legate al successo o meno di un loro disco, motivo per cui suonano più ambiziosi che mai. Già questo sarebbe una buona ragione; inoltre, il livello dei brani è generalmente alto. Cosa volete di più?

47) Helena Hauff, “Qualm”

(ELETTRONICA)

La DJ tedesca Helena Hauff conferma che la scena della musica elettronica in Germania resta molto fertile. Dopo il ritorno sulle scene del maestro della musica ambient Wolfgang Voigt, in arte Gas, e l’affermazione di star come Paul Kalkbrenner, la scena ora è interessata a nuovi nomi, ad esempio quello della Hauff. Dopo il brillante esordio del 2015 “Discreet Desires”, la giovane artista tedesca ritorna ai ritmi e ai suoni che l’hanno resa famosa: musica compatta, produzione lo-fi e bassi molto potenti. Insomma, una techno sporca, con piccoli inserti di ambient che servono a rallentare il ritmo nelle fasi più calde.

“Qualm” non è un disco facile, anzi probabilmente gli amanti dell’elettronica più danzereccia potrebbero essere sconcertati dai ritmi tesi e, per certi versi, duri imposti dalla Hauff. Tuttavia, ripetuti ascolti premiano il pubblico più attento: la produzione scarna e “imprecisa” della Hauff non è dovuta a disattenzione o scarso budget, quanto ad una precisa scelta stilistica. Pertanto, la sua visione potrà piacere o meno, ma non si può negare la coerenza finora dimostrata dalla giovane DJ tedesca.

L’inizio imprime subito un’impronta netta al disco: sia Barrow Boot Boys che Lifestyle Guru ricalcano le caratteristiche del suono della Hauff menzionate precedentemente. Invece, la dolce Entropy Created You And Me è una pausa necessaria per concludere il primo terzo dell’album. Altri brani degni di nota sono la tesissima Fag Butts In The Fire Bucket e la trascinante Hyper-Intelligent Genetically Enriched Cyborg; meno riuscite The Smell Of Suds And Steel, troppo lunga, e Primordial Sludge, ma il risultato complessivo resta buono.

In conclusione, Helena Hauff conferma che il 2018 resterà nella storia come un ottimo anno per la musica elettronica: dopo i graditi ritorni di Jon Hopkins, Aphex Twin e Gas (senza dimenticare DJ Koze), adesso anche una nuova voce si fa sentire forte e chiara. L’elettronica si conferma quindi un genere vitale, pronto a scoprire nuovi lidi e a restare significativo anche in un mondo della musica sempre più dominato da rap e R&B.

46) boygenius, “boygenius”

(ROCK)

Questo breve EP è il primo prodotto della collaborazione fra Phoebe Bridgers, Julien Baker e Lucy Dacus, vale a dire tre fra le più promettenti figure dell’indie rock mondiale. Il disco è un perfetto esempio di come a volte le collaborazioni riescano a replicare, se non in certi casi migliorare, le abilità dei singoli artisti che ne fanno parte.

I sei brani che compongono “boygenius” sono tutti significativi per la riuscita del lavoro: le voci delle tre artiste sono integrate perfettamente, specialmente in Me & My Dog e Stay Down. Nessuna inoltre suona fuori posto oppure tale che una tra Phoebe, Julien e Lucy prevalga sulle altre. Ciò è evidente già in Bite Hard, che apre l’EP, ma è una costante dell’intero album.

Liricamente, il progetto boygenius ricalca alcune delle tematiche affrontate dalle tre componenti nei loro lavori singoli: ad esempio, in Bite Hard la Dacus ricalca le traversie amorose che pervadono i suoi CD, cantando “I can’t love you how you want me to”, mentre il senso di solitudine che influenza da sempre la Baker esplode in Stay Down: “I look at you and you look at a screen” esprime perfettamente le conseguenze della presenza ossessiva degli smartphone sulle relazioni interpersonali. Infine, Phoebe Bridgers emerge nella ballata Ketchum, ID, in cui canta placidamente le bellezze di questo stato americano e il perché vivere in un posto quieto le aggraderebbe (essenzialmente, stare spesso da sola).

In conclusione, “boygenius” è fino ad ora l’EP dell’anno, un concentrato delle abilità delle protagoniste del progetto boygenius e ben più di un passatempo fra un album vero e proprio e l’altro. Questo almeno è quello che noi amanti dell’indie rock speriamo: avere un LP a nome boygenius sarebbe davvero intrigante, le potenzialità per un lavoro rilevante ci sono tutte.

45) Kids See Ghosts, “Kids See Ghosts”

(HIP HOP)

Kids See Ghosts è il supergruppo formato da Kid Cudi e Kanye West: non è la prima volta che i due collaborano, ma è la prima volta che la cosa avviene su un piano totalmente paritario. Entrambi sono infatti parte attiva nelle canzoni e produttori. La presenza di ospiti di spessore come Pusha-T e Ty Dolla $ign rende poi il CD ancora più intrigante.

Il lavoro è molto breve: abbiamo sette canzoni in 24 minuti di durata complessiva. Detto questo, mai Kid Cudi era suonato così sicuro di sé e con questo tono così caldo e vibrante, segno che forse la definitiva maturazione artistica è giunta anche per lui.

Liricamente, visti anche i personaggi coinvolti, “Kids See Ghosts” non poteva che essere un lavoro profondamente personale: sia Cudi che Ye ne hanno passate di cotte e di crude negli ultimi tempi, pertanto esorcizzare i propri demoni è più che legittimo da parte loro. Yeezy da un lato in Reborn afferma perentorio “What an awesome thing, engulfed in shame. I want all the pain, I want all the smoke, I want all the blame”, affrontando di petto le recenti controversie che lo riguardano; Cudi invece è più ottimista, sempre in Reborn, quando dice “Keep moving forward”, quasi un incitamento a sé stesso, a lasciarsi alle spalle le tendenze suicide e i problemi di droga degli ultimi mesi. In Cudi Montage Kanye riprende la polemica sul suo supporto a Trump, dicendo “Everybody want world peace until your niece gets shot in dome piece”. In generale, dunque, sembra quasi innestarsi una dinamica poliziotto buono/poliziotto cattivo fra i due rapper, con Kanye ad incendiare gli animi e Cudi a calmarli.

Musicalmente, le tracce sono varie ma con un filo logico che le collega, i due artisti sono a loro agio e la produzione di West è come sempre eccellente. I pezzi migliori sono 4th Dimension e Reborn, mentre è troppo confusionaria l’apertura di Feel The Love. I risultati sono comunque buoni, eccezionali in certi tratti; da elogiare il fatto che Kanye ha ancora una volta tirato fuori il meglio da Kid Cudi, che non suonava così centrato dagli esordi di “Man On The Moon: The End Of Day” (2009). Il progetto, in conclusione, ha tutto per essere replicato in futuro.

44) Preoccupations, “New Material”

(PUNK)

I Preoccupations, giunti al secondo album dopo l’ennesimo cambio di nome, si confermano fra i più talentuosi artisti punk della scena musicale contemporanea. Gli ex Women e Viet Cong, infatti, mantengono intatti i tratti caratteristici del loro sound, comprese le tematiche affrontate nei loro testi, ma aggiornano la formula quel tanto da non apparire ripetitivi rispetto al passato.

Rispetto a “Preoccupations” (2016), i riferimenti ai grandi del post-punk, su tutti i Joy Division, si fanno più evidenti; contemporaneamente, quel suono quasi ambient e industrial che caratterizzava il precedente CD viene confermato e reso forse un po’ più accessibile. Niente di commerciale, sia chiaro, però in “New Material” le ritmiche sono meno oppressive che in passati lavori di Flegel e compagni.

Ne sono esempio i migliori pezzi dell’album: su tutti Disarray, ma buona anche Decompose. Le percussioni di Espionage riportano vividamente alla memoria “Closer” dei Joy Division. Meno riuscita la conclusiva Compliance, traccia strumentale poco coinvolgente. Tuttavia, va elogiata l’ardita scelta dei Preoccupations di voler sempre sfidare l’ascoltatore, pur restando nel consueto territorio punk.

Liricamente, come dicevamo, i Preoccupations affrontano temi non nuovi per loro, ma sempre delicati: autodistruzione, dubbio, odio per sé stessi. Per esempio, in Disarray Flegel canta con voce calda “It’s easy to see why everything you’ve ever been told is a lie”, probabile riferimento al corrente contesto di fake news; un altro riferimento a ciò arriva in Antidote, dove si parla di “information overdose”. Manipulation, come già il titolo anticipa, tratta il potere di alcune persone di plagiare gli individui più fragili. Insomma, non temi facili, ma affrontati con onestà e preoccupazione. Il nome del gruppo si conferma azzeccato.

In conclusione, ogni ascolto rivela nuovi dettagli, mai banali, circostanza che rende il disco riascoltabile molte volte. Non una cosa da poco, in un panorama musicale spesso sovraccarico di citazioni e LP monotoni allo sfinimento (si veda il nuovo album dei Migos).

43) Cloud Nothings, “Last Building Burning”

(PUNK)

Il quinto album della band americana, capitanata dallo scatenato Dylan Baldi, è il loro lavoro più feroce. Ed è tutto dire per una band punk come i Cloud Nothings, autrice di capolavori del genere come “Attack On Memory” (2012) e “Here And Nowhere Else” (2014).

Il CD arriva solo un anno e mezzo dopo “Life Without Sound”, l’album più quieto del gruppo originario di Cleveland: brani pur ottimi come Enter Entirely e Up To The Surface ce li saremmo aspettati dagli Arctic Monkeys o dai Bloc Party delle origini, non da una solida band punk. In effetti sia critica che pubblico erano stati tiepidi; non è un caso che la radicale inversione di rotta arrivi dopo così breve tempo.

L’inizio è devastante: On An Edge presenta liriche praticamente incomprensibili, sopra una base potentissima, quasi metal. Gli altri sei brani che compongono questo breve ma compattissimo disco non frenano poi molto l’irruenza della prima traccia; anche testualmente Baldi riporta alla memoria la rabbia dei suoi dischi di maggior successo. Ad esempio, in In Shame canta “They won’t remember my name, I’ll be alone in my shame!”, mentre in Offer An End abbiamo un pessimismo ancora più universale: “Nothing’s gonna change!”. Infine, in So Right So Clean se la prende con una ex partner ormai abbandonata: “I wish I could believe in your dream” le urla Baldi.

I sette brani che compongono “Last Building Burning” sono molto veloci e generalmente al di sotto dei quattro minuti di durata; solo la colossale Dissolution ha una durata anomala (supera i 10 minuti) ed è un preciso rimando al vero capolavoro della band, Wasted Days. Le migliori canzoni sono Offer An End e So Right So Clean; meno convincente la troppo violenta On An Edge.

In conclusione, i Cloud Nothings sono tornati alle loro radici, a quel punk sporco e diretto che li aveva fatti conoscere al mondo. I risultati forse non raggiungeranno le vette di “Attack On Memory” e “Here And Nowhere Else”, ma la band è più viva che mai. Chissà che il loro prossimo grande CD non stia per arrivare…

42) Interpol, “Marauder”

(ROCK)

Il sesto album degli Interpol, celebre band rock originaria di New York, percorre molti dei sentieri preferiti da Paul Banks e compagni, ma riesce a mantenere gli Interpol sui binari giusti, senza rimasticare i brani di successi come “Turn On The Bright Lights” (2002) o “Antics” (2004).

L’inizio è decisamente convincente: sia If You Really Love Nothing che The Rover sono ottimi pezzi tipicamente Interpol, che sarebbero stati benissimo nei migliori dischi del gruppo. Aiuta probabilmente la presenza, per la prima volta nella ventennale storia della band, di un produttore esterno: abbiamo infatti a condurre le danze Dave Fridmann, che ha collaborato in passato con MGMT, Tame Impala e Spoon fra gli altri. Convincono meno brani troppo scontati come Complications e i due Interlude, ma anche in questi casi gli Interpol riescono a non deragliare, così che “Marauder” risulta un CD gradevole, anche con ascolti numerosi. Anzi, pezzi come Flight Of Fancy e Surveillance acquistano rilevanza ad ogni ascolto.

In conclusione, non possiamo certo pretendere che un complesso che ha calcato più o meno gli stessi territori a metà fra indie rock e post-punk nel corso di cinque album di successo si rinnovi radicalmente al sesto. Nondimeno, il fatto di porre in copertina Elliot Richardson, il procuratore generale che si dimise a seguito della richiesta di Richard Nixon di licenziare il magistrato che indagava sullo scandalo Watergate, presenta un preciso messaggio politico, benvenuto in tempi difficili come quelli che stiamo vivendo. Una dimostrazione di maturità da elogiare in un gruppo finalmente consapevole della sua posizione nel panorama musicale e dell’importanza che questi messaggi possono avere. Bentornati, Interpol.

41) Anna Calvi, “Hunter”

(ROCK)

La talentuosa cantante pop-rock inglese di chiare origini italiane Anna Calvi ha trovato la definitiva maturità nell’intrigante “Hunter”, terzo suo album e primo dopo quattro anni di assenza dalle scene. La Calvi affronta con decisione il tema della sessualità e della discriminazione a cui gli omosessuali sono sottoposti, componendo un vero e proprio manifesto per la liberazione da qualsiasi costrizione.

Anna Calvi dimostra di aver appreso appieno la lezione di maestri del rock oscuro come Nick Cave: la sua voce è profonda come mai, la virtuosità chitarristica dei passati lavori lascia posto ad accompagnamenti lugubri e ossessivi. Non parliamo insomma di un disco facile, nondimeno il fascino di tracce come As A Man e la title track è innegabile. Colpiscono positivamente anche Don’t Beat The Girl Out Of My Boy, davvero trascinante e non a caso scelta come singolo di lancio, e l’inquietante Chain, in cui Anna parla esplicitamente di fantasie sadomaso.

Dicevamo che la bella Anna Calvi si schiera apertamente a favore della totale parità di diritti per le persone omosessuali e della libera scelta riguardo al sesso: essere maschio o femmina per lei non conta, l’importante è sentirsi in pace con sé stessi. Posizione condivisibile o meno, ma legittima e motivata da testi forti, già nei titoli. Insomma, un attestato di maturità artistica e personale.

In conclusione, dopo due nomination ai Mercury Prize, i premi musicali più importanti della stampa d’Oltremanica, “Hunter” potrebbe rappresentare la definitiva consacrazione per la Calvi. Peccato, perché senza pezzi sotto la media come Swimming Pool e Away parleremo di un CD fantastico. Così è “solamente” un buon album, ma certamente ci fa apprezzare appieno le potenzialità dell’ancora giovane artista inglese.

40) The Good, The Bad & The Queen, “Merrie Land”

(ROCK)

La seconda metà degli anni ’10 si sta rivelando davvero prolifica per Damon Albarn. Il celebre musicista inglese, frontman di band del calibro di Blur e Gorillaz, ha pubblicato il seguito di “The Good, The Bad & The Queen” (2007), l’omonimo album del supergruppo formato con Simon Tong, Paul Simonon e Tony Allen (rispettivamente ex membri di Verve, Clash e Fela Kuti).

Se il precedente CD era più che altro un divertissement, “Merrie Land” è decisamente calato nei nostri tumultuosi tempi. Albarn ha infatti dichiarato che il disco era già pronto nel 2014, ma che la Brexit ha costretto i quattro a riscrivere l’intero album. Ciò è particolarmente evidente nelle tematiche affrontate: numerosi sono i riferimenti alla Brexit, naturalmente, offerti non in modo snobistico, ma anzi molto tenero e mai scontato. Damon canta “This is not rhetoric, it comes from my heart. I love this country” nella title track, ma l’ammissione di nostalgia più forte arriva in Nineteen Seventeen: “I see myself moving backwards in time today from a place we can’t remain close to anymore. My heart is heavy, because it looks just like my home.”

Musicalmente, i The Good, The Bad & The Queen si rifanno al sound del loro primo LP: un rock leggero, con frequenti richiami folk ed elettronici, perfetto per il tono malinconico dei pezzi e i testi decisamente pessimisti. Spiccano Gun To The Head e Nineteen Seventeen, ma va detto che il CD è compatto e coeso, nessun pezzo fuori posto e l’abilità strumentale dei componenti risalta. Interessante il momento più mosso del lavoro, Drifters & Trawlers; inferiore alla media invece The Truce Of Twilight, un po’ troppo pomposa.

Insomma, non stiamo parlando del capolavoro di una vita, ma certamente Damon Albarn e compagni hanno prodotto un disco che non fa rimpiangere la loro discografia passata. “Merrie Land” si staglia quindi come un altro tassello prezioso in una carriera, quella di Damon Albarn, sempre più stupefacente per livello medio e varietà di generi affrontati, quasi sempre con successo.

39) Snail Mail, “Lush”

(ROCK)

Fa effetto dire che gli Snail Mail sono capitanati da una cantante 18enne, però questi sono i fatti. Non a caso, molta stampa specializzata d’Oltreoceano li ha già bollati come “il futuro del rock”. Etichetta che ha portato bene per alcuni (vedi gli Arctic Monkeys), meno per altri (qualcuno ricorda i Gallows?). Nondimeno, se anche in Gran Bretagna ammettono che Lindsey Jordan & co. hanno davvero talento, un motivo deve esserci. In effetti, “Lush” è un ottimo disco d’esordio: non perfetto, ma dimostra un enorme potenziale, che speriamo potrà essere pienamente messo in mostra in futuro.

L’inizio è lento: la Intro serve a chiarire che non dobbiamo aspettarci chissà quali novità, fatto ulteriormente confermato da Pristine, prima canzone vera e propria dell’album. Tuttavia, due cose sono interessanti: primo, la produzione è pulita, fatto che allontana decisamente i paragoni con artisti lo-fi come Ty Segall ed Elliott Smith. Secondo, la Jordan parla molto limpidamente dei propri problemi adolescenziali, tra amori non corrisposti e incertezze sul futuro, mettendo in mostra la propria fragilità con molta trasparenza. Ad aggiungere ulteriore pepe ad una ricetta già intrigante è la grande abilità della Jordan con la chitarra, che disegna traiettorie sempre varie nel corso di “Lush”.

Musicalmente, dunque, nessuna rivoluzione: possiamo dire che Snail Mail è un mix riuscito fra Frankie Cosmos e Courtney Barnett, con pizzichi di Julien Baker ed Angel Olsen qua e là. I brani migliori sono Heat Wave, Speaking Terms e Pristine, mentre le canzoni più lente del disco sono meno avvincenti, ad esempio Deep Sea non convince appieno. Liricamente, invece, è interessante il modo di porsi di Lindsey verso gli ascoltatori: le canzoni sono piene di domande dirette, del tipo “do you love me?” o “Who’s your type of girl?”, ma due sono i momenti davvero notevoli: in Full Control esclama “I’m in full control, I’m not lost. Even when it’s love, even when it’s not”, mentre in Heat Wave la sentiamo dire “I’m not into sometimes”, segno che per lei le relazioni vere sono di lunga durata e che non è decisamente portata per le attività saltuarie. Diciamo che la ragazza, pur avendo solo 18 anni, ha le idee piuttosto chiare.

In generale, tuttavia, la coesione di “Lush” lo rende un ascolto non banale: i 39 minuti passano sereni e alcuni momenti sono davvero ottimi. Certo, non parliamo ancora del “manifesto” della band, però le premesse per una carriera di successo ci sono tutte.

38) Soccer Mommy, “Clean”

(ROCK)

“Clean”, il terzo LP a firma Soccer Mommy, richiama molto da vicino le atmosfere trovate nel bell’album dello scorso anno di Julien Baker, quel “Turn Off The Lights” che mescolava abilmente rock, pianoforte e ballate strappalacrime. Rispetto a Julien Baker, tuttavia, la Allison si focalizza maggiormente sulla parte rock e lascia intravedere un lato folk di cui Mount Eerie e Leonard Cohen andrebbero fieri, come in Blossom (Wasting All My Time) e Wildflowers.

La partenza è decisamente malinconica, a tratti disperata: Soccer Mommy in Still Clean parla di ex fidanzati che letteralmente la divorano, richiamando le immagini di partner violenti al centro delle proteste delle donne negli ultimi tempi. Le due tracce successive, Cool e Your Dog, fra le migliori del disco, rappresentano un estratto di come scrivere due perfetti pezzi indie rock. Ai più attenti non sarà sfuggito il riferimento a I Wanna Be Your Dog degli Stooges, ma qui Iggy Pop e compagni contano poco; anzi, il messaggio è ribaltato. Sophie Allison, infatti, dichiara di non voler essere il fedele cagnolino di nessuno: altro forte messaggio di indipendenza femminile.

Altre canzoni riuscite sono Last Girl e Scorpio Rising; meno bella Skin ed evitabile il breve Interlude, ma i risultati restano comunque notevoli. Con Soccer Mommy, dunque, la scena indie statunitense sembra aver trovato una nuova promessa: se la Allison metterà a fuoco compiutamente le tante qualità che abbiamo cominciato ad apprezzare in “Clean”, un lavoro che in soli 35 minuti fornisce all’ascoltatore liriche e brani mai banali, il prossimo album potrebbe essere la definitiva consacrazione della cantante originaria di Nashville.

37) DJ Koze, “Knock Knock”

(ELETTRONICA)

Il dj tedesco Stefan Kozalla, in arte DJ Koze, fra dischi veri e propri e remix è stato molto attivo negli scorsi anni. Molti lo hanno scoperto grazie al suo “breakthrough album” del 2013, “Amigdala”, un mix sapiente di dance e psichedelia. “Knock Knock” riprende quella formula, allargando però il campo di gioco alla techno e all’elettronica minimal di The Field e Aphex Twin. Ne sono esempio pezzi come Bonfire (con un azzeccato sample di Bon Iver mentre canta Calgary) e Club Der Ewigkeiten. Dunque, un CD molto vario ed eclettico, quasi troppo: i 79 minuti sono davvero tanti. Diciamo che, con 2-3 canzoni in meno (ad esempio Moving In A Liquid e Planet Hase), i risultati sarebbero stati ancora migliori.

Non è da buttare, però, questo “Knock Knock”; anzi, è molto probabile che ci troveremo a ballare nelle discoteche e nei club sui pezzi di DJ Koze. I brani migliori, come Colors Of Autumn e Music On My Teeth, sono infatti quasi perfetti e rappresentano il picco per qualsiasi artista di musica elettronica. Infine, menzioniamo lo sterminato parco ospiti presenti in “Knock Knock”: José Gonzalez, Róisín Murphy, Kurt Wagner dei Lambchop e Sophia Kennedy sono solo i più famosi. Molti compaiono più volte, a dimostrazione della fiducia che avevano nel progetto di DJ Koze e della volontà di quest’ultimo di creare un lavoro coeso.

Perciò, in conclusione, Kozalla ha pubblicato quello che fino ad ora è il suo lavoro più riuscito: vario, differenziato e molto divertente. Sarà difficile in futuro fare di meglio, ma le sue capacità compositive sembrano in costante crescita. Un fatto che ci fa decisamente ben sperare per i prossimi suoi dischi.

36) Kali Uchis, “Isolation”

(POP – SOUL)

Il primo album vero e proprio della cantante colombiana segue l’EP del 2015 “Por Vida” e dimostra un deciso passo in avanti in termini di scrittura e ricchezza espressiva. Kali ora, infatti, passa senza problemi dal pop latino al soul, dal reggae al funk, per creare un ensemble che ricorda Prince e Solange Knowles.

“Isolation”, infatti, è un trionfo: non si direbbe proprio che questo sia un album di esordio. La sicurezza con cui la giovane colombiana passa attraverso generi così disparati è disarmante. È pur vero che Kali Uchis è un nome che già da sei anni circola: il suo primo mixtape è infatti del 2012. Lei ha inoltre collaborato nell’album “War & Leisure” di Miguel, uno dei cantanti soul più in vista del momento. Insomma, aver convinto a collaborare a questo LP giganti come Kevin Parker dei Tame Impala e Damon Albarn (Blur, Gorillaz), oltre a Tyler The Creator e Thundercat, non è casuale.

Anche liricamente il CD non è banale: in Your Teeth In My Neck canta “What do you do it for, rich man keeps getting richer taking from the poor”, riferendosi alla crescente disuguaglianza all’interno dei paesi sviluppati. Questo pessimismo è ulteriormente espresso in In My Dreams, dove Kali afferma “Everything is just wonderful here in my dreams”, implicitamente dicendo che la sua vita non è tutta rose e fiori. Infine, in Miami parla della condizione dei migranti e delle grandi (spesso false) speranze che loro hanno arrivando negli Stati Uniti, quando canta “Why would I be Kim, I could be Kanye in the land of opportunity and palm trees”.

I pezzi migliori sono In My Dreams, Miami e la sexy Tomorrow, mentre convincono meno Dead To Me e After The Storm. In generale, tuttavia, come già detto all’inizio, Kali Uchis sorprende l’ascoltatore con melodie sempre nuove e ritmi differenti, generando un disco davvero ricercato e mai banale. Se questo è solo l’inizio, c’è da credere che ne sentiremo parlare ancora a lungo.

35) Gas, “Rausch”

(ELETTRONICA)

La carriera del compositore tedesco Wolfgang Voigt, emblema della musica ambient da ormai più di vent’anni, è molto strana: al colmo della fama, dopo album di grande spessore come “Königforst” (1999) e “Pop” (2000), il progetto Gas venne messo in soffitta per oltre quindici anni. Il ritorno avvenne infatti solo nel 2017, con “Narkopop”: un CD che riprendeva le tipiche sonorità di Voigt, vale a dire canzoni molto lunghe, a tratti apparentemente monotone, ma dalla grande intensità e capacità evocativa. Non a caso, era entrato con merito nella top 50 degli album di A-Rock.

Il sesto disco con il nome Gas di Voigt, “Rausch”, arriva quindi a pochi mesi da “Narkopop”: molto strano, per un artista al sesto lavoro in 22 anni di attività. L’urgenza di pubblicare questo nuovo LP deriva forse dalla temperie politica: Voigt ha infatti creato un CD molto cupo, forse il più oscuro come ritmi e sonorità della sua produzione. Forse un riferimento alla politica tedesca, dove l’estrema destra sembra tornata a farsi sentire? In effetti, i 60 minuti di “Rausch” sarebbero la perfetta colonna sonora per questi tempi grami ed incerti.

L’inizio non è neppure troppo pessimista: Rausch 1 è molto dolce ed evoca paesaggi misteriosi, come solo la miglior musica ambient riesce a fare. Tuttavia, già dalla seconda delle sette canzoni che compongono il lavoro, le cose cambiano: Rausch 2 e Rausch 3, infatti, sono davvero opprimenti e compongono il nocciolo dell’intero CD. Non si tratta, lo avrete capito, di un ascolto facile: per apprezzarne appieno le sfumature occorrono svariati ascolti e molta attenzione, ma il disco resta uno dei migliori del 2018 per quanto riguarda la musica elettronica. Belle in particolare Rausch 1 e Rausch 5; troppo lunga invece Rausch 3.

Potranno piacere o meno, ma queste lunghe canzoni dove ben poco cambia riescono comunque a trasmettere il senso di irrequietudine dell’artista: non un pregio da poco in tempi (musicali se non altro) dove la superficialità sembra farla sempre più da padrona.

34) Robyn, “Honey”

(POP)

Dopo un’attività discografica relativamente scarna nel corso degli ultimi otto anni, Robyn è tornata. La popstar svedese, in effetti, dopo la fortunata serie “Body Talk” del 2010, si era limitata a occasionali collaborazioni, di solito sotto forma di brevi EP (una nel 2014 con Röyksopp e una l’anno seguente con i francesi La Bagatelle Magique). Beh, possiamo dire che l’attesa è stata infine ripagata: “Honey” è un album composto da poche ma complesse melodie, che creano un CD coeso e profondo, degno della discografia passata di Robyn e che rinforza la sua fama di talento purissimo del mondo dance e pop.

L’apertura è “sintetica”: Missing U riporta alle menti le sonorità dance di “Body Talk” ma con un piglio che ricorda i Vampire Weekend di “Contra”, ossia un pop quasi di plastica, non finto ma anzi artatamente, plasticamente elaborato. Già in Human Being (che ricorda Grimes) Robyn ritorna a voler far ballare il suo pubblico, fatto rinforzato da altri pezzi, ad esempio la trascinante Honey e Beach2k20. Più romantica la ballata Baby Forgive Me, ma non per questo fuori contesto.

Liricamente, Robyn spiega le ragioni principali dietro la sua lunga assenza dalle scene: negli ultimi anni l’artista scandinava ha perso l’amico di lunga data Christian Falk e ha avuto una crisi (ma anche una riconciliazione) con il suo fidanzato. Entrambe queste storie non facili per Robyn sono esplicitate nel corso dei nove brani di “Honey”: ad esempio, in Missing U parla di un “empty space you left behind” e non capiamo se si riferisce alla morte dell’amico o alla rottura col fidanzato. In Because It’s In The Music Robyn rinnega la canzone condivisa con l’ex (ancora per poco) innamorato, mentre in Send To Robin Immediately e Honey finalmente i due innamorati si rimettono insieme, tanto che Robyn può cantare “Every breath that whispers your name it’s like emeralds on the pavement”. Il CD è quindi stato strutturato in forma diaristica, un’altra trovata non banale di Robyn.

In conclusione, molti aspettavano un successore al superlativo “Body Talk”; “Honey” forse non raggiunge quelle vette (Between The Lines e Beach2k20 non sono perfette), ma Robyn si conferma una popstar a sé, che vive in un mondo tutto suo fatto di brani dance e perfette perle pop. Non un fatto banale, in un mondo musicale sempre più stereotipato.

33) Stephen Malkmus And The Jicks, “Sparkle Hard”

(ROCK)

Chi apprezza l’indie rock non può non venerare Stephen Malkmus, un artista che ha fatto la storia di questo genere con i Pavement negli anni ’90 del secolo scorso. Nondimeno, la sua carriera non si esaurì con lo scioglimento del gruppo: Malkmus ha poi cominciato una fiorente carriera alternativa con il suo nuovo complesso, i Jicks, non limitandosi a prendere ispirazione dai Pavement, ma anzi cercando sempre nuove sperimentazioni.

Ne è un’ulteriore dimostrazione questo “Sparkle Hard”, settimo CD di Stephen Malkmus assieme ai Jicks: accanto al classico indie rock che da lui ci aspetteremmo troviamo infatti uso diffuso del pianoforte e dell’autotune, che tanto va di moda oggi. Inoltre, Kim Gordon (ex Sonic Youth) fa una comparsata molto efficace in Refute.

I testi delle 11 canzoni dell’album poi sono molto attuali: in Bike Lane Malkmus fa riferimento all’uccisione da parte della polizia di Freddie Gray, un caso che ha destato molto scalpore negli USA; in Middle America si schiera a fianco del movimento #MeToo, cantando che “Men are scum, I won’t deny it”. Non spesso si sente un artista di mezz’età cantare cose così forti: un merito in più di Stephen Malkmus.

I pezzi migliori sono Cast Off, la sognante Middle America e l’energica Shiggy; convincono meno Brethren e Difficulties – Let Them Eat Vowels, ma non sono in ogni caso pezzi da buttare. Diciamo che, se Ty Segall canterà ancora nel 2028, ci aspettiamo di sentirlo cantare così: intenso, ma consapevole che il tempo è passato e che, accanto all’energia delle origini, devono trovare spazio anche riflessioni più profonde sulla società e su quello che non va.

In conclusione, “Sparkle Hard” non è un LP che cambierà i destini del rock; del resto, Malkmus ne ha già prodotti almeno un paio con i Pavement, basti citare “Slanted, Enchanted” oppure “Crooked Rain, Crooked Rain”. Allo stesso tempo, però, si sentiva nel mercato la necessità che vedesse la luce un disco indie rock impegnato. Ben fatto, Stephen.

32) Amen Dunes, “Freedom”

(ROCK)

“Freedom” è il quinto lavoro del cantautore americano Damon McMahon, in arte Amen Dunes; ed è probabilmente quello destinato ad ottenere il maggior successo. McMahon infatti, per la prima volta, si affida ad un rock molto orecchiabile, abbandonando le influenze ambient e sperimentali che caratterizzavano i suoi precedenti CD, per rifarsi a classici come Bob Dylan e Neil Young.

Già la prima traccia vera e propria, dopo la sognante Intro, è testimonianza forte di questo cambiamento: Blue Rose è un pezzo delicato, apparentemente facile, ma che in realtà migliora ad ogni ascolto, un po’ come tutto il disco. Ma i brani riusciti non sono certo finiti qui: il nucleo del CD è Believe, pezzo di quasi sei minuti ma per nulla monotono. Buona anche Skipping School. Risultano invece meno belle Calling Paul The Suffering e L.A., troppo lunga. In generale, tuttavia, come già accennato, “Freedom” migliora ad ogni ascolto, rivelando sempre nuovi dettagli, anche grazie all’ottima produzione.

Liricamente, “Freedom” tratta il tema della perdita di una persona cara: la madre di Damon è morta di cancro alcuni anni fa, proprio mentre lui stava componendo il disco, che dunque riflette questa tragica perdita. Non a caso, predominano temi religiosi: Believe lo fa intuire già dal titolo, mentre in Blue Rose canta “We play religious music. Don’t think you understand, man”. Nondimeno, il disco è più affascinante per le sonorità che per i testi, spesso infatti la voce di Damon è soffusa e le parole inintelligibili, sulla falsariga di Panda Bear o Bradford Cox dei Deerhunter, per intendersi.

In conclusione, siamo di fronte ad una “rivoluzione conservatrice”, verrebbe da dire: McMahon, partito da lidi sperimentali, è finito per approdare a suoni e ritmi più accessibili, fra folk e rock. Anche una mossa del genere denota coraggio; quando poi i risultati sono così eccellenti, non si può non lodarla.

31) U.S. Girls, “In A Poem Unlimited”

(POP)

Meghan Remy, che si presenta musicalmente con il nome U.S. Girls, ha prodotto il CD migliore della sua carriera. Giunto al sesto album di inediti, il progetto U.S. Girls ha trovato nuova linfa nei movimenti che promuovono la parità uomo-donna, ad esempio #MeToo. In effetti, questo “In A Poem Unlimited” è un disco fortemente politico, a testimonianza che si può parlare di temi scottanti anche attraverso la musica pop. I temi toccati da Remy sono la violenza sulle donne, gli effetti devastanti per chi subisce stupri, le conseguenze dell’amore malato… Insomma, tematiche molto attuali nel mondo contemporaneo, specialmente negli Stati Uniti, ulteriormente evidenziati dall’autoritratto presente sulla cover del disco, che ritrae una Remy piangente.

Musicalmente, il CD si inserisce nel filone pop che caratterizza la produzione di Meghan Remy, affinando le caratteristiche già individuate nei precedenti suoi lavori: rimandi chiari agli anni ’60 e ’70 del secolo scorso, con improvvise schitarrate à la St. Vincent e Prince che rendono la ricetta sempre innovativa e intrigante.

I pezzi migliori sono M.A.H., Rosebud (riferimento a “Quarto Potere”) e Pearly Gates, decisamente il brano migliore del lavoro; non male anche Time. Non convincono appieno gli inutili intermezzi Why Do I Lose My Voice When I Have Something To Say e Traviata, oltre a L-Over. In generale, tuttavia, i risultati sono eccellenti: raramente infatti abbiamo sentito LP pop così coraggiosi, politicamente ma anche musicalmente.

30) Death Grips, “Year Of The Snitch”

(SPERIMENTALE – HIP HOP)

Il sesto album dei Death Grips, uno dei gruppi più estremi del panorama rap, è davvero incredibile. Il trio originario di Sacramento, infatti, riesce a produrre il suo lavoro più astratto e allo stesso tempo più accessibile. Certo, l’effetto novità è finito un attimo dopo aver ascoltato “The Money Store” del 2012, il loro scioccante album d’esordio, ma questo “Year Of The Snitch” è altrettanto innovativo in termini di generi affrontati. Fondendo spesso generi disparati come rap, rock, metal e techno, i Death Grips mantengono la loro freschezza e la capacità di scioccare l’ascoltatore.

Accanto a brani dal sapore shoegaze, quasi pop come Death Grips Is Online e Linda’s In Custody, abbiamo infatti pezzi decisamente duri come Black Paint e Shitshow, che a tratti sono puro rumore di sottofondo, con le liriche di MC Ride del tutto inintelligibili. I Death Grips scioccano tuttavia anche con le scelte visuali e liriche: la voglia di sconcertare o inorridire il pubblico non è terminata. Basti dire che il titolo del disco richiama la figura di Linda Kasabian, ex sodale di Charles Manson che poi però ha deciso di fare la spia e consegnare la setta (“Snitch” in inglese significa infatti “spia” e il CD è uscito per il compleanno della controversa donna). Il video di Shitshow, invece, è stato bannato da Youtube a causa dei suoi contenuti troppo violenti.

Il bello è che, malgrado questi nemmeno troppo velati tentativi di sabotare la propria carriera, il terzetto mantiene una fanbase leale, anche grazie ad una produzione abbondante ma sempre di qualità, a suo modo. A “Year Of The Snitch” collabora anche il bassista dei Tool Justin Chancellor, non un ospite di poco conto per un gruppo oscuro come i Death Grips, segno che il terzetto è stimato nel mondo della musica alternativa.

I pezzi migliori sono le già citate Black Paint, Linda’s In Custody e Death Grips Is Online; convincono invece molto meno Shitshow e Little Richard, troppo confusionarie. Inutili gli intermezzi Outro e The Horn Section. Ancora una volta, un album dei Death Grips è troppo lungo per essere totalmente convincente (la parte finale perde molto vigore); soprattutto, non è chiaro verso chi o che cosa sia rivolta la rabbia che pervade il gruppo. Il dubbio è che l’anarchia sia proprio la condizione desiderata dai Death Grips, espressa molto chiaramente negli ormai quasi dieci anni di carriera.

In conclusione, una volta di più i Death Grips si confermano gli artisti più divisivi nel panorama hip hop contemporaneo: molti sono legittimamente schifati dall’apparenza e dai messaggi trasmessi dal gruppo. Allo stesso tempo, tuttavia, non si può non ammirare la completa libertà espressiva presente nei Death Grips: lo spirito pionieristico del gruppo non si è estinto, fatto che, dopo una carriera così estrema, non è per nulla banale.

29) Kurt Vile, “Bottle It In”

(ROCK)

Il settimo LP solista di Kurt Vile (ottavo considerando “Lotta Sea Lice”, inciso con Courtney Barnett nel 2017) mostra il nostro slacker preferito mantenere alta la bandiera del folk-rock che lo ha reso celebre, dapprima con i The War On Drugs, poi nella sua carriera solista.

Rispetto al passato, Kurt cambia leggermente la ricetta: il CD è infatti il più lungo della sua prolifica produzione (quasi 80 minuti) e sono numerosi gli ospiti, i più rilevanti dei quali sono Kim Gordon (Sonic Youth) e il cantautore country Cass McCombs. I brani sono spesso molto articolati: in quattro casi superano i 7 minuti, in due addirittura i 10!

Ciò detto, il 38enne statunitense riesce quasi sempre a mantenere alta l’attenzione dell’ascoltatore, grazie alla consueta abilità nel mescolare melodie sicuramente già sentite, ma assemblate in maniera mai banale. Basti ascoltarsi l’iniziale Loading Zones: forse Neil Young, forse Bob Dylan, certo qualcuno aveva prodotto qualche cosa di simile in passato, ma Kurt riesce ad adattare il tutto al XXI secolo in maniera furba. Altro brano degno di nota è l’ipnotica suite Bassackwards, uno dei pezzi migliori mai creati da Vile; buone anche la lunghissima Skinny Mini e Rollin With The Flow. Deludono invece la title track e Come Again, ma sono errori accettabili in un lavoro lungo come “Bottle It In”.

Liricamente, come sempre, Kurt non dispensa mai grandi insegnamenti, ma il suo spirito di osservazione riesce a volte a esprimere concetti semplici ma non così scontati oggigiorno: “I think things were way easier with a regular telephone” proclama calmo in Mutinies, mentre in Bassackwards “Just the way things is these days, just the way things come out”. Quest’ultimo è in effetti il primo momento in cui Kurt sembra davvero insoddisfatto del presente, lui che dell’osservazione placida del mondo circostante aveva fatto una bandiera.

In conclusione, “Bottle It In” è una gradevole aggiunta ad una discografia già abbondante e di buona qualità media. Malgrado l’eccessiva lunghezza e alcuni momenti di stallo, il CD conferma Kurt Vile tra le voci (e i chitarristi) più importanti del panorama rock moderno. Non una cosa scontata, dopo una carriera che è iniziata nell’ormai lontano 2003 e continua ad essere rilevante anche quindici anni dopo.

28) Aphex Twin, “Collapse”

(ELETTRONICA)

Richard D. James, meglio conosciuto col nome d’arte Aphex Twin, è uno dei maggiori interpreti di musica elettronica degli ultimi trent’anni. Sì, non è un errore di battitura: la carriera di James coinvolge ormai quattro decadi, essendo iniziata nel 1985. Al suo attivo vanta capolavori della musica ambient e IDM (Intelligent Dance Music) come le due raccolte di “Selected Ambient Works” e il clamoroso ritorno del 2014 “Syro”.

Basterebbe questo a meritarsi una onorevole pensione, invece Aphex Twin, dal suo ritorno sulle scene musicali, ha dimostrato una voglia di sperimentare davvero insistente e ambiziosa, pubblicando una raccolta di inediti ogni anno. Solo nel 2017 si è preso una breve pausa, evidentemente necessaria per pubblicare l’efficacissimo EP “Collapse”.

L’inizio è travolgente: T69 Collapse è fantastica, con percussioni in primo piano e un ritmo trascinante, degno del miglior Aphex Twin. Anche le tracce più tranquille del lavoro, tuttavia, fanno un’ottima impressione, anche dopo ripetuti ascolti: 1st 44 inizia lenta, per poi esplorare ritmi techno e big beat che ricordano i Prodigy. Degna di nota anche MT1 t29r2 (ebbene sì, i titoli assurdi di James continuano a imperversare).

In conclusione, “Collapse” finisce quasi troppo presto: data l’efficacia e la coesione interna posseduta dall’EP, sembrerebbe che Aphex Twin sia tornato al top della condizione, malgrado un’età non più verde e una scena elettronica sempre più piena di DJ che cercano di imitarne lo stile. Nondimeno, Richard D. James si conferma inimitabile. Una cosa non da poco, alla soglia dei 50 anni.

27) Pusha-T, “Daytona”

(HIP HOP)

Si può definire CD un lavoro formato da sette canzoni per soli 21 minuti di durata? Il dubbio è legittimo, tuttavia non conta troppo analizzando “Daytona”. Pusha-T, infatti, grazie anche all’aiuto di Kanye West alla produzione e di alcuni importanti ospiti (su tutti lo stesso Kanye e Rick Ross), ha prodotto un disco compatto ma molto efficace, forse il migliore della sua produzione solista.

Lui infatti fino alla fine degli anni ’00 era parte dei Clipse, duo molto popolare all’epoca. La sua carriera solista era iniziata in maniera incerta, ma gli ultimi due suoi lavori (“My Name Is My Name” del 2013 e “Darkest Before Dawn” del 2016) avevano denotato una crescita costante e lo hanno visto infine tornare ai livelli raggiunti nei Clipse in “Daytona”.

Liricamente, Pusha-T non le ha mai mandate a dire, anche se spesso in passato i suoi testi parlavano dei temi tipici del gangsta rap: droga, sesso e violenza. Tuttavia, “Daytona” vede una svolta anche su questo versante: sono presenti versi molto duri su due mostri sacri del rap come Lil Wayne e Drake, accusati rispettivamente di essere pronti alla pensione (il primo) e di sfruttare il lavoro dei ghostwriter per il proprio successo (il secondo). Contiamo anche una canzone dedicata a Meek Mill, amico del rapper che è stato in carcere negli ultimi tempi (What Would Meek Do?).

Le canzoni migliori sono Santeria, con base trap molto potente; If You Know You Know e Infrared, che aprono e chiudono magistralmente l’album; e Come Back Baby. Unica nota stonata è Hard Piano, ma il contributo di Rick Ross salva la baracca.

In generale, dunque, il contributo di West ha senza dubbio aiutato Pusha-T a proporre un disco avvolgente e che difficilmente abbandoniamo di nostra volontà; il problema è che, due anni e mezzo dopo “Darkest Before Dawn”, finire con sole sette canzoni è un po’ una delusione. Nondimeno, Pusha-T si conferma ormai tornato ad alti livelli. Siamo davvero curiosi di vedere dove lo porteranno i suoi prossimi lavori.

26) IDLES, “Joy As An Act Of Resistance”

(PUNK)

Gli IDLES sono probabilmente il gruppo punk britannico più hot del momento: i due album pubblicati nel corso di soli due anni, “Brutalism” nel 2017 e “Joy As An Act Of Resistance” quest’anno, sono stati lodati come moderni capolavori del genere, capaci di rifarsi ai maestri del passato (soprattutto Clash) ma perfettamente calati nel mondo moderno. Aiuta molto il fatto che il gruppo guidato da Joe Talbot parli di temi decisamente attuali: la rabbia per un mondo sempre più ingiusto, l’odio per coloro che tramite la Brexit hanno staccato la Gran Bretagna dall’Europa… insomma, tematiche molto sentite e non puramente british.

La musica degli IDLES in realtà non è rivoluzionaria, ma come potrebbe esserlo del resto in un genere chiuso come il post-punk? Tuttavia, ciò che colpisce maggiormente è l’energia che il complesso britannico mette in ogni canzone: il frontman Talbot, con il suo vocione, ricorda un King Krule meno raffinato, mentre la base ritmica fornita dal batterista Jon Beavis e dai chitarristi Mark Bowen e Lee Kiernan è solida. Vi sono in effetti tutti gli ingredienti per avere un ottimo disco punk.

Cosa puntualmente confermata: “Joy As An Act Of Resistance” è senza ombra di dubbio uno dei dischi punk più convincenti dell’anno. Il titolo può tuttavia trarre in inganno: di gioia, sia nei testi che nelle canzoni degli IDLES, ne troviamo ben poca. Basti dire che uno dei temi che permea il CD è l’avere un figlio nato morto: “Baby shoes for sale: never worn” canta Talbot in June, un verso apparentemente innocuo ma in realtà devastante. Eloquente poi il titolo della furiosa I’m Scum, ma i veri capolavori sono altri: le tesissime Never Fight A Man With A Perm e Danny Nedelko sono pezzi punk riuscitissimi, che ricordano i migliori Cloud Nothings e Preoccupations. Ottima anche Love Song. Convince meno la parte finale dell’album, inferiore alla media ad esempio Television; ma i risultati restano complessivamente lodevoli.

In conclusione, gli IDLES hanno alzato ancora la posta, producendo un album che dimostra un potenziale immenso: starà a loro riuscire a sfruttarlo appieno. “Joy As An Act Of Resistance” infatti non è ancora il loro “Big One”, ma se riusciranno a replicare per 30-35 minuti l’intensità di pezzi come Danny Nedelko avremo di fronte il nuovo “Unknown Pleasures”. Missione difficilissima certo, ma perché non sperarci?

La prima parte dei 50 migliori album del 2018 di A-Rock contiene dunque alcuni pezzi grossi: chi avrà conquistato la palma di miglior CD dell’anno? Appuntamento domani con la seconda parte della lista. Stay tuned!

Recap: settembre 2018

Settembre è ormai finito. Un mese ricco di CD importanti e attesi da critica e pubblico; il lavoro infatti ad A-Rock non è mancato. Recensiremo i nuovi album di Anna Calvi, Troye Sivan e di Katie Crutchfield aka Waxahatchee. Inoltre, daremo spazio ai nuovi dischi dei veterani della musica elettronica Aphex Twin e The Field, al ritorno dei Low e dei Suede e al primo LP partorito dalla collaborazione fra Justin Vernon e Aaron Dessner dei National (in arte Big Machine). Ah, stavamo per dimenticarci: Ty Segall ha pubblicato un nuovo CD, a firma GØGGS questa volta.

Troye Sivan, “Bloom”

troye sivan

La nascente pop star australiana Troye Sivan ha pubblicato un lavoro davvero maturo per un ragazzo di appena 23 anni. “Bloom” è infatti un ottimo album pop, capace di suonare fresco malgrado si vedano chiaramente le influenze a cui Troye si ispira (George Michael, Lorde e The 1975 fra gli altri).

Quest’anno abbiamo avuto molti CD con chiari riferimenti alla sessualità dei protagonisti: in tempi di #MeToo e pieni diritti per le persone omosessuali, è perfettamente comprensibile che artisti dalle origini disparate abbiano descritto cosa significhi essere persone omosessuali. Troye Sivan non ha mai nascosto la sua attrazione per altri uomini, ma nel suo secondo album le liriche sono decisamente più mature e le sonorità più coerenti ed efficaci, rendendo “Bloom” un ascolto imprescindibile per gli amanti del pop.

L’inizio è travolgente: sia Seventeen che il singolo My My My! sono ottimi pezzi pop, degni di autori più quotati del giovane Troye. Anche i testi colpiscono: in Seventeen Sivan narra le sue avventure erotiche su Grindr (il Tinder per omosessuali) con uomini più maturi e gli abusi da loro perpetrati. Altrove le liriche sono più delicate: “Got something here to lose that I think you wanna take from me” in Seventeen e “I need you to tell me right before it goes down. Promise me you’ll hold my hand if I get scared now” in Bloom ne sono esempi.

Musicalmente, dicevamo, il CD è un ottimo concentrato del pop del XXI secolo, con inserti di autori del passato come George Michael. La voce di Sivan ricorda molto quella di Matt Healy dei The 1975, mentre la forte presenza del pianoforte in molte melodie (si veda Postcard) fa tornare alla mente il Perfume Genius delle origini. Da sottolineare infine le collaborazioni presenti in “Bloom”: Ariana Grande fa una comparsata in Dance To This, mentre il celebre produttore Ariel Rechtshaid collabora in The Good Side. Un po’ ovvie sono canzoni come Plum e Dance To This, ma sono peccati veniali in un lavoro altrimenti molto efficace.

Insomma, il futuro pare roseo per la giovane star australiana: giusto così, dato il talento dimostrato e la voglia di sperimentare non solo la carriera musicale. Ricordiamo infatti che Sivan è diventato noto come youtuber, per poi passare alla carriera di attore e poi di cantante. Insomma, un personaggio poliedrico e pronto al grande salto nel mondo delle star a tutto tondo. “Bloom” è un ottimo biglietto da visita ed è senza dubbio uno dei migliori album pop dell’anno.

Voto finale: 8.

Aphex Twin, “Collapse”

collapse

Richard D. James, meglio conosciuto col nome d’arte Aphex Twin, è uno dei maggiori interpreti di musica elettronica degli ultimi trent’anni. Sì, non è un errore di battitura: la carriera di James coinvolge ormai quattro decadi, essendo iniziata nel 1985. Al suo attivo vanta capolavori della musica ambient e IDM (Intelligent Dance Music) come le due raccolte di “Selected Ambient Works” e il clamoroso ritorno del 2014 “Syro”.

Basterebbe questo a meritarsi una onorevole pensione, invece Aphex Twin, dal suo ritorno sulle scene musicali, ha dimostrato una voglia di sperimentare davvero insistente e ambiziosa, pubblicando una raccolta di inediti ogni anno. Solo nel 2017 si è preso una breve pausa, evidentemente necessaria per pubblicare l’efficacissimo EP “Collapse”.

L’inizio è travolgente: T69 Collapse è fantastica, con percussioni in primo piano e un ritmo trascinante, degno del miglior Aphex Twin. Anche le tracce più tranquille del lavoro, tuttavia, fanno un’ottima impressione, anche dopo ripetuti ascolti: 1st 44 inizia lenta, per poi esplorare ritmi techno e big beat che ricordano i Prodigy. Degna di nota anche MT1 t29r2 (ebbene sì, i titoli assurdi di James continuano a imperversare).

In conclusione, “Collapse” finisce quasi troppo presto: data l’efficacia e la coesione interna posseduta dall’EP, sembrerebbe che Aphex Twin sia tornato al top della condizione, malgrado un’età non più verde e una scena elettronica sempre più piena di DJ che cercano di imitarne lo stile. Nondimeno, Richard D. James si conferma inimitabile. Una cosa non da poco, alla soglia dei 50 anni.

Voto finale: 8.

Low, “Double Negative”

low

Il dodicesimo album dei veterani del rock alternativo Low è anche uno dei loro più bei CD degli ultimi anni. Malgrado siano attivi da ben 25 anni, il gruppo sembra più vitale che mai, mantenendo alto il livello compositivo e la voglia di sperimentare.

“Double Negative”, infatti, non si limita a ripercorrere i generi che hanno reso celebri i Low: ricordiamo infatti che le origini del complesso statunitense vanno ricondotte al mondo del metal, sebbene melodico e a volte quasi dream pop. Loro sono in effetti fra i fondatori di una corrente musicale chiamata slowcore: ritmi lenti, bassi in grande evidenza, voci spesso inintelligibili. Una sorta di shoegaze ancora più opprimente, diciamo. Beh, in “Double Negative” ritroviamo molti di questi tratti, ma anche delle incursioni ambient davvero intriganti e riuscite: più o meno tutti i pezzi del disco hanno code o intro di questo tipo, addirittura The Son, The Sun è solo musica ambient, degna del miglior Brian Eno. Non male anche la conclusione della sognante Fly.

Certo, l’album non è per nulla commerciale, anzi rischia di inimicare la frangia meno sperimentale del pubblico dei Low. Tuttavia, dopo aver compreso la loro estetica ed essere entrati appieno nel mood del CD, pezzi come Tempest e Always Up non possono non conquistare l’ascoltatore. Non sarà certamente il disco dell’anno, ma insomma di band così creativamente ardite al loro terzo decennio di vita se ne contano davvero poche.

Menzione finale per i testi (laddove comprensibili): il gruppo si è dichiarato più volte acerrimo nemico di Donald Trump e non esita a ribadire il concetto nel corso degli 11 brani che compongono “Double Negative”. Ad esempio, in Dancing And Fire il frontman Alan Sparhawk canta “It’s not the end, it’s just the end of hope”, mentre in Disarray “Before it falls into total disarray, you’ll have to learn to live a different way”.

Insomma, un LP certo non facile, ma che merita almeno un ascolto. I Low non sono mai stati tanto liberi e privi di preoccupazioni legate al successo o meno di un loro disco, motivo per cui suonano più ambiziosi che mai. Già questo sarebbe una buona ragione; inoltre, il livello dei brani è generalmente alto. Cosa volete di più?

Voto finale: 7,5.

Anna Calvi, “Hunter”

anna calvi

La talentuosa cantante pop-rock inglese di chiare origini italiane Anna Calvi ha trovato la definitiva maturità nell’intrigante “Hunter”, terzo suo album e primo dopo quattro anni di assenza dalle scene. La Calvi affronta con decisione il tema della sessualità e della discriminazione a cui gli omosessuali sono sottoposti, componendo un vero e proprio manifesto per la liberazione da qualsiasi costrizione.

Anna Calvi dimostra di aver appreso appieno la lezione di maestri del rock oscuro come Nick Cave: la sua voce è profonda come mai, la virtuosità chitarristica dei passati lavori lascia posto ad accompagnamenti lugubri e ossessivi. Non parliamo insomma di un disco facile, nondimeno il fascino di tracce come As A Man e la title track è innegabile. Colpiscono positivamente anche Don’t Beat The Girl Out Of My Boy, davvero trascinante e non a caso scelta come singolo di lancio, e l’inquietante Chain, in cui Anna parla esplicitamente di fantasie sadomaso.

Dicevamo che la bella Anna Calvi si schiera apertamente a favore della totale parità di diritti per le persone omosessuali e della libera scelta riguardo al sesso: essere maschio o femmina per lei non conta, l’importante è sentirsi in pace con sé stessi. Posizione condivisibile o meno, ma legittima e motivata da testi forti, già nei titoli. Insomma, un attestato di maturità artistica e personale.

In conclusione, dopo due nomination ai Mercury Prize, i premi musicali più importanti della stampa d’Oltremanica, “Hunter” potrebbe rappresentare la definitiva consacrazione per la Calvi. Peccato, perché senza pezzi sotto la media come Swimming Pool e Away parleremo di un CD fantastico. Così è “solamente” un buon album, ma certamente ci fa apprezzare appieno le potenzialità dell’ancora giovane artista inglese.

Voto finale: 7,5.

The Field, “Infinite Moment”

the field

Puntuale come un orologio svizzero, Axel Willner (colui che si cela dietro il nickname The Field) ritorna con un nuovo album di musica techno-ambient. Il DJ svedese ha fatto della ripetitività delle melodie la sua arma vincente: tutta la sua carriera, infatti, è caratterizzata da un genere a metà fra musica dance e ambient, con brani anche molto lunghi e che fanno del minimo cambiamento nelle percussioni o nel ritmo l’arma vera e propria.

Il primo CD a firma The Field, “From Here We Go Sublime” (2007), era stato un “game changer” per la musica elettronica di quel periodo, tanto che poi molti DJ diventati famosi (Armin Van Buren e Tiesto, per esempio) hanno preso spunto da quell’album per creare quel sottogenere dell’elettronica chiamato “trance”. Willner ha sempre mantenuto un profilo basso, decisamente meno commerciale di alcuni suoi colleghi, ma non ha mai prodotto album scadenti. “Infinite Moment” mantiene la tradizione, confermando The Field tra le voci di maggior spessore della scena internazionale.

Il disco presenta una struttura austera: solo sei canzoni in scaletta, cinque delle quali superano i 10 minuti di durata. In effetti, il titolo del sesto LP a firma The Field è “Infinite Moment”: avere tracce lunghe e complesse è parte del gioco. L’impressione viene subito confermata da Made Of Steel. Made Of Stone, che apre il disco: le atmosfere richiamano i due ultimi album del DJ svedese, “Cupid’s Head” (2013) e “The Follower” (2016), più cupe degli esordi e meno frenetiche. Invece, la riuscita Hear Your Voice è quasi pop, una novità nel catalogo di Willner. La parte centrale dell’album è dominato da atmosfere più rarefatte, tanto che Who Goes There rimanda a Four Tet. Peccato solo per la scialba conclusione, dato che la title track è monotona e sotto la media, più che buona, del disco.

In conclusione, il “periodo nero”, almeno nelle cover, di The Field continua: non creativamente, sia chiaro, giacché “Infinite Moment” è comunque un godibile disco di musica elettronica. Allo stesso tempo, tuttavia queste atmosfere più opache a volte tolgono l’aria e rendono l’ascolto difficile. Averne però di compositori così costanti e desiderosi di mantenere un livello medio così alto.

Voto finale: 7,5.

Big Red Machine, “Big Red Machine”

big red machine

La collaborazione tra Justin Vernon, il geniale compositore noto come Bon Iver, e Aaron Dessner dei National non poteva che essere un evento per gli amanti del mondo indie. Bon Iver e The National sono infatti tra gli artisti più amati degli ultimi anni, grazie a una costante voglia di sperimentare (il primo) e a un’incredibile capacità di assemblare gli ingredienti dell’indie rock in modi sempre notevoli e non banali (i secondi).

“Big Red Machine” raccoglie molte delle influenze degli ultimi CD a firma Bon Iver e The National, ovvero “22, A Million” (2016) e “Sleep Well Beast” (2017). Abbiamo infatti un lavoro di canzoni sperimentali ma mai fuori dai gangheri, folk ma anche elettroniche, con occasionali intarsi di chitarra ad opera di Dessner. I testi, come nella migliore (o peggiore, dipende dai punti di vista) tradizione di Bon Iver e The National, sono sempre sfocati e vaghi; niente di cui preoccuparsi eccessivamente, però, dato che, più che comunicare messaggi universali, lo scopo dell’album è mostrare il processo creativo di due menti illuminate della musica rock del nuovo millennio.

L’inizio è particolarmente minimale: Deep Green ricorda molto l’ultimo disco dei The National, in particolare Guilty Party. La seconda canzone delle 10 che compongono il CD, la suadente Gratitude, è più mossa, riportando alla memoria il miglior Bon Iver, quello di “Bon Iver, Bon Iver” del 2011. Il lavoro prosegue poi su questa falsariga, alternando pezzi più riusciti (per esempio OMDB e People Lullaby) ad altri meno consistenti (I Won’t Run From It). I risultati restano comunque sopra la media, grazie anche all’angelica voce di Vernon e alla produzione, sempre impeccabile.

Dicevamo che, liricamente, il disco contiene più che altro un collage di immagini, spesso slegate fra loro. Ad esempio, Gratitude parla senza problema di indiani d’America, innamorati e quarterback; in Deep Green troviamo la seguente, straniante immagine: “We met up like a ski team”. Insomma, suggestioni da cogliere con ironia o diffidenza, a seconda della personale inclinazione.

In conclusione, non siamo certo davanti ad un capolavoro. Allo stesso tempo, però, “Big Red Machine” conferma una volta di più che, anche nel tempo libero dai loro progetti principali, Dessner e Vernon non sanno scrivere una canzone davvero brutta. Insomma, il lavoro merita almeno un ascolto.

Voto finale: 7,5.

GØGGS, “Pre Strike Sweep”

goggs

L’instancabile Ty Segall conferma che il 2018 potrebbe essere il suo anno più inquieto di sempre; ed è tutto dire per un artista che ha all’attivo, all’ancora relativamente tenera età di 31 anni, 10 (!) album solisti, più svariate collaborazioni (celebri quelle con Tim Presley aka White Fence) e altre due band attive (sorvoliamo su quelle ormai defunte di cui ha fatto parte), vale a dire i Fuzz e i GØGGS. Insomma, un’iperattività per certi versi inquietante, ma che è caratterizzata da una qualità media altissima: è sorprendente infatti come Ty, nelle sue varie incarnazioni, non abbia pubblicato un solo CD davvero scadente. Alcuni potranno piacere o meno, ad esempio “Sleeper” (2014) per alcuni è troppo folk; oppure “Slaughterhouse” (2012) troppo punk. In generale, però, è proprio questa sua capacità di spaziare nel mondo rock in ogni suo aspetto (dal semplice rock and roll all’hard rock al garage, passando per rock psichedelico e ballate beatlesiane) a renderlo speciale.

Ma parliamo del nuovo disco dei GØGGS: per molti fan dell’artista californiano questo è il suo progetto più debole, dato anche il fatto che Ty si limita a suonare la chitarra e a fare da supporto alla voce principale, che appartiene a Charles Moothart, già membro degli Ex Cult. Il sound del gruppo non si discosta molto dal garage rock che ha reso Segall una star del genere, ma del resto l’innovazione non è mai stata il piatto forte del cantante statunitense. “Pre Strike Sweep” si conferma tuttavia un divertissement riuscito, un modo simpatico e poco impegnativo di passare mezz’ora.

L’energia pervade il lavoro, come è lecito aspettarsi: la title track e CTA sono trascinanti, ricordando il Ty Segall più punk. Killing Time e Vanity sono invece pezzi puramente hard rock, che si rifanno a Black Sabbath e Queens Of The Stone Age. Non esistono brani davvero deboli peraltro e il disco è piuttosto coeso, data anche la sua brevità. Inoltre, le melodie entrano facilmente in testa, specialmente agli amanti del genere, rendendo l’ascolto gradevole e mai banale.

In conclusione, non stiamo certo parlando di un capolavoro, ma certamente “Pre Strike Sweep” conferma che i GØGGS non sono semplicemente un passatempo per Segall e compagni, che si divertono ma non senza un obiettivo ben preciso: quello di tenere alta la bandiera del rock duro e puro. In un’epoca dove il genere sta sempre più perdendo rilevanza, vanno ammirati.

Voto finale: 7.

Suede, “The Blue Hour”

suede

La storia dei Suede è davvero particolare: la band inglese capitanata da Brett Anderson è stata pioniera della rinascita del rock britannico anni ’90, grazie a lavori convincenti come l’omonimo “Suede” (1993) e “Dog Man Star” (1994), paralleli ai migliori CD di Blur e Oasis. Un peccato, dato che la fama delle due band ha oscurato i Suede, che in realtà qualitativamente erano sullo stesso piano, se non superiori, rispetto alle creature dei fratelli Gallagher e di Damon Albarn. La loro carriera è poi proseguita fra alti e bassi fino al 2002, quando lo scioglimento pareva definitivo. Invece, nel 2013, la svolta: i Suede tornano insieme, con peraltro dischi convincenti come “Bloodsports” (2013) e “Night Thoughts” (2016), capaci di mixare efficacemente il britpop anni ’90 con le influenze del rock alternativo contemporaneo. Sono molte le band, UK e non, ad essersi ispirate allo stile dei Suede negli anni: dai Killers fino ai The 1975, l’aria di complesso maledetto e dotato di base ritmica convincente e pomposa ha fatto presa su molti.

L’ottavo LP della band britannica ricalca i familiari sentieri che hanno reso i Suede una band magari di secondo piano in Inghilterra e nel mondo, ma stimata dalla critica e con una fanbase leale. “The Blue Hour” parte come ci aspetteremmo da un CD dei Suede: As One è un pezzo imperioso, a tratti forse troppo barocco, ma è un’introduzione discreta. Il primo highlight è la trascinante Wastelands, che presenta la chitarra di Richard Oakes in primo piano e la voce di Anderson efficace come sempre. Tutta la prima fase del disco è buona: ottima per esempio anche Beyond The Outskirts.

I problemi iniziano nella parte centrale, dove il gruppo sembra perdere un po’ il filo: ad esempio, sia Life Is Golden che Tides sono fuori fuoco e prevedibili nel loro sviluppo. Il finale, invece, riserva delle gradite sorprese: sia Don’t Be Afraid If Nobody Loves You che la conclusione epica di Flytipping riportano alla mente i fasti dei primi LP dei Suede.

In conclusione, il trittico post reunion si chiude forse con il suo lavoro più debole, nondimeno Anderson e compagni riescono a mantenersi ben sopra la sufficienza, sebbene “The Blue Hour” manchi della coesione che aveva reso “Night Thoughts” così soddisfacente. Per concludere, un avvertimento che, in realtà, ad una band navigata come i Suede potrebbe suonare scontato: un po’ di barocco va bene, ma il rococò, dopo un po’, stucca.

Voto finale: 7.

Waxahatchee, “Great Thunder”

great thunder

“Great Thunder” arriva solo un anno dopo lo squisito “Out In The Storm”, uno dei migliori album indie rock degli ultimi anni. Katie Crutchfield, la figura dietro il progetto Waxahatchee, ha deciso in questo breve EP di dare alle stampe dei suoi pezzi composti alcuni anni fa, caratterizzati da sonorità decisamente lontane da quelle che hanno fatto la fortuna della cantante americana. Abbiamo infatti canzoni folk, che poco mantengono della furia rock degli ultimi dischi a firma Waxahatchee.

Come già accennato, le canzoni rimandano ad alcuni brani di ben sei anni fa: Great Thunder era il nome di una band dalla vita brevissima in cui la Crutchfield era stata scelta come leader. I testi parlano apertamente della fine di una relazione, tema che già era al centro di “Out In The Storm”: la delicata Chapel Of Pines si basa sul ritornello “Will You Go?”, che più chiaro non potrebbe essere. Insomma, non abbiamo di fronte canzoni allegre, fatto amplificato dalla produzione dell’album, registrato nella stessa località dove Justin Vernon compose “For Emma, Forever Ago”, il suo ormai classico esordio come Bon Iver.

Tutto però dimostra una verità incontrovertibile: che si parli di indie rock o folk, Waxahatchee si conferma un nome vincente del panorama musicale contemporaneo. Pezzi come Chapel Of Pines e Takes So Much starebbero benissimo nelle mani di un Father John Misty o dei Fleet Foxes. Insomma, la Crutchfield ha ampliato notevolmente la propria tavolozza compositiva: vedremo dove la condurrà il prossimo LP vero e proprio. Certamente la nostra fiducia in lei non è compromessa dall’interessante EP “Great Thunder”.

Voto finale: 7.