Gli album più attesi del 2021

Archiviato il 2020, A-Rock è già all’opera per il nuovo anno: quali sono gli album più attesi del 2021?

Se l’anno passato avevamo indicato come CD più intriganti quelli di Tame Impala e The 1975 (e a ragione, visto che entrambi sono entrati nella top 10 dei 50 album migliori del 2020), nel 2021 i lavori a cui guardiamo con maggiore interesse sono rispettivamente quelli di Kendrick Lamar e Lana Del Rey. K-Dot è ormai entrato nella storia dell’hip hop con album come “good kid, m.A.A.d city” (2012) e “To Pimp A Butterfly” (2015), senza scordarsi di “DAMN.” (2017); il suo quinto album vero e proprio di inediti segnerà un altro passaggio cruciale nell’affermazione del rap come genere imperante nelle classifiche e nella società? Un discorso simile vale per Lana: il precedente “Norman Fucking Rockwell!” è stato l’album del 2019 per A-Rock e molte altre pubblicazioni, oltre che un grande successo commerciale; riuscirà il suo erede, dal titolo “Chemtrails Over The Country Club”, a mantenere tutte le attese riposte in lei da parte di pubblico e critica?

Passando al rock, abbiamo anche in questo caso artisti attesi al varco: gli Arcade Fire, ad esempio, vengono dal loro lavoro più debole, “Everything Now” (2017), un riscatto è necessario per una delle migliori band del XXI secolo. Invece i The War On Drugs devono proseguire sul percorso di crescita intrapreso con “Lost In The Dream” (2014) e “A Deeper Understanding” (2017); un discorso simile vale per Iceage e Parquet Courts, che hanno pubblicato con i loro ultimi LP “Beyondless” e “Wide Awake!” (entrambi del 2018) due lavori variegati e che aprivano strade interessanti al loro punk-rock. Due giovani voci che A-Rock ha già analizzato in passato e inserito nelle liste di fine anno sono Julien Baker e shame: se la prima è attesa al varco dopo “Turn Out The Lights” (2017), il gruppo punk inglese dopo il fulminante esordio “Songs Of Praise” (2018) dovrà confermarsi. Un doveroso rimando poi va ai nuovi (o meglio dire “vecchi”) Red Hot Chili Peppers, che hanno riaccolto John Frusciante: vedremo se l’ispirazione è tornata quella dei tempi migliori. Infine menzioniamo Queens Of The Stone Age e Phoenix, che forse hanno dato il meglio, ma sono comunque nomi importanti nello scenario rock.

Il mondo del pop, dal canto suo, pare che vivrà un 2021 tumultuoso: se già abbiamo citato il nuovo disco di Lana Del Rey, come dimenticarsi che sia Lorde che Adele che Billie Eilish, forse anche Rihanna, potrebbero pubblicare i seguiti a CD che spesso avevano segnato la loro definitiva affermazione anche fra i critici di professione (soprattutto Lorde e RiRi)? Billie, dal canto suo, deve dare un seguito al clamoroso “WHEN WE ALL FALL ASLEEP, WHERE DO WE GO?” (2019); che aveva travolto il mondo della musica due anni fa. Invece il nuovo LP di Adele segue di ormai sei anni “25” (2015): un erede è davvero necessario. Discorso diverso per St. Vincent: Annie Clark è una delle figure più interessanti a cavallo fra pop e rock, specialmente dopo “MASSEDUCTION” (2017), vedremo l’ispirazione dove la porterà.

Il lato hip hop della musica vivrà un 2021 davvero pieno di uscite importanti. Se abbiamo già anticipato che Kendrick Lamar è il più atteso assieme a Lana Del Rey da A-Rock, non dimentichiamoci che il 2021 è l’anno in cui verrà pubblicato, come già anticipato da Drake stesso, “Certified Lover Boy”, il seguito del controverso “Scorpion” (2018): dopo un 2020 che lo ha visto dare alla luce il mixtape “Dark Lane Demo Tapes”, discreto ma nulla più, il canadese deve dimostrare che il successo commerciale può essere accompagnato dal rispetto della critica. Discorso diverso per Danny Brown, che via social ha dichiarato che quest’anno arriverà “XXXX”, seguito del CD che lo ha fatto conoscere al mondo, “XXX” del 2011. Il suo stile, pazzoide ma creativo, sarà un toccasana per la scena hip hop. Il giovane rapper inglese slowthai invece seguirà il grande esordio “Nothing Great About Britain” (2019) con “TYRON”: manterrà le aspettative? Come non menzionare Travis Scott poi, uno dei nomi più trendy degli ultimi anni, atteso con “Utopia”? Chiudiamo la rassegna con il caldissimo Denzel Curry, che nel 2020 ha pubblicato due brevi ma piacevoli lavori e pare pronto a dare alla luce “Melt My Eyez, See Your Future”, e Vince Staples, reduce da un 2020 piuttosto opaco e caratterizzato da singoli molto deboli: speriamo possa recuperare la forma migliore nell’anno nuovo.

Per finire, abbiamo degli album ormai mitici, almeno nell’immaginario collettivo, probabilmente destinati a vedere la luce prima o poi… ma chissà quando! Per esempio, “Masochism” di Sky Ferreira è dibattuto ormai da anni, con la stessa Sky che pareva pronta nel 2019 a pubblicarlo ma poi era stata fermata dalla pandemia e dalla decisione di non farlo fino alla cacciata di Donald Trump dalla Casa Bianca. Chissà quindi che il 2021 non sia l’anno buono. Stendiamo un velo pietoso poi su “Dear Tommy”, il fantomatico seguito di “Kill For Love” dei Chromatics (che nel frattempo hanno pubblicato altri CD peraltro).

Se quindi il 2020 è stato un anno interessante, almeno per il mondo della musica, chissà il 2021 cosa ci riserverà! A-Rock proverà come sempre, al meglio delle sue possibilità, a darvi una copertura ampia e variegata!

I 50 migliori album del 2020 (50-26)

Il 2020 sta (finalmente) per finire. Un anno tragico per molti aspetti, ma che almeno ha visto un panorama musicale vivo e ricco di uscite che resteranno un caposaldo anche nei prossimi anni: abbiamo infatti scoperto artisti emergenti molto interessanti (Doglee ed Amaarae, per esempio), Bob Dylan ha confermato di essere un gigante e che l’età è un concetto relativo, abbiamo visto ritorni inattesi da parte di artisti che mancavano da molto dalla scena musicale come i Tame Impala e Fiona Apple… insomma, chi più ne ha più ne metta!

Partiamo oggi con la prima parte della lista dei 50 migliori CD dell’anno, nei prossimi giorni pubblicheremo la sezione dedicata ai migliori 25. Buona lettura!

50) Freddie Gibbs feat. The Alchemist, “Alfredo”

(HIP HOP)

Fin dal titolo e dalla copertina “Alfredo” di Freddie Gibbs, realizzato in collaborazione col produttore The Alchemist, è chiaramente ispirato ai personaggi della mafia italo-americana. Alfredo infatti è uno dei figli di Don Vito Corleone nella saga de Il Padrino, mentre la cover è il simbolo cinematografico dell’epopea della famiglia Corleone.

In effetti Freddie Gibbs è unanimemente riconosciuto come uno dei migliori gangsta rap della sua generazione: testi affilati, flow efficace su ogni base (specialmente quelle jazzate) e una produzione abbondante, che lo ha visto pubblicare ben cinque CD negli ultimi tre anni, fra collaborazioni con produttori di grido (oltre a The Alchemist abbiamo avuto “Bandana” con Madlib nel 2019) e prove soliste.

“Alfredo” percorre sentieri conosciuti per il veterano della scena hip hop statunitense: i beats di The Alchemist sono molto vecchio stampo, ricordando il rap anni ’90. Freddie Gibbs, dal canto suo, aggiunge la sua solita efficacia nel raccontare storie dure con tocchi di umanità inattesi; esemplare al riguardo questo verso contenuto in Skinny Huge: “Man, my uncle died off a overdose… And the fucked up part about that is, I know who supplied the nigga that sold it”. Altrove invece emerge la sua passione per le storie di mafia: Baby $hit campiona una frase del boss impersonato da Chazz Palminteri in una celebre serie tv americana, Godfather Of Harlem.

I risultati sono, come usuale con Gibbs, molto interessanti, specialmente in quei pezzi dove il Nostro non si trattiene e, grazie anche a ospiti di spessore, riesce a tirare fuori il meglio di sé: è il caso di Something To Rap About, con il fondamentale supporto di Tyler, The Creator. Altra ottima canzone è God Is Perfect. Convincono meno invece i momenti più introspettivi del lavoro, da 1985 a Look At Me, che spezzano il flusso del CD.

In generale, “Alfredo” è un’altra aggiunta di livello ad una discografia tanto frastagliata quanto in crescendo; Freddie Gibbs ha ormai trovato la sua dimensione e pare in grado, come già accennato in apertura, di rappare su ogni tipo di base, pur prediligendo quelle vecchio stile. Non siamo di fronte a un nuovo “Bandana”, ma il disco è godibile e perfettamente intonato a tempi in cui l’hip hop incarna la voglia di cambiamento della società.

49) Bruce Springsteen, “Letter To You”

(ROCK)

Il ventesimo CD del Boss non poteva che essere un evento: cadendo nel 2020, i riferimenti al numero 20 sono già numerosi. Va poi aggiunto che Springsteen ha composto alcune delle canzoni che sono entrate in “Letter To You” in giovane età (si tratta di Janey Needs A Shooter, Burnin’ Train e Ghosts), probabilmente proprio nei suoi vent’anni.

Finita la parte di “statistica e curiosità”, passiamo all’analisi dell’album: composto in pochi giorni in sessioni infuocate con la E Street Band, “Letter To You” riporta nei suoi momenti migliori con la mente ai capolavori della collaborazione, come “Darkness On The Edge Of Town” (1978) e “Born In The U.S.A.” (1984). Alcune melodie superano addirittura i sei minuti di durata: tra di esse l’epica Janey Needs A Shooter e If I Was The Priest. In realtà la prima canzone in scaletta, la deliziosa One Minute You’re Here, è una ballata raccolta che ricorda “Nebraska” (1982), ma è un falso allarme. Il resto del disco infatti si muove sui territori più conosciuti per i fans del Boss, quel rock potente e nostalgico di cui è il massimo interprete e maestro (vero The War On Drugs?). Non fosse per dei piccoli passi falsi come le troppo prevedibili House Of A Thousand Guitars e Rainmaker, avremmo davanti a noi un capolavoro dell’età matura di Springsteen.

Nei testi di “Letter To You” si evince una malinconia per gli anni che passano e gli amici di una vita che, giorno dopo giorno, abbandonano questo mondo: George Theiss, il frontman della primissima band in cui militò Bruce, i Castiles, è scomparso nel 2018 e ciò portò Springsteen a voler comporre nuovi pezzi e recuperarne degli altri dalla propria gioventù. Successivamente, come sappiamo, il Boss diede alle stampe il più sereno “Western Stars” (2019) e “Letter To You” è slittato al 2020, un anno in cui la morte è più presente che mai e in cui i testi delle canzoni sono più evocativi di quanto lo sarebbero stati in tempi migliori.

Ne sono esempi “We’ll meet and live and laugh again… for death is not the end” (I’ll See You In My Dreams), “Forget about the old friends and the old times” (If I Was The Priest) e “Sometimes folks need to believe in something so bad” (Rainmaker). Quest’ultimo, oltreché in chiave religiosa, può essere interpretato come monito per i politici populisti e il desiderio delle persone di sentirsi guidate da figure che, spesso, sono veri e propri criminali, come confermato dallo stesso Springsteen.

In conclusione, “Letter To You” non raggiunge le vette di capolavori come “Born In The U.S.A.” e “Darkness On The Edge Of Town”, nondimeno renderà felici i numerosi fans del Boss, capace ancora di scrivere canzoni forti e a tratti commoventi, come solo i veri fuoriclasse sanno fare. A 71 anni e con ormai 50 anni di carriera alle spalle, Springsteen è ancora oggi uno degli artisti più rilevanti del mondo rock.

48) Troye Sivan, “In A Dream”

(POP – ELETTRONICA)

Il nuovo EP del cantautore australiano è una piccola delizia. Mescolando le melodie che lo hanno reso una popstar con episodi decisamente più sperimentali, Troye Sivan si conferma volto sempre più interessante della musica contemporanea.

“In A Dream” segue l’acclamato “Bloom” (2018), album che lo ha fatto conoscere al grande pubblico e gli ha permesso di collaborare con star come Charli XCX e Ariana Grande, ampliando notevolmente il suo pubblico. L’EP non è tuttavia una semplice continuazione di “Bloom”, quanto un modo per Troye di sperimentare nuove sonorità, che spaziano dalla techno (!) al dream pop, senza tuttavia mai perdere la bussola.

Fin dal primo singolo, Take Yourself Home, capiamo che “In A Dream” rappresenta un episodio importante per la discografia di Sivan: la canzone sarebbe di per sé carina, un’ottima melodia pop mescolata alla bella voce di Troye, ma la coda techno, che pare una creazione di Aphex Twin, è incredibile e anche ripetuti ascolti non fanno capire fino in fondo da dove sbuchi. È decisamente una delle più belle canzoni a firma Troye Sivan. Anche la successiva Easy è molto accattivante: non imprevedibile come la precedente, ma non meno riuscita. L’elettronica prepotente ritorna anche nella trascinante STUD, altro pezzo notevole del lavoro. L’unica inferiore alla media (alta) dell’EP è la fin troppo breve could cry just thinkin about you, ma i risultati restano ottimi, anche grazie all’ottima chiusura rappresentata dalla title track.

In conclusione, le sei canzoni di “In A Dream” sono un passo in avanti importante per Troye Sivan: l’australiano ha affiancato collaborazioni illustri a un’estetica in continua evoluzione, che lo rende una delle figure meno inquadrabili del mondo pop. Il prossimo album sarà il vero banco di prova, ad A-Rock siamo davvero impazienti di sentirlo.

47) Amaarae, “THE ANGEL YOU DON’T KNOW”

(R&B – POP)

Nata Ama Serwah Genfi, nel Bronx, Amaarae ha in realtà una cultura davvero varia: ha vissuto in varie parti d’America e ora vive con la famiglia in Ghana, un posto apparentemente poco convenzionale per comporre musica che ambisce alle classifiche e a comparire nelle playlist di grido di Spotify. Tuttavia, l’Africa sta diventando un mercato sempre più ambito dalle multinazionali e, allo stesso tempo, la musica africana sta conquistando i fans di mezzo mondo.

Il genere afrobeats in realtà è assimilabile a R&B e hip hop per molti versi e non è un caso che la sua affermazione coincida con l’impero del rap nelle classifiche. Amaarae, dal canto suo, cerca di stare in equilibrio fra generi apparentemente diversi come R&B, pop e funk, creando con “THE ANGEL YOU DON’T KNOW” un CD breve (soli 35 minuti) ma vario, con picchi notevoli e pezzi più interlocutori. Il talento c’è, ma la Nostra deve ancora affinare la sua estetica per renderla davvero unica.

Le 14 canzoni dell’album vengono introdotte dalla breve D*A*N*G*E*R*O*U*S, uno dei molti intermezzi che popolano il disco. FANCY è già un highlight del CD, fra trap e R&B; altri pezzi da ricordare sono FANTASY e PARTY SAD FACE/CRAZY WURLD, con coda addirittura punk; invece mediocre HELLZ ANGEL. In tutte le canzoni tuttavia svetta, comprensibilmente, la voce da bambina di Amaarae, che ad alcuni potrà sembrare eccessivamente sdolcinata ma in realtà è un valore aggiunto nella maggior parte delle melodie.

In conclusione, “THE ANGEL YOU DON’T KNOW” è un LP molto interessante, che richiede più di un ascolto per essere compreso appieno. La brevità aiuta l’assimilazione rapida delle canzoni, la varietà di generi affrontati con successo da Amaarae garantisce replay value; insomma, se non fosse per i troppi intermezzi e alcuni episodi non all’altezza, avremmo davanti un esordio coi fiocchi. Ma già così Amaarae si candida ad un ruolo di primo piano nel panorama musicale dei prossimi anni.

46) Harry Styles, “Fine Line”

(POP – ROCK)

Questo secondo album a firma Harry Styles, ex membro degli One Direction, conferma l’impressione suscitata da “Harry Styles” del 2017: è lui il più talentuoso tra gli ex appartenenti alla boy band. Mentre infatti sia Liam Payne che Zayn Malik hanno deluso alla prova solista, Harry dimostra un’abilità non comune nel panorama pop-rock, prendendo spunto da artisti come The 1975 e Coldplay ma riuscendo a non suonare scontato.

“Fine Line” parte subito forte: Golden è un pezzo molto solare, perfetto per iniziare col piede giusto un CD dichiaratamente “amichevole” ma non per questo monotono. Altro ottimo brano è Adore, non a caso scelto anche per lanciare il lavoro. Invece Watermelon Sugar è un po’ banale e non rende giustizia alla bella voce di Styles.

Interessante è poi la voglia di sperimentare dell’ex One Direction, che si avventura in territori folk (Cherry) così come negli assoli rock quasi prog (She). I risultati non sono sempre perfetti, ma denotano un coraggio non comune. Non è un caso che l’artista britannico dichiari di ispirarsi a David Bowie; ce ne vuole per raggiungere le vette creative del Duca Bianco, ma Harry Styles ha tutto per costruirsi una solida carriera.

“Fine Line” non è ancora il CD definitivo del giovane cantante, ma mostra un Harry Styles in gran forma e pronto ad essere il Robbie Williams degli anni ’20: l’unico sopravvissuto a buoni livelli di una ex boyband. Basta sostituire i Take That con gli One Direction e il gioco è fatto.

45) Stormzy, “Heavy Is The Head”

(HIP HOP)

Il secondo album rappresenta come ben sappiamo sempre una prova ardua da superare, soprattutto per artisti che hanno trovato il successo al primo colpo. Stormzy, superstar della scena grime inglese, la supera brillantemente, mantenendo le qualità messe in mostra nell’esordio “Gang Signs & Prayer” del 2017 e diventando una voce generazionale vera e propria per la gioventù britannica.

Il CD, uscito a fine 2019, mescola come già “Gang Signs & Prayer” vari generi: dalla trap al gospel, passando per il rap più duro e diretto, conosciuto Oltremanica come grime. Questa grande varietà rappresenta sia un limite che un’opportunità per il giovane artista: se da un lato Stormzy infatti crea un CD fin troppo diversificato (con ospiti tanto diversi da comprendere Ed Sheeran e Burna Boy nella stessa canzone), dall’altro la sua innata abilità a spaziare fra ritmi e sonorità così diverse dimostra un talento enorme.

Come sempre in un album hip hop, i testi rivestono un’importanza notevole. Stormzy non ha mai fatto mistero di voler diventare portavoce della generazione che in Inghilterra ha assistito alla Brexit e all’ascesa dei Tory, con tutte le polemiche che ne sono seguite. In Audacity si domanda: “come diavolo ho fatto a salire così presto?”, mentre in One Second escono le contraddizioni a cui deve far fronte: “ Mummy always said if there’s a cause then I should fight for it, so yeah I understand, but I don’t think that I’m all right with it”, che non necessita di traduzione. Altrove invece appaiono temi più personali: in Lessons, per esempio, Stormzy conferma le voci che lo vedevano traditore della ex fidanzata Maya Jama.

In generale, il disco scorre bene, i featuring aggiungono spessore ai brani e Stormzy si conferma rapper molto talentuoso, sia vocalmente che liricamente. “Heavy Is The Head” sarà anche una dichiarazione spavalda, specialmente verso la concorrenza, ma questa arroganza è meritata.

44) Denzel Curry, “13LOOD 1N + 13LOOD OUT MIXX” / “UNLOCKED”

(HIP HOP)

I due brevi EP pubblicati nel giro di un mese dal rapper di Miami Denzel Curry, astro nascente della scena trap più alternativa, mostrano un artista al top: le basi sono durissime, in questo ricordando “TA13OO” (2018), il CD che fece conoscere Denzel a un pubblico ampio. A ciò aggiungiamo collaborazioni efficaci e abbiamo due fra gli EP più eccitanti degli ultimi anni.

Il primo ad essere pubblicato in ordine temporale, “13LOOD 1N + 13LOOD OUT MIXX”, è davvero breve: 8 pezzi che arrivano a malapena ai 13 minuti di durata, spesso connessi uno con l’altro tanto che è difficile dire dove uno finisce e il nuovo inizia. A colpire sono specialmente la durissima XX – CHARLIE SHEEN – XX, con la collaborazione di Ghostemane, e la più dolce XX – WELCOME TO THE FUTURE – XX. Nessuna però è scarsa, tanto da creare un disco quasi punk: potente, immediato e breve, che impone ascolti in serie.

Il secondo EP è intitolato “UNLOCKED” e vanta la collaborazione di Kenny Beats, da molti riconosciuto come il nuovo Madlib: che Denzel Curry sia il suo Freddie Gibbs? Non siamo di fronte ad un nuovo “Bandana” (2019), ma senza dubbio il CD è riuscito: meno aspro rispetto a “13LOOD 1N + 13LOOD OUT MIXX”, mantiene però alto il livello delle basi con inserti jazz che rendono l’insieme imprevedibile. I pezzi migliori sono Take_it_Back_v2 e Track07, poi in generale valgono le considerazioni fatte anche per il precedente lavoro: la brevità rende necessario più di un ascolto per apprezzare appieno i dettagli delle poche ma intricate canzoni.

In poche parole, Denzel Curry è destinato a scrivere pagine importanti dell’hip hop degli anni ’20 del XXI secolo: questi due EP ne sono un’ulteriore dimostrazione.

43) Hayley Williams, “Petals For Armor”

(ROCK – POP)

Il primo disco solista della cantante dei Paramore arriva a tre anni da “After Laughter”, il CD che aveva rappresentato una svolta importante per il gruppo statunitense, decisamente più pop e new wave rispetto al passato. Hayley evolve ulteriormente il sound sperimentato in “After Laughter”, creando un lungo lavoro innovativo ma accessibile, che flirta col pop ma anche col post-rock.

Il CD è inoltre decisamente personale: la Williams ha infatti da poco divorziato dal partner con cui aveva condiviso gli ultimi dieci anni di vita, un momento quindi non facile per lei. Nelle liriche troviamo infatti spesso riferimenti a questo e alle conseguenze che ha avuto su di lei: in Leave It Alone canta “If you know how to love, best prepare to grieve”, mentre in Rose/Lotus/Violet/Iris, dove collaborano anche le boygenius (cioè Julien Baker, Lucy Dacus e Phoebe Bridgers), “he loves me now, he loves me not” pare echeggiare il gioco che tutti da bambini abbiamo fatto.

Il tono del disco è insolitamente dimesso: mentre i Paramore ci avevano abituato a CD di rock alternativo che invitavano a ballare l’ascoltatore, Hayley Williams in “Petals For Armor” raramente si concede momenti leggeri. Sudden Desire alterna toni lievi a versi più intimisti, mentre Simmer e Leave It Alone rappresentano un’ottima doppietta iniziale ma non proprio accessibile, con quegli echi di Sigur Ros qua e là.

“Petals For Armor” era stato concepito inizialmente come un triplo EP, fatto ben rappresentato dalla struttura del lavoro: il primo terzo è riflessivo, il secondo accessibile e l’ultimo è un’affermazione della forza di Hayley Williams malgrado il tumulto passato nell’ultimo anno, tanto da concludersi con la bella frase “Won’t Give In To The Fear” in Crystal Clear. La promozione del CD è stata frammentaria proprio per questa confusione di fondo sulla struttura del lavoro, ma i risultati sono buoni.

“Petals For Armor” infatti contiene brani adatti ad ogni occasione: raccolti, ballabili, sperimentali e mainstream… Hayley Williams ha deciso di riversare molti dei suoi riferimenti musicali in questo LP, creando un aggregato magari non efficace in ogni sua parte ma certo non disprezzabile.

42) MIKE, “Weight Of The World”

(HIP HOP)

Il giovane ma già affermato rapper newyorkese MIKE, con “Weight Of The World”, prosegue la strada tracciata nel fortunato album precedente, “tears of joy” (2019). Dal canto nostro, ad A-Rock avevamo già messo gli occhi su di lui, inserendolo in un profilo della rubrica “Rising”, dedicata ai giovani talenti, e nella lista dei migliori CD dell’anno.

L’hip hop astratto e delicato di MIKE è infatti davvero riuscito nelle sue parti migliori (basti sentirsi No, No e Da Screets), evocando il miglior MF Doom ed Earl Sweatshirt, che in un certo senso ha ricambiato la stima del Nostro collaborando in Allstar. Il disco prosegue idealmente quanto fatto in “tears of joy”: MIKE è ancora devastato dalla morte prematura della madre, che viene continuamente evocata in “Weight Of The World”. Anche musicalmente non vi sono innovazioni particolari, anzi possiamo dire che il talentuoso rapper approfondisce la formula vincente del precedente LP, riducendone la frammentarietà (siamo a 16 brani per 35 minuti); solo due canzoni superano i tre minuti, Coat Of Many Colors e Weight Of The Word*.

I testi, come già si sarà capito, sono il pezzo forte del lavoro: in delicate descrive un’infanzia travagliata, “We used to freeze up in the winter, the summers, we rose” canta malinconicamente. In alert* affronta il tema della depressione: “Papa knows it’s doom I need to work through” è un verso chiarissimo. Tuttavia, la palma di lirica più devastante la vince “Walked her out the Earth, just me, a couple nurses”, contenuta in 222: un commiato asciutto ma davvero toccante dalla madre da poco defunta.

Il CD, come già accennato, non rinnova l’estetica di MIKE, nondimeno serve a rinforzare una discografia già interessante e a renderlo un volto riconoscibile, verrebbe quasi da dire irrinunciabile, per l’hip hop sperimentale.

41) Charli XCX, “how i’m feeling now”

(POP)

Il nuovo album della popstar inglese Charli XCX è un documento che, in futuro, sarà un rimando alla vita durante il lockdown. Mescolando i suoi soliti beats quasi industrial con melodie pop e voci robotiche, Charli ha creato un CD non perfetto, ma certo godibile, considerando anche le circostanze in cui è stato composto (in quarantena e in un periodo di tempo volutamente limitato).

Charlotte Aitchison (questo il vero nome dell’artista britannica), con “how i’m feeling now”, segue di un solo anno il riuscito “Charli” (2019), in cui grazie accanto a ospiti di spessore, da Sky Ferreira a Lizzo passando per Troye Sivan, era riuscita a dare un senso al “pop del futuro” di cui è stata spesso tacciata di essere un’anticipatrice. In “how i’m feeling now” capiamo subito che, accanto al livello puramente musicale, le liriche assumono un’importanza cruciale: accanto al tema dell’inquietudine emergono i temi dell’amore per il fidanzato e di come concepire la musica in questo periodo certo non facile.

Ne sono chiari esempi questi versi contenuti in anthems: “I’m so bored… Wake up late, eat some cereal, try my best to be physical, lose myself in a TV show, staring out to oblivion… all my friends are invisible”, oppure in detonate: “When I start to see fear it gets real bad”. Altrove, come già accennato, emergono temi più sereni, come in forever, dove Charli canta “I will always love you, I love you forever, I know in the future we won’t see each other.”

Musicalmente, il lavoro alterna pezzi più sperimentali (come pink diamond) ad altri più ballabili, quasi EDM (detonate). I risultati sono ragguardevoli, specialmente in enemy e la dolce 7 years, inoltre la brevità del CD (11 brani per 37 minuti complessivi) lo aiuta a mantenersi di buona qualità per tutta la sua durata.

Charli XCX si è anno dopo anno affermata come una delle popstar più aperte all’innovazione in un genere spesso accusato di essere fin troppo attento alla forma e poco alla sostanza. “how i’m feeling now”, oltre ad essere un’efficace testimonianza di come il Covid-19 ha impattato la psiche di tutti, è anche un buon LP. Cosa chiedere di più?

40) Kelly Lee Owens, “Inner Song”

(ELETTRONICA)

Il secondo album dell’artista gallese è un gradito ritorno alla formula che l’ha resa apprezzata fin dal primo disco “Kelly Lee Owens” del 2017: un punto d’incontro felice fra techno e dream pop, che raggiunge dei picchi notevoli ad esempio in Melt!. Ma nulla è superfluo nel lavoro, che catapulta definitivamente Kelly Lee Owens nel novero delle artiste da tenere d’occhio.

Il disco si apre con la cover di Weird Fishes / Arpeggi dei Radiohead, qua intitolata semplicemente Arpeggi: va notato che il 2020 segna l’uscita di ben due cover della stessa canzone in dischi molto lodati, infatti anche Lianne La Havas ha inserito la sua versione del brano menzionato (Weird Fishes, manco a farlo apposta) nel suo lavoro di qualche mese fa. Arpeggi è un sobrio brano solo strumentale, capace però di raccogliere la magia dell’originale pur senza la voce a supportare gli strumenti.

Il CD poi si snoda fra brani più elettronici (come On e Night) e altri in cui invece il pop, a volte addirittura l’R&B, sono preponderanti (si sentano Re-Wild e L.I.N.E.). I risultati non sempre sono eccellenti, ma quando Kelly Lee Owens azzecca il beat i risultati sono trascinanti: Melt! è forse il miglior pezzo techno dell’anno, ottima anche Flow. Invece meno riuscita Jeanette. Segnaliamo infine la collaborazione col mitico John Cale (ex Velvet Underground) nella lunga ma non monotona Corner Of My Sky.

Se vogliamo trovare un punto d’incontro tra le liriche del disco è la questione ambientale: sia Melt! che Corner Of My Sky toccano l’importanza che il surriscaldamento globale ha sulla natura. Del resto, tuttavia, in un disco prevalentemente elettronico sono più importanti le atmosfere create dalla musica piuttosto che i messaggi espliciti trasmessi dall’artista.

In conclusione, “Inner Song” è un altro passo avanti nella già brillante carriera di Kelly Lee Owens, una delle cantanti più interessanti della sua generazione, capace di mescolare generi apparentemente lontani in maniera sempre intrigante. L’impressione è che il suo capolavoro non sia ancora arrivato, staremo a vedere il futuro cosa avrà in serbo per lei.

39) Dua Lipa, “Future Nostalgia”

(POP)

L’artista di origini kosovare e albanesi, ma nata in Inghilterra, mescola pop, funk e disco anni ’80, per creare con “Future Nostalgia” un impasto sonoro effettivamente nostalgico, ma mai banale.

Pregio non da poco è la concisione del lavoro: con 11 brani e 37 minuti Dua Lipa non ha tempo per i riempitivi, notizia benvenuta e a dire il vero sempre più rara nel mondo pop e rap, sempre alla ricerca dei record di streaming. L’intento dell’artista britannica è quindi chiaro: conseguire il successo non tramite mezzucci ma solo con il talento. Anche liricamente ciò è evidente: in Future Nostalgia sentiamo Dua Lipa cantare “No matter what you do, I’m gonna get it without ya. I know you ain’t used to a female alpha”.

In effetti pezzi accattivanti come la title track, Don’t Start Now e Physical aiutano a tenere lontano i pensieri in questi tempi non facili. Nessuno, come già accennato, è davvero superfluo: inferiore alla media solamente Pretty Please e l’orchestrale Boys Will Be Boys.

Dua Lipa è riuscita nella non facile missione di fondere l’estetica di Kylie Minogue, Madonna e Christine And The Queens creando qualcosa di retrò ma allo stesso tempo futuristico. Raramente titolo di un LP si è dimostrato più profetico.

38) Matt Berninger, “Serpentine Prison”

(ROCK)

Il cantante dei The National ha prodotto il secondo album al di fuori del suo gruppo principale dopo l’esperimento “El Vy” del 2015, che lo vedeva collaborare con Brent Knopf: un mezzo fiasco, che aveva fatto pensare che Berninger non si sentisse a suo agio nei panni di unico interprete e senza i fidati fratelli Dessner e Davendorf al suo fianco. “Serpentine Prison” ribalta la prospettiva: se il CD non innova radicalmente l’estetica a cui Matt ci ha abituato, dall’altro i risultati sono più che buoni e fanno pensare che la sua dimensione sia magari ridotta come palette sonora, ma non soffocante.

Va detto che il lavoro non è interamente appannaggio di Berninger: aiutato da ospiti di spessore come Andrew Bird, Gail Ann Dorsey (che aveva già collaborato nell’ultimo LP dei The National “I Am Easy To Find” del 2019) e il produttore Booker T. Jones, il Nostro ha composto dieci canzoni estremamente coese, prive di guizzi particolari ma senza dubbio gradevoli. Andiamo da brani molto simili ai The National (Loved So Little) a pezzi invece più ispirati agli U2 (Distant Axis) e infine altri molto raccolti, che fanno pensare al pop da camera (Silver Springs). In generale, quindi, l’estetica di Berninger è confacente a quel tono di voce affascinante ma a tratti ferito che tutti gli riconoscono, così come le liriche.

Abbiamo infatti ad esempio versi come “The way we talked last night… It felt like a different kind of fight” (Boiler Plate) e “I feel like an impersonation of you… Or am I doing another version of you doing me?” (la title track). Il paesaggio tratteggiato da Matt è quindi fosco, un pomeriggio di pioggia verrebbe da dire; certo non una novità per i fans dei The National. I pezzi interessanti non mancano: dalla progressione di All For Nothing a Distant Axis, passando per Serpenine Prison, il CD brilla spesso. Il solo brano sottotono è Loved So Little, ma non intacca i risultati complessivi del disco.

In conclusione, conosciamo tutti Berninger per essere un cantautore prolifico: basti pensare che fra 2017 e 2020 è stato coinvolto in ben tre CD, due a firma The National e uno solista. La qualità tuttavia non ha mai risentito di questo output abbondante, anzi “Sleep Well Beast” (2017) ha vinto il Grammy come miglior album di musica alternativa. “Serpentine Prison” non è un capolavoro, ma arricchisce il canzoniere di Matt Berninger di altre canzoni che non sfigurano al cospetto di capolavori come quelle contenute in “Trouble Will Find Me” (2013).

37) Caribou, “Suddenly”

(ELETTRONICA)

Il settimo CD a firma Caribou arriva dopo ben sei anni dal precedente “Our Love”: un intervallo di tempo così lungo non è tuttavia stato speso inutilmente da Dan Snaith, colui che si cela dietro il progetto Caribou. Daphni, infatti, altro alter ego del musicista canadese, aveva pubblicato “Joli Mai” nel 2017; un album che tuttavia non raggiungeva le vette dei migliori lavori a firma Caribou, come ad esempio “Swim” (2010) e lo stesso “Our Love” (2014).

“Suddenly” è l’album più stilisticamente vario di Snaith: pop, elettronica, rock e rap si trovano qua e là nel corso del CD, così come brevi parentesi jazz e psichedeliche. Ciò tuttavia non va a detrimento della qualità: il marchio Caribou ha sempre mantenuto alto il livello, è vero, ma “Suddenly” certamente ne tiene alto il nome.

Accanto a tutto ciò, forse per la prima volta in un disco di Caribou le liriche non sono semplici echi di voci lontane poste su basi house o psichedeliche: adesso la voce di Dan è spesso alta nel mix, così come quella dei numerosi ospiti presenti nei samples dei vari brani. Basti pensare a Home e Sunny’s Time, dove per la prima volta l’hip hop la fa da padrone. Potrà piacere o meno, ma denota una crescita e un coraggio nel produttore e cantautore Dan Snaith che non sono banali.

La lirica più commovente è cantata però da Dan stesso: “I’m broken, so tired of crying… Just hold me close to you”, in Cloud Song, è il simbolo di un uomo fragile, debilitato da esperienze drammatiche (il divorzio, la morte di persone care). Un’ammissione certamente non facile, per Dan, ma commovente.

Musicalmente, “Suddenly” è, come già accennato, un’aggiunta di spessore ad un catalogo ingombrante: non c’è forse un’altra Odessa o Can’t Do Without You, ma pezzi come You And I e Ravi (che pare un pezzo sanificato dei Prodigy) sono comunque notevoli. Invece troppo breve il pur affascinante intermezzo Filtered Grand Piano.

“Suddenly” non è un lavoro perfetto, ma rappresenta nonostante tutto un passo avanti importante per il musicista canadese. Dan Snaith non è mai suonato così libero eppure così fragile (in varie interviste ha detto di aver prodotto negli scorsi cinque anni ben 900 potenziali pezzi, fra campionamenti e melodie vere e proprie). Vedremo dove le prossime incarnazioni del progetto Caribou lo porteranno, ma sappiamo che resterà fedele a un motto: meglio pochi (LP) ma buoni.

36) Jay Electronica, “A Written Testimony” / “Act II: Patents Of Nobility”

(HIP HOP)

L’esordio dell’ormai maturo rapper statunitense (43 anni) ha rappresentato un fulmine a ciel sereno per tutti. Jay Electronica infatti era quasi una figura mitica nel mondo della musica: collaborazioni eccellenti (Chance The Rapper, Kendrick Lamar, Nas) e alcuni singoli di grido nella decade 2000-2009 (!) avevano creato un’attesa enorme per il suo primo CD.

Partiamo da “A Written Testimony”. Accanto a Jay troviamo altri ospiti davvero illustri, su tutti un JAY-Z in grande forma, senza dimenticare Travis Scott e James Blake, che rendono “A Written Testimony” imperdibile. I beat sono decisamente old school, rimandando ai dischi hip hop del secolo passato, ma mai fuori fuoco o fini a sé stessi. In 10 canzoni e 39 minuti, infatti, Jay Electronica copre molto territorio, mescolando al rap anche soul e jazz, per creare un prodotto coeso.

Va ricordato che JAY-Z dà una mano fondamentale all’omonimo Jay Electronica nel corso del CD, tanto da metterlo quasi in ombra in certi tratti: basti sentirsi The Blinding e Universal Soldier, per capire quanto ancora mister Carter abbia da dare alla musica. Come già accennato, tuttavia, nessun brano è scadente (solo Ezekiel’s Wheel è un po’ troppo lento); Jay Electronica anzi pare davvero in ottima condizione e molto affiatato con gli ospiti presenti nel disco.

Testualmente, “A Written Testimony” affronta temi da sempre cari alla musica hip hop: la condizione della gente di colore, la scalata al potere di persone esemplari (su tutti, guarda caso, proprio JAY-Z) e l’eredità degli schiavi afroamericani del passato. Accanto a tutto ciò emerge la forte fede musulmana di Jay Electronica, uno dei tratti fondanti della sua vita e della sua poetica.

“A Written Testimony” quindi, malgrado la sua brevità, non è un disco assimilabile al primo colpo. Ripetuti ascolti tuttavia trasmettono molto, soprattutto una cosa: l’età, anche in un mondo sempre affamato di nuove facce come quello musicale (in special modo l’hip hop), non è necessariamente un freno. Soprattutto se coinvolgi nello stesso progetto Jay Electronica e JAY-Z.

Il 2020 del misterioso rapper conosciuto come Jay Electronica non è tuttavia terminato qui: ha visto la luce infatti anche il suo “album perduto”, un CD che pareva sul punto di essere pubblicato addirittura nel 2012!

I motivi che hanno spinto Jay a ritardare così tanto la pubblicazione (peraltro dovuta, pare, a un leak emerso su Internet qualche giorno prima del passaggio sul servizio streaming Tidal) sono tuttora ignoti. Il CD in realtà, pur essendo ancora bisognoso di ritocchi in termini di lunghezza e produzione, è riuscito: immaginandone la pubblicazione nell’ormai lontano 2012, avremmo probabilmente strabuzzato gli occhi sentendo brani avventurosi come Shiny Suit Theory e i pezzi del “periodo francese”, Bonnie And Clyde (che campiona Serge Gainsbourg) e Dinner At Tiffany’s, con la figlia di quest’ultimo, Charlotte.

Il Nostro campiona anche Ronald Reagan in ben due brani: Real Magic e Road To Perdition, a testimonianza di una conoscenza molto ampia e di una curiosità senza limiti. Da migliorare invece, come già ricordato, il sequenziamento e la produzione di alcuni pezzi: i numerosi intermezzi iniziali rovinano il ritmo e la chiusura affidata a brani deboli come Rough Love e Run And Hide non convince.

In conclusione, se da un lato ci fa piacere finalmente ascoltare “Act II: Patents Of Nobility”, dall’altro ci resta quasi un amaro in bocca: la storia dell’hip hop sarebbe cambiata se otto anni fa fosse stato pubblicato questo disco? Nessuno può dirlo. Speriamo che Jay Electronica abbia trovato la serenità che gli è mancata quando la hype dei media era troppo pesante per lui e che possa riprendere una carriera che pareva lanciatissima e che, chissà, potrebbe darci ancora tante soddisfazioni.

35) Rina Sawayama, “SAWAYAMA”

(POP – ROCK)

Il debutto di Rina Sawayama era molto atteso: l’EP del 2017 “RINA” aveva attirato l’attenzione su questa giovane artista dalla voce sinuosa e ispirata al “future pop” di Charli XCX ma anche dagli anni ’00 del XX secolo, basti pensare ai rimandi a Britney Spears e Christina Aguilera. “SAWAYAMA” riparte da dove “RINA” era finito: canzoni ballabili, ritmi sincopati spesso intervallati da brani quasi metal, che richiamano Linkin Park e Limp Bizkit, ma anche gli Evanescence.

Il primo singolo di lancio del disco, STFU! (che sta per “shut the fuck up!”), ne era un chiaro indizio: fino al ritornello pare davvero di essere tornati ai primi anni 2000, con quel nu-metal che rimbomba nelle orecchie. Il ritornello invece è pop ben fatto, capace in tempi normali di trascinare a ballare un buon numero di persone. I rimandi al rock duro non sono certo finiti qua: abbiamo per esempio anche XS in cui riff di chitarra pesante si intervallano a ritmi più rilassati, così come in brevi tratti dell’iniziale Dynasty.

Il CD come tale non offre momenti di pausa, creando un’esperienza davvero interessante per l’ascoltatore. Certo, non brilla per coesione, ma non è comune avere un disco che passa in maniera spesso efficace dal pop da classifica al metal, spesso nella breve durata di una canzone. Sono infatti proprio le canzoni più convenzionali, ad esempio Love Me 4 Me e Bad Friend, a essere le meno riuscite del lotto, pur mantenendo una qualità sempre accettabile.

In conclusione, “SAWAYAMA” è un lavoro molto promettente da parte di un nuovo volto della musica pop più innovativa e, verrebbe da dire, sperimentale. Vedremo se la giovane cantante inglese manterrà in futuro le aspettative, di certo ad oggi pare che Rina Sawayama potrebbe essere uno dei simboli più brillanti del pop degli anni a venire.

34) HAIM, “Women In Music Pt. III”

(ROCK – POP)

Le sorelle Haim, rispettivamente Danielle (voce principale e chitarra), Alana (chitarra) ed Este (basso) hanno costruito con “Women In Music Pt. III” il loro miglior disco. Ripartendo dal loro tradizionale pop-rock sfrontato e ottimista, la band californiana ha introdotto elementi di folk ed elettronica che ne hanno ampliato la palette sonora, mettendo in mostra un desiderio di sperimentare benvenuto dopo il mezzo passo falso di “Something To Tell You” (2017).

Ripetuti ascolti, nel caso di “Women In Music Pt. III”, non mettono in evidenza le debolezze del lavoro, come spesso accadeva nel passato per le tre Haim; al contrario, la delicata bellezza di Summer Girl e l’irresistibilità di Los Angeles ne vengono esaltate. È vero, ancora la voglia di strafare costringe le sorelle a produrre brani deboli come la scontata I Don’t Wanna e l’inutile intermezzo Man From The Magazine, ma aiutate dai consigli sapienti di Rostam Batmanglij e Ariel Rechtshaid (quest’ultimo è anche partner di Danielle) le Nostre riescono ad evitare cadute di stile.

Anche testualmente le sorelle Haim compiono passi avanti rispetto al passato: se fino al secondo CD “Something To Tell You” i loro testi erano prevalentemente frivoli, perfettamente allineati ai ritmi estivi e sereni delle canzoni, in questo lavoro i toni sono a volte decisamente più raccolti, basti citare la già menzionata Summer Girl. Danielle, inoltre, ha dovuto supportare il fidanzato quando il cancro alla prostata lo ha colpito nel 2015; Este invece convive col diabete da tempo, mentre Alana ha visto morire recentemente un suo caro amico. Insomma, non sono stati anni facili per le HAIM; a questo aggiungiamoci il Coronavirus e il panorama è decisamente più tetro rispetto a qualche tempo fa. Basti questo verso tratto da I’ve Been Down: “But I ain’t dead yet”.

In generale, “Women In Music Pt. III” è il disco più compiuto finora nella carriera delle HAIM; la varietà stilistica non va a scapito della qualità del CD, che anzi mescola abilmente generi disparati e amplierà probabilmente il pubblico della band.

33) Laura Marling, “Song For Our Daughter”

(FOLK)

L’artista inglese si conferma una delle migliori cantautrici dei nostri tempi. Mescolando Joni Mitchell e Bob Dylan con una spruzzata di Leonard Cohen, Laura Marling riesce in “Song For Our Daughter” a mantenere fede alla nomea di “ragazza prodigio” con un CD folk coeso e suonato magnificamente, che rivaleggia con il lavoro dello scorso anno di Aldous Harding, “Designer”, come miglior disco di folk contemporaneo degli ultimi anni.

In realtà il titolo è ingannevole: Laura Marling, da poco entrata nei 30 anni, non ha una figlia, tuttavia sentiva il bisogno di dedicare queste melodie alle più giovani, inserendo nelle liriche riferimenti alla condizione femminile e speranze per gli anni a venire. La sentiamo cantare in Only The Strong “I won’t write a woman with a man on my mind… Hope that doesn’t sound too unkind”, ma anche “I love you goodbye, now let me live my life” in The End Of The Affair. I risultati, lo ripetiamo, sono ottimi: “Song For Our Daughter” mescola abilmente pezzi più rock (Held Down) con ballate solo piano e strumenti classici come il violino (Blow By Blow) in maniera egregia.

I pezzi migliori del lotto sono la vibrante Alexandra, che apre magnificamente il lavoro, e la title track; ma sono molto belle anche Held Down e la simpatica Strange Girl. Invece leggermente inferiore alla media Fortune, un po’ prevedibile. Ma nessun brano è fuori posto, tanto da far passare i 36 minuti del CD in maniera leggera e serena.

“Song For Our Daughter” non reinventa il genere, come magari invece aveva fatto il CD dei Fleet Foxes “Crack Up” (2017), ma è piuttosto il culmine di una produzione sempre più raffinata. Laura Marling aveva impressionato il mondo già 18enne con l’esordio “Alas, I Cannot Swim” (2008) e aveva poi continuato a produrre LP di qualità e giustamente premiati anche dalla critica. Mentre il precedente “Semper Femina” (2017) era più combattivo, sia come sonorità che come liriche, “Song For Our Daughter” è una piccola perla di semplicità e grazia. Qualità davvero fondamentali in un CD pubblicato in periodo di quarantena forzata.

32) Dogleg, “Melee”

(PUNK)

Cosa aspettarsi da un gruppo punk il cui esordio si intitola “zuffa”? Beh, nulla di più di alcune canzoni energiche, chitarre al massimo e testi potenti. I Dogleg riescono a raggiungere tutti questi obiettivi con apparente semplicità, iscrivendosi di diritto in una scena punk-rock mondiale che ultimamente ha visto nascere numerose nuove voci (Shame, IDLES e PUP solo per citare le più note).

I 10 brani del CD sono in effetti davvero brutali in molte parti: la doppietta iniziale formata da Kawasaki Backflip e Bueno resterà impressa per molto tempo nella mente e nelle orecchie degli ascoltatori, così come Hotlines. Solo in certi tratti emergono accenti diversi, più spostati sul ramo emo del genere, si ascoltino ad esempio Headfirst e Fox.

In realtà l’ispirazione dei Dogleg va ricercata negli Iceage: l’esordio “A New Brigade” (2011) era in effetti un ottimo album quasi hardcore in certi tratti, così come il durissimo “You’re Nothing” (2013). Vedremo il percorso futuro dei Dogleg come sarà, certamente il talento pare esserci. Anche testualmente il lavoro non è banale: emergono temi che, anche in questo caso, ricordano le band emo del passato (American Football su tutte), affrontando la depressione all’inizio del disco come alla fine, tanto che il CD inizia e finisce con Alex Stoitsiadis (il frontman della band) malinconicamente seduto a terra supino.

In generale, dunque, “Melee” non reinventa la storia del rock; tuttavia rappresenta una sferzata d’aria fresca necessaria in tempi come questi.

31) Moses Sumney, “græ”

(POP – ROCK – SPERIMENTALE)

Il nuovo album del musicista statunitense Moses Sumney ha avuto un rilascio decisamente strano. “græ” (da pronunciarsi “grey”) è infatti un doppio album, di cui Sumney ha dapprima rilasciato la prima metà (il 21 febbraio) e solo il 15 maggio la seconda. Questa decisione di marketing non è certamente usuale, però ha avuto il merito di tenere i riflettori puntati sul giovane talento per più tempo.

“græ” segue di tre anni “Aromanticism”, che era entrato anche nella rubrica “Rising” di A-Rock per la sua capacità di essere minimalista ma allo stesso tempo capace di ispirarsi ai grandi del pop e del rock, da Prince in giù. Il nuovo doppio album a firma Moses Sumney non si limita a rivangare questi percorsi, anzi è decisamente più massimalista come ambizione e sonorità. Mescolando parti recitate (come insula e also also also and and and) con composizioni decisamente intricate e non riassumibili in un solo genere (si senta In Bloom), Moses si candida a volto decisivo del pop più sperimentale della nuova decade, sulla scia di Bjork.

La prima metà, come già ricordato pubblicata a febbraio, aveva fatto intravedere il potenziale capolavoro: pezzi come la conclusiva Polly e Virile lasciano di stucco per la loro bellezza, mentre altri come Cut Me richiedono più ascolti prima di entrare sottopelle e non lasciare più l’ascoltatore. Il tutto viene aiutato dalla voce di Moses Sumney, ancora più duttile che nell’esordio. Come ciliegina sulla torta citiamo i numerosi collaboratori: da Daniel Lopatin a Thundercat, passando per James Blake, il Nostro ha raccolto il meglio della scena pop/elettronica.

La seconda parte del lavoro è più autobiografica della prima. Sia Two Dogs che Me In 20 Years narrano episodi del passato di Sumney per proiettarlo poi nel futuro, mentre and so I come to isolation riprende insula per le tematiche di isolamento e solitudine che affronta, laddove la prima metà affrontava prevalentemente i temi della mascolinità tossica (Virile) e dell’identità (also also also and and and). I brani che spiccano sono le delicate Lucky Me e Keeps Me Alive, senza dimenticare Bless Me, ma nessuno è fuori posto.

In conclusione, malgrado la struttura a volte schizofrenica e la smodata ambizione di “græ” (che consta complessivamente di 20 brani per 65 minuti), che a volte può risultare indigesta, il CD è un concentrato di tutte le doti del promettente cantautore americano: inventiva, voce flessibile come poche e ritmiche imprevedibili. Se in futuro Moses riuscirà a smussare gli angoli più acuminati e inutilmente sperimentali della sua estetica, avremo un capolavoro fatto e finito.

30) Kaytranada, “BUBBA”

(ELETTRONICA – R&B)

Il secondo album del canadese Kaytranada è in realtà arrivato a metà dicembre 2019, ma sarebbe stato un peccato sorvolare su un disco così riuscito. Mescolando abilmente R&B e dance, infatti, Kaytranada costruisce un album davvero interessante, che si ispira a Jai Paul e Anderson .Paak (per non scomodare Prince) ma riesce a non suonare troppo plagiato.

La complessa struttura del CD (17 canzoni per 51 minuti di durata) potrebbe far pensare ad un oggetto di difficile lettura, almeno a primo acchito. In realtà il musicista canadese, aiutato anche da un parco ospiti di tutto rispetto (Pharrell Williams, Kali Uchis e SiR fra gli altri), riesce a creare un prodotto coeso e mai scontato. Spiccano in particolare 10% e Midsection, ma nessun brano è davvero fuori posto. L’unico un po’ inferiore alla media è Need It, ma non intacca i risultati complessivi di “BUBBA”.

Qualcuno aveva gridato al miracolo con l’esordio “99.9%” (2016), per il suo mescolare senza difficoltà funk, R&B ed elettronica; questo “BUBBA” è un perfezionamento di una formula vincente, Kaytranada suona sicuro di sé e pronto a spiccare definitivamente il volo verso l’Olimpo del mondo pop.

29) Nicolas Jaar, “Cenizas” / “Telas”

(ELETTRONICA)

“Cenizas”, il terzo CD vero e proprio a firma Nicolas Jaar, arriva a nemmeno due mesi da “2017-2019”, il disco dell’altro progetto tuttora attivo del produttore di origine cilena, A.A.L. (Against All Logic). Mentre quest’ultimo è focalizzato sulla house e dance music, Nicolas Jaar è maestro di sonorità più delicate, minimali tanto da essere considerato anche esponente della musica ambient.

La quantità in questo caso non è nemica della qualità: “Cenizas” è infatti un lavoro decisamente sperimentale, tanto che possiamo trovarci elementi elettronici ma anche jazz e ambient. La coesione è quindi una mancanza evidente nel corso delle 13 canzoni che compongono il CD, ma viene compensata da una varietà stilistica e timbrica notevole, sempre però nel segno di una malinconia esistenziale più forte che mai in un compositore peraltro mai particolarmente ottimista.

“Cenizas” (da tradursi in “ceneri”) è quindi un LP molto intimo, non facile ma non per questo da buttare. Anzi, ripetuti ascolti premiano l’ascoltatore, catapultato in un mondo parallelo magari inquietante ma allo stesso tempo affascinante e raffinato, come tipico ormai dello stile Jaar. Spiccano particolarmente Gocce e Garden, mentre Menysid è forse troppo astratta, quasi solo rumore bianco.

A tutto questo si aggiungono delle liriche, quando presenti, sempre inquisitorie e mai banali: in Faith Made Of Silk Nicolas canta “A peak is just the way towards a descent, you have nowhere to look. Look around not ahead”. Altrove troviamo riferimenti al concetto di peccato (Sunder) così come titoli molto evocativi della voglia del Nostro, semplicemente, di scomparire (Vanish, Mud).

“Cenizas” non è un CD per tutte le stagioni, ma pare particolarmente adatto a quella presente, fatta di inquietudine, paura del contagio e pulsioni ambientaliste che cercano di salvare il pianeta dall’Uomo stesso. È probabilmente il lavoro più sperimentale di Nicolas Jaar, ma forse anche il più profondo, segno di un produttore che non ha terminato la voglia di addentrarsi in nuovi territori e oltrepassare i confini di come che un disco di musica elettronica dovrebbe suonare.

“Telas” dal canto suo si compone di quattro lunghe tracce, molto complesse e articolate: il CD infatti arriva quasi a 60 minuti di durata! Sommati ai 53 minuti di “Cenizas”, abbiamo un trattato di due ore di elettronica contemporanea, musica da camera che però sa comunicare sensazioni forti, purtroppo intonata al clima da lockdown che ancora pervade molta parte del mondo. Telahora comincia quasi come una canzone di Tom Waits, con ottoni in primo piano e toni dissonanti, per poi evolvere in eterea musica d’ambiente intervallata da momenti più percussivi. Telencima invece ricorda da vicino le atmosfere dell’ambient di Brian Eno, con sonorità più dolci rispetto a Telahora. Telahumo, invece, è una sorta di combinazione fra le due precedenti: serena ma allo stesso tempo imprevedibile. Infine Telallás, la canzone più “breve” del lotto (“soli” 13 minuti), è una conclusione tanto misteriosa quanto giusta per “Telas”, un lavoro che rivela dettagli preziosi ad ogni ascolto.

Le quattro composizioni possono apparire disgiunte e poco coerenti l’una con l’altra, in realtà raccontano di un musicista in continua evoluzione, un maestro dell’elettronica capace di passare da un sottogenere all’altro nell’arco di pochi mesi e produrre sempre LP accattivanti. Se qualcuno avesse ancora dei dubbi, l’ascolto di “Telas” conferma che Nicolas Jaar è il migliore della sua generazione per quanto riguarda la musica elettronica.

28) Jessie Ware, “What’s Your Pleasure?”

(POP)

Il ritorno della cantautrice inglese è un romantico rimando agli anni ’70-’80 del secolo scorso, in cui la dance di Donna Summer e il funk di Prince trionfavano sulla pista da ballo e in classifica. “What’s Your Pleasure?” è un disco davvero interessante, coeso e mai ridondante, in cui Jessie mette in mostra il suo talento e contribuisce a riportare la disco al centro dell’attenzione, sulla scia del clamoroso successo ottenuto da Dua Lipa con “Future Nostalgia”. Col prezioso supporto alla produzione di James Ford (già collaboratore di Arctic Monkeys e Foals fra gli altri), i risultati sono davvero imperdibili.

Fin dall’inizio capiamo che “What’s Your Pleasure?” è un disco che ritorna a “Devotion” (2012), l’esordio che aveva fatto conoscere Jessie Ware al mondo: atmosfere sexy e ballabili, retrò ma mai scopiazzate dai giganti del genere. Spotlight è il brano migliore del disco e potrebbe andare avanti ben oltre i cinque minuti della sua durata. Ottima poi la title track; da menzionare poi Ooh La La, che riporta alla memoria il funk di Sly & The Family Stone e il Prince degli esordi.

Se dobbiamo trovare una pecca al CD è a volte la similitudine fra una canzone e l’altra, ad esempio Step Into My Life è una ripetizione delle atmosfere ballabili già assaporate per la durata del lavoro, ma insomma i risultati complessivi sono davvero gradevoli.

Jessie Ware aveva esplorato il proprio lato più pop e intimista nei suoi ultimi LP, soprattutto “Glasshouse” del 2017; questo album da un lato è un ritorno al mondo ottimista e discotecaro degli anni ‘70-‘80, senza dubbio, ma la britannica riesce a non suonare scontata e il CD ha reso l’estate migliore (o almeno più sopportabile) per tutti noi.

27) Grimes, “Miss Anthropocene”

(POP – ELETTRONICA)

Il quinto disco della cantautrice canadese Claire Boucher, in arte Grimes, la trova ad un passaggio fondamentale non solo della propria carriera, ma dell’intera sua vita: fidanzata di Elon Musk, uno dei più noti miliardari del mondo, nonché incinta di otto mesi dell’inventore della Tesla, in che condizione avremmo trovato Grimes in “Miss Anthropocene”?

Il CD arriva a cinque anni dal pluripremiato “Art Angels”, uno dei dischi pop più eccentrici degli ultimi anni, caratterizzato da vocine da bamboline, collaborazioni eccellenti (Janelle Monáe su tutti) e sterzate su generi diversi rispetto al pop etereo e sognante che caratterizzava “Visions” (2012), il primo vero LP di successo a firma Grimes. “Miss Anthropocene” da questo punto di vista continua la sperimentazione, con riferimenti a nu metal, folk ed elettronica da rave che parevano lontane dalla Grimes che avevamo lasciato nel 2015.

Tematicamente, “Miss Anthropocene” già dal titolo ci fa capire il messaggio fondamentale che l’artista canadese vuole trasmettere: il global warming è pericoloso, ci vorrebbe una dea che cadesse sulla Terra per sanare le dispute inutili fra noi umani e salvare il pianeta. We Appreciate Power, primo singolo poi non inserito nella versione ufficiale del disco (ma presente in quella deluxe), presentava addirittura una Intelligenza Artificiale che avrebbe soggiogato l’Uomo per renderlo finalmente in grado di capire le conseguenze delle proprie azioni sul pianeta.

Una visione quindi controversa, che non sarà apprezzata da molti; tuttavia Grimes, ormai personalità pop ben in vista e rispettata da pubblico e critica, ha sempre fatto le cose a modo suo, senza curarsi delle reazioni degli altri. Basti ripensare a Oblivion, in cui cantava senza paura dello stupro subito in giovanissima età, evento che l’ha segnata indelebilmente.

Musicalmente, “Miss Anthropocene” è un trionfo: pur essendo una logica continuazione di “Art Angels”, come già detto, Grimes non lesina con gli esperimenti, cercando di stupire in ogni momento l’ascoltatore durante i circa 40 minuti di durata del disco. Brani come l’iniziale So Heavy I Fell Through The Earth e Darkseid, quasi hip hop, sono highlights immediati; ma anche il singolo Violence e 4ÆM sono notevoli. Leggermente inferiore My Name Is Dark, troppo dura come atmosfere per mescolarsi alla vocetta da cartoon di Claire Boucher.

In generale, tuttavia, Grimes si conferma nome fondamentale della scena pop alternativa del XXI secolo. “Miss Anthropocene” è un’aggiunta di valore a un catalogo ormai di spessore.

26) The Soft Pink Truth, “Shall We Go On Sinning So That Grace May Increase?”

(ELETTRONICA)

Il nuovo CD del progetto The Soft Pink Truth, capeggiato da una metà dei Matmos (Drew Daniel), si staglia come un album di musica elettronica davvero particolare. Diviso in due chiare metà, con le canzoni che prendono i propri titoli dalla frase che dà il nome al lavoro, “Shall We Go On Sinning So That Grace May Increase?” è un LP raccolto ma allo stesso tempo accessibile.

The Soft Pink Truth rappresenta una valvola di sfogo per Daniel: mentre infatti nei Matmos prevalgono da sempre istinti avanguardisti, nei tempi morti il Nostro si dedica a remixare successi black metal (“Why Do The Heathen Rage?” del 2014) o a raccontare il lato gay del punk (“Do You Want New Wave Or Do You Want The Soft Pink Truth?” del 2004). Questo CD invece vuole essere un mezzo per protestare, seppur velatamente, contro la condizione politica attuale del mondo, sempre più capeggiato da leader inconsistenti e di estrema destra secondo Daniel.

La preghiera che dà il titolo al CD è un passo delle lettere di San Paolo ai Romani e dà forma ad un lavoro ambizioso: due suite di musica elettronica, impreziosite da sassofoni, pianoforte, atmosfere ambient e angeliche voci femminili. Drew Daniel vuole infatti trasmettere serenità, pur in un periodo non felice per il mondo, e ci riesce grazie a canzoni lunghe (spesso oltre i 5 minuti) ma mai monotone, sulla falsariga di altri artisti come Four Tet e DJ Koze. Ne sono esempi Grace e May Increase.

Nulla però è fuori posto, va detto, tanto che “Shall We Go On Sinning So That Grace May Increase?” si afferma come uno dei migliori LP di musica elettronica dell’anno.

La prima parte della lista si conclude qui. Chi saranno i 25 artisti capaci di entrare nella parte alta della classifica? Appuntamento fra pochi giorni per scoprirlo. Stay tuned!

I migliori album del decennio 2010-2019 (200-101)

Ci siamo: la decade è ormai conclusa da alcuni mesi ed è giunta l’ora, per A-Rock, di stilare la classifica dei CD più belli e più influenti pubblicati fra 2010 e 2019. Un’impresa difficile, considerata la mole di dischi pubblicati ogni anno. Rock, hip hop, elettronica, pop… ogni genere ha avuto i suoi momenti di massimo splendore.

Partiamo con alcune regole: nessun artista è rappresentato da più di tre LP nella classifica. Nemmeno i più rappresentativi, da Kanye West a Kendrick Lamar agli Arctic Monkeys (tutti con tre CD all’attivo nella hit list). Questo per favorire varietà e rappresentatività: abbiamo quindi dato spazio anche a gruppi e artisti meno conosciuti come Mikal Cronin e Julia Holter, autori di lavori prestigiosi e meritevoli di un posto al sole. Non per questo abbiamo trascurato i giganti della decade: oltre ai tre citati prima, anche Drake e i Vampire Weekend hanno un buon numero di loro pubblicazioni in lista per esempio, senza trascurare i Deerhunter e Vince Staples.

Questo è stato senza ombra di dubbio il decennio della definitiva consacrazione dell’hip hop: ormai radio e servizi di streaming sono sempre più “ostaggio” del rap, più melodico (Drake) o più vicino alla trap (Migos, Travis Scott), per finire con il filone più sperimentale (Earl Sweatshirt). L’elettronica invece pareva destinata a conquistare tutti nei primi anni della decade, tuttavia poi l’EDM è passata di moda lasciando spazio all’hip hop. E il rock? Da genere dominante ora arranca nelle classifiche e nelle vendite, pare quasi destinato a persone mature… anche se poi ci sono gruppi come Arctic Monkeys e The 1975 che ancora esordiscono in alto nelle classifiche quando pubblicano un nuovo lavoro. A dimostrazione che chi merita davvero riesce a piacere a molti anche in tempi non propizi per il rock in generale. Folk e musica d’avanguardia continuano a non essere propriamente mainstream, ma hanno regalato pezzi unici di bella musica (dai Fleet Foxes all’ultimo Nick Cave, passando per King Krule) che hanno fatto spesso gridare al miracolo. Dal canto suo, invece, il pop ha continuato un’evoluzione lodevole verso tematiche non facili come la diversità, l’empowerment delle donne e l’accettarsi come si è, aiutato da artisti del calibro di Frank Ocean e Beyoncé. Chissà che poi il “future pop” di artisti come Charli XCX possa davvero essere la musica popolare del futuro! Vicino al pop è poi l’R&B, che ha vissuto momenti davvero eccitanti durante la decade 2010-2019 (basti pensare all’esordio fulminante di The Weeknd o alla delicatezza di Blood Orange) i quali ci fanno capire che i nuovi D’Angelo sono pronti a prendersi il palcoscenico (anche se poi il vero D’Angelo ha sbaragliato quasi tutti nel 2014 con “Black Messiah”).

Ma andiamo con ordine: i primi 100 nomi (ma 104 dischi, considerando il doppio album del 2019 dei Big Thief, la doppia release a nome Ty Segall del 2012 e la fondamentale trilogia di mixtape con cui The Weeknd si è fatto conoscere al mondo nel 2011) saranno solamente un elenco, senza descrizione se non l’anno di pubblicazione e il genere a cui sono riconducibili. Invece, per la successiva pubblicazione avremo descrizioni più o meno dettagliate delle scelte effettuate. Buona lettura!

200) Earl Sweatshirt, “I Don’t Like Shit, I Don’t Go Outside” (2015) (HIP HOP)

199) Floating Points, “Crush” (2019) (ELETTRONICA)

198) Drake, “If You’re Reading This It’s Too Late” (2015) (HIP HOP)

197) Spoon, “Hot Thoughts” (2017) (ROCK)

196) Big Thief, “U.F.O.F.” / “Two Hands” (2019) (ROCK – FOLK)

195) Father John Misty, “I Love You, Honeybear” (2015) (ROCK)

194) Mikal Cronin, “MCII” (2013) (ROCK)

193) Arctic Monkeys, “Suck It And See” (2011) (ROCK)

192) MGMT, “Congratulations” (2010) (ELETTRONICA – ROCK)

191) Jai Paul, “Jai Paul” (2013) (R&B – ELETTRONICA)

190) FKA Twigs, “LP 1” (2014) (R&B – ELETTRONICA)

189) Four Tet, “There Is Love In You” (2010) (ELETTRONICA)

188) Slowdive, “Slowdive” (2017) (ROCK)

187) Fever Ray, “Plunge” (2017) (ELETTRONICA)

186) The xx, “I See You” (2017) (ELETTRONICA – POP)

185) Perfume Genius, “No Shape” (2017) (POP – ELETTRONICA)

184) Noel Gallagher’s High Flying Birds, “Who Built The Moon?” (2017) (ROCK)

183) Julia Holter, “Have You In My Wilderness” (2015) (POP)

182) Let’s Eat Grandma, “I’m All Ears” (2018) (POP – ELETTRONICA)

181) Coldplay, “Everyday Life” (2019) (POP – ROCK)

180) The Black Keys, “El Camino” (2011) (ROCK)

179) (Sandy) Alex G, “House Of Sugar” (2019) (ROCK)

178) Vampire Weekend, “Father Of The Bride” (2019) (ROCK – POP)

177) The 1975, “I Like It When You Sleep, For You Are So Beautiful Yet So Unaware Of It” (2016) (ROCK – POP – ELETTRONICA)

176) The xx, “Coexist” (2012) (POP – ELETTRONICA)

175) Muse, “The 2nd Law” (2012) (ROCK)

174) Aldous Harding, “Designer” (2019) (FOLK)

173) The Antlers, “Burst Apart” (2011) (ROCK)

172) Arca, “Arca” (2017) (ELETTRONICA – SPERIMENTALE)

171) Hot Chip, “In Our Heads” (2012) (ELETTRONICA – ROCK)

170) Anderson .Paak, “Malibu” (2016) (HIP HOP – R&B)

169) Fiona Apple, “The Idler Wheel” (2012) (POP)

168) Mount Eerie, “Now Only” (2018) (FOLK – ROCK)

167) Justin Timberlake, “The 20/20 Experience” (2013) (R&B – ELETTRONICA)

166) St. Vincent, “MASSEDUCTION” (2017) (POP)

165) Troye Sivan, “Bloom” (2018) (POP)

164) Algiers, “The Underside Of Power” (2017) (PUNK)

163) These New Puritans, “Hidden” (2010) (ROCK – PUNK – ELETTRONICA)

162) Suede, “Bloodsports” (2013) (ROCK)

161) Arctic Monkeys, “Tranquility Base Hotel & Casino” (2018) (ROCK – POP)

160) Björk, “Vulnicura” (2015) (POP – ELETTRONICA – SPERIMENTALE)

159) Jack White, “Blunderbuss” (2012) (ROCK)

158) The Walkmen, “Lisbon” (2010) (ROCK)

157) PJ Harvey, “Let England Shake” (2011) (ROCK)

156) Ariel Pink’s Haunted Graffiti, “Before Today” (2010) (ROCK – SPERIMENTALE)

155) Nick Cave & The Bad Seeds, “Ghosteen” (2019) (SPERIMENTALE – ROCK)

154) The Voidz, “Virtue” (2018) (ROCK)

153) Broken Social Scene, “Forgiveness Rock Record” (2010) (ROCK)

152) Jamila Woods, “LEGACY! LEGACY!” (2019) (R&B – SOUL)

151) Foals, “Total Life Forever” (2010) (ROCK)

150) Neon Indian, “VEGA INTL. Night School” (2015) (ELETTRONICA)

149) King Gizzard & The Lizard Wizard, “Polygondwanaland” (2017) (ROCK)

148) Moses Sumney, “Aromanticism” (2017) (R&B – SOUL)

147) James Blake, “Overgrown” (2013) (ELETTRONICA – POP)

146) Preoccupations, “Viet Cong” (2015) (PUNK)

145) D’Angelo, “Black Messiah” (2014) (SOUL – R&B)

144) Dirty Projectors, “Swing Lo Magellan” (2012) (ROCK)

143) Freddie Gibbs & Madlib, “Bandana” (2019) (HIP HOP)

142) Tyler, The Creator, “IGOR” (2019) (HIP HOP)

141) Vince Staples, “Big Fish Theory” (2015) (HIP HOP)

140) Young Fathers, “Cocoa Sugar” (2018) (HIP HOP)

139) Parquet Courts, “Sunbathing Animal” (2014) (ROCK)

138) Jon Hopkins, “Singularity” (2018) (ELETTRONICA)

137) Fleet Foxes, “Helplessness Blues” (2011) (FOLK)

136) Ty Segall, “Slaughterhouse” / “Hair” (2012) (ROCK)

135) Titus Andronicus, “The Monitor” (2010) (ROCK)

134) Blur, “The Magic Whip” (2015) (ROCK)

133) Kanye West, “Yeezus” (2013) (HIP HOP)

132) Drake, “Take Care” (2011) (HIP HOP)

131) Thundercat, “Drunk” (2017) (ROCK – JAZZ – SOUL)

130) Caribou, “Swim” (2010) (ELETTRONICA)

129) Parquet Courts, “Wide Awake!” (2018) (ROCK)

128) LCD Soundsystem, “This Is Happening” (2010) (ELETTRONICA – ROCK)

127) Mac DeMarco, “2” (2012) (ROCK)

126) Ty Segall, “Manipulator” (2014) (ROCK)

125) Chromatics, “Kill For Love” (2012) (ELETTRONICA – ROCK)

124) Jon Hopkins, “Immunity” (2013) (ELETTRONICA)

123) Spoon, “They Want My Soul” (2014) (ROCK)

122) Damon Albarn, “Everyday Robots” (2014) (POP)

121) Panda Bear, “Panda Bear Meets The Grim Reaper” (2015) (ELETTRONICA)

120) Leonard Cohen, “You Want It Darker” (2016) (SOUL – FOLK)

119) Flying Lotus, “Until The Quiet Comes” (2012) (ELETTRONICA)

118) Shabazz Palaces, “Black Up” (2011) (HIP HOP)

117) Fontaines D.C., “Dogrel” (2019) (PUNK – ROCK)

116) Arcade Fire, “Reflektor” (2013) (ROCK – ELETTRONICA)

115) Lotus Plaza, “Spooky Action At A Distance” (2012) (ROCK)

114) Hamilton Leithauser + Rostam, “I Had A Dream That You Were Mine” (2016) (POP)

113) Blood Orange, “Freetown Sound” (2016) (R&B – SOUL)

112) Denzel Curry, “TA13OO” (2018) (HIP HOP)

111) Dave, “Psychodrama” (2019) (HIP HOP)

110) Flying Lotus, “You’re Dead!” (2014) (ELETTRONICA)

109) Gorillaz, “Plastic Beach” (2010) (ELETTRONICA – HIP HOP)

108) Leonard Cohen, “Popular Problems” (2014) (FOLK)

107) Danny Brown, “Old” (2013) (HIP HOP)

106) Cloud Nothings, “Here And Nowhere Else” (2014) (PUNK – ROCK)

105) Chance The Rapper, “Acid Rap” (2013) (HIP HOP)

104) Father John Misty, “Pure Comedy” (2017) (ROCK)

103) Nicolas Jaar, “Sirens” (2016) (ELETTRONICA)

102) Grimes, “Visions” (2012) (POP – ELETTRONICA)

101) The Weeknd, “House Of Balloons” / “Thursday” / “Echoes Of Silence” (2011) (R&B – ELETTRONICA)

Recap: febbraio 2020

Febbraio è stato un mese davvero ricco di uscite rilevanti. A-Rock non ha lesinato, come del resto è consuetudine, i propri sforzi: recensiremo i nuovi lavori di Grimes, Liam Gallagher, Destroyer, A.A.L. (Against All Logic) e il disco postumo di Mac Miller. In più abbiamo i nuovi CD dei Green Day, di King Krule e di Denzel Curry. Buona lettura!

Destroyer, “Have We Met”

have we met

Il tredicesimo album del veterano del soft rock Dan Bejar, in arte Destroyer, è uno dei lavori più compiuti a suo nome. Se da sempre il marchio Destroyer è sinonimo di canzoni affascinanti e raffinate, con “Have We Met” Bejar continua il suo percorso nel mondo synth-pop in maniera impeccabile, segnando un highlight che è anche il primo album rock davvero riuscito dell’anno.

La decade 2010-2019 aveva visto Destroyer creare lavori sempre più lontani dalle sue radici folk-rock per portarsi verso lidi più raffinati, ispirati ai Roxy Music e al mondo synth degli anni ’80 (Sade su tutti). “Kaputt” (2011) era stato il picco creativo del periodo, ancora oggi annoverato fra i dischi migliori dello scorso decennio. Bejar aveva in seguito proseguito in quel percorso con i riusciti “Poison Season” (2015) e “ken” (2017), ma con ritorni inevitabilmente minori, anche commercialmente parlando.

“Have We Met” senza dubbio non è in linea coi tempi, dominati da trap e hip hop, ma soddisferà gli amanti del soft rock più nostalgico e del progetto Destroyer: pezzi come Crimson Tide, The Raven e The Man In Black’s Blues sono fin da subito standout del CD. Solo la ballata The Television Music Supervisor è fuori contesto e abbassa la media di “Have We Met”.

Proprio questa canzone però ha anche il testo più poetico forse dell’intera produzione di Dan Bejar: un produttore musicale, ormai sul letto di morte, riflette sulla propria vita e sui rimorsi che ha ancora dentro di sé, lasciando però la scena irrisolta tanto che l’ultimo verso è “I can’t believe…”. Che il musicista sia spirato?

Altrove troviamo messaggi quasi politici, fatto inusuale per un CD dei Destroyer: “Just look at the world around you… actually no, don’t look!”, contenuta in The Raven, è l’esempio più chiaro. In The Man In Black’s Blues abbiamo un ritorno del Bejar più astratto: “When you’re looking for Nothing and you find Nothing, it is more beautiful than anything you ever knew”.

In conclusione, “Have We Met” è il miglior LP del progetto Destroyer dal 2011 ad oggi e conferma Dan Bejar come voce irrinunciabile del panorama rock.

Voto finale: 8,5.

A.A.L. (Against All Logic), “Illusions Of Shameless Abundance” / “2017-2019”

Uno dei tanti alias del celebre musicista cileno Nicolas Jaar ci fa capire, ancora una volta, che siamo di fronte ad un talento unico nel circuito della musica elettronica mondiale. Unendo i suoi istinti più sperimentali con ospiti di spessore (FKA Twigs, Lydia Lunch), Jaar con questo doppio appuntamento EP/LP sembra anticipare musica sempre più visionaria.

Il breve lavoro “Illusions Of Shameless Abundance” si compone di sole due tracce: la title track pare un’introduzione, fatta di atmosfere club completamente destrutturate. Invece Alucinao, che vanta la presenza di FKA Twigs, è ben più ambiziosa: ricordando le atmosfere dell’Aphex Twin più discotecaro ma anche Autechre e Skee Mask, la traccia è allo stesso tempo la più danzereccia e la più sperimentale mai partorita da Nicolas Jaar, sotto qualsiasi moniker egli abbia mai usato.

L’EP non è chiaramente il piatto forte del 2020 di A.A.L. (Against All Logic), con Jaar che ha già dato alla luce “2017-2019”, erede di quel “2012-2017” che è un capolavoro recente della musica house.

Il CD non ricalca in realtà le atmosfere house dell’illustre predecessore: Jaar infatti introduce elementi industrial nel sound del suo progetto, creando un prodotto meno caldo ma non meno intrigante. L’inizio di Fantasy è in effetti diverso dalle canzoni house di “2012-2017”, ma la canzone entra sottopelle con facilità. Idem per la seguente If Loving You Is Wrong, più accogliente. Una novità rilevante e benvenuta è la brevità del lavoro: 9 canzoni per 45 minuti sono decisamente più digeribili dei 66 minuti di “2012-2017”.

In poche parole, Nicolas Jaar si conferma punto fermo della scena elettronica mondiale: dall’elettronica minimal, quasi ambient di “Space Is Only Noise” (2011) passando per il progetto “Darkside” (2013) con Dave Harrington, caratterizzato da atmosfere più rock, arrivando fino a “Sirens” (2016) e i due CD di A.A.L. (Against All Logic), il musicista cileno non ha mai fallito un appuntamento.

Voto finale: 8.

Grimes, “Miss Anthropocene”

miss anthropocene

Il quinto disco della cantautrice canadese Claire Boucher, in arte Grimes, la trova ad un passaggio fondamentale non solo della propria carriera, ma dell’intera sua vita: fidanzata di Elon Musk, uno dei più noti miliardari del mondo, nonché incinta di otto mesi dell’inventore della Tesla, in che condizione avremmo trovato Grimes in “Miss Anthropocene”?

Il CD arriva a cinque anni dal pluripremiato “Art Angels”, uno dei dischi pop più eccentrici degli ultimi anni, caratterizzato da vocine da bamboline, collaborazioni eccellenti (Janelle Monáe su tutti) e sterzate su generi diversi rispetto al pop etereo e sognante che caratterizzava “Visions” (2012), il primo vero LP di successo a firma Grimes. “Miss Anthropocene” da questo punto di vista continua la sperimentazione, con riferimenti a nu metal, folk ed elettronica da rave che parevano lontane dalla Grimes che avevamo lasciato nel 2015.

Tematicamente, “Miss Anthropocene” già dal titolo ci fa capire il messaggio fondamentale che l’artista canadese vuole trasmettere: il global warming è pericoloso, ci vorrebbe una dea che cadesse sulla Terra per sanare le dispute inutili fra noi umani e salvare il pianeta. We Appreciate Power, primo singolo poi non inserito nella versione ufficiale del disco (ma presente in quella deluxe), presentava addirittura una Intelligenza Artificiale che avrebbe soggiogato l’Uomo per renderlo finalmente in grado di capire le conseguenze delle proprie azioni sul pianeta.

Una visione quindi controversa, che non sarà apprezzata da molti; tuttavia Grimes, ormai personalità pop ben in vista e rispettata da pubblico e critica, ha sempre fatto le cose a modo suo, senza curarsi delle reazioni degli altri. Basti ripensare a Oblivion, in cui cantava senza paura dello stupro subito in giovanissima età, evento che l’ha segnata indelebilmente.

Musicalmente, “Miss Anthropocene” è un trionfo: pur essendo una logica continuazione di “Art Angels”, come già detto, Grimes non lesina con gli esperimenti, cercando di stupire in ogni momento l’ascoltatore durante i circa 40 minuti di durata del disco. Brani come l’iniziale So Heavy I Fell Through The Earth e Darkseid, quasi hip hop, sono highlights immediati; ma anche il singolo Violence e 4ÆM sono notevoli. Leggermente inferiore My Name Is Dark, troppo dura come atmosfere per mescolarsi alla vocetta da cartoon di Claire Boucher.

In generale, tuttavia, Grimes si conferma nome fondamentale della scena pop alternativa del XXI secolo. “Miss Anthropocene” è un’aggiunta di valore a un catalogo ormai di spessore.

Voto finale: 8.

Denzel Curry, “13LOOD 1N + 13LOOD OUT MIXX” / “UNLOCKED”

I due brevi EP pubblicati nel giro di un mese dal rapper di Miami Denzel Curry, astro nascente della scena trap più alternativa, mostrano un artista al top: le basi sono durissime, in questo ricordando “TA13OO” (2018), il CD che fece conoscere Denzel a un pubblico ampio. A ciò aggiungiamo collaborazioni efficaci e abbiamo due fra gli EP più eccitanti degli ultimi anni.

Il primo ad essere pubblicato in ordine temporale, “13LOOD 1N + 13LOOD OUT MIXX”, è davvero breve: 8 pezzi che arrivano a malapena ai 13 minuti di durata, spesso connessi uno con l’altro tanto che è difficile dire dove uno finisce e il nuovo inizia. A colpire sono specialmente la durissima XX – CHARLIE SHEEN – XX, con la collaborazione di Ghostemane, e la più dolce XX – WELCOME TO THE FUTURE – XX. Nessuna però è scarsa, tanto da creare un disco quasi punk: potente, immediato e breve, che impone ascolti in serie.

Il secondo EP è intitolato (?) “UNTITLED” e vanta la collaborazione di Kenny Beats, da molti riconosciuto come il nuovo Madlib: che Denzel Curry sia il suo Freddie Gibbs? Non siamo di fronte ad un nuovo “Bandana” (2019), ma senza dubbio il CD è riuscito: meno aspro rispetto a “13LOOD 1N + 13LOOD OUT MIXX”, mantiene però alto il livello delle basi con inserti jazz che rendono l’insieme imprevedibile. I pezzi migliori sono Take_it_Back_v2 e Track07, poi in generale valgono le considerazioni fatte anche per il precedente lavoro: la brevità rende necessario più di un ascolto per apprezzare appieno i dettagli delle poche ma intricate canzoni.

In poche parole, Denzel Curry è destinato a scrivere pagine importanti dell’hip hop degli anni ’20 del XXI secolo: questi due EP ne sono un’ulteriore dimostrazione.

Voto finale: 7,5.

Liam Gallagher, “Acoustic Sessions”

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Il minore dei fratelli Gallagher ha sorpreso i propri fans. Il 31 gennaio ha infatti pubblicato un EP molto prezioso per i numerosi orfani degli Oasis, delle sessioni acustiche dove, armato quasi solo di chitarra, Liam reinterpreta alcuni successi recenti e lontani nel tempo del suo sterminato canzoniere.

I richiami ai maestri del passato, su tutti i Beatles, sono come sempre numerosi, ma Liam riesce a dare nuova linfa a brani ormai classici come Stand By Me e Cast No Shadow, ma anche a pezzi più recenti come Once e Meadow. Colpisce che fra i remix non trovino spazio tracce dell’esordio solista “As You Were” (2017), così come dei Beady Eye, ma tant’è.

Il lavoro è in ogni modo godibile e ci regala una versione non proprio famosa di Liam: quella del cantante intimista, capace di dare profondità alle canzoni con chitarra, voce e solo occasionalmente batteria. Testimonianza ulteriore del suo carisma e del talento vocale del Nostro. “Acoustic Sessions” è quindi un EP imperdibile per tutti i fans dei Gallagher, sia insieme che solisti.

Voto finale: 7,5.

King Krule, “Man Alive!”

man alive

Il terzo album di Archy Marshall a firma King Krule segue di tre anni il bellissimo “The OOZ”, ad oggi il più completo e ambizioso lavoro del musicista inglese. Ricco di canzoni indelebili e liriche profonde quanto drammatiche, “The OOZ” era il manifesto artistico di un giovane che già da anni era nell’occhio del ciclone per quanto riguarda le attese poste su di lui da critica e pubblico.

“Man Alive!” è un CD decisamente più focalizzato ma allo stesso tempo meno visionario di “The OOZ”: mentre quest’ultimo mescolava rock, punk e jazz per creare un ibrido sperimentale ma allo stesso tempo accessibile (basti sentirsi le meravigliose Dum Surfer e Czech One), il nuovo lavoro di Archy è più ruvido e flirta con sonorità care a Tom Waits e Nick Cave.

L’inizio è decisamente mosso: fino al breve intermezzo The Dream King Krule compone canzoni di puro rock and roll, con Stoned Again come highlight. La seconda parte del lavoro è invece più raccolta; influenzato forse anche dalla recente paternità, infatti, Marshall compone quasi canzoni d’amore, non fosse per quegli elementi dissonanti sempre presenti nei pezzi firmati King Krule. Esemplare a questo proposito la chiusura di Please Complete Thee.

Il CD non alienerà sicuramente le simpatie meritoriamente guadagnate da Archy Marshall nel mondo del rock alternativo, tuttavia difficilmente conquisterà nuovi fans. “Man Alive!” pare quasi un album di transizione, curato e affascinante, ma mancante di quel qualcosa che rendeva “The OOZ” così speciale.

Voto finale: 7,5.

Mac Miller, “Circles”

mac

Il CD postumo del rapper Mac Miller, deceduto per overdose l’estate del 2018, è una degna conclusione ad una carriera di discreto successo, interrotta troppo presto e capace di lasciare un’impronta duratura nell’estetica rap contemporanea.

“Circles” in realtà non pare neanche un album propriamente hip hop: Mac infatti canta piuttosto che rappare, eccetto che in poche tracce, in questo somigliando al Tyler, The Creator di “IGOR” (2019). Circles, ad esempio, è una traccia quasi pop, in cui Miller mette in mostra la sua vena più romantica. Anche I Can See è molto meditativa. Più mossa è invece Blue World.

A colpire sono poi, ahimè, le liriche, come sempre in un LP postumo: una particolarmente beffarda suona “To everyone who sell me drugs: don’t mix it with that bullshit, I’m hopin’ not to join the 27 Club”, contenuta in Brand New. Anche altrove notiamo messaggi più o meno impliciti di malinconia: “My god, it go on and on just like a circle, I go back to where I’m from” (So It Goes) e “Sometimes I get lonely, not when I’m alone, but it’s more when I’m standin’ in crowds that I’m feelin’ the most on my own” (Good News).

La buona notizia è che, a differenza delle operazioni di sciacallaggio effettuate dai gestori dell’eredità di XXXTentacion, Mac Miller suona perfettamente sé stesso in “Circles”, che anzi è un CD compiuto, non perfetto ma certo gradevole e una degna conclusione ad una carriera che meritava miglior fortuna.

Voto finale: 7.

Green Day, “Father Of All…”

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Al tredicesimo album di inediti, i Green Day pubblicano il loro lavoro più stringato, soli 26 minuti di pura energia e molte canzoni sotto i 2 minuti. I risultati deluderanno coloro che si aspettavano un’opera politica sul modello di “American Idiot” (2004), ma il gruppo americano era da tempo che non suonava così divertito e divertente, rendendo “Father Of All…” un CD breve ma intenso e, soprattutto, riuscito.

Va poi ricordato che il disco arriva a 4 anni da “Revolution Radio”, la rinascita dopo la sfortunata trilogia del 2012 composta da “¡Uno!”, “¡Dos!” e “¡Tre!”. Malgrado non fosse un capolavoro, quel lavoro era un ritorno alle origini per i Green Day, forse conservatore ma non malvagio. Invece “Father Of All…” prova a sperimentare, un po’ quello che Billie Joe Armstrong e compagni fecero nei primi anni del nuovo millennio. Ne sono testimonianza Junkies On A High, che pare quasi un pezzo dei Black Keys, e la title track, in cui Armstrong pare imitare Jack White.

I pezzi che spiccano sono proprio Father Of All… e Oh Yeah!, ma in realtà nessuno è fuori fuoco (forse inferiore alla media Take The Money And Crawl). Certo, i Green Day brillanti e irriverenti di “Dookie” (1994) sono ormai scomparsi, ma “Father Of All…” si aggiunge alla loro ormai pesante eredità senza intaccarla.

Voto finale: 7.

Recap: giugno 2019

Anche giugno è terminato. Un mese piuttosto interessante, in cui abbiamo recensito le nuove pubblicazioni di Denzel Curry, Bill Callahan, Bruce Springsteen e il breve EP a firma Noel Gallagher’s High Flying Birds. Abbiamo inoltre le nuove uscite degli Hot Chip, dei Black Keys e dei Raconteurs. Non ci scordiamo poi l’album pubblicato un po’ a sorpresa da Thom Yorke e la nuova collaborazione Madlib-Freddie Gibbs!

Freddie Gibbs & Madlib, “Bandana”

bandana

Una delle collaborazioni più anticipate nel mondo rap, “Bandana” trova sia il rapper Freddie Gibbs che il produttore Madlib al meglio. Il CD è un’ottima fusione di hip hop, jazz e inserti di funk, che lo rendono imprescindibile per gli amanti della black music.

“Piñata” (2014), la precedente creazione del duo, era stata una rivelazione: i beat sempre nostalgici e sbilenchi di Madlib si sarebbero adattati al gangsta rap di Gibbs? Beh, la risposta era stata un fortissimo sì. “Bandana” da questo punto di vista non innova particolarmente lo stile dei due, pare piuttosto un miglioramento incrementale della chimica fra i due e nelle scelte di produzione.

Mentre infatti spesso Madlib in passato aveva privilegiato una produzione scarna, a volte addirittura lo-fi, in “Bandana” ogni canzone è immacolata e fluisce spesso nella successiva senza soluzione di continuità. Dal canto suo, Freddie Gibbs si conferma a ottimi livelli, capace di parlare di Allen Iverson, grande cestista del passato (Practice) così come della tratta degli schiavi (Flat Tummy Tea), passando per la morte di Tupac (Massage Seats). Insomma, di tutto un po’.

Il disco può infine contare su alcune collaborazioni di spessore: Pusha-T, Anderson .Paak e Killer Mike (metà dei Run The Jewels) arricchiscono ulteriormente la formula di “Bandana” in Palmolive e Giannis. Insomma, il CD è davvero riuscito sotto tutti i punti di vista. I pezzi migliori sono la scatenata Half Manne Half Cocaine e Crime Pays, mentre leggermente sotto la media sono l’intro iniziale Obrigado e Fake Names.

In conclusione, Freddie Gibbs e Madlib si confermano una volta di più essere fatti l’uno per l’altro, musicalmente parlando; “Bandana” rispetta pienamente l’hype che percorreva Internet ed è uno dei migliori album hip hop dell’anno.

Voto finale: 8,5.

Bill Callahan, “Shepherd In A Sheepskin Vest”

bill callahan

Il nuovo CD a firma Bill Callahan, il quinto di una carriera di tutto rispetto (senza contare quelli a firma Smog), è il suo lavoro più aperto come sonorità e quello che, a livello testuale, contiene riferimenti alla vita privata di Bill che erano assenti in passato.

“Shepherd In A Sheepskin Vest” arriva dopo ben sei anni da “Dream River”: un’assenza davvero di lungo termine, dovuta in gran parte ai radicali cambiamenti avvenuti nella vita personale del cantautore americano. Nel 2014 si è sposato con Hanly Banks, mentre nel 2015 ha avuto un bambino da quest’ultima: insomma, un cambio di prospettiva estremo per un uomo abituato a scrutare con acutezza e profondità i tanti perché della vita, facendo la figura dell’eterno insoddisfatto.

Non è un caso che il disco appena pubblicato sia il più luminoso della sua ormai trentennale carriera: Bob Dylan si mescola a Leonard Cohen, potremmo dire, rendendo “Shepherd In A Sheepskin Vest” un CD lungo (20 brani per 63 minuti) ma facilmente digeribile e mai monotono. Ne sono esempi pezzi squisiti come 747 o Black Dog On The Beach. Tuttavia, anche la parte finale del CD, quella più oscura come liriche, contiene canzoni brillanti rispetto al “solito” Bill Callahan, ne sia esempio Call Me Anything.

Come sempre, tuttavia, a risaltare è specialmente la sua voce: un vero e proprio altro strumento, con un tono baritonale à la Leonard Cohen o Johnny Cash che la rende perfetta per questo tipo di narrazioni. Le storie di Callahan erano sempre state pervase, come già accennato, da domande esistenziali sul senso della vita; ora invece, malgrado restino presenti analisi di questo tipo (cosa scontata in un LP così articolato), i testi sono decisamente più leggeri. Ad esempio, in What Comes After Certainty parla dell’amore vero e assoluto verso la moglie, tanto che si chiede: “True love is not magic, it is certainty… And what comes after certainty?” Più avanti i testi sono ancora più esplicitamente sereni: “I never thought I’d make it this far: little old house, recent-model car… And I’ve got the woman of my dreams”. In Young Icarus ritornano le elucubrazioni tipiche di Callahan: “Well, the past has always lied to me, the past has never given me anything but the blues”. C’è anche tempo per un riferimento al sesso durante il “periodo” delle donne, nell’ironica Confederate Jasmine.

In conclusione, “Shepherd In A Sheepskin Vest” è un punto altissimo nella discografia di Bill Callahan: il cantautore americano pare aver trovato la serenità da lui tanto agognata in passato. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: il disco scorre benissimo e nulla è superfluo. Complimenti, Bill, e buona vita.

Voto finale: 8.

Thom Yorke, “ANIMA”

anima

Il terzo album vero e proprio di Thom Yorke, frontman dei Radiohead, segue la colonna sonora di Suspiria dello scorso anno. Yorke in “ANIMA” continua il percorso elettronico intrapreso in “The Eraser” (2006) e lo conduce verso lidi più teneri del solito, evocando le atmosfere dei lavori più intimi dei Radiohead, un po’ ambient un po’ glitch.

Del resto, è inevitabile fare comparazioni con la sua band, vero culto per moltissimi fans e non senza ragioni: autori di classici come “OK Computer” e “Kid A”, i Radiohead sono da molti considerati fra le più importanti band nella storia della musica. Yorke, gli va dato atto, non ha mai cercato di scimmiottare i lavori del complesso britannico da solista; un merito, ma anche forse un motivo del perché nessuno ha mai avuto veramente successo. “ANIMA” invece collega benissimo i Radiohead di “Kid A” e “Amnesiac” con il Thom solista, creando un lavoro coeso e avvincente.

La partenza è interlocutoria: sia Traffic che Last I Heard (… He Was Circling The Drain) rievocano le tenebrose atmosfere di “Tomorrow’s Modern Boxes” (2014). Tuttavia, la magia è solo rinviata: sia Twist che Dawn Chorus sono fra le migliori composizioni del Thom Yorke solista, entrambe melodie tenere con la voce di Yorke al suo meglio. Si ritorna in questo modo al CD forse più incompreso del catalogo dei Radiohead, “King Of Limbs” (2011). Insomma, Thom (aiutato come sempre dal fido produttore Nigel Godrich) ha ancora diversi assi nella manica.

A tutto questo va aggiunto che Paul Thomas Anderson, il celebre regista hollywoodiano e collaboratore dei Radiohead, ha girato un breve film sulle note di alcune delle canzoni contenute in “ANIMA”, un progetto simile a quello dei The National di qualche mese fa. Insomma, possiamo dire che Thom Yorke in questo caso ha decisamente alzato il livello, sia di ambizione che di arrangiamenti; e i risultati sono notevoli.

Liricamente, come spesso nella carriera, il frontman dei Radiohead non risparmia invettive contro la presenza sempre più invasiva della tecnologia: in The Axe (già il titolo, L’Ascia, dice tutto) lo sentiamo inveire “Goddamned machinery, why don’t you speak to me? One day I am gonna take an axe to you”. Altrove l’immaginario è più astratto: Twist termina quasi come un film horror, con Yorke che mormora “A boy on a bike who is running away, an empty car in the woods, the motor left running”. Dawn Chorus è invece dedicata alla sua compagna, Dajana Roncione: viene descritto ad un certo punto un vortice di frammenti di cenere che sembrano ballare, come due amanti, insomma una scena davvero romantica.

Yorke dunque, recuperando le influenze più eccentriche già viste nei Radiohead e adattandole ad atmosfere maggiormente accessibili, ha creato il suo LP più bello. Niente male, considerato che il Nostro canta da più di 20 anni; ma Thom non pare avere intenzione di smettere. E noi non possiamo che essergliene grati.

Voto finale: 8.

Bruce Springsteen, “Western Stars”

bruce

La leggenda del rock è tornata: “Western Stars” marca il ritorno di Bruce Springsteen 5 anni dopo “High Hopes”. Il 19° (diciannovesimo!) album di inediti del Boss è una ventata di freschezza in una discografia che inevitabilmente iniziava a diventare prevedibile, guidata ultimamente più spesso da motivazioni politiche e sociali che dall’ispirazione vera e propria.

“Western Stars” è un disco molto springsteeniano, pieno di rimandi al rock anni ’70 ma anche al folk e all’Americana, quel sottogenere a metà fra country e rock che tanto fa proseliti negli States. Non per questo però il CD è ripetitivo o fuori fuoco; anzi, gli episodi prevedibili sono davvero rari e fanno di “Western Stars” uno dei punti più alti della discografia recente del Boss. L’inizio, ad esempio, è ottimo: Hitch Hikin’ è uno slow-burner, ma conquista ascolto dopo ascolto. Ottima anche la successiva The Wayfarer, uno degli highlights immediati del lavoro.

La parte centrale dell’album presenta alcune melodie inferiori alla media (alta, va detto) del resto del disco: la title track e Sleepy Joe’s Cafe sono pezzi quasi beatlesiani, ma non ispiratissimi. Molto meglio la solarità di Hello Sunshine, non a caso scelto come singolo di lancio da Springsteen. In generale, “Western Stars” mantiene un mood gioioso e raffinato durante tutto il suo corso, ben coordinato con le storie sempre affascinanti narrate dall’artista.

Liricamente, come accennavamo, il Boss si conferma maestro: in “Western Stars” troviamo riferimenti ad un attore collega di John Wayne e ora costretto a lavorare per gli spot in tv (la title track); altrove (forse un riferimento autobiografico?) un cantante country si chiede se i sacrifici fatti durante la vita siano valsi a qualcosa (Somewhere North Of Nashville). Ricordiamo che Bruce compirà 70 anni quest’inverno, quindi ormai è probabile che abbia fatto dei bilanci sulla sua vita e i suoi alti e bassi. Una delle frasi più potenti è contenuta in Moonlight Motel: “It’s better to have loved”.

In generale, Bruce Springsteen non ha bisogno di presentazioni: un autore capace di scrivere capolavori nella sua gioventù (“Born To Run” e “Darkness On The Edge Of Town”) e nella sua età di mezzo (“Born In The U.S.A.” e “Tunnel Of Love”) può solamente essere elogiato. Il fatto che sappia rinnovarsi alla soglia dei 70 anni dimostra una volta di più che di Boss ce n’è, e probabilmente ce ne sarà, uno solo.

Voto finale: 8.

The Black Keys, “Let’s Rock”

black keys

In un giugno che sarà ricordato per molto tempo dagli amanti del rock, il ritorno dei Black Keys, a cinque anni da “Turn Blue”, è la classica ciliegina sulla torta. Mai c’era stata assenza così lunga nel corso della longeva carriera del duo originario di Akron; segno che qualcosa forse si era rotto, ma pare ritornato a posto nel brillante “Let’s Rock”.

La partenza del CD è formidabile: Shine A Little Light è un fiume infinito di schitarrate, ben sostenuto dalla batteria di Patrick Carney. La voce di Dan Auerbach pare più matura rispetto al passato, segno che il tempo passa per tutti. Invece, il sound dei Black Keys non è molto cambiato se comparato alla discografia recente della band americana: abbiamo il solito mix di blues e rock, questa volta privo delle influenze di Danger Mouse, che non produce l’album. Dunque, un suono ancora più essenziale: non per forza una cattiva notizia.

Oltre all’iniziale Shine A Little Light, altre buone canzoni sono Eagle Birds e la lenta Walk Across The Water. Delude invece la prevedibile Lo/Hi, scelta inspiegabilmente come singolo di lancio. Fuori fuoco anche Tell Me Lies. In generale, mancano le hit di un tempo, da Tighten Up a Lonely Boy, ma “Let’s Rock” resta un CD compatto e organico, qualità mai disprezzabili. Le influenze poi sono quelle di sempre: dai T. Rex ai Beatles (Sit Around And Miss You), passando per White Stripes e Rolling Stones (Go)… Ma insomma, è per questo che i fan del rock vecchia maniera amano i Black Keys, no?

I Black Keys ci erano mancati: certo, sia Carney che Auerbach si erano tenuti impegnati nei passati cinque anni, ma insieme sono più che la somma delle parti: per citare i Radiohead, 2+2=5. “Let’s Rock” non si distanzia molto da quello che ci aspetteremmo dai Black Keys, nondimeno come già accennato ciò non è una debolezza. Certo, gli splendidi risultati di “Brothers” (2010) e “El Camino” (2011) sono lontani, ma il disco è comunque accettabile e rappresenta una buona ripartenza per il duo più famoso del blues-rock.

Voto finale: 7,5.

Hot Chip, “A Bath Full Of Ecstasy”

hot chip

Il settimo album degli inglesi arriva quattro anni dopo “Why Make Sense?”, un’attesa insolitamente lunga per loro. Gli Hot Chip hanno quindi ponderato attentamente la loro mossa, considerati i grandi movimenti che stanno influenzando l’elettronica moderna, il loro genere prediletto.

Le 9 canzoni che compongono “A Bath Full Of Ecstasy” sono le più orientate al pop e alla pura gioia di ballare della loro produzione: ognuna di esse è perfetta per qualsiasi performance dei DJ sparsi per le spiagge estive. Anche liricamente il CD non contiene liriche memorabili, anzi spesso sono incentrate sull’amore e la gioia di vivere; insomma, temi perfetti per l’estate.

Quest’attenzione alla ballabilità e alla melodia viene anche dall’aiuto dei produttori esterni che hanno supportato la band a creare “A Bath Full Of Ecstasy”: parliamo del compianto Philippe Zdar dei Cassius e  Rodaidh McDonald (The xx). Nei suoi momenti migliori, ad esempio l’apertura Melody Of Love e il singolo Hungry Child, gli Hot Chip sono davvero al top della forma, alla pari con “In Our Heads” (2010). I momenti più monotoni risiedono nella troppo lunga Spell e nella troppo mielosa title track, ma i risultati restano comunque accettabili.

In generale, pertanto, Alexis Taylor e compagni si confermano band affidabile, incapace di sbagliare totalmente un disco. Questa svolta verso il pop zuccheroso e l’elettronica soft potrà piacere o meno, ma non si può dire che sia fuori fuoco. Tralasciando la copertina (davvero brutta) e il riferimento (voluto o meno?) alla droga nel titolo, “A Bath Full Of Ecstasy” è un piccolo trionfo.

Voto finale: 7,5.

The Raconteurs, “Help Us Stranger”

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11 anni. Tanto tempo è passato dall’ultimo CD dei Raconteurs, “Consolers Of The Lonely”. Il gruppo era poi stato abbandonato da Jack White, preso dai suoi mille progetti: dischi solisti, i Dead Weather, la creazione della Third Man Records… Insomma, un periodo decisamente fecondo per l’istrionico musicista americano.

“Help Us Stranger” è un ritorno alle sonorità che avevano fatto la fortuna del supergruppo originario di Detroit, con alcune novità che aggiungono pepe al progetto. Ad esempio, le sonorità hard rock di Don’t Bother Me o l’acustica di Only Child non si attagliano al suono prevalentemente garage rock degli album precedenti dei Raconteurs. Allo stesso tempo, le canzoni che piacciono fin da subito sono le più classiche Bored And Razed (che nel titolo e non solo echeggia la celeberrima Dazed And Confused dei Led Zeppelin) e Now That You’re Gone. Da elogiare come sempre la chitarra selvaggia di White e il prezioso contributo dell’altro leader della band, Brendan Benson, nella sezione ritmica.

Questo CD, ricordiamolo, arriva dopo il lavoro più ardito mai firmato da Jack White, quel “Boarding House Reach” (2018) che aveva sperimentato con rap e strutture delle canzoni eccentriche, facendo storcere il naso a molti fans dell’artista statunitense. Serve quindi anche come ritorno alla forma per White, pronto a cambiare ma senza mai scontentare il suo pubblico più tradizionalista. Atteggiamento condivisibile o meno, ma è innegabile che Jack paia trovarsi meglio in territori blues e rock che sperimentando con rap e funk, ad esempio.

In conclusione, “Help Us Stranger” non è certamente il lavoro più ispirato di Jack White e soci, che tuttavia mantengono un discreto livello durante le 12 canzoni che compongono il CD, ben sequenziato e curato. Non si tratterà di un capolavoro, ma le radio rock e il pubblico fedele al rock senza fronzoli hanno trovato pane per i loro denti.

Voto finale: 7.

Denzel Curry, “ZUU”

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Il seguito di un mezzo capolavoro come “TA13OO” dello scorso anno, uno dei primi album di trap music che davvero hanno conquistato non solo il pubblico ma anche la critica, grazie anche a testi davvero introspettivi e profondi, mostra un Denzel Curry che ha cambiato radicalmente direzione.

Infatti, “ZUU” è decisamente più commerciale: 12 canzoni per 30 minuti complessivi, con una tracklist infarcita di pezzi adatti ai club pieni di gente tipici della bella stagione. Insomma, di Denzel stavolta vediamo il lato più aperto, non quello tormentato dei suoi precedenti lavori. Ne sono esempi AUTOMATIC, che sembra presa da “Astroworld” di Travis Scott, e BIRDZ, che vanta la collaborazione di Rick Ross. Solo in pochi brani ritroviamo le sonorità più raccolte del “vecchio” Denzel: ad esempio in SPEEDBOAT.

La svolta potrà non piacere, soprattutto ai fan più alternativi e appassionati dell’introspezione, ma è innegabile il divertimento che alcune di queste tracce portano con sé; notevole la doppietta iniziale formata da ZUU e RICKY. Certo, AUTOMATIC è un pezzo trap fin troppo scontato, gli intermezzi sono evitabili dopo numerosi ascolti, ma il quadro generale non è così fosco.

In conclusione, “ZUU” non è un capolavoro, ma avrà probabilmente un ruolo importante nell’ampliare il pubblico di Denzel Curry. Se il giovane rapper in futuro tornerà al miracoloso equilibrio di “TA13OO” ben venga, ma siamo certi che anche un bilanciamento tra la sua anima mainstream e quella intimista potrà fare bene al prosieguo della sua carriera.

Voto finale: 7.

Noel Gallagher’s High Flying Birds, “Black Star Dancing”

noel

Il nuovo breve EP a firma Noel Gallagher arriva un anno e pochi mesi dopo il terzo CD post-Oasis, quel “Who Built The Moon?” (2017) che aveva per la prima volta introdotto elementi davvero nuovi nella sua palette sonora, riscontrando non a caso un ottimo riscontro di critica oltre che di pubblico.

“Black Star Dancing” prende il nome dall’omonima traccia contenuta nell’EP, formato da tre inediti e due remix di Black Star Dancing; è forse anche un rimando all’ultimo lavoro del Duca Bianco David Bowie? Potrebbe, data la grande ammirazione di Gallagher per lui.

La title track riporta alla mente il rock anni ’90 dei Primal Scream: quell’ibrido fra psichedelia, elettronica e dance che aveva fatto gridare al miracolo in capolavori come “Screamadelica” (1991). Sono tuttavia ritmi e suoni strani per un Gallagher; la canzone non è per niente male, va detto, aprendo nuovi orizzonti per Noel. Le successive invece ricalcano maggiormente terreni già conosciuti: Rattling Rose è puro britpop, mentre Sail On sembra ispirata a Ed Sheeran e The Lumineers nella sua ingenua melodia e sarebbe stata bene nell’omonimo esordio dei Noel Gallagher’s High Flying Birds.

In generale, il più anziano dei fratelli-coltelli più famosi della musica dimostra ancora una volta che l’ispirazione non è svanita. Aspettiamo con impazienza la nuova uscita di Liam, prevista nei prossimi mesi. “Black Star Dancing” pare un gustoso antipasto per il futuro CD, niente di clamoroso ma un EP con risultati apprezzabili.

Voto finale: 6,5.

I 50 migliori album del 2018 (25-1)

Nella prima parte della lista dei 50 migliori CD del 2018 avevamo incontrato artisti importanti come Pusha-T, Robyn e Travis Scott. Chi sarà stato così bravo da entrare nei migliori 25? Buona lettura!

25) Arctic Monkeys, “Tranquility Base Hotel & Casino”

(ROCK – POP)

Abbiamo aspettato cinque anni (al 2013 risale infatti “AM”). Ancora una volta, Alex Turner e soci hanno radicalmente cambiato pelle, approcciando un pop-rock con inserti blues e jazz che mai ci saremmo aspettati da loro, specialmente dopo un disco a tratti hard rock come “AM” e le esperienze di Turner e del batterista Matt Helders con due mostri sacri del rock pesante come Josh Homme e Iggy Pop.

“Tranquility Base Hotel & Casino” è infarcito di riferimenti culturali; a dirla tutta, è un vero e proprio concept album, composto praticamente in solitudine da Turner nella sua casa di Los Angeles. Egli si immagina che gli umani abbiano ormai colonizzato la Luna e che vi siano stati aperti locali, tra cui appunto il Tranquility Base (sia hotel che casinò) e la sua band suoni proprio in questo locale. Il nome non è casuale: il Tranquility Base era il sito lunare dove l’astronave americana Apollo 11 atterrò nel 1969. I riferimenti a romanzi e film di fantascienza sono poi sparsi lungo le 11 canzoni dell’album: vi è una canzone dedicata al tema (Science Fiction), una che evoca addirittura Batman (la suadente Batphone)… Nell’epica Four Out Of Five, si fa riferimento ad un libro del 1985, “Amusing Ourselves To Death”, in cui pionieristicamente si anticipavano i rischi che l’eccessivo flusso di informazioni, spesso false, può avere sugli uomini.

In effetti, questo è anche il disco più politico degli AM: oltre al riferimento alle fake news, Turner parla del presidente americano Donald Trump definendolo “un wrestler che veste pantaloncini dorati” (Golden Trunks) e degli effetti deleteri che una vita vissuta sui social media ha sulle persone più vulnerabili (She Looks Like Fun). Accanto a tutto questo, arriva anche una stoccata ai critici di professione (forse anche quelli musicali?), in Four Out Of Five.

Insomma, carne al fuoco ne abbiamo davvero moltissima. Ma musicalmente, il CD è riuscito o no? Ad un primo ascolto, le scimmie artiche sembrano aver perso tutto quello che le rendeva speciali: assoli praticamente assenti, la batteria di Helders a malapena percettibile, basso mai in evidenza. Tuttavia, iniziando ad apprezzare anche il contesto in cui Turner ha posto il disco, si inizia a comprendere pienamente i pezzi. Evidenti sono le influenze di “Pet Sounds” dei Beach Boys, ma anche di Leonard Cohen e Serge Gainsbourg, non casualmente alcuni degli artisti più apprezzati da Alex Turner.

I pezzi migliori sono l’iniziale Star Treatment, la spettacolare ballata The Ultracheese e Batphone; meno riuscite Golden Trunks (Helders completamente assente) e la confusa She Looks Like Fun, che evoca Jack White ma non pare completamente a fuoco.

In conclusione, Turner & co. hanno ancora una volta sorpreso i loro fan: chi si aspettava un nuovo “AM” rimarrà completamente deluso, nondimeno va elogiata la capacità degli Arctic Monkeys di riuscire ad ogni LP a cambiare pelle: passando dall’indie allo stoner rock, dal brit pop all’hard rock e ora al lounge pop, hanno mantenuto un livello compositivo altissimo. Averne di gruppi così coraggiosi e talentuosi; potrebbero davvero essere i Blur o, chissà, i Radiohead degli anni a venire.

“I just wanted to be one of the Strokes, now look at the mess you made me make”. Tutto il disco può essere sintetizzato in questo verso, rintracciabile in Star Treatment (titolo evocativo del trattamento riservato allo star system, peraltro). Probabilmente, però, l’allievo (Alex) ha superato il maestro (Julian).

24) Noname, “Room 25”

(HIP HOP – SOUL)

Il primo album vero e proprio di Fatimah Nyeema Warner, in arte Noname, segue il fortunato mixtape “Telefone” del 2016. Già nel precedente lavoro la ventisettenne aveva mostrato qualità non banali, soprattutto per l’innata abilità di fondere fra loro generi come rap, funk e soul. In “Room 25” Noname amplia la propria tavolozza, inglobando elementi di neo-soul degni del miglior D’Angelo e affrontando temi delicati come la scoperta della propria sessualità in maniera sincera, a volte addirittura sfacciata.

“Room 25” si apre con Self, che contiene uno dei versi più riusciti dell’anno: “My pussy teachin’ ninth-grade English. My pussy wrote a thesis on colonialism”. Beh, una dichiarazione d’intenti niente male, condita da un’ironia non comune. I riferimenti alla propria sessualità sono poi sparsi qua e là nel corso del breve ma efficace album, ad esempio in Window Noname canta “I know you never loved me but I fucked you anyway. I guess a bitch likes to gamble”. Tuttavia, le liriche così esplicite (che riportano alla mente “CTRL” di SZA del 2017) non sono la parte migliore dell’album. Infatti la Warner, in soli 35 minuti, condensa circa vent’anni di musica nera: trovando un precario punto d’incontro fra jazz, hip hop e soul, “Room 25” diventa un LP irrinunciabile per gli amanti della black music. Noname è consapevole dei giganti che sta citando, non a caso in Don’t Forget About Me dice “Somebody hit D’Angelo, I think I need him for this one”, nondimeno non si lascia intimorire e forgia un lavoro pregevole nelle sue parti migliori.

Infatti, non è facile a resistere a belle canzoni come Ace (che vanta la collaborazione di Saba, altro rapper emergente) e la dolce Prayer Song. Se vogliamo trovare un difetto al disco è l’eccessiva frammentarietà: la brevità è un pregio, ma molti pezzi non arrivano nemmeno ai canonici tre minuti, fatto che alla lunga può stufare. In generale, però, ripetuti ascolti attenuano questa caratteristica ed anzi esaltano la grande varietà di ritmi e generi affrontati dall’artista.

In conclusione, “Room 25” è un ottimo disco d’esordio per la giovane Noname, che promette di occupare un posto importante nel panorama hip hop degli anni a venire. Il fatto poi che rinunci addirittura a possedere un nome d’arte e non abbia (ancora) alcuna rivalità con le superstar femminili del rap contemporaneo la rendono umile e pronta a sbocciare definitivamente.

23) Father John Misty, “God’s Favourite Customer”

(ROCK)

Joshua Tillman è giunto al quarto CD sotto il nome di Father John Misty, quello che lo ha portato alla celebrità e contemporaneamente a diventare uno dei cantautori indie più discussi anche online, a causa delle sue prese di posizione sempre controverse, ma mai banali. “God’s Favourite Customer” arriva pochi mesi dopo il monumentale “Pure Comedy”, senza dubbio il lavoro più ambizioso di Tillman: il CD era infatti un’analisi di tutti i mali della società contemporanea, fatta su canzoni molto barocche, per una durata complessiva di 74 minuti. Insomma, un lavoro potenzialmente molto divisivo, che tuttavia aveva fatto breccia anche nel pubblico meno ricercato ed era entrato in molte liste dei migliori album del 2017 (compresa la nostra) con pieno merito.

“God’s Favourite Customer” probabilmente avrà la stessa fortuna, ma per motivi opposti: il disco è considerevolmente più breve di “Pure Comedy” e caratterizzato da canzoni meno complesse. Anche liricamente l’album è radicalmente diverso: adesso Tillman affronta i propri demoni personali, lasciando da parte le riflessioni sul mondo esterno. I risultati, come sempre con lui, sono ottimi.

Già le prime due tracce, Hangout At The Gallows e Mr. Tillman, rappresentano appieno questa svolta: ritorno alle ritmiche e sonorità di “Fear Fun”, durata ragionevole e immediato appeal. Il CD proseguirà poi su questa strada, affiancando canzoni più rock (la bella Disappointing Diamonds Are The Rarest Of Them All e We’re Only People (And There’s Not Much Anyone Can Do About That)) ad altre più melodiche (Just Dumb Enough To Try e The Songwriter). A coronamento di tutto sta la bella voce di Father John Misty, più calda ed evocativa che mai: basti sentire The Palace, solo voce e piano.

Liricamente, dicevamo, Tillman affronta gli angoli più oscuri della sua psiche, in particolare la paura di perdere l’amata moglie e le pene d’amore che questo provocherebbe. Un’apertura considerevole e sincera, soprattutto considerato che parliamo di un artista noto per il suo ego infinito e la sua sagace ironia piuttosto che per la sua fragilità.

In conclusione, in soli 38 minuti e dieci canzoni, Father John Misty conferma ancora una volta il suo immenso talento: mescolando influenze disparate (da Neil Young a Bob Dylan ai Fleet Foxes, il suo ex gruppo), Joshua Tillman ha prodotto un LP tanto semplice quanto gradevole. Chissà che il picco delle sue capacità non debba ancora essere raggiunto…

22) Jon Hopkins, “Singularity”

(ELETTRONICA)

Il nuovo lavoro del compositore inglese Jon Hopkins, uno dei più stimati nel panorama della musica elettronica, conferma tutte le sue qualità. Mescolando abilmente techno e ambient, “Singularity” è uno dei CD di elettronica più intriganti del 2018, che in generale si è rivelato eccellente per questo tipo di musica,

La partenza è ottima: Singularity è potente e suadente allo stesso tempo, ricordando Aphex Twin nei suoi momenti migliori. Il titolo evoca la vita e, contemporaneamente, la singolarità: ossia quel momento in cui la capacità intellettiva delle macchine supererà la mente umana. Insomma, il disco sembra quasi assumere l’aspetto di un concept album. Fatto ulteriormente confermato dalle altre tracce presenti, dai titoli altamente evocativi, come C O S M, Everything Connected e Feel First Life.

Tecnicamente, come sempre, Jon Hopkins si dimostra un maestro: la produzione e il mixaggio sono magnifici, l’ospitata di Clark in Emerald Rush aggiunge ulteriore profondità alla canzone… Insomma, da questo punto di vista nulla da eccepire. Possono risultare invece troppi e molto densi i 62 minuti dell’album, che infatti per essere pienamente apprezzato richiede almeno 3-4 ascolti. Nondimeno, il premio per questa pazienza è uno degli LP di musica elettronica migliori del decennio.

I pezzi migliori sono la title track, Emerald Rush, Luminous Beings e Recovery, che riporta alla mente le sonorità ambient di Brian Eno. Ma nessuna traccia è veramente deludente, sintomo di un album difficile (alcune canzoni superano i 10 minuti) ma coeso. Giunto al quinto CD di inediti, Hopkins sembra aver trovato la definitiva maturità. Chi pensava che “Immunity” (2013) fosse solo un episodio fortunato dovrà ricredersi.

21) Vince Staples, “FM!”

(HIP HOP)

Il terzo album del talentuoso rapper americano è stato un fulmine a ciel sereno: annunciato il giorno prima della pubblicazione, avvenuta il 2 novembre, solo 22 minuti di durata e un’intensità non scontata per uno che ha dimostrato di trovarsi bene anche con sonorità meno ossessive (soprattutto nel suo capolavoro “Summertime ‘06” del 2015).

Ad aggiungere pepe all’intero progetto è il fatto che Vince rappa solo in otto delle undici tracce che compongono “FM!” (chiaro riferimento alle onde radio, come vedremo in seguito). Tre sono infatti brevi intermezzi dove, prendendosi gioco dell’ascoltatore, Staples annuncia un nuovo CD degli amici Earl Sweatshirt e Tyga. È chiaro l’intento del rapper, che dedica sostanzialmente un intero LP (anche se breve) alla radio e all’importanza che essa ha avuto nella sua infanzia.

Tuttavia, il fine puramente satirico dell’album non deve nascondere il talento immenso messo in mostra nuovamente da Staples, sempre più una voce fondamentale dell’hip hop contemporaneo. Le iniziali Feels Like Summer e Outside! sono infuocate e richiamano le sonorità degli esordi di Vince, infarcendole però anche con l’elettronica che permeava “Big Fish Theory” (2017) e l’EP “Prima Donna” (2016). Nessuna canzone fatta e finita è fuori posto, tanto che gli highlights più arditi (da Outside! a Run The Bands) non sono poi tanto migliori dei brani meno sperimentali, ma non per questo scontati: tutto è congeniale infatti a creare un disco tanto caotico quanto intrigante e mai scontato.

Dal punto di vista testuale, il rapper californiano è da sempre famoso per l’abilità nel descrivere la tragica condizione dei sobborghi (Ramona Park di Long Beach il suo bersaglio preferito). In “FM!” il mirino non è puntato unicamente su sé stesso, malgrado Vince abbia scritto su Intagram che avrebbe dedicato il lavoro al suo primo, vero fan: sé stesso. Vince sputa sentenze tanto dure quanto condivisibili o almeno corroborate dai numerosi episodi di razzismo accaduti recentemente in America. In Feels Like Summer abbiamo il seguente, durissimo verso: “We gonna party ’til the sun or the guns come out”. Altro esempio della sua visione disincantata della vita, già venuta alla luce nelle frasi di “Prima Donna” in cui enunciava le proprie tendenze suicide, è presente in FUN!: “My black is beautiful, but I’ll still shoot at you”.

Insomma, questo album breve/EP che dir si voglia è un’altra aggiunta preziosa ad una discografia sempre più ingombrante. I beat scorrono fluidamente, la produzione è ottima e Vince dimostra una voglia di sperimentare assolutamente rara nel mondo hip hop moderno. Dopo essere partito da sonorità tipiche del rap West Coast (ritmi lenti, basi cupe e liriche drammaticamente realistiche), Staples ha sperimentato con ritmi elettronici e decisamente più tesi nelle prove più recenti. “FM!” riassume tutto in 22 minuti: una missione quasi impossibile, ma riuscita quasi su tutta la linea.

Se questo è il picco delle sue abilità, ben venga; ma sembra proprio che Vince Staples abbia ancora molto da dare alla musica moderna. Che il suo manifesto definitivo debba ancora arrivare?

20) The Voidz, “Virtue”

(ROCK)

Julian Casablancas è tornato con gli ormai fidati Voidz con un CD molto diverso dal precedente sforzo del gruppo, quel “Tyranny” (2014) che mescolava ferocia e sperimentalismo, riff taglienti e canzoni semplicemente folli. Insomma, tutto meno che accessibile. Ebbene, “Virtue” riporta con la mente alle atmosfere del disco solista di Julian del 2008, “Phrazes For The Young”, che mescolava psichedelia e pop.

In particolare, sorprende la capacità del frontman degli Strokes di fondere fra loro tutte le influenze sperimentate negli ultimi 15 anni: dal rock di “A First Of Impression Of Earth” al suo album solista, ma anche il gusto anni ’80 di “Angles” e “Comedown Machine”. Il risultato potrà risultare straniante, a volte incoerente, ma mai prevedibile e sempre molto intrigante.

La prima canzone del CD, Leave It In My Dreams, è fra le migliori mai scritte da Casablancas dopo “Room On Fire”: synths raffinati, prova vocale ottima, base ritmica azzeccata. Idem per QYURRYUS, fra i singoli estratti, non per caso: i rimandi anni ’80 sono evidenti, per esempio ai Talking Heads, ma non invadenti. La prima parte di “Virtue” è quindi davvero convincente, contando su altri buoni pezzi come Permanent High School e ALieNNatioN. Non che la seconda sia da meno, tuttavia lo sperimentalismo a volte può risultare fine a sé stesso (per esempio in Think Before You Drink e Wink). I rimandi al precedente album dei Voidz sono pochi, ma non inutili: la chitarra potente di Pyramid Of Bones e One Of The Ones rende questi pezzi davvero coinvolgenti.

Il bilancio di questa cavalcata attraverso generi tanto diversi è eccellente: pur con alcuni questioni irrisolte (la lunghezza del lavoro soprattutto), i Voidz si confermano una voce davvero unica nel panorama rock contemporaneo. E poi, Julian non sembrava così libero e divertito dal comporre musica da “Room On Fire”; e i risultati sono sotto gli occhi di tutti.

19) Ty Segall, “Freedom’s Goblin”

(ROCK)

L’iperattivo Ty Segall, ragazzo prodigio del rock statunitense, è al decimo album di inediti a suo nome: un traguardo incredibile, considerato che Ty ha soli 31 anni e ha realizzato anche numerosi album collaborativi, greatest hits e CD live. Insomma, un artista davvero instancabile! Ciò, tuttavia, non ha influenzato la qualità dei suoi lavori: LP come “Slaughterhouse” (2012) o l’omonimo “Ty Segall” (2017) sono davvero notevoli.

Questo “Freedom’s Goblin”, il più lungo disco a firma Ty Segall in termini di canzoni e durata (19 pezzi per 72 minuti), è forse anche il suo lavoro più ambizioso; possiamo anzi dire che rappresenta un riassunto di tutto quello che musicalmente Ty ha passato negli ultimi dieci anni. Abbiamo pezzi hard rock (la bellissima Ever1’s A Winner e When Mommy Kills You), altri melodici (Rain e You Say All The Nice Things), alcuni quasi sperimentali (ad esempio Despoiler Of Cadaver, quasi elettronica, e Alta, aperta dal suono di un organo, strumento inusuale per l’artista californiano). Da sottolineare le lunghe She e And, Goodnight, due suite rock che mettono in mostra il talento di Ty, soprattutto come chitarrista. Ty potrebbe davvero essere il Jack White degli anni ’10. In generale, l’eccessivo numero di canzoni può rendere frammentario il disco, specialmente nella parte finale, ma i risultati sono generalmente ottimi.

Ty Segall sembra dunque aver trovato la definitiva maturità, a cavallo fra White Stripes e Led Zeppelin, con inserti melodici che quasi ricordano i Beatles (sentirsi My Lady’s On Fire e Cry Cry Cry per conferma). Il capolavoro definitivo sembra dietro l’angolo: forse una minore iperattività gli consentirebbe di focalizzarsi totalmente su un progetto e tirarne fuori il meglio. Detto questo, averne di artisti capaci di sfornare ogni anno un LP di livello così alto.

18) Jeff Rosenstock, “POST-”

(PUNK – ROCK)

L’artista punk Jeff Rosenstock è al terzo album solista, dopo una carriera molto lunga in alcune band underground statunitensi. I suoi primi due CD, “We Cool?” (2015) e “WORRY.” (2016) erano indizi di quello che sarebbe stato “POST-”, tuttavia non erano riusciti come quest’ultimo lavoro.

Il disco mescola infatti molto abilmente punk, power pop e dream pop (!), creando una miscela esplosiva di Cloud Nothings e Beach House, cosa che può apparire strana, ma in realtà rende il CD davvero imperdibile.

L’inizio è fulminante. USA è un pezzo punk di notevole caratura, lungo e complesso (supera i 7 minuti), ma mai prevedibile o noioso: partenza punk, parte centrale pop e finale trascinante. Va detto che Rosenstock è molto astuto: concentra i brani migliori all’inizio e alla fine del disco. Non per caso, infatti, la conclusiva Let Them Win è bellissima: 11 minuti di invettive contro Trump e i suoi seguaci, a testimoniare l’importanza anche politica dell’album, sopra una base ritmica davvero potente. Il finale con tastiere sognanti è, infine, una degna conclusione per questo fantastico LP.

Molti titoli e testi richiamano l’attualità politica americana: abbiamo per esempio Powerlessness, Beating My Head Against A Wall e TV Stars. Musicalmente, come già detto, il disco alterna brani punk (come la già citata Powerlessness e Yr Throat) ad altri più melodici (ad esempio TV Stars e 9/10), ma l’insieme è abbastanza coerente.

In conclusione, quel che è certo è che il punk ha ancora molto da dire, soprattutto in tempi incerti come questi: Jeff Rosenstock ce lo ha ricordato.

17) Troye Sivan, “Bloom”

(POP)

La nascente pop star australiana Troye Sivan ha pubblicato un lavoro davvero maturo per un ragazzo di appena 23 anni. “Bloom” è infatti un ottimo album pop, capace di suonare fresco malgrado si vedano chiaramente le influenze a cui Troye si ispira (George Michael, Lorde e The 1975 fra gli altri).

Quest’anno abbiamo avuto molti CD con chiari riferimenti alla sessualità dei protagonisti: in tempi di #MeToo e pieni diritti per le persone omosessuali, è perfettamente comprensibile che artisti dalle origini disparate abbiano descritto cosa significhi essere persone omosessuali. Troye Sivan non ha mai nascosto la sua attrazione per altri uomini, ma nel suo secondo album le liriche sono decisamente più mature e le sonorità più coerenti ed efficaci, rendendo “Bloom” un ascolto imprescindibile per gli amanti del pop.

L’inizio è travolgente: sia Seventeen che il singolo My My My! sono ottimi pezzi pop, degni di autori più quotati del giovane Troye. Anche i testi colpiscono: in Seventeen Sivan narra le sue avventure erotiche su Grindr (il Tinder per omosessuali) con uomini più maturi e gli abusi da loro perpetrati. Altrove le liriche sono più delicate: “Got something here to lose that I think you wanna take from me” in Seventeen e “I need you to tell me right before it goes down. Promise me you’ll hold my hand if I get scared now” in Bloom ne sono esempi.

Musicalmente, dicevamo, il CD è un ottimo concentrato del pop del XXI secolo, con inserti di autori del passato come George Michael. La voce di Sivan ricorda molto quella di Matt Healy dei The 1975, mentre la forte presenza del pianoforte in molte melodie (si veda Postcard) fa tornare alla mente il Perfume Genius delle origini. Da sottolineare infine le collaborazioni presenti in “Bloom”: Ariana Grande fa una comparsata in Dance To This, mentre il celebre produttore Ariel Rechtshaid collabora in The Good Side. Un po’ ovvie sono canzoni come Plum e Dance To This, ma sono peccati veniali in un lavoro altrimenti molto efficace.

Insomma, il futuro pare roseo per la giovane star australiana: giusto così, dato il talento dimostrato e la voglia di sperimentare non solo la carriera musicale. Ricordiamo infatti che Sivan è diventato noto come youtuber, per poi passare alla carriera di attore e poi di cantante. Insomma, un personaggio poliedrico e pronto al grande salto nel mondo delle star a tutto tondo. “Bloom” è un ottimo biglietto da visita ed è senza dubbio uno dei migliori album pop dell’anno.

16) Let’s Eat Grandma, “I’m All Ears”

(POP – ELETTRONICA)

Il secondo, attesissimo CD delle giovani inglesi Rosa Walton e Jenny Hollingworth, in arte Let’s Eat Grandma, ha pienamente mantenuto le promesse: aiutate da produttori rinomati come Sophie Xeon e Faris Badwan, le due teenager (!) pubblicano un disco in molti tratti rivoluzionario, che fonde generi disparati come pop, psichedelia ed elettronica in un connubio spesso eccellente.

L’apertura già instrada magistralmente il lavoro: sia Whitewater che Hot Pink (quest’ultima vanta la produzione di Badwan e Xeon) sono stranianti, in particolare la seconda alterna ritmi pop e improvvise aperture industrial, che non per caso ricordano gli ultimi lavori di SOPHIE e Horrors. I brani riusciti non finiscono qui: Falling Into Me è un gioiello pop, che ricorda la miglior Lorde; le lunghissime Donnie Darko e Cool & Collected suggellano il CD. Le uniche pecche sono i due inutili intermezzi Missed Call (1) e The Cat’s Pijamas, ma non intaccano troppo la struttura del lavoro.

I testi affrontano con sagacia la condizione di molti teenager negli anni dei primi amori e della scoperta della propria sessualità: le due giovani artiste in Hot Pink cantano infatti “I’m just an object of disdain to you… I’m only 17, I don’t know what you mean”, il ritornello contiene un riferimento non solo velatamente sessuale: “Hot Pink! Is it mine, is it?”. Sono poi presenti riferimenti macabri, non inattesi da un gruppo che incita a mangiare un parente, in Falling Into Me: “I paved the backstreets with the mist of my brain. I crossed the gap between the platform and train”.

In conclusione, se il debutto “I, Gemini” del 2016 suonava inevitabilmente ingenuo in certi tratti e le voci della Walton e della Hollingworth ancora acerbe, “I’m All Ears” segna il primo vero LP degno di nota a firma Let’s Eat Grandma. Speriamo che sia solo l’inizio di una carriera di successo: le premesse sembrano esserci tutte.

15) Saba, “CARE FOR ME”

(HIP HOP)

Il rapper di Chicago, giunto alla sua quinta esperienza in studio e al secondo album vero e proprio, ha finalmente trovato la consacrazione. Saba, nato Tahj Malik Chandler, era conosciuto, fino a pochi anni fa, più come collaboratore di Chance The Rapper che come solista, tuttavia negli ultimi due anni ha trovato una propria dimensione, che potrebbe notevolmente ampliarsi dopo la pubblicazione di un CD bello come “CARE FOR ME”.

Le scritte tutte maiuscole farebbero pensare a “DAMN.” di Kendrick Lamar, tuttavia le influenze che sentiamo in questo disco sono più rivolte a “Summertime ‘06” di Vince Staples e all’amico Chance The Rapper: dunque, un rap infarcito di gospel, con basi calme, quasi contemplative. I risultati, come già accennato, sono ottimi: “CARE FOR ME” scorre benissimo, senza frizioni fra i brani, per una durata che in termini di canzoni (10) e minutaggio (42 minuti) è finalmente in linea con il recente passato, senza sovraccaricare il disco di troppe canzoni, come alcuni colleghi di Saba fanno (Drake, Migos ecc).

Come sempre in un album hip hop, i testi sono una parte cruciale nel valutare un LP: Saba descrive il processo di accettazione della morte prematura del cugino Walter, ucciso l’anno scorso dopo una colluttazione nella metropolitana da un ladro che voleva il suo cappotto. Una morte tragica, per cui Saba ha scritto testi strazianti. Per esempio, in BUSY/SIRENS canta “I’m so alone” e successivamente “Jesus got killed for our sins, Walter got killed for a coat”. Il dramma è ancora ben presente, dunque. Colpisce la struttura del CD, che arriva in HEAVEN ALL AROUND ME ad una visione di Walter in Paradiso, che veglia su Saba e i suoi cari. Insomma, la fede ha decisamente aiutato il rapper ad accettare la morte del suo mentore, colui che per primo lo aveva introdotto alla musica.

Altre liriche toccanti sono “They want a barcode on my wrist to auction off the kids that don’t fit their description of a utopia” in LIFE e “We got in the car, but we didn’t know where to drive to. Fuck it, wherever you are my nigga, we’ll come and find you” in PROM/KING, penultimo brano della tracklist, dove notiamo un’accettazione definitiva della morte di Walter.

Musicalmente, i pezzi che più restano impressi sono BUSY/SIRENS, SMILE e la dura LIFE; notevole anche FIGHTER. Meno bella LOGOUT, ma i risultati restano sorprendenti. Saba, infatti, pur parlando di temi strettamente personali, riesce a trasmettere messaggi universali: il suo viaggio può infatti essere intrapreso da chiunque abbia perso una persona amata, un po’ quello che Mount Eerie ha fatto in “A Crow Looked At Me” e “Now Only”. Sono questi LP che rendono speciali anche le canzoni più semplici, no?

14) A.A.L. (Against All Logic), “2012-2017”

(ELETTRONICA)

Tutti gli appassionati di musica elettronica conoscono Nicolas Jaar, geniale compositore di origine cilena ormai trapiantato in America, una delle ritmiche più riconoscibili del panorama musicale. Ritmi sensuali, produzione impeccabile e sample campionati sempre azzeccati: ecco le principali caratteristiche di molte canzoni di Jaar. Stupisce perciò il riutilizzo di un suo alias che pareva ormai abbandonato, questo A.A.L. (Against All Logic), ma non più di tanto il genere affrontato. Jaar infatti percorre gli usuali percorsi a metà fra IDM e funk, ma con ancora maggiore consapevolezza nei propri mezzi e un gusto per la melodia puramente danzereccia che non conoscevamo.

La partenza è straordinaria: sia This Old House Is All I Have che I Never Dream settano perfettamente il tono del CD, con tastiere sinuose e voci elettrizzanti in sottofondo; Jaar è ormai totalmente padrone di questo genere peculiare ed è un vero piacere ascoltarlo in questa condizione brillante. Il disco contiene altre perle di indubbio valore: Now U Got Me Hooked è un brano dance perfetto, Rave On U chiude magistralmente il disco. Menzione anche per Cityfade e Hopeless, altri pezzi house notevoli. Un po’ sotto la media del disco invece Know You e Such A Bad Way.

L’unico problema di “2012-2017” può risultare nell’eccessiva lunghezza: in effetti, 67 minuti di musica elettronica da club/discoteca e canzoni che superano facilmente i 5 minuti possono essere ostacoli non banali per gli ascoltatori casuali, ma non fatevi spaventare. A.A.L. (Against All Logic), aka Nicolas Jaar, aveva già fatto intravedere indubbie qualità sia nella sua carriera solista che nei Darkside. Questo album ne è un’ulteriore conferma: la pazienza e ripetuti ascolti verranno ampiamente ripagati.

13) Young Fathers, “Cocoa Sugar”

(HIP HOP)

Il terzo album del trio scozzese è il compimento di un percorso che li ha visti costantemente migliorare, gli Young Fathers sono infatti a tutti gli effetti tra i maggiori innovatori nel mondo hip hop. Le loro basi mescolano sapientemente rock, pop, soul e ritmi africani, creando brani a volte caotici, ma nella maggior parte dei casi sorprendenti e mai banali. Ne sono esempio, nel nuovo CD “Cocoa Sugar”, In My View e See How.

Anche i testi degli Young Fathers non sono innocui: già il titolo del disco, “Cocoa Sugar”, anticipa un tema portante, la contrapposizione fra bianchi e neri purtroppo ancora centrale nella società. Tuttavia, non possiamo parlare di rap politico: gli Young Fathers spesso accennano solamente a tutto ciò, non volendo soverchiare l’ascoltatore con messaggi troppo forti. Molto diversi da un Kendrick Lamar, tanto per capirsi. Liriche potenti ne abbiamo comunque: da “don’t turn my brown eyes blue, I’m nothing like you” a “I’m not here to drown you, I’m only here to clean you”.

I risultati complessivi sono ottimi: “Cocoa Sugar” è uno dei migliori album rap non solo dell’anno, ma della decade. Accanto ai già citati See How e In My View, abbiamo altri pezzi molto efficaci: da Tremolo a Toy, passando per la base industrial di Turn (quasi à la Nine Inch Nails) e i paesaggi pastorali di Lord, che quasi ricorda i Walkmen più intimisti.

Insomma, come già accennato, gli Young Fathers hanno probabilmente raggiunto il picco creativo nel rap sperimentale che li contraddistingue: come andranno avanti da qui in avanti sarà interessante. Intanto godiamoci questo LP, ennesima conferma di come il rap ormai sia così mainstream da dover contaminarsi con altri generi per diventare sperimentale. Era già successo al rock molti anni fa, quando molti dovettero contaminarlo con elettronica e rap (!) per rinnovarlo. La ruota gira…

12) Earl Sweatshirt, “Some Rap Songs”

(HIP HOP – JAZZ)

Earl Sweatshirt è sempre stato la figura più enigmatica del collettivo Odd Future, un covo di talenti comprendente nomi del calibro di Frank Ocean, Tyler the Creator e Syd (The Internet). Di lui si sente parlare solamente in caso di uscite di nuova musica, segno che tiene molto alla propria privacy. Fatto in realtà condiviso da molti membri del collettivo, tranne il vulcanico Tyler the Creator. Questo probabilmente è anche dovuto alla sua giovane età: a soli 24 anni Earl ha infatti già alle spalle due dischi e un mixtape osannati da critica e pubblico, con una conseguente pressione per produrre sempre nuova musica di qualità che diventerebbe insostenibile per lui se l’esposizione aumentasse.

“Some Rap Songs” è un titolo fuorviante: il breve e frammentario disco (15 canzoni per soli 24 minuti di durata) contiene in realtà tutti i crismi del piccolo capolavoro. Mescolando abilmente jazz e hip hop, con inserti di musica puramente sperimentale, “Some Rap Songs” è il CD più avventuroso di Earl, simbolo di un (possibile) nuovo movimento nel rap contemporaneo, non più prono al pop/R&B come Drake e compagnia, ma visionario e pronto a sperimentare.

Se a primo impatto la struttura dell’album può apparire straniante, in realtà non bisogna pensare che sia un lavoro tirato via, soprattutto dato che deriva da tre anni di studio e lutti per Earl, che hanno influenzato profondamente la sua musica più recente. Proprio quest’anno infatti sono morti il padre e lo zio del Nostro; soprattutto il primo era stato bersaglio in passato di invettive e offese da parte del rapper nato Thebe Neruda Kgositsile, ma in “Some Rap Songs” vi sono segni di riconciliazione.

Shattered Dreams è un inizio strano, non troppo efficace preso singolarmente ma adatto ad introdurre il mood del disco; già in Red Water infatti la perfetta mescolanza fra hip hop e jazz è affascinante come poche volte abbiamo sentito ultimamente. Forse paragonabile in questo a “To Pimp A Butterfly”, il disco di Earl è però presente anche sul lato più sperimentale del rap, simile ai Death Grips ma meno hardcore. Ne sono esempi Cold Summers e Nowhere2go, la traccia più deprimente dell’album, in cui Earl afferma che “I think … I spent my whole life depressed, only thing on my mind was death. Didn’t know if my time was next”.

La seconda parte del disco, pur breve, contiene altrettanti contenuti interessanti: dalla commovente Azucar, in cui Sweatshirt canta “My momma used to say she sees my father in me. I said I was not offended”, alla conclusione raccolta ma carica di pathos di Riot!, “Some Rap Songs” si conferma un CD imperdibile per gli amanti del rap più visionario.

I pezzi migliori sono Red Water, Ontheway!, The Mint e Veins, ma nessuno può dirsi brutto o semplicemente deludente. Ciò malgrado alcuni arrivino a durare a malapena un minuto; malgrado questa caratteristica, infatti, ognuno è chiaramente parte di un tutto coeso e con un chiaro obiettivo, non risultando quindi mai fuori posto o tirato via.

In conclusione, Earl Sweatshirt ha prodotto un altro LP (non tanto long in realtà) che lo consacra come uno dei rapper più interessanti della sua generazione. Considerato che lui ha iniziato a diventare famoso all’incredibile età di 16 anni (al 2010 risale infatti il suo primo mixtape “Earl”) e ha già alle spalle una corposa discografia, il futuro sembra essere dalla sua parte. Una volta che avrà imparato ad essere così intraprendente per dischi con durata maggiore, il capolavoro sarà fatto e finito.

11) Parquet Courts, “Wide Awake!”

(ROCK)

Giunti ormai al settimo album di studio, considerando anche quelli registrati come Parkay Quarts e quello collaborativo con il DJ italiano Daniele Luppi, i Parquet Courts non intendono interrompere la striscia vincente iniziata con “Light Up Gold” (2012), un mix di irriverenza, indie rock estremamente orecchiabile e testi spesso allegramente nonsense.

La copertina di “Wide Awake!” effettivamente sembra proseguire su questa traiettoria; anche un ascolto del disco conferma questa prima impressione. Il CD inizia subito a mille: Total Football e Violence ricordano le sonorità del precedente lavoro del gruppo, “Human Performance” (2016), mentre Before The Water Gets Too High è più sperimentale, sulla falsa riga di “Sunbathing Animal” (2014). Invece, Mardi Gras Beads è forse il pezzo più melodico mai scritto da Savage & co., ricordando gli Arctic Monkeys di Mardy Bum.

Anche la seconda parte del disco contiene canzoni molto interessanti, che ne fanno ad ora il disco più vario e completo della produzione dei Parquet Courts: Back To Earth è strana ma riuscita, Normalization breve ma coinvolgente. Tolti i due intermezzi NYC Observation e Extinction, insomma, il CD è davvero ottimo, il migliore di una band sempre al passo con la modernità e pronta a cambiare quel tanto da risultare fresca. “Wide Awake!” migliora ad ogni ascolto, rivelando sempre nuovi dettagli. Bravi, Parquet Courts.

10) Shame, “Songs Of Praise”

(PUNK)

Il quintetto inglese potrebbe essere il nuovo volto del punk europeo: era da moltissimo tempo che non si sentiva un esordio così carico e compatto nel mondo punk, specialmente nel Vecchio Continente. In particolare, a colpire è la fiducia che gli Shame hanno nei loro mezzi: non c’è alcuna paura nel cambiare ritmo improvvisamente in una canzone, tantomeno nel corso del CD. Ne sono esempio Dust On Trial e Tasteless.

La voce di Charlie Steen, leader del gruppo, ricorda molto Archy Marshall: è come se King Krule desse libero sfogo alla sua vena rock, cercando contemporaneamente di imitare i Cloud Nothings o i Preoccupations. Da sottolineare poi il lavoro dei due chitarristi degli Shame, Eddie Green e Sean Coyle-Smith, che creano un “muro sonoro” davvero impenetrabile. I brani migliori sono Concrete, la più melodica One Rizla e la conclusiva Angie, che solo nel titolo ricorda il brano dei Rolling Stones. Donk, troppo breve, è il solo momento sotto la media, ma non rovina l’eccellente CD degli Shame. Anzi, l’insieme è un LP compatto e coerente, con pochissime pause per l’ascoltatore, come i migliori album punk.

Anche “Songs Of Praise” affronta tematiche rilevanti, come la violenza sulle donne o il menefreghismo dell’Occidente per le sorti della parte più povera del pianeta, senza perdonare nulla, neanche a coloro che solo a parole supportano delle cause giuste: del resto, si chiedono Steen e compagni, se noi per primi non facciamo niente, come possiamo sperare che il mondo migliori?

Per concludere, un’ultima lode agli Shame: neanche Savages e White Lung, per citare due band punk molto rinomate di recente, avevano pubblicato esordi devastanti come “Songs Of Praise”. Non resta che seguire l’evoluzione del complesso britannico: le premesse per un’ottima carriera ci sono tutte.

9) Mount Eerie, “Now Only”

(FOLK – ROCK)

La storia di Phil Elverum, frontman dei Microphones e successivamente solista col nome di Mount Eerie, è tristemente nota. Nel 2016 sua moglie Geneviève è morta di cancro, lasciando lui e la loro figlioletta a chiedersi il perché di tanta sofferenza a una così giovane età. Elverum ha deciso di affrontare questo tragico lutto facendo quello che sa fare meglio: scrivere canzoni. Mount Eerie non è mai suonato così scarno come negli ultimi due suoi CD, “A Crow Looked At Me” (2017) e “Now Only”. È possibile infatti vedere questo disco come una continuazione del precedente, ma contemporaneamente “Now Only” contiene differenti sonorità in alcuni tratti, che lo rendono un capolavoro a sé stante.

La partenza è straziante: Tintin In Tibet narra alcuni frammenti del passato di Phil e Geneviève, per esempio il loro primo incontro, ma si apre e si chiude con le seguenti parole: “I sing to you”. È facile intuire chi sia quel “tu” a cui si rivolge Elverum, non a caso queste canzoni sembrano più un’autoconfessione che un lavoro per piacere al pubblico. Il loro fascino, tuttavia, risiede proprio in questo: essere scritti con uno scopo personale, ma avere una risonanza universale.

Musicalmente parlando, come già accennato, “Now Only” riprende il folk scarno di “A Crow Looked At Me”, tuttavia in alcuni brani riecheggiano chitarre distorte e una lieve base di batteria, che rendono il CD più vicino ai primi lavori dei Microphones rispetto al suo predecessore. I brani migliori sono Tintin In Tibet, Earth (unica traccia con chitarre rock), la title track e Two Paintings By Nikolai Astrup. A colpire, però, sono soprattutto le liriche: nella lunghissima Distortion Elverum recita “the first dead body I ever saw in real life was my great-grandfather’s; the second dead body I ever saw was you, Geneviève, when I watched you turn from alive to dead right here in our house.” Uno dei versi più sinceri e tragici mai cantati. C’è spazio per un’accettazione della morte dell’amata moglie, quasi con sollievo, quando Phil dice “you’re sleeping out in the yard now”.

I fan di Mount Eerie ricorderanno sicuramente l’immagine del corvo presente in “A Crow Looked At Me”, che prendeva le sembianze della moglie agli occhi di Elverum, ancora incapace di accettare la sua perdita; vi è un richiamo in “Now Only”, tanto che l’ultima canzone si intitola proprio Crow, Pt.2. Adesso, però, Elverum canta “I don’t see you anywhere”. Il cantante statunitense sembra finalmente aver capito che Geneviève non tornerà più indietro: meglio vivere la vita che resta e crescere la propria figlia, mantenendo le promesse fatte alla moglie morente. Non c’è messaggio migliore da prendere da questo LP.

8) Mitski, “Be The Cowboy”

(ROCK – POP)

Il quinto CD della cantante americana di origine giapponese Mitski Miyawaki (che nella sua carriera usa solo il proprio nome) è senza dubbio il suo lavoro più compiuto, un riuscito connubio di indie rock e ritmi più danzerecci, sulla falsariga degli ultimi lavori di St. Vincent, il riferimento senza dubbio di Mitski.

L’inizio è subito convincente: Geyser ha ritmi synthpop degni di Julia Holter e Grimes, mentre Why Didn’t You Stop Me? e A Pearl sono decisamente più somiglianti alle sonorità di “Puberty 2”, il disco che ha fatto conoscere Mitski al grande pubblico nel 2016. “Be The Cowboy” prosegue poi in maniera convincente fino al quattordicesimo e ultimo brano, la dolce Two Slow Dancers, per un totale di soli 32 minuti di durata: un LP compatto ma non tirato via, va detto, dato che ogni brano è perfettamente compiuto e funzionale all’economia del disco. Anche i più brevi, come Lonesome Love e Old Friend, che non raggiungono i due minuti, non mancano di fascino.

Liricamente, Mitski sembra dedicare questo lavoro all’amore, presente in ogni sua forma: ad esempio, in Remember My Name canta “I gave too much of my heart tonight. Can you come to where I’m staying and make some extra love that I can save ’till to tomorrow’s show?”, oppure in Lonesome Love “Nobody butters me up like you, and nobody fucks me like me”. Testi espliciti e senza peli sulla lingua, insomma. Tuttavia, essi non risultano mai fuori luogo e anzi aumentano l’attenzione dell’ascoltatore anche per le canzoni più leggere.

In conclusione, l’indie rock ha trovato un’altra convincente voce femminile: come già detto, l’influenza di Annie Clark è presente in molte parti di “Be The Cowboy”, nondimeno Mitski è capace di scrivere canzoni avvolgenti e mai banali, una qualità solo intravista nei suoi precedenti album. Siamo in trepidante attesa di vedere se questo è il picco delle sue capacità oppure il meglio deve ancora venire.

7) Denzel Curry, “TA13OO”

(HIP HOP)

Il terzo disco del giovane rapper Denzel Curry può essere considerato il vero manifesto di quel genere che, un po’ spregiativamente, viene chiamato SoundCloud rap. Si tratta di un genere emerso sulla piattaforma SoundCloud e che vede fra i suoi principali esponenti JPEGMAFIA, lo stesso Curry e il defunto XXXTentacion: abbiamo una fusione fra il rap morbido di Drake e atmosfere più dark, quasi gotiche, tipiche dell’hip hop dei decenni passati.

Molto ambiziosamente, Denzel conia una sorta di nuovo linguaggio nel dare i titoli ai brani dell’album: la B diventa 13, le S sono Z ecc. Noi riportiamo i titoli “trascritti”, altrimenti la comprensione sarebbe a volte difficoltosa. Inoltre, “TA13OO” è diviso in tre parti, chiamate da Curry luce, area grigia e oscurità. L’intento è rappresentare i diversi aspetti del suo animo, sia mediante le basi dei pezzi che attraverso i testi.

L’inizio, non casualmente, è molto sereno e rilassato: sia TABOO che BLACK BALLOONS sono brani molto à la Drake, con aspetti di Travis Scott in evidenza. Andando avanti nel disco, emergono come già accennato precedentemente brani con atmosfere decisamente più opprimenti, che si rifanno al Kanye West di “Yeezus”: ad esempio, in SUMO e SUPER SAYAN SUPERMAN troviamo basi trap potenti ed efficacissime, che richiamano i migliori Migos. Il finale è, coerentemente, rappresentato da pezzi trap decisamente carichi: sia VENGEANCE che BLACK METAL TERRORIST sono infatti caratterizzati da basi ossessive e voci demoniache, che rendono le canzoni difficili ma tremendamente affascinanti.

Anche liricamente il CD non affronta tematiche semplici: l’apertura di TABOO è per certi versi scioccante, con Curry che dettaglia la sua relazione con una ragazza vittima di terribili abusi nella sua infanzia. In BLACK BALLOONS sono contenuti riferimenti espliciti alla morte e al suicidio come soluzione per risolvere i problemi che affliggono Denzel. Ritroviamo, oltre a basi anni ’90 in certi tratti del disco, anche temi afferenti a quel periodo: in SUMO il rapper afferma di avere “tasche piene di soldi e grosse come un lottatore di sumo”. Da sottolineare infine la capacità del giovane statunitense di passare da registri più melodici a versi letteralmente urlati, segno che anche vocalmente siamo di fronte a un talento notevole. Sentirsi SIRENS e VENGEANCE per un confronto.

In generale, dunque, Curry ha creato un mondo difficile da abbandonare, malgrado le atmosfere e i testi siano talvolta molto inospitali. Non è un merito da poco, in un anno che per il rap ha visto mietere nuovi successi ma una qualità media scadente.

6) SOPHIE, “OIL OF EVERY PEARL’S UN-INSIDES”

(ELETTRONICA)

Qualcuno, prima o poi, dovrà spiegarci la mania recente degli artisti di chiamare i dischi (e a volte loro stessi) con lettere tutte maiuscole: da Kendrick Lamar a Pusha-T ai Carters (cioè Jay-Z e Beyoncé), passando ora per SOPHIE, questa moda sembra diffondersi sempre di più. Detto ciò, il titolo del nuovo album di Sophie Xeon è, se possibile, ancora più misterioso della sua musica. In effetti, si tratta di una figura retorica chiamata “mondegreen”, che consiste nell’interpretare in maniera errata una frase, sostituendo alle vere parole altre che suonano molto simili. Infatti, il titolo “apparente” del CD non è il messaggio che l’artista vuole passare: “OIL OF EVERY PEARL’S UN-INSIDES” suona infatti come “I love every person’s insides”, che è già una frase più compiuta e, anzi, nasconde un fine profondo. Infatti, SOPHIE sta comunicando che dobbiamo tutti amare una persona per come è dentro, la sua apparenza esteriore (ad esempio, il suo sesso o le sue deformità fisiche) non dovrebbero contare. Basti questo verso, preso da Immaterial, come manifesto dell’intero LP: “I could be anything I want, anyhow, any place, anywhere. Any form, any shape, anyway, anything, anything I want”.

Non banale, come messaggio. SOPHIE del resto ha fatto della sua voce androgina un tratto caratteristico della sua produzione musicale, iniziata nel 2015 con “PRODUCT” e proseguita ora con questo “OIL OF EVERY PEARL’S UN-INSIDES”. La sua transessualità certamente gioca un ruolo cruciale: SOPHIE è infatti nata Samuel Long e solo con questo disco ha fatto conoscere al mondo la sua “transizione”. La sua musica è certamente inseribile nel filone dell’elettronica sperimentale, tuttavia le sue canzoni hanno una struttura che ricorda le canzoni pop, almeno nei momenti più accessibili (ad esempio la bella It’s Okay To Cry o Infatuation): non è un caso che sia chiamata “hyperpop”. Tuttavia, il tratto che distingue radicalmente Sophie Xeon dai suoi colleghi DJ è che, accanto a brani appunto pop o ambient, troviamo altre canzoni che ricordano lo Skrillex più sfacciato, per esempio Ponyboy e Faceshopping. Non capita tutti i giorni di trovare un’artista così versatile: viene in mente Bjork e tutti sappiamo che è un paragone molto delicato, di Bjork ne nascono davvero poche.

L’album si caratterizza dunque per una varietà stilistica estrema, che lo rende molto difficile, soprattutto ai primi ascolti, ma che nasconde delle perle davvero preziose. Ad esempio, la già menzionata It’s Okay To Cry è una delle migliori canzoni dell’anno, così come la eterea Pretending è un pezzo ambient che ricorda il miglior Brian Eno. Non vi sono pezzi davvero fuori asse, forse l’intermezzo Not Okay è imperfetto ma non intacca un CD davvero ottimo. Menzione finale per Whole New World / Pretend World, che chiude magistralmente il disco.

In conclusione, la musica elettronica sembra aver trovato una nuova, grande promessa in SOPHIE. Se il primo lavoro “PRODUCT” era decisamente perfettibile, questo LP resterà probabilmente anche negli anni a venire: mescolare così sapientemente musica sperimentale e accenni di pop da radio (evidenti in Immaterial) non è per nulla facile, farlo con questi eccellenti risultati ancora meno. Aspettiamo con trepidazione il suo prossimo disco, con la speranza che quanto di buono fatto in “OIL OF EVERY PEARL’S UN-INSIDES” non venga sprecato.

5) Blood Orange, “Negro Swan”

(R&B)

Il quarto CD a firma Dev Hynes è un concentrato delle qualità che lo hanno reso molto apprezzato da critica e pubblico e, contemporaneamente, un lavoro adatto ai nostri tempi duri, in termini di testi e tematiche affrontate. In più, fatto da non trascurare, il disco innova parzialmente l’estetica di Blood Orange, con sonorità che richiamano “Blonde” di Frank Ocean.

Fin dall’inizio, “Negro Swan” appare un LP perfettamente intonato ai tempi in cui viviamo: Dev evoca la figura del cigno nero (anzi, negro) per esprimere la fragilità della condizione di molte persone che, proprio perché diverse o semplicemente eccentriche, vengono isolate, soprattutto negli Stati Uniti di Donald Trump. L’uso della parola più odiata dagli afroamericani, inoltre, richiama i problemi di discriminazione razziale di cui spesso i neri sono vittime. Fin dal primo singolo estratto è chiaro questo messaggio: “No one wants to be the odd one out at times” canta Hynes in Charcoal. In Orlando, la splendida apertura del disco, si dice “First kiss was the floor”, implicitamente condannando il bullismo esercitato da alcuni su Hynes in gioventù.

Musicalmente, l’aspetto più importante, il disco è un trionfo: abbiamo già accennato al bellissimo primo brano in scaletta, Orlando, caratterizzato da ritmiche lente ma tremendamente sexy, che richiamano il miglior Prince. Da ricordare anche Saint, altra ballata adatta a danze lente e sensuali. Sono infine ottime anche Charcoal Baby e Chewing Gum. L’unica pecca sono i brevi intermezzi, spesso inferiori al minuto, che costellano il CD (ad esempio Family). Bello allo stesso tempo il fatto di affidarli alle testimonianze di persone vittime di discriminazioni, ad esempio l’attivista per i diritti LGBT Janet Mock. Infine, da sottolineare la lista di ospiti presenti in “Negro Swan”: abbiamo star come A$AP Rocky e Puff Daddy, ma anche figure meno note come il membro del collettivo The Internet Steve Lacy o il membro dei Chairlift Caroline Polachek. Insomma, una completa libertà artistica e una concezione della musica come comunità di imperfetti, al contrario di molte popstar del nostro tempo. Potrà piacere o meno, ma la visione artistica di Dev Hynes è chiara e coerente.

In conclusione, “Negro Swan” rappresenta un altro gigantesco passo avanti nella carriera di Blood Orange, ormai a pieno titolo nella ristretta lista degli artisti che davvero parlano efficacemente del nostro tempo e, musicalmente, stanno innovando i generi musicali che frequentano. Non sono molti i cantanti di questo livello: probabilmente Kendrick Lamar e Frank Ocean ne fanno parte, ma pochi altri sono accostabili a questi giganti contemporanei. Ebbene, Dev Hynes, per la prima volta, può a buon diritto essere ammesso in questo “club esclusivo”.

4) Beach House, “7”

(ROCK – POP)

I Beach House, duo originario di Baltimora, ci avevano abituato ad estrarre dal cilindro sempre nuovi modi per non suonare monotoni, malgrado abbiano calcato sostanzialmente le scene di un solo genere durante tutta la loro ormai lunga carriera: un dream pop raffinato quanto si vuole, ma pur sempre una sonorità già inflazionata da molti artisti. “7” è quindi un enorme passo avanti per Victoria Legrand e Alex Scally: per la prima volta è chiara la volontà di andare avanti, aprendosi a nuovi suoni e ritmi, con addirittura dei veri e propri assoli di chitarra e la presenza dei sintetizzatori più forte che mai.

Il numero 7 è molto presente nella simbologia dell’album: “7” è intanto il settimo CD del duo, il loro catalogo è composto da 77 pezzi, il primo singolo è stato pubblicato il 14/02 (1+4+2=7) e il terzo il 03/04… Insomma, tutto sembrava complottare in favore di questo titolo scarno. Tuttavia, come sempre, non si ascolta un CD dei Beach House per i messaggi insiti nelle liriche delle canzoni, quanto piuttosto per le atmosfere che i brani sanno evocare.

Ebbene, possiamo dire senza tema di smentita che “7” è il disco più denso del gruppo; ed è tutto dire, visto che nel già 2015 avevamo detto la stessa cosa per la coppia di album pubblicati in quell’anno, “Depression Cherry” e “Thank Your Lucky Stars”. In effetti, in quei lavori si era intravista una volontà di cambiamento in Scally e Legrand: ad esempio, Sparks e Elegy To The Void suonavano quasi rock, mentre le atmosfere erano ancora più malinconiche del solito, quasi opprimenti.

Tuttavia, è con questo disco che la svolta è compiuta. Per i Beach House si apre una nuova pagina di una carriera già piena di grandi successi, sia di critica che di pubblico: basti pensare a “Teen Dream” (2010) e “Bloom” (2012). Partiamo dal primo pezzo della tracklist: Dark Spring ricorda da vicino i My Bloody Valentine di “Loveless”. Non a caso, lo shoegaze è il genere a cui si sono aperti i Beach House in “7”: è evidente questo fatto anche nella magnifica Dive, vero capolavoro del disco e uno dei migliori pezzi mai scritti dalla band.

Altri highlights sono Lemon Glow, con quel synth in sottofondo che sembra provenire da un altro mondo; Last Ride, che chiude magicamente il disco; e Pay No Mind. Buona anche la delicata Woo. Forse inferiori alla media L’Inconnue e Black Car, ma stiamo parlando comunque di brani interessanti, che rievocano i primi dischi del gruppo.

In conclusione, i Beach House sembravano aver imboccato una parabola discendente: il dream pop pareva stargli stretto e c’era grande bisogno di aria fresca per Legrand e Scally. La risposta è arrivata nell’eccellente “7”: quando si ha talento, cambiare non deve spaventare, anzi può servire a scoprire delle abilità nascoste. Ad esempio, chi avrebbe pensato che un LP dei Beach House avrebbe contenuto un assolo potente come quello in Dive?

3) Janelle Monáe, “Dirty Computer”

(POP – R&B)

Il terzo album di Janelle Monáe, popstar ormai di livello internazionale, era attesissimo. Dopo due pregevoli CD, che avevano fatto di lei la più degna erede di Prince, “The ArchAndroid” (2010) e “The Electric Lady” (2013), tutti la attendevamo al varco: riuscirà a replicarsi? Oppure arriverà un’inevitabile flessione? Beh, la bella Janelle non solo si è replicata, è riuscita addirittura a migliorare i risultati dei suoi primi due lavori.

Se c’era un difetto in “The ArchAndroid” e “The Electric Lady”, era l’eccessivo numero di canzoni e, di rimando, il minutaggio: entrambi superavano l’ora, con 17-18 canzoni, divise in entrambi i casi in due suite. Janelle utilizzava uno pseudonimo, Cindi Mayweather, appunto un androide, attraverso cui narrava metaforicamente le difficoltà dei “diversi”, che si parlasse di razza, sessualità o religione. Insomma, progetti di sfrenata ambizione, riusciti ma non per tutti i palati. Con “Dirty Computer”, invece, l’artista statunitense ha puntato il dito sui propri tormenti interiori, risultando in un LP più semplice ma anche più coeso; in poche parole, un capolavoro.

L’inizio è ottimo: nella breve intro Dirty Computer notiamo il decisivo contributo del grande Brian Wilson, ex Beach Boys; il primo highlight è Crazy, Classic, Life: Prince sarebbe molto fiero che la sua protetta abbia prodotto un pezzo così perfetto. Non mancano, oltre a Wilson, altre collaborazioni eccellenti: da Pharrell Williams a Grimes, passando per Zöe Kravitz (figlia di Lenny) allo stesso Prince, che prima della morte avrebbe contribuito ad ispirare la Monáe. Insomma, alcuni dei maggiori artisti dello scenario contemporaneo e della storia del pop/rock.

Altri pezzi notevoli sono Pynk, pezzo funk minimal in cui Janelle invita tutti a ballare sulle basi di Grimes; il singolo Make Me Feel, grande funk che non fa rimpiangere i tempi di James Brown e Michael Jackson; e I Like That. L’unica traccia leggermente sotto la media è I Got The Juice, con Pharrell, ma insomma sarebbe comunque un buon pezzo nelle tracklist del 90% dei CD R&B degli ultimi anni.

Liricamente, basti dire che Janelle ha eletto lo slogan “Let the rumours be true” a simbolo di “Dirty Computer”: diciamo che i gossip relativi alla sua sessualità vengono più volte confermati nel corso del disco. Il breve film tratto dal disco e i video dei singoli avevano già fatto intravedere il coming out: diamo atto che l’artista ha sempre avuto atteggiamenti ambigui, ma questa confessione dimostra coraggio. Insomma, “Dirty Computer” pare più avere lo scopo di esorcizzare i propri demoni che possedere messaggi universali, tuttavia i testi non risultano mai banali o troppo concentrati sull’ego di Janelle.

In conclusione, la Monáe, con questo disco, ha probabilmente raggiunto il picco delle proprie capacità: nello spazio di 14 canzoni e 49 minuti di durata, ha coperto un tale territorio musicale che molti artisti non riescono a coprire in un’intera carriera. Dal rap di Django Jane, al funk di Crazy, Classic, Life, passando per l’R&B di I Like That e Americans e l’elettronica soft di Pynk… Insomma, come già detto, un capolavoro fatto e finito. Uno dei più bei CD non solo dell’anno, ma dell’intera decade.

2) Car Seat Headrest, “Twin Fantasy”

(ROCK)

Può un 25enne aver realizzato già 11 album di studio? Sì, se questo giovane risponde al nome di Will Toledo. Il geniale artista statunitense ha già oltrepassato la doppia cifra di CD, contando ovviamente anche i suoi lavori più precoci e acerbi. Tuttavia, “Twin Fantasy” occupa un posto speciale nel cuore di Toledo: questa è infatti la seconda versione dello stesso disco, la prima è stata pubblicata nel 2011 e aveva fatto conoscere a molti il talento di Toledo, allora ancora solista e impossibilitato ad avere una produzione curata a dovere. Ora che lo supporta una band al completo, un lavoro che sembrava solo un diario di un giovane omosessuale diventa uno dei migliori dischi indie rock del decennio.

Fondamentale è infatti il background di “Twin Fantasy”: Toledo narra nel CD le sue disavventure, specialmente alla luce dei turbamenti adolescenziali e della scoperta della propria omosessualità, tanto che molti testi delle 10 canzoni che compongono il disco contengono riferimenti ad amori, sia passati che vissuti al tempo della composizione. Ne sono esempio “most of the time that I use the word ‘you’, well you know that I’m mostly singing about you”; oppure “we were wrecks before we crashed into each other”. Tuttavia, Toledo ha già dimostrato di essere anche ironico nelle sue liriche: ad esempio, in Bodys canta “Is it the chorus yet? No. It’s just a building of the verse, so when the chorus does come it’ll be more rewarding”, circostanza che poi si rivelerà veritiera peraltro.

La bellezza del CD non risiede tuttavia solamente nel concept alla sua base e nei testi: come già accennato, “Twin Fantasy” è uno dei più riusciti LP della decade. Le canzoni grandiose sono numerose: le lunghissime Beach Life-In-Death e Family Prophets (Stars) sono le ancore del disco, i punti ineludibili per chi ama le composizioni rock più ambiziose. Nervous Young Inhumans ricorda i migliori Killers, Bodys ha una base ritmica pazzesca, così come Cute Thing. Risulta difficile trovare un pezzo meno efficace, tutti hanno la perfetta posizione nella tracklist e un significato ben preciso nella narrazione del disco. Magnifica, infine, la contrapposizione High To DeathSober To Death, altro passaggio cruciale per comprendere pienamente il CD e i temi da cui scaturisce. Il risultato è un LP stupefacente, con continui cambi di direzione, spesso all’interno della stessa canzone, imprevedibile ma non per questo frammentato o confusionario. Insomma, un capolavoro fatto e finito.

Possiamo dunque concludere che il talento di Will Toledo è definitivamente sbocciato con la riedizione di “Twin Fantasy”: il giovane cantante ci aveva già mostrato parte delle sue potenzialità in “Teens Of Style” (2015) e “Teens Of Denial” (2016); mai, tuttavia, aveva prodotto un CD così bello.

1) The 1975, “A Brief Inquiry Into Online Relationship”

(ROCK – POP)

Il giovane gruppo inglese aveva anticipato il suo terzo album di inediti con questa serie di singoli: 1) un pezzo indie rock con venature punk, molto affine a Sex, primo grande successo dei The 1975, ma con una chitarra ancora più tagliente (Give Yourself A Try); 2) una canzone che rimandava al rock anni ’80 dei Police e ai pezzi migliori del precedente CD del gruppo, “I Like It When You Sleep, For You Are So Beautiful Yet So Unaware Of It” (2016), chiamata Love It If We Made It; 3) una melodia sfacciatamente pop, degna di Rihanna e Drake (TOOTIMETOOTIMETOOTIME); 4) un simpatico pezzo a metà fra jazz e pop (Sincerity Is Scary); 5) un singolo degno degli Abba, It’s Not Living (If It’s Not With You).

Lasciando da parte i titoli inverosimilmente lunghi di album e singoli, come potevano canzoni così lontane come generi stare insieme in un unico CD? Beh, se a ciò aggiungiamo che i The 1975 nel corso del loro nuovo lavoro hanno anche toccato ambient, elettronica e Soundcloud rap (!!!), la cosa si fa realmente complessa. La cosa che più sorprende (e ammalia) del talentuoso complesso originario di Manchester è che i risultati di “A Brief Inquiry Into Online Relationships” sono davvero paurosi. I dubbi sulla consistenza e coesione dell’album sono fugati fin dal primo ascolto: i The 1975 hanno generato un CD che resterà nella storia della decade come il disco più millennial mai prodotto. Frammentario ma in qualche modo coeso, vario ma mai fine a sé stesso, profondo e accessibile: “A Brief Inquiry Into Online Relationships” si staglia come un pilastro del rock degli anni ’10, probabilmente l’unico modo per vedere ancora questo genere primeggiare nelle chart.

Alcuni hanno azzardato paragoni con “OK Computer” dei Radiohead, uno dei lavori rock più importanti dell’intera storia della musica. Diciamo che Matt Healy e compagni in quanto ad ambizione non sono secondi a molti, ma i Radiohead sono probabilmente ancora molti gradini sopra i The 1975. Se una similitudine c’è, risiede nel fatto che entrambi i CD affrontano le devastanti conseguenze che Internet può avere sulla vita delle persone. Mentre Thom Yorke & co. ponevano l’attenzione sull’alienazione e sulla voglia di imitazione (esemplari Paranoid Android e Fitter Happier), i The 1975 si concentrano come naturale sui social network e sui problemi propri soprattutto dei più giovani: tossicodipendenza, paura della morte, news frenetiche che confondono più che informare…

Infatti, alla pura bellezza del disco va aggiunto che Matt Healy è diventato un compositore di primo calibro anche a livello testuale: in Give Yourself A Try si rivolge ad una giovane fan del gruppo che si è suicidata a soli 16 anni, chiamando i suoi coetanei a concedersi una chance nella vita (il significato del titolo è proprio questo). Love It If We Made It evidenzia l’assurdità di avere un presidente americano che si vanta di “averla posseduta come una puttana!” e un musicista di colore che lo difende e afferma che i neri hanno quasi voluto la schiavitù (Kanye West)… il tutto mentre le anime migliori se ne vanno per overdose (Lil Peep, amico di Healy e tossicodipendente come lui).

Il filo che però tiene unito il disco è l’uscita dalla dipendenza da eroina da parte di Healy, che in effetti nelle ultime uscite è apparso davvero rigenerato fisicamente. “A Brief Inquiry Into Online Relationships” può in effetti essere anche letto come un percorso di recupero, che termina con l’epica I Always Wanna Die (Sometimes), che ricalca le orme di Oasis e Coldplay per creare la canzone più vitale della discografia dei The 1975. Sebbene infatti il protagonista del brano pensi al suicidio, alla fine afferma “If you can’t survive, just try”.

In tutto questo, non abbiamo ancora parlato musicalmente del disco. “A Brief Inquiry Into Online Relationships” è un CD davvero variegato, come già spiegato in precedenza. L’introduzione The 1975 riflette i cambiamenti radicali avvenuti nel sound della band: ritmi jazzati, autotune che manipola fortemente la voce di Healy e struttura sfilacciata. L’unico pezzo che appare più debole è proprio il singolo TOOTIMETOOTIMETOOTIME, che è fin troppo da discoteca sebbene non del tutto sgradevole. Tuttavia, è un peccato veniale in un album davvero generoso di pezzi grandiosi: It’s Not Living (If It’s Not With You) è una delle canzoni migliori dell’anno, I Always Wanna Die (Sometimes) ricorda i Coldplay di “A Rush Of Blood To The Head”, How To Draw / Petrichor parte come Brian Eno e finisce come l’Aphex Twin più scatenato, con risultati clamorosi. Infine, I Couldn’t Be More In Love è pari alle melodie più dolci di George Michael.

Dicevamo poi che i The 1975 affrontavano il rap più melodico, chiamato Soundcloud rap, tipico di interpreti come Lil Peep e Denzel Curry: I Like America & America Likes Me non sarà il miglior brano del disco, ma ha una carica benvenuta in una seconda parte che conta pezzi acustici come Surrounded By Heads And Bodies e Mine, il secondo pezzo jazz dell’album. Non tralasciamo poi il pezzo più shoegaze, Inside Your Mind (Healy ha sempre detto di amare i My Bloody Valentine); e Be My Mistake, un’incantevole ballata che riporta alla memoria il miglior Nick Drake e Jeff Buckley.

In conclusione, “A Brief Inquiry Into Online Relationships” è un LP di non facile lettura e in cui ci si può perdere data la grande quantità di generi affrontati e i testi mai banali. Tuttavia, gli amanti della musica non possono non ammirare il coraggio di Healy e compagni di voler riportare il rock (pur contaminato da mille influenze) in cima alle classifiche. Se questo sia l’unico modo per farlo è discutibile; “A Brief Inquiry Into Online Relationships” però è indubbiamente un miglioramento rispetto ai due precedenti lavori del gruppo, in termini di minutaggio (basti dire che “I Like It When You Sleep, For You Are So Beautiful Yet So Unaware Of It” durava 74 minuti mentre questo album “soli” 58) e focus. Avevamo intuito che i The 1975 avessero talento e che “A Brief Inquiry Into Online Relationships” potesse essere importante per il loro futuro, ma pochi potevano prefigurare questi risultati grandiosi. Complimenti, Matty, e complimenti The 1975: il futuro è tutto per voi. Non premiare questo lavoro come il migliore del 2018 sarebbe stato un delitto.

Voi cosa ne pensate? Questa lista vi convince oppure pensate che ad A-Rock abbiamo tralasciato dei CD importanti? Non esitate a commentare!

Recap: agosto 2018

L’estate è agli sgoccioli, ma noi di A-Rock non ci perdiamo d’animo. Agosto è stato peraltro un mese ricco di ottima musica. Il recap di questo mese vede le recensioni dei nuovi dischi dei rapper Travis Scott e Denzel Curry; il ritorno di Blood Orange e degli Animal Collective; e i nuovi CD della cantante rock Mitski e degli Interpol. Buona lettura!

Blood Orange, “Negro Swan”

negro swan

Il quarto CD a firma Dev Hynes è un concentrato delle qualità che lo hanno reso molto apprezzato da critica e pubblico e, contemporaneamente, un lavoro adatto ai nostri tempi duri, in termini di testi e tematiche affrontate. In più, fatto da non trascurare, il disco innova parzialmente l’estetica di Blood Orange, con sonorità che richiamano “Blonde” di Frank Ocean.

Fin dall’inizio, “Negro Swan” appare un LP perfettamente intonato ai tempi in cui viviamo: Dev evoca la figura del cigno nero (anzi, negro) per esprimere la fragilità della condizione di molte persone che, proprio perché diverse o semplicemente eccentriche, vengono isolate, soprattutto negli Stati Uniti di Donald Trump. L’uso della parola più odiata dagli afroamericani, inoltre, richiama i problemi di discriminazione razziale di cui spesso i neri sono vittime. Fin dal primo singolo estratto è chiaro questo messaggio: “No one wants to be the odd one out at times” canta Hynes in Charcoal. In Orlando, la splendida apertura del disco, si dice “First kiss was the floor”, implicitamente condannando il bullismo esercitato da alcuni su Hynes in gioventù.

Musicalmente, l’aspetto più importante, il disco è un trionfo: abbiamo già accennato al bellissimo primo brano in scaletta, Orlando, caratterizzato da ritmiche lente ma tremendamente sexy, che richiamano il miglior Prince. Da ricordare anche Saint, altra ballata adatta a danze lente e sensuali. Sono infine ottime anche Charcoal Baby e Chewing Gum. L’unica pecca sono i brevi intermezzi, spesso inferiori al minuto, che costellano il CD (ad esempio Family). Bello allo stesso tempo il fatto di affidarli alle testimonianze di persone vittime di discriminazioni, ad esempio l’attivista per i diritti LGBT Janet Mock. Infine, da sottolineare la lista di ospiti presenti in “Negro Swan”: abbiamo star come A$AP Rocky e Puff Daddy, ma anche figure meno note come il membro del collettivo The Internet Steve Lacy o il membro dei Chairlift Caroline Polachek. Insomma, una completa libertà artistica e una concezione della musica come comunità di imperfetti, al contrario di molte popstar del nostro tempo. Potrà piacere o meno, ma la visione artistica di Dev Hynes è chiara e coerente.

In conclusione, “Negro Swan” rappresenta un altro gigantesco passo avanti nella carriera di Blood Orange, ormai a pieno titolo nella ristretta lista degli artisti che davvero parlano efficacemente del nostro tempo e, musicalmente, stanno innovando i generi musicali che frequentano. Non sono molti i cantanti di questo livello: probabilmente Kendrick Lamar e Frank Ocean ne fanno parte, ma pochi altri sono accostabili a questi giganti contemporanei. Ebbene, Dev Hynes, per la prima volta, può a buon diritto essere ammesso in questo “club esclusivo”.

Voto finale: 8,5.

Denzel Curry, “TA13OO”

taboo

Il terzo disco del giovane rapper Denzel Curry può essere considerato il vero manifesto di quel genere che, un po’ spregiativamente, viene chiamato SoundCloud rap. Si tratta di un genere emerso sulla piattaforma SoundCloud e che vede fra i suoi principali esponenti JPEGMAFIA, lo stesso Curry e il defunto XXXTentacion: abbiamo una fusione fra il rap morbido di Drake e atmosfere più dark, quasi gotiche, tipiche dell’hip hop dei decenni passati.

Molto ambiziosamente, Denzel conia una sorta di nuovo linguaggio nel dare i titoli ai brani dell’album: la B diventa 13, le S sono Z ecc. Noi riportiamo i titoli “trascritti”, altrimenti la comprensione sarebbe a volte difficoltosa. Inoltre, “TA13OO” è diviso in tre parti, chiamate da Curry luce, area grigia e oscurità. L’intento è rappresentare i diversi aspetti del suo animo, sia mediante le basi dei pezzi che attraverso i testi.

L’inizio, non casualmente, è molto sereno e rilassato: sia TABOO che BLACK BALLOONS sono brani molto à la Drake, con aspetti di Travis Scott in evidenza. Andando avanti nel disco, emergono come già accennato precedentemente brani con atmosfere decisamente più opprimenti, che si rifanno al Kanye West di “Yeezus”: ad esempio, in SUMO e SUPER SAYAN SUPERMAN troviamo basi trap potenti ed efficacissime, che richiamano i migliori Migos. Il finale è, coerentemente, rappresentato da pezzi trap decisamente carichi: sia VENGEANCE che BLACK METAL TERRORIST sono infatti caratterizzati da basi ossessive e voci demoniache, che rendono le canzoni difficili ma tremendamente affascinanti.

Anche liricamente il CD non affronta tematiche semplici: l’apertura di TABOO è per certi versi scioccante, con Curry che dettaglia la sua relazione con una ragazza vittima di terribili abusi nella sua infanzia. In BLACK BALLOONS sono contenuti riferimenti espliciti alla morte e al suicidio come soluzione per risolvere i problemi che affliggono Denzel. Ritroviamo, oltre a basi anni ’90 in certi tratti del disco, anche temi afferenti a quel periodo: in SUMO il rapper afferma di avere “tasche piene di soldi e grosse come un lottatore di sumo”. Da sottolineare infine la capacità del giovane statunitense di passare da registri più melodici a versi letteralmente urlati, segno che anche vocalmente siamo di fronte a un talento notevole. Sentirsi SIRENS e VENGEANCE per un confronto.

In generale, dunque, Curry ha creato un mondo difficile da abbandonare, malgrado le atmosfere e i testi siano talvolta molto inospitali. Non è un merito da poco, in un anno che per il rap ha visto mietere nuovi successi ma una qualità media scadente.

Voto finale: 8,5.

Mitski, “Be The Cowboy”

be the cowboy

Il quinto CD della cantante americana di origine giapponese Mitski Miyawaki (che nella sua carriera usa solo il proprio nome) è senza dubbio il suo lavoro più compiuto, un riuscito connubio di indie rock e ritmi più danzerecci, sulla falsariga degli ultimi lavori di St. Vincent, il riferimento senza dubbio di Mitski.

L’inizio è subito convincente: Geyser ha ritmi synthpop degni di Julia Holter e Grimes, mentre Why Didn’t You Stop Me? e A Pearl sono decisamente più somiglianti alle sonorità di “Puberty 2”, il disco che ha fatto conoscere Mitski al grande pubblico nel 2016. “Be The Cowboy” prosegue poi in maniera convincente fino al quattordicesimo e ultimo brano, la dolce Two Slow Dancers, per un totale di soli 32 minuti di durata: un LP compatto ma non tirato via, va detto, dato che ogni brano è perfettamente compiuto e funzionale all’economia del disco. Anche i più brevi, come Lonesome Love e Old Friend, che non raggiungono i due minuti, non mancano di fascino.

Liricamente, Mitski sembra dedicare questo lavoro all’amore, presente in ogni sua forma: ad esempio, in Remember My Name canta “I gave too much of my heart tonight. Can you come to where I’m staying and make some extra love that I can save ’till to tomorrow’s show?”, oppure in Lonesome Love “Nobody butters me up like you, and nobody fucks me like me”. Testi espliciti e senza peli sulla lingua, insomma. Tuttavia, essi non risultano mai fuori luogo e anzi aumentano l’attenzione dell’ascoltatore anche per le canzoni più leggere.

In conclusione, l’indie rock ha trovato un’altra convincente voce femminile: come già detto, l’influenza di Annie Clark è presente in molte parti di “Be The Cowboy”, nondimeno Mitski è capace di scrivere canzoni avvolgenti e mai banali, una qualità solo intravista nei suoi precedenti album. Siamo in trepidante attesa di vedere se questo è il picco delle sue capacità oppure il meglio deve ancora venire.

Voto finale: 8,5.

Travis Scott, “ASTROWORLD”

astroworld

Il terzo album del rapper statunitense Travis Scott ha scatenato una quantità di hype sorprendente nel mercato musicale. Non è tuttavia un evento del tutto inatteso: accanto alla crescente fanbase di Travis, occorre nominare le numerose collaborazioni presenti nel disco. Basti dire che “ASTROWORLD” conta collaborazioni di Frank Ocean, Stevie Wonder, Tame Impala, Kid Cudi, Drake, Migos, The Weeknd e Pharrell Williams: praticamente tutto il gotha del mondo hip hop, R&B, pop e rock. Travis gioca non casualmente il ruolo di collante fra tutte queste numerose influenze, cercando di non essere sempre oscurato dagli illustri ospiti e con l’intento di creare un CD coeso.

Il bello è che, per la prima volta in carriera, Scott riesce pienamente nel suo intento: “ASTROWORLD” è il primo vero LP riuscito del giovane rapper. L’inizio è convincente: STARGAZING è un ottimo mix fra trap e hip hop classico, con Travis privo di ospiti ingombranti che può dare un saggio delle sue qualità. Ottima poi SICKO MODE, che conta la convincente collaborazione di Drake. Meno riuscita CAROUSEL, malgrado la presenza di Frank Ocean.

Anche nella seconda parte del lungo CD (17 brani per 59 minuti) non mancano gli highlights: ottime R.I.P. SCREW e il duo di brevi canzoni NC-17 e ASTROTHUNDER. Del resto, però, SKELETONS convince meno, tuttavia non intacca il risultato complessivo di “ASTROWORLD”, che si conferma anche dopo svariati ascolti un LP ricco di dettagli ricercati e mai banale. COFFEE BEAN, ad esempio, migliora ad ogni ascolto.

Liricamente, Scott a volte dimostra immaturità con liriche volgari e inutilmente allusive (ad esempio canta “If you take your girl out, do you expect sex? If she take her titties out, do you expect checks?” in SKELETONS), ma in altre parti affronta tematiche non banali, come la paternità inattesa e la difficile relazione con Kylie Jenner (in COFFIE BEAN sentiamo Travis dire “Your family told you I’m a bad move. Plus, I’m already a black dude”).

Insomma, la maturazione di Scott procede bene: malgrado le accuse spesso rivoltegli di copiare spudoratamente gli altri rapper (su tutti si nota una forte influenza di Kanye West), il giovane rapper procede per la sua strada; e il successo di pubblico pare premiare questo suo atteggiamento. Sebbene non stiamo parlando di un disco perfetto, “ASTROWORLD” dimostra tutta l’abilità di Travis Scott di circondarsi di collaboratori di valore e produttori capaci di evocare sempre atmosfere diverse, fattori che rendono il CD imprescindibile per gli amanti della trap e, in generale, della black music.

Voto finale: 7,5.

Interpol, “Marauder”

marauder

Il sesto album degli Interpol, celebre band rock originaria di New York, percorre molti dei sentieri preferiti da Paul Banks e compagni, ma riesce a mantenere gli Interpol sui binari giusti, senza rimasticare i brani di successi come “Turn On The Bright Lights” (2002) o “Antics” (2004).

L’inizio è decisamente convincente: sia If You Really Love Nothing che The Rover sono ottimi pezzi tipicamente Interpol, che sarebbero stati benissimo nei migliori dischi del gruppo. Aiuta probabilmente la presenza, per la prima volta nella ventennale storia della band, di un produttore esterno: abbiamo infatti a condurre le danze Dave Fridmann, che ha collaborato in passato con MGMT, Tame Impala e Spoon fra gli altri. Convincono meno brani troppo scontati come Complications e i due Interlude, ma anche in questi casi gli Interpol riescono a non deragliare, così che “Marauder” risulta un CD gradevole, anche con ascolti numerosi. Anzi, pezzi come Flight Of Fancy e Surveillance acquistano rilevanza ad ogni ascolto.

In conclusione, non possiamo certo pretendere che un complesso che ha calcato più o meno gli stessi territori a metà fra indie rock e post punk nel corso di cinque album di successo si rinnovi radicalmente al sesto. Nondimeno, il fatto di porre in copertina Elliot Richardson, il procuratore generale che si dimise a seguito della richiesta di Richard Nixon di licenziare il magistrato che indagava sullo scandalo Watergate, presenta un preciso messaggio politico, benvenuto in tempi difficili come quelli che stiamo vivendo. Una dimostrazione di maturità da elogiare in un gruppo finalmente consapevole della sua posizione nel panorama musicale e dell’importanza che questi messaggi possono avere. Bentornati, Interpol.

Voto finale: 7,5.

Animal Collective, “Tangerine Reef”

tangerine reef

“Tangerine Reef” è l’undicesimo album degli Animal Collective, veterani del mondo indie e grandi innovatori all’inizio del XXI secolo, con all’attivo capolavori come “Merriweather Post Pavilion” (2009) e un’instancabile voglia di sperimentare. Non ci scordiamo infatti che, nel corso dei primi album, gli AC suonavano una musica folk molto hippie e ardita, per poi evolversi verso sonorità elettroniche, fino ad arrivare all’ambient e ai ritmi soffusi di questo CD.

Il disco viene accompagnato da un lungometraggio del duo Coral Morphologic, impegnato a diffondere consapevolezza riguardo ai danni ambientali causati dal surriscaldamento terrestre e dall’inquinamento, specialmente sulla barriera corallina. Non è quindi un caso che molti titoli dei brani in scaletta si riferiscano a questo preoccupante fenomeno: abbiamo infatti per esempio Coral By Numbers, Coral Realization e Lundtsten Coral. È pertanto indispensabile accompagnare all’ascolto dell’album il film girato dai Coral Morphologic.

In effetti, il disco non rientra a pieno titolo nella parte alta della produzione del collettivo animale: le sonorità possono risultare troppo lente e, data l’assenza (momentanea auspicabilmente) di Panda Bear, che incarna l’anima più pop e melodica degli AC, non sempre le canzoni fanno presa sull’ascoltatore. Inoltre, i testi dei brani non sempre sono intellegibili, a dimostrazione che la musica non è la parte più importante del progetto “Tangerine Reef”.

E pensare che la partenza non sarebbe male: Hair Cutter è un buon brano ambient, in cui la voce di Avey Tare è a proprio agio. Peccato che poi arrivino brani dalle sonorità molto cupe, che ben si adattano al mood del progetto audiovisuale, ma che non sono sempre a fuoco, come avviene in Coral Understanding e Airpipe (To A New Transition). Probabilmente non è un caso che Hip Sponge, una delle tracce più ritmate, sia anche fra le più gradevoli.

In generale, dunque, come già avevamo intuito dal deludente “Painting With” (2016), gli Animal Collective sembrano aver esaurito la vena creativa che tanto ha dato alla musica moderna, specialmente agli amanti della psichedelia e delle sonorità più bucoliche. Se non si può non elogiare l’impegno per tematiche cruciali come il cambiamento climatico in atto e le sue potenzialmente tragiche conseguenze per gli esseri umani, è pur vero che “Tangerine Reef” è uno dei meno riusciti LP della produzione del collettivo animale. Speriamo di sbagliarci, ma pare che, musicalmente, l’era degli AC sia conclusa.

Voto finale: 6.