Recap: marzo 2022

Anche marzo è terminato. Un mese interessante musicalmente parlando, che ha visto le nuove uscite di Nilüfer Yanya, Benny The Butcher, The Weather Station e Jenny Hval. Inoltre, abbiamo il primo greatest hits a firma Franz Ferdinand e il nuovo CD delle popstar Charli XCX e ROSALÍA. Infine, abbiamo recensito il ritorno dei Destroyer, del rapper Denzel Curry e di Aldous Harding. Buona lettura!

Destroyer, “LABYRINTHITIS”

LABYRINTHITIS

Il nuovo album dei Destroyer porta Dan Bejar e compagni verso territori nuovi, a tratti post-punk (Tintoretto, It’s For You) e ambient (la title track), senza mai tralasciare le caratteristiche irrinunciabili che rendono unico il progetto canadese. Possiamo dirlo: è il miglior lavoro a firma Destroyer dai tempi del magnifico “Kaputt” del 2011.

Dan Bejar sembrava aver esaurito la parte migliore della sua ispirazione con la pubblicazione di “ken” (2017), ma sia “Have We Met” (2020) che questo “LABYRINTHITIS” sono in realtà highlights di una carriera in continua evoluzione. Brani riusciti come June, It’s In Your Heart Now e Suffer starebbero benissimo nei migliori lavori dei Destroyer e rendono “LABYRINTHITIS” irrinunciabile per gli amanti della band.

Se musicalmente siamo di fronte ad un piccolo capolavoro, dal punto di vista testuale Bejar si conferma imperscrutabile. Già il titolo del lavoro è un mistero: da nessuna parte si fa riferimento alla labirintite, un disturbo che può colpire l’apparato uditivo. Il riferimento al celebre pittore italiano del ‘600 in Tintoretto, It’s For You è forse ancora più misterioso. La band stessa se ne rende conto, tanto che nel corso di June un verso che risuona è: “Fancy language dies and everyone’s happy to see it go”, mentre in Eat The Wine, Drink The Bread (altro titolo piuttosto bizzarro) Bejar proclama: “Everything you just said was better left unsaid”.

In conclusione, “LABYRINTHITIS” è un’ottima aggiunta ad una discografia di sempre maggior rilievo. Se qualcuno poteva pensare che Dan Bejar e compagni fossero ormai nella fase discendente della carriera, questo LP dovrà farli ricredere: giunti al tredicesimo album di inediti, sembra che siamo di fronte all’inizio di una nuova fase nell’estetica della band. Chapeau.

Voto finale: 8,5.

Nilüfer Yanya, “PAINLESS”

painless

“Miss Universe”, l’album d’esordio del 2019 di Nilüfer Yanya, era indubbiamente un buon disco e si era guadagnato uno spazio nella rubrica Rising di A-Rock; tuttavia, non era ancora la dimostrazione piena del talento della cantautrice inglese. “PAINLESS” invece è un CD più realizzato e coeso, che è ad oggi il miglior disco indie rock del 2022.

I 46 minuti di “PAINLESS” scorrono benissimo, tra rimandi ai Radiohead (stabilise, midnight sun) e ad Alanis Morissette (the dealer). Soprattutto nella prima parte, il lavoro è davvero ben costruito; invece pezzi come company e anotherlife sono i più deboli del lotto e fanno finire il CD su un livello compositivo inferiore rispetto alla prima metà, ma complessivamente siamo di fronte ad un ottimo secondo LP.

I testi poi sono un altro tratto interessante del lavoro: Nilüfer Yanya è infatti evocativa, ma mai troppo diretta. Di certo c’è solo il suo malessere: esemplari i versi contenuti in trouble (“Troubled don’t count the ways I’m broken, your troubles won’t count, not once we’ve spoken”) e in shameless (“Spit me out here in the sunlight … Watch me burn, night and day”). Il verso più drammatico è però questo: “Silent leaves, I walked in your forest, but there’s no roots. I am not sure I got this”, in try.

“PAINLESS” è evidentemente un titolo ironico, amaro: tanto più in un mondo tormentato come quello odierno, diviso tra l’interminabile pandemia e una guerra devastante alle porte dell’Europa. Pertanto, pur non essendo certo un disco “difficile”, “PAINLESS” è più profondo della media dei CD indie rock degli ultimi anni, sia musicalmente che liricamente, e fa di Nilüfer Yanya un nome da tenere d’occhio. Se “Miss Universe” poteva apparire agli scettici come un abbaglio, questo LP non passerà inosservato.

Voto finale: 8.

Charli XCX, “CRASH”

crash

“CRASH” viene dopo “how i’m feeling now” (2020), l’album inciso da Charli XCX durante il lockdown pandemico, che ne aveva fatto intravedere il lato più intimo, nascosto in passato dalle melodie pop che ne contraddistinguono l’estetica. “CRASH” è un CD decisamente più ballabile, il primo puramente pop della cantautrice inglese, che è da sempre portavoce dell’hyperpop. I risultati sono generalmente ottimi e fanno presagire un futuro radioso per la Nostra.

I singoli che hanno anticipato la pubblicazione dell’LP hanno dato fin da subito l’idea di una svolta per Charlotte Aitchison: Good Ones è un inno pop pieno di rimpianti per le passate storie d’amore vissute dall’inglese, New Shapes conta sulla collaborazione di Christine And The Queens e Caroline Polachek (ex Chairlift) ed è un highlight immediato del disco. Abbiamo poi Beg For You, in cui Charli duetta con Rina Sawayama, e la più raccolta Every Rule (prodotta da A.G. Cook e Daniel Lopatin), unica vera ballata di “CRASH”. Altrove nel disco abbiamo un ritorno al passato, ad esempio in Constant Repeat (bubblegum bass al suo meglio) e Yuck, quest’ultima non molto convincente.

Se qualcuno pensava che la conclusione dell’accordo stretto in giovane età con la Atlantic spingesse Charli a “sabotare” questo ultimo lavoro, date le parole  dure rivolte dalla Nostra in più occasioni per alcuni atteggiamenti dei manager dell’etichetta vissuti come un abuso nei suoi confronti, il presentimento si è rivelato decisamente sbagliato: il CD è variegato il giusto da non sembrare derivativo, la cura nello scegliere gli ospiti è al solito massima e la qualità media delle canzoni è invidiabile.

“CRASH” ha però un difetto: il livello medio delle composizioni peggiora verso la fine del lavoro (esemplare la prevedibile Used To Know Me), rendendo il risultato leggermente poco bilanciato. Tuttavia, in generale siamo di fronte ad un buonissimo lavoro pop, capace di rievocare gli anni ’80 così come di dare sfogo agli impulsi più sperimentali di Charli XCX. È il suo miglior lavoro? Difficile dirlo, sicuramente merita più di un ascolto.

Voto finale: 8.

Franz Ferdinand, “Hits To The Head”

hits to the head

Le raccolte dei brani migliori di un gruppo sono spesso il momento di fare un bilancio: la carriera ha seguito un percorso lineare o discendente? Gli eventuali avvicendamenti hanno indebolito la qualità delle canzoni? C’è un futuro per l’artista in questione?

I Franz Ferdinand, una delle poche band dei primi anni del nuovo millennio che sia arrivata ad oggi in buona forma, sono passati attraverso addii dolorosi (Paul Thomson e Nick McCarthy) e tentativi di cambi di pelle, non sempre azzeccati. Il saldo di una carriera che dura ormai da 21 anni è comunque più che positivo.

“Hits To The Head”, il primo greatest hits dei Franz Ferdinand, è un’efficace macchina del tempo per riportarci ai primi anni ’00, quando gli scozzesi esplodevano grazie a singoli indimenticabili come Take Me Out e Do You Want To, contenuti in CD ormai classici come l’esordio eponimo del 2004 e “You Could Have It So Much Better” (2005). Abbiamo, in ordine cronologico, anche un discreto spazio concesso ai dischi della mezza età come “Tonight” (2009) e “Right Thoughts, Right Words, Right Action” (2013), con brani come Ulysses e Love Illumination. Invece Always Ascending e Glimpse Of Love sono prese dall’ultima raccolta di inediti, “Always Ascending” del 2018.

Le sorprese sono i nuovi mix di This Fire, Walk Away e The Fallen, oltre ai due inediti Curious e Billy Goodbye: nulla di trascendentale, ma ci fanno capire che c’è ancora carburante nei Franz Ferdinand.

In conclusione, “Hits To The Head” rappresenta un buon modo per i fan più accaniti di tornare alla loro gioventù attraverso brani leggeri ma mai banali, mentre per i neofiti è un’ottima introduzione al sound di una delle band di maggior successo del mondo indie rock degli ultimi due decenni.

Voto finale: 8.

Jenny Hval, “Classic Objects”

classic objects

Il CD dell’artista norvegese rappresenta una gradita novità nella sua estetica. Conosciuta un tempo per le sue composizioni ermetiche, spesso indecifrabili, Jenny Hval si è via via aperta ad influenze art pop, sulla scia di Björk e Kate Bush. Se il precedente LP a suo nome “The Practice Of Love” (2019) aveva solo accennato questa nuova direzione, “Classic Objects” la porta a compimento e si afferma, al momento, come uno dei migliori lavori pop dell’anno.

Le otto tracce dell’album superano tutte i quattro minuti di lunghezza, eccetto Freedom, peraltro il pezzo più debole del lotto. Non per questo, però, i 42 minuti di “Classic Objects” sono monotoni: anzi, pezzi come American Coffee e Cemetery Of Splendour sarebbero brani eccellenti per qualsiasi artista. La vocalità di Jenny, poi, è parte integrante del successo del lavoro.

In generale, liricamente assistiamo invece ad una conferma dei temi cari alla norvegese: la carnalità e l’importanza della sostanza sulla forma (“And I am holding a disco flashlight, it is meant to make the audience feel like multitudes of colors that belong to nobody in particular, that they share between their bodies”, il bel verso di Year Of Love), la ricerca sulla propria condizione interiore (“Who is she who faces her fears?” si chiede in American Coffee), la sensazione di solitudine, drammaticamente accentuata dal Covid (“I am an abandoned project”, proclama sconsolata in Jupiter).

Se la prima uscita del progetto Lost Girls, che la Nostra condivide con Håvard Volden, “Menneskekollektivet” del 2021, aveva fatto pensare al ritorno della Jenny Hval più sperimentale, “Classic Objects” rappresenta in realtà un notevole passo avanti nella carriera della cantautrice norvegese in direzione di una crescente accessibilità. Ad oggi, è il suo miglior lavoro.

Voto finale: 8.

Denzel Curry, “Melt My Eyez, See Your Future”

melt my eyez see your future

Il nuovo album del rapper americano è un altro tassello di valore in una carriera sempre più interessante. Dopo un 2020 molto impegnativo, che lo ha visto pubblicare ben due mixtape, nel 2021 Curry ha pubblicato un album di remix. In generale, possiamo dire che Denzel Curry ha cambiato parzialmente il proprio stile in “Melt My Eyez, See Your Future”: meno aggressività, più attenzione alla melodia e all’introspezione. I risultati, pur diversi dal solito Denzel, sono comunque buoni.

“Melt My Eyez, See Your Future” è il successore di “ZUU” (2019), il lavoro che aveva ampliato la platea di fan del Nostro ma aveva anche rappresentato un parziale arretramento, in termini di qualità, rispetto al magnifico “TA13OO” (2018), ad oggi il suo miglior LP. Questo disco si avvicina più al lato pop del mondo hip hop, con esempi di valore come Walkin e Melt Session #1. Altrove troviamo anche brani più simili al “vecchio” Denzel Curry, come Zatoichi e Ain’t No Way, ma paradossalmente con rendimenti inferiori rispetto al passato.

Menzione poi per il parco ospiti di questo CD: “Melt My Eyez, See Your Future” è un divertimento puro per gli amanti della black music, sia della nuova generazione (slowthai, Rico Nasty, 6LACK, J.I.D) che di quella precedente (T-Pain, Robert Glasper). I brani migliori del lotto sono le già citate Walkin e Melt Session #1, ma buona anche Angelz. Invece inferiori X-Wing e la troppo breve The Smell Of Death.

Denzel Curry è sempre stato attento anche all’aspetto testuale, dato particolare visibile nelle tracce più oscure di “TA1300” ma non solo. In “Melt My Eyez, See Your Future”, come prevedibile, l’influenza dei due anni pandemici si fa sentire: “Watching people dying got me being honest” proclama drammaticamente in The Last. Altrove emerge il senso di solitudine che tutti abbiamo percepito, più o meno spesso, in questi ultimi tempi: “Walking with my back to the sun, keep my head to the sky, me against the world, it’s me, myself and I” (Walkin). È un peccato grave, quindi, che in Zatoichi ci sia un verso inutilmente volgare come “Life is short, like a dwarf”, che rovina un po’ il quadro lirico generale.

In conclusione, non siamo di fronte ad un CD perfetto, tuttavia “Melt My Eyez, See Your Future” conferma lo status di Denzel Curry come rapper di rilievo. Senza qualche inciampo sia musicale che lirico saremmo probabilmente di fronte al suo miglior lavoro; tuttavia, anche così abbiamo un LP di assoluto valore.

Voto finale: 8.

ROSALÍA, “MOTOMAMI”

motomami

Il terzo disco della cantante spagnola amplia notevolmente i suoi orizzonti: art pop, hip hop… ormai nulla è estraneo all’estetica di ROSALÍA. “MOTOMAMI” non è un album immacolato, ma contiene alcuni dei pezzi più futuristi ascoltati negli ultimi anni.

La giovane artista si era fatta conoscere con “EL MAL QUERER”, nel 2018: un CD che aveva catapultato ROSALÍA nell’Olimpo pop, con una radicale innovazione della musica spagnola più classica, quella con base flamenco, che l’aveva fatta amare tanto dal pubblico quanto dalla critica, prova ne sia il successo di MALAMENTE. “MOTOMAMI” è una creatura diversa: più sperimentale, meno coeso, ma non meno ammaliante. Le 16 canzoni che compongono il CD vanno dal minuto scarso di durata (la title track) ad oltre quattro minuti; affrontano temi leggeri con ironia (CHICKEN TERIYAKI, HENTAI) così come i problemi che la fama ha portato sulla psiche di ROSALÍA (LA FAMA, con The Weeknd).

Le canzoni migliori sono anche le più imprevedibili: SAOKO, BULERÍAS e G3 N15 sono pezzi davvero mozzafiato. Menzione poi per la magnifica voce della Nostra, valore aggiunto lungo l’intero LP. Inferiori sono invece gli intermezzi di breve durata, che alla lunga tolgono linfa al lavoro: MOTOMAMI e Abcdefg ne sono chiari esempi. In generale, la varietà di stili alla lunga può risultare alienante, ma una domanda ci viene spontanea: quante possono passare indifferentemente dal reggaeton all’hip hop al pop senza perdere un briciolo della loro qualità compositiva?

In generale, “MOTOMAMI” conferma tutto il bene che si diceva di ROSALÍA: ambizioso, basato su temi ed esperienze non facili da assimilare ma capace di slanci pop da Top 40 di Billboard. È un CD perfetto? No, però il futuro della musica pop passa anche da qui.

Voto finale: 7,5.

Aldous Harding, “Warm Chris”

warm chris

Il quarto album della cantautrice neozelandese segue il riuscitissimo “Designer” (2019), inserito da A-Rock tra i migliori 50 CD dell’anno e tra i migliori 200 della decade 2010-2019. Inutile dire che l’attesa per il nuovo lavoro di Harding era elevata.

“Warm Chris” prosegue in buona parte il percorso intrapreso dal precedente LP; tuttavia, predilige un folk quasi psichedelico e ritmi più soffusi rispetto a “Designer”. Le canzoni sono quindi meno accessibili, ma non per questo ermetiche o eccessivamente fini a sé stesse. Anzi, pezzi come Lawn e Tick Tock non raggiungeranno probabilmente la popolarità di The Barrel, però sono buoni ingranaggi di un CD tutto sommato gradevole. Menzione poi per la squisita voce di Aldous, vero valore aggiunto di molte melodie. Inferiori alla media solamente Staring At The Henry Moore e Bubbles, che rendono il finale un po’ monotono.

A colpire, come sempre in un disco di Aldous Harding, sono i testi: l’associazione libera di immagini la fa da padrone e non ci sono canzoni a cui gli ascoltatori possano dare un significato univoco. “Here comes life with his leathery whip! Here comes life with his leathery leathery!” proclama la Nostra in Leathery Whip con l’aiuto di Jason Williamson (Sleaford Mods); in Lawn invece abbiamo “They don’t mean a thing to me… All these lamps are free”.

Insomma, lo humour strampalato non deve farci prendere “Warm Chris” per un CD trascurabile: Aldous Harding, anche grazie alla produzione di John Parish (in passato collaboratore di PJ Harvey e Jenny Hval), ha dato un degno erede a “Designer”. Forse i risultati sono inferiori, ma questo album mantiene comunque un fascino che viene progressivamente svelato. Merita almeno un ascolto.

Voto finale: 7,5.

Benny The Butcher, “Tana Talk 4”

tana talk 4

Il nuovo album del prolifico rapper statunitense è la quarta uscita nella sua serie “Tana Talk”, iniziata addirittura nel lontano 2004. Benny non offre nulla in termini di innovazione della sua estetica; tuttavia, “Tana Talk 4” continua ad ampliare il suo pubblico e gli ospiti, che questa volta includono pezzi da 90 come Diddy (10 More Commandments) e J. Cole (Johnny P’s Caddy). Come sottovalutare infine il contributo di The Alchemist in pezzi come Thowy’s Revenge e Bust A Brick Nick?

Sono proprio i pezzi con ospiti che in varie occasioni rappresentano degli highlights del lavoro: oltre ai due già citati, buonissima è la collaborazione col cugino di Benny The Butcher, Conway The Machine, intitolata Tyson vs. Ali. Al contrario, Uncle Bun e Guerrero rappresentano i brani più prevedibili del lotto e, non per caso, deludono.

In generale, “Tana Talk 4” sembra più un viatico di Benny per esorcizzare fatti avvenuti in passato: ad esempio, in Bust A Brick Nick descrive il suo trentaseiesimo compleanno, passato su una sedia a rotelle dopo essere scampato ad una rapina. Il verso “Being honest, this could be karma I probably deserve in the first place” è uno dei più sentiti e malinconici della sua intera produzione. In Super Plug invece parla di quando, da giovane, nascondeva la droga nel divano si suo padre. Non sono temi nuovi per Benny, ma sono narrati con rinnovata sensibilità.

In conclusione, “Tana Talk 4” è un’altra aggiunta di spessore in una discografia di crescente successo. Benny The Butcher è ormai uno dei maggiori nomi del gangsta rap vecchio stampo, aggiornato al XXI secolo; presto potrebbe arrivare il momento di dare una rinfrescata alla propria estetica, ma per il momento va bene così.

Voto finale: 7,5.

The Weather Station, “How Is It That I Should Look At The Stars”

how is it that i should look at the stars

Il nuovo CD del progetto canadese di Tamara Lindeman è l’album fratello di “Ignorance” del 2021, uno dei più lodati dalla critica di recente. The Weather Station è pertanto diventato negli ultimi tempi sinonimo di cantautorato di qualità, impegnato contro il cambiamento climatico e capace di esprimere concetti difficili in canzoni apparentemente semplici.

“How Is It That I Should Look At The Stars” continua nel percorso intrapreso dal precedente LP: basi rappresentate soprattutto dal pianoforte, forte unità interna del lavoro, durata ragionevole. Purtroppo, se “Ignorance”, pur nella sua sostanziale coesione, aveva dei colpi a sorpresa e brani di alto livello (su tutti Robber e Atlantic), questo lavoro è inferiore: nulla di davvero brutto, ma alla lunga un po’ di monotonia appare evidente.

I brani migliori sono Ignorance ed Endless Time, mentre deludono Stars e Marsh. Testualmente, Lindeman tratta temi legati all’amore (“You never wanted to be good, you nеver really wanted to bе understood… You wanted to be the one who held the cards” canta in Sleight Of Hand), ma anche una sorta di tramonto dell’umanità in Endless Time. In Stars abbiamo infine il verso più delicato e commovente: “I swear to God, this world will break my heart”.

In conclusione, “How Is It That I Should Look At The Stars” è un discreto CD “di accompagnamento”, ma nulla più; il piatto forte di questi ultimi due anni a firma The Weather Station era senza dubbio “Ignorance”. Vedremo in futuro dove l’ispirazione condurrà Tamara Lindeman: una rinfrescata al sound del progetto potrebbe essere una buona strada per mantenere le cose davvero interessanti.

Voto finale: 6,5.

Cosa ci eravamo persi?

Come ogni anno, c’è troppa buona musica da recensire. Ad A-Rock facciamo il massimo, ma è normale che qualcosa ci sfugga. Per questo motivo ogni estate pubblichiamo l’elenco dei dischi più interessanti usciti nei mesi precedenti e di cui non avevamo avuto il tempo di pubblicare una recensione. Il 2021 si caratterizza per la forte presenza dell’hip hop: abbiamo infatti i nuovi lavori di Mach-Hommy e di Benny The Butcher & Harry Fraud. Inoltre, recensiremo l’esordio del duo Lost Girls, del progetto coreano Parannoul e il remix di “NO DREAM” da parte di Jeff Rosenstock. Infine, abbiamo dato spazio ai nuovi lavori di Porter Robinson, dei SAULT e di Erika de Casier. Buona lettura!

SAULT, “Nine”

nine

Il quinto album in meno di tre anni del misterioso gruppo inglese SAULT è uno dei migliori CD di musica black del 2021. Uscito il 25 giugno e disponibile, sia in streaming che come download dal sito ufficiale del gruppo, per soli 99 giorni, “Nine” rende i SAULT un nome imprescindibile per gli amanti di soul, funk ed R&B.

Se l’anno scorso i britannici avevano pubblicato una densa coppia di album, intitolati “UNTITLED (Black Is) e “UNTITLED (Rise)”, con profondi significati politici, il 2021 li vede concentrati su affreschi di vita quotidiana nelle periferie di Londra. Il CD scorre bene, con durata (34 minuti) e numero di canzoni (dieci, con due intermezzi) accessibili a tutti. Fondendo abilmente il meglio della tradizione nera, con richiami a Marvin Gaye, Stevie Wonder e Kendrick Lamar, “Nine” è davvero un bel disco.

Anche liricamente i SAULT si confermano versatili e potenti: se nel brevissimo Mike’s Story l’ospite Micheal Ofo narra drammatici episodi della sua vita quotidiana da bambino, in Alcohol invece si parla degli effetti della dipendenza (“Oh alcohol, look what I’ve done… Oh alcohol, it was only supposed to be one”) e You From London ospita una Little Simz in gran forma, che spara versi come “I know killers in the streets, but I ain’t really involved. We don’t wanna cause any grief, but we get triggered when hearin’ the sound of police”.

Insomma, i SAULT restano tanto misteriosi quanto talentuosi. “Nine” rappresenta ad oggi il loro LP più compiuto, con tante tracce che restano impresse nella memoria dell’ascoltatore (soprattutto London Gangs e Bitter Streets) e nessun episodio davvero debole. In poche parole: stiamo parlando di uno dei migliori dischi dell’anno. Che dire? Affrettatevi ad ascoltarlo o a scaricarlo, ne vale davvero la pena.

Voto finale: 8.

Parannoul, “To See The Next Part Of The Dream”

to see the next part of the dream

L’opera prima del misterioso progetto coreano Parannoul è un disco shoegaze in bassa fedeltà. Pochissimi sanno chi ci sia dietro al nome d’arte Parannoul: di certo sappiamo solo che è uno studente di Seul, che si descrive “sotto la media in altezza, peso e prestanza fisica, un perdente”. Inoltre, descrive le sue doti canore come “pessime”. Insomma, tutto congiura contro Parannoul: ma allora come è possibile che “To See The Next Part Of The Dream” sia un buon disco shoegaze?

Partiamo dal fatto che, per i cultori della perfezione musicale, magari amanti dei My Bloody Valentine, questo CD non rientra nei canoni dello shoegaze. I suoni sono sporchi, la fedeltà molto bassa, la voce pressoché inintelligibile… allo stesso tempo, però, le progressioni chitarristiche della lunghissima White Ceiling (dieci minuti precisi!) e dell’iniziale Beautiful World catturano l’ascoltatore meno pignolo. I riferimenti sono chiari: Ride, Slowdive, i primi M83… ma il dream pop di Extra Story e la quasi post-hardcore Youth Rebellion sono outliers davvero interessanti, che aprono nuove strade a Parannoul.

Anche le liriche, seppur cantate in coreano, se tradotte sono molto profonde, spesso disperate: “I wish no one had seen my miserable self, I wish no one had seen my numerous failures, I wish my young and stupid days to disappear forever” ne è solo l’esempio più calzante (Beautiful World). Il malessere giovanile è subito percepibile, così come la cultura emo che permea molta parte del CD.

In conclusione, “To See The Next Part Of The Dream” è un buon LP, di quelli che fanno capire quanto Internet possa essere benefico. Chi avrebbe mai sentito parlare di Parannoul e di questo album senza Bandcamp, Spotify e co.?

Voto finale: 8.

Benny The Butcher & Harry Fraud, “The Plugs I Met 2”

The Plugs I Met 2

Il nuovo EP a firma Benny The Butcher continua la saga iniziata con “The Plugs I Met” (2019) e mette in copertina un altro fotogramma del leggendario film Scarface con Al Pacino. I temi sono chiari: la malavita, la durezza della vita di strada, episodi di morti legate allo spaccio di droga…

Potremmo paragonare questo lavoro ai recenti CD collaborativi fra Freddie Gibbs e Madlib: come il primo rapperebbe bene su qualunque base jazzata fornita dal fido produttore Madlib, così Benny è a suo agio con il gangsta rap e le basi dure di Harry Fraud. I risultati non saranno trascendentali, suonando anzi molto nostalgici per il rap anni ’90 di Snoop Dogg e Ice Cube, però il flow è efficace e i brani sono coesi fra loro.

Le numerose altre star presenti nell’EP, da French Montana a 2 Chainz, aggiungono pepe a “The Plugs I Met 2”, spesso con risultati quasi ilari, come quando Fat Joe riesce a far rimare “pipe dreams” con “Weinstein”… ma le perle testuali, se così vogliamo chiamarle, non sono finite. In Longevity Jim Jones canta: “If you a hustler in the street, well, here’s some candid advice: dope is an iPhone wet, to save it, you jam it in rice. But you probably never cooked up a thousand grams of the white”. Altrove abbiamo invece: “I thought about this rap shit and had to stick to the business. Changed my mind, he didn’t, now he doin’ 20 in Clinton” (Survivor’s Remorse). Infine, in Live By It, Benny The Butcher paragona la musica alle rapine: “A record deal will get you lit, but a robbery makes you super famous”.

In generale, Benny The Butcher è un vero gangster: spietato, feroce e privo di rimorsi. Che sia solo un atteggiamento oppure la sua vera vita, resta da vedere, come spesso nelle esistenze di alcuni rapper. “The Plugs I Met 2” non è il miglior disco hip hop dell’anno, ma piacerà agli amanti del rap vintage e dei thriller cinematografici. Tony Montana, da lassù, apprezzerà.

Voto finale: 7,5.

Lost Girls, “Menneskekollektivet”

lost girls

“Menneskekollektivet”, letteralmente “collettivo umano”, è il primo CD a firma Lost Girls, seguendo l’EP di esordio del duo formato dall’artista norvegese Jenny Hval e Håvard Volden, “Feeling” (2018).

Jenny ha recentemente pubblicato “The Practice Of Love” (2019), un album austero e capace di affrontare temi delicati per l’universo femminile come la mestruazione e la sensualità. In “Menneskekollektivet” pare quasi che lei dia sfogo ai suoi istinti più creativi, senza troppo curarsi di creare un prodotto finito coerente. Basti dire che il lavoro contiene un pezzo, la title track, di 12 minuti, mentre Love, Lovers supera addirittura i 15! Per completare il quadro, in Losing Something il duo affronta quasi un tour gastronomico, parlando tra le altre cose degli effetti di lattuga e cetrioli sulla psiche della cantante.

Come si sarà capito, la difficoltà di alcune composizioni e i testi spesso ironici o del tutto folli sono ostacoli per un ascolto da parte del pubblico di massa; allo stesso tempo, i motivi per amare il disco sono numerosi. Uno su tutti: la bella voce di Jenny Hval. Ma anche le canzoni, a metà fra Boards Of Canada e Bjork, a volte sono irresistibili: Carried By Invisible Bodies è ottima musica elettronica, la parte centrale della lunghissima title track è ipnotica… Peccato per alcuni episodi troppo prolissi, altrimenti il risultato complessivo sarebbe anche migliore.

In conclusione, “Menneskekollektivet” è un interessante esordio da parte di un duo strambo, ma mai creativamente in stallo. Lost Girls, mescolando elettronica con spoken word e art pop, è un nome di nicchia ma non da ignorare.

Voto finale: 7,5.

Porter Robinson, “Nurture”

nurture

Il secondo album del talentuoso musicista e produttore americano Porter Robinson si è fatto attendere ben sette anni. Tanto è infatti il tempo trascorso fra “Worlds” (2014) e questo “Nurture”: un tempo infinito nel panorama musicale odierno, sempre in cerca di nuove stelle e spietato con chi non è all’altezza di questa tendenza implacabile.

Porter Robinson, invece, ha attraversato periodi difficili, di forte depressione, e non sapeva come dare un seguito ad un album da tanti riconosciuto come molto influente sulla scena elettronica. “Nurture” è un lavoro interessante, variegato e fin troppo zuccheroso, ma ripetuti ascolti danno soddisfazione agli ascoltatori pazienti, soprattutto se amanti dell’EDM e del synthpop. Le influenze percepibili nel corso dell’album sono disparate: Troye Sivan, The 1975, addirittura Aphex Twin e M83 nelle parti più movimentate… insomma, una ricetta sonora davvero ricca, forse troppo.

Un aspetto da non trascurare, contando peraltro che siamo in territori prevalentemente elettronici e quindi di solito non adatti a messaggi profondi da punto di vista testuale, sono le liriche. Porter, infatti, non esita a mettersi a nudo e spesso in “Nurture” appaiono versi che sanno di rinascita: “Look at the sky, I’m still here… I’ll be alive next year. I can make something good” canta nell’euforica Look At The Sky. In Musician abbiamo un verso dal tenore simile: “I can feel a new day dawning”. Quello più bello è però contenuto nell’ultima canzone della scaletta, Trying To Fell Alive: “Maybe I don’t really need to feel satisfied, maybe it’s a gift that I spend all this time just trying to feel alive”.

Dicevamo che il CD alterna toni sereni (Look At The Sky, Get Your Wish) a composizioni ambient (Lifelike, Wind Tempos) e altre addirittura IDM (prova ne sia dullscythe). Ciò potrà apparire esagerato per alcuni, però l’incoerenza generale dell’album è prova dell’eclettismo di Robinson. Le migliori melodie sono Mirror e Wind Tempos, mentre deludono dullscythe e do-re-mi-fa-so-la-ti-do.

In conclusione, “Nurture” non è un LP perfetto: certo, buoni brani non mancano, ma anche i momenti inferiori si fanno sentire. Allo stesso tempo, l’ora di durata del CD non pesa troppo e ripetuti ascolti arricchiscono ogni volta il quadro proposto da Porter Robinson con nuovi dettagli. Per il momento godiamoci questo nuovo lavoro, sperando che per il prossimo non dovremo attendere altri sette anni.

Voto finale: 7,5.

Mach-Hommy, “Pray For Haiti”

pray for haiti

Il nuovo lavoro del prolifico rapper originario di Haiti è un buon lavoro hip hop, che mescola basi jazzate con liriche molto dettagliate, a volte ironiche ed altre drammatiche, che fanno di Mach-Hommy un nome da tenere d’occhio della scena rap.

L’estetica di Mach-Hommy si avvicina a quella di Earl Sweatshirt e in generale della scena hip hop più astratta e sperimentale: le canzoni sono numerose, spesso molto brevi, tanto che il CD conta ben sedici canzoni per soli 39 minuti. Questo è un vantaggio da un lato, dato che permette al Nostro di mettere in evidenza il suo camaleontismo, grazie anche a ospiti azzeccati (su tutti Westside Gunn). L’altro lato della medaglia è che il lavoro appare frammentato e non facilmente assimilabile.

Il tutolo del disco, “Pray For Haiti”, può far pensare a un album politico o comunque con temi sociali a fare da sfondo alle composizioni. Questo è solamente in parte vero: Mach-Hommy, infatti, alterna riflessioni in creolo, la lingua originaria di Haiti (Kriminel, Au Revoir) a pezzi più ironici, in cui ad esempio afferma a gran voce “Mach-Hommy is a icon, end quote… This gon’ be the year I get my python trench coat” (The 26th Letter) e si prende in giro da solo per l’estrema varietà stilistica del CD (“Next tape might hear me sliding on flamenco or calypso… maybe you should tip-toe”, Makrel Jaxon). I migliori brani sono Blockchain e No Blood No Sweat, mentre deludono The 26th Letter e Murder Czn.

In generale, “Pray For Haiti” non è un lavoro indimenticabile, tuttavia merita un ascolto, specialmente da parte degli amanti dell’hip hop, grazie alle sue basi vecchio stampo ma allo stesso tempo dinamiche e mai prevedibili. Mach-Hommy è un nome sempre più interessante, vedremo nei prossimi anni se il misterioso rapper haitiano tornerà a calcare territori conosciuti o se sperimenterà ancora.

Voto finale: 7.

Erika de Casier, “Sensational”

sensational

Il secondo disco a firma Erika de Casier la trova più matura rispetto all’esordio “Essentials” (2019). I titoli restano spavaldi, ma con un motivo: l’R&B della Nostra è molto curato e sexy, pur mancando di quella scintilla che rende un Frank Ocean o D’Angelo irrinunciabili.

La storia personale di Erika meriterebbe un film: nata in Portogallo da madre belga e padre di Capo Verde, trasferitasi in Danimarca con la famiglia all’età di 10 anni, lei e suo fratello erano gli unici ragazzini di colore in tutto il piccolo paese di Ribe, dove si erano stabiliti. La leggenda vuole poi che, durante gli studi universitari, Erika ascoltasse molta musica pop e R&B, imparando a cantare nel suo caratteristico sussurro per non disturbare i coinquilini.

Tutto questo per dire che le storie di amori non ricambiati o partner non gentili sono poco rispetto a quanto l’infanzia della Nostra è stata dura. Ad esempio, in Polite narra di un partner maleducato con il cameriere; in Insult Me sussurra “You insult me man” e ne fa un ritornello elementare ma espressivo. Infine, in Better Than That, Erika esclama “I already watched that TED Talk on how to let go”.

Musicalmente, Erika de Casier si conferma talentuosa, ma come già dicevamo il CD alla lunga risulta un po’ monotono: se i riferimenti a Sade e D’Angelo sono chiari ma non da plagio, alcuni momenti nella prima parte del lavoro, come Make My Day, risultano superflui e l’album avrebbe beneficiato di alcuni tagli. Ci piacerebbe poi ascoltarla più spesso cantare sopra basi più elettroniche (come in Someone To Chill With e Busy) o tropicali, si ascolti Better Than That.

Tuttavia, non si pensi che “Sensational” sia un flop. Non staremo certamente parlando di un LP sensazionale, come il titolo potrebbe far pensare; allo stesso tempo, l’ascolto del CD è consigliato agli amanti dell’R&B anni ’80 e ’90.

Voto finale: 7.

Jeff Rosenstock, “SKA DREAM”

ska dream

Il nuovo LP dell’instancabile Jeff Rosenstock è un remix dell’album dell’anno scorso, “NO DREAM”, in versione ska. Se nell’originale Jeff si schierava apertamente contro la società capitalistica su basi ansiose, spesso dure, “SKA DREAM” capovolge il paradigma e porta tutto sul terreno del divertimento.

Jeff Rosenstock è un nome importante della scena punk americana: è attivo da più di quindici anni; ha attraversato varie fasi musicali, dal punk al power pop allo ska, senza demeriti in alcun genere. Se i recenti “POST-” (2018) e “NO DREAM” indicavano una direzione musicale diretta al punk, “SKA DREAM” è un ritorno ai suoi esordi scanzonati.

I risultati, se era piaciuto il CD originale, sono gradevoli: certo, non parliamo di un capolavoro, ma probabilmente di un modo di omaggiare i maestri del passato anche con collaborazioni di livello, ad esempio George Clarke dei Deafheaven e i PUP. I migliori brani sono Leave It In The Ska e la meno frenetica The Rudie Of Breathing, mentre è fin troppo breve Monday At Back To The Beach.

In conclusione, “SKA DREAM” è un ottimo disco estivo, divertente e senza troppe pretese, perfetto per la spiaggia o i pomeriggi noiosi quando non si deve andare a scuola o a lavoro. Vedremo il prossimo LP di inediti dove condurrà l’infaticabile Jeff Rosenstock.

Voto finale: 7.