Arcade Fire, una svolta azzeccata solo a metà

Arcade Fire

Una foto recente degli Arcade Fire.

Il quinto album degli Arcade Fire, band simbolo della scena indie rock degli anni ’00, autrice di capolavori come “Funeral” (2004), “Neon Bible” (2007) e “The Suburbs” (2010), è il loro album più pop e, allo stesso tempo, il più inconsistente della loro produzione. Infatti, accanto a brani molto riusciti, abbiamo per la prima volta canzoni davvero superflue e, addirittura, pessime: pertanto, il voto complessivo al CD terrà conto di tutto questo.

“Everything Now”, questo il titolo del nuovo LP, si caratterizza come un concept album: un’impresa già tentata (e riuscita) ai tempi di “The Suburbs”, che raccontava l’infanzia non semplice dei membri della band. “Everything Now”, invece, si concentra sul consumismo che caratterizza la nostra epoca e sul desiderio di diventare famosi, anche se solo per qualche ora, dei giovani. Un intento lodevole: non concentrarsi sui propri sentimenti, ma tentare qualche cosa di universalmente valido. Inoltre, non mi vengono in mente molti tentativi di concept album riguardo a temi del genere: un merito in più di Win Butler e compagnia.

Purtroppo, i risultati non sono rose e fiori: la title track e Creature Comfort racchiudono perfettamente il messaggio che la band vuole trasmettere, con ritmica potente e un gusto pop e dance innovativo per gli Arcade Fire, ma contemporaneamente molto intrigante per il pubblico. Si ritrovano infatti chiare influenze di Abba e LCD Soundsystem, fino ad oggi raramente rinvenibili in un disco degli AF. Anche i testi sono decisamente rilevanti: in Everything Now Win canta: ”I want it everything now, I need it everything now, I can’t live without everything now…”, insomma la critica ai giovani d’oggi per volere tutto subito è evidente. In Creature Comfort, la bulimia degli acquisti compulsivi e dei like su Facebook/Instagram/Twitter è messa alla berlina: “On and on I don’t know what I want, on and on I don’t know if I want it…”; e poi “some boys hate themselves, spend their lives resenting their fathers. Some girls hate their bodies, stand in the mirror and wait for the feedback”. Insomma, vista anche la tracklist, eccettuata la trascurabile Signs Of Life, tutto sembra procedure per il meglio.

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La copertina di “Everything Now”.

Peccato che poi compaiano delle tracce davvero evitabili: se Peter Pan vi pare brutta, aspettate e avrete subito dopo Chemistry, senza dubbio la peggior canzone mai composta dagli Arcade Fire. Ecco di cosa parlavamo all’inizio: gli Arcade Fire sono senza dubbio capaci di scrivere pezzi migliori di questi due, perché tediare il proprio pubblico quindi con roba del livello di Peter Pan e Chemistry?

I due brevi intermezzi Infinite Content ed Infinite_Content (no, non scherzo), uno decisamente rock e uno più melodico, ci portano alla seconda parte dell’album: anche qua il discorso si ripete. Abbiamo un buon pezzo in Good God Damn, che ricorda le atmosfere di “Reflektor”; l’interessante Electric Blue cantata dalla sola Régine Chassagne (moglie di Win Butler); ma anche pezzi a mala pena discreti come Put Your Money On Me e We Don’t Deserve Love. Bell’idea, però, quella di chiudere il CD con la ripresa di Everything Now, che era anche prima canzone nella scaletta, a rafforzare l’idea di concept album alla base del disco.

In conclusione, qual è il giudizio complessivo su questo “Everything Now”? Va elogiata l’attitudine degli Arcade Fire verso la musica: evitare di rintanarsi in una nicchia musicale e, anzi, esplorare in ogni nuovo LP una diversa direzione. Siamo passati infatti dall’indie di “Funeral” al rock barocco di “Neon Bible”; dal primo flirt con l’elettronica e la dance di “The Suburbs” ai ritmi caraibici di “Reflektor”. La cosa che più delude, tuttavia, è che gli Arcade Fire abbiano per la prima volta usato del puro filler per arrivare alla durata prescelta, in termini di canzoni e minutaggio, di un CD: come definire altrimenti obbrobri come Peter Pan e Chemistry?

Speriamo che “Everything Now” sia solo un mezzo passo falso in una discografia finora eccezionale: proseguire in questo percorso più pop ed elettronico non sembra la miglior opzione per gli Arcade Fire, vedremo cosa accadrà nella loro prossima avventura.

Voto finale: 7.

Gli album più attesi del 2017

Il 2016 si è chiuso da poco, ma è già tempo di pensare all’anno prossimo: quali uscite ci procurano l’interesse maggiore?

Partiamo innanzitutto da quelle già annunciate: gennaio si preannuncia un mese piuttosto intenso, con i nuovi lavori di Brian Eno (1 gennaio), xx, Run The Jewels (entrambi 13 gennaio, ma i RTJ hanno già reso disponibile lo streaming del CD) e Cloud Nothings (27 gennaio) che agiteranno i sonni degli amanti della buona musica. In particolare, gli xx sono chiamati alla conferma, a cinque anni da “Coexist”: il singolo On Hold sembra annunciare una svolta verso l’elettronica, aspettiamo di sentire il nuovo CD, intitolato “I See You”. Dal canto loro, Cloud Nothings e Run The Jewels, pur in territori musicali radicalmente differenti (i primi punk, i secondi hip hop), sono chiamati a dare risposte importanti dopo due ottimi lavori come “Here And Nowhere Else” e “RTJ2”, entrambi del 2014.

Febbraio (il 28, per la precisione) sarà invece il mese di uscita del nuovo, attesissimo lavoro del bravissimo Mark Kozelek, mente del progetto Sun Kil Moon, il cui “Benji” (2014) è un capolavoro di folk purissimo. Sarà in grado di replicare la bellezza di quel CD, dopo il meno riuscito “Universal Themes” del 2015?

Il 2017 si preannuncia, inoltre, un anno molto importante per il rock: sono attesissime le nuove produzioni di Arcade Fire, Arctic Monkeys, Horrors e Vampire Weekend. Quattro dei gruppi più rilevanti degli ultimi anni stanno quindi per dare seguito a CD intriganti e riusciti come “Reflektor”, “AM”, “Luminous” e “Modern Vampires Of The City”: chi saprà mantenere meglio le attese di critica e pubblico? Tutte e quattro le band sono attese a dare risposte importanti; per esempio, gli Arcade Fire proseguiranno nella svolta elettronica intrapresa con “Reflektor”? Gli Arctic Monkeys seguiranno altri lidi musicali o ritorneranno al rock suadente di “AM”? Gli Horrors daranno sfogo alla loro creatività, come sempre accaduto finora nella loro brillante carriera, o si rintaneranno in un rock meno ardito e sperimentale? E i Vampire Weekend, dopo l’addio di Rostam Batmanglij, sapranno mantenere gli altissimi livelli compositivi e lirici di “Modern Vampires Of The City”?

Gli amanti del folk-pop saranno poi intrigati dall’attesissimo ritorno di Real Estate e Fleet Foxes; i secondi mancano addirittura da sei anni dalla scena musicale. Venendo da due LP elogiati da pubblico e critica come “Atlas” (2014) e “Helplessness Blues” (2011), i due complessi saranno in grado di mantenere questi altissimi livelli?

Ancora più attese sono, tuttavia, le nuove produzioni di gruppi che, precedentemente, hanno deluso le aspettative: per esempio, Strokes e Killers. I loro precedenti sforzi creativi, “Comedown Machine” e “Battle Born”, erano confusi e poco ispirati: sapranno due delle band indie rock più influenti degli ultimi anni tornare ai loro vecchi livelli, quelli per intendersi dei fulminanti esordi “Is This It” e “Hot Fuss”? Una risposta negativa segnerebbe il declino, forse irreversibile, nei favori del pubblico verso questi due gruppi.

Abbiamo poi in programma i nuovi CD di Franz Ferdinand e Phoenix, due band rimaste un po’ in mezzo al guado: troppo famose per essere underground, troppo raffinate per essere mainstream. Venendo da due lavori appena discreti come “Right Thoughts, Right Words, Right Action” e “Bankrupt!” (entrambi 2013), entrambe sono attese alla prova del nove: definitiva consacrazione oppure no?

Per gli amanti del rock più d’avanguardia e visionario, abbiamo tre band fondamentali che stanno scaldando i motori: The National, Grizzly Bear e Queens Of The Stone Age. Tutti o quasi i membri dei gruppi sono stati molto impegnati in side projects o a produrre successi planetari (vedi Josh Homme dei QOTSA), cosa aspettarsi dai loro nuovi CD? La speranza di noi amanti della buona musica è che tutti e tre producano lavori all’altezza dei loro migliori CD, vale a dire “High Violet”, “Shields” e “Rated R”.

Per gli appassionati del rock vecchia maniera, il nuovo anno promette di essere incandescente: sono in uscita i nuovi album di U2, Depeche Mode, Pearl Jam e… Liam Gallagher. Ebbene sì, il più scapestrato dei due fratelli-coltelli Gallagher ha deciso di intraprendere la carriera solista dopo lo scioglimento dei Beady Eye. Siamo davvero impazienti di ascoltarlo, per la prima volta responsabile dell’intero processo creativo.

Il 2017, poi, promette di essere speciale per l’elettronica: sono programmati i clamorosi ritorni di LCD Soundsystem e Gorillaz. I primi, dopo aver trascorso la prima parte del 2016 in giro per il mondo, probabilmente per ritrovare l’intesa dei giorni migliori, hanno cancellato la presenza ad alcuni festival per concentrarsi appieno sulla produzione dell’album di ritorno, a sei anni dall’ottimo “This Is Happening”: un capolavoro a livello di “Sound Of Silver” (2007) è dietro l’angolo? I Gorillaz, invece, stanno facendo crescere esponenzialmente l’hype sui social networks mediante la rievocazione dei loro tempi migliori e frammenti di nuove storie, a sei anni da “The Fall”, quarto ed ultimo CD (fino ad ora) a firma Gorillaz. La nostra fiducia in Damon Albarn è infinita: speriamo sappia mantenere le attese.

Per gli amanti del pop più commerciale, abbiamo Justin Timberlake e Lorde; per quello più sperimentale, Bjork e MGMT. In poche parole, anche questo genere musicale sembra prospettare svolte molto interessanti nel 2017.

Insomma, non ci resta che aspettare, certi che anche l’anno nuovo sarà ricco di buona musica. Speriamo non sia costellato di morti eccellenti come il 2016, altrimenti la musica perderà in due anni troppi imprescindibili punti di riferimento.

Buon anno da A-Rock!

Scheda: Arcade Fire

arcade fire

I componenti degli Arcade Fire: quello seduto è il cantante Win Butler, la donna è sua moglie Régine Chassagne: sono loro i due leader del gruppo.

I canadesi Arcade Fire sono tra le cinque maggiori rock band mondiali. Partiti da un indie rock con raffinati intarsi “classici”, hanno successivamente sperimentato differenti generi, passando dal pop barocco alla musica caraibica con grande disinvoltura. Analizziamone insieme la carriera.

“Funeral”, 2004

funeral

Molte parole sono state scritte sul magnifico esordio degli Arcade Fire: quello che noi umilmente aggiungiamo è che, probabilmente, “Funeral” è l’espressione più alta e riuscita dell’ondata indie rock di inizio millennio. Brani come Wake Up e Rebellion (Lies) sono ormai leggendari; i quattro Neighborhood sono profondi testualmente e bellissimi nella loro varietà compositiva. In poche parole, un CD fondamentale, che non smette di trasmettere messaggi universali al pubblico (accettare la morte, assimilare la scomparsa di una persona cara e la solitudine sono i temi portanti dell’album). Voto: 9,5.

“Neon Bible”, 2007

neon bible

Tre anni dopo, il ritorno del gruppo canadese segna un netto passaggio verso un rock più adulto. Le sonorità si fanno meno trascinanti e più cerebrali; la voce di Win Butler cerca tonalità diverse. Di pezzi riusciti ne contiamo almeno tre: le potenti No Cars Go e Keep The Car Running e la più complessa Black Wave/ Bad Vibrations. Colpisce inoltre la coerenza sonora del CD, quasi a creare un concept album dalla spiccata religiosità. Insomma, un altro capolavoro. Voto: 9.

“The Suburbs”, 2010

the suburbs

Giunti al fatidico terzo album, gli Arcade Fire virano verso un pop molto più barocco dei precedenti lavori, con spruzzate di dance (come nella bella Sprawl II – Mountains Beyond Mountains). Il tema portante adesso è l’infanzia dei componenti della band nei sobborghi di Houston. Anche in “The Suburbs” pezzi riusciti non mancano: in particolare ricordiamo Ready To Start, We Used To Wait e City With No Children, tutti singoli estratti per promuovere il CD. Gli AF sembrano incapaci di sbagliare un LP: l’epiteto di “rock band migliore del mondo” pare essere meritato. Voto: 8,5.

“Reflektor”, 2013

reflektor

“Reflektor” è senza dubbio il lavoro più ambizioso mai concepito dagli Arcade Fire: due CD, 13 brani totali e 75 minuti di lunghezza, brani che superano facilmente i 5 minuti di lunghezza (la conclusiva Supersymmetry arriva addirittura a 11!). Insomma, il rischio flop era davvero dietro l’angolo. Il tutto aggravato dal genere scelto: una elettronica ballabile venata di influenze caraibiche. Iniziano ad arrivare le prime bocciature dai critici, ma in generale la risposta (anche del pubblico) è positiva. Non tutto è perfetto: la monotona Porno è fuori fuoco, ad esempio. Tuttavia, va premiato il coraggio del gruppo nel voler sempre osare e prendersi dei rischi: capolavori come la title track (dove partecipa anche David Bowie) e Awful Sound (Oh Eurydice) sono manifesto di ciò. Voto: 8.

Gli album più attesi del 2016

Il 2015 si sta ormai avvicinando alla fine; un anno, musicalmente parlando, davvero pieno di gradite sorprese e conferme, in ogni genere (dal punk all’elettronica, passando per hip hop e rock). Sarà in grado il 2016 di non farci rimpiangere questa annata così trionfale per la musica? Analizziamo insieme gli album più attesi per l’anno prossimo venturo e vediamo quali sono gli artisti che (auspicabilmente) ci regaleranno dei CD di qualità nel 2016.

Ci sono già molti che hanno annunciato la data di uscita del loro prossimo CD: per esempio David Bowie, il quale rilascerà l’attesissimo “Blackstar” in data 8 gennaio; oppure gli statunitensi Animal Collective, gruppo fondamentale per il movimento folk/psichedelico di inizio anni 2000, che pubblicheranno “Painting With” il 19 febbraio. Gennaio tuttavia non si esaurirà nel ritorno del Duca Bianco. Il 22 gennaio sarà infatti il turno dei veterani Suede e di Tricky, ex alfiere dei Massive Attack e ora solista: i titoli sono rispettivamente “Night Thoughts” e “Skilled Mechanics”.

L’indie rock ritroverà poi i Bloc Party (anche se privi di due elementi fondamentali come Matt Tong e Gordon Moakes) il 29 gennaio, mentre il 5 febbraio Sir Elton John ci regalerà un altro lavoro di inediti: una gradita notizia per gli amanti delle ballate strappalacrime!

Senza dubbio però sono altri i cantanti che più allettano la fantasia del pubblico, quelli che “dovrebbero pubblicare qualcosa, ma non si sa mai…”. Il primo nome che viene in mente è quello di Frank Ocean: dopo il bellissimo “Channel Orange” del 2012 ripetersi sarà difficile, ma il talento dimostrato ci fa ben sperare. Altri due grandi interpreti della black music contemporanea che sembrano pronti a regalarci un nuovo LP sono Kanye West e Drake: dopo il capolavoro di Kendrick Lamar di quest’anno,“To Pimp A Butterfly”, la palma di miglior artista hip hop in circolazione è più contesa che mai.

Per quanto riguarda il mondo dell’indie, vi sono molti artisti attesi al varco, ovvero alla prova della maturità o della definitiva consacrazione: parliamo di pezzi da 90 come Arcade Fire, Arctic Monkeys e xx. Tre artisti molto significativi e molto amati dal pubblico: il rischio flop è sempre in agguato, ma ci hanno abituato così bene che mi sentirei di dire che non ci deluderanno neanche questa volta. I Killers sono invece obbligati a riscattarsi dopo “Battle Born”, che si era rivelato essere ben al di sotto delle aspettative: solo un episodio in una carriera fino a quel momento di buona qualità o un segnale che qualcosa si è rotto nella band originaria di Las Vegas?

Capitolo a parte merita Damon Albarn: il poliedrico artista britannico, dopo il lavoro solista del 2014 “Everyday Robots” e il grande ritorno dei Blur di quest’anno con “The Magic Whip”, ha promesso di resuscitare altre due sue creature: i Gorillaz (il cui ultimo lavoro risale al 2011) e i The Good, The Bad & The Queen, che invece hanno all’attivo un solo album, targato 2007. Insomma, si prospetta un 2016 impegnativo per l’ex esponente del britpop, ormai assurto a cantante versatile e dotato in pressoché ogni genere.

Abbiamo infine l’insieme dei “desaparecidos”: gruppi di cui si erano perse le tracce da anni, ma che nel 2016 sembra possano finalmente tornare alla ribalta. I più rappresentativi sono senza dubbio i Radiohead: la band inglese, ormai completamente indipendente da concetti come “genere musicale” o “etichette discografiche”, dopo il misterioso “King Of Limbs” del 2011 è pronta a tornare insieme dopo i numerosi progetti solisti perseguiti dai membri della band (soprattutto Thom Yorke e Jonni Greenwood). Abbiamo poi M83 e Fleet Foxes, anche loro inattivi dal 2011 (se si eccettua il fatto che gli M83 hanno scritto la colonna sonora del film “Oblivion”): speriamo davvero che la elettronica potente degli M83 e il folk dolce dei Fleet Foxes possa tornare agli antichi fasti. Non dimentichiamoci poi di Bon Iver, il progetto del geniale Justin Vernon: la speranza di avere un seguito all’eccellente “Bon Iver, Bon Iver” di quattro anni fa è flebile, ma insomma sperare non costa nulla no?

Insomma, le premesse per avere un ottimo 2016 ci sono tutte: auguriamoci davvero che tutti questi artisti riescano a esaudire questo nostro desiderio e ci regalino momenti di ottima musica. Abbiamo già avuto un mediocre 2014: speriamo che anni così fiacchi musicalmente non si ripetano nell’arco di un decennio!