Recap: 28/02/2020

Il numero spropositato di CD interessanti usciti nel penultimo giorno di febbraio ha reso necessario redigere un articolo ad hoc. A-Rock non ha infatti potuto includere nel consueto recap di fine mese i nuovi lavori di Caribou, Soccer Mommy, Christine And The Queens e Real Estate. Buona lettura!

Soccer Mommy, “color theory”

soccer

Il secondo album della cantautrice di Nashville Sophie Allison, in arte Soccer Mommy, è un ottimo passo avanti in una discografia che era cominciata col botto. “Clean” (2018) infatti aveva colpito pubblico e critica (aveva anche fatto parte di una rubrica Rising di A-Rock) per la sua disarmante sincerità e per testi sempre diretti, in cui Sophie addirittura immaginava di mangiare i propri ex partner (Cool) e in cui declamava fiera “I don’t wanna be your fucking dog” (Your Dog).

Il percorso intrapreso nel precedente lavoro, un indie rock intervallato da brani più lenti, non viene abbandonato in “color theory”; piuttosto notiamo una crescita nella composizione e, allo stesso tempo, la perdita di quell’effetto sorpresa che aveva reso “Clean” così toccante. Il lavoro non è malvagio, anzi sono più gli alti dei bassi, ma la prossima volta sarà lecito attendersi più sperimentalismo da Sophie.

Il CD inizia molto bene: bloodstream è un ottimo pezzo indie rock, capace di una progressione potente che fa culminare il brano nel bellissimo finale. Invece royal screw up è più debole e sa di già sentito. Molto belle poi crawling in my skin e la breve up the walls. Colpisce poi un aspetto nella struttura complessiva del disco: molte canzoni superano i 4 minuti, addirittura yellow is the color of her eyes arriva a 7, testimonianza di una creatività mai doma.

Il tema dominante del lavoro è, già dal titolo, come i colori possono essere collegati alle sensazioni che tutti noi proviamo. Soccer Mommy presenta tre colori per tre corrispondenti emozioni: blu=depressione, giallo=dolore, grigio=mortalità. “color theory” vaga fra queste tre percezioni dell’animo non perdendo mai il filo della narrazione e delineando il profilo di una narratrice depressa, conscia che la vita è caratterizzata da momenti belli e altri brutti, ma merita di essere vissuta fino in fondo. Ne sono esempi “I am the problem for me, now and always” (royal screw up) e “Standing in the living room talking as you’re staring at your phone… it’s a cold I’ve known” (nightswimming).

“color theory” è il lavoro più maturo a firma Soccer Mommy, un nome ormai riconosciuto nel mondo indie e sinonimo di qualità e testi candidi. Sophie Allison ha già compiuto passi da gigante nella sua maturazione come artista e come donna, manca solo un ultimo step per comporre quello che potrebbe essere il suo LP definitivo.

Voto finale: 8.

Caribou, “Suddenly”

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Il settimo CD a firma Caribou arriva dopo ben 6 anni dal precedente “Our Love”: un intervallo di tempo così lungo non è tuttavia stato speso inutilmente da Dan Snaith, colui che si cela dietro il progetto Caribou. Daphni, infatti, altro alter ego del musicista canadese, aveva pubblicato “Joli Mai” nel 2017; un album che tuttavia non raggiungeva le vette dei migliori lavori a firma Caribou, come ad esempio “Swim” (2010) e lo stesso “Our Love” (2014).

“Suddenly” è l’album più stilisticamente vario di Snaith: pop, elettronica, rock e rap si trovano qua e là nel corso del CD, così come brevi parentesi jazz e psichedeliche. Ciò tuttavia non va a detrimento della qualità: il marchio Caribou ha sempre mantenuto alto il livello, è vero, ma “Suddenly” certamente ne tiene alto il nome.

Accanto a tutto ciò, forse per la prima volta in un disco di Caribou le liriche non sono semplici echi di voci lontane poste su basi house o psichedeliche: adesso la voce di Dan è spesso alta nel mix, così come quella dei numerosi ospiti presenti nei samples dei vari brani. Basti pensare a Home e Sunny’s Time, dove per la prima volta l’hip hop la fa da padrone. Potrà piacere o meno, ma denota una crescita e un coraggio nel produttore e cantautore Dan Snaith che non sono banali.

La lirica più commovente è cantata però da Dan stesso: “I’m broken, so tired of crying… Just hold me close to you”, in Cloud Song, è il simbolo di un uomo fragile, debilitato da esperienze drammatiche (il divorzio, la morte di persone care). Un’ammissione certamente non facile, per Dan, ma commovente.

Musicalmente, “Suddenly” è, come già accennato, un’aggiunta di spessore ad un catalogo ingombrante: non c’è forse un’altra Odessa o Can’t Do Without You, ma pezzi come You And I e Ravi (che pare un pezzo sanificato dei Prodigy) sono comunque notevoli. Invece troppo breve il pur affascinante intermezzo Filtered Grand Piano.

“Suddenly” non è un lavoro perfetto, ma rappresenta nonostante tutto un passo avanti importante per il musicista canadese. Dan Snaith non è mai suonato così libero eppure così fragile (in varie interviste ha detto di aver prodotto negli scorsi cinque anni ben 900 potenziali pezzi, fra campionamenti e melodie vere e proprie). Vedremo dove le prossime incarnazioni del progetto Caribou lo porteranno, ma sappiamo che resterà fedele a un motto: meglio pochi (LP) ma buoni.

Voto finale: 8.

Christine And The Queens, “La Vita Nuova”

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Il nuovo EP a firma Christine And The Queens arriva a due anni da “Chris”, il doppio album da ben 23 canzoni che era servito da presentazione massiva dell’estetica dell’artista francese (vero nome Hélöise Letissier). Cantato in francese, inglese, spagnolo ed italiano (!), l’EP è un piacevole antipasto del nuovo lavoro di Hélöise.

Accanto al breve lavoro compare anche un filmato, con soundtrack ovviamente rappresentata dai brani dell’EP, in cui Chris (l’alter ego creato nel precedente CD e ancora incarnato in “La Vita Nuova”) balla su un tetto per poi ritrovarsi, quasi fosse il video di Thriller, in un teatro pieno di vampiri a duettare con l’ex cantante dei Chairlift Caroline Polachek (presente in La Vita Nuova). Un’ambizione quindi visionaria da parte di Hélöise Letissier.

I 6 brani di “La Vita Nuova” sono ben amalgamati e rappresentano ad oggi il lavoro più coeso della musicista francese: di particolare rilevanza l’iniziale People, I’ve Been Sad e la raccolta Mountains (We Met), ma nessuno è fuori contesto. Anche liricamente il disco è ben focalizzato sui temi della perdita di un amore, ad esempio “Do you think there’s only one thing to do? To write a song about you?” canta Chris in Mountains (We Met), mentre in La Vita Nuova la sentiamo proclamare: “Heartbreakers… I never take their answer for sure”.

Complessivamente dunque siamo di fronte ad un ottimo EP, uno dei migliori dell’anno, che riporta meritatamente Christine And The Queens al centro del palcoscenico della scena pop che si rifà anni ’80, pronta a spiccare il salto verso lo stardom nel prossimo lavoro.

Voto finale: 7,5.

Real Estate, “The Main Thing”

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Il nuovo disco della band statunitense rappresenta, strano a dirsi, un deciso cambiamento per i Real Estate. Arrangiamenti più complessi, ospiti di spessore e canzoni più lunghe fanno sì che “The Main Thing” sia un CD non immediato, segno che il gruppo capitanato da Martin Courtney ha voglia di cambiare pelle.

Fin dalle prime due tracce, le suadenti Friday e Paper Cup (con quest’ultima che conta la collaborazione di Amelia Meath dei Sylvan Esso), capiamo che non siamo di fronte ad un nuovo “Days” (2011) o “Atlas” (2014): le tastiere la fanno da padrone e la delicata voce di Courtney è affiancata dalla Heath, prima volta che udiamo una voce femminile in un disco dei Real Estate.

È vero che altrove troviamo atmosfere più familiari ai fans della prima ora della band: Falling Down e Shallow Sun paiono prese dai primi CD dei Real Estate, con la loro andatura dolce e la chitarra in primo piano. Non avremo più Matt Mondanile a dettare i ritmi, ma il fascino di pezzi così semplici ma amabili non scema mai.

Liricamente, accanto a quei sentimenti di noia e paura di crescere dei lavori più rinomati dei Real Estate, troviamo anche riferimenti velati all’attualità politica: in Silent World Courtney canta “Can’t let you wander off out in this wicked world”, mentre in You affiorano le ansie per la crescita inesorabile dei suoi figli: “Just dream your time away, I see no better use for it, for soon you’ll be awake. Then you’ll have to get used to it”.

Il CD non è un capolavoro, come invece sbandierato da Martin Courtney in alcune interviste, ma dimostra che anche band considerate a torto o a ragione nostalgiche sono capaci di cambiare e “invecchiare con stile”, se si dispone del talento sufficiente. “The Main Thing” è quindi un prodotto di buon artigianato, che fa ben sperare per il futuro dei Real Estate. Non una cosa da poco, considerate le premesse poco lusinghiere degli osservatori più critici.

Voto finale: 7,5.

Recap: ottobre 2018

Un altro mese è finito. Come di consueto, A-Rock propone una sintesi dei CD più rilevanti usciti in ottobre. Abbiamo il live di Mount Eerie, il quarto CD solista della cantante dei Big Thief Adrianne Lenker, il nuovo LP di Tim Hecker, il ritorno degli Spiritualized, di Christine And The Queens, di Kurt Vile e di Annie Clark aka St. Vincent, oltre al nuovo lavoro del collettivo americano BROCKHAMPTON e dei Cloud Nothings. Buona lettura!

Mount Eerie, “(after)”

after

Gli amanti della musica rock alternativa conoscono la tragica vicenda di Phil Elverum, ex leader dei Microphones e attuale solista con il nome d’arte Mount Eerie. La moglie Geneviève Castrée è scomparsa nel 2016 a causa di un cancro, lasciando soli Elverum e la figlioletta. La vicenda ha ovviamente distrutto il cantante statunitense, che ha deciso di mettere in musica tutti i sentimenti provati in questo drammatico periodo e i ricordi più belli del suo matrimonio con l’amata Geneviève.

Ne sono usciti due CD di inediti, toccanti come pochi altri (forse “Carrie & Lowell” di Sufjan Stevens è paragonabile) e bellissimi: “A Crow Looked At Me” del 2017 e “Now Only” di quest’anno. A corredo di tutto ciò, Elverum ha poi suonato le canzoni dei due album in un tour mondiale di buon successo. Una scelta discussa da molti, che lo considerano un mezzo per trarre ancora più denaro da una vicenda tragica; Elverum stesso era incerto su come procedere. La decisione di fare un tour è dipesa soprattutto dalla volontà di connettersi con il suo pubblico, magari aiutando altre persone nella sua stessa situazione ad affrontarla: un fine nobile, tanto che lui stesso aveva detto di non aspettarsi show pirotecnici o brani da album più vecchi.

Sentir risuonare al festival Guess Who?, a Utrecht, in Olanda, le canzoni semplici e delicate tratte da “A Crow Looked At Me” e “Now Only” è davvero bellissimo, un’esperienza toccante ma allo stesso tempo catartica. Ad esempio, Ravens e Distortion sono ancora più cariche di pathos, mentre la chiusura di Tintin In Tibet apre finalmente uno spiraglio di felicità.

Insomma, se siete amanti di Mount Eerie, questo è un disco imperdibile. “(after)” sembra, fin dal titolo, la chiusura di un capitolo doloroso della vita di Phil Elverum, che ora ha anche ritrovato l’amore (è sposato infatti con la famosa attrice Michelle Williams). Speriamo che tutto ora vada per il meglio e che l’uomo Elverum possa tornare a vivere e scrivere belle canzoni non permeate da morte e tristezza come negli ultimi anni. Tanti auguri, Phil.

Voto finale: 9.

Kurt Vile, “Bottle It In”

kurt vile

Il settimo LP solista di Kurt Vile (ottavo considerando “Lotta Sea Lice”, inciso con Courtney Barnett nel 2017) mostra il nostro slacker preferito mantenere alta la bandiera del folk-rock che lo ha reso celebre, dapprima con i The War On Drugs, poi nella sua carriera solista.

Rispetto al passato, Kurt cambia leggermente la ricetta: il CD è infatti il più lungo della sua prolifica produzione (quasi 80 minuti) e sono numerosi gli ospiti, i più rilevanti dei quali sono Kim Gordon (Sonic Youth) e il cantautore country Cass McCombs. I brani sono spesso molto articolati: in quattro casi superano i 7 minuti, in due addirittura i 10!

Ciò detto, il 38enne statunitense riesce quasi sempre a mantenere alta l’attenzione dell’ascoltatore, grazie alla consueta abilità nel mescolare melodie sicuramente già sentite, ma assemblate in maniera mai banale. Basti ascoltarsi l’iniziale Loading Zones: forse Neil Young, forse Bob Dylan, certo qualcuno aveva prodotto qualche cosa di simile in passato, ma Kurt riesce ad adattare il tutto al XXI secolo in maniera furba. Altro brano degno di nota è l’ipnotica suite Bassackwards, uno dei pezzi migliori mai creati da Vile; buone anche la lunghissima Skinny Mini e Rollin With The Flow. Deludono invece la title track e Come Again, ma sono errori accettabili in un lavoro lungo come “Bottle It In”.

Liricamente, come sempre, Kurt non dispensa mai grandi insegnamenti, ma il suo spirito di osservazione riesce a volte a esprimere concetti semplici ma non così scontati oggigiorno: “I think things were way easier with a regular telephone” proclama calmo in Mutinies, mentre in Bassackwards “Just the way things is these days, just the way things come out”. Quest’ultimo è in effetti il primo momento in cui Kurt sembra davvero insoddisfatto del presente, lui che dell’osservazione placida del mondo circostante aveva fatto una bandiera.

In conclusione, “Bottle It In” è una gradevole aggiunta ad una discografia già abbondante e di buona qualità media. Malgrado l’eccessiva lunghezza e alcuni momenti di stallo, il CD conferma Kurt Vile tra le voci (e i chitarristi) più importanti del panorama rock moderno. Non una cosa scontata, dopo una carriera che è iniziata nell’ormai lontano 2003 e continua ad essere rilevante anche quindici anni dopo.

Voto finale: 8.

Cloud Nothings, “Last Building Burning”

cloud nothings

Il quinto album della band americana, capitanata dallo scatenato Dylan Baldi, è il loro lavoro più feroce. Ed è tutto dire per una band punk come i Cloud Nothings, autrice di capolavori del genere come “Attack On Memory” (2012) e “Here And Nowhere Else” (2014).

Il CD arriva solo un anno e mezzo dopo “Life Without Sound”, l’album più quieto del gruppo originario di Cleveland: brani pur ottimi come Enter Entirely e Up To The Surface ce li saremmo aspettati dagli Arctic Monkeys o dai Bloc Party delle origini, non da una solida band punk. In effetti sia critica che pubblico erano stati tiepidi; non è un caso che la radicale inversione di rotta arrivi dopo così breve tempo.

L’inizio è devastante: On An Edge presenta liriche praticamente incomprensibili, sopra una base potentissima, quasi metal. Gli altri sei brani che compongono questo breve ma compattissimo disco non frenano poi molto l’irruenza della prima traccia; anche testualmente Baldi riporta alla memoria la rabbia dei suoi dischi di maggior successo. Ad esempio, in In Shame canta “They won’t remember my name, I’ll be alone in my shame!”, mentre in Offer An End abbiamo un pessimismo ancora più universale: “Nothing’s gonna change!”. Infine, in So Right So Clean se la prende con una ex partner ormai abbandonata: “I wish I could believe in your dream” le urla Baldi.

I sette brani che compongono “Last Building Burning” sono molto veloci e generalmente al di sotto dei quattro minuti di durata; solo la colossale Dissolution ha una durata anomala (supera i 10 minuti) ed è un preciso rimando al vero capolavoro della band, Wasted Days. Le migliori canzoni sono Offer An End e So Right So Clean; meno convincente la troppo violenta On An Edge.

In conclusione, i Cloud Nothings sono tornati alle loro radici, a quel punk sporco e diretto che li aveva fatti conoscere al mondo. I risultati forse non raggiungeranno le vette di “Attack On Memory” e “Here And Nowhere Else”, ma la band è più viva che mai. Chissà che il loro prossimo grande CD non stia per arrivare…

Voto finale: 7,5.

Christine And The Queens, “Chris”

chris

Il secondo album di Héloïse Letissier, meglio conosciuta come Christine And The Queens, è un concentrato del pop da classifica degli ultimi vent’anni: passiamo dalla Madonna più funk ai Daft Punk più suadenti alla Lorde di “Melodrama”. Tuttavia, ad una base musicale già importante la giovane francese aggiunge delle tematiche non banali, già affrontate quest’anno ad esempio da Troye Sivan e Anna Calvi (la liberazione sessuale), ma da una prospettiva tutta nuova.

Héloïse infatti canta le peripezie di un personaggio fittizio da lei ideato, il Chris che dà il titolo al CD, femminile ma con alcuni tratti mascolini, che trascende quindi ogni classificazione di genere. In Girlfriend Chris vuole possedere il suo partner, tanto che canta “Came back steaming in sweats in the morning, I muscled in, for I wanted to hold him”. Damn (What Must A Woman Do) canta cosa provano le donne quando hanno attrazione sessuale verso un uomo. Insomma, tematiche decisamente carnali, cantate con franchezza. La bella voce della Letissier aiuta a trasmettere questi sentimenti, così come l’efficace partecipazione di Dâm-Funk (nome d’arte del cantante americano Damon Garrett Riddick) rende Girlfriend decisamente più interessante.

I pezzi migliori sono The Walker e la più sperimentale Damn (What Must A Woman Do); buona anche Feel So Good. Meno riuscite Doesn’t Matter e la scontata Make Some Sense, ma i risultati complessivi restano buoni, soprattutto grazie alla coerente visione del pop e del funk trasmesse da Christine And The Queens in “Chris”.

In conclusione, il pop quest’anno ha trovato almeno altre due voci decise a scrivere pagine importanti: sia Troye Sivan che Christine And The Queens paiono avere un brillante futuro davanti, grazie a un talento non comune e al coraggio di affrontare argomenti complessi come la propria sessualità, il bullismo e le violenze subite in passato a causa delle proprie preferenze sessuali o delle proprie idee. “Chris” non sarà un capolavoro, ma mette in mostra la competenza e la voglia di sperimentare di Héloïse Letissier, facendone una figura contemporaneamente emergente ma già pronta a fare il grande salto fra le star del genere.

Voto finale: 7,5.

Spiritualized, “And Nothing Hurt”

spiritualized

All’ottavo (e forse ultimo) album, gli Spiritualized sembrano aver finalmente trovato la pace. Da sempre infatti la band britannica capitanata da Jason Pierce ha affrontato temi difficili nei suoi CD, a partire dal capolavoro “Ladies And Gentlemen We Are Floating In Space” del 1997: Dio, morte, disperazione… a ciò aggiungiamo i problemi di dipendenza affrontati da Pierce in passato. Insomma, non una eredità facile, sia musicale che personale.

“And Nothing Hurt” è probabilmente l’album meno innovativo musicalmente degli Spiritualized, ma allo stesso tempo è anche il loro LP più coeso e compatto: la parte psichedelica stavolta prevale su quella più sperimentale e space rock, che tanto ha dato al rock degli scorsi decenni, ispirando band come Tame Impala e King Gizzard & The Lizard Wizard. I riferimenti stavolta sono Velvet Underground e il Lou Reed solista: la dolce A Perfect Miracle richiama i Velvet Underground del 1967, mentre I’m Your Man e Let’s Dance sembrano prese da “Transformer” (1972). I bei pezzi non mancano: stupiscono specialmente la già menzionata A Perfect Miracle e Sail On Through, ma anche I’m Your Man e Here It Comes (The Road) Let’s Go non sono trascurabili. Inferiori alla media i brani della parte centrale, ad esempio On The Sunshine, ma non intaccano eccessivamente il risultato finale.

Liricamente, Pierce sembra un uomo maturo, ormai in pace con sé stesso e la sua eredità: un verso bellissimo e schietto è contenuto in The Prize e recita “Gonna burn brightly for a while, then you’re gone”. Una riflessione sulla vita lucida e un po’ malinconica, ma che contiene più di un briciolo di verità.

In conclusione, l’ex frontman degli Spacemen 3 e attuale leader degli Spiritualized dimostra ancora una volta il suo talento, con una (apparente?) chiusura di carriera che riassume benissimo i pilastri che lo hanno reso un punto di riferimento per gli amanti del rock alternativo. “And Nothing Hurt” non sarà un capolavoro, ma potevano esserci uscite di scena peggiori.

Voto finale: 7,5.

Adrianne Lenker, “abysskiss”

abysskiss

La cantante dei Big Thief, giunta al quarto CD solista, amplia considerevolmente la propria tavolozza sonora componendo un album folk molto delicato e toccante nei suoi momenti migliori, che denota un’abilità non comune nell’uso della chitarra e una voce duttile come mai in carriera.

“abysskiss” è stato composto in una sola settimana, ma non per questo suona affrettato o tirato via. Anzi, le 10 melodie che formano il disco creano un lavoro coeso, con tematiche ricorrenti e sonorità coerenti da una canzone all’altra. Come già detto per Waxahatchee nel recap di settembre, il fatto di saper comporre efficaci pezzi folk non è che un’interessante aggiunta alla propria tavolozza sonora e a quella dei Big Thief.

Il CD si apre e chiude con immagini drammatiche, di morte: la Lenker nella bellissima terminal paradise canta “See my death become a trail; and the trail leads to a flower”. Ma del resto già il titolo era evocativo. In 10 miles invece Adrianne evoca la sua morte, ma con dei flashback che ricordano i suoi (immaginari) ricordi di una vita passata, mentre lei muore tra le braccia dell’amato. Insomma, canzoni con tematiche tragiche, ma affrontate con delicatezza. Altrove, gli scenari sono più incentrati sull’amore, a volte addirittura selvaggio: in 10 miles, rievocando la gioventù, il personaggio della canzone bacia l’amante “very hard and wild”.

In generale, dunque, come già visto nei Big Thief, la Lenker è capace di evocare immagini oniriche e allo stesso tempo molto reali, un’abilità che in pochi possiedono. A ciò si accompagna un uso della chitarra sempre ingegnoso, che rievoca i grandi cantori del passato (da Leonard Cohen a Elliott Smith).

I pezzi migliori dell’album sono terminal paradise e out of your mind; bella anche cradle. Meno convincente invece blue and red horses; in generale, se non si è fan della musica folk, il CD può risultare melodicamente monotono, ma ripetuti ascolti svelano sempre nuovi particolari deliziosi di “abysskiss”.

In conclusione, questo piccolo ma grazioso album non cambierà la storia della musica, ma ci fa capire una volta di più il potenziale immenso di Adrianne Lenker. Che il capolavoro definitivo dei Big Thief sia dietro l’angolo?

Voto finale: 7,5.

Tim Hecker, “Konoyo”

konoyo

Il compositore canadese Tim Hecker è una delle voci più rilevanti dell’elettronica più sperimentale: nel corso di una carriera quasi ventennale (il primo disco a suo nome è del 2001) Hecker ha infatti costruito la reputazione di artista mai fermo, anzi sempre in cerca di nuovi suoni e collaborazioni. Non dimentichiamo infatti che egli vanta brani incisi con il defunto produttore finlandese Jóhann Jóhannsson e Daniel Lopatin (aka Oneohtrix Point Never), due nomi decisamente rilevanti per questa nicchia musicale.

Il suo nuovo disco, il nono della carriera, ha una storia particolare: “Konoyo” infatti è stato inciso durante una permanenza dell’autore in Giappone in un tempio buddhista insieme al collettivo “gagaku” Tokyo Gakuso. “Gagaku” è una parola giapponese che rappresenta la colonna sonora della vita nel palazzo imperiale di Tokyo; in poche parole, l’ambizione di Hecker era di fondere le ritmiche ambient occidentali con la musica giapponese e creare una melodia degna dell’imperatore del Giappone!

Insomma, non banale come obiettivo. Hecker non si smentisce mai, insomma, cercando sempre nuove esperienze per creare un suono sempre più complesso. Per farlo si avvale, oltre che dei Tokyo Gakasu, anche di collaboratrici come Kara-Lis Coverdale e Mariel Roberts. I risultati, al primo ascolto, possono apparire stranianti: l’elettronica di Hecker è sperimentale come mai in carriera, i suoni sintetici e le atmosfere evocate eteree. Tuttavia, dando tempo al disco di maturare dentro di noi, “Konoyo” rivela una profondità che poche volte abbiamo apprezzato quest’anno. Ne sono esempio l’iniziale This Life e In Mother Earth Phase; meno riuscita Keyed Out.

In conclusione, non parliamo di un album fondamentale per il 2018 e tantomeno per la decade che sta per finire, ma certamente gli amanti della musica ambient più sperimentale troveranno pane per i loro denti.

Voto finale: 7.

St. Vincent, “MassEducation”

masseducation

L’anno scorso, Annie Clark (meglio conosciuta col nome d’arte St. Vincent) ha realizzato un album di grande successo, tanto che ha ottenuto la più alta posizione della carriera di St. Vincent nella classifica Billboard 200, la numero 10. “MASSEDUCTION” era un concentrato di ottimi brani pop e un pizzico della virtuosità chitarristica che aveva fatto conoscere la Clark.

È pertanto interessante (e rischiosa) la scelta dell’artista di riproporre la scaletta del suo precedente LP, stavolta però reinterpretata con solamente piano, voce e rare tastiere; a collaborare con lei è stato l’amico pianista Thomas Bartlett. Dicevamo, scelta rischiosa: affrontare canzoni zuccherosamente pop in maniera radicalmente diversa, in chiave acustica, può portare a risultati ottimi, ma anche parodistici.

Parlando di St. Vincent, uno dei nomi più apprezzati dell’indie rock del XXI secolo, i risultati non potevano che essere buoni; e così è. Pezzi che in “MASSEDUCTION” erano fin troppo mielosi (vedi la title track) qua acquistano una nuova dimensione e un rinnovato fascino; al contrario, come prevedibile, i pezzi che nel precedente album funzionavano meglio (vedi Sugarboy) qua perdono rilevanza. I pezzi migliori sono Slow Disco, rifacimento di Fast Disco; Savior; e Los Ageless. Come già accennato, convince meno Sugarboy, ma non intacca eccessivamente il risultato complessivo.

Insomma, “MassEducation” non sarà ricordato come il miglior CD della Clark, nondimeno St. Vincent si conferma un nome rilevante nella scena pop-rock mondiale: anche con un album di cover, infatti, la voce di Annie trasforma melodie scontate in qualcosa di particolare. Aspettiamo con trepidazione il prossimo disco vero e proprio a nome St. Vincent, per capire finalmente se la svolta pop era solo un divertissement oppure una scelta stilistica ben precisa.

Voto finale: 7.

BROCKHAMPTON, “iridescence”

iridescence

Il primo disco per una major (la RCA) del collettivo americano BROCKHAMPTON continua il percorso tracciato dalla trilogia di “Saturation”, che aveva sconvolto il 2017 e fatto di loro una sensazione nel mondo del rap indipendente e più sperimentale.

“iridescence”, registrato ai leggendari studi di Abbey Road, ha debuttato al numero 1 della classifica Billboard, un grande traguardo per il gruppo; i BROCKHAMPTON hanno poi presentato un tour mondiale. Questo malgrado le tensioni seguite alla cacciata di Ameer Van, a causa di accuse di molestie sessuali arrivategli nella prima parte del 2018. Una scelta coraggiosa, dato il grande contributo che Vann aveva avuto nel successo dei BROCKHAMPTON, nondimeno giusta e premiata dal pubblico.

L’inizio di “iridescence” è travolgente: NEW ORLEANS è un brano trap potentissimo, in cui i rimanenti BROCKHAMPTON si alternano efficacemente al microfono. La canzone fluisce perfettamente nella dolce THUG LIFE, evidenziando il contrasto che pervaderà tutto il CD, rendendolo alternativamente elettrizzante o confuso. Ad esempio, BERLIN è davvero un mix quasi inascoltabile; invece la toccante WEIGHT è il pezzo migliore del disco.

Questa “confusione ragionata” dei BROCKHAMPTON è certamente messa in azione per sedurre il maggior numero di ascoltatori (e i numeri premiano la band statunitense); tuttavia, ascoltato nella sua interezza “iridescence” non convince appieno, come invece i migliori momenti delle tre “Saturation” erano in grado di fare.

Oltre a NEW ORLEANS e WEIGHT, altro pezzo convincente è J’OUVERT; sotto la media invece la già menzionata BERLIN, la breve e inutile SOMETHING ABOUT HIM e DISTRICT.

In conclusione, “iridescence” fallisce nella sua missione di presentare i BROCKHAMPTON come il fenomeno destinato a cambiare il rap contemporaneo; allo stesso tempo, tuttavia, il gruppo dimostra di aver mantenuto la propria integrità, malgrado le vicissitudini con l’ex membro Ameer Vann e un contratto da 15 milioni di dollari in tasca, che poteva portarli a diventare decisamente più commerciali (e prevedibili). Speriamo che nel prossimo LP i BROCKHAMPTON mettano più a fuoco i loro talenti, così da avere un disco meno dispersivo.

Voto finale: 7.