I 50 migliori album del 2022 (25-1)

Abbiamo visto che la prima parte dei 50 migliori CD del 2022 contiene nomi di spicco come Beyoncé, Taylor Swift e Florence + The Machine. Ora che siamo giunti alla parte più interessante della top 50, la domanda sorge spontanea: chi sarà a trionfare come album più riuscito dell’anno? Buona lettura!

25) The Weeknd, “Dawn FM”

(POP)

Il quinto album di The Weeknd segue l’acclamatissimo “After Hours” del 2020, uno dei CD di maggior successo degli ultimi anni, insieme forse solo a “Future Nostalgia” di Dua Lipa (2020 anch’esso). La missione era molto difficile, ma Abel Tesfaye riesce con successo a bissare il predecessore di “Dawn FM”, grazie a un innato talento per il pop e alcune collaborazioni di spessore.

Partiamo proprio dai collaboratori: affiancarsi a Quincy Jones, Tyler, The Creator e Lil Wayne, tra gli altri, non è cosa comune, anche per artisti affermati come The Weeknd. Avere poi la produzione di Daniel Lopatin (Oneohtrix Point Never) e Max Martin consente una flessibilità tra ritmi pop e momenti sperimentali invidiabile, come nei momenti migliori di “After Hours”. Forse questo disco non conterrà brani pop perfetti come Blinding Lights e Save Your Tears, ma è comunque un prodotto di ottima fattura.

A narrare la storia alla base del lavoro è niente di meno che Jim Carrey, il celebre attore hollywoodiano e amico del Nostro: sono i suoi intermezzi a rendere l’arco narrativo del disco coerente, malgrado qualche pezzo di troppo (Every Angel Is Terrifying). I brani migliori sono Take My Breath, qui nella versione allungata, e Less Than Zero, che pare ispirato dai The War On Drugs. Da non sottovalutare poi Out Of Time, mentre sotto la media è I Heard You’re Married, malgrado la presenza di Lil Wayne.

Il mondo di “Dawn FM” è decisamente più dark, almeno in apparenza, rispetto ad “After Hours”: già dalla copertina, in cui vediamo un Abel invecchiato e con sguardo perso nel vuoto, abbiamo una sensazione di malessere interiore trasmessa dell’artista canadese. Sentimento rafforzato dalle prime parole pronunciate dal DJ Jim Carrey in apertura: “You’ve been in the dark for way too long, it’s time to walk into the light… We’ll be there to hold your hand and guide you through this painless transition” (Dawn FM). Altrove emerge invece la figura abituale di The Weeknd, quella del conquistatore seriale di belle ragazze, dalle quali emergono infiniti problemi: “Everytime you try to fix me, I know you’ll never find that missing piece” (Sacrifice), “The only thing I understand is zero sum of tenderness” (Gasoline) e “You don’t wanna have sex as friends no more” (Best Friends) sono chiari esempi.

In conclusione, il cantante misterioso che nel lontano 2011 aveva rivoluzionato la scena R&B è definitivamente mutato in una popstar fatta e finita, con risultati strabilianti. “Dawn FM” è stato, senza dubbio, il primo grande album pop del 2022.

24) Yeule, “Glitch Princess”

(ELETTRONICA)

Il secondo album dell’artista nata a Singapore come Natasha Yelin Chang, successivamente trasferitasi a Londra e diventata non-binaria col nome di Nat Cmiel, è un ottimo CD che si inserisce sulla strada già aperta da artisti visionari come la compianta SOPHIE e Arca. Nulla di radicale, quindi, ma senza dubbio un prodotto art pop di qualità.

Yeule è una figura complessa: da un lato abbiamo un artista capace di scrivere brani pop accattivanti come Don’t Be So Hard On Your Own Beauty, dall’altro lo sperimentatore che inizia il lavoro con l’ostica My Name Is Nat Cmiel. Questa ambivalenza permea tutto il CD, che alterna momenti musicalmente più euforici (Too Dead Inside) ad altri più difficili (Fragments), spesso su testi altrettanto strani.

In Friendly Machine, ad esempio, Yeule proclama: “Always want but never need, I don’t have an identity I can feed”; invece Don’t Be So Hard On Your Own Beauty apre un varco di luce: “the sullen look on your face tells me you see something in me more pure than this dirty”. Tuttavia, l’ammissione più candida avviene nell’apertura del lavoro, in cui Yeule ci appare non come un cyborg, bensì una persona come tutti noi: “I like pretty textures in sound, I like the way some music makes me feel, I like making up my own worlds” (My Name Is Nat Cmiel).

In conclusione, “Glitch Princess” è un secondo album che alza decisamente il livello rispetto all’esordio “Serotonin II” (2019), ancora acerbo. Il pop futurista di Yeule a tratti è irresistibile; quando imparerà a mettere da parte gli sperimentalismi più fini a sé stessi (si senta Fragments a tal riguardo), avremo di fronte un vero grande progetto. Ma già così abbiamo un talento fuori dal comune.

23) Angel Olsen, “Big Time”

(COUNTRY – ROCK)

Il nuovo album di Angel Olsen, il sesto della cantautrice americana, nasce dalla tragedia e da fatti strettamente personali che hanno sconvolto la sua vita. Nel corso del 2021, Angel ha confessato la sua omosessualità, prima agli amici, poi ai genitori e infine al pubblico. Poco dopo, il padre è deceduto e poche settimane dopo, tragicamente, anche sua madre è morta. Il periodo davvero difficile vissuto recentemente da Olsen trova ovviamente spazio in “Big Time”, ma i ritmi tendenzialmente country e sereni aiutano il CD, tanto da non farlo risultare eccessivamente pesante.

L’ultimo LP vero e proprio a firma Angel Olsen è “All Mirrors” del 2019, contando che “Whole New Mess” (2020) era una sorta di remix del precedente lavoro. Inoltre, Olsen nel 2021 aveva pubblicato la breve raccolta di cover “Aisles”. “Big Time” si distacca però da tutti questi lavori: più cantautorale, meno barocco, più country e meno ispirato agli anni ’80. In generale, possiamo dire che la nuova direzione artistica intrapresa dalla Nostra è convincente in molte parti del presente lavoro.

L’inizio del CD è molto promettente: All The Good Times e la title track sono tra i migliori brani del disco. Dream Thing invece, con le sue cadenze dream pop, quasi rievoca Intern, uno dei pezzi migliori di “My Woman” (2016). Altrove abbiamo pezzi più raccolti (All The Flowers) così come rimandi al rock à la Lucy Dacus (Right Now); in generale i dieci brani del CD sono coesi e fanno di “Big Time” un’altra ottima aggiunta ad una discografia davvero di spessore. Solo Ghost On è leggermente sotto la media.

Liricamente, come anticipato, “Big Time” tocca molti dei temi che hanno reso la vita di Angel Olsen davvero difficile negli ultimi tempi. In Ghost On pare rivolgersi a sé stessa: “I don’t know if you can take such a good thing coming to you, I don’t know if you can love someone stronger than you’re used to”. Il tema di una relazione finita male compare anche in All The Good Times: “So long, farewell, this is the end” canta infatti Angel. Ma è This Is How It Works che contiene i versi più sinceri: “I’m barely hanging on… It’s a hard time again”.

In generale, come già accennato, “Big Time” continua la striscia di ottimi LP a firma Angel Olsen, in una produzione sempre più variegata e brillante. Non sarà forse il suo miglior lavoro, ma per molti sarebbe un highlight di un’intera carriera.

22) Danger Mouse & Black Thought, “Cheat Codes”

(HIP HOP)

Il primo LP di coppia fra Danger Mouse, produttore di primo piano, in passato collaboratore, tra gli altri, di Damon Albarn e The Black Keys, e Black Thought, membro del gruppo hip hop The Roots, è una gioia per i fan del rap di tendenza East Coast. Le basi sono infatti nostalgiche al punto giusto e gli ospiti, dai veterani come Raekwon e il compianto MF DOOM (presente con un verso postumo) ai più giovani Michael Kiwanuka e A$AP Rocky, senza tralasciare ovviamente i Run The Jewels, aggiungono ulteriore spessore ad un lavoro di ottima caratura.

I due avevano già provato in passato a trovare spazio nelle loro agende per una collaborazione a pieno titolo, col titolo provvisorio di “Dangerous Thoughts”; tuttavia, il progetto era stato messo in pausa per i successivi mesi, che sono poi diventati anni. Solo quest’anno il CD ha visto la luce, col titolo di “Cheat Codes”: i risultati, come già accennato, sono buoni e fanno del lavoro uno dei migliori dischi rap del 2022.

Le prime tracce che colpiscono l’ascoltatore, dopo l’inizio discreto ma convenzionale con Sometimes e la title track, sono The Darkest Part, con grande verso di Raekwon, e Because, la quale vanta ben tre featuring: Joey Bada$$, Russ e Dylan Cartlidge. Altre belle canzoni sono Aquamarine e Strangers, mentre sotto la media è Close To Famous. In generale, le composizioni scorrono bene e creano un insieme organico e coeso, che non risulta mai noioso.

In conclusione, “Cheat Codes” conferma il talento di entrambi i suoi principali autori e la potenza di una collaborazione ben piazzata: non stiamo parlando di un LP capace di reinventare la musica contemporanea, ma Danger Mouse e Black Thought hanno composto un CD di qualità, trovando meritatamente posto nella lista dei migliori lavori dell’anno secondo A-Rock.

21) Mitski, “Laurel Hell”

(POP – ROCK)

Il sesto lavoro della talentuosa cantautrice giapponese-americana è un buon lavoro pop che si rifà agli anni ’80. Su un tappeto di synth e con una batteria tonante sempre in primo piano, Mitski racconta i suoi tormenti e la volontà di trovare finalmente pace in un mondo sempre più travolgente e rapace.

Non tutto però suona allo stesso modo nel CD: abbiamo pezzi più trascinanti (The Only Heartbreaker, Love Me More, due highlight del disco) ed altri quasi ambient (I Guess, Everyone), che rendono il ritmo complessivo di “Laurel Hell” un po’ incoerente, ma mai scontato. Se musicalmente “Laurel Hell” può suonare a tratti euforico, però, Mitski si rivela un’anima tormentata.

Dopo il grande successo di “Be The Cowboy” (2018) e il lungo tour che ne seguì, Mitski aveva abbandonato qualsiasi altro interesse e le amicizie precedenti, circostanza che l’aveva fatta sentire vuota e le aveva fatto decidere di abbandonare la musica una volta per tutte. Tuttavia, il suo contratto con l’etichetta discografica Dead Oceans prevedeva la pubblicazione di un ultimo CD, quindi “Laurel Hell” ha visto la luce. Inoltre, Mitski ha deciso di imbarcarsi in un tour al fianco della superstar Harry Styles; quindi, il suo impegno verso il mondo della musica pare tutto meno che esaurito.

Liricamente, abbiamo vari frammenti che ci fanno intravedere un’anima sensibile e fragile: “I always thought the choice was mine… And I was right, but I just chose wrong” canta Mitski in Working For The Knife. La sensazione di impotenza che a volte prende tutti noi quando vogliamo ribellarci ad un ordine di cose immodificabile è evidente in Everyone: “Sometimes I think I am free… Until I find I’m back in line again”. I versi più commoventi sono però contenuti in That’s Our Lamp, che chiude il lavoro: “You say you love me, I believe you do. But I walk down and up and down and up and down this street, ’cause you just don’t like me, not like you used to”.

Vedremo, fatto sta che Mitski si conferma talentuosa come poche altre figure nel panorama contemporaneo: passata dall’indie rock delle origini, per poi arrivare ad un pop danzereccio e gioioso in “Be The Cowboy”, questo “Laurel Hell” suona come un riassunto delle puntate precedenti, con un’apertura non trascurabile verso il pop più raccolto. Nulla di trascendentale, ma un’ulteriore dimostrazione che, quando nella musica butti tutta te stessa, i risultati sanno essere davvero notevoli.

20) Jack White, “Fear Of The Dawn” / “Entering Heaven Alive”

(ROCK)

“Fear Of The Dawn”, il primo dei due pubblicati nel 2022, riprende là dove ci eravamo lasciati quattro anni fa con “Boarding House Reach”: rock sperimentale, davvero strano a tratti; copertina impostata sui tre colori bianco-nero-blu; zero coerenza tra una canzone e l’altra della tracklist. Non siamo di fronte ad un LP perfetto, ma l’ex leader dei White Stripes pare davvero divertirsi; e noi con lui.

Un tempo considerato il più “purista” tra i rocker emersi a cavallo tra XX e XXI secolo, White negli ultimi anni ha in realtà decisamente ampliato il proprio ventaglio di soluzioni: se il primo disco solista “Blunderbuss” (2012) era decisamente inserito nel blues-rock che aveva fatto la fortuna di Jack in passato, già in “Lazaretto” (2014) si erano cominciate ad intravedere delle canzoni innovative. “Boarding House Reach”, da questo punto di vista, è stato il big bang: molti fan della prima ora lo schifano, mentre i più aperti alle novità ne apprezzano la radicalità, pur con qualche errore (ricordiamo la debole Connected By Love).

“Fear Of The Dawn” si apre con due dei pezzi migliori della produzione recente di Jack White: Taking Me Back e la title track sono potentissime, quasi Black Sabbath nei momenti più duri. La chitarra del rocker di Detroit strilla come ai bei tempi e la voce è a fuoco: insomma, due ottime canzoni. Altrove abbiamo esperimenti più o meno riusciti, come Hi-De-Ho (con tanto di verso rap di Q-Tip degli A Tribe Called Quest), la sghemba Into The Twilight ed Eosophobia, addirittura divisa in due suite. Invece in What’s The Trick? ritorna il White prepotente delle prime due tracce.

In conclusione, tolto l’evitabile intermezzo Dust, “Fear Of The Dawn” è il miglior CD a firma Jack White dal lontano “Blunderbuss”: avventuroso, ambizioso, a volte troppo ricercato ma mai prevedibile o monotono. Se “Boarding House Reach” poteva sembrare un divertissement una tantum, “Fear Of The Dawn” ribadisce che White è ormai un rocker a tutto tondo, non più imprigionabile nel ruolo del tradizionalista del blues e del rock.

Il secondo album del 2022 dell’ex The White Stripes è un deciso cambiamento di rotta rispetto al precedente “Fear Of The Dawn”. Laddove quest’ultimo era un album rock sperimentale, furioso a tratti, “Entering Heaven Alive” è puro cantautorato: potremmo definirlo “la faccia buona” di White. La preferenza dell’ascoltatore per uno o l’altro dipende probabilmente dai propri gusti personali: i due CD, infatti, sono entrambi ben fatti e compongono una prova innegabile del grande talento di Jack White, unito a una versatilità non comune.

La cosa che colpisce, prima ancora delle canzoni, è la copertina di “Entering Heaven Alive”: scomparse le tracce di azzurro che trovavano spazio nei precedenti dischi solisti del Nostro, abbiamo una semplice immagine in bianco e nero. Per uno attento all’estetica come lui, questo è un cambiamento rilevante: il dubbio era cosa aspettarsi dalle tracce di “Entering Heaven Alive”.

La risposta è che Jack White è un compositore di grande talento, capace di incidere nello stesso anno brani rock robusti come Taking Me Back (riproposta in chiave acustica in questo lavoro) e Fear Of The Dawn così come deliziosi pezzi folk come A Tip From You To Me e All Along The Way. La prima parte del CD contiene le canzoni migliori: parliamo delle già citate A Tip From You To Me e All Along The Way, ma abbiamo anche If I Die Tomorrow, che tiene alto il livello nel finale di LP. Invece inferiore alle altre Queen Of The Bees, inspiegabilmente scelta come singolo di lancio.

In conclusione, “Entering Heaven Alive” chiude ottimamente un 2022 da incorniciare per Jack White. Siamo di fronte al suo miglior periodo, musicalmente parlando, più fertile anche degli esordi solisti del 2012 (“Blunderbuss” resta peraltro un buonissimo lavoro). Forse non siamo ai livelli della doppietta “White Blood Cells”-“Elephant”, incisi a cavallo tra 2001 e 2003 con Meg White, ma ci siamo dannatamente vicini.

19) Special Interest, “Endure”

(PUNK)

Il terzo CD del gruppo statunitense costruisce su quanto di buono c’era nel precedente “The Passion Of” (2020), oggetto anche di un profilo Rising sul nostro blog: un punk energico, inframmezzato da melodie quasi dance e disco. Questa volta però c’è più attenzione al post-punk stile Joy Division e Interpol, con una durata complessiva (44 minuti) che rende il lavoro più complesso rispetto a “The Passion Of” (29 minuti), ma anche più completo. I risultati sono generalmente equivalenti: siamo di fronte ad un altro ottimo LP in una produzione sempre più interessante.

Alli Logout e compagni si confermano quindi band imprescindibile per la scena punk americana grazie a quanto li aveva resi solidi già in passato: base ritmica serrata, voce spesso irresistibile, messaggi potenti trasmessi attraverso liriche sempre dirette. Prova ne siano i seguenti versi: “Liberal erasure of militant uprising is a tool of corporate interest and a failure of imagination” e “We are not concerned with peace. Peace is not of our concern” (entrambi da Concerning Peace); “If you don’t like it you can fuck right off” e “The end of the world is just a destination, I had to grow to love, yes and now I know I’m not unworthy of love” (LA Blues).

La storia più bella e tragica è però contenuta in (Herman’s) House: il brano prende spunto dalla storia vera di Herman Wallace, un membro delle Pantere Nere che ha trascorso ingiustamente 41 anni in prigione per un reato che non ha commesso. Una volta uscito, nel 2013, è morto di cancro tre giorni dopo. Ecco quindi spiegato il seguente, tragico verso: “We’ll all be Basquiats for five minutes or Hermans for life”.

I bei pezzi abbondano in “Endure”: dalla danzereccia Midnight Legend a Concerning Peace, passando per (Herman’s) House, il CD è ricco di manifesti punk potenti. Deludono in parte solo Foul e il fin troppo breve Interlude, ma i risultati complessivi restano buonissimi.

In conclusione, “Endure” riporta gli Special Interest meritatamente al centro della scena punk statunitense. I loro componimenti, in sottile equilibrio tra elettronica e rock duro, li rendono un unicum: Alli Logout, inoltre, si conferma presenza carismatica e rende ancora più speciale il gruppo. Non vediamo l’ora di vedere la loro prossima incarnazione.

18) Nilüfer Yanya, “PAINLESS”

(ROCK)

“Miss Universe”, l’album d’esordio del 2019 di Nilüfer Yanya, era indubbiamente un buon disco e si era guadagnato uno spazio nella rubrica Rising di A-Rock; tuttavia, non era ancora la dimostrazione piena del talento della cantautrice inglese. “PAINLESS” invece è un CD più realizzato e coeso, che è uno dei migliori dischi indie rock del 2022.

I 46 minuti di “PAINLESS” scorrono benissimo, tra rimandi ai Radiohead (stabilise, midnight sun) e ad Alanis Morissette (the dealer). Soprattutto nella prima parte, il lavoro è davvero ben costruito; invece pezzi come company e anotherlife sono i più deboli del lotto e fanno finire il CD su un livello compositivo inferiore rispetto alla prima metà, ma complessivamente siamo di fronte ad un ottimo secondo LP.

I testi poi sono un altro tratto interessante del lavoro: Nilüfer Yanya è infatti evocativa, ma mai troppo diretta. Di certo c’è solo il suo malessere: esemplari i versi contenuti in trouble (“Troubled don’t count the ways I’m broken, your troubles won’t count, not once we’ve spoken”) e in shameless (“Spit me out here in the sunlight … Watch me burn, night and day”). Il verso più drammatico è però questo: “Silent leaves, I walked in your forest, but there’s no roots. I am not sure I got this”, in try.

“PAINLESS” è evidentemente un titolo ironico, amaro: tanto più in un mondo tormentato come quello odierno, diviso tra l’interminabile pandemia e una guerra devastante alle porte dell’Europa. Pertanto, pur non essendo certo un disco “difficile”, “PAINLESS” è più profondo della media dei CD indie rock degli ultimi anni, sia musicalmente che liricamente, e fa di Nilüfer Yanya un nome da tenere d’occhio. Se “Miss Universe” poteva apparire agli scettici come un abbaglio, questo LP non passerà inosservato.

17) Everything Everything, “Raw Data Feel”

(POP – ELETTRONICA)

Il sesto lavoro del gruppo inglese porta con sé alcune novità: la più importante, quasi rivoluzionaria, è che i testi di “Raw Data Feel” sono stati composti da un software di intelligenza artificiale, che il leader del gruppo Jonathan Higgs ha eletto “quinto membro degli Everything Everything”. Non va tralasciato l’aspetto puramente musicale, però: questo è il miglior CD degli inglesi dai tempi di “Get To Heaven” del 2015.

La musica di “Raw Data Feel” suona infatti fresca, gioiosa: singoli riusciti come I Want A Love Like This e l’indie rock irresistibile di Jennifer sono highlights assoluti in una carriera già piena di successi. Il lavoro funziona meno nei brani più convenzionali: Pizza Boy, non fosse per il testo assurdamente divertente, è dimenticabile. Stessa cosa vale per Shark Week e HEX. Buona invece la più lenta Leviathan, così come la dolce Kevin’s Car e la danzereccia Teletype.

La curiosità, oltre che per le 14 tracce di “Raw Data Feel”, era forte anche per i testi generati dal tool di intelligenza artificiale creato da Higgs: dopo averlo “istruito” con testi presi tanto dai social quanto dalla filosofia confuciana, il sistema ha fatto in generale un buon lavoro. In alcuni casi abbiamo versi divertenti, come “Why don’t you listen to your momma? She’s old” (I Want A Love Like This), oppure profondi (“You’re in love with the future, I don’t know why”, My Computer).

In conclusione, “Raw Data Feel” è un ottimo LP da parte di un gruppo in continua evoluzione: il precedente “RE-ANIMATOR” (2020) era il loro CD più prevedibile e gli Everything Everything sembravano aver virato verso atmosfere più indie rock. Invece questo disco apre la porta a ritmi dance e ritorna al pop che li ha resi dei paladini della scena alternativa. Chapeau.

16) Beach House, “Once Twice Melody”

(POP)

L’ottavo LP del duo originario di Baltimora è un altro capolavoro in una carriera costellata di grandi CD. Diviso in quattro capitoli, articolato in 18 canzoni per 84 minuti totali, “Once Twice Melody” raccoglie tutto quanto fatto in passato dai Beach House, dalle cavalcate quasi psichedeliche (Superstar) alle ballate che riportano alle origini del gruppo (Sunset), passando per pezzi molto cinematografici (New Romance) e grandi odi dream pop (Masquerade). Non tutto funziona a meraviglia, ma quando lo fa siamo di fronte ad un lavoro imperdibile.

Interessante (e riuscita) l’idea dei Beach House di pubblicare “Once Twice Melody” in quattro diverse uscite tra novembre 2021 e febbraio 2022, dando modo al pubblico di digerire le numerose sfaccettature del lavoro. In effetti, come già accennato, la durata rappresenta il principale ostacolo ad una fruizione perfetta del CD: tuttavia, probabilmente il duo formato da Victoria Legrand e Alex Scally ha voluto fare piazza pulita dei propri archivi. Chissà che le future incarnazioni dei Beach House non divergano molto da quanto sentito negli ultimi anni.

In generale, non c’è una vera e propria narrativa alla base di ogni capitolo: i temi dell’amore, del sogno, dei ricordi e del rapporto con ciò che ci circonda, comprese le stelle, sono disseminati un po’ ovunque. Come sempre coi Beach House, è più la sensazione provocata dalla musica che le liriche ad emozionare: in pezzi come la superlativa Superstar e Masquerade lo scopo è raggiunto magnificamente. Col tempo, è quasi naturale che alcune canzoni ricalchino altre già sentite in precedenza (ESP, Illusion Of Forever), ma in generale la qualità media del lavoro è squisita.

Il tema delle stelle ricorre spesso nel lavoro: in Superstar Legrand canta “The stars were there in our eyes”, mentre Pink Funeral contiene un verso quasi identico: “The painted stars, they fill our eyes”. Altrove immagini tragiche si mescolano con altre ironiche: “Something somebody told me, think the plane is going down. You can’t take it with you, so let me buy you the next round” (The Bells), laddove New Romance contiene forse il verso più bello: “You’re somebody else, somebody new… ‘fuck it’ you said, ‘it’s beginning to look like the end’”.

In conclusione, “Once Twice Melody” è un altro grande lavoro in una discografia ormai leggendaria. Non è un caso che i Beach House incarnino l’idea di dream pop del XXI secolo: se in passato li abbiamo visti sia nella loro versione più semplice (l’eponimo esordio “Beach House” del 2006) che in quella più muscolare (“7” del 2018), passando per dischi magnifici come “Teen Dream” del 2010 e “Bloom” del 2012, questo LP è una summa di tutto quanto. Forse non è il loro migliore lavoro, ma con “Once Twice Melody” Legrand e Scally hanno scritto altre grandi pagine di dream pop.

15) SOUL GLO, “Diaspora Problems”

(PUNK)

Se l’anno passato i Turnstile avevano fatto intravedere il futuro dell’hardcore punk nel suo versante più “dream punk” con il magnifico “GLOW ON”, il complesso noto come SOUL GLO ha invece perfezionato una formula altrettanto radicale ed innovativa, ma sul versante opposto. Punk, hip hop sperimentale, metal, noise… “Diaspora Problems” è un CD lontano dal mainstream, ma poco o nulla del passato suona come lui.

Tecnicamente questo sarebbe il quarto lavoro a firma SOUL GLO; tuttavia, i tre precedenti sono andati pressoché perduti e quindi, a livello di impatto col pubblico, questo per molti sarà il primo ascolto del gruppo americano. Oltre al sound abrasivo, a livello lirico Pierce Jordan e compagni affrontano temi molto attuali e sentiti, specialmente dalle persone di colore: il singolo Jump!! (Or Get Jumped!!!)((by the future)) nomina i defunti Juice WRLD e Pop Smoke per mettere in evidenza la condizione di perenne incertezza che avvolge persone nere di successo, tanto da chiedersi “Would you be surprised if I died next week?”. Nell’iniziale Gold Chain Punk (whogonbeatmyass?) le prime parole sono “Can I live?”, che diventano quasi un mantra nel corso del brano. Altrove abbiamo infine veri e propri proclami politici: “It’s been ‘fuck right wing’ off the rip, but still liberals are more dangerous” è il più eloquente (John J).

I pezzi migliori sono Gold Chain Punk (whogonbeatmyass?) e la devastante Spiritual Level Of Gang Shit, che chiude stupendamente il lavoro. Inferiore alla media, altissima, del CD solamente Coming Correct Is Cheaper. Ma in generale va detto che il mix di suoni che formano “Diaspora Problems” richiede più ascolti per essere completamente assimilato: è come sentire i Death Grips scrivere canzoni punk ispirandosi a Sex Pistols e Black Flag. Basti ascoltare Driponomics a tal riguardo.

“Diaspora Problems” è quindi un LP complesso, ma i 39 minuti che compongono la tracklist non suonano mai monotoni. Se la rabbia espressa da Pierce Jordan e co. può a volte suonare eccessiva, pensiamo al mondo in cui viviamo attualmente, con i suoi mille problemi, e improvvisamente anche le parti più dure di “Diaspora Problems” assumono un senso.

14) Kendrick Lamar, “Mr. Morale & The Big Steppers”

(HIP HOP)

Quando uno dei maggiori rapper degli ultimi dieci anni, se non forse il migliore di tutti, pubblica un nuovo lavoro, è normale che tutto ruoti attorno a lui. Basti dire che quello stesso venerdì erano stati pubblicati i nuovi CD di artisti come Florence + The Machine, The Black Keys e The Smile… ma tutti o quasi ci siamo orientati da K-Dot.

Cinque anni erano trascorsi dall’ultimo lavoro di Kendrick Lamar: “DAMN.” usciva infatti nel 2017 e consegnava al Nostro, oltre che il primo posto nelle classifiche di vendita e in quelle di qualità di numerose riviste specializzate, nientemeno che il Premio Pulitzer, prima volta di sempre per un rapper! È chiaro che stiamo parlando di un artista speciale e “Mr. Morale & The Big Steppers” certamente non intacca l’eredità che Kendrick Lamar lascerà ai posteri… ma è davvero il capolavoro di cui molti parlano?

I 73 minuti di durata fanno pensare ad un doppio album molto denso e di difficile assimilazione, circostanze entrambe confermate, malgrado vi siano momenti più gradevoli musicalmente, si senta la trap di N95 ad esempio. Va ricordato poi che “To Pimp A Butterfly” (2015), il capolavoro indiscusso ad oggi di Lamar, durava qualche minuto in più ma è catalogato come un unico CD… in questo caso, peraltro, la divisione è presente già nel titolo, tanto che viene da chiedersi: ma chi è questo Mr. Morale? È un dubbio che non viene mai chiarito definitivamente nel corso del lavoro: uno psicoterapeuta, la compagna di Kendrick, lui stesso… le interpretazioni si sprecano, ma di nessuna possiamo essere certi. Una cosa è però sicura: se in passato Kendrick Lamar è stato elogiato per la sua incredibile capacità di narrare, quasi come se fossimo in un film, la vita nella periferia di Compton (“good kid, m.A.A.d. city” del 2012) e il razzismo prevalente in certi settori d’America (“To Pimp A Butterfly”), adesso l’attenzione è tutta per sé stesso.

Aiutato da ospiti di spessore, tra cui menzioniamo Sampha, il controverso Kodak Black e Ghostface Killah, Lamar scava come mai in precedenza nei suoi demoni, uscendosene a volte con opinioni forti per non dire “rischiose”: non ci scordiamo che siamo nel tempo del #MeToo e dell’inclusione, pertanto alcune frasi di Auntie Diaries, in cui si narra la storia di due suoi parenti omosessuali e alle prese con la transizione verso l’altro sesso, oppure della durissima We Cry Together potrebbero essere valutate in maniera diversa a seconda dell’audience. In generale, tuttavia, la volontà di mettersi a nudo in modo così esplicito rende “Mr. Morale & The Big Steppers” un CD irrinunciabile per i fan del rapper californiano.

Musicalmente, il disco è molto complesso, variegato: passiamo dalla ritmica stramba e fuori sincro dell’iniziale United In Grief alla trap di N95, per poi toccare l’R&B in Father Time e il pop-rap in Rich Spirit. Il brano che svetta su tutti è la delicata e straziante Mother I Sober, che conta la collaborazione di Beth Gibbons, cantante dei Portishead: il pezzo, dedicato alla madre di Lamar, racconta l’abuso sessuale da lei subito quando il Nostro era ancora un ragazzo e la sua disperata reazione. Evoca inoltre l’immagine della nonna di Kendrick, che lui si immagina così: “My mother’s mother followed me for years in her afterlife, starin’ at me on back of some buses, I wake up at night”. Il pezzo regge praticamente da solo la parte finale del CD e lancia magnificamente Mirror, che chiude il lavoro.

Con il supporto di produttori di spessore, tra cui annoveriamo Pharrell Williams, The Alchemist e Baby Keem, Kendrick ha pubblicato probabilmente il più complesso LP della sua carriera. Non sempre il livello è pari a quanto anticipato da The Heart Pt. 5, che aveva generato aspettative davvero altissime. Tuttavia, Kendrick Lamar ha creato un altro capitolo imperdibile in una carriera ormai leggendaria. Se parliamo di “GOAT” (Greatest Of All Time) in ambito rap, il suo nome non può essere escluso.

13) Soccer Mommy, “Sometimes, Forever”

(ROCK)

Il terzo album della talentuosa Sophie Allison, in arte Soccer Mommy, introduce delle gustose novità nel suo sound, grazie anche alla produzione di Daniel Lopatin (Oneohtrix Point Never). Il risultato è un ottimo CD indie rock, con occasionali esperimenti che guardano al trip hop (Unholy Affliction) e allo shoegaze (Don’t Ask Me).

Della “new wave” di autrici che stanno rivoluzionando il mondo indie (basti citare Phoebe Bridgers, Lucy Dacus e Julien Baker), Allison è la più grunge: prova ne sia “Clean” (2018), l’album che la fece conoscere al mondo. Invece “color theory” (2020) aveva virato verso atmosfere più soffuse, mantenendo però il candore dei testi che l’hanno resa fin da subito riconoscibile. “Sometimes, Forever” contribuisce, come già detto, ad ampliare ulteriormente la palette sonora di Soccer Mommy: Darkness Forever, ad esempio, difficilmente sarebbe entrata in un suo lavoro precedente.

A proposito di testi, Still contiene alcune delle liriche più toccanti mai scritte da Allison: “I lost myself to a dream I had… But I miss feeling like a person”. Altro verso molto malinconico è “I’m barely a person, mechanically working”, contenuto in Unholy Affliction. Altrove invece emerge l’aspetto più speranzoso dell’animo di Sophie: “Whenever you want me, I’ll be around… I’m a bullet in a shotgun waiting to sound” (Shotgun).

I migliori brani sono l’iniziale Bones, davvero travolgente; il singolo di lancio Shotgun, ottimo pezzo indie rock; e Don’t Ask Me, potente pezzo shoegaze che ricorda i My Bloody Valentine. Invece inferiore alla media Fire In The Driveway. In generale, Sophie Allison conferma quanto di buono si scrive di lei da anni: Soccer Mommy è ormai un progetto caposaldo del mondo indie contemporaneo e “Sometimes, Forever” è uno dei migliori CD rock del 2022.

12) Björk, “Fossora”

(ELETTRONICA – POP – SPERIMENTALE)

Il decimo album dell’artista islandese più nota al mondo continua la sua ricerca del perfetto album art pop. Mescolando temi mondani come il Covid-19 e il lutto passato per la morte della madre Hildur, Björk ha creato un altro CD squisito, sulle tracce dei migliori della sua produzione e un netto progresso rispetto al precedente “Utopia” (2017).

Questa volta l’artista islandese ha privilegiato i bassi e i clarinetti, creando atmosfere accessibili (Ancestress) e allo stesso tempo oscure (Atopos), con momenti di puro sperimentalismo (Mycelia). I risultati sono in generale incredibili: nei suoi momenti più riusciti “Fossora” arriva molto vicino alle vette di “Post” (1995) e “Homogenic” (1997), i due LP più celebrati della Nostra. Prova ne siano Atopos e la title track.

Il tema portante, sia della cover che di molti titoli, sono i funghi. Se “Utopia” era un album che dedicava molto spazio all’amore e all’aria come elemento naturale, “Fossora” (parola inventata da Björk che significa, dal corrispettivo latino maschile, “scavatrice”) è invece dedicato alla terra e scava nei rapporti familiari.

Dicevamo che gli argomenti principali del lavoro sono due: la pandemia e la morte della madre. Björk evoca spesso la figura di quest’ultima, con versi spesso toccanti: “Did you punish us for leaving? Are you sure we hurt you? Was it just not ‘living?’” (Ancestress); “Rejection left a void that is never satisfied, sunk into victimhood… Felt the world owed me love” (Victimhood). Il verso più bello è contenuto nella conclusiva Her Mother’s House: “When a mother wishes to have a house with space for each child, she is only describing the interior of her heart”. A rafforzare il sentimento di famiglia che pervade “Fossora”, Björk canta con la collaborazione, oltre che di serpentwithfeet (Fungal City), dei figli Sindri (Ancestress) e Isadora (Her Mother’s House).

Esclusi i due intermezzi Fagurt Er Í Fjörðum e Mycelia, eccessivamente brevi per lasciare traccia, il CD scorre benissimo, malgrado stiamo parlando di un lavoro per palati fini, amanti dell’elettronica più sperimentale e del pop più raffinato. “Fossora” è un highlight di una carriera già piena di dischi imprescindibili: Björk si conferma nome ormai leggendario.

11) Alvvays, “Blue Rev”

(ROCK)

I canadesi Alvvays mancavano da ben cinque anni dalla scena musicale. “Antisocialites” risale infatti al 2017: il CD pareva lanciarli verso una buona carriera nel mondo indie, con forti influenze shoegaze. Invece poi, tra problemi di furti, alluvioni e la pandemia, la registrazione del seguito “Blue Rev” è slittata fino al 2022, un anno che si sta rivelando sempre più ricco di album imperdibili, in ogni genere.

“Blue Rev” è infatti davvero squisito: The Smiths, R.E.M. e Lush fanno capolino qua e là come influenze, ma gli Alvvays hanno praticamente scritto il manifesto del suono dello shoegaze del 2022. Certo, ci sono tracce maggiormente dream pop (Bored In Bristol) o indie rock (Pomeranian Spinster), ma gli Alvvays hanno un sound tutto loro, accattivante e con picchi davvero notevoli come Pharmacist e Easy On Your Own?. Il replay value è garantito.

Il disco si compone di numerose canzoni, ma generalmente molto brevi, tanto che la durata complessiva arriva ad appena 38 minuti. La prima parte è eccezionale: Pharmacist, Easy On Your Own e After The Earthquake sono infatti una tripletta vincente su tutti i fronti. Abbiamo poi altre perle nascoste, come Velveteen e Belinda Says. Inferiori alla media solamente Pressed e Fourth Figure, ma restano utili nell’economia di “Blue Rev”, capace di alternare momenti più rock ad altri maggiormente intimisti in maniera ottimale.

In conclusione, “Blue Rev” è il capolavoro che chiunque avrebbe augurato agli Alvvays: se l’omonimo esordio “Alvvays” (2014) e “Antisocialites” sembravano buoni ma non ancora completamente centrati, questo LP definisce un nuovo benchmark per lo stile shoegaze. Chapeau.

10) black midi, “Hellfire”

(ROCK – SPERIMENTALE)

Il terzo CD degli inglesi black midi prosegue una carriera a metà tra folle e avanguardista, sulla scia di quel maestro che era Scott Walker: prog rock, noise, country (!!!) e puro sperimentalismo si mescolano in “Hellfire”, con canzoni che spesso cambiano radicalmente nel corso di due minuti o meno. Geordie Greep (chitarra e voce principale), Cameron Picton (basso e seconda voce) e Morgan Simpson (batteria) hanno ormai una maestria incredibile nel performare questi continui cambi di ritmo, tanto da far sembrare “Hellfire” quasi comodo da eseguire rispetto alla durezza di “Schlagenheim” (2019) e alla maggior raffinatezza di “Cavalcade” (2021).

Le dieci tracce del CD sembrano comporre una colonna sonora dell’Inferno: i tre singoli di lancio, da Welcome To Hell a Sugar/Tzu passando per Eat Men Eat, sono durissimi e hanno fatto capire una volta di più che siamo di fronte ad un complesso unico nel suo genere. Non che le altre canzoni in tracklist siano deludenti: azzeccata la scelta di mettere il breve intermezzo Half Time proprio a metà del percorso di “Hellfire”, così come è davvero irreale il country di Still, con Picton prima voce che non sfigura per nulla, pur al cospetto di un genere tanto strano e alieno per i black midi. Indimenticabile poi The Race Is About To Begin, in cui Greep spara frasi al ritmo dell’Eminem più scatenato; e ottima la chiusura di 27 Questions, in cui i black midi immaginano la triste fine dell’attore fallito Freddie Frost, che nella sua ultima opera inscena 27 domande esistenziali prima di darsi fuoco sul palcoscenico.

Liricamente, questa è la traccia che sicuramente resta più impressa. Interessante poi la scelta del gruppo di focalizzarsi su vignette di personaggi “esemplari”, narrate sempre in prima persona da Greep e soci. Ad esempio, Sugar/Tzu immagina un confronto pugilistico del futuro tra due grizzly, in cui uno dei due viene ucciso da un fan impazzito che, a suo dire, voleva accontentare il pubblico portando il sangue sul ring. Abbiamo poi il racconto delle peripezie di un soldato che soffre di stress post-traumatico (Welcome To Hell). Altrove, infine, abbiamo frasi che stroncano la stupidità umana (“Idiots are infinite, thinking men numbered”, The Race Is About To Begin).

Qualcuno può quasi avere la sensazione che gli esperimenti dei black midi siano calcolati: troppo precise queste folli canzoni per essere oneste! In realtà, il trio inglese sembra proprio fiero di continuare ad analizzare l’umanità, associando i loro racconti a qualsiasi sfaccettatura del rock aggradi loro. Saranno degli scienziati pazzi, ma c’è del genio in questa follia.

9) Perfume Genius, “Ugly Season”

(POP – SPERIMENTALE)

Il sesto album del musicista americano è una radicale reinvenzione della sua estetica. L’art pop che contraddistingueva i suoi dischi più rilevanti, da “Put Your Back N 2 It” (2012) a “Set My Heart On Fire Immediately” (2020), lascia il posto ad un intricato mix di musica sperimentale e neoclassica, che porta Perfume Genius su territori ignoti. I risultati tuttavia sono, come al solito, magnifici.

Ascoltare per la prima volta “Ugly Season” può essere un’esperienza catartica, straniante ma allo stesso tempo rilassante: il basso pulsante di Herem contrasta con lo sperimentalismo dell’introduttiva Just A Room; il ritmo quasi dance della magnifica Eye In The Wall fa da contraltare al clangore di un pezzo coraggioso come Hellbent. Se in passato Mike Hadreas era inquadrabile come artista pop a tutto tondo, pur con un’indole avanguardista, questo CD dà libero sfogo alla sua creatività.

Anche liricamente il lavoro ricalca il tema della reinvenzione, soprattutto dopo anni difficili come quelli che stiamo passando. In Hellbent ritorna il personaggio di Jason, protagonista dell’omonima traccia di “Set My Heart On Fire Immediately”, e Mike canta: “If I make it to Jason’s and put on a show, maybe he’ll soften and give me a loan”. Altrove emerge il tema dell’incertezza (“No pattern” sono le prime parole di Just A Room). In generale, le liriche di Perfume Genius sono molto meno dirette che nel recente passato, dove non si faceva problemi a descrivere la sua infanzia, tragicamente segnata dal nonno violento, o gli atti di bullismo di cui era stato vittima in passato a causa della sua omosessualità.

In generale, “Ugly Season” può essere paragonato a CD estremi per le discografie di certi artisti, come “Kid A” per i Radiohead e “Spirit Of Eden” per i Talk Talk. Vedremo in futuro se questo CD avrà lo stesso potentissimo impatto, di certo possiamo dire che Perfume Genius ha dimostrato una volta di più il suo sconfinato talento.

8) Weyes Blood, “And In The Darkness, Hearts Aglow”

(POP)

Il quinto CD di Natalie Mering con lo pseudonimo Weyes Blood prosegue il percorso artistico intrapreso col pregevole “Titanic Rising” (2019): un pop orchestrale, barocco e raffinato. Ognuno può sentirci reminiscenze diverse: Beach House, Lana Del Rey, Scott Walker, Kate Bush… tanti sono i nomi di prestigio accostabili a Weyes Blood, ormai uno dei nomi capisaldi dell’art pop mondiale.

I 46 minuti di “And In The Darkness, Hearts Aglow” scorrono benissimo: malgrado le canzoni spesso superino i sei minuti di lunghezza, nessuna è eccessivamente monotona, anzi pezzi come It’s Not Just Me, It’s Everybody e Grapevine sono capolavori fatti e finiti. Non tralasciamo poi Children Of The Empire e God Turn Me Into A Flower; solo le troppo brevi And In The Darkness e In Holy Flux aggiungono poco o nulla al risultato finale. Il CD resta comunque squisito ed è il migliore finora nella produzione di Natalie Mering.

Oltre all’orchestrazione ricca e alla produzione sempre impeccabile di Jonathan Rado (Foxygen), a colpire è la splendida voce di Weyes Blood, capace di veicolare sentimenti universali con poche parole ed evocativa di Joni Mitchell. Tra i versi più rilevanti abbiamo: “We are more than our disguises, we are more than just the pain” (Twin Flame); “Rising over the tide, oh hold me tight… You don’t get to know if your love has all it’s gonna take” (Hearts Aglow). Come vediamo, i temi dominanti sono l’amore e la necessità degli esseri umani di amarsi l’uno con l’altro per rendere meno amara la nostra esistenza.

“And In The Darkness, Hearts Aglow” è, a sentire Natalie Mering, il secondo album di una trilogia iniziata con “Titanic Rising”: vedremo se il piano verrà portato a compimento, di certo questo lavoro è il miglior LP art pop dell’anno e un passo in avanti su tutta la linea rispetto al già ottimo predecessore. Avremo già visto Weyes Blood al suo meglio? La risposta al prossimo CD; di certo siamo di fronte ad un’artista speciale.

7) Destroyer, “LABYRINTHITIS”

(ROCK – POP)

Il nuovo album dei Destroyer porta Dan Bejar e compagni verso territori nuovi, a tratti post-punk (Tintoretto, It’s For You) e ambient (la title track), senza mai tralasciare le caratteristiche irrinunciabili che rendono unico il progetto canadese. Possiamo dirlo: è il miglior lavoro a firma Destroyer dai tempi del magnifico “Kaputt” del 2011.

Dan Bejar sembrava aver esaurito la parte migliore della sua ispirazione con la pubblicazione di “ken” (2017), ma sia “Have We Met” (2020) che questo “LABYRINTHITIS” sono in realtà highlights di una carriera in continua evoluzione. Brani riusciti come June, It’s In Your Heart Now e Suffer starebbero benissimo nei migliori lavori dei Destroyer e rendono “LABYRINTHITIS” irrinunciabile per gli amanti della band.

Se musicalmente siamo di fronte ad un piccolo capolavoro, dal punto di vista testuale Bejar si conferma imperscrutabile. Già il titolo del lavoro è un mistero: da nessuna parte si fa riferimento alla labirintite, un disturbo che può colpire l’apparato uditivo. Il riferimento al celebre pittore italiano del ‘600 in Tintoretto, It’s For You è forse ancora più misterioso. La band stessa se ne rende conto, tanto che nel corso di June un verso che risuona è: “Fancy language dies and everyone’s happy to see it go”, mentre in Eat The Wine, Drink The Bread (altro titolo piuttosto bizzarro) Bejar proclama: “Everything you just said was better left unsaid”.

In conclusione, “LABYRINTHITIS” è un’ottima aggiunta ad una discografia di sempre maggior rilievo. Se qualcuno poteva pensare che Dan Bejar e compagni fossero ormai nella fase discendente della carriera, questo LP dovrà farli ricredere: giunti al tredicesimo album di inediti, sembra che siamo di fronte all’inizio di una nuova fase nell’estetica della band.

6) Fontaines D.C., “Skinty Fia”

(ROCK – PUNK)

Giunti al terzo album in soli quattro anni, gli irlandesi Fontaines D.C. sono ormai un punto fermo della scena post-punk d’Oltremanica. Tuttavia, “Skinty Fia” (che si può tradurre con “la maledizione del cervo”) innova il sound del gruppo: accenni di rock gotico ispirato ai Cure (Bloomsday), così come di shoegaze (Big Shot), rendono il CD davvero vario, pur rispettando l’estetica austera della band.

Il titolo del lavoro è diretta espressione dei temi che stanno al cuore di “Skinty Fia”: quattro membri sui cinque del gruppo sono ormai stabili a Londra e il passaggio dalla madrepatria all’Inghilterra è stato traumatico, spingendoli a descrivere questa sensazione di spaesamento. Esemplare In ár gCroíthe go deo, traducibile con “per sempre nei nostri cuori”, che prende spunto da una frase che una donna irlandese trapiantata a Coventry, in UK, voleva fosse scritta sulla sua tomba. La Chiesa d’Inghilterra, tuttavia, si oppose, tanto da arrivare ad un processo che si concluse nel 2021 a favore della famiglia della donna.

In molte canzoni, così come nel tono generale del CD, i Fontaines D.C. danno sfogo a questa vena malinconica, ma non per questo “Skinty Fia” suona uniformemente grigio; anzi, possiamo dire che, rispetto a “Dogrel” (2019) e “A Hero’s Death” (2020), siamo di fronte ad un prodotto innovativo. Oltre alle già citate Big Shot e Bloomsday, abbiamo infatti anche The Couple Across The Way, che sembra una tipica canzone popolare, interamente cantata a cappella dal frontman Grian Chatten, accompagnato solo dalla fisarmonica. La canzone contiene inoltre uno dei versi più belli dell’intero LP: “Across the way moved in a pair with passion in its prime… Maybe they look through to us and hope that’s them in time”. Abbiamo infine un pezzo quasi ballabile: la title track, che assieme a I Love You e Roman Holiday rappresenta il terzetto di canzoni-manifesto del lavoro. Sotto la media solo How Cold Love Is, ma si sposa bene in ogni caso col mood complessivo di “Skinty Fia”.

In conclusione, “Skinty Fia” è un’altra aggiunta di grande valore ad una discografia sempre più valida. Chatten e compagni stanno riscrivendo le regole del post-punk, aiutando a tornare popolare un genere che pareva morto e sepolto da decenni. Che lo facciano cercando anche di sperimentare (con più che discreti tentativi), è un risultato magnifico. “Skinty Fia” è il loro miglior lavoro? Difficile dirlo, c’è chi preferirà la spontaneità di “Dogrel” oppure la perfezione stilistica di “A Hero’s Death”, ma certamente questo CD non intacca l’eredità della band irlandese.

5) Jockstrap, “I Love You Jennifer B”

(POP – ELETTRONICA)

Il duo formato da Georgia Ellery (già parte dei Black Country, New Road) e Taylor Skye aveva fatto intravedere le proprie qualità nell’EP “Wicked City” del 2020: un pop sbilenco, con forte produzione elettronica e momenti di sperimentalismo puro. I risultati erano davvero intriganti, ma “I Love You Jennifer B” ne rappresenta la versione riveduta e corretta e rende il CD imprescindibile per gli amanti di un certo tipo di musica, accessibile ma allo stesso tempo molto creativa.

Prendiamo due dei brani più riusciti del lavoro: se Glasgow è un ottimo brano pop, che potrebbe benissimo scalare le classifiche, Concrete Over Water è una lunga ballata di stampo art pop, sulla scia di Kate Bush. Abbiamo poi Lancaster Court, molto essenziale, ma anche Neon, che invece ha almeno quattro momenti diversi racchiusi nei suoi 225 secondi di durata. Il CD si conclude poi con una sorta di mini DJ set di musica techno e breakbeat, 50/50 – Extended Mix.

Sia chiaro, il disco potrebbe sembrare a tratti fin troppo variegato e incoerente, ma i Jockstrap riescono a mantenere una narrativa uniforme e “I Love You Jennifer B”, anche dopo ripetuti ascolti, non perde il suo fascino. Unico brano inferiore alla media infatti è Angst.

Liricamente, il CD si contraddistingue per versi spesso provocanti e ironici, come ad esempio il seguente, contenuto nella riuscita Greatest Hits: “Imagine I’m Madonna, imagine I’m Thee Madonna, dressed in blue… No, dressed in pink!”. Abbiamo poi frasi più apodittiche: “Grief is just love with nowhere to go” (Debra). In generale, i Jockstrap giocano con gli assunti più comuni della cultura pop, creando un insieme di canzoni magari non perfetto, ma certamente imprevedibile.

In conclusione, “I Love You Jennifer B” è uno dei migliori esordi del 2022: elettronica, pop e musica sperimentale si fondono a tratti perfettamente, rendendo il lavoro davvero affascinante. Sì, pare proprio che abbiamo trovato un volto tra i più brillanti della musica del futuro.

4) The Smile, “A Light For Attracting Attention”

(ROCK)

Quando Thom Yorke si lancia in nuove avventure artistiche, che si parli di album solisti oppure di progetti veri e propri, l’attenzione di tutti è catturata. Se poi contiamo nei The Smile anche il chitarrista Jonny Greenwood, seconda mente creativa dei Radiohead, e Tom Skinner (batterista dei Sons Of Kemet), allora le premesse sono davvero ottime. “A Light For Attracting Attention” in effetti è un lavoro pregevole, al livello dei migliori della band principale di Greenwood e Yorke nei suoi momenti di maggior ispirazione.

L’atmosfera del lavoro viene subito impostata da The Same: siamo nei territori di “Kid A” (2000), con un tocco di “In Rainbows” (2007). La canzone di per sé sarebbe un highlight, ma presa accanto a pezzi magnifici come Free In The Knowledge e Thin Thing è quasi “un brano come gli altri”. La coesione del lavoro, inoltre, aumenta ancora di più il fascino del CD, che risulta inquietante e ammaliante in ugual misura.

Su tutto svetta, ovviamente, la vellutata voce di Yorke, davvero in splendida forma: le canzoni di “A Light For Attracting Attention” non inducono in realtà al sorriso, come farebbe pensare il nome del trio, quanto piuttosto alla riflessione di fronte alle falsità dei politici che ci (mal)governano. Ne sono chiari esempi You Will Never Work In Television Again, dedicata nientemeno che a Silvio Berlusconi (menziona anche il bunga bunga), ed A Hairdryer, che cita l’ex presidente americano Donald Trump e i suoi capelli di strani colori. Altrove emergono temi più spirituali: Open The Floodgates pare infatti l’inno dell’oltretomba, con versi come “Don’t bore us, get to the chorus… We want the good bits, without your bullshit… And no heartaches”.

Ad aggiungere ulteriore interesse alla già ricca ricetta dei The Smile ci si mette la volontà di Thom e compagni di non scimmiottare il sound dei Radiohead, pur avendo il lavoro chiari rimandi, come già evidenziato precedentemente. Ad esempio, You Will Never Work In Television Again è una bella traccia alternative rock, che non ci immagineremmo nei CD recenti del complesso inglese. Lo stesso vale per Thin Thing, con la sua potente progressione. Invece la pur ottima Pana-Vision e Free In The Knowledge sarebbero state benissimo nel seguito di “A Moon Shaped Pool” (2016), ad oggi ultimo LP di inediti a firma Radiohead.

La verità è, per concludere, che “A Light For Attracting Attention” dimostra una volta di più il grandissimo talento di Thom Yorke e Jonny Greenwood i quali, aiutati dal valido Tom Skinner, hanno dato alla luce uno dei migliori album rock dell’anno. Aspettiamo con ancora maggiore trepidazione il nuovo disco dei Radiohead: di benzina ne è rimasta ancora molta nel serbatoio delle due menti principali del gruppo e, accanto a Colin Greenwood, Phil Selway e Ed O’Brien, cose magiche sono già accadute in passato.

3) Arctic Monkeys, “The Car”

(ROCK – POP)

A quattro anni dal bizzarro “Tranquility Base Hotel & Casino”, gli Arctic Monkeys sono tornati. La rock band inglese, tra le più importanti degli scorsi venti anni, è ormai abituata a stupire i propri ascoltatori: dopo aver fatto scalpore con un garage rock energico nei primi due lavori “Whatever People Say I Am, That’s What I’m Not” (2006) e “Favourite Worst Nightmare” (2007), hanno poi virato verso territori più sperimentali in “Humbug” (2009) e verso il britpop (“Suck It And See”, 2011). La vera svolta arrivò con il successo mondiale di pubblico e critica di “AM” (2013), fatto di pezzi hard rock (Arabella) tanto quanto romantici (I Wanna Be Yours), spesso intervallati da inserti R&B (One For The Road).

Come seguire un tale inizio di carriera? Alex Turner e compagni optarono per cambiare completamente percorso; e la svolta resta viva ancora oggi. “Tranquility Base Hotel & Casino” era in sostanza un album lounge pop, basato su una storia di colonizzazione lunare e strani personaggi che popolavano il bar più popolare del luogo… insomma, cose che solo una mente geniale e un po’ stramba come Turner possono concepire. Musicalmente, tuttavia, si parlava di un buon CD, entrato a far parte dei 50 migliori di A-Rock del 2018 senza problemi. “The Car” prosegue sul percorso intrapreso dal precedente album, migliorando però la qualità media delle melodie e tornando sulla Terra come tematiche affrontate: i risultati sono eccellenti e rendono “The Car” un serio favorito per essere il miglior LP della carriera delle scimmie artiche.

Sin dai singoli di lancio avevamo intuito il potenziale del CD: There’d Better Be A Mirrorball è un suadente pezzo pop, molto romantico e dal testo evocativo di una recente rottura amorosa; la funky I Ain’t Quite Where I Think I Am è candidata ad essere un pilastro dei futuri concerti della band, ma il pezzo forte è Body Paint, glam rock ai livelli del miglior David Bowie, con grande parte strumentale finale. Tutti e tre sono tra i migliori pezzi del lavoro, ma le sorprese non finiscono qui.

Sculpture Of Anything Goes è infatti il pezzo più claustrofobico dell’intera carriera degli Arctic Monkeys: il ritmo ossessivo trasmette sensazioni di paranoia e paura, fino a fare del pezzo un highlight del CD. Altri episodi convincenti sono la raccolta title track e la trascinante Hello You; unico inferiore alla media è Jet Skis On The Moat. Apprezzabile il lavoro di squadra della band: se il precedente LP poteva sembrare quasi un capriccio di Turner, questa volta Matt Helders (batteria), Jamie Cook (chitarra) e Nick O’Malley (basso) sono fondamentali per la riuscita di tutte le canzoni della compatta tracklist (37 minuti).

I testi sono come sempre un qualcosa di unico: Alex Turner si conferma osservatore inimitabile e, allo stesso tempo, estremamente timido nell’esprimere quello che realmente sente. Se in Body Paint abbiamo uno dei più significativi versi che si possa dire al proprio partner (“And if you’re thinking of me I’m probably thinking of you”), altrove abbiamo riferimenti a spie (Sculpture Of Anything Goes) e pezzi grossi dal passato misterioso (Mr Schwartz). I temi portanti sono, però, il desiderio di avere finalmente l’amore della vita al suo fianco e l’insicurezza che il non averlo provoca (There’d Better Be A Mirrorball).

In conclusione, “The Car” è un album che si fa apprezzare dopo ripetuti ascolti: se all’inizio i fan più rockettari del gruppo britannico potrebbero essere delusi, non va dimenticato che i quattro nativi di Sheffield sono tra i pochi gruppi per cui la formula “non sai mai quello che potrebbero inventarsi” ha davvero significato. Quattro anni fa chiudevamo la recensione di “Tranquility Base Hotel & Casino” dicendo che gli Arctic Monkeys avrebbero potuto tentare una carriera tanto avventurosa e di successo come Blur e Radiohead. Cosa dire? Gli streaming sono ancora maggiori dei loro colleghi; la qualità delle canzoni continua a rimanere altissima… potremmo davvero averci preso, noi di A-Rock.

2) Big Thief, “Dragon New Warm Mountain I Believe In You”

(ROCK – FOLK – COUNTRY)

Il nuovo LP del complesso americano, il quinto della loro brillante carriera, è un capolavoro fatto e finito, quel manifesto definitivo che tanto aspettavamo dalla band capitanata da Adrianne Lenker. “Dragon New Warm Mountain I Believe In You”, nei suoi 80 minuti, è una summa di quanto fatto in passato dai Big Thief: indie rock (Little Things, Flower Of Blood), folk (Change, Sparrow), addirittura country (Spud Infinity, Red Moon), con apertura a nuovi mondi (Heavy Bends evoca Four Tet, Blurred View il trip hop) e ancora più cura e attenzione ai dettagli. È un fatto: i Big Thief si sono sempre migliorati da un album al successivo. Se questo può essere preso come il loro “White Album”, in chiave beatlesiana, è possibile che presto avremo il nostro “Revolver”, sebbene in ordine invertito rispetto alla linea del tempo dei Fab Four.

La grande varietà del lavoro non va mai a detrimento del risultato complessivo: certo, vi sono highlights come Little Things e Certainty, che saranno classici dal vivo dei Big Thief, ma anche i pezzi che possono passare per minori, come Sparrow e Dried Roses, fanno la loro figura all’interno della tracklist di “Dragon New Warm Mountain I Believe In You”. Se nel 2019 il gruppo aveva deciso di pubblicare una coppia di CD, “U.F.O.F.” e “Two Hands”, che davano sfogo al loro lato più folk e rock ma in tempi diversi, qui hanno deciso di mixare tutto insieme: un atto di coraggio e spavalderia assolutamente ripagato dal risultato finale.

Anche liricamente, come è del resto immaginabile, il disco tocca temi disparati: si parte da Adamo ed Eva (“She has the poison inside her, she talks to snakes and they guide her” canta Lenker in Sparrow), l’amore finito (“Could I feel happy for you when I hear you talk with her like we used to? Could I set everything free when I watch you holding her the way you once held me?”, canta straziata Adrianne in Change) così come il tempo perso dietro agli “schermi” (“Sit on the phone, watch TV. Romance, action, mystery” la frase ironica di Certainty).

È difficile condensare in una recensione la strada percorsa dai Big Thief rispetto all’esordio “Masterpiece” del 2016: quel CD tutto era meno che il capolavoro evocato nel titolo, tuttavia sei anni dopo possiamo dire che “Dragon New Warm Mountain I Believe In You” è quel “masterpiece” promesso da Adrianne Lenker e compagni. I Big Thief sono ormai una certezza nel mondo indie e non smettono di sorprenderci; avevamo già pensato in passato che la traiettoria ascendente della loro carriera fosse finita, ma siamo stati sempre smentiti. Che dire? Speriamo che sia così anche questa volta.

1)  Black Country, New Road, “Ants From Up There”

(ROCK)

Il secondo disco della formidabile band inglese nasce nella tragedia: il frontman Isaac Wood, a pochi giorni dalla pubblicazione del lavoro, ha annunciato la sua dipartita dalla band, a causa di non meglio specificati motivi personali. Pare non esserci alcun astio con gli altri membri dei Black Country, New Road, che peraltro hanno annunciato di voler continuare a produrre musica… vedremo se in futuro Isaac ci ripenserà, ma al momento il destino dei BC, NR è appeso ad un filo.

Pubblicato precisamente un anno dopo il fortunato esordio “For The First Time”, il CD è diverso in alcune caratteristiche, pur mantenendo lo spirito di esplorazione del predecessore. Le atmosfere sono più ovattate, ad esempio in Bread Song la tensione si accumula senza trovare uno sfogo adeguato, ma non per questo bisogna pensare che l’era pop dei Black Country, New Road sia tra noi. Anzi, brani come la lunghissima suite Basketball Shoes e Snow Globes sono tutto meno che commerciali.

Anche liricamente, del resto, l’animo tormentato di Wood ha modo di mostrarsi, attraverso metafore immaginifiche e altri momenti di più diretto sconforto. Ne sono esempi i seguenti versi: “Ignore the hole I dug again, it’s only for the evening” (tratto da Haldern), il drammatico “So I’m leaving this body… And I’m never coming home again!” (Concorde) e “All I’ve been forms the drone, we sing the rest. Oh, your generous loan to me, your crippling interest”, ad oggi le ultime parole declamate da Wood come frontman del complesso londinese, prese da Basketball Shoes.

Musicalmente, dicevamo, “Ants From Up There” è diverso da “For The First Time”: se prima i riferimenti dei Black Country, New Road erano rintracciabili nel mondo post-punk, adesso abbiamo di fronte una strana creatura, a metà tra Slint e Arcade Fire, con tocchi di Radiohead e Neutral Milk Hotel. I pezzi migliori sono la struggente Bread Song, la scombiccherata Snow Globes e Concorde, ma non bisogna sottovalutare la lunga cavalcata che chiude il lavoro, Basketball Shoes. Inferiore alla media solo Good Will Hunting.

“Ants From Up There” potrebbe rappresentare la fine di una carriera troppo breve, oppure l’inizio di un’altra fase altrettanto fertile per i Black Country, New Road. Certo, l’abbandono di Isaac Wood è una batosta, ma le basi su cui poggia l’estetica del gruppo sono solide e abbiamo speranze che il progetto possa tornare ad alti livelli. Se questo fosse il CD di addio, sarebbe comunque un capolavoro di chiusura. Sipario (?).

Segnaliamo che febbraio 2022 è stato davvero un mese pregevole: sia Black Country, New Road che Big Thief hanno pubblicato i loro CD in quel periodo, senza tralasciare Beach House e Mitski. Che ve ne pare di questa lista? Avreste inserito altri nomi? Non esitate a commentare!

Recap: maggio 2022

Il mese di maggio 2022 è stato uno dei più impegnativi degli ultimi anni per A-Rock: numerosi album molto attesi da critica e pubblico sono stati pubblicati, spesso nello stesso weekend! Abbiamo infatti i ritorni degli Arcade Fire, di Sharon Van Etten e di Harry Styles… ma non per questo tralasceremo Florence + The Machine, Wilco e The Black Keys. Inoltre, recensiremo il primo album del nuovo progetto di Thom Yorke e Jonny Greenwood, The Smile, e il terzo CD dei Rolling Blackouts Coastal Fever. Infine, spazio ai ritorni di Liam Gallagher, Everything Everything e Porridge Radio. Buona lettura!

The Smile, “A Light For Attracting Attention”

a light for attracting attention

Quando Thom Yorke si lancia in nuove avventure artistiche, che si parli di album solisti oppure di progetti veri e propri, l’attenzione di tutti è catturata. Se poi contiamo nei The Smile anche il chitarrista Jonny Greenwood, seconda mente creativa dei Radiohead, e Tom Skinner (batterista dei Sons Of Kemet), allora le premesse sono davvero ottime. “A Light For Attracting Attention” in effetti è un lavoro pregevole, al livello dei migliori della band principale di Greenwood e Yorke nei suoi momenti migliori.

L’atmosfera del lavoro viene subito impostata da The Same: siamo nei territori di “Kid A” (2000), con un tocco di “In Rainbows” (2007). La canzone di per sé sarebbe un highlight, ma presa accanto a pezzi magnifici come Free In The Knowledge e Thin Thing è quasi “un brano come gli altri”. La coesione del lavoro, inoltre, aumenta ancora di più il fascino del CD, che risulta inquietante e ammaliante in ugual misura.

Su tutto svetta, ovviamente, la vellutata voce di Yorke, davvero in splendida forma: le canzoni di “A Light For Attracting Attention” non inducono in realtà al sorriso, come farebbe pensare il nome del trio, quanto piuttosto alla riflessione di fronte alle falsità dei politici che ci (mal)governano. Ne sono chiari esempi You Will Never Work In Television Again, dedicata nientemeno che a Silvio Berlusconi (menziona anche il bunga bunga), ed A Hairdryer, che cita l’ex presidente americano Donald Trump e i suoi capelli di strani colori. Altrove emergono temi più spirituali: Open The Floodgates pare infatti l’inno dell’oltretomba, con versi come “Don’t bore us, get to the chorus… We want the good bits, without your bullshit… And no heartaches”.

Ad aggiungere ulteriore interesse alla già ricca ricetta dei The Smile ci si mette la volontà di Thom e compagni di non scimmiottare il sound dei Radiohead, pur avendo il lavoro chiari rimandi, come già evidenziato precedentemente. Ad esempio, You Will Never Work In Television Again è una bella traccia alternative rock, che non ci immagineremmo nei CD recenti del complesso inglese. Lo stesso vale per Thin Thing, con la sua potente progressione. Invece la pur ottima Pana-Vision e Free In The Knowledge sarebbero state benissimo nel seguito di “A Moon Shaped Pool” (2016), ad oggi ultimo LP di inediti a firma Radiohead.

La verità è, per concludere, che “A Light For Attracting Attention” dimostra una volta di più il grandissimo talento di Thom Yorke e Jonny Greenwood i quali, aiutati dal valido Tom Skinner, hanno dato alla luce uno dei migliori album rock dell’anno. Aspettiamo con ancora maggiore trepidazione il nuovo disco dei Radiohead: di benzina ne è rimasta ancora molta nel serbatoio delle due menti principali del gruppo e, accanto a Colin Greenwood, Phil Selway e Ed O’Brien, cose magiche sono già accadute in passato.

Voto finale: 8,5.

Everything Everything, “Raw Data Feel”

Raw Data Feel

Il sesto lavoro del gruppo inglese porta con sé alcune novità: la più importante, quasi rivoluzionaria, è che i testi di “Raw Data Feel” sono stati composti da un software di intelligenza artificiale, che il leader del gruppo Jonathan Higgs ha eletto “quinto membro degli Everything Everything”. Non va tralasciato l’aspetto puramente musicale, però: questo è il miglior CD degli inglesi dai tempi di “Get To Heaven” del 2015.

La musica di “Raw Data Feel” suona infatti fresca, gioiosa: singoli riusciti come I Want A Love Like This e l’indie rock irresistibile di Jennifer sono highlights assoluti in una carriera già piena di successi. Il lavoro funziona meno nei brani più convenzionali: Pizza Boy, non fosse per il testo assurdamente divertente, è dimenticabile. Stessa cosa vale per Shark Week e HEX. Buona invece la più lenta Leviathan, così come la dolce Kevin’s Car e la danzereccia Teletype.

La curiosità, oltre che per le 14 tracce di “Raw Data Feel”, era forte anche per i testi generati dal tool di intelligenza artificiale creato da Higgs: dopo averlo “istruito” con testi presi tanto dai social quanto dalla filosofia confuciana, il sistema ha fatto in generale un buon lavoro. In alcuni casi abbiamo versi divertenti, come “Why don’t you listen to your momma? She’s old” (I Want A Love Like This), oppure profondi (“You’re in love with the future, I don’t know why”, My Computer).

In conclusione, “Raw Data Feel” è un ottimo LP da parte di un gruppo in continua evoluzione: il precedente “RE-ANIMATOR” (2020) era il loro CD più prevedibile e gli Everything Everything sembravano aver virato verso atmosfere più indie rock. Invece questo disco apre la porta a ritmi dance e ritorna al pop che li ha resi dei paladini della scena alternativa. Chapeau.

Voto finale: 8.

Arcade Fire, “WE”

we

Registrato durante la pandemia ed erede del più controverso CD della loro produzione, gli Arcade Fire con “WE” hanno voluto riprendersi l’appellativo di “band migliore del mondo”, che fino al 2017 era spesso associato al loro nome. Ci sono riusciti? Senza dubbio il lavoro è decisamente migliore di “Everything Now” (2017), ma non raggiunge la perfezione di “Funeral” (2004), il fulminante esordio del complesso canadese.

Il CD è diviso in due parti: la prima, “I”, è focalizzata sull’isolamento a cui il Covid ci ha costretto nel corso degli ultimi due anni; la seconda, “WE”, che dà il titolo al lavoro, ci riporta invece a sensazioni migliori, di comunità, che purtroppo sono state spesso perdute negli ultimi tempi. Gli Arcade Fire hanno sempre mirato a sentimenti universali, che si trattasse del dramma di perdere i propri cari (“Funeral”) oppure di ripercorrere la propria infanzia di ragazzi di periferia (“The Suburbs” del 2010): anche questa volta, come vediamo, mirano molto in alto.

Bersaglio centrato? Solo in parte. Musicalmente, i canadesi provano a tornare all’indie rock pieno di pathos dei loro esordi, abbandonando i ritmi caraibici e disco visti in “Reflektor” (2013) e il pop da classifica di “Everything Now”. Effetto nostalgia assicurato, ma quando si hanno canzoni belle come Age Of Anxiety I e The Lightning II tutto funziona. Ottima pure la più raccolta Unconditional Love I (Lookout Kid). Delude invece End Of The Empire IV (Sagittarius A*). In generale, la divisione del disco in suite formate da due o più componenti aiuta la coesione complessiva: a parte l’inutile Prelude e la conclusiva title track, infatti, abbiamo Age Of Anxiety, End Of The Empire, The Lightning e Unconditional Love.

Ospitando Peter Gabriel in Unconditional II (Race And Religion) e aiutati dal produttore Nigel Godrich (storico collaboratore dei Radiohead), Win Butler e Régine Chassagne hanno pubblicato un LP gradevole, che nei suoi momenti migliori è inattaccabile. Considerando la recente dipartita dalla band del fratello di Win Butler, Will, e le alte aspettative poste in “WE” dopo il flop di “Everything Now”, probabilmente siamo di fronte al miglior risultato possibile. Sicuramente, negli Arcade Fire è rimasta ancora la voglia di creare quel forte sentimento di comunità col loro pubblico che ne contraddistingue da sempre la carriera; in tempi così grami, non è una brutta cosa.

Voto finale: 8.

Florence + The Machine, “Dance Fever”

dance fever

Il quinto lavoro del progetto Florence + The Machine, “Dance Fever”, è un album pandemico sui generis: non riguarda infatti le conseguenze che il lockdown ha avuto sulla psiche di Florence Welch, o almeno non solo, quanto piuttosto quel senso di liberazione che pervade l’essere umano alla fine di grandi piaghe e tragedie del passato.

Il titolo prende direttamente spunto dal tarantismo (anche noto come “ballo di San Vito”), un morbo medievale che spingeva le persone a danzare sfrenatamente fino allo sfinimento o, nei casi più estremi, alla morte. Florence dedica quindi questo CD ad una malattia, che però sa quasi di libertà dalle restrizioni imposte dal Covid. Non sempre però le parti migliori del lavoro sono quelle più danzerecce.

“Dance Fever” era stato anticipato da alcuni singoli di grandissima qualità: King, Free e My Love sono tra le migliori canzoni recenti del gruppo inglese, trascinanti al punto giusto e curate nei minimi particolari, anche grazie alla produzione di Jack Antonoff. Solo Heaven Is Here deludeva le attese e rimane anche col CD completo uno dei momenti più deboli del lotto. Buona invece Choreomania, invece evitabile Daffodil.

Anche dal punto di vista testuale Florence e co. si dimostrano pieni di sorprese: abbiamo infatti l’inno femminista King, con il potente verso “I am no mother, I am no bride… I am king”. Altrove invece emergono pensieri più drammatici: “Every song I wrote became an escape rope tied around my neck to pull me up to heaven” (Heaven Is Here). Abbiamo infine il tema dell’amore che fa capolino in Girls Against God: “What a thing to admit, but when someone looks at me with real love, I don’t like it very much”.

In generale, comunque, “Dance Fever” sa di ripartenza per Welch: tanto più che è preceduto da un LP non all’altezza dei precedenti a firma Florence + The Machine come “High As Hope” (2018) e da incertezze su come proseguire il proprio percorso artistico. Potremmo anzi spingerci a dire che sia uno dei migliori dischi pubblicati da Florence Welch, ai livelli dell’ottimo esordio “Lungs” (2009). Peccato solo per alcuni episodi a centro disco che lasciano a desiderare, come Back In Town e la troppo breve Prayer Factory, abbassando la media complessiva, ma i risultati sono comunque più che buoni.

In conclusione, “Dance Fever” è uno dei migliori CD pop rock dell’anno: Florence + The Machine si conferma nome irrinunciabile della scena europea. Parlare così bene di una band con ormai quasi quindici anni di carriera alle spalle vuol dire una cosa sola: il talento è notevole e la voglia di mettersi in gioco, anche liricamente, sempre presente.

Voto finale: 8.

Sharon Van Etten, “We’ve Been Going About This All Wrong”

we've been going about this all wrong

Il nuovo album della cantautrice statunitense continua una carriera che sta riscuotendo un successo crescente: se “Remind Me Tomorrow” (2019) aveva presentato una nuova Sharon Van Etten, più pop e con sintetizzatori al massimo volume, “We’ve Been Going About This All Wrong” prosegue su questo percorso, aumentando allo stesso tempo la teatralità delle composizioni.

Il lavoro è stato composto in piena pandemia e, pertanto, risente molto dell’atmosfera generale di quel periodo, che tutti purtroppo ricordiamo. Inoltre, la casa dove Sharon vive assieme al compagno e al figlio è situata molto vicina ai luoghi degli incendi che hanno sconvolto gli Stati Uniti la scorsa estate, tanto da mettere a repentaglio anche lei stessa e la sua famiglia. Testualmente, quindi, siamo di fronte ad un lavoro molto personale, ma non per questo eccessivamente egocentrico.

Musicalmente, dicevamo, il CD in parte prosegue il percorso intrapreso con “Remind Me Tomorrow”, ma allo stesso tempo amplia l’aspetto barocco e teatrale di alcune composizioni. Prova ne sia la parte centrale del lavoro: sia Born che Headspace starebbero benissimo in “All Mirrors” di Angel Olsen. Invece la scarna Darkish rievoca le atmosfere dei primi lavori di Van Etten. Il pezzo più bello del lotto è senza dubbio Mistakes, vera perla pop. Buone anche Darkness Fades e Far Away, mentre sotto la media risulta solamente Home To Me.

In conclusione, i 39 minuti di “We’ve Been Going About This All Wrong” non risultano mai pesanti: la bella voce di Sharon Van Etten rende memorabili anche le melodie più prevedibili. Non tutto gira a meraviglia, ma questo lavoro è una buona aggiunta ad una discografia che, guardando il panorama del moderno indie rock, ha influenzato davvero molti artisti. Alcuni nomi? Phoebe Bridgers, Julien Baker, Snail Mail… In poche parole: Sharon Van Etten ormai è una certezza.

Voto finale: 7,5.

Rolling Blackouts Coastal Fever, “Endless Rooms”

endless rooms

Il terzo album del gruppo australiano li trova ancora a loro agio nel sound che li ha resi popolari: un indie rock sbarazzino, che si rifà agli Smiths così come al jangle pop degli anni ’90, sponda R.E.M.; allo stesso tempo, alcuni brani della tracklist fanno intravedere piccole novità, che sono benvenute dopo due EP e tre LP (pubblicati peraltro in soli sei anni) di buona qualità, ma alla lunga ripetitivi.

“Endless Rooms” inizia con una breve intro strumentale, Pearl Like You, che imposta il mood del disco: estate, serenità, suoni dolci. I successivi due brani, Tidal River e The Way It Shatters, sono tra i migliori della produzione recente della band e, soprattutto il primo, sembra cercare di innovare, almeno parzialmente, l’estetica dei Rolling Blackout Coastal Fever. Anche nella seconda parte dei 45 minuti che compongono “Endless Rooms” abbiamo altri esperimenti: la title track è un brano quasi notturno, molto raccolto. Buone soprattutto Dive Deep e Vanishing Dots; invece, i pezzi più prevedibili, come Open Up Your Window e, sono anche i più deboli del lotto.

La cosa che forse colpirà maggiormente gli ascoltatori è che, malgrado stiamo parlando di un lavoro musicalmente scanzonato, il gruppo australiano non è indifferente a quanto accade intorno a loro, soprattutto sul fronte della protezione dell’ambiente. Ad esempio, in Tidal Wave sentiamo: “Ceiling’s on fire, the train’s leaving the station”, un avvertimento che il cambiamento climatico è tra noi e dobbiamo muoverci per fermarlo. Altrove troviamo riferimenti ai migranti che cercano fortuna via mare: “If you were on the boat, would you turn the other way?” (The Way It Shatters).

In conclusione, “Endless Rooms” non verrà ricordato probabilmente come il miglior CD rock del 2022, tuttavia è un disco benvenuto, soprattutto considerando l’arrivo della bella stagione e il desiderio di relax che porta con sé.

Voto finale: 7,5.

Porridge Radio, “Waterslide, Diving Board, Ladder To The Sky”

waterslide diving board ladder to the sky

Il terzo album dei Porridge Radio vede la band inglese capitanata da Dana Margolin cercare di innovare in parte il proprio sound, attraverso l’introduzione di tastiere (esemplare The Rip) affiancate all’estetica indie rock e post-punk che aveva caratterizzato “Every Bad” (2020), il lavoro che li aveva fatti conoscere al grande pubblico.

I Porridge Radio erano anche stati oggetto di un profilo Rising di A-Rock e “Every Bad” era risultato undicesimo tra i 50 migliori dischi del 2020: insomma, l’attesa per “Waterslide, Diving Board, Ladder To The Sky” era alta. Contando poi che uno dei singoli di lancio del CD era Back To The Radio, un ottimo pezzo indie rock, speravamo che questo lavoro potesse migliorare ulteriormente i risultati già ottimi di “Every Bad”.

Purtroppo, ci eravamo sbagliati: pur essendo infatti un buon lavoro, complessivamente “Waterslide, Diving Board, Ladder To The Sky” non raggiunge le vette del predecessore. Certo, brani come la già citata Back To The Radio e Birthday Party faranno la fortuna anche live del gruppo, ma altri episodi, decisamente più deboli, come Trying e la ripetitiva U Can Be Happy If You Want To abbassano il voto complessivo del CD.

Continua invece la grande abilità di Margolin e co. di evocare sentimenti di malessere attraverso dei semplici mantra, come già accadeva in Born Confused. In Birthday Party, infatti, Dana Margolin ripete “I don’t wanna be loved” per tutto il ritornello, appena dopo aver proclamato “I want one feeling all the time… I don’t want to feel a thing”. Versi davvero desolanti, che si legano facilmente ad altri che emergono nel corso dell’album: “We sit here together, the same as we’ve always been, laughing and talking but I want to cry to you” (Back To The Radio); “Jealousy, it makes me bad, but nothing makes me quite as sad as you” (Jealousy); “Don’t want my body to be touched… Don’t want to mean anything to you” (Splintered).

In conclusione, non ci troviamo di fronte ad un CD di facile lettura: il rock dei Porridge Radio è tanto trascinante quanto i loro testi sono deprimenti. “Waterslide, Diving Board, Ladder To The Sky” è un buon erede di “Every Bad”, ma da un gruppo con questo talento ci aspettiamo qualcosa di più. Speriamo che la prossima volta vada meglio.

Voto finale: 7,5.

Harry Styles, “Harry’s House”

harry's house

Il terzo album solista dell’ex One Direction è una parziale svolta nel suo sound: pur prendendo sempre spunto dal passato, questa volta la decade di riferimento non sono gli anni ’70, bensì il decennio successivo. Il gusto retrò del lavoro non deve far pensare però ad un LP derivativo: la sensibilità moderna traspare più o meno in ogni traccia di “Harry’s House” e Harry Styles si conferma popstar di talento, anche se ancora il suo meglio probabilmente non lo abbiamo visto.

I 41 minuti del CD trascorrono sereni: che si stia lavorando su altro oppure approfondendo il disco, non si può negare lo stile e la precisione di Styles e del suo gruppo di lavoro. Pezzi come il singolo As It Was e Matilda sono francamente irresistibili, immersi in un mondo pop zuccheroso ma mai banale, con aperture indie interessanti. Altrove invece abbiamo brani più prevedibili (Keep Driving, Boyfriends), che intaccano inevitabilmente il risultato complessivo, senza però scadere nel monotono. Infine, in Cinema abbiamo quasi una copia di “Random Access Memories” (2013) dei Daft Punk e dei migliori Chic.

Liricamente, “Harry’s House” si presenta come un lavoro più riflessivo del passato: Styles pare introdurci in casa sua, ovvero la sua mente, in maniera più aperta che in passato. Abbiamo riferimenti alla sua relazione con l’attrice Olivia Wilde in Cinema, così come ai problemi di uscire con dei ragazzi in Boyfriends (i più gossippari si chiederanno: esperienza personale oppure empatia verso l’altro sesso? Nessuna risposta disponibile al momento). In altre canzoni abbiamo immancabili riferimenti al cibo, un must per Harry (Music For A Sushi Restaurant, Grapejuice), così come versi sdolcinati (“If I was a bluebird, I would fly to you” canta in Daylight) e velati riferimenti agli atteggiamenti sbagliati di alcuni giovani verso le ragazze: “They think you’re so easy… They take you for granted” proclama in Boyfriends.

In conclusione, “Harry’s House” non raggiunge “Fine Line” (2019) come qualità generale del lavoro, ma fa intravedere un futuro luminoso per Harry Styles: le aperture all’indie pop e alle sonorità degli anni ’80 sono senza dubbio un progresso per un ragazzo partito con una forte tendenza a imitare David Bowie (si ascolti Sign Of The Times a riguardo). Vedremo il futuro cosa porterà in dote a Styles, di certo la stoffa pare esserci.

Voto finale: 7.

Liam Gallagher, “C’MON YOU KNOW”

c'mon you know

Il terzo lavoro solista del più giovane dei fratelli Gallagher è al tempo stesso il più classico e il più variegato della sua produzione. Aiutato da numerosi produttori e co-autori, Liam con C’MON YOU KNOW” ha prodotto un CD che aiuterà a tenerlo sulla cresta dell’onda ancora per qualche tempo.

Prendiamo per esempio More Power, che apre il disco: pare proprio di essere tornati ai Rolling Stones di You Can’t Always Get What You Want, con quei coretti a fare da sottofondo. Nulla di nuovo, verrebbe da dire; in realtà, mai Liam era suonato così accondiscendente verso Mick Jagger & co., quindi a suo modo siamo di fronte ad una novità sul fronte delle ispirazioni per R Kid. Abbiamo poi il supporto di Ezra Koenig dei Vampire Weekend, che rende Moscow Rules il brano più barocco finora mai scritto a nome Liam Gallagher. Come tralasciare poi Everything’s Electric, che vanta la collaborazione di Dave Grohl! Insomma, un fritto misto che, al suo meglio, raggiunge ottimi risultati.

Sono infatti proprio i brani più in linea con i precedenti lavori di Gallagher, “As You Were” (2017) e “Why Me? Why Not.” (2019), a segnare il passo. Sia Don’t Go Halfway che I’m Free sono prevedibili e sono semplicemente intervalli scritti per i fan più tradizionali. Invece buona la title track, che ricorda gli ultimi Oasis, così come le già citate Everything’s Electric e Moscow Rules.

In generale, malgrado “C’MON YOU KNOW” arrivi dopo la devastante pandemia da Covid-19, nel corso del CD e delle interviste promozionali rilasciate recentemente abbiamo notato un Liam diverso, più introverso e meno spaccone: ne sono esempi anche alcuni testi del lavoro. In More Power lo sentiamo cantare: “The cut, it never really heals, just enough to stop the bleed… Mother, I’ll admit that I was angry for too long”. In I’m Free se la prende con le fake news: “How long you gonna sell illusion? How long you gonna sell confusion?”. Infine, una precisazione: il titolo Moscow Rules non ha nulla a che vedere con la situazione in Ucraina.

“C’MON YOU KNOW” non è al dunque un CD destinato a cambiare la carriera di una delle ultime grandi rockstar britanniche: chi già ama Liam continuerà a farlo, così come chi lo detesta. Certo, resta come sempre il rimpianto di dove sarebbero arrivati gli Oasis senza gli attriti col fratello Noel… ma non si piange sul latte versato, no? Godiamoci del buon rock and roll, non chiediamo di più a R Kid.

Voto finale: 7.

Wilco, “Cruel Country”

cruel country

Il quindicesimo album di inediti dei Wilco, istituzione del rock americano, è il loro CD più country e uno dei più lunghi della loro produzione. A 77 minuti e 21 canzoni, il doppio LP è sempre una sfida, anche per artisti leggendari come Prince e i The Clash. “Cruel Country” non è il miglior disco a firma Wilco, ma arricchisce il canzoniere della band con altre canzoni che faranno la fortuna dei live futuri di Jeff Tweedy e compagni.

Il titolo può in realtà essere inteso in due differenti modi: “country” in inglese può riferirsi sia a “nazione” che all’omonimo genere musicale. In effetti, in alcuni brani troviamo rimandi all’attualità, pur non essendo questo un CD “pandemico” (quello era infatti “Love Is The King”, a firma Jeff Tweedy, del 2020). Allo stesso tempo, sia i ritmi spesso rilassati che la volontà di suonare insieme dal vivo, dichiarata apertamente dalla band in sede di promozione del lavoro, piuttosto che scrivere canzoni politiche fanno pensare a un gruppo di amici vogliosi di divertirsi.

Può risultare strano che i Wilco, capaci in passato di spaziare in ogni ambito del rock, dall’indie all’alternativo al folk, siano tornati alle origini: il country era infatti l’architrave degli Uncle Tupelo, la prima band di Tweedy, così come dell’esordio del gruppo, “A.M.” del 1995. Tuttavia, a pensarci bene un ritorno alle basi può essere anche visto come un trampolino di lancio verso future sterzate: staremo a vedere.

I brani migliori sono Tired Of Taking It Out On You e Bird Without A Tail / Base Of My Skull, mentre deludono All Across The World e A Lifetime To Find. Carina infine Tonight’s The Day. In generale, come già anticipato, i 77 minuti risultano un po’ superflui, soprattutto verso la fine (ad esempio, Please Be Wrong e The Plains non sono brutte melodie, però sanno di già sentito), ma in un 2022 in cui molti artisti rilevanti hanno scelto questo formato (basti pensare a Beach House, Big Thief e Kendrick Lamar), il fatto che anche i Wilco ci abbiano omaggiato con un doppio CD ci fa solo piacere.

Voto finale: 7.

The Black Keys, “Dropout Boogie”

dropout boogie

Il terzo album in tre anni del duo originario di Akron, Ohio, calca terreni molto familiari: un blues rock caldo, sporco al punto giusto ma mai troppo tirato via. Dan Auerbach e Patrick Carney, dall’alto dei loro vent’anni di carriera (l’esordio “The Big Come Up” usciva infatti nel lontano 2002), sanno benissimo cosa i loro fan vogliono da un LP dei The Black Keys: ma siamo davvero sicuri che alla lunga questo atteggiamento conservativo paghi?

I The Black Keys sono diventati garanzia di CD mai troppo impegnativi, capaci di riportare a galla le radici blues del rock: LP come “Brothers” (2010) ed “El Camino” (2011) sono tuttora molto amati e non per caso. Brani del livello di Tighten Up, Lonely Boy e Gold On The Ceiling farebbero la fortuna di qualunque artista; che siano stati composti tutti nel giro di soli due anni è sintomo di grande talento. Il duo ha successivamente esplorato nuovi territori, soprattutto nel campo della psichedelia, nel successivo “Turn Blue” (2014), per poi darsi ad una lunga pausa fatta di progetti solisti e collaborazioni varie.

Il 2019 ha dato alla luce “Let’s Rock”, un ritorno al sound che ha fatto la fortuna dei The Black Keys; invece, nel 2021 i due americani hanno omaggiato le figure di riferimento del loro passato con la raccolta di cover “Delta Kream”. Dove si colloca “Dropout Boogie” in tutto ciò?

Partiamo dalle cose positive: la durata (34 minuti) e il numero di canzoni in tracklist (10) evitano il fastidioso filler che spesso percepiamo nei CD più lunghi e complessi. Inoltre, It Ain’t Over è un ottimo pezzo e farà la fortuna di Auerbach e Carney dal vivo. Stesso dicasi per Wild Child. Abbiamo poi una ballata abbastanza inusuale, How Long, a dire il vero non indimenticabile. D’altro lato, l’estetica generale del gruppo non si è spostata di una virgola negli ultimi anni, anzi ha denotato un ritorno sempre più marcato alle origini. Si ascolti a tal proposito Burn The Damn Thing Down, oppure Your Team Is Looking Good.

In poche parole, “Dropout Boogie” non è assolutamente un cattivo lavoro; al contrario, alcune canzoni sono riuscite e il disco è coeso e breve al punto giusto. Allo stesso tempo, non possiamo non dichiarare serenamente che i tempi migliori dei The Black Keys sono ormai alle loro spalle: vedremo per quanto ancora il duo riuscirà a divagare sullo stesso spartito senza suonare noioso. Di questo passo, non per molto tempo.

Voto finale: 6,5.

Recap: giugno 2021

Anche giugno è terminato. Un mese davvero pieno di uscite interessanti: ad A-Rock abbiamo avuto molto da fare per tenere traccia di ognuna. Abbiamo recensito i nuovi, attesi dischi dei Wolf Alice e di Japanese Breakfast. In più, abbiamo analizzato l’ennesimo CD a firma King Gizzard & The Lizard Wizard, il ritorno di MIKE e il primo greatest hits dei Noel Gallagher’s High Flying Birds. Infine, abbiamo valutato il terzo LP a firma Lucy Dacus e il quarto di Faye Webster. Buona lettura!

Wolf Alice, “Blue Weekend”

blue weekend

Reduci dal grande successo di “Visions Of A Life” (2017), che li ha portati a vincere il primo Mercury Prize della loro giovane carriera, i Wolf Alice hanno cercato di cambiare leggermente una formula davvero efficace.

In passato li abbiamo sentiti sia nella loro versione più grunge, soprattutto nell’esordio “My Love Is Cool” (2015), che flirtare con lo shoegaze (nel già citato “Visions Of A Life”). L’ingrediente principale era però sempre stato un indie rock sbarazzino, con chiari riferimenti agli anni ’90, con la bella voce della frontwoman Ellie Rowsell a fare da collante.

“Blue Weekend” è un CD molto personale, anche e soprattutto nelle liriche, che spesso evocano rapporti amorosi del passato o l’importanza di esprimersi liberamente. Esemplare il seguente verso, in The Last Man On Earth: “Every book you take that you dust off from the shelf has lines between lines between lines that you read about yourself”, oppure questa frase, da No Hard Feelings: “It’s not hard to remember when it was tough to hear your name, crying in the bathtub to ‘Love Is A Losing Game’”. Ciò non va a discapito della spontaneità delle canzoni: Smile e The Beach II sono ottimi pezzi, con ritornelli che entrano nella testa dell’ascoltatore e non la lasciano più.

Sono altre però le sorprese: The Last Man On Earth è un grandioso pezzo pop, che evoca addirittura David Bowie e, fra le artiste emerse più recentemente, Weyes Blood. Abbiamo poi il folk di Safe From Heartbreak (if you never fall in love), in cui il batterista Joel Amey affianca la Rowsell nel canto. Invece, in Play The Greatest Hits, il bassista Theo Ellis è assoluto protagonista con una linea di basso davvero irresistibile. Tuttavia, è sempre Ellie Rowsell la protagonista: la sua voce assume diverse connotazioni, che si tratti di momenti più intimi (dolce in The Last Man On Earth) o più trascinanti (tiratissima in Play The Greatest Hits).

In conclusione, “Blue Weekend” non scrive la storia della musica: i rimandi al rock alternativo degli anni ’90, dalla prima Alanis Morissette a Liz Phair, sono chiari. Tuttavia, è un piacere seguire l’evoluzione dei Wolf Alice e cercare di capire dove andranno a cadere nel loro prossimo lavoro. Il successo che li ha baciati in passato e, siamo sicuri, tornerà a far riempire loro i palazzetti di tutta Europa, è meritato.

Voto finale: 8.

Lucy Dacus, “Home Video”

home video

Il terzo album a firma Lucy Dacus è un altro passo avanti in una discografia sempre più ricca. Dopo l’esordio raccolto di “No Burden” (2016) e il magnifico “Historian” (2018), questo lavoro è una svolta in direzione quasi pop. I pezzi sono più brevi e con ritornelli più accattivanti; non per questo, tuttavia, bisogna concludere che Lucy si sia “venduta”, contando anche i temi affrontati nel corso di “Home Video”.

Fin da subito, sulla stampa e fra i fans si sono scatenati i parallelismi con “Punisher”, il CD uscito l’anno passato e che ha fatto dell’amica Phoebe Bridgers un nuovo pilastro del mondo indie, con tanto di candidatura ai Grammy. In effetti, le somiglianze fra i due sono numerose: il sound è indie rock con occasionali episodi folk, i temi trattati sono intimi e personali… Allo stesso modo, alcuni esperimenti della Dacus fanno di “Home Video” un LP autonomo e non indebitato con alcuna delle giovani donne che stanno rivoluzionando l’indie rock (basti citare, oltre a Phoebe Bridgers, anche Julien Baker e Courtney Barnett).

Dicevamo che Lucy affronta il proprio passato nel corso del CD: la sua gioventù non è stata semplice, essendo stata cresciuta a Richmond, in Virginia, da una famiglia conservatrice e molto religiosa, lei che da bisessuale è sempre stata nel mirino dei più intransigenti. L’iniziale, bellissima Hot & Heavy contiene il seguente verso: “You used to be so sweet, now you’re a firecracker on a crowded street”; invece VBS contiene una profezia fatta da un sacerdote, “A preacher in a t-shirt told me I could be a leader”. Tuttavia, nella stessa canzone la sua figura è ambivalente: “All it did, in the end, was make the dark feel darker than before”.

Il lavoro, nella sua onestà, a volte è davvero toccante, così come le melodie: oltre la già citata Hot & Heavy, ottime anche First Time e Thumbs. Invece inferiori alla media Partner In Crime, in cui Lucy sperimenta addirittura l’uso dell’autotune, con risultati controversi, e Christine.

In conclusione, “Home Video” è un CD molto nostalgico, in cui i ricordi dell’infanzia e della gioventù sono presentati in tutta la loro crudezza da una Lucy Dacus mai così aperta. Speriamo che il disco abbia, come “Punisher”, i riconoscimenti che merita. La cantautrice americana, infatti, si conferma tra le migliori nel suo genere e rafforza il suo status di ragazza prodigio.

Voto finale: 8.

Japanese Breakfast, “Jubilee”

jubilee

Il terzo album a firma Japanese Breakfast trova Michelle Zauner in un mood decisamente più ottimista e positivo rispetto al passato. Stiamo parlando di una giovane donna che aveva affrontato nel suo esordio, “Psychopomp” del 2016, il dolore seguito alla morte di cancro della madre nel 2014. “Jubilee” invece è stato espressamente composto per il periodo (almeno apparente) di fine pandemia.

Il genere dominante infatti è un pop radioso, divertente e ballabile: ne sono chiari esempi Be Sweet e Slide Tackle, riuscite canzoni che richiamano gli anni ’80 e l’indie pop più recente. Altrove, va detto, il tono è più cupo: soprattutto nella parte finale del lavoro, infatti, Michelle ritorna ai toni più raccolti del passato, si ascolti ad esempio Tactics.

È interessante che in soli 37 minuti la Nostra sia in grado di passare senza problemi dal pop più danzereccio a quello da camera: pur mantenendo intatti i canoni estetici del progetto Japanese Breakfast, infatti, Zauner riesce ad ampliare i confini estetici del progetto e a suonare innovativa in un mondo frequentato come l’indie.

Liricamente, dicevamo, Michelle evita di parlare di fatti tragici come in passato, ma non rinuncia a testi pungenti: in Savage Good Boy la sentiamo evocare un mondo sinistro, in cui un colonizzatore spaziale cerca scampo dall’imminente apocalisse: “I want to make the money until there’s no more to be made… And we will be so wealthy I’m absolved from questioning”. Altrove invece analizza l’effetto che le luci della ribalta hanno sul nostro atteggiamento: “How’s it feel to be at the center of magic?” chiede provocatoriamente nell’iniziale Paprika.

I momenti genuinamente belli non mancano: oltre alle già citate Be Sweet e Slide Tackle, da sottolineare la coda strumentale di Posing In Bondage, davvero ipnotica. Meno riuscita Savage Good Boy, ma non rovina un quadro generale molto affascinante.

In conclusione, “Jubilee” è un perfetto CD post-Covid: ballabile, godibile ma non sfrenato, come richiede l’attuale momento. È inoltre ad oggi il disco più riuscito a firma Japanese Breakfast, pronta a spiccare il volo e diventare un volto insostituibile nello scenario indie pop.

Voto finale: 8.

MIKE, “Disco!”

disco!

Il ritorno del giovane rapper americano lo vede finalmente provare ad andare avanti dopo la tragica morte della madre, avvenuta due anni fa e rappresentata con crudo realismo nei due precedenti lavori “tears of joy” (2019) e “Weight Of The World” (2020). La prolificità di MIKE non deve ingannare: stiamo parlando di un allievo di Earl Sweatshirt e una delle maggiori promesse nell’ambito del rap sperimentale.

“Disco!” è un titolo in realtà ingannevole: è vero, il CD è più ottimista dei passati lavori del Nostro e introduce temi nuovi rispetto alla morte e alle riflessioni tipiche di MIKE, però non si avvicina lontanamente alla musica elettronica. Le basi restano jazzate, a volte astratte; MIKE continua a rappare incessantemente… pertanto, nessuna reinvenzione radicale. Allo stesso tempo, come dicevamo, il disco introduce degli aspetti del carattere dell’artista newyorkese che non conoscevamo.

Una delle liriche di maggior impatto infatti è: “You flexing just to stick out, I flex because of great genes”, contenuta in Crystal Ball. In Aww (Zaza), MIKE è ancora più chiaro: “Struggling? Hmm, nah, but I’m recovering”. Sprazzi di spavalderia e serenità, dunque, subito affiancati da pensieri più pessimisti: “Sometimes I thought to take the losses as a gift, ’cause only death will show you how to live, right?”, da Leaders Of Tomorrow (Intro). I brani più convincenti sono Alarmed! e Spiral/Disco (Outro), mentre è monotono at thirst sight by Assia. Da menzionare infine la bellissima base di World Market (Mo’ Money). In realtà, “Disco!” può quasi essere inteso come un’unica lunga suite, data la grande coesione e coerenza fra un pezzo e l’altro.

In conclusione, il lavoro aggiunge ulteriore spessore a una figura, quella di MIKE, già attenzionata da molte pubblicazioni specialistiche, non ultima A-Rock. Il rapper newyorkese ha mostrato una volta di più il suo talento: “Disco!” potrebbe addirittura essere il suo album più riuscito.

Voto finale: 8.

King Gizzard & The Lizard Wizard, “Butterfly 3000”

butterfly 3000

Il diciottesimo album in dieci anni a firma King Gizzard & The Lizard Wizard (nessun errore di battitura, è proprio così) è una piacevole rinfrescata in un sound che ne aveva davvero bisogno. Se nei due precedenti LP “K.G.” (2020) e “L.W.” (2021) i Nostri erano stati accusati di ripercorrere strade ben note, con risultati non sempre all’altezza, “Butterfly 3000” rinuncia allo psych-rock per toni molto più sereni e un synthpop davvero inatteso.

Il disco non è stato anticipato da alcun singolo e il marketing è stato ridotto all’osso: mosse strane per Stu Mackenzie & co., che fanno di “Butterfly 3000” un outlier davvero interessante. Concepito per essere ascoltato come un’unica suite, il lavoro suona fresco, curato e finalmente aperto a nuove influenze. Fin dall’apertura di Yours capiamo che qualcosa è cambiato: i toni apocalittici visti in “Murder Of The Universe” (2017) o in “Infest The Rats’ Nest” (2019) sono abbandonati, per far posto a riflessioni sul mondo dei sogni e i suoi effetti sulla quotidianità della band, su una base tranquilla.

Prova ne sia il ritornello della dolce Dreams: “I only wanna wake up in my dream… I only feel alive in a daze”. Anche altrove si propongono visioni oniriche, come in Blue Morpho e Interior People. I brani migliori sono proprio Blue Morpho e Catching Smoke, mentre è un po’ sotto la media Black Hot Soup, troppo lunga.

In un periodo di relativa tranquillità, sentire anche un gruppo di solito visionario come i KG&TLW addolcire i toni fa piacere. Pur essendo stato concepito durante i lockdown pandemici, “Butterfly 3000” è un ottimo lavoro per celebrare il ritorno alla vita, che sembra davvero vicino (speriamo).

Voto finale: 7,5.

Faye Webster, “I Know I’m Funny ahah”

Faye Webster

Il quarto CD della giovane cantautrice continua il percorso iniziato con il precedente “Atlanta Millionaires Club” (2019): un folk calmo e rilassato, che si interseca con elementi country e R&B, per un’esperienza mai trascinante, ma allo stesso tempo rasserenante.

Quell’ahah inserito nel titolo è davvero interessante: se a una prima lettura può suonare pretenzioso o fintamente snob, in realtà Faye con questo intercalare molto comune nei social network e nelle chat vuole sottolineare l’ambivalenza dei nostri comportamenti quotidiani, specialmente dopo (o durante) una pandemia. Alle volte diciamo “piango” quando in realtà ridiamo a crepapelle; altre “ahah” sta per “ma chi vuol far ridere questo?”: Faye Webster cattura abilmente queste nostre idiosincrasie.

Il CD, da parte sua, accompagna queste analisi e le battute della Webster con un ritmo costante, mai troppo accelerato e più spesso anzi rallentato. L’iniziale Better Distractions esprime la sensazione di noia che tutti abbiamo provato almeno una volta in questo ultimo anno e mezzo: “I tried to eat, I tried to sleep, but everything seems boring to me… I don’t know what to do”. Nella title track mostra il lato più ironico del suo carattere: parlando della sorella dice al suo partner “I made her laugh one time at dinner. She said I’m funny and then I thanked her, but I know I’m funny haha”. Infine, A Stranger contiene il verso più triste del lotto: “You know, I used to love getting bored. But now, without you, I have so much time to think there’s nothing to think about anymore”.

In generale, “I Know I’m Funny ahah” non è un capolavoro fatto e finito: alle volte i ritmi sono fin troppo monotoni, si senta ad esempio Sometimes. Tuttavia, in tracce come Better Distractions e Cheers, Faye Webster splende in tutto il suo talento. Se in futuro riuscirà a comporre un LP con canzoni di quel livello (e, perché no, a far risaltare di più la sua voce), avremmo il suo manifesto definitivo. Per il momento accontentiamoci di un CD più che discreto, che piacerà ai fans del folk e del country.

Voto finale: 7,5.

Noel Gallagher’s High Flying Birds, “Back The Way We Came – Volume 1 (2011-2021)”

noel

La prima raccolta di Noel Gallagher dopo la creazione della band che ha preso nel suo cuore il posto degli Oasis, nell’ormai lontano 2011, è un buon momento per fare il punto sullo stato creativo di The Chief.

Probabilmente i tempi gloriosi degli anni ’90 del ‘900, in cui il Nostro ha scritto successi indelebili come Wonderwall e Don’t Look Back In Anger, sono irripetibili. Tuttavia, anche nella carriera successiva e post-Oasis, Noel ha saputo ritagliarsi uno spazio interessante: sempre nei consueti sentieri pop-rock, ma aperto anche a sperimentazioni verso il mondo acid rock e psichedelico, prova ne siano l’ultimo CD di inediti “Who Built The Moon?” (2018) e gli EP del 2019 “Black Star Dancing” e “This Is The Place”.

“Back The Way We Came – Volume 1 (2011-2021)” è un buon modo per riassaporare i migliori momenti dei Noel Gallagher’s High Flying Birds, da quelli più indebitati con gli Oasis (If I Had A Gun…) a quelli più innovativi (Black Star Dancing). In più, Noel ha inserito due inediti, We’re On Our Way Now e Flying On The Ground, non trascendentali ma forse indicatori del futuro della band. Per i fans più accaniti, nella edizione deluxe c’è un intero CD devoto a demo e remix, francamente superfluo per i moderatamente interessati.

In generale, parlando di uno qualsiasi dei due fratelli Gallagher, le domande sul loro passato sono tanto importanti quanto quelle sul futuro, forse di più per alcuni. Le voci di una reunion degli Oasis sono insistenti da anni, malgrado le smentite di rito degli interessati. Vedremo il futuro cosa ci regalerà; di certo i Noel Gallagher’s High Flying Birds sono un buon succedaneo, come del resto la carriera solista di Liam. Insieme, però, era tutta un’altra cosa…

Voto finale: 7.

I 7 album più deludenti del 2020

Il 2020 è stato un anno difficile per tutti, ma la musica per molti ha rappresentato una valvola di sfogo cruciale nei mesi più drammatici che abbiamo vissuto. Allo stesso tempo, come ogni anno, vi sono anche stati anche CD davvero deludenti, a volte da artisti da cui ci aspettavamo ben altro. Parliamo dei lavori di NAV (che ci ha “deliziato” con addirittura tre uscite), 6ix9ine, Justin Bieber, Diplo e dei Black Eyed Peas.

6ix9ine, “TattleTales”

6ix9ine

Può un rapper accusato e condannato di pedopornografia avere ancora una carriera musicale di successo? Siamo nel 2020, tutto è possibile.

La triste storia di Daniel Hernandez, noto in precedenza come Tekashi 69 e ora come 6ix9ine, è stata (ed è tuttora) uno dei simboli di dove la follia da social può portare la musica così come la conosciamo. Hernandez è stato arrestato dopo aver confessato di avere avuto rapporti con una tredicenne nel 2015, quando lui aveva 18 anni. Non contento, ha pubblicato il video in rete, provocando altre polemiche e accuse penali ai suoi danni, lui che già in precedenza era stato in galera per aggressione e vendita di eroina. Basti dire che è uscito dal carcere solo il 2 aprile 2020 dopo avere patteggiato e per motivi legati all’asma di cui soffre.

Tuttavia, Daniel è una celebrità sui social, dove prende in giro i rapper del momento, crea meme divertenti e ha legioni di followers pronti a seguirlo in ogni sua avventura e a negare l’evidenza di fronte ai reati di cui si è macchiato.

C’è davvero bisogno di parlare di musica composta da un personaggio del genere? Sarebbe probabilmente superfluo, ma basti dire che “TattleTales” flirta con il peggiore pop latino e affronta la trap nel modo più diretto: testi finti trasgressivi, melodie esagerate… quasi come se 6ix9ine ci stesse trollando tutti, ma forse è proprio questa la sua intenzione?

PS: ad oggi, su Spotify, 6ix9ine conta più di undici milioni di streaming mensili. 11.000.000! Nessun commento è necessario per farci capire la condizione in cui versa il nostro malandato pianeta.

Black Eyed Peas, “Translation”

translation

Il complesso statunitense, privo della carismatica Fergie, ha tentato con “Translation” la strada del reggaeton più spinto, con risultati… beh, catastrofici. Se un tempo i Black Eyed Peas erano noti per le melodie a metà fra rap e pop, con successi come I Gotta Feeling e Where Is The Love?, “Translation” è senza direzione e, malgrado alcune tracce accettabili, paga alcune scelte testuali scriteriate.

RITMO e MAMACITA sono state hit estive innegabili, anche grazie a featuring azzeccati come J. Balvin e Ozuna, ma il resto del CD è davvero spazzatura. Le canzoni affogano nel reggaeton più trito e, dopo cinque pezzi, arrivare in fondo comincia ad apparire un’impresa difficoltosa. Ma a colpire negativamente sono i testi, specialmente due: ACTION e NEWS TODAY.

Il ritornello della prima suona più o meno così: “Bra-ta-ta-ta-ta, bra-ta-ta-ta, give me action… Bra-ta-ta-ta-ta, bra-ta-ta-ta, give me satisfaction… Bra-ta-ta-ta-ta, bra-ta-ta-ta, give me action… Bra-ta-ta-ta-ta, come on, brr, brr, woo”. Nulla da aggiungere. Ma NEWS TODAY vince la gara per testo più sconcertante del 2020: “There’s an invisible enemy, just knocked out Italy… Keep the mask on cause if you cough they gon’ look at you like you did a felony”; e poi “They said don’t worry folks, it’s all a hoax, the news is fake and it’s all a joke… The death toll’s rising with broken hopes, now they got the cure and an antidote”.

All’incrocio fra teorie cospirative, ingenuità colossali e messaggi contraddittori: insomma, un fiasco totale.

Diplo, “Diplo Presents Thomas Wesley Chapter 1: Snake Oil”

diplo

Il terzo album vero e proprio del celebre produttore, uno dei simboli della scena EDM dei primi anni ’10, è un disastro colossale. La volontà evidente di Diplo era di salire sul carro del country-pop di Lil Nas X, autore della hit più virale degli ultimi anni, Old Town Road (di cui peraltro Diplo ha rilasciato un remix). Tuttavia, i risultati rimandano all’idea che una persona che odia il country ha del genere: testi insulsi, melodie iper-prevedibili e zero innovazione in un genere che ne avrebbe molto bisogno.

Se contiamo i featuring presenti, il CD in realtà prometteva almeno di essere imprevedibile: Orville Peck, Young Thug, i Jonas Brothers e Noah Cyrus (sorella di Miley) sono tanto variegati quanto difficili da coagulare intorno ad un progetto compiuto… e proprio questo è il tallone d’Achille del lavoro.

L’integrazione di country, EDM e hip hop è decisamente un percorso per artisti ambiziosi e sicuri di poter usare il loro nome per attirare gli ascolti del pubblico generalista. Allo stesso tempo, se nessuno prima ci aveva provato, un motivo ci sarà stato… Abbiamo una gentile richiesta per Diplo: per favore, risparmiaci i capitoli successivi della storia di Thomas Wesley.

Justin Bieber, “Changes”

changes

Chi segue A-Rock da un po’ sa cosa pensiamo della parabola artistica di Justin Bieber, il teenager diventato star mondiale ancora quindicenne attraverso canzoni quantomeno ingenue ma amate da quasi tutte le ragazze sue coetanee (e spesso anche dalle mamme).

Justin si è preso del tempo per cercare di apparire un artista almeno rispettabile, componendo con “Purpose” (2015) un CD quantomeno discreto, con un’attitudine più matura e canzoni più strutturate. Per questo è davvero un peccato che “Changes” sia uno dei dischi peggiori di un 2020 già difficile per vari motivi.

Il singolo di lancio Yummy, tanto pervasivo quanto brutto, era un pessimo segnale; il featuring di Lil Dicky in Running Over un ulteriore indizio che il peggio stava per arrivare… ma le collaborazioni con artisti più rispettabili come Post Malone e Travis Scott avevano fatto sperare che invertire la rotta fosse ancora possibile.

Il CD invece è un pessimo lavoro, infarcito di luoghi comuni sul matrimonio che riecheggiano un altro LP già visto su questa colonna, “The Big Day” di Chance The Rapper (2019). A stupire è che la giuria dei Grammy lo abbia candidato a ben quattro premi, tra cui CD pop con la migliore prova vocale. Ma del resto, da chi nel 2016 ha premiato come album dell’anno “1989” di Taylor Swift invece di “To Pimp A Butterfly” di Kendrick Lamar, non ci potevamo aspettare scelte molto diverse.

NAV, “Good Intentions” / “Brown Boy 2” / “Emergency Tsunami”

In un 2020 in cui molti artisti di livello hanno pubblicato due album, spesso riuscendo in entrambi i casi a sfornare CD interessanti (citiamo solo due esempi: Nicolas Jaar e Taylor Swift), NAV ha deciso di fare le cose in grande: pubblicare addirittura tre lavori!

Il problema è che tutti e tre sono davvero pessimi, un malcelato tentativo di non allontanare mai i riflettori da sé; preso da solo, “Good Intentions” è un brutto album trap, troppo lungo e ripetitivo ma almeno che rientra nell’estetica del personaggio. Se però a questo aggiungiamo i due mixtapes “Brown Boy 2” e “Emergency Tsunami”, abbiamo quasi due ore di musica davvero prevedibile, uno dei motivo per cui la trap è così odiata da gran parte del pubblico poco avvezzo all’hip hop.

A cercare con attenzione, dai tre lavori sarebbe anche possibile ottenere un CD decente di 40-45 minuti, ma NAV ha fatto di tutto per massimizzare i risultati dello streaming, un errore compiuto da sempre più artisti al giorno d’oggi. I risultati, esteticamente parlando, ne sono una chiara evidenza. Menzione finale per la cover di “Brown Boy 2”, senza dubbio fra le peggiori dell’anno.

Recap: luglio 2020

Anche luglio è concluso. Un mese interessante musicalmente parlando, che ha visto le nuove uscite di Skee Mask, Fontaines D.C. e Protomartyr. Inoltre, abbiamo il secondo CD dell’anno a nome Nicolas Jaar, il terzo album della cantautrice Lianne La Havas, il ritorno del gruppo country The Chicks e il nuovo album, pubblicato a sorpresa, di Taylor Swift.

Protomartyr, “Ultimate Success Today”

protomartyr

Il quinto CD della band punk originaria di Detroit arriva tre anni dopo “Relatives In Descent” e a due dall’intrigante EP “Consolation”. La crescita del gruppo guidato da Joe Casey è impressionante: laddove i lavori precedenti erano notevoli soprattutto dal punto di vista lirico, con Casey capace di descrivere i mali peggiori del capitalismo in maniera cruda ma mai disperata, con “Ultimate Success Today” siamo di fronte al miglior lavoro della loro discografia musicalmente.

Mentre i CD del gruppo erano spesso fin troppo elaborati e alla lunga perdevano mordente, infatti, il nuovo LP è un concentrato del miglior post-punk: ritmi aggressivi, testi arrabbiati e una sezione di fiati che arricchisce ulteriormente l’esperienza. I risultati finali ricordano i Joy Division, a tratti i The Fall: insomma il meglio del movimento nato nei tardi anni ’70.

Fin dai primi due brani, i bellissimi Day Without End e Processed By The Boys, abbiamo ben chiari i tratti dominanti del lavoro; ma il resto delle dieci tracce che compongono “Ultimate Success Today” non sono da meno. Spiccano soprattutto June 21 e Worm In Heaven, mentre è un po’ sotto la media Bridge & Crown.

Liricamente inoltre, come già accennato, il disco è molto profondo: Joe Casey si chiede in Processed By The Boys se l’Apocalisse sarà “a foreign disease washed upon the beach” oppure verrà da rivolte per strada. Nel pezzo conclusivo, la devastante Worm In Heaven, Casey rimpiange il suo passato: “Remember me, how I lived. I was frightened, always frightened” per poi proclamare “I wish you well, I do. May you find peace in this world; and when it’s over dissolve without pain”.

I Protomartyr hanno ormai una fanbase leale e in crescita, ma pochi avrebbero previsto questa evoluzione per una band sì impegnata, ma anche spesso imperfetta musicalmente. “Ultimate Success Today” è uno dei migliori album punk dell’anno finora e entrerà sicuramente nella top 50 di fine anno di A-Rock; vedremo in quale posizione.

Voto finale: 8,5.

Fontaines D.C., “A Hero’s Death”

fontaines dc

Il secondo CD, attesissimo, della band post-punk irlandese è un pugno allo stomaco. Se l’esordio “Dogrel” aveva colpito nel segno pressoché con tutti, tanto che noi di A-Rock lo avevamo recensito nella nostra rubrica Rising e posizionato nella top 10 della lista dei migliori album del 2019, “A Hero’s Death” è un seguito ancora più cupo e disperato.

“Dogrel” mescolava infatti testi pessimisti sul futuro di Dublino (la città natale del gruppo) con canzoni quasi romantiche; “A Hero’s Death” pare il terzo CD dei Joy Division tanto la sensazione di spaesamento e tragicità viene trasmesso in ogni canzone. I Fontaines D.C., tuttavia, riescono a intessere un LP coeso e con melodie quasi accessibili, candidandosi a simbolo della scena punk d’Oltremanica (con una concorrenza comunque nutrita, in cui menzioniamo IDLES e Shame fra gli altri).

Va detto, però, che il gruppo irlandese, capitanato dall’indomito Grian Chatten, non si limita a ispirarsi alle glorie del passato: accanto infatti ai Joy Division troviamo sì riferimenti a Radiohead e The Fall, ma con liriche calate sull’oggi, critiche del capitalismo e della società moderna, fatta di sopraffazione e incapacità di pensare al futuro e concentrata su un eterno presente. Ne sono simbolo i durissimi testi di Televised Mind e Living In America, ma anche le ripetizioni ossessive di “I don’t belong to anyone” (I Don’t Belong) o “Life ain’t always empty” (la title track).

Le canzoni che colpiscono di più, dopo l’inizio davvero disperato di I Don’t Belong, sono la delicata Oh Such A Spring e Televised Mind; da non sottovalutare anche You Said. Ma nessuna canzone è fuori posto (solo Sunny leggermente inferiore alla media), tanto da fare di “A Hero’s Death” un disco coeso ma non ripetitivo, malinconico ma non completamente disperato.

Se qualcuno temeva la “sindrome da secondo album” per i Fontaines D.C., beh i timori sono stati spazzati via da “A Hero’s Death”: un lavoro che traccia un solco chiaro nel mondo punk e influenzerà probabilmente anche nei prossimi anni le giovani band desiderose di esprimere il loro dissenso per il mondo così come lo conosciamo usando batteria, basso e chitarra, urlando al mondo la propria contrarietà.

Voto finale: 8,5.

Taylor Swift, “folklore”

taylor

Il nuovo CD della popstar statunitense è una svolta radicale in una carriera sempre più interessante. Taylor Swift, la fidanzatina d’America, partita dal country e arrivata al pop da stadio, svolta verso il folk à la Bon Iver, con tocchi di Lana Del Rey e Phoebe Bridgers che non pensavamo potessero adattarsi all’estetica tutta lustrini messa in evidenza in “reputation” (2017) e “Lover” (2019).

“folklore” arriva solo un anno dopo “Lover” e senza alcuna campagna di marketing da parte di Taylor: decisamente insolito per una delle stelle più brillanti della scena pop. Altra mossa sorprendente è la collaborazione con alcuni capisaldi dell’indie, autori del calibro di Bon Iver e Aaron Dessner (The National). I risultati non piaceranno ai fans più pop di Taylor, ma ampliano notevolmente la palette sonora della cantautrice e le faranno guadagnare il rispetto anche del pubblico più “esigente”.

Non tutto è perfetto in “folklore”, va detto: le 16 canzoni alla lunga diventano ripetitive e alcune (come seven) sono puro riempitivo. Ecco, se avessimo di fronte un lavoro da 12 pezzi e 50 minuti saremmo senza dubbio di fronte al CD perfetto di Taylor Swift. Così invece il verdetto è sospeso: ci sarà chi preferirà il country-pop di “Red” (2012), chi la definitiva svolta mainstream di “1989” (2014), ma senza dubbio parleremo di “folklore” ancora per anni a venire.

Liricamente, in passato il centro di più o meno tutte le canzoni di Taylor era stato… sé stessa. Adesso invece la sua fantasia ha piena libertà: in the last great american dinasty si cita Rebekah Harkness e la dinastia dei Rockefeller, monopolisti del settore petrolifero nei primi anni del XX secolo. betty invece narra, dalla parte del maschio, la storia d’amore fra James e Betty, con il primo che ha tradito la seconda ma è sicuro di poterla riconquistare. Va notato che Betty era presente anche in cardigan, fra le migliori canzoni del CD.

Altri highlights sono la delicata mirrorball e august, mentre verso il finale, come già accennato, le melodie cominciano ad essere ripetitive. Ne sono esempi illicit affairs e invisible string.

In generale, però, il lavoro brilla grazie all’abbraccio totale che Swift fa dell’estetica indie di Bon Iver e Dessner; il famoso produttore Jack Antonoff, contrariamente al passato, ha infatti spazio solo marginalmente. “folklore” quindi ci fa riflettere su un mondo alternativo, in cui Taylor avrebbe continuato nel percorso country-folk solo occasionalmente pop e sarebbe diventata la stella crossover perfetta. La carriera della Nostra è stata invece contraddistinta da un clamoroso successo, tutto sommato meritato; e se però “folklore” fosse il suo CD più riuscito? Il dibattito è aperto.

Voto finale: 8.

Nicolas Jaar, “Telas”

telas

Il quarto (!) progetto discografico di Nicolas Jaar del 2020, sommando anche l’EP e il CD usciti sotto il nickname A.A.L. (Against All Logic), ritorna all’ambient che l’aveva fatta da padrone in “Cenizas”. Il percorso intrapreso da Jaar nei dischi a suo nome potrà non piacere ai fans delle canzoni più movimentate del Nostro, ma dimostra un’abilità sorprendente da parte del musicista cileno di cambiare tono: techno, ambient, house… nulla nel reame della musica elettronica è alieno a Nicolas Jaar. Per quanti possiamo dire lo stesso?

“Telas” si compone di quattro lunghe tracce, molto complesse e articolate: il CD infatti arriva quasi a 60 minuti di durata! Sommati ai 53 minuti di “Cenizas”, abbiamo un trattato di due ore di elettronica contemporanea, musica da camera che però sa comunicare sensazioni forti, purtroppo intonata al clima da lockdown che ancora pervade molta parte del mondo. Telahora comincia quasi come una canzone di Tom Waits, con ottoni in primo piano e toni dissonanti, per poi evolvere in eterea musica d’ambiente intervallata da momenti più percussivi. Telencima invece ricorda da vicino le atmosfere dell’ambient di Brian Eno, con sonorità più dolci rispetto a Telahora. Telahumo, invece, è una sorta di combinazione fra le due precedenti: serena ma allo stesso tempo imprevedibile. Infine Telallás, la canzone più “breve” del lotto (“soli” 13 minuti), è una conclusione tanto misteriosa quanto giusta per “Telas”, un lavoro che rivela dettagli preziosi ad ogni ascolto.

Le quattro composizioni possono apparire disgiunte e poco coerenti l’una con l’altra, in realtà raccontano di un musicista in continua evoluzione, un maestro dell’elettronica capace di passare da un sottogenere all’altro nell’arco di pochi mesi e produrre sempre LP accattivanti. Se qualcuno avesse ancora dei dubbi, l’ascolto di “Telas” conferma che Nicolas Jaar è il migliore della sua generazione per quanto riguarda la musica elettronica.

Voto finale: 8.

Lianne La Havas, “Lianne La Havas”

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Il terzo album della fascinosa cantante inglese è il suo lavoro più sicuro e convincente. Fin dal titolo il taglio è decisamente personale: “Lianne La Havas” è infatti un CD che tratta temi molto intimi per la Nostra, soprattutto la separazione dal suo partner di Los Angeles (esemplare Please Don’t Make Me Cry). Tuttavia, le melodie non disegnano paesaggi desolati: Lianne infatti mantiene un delicato equilibrio fra soul, R&B e folk che rende il disco imperdibile per gli amanti della musica più rasserenante ma non per questo “leggerina”.

Il lavoro arriva ben cinque anni dopo il precedente “Blood”, un periodo di tempo in cui molti pubblicano due/tre CD di inediti: Lianne ha deciso di riflettere attentamente sulla mossa successiva al CD che l’aveva definitivamente consacrata, tanto da metterla nell’orbita di un certo Prince, che era rimasto affascinato dalla sua bravura alla chitarra e dalla bella voce di Lianne. “Lianne La Havas” prosegue il percorso intrapreso, ma lo aggiorna con melodie più raccolte (trova spazio anche un’efficace cover di Weird Fishes dei Radiohead).

Nessun brano è davvero inefficace, solo il breve Out Of Your Mind (Interlude) è superfluo e rovina parzialmente il ritmo e la coesione del disco. Spiccano invece Paper Thin e la complessa Sour Flower, che riportano alla mente i migliori momenti di “A Seat At The Table” (2016) di Solange Knowles, la sorellina di Beyoncé, solo con minore attenzione alla politica e maggiore introspezione.

Lianne La Havas era un nome chiacchierato nella scena pop inglese; accanto alla bella voce e al fascino personale, infatti, la cantautrice sa sfoderare canzoni subito accattivanti e che migliorano ad ogni ascolto. “Lianne La Havas” è il compimento di un percorso di crescita personale sempre più intrigante, che ci fa sperare di aver trovato una grande interprete nel mondo soul/R&B.

Voto finale: 8.

The Chicks, “Gaslighter”

the chicks

Il lavoro del terzetto country tutto femminile un tempo conosciuto un tempo come Dixie Chicks e ora The Chicks è un gradevole ritorno alle sonorità che le avevano rese un caposaldo del genere nei primi anni del nuovo secolo: canzoni accessibili e non troppo rintanate nei rigidi dettami del genere, armonie vocali notevoli e testi mai scontati.

Il cambio di brand è dovuto alla rinnovata attenzione data in America a tutto quello che può provocare discussioni: Dixie è infatti un nome che fa riferimento agli stati confederati della Guerra Civile e, pur essendo stato adottato a suo tempo ironicamente dalle tre, si è deciso per un nome più neutro. “Gaslighter”, ricordiamolo, arriva ben 14 anni dopo “Taking The Long Way”, il CD nel 2006 aveva segnato l’abbandono delle Dixie Chicks, che tuttavia avevano suonato live e collaborato con altri artisti (su tutti Beyoncé) nel corso degli anni successivi.

La collaborazione con Jack Antonoff (produttore osannato nel mondo pop) faceva presagire un suono più mainstream del passato, vicino a quello di Kacey Musgraves in “Golden Hour” (2018). Impressione confermata dal primo singolo: la title track Gaslighter è un concentrato del miglior country-pop, con ritornello trascinante e le voci di Martie Maguire, Emily Strayer e Natalie Maines al top della forma. È un peccato che poi spesso nel resto del CD la creatività non sia allo stesso eccellente livello: For Her e March March ad esempio sono una sequenza di tracce non proprio imperdibili e rompono l’armonia del lavoro. Buona invece la raccolta My Best Friend’s Weddings.

“Gaslighter” (letteralmente “colui che fa ammattire”) è un titolo azzeccato per un anno davvero folle, tuttavia le The Chicks non sono ancora tornate a quella formula vincente che le aveva rese controverse (celebri le tirate contro la guerra in Iraq nel 2003) ma imprescindibili per gli amanti del country. Vedremo se in futuro la ritrovata sintonia produrrà risultati migliori; “Gaslighter” non è un cattivo LP, semplicemente non è all’altezza delle alte aspettative che la carriera delle The Chicks e il singolo Gaslighter avevano creato.

Voto finale: 7.

Skee Mask, “ISS005” / “ISS006”

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Il produttore tedesco prosegue la serie di brevi lavori iniziata l’anno scorso con altri due EP infarciti dell’elettronica che lo ha reso uno dei nomi più interessanti sulla scena mondiale: techno nervosa, ritmi sempre tesi (“ISS005”) ma anche attenzione al mondo ambient, specialmente in “ISS006”. Bryan Müller (questo il vero nome di Skee Mask) mantiene così la sua nicchia nell’affollato mondo della musica elettronica, facendoci sperare di avere presto un erede al suo secondo album “Compro” (2018).

“ISS005” è rappresentante del lato più techno di Bryan Müller; fin dall’iniziale IT Danza c’è un recupero della scena garage di inizio millennio, su tutti Burial e il primo Four Tet. Notevole soprattutto Meal, mentre delude Type Beat 3, un po’ troppo frenetica. I risultati complessivi restano comunque buoni e ne fanno un EP gradevole soprattutto per gli amanti dell’IDM più spinta.

“ISS006”, dal canto suo, è un lavoro più articolato e devoto all’ambient: i fans dell’Aphex Twin più soft e di GAS sono caldamente consigliati di ascoltare questo CD. Skee Mask è, proprio per questa sua abilità di mescolare melodie più techno e quelle più raccolte della musica d’ambiente, un prodigio della scena elettronica europea: prova ne sia la bella Dolby.

Se mettessimo insieme i due EP otterremmo un disco da 11 canzoni per 56 minuti di durata: dunque un LP “canonico” per complessità, magari caratterizzato da una tracklist che alterna pezzi più mossi ad altri più tranquilli. Come già accennato, la serie di EP cominciata l’anno passato con “808BB” e “ISS004” e proseguita con “ISS005” e “ISS006” ha contribuito a tenere alta l’attenzione su Skee Mask, vedremo se il suo prossimo CD vero e proprio manterrà le aspettative.

Voto finale: 7.

Recap: marzo 2020

Il drammatico (causa Coronavirus) mese di marzo si è appena concluso. Ad A-Rock è stato un periodo piuttosto impegnativo; recensiremo i nuovi lavori di Noel Gallagher, Waxahatchee, Dua Lipa e di Four Tet; inoltre abbiamo analizzato i ritorni di Anna Calvi, The Weeknd e U.S. Girls. Oltre a tutto ciò, abbiamo i graditi nuovi CD di Sufjan Stevens, Childish Gambino e Nicolas Jaar. Buona lettura!

The Weeknd, “After Hours”

after hours

Il quarto album ufficiale di The Weeknd, non contando quindi i tre formidabili mixtape del 2011 e il breve EP “My Dear Melancholy,” del 2018, è uno dei suoi CD più compiuti. Riuscendo infatti a legare l’estetica pop scoperta recentemente con le origini dark del progetto The Weeknd, Abel Tesfaye riesce a creare un prodotto variegato ma coeso e ben sequenziato, grazie anche ai produttori eccellenti che lo affiancano nel corso del disco.

I singoli offerti al pubblico per lanciare “After Hours” erano accattivanti: Blinding Lights è un’istantanea hit, così come la quasi trap Heartless; invece la title track richiama chiaramente le atmosfere oscure di “House Of Balloons” (2011). Si era intuito quindi che il CD sarebbe stato versatile, ma pochi forse avevano immaginato un LP così perfettamente in equilibrio fra le due anime dell’artista canadese: quella edonistica di The Weeknd e quella tormentata di Abel.

Citavamo prima i collaboratori presenti in “After Hours”: sebbene il CD non contenga featuring, alla produzione troviamo pezzi da 90 come Kevin Parker dei Tame Impala, Daniel Lopatin (Oneohtrix Point Never), Metro Boomin e Max Martin. Ognuno aggiunge la propria vena hip hop, R&B oppure elettronica, per creare un CD davvero dall’alto replay value.

Anche testualmente “After Hours” mostra passi avanti; se fino a “Starboy” (2016) The Weeknd era un cantante associato a notti insonni passate in discoteca e, spesso, al consumo di droga e al sesso sfrenato, raggiunti ormai i 30 anni Abel Tesfaye è diventato uomo, fragile come tutti: in Too Late lo sentiamo cantare “It’s way too late to save our souls, baby. It’s way too late, we’re on our own”, mentre in Faith emergono addirittura istinti suicidi: “But if I OD, I want you to OD right beside me. I want you to follow right behind me, I want you to hold me while I’m smiling, while I’m dying”.

In conclusione, un disco capace di passare senza problemi dal synthpop anni ’80 di Blinding Lights alla trap leggera di Heartless, passando per le atmosfere R&B di After Hours e il sax sontuoso di In Your Eyes, merita senza dubbio un voto alto. E se questo fosse addirittura il miglior LP mai creato da Abel Tesfaye in arte The Weeknd? Chapeau.

Voto finale: 8,5.

Dua Lipa, “Future Nostalgia”

dua lipa

Marzo è stato decisamente un mese interessante per il mondo pop. Oltre al nuovo, attesissimo CD di The Weeknd analizzato in precedenza, abbiamo anche il secondo album della popstar Dua Lipa. L’artista di origini kosovare e albanesi, ma nata in Inghilterra, mescola pop, funk e disco anni ’80, per creare con “Future Nostalgia” un impasto sonoro effettivamente nostalgico, ma mai banale.

Pregio non da poco è la concisione del lavoro: con 11 brani e 37 minuti Dua Lipa non ha tempo per i riempitivi, notizia benvenuta e a dire il vero sempre più rara nel mondo pop e rap, sempre alla ricerca dei record di streaming. L’intento dell’artista britannica è quindi chiaro: conseguire il successo non tramite mezzucci ma solo con il talento. Anche liricamente ciò è evidente: in Future Nostalgia sentiamo Dua Lipa cantare “No matter what you do, I’m gonna get it without ya. I know you ain’t used to a female alpha”.

In effetti pezzi accattivanti come la title track, Don’t Start Now e Physical aiutano a tenere lontano i pensieri in questi tempi non facili. Nessuno, come già accennato, è davvero superfluo: inferiore alla media solamente Pretty Please e l’orchestrale Boys Will Be Boys.

Dua Lipa è riuscita nella non facile missione di fondere l’estetica di Kylie Minogue, Madonna e Christine And The Queens creando qualcosa di retrò ma allo stesso tempo futuristico. Raramente titolo di un LP si è dimostrato più profetico.

Voto finale: 8.

Nicolas Jaar, “Cenizas”

cenizas

Il terzo CD vero e proprio a firma Nicolas Jaar arriva a nemmeno due mesi da “2017-2019”, il disco dell’altro progetto tuttora attivo del produttore di origine cilena, A.A.L. (Against All Logic). Mentre quest’ultimo è focalizzato sulla house e dance music, Nicolas Jaar è maestro di sonorità più delicate, minimali tanto da essere considerato anche esponente della musica ambient.

La quantità in questo caso non è nemica della qualità: “Cenizas” è infatti un lavoro decisamente sperimentale, tanto che possiamo trovarci elementi elettronici ma anche jazz e ambient. La coesione è quindi una mancanza evidente nel corso delle 13 canzoni che compongono il CD, ma viene compensata da una varietà stilistica e timbrica notevole, sempre però nel segno di una malinconia esistenziale più forte che mai in un compositore peraltro mai particolarmente ottimista.

“Cenizas” (da tradursi in “ceneri”) è quindi un LP molto intimo, non facile ma non per questo da buttare. Anzi, ripetute sessioni premiano l’ascoltatore, catapultato in un mondo parallelo magari inquietante ma allo stesso tempo affascinante e raffinato, come tipico ormai dello stile Jaar. Spiccano particolarmente Gocce e Garden, mentre Menysid è forse troppo astratta, quasi solo rumore bianco.

A tutto questo si aggiungono delle liriche, quando presenti, sempre inquisitorie e mai banali: in Faith Made Of Silk Nicolas canta “A peak is just the way towards a descent, you have nowhere to look. Look around not ahead”. Altrove troviamo riferimenti al concetto di peccato (Sunder) così come titoli molto evocativi della voglia del Nostro, semplicemente, di scomparire (Vanish, Mud).

“Cenizas” non è un CD per tutte le stagioni, ma pare particolarmente adatto a quella presente, fatta di inquietudine, paura del contagio e pulsioni ambientaliste che cercano di salvare il pianeta dall’Uomo stesso. È probabilmente il lavoro più sperimentale di Nicolas Jaar, ma forse anche il più profondo, segno di un produttore che non ha terminato la voglia di addentrarsi in nuovi territori e oltrepassare i confini di come che un disco di musica elettronica dovrebbe suonare.

Voto finale: 8.

Waxahatchee, “Saint Cloud”

wax

Il quinto album a nome Waxahatchee di Katie Crutchfield è un deciso cambio di tono e ritmi rispetto al suo precedente LP vero e proprio “Out In The Storm” (2017), più vicino all’EP “Great Thunder” uscito nel 2018. Le canzoni si avvicinano infatti al folk e al country, con liriche meno deprimenti rispetto al passato del progetto Waxahatchee.

Questa svolta è benvenuta: le canzoni sono armoniose, l’album è coeso e ricorda a tratti Father John Misty (meno spavaldo però) e i Fleet Foxes (con minori armonie vocali). Sin dall’apertura serena di Oxbow e della successiva Can’t Do Much capiamo la novità presente nell’estetica di Waxahatchee: la chitarra non si lancia in assoli quasi grunge come in passato, la voce di Katie è raccolta e l’atmosfera è molto folk, come già accennato.

Anche le liriche contribuiscono al cambiamento: se ad esempio in “Out The Storm” la Crutchfield scavava intensamente nella propria psiche e sviscerava i propri sentimenti, in “Saint Cloud” c’è una serenità d’animo solo a tratti intervallata da liriche più introspettive, come “And when I turn back around, will you drain me back out?” (Fire) e “If we make pleasant conversation, I hope you can’t see what’s burning in me” (Arkadelphia).

In conclusione, “Saint Cloud” è un ottimo esempio di come un’artista lodata per l’energia dei suoi lavori di gioventù possa affrontare la transizione verso lidi differenti, meno rumorosi ma anche più stimolanti, senza perdere nulla in termini di abilità compositiva.

Voto finale: 7,5.

U.S. Girls, “Heavy Light”

heavy light

Il nuovo disco di Meg Remy, l’artista dietro il progetto U.S. Girls, continua il percorso intrapreso con “In A Poem Unlimited” (2018), il lavoro della maturità, entrato agilmente nella lista dei migliori CD del 2018 di A-Rock peraltro. “Heavy Light” canta sempre di tematiche importanti, ma questa volta non legate al #MeToo, quanto piuttosto alla sorte del nostro pianeta e ai problemi dell’essere giovani visti da una persona ormai adulta.

Potremmo definire l’intera carriera di Meg caratterizzata dalla voglia di spingersi oltre i confini del pop convenzionale: in molti suoi precedenti album infatti abbiamo riferimenti a psichedelia, soul e musica sperimentale non comuni in artisti pop. “Heavy Light” continua questa tradizione: l’iniziale 4 American Dollars richiama soul e gospel, mentre And Yet It Moves / Y Se Mueve i Voidz più melodici e la musica spagnoleggiante.

Interessante la struttura del lavoro: a dividere i vari capitoli in cui “Heavy Light” è articolato troviamo degli intermezzi in cui voci campionate mescolate a quella della Remy enunciano frasi su un certo tema. Ad esempio, in Advice To Teenage Self Meg consiglia “I would tell her that I loved her, and that life is long”, mentre in The Most Hurtful Thing si richiamano episodi sgradevoli dell’infanzia vissuta da Meg Remy. Altrove invece ritornano le tematiche care a U.S. Girls: State House (It’s A Man’s World) contiene la lirica “But it’s just a man’s world, we just breed here”.

In conclusione, “Heavy Light” non è un CD pop immediato come possono essere Taylor Swift o Adele; tuttavia canzoni come Woodstock ’99 e 4 American Dollars non lasciano indifferenti. “In A Poem Unlimited” aveva quell’effetto sorpresa che non è più disponibile per questo lavoro, ma “Heavy Light” è un altro passo avanti per Meg Remy.

Voto finale: 7,5.

Anna Calvi, “Hunted”

hunted

“Hunted” è un breve EP e segue di poco più di un anno “Hunter”, il terzo CD a firma Anna Calvi. Fin dal titolo è evidente un cambio di prospettiva: se prima la cantautrice inglese di origine italiana si immaginava cacciatrice, pronta a azzannare chiunque non condividesse le sue idee in fatto di gender e promiscuità sessuale, adesso sono le canzoni che la inseguono.

Ad arricchire una ricetta già interessante sono molti ospiti di spessore: da Charlotte Gainsbourg a Julia Holter, passando per Joe Talbot degli IDLES e Courtney Barnett, le canzoni rilette in chiave ora acustica ora più rock assumono un diverso significato.

Le 7 canzoni per 30 minuti di durata passano tutte d’un fiato e confermano la fama di Anna Calvi come artista maledetta, debitrice di artisti come Nick Cave e Kate Bush. Spiccano soprattutto la eterea Swimming Pools, con collaborazione decisiva di Julia Holter, e Don’t Beat The Girl Out Of My Boy; ma nessuna è fuori luogo (sotto la media solo Away), creando un EP coeso e sempre intrigante.

Voto finale: 7,5.

Four Tet, “Sixteen Oceans”

four tet

Il produttore e DJ inglese Kieran Hebden, in arte Four Tet, in “Sixteen Oceans” ritorna verso atmosfere più quiete e rilassate rispetto al precedente “New Energy” (2017). Strumenti acustici si mescolano a sintetizzatori e armonie vocali inintelligibili, creando un insieme sonoro accattivante anche se a tratti un po’ inoffensivo rispetto agli alti standard a cui eravamo abituati da parte sua.

Le 16 tracce del CD farebbero pensare ad un’opera lunga; in realtà il minutaggio arriva a soli 54 minuti, sintomo di tracce brevi e accessibili fin da subito. Impressione confermata dal primo ascolto di “Sixteen Oceans”: Hebden infatti compone canzoni tranquille, ottime sia come sottofondo mentre si legge o si studia sia come centro dell’attenzione dell’ascoltatore. Ne sono chiari esempi School e Harpsichord.

Se la prima parte contiene tracce immediatamente godibili, nella seconda troviamo titoli decisamente più personali, quasi che il disco assumesse anche un significato strettamente privato per Four Tet. I brevi intermezzi This Is For You e Bubbles At Overlook 25th March 2019, assieme a Mama Teaches Sanskrit, sono esplicativi di questo fatto.

“Sixteen Oceans”, in future retrospettive sulla carriera di Four Tet, non risalterà certamente come il lavoro più innovativo o semplicemente riuscito dell’artista britannico (la palma probabilmente sarà di “Rounds” del 2003 o di “There Is Love In You” del 2010), il CD pare infatti un’opera di transizione verso nuovi lidi. Vedremo se la nostra impressione sarà confermata, di fondamentale rimane una cosa: anche quando è in modalità “pilota automatico” Kieran Hebden è incapace di scrivere brutte melodie.

Voto finale: 7.

Sufjan Stevens & Lowell Brams, “Aporia”

aporia

Il nuovo album di Sufjan Stevens, unanimemente riconosciuto come uno dei migliori cantautori americani degli ultimi vent’anni, è giunto come una vera sorpresa. Trattasi infatti di un album collaborativo, il terzo dopo “Planetarium” (2017) e la colonna sonora di The Decalogue (2019). Sufjan infatti non compone album solisti e puramente folk dal 2015, anno tragico per lui dopo la morte per cancro della madre, ma magico per i suoi fans, che hanno avuto in dono “Carrie & Lowell”, uno dei migliori album della scorsa decade e picco assoluto della discografia del Nostro, in cui al dolore immenso per la perdita subita si mescolavano musiche cristalline e struggenti.

Lowell Brams è il Lowell del titolo precedente, patrigno di Sufjan e figura fondamentale per la sua crescita e maturazione artistica. Lui ha infatti fondato la Asthmatic Kitty, casa discografica di lungo corso per Stevens e altri artisti d’avanguardia, oltre a fargli conoscere da piccolo la musica di Bob Dylan. Per festeggiare la pensione dell’ormai anziano Lowell, padre e figlio hanno ben pensato di comporre un disco celebrativo: mescolando new age, ambient ed elettronica i due paiono molto divertiti, malgrado i risultati non siano nemmeno lontanamente paragonabili ai migliori CD di Sufjan Stevens.

Il lavoro ricorda infatti uno dei primi e meno riusciti LP a firma Sufjan Stevens, “Enjoy Your Rabbit” (2001): un lavoro un po’ acerbo e sconclusionato, che ci fa capire come l’elettronica non sia proprio il genere prediletto per esaltare il talento del cantautore americano. “Aporia” è un CD frammentato, dove molte canzoni non superano il minuto di durata e la voce di Stevens è praticamente assente. I titoli sono a volte evocativi del mondo greco (Misology, Matronymic), altre volte misteriosi (Afterworld Alliance, For Raymond Scott). Non tutto è da buttare, ad esempio The Runaround e What It Takes sono buone, ma come già accennato non siamo ai livelli di “Illinois” (2005) o di “Carrie & Lowell”.

Ci fa piacere che Sufjan abbia trovato un po’ di pace, grazie anche alle figure veramente importanti per la sua vita, ma musicalmente parlando preferiremmo vederlo tornare sui terreni calcati nella parte centrale della sua carriera. Vedremo dove lo condurranno le sue personali Muse in futuro, di certo il talento di scrivere canzoni ancora una volta immortali non gli manca.

Voto finale: 6,5.

Childish Gambino, “3.15.20”

3.15.20

Il quarto e (almeno apparentemente) ultimo progetto a nome Childish Gambino di Donald Glover, star multimediale protagonista anche di celebri serie tv (Atlanta) e film (Solo: A Star Wars Story), è un album capace di ottime canzoni e momenti decisamente meno ispirati. Lo stesso dicasi per l’aspetto testuale, a volte punto forte del CD altre davvero ingenuo. Ma andiamo con ordine.

Il disco era stato peraltro introdotto in maniera almeno scombussolata: dapprima il lavoro messo in streaming sul sito di Glover, poi tolto e infine reso disponibile anche in tutti i servizi come Spotify e Apple Music con il titolo che richiama il giorno del “leak” e canzoni che non hanno titolo a meno di Time e Algorhythm. Ad aggiungersi al mistero di questo rilascio una copertina completamente bianca.

Insomma, la curiosità era enorme per molti motivi. Tuttavia, Childish Gambino si conferma il progetto di minor successo finora nella vita artistica di Donald Glover: solo in “Awaken, My Love!” (2016) il rapper diventato cantante funk era riuscito a trasmettere un messaggio completo e coerente, il vero manifesto dell’estetica di Childish Gambino. “3.15.20” torna in parte ai difetti che già influenzavano “Because The Internet” (2013) e soprattutto “Camp” (2011): testi a volte ingiudicabili per quanto sono smielati e ingenui, canzoni fin troppo artificiose e tirate per le lunghe. Ne è un chiaro esempio 12.38, più di 6 minuti con base monotona di cui almeno 2 possono essere rimossi.

Sul lato testuale riportiamo degli estratti chiarificatori: “Sweet thing, you moved to Southern California, sweet thing… you’ll still believe in fairy tales, sweet thing” (questa storia della “sweet thing” va poi avanti per quasi 8 minuti in 24.19); oppure “Maybe all the stars in the night are really dreams, maybe this world ain’t exactly what it seems” (cantata da Ariana Grande in 12.38). Peccato, perché alcune parti sono davvero ben scritte. Ad esempio in Algorhythm Glover canta: “So very scary, so binary. Zero or one, like or dislike, coal mine canary. I dream in color, not black and white.” La lirica più poetica e profonda è però la seguente, contenuta in 19.10: “To be happy really means that someone else ain’t”.

In conclusione, peccato davvero, poiché vi sono anche bei momenti nel corso del CD, tuttavia Childish Gambino non riesce a trasmettere in pieno tutto il suo talento nel corso dei 57 minuti di “3.15.20”. Sarà per la prossima volta (forse).

Voto finale: 6.

Noel Gallagher’s High Flying Birds, “Blue Moon Rising”

blue moon

Il terzo ed ultimo EP pubblicato dalla nuova band del maggiore dei fratelli Gallagher prosegue la china discendente intrapresa con i due precedenti. Le sonorità psichedeliche ed acid rock tipiche dei Primal Scream non si adattano bene al Nostro, che anzi conferma un momento di appannamento che farà gongolare il fratellino Liam (autore poco tempo fa del pregevole “Acoustic Sessions” per di più).

“Blue Moon Rising” si apre con la title track: un pezzo un po’ psichedelico e un po’ à la Primal Scream, come già ricordato, che senza dubbio rinnova l’estetica di Noel ma poco aggiunge in termini di canzoniere ad uno che conta già, per esempio, Some Might Say e Don’t Look Back In Anger. Stesso dicasi per Wandering Star e Come On Outside, due brani britpop convenzionali che ricordano i dischi minori degli Oasis. I due remix di Blue Moon Rising poi non danno valore ad un EP mediocre.

Noel Gallagher era partito bene con la sua nuova avventura: i tre CD che avevano la firma dei Noel Gallagher’s High Flying Birds, specialmente l’ultimo “Who Built The Moon?” (2017), erano liberi da restrizioni e avevano rinverdito l’immagine di The Chief (questo il suo nickname ai tempi degli Oasis). La trilogia di EP cominciata con “Black Star Dancing” e proseguita poi con “This Is The Place” e questo “Blue Moon Rising” ha tuttavia intaccato questa rinascita. Vedremo il prossimo vero progetto di Noel cosa ci porterà; di certo negli ultimi due anni il vincitore dell’eterna guerra Noel-Liam è il secondo.

Voto finale: 5.

Recap: aprile 2018

Anche aprile è passato. Musicalmente, possiamo definirlo un mese di transizione: maggio sarà infatti ricco di eventi, con i ritorni di Arctic Monkeys, Beach House e Courtney Barnett. Nondimeno, abbiamo un CD candidato a disco dell’anno di A-Rock. Abbiamo recensito soprattutto artiste: i CD di Janelle Monáe, Kacey Musgraves, Cardi B e Frankie Cosmos sono gli highlights. Tra i maschietti, abbiamo i lavori di The Weeknd e Amen Dunes. Buona lettura!

Janelle Monáe, “Dirty Computer”

janelle

Il terzo album di Janelle Monáe, popstar ormai di livello internazionale, era attesissimo. Dopo due pregevoli CD, che avevano fatto di lei la più degna erede di Prince, “The ArchAndroid” (2010) e “The Electric Lady” (2013), tutti la attendevamo al varco: riuscirà a replicarsi? Oppure arriverà un’inevitabile flessione? Beh, la bella Janelle non solo si è replicata, è riuscita addirittura a migliorare i risultati dei suoi primi due lavori.

Se c’era un difetto in “The ArchAndroid” e “The Electric Lady”, era l’eccessivo numero di canzoni e, di rimando, il minutaggio: entrambi superavano l’ora, con 17-18 canzoni, divise in entrambi i casi in due suite. Janelle utilizzava uno pseudonimo, Cindi Mayweather, appunto un androide, attraverso cui narrava metaforicamente le difficoltà dei “diversi”, che si parlasse di razza, sessualità o religione. Insomma, progetti di sfrenata ambizione, riusciti ma non per tutti i palati. Con “Dirty Computer”, invece, l’artista statunitense ha puntato il dito sui propri tormenti interiori, risultando in un LP più semplice ma anche più coeso; in poche parole, un capolavoro.

L’inizio è ottimo: nella breve intro Dirty Computer notiamo il decisivo contributo del grande Brian Wilson, ex Beach Boys; il primo highlight è Crazy, Classic, Life: Prince sarebbe molto fiero che la sua protetta abbia prodotto un pezzo così perfetto. Non mancano, oltre a Wilson, altre collaborazioni eccellenti: da Pharrell Williams a Grimes, passando per Zöe Kravitz (figlia di Lenny) allo stesso Prince, che prima della morte avrebbe contribuito ad ispirare la Monáe. Insomma, alcuni dei maggiori artisti dello scenario contemporaneo e della storia del pop/rock.

Altri pezzi notevoli sono Pynk, pezzo funk minimal in cui Janelle invita tutti a ballare sulle basi di Grimes; il singolo Make Me Feel, grande funk che non fa rimpiangere i tempi di James Brown e Michael Jackson; e I Like That. L’unica traccia leggermente sotto la media è I Got The Juice, con Pharrell, ma insomma sarebbe comunque un buon pezzo nelle tracklist del 90% dei CD R&B degli ultimi anni.

Liricamente, basti dire che Janelle ha eletto lo slogan “Let the rumours be true” a simbolo di “Dirty Computer”: diciamo che i gossip relativi alla sua sessualità vengono più volte confermati nel corso del disco. Il breve film tratto dal disco e i video dei singoli avevano già fatto intravedere il coming out: diamo atto che l’artista ha sempre avuto atteggiamenti ambigui, ma questa confessione dimostra coraggio. Insomma, “Dirty Computer” pare più avere lo scopo di esorcizzare i propri demoni che possedere messaggi universali, tuttavia i testi non risultano mai banali o troppo concentrati sull’ego di Janelle.

In conclusione, la Monáe, con questo disco, ha probabilmente raggiunto il picco delle proprie capacità: nello spazio di 14 canzoni e 49 minuti di durata, ha coperto un tale territorio musicale che molti artisti non riescono a coprire in un’intera carriera. Dal rap di Django Jane, al funk di Crazy, Classic, Life, passando per l’R&B di I Like That e Americans e l’elettronica soft di Pynk… Insomma, come già detto, un capolavoro fatto e finito. Uno dei più bei CD non solo dell’anno, ma dell’intera decade.

Voto finale: 9.

Amen Dunes, “Freedom”

freedom

“Freedom” è il quinto lavoro del cantautore americano Damon McMahon, in arte Amen Dunes; ed è probabilmente quello destinato ad ottenere il maggior successo. McMahon infatti, per la prima volta, si affida ad un rock molto orecchiabile, abbandonando le influenze ambient e sperimentali che caratterizzavano i suoi precedenti CD, per rifarsi a classici come Bob Dylan e Neil Young.

Già la prima traccia vera e propria, dopo la sognante Intro, è testimonianza forte di questo cambiamento: Blue Rose è un pezzo delicato, apparentemente facile, ma che in realtà migliora ad ogni ascolto, un po’ come tutto il disco. Ma i brani riusciti non sono certo finiti qui: il nucleo del CD è Believe, pezzo di quasi sei minuti ma per nulla monotono. Buona anche Skipping School. Risultano invece meno belle Calling Paul The Suffering e L.A., troppo lunga. In generale, tuttavia, come già accennato, “Freedom” migliora ad ogni ascolto, rivelando sempre nuovi dettagli, anche grazie all’ottima produzione.

Liricamente, “Freedom” tratta il tema della perdita di una persona cara: la madre di Damon è morta di cancro alcuni anni fa, proprio mentre lui stava componendo il disco, che dunque riflette questa tragica perdita. Non a caso, predominano temi religiosi: Believe lo fa intuire già dal titolo, mentre in Blue Rose canta “We play religious music. Don’t think you understand, man”. Nondimeno, il disco è più affascinante per le sonorità che per i testi, spesso infatti la voce di Damon è soffusa e le parole inintelligibili, sulla falsariga di Panda Bear o Bradford Cox dei Deerhunter, per intendersi.

In conclusione, siamo di fronte ad una “rivoluzione conservatrice”, verrebbe da dire: McMahon, partito da lidi sperimentali, è finito per approdare a suoni e ritmi più accessibili, fra folk e rock. Anche una mossa del genere denota coraggio; quando poi i risultati sono così eccellenti, non si può non lodarla.

Voto finale: 8.

Kacey Musgraves, “Golden Hour”

kacey

Al quarto album non indipendente, la prolifica cantante americana Kacey Musgraves ha finalmente trovato quello che gli anglosassoni chiamano “breakthrough”: quel momento in cui anche il grande pubblico inizia ad apprezzarti e dai piccoli club si iniziano a riempire le arene medie e si viene invitati ai festival. Premio meritato, dato che “Golden Hour” è uno dei migliori album country del decennio.

Il CD mescola abilmente ballate a pezzi più pop, quasi dance (ad esempio High Horse), facendo di “Golden Hour” un ibrido strano, ma non in senso negativo; anzi, è proprio la bravura della Musgraves a muoversi con equilibrio tra generi apparentemente lontani a farne uno dei dischi più apprezzati dell’anno, sia dalla critica che dal pubblico.

L’inizio è magnifico: Slow Burning è, nomen omen, lenta a carburare anche nella realtà, ma è una canzone davvero magnifica. Anche la successiva Lonely Weekend è importante nell’economia dell’album, dato che introduce in maniera squisita la dualità del disco: un country finalmente al passo con i tempi, che possa comunicare qualcosa anche a chi non ama il genere. Altri ottimi brani sono la title track e l’intensa Love Is A Wild Thing. Oh, What A World inizia a metà fra Bon Iver e Daft Punk, ma poi vira su territori più conosciuti a Kacey. Convincono meno Butterflies e Happy & Sad, che sono non per caso anche i pezzi più “conservatori” del lavoro.

I testi della Musgraves rimandano soprattutto a temi legati all’amore, soprattutto a relazioni passate, quando lei canta per esempio “Sunsets fade and love does too” in Space Cowboy, oppure “All I need’s a place to land” in Wonder Woman. Tutto, però, ha una conclusione lieta in Rainbow, che già nel titolo racchiude il messaggio che la cantante ha infine trovato una sorta di pace interiore.

In conclusione, la bella Kacey Musgraves ha tutto per sfondare: grande fascino, talento compositivo non comune, abilità canora e presenza scenica. Che sia lei la prossima stella del country, famosa non solo in America?

Voto finale: 8.

Cardi B, “Invasion Of Privacy”

cardi b

L’esordio discografico della rapper americana Cardi B, anticipato dal celeberrimo singolo Bodak Yellow e da molti altri in cui spiccavano collaborazioni con SZA e Chance The Rapper, è sorprendente. Molti haters pensavano che lei sarebbe stata sopraffatta dalla pressione di produrre un CD all’altezza di quel primo singolo, ma lei non ha deluso. Affrontando generi molto differenti, pur restando nel sentiero a lei più congeniale della trap, Cardi B è riuscita a parlare della sua “prima vita” non risultando monotona, anzi essendo coinvolgente, forte e fragile allo stesso tempo.

Ma andiamo con ordine. “Invasion Of Privacy” ha almeno due pregi: la lunghezza e il numero di canzoni sono pienamente accettabili (13 pezzi per 49 minuti) e la franchezza di Belcalis Almanzar (questo il vero nome di Cardi B) nel parlare anche dei fatti più brutti da lei vissuti è ammirevole. Abbiamo versi notevoli come “I write a verse while I twerk”, in She Bad, riferimento al suo passato da spogliarellista che sognava di diventare una famosa rapper; oppure “Those comments used to kill me. But never did I change, never been ashamed”, in Best Life: i commenti sono superflui.

Musicalmente, come già anticipato, il disco si inserisce nel filone trap che sta diventando dominante nel rap moderno: non a caso fra i collaboratori ingaggiati da Cardi B troviamo i Migos, grandi esponenti del genere. Nondimeno, anche chi non ama alla follia la trap può trovare qualcosa di interessante: dal rap melodico e non troppo carico di Get Up 10, al rap-gospel di Best Life (dove non a caso compare Chance The Rapper), al reggae di I Like It per finire con il pop suadente di Ring. Insomma, un cocktail sonoro esplosivo, impreziosito dalle collaborazioni con SZA, Chance The Rapper, Migos, Kehlani e 21 Savage.

Non tutto fila liscio: quando si prendono tutti questi rischi, è fisiologico. Non convincono appieno Money Bag e Bartier Cardi, ma i risultati complessivi sono comunque accettabili. Complessivamente, dunque, “Invasion Of Privacy” è un buon esordio per Cardi B, che probabilmente in futuro avrà modo di affinare ulteriormente il suo stile. Le premesse per una carriera radiosa ci sono tutte: puntare contro di lei si è rivelato un errore.

Voto finale: 7,5.

Frankie Cosmos, “Vessel”

vessel

Il terzo album di Greta Kline, meglio conosciuta con il nome d’arte Frankie Cosmos, è un ulteriore approfondimento dell’indie rock che l’ha resa celebre. Non il suo lavoro migliore, però senza dubbio merita un ascolto attento, sia per le canzoni presenti che per le liriche, sempre pungenti.

Il grande problema di “Vessel” è l’eccessiva frammentarietà: stiamo parlando di un disco composto da 18 canzoni ma di soli 33 minuti di durata! Molte infatti non raggiungono nemmeno i due minuti. Non è un caso, tuttavia, che le più belle siano quelle più rifinite: per esempio Caramelize e Being Alive. In effetti, “Vessel” ha il suo fascino, in un certo senso, proprio in questo senso di indeterminatezza: sembra di aver sorpreso un artista nel bel mezzo della lavorazione.

Testualmente, la Kline si conferma molto abile nel fotografare la condizione dei ventenni contemporanei, sospesi fra precarietà e voglia di vivere. Tra le liriche più efficaci abbiamo “Being alive matters quite a bit, even when you feel like shit”, contenuta in Being Alive, e “I wasn’t built for this world. I had sex once, now I’m dead”, in Cafeteria. In generale, dunque, traspare un certo pessimismo per il futuro, non inusuale in Greta e in molti giovani.

Tra i brani migliori abbiamo le già citate Caramelize e Being Alive; molto carina anche Jesse. Convincono meno i pezzi più abbozzati, come Bus Bus Train Train e gli intermezzi (addirittura sotto al minuto) Hereby, Ur Up? e My Phone. Peccato, perché con questi pezzi definitivamente compiuti avremmo avuto risultati migliori.

In generale, pertanto, l’evoluzione di Frankie Cosmos ha subito una battuta d’arresto, non tanto in termini di qualità quanto in termini di compiutezza dei brani ed eccessiva frammentarietà della tracklist. Risolti questi due problemi, la Kline potrebbe regalarci il lavoro superbo che tutti sappiamo essere nelle sue corde.

Voto finale: 7,5.

The Weeknd, “My Dear Melancholy, EP”

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Il nuovo lavoro di Abel Tesfaye è un breve EP, composto da sei canzoni e della durata di 21 minuti: un disco agile, finalmente, dopo due album buoni ma penalizzati da un eccessivo numero di canzoni come “Beauty Behind The Madness” (2015) e “Starboy” (2016). Le sonorità di The Weeknd, inoltre, segnano un ritorno alle origini per l’artista canadese: l’R&B oscuro di “My Dear Melancholy,” riporta ai primi tre mixtape pubblicati da Tesfaye, in particolare “House Of Balloons” (2011). Il problema è che le canzoni non sono così innovative ed efficaci come suonavano i pezzi della trilogia di mixtape pubblicati ormai sette anni fa.

Abbiamo senza dubbio una produzione raffinata e un mixaggio ottimo, ma la sostanza dei pezzi è meno consistente: tra i migliori abbiamo Try Me e Calling Out My Name, mentre sono meno riusciti Wasted Times e la conclusiva Privilege.

La cover, molto scura, come il titolo “My Dear Melancholy,”, con quella virgola messa in fondo, fa capire che il lavoro è più diretto ad affrontare i demoni interni di Abel, fatti di cadute in depressione e uso di droghe, che per parlare di temi universali, quasi si trattasse di una lettera a sé stesso.

In generale, dunque, non siamo certo di fronte ad un lavoro rivoluzionario, ma The Weeknd cerca con questo buon EP di ingraziarsi quella fetta del suo (immenso) pubblico che non aveva gradito troppo la svolta pop intrapresa a cavallo fra mixtape ed album veri e propri. Un buon punto di (ri)partenza, aspettando di capire se la popstar canadese tornerà in territori R&B anche nel suo prossimo CD oppure rimarrà sul pop à la Michael Jackson che lo ha reso celebre.

Voto finale: 7.

 

Recap: settembre 2017

Settembre è di solito un mese intenso per la musica: il 2017 conferma questa tendenza, con ritorni attesi e band letteralmente risorte. Parliamo infatti dei nuovi lavori di Neil Young, LCD Soundsystem, Horrors, Killers e The National: cinque artisti di cui davvero sentivamo la mancanza. E che, cosa ancora più importante, non hanno deluso le aspettative. Ma andiamo con ordine.

LCD Soundsystem, “American Dream”

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Ma siamo nel 2017? La domanda sembra mal posta, visto che siamo ormai nella parte finale dell’anno. Tuttavia, ha un (minimo) senso: gli LCD Soundsystem si erano sciolti nell’ormai lontano 2011, con un concerto finale avvenuto al Madison Square Garden, riempito fino all’ultimo posto, con più di tre ore di musica e ospiti di spessore (come gli amici Arcade Fire). L’ultimo LP di inediti è del 2010, quel “This Is Happening” che li aveva tanto fatti amare anche da un pubblico più ampio: la hit I Can Change era addirittura finita sul videogioco FIFA11! Insomma, sembrava scritto che la band acquistasse sempre più visibilità, invece James Murphy e compagni avevano deciso di chiudere baracca e burattini. Una mossa apparentemente folle, in realtà coraggiosa e coerente con il loro percorso artistico: in You Wanted A Hit, non a caso, se la prendevano con la loro casa discografica che aveva quasi imposto loro di scrivere una hit radiofonica, altrimenti il contratto sarebbe terminato.

Ciò non significa che i membri del gruppo siano rimasti inattivi negli scorsi anni: Murphy si è dato alla produzione e a collaborazioni eccellenti (Arcade Fire, David Bowie), gli altri membri hanno suonato con band affini (come Al Doyle, che ha collaborato con gli Hot Chip) oppure si sono dati a DJ sessions. Poi, nel 2016, l’annuncio shock, tanto atteso dai fans del gruppo: gli LCD tornavano insieme. Da qui in poi è storia: i loro concerti erano sempre attesissimi e i membri cercavano di ritrovare l’antica chimica, fra hit intramontabili come All My Friends e Losing My Edge e nuovi brani.

Ancora più significativa fu la notizia che la band stava registrando un nuovo disco: “American Dream”, questo il titolo, sarebbe uscito il 1° settembre. L’attesa era altissima: si sarebbero ripetuti su eccellenti livelli oppure il tutto era solo un’operazione per fare soldi? Conoscendo Murphy, la seconda alternativa sembrava improbabile; fatto confermato dal CD, che entra a pieno diritto fra i migliori del 2017 e merita un posto di rilievo nella discografia degli LCD Soundsystem.

L’inizio di Oh Baby è lentissimo, ma poi la canzone sboccia e diventa irresistibile: sì, gli LCD sono tornati al top della condizione. Poi abbiamo due canzoni destinati ai fan duri e puri del gruppo, che ricordano le atmosfere di “Sound Of Silver” (2007), ma convincono meno: sono rispettivamente Other Voices e I Used To. La carichissima Change Yr Mind sarà ottima live, ma su disco è solo passabile; la meraviglia arriva con la lunga How Do You Sleep?, highlight del disco e molto polemica: Murphy canta contro un suo ex partner di lavoro, Tim Goldsworthy, che lo ha insultato ultimamente e ha intentato causa contro Murphy per una presunta truffa da lui subita. Il tono del brano, non a caso, è molto cupo; la canzone è però ottima e trascinante.

La seconda parte del disco è più rock della prima, probabilmente anche più oscura e disincantata: è qui che liricamente gli LCD danno il meglio. La title track si prende gioco del cosiddetto “sogno americano” e ne proclama la fine; Black Screen, la lunghissima suite finale, è dedicata a Bowie, artista di cui Murphy era fan sin da bambino. Sono tre le tracce da evidenziare, non a caso lanciate come singoli per promuovere il CD: Tonite ricorda molto One Touch ed è la traccia più dance del disco; Call The Police è una cavalcata punk davvero epica, mentre la già citata American Dream è una ballata indimenticabile.

In poche parole, non è l’album migliore della produzione degli LCD Soundsystem (“Sound Of Silver” è inarrivabile), nondimeno questo “American Dream” era un CD davvero necessario per completare l’eredità artistica del gruppo: se stavolta gli LCD decideranno davvero di chiuderla qui, non era pronosticabile un disco di addio così potente e riuscito, sia liricamente che musicalmente.

Voto finale: 8,5.

The National, “Sleep Well Beast”

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Il settimo album dei The National, uno dei gruppi indie rock più famosi e apprezzati della scena americana, è anche il loro lavoro più intimo e cupo: le sonorità del CD sono molto raccolte, con il piano che ha un’importanza maggiore rispetto ai precedenti lavori del gruppo, anche di LP più maturi come gli eccellenti “High Violet” (2010) e “Trouble Will Find Me” (2013).

Il tutto è già evidente dalla prima traccia: Nobody Else Will Be There ricorda i Radiohead per la tristezza che emana, con un Matt Berninger protagonista con la sua voce bella e profonda. La seconda canzone, Day I Die, è forse la miglior del disco e mette invece ancora una volta in evidenza la base ritmica dei The National, con i fratelli Dessner al top della condizione: la chitarra di Bryce regala rasoiate bellissime, ma anche il basso si fa sentire. Stiamo parlando di uno fra i migliori pezzi indie rock dell’anno: pensare che sia stato scritto da una band con quasi venti anni di carriera alle spalle è impressionante.

I pezzi più rock si confermano i migliori del lotto: sono ottime anche The System Only Dreams In Total Darkness e Turtleneck, a buon diritto fra tra gli highlights del disco. Del resto, però, i The National sono famosi per aver imparato a fondere, nel corso della loro splendida carriera, rock e melodia: così anche pezzi con pianoforte preponderante come la già citata Nobody Else Will Be There o la title track conquistano man mano che se ne scoprono i dettagli.

Peccato per pezzi meno belli, che sembrano compiuti solo a metà: forse i numerosi progetti solisti intrapresi dai membri del gruppo negli ultimi anni hanno influito. Ne sono esempi Born To Beg e I Still Destroy You, strano esperimento elettronico che poi evolve in una canzone rock un po’ frenetica. Migliore invece la ipnotica Guilty Party. In generale, però, sebbene non siamo dalle parti dei capolavori (sì, al plurale) della band, come “Alligator” o “High Violet”, questo “Sleep Well Beast” non sfigura nella discografia dei The National, che anzi si confermano band imprescindibile per gli amanti del rock, dall’indie a quello più raffinato.

Voto finale: 8.

The Horrors, “V”

The horrors

Dopo quattro album sempre più arditi, gli Horrors sono tornati: con “V” il gruppo inglese stupisce ancora una volta il proprio pubblico, cimentandosi con l’acid rock e il synth rock tipici rispettivamente degli U2 in “Achtung Baby” e dei Depeche Mode. Ma possiamo citare anche le influenze di Primal Scream e Cure come fondamentali. Insomma, Badwan e compagni non tradiscono le aspettative, ancora una volta: possiamo dire senza tema di smentita che gli Horrors sono fra le cinque-sei band rock più significative al momento, la loro capacità di reinventarsi ad ogni CD ne è la dimostrazione.

Tre anni dopo il pregevole “Luminous”, gli Horrors piazzano come sempre i migliori brani nella prima parte del disco, per poi virare verso lidi più sperimentali nella seconda. La prima canzone della tracklist, Hologram, presenta sintetizzatori e basso in prima linea, con la bella voce di Faris Badwan ad amalgamare il tutto: già un primo assaggio della svolta presente in “V” è proposta qua. La successiva Press Enter To Exit, accanto ad una critica della moderna società digitale, ricorda molto il rock acido dei Primal Scream e degli U2 dei primi anni ’90 del secolo scorso. La fantastica triade iniziale è completata dal primo singolo estratto dal disco, quella Machine quasi industrial che ricorda molto i Nine Inch Nails.

Insomma, gli ingredienti del CD sono già presenti nei primi tre brani della scaletta. A completare la tavolozza sonora sono alcune ballate, sulla falsariga di quella Change Your Mind che, in “Luminous”, aveva fatto storcere il naso ai fans duri e puri del gruppo, ma che tuttavia era ben riuscita e aggiungeva un tocco romantico agli Horrors prima sconosciuto. Tra le migliori in “V” abbiamo Ghost e Gathering. Belle anche World Below e la sperimentale Weighed Down. Meno riuscita It’s A Good Life, ma è un peccato veniale in un LP ottimo.

In generale, quindi, “V” non raggiunge le vette compositive di “Primary Colours” (2009) e “Skying” (2011), nondimeno aggiunge un altro capitolo molto interessante alla discografia degli Horrors, sempre più a buon diritto inseribili fra i gruppi di musica alternativa più significativi del nuovo millennio.

Voto finale: 8.

The Killers, “Wonderful Wonderful”

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Dopo ben cinque anni di assenza, un album solista del frontman Brandon Flowers (il gradevole “The Desired Effect” del 2015) e molte voci sul futuro incerto della band, i Killers sono tornati. Migliorare un album debole come “Battle Born” è difficile e facile allo stesso tempo: fare meglio non sarà stato complicato, ma tornare ai fasti dei primi due CD, “Hot Fuss” (2004) e “Sam’s Town” (2006), sembrava impossibile. Questo “Wonderful Wonderful”, al di là del titolo baldanzoso, non replica la bellezza dei due album appena citati, tuttavia regala nei suoi momenti migliori alcune melodie davvero notevoli.

L’inizio, con la title track, è incerto, ma già con The Man, primo singolo utilizzato per promuovere il disco, le cose migliorano: una melodia quasi R&B, ballabile e con testo non banale, dati i riferimenti a sessualità e mascolinità esibita presenti. La vera meraviglia arriva però con Run For Cover, la miglior traccia a firma Killers dai tempi di Human (2008): ritmo potente, chitarra di Dave Keuning in grande evidenza e voce di Flowers al top della condizione. Tra le curiosità, contiamo una traccia prodotta da Brian Eno (la non indimenticabile Some Kind Of Love) e una produzione ancora più curata e “barocca” del solito, con Paul Epworth: segno della rinnovata ambizione del complesso americano e del desiderio di non deludere nuovamente i fans.

In generale, abbandonati i riferimenti a Bruce Springsteen presenti nello sfortunato “Battle Born”, i Killers sono tornati a suonare quello che sanno fare meglio: far ballare il pubblico con canzoni sospese a metà fra rock e pop, chiari rimandi agli anni ’80 (Queen in particolare), con un frontman carismatico e dotato di una voce magnifica come Brandon Flowers a comandare le operazioni. Niente di radicalmente innovativo, insomma; ma per un gruppo che suona insieme da sedici anni e da almeno dieci gode di grandissimo successo (basti ricordare le ormai classiche Mr. Brightside e Somebody Told Me), può bastare.

Voto finale: 7.

Neil Young, “Hitchhiker”

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L’album perduto di Neil Young: ecco la miglior definizione per un CD dal sapore quasi mitico come “Hitchhiker”. Registrato durante una notte trascorsa agli Indigo Ranch Studios nel 1976, questo album era visto da molti fan dell’artista canadese come un qualcosa di leggendario, quell’album che Neil Young non aveva mai portato alla luce. Tuttavia, va detto otto delle dieci canzoni dell’album erano già apparse nella sterminata discografia di Young: le uniche due completamente inedite sono Hawaii e Give Me Strength. Tuttavia, risentire pezzi celeberrimi come Pocahontas o Captain Kennedy fa sempre piacere, soprattutto in versioni così semplici e spontanee, che rendono il CD davvero gradevole, sebbene non ci dica nulla di nuovo sul talento dell’artista Young: sono più interessanti le rivelazioni sull’uomo Neil.

L’artista canadese, infatti, scrive delle liriche davvero bizzarre, con riferimenti sparsi a Marlon Brando, Pocahontas, Kennedy e Nixon, senza però perdere il suo caratteristico pessimismo sul mondo e la politica. Musicalmente, il disco presenta un Neil Young in buona forma, con chiari riferimenti al country e al folk: da evidenziare in particolare, come già ricordato, le prime versioni di Pocahontas e Captain Kennedy, ma è bella anche la title track. Non particolarmente memorabili invece Human Highway e Old Country Waltz, ma non intaccano eccessivamente il giudizio su “Hitchhiker”.

In conclusione, non parliamo certamente del capolavoro della discografia di Neil Young: per questo titolo lottano “After The Gold Rush” e “Harvest”. Tuttavia, ascoltare canzoni così semplici ma contemporaneamente affascinanti ci fa comprendere come, anche se allucinato da canne, birra e cocaina (questo il menù giornaliero di Young, come da lui stesso dichiarato nel memoir “Special Deluxe”), l’artista canadese sapesse creare comunque qualcosa di significativo.

Voto finale: 7.

I 50 migliori album del 2016 (25-1)

Eccoci arrivati alla seconda (e ultima) parte della nostra classifica dei 50 migliori album del 2016. Nella prima sezione avevamo grandi nomi, come Green Day, Last Shadow Puppets e Rihanna: cosa conterrà la parte più alta della lista? Buona lettura.

25) Sturgill Simpson, “A Sailor’s Guide To Earth”

(COUNTRY)

Può il country regalare emozioni al di fuori degli Stati Uniti? Sì, se il cantante riesce a veicolare messaggi universali con orchestrazioni non banali, rimostranza che ci sentiamo di fare a molti musicisti country più “tradizionali”. Ebbene, Sturgill Simpson riesce a fare suo questo insegnamento nel suo terzo LP “A Sailor’s Guide To Earth”: colpiscono soprattutto l’uso di strumenti inusuali per il genere, come trombe e sassofono, oltre ai frequenti cambi di ritmo presenti nelle 9 canzoni che compongono l’album. Tra di esse ricordiamo in particolare Welcome To Earth (Pollywog), Breakers Roar e la conclusiva Call To Arms. Meno riuscita la ballata Oh Sarah, ma i risultati complessivi sono comunque davvero lodevoli.

24) Cat’s Eyes, “Treasury House”

(POP)

I Cat’s Eyes sono un duo, formato dal cantante degli Horrors Faris Badwan e dalla soprana italo-canadese Rachel Zeffira. Il contrasto fra la voce profonda di Faris e quella fragile di Rachel aveva già segnato il trionfo dell’esordio della band, l’omonimo “Cat’s Eyes” del 2011. Lo stile si distanzia molto da quello caratteristico degli Horrors: addio rock alternativo e sperimentalismo, dentro un pop da camera raffinato e suadente. Sembra quindi che Badwan, dopo il pregevole “Luminous” (2014), abbia voluto di nuovo dare sfogo al suo lato più romantico; e i risultati sono di nuovo eccellenti. Le 11 canzoni che compongono il CD sono tutte ben prodotte e curate, perfette per trascorrere 35 minuti di calma e serenità. Spiccano in particolare la title track, Chameleon Queen e la bellissima Names Of The Mountains, che ricorda gli xx. Riuscita anche Standoff, la melodia più elettronica presente nell’album. Invece Be Careful Where You Park Your Car ricorda addirittura i White Stripes, anche nel titolo. Insomma, un piccolo gioiello da parte di due fra i più talentuosi musicisti della loro generazione.

23) PJ Harvey, “The Hope Six Demolition Project”

(ROCK)

La veterana dell’alternative rock britannico PJ Harvey è ormai giunta al nono album di inediti, ma non dà alcun segno di cedimento: l’ispirazione continua ad essere ottima e la voglia di commentare le scelte politiche occidentali non è venuta meno. “The Hope Six Demolition Project” non raggiunge le vette del precedente CD “Let England Shake”, ma è un altro tassello di una carriera davvero notevole. L’inizio è particolarmente efficace: The Community Of Hope e The Ministry Of Defence sono potenti ballate rock, con testi che descrivono efficacemente le periferie americane e gli errori compiuti dall’Occidente nelle guerre degli anni passati. Abbiamo altri pezzi squisiti come River Anacostia e la conclusiva Dollar, Dollar; peccato per pezzi deboli come The Ministry Of Social Affairs, troppo prolissa, e The Orange Monkey. Ma il voto finale non può che essere positivo, così come lusinghiera è la posizione in questa lista dei migliori album del 2016.

22) Danny Brown, “Atrocity Exhibition”

(HIP HOP)

Il quarto album di Danny Brown segue gli acclamati “XXX” (2011) e “Old” (2013), che dopo l’esordio “The Hybrid” (2010) hanno segnato una crescita vertiginosa nella qualità delle canzoni e nella popolarità del giovane rapper statunitense. Malgrado questo crescente successo, Brown nelle sue canzoni tratta sempre temi complessi e legati alla sua personale esperienza: suicidio, redenzione… “Atrocity Exhibition” (titolo preso da una canzone dei Joy Division) non fa eccezione: abbiamo ritmiche spesso opprimenti e non orecchiabili, a testimonianza che lo sperimentalismo di Brown non è venuto meno. In generale, nelle 15 canzoni che compongono il CD impressiona soprattutto la parte iniziale; abbiamo brani generalmente veloci, che rendono i 48 minuti dell’album frammentati e non semplici. La pazienza richiesta per entrare in “Atrocity Exhibition” viene però ripagata: un LP rap così efficace e ardito non è per nulla comune. I pezzi migliori sono Tell Me What I Don’t Know, la potentissima Really Doe (con la collaborazione nientepopodimeno che di Kendrick Lamar, Earl Sweatshirt e Ab-Soul) e l’ossessiva When It Rain. La dolce Get Hi sembra preannunciare una svolta nella produzione del rapper americano: sarà mantenuta? Infine, sono da sottolineare le numerose influenze nei suoni presenti nelle basi: Joy Division, Talking Heads, New Order… I rimandi sono molteplici e sempre centrati. Insomma, sembra proprio che la “trilogia” iniziata con “XXX” si concluda con questo “Atrocity Exhibition”: non era semplice mantenere un livello così alto per tre CD consecutivi e rendere gradevole una voce particolare come quella di Brown. Missione compiuta.

21) James Blake, “The Colour In Anything”

(ELETTRONICA – POP)

James Blake ha voluto strafare: 17 canzoni per “The Colour In Anything”, suo terzo album dopo l’eponimo esordio (2011) e “Overgrown” (2013). Durata superiore ai 70 minuti, cura dei minimi dettagli di voci e orchestrazione: ecco le principali caratteristiche del CD. Il risultato, a ben pensarci, poteva essere anche migliore: alcuni pezzi sono leggermente sotto la media (per esempio la title track e la conclusiva Meet You In The Maze). In generale, infatti, Blake non è mai stato così ispirato: pezzi come Radio Silence, Timeless, Always e la strana Points sono belli come i migliori pezzi mai scritti dal giovane cantautore inglese. La voce poi è sempre ottima, così come l’intreccio fra post-dubstep, pop ed elettronica soft. Insomma, davvero un peccato: “The Colour In Anything” poteva essere il capolavoro di una carriera già pregevole, invece l’eccessiva lunghezza e le troppe canzoni rischiano di compromettere il risultato finale. Niente di cui disperarsi però: il percorso è quello giusto. Se James non vorrà strafare anche la prossima volta, ne sentiremo delle belle.

20) The 1975, “I Like It When You Sleep, For You Are So Beautiful Yet So Unaware Of It”

(ROCK – POP – ELETTRONICA)

Il gruppo inglese The 1975, capitanato dal vulcanico Matt Healy, scatena reazioni molto diverse nel pubblico: o lo si ama o lo si odia. Il loro secondo album, già dal titolo, è destinato a rinfocolare questa diatriba: troppo lungo, oppure dimostra una volta di più la grande ambizione e sicurezza nei propri mezzi della band? E ancora: le 17 canzoni, con 4 ambient à la Brian Eno, non saranno troppe (senza contare i 73 minuti di durata)? Beh, diciamo che entrambe le parti hanno delle ragioni e dei torti: è vero, troppo spesso l’album eccede in gigioneria o brani fin troppo simili fra loro, ma vale anche il fatto che un CD così divertente e imprevedibile erano anni che non lo sentivamo. Inoltre, sarà pur vero che la band britannica musicalmente non inventa nulla, con chiarissimi riferimenti a Police, Tears For Fears, My Bloody Valentine e M83 presenti qua e là; tuttavia, un revival così efficace degli anni ’80 non è facile da produrre. Ma quindi, in conclusione, qualcuno si starà chiedendo: ma da che parte stai? La mia personale opinione è che un gruppo capace di passare da un esordio zoppicante (con Phoenix e Strokes come riferimenti) a un LP variegato come questo “I Like It When You Sleep, For You Are So Beautiful Yet So Unaware Of It” (e pezzi bellissimi come A Change Of Heart, She’s American, Loving Someone e The Ballad Of Me And My Brain) ha un talento fuori dal comune. Se i quattro ragazzi metteranno a freno la loro smodata ambizione, potrebbe davvero essere che la “Next Big Thing” della musica inglese siano loro.

19) Nicolas Jaar, “Sirens”

(ELETTRONICA)

Nicolas Jaar, giovane speranza della scena elettronica, cerca di trasmettere messaggi universali mediante un CD di musica elettronica. “Sirens” è solamente il secondo disco vero e proprio della sua carriera: nel precedente “Space Is Only Noise” (2011) aveva fatto gridare al miracolo per la sua naturale capacità di mescolare ambient e dance, in un raffinato mix di brani eterei e altri più carichi. Nel nuovo lavoro, Jaar non cambia una formula che si era rivelata vincente, limitandosi ad affinarla; le novità più gustose risiedono nei testi delle sei canzoni che compongono “Sirens”. Già nella prima canzone in scaletta, la misteriosa Killing Time, Jaar inizia subito a farci capire come la pensa riguardo all’economia: “money, it seems, needs its working class”. Abbiamo poi la potente The Governor, dove le origini cilene del nostro vengono prepotentemente alla luce: i richiami alla feroce dittatura di Pinochet sono forti nei versi “we’re all just rolling, the mothers have sunk, all the blood’s hidden in the Governor’s trunk.” Il più importante momento politico risiede però in No, cantata in spagnolo da Jaar, dove oltre a una sua conversazione con il padre Alfredo abbiamo la lirica “ya dijimos no, pero el si està en todo”, rimando al referendum dove i cileni decisero di votare no alla dittatura di Pinochet, condannandosi ad anni tragici di ritorsioni e vendette dei fedeli al regime. Musicalmente parlando, le poche tracce di “Sirens” farebbero pensare ad un LP breve, ma in realtà si superano i 46 minuti di durata; gli highlights sono la già citata The Governor e Three Sons Of Nazareth, uno dei migliori brani mai scritti da Nicolas. Insomma, stiamo parlando di uno dei più brillanti talenti della scena elettronica mondiale: “Sirens” non fa che cementarne lo status.

18) Hamilton Leithauser + Rostam, “I Had A Dream That You Were Mine”

(POP)

La collaborazione fra l’ex frontman dei Walkmen Hamilton Leithauser e l’ex multi-strumentista dei Vampire Weekend Rostam Batmanglij risulta in un buon CD: 10 canzoni che guardano fortemente al passato, soprattutto agli anni ’60 -’70 del secolo scorso. Colpiscono positivamente soprattutto due cose: la produzione dell’album, impeccabile e ricca di particolari deliziosi (le voci alla fine di When The Truth Is… e durante 1959, il banjo in Peaceful Morning tra i migliori) e la duttilità della voce di Leithauser, mai stato così vario in un singolo album (addirittura in una canzone, come nella bella Sick As A Dog). Detto questo, chi cerca invenzioni clamorose musicalmente parlando forse non gradirà troppo questo “I Had A Dream That You Were Mine”. Viceversa, gli amanti di Walkmen e Vampire Weekend ritroveranno molti tratti caratteristici delle due band: orecchiabilità, coesione sonora e rilettura dei classici, per esempio. Le canzoni migliori sono l’iniziale A 1000 Times, dolce canzone d’amore; le già citate Sick As A Dog e 1959; e Rough Going (I Won’t Let Up), quasi jazz. Il capolavoro vero però è When The Truth Is…, perfetta melodia, condita con pianoforte e strumentazione minimale, tutta farina del sacco di Rostam; la voce di Leithauser accompagna perfettamente il tutto. Niente di paragonabile a “Modern Vampires Of The City” (2013), l’album della definitiva consacrazione dei VW, però certamente un LP godibile e curato, che riporta nel pieno della forma due tra le menti più creative del mondo indie americano. Una vera delizia pop d’autore.

17) Anderson .Paak, “Malibu”

(HIP HOP)

Il giovane Anderson è già al secondo album di inediti: il primo, “Venice” (2014), era passato nel sostanziale anonimato, pur essendo di qualità discreta. È proprio con “Malibu” che il rapper statunitense è definitivamente esploso: era da tempo che non sentivamo una così sapiente miscela di soul, R&B e hip hop. Immaginate di ascoltare Kendrick Lamar che scimmiotta D’Angelo e Frank Ocean e avrete una vaga idea della maestria di Anderson .Paak. Parlando strettamente di musica, brani pregevoli non mancano: in particolare le prime due tracce, TheBird e Heart Don’t Stand A Chance, impressionano l’ascoltatore. Non dobbiamo però sottovalutare il resto di “Malibu”: la elettronica Am I Wrong, la trascinante Come Down e la chiusura di The Dreamer sono davvero notevoli. Peccato per due-tre tracce non riuscite: ricordiamo Your Prime e la breve Water Fall (Interluuube). Insomma, ancora una volta Dr. Dre aveva visto lungo ingaggiando Anderson .Paak per la sua casa discografica, ormai sempre più fucina di grandi talenti: la presenza in “Compton” (l’album dell’anno scorso che ha chiuso la carriera di Dre) ha senza dubbio spinto al rialzo le quotazioni di Anderson, ma la stoffa resta ottima. Uno dei migliori album hip hop dell’anno (Kanye permettendo) e uno dei più riusciti esordi degli ultimi anni.

16) Suede, “Night Thoughts”

(ROCK)

Si parla dei Suede ormai da 27 anni: la band inglese si è infatti formata nel lontano 1989, ma la qualità delle loro canzoni non è mai venuto meno. Tra i pionieri del britpop inglese, genere che poi ha visto affermarsi band fondamentali come Oasis, Blur e Verve, i Suede si sono sempre contraddistinti per l’oscuro fascino dei loro album, tanto da diventare simbolo del rock inglese più dark. Brett Anderson e soci, dopo la reunion del 2010, hanno pubblicato due ottimi lavori come “Bloodsports” (2013) e il qui presente “Night Thoughts”, due magniloquenti opere rock che nulla hanno da invidiare ai CD degli esordi dei Suede. “Night Thoughts” è composto da 12 pezzi, con highlights assoluti come le iniziali When You Are Young (ricca di archi nell’orchestrazione) e la potente Outsiders, senza dimenticarci Like Kids. Interessante la scelta di riprendere When You Are Young in chiusura con la breve When You Were Young, a testimonianza che il modello erano i Beatles di “Sgt. Pepper”: non siamo arrivati a quei livelli, ovviamente, ma i risultati sono assolutamente accettabili. In conclusione, un altro capitolo prezioso è stato aggiunto alla già ottima carriera dei Suede, uno dei gruppi più sottovalutati del panorama musicale moderno, ma capaci di regalare perle come questo “Night Thoughts”.

15) Car Seat Headrest, “Teens Of Denial”

(ROCK)

Il secondo album di Toledo e co. per l’etichetta Matador conferma come i Car Seat Headrest (nome alquanto incomprensibile, ma tant’è) siano una delle realtà più interessanti del nuovo indie rock mondiale. Un album molto lungo e per certi versi difficile, questo “Teens Of Denial”: oltre 70 minuti di durata, brani molto lunghi (uno addirittura oltre 12 minuti!) e continui cambi di ritmo. Proprio qui, del resto, risiede il fascino del CD: Toledo, con voce sempre intonata e sul pezzo, descrive gli effetti che il consumo di droghe ha su di lui e sui suoi amici, tanto che il lavoro diventa un vero e proprio inno contro il consumo di stupefacenti. Belle canzoni ne abbiamo, ovviamente: dalle due iniziali Fill In The Blank e Vincent, alle infinite (ma gradevoli) Cosmic Hero e The Ballad Of Costa Concordia (vi ricorda qualcosa?), il nuovo LP dei Car Seat Headrest è un trionfo di chitarre rutilanti e batteria potentissima. Tra i migliori album rock dell’anno.

14) Kanye West, “The Life Of Pablo”

(HIP HOP)

Si può criticare Kanye West per mille motivi: eccessivamente egocentrico, megalomane, arrogante… Insomma, la più grande superstar dell’hip hop non ha un carattere facile. Musicalmente, però, niente da dire: senza di lui mancherebbe gran parte della musica rap moderna. “The Life Of Pablo” conferma la classe di Kanye: brani potenti e bellissimi come Famous, Real Friends, la perla gospel Ultralight Beam e Waves sono tra i migliori dell’anno. Da sottolineare poi il parco ospiti sterminato: Chance The Rapper, Frank Ocean, Kendrick Lamar, The Weeknd… insomma, un ensemble da sogno. Top 15 pienamente meritata. Soprassediamo sulle ultime vicende che hanno colpito Yeezy: i gossip passano, la musica resta.

13) Blood Orange, “Freetown Sound”

(HIP HOP – SOUL)

La musica black ha trovato in Devonté Hynes (conosciuto con il nome d’arte di Blood Orange) un nuovo grande interprete: pur non inventando nulla di nuovo, il giovane cantante pubblica un CD molto bello, caratterizzato da tematiche difficili come le lotte razziali passate e presenti che hanno colpito gli Stati Uniti e le diseguaglianze rintracciabili nella società americana. Musicalmente, Hynes recupera le sonorità di Prince e Michael Jackson, creando un mix di funk, soul e hip hop molto affascinante. I migliori brani sono Augustine, Best To You, Juicy 1-4 e Hadron Collider (dove canta Nelly Furtado). Da sottolineare le collaborazioni presenti nel CD: oltre a Furtado abbiamo Carly Rae Jepsen e Debbie Harry, altri due pezzi grossi della musica pop contemporanea e del recente passato. “Freetown Sound” sarà troppo lungo e a volte meno efficace (troppi gli intermezzi musicali, per esempio), ma i risultati complessivi sono notevoli.

12) Chance The Rapper, “Coloring Book”

(HIP HOP – GOSPEL)

Il terzo mixtape del talentuoso Chance The Rapper è probabilmente il suo miglior lavoro fino ad ora. Dopo il bel mixtape “Acid Rap” del 2013, Chance era atteso al varco, ma “Coloring Book” non delude le attese di critica e pubblico. Il forte afflato religioso che pervade tutto l’album, infatti, aggiunge al consueto hip hop dell’artista un tocco gospel che affascina ancora di più l’ascoltatore. I pezzi davvero da ricordare sono No Problem, Summer Friends e Same Drugs (una piccola Pyramids). Nessuno dei 14 brani del resto è davvero fuori posto: i più deboli sono la collaborazione con Future (Smoke Break) e Mixtape, ma per il resto la qualità è davvero altissima. Possiamo senza dubbio premiare “Coloring Book” col titolo di miglior CD (da parte di un cantante maschile) di musica black dell’anno. Escluso Frank Ocean, ovviamente.

11) School Of Seven Bells, “SVIIB”

(ROCK – ELETTRONICA)

“SVIIB” è il quarto ed ultimo CD della band americana School Of Seven Bells. Nel corso della loro produzione, gli SVIIB (come viene spesso stilizzato il loro nome) hanno sempre cercato un connubio fra rock ed elettronica, un synth rock potente ma allo stesso tempo raffinato; senza dubbio, questo LP rappresenta l’apice di questa ricerca musicale. Di per sé i risultati sarebbero già buoni, ma lo sono ancora di più considerando che il duo conosciuto come School Of Seven Bells è stato colpito nel dicembre 2013 da un lutto terribile: Benjamin Curtis, la metà maschile del gruppo, è morto a causa di un linfoma e ha dunque lasciato il “compito” alla partner Alejandra Deheza di terminare “SVIIB”. Dunque, il fatto che l’album sia gradevole e riuscito è davvero sorprendente: sono belle soprattutto Ablaze (che inizia con il verso “how could I have known?”, espressivo della disperazione di Alejandra), On My Heart e la struggente Open Your Eyes. A Thousand Times More, poi, richiama addirittura lo shoegaze, anche se in forme più gentili dei My Bloody Valentine. Infine, This Is Our Time è una maestosa conclusione ad un piccolo capolavoro del 2016 come “SVIIB”. Insomma, un inaspettato trionfo, un lavoro sentito e bellissimo: un perfetto testamento alla carriera degli School Of Seven Bells e alla vita di Benjamin Curtis.

10) Leonard Cohen, “You Want It Darker”

(SOUL – FOLK)

La leggenda canadese del folk e della canzone d’autore Leonard Cohen, con il quattordicesimo album di inediti, ha nuovamente sconvolto i suoi fans. “You Want It Darker” sembrava in effetti un testamento musicale, un ultimo regalo a pubblico e critica fatto di melodie raccolte e un tono di voce più cupo che mai. Impressione purtroppo confermata dalla scomparsa del veterano Cohen, avvenuta lo scorso novembre. Tutto questo pareva avverarsi anche nei testi, molto poetici e profondi, cantati da Cohen: nella title track, egli afferma “I’m ready, my Lord”; in Leaving The Table canta invece “I’m leaving the table, I’m out of the game”. Musicalmente parlando, le melodie non sono orecchiabili e tantomeno sono ballabili, come nella gran parte dei precedenti CD di Leonard Cohen. D’altro canto, l’eleganza di brani come la title track e If I Didn’t Have Your Love non lascia indifferenti. In generale, vale lo stesso discorso fatto per David Bowie dopo l’uscita di “Blackstar”: non sarà il miglior LP della produzione del musicista canadese, ma rappresenta un magnifico modo di dire addio ai fans di una carriera davvero leggendaria. Leonard Cohen sembrava un uomo in pace con sé stesso, pronto a vedere cosa c’è dopo questa vita. E non è una cosa da poco. Addio, Maestro.

9) Beyoncé, “Lemonade”

(POP – R&B)

Il CD della vendetta per la più splendente star femminile della musica nera contemporanea. Grazie anche ad ospiti di assoluto livello (James Blake, Jack White, Kendrick Lamar tra gli altri), Bey convoglia tutta la rabbia contro il marito Jay-Z in “Lemonade”, con brani riusciti come Hold Up, Don’t Hurt Yourself e 6 Inch (con The Weeknd) come highlights. Beyoncé ha così composto il migliore album di una carriera già brillante: “Lemonade” è un esempio di come la musica possa diventare un’arma potentissima contro la discriminazione femminile e a favore della parità tra i sessi. Menzione particolare poi per lo spettacolare “visual album” che accompagna “Lemonade”: una collezione che raccoglie i video di ogni canzone contenuta nel CD. In poche parole: una delle opere più ambiziose degli ultimi anni, che senza dubbio risuonerà anche in futuro come un capolavoro pop di altissimo livello, sia musicale che artistico (nel senso più ampio del termine).

8) Anohni, “Hopelessness”

(ELETTRONICA)

La cantante degli Antony And The Johnsons, famoso gruppo pop, ha deciso di dare una svolta alla carriera componendo un album solista di raffinata musica elettronica, “Hopelessness”. Dopo aver proceduto al cambio di sesso, Antony Hegarty ha assunto il nome Anohni e ha scritto il miglior album di musica elettronica dell’anno. Già il titolo testimonia il pessimismo che permea molte liriche del CD: Anohni affronta temi difficili come il cambiamento climatico (nella bellissima 4 Degrees), i bombardamenti delle potenze occidentali sui paesi vittime di guerre civili (Drone Bomb Me) e la violenza sessuale sulle donne (Violent Men). La produzione di Hudson Mohawke e Daniel Lopatin (aka Oneohtrix Point Never) aggiunge dettagli preziosi a molti brani. Insomma, un LP politico di musica elettronica: sembrava un controsenso fino a pochi anni fa, ma grazie ad artisti come Anohni, Nicolas Jaar e Grimes la cosa è diventata plausibile. Un altro tassello ad una già ottima carriera è stato aggiunto con “Hopelessness” da parte del fu Antony Hegarty: speriamo che abbia trovato finalmente pace tramite questo radicale cambio di vita e di carriera.

7) Solange, “A Seat At The Table”

(R&B – SOUL)

Questo 2016 è stato caratterizzato da una buona quantità di CD che trattano dei problemi razziali tra neri e bianchi negli Stati Uniti, mescolando grande musica e impegno civile. La sorella minore di Beyoncé, Solange, con il suo terzo lavoro “A Seat At The Table” ha prodotto un notevole CD di pura black music, mescolando sapientemente R&B, funk e soul e rifacendosi ai pilastri del passato (James Brown, Michael Jackson e Prince soprattutto), con una spruzzata di elettronica in Don’t You Wait. La voce della più giovane delle sorelle Knowles ricorda molto quella di Queen Bey; le liriche trattano prevalentemente il tema dell’essere una donna afroamericana oggi, con tutto ciò che ne consegue in termini di discriminazione, ma anche di orgoglio e senso di appartenenza. Ricordiamo in particolare F.U.B.U. (cioè For Us, By Us) e l’iniziale Rise tra i brani migliori; ottimi anche Cranes In The Sky e Where Do We Go. Gli unici difetti di “A Seat At The Table” sono l’eccessivo numero di canzoni e la numerosità degli intermezzi, che rompono troppo spesso il fluire dei beat. In generale, però, Solange ha dimostrato che il talento in casa Knowles non è appannaggio solo della sorella maggiore.

6) Angel Olsen, “My Woman”

(ROCK)

Il terzo album della statunitense Angel Olsen è la sua definitiva consacrazione: possiamo infatti eleggere la bella Angel tra le voci femminili più importanti del panorama pop-rock contemporaneo. Inizialmente la sua musica rappresentava un buon connubio di folk, country ed indie rock. Con “My Woman”, però, il suo range sonoro si amplia: sono evidenti le influenze di Beach House, Fiona Apple e Joanna Newsom. Nel contempo, però, Olsen riesce ad aggiungere quel qualcosa in più che dà a “My Woman” un fascino tutto particolare: dal synth pop dell’iniziale Intern, passando per le lunghissime Sister (bellissimo pezzo indie) e Woman, fino ad arrivare alla conclusiva, intima Pops, la tonalità sempre cangiante della magnifica voce di Angel Olsen ci accompagna in un viaggio da cui è difficile uscire. Sembra proprio che con lei e Courtney Barnett il rock femminile abbia trovato due grandi interpreti.

5) Bon Iver, “22, A Million”

(FOLK – ELETTRONICA – SPERIMENTALE)

Dopo un capolavoro come “Bon Iver, Bon Iver” del 2011, Justin Vernon (il leader del progetto Bon Iver) si è preso del tempo per sé stesso, organizzando un nuovo festival musicale nella sua città natale, Eaux Claires, e seguendo la sua nuova creatura musicale, i Volcano Choir. Del resto, lui ha sempre detto che le canzoni vanno “sentite” nel cuore e che scrivere solo per accumulare denaro non fa per lui. Promessa mantenuta: il marchio Bon Iver ha prodotto solamente tre album e un EP in nove anni di vita. Pochi ma buoni, anzi ottimi: ogni passo della carriera di Vernon è sempre stato un viaggio magnifico, sia che fosse concentrato sui sentimenti del protagonista (come l’esordio “For Emma, Forever Ago” del 2007), sia che ci conducesse in località a volte vere, a volte immaginarie (come accade in “Bon Iver, Bon Iver” del 2011). Sembrava che ormai Bon Iver fosse qualcosa del passato, invece quest’anno Vernon ha deciso di resuscitare la band; e i risultati sono di nuovo eccellenti. Già l’inizio è promettente: 22 (OVER S∞∞N) ricorda le atmosfere dei suoi precedenti lavori, risultando in un folk gentile e raffinato, mentre la potente 10 d E A T h b R E a s T ⚄⚄ rimanda addirittura al Kanye West di “Yeezus”. Abbiamo poi l’affascinante intermezzo di 715 – CRΣΣKS, che sembra una riedizione di quella Woods che era stata ripresa anche da Kanye in “My Beautiful Dark Twisted Fantasy”. Sono però presenti influenze anche di James Blake (non a caso i due hanno collaborato in I Need A Forest Fire) e, beh, delle precedenti incarnazioni di Bon Iver. Queste ultime sono particolarmente evidenti in 33 “GOD” (qua sì che la numerologia ha senso) e 29 #Strafford APTS, non a caso fra i brani migliori del disco. Il capolavoro vero è però 666 ʇ, che possiede una sezione ambient da brividi, così come la bella 8 (circle). Il solo brano non completamente a fuoco è _____45_____, mentre la conclusiva 00000 Million ricorda molto la Beth/Rest che chiudeva “Bon Iver, Bon Iver”. I testi sono quanto mai criptici: si possono leggere riferimenti alla fede e all’amore, ma sempre slegati dal contesto, quasi che Justin voglia evidenziare come anche la nostra epoca sia confusa (i titoli dei brani sono piuttosto misteriosi) e come noi stiamo perdendo i riferimenti che un tempo ci sostenevano (l’amore e la fede, appunto). In conclusione, in sole 10 canzoni e 34 minuti di durata, “22, A Million” ci conferma lo sconfinato talento di Justin Vernon e ci fa bramare per avere al più presto nuova musica da parte sua. Bentornato, Justin.

4) Nick Cave & The Bad Seeds, “Skeleton Tree”

(SPERIMENTALE – ROCK)

Come l’anno passato Sufjan Stevens ci aveva fatto commuovere celebrando la figura della madre morta da poco di cancro, tanto da vincere la palma di miglior album del 2015, quest’anno Nick Cave ricorda il figlio 15enne morto cadendo da una rupe durante le registrazioni del CD che sarebbe diventato “Skeleton Tree”. Accompagnato dai fedeli Bad Seeds, il veterano australiano del rock alternativo e sperimentale produce un lavoro denso e complesso, come del resto era facile attendersi. Nick Cave mescola sonorità diverse fra loro, tra sperimentalismo, musica ambient e soft rock. I titoli e i testi delle canzoni sono evocativi: I Need You e la lirica “Nothing really matters”, oppure “I am calling you” in Jesus Alone e infine il verso più straziante, contenuto in Distant Sky: “They told us our dreams would outlive us, but they lied”. Nel film tratto dalla registrazione di “Skeleton Tree”, la drammaticità del momento vissuto da Cave è ancora più evidente; speriamo che aver condiviso la pena di aver perso un figlio così giovane possa alleviare la pesantezza che certamente lui e la sua famiglia portano nel cuore. Noi, umilmente, non possiamo che ringraziarlo per un altro magnifico tassello di una carriera davvero leggendaria: pezzi come la title track, Rings Of Saturn e la già citata Distant Sky sono bellissimi sia musicalmente che, come già accennato, nei loro testi. In poche parole, uno dei CD più belli e sentiti dell’anno.

3) Frank Ocean, “Endless/ Blonde”

(POP – R&B)

Agosto 2016 era andato via tranquillo, senza uscite musicali da segnalare. Finché… Ebbene sì: Frank Ocean è tornato dal suo letargo! Il 2016 ci restituisce un Frank in piena forma, artista ormai nel pieno delle sue potenzialità e versatile come solo i grandi sanno essere (due album, di cui uno abbinato a un enigmatico video, un magazine… Insomma, molte forme artistiche complementari e adatte alla sua narrazione). Già da un anno circolavano voci sul seguito del magnifico “Channel Orange” del 2012, uno degli album migliori del decennio, intriso di riferimenti a pop, funk, soul e R&B. Frank sembrava troppo sotto pressione, sia da parte della critica che del pubblico, tanto da essere spinto a comunicare con l’esterno solo tramite Tumblr e rare comparsate in album di suoi colleghi (per esempio in “The Life Of Pablo” di Kanye West). Poi, finalmente, ad inizio agosto il suo sito viene rinominato “Boys Don’t Cry”, presunto titolo del nuovo CD, e Apple Music annuncia di avere una esclusiva trasmissione di nuova musica di Frank, abbinata ad un video. Lo streaming, finita la trasmissione, tace; poi il 19 agosto esce il video completo e rifinito, senza interruzioni, di quello che ora è “Endless”. Inoltre, Frank distribuisce in alcuni negozi in giro per il mondo una rivista di arte e moda da lui curata, intitolata proprio “Boys Don’t Cry”: un necessario completamento della sua narrazione artistica. “Endless” in sé e per sé non è una raccolta indimenticabile di musica: se questo fosse stato il vero nuovo LP di Frank Ocean, non avrei nascosto la mia delusione. Restano però alcune tracce interessanti, oltre a una lodevole ambizione artistica nel tentare di abbinare un monotono video di lui che costruisce una mensola alla musica. Tutto assume un senso se lo paragoniamo alla pazienza dimostrata dai fans di Frank mentre lui componeva il suo nuovo lavoro di inediti. Una sorta di prova: solo chi supererà la visione del video e l’ascolto di quelle che sembrano b-sides o demo potrà raggiungere il privilegio di ascoltare il mio vero nuovo CD. Le canzoni migliori sono la romantica At Your Best You’re Love, cover degli Isley Brothers; Rushes; e la trascinante Higgs, dove viene scandito un discorso sul consumismo di massa dello scrittore Wolfgang Tillmans sopra synths potenti e “strani” per un artista afroamericano come Ocean.

“Endless” è niente in confronto al magnifico “Blonde”, a tutti gli effetti terzo album di inediti di Frank Ocean. Rispetto a “Channel Orange” manca la vulcanica creatività e l’accavallarsi di generi diversi che caratterizzavano il precedente CD, ma migliora la coesione generale e aumentano gli ospiti e i produttori di spessore, che rendono “Blonde” davvero irrinunciabile per gli amanti della buona musica. In “Blonde” predomina un pop orecchiabile e affascinante, che in certi tratti si rifà a Prince (come nella bella Ivy); in altri casi invece compaiono lunghe interviste simili al Kendrick Lamar di “To Pimp A Butterfly” (come nella conclusiva Futura Free). In generale, un album con collaboratori come Beyoncé, Kendrick stesso, Kanye West, Brian Eno, Jonni Greenwood dei Radiohead, Rostam Batmanglji dei Vampire Weekend e Jamie xx (ma non abbiamo citato il sample di Here, There And Everywhere dei Beatles in White Ferrari, oppure David Bowie e Gang Of Four, presunti “ispiratori” di Ocean nel making of del disco) non può che avere quel qualcosa in più rispetto a lavori più “convenzionali”. Le liriche dell’album sono anch’esse significative: in Nikes (la bellissima traccia iniziale) si fa riferimento alle uccisioni di uomini di colore che recentemente hanno colpito gli Stati Uniti; in Be Yourself sentiamo, sotto una nenia che ricorda “Hurry Up, We Are Dreaming” degli M83, una telefonata in cui la mamma di Frank dice al figlio di accettarsi per com’è, non cercando di apparire diverso per far felici gli altri, e gli consiglia di non fare mai uso di stupefacenti nella sua vita (un testo che dice molto delle traversie passate da Frank negli scorsi anni); Facebook Story narra la storia assurda di un uomo e della sua ragazza, ossessionata dai social networks; Solo (Reprise) affida ad André 3000 (altro gradito ospite) accuse varie ai rapper che fanno scrivere ad altri i loro versi (vero Drake?). Vi sono poi liriche più intime, come nella bella Solo o in Skyline To, che raccontano le avventure sessuali e non di Frank. Concludiamo analizzando una particolarità della copertina dell’album: come mai su Apple Music il CD compare come “Blonde”, ma la copertina (sia quella ufficiale che quella alternativa) recita “Blond”? Sembra una differenza da poco, ma potrebbe significare anche che Frank è a favore della fluidità di genere e preferenze sessuali, temi quanto mai attuali. Un altro dei misteri relativi a Frank Ocean dunque potrebbe contenere un messaggio universale di grande forza, a dimostrare che, anche se può sembrare “staccato” dalla realtà, in realtà Frank segue attentamente gli sviluppi storici e sociali dei nostri tempi. Insomma, canzoni come Nikes, Ivy, Nights e Futura Free resteranno negli annali. Il mondo ha trovato il suo nuovo Prince: nell’anno della morte del Principe di Minneapolis, non potrebbe esistere incoronazione migliore.

2) David Bowie, “Blackstar”

(ROCK)

Mancano le parole quando parliamo della scomparsa di uno dei più grandi cantanti della storia: quel David Bowie autore di capolavori indimenticabili come Heroes, Rebel Rebel e Life On Mars?. Lo showman Bowie aveva sicuramente previsto tutto: fare uscire il suo ultimo LP appena due giorni prima della morte è un qualcosa di incredibile, l’ultima magia del Duca Bianco. Infatti, uno dei primi album ad uscire nel 2016 (8 gennaio) si è rivelato essere un superbo testamento artistico, il testamento artistico di David Bowie. “Blackstar” è un capolavoro di inventiva e sintesi: 7 brani mai banali, tutti indicatori di una creatività che, malgrado un fisico fiaccato dalla malattia, non è venuta mai meno. Spiccano in particolare la lunghissima, epica title track; Lazarus (che richiama i Radiohead di “In Rainbows”) e Girl Loves Me. Da non trascurare anche Sue (Or In A Season Of Crime). Cosa chiedere di più al Duca Bianco? “Blackstar” non sarà il miglior album della sua produzione, ma senza dubbio resterà negli annali come uno dei più belli del 2016 e dell’intero decennio. Chapeau, Starman.

1) Radiohead, “A Moon Shaped Pool”

(ROCK)

Diventa sempre più difficile parlare in maniera imparziale dei Radiohead, una delle band davvero fondamentali del rock degli ultimi vent’anni, con all’attivo album del calibro di “The Bends” (1995), “OK Computer” (1998) e “Kid A” (2000), senza dimenticarci di “In Rainbows” (2007). Ebbene, si sarebbe portati a pensare che ormai la spinta creativa del complesso inglese possa essersi esaurita, considerando anche il predecessore di “A Moon Shaped Pool”, quel misterioso “The King Of Limbs” (2011) che aveva fatto storcere il naso ad alcuni critici e fans della band. Invece, “A Moon Shaped Pool” ribalta tutto ciò: 11 canzoni davvero ispirate, che passano dal rock vecchia maniera (la politica Burn The Witch e Identikit), alla ballata strappalacrime (le incantevoli Daydreaming e True Love Waits), passando per accenni di elettronica raffinata (in Ful Stop). Da ricordare anche l’apertura al folk di Desert Island Disk. In poche parole, un altro capitolo di una carriera che ha del leggendario è stato scritto: la palma di miglior album del 2016 è pienamente meritata. Lunga vita a Thom Yorke e compagni, gli unici a cui l’etichetta di “nuovi Beatles” può adattarsi, data la continua ricerca sonora e la voglia di non darsi mai per vinti di fronte alle tendenze del panorama musicale contemporaneo.

Cosa ne pensate di questa lista? Vi convince oppure avreste privilegiato altri artisti? Non esitate a commentare!

Buon Natale da A-Rock!

I 50 migliori album del 2016 (50-26)

Un anno di grande musica è finito. Abbiamo analizzato grandi lavori da parte di artisti emergenti (come Anderson .Paak), veterani che ci hanno lasciato con capolavori indimenticabili (David Bowie e Leonard Cohen), graditi ritorni di artisti che sembravano “in letargo” (su tutti Bon Iver). Vediamo dunque la prima parte della lista dei 50 migliori CD del 2016, dalla 50° alla 26° posizione. Per quanto riguarda il resto della classifica, ci vediamo tra pochi giorni. Menzione per l’EP “Future Present Past” degli Strokes, che non è entrato nella lista a causa delle sole tre canzoni presenti, ma che contemporaneamente delinea un futuro roseo per la band newyorkese. I tre brani presenti, infatti, partendo da Oblivius (la migliore) e finendo con Threat Of Joy, passando per la quasi punk Drag Queen, hanno tutti una loro funzione all’interno del breve EP. Attendiamo conferme l’anno prossimo, quando sembra che uscirà il nuovo LP vero e proprio.

50) Animal Collective, “Painting With”

(ELETTRONICA – SPERIMENTALE)

Il Collettivo Animale è ormai giunto al decimo lavoro: un momento della carriera propizio per cadute e fiaschi di ogni genere. Ebbene, niente di ciò vale per gli Animal Collective: la loro eccentricità continua ad affascinare e, anzi, “Painting With” migliora il precedente “Centipede Hz” (2012), che era per contro troppo sovraccarico di influenze per piacere davvero. “Painting With” si caratterizza per canzoni più brevi rispetto a molte, alcune davvero meravigliose, della band di Baltimora: in questo senso, la mancanza di Deakin (uno dei membri fondatori) si fa sentire. Nessuna Banshee Beat o Brother Sport, tanto per intendersi; al contrario, abbiamo 12 pezzi diretti e veloci, nessuno davvero brutto (ma neanche capolavori, a dire la verità). Infatti non sono male FloriDada e Golden Gal, che si rifanno alle atmosfere di “Merriweather Post Pavilion” (2009), miglior CD della carriera degli AC; meno riuscita Lying In The Grass, troppo elettronica. In generale, colpisce la voglia di sperimentare ancora del terzetto americano, con Panda Bear e Avey Tare (nomi d’arte di Noah Lennox e Dave Portner) ancora sugli scudi, creativamente parlando. Non il miglior LP dell’anno, ma di certo godibile e interessante: al decimo CD potevamo sperare di meglio?

49) Green Day, “Revolution Radio”

(ROCK – PUNK)

A quattro anni dalla controversa trilogia di “¡Uno!”, “¡Dos!” e “¡Tré!” e dopo varie sventure che hanno perseguitato i membri della band, tra cui il cantante Billie Joe Armstrong in rehab e il tumore, per fortuna vinto, che ha colpito la moglie del bassista Mike Dirnt, i Green Day sono finalmente tornati a produrre musica. La domanda può sorgere spontanea: l’ultimo grande CD del gruppo punk californiano risale al 2004 (l’ormai classico “American Idiot”), c’è ancora senso per i Green Day di esistere nel 2016? Ebbene, i risultati di “Revolution Radio” non raggiungono le vette di “Dookie” o del già citato “American Idiot”, ma lo spirito combattivo e l’impegno civile dei Green Day elevano il voto finale. Accanto a brani un po’ confusi come Forever Now, abbiamo infatti buoni highlights come Somewhere New (che richiama gli Who) e Outlaws; apprezzabile anche il singolo Still Breathing. Più prevedibile l’altro singolo, Bang Bang, che però ha dalla sua un testo molto bello; la conclusiva Ordinary World è molto simile a Good Riddance, una delle più amate canzoni del repertorio di Armstrong & co., ma non ha la stessa delicata bellezza. Insomma, niente di che, ma, rispondendo alla domanda iniziale, possiamo dire che i Green Day, anche nel 2016, hanno ancora un senso.

48) Elysia Crampton, “Elysia Crampton Presents: Demon City”

(SPERIMENTALE)

Il secondo lavoro della giovane artista di origine boliviana richiama fortemente le sonorità di Arca e Oneohtrix Point Never, due dei più visionari ed acclamati autori di musica sperimentale dei nostri anni. “Elysia Crampton Presents: Demon City”, tuttavia, ha anche un forte connotato politico: il CD è dedicato alla figura di Bartolina Sisa, figura fondamentale della guerra d’indipendenza boliviana e a cui è intitolata, dal 1983, la Giornata Internazionale delle Donne Indigene. Il brano più ardito fra i 7 che compongono l’album, After Woman For Bartolina Sisa, è un chiaro rimando a tutto ciò. Musicalmente parlando, Elysia Crampton e Anna Meredith si sono affermate nel 2016 come due voci femminili molto importanti per la scena sperimentale: anche Elysia, infatti, utilizza sonorità e ritmi molto diversi, mescolando ambient, dance e musica tribale per creare un ensemble difficile da ascoltare, senza parti vocali e che sfida l’ascoltatore a resistere fino alla fine. I coraggiosi che lo faranno avranno come ricompensa un lavoro davvero riuscito e diversificato, con canzoni più cupe (come Irreducible Horizon) e altre più luminose (belle Esposas 2013 e Red Eyez). La scarsa durata, meno di 35 minuti, non tragga in inganno: di materiale da analizzare ce n’è più che abbastanza.

47) Justice, “Woman”

(ELETTRONICA)

Al terzo album, i francesi Justice abbracciano definitivamente il pop. I precedenti sforzi, vale a dire il riuscitissimo “†” (2007) e il trascurabile “Audio, Video, Disco” (2011), avevano lasciato una strana impressione: il duo francese sapeva che direzione prendere da grande oppure no? Concentrandosi sul fulminante esordio, i veri Justice sono quelli di D.A.N.C.E. o di The Waters Of Nazareth? Sembra proprio che la risposta sia rappresentata dalla prima alternativa. “Woman”, infatti, fa risaltare soprattutto il lato pop del gruppo, mescolando sapientemente Daft Punk ed Air, ossia i maestri dell’elettronica francese. I migliori brani sono Alakazam !, Stop e Fire; meno coinvolgente la parte iniziale del disco, ma i risultati sono comunque gradevoli. Niente di sensazionale, ma senza dubbio 10 canzoni ballabili e orecchiabili; nessuna nuova D.A.N.C.E., ma almeno 3-4 brani da aggiungere ai migliori della produzione di Xavier de Rosnay e Gaspard Augé.

46) Weezer, “Weezer (The White Album)”

(ROCK)

Continua la saga degli album omonimi dei Weezer, uno dei gruppi veterani del rock made in USA. Questo è infatti l’undicesimo album di inediti della band: possiamo dire che, anche grazie a “Everything Will Be Alright At The End” (2014), la crisi creativa che ha colpito Rivers Cuomo e co. negli anni 2000 è cessata. Il loro “album bianco” è infatti un gradevole insieme di pezzi che richiamano i ridenti anni ’60 dei Beach Boys e l’irriverenza dell’indie rock anni ’00 del XXI secolo. I migliori sono California Kids, L.A. Girlz e Jacked Up. Nessun nuovo “Pinkerton”, dal nome dell’album migliore dei Weezer, ma certo un lavoro divertente e ben fatto. Bentornati, Weezer.

45) Viola Beach, “Viola Beach”

(ROCK)

13 febbraio 2016: la macchina dove viaggiava la giovane band inglese nota col nome di Viola Beach ha un terribile incidente mentre i quattro membri e il manager Craig Tarry sono in Svezia per promuovere il disco noto oggi come “Viola Beach”. Tutti e cinque rimangono uccisi sul colpo. Addirittura la Premier League si ferma un minuto per tributare un applauso alla promessa non mantenuta della scena musicale inglese. Il disco, di per sé, è una dimostrazione del talento ancora in nuce dei Viola Beach: si tratta di 9 canzoni veloci, ballabili e immediate, che rimandano a Phoenix, Kooks e Franz Ferdinand. Dunque, più che far pensare alla tragedia, il CD è un trionfo della gioia di vivere e della spensieratezza. Spiccano in particolare Swings And Waterslides, Go Outside e Boys That Sing, di cui i Coldplay hanno realizzato una cover durante il loro concerto al festival di Glastonbury; ma nessuna è davvero fuori posto. Insomma, un album postumo che non suona come posticcio o cinicamente votato a fare soldi sulla morte dei giovani membri della band è già un ottimo risultato; il fatto che sia anche gradevole chiude meritoriamente la breve carriera dei Viola Beach.

44) Rihanna, “ANTI”

(POP – R&B)

Rihanna, con “ANTI”, è già all’ottavo album di inediti: una carriera da veterana, che farebbe pensare che ormai il meglio dell’artista caraibica sia già stato espresso. Tuttavia, Rihanna con “ANTI” sembra essere definitivamente maturata: nessuna canzonetta (eccettuata la pessima Work con Drake) e anzi melodie molto più ricercate. Addirittura troviamo in “ANTI” una cover di New Person, Same Old Mistakes dei Tame Impala (con titolo Same Ol’ Mistakes), peraltro venuta bene. Brani solidi ne contiamo almeno altri due, vale a dire la iniziale Consideration e Kiss Better, entrambi molto R&B e più “cupi” della solita Rihanna. In poche parole, “ANTI” è il suo migliore LP: speriamo che RiRi abbia definitivamente imboccato la strada della buona musica.

43) Kaytranada, “99.9%”

(R&B – ELETTRONICA)

Il produttore canadese noto come Kaytranada ha pubblicato quest’anno il suo esordio musicale in prima persona: “99.9%” è il titolo di questo album. Mescolando sapientemente R&B e musica elettronica, Kaytranada ha prodotto un CD molto interessante: caratterizzato da ritmi avvolgenti e mai banali, con l’aggiunta di ospiti di assoluto rilievo (AlunaGeorge, Anderson .Paak e Craig David fra gli altri), “99.9%” denota una grande cura dei dettagli e una vena melodica fuori dal comune. Di contro, l’eccessivo numero di canzoni rende difficile a volte creare coesione fra i vari pezzi, ma i risultati sono comunque molto positivi. I pezzi migliori sono Glowed Up, Breakdance Lesson N.1e Together; un po’ troppo lenta Vivid Dreams. Tra gli esordi nel mondo dell’hip hop, questo LP sarà sicuramente ricordato tra i migliori del decennio.

42) Paul Simon, “Stranger To Stranger”

(FOLK)

Il grandissimo Paul Simon, ormai passati i 75 anni e giunto al tredicesimo album solista, dopo la prima parte passata assieme ad Art Garfunkel in uno dei gruppi più osannati degli anni ’60, rinnova radicalmente il proprio sound. Un merito non da poco, ancora più notevole in una persona apparentemente appagata come Simon. Invece la voglia di sperimentare ha avuto ancora la meglio: certo, non siamo dalle parti di “Graceland” (1986), capolavoro della produzione di Simon, ma i risultati sono comunque ottimi. Canzoni veloci ed orecchiabili, produzione sontuosa e voce come sempre gradevole: possiamo chiedere altro? I brani migliori sono Street Angel, la title track (dove si sentono addirittura delle tastiere) e la romantica Proof Of Love, che rimanda al capolavoro The Sound Of Silence; ma nessuna è davvero brutta. In poche parole, 37 minuti spesi ascoltando buona musica, composta da uno dei grandi maestri di questa arte.

41) Bat For Lashes, “The Bride”

(POP)

Natasha Khan (nota musicalmente come Bat For Lashes) si conferma una delle artiste più costanti sulla scena pop mondiale. Giunta al quarto lavoro di inediti, la cantautrice inglese mantiene la vena barocca dei precedenti LP, ma azzarda ancora di più tematicamente. Infatti, “The Bride” racconta la storia di una sposa che, il giorno del matrimonio, vede morire il suo futuro marito in un incidente stradale. Il CD inizia infatti con la gioia della sposa per questo giorno speciale, per poi passare alla paura per i presagi avuti (in Joe’s Dream), alla disperazione e al tentativo di assimilare quanto accaduto. Non tutto è perfetto (la parte centrale dell’album è infatti troppo lenta), ma brani come la già citata Joe’s Dream e la tenera Honeymooning Alone non possono restare indifferenti. “The Bride” rappresenta la trama perfetta per un film e una più che degna colonna sonora: complimenti alla britannica Khan per il coraggio dimostrato.

40) A Tribe Called Quest, “We Got It From Here… Thank You 4 Your Service”

(HIP HOP)

Il sesto (e apparentemente ultimo) CD dei leggendari A Tribe Called Quest ci regala uno dei ritorni meno probabili ma allo stesso tempo più desiderati dagli amanti del rap vecchia maniera. Il collettivo formato da Q-Tip, Jarobi White e Ali Shaheed Muhammad ritorna a produrre nuova musica malgrado la morte qualche mese fa del quarto membro originario, Phife Dawg; e possiamo dire senza patemi che la musica dei ATCQ non è mai stata tanto necessaria. La forte protesta politica che animava il gruppo nella prima parte della carriera non è diminuita, anzi si è fatta ancora più dura: lo testimoniano titoli come The Donald, Enough!! e The Killing Season. I difetti del doppio album (un totale di 16 brani e oltre un’ora di durata) sono comunque ben più che compensati dai pregi: accanto a una parte centrale debole, abbiamo infatti ottime canzoni come The Space Program, We The People (con i bellissimi versi “All you black folks, you must go. All you Mexicans, you must go. And all you poor folks, you must go. Muslims and gays, boy we hate your ways. So all you bad folk, you must go”) e Dis Generation. Buona anche Lost Somebody. Addirittura, si odono dei samples di Elton John e Jack White in Solid Wall Of Sound! In generale, possiamo affermare che “We Got It From Here… Thank You 4 Your Service” non intacca la pesante eredità della band, dimostrando che non sempre con l’età i musicisti (soprattutto i rapper) peggiorano.

39) Whitney, “Light Upon The Lake”

(POP – FOLK)

L’esordio degli statunitensi Whitney, “Light Upon The Lake”, propone un buon connubio tra pop e folk, che farà decisamente felici i fan di Fleet Foxes e Real Estate. La grazia delle composizioni è ammirevole: spiccano in particolare No Woman e il soft rock di The Falls. Non male anche l’ottimista Golden Days. Certo, il CD arriva a malapena a mezz’ora di durata, per un totale di sole 10 canzoni. Niente di trascendentale, insomma, ma un gradevole ascolto sì: diciamo che l’entusiasmo di certe testate per questa band sembra prematuro. “Light Upon The Lake” appare più un (gustoso) antipasto per qualcosa che, auspicabilmente, sarà più strutturato e corposo. Per ora, comunque, possiamo dire tranquillamente che la stoffa sembra esserci.

38) Kendrick Lamar, “Untitled Unmastered”

(HIP HOP)

Nel mondo del pop-rock chiameremmo “Untitled Unmastered” una collezione di b-sides. Kendrick, tuttavia, ci tiene a fare le cose per bene: saranno anche scarti dalle sessions di registrazione dell’ormai classico “To Pimp A Butterfly” (2015), ma la qualità resta davvero alta. Gli 8 brani infatti, pur essendo meno curati, quasi “grezzi” rispetto a quelli migliori di KL, impressionano per potenza e qualità: ricordiamo in particolare Untitled 02 e la numero 05. Insomma, l’attenzione su Kendrick resta sempre altissima e lui sembra davvero incapace di tradirla. Probabilmente è lui il rapper migliore della sua generazione. Anzi, togliete il probabilmente.

37) The Last Shadow Puppets, “Everything You’ve Come To Expect”/”The Dream Synopsis EP”

(ROCK – POP)

I Last Shadow Puppets, in teoria, sarebbero la valvola di sfogo di Alex Turner e Miles Kane nei momenti liberi. Prendete “The Age Of Understatement” (2008), esordio della band: atmosfere anni ’60, brani brevi ed essenziali, nessuno fuori posto o sgradevole (picchi la title track e Standing Next To Me), creati senza particolare impegno, almeno apparentemente. Il nuovo “Everything You’ve Come To Expect” mantiene il medesimo sound degli esordi: un ritmo molto vintage e suadente, ma gli otto anni passati si avvertono; e questa non è necessariamente una critica al prodotto finito. I migliori pezzi sono Aviation, la sognante title track e la conclusiva The Dream Synopsis, davvero romantica. Insomma, non un capolavoro, ma certo 40 minuti passati bene: ecco la funzione dei LSP.

Funzione ulteriormente chiarita nel gradevole EP “The Dream Synopsis”, contenente 6 brani: due reinterpretazioni di canzoni già presenti nel CD pubblicato qualche mese prima (Aviation e The Dream Synopsis) e delle cover di altre canzoni. La migliore interpretazione è la “TLSP-based version” del capolavoro del compianto Leonard Cohen Is This What You Wanted, con un Alex Turner più crooner che mai. Totally Wired ricorda gli AM dei primi due LP; divertente Les Cactus, dove il frontman degli Arctic Monkeys canta in francese (zoppicante). Insomma, un’appendice gradita in un anno da incorniciare per Turner e Kane. Aspettiamo Alex alla prova definitiva con la sua creatura più conosciuta, quegli Arctic Monkeys che con “AM” (2013) hanno conquistato grande seguito anche negli USA.

36) Preoccupations, “Preoccupations”

(PUNK – ROCK)

Teoricamente, i Preoccupations sono già una band esperta, avendo alle spalle già tre album, seppure con due nomi diversi. Dapprima, infatti, abbiamo avuto i due CD dei Women, poi quello a nome Viet Cong del 2015, un pregevole lavoro entrato nella lista dei migliori album dell’anno di A-Rock. Infine ecco questo “Preoccupations”, eponimo del nuovo nome preso dal gruppo canadese. Se il primo cambio di formazione fu dovuto ad un tragico fatto (la morte del membro fondatore Christopher Reimer), questa volta il passaggio da Viet Cong a Preoccupations è un fatto puramente “politico”. La storia però non cambia: la band rimane maestra nel suonare un punk claustrofobico ed efficace nel trattare le tematiche più complesse della vita umana. I titoli delle canzoni lo testimoniano: abbiamo l’iniziale Anxiety, poi Monotony, Degraded e via dicendo. Rispetto al precedente “Viet Cong”, però, il suono si fa più commerciale e quindi più accessibile: se da un lato ciò contribuirà ad ampliare la fanbase del gruppo, dall’altro alcune canzoni non restano impresse come accadeva nelle precedenti incarnazioni del complesso canadese (è questo il caso di Forbidden, troppo breve e poco coinvolgente). Ottima al contrario la lunghissima Memory, che flirta con la ambient music e richiama i Deerhunter delle origini. In poche parole, un buon lavoro punk, che sarà apprezzato dai fan di questo genere come anche da quelli del rock. Per chi si aspetta sperimentalismo o arditezza, meglio passare oltre.

35) Savages, “Adore Life”

(PUNK – ROCK)

Le ragazzacce del punk inglese sono tornate. Tre anni dopo il fortunato esordio “Silence Yourself”, il gruppo femminile per eccellenza del punk (fatta eccezione per le veterane Sleater-Kinney) tenta di replicare la formula che tanto successo aveva riscosso con “Silence Yourself”: canzoni potenti, ritmo assillante e testi impegnati. Se nel primo LP erano privilegiati temi politici come il femminismo e la discriminazione tra uomini e donne in molti campi della vita, in “Adore Life” il quartetto ci parla a cuore aperto dell’amore e delle conseguenze (positive e negative) che esso ha sull’animo delle persone che ne sono colpite. “Adore Life” regala così anche momenti più raccolti ed intimi: basti pensare a Slowing Down The World o Adore. Sono tuttavia i pezzi più potenti a lasciare il segno: The Answer e Evil, in particolare, hanno una base ritmica inconfondibile e una chitarra quasi shoegazing a tratti. Sad Person è altrettanto notevole, con un assolo alla The Edge che ricorda gli U2 di “The Joshua Tree”. Il percorso di crescita delle quattro Savages continua dunque: se per certi versi era legittimo attendersi qualche novità, d’altra parte “Adore Life” non è assolutamente un album disprezzabile, anzi il contrario. Non ci resta che attendere il prossimo per dare un giudizio definitivo sulle Savages: per ora la promozione arriverebbe a pieni voti.

34) White Lung, “Paradise”

(PUNK)

I canadesi White Lung prediligono gli album molto brevi: basti pensare che il loro quarto lavoro, il pregevole “Paradise”, è il loro CD più lungo, ma non arriva neanche a 30 minuti. Le 10 canzoni che lo compongono sono però fortemente adrenaliniche e riescono ad esprimere i temi che stanno a cuore alla band (femminismo, violenza sulle donne…) in maniera molto efficace. Da sottolineare ottimi pezzi punk come Narcoleptic, Kiss Me When I Bleed e Demented; ma in generale è la coesione del lavoro a colpire. Gli amanti del punk vecchia maniera non possono proprio perdersi “Paradise”.

33) Maxwell, “BlackSUMMERS’night”

(SOUL – R&B – POP)

Con Maxwell dobbiamo rassegnarci: si avrà un CD di nuova musica una volta ogni 5-10 anni, ma possiamo star certi che la qualità sarà invidiabile. Questo “BlackSUMMERS’night” segue l’omonimo “BLACKsummers’night” di ben 7 anni fa: l’ironia del cantante nella scelta dei titoli è evidente, così come del resto la classe e il talento di Maxwell. Questo quinto album di inediti ce lo riconsegna in piena forma: la vena soul non è scomparsa, tuttavia notiamo occasionali incursioni di pop e hip hop nelle ritmiche dei brani. I migliori sono All The Ways Love Can Feel, la nostalgica 1990x (già il titolo dice tutto) e Lost (che addirittura ricorda i Muse di Feeling Good). Notiamo come i due simboli del movimento neo-soul americano degli anni ’90 (Maxwell e D’Angelo) siano recentemente tornati in piena forma: prima D’Angelo con il magnifico “Black Messiah” (2014), ora Maxwell. E l’ispirazione si è mantenuta ad alti livelli, come se il tempo non fosse passato.

32) The Avalanches, “Wildflower”

(ELETTRONICA)

Il loro debutto nell’ormai lontano 2000, “Since I Left You”, fu una incredibile ventata di novità nel mondo dell’elettronica di quegli anni: il gruppo australiano degli Avalanches, infatti, fuse tra di loro infiniti samples (circa 3500 secondo le stime più attendibili) di canzoni di ogni genere (soul, hip hop, pop…) per creare una miscellanea affascinante e ancora oggi bellissima da ascoltare. Questo “Wildflower” poteva essere un flop clamoroso, invece conferma una volta di più la bravura degli Avalanches: nei 21 pezzi che compongono il CD, molti brevissimi e altri più lunghi, spiccano Because I’m Me, la gioiosa Colours e la divertente The Noisy Eater (in cui viene campionata Come Together dei Beatles). Insomma, un ritorno con i fiocchi per una band di cui si erano perse le tracce per troppo tempo.

31) Glass Animals, “How To Be A Human Being”

(SPERIMENTALE)

Il titolo del secondo CD di inediti dei Glass Animals è decisamente impegnativo, così come del resto la loro musica, qua ricca come mai altrove di cambi di ritmo e di sound. Il loro nuovo album infatti predilige uno sperimentalismo radicale, fatto di richiami illustri a Talking Heads e Hot Chip. Già la iniziale Life Itself prepara l’ascoltatore, ma sono da sottolineare anche Season 2 Episode 3 (che prende in giro la mania di guardare continuamente serie tv), The Other Side Of Paradise e Poplar St. Qualcuno rimprovera alla band un eccessivo appiattimento sui grandi esempi che abbiamo citato prima, ma personalmente non so trovare nel panorama musicale odierno un gruppo che suona vintage e contemporaneo alla stessa maniera come i Glass Animals. In generale, “How To Be A Human Being” migliora ad ogni ascolto, facendone un CD fondamentale per chi apprezza la musica più d’avanguardia e sofisticata.

30) Wilco, “Schmilco”

(ROCK – COUNTRY)

Giunti al decimo lavoro, i Wilco, capitanati da un sempre più carismatico Jeff Tweedy, non smettono di stupire. L’anno scorso avevano fatto uscire esclusivamente su Internet “Star Wars”, con una ricezione positiva sia del pubblico sia della critica, soprattutto per la voglia di sperimentare presente nel CD (era stato inserito anche nella lista dei migliori album del 2015 di A-Rock, per quello che conta). Con “Schmilco”, ormai alla doppia cifra di LP di inediti, Tweedy e co. rileggono la storia del country e del rock americani, cercando di collegarsi ai loro maggiori successi, soprattutto al superbo “Yankee Hotel Foxtrot” (2002). Insomma, niente di innovativo (e pensare che “Schmilco” è stato composto nelle stesse sessions di “Star Wars”), ma il mestiere e l’esperienza mantengono altissimo il livello delle canzoni. Da ricordare in particolare Cry All Day, Normal American Kids e If I Ever Was A Child. Menzione finale per la buffissima copertina, che fa il paio con quella del precedente “Star Wars” (che rappresentava un gatto bianco su un divano, quindi del tutto sconnessa dal titolo): invecchiare con ironia si può, anzi si deve. Niente da dire, quindi: è proprio vero che il buon vino migliora col passare degli anni. E i Wilco, beh, sono un vino davvero squisito.

29) Iggy Pop, “Post Pop Depression”

(ROCK)

Per il diciassettesimo (!) album di inediti, Iggy ha radunato il meglio della scena rock mondiale: Matt Helders (batterista degli Arctic Monkeys), Dean Fertita (Queens Of The Stone Age e Dead Weather) e la sontuosa produzione di Josh Homme (QOTSA e Eagles Of Death Metal). Insomma, le premesse per un glorioso album di rock vecchia maniera c’erano tutte; promesse ampiamente mantenute. Al netto di una parte centrale trascurabile, il resto di “Post Pop Depression” è un trionfo per il veterano ex Stooges Iggy Pop: le iniziali Break Into Your Heart e Gardenia sono magnifiche, American Valhalla ricorda “Humbug” (2009) degli Arctic Monkeys, Paraguay è potente ed espressiva. In poche parole, uno dei migliori album della recente produzione di Iggy Pop, che ci fa sperare che la pensione sia ancora lontana. Anche se… A ben pensarci, un “testamento” del livello (altissimo) di “Post Pop Depression” è il sogno di qualsiasi musicista. E testimonia l’importanza, ancora oggi, dell’Iguana per la scena musicale.

28) Parquet Courts, “Human Performance”

(ROCK)

Il quinto album degli americani Parquet Courts è un trionfo per gli amanti dell’indie rock più scanzonato. Le principali influenze sono Velvet Underground, Sonic Youth e Strokes: insomma, il gotha degli ultimi 40 anni di rock. Tutte influenze rinvenibili in bei pezzi come Dust, la title track e la lunghissima One Man No City (dura più di 6 minuti!). Insomma, buoni brani non mancano; a quelli già richiamati aggiungiamo le più romantiche Steady On My Mind e It’s Gonna Happen. In conclusione, niente di avveniristico, ma certamente un LP puramente rock godibile e curato. Da quanto tempo non potevamo dirlo più convintamente? Probabilmente dal fulminante esordio dei Wolf Alice dello scorso anno…

27) Mitski, “Puberty 2”

(ROCK)

La giovane cantante di origine asiatica Mitski, giunta già al quarto LP, si conferma una grande promessa dell’indie rock mondiale. “Puberty 2” è infatti il risultato di un attento mix di generi, in particolare rock, pop ed elettronica. Non ne esce un lavoro confuso, anzi abbiamo uno dei migliori CD rock dell’anno: pezzi come Happy, Your Best American Girl e I Bet On Losing Dogs sono davvero riusciti. Dan The Dancer, infine, ricorda gli Strokes. Non un capolavoro, in poche parole, ma certamente una mezz’ora passata ascoltando buona, anzi buonissima musica. Di conseguenza, questa ventisettesima posizione nella lista dei migliori CD del 2016 è pienamente meritata.

26) Anna Meredith, “Varmints”

(SPERIMENTALE)

L’audace primo album di Anna Meredith, “Varmints”, si compone di 11 tracce ed è capace di affrontare con buona maestria davvero molti generi musicali, anche molto eterogenei tra loro: synth pop, elettronica, jazz e rock tra gli altri. Il rischio di un pot-pourri senza né capo né coda era molto elevato, ma la giovane britannica non cade in questa trappola e anzi sforna un lavoro pregevole sotto molti punti di vista. Meredith è una musicista che proviene dalla BBC Scottish Symphony Orchestra: questo aspetto è senza dubbio importante nella produzione di “Varmints”, in particolare nell’abilità di far convivere strumenti e ritmi molto diversi tra loro. Tuttavia, di musica classica troviamo ben poco in questo LP. L’inizio è fantastico: Nautilus piace sempre di più ad ogni ascolto e Taken è trascinante, anche grazie al bel gioco di voci. Non tutte le altre melodie sono perfette (basti pensare alle deboli Vapours e Honeyed Words), ma il risultato è senza dubbio più che discreto. Da non trascurare poi pezzi come Something Helpful, R-Type e la conclusiva Blackfriars. Insomma, un album di musica sperimentale riuscito ed accattivante come “Varmints” erano anni che non lo sentivamo, probabilmente dal magnifico “Shields” dei Grizzly Bear (2012).