I 20 migliori album del 2010

Ad A-Rock, chi lo segue da un po’ lo sa, siamo fans delle liste, che si parli delle canzoni e dei dischi migliori o peggiori di un certo anno o, addirittura, di una decade! In questo 2020 pieno di tristezza e tragedie ci siamo chiesti: come offrire ai nostri lettori delle buone proposte musicali per le ormai prossime vacanze natalizie?

I soliti recap e gli articoli dedicati alle giovani promesse pubblicati nel corso dell’anno sono stati senza dubbio utili per capire il panorama musicale odierno, ma è anche vero che il passato è fondamentale per capire il contesto di oggi. Quindi la domanda è venuta spontanea: perché non coprire il 2010, anno di capitale importanza per la musica?

Risale al 2010 infatti il lavoro hip hop più importante degli ultimi anni, quel “My Beautiful Dark Twisted Fantasy” che ha fatto di Kanye West un’icona di genialità, ambizione e follia. Non solo: abbiamo nel 2010 anche CD fondamentali per le discografie dei Beach House, dei Deerhunter e dei Vampire Weekend. Per non farci mancare nulla, in quell’anno hanno fatto il loro esordio (o quasi) pesi massimi come Drake, Tame Impala e James Blake… chi di loro sarà entrato nella lista dei migliori 20 album del 2010? Buona lettura!

20) Ariel Pink’s Haunted Graffiti, “Before Today” (ROCK – SPERIMENTALE)

19) Broken Social Scene, “Forgiveness Rock Record” (ROCK)

18) Foals, “Total Life Forever” (ROCK)

17) James Blake, “Klavierwerke EP” / “CMYK EP” (ELETTRONICA)

16) LCD Soundsystem, “This Is Happening” (ELETTRONICA – ROCK)

15) Caribou, “Swim” (ELETTRONICA)

14) Girls, “Broken Dreams Club” (ROCK)

13) Hot Chip, “One Life Stand” (ROCK – ELETTRONICA)

12) Joanna Newsom, “Have One On Me” (FOLK)

11) Vampire Weekend, “Contra” (ROCK – POP)

10) Gorillaz, “Plastic Beach” (HIP HOP – ELETTRONICA)

9) Sufjan Stevens, “The Age Of Adz” / “All Delighted People” (FOLK – ELETTRONICA)

8) Titus Andronicus, “The Monitor” (ROCK)

7) Janelle Monáe, “The ArchAndroid” (POP – R&B – SOUL)

6) Tame Impala, “Innerspeaker” (ROCK)

5) The National, “High Violet” (ROCK)

4) Arcade Fire, “The Suburbs” (ROCK)

3) Beach House, “Teen Dream” (POP)

2) Deerhunter, “Halcyon Digest” (ROCK)

1) Kanye West, “My Beautiful Dark Twisted Fantasy” (HIP HOP)

Siete d’accordo con questa lista oppure avreste scelto altri CD? Lasciate pure dei commenti. Ci vediamo tra pochi giorni con le liste dedicate al 2020!

Le migliori canzoni del decennio 2010-2019 (200-101)

Ci siamo: dopo i 200 migliori dischi della decade appena trascorsa, A-Rock si è cimentato nella costruzione della lista delle 200 migliori canzoni degli anni 2010-2019. Anche in questo caso l’impresa non è stata per nulla semplice: dall’elettronica all’hip hop, dal folk al rock, ci sono stati innegabili highlights in ogni genere ma anche molte perle nascoste che meritavano di essere evidenziate. Non temete, le canzoni imprescindibili, da Happy di Pharrell Williams ad Alright di Kendrick Lamar, passando per Runaway di Kanye, ci sono tutte. Ma chi avrà vinto la palma di miglior canzone del decennio?

Oltre ai già citati Kendrick Lamar, Kanye West e l’onnipresente Pharrell Williams, abbiamo cercato di dare spazio a tutte le sfaccettature della musica più bella degli anni ’10 del XXI secolo: il folk gentile di Sufjan Stevens, il rock epico dei The War On Drugs, i vecchi leoni come Nick Cave & The Bad Seeds… ma anche il pop sofisticato di Lorde e il pop-rock dei Coldplay non potevano mancare!

Anche in questa occasione, per favorire la varietà di artisti proposti, abbiamo adottato alcune regole: non più di cinque canzoni, di cui due appartenenti allo stesso disco, per ciascun cantante.

In questa prima puntata avremo le prime cento melodie, vi diamo appuntamento a domani per il secondo capitolo della lista delle 200 migliori canzoni! Buona lettura!

200) The Field, Is This Power (2011)

199) Franz Ferdinand, Right Thoughts (2013)

198) MGMT, Siberian Breaks (2010)

197) Damon Albarn, Everyday Robots (2014)

196) Azealia Banks, 212 (2014)

195) Robin Thicke feat. T.I. and Pharrell Williams, Blurred Lines (2013)

194) Hamilton Leithauser feat. Rostam, A 1000 Times (2016)

193) Ty Segall, Tall Man Skinny Lady (2014)

192) Kurt Vile, Goldtone (2013)

191) St. Vincent, Prince Johnny (2014)

190) Pusha T, Infrared (2018)

189) Nicolas Jaar, Killing Time (2016)

188) Parquet Courts, Master Of My Craft (2013)

187) DIIV, Out Of Mind (2016)

186) Foals, What Went Down (2015)

185) Alvvays, In Undertow (2017)

184) Cloud Nothings, I’m Not Part Of Me (2014)

183) James Blake, Unluck (2011)

182) Sky Ferreira, Nobody Asked Me (If I Was Okay) (2013)

181) Vince Staples, Crabs In A Bucket (2017)

180) Ty Segall, Every1’s A Winner (2018)

179) Muse, Madness (2012)

178) Spoon, Hot Thoughts (2017)

177) Iceage, Catch It (2018)

176) Girls, Honey Bunny (2011)

175) Hot Chip, Motion Sickness (2012)

174) Earl Sweatshirt, Earl (2010)

173) Parquet Courts, One Man No City (2016)

172) The Horrors, Chasing Shadows (2014)

171) Real Estate, Talking Backwards (2014)

170) The Walkmen, Angela Surf City (2011)

169) Little Simz, Therapy (2019)

168) FKA twigs, Two Weeks (2014)

167) Kendrick Lamar, King Kunta (2015)

166) Chromatics, Back From The Grave (2012)

165) Parquet Courts, Bodies Made Of (2014)

164) Nicolas Jaar, Colomb (2011)

163) Jamie xx feat. Romy, SeeSaw (2015)

162) Radiohead, Lotus Flower (2011)

161) Cloud Nothings, No Future / No Past (2012)

160) Pharrell Williams, Happy (2014)

159) Disclosure, When A Fire Starts To Burn (2013)

158) The Antlers, Drift Dive (2012)

157) Coldplay, Magic (2014)

156) The Black Keys, Lonely Boy (2011)

155) St. Vincent, Birth In Reverse (2014)

154) Nick Cave & The Bad Seeds, We No Who U R (2013)

153) David Bowie, Blackstar (2016)

152) The Voidz, Leave It In My Dreams (2018)

151) Atlas Sound, Te Amo (2011)

150) Destroyer, Chinatown (2011)

149) Adele, Someone Like You (2011)

148) Nicolas Jaar, Space Is Only Noise If You Can See (2011)

147) Caribou, Can’t Do Without You (2014)

146) Liam Gallagher, Wall Of Glass (2017)

145) Arctic Monkeys, Love Is A Laserquest (2011)

144) Big Thief, Not (2019)

143) Foals, Inhaler (2013)

142) The Weeknd, House Of Balloons / Glass Table Girls (2011)

141) Suede, Barriers (2013)

140) Queens Of The Stone Age, If I Had A Tail (2013)

139) The Antlers, I Don’t Want Love (2011)

138) Kanye West, Black Skinhead (2013)

137) Radiohead, Burn The Witch (2016)

136) The Black Keys, Tighten Up (2010)

135) Grimes, Genesis (2012)

134) Car Seat Headrest, Beach Life-In-Death (2018)

133) The Horrors, You Said (2011)

132) The Strokes, Under Cover Of Darkness (2011)

131) Grizzly Bear, Yet Again (2012)

130) Pusha T, Come Back Baby (2018)

129) black midi, bmbmbm (2019)

128) Real Estate, Municipality (2011)

127) Aphex Twin, aisatsana [102] (2014)

126) Foals, Spanish Sahara (2010)

125) Suede, Outsiders (2016)

124) James Blake, The Wilhelm Scream (2011)

123) Vampire Weekend, This Life (2019)

122) The National, Don’t Swallow The Cup (2013)

121) Destroyer, Blue Eyes (2011)

120) Janelle Monáe feat. Solange and Roman GianArthur, Electric Lady (2013)

119) Beach House, Sparks (2015)

118) Kanye West, Real Friends (2016)

117) Arcade Fire, Ready To Start (2010)

116) Kendrick Lamar, The Art Of Peer Pressure (2012)

115) Savages, Shut Up (2013)

114) Mount Eerie, Real Death (2017)

113) Janelle Monáe, Make Me Feel (2018)

112) Caribou, Odessa (2010)

111) Spoon, Inside Out (2014)

110) The War On Drugs, Up All Night (2017)

109) Radiohead, Daydreaming (2016)

108) Vampire Weekend, Harmony Hall (2019)

107) Mark Ronson feat. Bruno Mars, Uptown Funk (2015)

106) Janelle Monáe feat. Big Boi, Tightrope (2010)

105) The Weeknd, Can’t Feel My Face (2015)

104) Daft Punk feat. Giorgio Moroder, Giorgio By Moroder (2013)

103) Ty Segall, Warm Hands (Freedom Returned) (2017)

102) Moses Sumney, Quarrel (2017)

101) LCD Soundsystem, Dance Yrself Clean (2010)

Appuntamento a domani con la seconda puntata: quale sarà il miglior pezzo degli anni ’10? Stay tuned!

I migliori album del decennio 2010-2019 (100-51)

Nel secondo capitolo della nostra lista dei migliori 200 CD della decade 2010-2019 attraversiamo le posizioni che vanno dalla 100 alla 51. Abbiamo già incontrato artisti rilevanti nella puntata precedente, ma le sorprese non sono finite. Buona lettura!

100) Shame, “Songs Of Praise” (2018)

(PUNK)

Il quintetto inglese potrebbe essere il nuovo volto del punk europeo: era da moltissimo tempo che non si sentiva un esordio così carico e compatto nel mondo punk, specialmente nel Vecchio Continente. In particolare, a colpire è la fiducia che gli Shame hanno nei loro mezzi: non c’è alcuna paura nel cambiare ritmo improvvisamente in una canzone, tantomeno nel corso del CD. Ne sono esempio Dust On Trial e Tasteless.

La voce di Charlie Steen, leader del gruppo, ricorda molto Archy Marshall: è come se King Krule desse libero sfogo alla sua vena rock, cercando contemporaneamente di imitare i Cloud Nothings o i Preoccupations. Da sottolineare poi il lavoro dei due chitarristi degli Shame, Eddie Green e Sean Coyle-Smith, che creano un “muro sonoro” davvero impenetrabile. I brani migliori sono Concrete, la più melodica One Rizla e la conclusiva Angie, che solo nel titolo ricorda il brano dei Rolling Stones. L’insieme è un LP compatto e coerente, con pochissime pause per l’ascoltatore, come i migliori album punk.

Per concludere, un’ultima lode agli Shame: neanche Iceage e White Lung, per citare due band punk molto rinomate di recente, avevano pubblicato esordi devastanti come “Songs Of Praise”. Non resta che seguire l’evoluzione del complesso britannico: le premesse per un’ottima carriera ci sono tutte.

99) Joanna Newsom, “Have One On Me” (2010)

(FOLK)

Il terzo album della cantautrice americana Joanna Newsom è una goduria per gli amanti della musica folk più pura. Grazie a melodie sempre cangianti, canzoni complesse mai però fini a sé stesse e l’abilità con l’arpa della Nostra, anche un triplo album (!) come “Have One On Me” è perfettamente digeribile.

Questa è infatti la prima caratteristica che colpisce del lavoro: la sua gigantesca ambizione. Pubblicare un album triplo della durata superiore ai 120 minuti, quando invece si sarebbero potuti produrre tre album distinti di ottima qualità nello spazio di 5-10 anni, è una mossa rischiosa ma dal rendimento alto, nel caso di Joanna. Se si aggiunge che lei stessa si rifiuta tutt’oggi di mettere a disposizione la sua discografia sui servizi streaming, capiamo che non è neppure dovuta alla massimizzazione dei ricavi, quanto piuttosto al solo e semplice amore per la musica e i suoi fans.

Chiaramente, in un CD tanto complesso, non tutto può essere perfetto, ma gli alti sono davvero strabilianti: la lunghissima title track, Good Intentions Paving Company e Baby Birch sono highlights assoluti. “Have One On Me” non è mai pesante, tanto da apparire anzi come il lavoro più essenziale a firma Joanna Newsom, addirittura migliore di “Ys” (2006).

98) Queens Of The Stone Age, “…Like Clockwork” (2013)

(ROCK)

Il sesto album dei veterani dell’hard rock li trovava a un bivio fondamentale: a ben sei anni da “Era Vulgaris” (2007), l’album forse più discusso tra fans e critici nella produzione della band, i Queens Of The Stone Age avrebbero ritrovato lo smalto perduto?

La risposta è sicuramente affermativa. “…Like Clockwork” infatti rispecchia fedelmente il titolo, girando per la maggior parte del tempo come un orologio svizzero, grazie a pezzi duri come My God Is The Sun e a brani più melodici come I Appear Missing. Questo è anche il CD più ricco di ospiti del gruppo: Dave Grohl, Elton John, Alex Turner e Mark Lanegan sono fra i più illustri, ma notiamo anche il recupero del precedente bassista Nick Oliveri, che era stato cacciato nell’ormai lontano 2004.

In poche parole, con “…Like Clockwork” i Queens Of The Stone Age ritrovarono un motivo per la propria esistenza, considerando inoltre un panorama musicale che tende a mettere da parte il rock per fare spazio a hip hop e trap. Josh Homme e compagni avrebbero poi proseguito il percorso di questo LP con il successivo “Villains” (2017), meno riuscito di “…Like Clockwork” ma con altrettanto successo di pubblico.

97) Chance The Rapper, “Coloring Book” (2016)

(HIP HOP – GOSPEL)

Il terzo mixtape del talentuoso Chance The Rapper è probabilmente il suo miglior lavoro fino ad ora. Dopo il bel lavoro “Acid Rap” del 2013, Chance era atteso al varco, ma “Coloring Book” non delude le attese di critica e pubblico.

Il forte afflato religioso che pervade tutto l’album, infatti, aggiunge al consueto hip hop dell’artista un tocco gospel che affascina ancora di più l’ascoltatore. I pezzi davvero da ricordare sono No Problem, Summer Friends e Same Drugs (una piccola Pyramids). Nessuno dei 14 brani del resto è davvero fuori posto: i più deboli sono la collaborazione con Future (Smoke Break) e Mixtape, ma per il resto la qualità è davvero altissima.

Possiamo senza dubbio premiare “Coloring Book” col titolo di miglior CD di musica hip hop-gospel del 2016. Forse della decade, considerato la scarsa fortuna incontrata da questo strano ibrido fra generi apparentemente agli antipodi negli anni seguenti.

96) Kanye West, “The Life Of Pablo” (2016)

(HIP HOP)

Si può criticare Kanye West per mille motivi: eccessivo egocentrismo, megalomania, arroganza… Insomma, la più grande superstar dell’hip hop non ha un carattere facile.

Musicalmente, però, niente da dire: senza di lui mancherebbe gran parte della musica rap moderna. “The Life Of Pablo” conferma la classe di Kanye: brani potenti e bellissimi come Famous, Real Friends, la perla gospel Ultralight Beam e Waves sono tra i migliori dell’anno. Da sottolineare poi il parco ospiti sterminato: Chance The Rapper, Frank Ocean, Kendrick Lamar, The Weeknd…

Insomma, un ensemble da sogno. Top 100 pienamente meritata. Soprassediamo sulle ultime vicende che hanno colpito Yeezy: i gossip passano, la musica resta. “The Life Of Pablo” è anche l’ultimo LP davvero all’altezza della fama e del talento di Kanye, che negli anni successivi si è perso fra polemiche politiche quantomeno controverse e scelte artistiche discutibili (si veda la conversione improvvisa e il rintanarsi nella musica gospel).

95) Hot Chip, “One Life Stand” (2010)

(ELETTRONICA – ROCK)

Il quarto album dei britannici Hot Chip li trova pronti a spiccare il volo. Grazie a singoli di successo come Ready For The Floor e Boy From School, gli Hot Chip si erano ritagliati la reputazione di band di punta della scena electropop d’Oltremanica.

“One Life Stand” è il compimento di anni di studio e riflessione, grazie ai quali il gruppo raggiunge il picco delle proprie capacità. Brani lunghi ma accessibili come Thieves In The Night e la title track ancora oggi, dieci anni dopo la pubblicazione, sono i pezzi pregiati del disco; da non sottovalutare la più raccolta Brothers. Il tutto viene aiutato dalla chimica fra i due cantanti, Alexis Taylor e Joe Goddard. È probabile che atti come i Tame Impala e gli Arcade Fire, alla lontana, siano stati influenzati recentemente dalla band britannica.

In conclusione, gli Hot Chip in “One Life Stand” hanno prodotto il loro LP più compiuto e coeso, segno di una carriera in costante crescita, curata nei minimi dettagli e capace di dare un degno seguito a questo pregevole lavoro con il successivo “In Our Heads” (2012).

94) Sufjan Stevens, “The Age Of Adz” (2010)

(FOLK – ELETTRONICA)

Il sesto album vero e proprio di Sufjan Stevens trova il grande cantautore americano a un bivio: meglio continuare nella consolidata formula che ne ha decretato la fortuna (ballate folk delicate e creative, con la sua voce angelica a fare da collante) oppure tentare qualcosa di nuovo e rinfrescante?

Non sapendo né leggere né scrivere Sufjan ha optato per una via di mezzo tanto intrigante quanto potenzialmente rischiosa: mescolare bellissimi pezzi folk come Futile Devices a derive elettroniche come la title track e Too Much. I risultati, pur non perfetti come nel successivo “Carrie & Lowell” (2015), hanno consentito a Stevens di ampliare notevolmente la propria palette sonora, aprendo la strada alla successiva sperimentazione di “Aporia” (2020).

Non sarebbe un CD a firma Sufjan Stevens senza qualche stranezza: innanzitutto la durata, che raggiunge i 75 minuti distribuiti su 14 pezzi, di cui uno (la conclusiva Impossible Soul) raggiunge i 25 minuti ed è divisa in cinque suite, mescolando insieme folk, elettronica e musica puramente sperimentale. Tanta creatività insieme spesso non è raggiunta da un artista nel corso di un’intera carriera… ma dato che stiamo parlando di Sufjan Stevens lo stupore è relativo.

“The Age Of Adz” è dunque un LP non facile, ma che premia gli ascoltatori pazienti con brani potenti e mai scontati. Il fatto che sia solo il terzo/quarto CD come qualità complessiva a firma Sufjan Stevens fa capire la grandezza del personaggio.

93) The National, “I Am Easy To Find” (2019)

(ROCK)

L’ottavo album dei The National, beniamini dell’indie rock statunitense, è il loro CD con più tracce (16) e dal minutaggio più elevato (64 minuti). Malgrado inevitabilmente alcuni momenti siano ridondanti, il disco è eccellente, grazie anche alla collaborazione di voci femminili di altissimo livello, fatto inedito per la band.

Matt Berninger e i fratelli Dessner e Darendorf, a soli due anni dall’ottimo “Sleep Well Beast”, vincitore del Grammy come miglior album di musica alternativa, sono tornati più in forma che mai. In “I Am Easy To Find” ogni fan del gruppo avrà soddisfazione: dalle ballate ai brani più rock, non manca davvero nulla, tanto che il disco pare una chiusura ideale di un cerchio cominciato nello scorso millennio. Dicevamo inoltre che il CD è popolato da presenze esterne ai The National: in effetti molte vocalist, da Sharon Van Etten a Gail Ann Dorsey, si alternano con Berninger, creando vocalizzi molto belli e innovativi per la band. Infine, ricordiamo che “I Am Easy To Find” fa da colonna sonora a un breve film con protagonista l’attrice premio Oscar Alicia Vikander. Insomma, un’opera davvero totale, sintomo di grande ambizione da parte del gruppo.

Le prime due tracce sono magnetiche: You Had Your Soul With You e Quiet Light rientrano a pieno titolo fra le migliori dei The National, la prima con base ritmica forsennata, la seconda più raccolta. Invece Oblivions è leggermente sotto la media, mentre The Pull Of You ricorda la Guilty Party di “Sleep Well Beast”. Anche la seconda metà del CD è molto intrigante: eccettuate la brevissima Her Father In The Pool e l’eterea Dust Swirls In Strange Light, il resto dei pezzi è sempre all’altezza della fama dei The National, con le perle di Where Is Her Head e la conclusiva Light Years.

In conclusione, “I Am Easy To Find” è un disco è coeso ma allo stesso tempo mai banale o semplicemente noioso. I The National certamente sono fra i gruppi indie rock che sono meglio maturati se paragonati alla nidiata di complessi nati a cavallo fra XX e XXI secolo. Chapeau.

92) Courtney Barnett, “Sometimes I Sit And Think, And Sometimes I Just Sit” (2015)

(ROCK)

Il titolo sembra anticipare un album prolisso e pretenzioso; beh, nessuna impressione può essere più sbagliata. Courtney Barnett è una delle esordienti indie rock più interessanti del decennio: la giovane cantante australiana ritorna a inizio XXI secolo, età dell’oro dell’indie, quando nacquero band come Strokes e Franz Ferdinand.

Le prime due canzoni Elevator Operator e Pedestrian At Best sono manifesti delle intenzioni della Barnett; Small Poppies addirittura ricorda i Led Zeppelin. Il suo suono riesce però a contaminarsi anche con White Stripes e il pop à la Robbie Williams, ottenendo risultati spesso straordinari: la conclusiva Boxing Day Blues ne è un valido esempio.

L’immediatezza di “Sometimes I Sit And Think…” è paragonabile a “Vampire Weekend” e “Teen Dream” (tanto per citare due band come Vampire Weekend e Beach House che di immediatezza se ne intendono). Chiaramente il CD di per sé non sarà un capolavoro di sperimentalismo o arditezza stilistica, ma la musica deve anche essere svago, giusto? Quindi: grazie Courtney per aver riaperto (anche se per poco più di 35 minuti) l’armadio dei nostri ricordi, quando sembrava che l’indie dovesse soppiantare il mainstream.

91) My Bloody Valentine, “m b v” (2013)

(ROCK)

Nel 2013 aspettarsi un nuovo album a firma My Bloody Valentine pareva un sogno destinato a non essere mai realizzato. “Loveless” (1991) era stato il picco dello shoegaze e Kevin Shields e compagni non erano stati in grado di dargli un seguito in 22 anni, fra falsi annunci e tentativi abortiti in studio.

Il fatto che, non solo il CD sia finalmente arrivato ma sia anche bello, anzi bellissimo, è quasi un miracolo. I My Bloody Valentine non si limitano a ricalcare il successo del secolo scorso riprendendo a menadito tutti i particolari che li hanno resi unici: voci androgine e mixate in scarsa evidenza, chitarre piene di riverbero, bassi e batteria inesistenti… No, nel terzo finale del lavoro arrivano anche a cercare nuove soluzioni, vicine alla musica sperimentale (si senta ad esempio Wonder 2).

È vero tuttavia che i pezzi migliori sono comunque più vicini allo shoegaze: da Only Tomorrow a Who Sees You, passando per She Found Now, la band irlandese si conferma maestra del genere. Kevin Shields ha ancora una volta dimostrato tutta la sua abilità, creando un lavoro nostalgico ma mai scontato. Forse non raggiungerà le vette di “Loveless”, ma questo “m b v” è un degno erede. Speriamo solamente che per il quarto LP del gruppo non si debbano attendere altri 22 anni.

90) Disclosure, “Settle” (2013)

(ELETTRONICA)

All’esordio, i fratelli Guy e Howard Lawrence fanno già il pieno, sia di critiche positive che di vendite. “Settle” è infatti uno dei migliori album di musica dance del 2013, abilissimo nel mescolare la house anni ’80 con i ritmi più moderni.

Notevoli anche le collaborazioni: abbiamo infatti tra gli altri Sam Smith, Mary J. Blige, AlunaGeorge… Insomma, pezzi da 90 della musica contemporanea. Tra i migliori brani abbiamo la celeberrima Latch, la trascinante When A Fire Starts To Burn, Voices e la più intima Help Me Lose My Mind.

In poche parole, un ottimo inizio per Guy e Howard Lawrence, solo parzialmente confermato dai seguenti “Caracal” (2015) e il breve EP del 2016 “Moog For Love”.

89) Kurt Vile, “Smoke Ring For My Halo” (2011)

(ROCK – FOLK)

“Smoke Ring For My Halo” è il CD che ha fatto conoscere ad un pubblico più ampio Kurt Vile, ex War On The Drugs ed eroe degli slacker mondiali, ovvero uno di quei personaggi spesso al bordo della strada che paiono osservare disinteressati l’ambiente circostante ma poi, quasi pigramente, fanno osservazioni assolutamente fuori dal comune.

Il CD è una brillante collezione di canzoni folk-rock, nel solco tracciato da Bob Dylan, Neil Young e Tom Petty, tuttavia aggiornato abbastanza da essere attuale ancora oggi. È forse il disco più coeso e meno prolisso di Kurt, anche se non ha la smisurata ambizione del successore “Wakin On A Pretty Daze” (2013).

Tuttavia, canzoni riuscite come Puppet To The Man e Ghost Town, senza scordarci la delicata Baby’s Arms e Jesus Fever, rendono davvero speciale questo disco, uno dei migliori lavori del decennio 2010-2019 proprio per questa sua incredibile qualità: suonare antico e contemporaneo allo stesso tempo.

88) A.A.L. (Against All Logic), “2012-2017” (2018)

(ELETTRONICA)

Tutti gli appassionati di musica elettronica conoscono Nicolas Jaar, geniale compositore di origine cilena ormai trapiantato in America, una delle ritmiche più riconoscibili del panorama musicale. Ritmi sensuali, produzione impeccabile e sample campionati sempre azzeccati: ecco le principali caratteristiche di molte canzoni di Jaar. Stupisce perciò il riutilizzo di un suo alias che pareva ormai abbandonato, questo A.A.L. (Against All Logic), ma non più di tanto il genere affrontato. Jaar infatti percorre gli usuali percorsi a metà fra IDM e funk, ma con ancora maggiore consapevolezza nei propri mezzi e un gusto per la melodia puramente danzereccia che non conoscevamo.

La partenza è straordinaria: sia This Old House Is All I Have che I Never Dream settano perfettamente il tono del CD, con tastiere sinuose e voci elettrizzanti in sottofondo; Jaar è ormai totalmente padrone di questo genere peculiare ed è un vero piacere ascoltarlo in questa condizione brillante. Il disco contiene altre perle di indubbio valore: Now U Got Me Hooked è un brano dance perfetto, Rave On U chiude magistralmente il disco. Menzione anche per Cityfade e Hopeless, altri pezzi house notevoli. Un po’ sotto la media del disco invece Know You e Such A Bad Way.

A.A.L. (Against All Logic), aka Nicolas Jaar, aveva già fatto intravedere indubbie qualità sia nella sua carriera solista che nei Darkside. Questo album ne è un’ulteriore conferma: la pazienza e ripetuti ascolti verranno ampiamente ripagati.

87) Foals, “Holy Fire” (2013)

(ROCK)

Tutti attendevano al varco i Foals: la tensione rischiava di divorarli. Invece, i cinque ragazzi se ne uscirono nel 2013 con un album ancora più bello di “Total Life Forever” (2010), svoltando verso un rock più carico, quasi hard rock in certi tratti.

Ne sono simboli due delle canzoni migliori del CD: Prelude e Inhaler (quest’ultima trascinante nel ritornello) sono come gemelli siamesi, una senza l’altra non esisterebbe, ma proprio per questo acquistano fascino. Non male il funk à la Hot Chip di My Number, così come il quasi shoegaze della conclusiva Moon.

Insomma, un lavoro vario e ben riuscito, che conferma il talento dei Foals e il loro appeal sul pubblico, fatto ulteriormente validato dal successivo “What Went Down” (2015). Uno dei migliori album rock dell’anno e della decade.

86) Run The Jewels, “Run The Jewels 3” (2017)

(HIP HOP)

Il terzo CD del duo formato da El-P e Killer Mike è quello più coeso e stilisticamente più coinvolgente. Non una cosa facile da ottenere, dato che tutti i lavori del duo sono molto riusciti: se il primo “Run The Jewels” era fondamentalmente spassoso e divertente, “Run The Jewels 2” era pura rabbia sociale. Possiamo dire che la trilogia si conclude con un LP che prepara la rivolta; o che, almeno, si candida fortemente a farle da colonna sonora.

Se infatti i nomi degli album e le copertine cambiano per minimi particolari, nei testi e nelle sonorità El-P e Killer Mike sono cangianti come pochi. Qua sono privilegiate basi potenti e opprimenti: ricordano un poco il Danny Brown di “Atrocity Exhibition” (2016), tanto che Brown è anche ospite nella riuscita Hey Kids (Bumaye). Altri bei brani sono le iniziali Talk To Me e Legend Has It, dove la critica al presidente americano Donald Trump è marcata; ma anche la conclusiva A Report To The Shareholders/ Kill Your Masters è eccellente. L’unico brano debole è Everybody Stay Calm, ma è un peccato veniale in un’opera davvero ottima.

Insomma, cari “masters” (questo il nome affibbiato all’establishment dal duo), c’è poco da stare tranquilli: il disagio è diffuso e sta per esplodere. I RTJ ne sono a conoscenza e in Thieves! (Screamed The Ghost) hanno anche ripreso le parole del grande Martin Luther King per sottolinearlo: “a riot is the language of the unheard”. Un manifesto politico di rara efficacia.

85) Waxahatchee, “Out In The Storm” (2017)

(ROCK)

Il quarto CD del progetto Waxahatchee, guidato dalla talentuosa Katie Crutchfield, è il suo lavoro più riuscito: 10 tracce e 32 minuti di puro indie rock, indirizzato a tutti gli amanti del genere e a coloro che volessero farsene una prima idea.

L’indie viene spesso evocato a sproposito per artisti che tutto sono meno che indie e la cui qualità artistica è discutibile. Tutto ciò non vale per Waxahatchee: “Out In The Storm” è un LP bellissimo, con brani riuscitissimi come l’iniziale Never Been Wrong e Silver, che ricordano gli Strokes e gli Arcade Fire di “The Suburbs”; da non sottovalutare anche i pezzi più raccolti del CD, come Recite Remorse e A Little More. Ottime, infine, Brass Beam e No Question, che sarebbero highlights in molti album rock di artisti teoricamente più quotati. In generale, dunque, Crutchfield e compagni arrivano a comporre il coronamento di una carriera in costante crescita: partiti come artisti lo-fi, la produzione e la cura dei dettagli si sono via via affinate, fino ad arrivare a risultati quasi perfetti in questo disco.

L’indie, territorio considerato prevalentemente (se non solamente) maschile fino a pochi anni fa, ha riscoperto ultimamente l’altro sesso, con interpreti giovani e ispirate come Vagabond, Jay Som e Waxahatchee, senza scordarsi Courtney Barnett e Angel Olsen. Una necessaria rinfrescata ad un genere che pareva moribondo. Waxahatchee è un progetto fondamentale per la rinascita dell’indie rock, come testimoniato una volta di più con questo splendido “Out In The Storm”.

84) Wilco, “The Whole Love” (2011)

(ROCK)

I Wilco sono fin dalla nascita uno dei gruppi rock più avvincenti della nostra epoca. Flirtando spesso con country e folk, il complesso americano ci ha regalato nel corso della loro carriera capolavori maestosi come “Summerteeth” (1999) e “Yankee Hotel Foxtrot” (2001).

“The Whole Love” potrebbe parere a primo acchito un tipico album di mezz’età di una band ormai soddisfatta della propria posizione nello scacchiere musicale e non più interessata a prendere rischi. Beh, se pensate questo non conoscete bene i Wilco: la loro qualità migliore è sempre stata infatti quella di brillare nei momenti apparentemente di maggiore sicurezza, che per altre band avrebbero segnato l’inizio della fine.

Jeff Tweedy e compagni con “The Whole Love” hanno infatti probabilmente creato il terzo miglior album di una carriera sempre più stellata. Pezzi ambiziosi come Art Of Almost e la conclusiva One Sunday Morning (Song For Jane Smiley’s Boyfriend) sono clamorosi nella loro difficoltà ma perfettamente compiuti. Lo stesso vale per la più semplice ma deliziosa I Might.

In conclusione, i Wilco hanno confermato ancora una volta di possedere un talento sconfinato, fonte primaria di una carriera ormai trentennale e con successi pienamente meritati.

83) Death Grips, “The Money Store” (2012)

(HIP HOP – SPERIMENTALE)

Il primo album del duo hip hop noto come Death Grips fa seguito al mixtape “Exmilitary” del 2011 e ne è una logica continuazione. Partiamo da una premessa: come possono però convivere efficacemente rap, punk e noise in un album di 13 brani per 41 minuti? Questo è il mistero più affascinante di “The Money Store”.

MC Ride e Zach Hill, rispettivamente cantante e polistrumentista del gruppo, non hanno mai più raggiunto questo miracoloso equilibrio, ma “The Money Store” resta un reperto unico. Il CD è infatti altamente repellente, pieno di rabbia, rime insensate e suoni che all’orecchio suonano come un martello pneumatico… ma forse proprio oggi, per tutti questi motivi, suona più vitale che mai?

Non è ben chiaro verso chi sia diretta la rabbia dei Death Grips, probabilmente è più un volgersi verso la pura anarchia (il duo intitolerà non a caso un lavoro nel 2015 “The Powers That B”). L’altra cosa davvero incredibile di “The Money Store” è il successo di pubblico che ha riscosso: malgrado la già accennata totale assenza di brani commerciali, pezzi come I’ve Seen Footage e Get Got hanno ottimi numeri nei servizi di streaming. Con merito, viene da dire: entrambi hanno un implicito fascino, fatto di suoni discordanti ma equilibrati, così come The Fever (Aye Aye).

“The Money Store” è uno dei dischi più influenti e allo stesso tempo più irripetibile della moderna storia del rap. Mescolando industrial, rap e musica puramente sperimentale i Death Grips hanno prodotto a loro modo un capolavoro, destinato a far parlare di sé ancora per molti anni.

82) Solange, “A Seat At The Table” (2016)

(R&B – SOUL)

Il 2016 è stato caratterizzato da una buona quantità di CD che trattano dei problemi razziali tra neri e bianchi negli Stati Uniti, mescolando grande musica e impegno civile. Si pensi, oltre a questo “A Seat At The Table”, a “Formation” di Beyoncé e a “Freetwon Sound” di Blood Orange.

La sorella minore di Bey, Solange, con il suo terzo lavoro “A Seat At The Table” ha prodotto un notevole CD di pura black music, mescolando sapientemente R&B, funk e soul e rifacendosi ai pilastri del passato (James Brown, Michael Jackson e Prince soprattutto), con una spruzzata di elettronica in Don’t You Wait.

La voce della più giovane delle sorelle Knowles ricorda molto quella di Queen Bey; le liriche trattano prevalentemente il tema dell’essere una donna afroamericana oggi, con tutto ciò che ne consegue in termini di discriminazione, ma anche di orgoglio e senso di appartenenza. Ricordiamo in particolare F.U.B.U. (cioè For Us, By Us) e l’iniziale Rise tra i brani migliori; ottimi anche Cranes In The Sky e Where Do We Go. Gli unici difetti di “A Seat At The Table” sono l’eccessivo numero di canzoni e la numerosità degli intermezzi, che rompono troppo spesso il fluire dei beat.

In generale, però, Solange ha dimostrato che il talento in casa Knowles non è appannaggio solo della sorella maggiore.

81) Godspeed You! Black Emeperor, “Allelujah! Don’t Bend! Ascend!” (2012)

(ROCK – SPERIMENTALE)

I Godspeed You! Black Emperor sono da sempre riconosciuti come gli artisti pionieri del post-rock, quel genere che mescola rock e musica sperimentale, con punte di metal, per creare spesso brani monumentali che, per l’appunto, hanno perso qualsiasi cosa le rendesse rock per diventare qualcosa di diverso, più epico e decisamente meno commerciale.

“Allelujah! Don’t Bend! Ascend!” segna il ritorno della band ben dieci anni dopo l’ultimo disco, “Yanqui U.X.O.” (2002). Il lavoro è composto da quattro canzoni, con una struttura a specchio. Prima uno decisamente articolato (con durata superiore ai 20 minuti!), poi uno più semplice, che funge da ristoro dopo due corse sfrenate. Se la prima metà è decisamente cupa, nella seconda i Godspeed You! Black Emperor cercano ritmi meno devastanti, prova ne siano i 20 minuti di We Drift Like Worried Fire, opposti alla durezza e drammaticità di Mladic. I due intermezzi Their Helicopters Sing e Strung Like Lights At Thee Printemps Erable accompagnano poi l’ascoltatore in territori più elettronici, quasi sperimentali.

“Allelujah! Don’t Bend! Ascend!” si caratterizza così per essere il disco più intenso del collettivo canadese, già noto ai fans per CD mai facili al primo ascolto. La carriera della band prosegue tutt’ora, con l’ultimo lavoro Luciferian Towers che risale al 2017, a testimonianza di un complesso più vivo che mai.

80) Earl Sweatshirt, “Some Rap Songs” (2018)

(HIP HOP – JAZZ)

Earl Sweatshirt è da sempre la figura più enigmatica del collettivo Odd Future, un covo di talenti comprendente nomi del calibro di Frank Ocean, Tyler the Creator e Syd (The Internet). Di lui si sente parlare solamente in caso di uscite di nuova musica, segno che tiene molto alla propria privacy.

“Some Rap Songs” è un titolo fuorviante: il breve e frammentario disco (15 canzoni per soli 24 minuti di durata) contiene in realtà tutti i crismi del piccolo capolavoro. Mescolando abilmente jazz e hip hop, con inserti di musica puramente sperimentale, “Some Rap Songs” è il CD più avventuroso di Earl, simbolo di un (possibile) nuovo movimento nel rap contemporaneo, non più prono al pop/R&B come Drake e compagnia, ma visionario e pronto a sperimentare. Se a primo impatto la struttura dell’album può apparire straniante, in realtà non bisogna pensare che sia un lavoro tirato via, soprattutto dato che deriva da tre anni di studio e lutti per Earl, che hanno influenzato profondamente la sua musica più recente. Nel 2018 sono morti il padre e lo zio del Nostro; soprattutto il primo era stato bersaglio in passato di invettive e offese da parte del rapper nato Thebe Neruda Kgositsile, ma in “Some Rap Songs” vi sono segni di riconciliazione.

I pezzi migliori sono Red Water, Ontheway!, The Mint e Veins, ma nessuno può dirsi brutto o semplicemente deludente. Ciò malgrado alcuni arrivino a durare a malapena un minuto; malgrado questa caratteristica, infatti, ognuno è chiaramente parte di un tutto coeso e con un chiaro obiettivo, non risultando quindi mai fuori posto o tirato via.

In conclusione, Earl Sweatshirt ha prodotto un altro LP (non tanto long in realtà) che lo consacra come uno dei rapper più interessanti della sua generazione.

79) LCD Soundsystem, “American Dream” (2017)

(ELETTRONICA – ROCK)

Gli LCD Soundsystem si erano sciolti nell’ormai lontano 2011, l’ultimo LP di inediti è del 2010, quel “This Is Happening” che li aveva tanto fatti amare anche da un pubblico più ampio: la hit I Can Change era addirittura finita sul videogioco FIFA11. Insomma, sembrava scritto che la band acquistasse sempre più visibilità, invece James Murphy e compagni avevano deciso di chiudere baracca e burattini. Una mossa apparentemente folle, in realtà coraggiosa e coerente con il loro percorso artistico: in You Wanted A Hit, non a caso, se la prendevano con la loro casa discografica che aveva quasi imposto loro di scrivere una hit radiofonica, altrimenti il contratto sarebbe terminato.

“American Dream” è un trionfo. L’inizio di Oh Baby è lentissimo, ma poi la canzone sboccia e diventa irresistibile. Poi abbiamo due canzoni destinati ai fan duri e puri del gruppo, che ricordano le atmosfere di “Sound Of Silver” (2007), ma convincono meno: sono rispettivamente Other Voices e I Used To. La carichissima Change Yr Mind sarà ottima live, ma su disco è solo passabile; la meraviglia arriva con la lunga How Do You Sleep?, highlight del disco. Il tono del brano è molto cupo; la canzone è però ottima e trascinante.

La seconda parte del disco è più rock della prima, probabilmente anche più oscura e disincantata: è qui che liricamente gli LCD danno il meglio. La title track si prende gioco del cosiddetto “sogno americano” e ne proclama la fine; Black Screen, la lunghissima suite finale, è dedicata a David Bowie, artista di cui Murphy era fan sin da bambino. Sono tre le tracce da evidenziare, non a caso lanciate come singoli per promuovere il CD: Tonite ricorda molto One Touch ed è la traccia più dance del disco; Call The Police è una cavalcata punk davvero epica, mentre la già citata American Dream è una ballata indimenticabile.

In poche parole, non è l’album migliore della produzione degli LCD Soundsystem (“Sound Of Silver” è inarrivabile), nondimeno questo “American Dream” era un CD davvero necessario per completare l’eredità artistica del gruppo: se stavolta gli LCD decideranno davvero di chiuderla qui, non era pronosticabile un disco di addio così potente e riuscito, sia liricamente che musicalmente.

78) Tame Impala, “Innespeaker” (2010)

(ROCK)

L’esordio dei Tame Impala segna quello che sarà il loro percorso successivo: un sound che richiama molto i grandi artisti psichedelici di fine anni ’60-primi anni ’70, oltre a Flaming Lips e Beatles.

Parker condisce il tutto con la sua bella voce, molto simile a John Lennon. Gli highlights sono numerosi: ricordiamo in particolare It Is Not Meant To Be, Solitude Is Bliss (il tema della solitudine ritorna molto spesso nei testi dei Tame Impala) e Alter Ego. Bella anche la strumentale Jeremy’s Storm.

Insomma, un grande album d’esordio per la band australiana; ma ancora il meglio doveva venire, basti pensare a “Lonerism” (2012) o al rivoluzionario “Currents” (2015).

77) Bon Iver, “i,i” (2019)

(FOLK – ELETTRONICA)

Il quarto album dei Bon Iver, il progetto di Justin Vernon, arriva a tre anni dallo sperimentale “22, A Million”. Il disco è una pregevole fusione dei precedenti sforzi della band, il già citato “22, A Million” e “Bon Iver, Bon Iver” (2011). Accanto alla vena più elettronica e innovativa di Vernon troviamo infatti un ritorno alle sonorità folk che inizialmente ne decretarono la fortuna, come nella scarna Marion.

L’inizio pare ritornare al precedente LP di Vernon e compagni: sia la breve strumentale Yi che iMi sono di difficile lettura. Già con la bellissima Hey, Ma però Bon Iver ritorna ai suoi livelli: la voce di Vernon è in primo piano in tutta la sua bellezza e la strumentazione è innovativa ma mai fine a sé stessa. La seconda parte del breve ma organico CD (13 brani per 40 minuti) è la più riuscita: abbiamo alcune delle più belle canzoni a firma Bon Iver, da Naeem a Sh’diah passando per l’epica Faith. In generale, aiutato anche da numerosi collaboratori, fra cui annoveriamo i fratelli Dessner dei The National, Moses Sumney e James Blake, Bon Iver come accennato riesce a bilanciare quasi perfettamente i suoi istinti più sperimentali con quelli più accessibili, creando con “i,i” un disco davvero affascinante.

Strumentalmente, questo è forse il lavoro meno avanguardistico di Bon Iver: mentre con le sue precedenti opere il gruppo americano aveva sempre anticipato o cavalcato i trend della musica contemporanea, tanto da guadagnarsi collaborazioni di alto profilo con due visionari come Kanye West e James Blake, oggi Vernon si limita a ri-assemblare il suono del progetto Bon Iver. Tuttavia, se i risultati sono così eccezionalmente belli, è probabile che Justin abbia ancora diversi assi nella manica.

76) Mac DeMarco, “Salad Days” (2014)

(ROCK)

Il secondo album vero e proprio del cantautore canadese Mac DeMarco è la definitiva affermazione dopo il già interessante “2” del 2012. “Salad Days” mantiene la stessa stranezza di fondo, creata da atmosfere sempre ovattate, titoli e testi spesso nonsense (basti pensare a “Salad Days”) e canzoni tanto semplici quanto irresistibili, su tutte le riuscitissime Blue Boy e Brother.

Tuttavia, non bisogna prendere Mac per un sempliciotto: in sole 11 canzoni e 34 minuti è infatti riuscito a creare il suo miglior CD, pieno anche di riferimenti testuali attuali (si veda Treat Her Better, contro la violenza sulle donne). Si hanno poi anche aperture alla psichedelia, in Chamber Of Reflection specialmente.

Insomma, una miniera d’oro per gli amanti dell’indie rock più scanzonato ma allo stesso tempo attento al mondo che ci circonda. Mac non sarà il miglior cantautore della sua generazione, ma a volte anche del semplice buonumore è il benvenuto, no?

75) Nick Cave & The Bad Seeds, “Push The Sky Away” (2013)

(ROCK)

Il quindicesimo album di Nick Cave, come spesso affiancato dai fidati Bad Seeds, è stato il primo seguito all’avventura dei Grinderman, che l’aveva visto mettere da parte il progetto primario per alcuni anni a inizio decade.

“Push The Sky Away” prosegue idealmente la traiettoria intrapresa nei bellissimi lavori “The Boatman’s Call” (1997) e “No More Shall We part” (2001), vale a dire un Nick Cave decisamente più tranquillo rispetto allo scatenato frontman degli anni ’80. Abbiamo quindi atmosfere decisamente rilassate, quasi ambient, solo a tratti reminiscenti dei Bad Seeds di qualche anno prima (Jubilee Street ad esempio è magnifica in questo senso). Anche liricamente, mentre prima Nick parlava spesso di episodi biblici o assassini spietati (si ricordi la celebre Red Right Hand), adesso fanno capolino argomenti più mondani, dal bosone di Higgs (Higgs Boson Blues) a Hannah Montana (!!), in Mermaids, a Wikipedia.

Nick Cave inaugurò con “Push The Sky Away” la trilogia di CD sperimentali continuata poi con il devastante “Skeleton Tree” (2016) e “Ghosteen” (2019), questi ultimi influenzati anche dalla morte del figlio del Nostro. Insomma, certamente non album leggeri, ma capaci di connettersi come mai prima ai fans del gruppo e giustamente osannati dalla critica di settore.

74) Beyoncé, “Lemonade” (2016)

(POP – R&B)

Il CD della vendetta per la più splendente star femminile della musica nera contemporanea. Grazie anche ad ospiti di assoluto livello (James Blake, Jack White, Kendrick Lamar tra gli altri), Bey convoglia tutta la rabbia contro il marito Jay-Z in “Lemonade”, con brani riusciti come Hold Up, Don’t Hurt Yourself e 6 Inch (con The Weeknd) come highlights.

Beyoncé ha così composto il migliore album di una carriera già brillante: “Lemonade” è un esempio di come la musica possa diventare un’arma potentissima contro la discriminazione femminile e a favore della parità tra i sessi. Menzione particolare poi per lo spettacolare “visual album” che accompagna “Lemonade”: una collezione che raccoglie i video di ogni canzone contenuta nel CD.

In poche parole: una delle opere più ambiziose degli ultimi anni, che senza dubbio risuonerà anche in futuro come un capolavoro pop di altissimo livello, sia musicale che artistico (nel senso più ampio del termine).

73) Mitski, “Be The Cowboy” (2018)

(ROCK – POP)

Il quinto CD della cantante americana di origine giapponese Mitski Miyawaki (che nella sua carriera usa solo il proprio nome) è senza dubbio il suo lavoro più compiuto, un riuscito connubio di indie rock e ritmi più danzerecci, sulla falsariga degli ultimi lavori di St. Vincent, il riferimento senza dubbio di Mitski.

L’inizio è subito convincente: Geyser ha ritmi synthpop degni di Julia Holter e Grimes, mentre Why Didn’t You Stop Me? e A Pearl sono decisamente più somiglianti alle sonorità di “Puberty 2”, il disco che ha fatto conoscere Mitski al grande pubblico nel 2016. “Be The Cowboy” prosegue poi in maniera convincente fino al quattordicesimo e ultimo brano, la dolce Two Slow Dancers, per un totale di soli 32 minuti di durata: un LP compatto ma non tirato via, va detto, dato che ogni brano è perfettamente compiuto e funzionale all’economia del disco. Anche i più brevi, come Lonesome Love e Old Friend, che non raggiungono i due minuti, non mancano di fascino.

In conclusione, l’indie rock ha trovato un’altra convincente voce femminile: come già detto, l’influenza di Annie Clark è presente in molte parti di “Be The Cowboy”, nondimeno Mitski è capace di scrivere canzoni avvolgenti e mai banali, una qualità solo intravista nei suoi precedenti album.

72) Cloud Nothings, “Attack On Memory” (2012)

(PUNK – ROCK)

Il secondo album degli statunitensi Cloud Nothings, capitanati dall’indomito Dylan Baldi, è arrivato come un fulmine a ciel sereno nella scena indie d’Oltremanica. Prodotto dal leggendario Steve Albini (storico collaboratore dei Nirvana), “Attack On Memory” suona in effetti come un disco grunge: duro, con voce di Baldi in primo piano, liriche disperanti e batteria rutilante.

L’inizio è scioccante: No Future/No Past è tutt’oggi uno dei pezzi migliori del gruppo, con quella cavalcata finale che evoca il titolo dell’album. Ancora più spiazzante Wasted Days: oltre 8 minuti, con ampia sezione strumentale nella parte centrale e il testo forse più drammatico ma in cui è più facile riconoscersi: “I thought! I would! Be more! Than this!”, ripetuto come un mantra dalla voce straziata di Baldi. Il CD prosegue poi con pezzi più vicini al rock, come Stay Useless, che allentano la pressione nella seconda parte del lavoro.

“Attack On Memory” è l’inizio di una bella storia nel mondo punk-rock, proseguita poi con l’altrettanto potente “Here And Nowhere Else” (2014). I Cloud Nothings, però, non sono mai suonati così spontanei nella loro ancora giovane carriera. Ecco perché “Attack On Memory” mantiene un posto di prestigio fra i migliori album punk del decennio.

71) Real Estate, “Atlas” (2014)

(ROCK)

I Real Estate, giunti al terzo lavoro, raggiungono probabilmente il miglior risultato possibile per il loro dream pop, molto simile in “Atlas” agli Arctic Monkeys di “Suck It And See”, ma con quel tocco di Phoenix (sia nella voce di Martin Courtney che nelle melodie) che arricchisce ulteriormente il range di ritmi dell’album.

“Atlas” si contraddistingue per canzoni graziose e ben fatte (su tutte Had To Hear e Talking Backwards, senza dimenticare la strumentale April’s Song), ma nessuna delle tracce di “Atlas” è fuori fuoco. Un LP praticamente impeccabile, “Atlas” resterà sicuramente un caposaldo dell’indie negli anni a venire.

È un peccato che i Real Estate siano poi stati travolti dallo scandalo legato al loro chitarrista principale Matthew Mondanile (accusato di comportamenti inappropriati da varie donne e costretto a lasciare la band), tanto da non riuscire a replicare fino ad ora i brillanti risultati di “Days” (2011) e “Atlas”. Nulla però ci toglierà mai la possibilità di ascoltare un’altra volta un capolavoro come “Atlas”, tanto semplice quanto riuscito.

70) FKA twigs, “MAGDALENE” (2019)

(ELETTRONICA – R&B)

La figura di FKA twigs, nome d’arte della britannica Tahliah Debrett Barnett, è tra le più enigmatiche del panorama mondiale del pop e dell’elettronica più raffinata. Misteriosa sì, ma mainstream: fino a qualche mese fa la Barnett era impegnata in una storia con Robert Pattinson, il famoso attore di Twilight. Una storia che, una volta finita, ha lasciato strascichi nella psiche di Tahliah; a ciò aggiungiamo una delicata operazione effettuata per rimuovere dei fibroidi dal suo utero, superata solo recentemente. Insomma, nei quattro anni passati da “M3LL155X” purtroppo la vita non è stata facile per FKA twigs.

Musicalmente “MAGDALENE” è un sunto dell’estetica di FKA twigs, ma anche una crescita decisa verso lidi inesplorati: se prima si parlava di lei come di una meravigliosa vocalist e performer, tanto brava a ballare quanto a cantare, vogliosa di esplorare territori elettronici e R&B, adesso FKA twigs è una carta spendibile anche nell’art pop e nell’hip hop meno volgare e scontato, prova ne siano le collaborazioni recenti con Future e A$AP Rocky. Nessuna delle 9 tracce del CD è fuori posto, la durata è ragionevole (38 minuti) e FKA twigs è in forma smagliante: tutto è pronto per un trionfo. Fatto vero, testimoniato da un capolavoro come cellophane e da brani solidi come sad day e thousand eyes. Abbiamo in più, a supporto della Barnett, supporto nella produzione da parte di giganti come Skrillex e Nicolas Jaar, che aggiungono la loro esperienza in campo elettronico per creare textures imprevedibili.

FKA twigs era già un nome chiacchierato nella stampa specializzata, ma “MAGDALENE” alza il livello: Tahliah Debrett Barnett supera a pieni voti l’esame secondo album, creando canzoni sempre intricate ma mai fini a sé stesse, ricche di significato universale.

69) James Blake, “James Blake” (2011)

(ELETTRONICA)

Dopo una serie di EP cominciata nel 2009 con “Air & Lack Thereof” e proseguita con “The Bells Sketch EP”, “CMYK EP” e “Klavierwerke EP” (tutti del 2010), la pubblicazione dell’album d’esordio del cantautore inglese James Blake era attesissima.

Attesa ben ripagata dall’eponimo “James Blake”, uno degli album di musica elettronica (ma anche pop e R&B) più influenti della scorsa decade. Potremmo anzi dire che, assieme alla “Trilogy” di The Weeknd, questo disco abbia riscritto le regole dell’R&B alternativo e dell’elettronica più raffinata.

Basi derivanti dal garage di Burial sono infatti mescolate al pianoforte e ad una sensibilità pop che, nei suoi momenti migliori, rende le canzoni di “James Blake” sublimi. Basti sentire per la prima volta The Wilhelm Scream o le due Lindisfarne. Non tutto è perfetto, altrimenti il CD sarebbe facilmente entrato nella top 10 della decade, ma i risultati complessivi sono stupefacenti.

68) Aphex Twin, “Syro” (2014)

(ELETTRONICA)

Lo avevamo dato per spacciato: Aphex Twin sembrava oramai pronto per i libri di storia della musica, descritto come una delle voci più importanti del panorama della musica elettronica, fino però ai primi anni 2000. Invece, uno dei ritorni più graditi del 2014 è senza dubbio quello di Richard D. James, aka Aphex Twin, 13 anni dopo l’ultimo lavoro di studio “Drukqs”.

La qualità della produzione di Aphex è come sempre notevole: un’elettronica raffinata, a volte orecchiabile (come nella introduttiva minipops 67 [120.2]), altre volte più aggressiva (come nella lunga suite XMAS_EVET10 [120] o nella più breve 180 db_[130]). Il colpo da maestro arriva però con la conclusiva aisatsana [102], delicatissima e commovente: solo piano di James e uccellini di sottofondo, che creano un’atmosfera davvero affascinante. Una sensibilità così spiccata in RDJ ci era ignota: chapeau.

67) Sleater-Kinney, “No Cities To Love” (2015)

(PUNK – ROCK)

Le Sleater-Kinney sono state negli anni ’90 una delle band simbolo del movimento punk femminile americano (non a caso chiamato “riot grrl”), assieme alle Hole di Courtney Love. Dopo aver sfornato sei ottimi CD, nel 2006 si erano sciolte, dedicandosi a progetti solisti. Nove anni dopo, l’evento: la reunion. E i risultati sono ancora una volta ottimi.

Le tre ex ragazze rivoltose si scoprono più mature, ma i cavalli di battaglia sono sempre i soliti, dalla critica al capitalismo sfrenato, alla discriminazione verso il sesso femminile, alla lotta alla povertà. Il punk delle origini non si è diluito, anzi: in poco più di 30 minuti le Sleater-Kinney sfornano dieci potenziali hit punk-rock, nessuna delle quali sfigura. Spiccano Price Tag, la title-track e A New Wave, una delle tracce dell’anno.

Insomma, un trionfo: come testimoniano Blur e Sleater-Kinney (ma anche i My Bloody Valentine nel 2013), le reunion a volte riescono ad aggiungere capitoli interessanti a carriere già leggendarie.

66) Vampire Weekend, “Contra” (2010)

(ROCK – POP)

Il rischio dei secondi album di band talentuose ma fondamentalmente “conservatrici” è quello di tentare di ripetere il primo, riuscendoci solo a tratti. Questo è il caso di Strokes, Interpol, Bloc Party e Franz Ferdinand, per citarne alcuni celebri. Ma “Contra”, secondo CD dei Vampire Weekend, non compie questo errore: la band riesce ad ampliare notevolmente il proprio range sonoro, aprendo ad atmosfere alla Paul Simon.

Se infatti l’inizio ricalca l’indie scanzonato di “Vampire Weekend”, il bell’esordio del 2008, con brani veloci e ben fatti come Horchata, White Sky e Holiday, la parte centrale (per esempio con Run o Taxi Cub) ma soprattutto l’ultimo tratto dell’album aprono a sonorità nuove e potenzialmente di radicale cambiamento: basti ascoltare Giving Up The Gun o Diplomat’s Son, lunga addirittura 6 minuti.

In conclusione, i Vampire Weekend, anche se non sempre centrano il bersaglio, restavano ancora una band su cui puntare: possiamo dire una start up, ancora in divenire, ma con una prospettiva a 5 stelle, fatto confermato dal magnifico “Modern Vampires Of The City” (2013).

65) SOPHIE, “OIL OF EVERY PEARL’S UN-INSIDES” (2018)

(ELETTRONICA)

Il titolo dell’album di Sophie Xeon è, se possibile, ancora più misterioso della sua musica. In effetti, si tratta di una figura retorica chiamata “mondegreen”, che consiste nell’interpretare in maniera errata una frase, sostituendo alle vere parole altre che suonano molto simili. Infatti, il titolo “apparente” del CD non è il messaggio che l’artista vuole passare: “OIL OF EVERY PEARL’S UN-INSIDES” suona infatti come “I love every person’s insides”, che è già una frase più compiuta e, anzi, nasconde un fine profondo. Infatti, SOPHIE sta comunicando che dobbiamo tutti amare una persona per come è dentro, la sua apparenza esteriore (ad esempio, il suo sesso o le sue deformità fisiche) non dovrebbero contare. Basti questo verso, preso da Immaterial, come manifesto dell’intero LP: “I could be anything I want, anyhow, any place, anywhere. Any form, any shape, anyway, anything, anything I want”.

Non banale, come messaggio. SOPHIE del resto ha fatto della sua voce androgina un tratto caratteristico della sua produzione musicale, iniziata nel 2015 con “PRODUCT” e proseguita con questo “OIL OF EVERY PEARL’S UN-INSIDES”. La sua transessualità certamente gioca un ruolo cruciale: SOPHIE è infatti nata Samuel Long e solo con questo disco ha fatto conoscere al mondo la sua “transizione”. La sua musica è certamente inseribile nel filone dell’elettronica sperimentale, tuttavia le sue canzoni hanno una struttura che ricorda le canzoni pop, almeno nei momenti più accessibili (ad esempio la bella It’s Okay To Cry o Infatuation): non è un caso che sia chiamata “hyperpop”. Tuttavia, il tratto che distingue radicalmente Sophie Xeon dai suoi colleghi DJ è che, accanto a brani appunto pop o ambient, troviamo altre canzoni che ricordano lo Skrillex più sfacciato, per esempio Ponyboy e Faceshopping.

L’album si caratterizza dunque per una varietà stilistica estrema, che lo rende molto difficile, soprattutto ai primi ascolti, ma che nasconde delle perle davvero preziose. Ad esempio, la già menzionata It’s Okay To Cry è una delle migliori canzoni dell’anno, così come la eterea Pretending è un pezzo ambient che ricorda il miglior Brian Eno. Non vi sono pezzi davvero fuori asse, forse l’intermezzo Not Okay è imperfetto ma non intacca un CD davvero ottimo. Menzione finale per Whole New World / Pretend World, che chiude magistralmente il disco. La musica elettronica sembra aver trovato una nuova, grande promessa in SOPHIE.

64) Janelle Monáe, “The Electric Lady” (2013)

(R&B – POP)

Il secondo album della talentuosa Janelle Monáe è un altro trionfo. Dopo la sorpresa di “The ArchAndroid” (2010), Janelle non ha per nulla perso lo smalto in questo “The Electric Lady”, in cui torna la figura di Cindy Mayweather e si compongono la quarta e quinta suite dell’ambiziosa opera su questa androide umanizzata.

I temi portanti sono peraltro i medesimi del precedente lavoro: l’amore libero, la voglia di rimuovere quel malessere interno che tutti prima o poi abbiamo… Anche il concept è lo stesso, come già ricordato, supportato da ospiti magnifici come Prince, Miguel, Solange Knowles ed Erykah Badu.

La novità risiede nel semplice fatto di replicare i risultati strabilianti di “The ArchAndroid”, che per molti sarebbe stato un ostacolo troppo grande e una pressione intollerabile. Del resto, però, talenti cristallini e poliedrici come l’artista americana sono rarissimi, così come brani clamorosi come Q.U.E.E.N. ed Electric Lady.

63) Sky Ferreira, “Night Time, My Time” (2013)

(POP – ROCK)

L’esordio (di cui ancora non abbiamo un seguito) di Sky Ferreira è semplicemente un buon album? Sì e no. Senza dubbio le belle canzoni abbondano, da Boys a Nobody Asked Me (If I Was Okay), passando per Heavy Metal Heart e la conclusiva title track; tuttavia, l’impatto che ancora oggi lei e questo LP hanno sul mondo musicale sono immensi.

Sky era infatti apparentemente destinata a diventare una popstar: con all’attivo il brillante singolo Everything Is Embarrassing e l’EP “Ghost” (2012) che vantava la collaborazione di Cass McCombs e Dev Hynes (Blood Orange), tutto pareva apparecchiato per il grande botto. Invece Sky ha abbandonato la via facile, decidendo di rifugiarsi in un CD che affronta temi come l’odio per sé stessi e i problemi d’amore in maniera inusuale, con uno sguardo femminista che ancora oggi ha peso su figure come Charli XCX e le sorelle Haim, approcciando generi disparati come il synthpop, il grunge e il rock alternativo.

“Night Time, My Time” non ha un erede probabilmente anche per questo motivo: replicare un piccolo gioiello come questo lavoro e rischiare di rovinare un’eredità così pesante ha reso la Nostra più insicura e, dato il suo maniacale perfezionismo, “Masochism” non ha ancora visto la luce, diventando una sorta di Sacro Graal: da tutti ricercato ma da nessuno trovato.

62) The War On Drugs, “A Deeper Understanding” (2017)

(ROCK)

I The War On Drugs sono un orologio svizzero: sfornano un album ogni tre anni, evolvendo sempre il loro suono in maniera da non suonare mai troppo lontani dal passato, ma contemporaneamente freschi e intriganti. La musica del sestetto originario di Philadelphia è passata, infatti, dal rock classico à la Bruce Springsteen, ad accenni di Neil Young e Bob Dylan, arrivando in “A Deeper Understanding” alla psichedelia dei Tame Impala. Infatti, questo quarto CD della loro produzione ricorda da vicino “Lonerism”, capolavoro dei Tame Impala: le sonorità sono più elettroniche che in passato e i sintetizzatori si fanno sentire come non mai, prova ne siano Holding On e In Chains. Sono le due tracce iniziali, però, che conquistano: il rock epico di Up All Night e Pain è superbo e le due tracce sono senza dubbio tra le migliori dell’album.

I pezzi migliori dei 10 che compongono questo meraviglioso LP sono le due tracce iniziali, già citate in precedenza, vale a dire Up All Night e Pain; l’epica Strangest Thing; e Nothing To Find. L’unica lieve pecca è che il CD avrebbe reso al massimo con una canzone in meno: 66 minuti possono essere pesanti per alcuni. Ad esempio, la conclusiva You Don’t Have To Go (bel titolo, visto che parliamo dell’ultima canzone della tracklist), sarebbe potuta star fuori, ma pazienza: i risultati sono comunque ottimi.

Ricordiamo poi che non si tratta di un disco accessibile: le canzoni sono molto lunghe, spesso con durata superiore ai 6 minuti; il primo, monumentale, singolo, Thinking Of A Place, addirittura arriva agli 11 minuti! Insomma, ciò che poteva sembrare presunzione diventa carattere e fiducia assoluta nelle proprie capacità. Possiamo annoverare di diritto i The War On Drugs fra le migliori band rock del decennio, tanto che viene da chiedersi: avranno raggiunto il picco delle loro capacità oppure no? La fiducia nella vena creativa di Granduciel è grande, siamo sicuri che non la tradirà.

61) Grimes, “Art Angels” (2015)

(POP – ELETTRONICA)

Claire Boucher, la cantante canadese meglio conosciuta come Grimes, nel 2012 aveva stupito tutti con “Visions”, suo terzo lavoro di studio ma primo ad avere un certo successo, superbo CD che mescolava elettronica e pop in maniera davvero unica. In “Art Angels” Grimes torna alla stessa formula già sperimentata in “Visions”, con minore inventiva ma superiore confidenza nei propri mezzi.

I risultati sono ancora una volta ottimi: brani come la potente SCREAM, la title track e la ottima Venus Fly (a cui ha collaborato Janelle Monáe) sono concepibili solo da un genio della musica moderna come Grimes, molto maturata anche vocalmente. La perla del CD è però World Princess Part II, uno dei migliori pezzi pop dell’anno.

Album per certi versi folle, “Art Angels”, ma nondimeno accattivante e ben fatto: i pochi passi falsi (come California) sembrano confermare che la perfezione non è di questo mondo. Top 100 pienamente meritata per “Art Angels” e per Claire Boucher, una delle poche artiste per cui si possa dire: nessuno suona come lei.

60) Deerhunter, “Fading Frontier” (2015)

(ROCK)

I Deerhunter non sono mai stati apprezzati per le canzoni allegre o il clima gioioso dei loro album. Anzi, molto spesso valeva il contrario: a partire dal secondo lavoro di studio “Cryptograms”(2007) fino a “Monomania” (2013), la loro cifra stilistica era sempre stato un indie rock venato di ambient music e pop, aggressivo e con testi riguardanti temi scottanti come morte, sessualità, guerra…

“Fading Frontier” è perciò una gradita scoperta: un album che cresce ad ogni ascolto, accessibile e decisamente più commerciale rispetto ai citati lavori precedenti. Si ritorna dunque alle melodie dream pop di “Halcyon Digest” (2010), capolavoro del gruppo. Bradford Cox e Lockett Pundt, frontman e chitarrista dei Deerhunter, oltre che menti creative della band, danno sfogo alla loro vena più intimista e serena.

I testi d’altra parte non sono banali nemmeno in “Fading Frontier”: in Take Care “copiano” un titolo ai Beach House e a Drake, ma trattano di storie d’amore finite male; in All The Same narrano le disavventure di un uomo che perde moglie e figli, ma trasforma le proprie debolezze in forza per riemergere. Il brano migliore è però Breaker, primo pezzo con parte canora condivisa fra Cox e Pundt nella produzione dei Deerhunter, che riecheggia Beach House e Real Estate. Bella anche Living My Life, che sembra quasi ispirarsi a Bon Iver. Nessuno dei 9 piccoli gioielli che compongono questo LP può dirsi fuori posto: un altro tassello alla già ottima carriera dei Deerhunter è stato aggiunto.

59) Alt-J, “An Awesome Wave” (2012)

(ROCK)

Una band che agli esordi vince il Mercury Prize non è frequente, ma gli Alt-J di “An Awesome Wave” lo meritano: era da tempo che non si sentiva un disco così innovativo.

Gli Alt- J creano infatti una miscellanea sonora affascinante ed efficace: esclusi infatti la Intro iniziale e i due Interlude, il CD cattura l’attenzione dello spettatore creando un genere fatto di indie pop, rock leggero e una spruzzata di elettronica tremendamente bello nei suoi picchi creativi (Fitzpleasure, Breezeblocks e Something Good sono davvero magnifiche).

Anche nei momenti più intimisti “An Awesome Wave” non delude: sia Taro che Dissolve Me non sfigurano. In poche parole: uno dei migliori CD del 2012 e del decennio.

58) Wolf Alice, “My Love Is Cool” (2015)

(ROCK)

Al primo album di studio, gli inglesi Wolf Alice tirano fuori un album semplicemente splendido, che riesce a mescolare con grande abilità generi fra loro diversi (grunge, alternative rock e pop), grazie anche alle meravigliose voci di Ellie Rowsell e Joff Oddie, che un po’ giocano a fare gli xx e un po’ i My Bloody Valentine.

Non vi sono brani sbagliati o fuori posto: anzi, il terzetto iniziale (Turn To Dust, Bros e Your Loves Whore) è probabilmente il migliore del 2015. Altri pezzi non trascurabili sono Lisbon e la conclusiva The Wonderwhy, che ricordano gli Interpol di “Turn On The Bright Lights”; invece Giant Peach gioca a fare gli Strokes.

Non sarà il nuovo “Loveless” o “Kid A”, ma certamente “My Love Is Cool” resterà anche in futuro come uno dei migliori esordi degli anni ’10 del XXI secolo. Complimenti ai Wolf Alice.

57) Iceage, “You’re Nothing” (2013)

(PUNK)

Il secondo CD dei danesi Iceage è facilmente uno dei più begli album punk del decennio 2010-2019 e, allo stesso tempo, uno dei più feroci. Prendendo spunto dalle scene hardcore e punk del passato, gli Iceage (guidati dal bravo frontman Elias Bender Rønnenfelt) creano un grido punk lungo 28 minuti, una durata relativamente breve per un disco nella nostra epoca, ma lungo abbastanza da comunicare tutto il disagio giovanile presente nel gruppo.

In realtà già l’esordio “New Brigade” (2011) aveva lasciato intravedere la natura selvaggia degli Iceage, tanto che addirittura il loro “padrino” Iggy Pop aveva detto di esserne spaventato. La paura è in effetti quella che emana da “You’re Nothing”: già dal titolo i temi dominanti sono intuibili.

Attraverso canzoni devastanti come Ecstasy e Burning Hand Rønnenfelt e compagni creano un senso di claustrofobia che non se ne va se non alla fine del CD. “You’re Nothing” è forse troppo duro per molti, ma resta (e resterà probabilmente anche in futuro) uno dei migliori dischi punk della decade appena finita.

56) Angel Olsen, “My Woman” (2016)

(ROCK)

Il terzo album della statunitense Angel Olsen è la sua definitiva consacrazione: possiamo infatti eleggere la bella Angel tra le voci femminili più importanti del panorama pop-rock contemporaneo.

Se inizialmente la sua musica rappresentava un buon connubio di folk, country ed indie rock, con “My Woman” il suo range sonoro si amplia: sono evidenti le influenze di Beach House, Fiona Apple e Joanna Newsom. Allo stesso tempo, però, Olsen riesce ad aggiungere quel qualcosa in più che dà a “My Woman” un fascino tutto particolare: dal synth pop dell’iniziale Intern, passando per le lunghissime Sister (bellissimo pezzo indie) e Woman, fino ad arrivare alla conclusiva, intima Pops, la tonalità sempre cangiante della magnifica voce di Angel Olsen ci accompagna in un viaggio da cui è difficile uscire.

Il 2016 è stato l’anno in cui, con lei e Courtney Barnett, il rock femminile ha trovato due grandi interpreti. Fatto confermato, per quanto riguarda Olsen, dallo splendido “All Mirrors” del 2019, che ce ne ha fatto scoprire il lato più art pop.

55) Kurt Vile, “Wakin On A Pretty Daze” (2013)

(ROCK)

Il quinto album solista di Kurt Vile trova il Nostro al picco delle proprie capacità. “Wakin On A Pretty Daze” è il CD più accessibile della sua discografia, pieno di momenti davvero paradisiaci per gli amanti del rock vecchio stampo: i 9 minuti di Wakin On A Pretty Day sono clamorosi, così come l’epica chiusura di Goldtone. Nel mezzo abbiamo altre perle, da KV Crimes a Too Hard, che rendono il lavoro davvero imperdibile.

I semi di questo squisito LP erano già stati pianati nel precedente “Smoke Ring For My Halo” (2011), dove Kurt aveva abbandonato il lo-fi dei primi dischi da frontman dopo l’apprendistato nei The War On Drugs per far spazio a un rock infarcito di folk e psichedelia. È però in “Wakin On A Pretty Daze” che il suo stile rilassato ma mai prevedibile sboccia completamente.

Il CD è davvero un piacere, intaccato solamente dall’eccessiva lunghezza (oltre 69 minuti) che però non danneggia i momenti davvero memorabili di un lavoro caposaldo del rock classico ma anche psichedelico del decennio.

54) St. Vincent, “Strange Mercy” (2011)

(ROCK)

Annie Clark, in arte St. Vincent, è una delle artiste davvero fondamentali nel panorama pop-rock degli anni ’10. Il suo stile a metà fra ricercato e scanzonato, con un’estetica a tratti à la David Bowie, la rendono un personaggio che non passa mai inosservato; a ciò aggiungiamo canzoni spesso riuscite e il cocktail diventa esplosivo.

“Strange Mercy”, il terzo album a firma St. Vincent, è il lavoro per molti definitivo della cantante statunitense. Mescolando abilmente la sua voce ammaliante a schitarrate a tratti selvagge e testi mai scontati, la Clark condensa in poco più di 40 minuti molta della storia dell’indie rock.

Da Chloe In The Afternoon a Cruel, passando per Champagne Year e Surgeon, il CD è un trionfo, che denota finalmente tutto il talento del progetto St. Vincent, ulteriormente rifinito nel 2014 nell’eponimo “St. Vincent”.

53) Little Simz, “GREY Area” (2019)

(HIP HOP)

Se spesso i passati lavori di Little Simz erano ancora acerbi in termini di composizioni e tematiche trattate (basti pensare a “Stillness In Wonderland”, dove si ispirava ad “Alice nel paese delle meraviglie”), in “GREY Area” l’artista inglese è decisamente focalizzata sul produrre testi rilevanti per la nostra epoca sopra basi mai banali, che raccolgono elementi hip hop, soul e jazz. Non è un caso che Kendrick Lamar l’abbia elogiata e lei già vanti collaborazioni con Gorillaz e Little Dragon, fra gli altri.

L’iniziale Offence è un chiaro indizio di tutto questo: la base è a metà fra Pusha-T ed Earl Sweatshirt, Little Simz parla di Jay-Z e Shakespeare in maniera naturale e il brano è un immediato highlight. Altrove i beat rallentano: ad esempio Selfish e Wounds mescolano abilmente rap old school e jazz, con risultati che ricordano “To Pimp A Butterfly”. Invece Venom è durissima, anche musicalmente. In Therapy Simbi fa un’osservazione non scontata: “Sometimes we do not see the fuckery until we’re out of it”.

La cosa che stupisce forse di più è che il CD è perfettamente formato in ogni sua parte: non ci sono canzoni deboli, Little Simz è al top della forma ovunque ed evita di cadere nella tentazione di molti di sovraccaricare il disco solo per avere più streaming: “GREY Area” finisce infatti dopo 36 minuti e 10 canzoni, quasi un album punk!

In conclusione, qualsiasi album con canzoni del calibro di Offence e Venom sarebbe interessante da ascoltare. Little Simz tuttavia riesce a mantenere questa qualità lungo tutto il corso dell’album, creando con “GREY Area” uno dei migliori LP rap della decade.

52) Run The Jewels, “Run The Jewels 2” (2014)

(HIP HOP)

La seconda collaborazione fra i due rapper americani Killer Mike ed El-P è un trionfo per gli amanti del rap più duro. In un compatto formato da 11 brani e 39 minuti, i Run The Jewels confermano un’intesa incredibile e un’abilità vocale e di produttori notevoli, che rendono “Run The Jewels 2” il miglior CD ad oggi del duo.

Il lavoro è quasi nostalgico in certi tratti: la collaborazione con Zach De La Rocha (Rage Against The Machine) e i rimandi a Public Enemy e N.W.A. sono chiari e allo stesso tempo graditi, nondimeno i Run The Jewels non sono semplicemente dei tradizionalisti. Anzi, nel 2014 questo disco era davvero all’avanguardia: le sue denunce della violenza a sfondo razziale della polizia americana e la sfida lanciata agli haters sono temi tuttora attuali.

Soprattutto, a risaltare ancora oggi sono le canzoni: fin dall’apertura feroce di Jeopardy, passando per la durissima Close Your Eyes (And Count To Fuck) e Crown, “Run The Jewels 2” è un LP che non lascia spazio al filler e, a tratti, è quasi troppo da prendere tutto in una volta. Ciò non toglie valore ad un lavoro tanto duro quanto sincero: valori non scontati nel panorama musicale moderno, per certi versi troppo “smielato” specie nel mondo pop.

51) Darkside, “Psychic” (2013)

(ELETTRONICA – ROCK)

Il progetto Darkside, ossia il nickname della collaborazione fra Nicolas Jaar e il chitarrista/bassista Dave Harrington, ha scritto pagine molto importanti della musica degli anni ’10. Nel breve spazio di tre anni infatti il duo ha pubblicato l’EP di esordio “Darkside” (2010), remixato “Random Access Memories” dei Daft Punk (2013) e dato alla luce il loro per ora unico CD vero e proprio, il brillante “Psychic”.

Jaar è molto conosciuto e stimato per essere uno dei più innovativi artisti di musica elettronica, capace di spiccare sia come produttore, sia come compositore, che si parli di musica ambient, dance oppure sperimentale. Darkside è il lato più rock di Nicolas: i riferimenti a prog rock, funk e space rock (quindi agli anni ’70 e ’80 del XX secolo) sono numerosi, basti sentirsi l’epica Golden Arrow e The Only Shrine I’ve Seen. I pezzi riusciti però non terminano qui: le 8 perle di “Psychic” creano infatti un insieme coeso ma mai ripetitivo, anzi a volte quasi elitario nei riferimenti e nella complessità delle canzoni.

Melodie come la già citata Golden Arrow e Paper Trails rientrano di diritto fra le canzoni più belle della decade e rendono questo “Psychic” imprescindibile per gli amanti della musica ai confini fra rock ed elettronica. Dal canto suo Nicolas Jaar si conferma artista versatile e ormai pronto a spiccare il volo fra i maestri dell’elettronica.

Manca poco ormai per sapere chi è il CD più bello della decade 2010-2019 secondo A-Rock! State sintonizzati, domani il verdetto sarà espresso!

I migliori album del decennio 2010-2019 (200-101)

Ci siamo: la decade è ormai conclusa da alcuni mesi ed è giunta l’ora, per A-Rock, di stilare la classifica dei CD più belli e più influenti pubblicati fra 2010 e 2019. Un’impresa difficile, considerata la mole di dischi pubblicati ogni anno. Rock, hip hop, elettronica, pop… ogni genere ha avuto i suoi momenti di massimo splendore.

Partiamo con alcune regole: nessun artista è rappresentato da più di tre LP nella classifica. Nemmeno i più rappresentativi, da Kanye West a Kendrick Lamar agli Arctic Monkeys (tutti con tre CD all’attivo nella hit list). Questo per favorire varietà e rappresentatività: abbiamo quindi dato spazio anche a gruppi e artisti meno conosciuti come Mikal Cronin e Julia Holter, autori di lavori prestigiosi e meritevoli di un posto al sole. Non per questo abbiamo trascurato i giganti della decade: oltre ai tre citati prima, anche Drake e i Vampire Weekend hanno un buon numero di loro pubblicazioni in lista per esempio, senza trascurare i Deerhunter e Vince Staples.

Questo è stato senza ombra di dubbio il decennio della definitiva consacrazione dell’hip hop: ormai radio e servizi di streaming sono sempre più “ostaggio” del rap, più melodico (Drake) o più vicino alla trap (Migos, Travis Scott), per finire con il filone più sperimentale (Earl Sweatshirt). L’elettronica invece pareva destinata a conquistare tutti nei primi anni della decade, tuttavia poi l’EDM è passata di moda lasciando spazio all’hip hop. E il rock? Da genere dominante ora arranca nelle classifiche e nelle vendite, pare quasi destinato a persone mature… anche se poi ci sono gruppi come Arctic Monkeys e The 1975 che ancora esordiscono in alto nelle classifiche quando pubblicano un nuovo lavoro. A dimostrazione che chi merita davvero riesce a piacere a molti anche in tempi non propizi per il rock in generale. Folk e musica d’avanguardia continuano a non essere propriamente mainstream, ma hanno regalato pezzi unici di bella musica (dai Fleet Foxes all’ultimo Nick Cave, passando per King Krule) che hanno fatto spesso gridare al miracolo. Dal canto suo, invece, il pop ha continuato un’evoluzione lodevole verso tematiche non facili come la diversità, l’empowerment delle donne e l’accettarsi come si è, aiutato da artisti del calibro di Frank Ocean e Beyoncé. Chissà che poi il “future pop” di artisti come Charli XCX possa davvero essere la musica popolare del futuro! Vicino al pop è poi l’R&B, che ha vissuto momenti davvero eccitanti durante la decade 2010-2019 (basti pensare all’esordio fulminante di The Weeknd o alla delicatezza di Blood Orange) i quali ci fanno capire che i nuovi D’Angelo sono pronti a prendersi il palcoscenico (anche se poi il vero D’Angelo ha sbaragliato quasi tutti nel 2014 con “Black Messiah”).

Ma andiamo con ordine: i primi 100 nomi (ma 104 dischi, considerando il doppio album del 2019 dei Big Thief, la doppia release a nome Ty Segall del 2012 e la fondamentale trilogia di mixtape con cui The Weeknd si è fatto conoscere al mondo nel 2011) saranno solamente un elenco, senza descrizione se non l’anno di pubblicazione e il genere a cui sono riconducibili. Invece, per la successiva pubblicazione avremo descrizioni più o meno dettagliate delle scelte effettuate. Buona lettura!

200) Earl Sweatshirt, “I Don’t Like Shit, I Don’t Go Outside” (2015) (HIP HOP)

199) Floating Points, “Crush” (2019) (ELETTRONICA)

198) Drake, “If You’re Reading This It’s Too Late” (2015) (HIP HOP)

197) Spoon, “Hot Thoughts” (2017) (ROCK)

196) Big Thief, “U.F.O.F.” / “Two Hands” (2019) (ROCK – FOLK)

195) Father John Misty, “I Love You, Honeybear” (2015) (ROCK)

194) Mikal Cronin, “MCII” (2013) (ROCK)

193) Arctic Monkeys, “Suck It And See” (2011) (ROCK)

192) MGMT, “Congratulations” (2010) (ELETTRONICA – ROCK)

191) Jai Paul, “Jai Paul” (2013) (R&B – ELETTRONICA)

190) FKA Twigs, “LP 1” (2014) (R&B – ELETTRONICA)

189) Four Tet, “There Is Love In You” (2010) (ELETTRONICA)

188) Slowdive, “Slowdive” (2017) (ROCK)

187) Fever Ray, “Plunge” (2017) (ELETTRONICA)

186) The xx, “I See You” (2017) (ELETTRONICA – POP)

185) Perfume Genius, “No Shape” (2017) (POP – ELETTRONICA)

184) Noel Gallagher’s High Flying Birds, “Who Built The Moon?” (2017) (ROCK)

183) Julia Holter, “Have You In My Wilderness” (2015) (POP)

182) Let’s Eat Grandma, “I’m All Ears” (2018) (POP – ELETTRONICA)

181) Coldplay, “Everyday Life” (2019) (POP – ROCK)

180) The Black Keys, “El Camino” (2011) (ROCK)

179) (Sandy) Alex G, “House Of Sugar” (2019) (ROCK)

178) Vampire Weekend, “Father Of The Bride” (2019) (ROCK – POP)

177) The 1975, “I Like It When You Sleep, For You Are So Beautiful Yet So Unaware Of It” (2016) (ROCK – POP – ELETTRONICA)

176) The xx, “Coexist” (2012) (POP – ELETTRONICA)

175) Muse, “The 2nd Law” (2012) (ROCK)

174) Aldous Harding, “Designer” (2019) (FOLK)

173) The Antlers, “Burst Apart” (2011) (ROCK)

172) Arca, “Arca” (2017) (ELETTRONICA – SPERIMENTALE)

171) Hot Chip, “In Our Heads” (2012) (ELETTRONICA – ROCK)

170) Anderson .Paak, “Malibu” (2016) (HIP HOP – R&B)

169) Fiona Apple, “The Idler Wheel” (2012) (POP)

168) Mount Eerie, “Now Only” (2018) (FOLK – ROCK)

167) Justin Timberlake, “The 20/20 Experience” (2013) (R&B – ELETTRONICA)

166) St. Vincent, “MASSEDUCTION” (2017) (POP)

165) Troye Sivan, “Bloom” (2018) (POP)

164) Algiers, “The Underside Of Power” (2017) (PUNK)

163) These New Puritans, “Hidden” (2010) (ROCK – PUNK – ELETTRONICA)

162) Suede, “Bloodsports” (2013) (ROCK)

161) Arctic Monkeys, “Tranquility Base Hotel & Casino” (2018) (ROCK – POP)

160) Björk, “Vulnicura” (2015) (POP – ELETTRONICA – SPERIMENTALE)

159) Jack White, “Blunderbuss” (2012) (ROCK)

158) The Walkmen, “Lisbon” (2010) (ROCK)

157) PJ Harvey, “Let England Shake” (2011) (ROCK)

156) Ariel Pink’s Haunted Graffiti, “Before Today” (2010) (ROCK – SPERIMENTALE)

155) Nick Cave & The Bad Seeds, “Ghosteen” (2019) (SPERIMENTALE – ROCK)

154) The Voidz, “Virtue” (2018) (ROCK)

153) Broken Social Scene, “Forgiveness Rock Record” (2010) (ROCK)

152) Jamila Woods, “LEGACY! LEGACY!” (2019) (R&B – SOUL)

151) Foals, “Total Life Forever” (2010) (ROCK)

150) Neon Indian, “VEGA INTL. Night School” (2015) (ELETTRONICA)

149) King Gizzard & The Lizard Wizard, “Polygondwanaland” (2017) (ROCK)

148) Moses Sumney, “Aromanticism” (2017) (R&B – SOUL)

147) James Blake, “Overgrown” (2013) (ELETTRONICA – POP)

146) Preoccupations, “Viet Cong” (2015) (PUNK)

145) D’Angelo, “Black Messiah” (2014) (SOUL – R&B)

144) Dirty Projectors, “Swing Lo Magellan” (2012) (ROCK)

143) Freddie Gibbs & Madlib, “Bandana” (2019) (HIP HOP)

142) Tyler, The Creator, “IGOR” (2019) (HIP HOP)

141) Vince Staples, “Big Fish Theory” (2015) (HIP HOP)

140) Young Fathers, “Cocoa Sugar” (2018) (HIP HOP)

139) Parquet Courts, “Sunbathing Animal” (2014) (ROCK)

138) Jon Hopkins, “Singularity” (2018) (ELETTRONICA)

137) Fleet Foxes, “Helplessness Blues” (2011) (FOLK)

136) Ty Segall, “Slaughterhouse” / “Hair” (2012) (ROCK)

135) Titus Andronicus, “The Monitor” (2010) (ROCK)

134) Blur, “The Magic Whip” (2015) (ROCK)

133) Kanye West, “Yeezus” (2013) (HIP HOP)

132) Drake, “Take Care” (2011) (HIP HOP)

131) Thundercat, “Drunk” (2017) (ROCK – JAZZ – SOUL)

130) Caribou, “Swim” (2010) (ELETTRONICA)

129) Parquet Courts, “Wide Awake!” (2018) (ROCK)

128) LCD Soundsystem, “This Is Happening” (2010) (ELETTRONICA – ROCK)

127) Mac DeMarco, “2” (2012) (ROCK)

126) Ty Segall, “Manipulator” (2014) (ROCK)

125) Chromatics, “Kill For Love” (2012) (ELETTRONICA – ROCK)

124) Jon Hopkins, “Immunity” (2013) (ELETTRONICA)

123) Spoon, “They Want My Soul” (2014) (ROCK)

122) Damon Albarn, “Everyday Robots” (2014) (POP)

121) Panda Bear, “Panda Bear Meets The Grim Reaper” (2015) (ELETTRONICA)

120) Leonard Cohen, “You Want It Darker” (2016) (SOUL – FOLK)

119) Flying Lotus, “Until The Quiet Comes” (2012) (ELETTRONICA)

118) Shabazz Palaces, “Black Up” (2011) (HIP HOP)

117) Fontaines D.C., “Dogrel” (2019) (PUNK – ROCK)

116) Arcade Fire, “Reflektor” (2013) (ROCK – ELETTRONICA)

115) Lotus Plaza, “Spooky Action At A Distance” (2012) (ROCK)

114) Hamilton Leithauser + Rostam, “I Had A Dream That You Were Mine” (2016) (POP)

113) Blood Orange, “Freetown Sound” (2016) (R&B – SOUL)

112) Denzel Curry, “TA13OO” (2018) (HIP HOP)

111) Dave, “Psychodrama” (2019) (HIP HOP)

110) Flying Lotus, “You’re Dead!” (2014) (ELETTRONICA)

109) Gorillaz, “Plastic Beach” (2010) (ELETTRONICA – HIP HOP)

108) Leonard Cohen, “Popular Problems” (2014) (FOLK)

107) Danny Brown, “Old” (2013) (HIP HOP)

106) Cloud Nothings, “Here And Nowhere Else” (2014) (PUNK – ROCK)

105) Chance The Rapper, “Acid Rap” (2013) (HIP HOP)

104) Father John Misty, “Pure Comedy” (2017) (ROCK)

103) Nicolas Jaar, “Sirens” (2016) (ELETTRONICA)

102) Grimes, “Visions” (2012) (POP – ELETTRONICA)

101) The Weeknd, “House Of Balloons” / “Thursday” / “Echoes Of Silence” (2011) (R&B – ELETTRONICA)

Recap: ottobre 2019

Anche ottobre è finito. Un mese trionfale per gli amanti del rock, che ha visto le nuove uscite dei Noel Gallagher’s High Flying Birds, Nick Cave & The Bad Seeds, Foals, Angel Olsen e dei Wilco. Abbiamo però anche il nuovo CD di Danny Brown, dei DIIV e dei Girl Band. Da segnalare poi i nuovi LP di Vagabon e Floating Points. Abbiamo infine due sorprese assolute: il secondo album in un anno dei Big Thief e il ritorno dei Chromatics, sette anni dopo “Kill For Love”.

Nick Cave & The Bad Seeds, “Ghosteen”

ghosteen

Il nuovo doppio album di Nick Cave, come sempre assieme ai fidati Bad Seeds, chiude la trilogia idealmente iniziata con “Push The Sky Away” (2013). Gli ultimi anni non sono stati facili per la band australiana: nel 2015 il figlio di Nick, Arthur, è tragicamente morto a causa di una caduta da una scogliera, mentre l’anno scorso il pianista della band Conway Savage è deceduto a causa di un tumore.

Insomma, gli antecedenti di “Ghosteen” facevano pensare ad un lavoro ancora più tragico e disperato del precedente “Skeleton Tree” (2016), che già era carico di significato essendo stato composto appena dopo la morte di Arthur. Nick Cave sceglie di procedere nelle sonorità quasi ambient dei due CD precedenti, convogliando però anche messaggi positivi, di accettazione della morte e di ricerca di una vita dopo la tragedia, quasi un contraltare ideale al pessimismo devastante di “Skeleton Tree”.

Il grande cantautore ha descritto il primo disco come “i figli”, mentre i tre lunghi brani che creano la suite conclusiva (e l’intero secondo capitolo) sono “i padri”. Come non riconoscere un rimando alla tragica situazione di Nick Cave? Del resto, i testi contengono riferimenti numerosi alla vicenda e in generale alla storia recente della band: in Hollywood, che chiude il secondo CD, si narra la fiaba indiana di Kisa, una donna a cui muore il figlio e che cerca in ogni modo di riportarlo in vita, sia affidandosi alla religione buddhista che alle credenze popolari. Alla fine del brano arriva l’ammissione più candida: “It’s a long way to go to find peace of mind”.

Altrove però, dicevamo, Nick e soci trovano conforto nella vicinanza degli altri: in Waiting For You lui e la moglie analizzano le differenti prospettive di far fronte alla morte di una persona cara, con il cantautore che dichiara “I just want to stay in the business of making you happy”. Una dichiarazione d’amore fortissima e delicata. Infine, in altre parti del monumentale doppio album (11 pezzi per 73 minuti), troviamo riflessioni sul potere dell’arte (Spinning Song) e come sognare un mondo diverso da quello che abbiamo ereditato non sia una debolezza (Bright Horses).

In conclusione, non è facile entrare nel discorso di Nick Cave & The Bad Seeds, specialmente se si è neofiti del gruppo, uno dei più importanti degli ultimi decenni in campo rock. Giunto al 40° (!!) anno di una carriera trionfale, Nick Cave è ancora un uomo tormentato, ma per motivi diametralmente diversi rispetto alla gioventù. Il fatto che sappia scrivere testimonianze così personali e toccanti, mantenendo un’integrità artistica totale, è segno che siamo di fronte ad un vero genio della musica. “Ghosteen” non sarà il suo miglior CD, ma si aggiunge ad un’eredità già colossale non peggiorandola. Non un risultato di poco conto.

Voto finale: 8.

Big Thief, “Two Hands”

two hands

Il secondo album in un anno degli statunitensi Big Thief è un ritorno al rock. Se il precedente “U.F.O.F.” era un CD prettamente folk, che rielaborava idee presenti nell’esordio solista della leader del gruppo Adrianne Lenker “abysskiss” (2018), questo “Two Hands”, registrato dal vivo, torna alle sonorità di “Capacity” (2017), per creare con “U.F.O.F.” una coppia di dischi di altissimo livello, da parte di un gruppo che sta lavorando al massimo delle proprie potenzialità.

L’inizio del lavoro è eccellente: le sognanti Rock And Sing e Forgotten Eyes sono ottimi pezzi indie rock, che riportano alla mente il folk-rock di Neil Young, con la bellissima voce della Lenker a creare un’atmosfera sospesa fra meraviglia e inquietudine, dati i testi mai facili, che parlano di sofferenza e passione senza vergogna. L’unico pezzo più debole è proprio la title track, mentre la lunga Not è il brano più ambizioso in un lavoro davvero pregevole. Molto interessante la struttura del CD: i primi e gli ultimi pezzi nella scaletta sono i più quieti, mentre l’accoppiata NotShoulders, piazzata a metà, è la sferzata più rockettara.

I Big Thief non stanno reinventando l’immaginario indie rock, come alcuni critici molto entusiasti si sono spinti a proclamare; certamente però l’abilità vocale e alla chitarra di Adrianne Lenker li distinguono chiaramente dai loro contemporanei. Non una cosa da poco, in un panorama musicale sempre più stereotipato: il caso Big Thief è la piena dimostrazione che il duro lavoro paga. Chapeau.

Voto finale: 8.

Danny Brown, “uknowhatimsayin¿”

danny

Il quinto album di Danny Brown, uno dei rapper più originali degli ultimi anni, è una summa di tutte le caratteristiche che lo rendono unico. Voce nasale, versi al limite dell’indecente alternati a scherzi assurdi e altri introspettivi, basi del tutto fuori di testa, flow inarrestabile: troviamo questo e molto altro in “uknowhatimsayin¿”, che già dal titolo si preannuncia folle. La produzione affidata a pezzi da 90 come Q-Tip (A Tribe Called Quest), Flying Lotus e JPEGMAFIA rendono la ricetta ancora più intrigante, così come la collaborazione con i Run The Jewels in 3 Tearz e quella con Blood Orange in Shine.

I tratti puramente sperimentali di alcune parti del disco lo rendono un osso difficile da masticare, soprattutto al primo ascolto: mentre “Old” (2013) aveva basi quasi danzerecce nella seconda parte, questo lavoro vira verso il lato più ardito di Danny, con esempi virtuosi in Dirty Laundry e Theme Song. Mancano allo stesso tempo anche le atmosfere disperate di “Atrocity Exhibition” (2016), a tutt’oggi il suo album più celebrato, in cui Brown metteva in mostra tutta la sua fragilità e le sue dipendenze.

Troviamo infatti anche versi davvero divertenti, che immediatamente entrano in testa all’ascoltatore: “I ignore a whore like an email from LinkedIn”, contenuto in Savage Nomad, ne è il più chiaro esempio. Altrove ritorna il pensiero della morte, ma in maniera più ironica, quasi leggera rispetto al passato: “I’mma die for this shit like Elvis” canta il rapper statunitense in Combat.

Il CD, per quanto ricercato e a tratti assurdo, è assimilabile relativamente in fretta data la sua brevità: 11 canzoni in 33 minuti sono un’ulteriore dimostrazione della posizione davvero unica occupata da Danny Brown nel mondo hip hop. I pezzi migliori sono la già ricordata Dirty Laundry e la title track, mentre sono inferiori alla media Best Life e Negro Spiritual.

In conclusione, “uknowhatimsayin¿” dimostra ancora una volta l’inventiva senza freni posseduta da Danny Brown. Ormai alla soglia dei 40 anni, il talentuoso rapper non pare per nulla intenzionato a adagiarsi sugli allori: non avrà ancora esaudito il sogno espresso nel suo CD “XXX” (2011), quando diceva di voler diventare “the greatest rapper ever”, ma di certo il rispetto di critica e fans non fanno che crescere album dopo album.

Voto finale: 8.

Angel Olsen, “All Mirrors”

all mirrors

Il nuovo album della cantautrice americana Angel Olsen la trova impegnata in una radicale giravolta artistica, ma questa non è certo una novità per lei: se le origini della sua estetica vanno cercate nel folk rock, già in “Bury Your Fire For No Witness” (2014) la svolta verso l’indie rock era stata netta. Il suo più bel lavoro, “My Woman” (2016), conteneva invece elementi prog e synth pop mai fuori luogo.

“All Mirrors” è un pregevole CD art pop: seguendo il percorso tracciato da Kate Bush e ispirandosi probabilmente anche ad artiste contemporanee come Florence And The Machine e Julia Holter, la Nostra ha portato il suo sperimentalismo verso territori orchestrali, a volte davvero incontenibili, come nella sontuosa Lark. Del resto, anche il singolo All Mirrors aveva anticipato questa svolta, ma essere stata in grado di non cadere nel cliché del pop orchestrale più trito e ritrito, evitando di compiacersi troppo, è un merito non banale.

Il lavoro è ottimo non solo per la continua ricerca da parte di Angel, ma anche per la concisione: “All Mirrors” infatti consta di 11 pezzi per 48 minuti complessivi, creando un insieme coeso e ben strutturato, in cui è un piacere affondare. I pezzi migliori sono l’iniziale Lark e la più semplice Spring, mentre sotto la media (altissima) del CD abbiamo Impasse e la pur intrigante Endgame.

In conclusione, il 2019 resterà significativo per il mondo pop più sofisticato: nello stesso anno sono usciti lavori magnifici da parte di Weyes Blood, Lana Del Rey e Angel Olsen. Tre artiste ambiziose, che sono al culmine delle proprie qualità, in continua tensione verso il perfetto disco pop del XXI secolo. Chissà che una di loro non ci arrivi, prima o poi… Di certo Angel Olsen dimostra una caratura come cantautrice che la eleva al di sopra di quasi tutte le sue coetanee.

Voto finale: 8.

Floating Points, “Crush”

crush

Il nuovo lavoro di Sam Shepherd, in arte Floating Points, riparte esattamente dove avevamo lasciato l’artista inglese quattro anni fa con “Elaenia”: elettronica calda, elegante, solo a tratti pronta per la pista da ballo, sulla falsariga di capisaldi come Aphex Twin e Caribou.

In realtà Shepherd non è artista che riposa sugli allori: gli ultimi anni lo hanno visto produrre mix intrisi di jazz e rock (“Late Night Tales” quest’anno), colonne sonore (“Reflections – Mojave Desert del 2017) ed EP di varia lunghezza (su tutti “Kuiper” del 2016). Insomma, un’iperattività non scontata; i risultati peraltro sono sempre stati molto interessanti, facendo di Floating Points un nome importante nel panorama della musica elettronica, tanto da permettergli di essere scelto come spalla nel tour degli xx del 2017.

“Crush” si apre con l’interlocutoria Falaise: un insieme di sintetizzatori e percussioni à la Skee Mask che non si adatta completamente all’estetica di Floating Points. Molto meglio i due brani seguenti, la danzereccia Last Bloom e la raccolta Anasickmodular. Intrigante la struttura di “Crush”: il CD infatti consta di 12 brani per 44 minuti, con una chiusura divisa in due parti (Apoptose) e due brevi intervalli posti al centro del disco, Requiem For CS70 And Strings e Karakul, che dividono quasi il lavoro in due metà speculari.

I brani migliori sono la già citata Anasickmodular e LesAlpx, che si avventura in territori techno; buonissima anche Bias. Invece, inferiore alla media Falaise. Il CD non crea grandi cambiamenti nello scenario della musica elettronica mondiale, ma conferma Sam Shepherd come un nome da tenere d’occhio, pronto a sbocciare definitivamente.

Voto finale: 8.

DIIV, “Deceiver”

deceiver

Il terzo album degli americani DIIV è il loro lavoro più duro, sia come liriche (finalmente intellegibili quasi completamente) che come sonorità. Il tour con i Deafheaven durante cui il CD è stato composto si dimostra una grande fonte di influenza per Smith e compagni, che più volte virano dall’abituale dream pop all’hard rock di Pixies e Sonic Youth.

Zachary Cole Smith aveva descritto il precedente lavoro come la storia di una persona che esce dalle dipendenze: “Is The Is Are” (2016), pur nella sua lunghezza eccessiva, era il lavoro di una band sicura dei propri mezzi e pronta a spiccare il salto definitivo verso lo stardom. Tuttavia, il frontman dei DIIV era caduto nuovamente nei propri demoni, facendo di “Deceiver” un album sicuramente arrabbiato, ma con liriche che delineano uno Zachary mai pronto ad arrendersi alle proprie debolezze.

La doppietta in apertura di CD, Horsehead e Like Before You Were Born, mette in evidenza quella mezza rivoluzione stilistica che tanto serviva ai DIIV: voce di Smith finalmente chiara, chitarroni alla Queens Of The Stone Age, base ritmica potente. I risultati possono a primo acchito parere eccessivamente duri, ma a lungo andare il CD ben si sposa con le tematiche affrontate (lotta alle dipendenze, incertezza sul proprio futuro).

Lo shoegaze muscolare che rappresenta la nuova veste dei DIIV trova il suo pieno compimento in Skin Game, non a caso primo singolo di lancio di “Deceiver”. Altri brani riusciti sono la più compassata Between Tides e Acheron; invece convince meno Taker.

In generale, i DIIV hanno compiuto quel radicale stacco nel loro stile già promesso in passato ma mai pienamente realizzato. Il CD non è chissà quanto innovativo per il genere, ma questa nuova versione dei DIIV non ha nulla da invidiare alla precedente. Vedremo dove porterà il gruppo in futuro; di certo il gruppo statunitense si conferma fra le realtà più solide dell’indie rock made in USA.

Voto finale: 7,5.

Girl Band, “The Talkies”

the talkies

I Girl Band sono tornati dopo quattro anni dall’esplosivo “Holding Hands With Jamie”. La mutazione avvenuta nella band è evidente: mentre l’esordio del gruppo irlandese si rifaceva al post-punk anni ’80, “The Talkies” è pienamente inserito nel noise contemporaneo, con chiari rimandi ai Daughters e agli Swans.

Il noise ha dimostrato nel corso del 2019 un’insolita vitalità: accanto ai Girl Band abbiamo anche avuto il devastante esordio dei black midi, “Schlagenheim”, a testimonianza di una scena vivace. “The Talkies” si apre in maniera davvero inquietante: Prolix consta solamente di sospiri, sempre più ansiogeni, da parte del frontman Dara Kiely sopra suoni frammentari. La successiva Going Norway è invece il pezzo più accessibile dell’album, con la strumentazione dei Girl Band al pieno del suo fulgore.

La struttura del CD è abbastanza straniante: i 12 brani alternano pezzi sotto i due minuti ad altri molto articolati, con Prefab Castle che addirittura supera i 7 minuti. Non è poi un progetto per tutti: i riff di chitarra sono esclusivamente a supporto di un sound scuro, quasi apocalittico, in cui il precario stato mentale del frontman del complesso irlandese è in primo piano.

L’estesa pausa fra “Holding Hands With Jamie” e “The Talkies” è infatti in parte dovuto alla grande fragilità di Kiely, forza motrice dei Girl Band ma anche membro più irrequieto del gruppo. Nel corso del lavoro, più che affrontare direttamente le proprie fobie, il Nostro fa capire all’ascoltatore cosa si prova ad essere costantemente sull’orlo del burrone. Ne sono esempio Aibohphobia (sulla paura dei palindromi) e l’inquietante Salmon Of Knowledge.

“The Talkies” non raggiunge le vette di “Schlagenheim”, nondimeno i Girl Band dimostrano un’ottima abilità camaleontica: il passaggio da band punk, con riff selvaggi, a complesso noise non è stato indolore, ma i risultati premiano Kiely e compagni. Vedremo dove li porterà la loro prossima incarnazione, sperando che non richieda altri 4 anni e che Dara Kiely trovi un po’ di pace.

Voto finale: 7,5.

Chromatics, “Closer To Grey”

closer

Il nuovo album dei Chromatics ha un alone mistico: annunciato a più riprese con il titolo “Dear Tommy”, anticipato da presunti singoli, alla fine “Dear Tommy” non ha mai visto la luce, almeno per ora. Al suo posto abbiamo “Closer To Grey”, caratterizzato come il settimo album del gruppo malgrado sia il sesto ufficialmente uscito: le tematiche e le ritmiche sono le stesse di “Kill For Love”, il loro capolavoro del 2012, architrave del synth-disco pop degli anni ’10. I risultati non sono altrettanto sorprendenti, ma di certo il disco non è un cattivo lavoro.

Come “Kill For Love” cominciava con una cover (Hey Hey My My di Neil Young, col nome di Into The Black), anche “Closer To Grey” comincia con una reinterpretazione di un capolavoro del passato: stavolta tocca a The Sound Of Silence, il mitico brano di Simon & Garfunkel, rivisto in chiave elettronica e decisamente più oscura. La seconda traccia, You’re No Good, è effettivamente trascurabile, mentre la title track è il primo vero highlight del CD.

Rispetto al suo predecessore, “Closer To Grey” dura esattamente la metà (45 minuti vs 90), ma sconta anche un diminuito effetto sorpresa e, come già accennato, delle sonorità ormai conosciute al pubblico: sette anni si pensava potessero portare rivoluzioni in casa Chromatics, invece l’estetica della band è rimasta la stessa. A seconda del tipo di ascoltatore, può essere una buona o una brutta notizia; un punto di vista neutro probabilmente lo vede più come una debolezza che una forza.

I brani migliori del lotto sono Closer To Grey e Light As A Feather, mentre deludono un po’ You’re Not Good e la nenia Move A Mountain, che rompe il ritmo del lavoro. Da sottolineare poi la lunga Touch Red e la monumentale On The Wall, che arriva a addirittura oltre gli 8 minuti, a dimostrazione di un’ambizione non banale dei Chromatics.

In conclusione, “Closer To Grey” pare il tipico album di un complesso ormai rispettato e con un seguito fedele: un tuffo nella propria comfort zone, in mezzo alle tastiere e alle chitarre soffuse che rendevano speciale “Kill For Love”. Il CD non è assolutamente da buttare, ma considerati i proclami spavaldi del passato del leader Johnny Jewel, quando affermava che “Dear Tommy” sarebbe stato il manifesto definitivo dei Chromatics, vedere ora un lavoro umile per certi versi come “Closer To Grey”, almeno all’inizio, è un po’ straniante. Chissà che presto non veda la luce l’ormai mitico “Dear Tommy”? Nell’attesa godiamoci questo lavoro, non perfetto o radicale, ma certo affascinante.

Voto finale: 7,5.

Foals, “Everything Not Saved Will Be Lost Part 2”

foals

I Foals avevano annunciato che avrebbero fatto le cose in grande: il 2019, in effetti, ha già visto una pubblicazione a loro nome, la prima parte del progetto “Everything Not Saved Will Be Lost”, pubblicata a marzo. Se il primo capitolo giocava con ritmi quasi dance-punk, questa seconda parte torna alle sonorità più aggressive di “Holy Fire” (2013), ben sintetizzate dai singoli di lancio Black Bull e The Runner.

Le due parti formano così un ideale doppio CD dei Foals: il complesso britannico è sempre stato maestro nello stare all’intersezione fra indie rock, elettronica e ritmi più punk, tanto che i loro singoli migliori sono divisi quasi in parti uguali fra queste tre classi: da Spanish Sahara a Inhaler, passando per My Number e Mountain At My Gates, i riferimenti sono costanti, ma i risultati si sono sempre mantenuti più che sufficienti.

Il lavoro parte con un’intro quasi dream pop, Red Desert, che un po’ ricorda la Moonlight di “Everything Not Saved Will Be Lost Part 1”. Subito dopo però arriva la brillante The Runner, che suona quasi come un pezzo dei Black Keys. Altri highlights sono la potentissima Black Bull e 10,000 Feet, mentre Wash Off e Like Lightning non convincono appieno. Da menzionare infine la suite finale Neptune, un’Odissea di 10 minuti fra rock, elettronica e ambient (!), confusa forse ma certo non banale.

In conclusione, “Everything Not Saved Will Be Lost Part 2” è un degno seguito alla prima parte del progetto. I Foals si confermano una delle band indie rock d’Oltremanica più affidabili in termini di solidità dei propri CD, nondimeno come sempre nella loro carriera manca qualcosa per avere un LP davvero definitivo, malgrado i grandi voti ricevuti da molta stampa specializzata, soprattutto inglese. A conti fatti, la Parte 2 pare meglio costruita della Parte 1, ma sorge un sospetto: avessero creato un unico disco con i migliori brani dei due CD, avremmo forse il migliore lavoro di sempre dei Foals? Domanda purtroppo destinata a rimanere senza risposta.

Voto finale: 7,5.

Vagabon, “Vagabon”

vagabon

La prova del secondo album può essere difficile, lo sappiamo, specialmente per coloro che sono stati baciati dal successo già al primo sforzo. Laetitia Tamko, in arte Vagabon, ha avuto questa fortuna: l’esordio del 2017 “Infinite Worlds” le aveva aperto le porte del successo, almeno all’interno dell’indie rock. Il suo stile delicato e gentile, che mescolava elementi dell’indie anni ’00 con il dream pop caro ai DIIV, aveva reso il CD molto interessante.

“Vagabon”, in realtà, era nato con un diverso titolo: “All The Women In Me” pareva il nome scelto per il disco, però poi la Tamko aveva deciso di dare importanza al sé piuttosto che agli elementi esterni, cambiando in corso d’opera anche i titoli ad alcune canzoni della tracklist. I risultati sono effettivamente più intimisti rispetto ad “Infiniet Worlds”, aggiungendo caratteri interessanti alla palette sonora di Vagabon.

Emblematica la ballata In A Bind: pare più una canzone di Sufjan Stevens ai tempi di “Illinois”, tanto è folk. Invece altrove affiorano delle parti dell’estetica synth pop che non appartenevano in alcuna maniera alla versione 1.0 di Vagabon: ad esempio ciò è evidente in Flood. I pezzi migliori sono proprio Flood e In A Bind, mentre delude Home Soon, troppo solenne. Curiosa infine la struttura circolare di “Vagabon”: il primo pezzo, Full Moon In Gemini, è richiamato dall’ultimo, chiamato Full Moon In Gemini (Monako Reprise).

In conclusione, il secondo LP di Laetitia Tamko non è per nulla il tipico seguito di un lavoro di successo da parte di un’artista che si trova improvvisamente analizzata nei minimi dettagli da critica e pubblico. Sarebbe stato facile ritornare al comodo indie rock di “Infinite Worlds”; invece Vagabon ha deciso per una svolta, non radicale ma certamente forte. I risultati richiedono ascolti numerosi per essere colti appieno, ma non deluderanno i fan della giovane artista americana di origine camerunense.

Voto finale: 7.

Wilco, “Ode To Joy”

ode to joy

L’undicesimo album dei veterani dell’alternative rock Wilco prosegue nel solco tracciato dal precedente “Schmilco” (2016); le 11 canzoni sono infatti ridotte all’essenziale e grande attenzione è posta sulla voce, sempre più suadente col passare del tempo, del frontman Jeff Tweedy.

L’ispirazione del CD va anche cercata nei due recenti LP solisti di Tweedy, “WARM” (2018) e “WARMER” (2019): un folk-rock apparentemente molto tranquillo e semplice, ma che in realtà nasconde arrangiamenti da non sottovalutare e messaggi non banali. Ad esempio, nascosti tra le pieghe dell’album troviamo invettive contro il nazionalismo imperante in America (Citizens) ma anche elogi della solitudine (Quiet Amplifier).

Per godere appieno dei frutti di “Ode To Joy” sono necessari più ascolti: ad esempio, il lavoro egregio svolto dal batterista Glenn Koche e dal chitarrista Nels Kline, specialmente per sostenere i brani più fermi, ad esempio Bright Leaves e Citizens, è chiaro solo dopo varie sessioni. Va detto peraltro che sono i brani più movimentati i veri highlight del lavoro, come Everyone Hides e Love Is Everywhere (Beware).

Il CD quindi non è un capolavoro, ma i fan della band troveranno pane per i loro denti. I Wilco, dal canto loro, proseguono una carriera quasi trentennale con un altro LP di buon artigianato, che manterrà alta la bandiera della band ancora per qualche tempo.

Voto finale: 7.

Noel Gallagher’s High Flying Birds, “This Is The Place”

this is the place

Il secondo EP del 2019 di Noel Gallagher arriva, chissà se casualmente, solo poche settimane dopo il ritorno sulla scena del fratello Liam, che con “Why Me? Why Not.” si è prepotentemente riportato al centro del panorama del rock vecchio stile.

L’EP continua l’apertura a ritmi quasi sperimentali, dati i canoni dei fratelli-coltelli Gallagher, già intravista peraltro nel riuscito “Who Built The Moon?” (2017). L’iniziale This Is The Place è un buon singolo, quasi psichedelico e a tratti vicino agli LCD Soundystem. La seguente A Dream Is All I Need To Get By è invece decisamente più allineata sugli Oasis di inizio XXI secolo. Infine, l’ultimo inedito Evil Flower è quasi krautrock e rimanda a “Dig Out Your Soul” (2008), ultimo LP degli Oasis. Abbiamo poi due remix, rispettivamente di This Is The Place ed Evil Flower, che in verità non aggiungono molto a “This Is The Place”.

Ribadiamo che la scelta di pubblicare 3 brevi EP in un solo anno è quantomeno opinabile e non ha portato molta fortuna a chi l’ha intrapresa in precedenza, vedi i Green Day del 2012. Diluire così la qualità di un potenziale discreto CD, allungando il brodo di ogni pubblicazione con due evitabili remix, non pare lungimirante. “This Is The Place” non è un cattivo lavoro, ma è lontano dalle migliori opere del maggiore dei Gallagher. Questa volta ha vinto Liam.

Voto finale: 6,5.

Recap: marzo 2019

Anche marzo è terminato. Un mese molto ricco di uscite musicali attese da critica e pubblico, tra cui segnaliamo in particolare i nuovi dischi di Solange, Foals, These New Puritans, Helado Negro e Nivhek (altro nickname di Liz Harris aka Grouper). Inoltre, abbiamo i ritorni di Avey Tare e degli American Football. Buona lettura!

These New Puritans, “Inside The Rose”

inside the rose

Il nuovo album dei These New Puritans arriva addirittura a sei anni dal delicato “Field Of Reeds”, in cui il complesso inglese aveva aperto decisamente a elementi di musica neo-classica, reinventandosi rispetto all’estetica post-punk con inserti elettronici dei precedenti CD. “Inside The Rose” è un efficace riassunto di tutto questo e, proprio per questo, la prima volta in cui i TNP sembrano vogliosi di riassumere piuttosto che sperimentare ulteriormente.

Ciò non va però a discapito della qualità delle 9 canzoni che compongono il CD: ognuna ha la sua fisionomia specifica, chi più rock (Anti-Gravity) chi inclassificabile (Infinity Vibraphones e la title track). Altrove riappaiono quelle caratteristiche classicheggianti che avevano reso “Field Of Reeds” così strano, per esempio in Where The Trees Are On Fire.

I testi sono come sempre vaghi, ma stavolta compaiono domande esistenziali del tipo “Isn’t life a funny thing? All these words and they say nothing” (in Beyond Black Suns). Ma del resto non si ascolta un lavoro dei These New Puritans per le liriche: gli inglesi ci hanno abituato a comunicare maggiormente attraverso i paesaggi sonori piuttosto che mediante parole.

I pezzi migliori sono l’apertura sontuosa di Infinity Vibraphones e la marciante Beyond Black Suns, che potrebbe essere benissimo un brano dei Massive Attack. Troppo breve invece Lost Angel per essere apprezzabile. Come sempre con un LP dei TNP, “Inside The Rose” non è un ascolto facile, ma la pazienza verrà premiata grazie a canzoni mai scontate e paesaggi sonori davvero evocativi.

In conclusione, ancora una volta i These New Puritans hanno stupito fans e addetti ai lavori: dopo sei anni di assenza e una formazione ridotta all’osso (i membri ufficiali ora sono solamente i gemelli Barnett), “Inside The Rose” suona come nulla nella passata discografia del complesso britannico. E, malgrado tutto questo, i risultati sono ancora una volta strabilianti.

Voto finale: 8.

American Football, “American Football”

lp3

Il terzo album degli statunitensi veterani dell’emo è un deciso passo avanti verso nuovi lidi sonori. Rispetto al gradevole ma prevedibile “American Football” del 2016, visto da molti più come un servizio reso ai fan piuttosto che un CD davvero voluto dalla band, il nuovo LP vira verso territori dream pop davvero interessanti e il gruppo, aiutato da ospiti di spessore come Rachel Goswell e Hayley Williams dei Paramore, produce un lavoro all’altezza della loro fama.

L’inizio del disco è già sorprendente: suoni leggeri di campanelline introducono Silhouettes, che poi si dispiega in una canzone perfettamente inquadrata nell’estetica American Football: voce di Mike Kinsella a guidare le danze, ritmi carichi di pathos e liriche che parlano di amori lontani. La seguente Every Wave To Ever Rise, con la partecipazione di Elizabeth Powell, introduce addirittura temi post-rock.

I veri pezzi da 90 sono però Uncomfortably Numb (con la Williams), che fa il verso ai Pink Floyd solo in apparenza, e la suadente Heir Apparent; senza dubbio sono gli highlights del CD e della seconda vita della band americana. Forse ridondante Doom In Full Bloom, ma perfettamente intonata al mood del lavoro.

Liricamente, come accennavamo, ritornano molti temi cari al mondo emo: il male di vivere (“Sensitivity deprived, I can’t feel a thing inside” canta Kinsella in Uncomfortably Numb), i rimpianti per la giovinezza ormai passata (“I blamed my father in my youth. Now as a father, I blame the booze” sentiamo nella stessa canzone), le pene causate dall’amore non corrisposto, come in Silhouettes: “Tell me again what’s the allure of inconsequential love”.

Insomma, “American Football” 3 si staglia come un capitolo decisamente degno di nota per gli amanti della band e più in generale del genere emo: esplorando nuovi territori gli American Football hanno prodotto il primo LP davvero avventuroso della loro frastagliata carriera, con sicuri benefici per il loro futuro.

Voto finale: 8.

Helado Negro, “This Is How You Smile”

helado negro

Il sesto album del progetto electro-folk di Roberto Carlos Lange è quello che, meritatamente, ha avuto più risalto sulla stampa specializzata. Il mix che solitamente contraddistingue Helado Negro si dispiega infatti in tutta la sua grazia ed efficacia, con risultati davvero interessanti.

“This Is How You Smile” suona alternativamente come Joanna Newsom che vuole imitare Bon Iver o il viceversa: il genere a metà fra elettronica e folk tipico di Lange è infatti altamente flessibile e può piacere sia agli amanti della musica più semplice come della chillwave. Ne sono esempio rispettivamente Imagining What To Do e Fantas. Un’altra particolarità è che il CD è bilingue: Lange infatti canta alcuni pezzi in inglese, altri in spagnolo, in particolare quelli a più alto contenuto emozionale.

I pezzi migliori sono l’apertura gentile e perfetta nella sua semplicità Please Won’t Please e Running; bella anche Two Lucky. Convince meno il breve intermezzo Echo For Campedown Curio, ma è l’unico inciampo in un album altrimenti tanto semplice quanto calmante e gradevole fin dal primo ascolto.

Dicevamo che testualmente “This Is How You Smile” ha momenti molto toccanti. Il più emozionante è l’ammissione presente in Please Won’t Please: “That brown won’t go; brown just glows.” Altrove troviamo invece frasi motivazionali: in Pais Nublado Lange canta “Laughing longer, smiling harder makes me feel feeling stronger”.

In generale, anche dopo ripetuti ascolti il disco si conferma curato e gradevole, una sorta di fusione fra il primo Bon Iver e Beirut. Niente di innovativo insomma, ma musica che fa stare bene chi la ascolta: di quanti CD possiamo dire lo stesso?

Voto finale: 7,5.

Solange, “When I Get Home”

solange

Il quarto CD a firma Solange Knowles, sorella della regina del pop Beyoncé, è decisamente differente nelle tematiche trattate dal precedente “A Seat At The Table” (2016), ma mantiene un fascino e una cura del dettaglio sonoro che lo rendono senza dubbio interessante, anche se non perfetto.

Concentrare 19 canzoni in 39 minuti implica due cose: avere molto da dire ma allo stesso tempo privilegiare la forma libera, lasciando da parte la canonica canzone da tre minuti per dare spazio anche a intermezzi piuttosto brevi. È proprio quello che succede in “When I Get Home”: Solange infatti dedica il lavoro all’amata Houston, la sua città natale, creando un patchwork che va dal funk al soul al jazz, con collaboratori del calibro di Gucci Mane e Playboy Carti ad arricchire ulteriormente la ricetta.

Come già in “A Seat At The Table”, frequenti sono gli intermezzi inferiori al minuto di durata dove Solange si prende una pausa e prepara l’ascoltatore ai pezzi veri e propri. La vera differenza rispetto al bellissimo precedente lavoro risiede soprattutto nelle liriche: mentre “A Seat At The Table” affrontava con coraggio tematiche razziali legate al trattamento riservato alle persone di colore, “When I Get Home” è strutturato come un flusso di pensieri ininterrotto e, come tale, un po’ confusionario. Ne sono prova le frequenti ripetizioni testuali presenti nel corso del disco: l’iniziale Things I Imagined si regge sul verso “I saw things… I imagined things… I imagined.” Anche Down With The Clique è similmente ripetitiva: Solange canta infatti “We were down with you, down with you” nel ritornello.

Peccato, perché le belle canzoni non mancano: la lenta Down With The Clique e Almeda sono gli highlights, ma bella anche Stay Flo. Al contrario, gli intermezzi alla lunga stufano, anche perché non contengono messaggi rilevanti.

In conclusione, Solange continua efficacemente il percorso nella storia della black music iniziato nel 2016; tuttavia, chi si aspettasse un altro manifesto politicamente impegnato è destinato a rimanere deluso. “When I Get Home” è semplicemente un buon disco di musica nera.

Voto finale: 7,5.

Foals, “Everything Not Saved Will Be Lost (Part 1)”

foals

Era da un po’ che non sentivamo parlare dei Foals, uno dei gruppi indie rock più celebri in Inghilterra e non solo. “What Went Down” del 2015 aveva in un certo senso chiuso una trilogia di enorme successo di pubblico e critica: partendo dalle tracce “acquatiche” di “Total Life Forever” del 2010 e passando per l’hard rock di “Holy Fire” (2013), Philippakis e compagni avevano creato una nicchia fatta di funk, indie e minime influenze punk per niente banale. Allo stesso tempo, un rinnovamento era necessario: scavare lo stesso terreno iniziava a diventare problematico.

“Everything Not Saved Will Be Lost” è stato presentato dal gruppo come un progetto in due atti: il primo fuori a marzo, il secondo più avanti nel corso del 2019. I primi singoli avevano preparato i fans ad una svolta: Exits era decisamente più elettronico e meno trascinante dei migliori brani dei Foals, da Inhaler a Spanish Sahara. Il successivo Sunday era quasi una ballata, più in stile Arctic Monkeys e Last Shadow Puppets che Foals. Insomma, “Everything Not Saved Will Be Lost” è un album (anzi un doppio album) spartiacque per il complesso britannico.

L’iniziale Moonlight conferma tutto ciò: le atmosfere ricordano un po’ i Franz Ferdinand di “Always Ascending” (2018), un po’ new wave un po’ elettroniche. In generale, si capisce che i Foals hanno provato davvero a cambiare pelle: anche In Degrees è decisamente inaspettata come sonorità e ritmiche. Una caratteristica del disco che, a seconda dell’ascoltatore, può piacere o meno è il gran numero di generi diversi affrontati da Philippakis e compagni: dall’indie all’elettronica alla new wave… fatto che non si ravvisava ad esempio in lavori più coesi come “Total Life Forever”.

Nel complesso sono migliori i brani più immediati: spesso infatti i Foals, forse per troppa ambizione, perdono un po’ la bussola nei passaggi più difficili (ad esempio in Exits e Syrups). Tuttavia, canzoni efficaci come On The Luna e Sunday saranno sicuramente pezzi forti nei live prossimo venturi del gruppo. Interessante anche l’eccentrica Cafe D’Athens.

In conclusione, va elogiato il tentativo dei Foals di cambiare pelle: sperimentando nuovi generi sicuramente la loro carriera ne beneficerà, specialmente nel lungo periodo. Diciamo che i risultati non sono trascendentali, ma questo “Everything Not Saved Will Be Lost (Part 1)” è auspicabilmente un antipasto del vero capolavoro. I semi per un bel CD di musica dance/indie ci sono, ora serve chiudere definitivamente il cerchio.

Voto finale: 7.

Avey Tare, “Cows On Hourglass Pond”

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Il nuovo disco di Avey Tare, elemento fondamentale degli Animal Collective, è un CD molto interessante. Restando in equilibrio fra sperimentalismo e ritmi più accessibili, Dave Portner (questo il vero nome dell’artista americano) crea un ambiente sonoro mai banale e senza dubbio più affascinante dell’ultimo Panda Bear, suo sodale negli AC.

L’inizio è straniante: Avey Tare riparte da dove aveva lasciato nel suo precedente lavoro, “Eucalyptus” del 2017. Ritmiche elettroniche non troppo rapide, la sua voce quasi sussurrata e manipolata da numerosi effetti… insomma, molti degli elementi tipici di una canzone di Dave, che lo resero ingranaggio decisivo nei maggiori successi degli Animal Collective, da “Feels” (2005) a “Merriweather Post Pavilion” (2009). Infatti, sia What’s The Goodside? che Eyes On Eyes percorrono questi sentieri conosciuti. Più particolare invece Nostalgia In Lemonade, ricca di riverberi e suoni elettronici molto strani.

A sorpresa, però, “Cows On Hourglass Pond” non si esaurisce in un lavoro prevedibile per quanto ricercato: per la prima volta da “Merriweather Post Pavilion” infatti Portner compone canzoni quasi mainstream. Sia Remember Mayan che HORS_ sono accessibili e potrebbero dare decisamente più risalto al CD rispetto agli ultimi lavori a firma Avey Tare o Animal Collective.

I migliori brani sono Saturdays (Again) e HORS_; convince meno d’altro canto Chilly Blue, un pezzo strumentale inutile nell’economia del CD. Ambiziosa la lunga K.C. Yours, non del tutto convincente ma intrigante.

Il disco dunque, mescolando psichedelia, elettronica e sperimentalismo, rappresenta uno dei migliori lavori recenti dei membri degli AC, siano essi insieme o presi singolarmente. “Cows On Hourglass Pond” non rivoluzionerà il mondo della musica, ma è senza dubbio un LP di ottimo artigianato e ricerca costante.

Voto finale: 7.

Nivhek, “After Its Own Death / Walking In A Spiral Towards The House”

nivhek

Il nuovo album a firma Liz Harris arriva solo un anno dopo il brevissimo “Grid Of Points” e con un nickname diverso: invece del solito Grouper la Harris opta per Nivhek. Tuttavia, le caratteristiche sono piuttosto simili ai lavori a firma Grouper: atmosfere rarefatte, suoni decisamente ambient e la voce dell’artista spesso inintelligibile.

“After Its Own Death / Walking In A Spiral Towards The House”, come indica il titolo, è composto da due lunghe suite di musica ambient, ciascuna a sua volta composta da due parti. A completare il lavoro c’è un’installazione visuale, firmata dall’amico Marcel Weber. Il CD pertanto andrebbe ascoltato contemporaneamente alla visione del video di Weber per comprenderne appieno il significato. Malgrado ciò, l’album, pur essendo troppo lungo e a tratti monotono, è meritevole di attenzione anche da solo.

After Its Own Death, la prima suite, è lunga in totale ben 37 minuti: nella prima metà la Harris ha piazzato alcuni tratti caratteristici della sua poetica, ovvero voci di sottofondo raramente comprensibili e atmosfere eteree. La parte A, lunga 16 minuti, si chiude poi con una coda puramente strumentale, che rimanda a Tim Hecker. La metà B è più evocativa, la chitarra assume un ruolo più importante… fino a quando improvvisamente un suono fortissimo entra nella canzone e se ne va dopo circa un minuto di caos totale. Insomma, una sorpresa davvero inattesa.

Walking In A Spiral Towards The House, invece, ha una lunghezza complessiva di “soli” 21 minuti: la prima parte circa 9, la seconda 12. La metà A è un semplice brano ambient, decisamente più rilassato e rilassante di After Its Own Death; la B conclude più che degnamente il CD, con un componimento raccolto degno della miglior Grouper, anche se forse un po’ monotono alla lunga.

In conclusione, Liz Harris prosegue nella composizione di CD caratterizzati da strutture particolari: se “Grid Of Points” era fin troppo breve per essere apprezzato appieno, “After Its Own Death / Walking In A Spiral Towards The House” è invece forse tirato troppo per le lunghe, anche considerando che solo quattro canzoni lo compongono. Insomma, creativamente Grouper/Nivhek è più viva che mai, ma “Ruins” (2014) è inarrivabile.

Voto finale: 7.

Scheda: Foals

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I quattro componenti dei Foals.

I Foals sono un quintetto britannico, uno dei gruppi più interessanti della scena rock britannica. Partiti da un “math rock” con intarsi pop/funk, hanno progressivamente virato verso un rock decisamente più duro ma contemporaneamente “da arene”, simile a Muse ed U2, una formula vincente e intrigante. Andiamo con ordine e analizziamo la loro carriera.

“Antidotes”, 2008

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L’esordio dei Foals è davvero strano (tanto che gli stessi Foals hanno parlato di un genere “tropical-prog” per le loro canzoni): se inizialmente può risultare superficiale, approfondendo l’ascolto le cose migliorano e anche la voce monocorde del cantante Yannis Philippakis assume una sua funzione. Niente di che, ma alcune buone canzoni ci sono: in particolare ricordiamo la brillante Cassius e le ammalianti Olympic Airways ed Electric Bloom. Esemplifica il mood del disco la lunga e ambiziosa Big Big Love (Fig.2): tanta attesa per un riff assassino che non arriva mai. Insomma, il talento c’è, ma i risultati sono appena discreti. Voto: 7.

“Total Life Forever”, 2010

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“Antidotes” era stato ricevuto benino dalla critica, ma al pubblico era passato pressoché inosservato. I Foals cercarono dunque di essere più ambiziosi nei suoni e di trovare una loro nicchia nello sconfinato e competitivo mondo dell’indie rock. “Total Life Forever” rappresenta un gigantesco passo avanti rispetto all’esordio: le canzoni si fanno più sofisticate e ardite, Philippakis migliora nella parte canora e la base ritmica si rafforza. Sono molto belle This Orient, la potente After Glow e la lunga Black Gold; non male anche la iniziale Blue Blood. Menzione speciale per la magnifica Spanish Sahara, ballata di oltre sei minuti davvero trascinante. Insomma, i Foals hanno ormai acquisito lo status di potenziali headliner dei più importanti festival musicali europei. Voto: 8.

“Holy Fire”, 2013

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Tutti attendevano al varco i Foals: la tensione rischiava di divorarli. Invece, i cinque ragazzi se ne uscirono con un album ancora più bello di “Total Life Forever”, svoltando verso un rock più carico, quasi hard rock in certi tratti. Ne sono simboli due delle canzoni migliori del CD: Prelude e Inhaler (quest’ultima trascinante nel ritornello) sono come gemelli siamesi, una senza l’altra non esisterebbe, ma proprio per questo acquistano fascino. Non male il funk à la Hot Chip di My Number, così come il quasi shoegaze della conclusiva Moon. Insomma, un lavoro vario e ben riuscito, che conferma il talento dei Foals e il loro appeal sul pubblico. Uno dei migliori album dell’anno. Voto: 8,5.

“What Went Down”, 2015

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Il piano originario dei Foals, dopo il grande successo e il lungo tour seguito a “Holy Fire”, era di fermarsi per un po’. In realtà, l’ispirazione non era ancora terminata e decisero quindi di pubblicare il loro quarto lavoro di studio, il bel “What Went Down”. Non bisogna infatti pensare che sia un LP tirato via o poco curato; al contrario, la coesione e precisione dell’album sono ammirevoli. Anche la voce di Philippakis migliora, diventando sempre più importante per l’espressività delle melodie dei Foals. Inoltre, finalmente la band non concentra i brani migliori nella prima metà, cercando invece di essere più equilibrata, cosa non da poco. I pezzi migliori sono la potentissima title track (parente di Inhaler), la bella Mountain At My Gates e le più romantiche Birch Tree e Give It All. Ottima anche Night Swimmers. “What Went Down” sembra chiudere la prima parte della carriera dei Foals: il loro stile, un mix di funk, indie e hard rock, sembra aver dato il meglio di sé. Cosa ci attende? Nessuno può dirlo, ma la fiducia accumulata nei cinque ragazzi inglesi è immensa. Voto: 8

I migliori album del 2015

Il 2015 è stato un anno da incorniciare per la musica: tanti artisti importanti hanno fatto il loro ritorno sulle scene dopo anni di assenza (Blur, Sleater-Kinney e Libertines su tutti); molte nuove leve hanno fatto la loro comparsa sulla scena, specialmente nel mondo del rock (basti ricordare Courtney Barnett e Wolf Alice); inoltre, giovani cantanti già emersi si sono confermati ad altissimi livelli, come la talentuosa FKA Twigs. Niente a che vedere con il 2014 quindi, che anzi si era (ahimè) distinto per lo scarso livello medio della produzione musicale, tranne alcune rarissime eccezioni: giusto Real Estate, Sun Kil Moon e Aphex Twin spiccavano.

Prima di iniziare, vorrei però nominare cinque dischi che, malgrado siano ben fatti, non hanno trovato posto nella Top 35 di fine anno: abbiamo l’hip hop di Vince Staples con “Summertime ’06”; Florence And The Machine con il bel “How Big, How Blue, How Beautiful”; i Dead Weather di Jack White con il potente “Dodge & Burn”; il debutto di Floating Points (nome d’arte dell’inglese Sam T. Shepherd), intitolato “Elaenia”; e infine l’indie rock sempre gradevole di Kurt Vile, che con “B’lieve I’m Goin’ Down” aggiunge un altro bel tassello alla sua ottima carriera. Noterete poi che, dopo i nomi degli artisti e i titoli dei rispettivi CD, ho inserito il genere predominante (o i generi) dell’album: un modo ulteriore per aiutare i lettori ad orientarsi nel magma musicale moderno e, magari, scoprire nuovi cantanti o generi.

Ecco qua dunque la scelta dei 35 migliori album dell’anno che sta per concludersi, con una precisazione: il ritorno sulla scena musicale di D’Angelo con “Black Messiah” è datato dicembre 2014, ma non metterlo in nessuna lista dei migliori album sarebbe stato un delitto imperdonabile. Per questo ho optato per una piccola eccezione, ma se non lo avete ancora sentito mi ringrazierete per il consiglio musicale!

35) Muse, “Drones”

(ROCK)

Al settimo album, i Muse decidono di tornare alle origini: suoni molto hard rock e pochi fronzoli. Questo almeno sembra ascoltando alcuni singoli estratti, soprattutto Reapers. I Muse però non rinunciano alle contaminazioni: il pop smielato di Mercy (un po’ ripetitiva) e della title track però paradossalmente rovina il risultato complessivo. Infatti, possiamo contare pezzi tosti ma convincenti come la già citata Reapers e The Handler; una potenziale canzone dei Depeche Mode come la riuscita Psycho e una suite di ben 10 minuti (The Globalist) all’attivo dell’album. Il passivo è rappresentato dalla vena politica data al tutto: perché inserire i richiami a “Full Metal Jacket” di Drill Sergeant e a Kennedy in JFK? Probabilmente per ragioni di marketing, ma i risultati sono quasi farseschi a tratti. Ecco, diciamo che se i Muse avessero osato fino in fondo (rock/metal al 100%, meno pop e prevedibili hit) probabilmente il risultato sarebbe stato ancora migliore. Non per questo però “Drones” è un CD da buttare, sia chiaro. Anzi…

34) Coldplay, “A Head Full Of Dreams”

(POP)

I Coldplay potranno non piacere, ma una cosa va detta: non hanno mai fatto l’errore di restare fermi, musicalmente parlando. A partire da “Viva La Vida Or Death And All His Friends” (2008), infatti, hanno virato progressivamente verso un “pop in technicolor” quanto mai ballabile e gradevole: se con “Ghost Stories” del 2014 era venuto fuori il lato pessimista e triste di Chris Martin (anche a seguito del divorzio da Gwyneth Paltrow), con il nuovo “A Head Full Of Dreams” la band britannica dà libero sfogo al suo lato sbarazzino e danzereccio. Tendenza evidente in brani come la title track e Adventure Of A Lifetime; tuttavia, i sempreverdi Coldplay non hanno avuto il coraggio di cambiare completamente pelle. Sono proprio i brani più classici, come Everglow e Army Of One, che deludono. Interessanti le collaborazioni con Beyoncé (in Hymn For The Weekend) e Noel Gallagher (nella bella Up&Up), sintomo che i Coldplay non hanno ancora esaurito le cartucce a loro disposizione: che R&B e britpop siano le prossime frontiere da esplorare per Martin & co.? Insomma, “A Head Full Of Dreams” non è certamente un lavoro perfetto, né tantomeno il migliore della produzione dei Coldplay (i primi due LP, “Parachutes” e “A Rush Of Blood To The Head”, sono probabilmente irraggiungibili); d’altro canto, però, se sono la più grande pop-rock band del mondo un motivo deve pur esserci, no? Se questo sarà davvero l’ultimo album della carriera del gruppo britannico, la chiusura non sarà stata certo un fiasco.

33) Disclosure, “Caracal”

(ELETTRONICA – POP)

I fratelli Lawrence sono tornati: a due anni dal fortunato “Settle”, il loro fulminante esordio, il sound dei Disclosure è però decisamente differente. Se in “Settle” erano privilegiati suoni tipici della house e della disco music anni ’80, in “Caracal” i Lawrence, anche supportati da ospiti di assoluto prestigio (Lorde, The Weeknd e Sam Smith fra gli altri), virano decisamente verso la black music. Le migliori tracce, da Holding On a Willing & Able, passando per Nocturnal, ricalcano le sonorità tipiche dell’R&B; le tracce puramente dance si contano sulle dita di una mano e non sono certo indimenticabili (Jaded, con Howard Lawrence alla voce, la migliore). Complessivamente, dunque, un leggero passo indietro per il giovane duo britannico: la spontaneità di “Settle” è stata abbandonata a favore di suoni più maturi e più vari, ma generalmente meno trascinanti. Evolvere però non è certamente un peccato: per richiamare la Intro di “Settle”, “the reality is… everything changes.” Mai parole furono più veritiere.

32)Oneohtrix Point Never, “Garden Of Delete”

(ELETTRONICA – SPERIMENTALE)

Il produttore statunitense Daniel Lopatin, noto artisticamente con lo pseudonimo Oneohtrix Point Never, vince a mani basse il premio di “album più pazzo dell’anno” con “Garden Of Delete”. Il suo suono non è mai stato così destrutturato e frammentato: specialmente nella prima parte dell’album, si stenta a riconoscere la forma-canzone canonica. In mezzo però alle mille stranezze del CD (suoni eterei, voci lontane e storpiate da vari effetti e riverberi) si contano anche alcune melodie davvero affascinanti: la parte centrale di Ezra, il breve intermezzo SDFK, la lunga suite Mutant Standard e la romantica Child Of Rage sono notevoli. Se Lopatin avesse proseguito su questo tragitto, probabilmente i risultati sarebbero stati ancora migliori; tuttavia, la “crisi del settimo album” non si sente proprio. Pur non raggiungendo i brillanti risultati di “Replica” (2011), questo “Garden Of Delete” non è comunque per niente male.

31) Dr. Dre, “Compton”

(HIP HOP)

Quello che probabilmente sarà l’ultimo album della carriera di cantante di Andre Romelle Young (in arte Dr. Dre) è un trionfo: nato come soundtrack al film “Straight Outta Compton”, che narra dell’infanzia e dell’inizio della carriera di Dre nel gruppo N.W.A., “Compton” conta un bouquet di collaborazioni che farebbe impallidire chiunque: Kendrick Lamar, Eminem e Snoop Dogg tra i più celebri, ma si contano anche molte giovani leve della casa discografica di Dr. Dre. Musicalmente parlando, le partecipazioni di questi mostri sacri aiutano a rendere imperdibile un CD che contava già ottime basi. Bellissima è infatti Genocide con Kendrick e buona Talk About It: sono queste probabilmente le più belle canzoni del disco. Peccato per la parte centrale un po’ pesante, ma il finale riscatta pienamente questo piccolo difetto: le collaborazioni con Snoop Dogg (in One Shot One Kill e Satisfiction) ed Eminem (nella potente Medicine Man) sono tra i migliori pezzi hip hop dell’anno. Insomma, davvero un ottimo modo di concludere una già rimarchevole carriera da parte di Dr. Dre, già noto come produttore ed imprenditore (avete presente Beats?); insomma, un genio poliedrico, che in “Compton” ha riassunto alcune tra le pagine più importanti (e delicate) della sua tormentata adolescenza.

30) Brandon Flowers, “The Desired Effect”

(POP)

L’ultimo CD dei Killers risale ormai a tre anni fa: “Battle Born” (2012) purtroppo si era rivelato un totale fiasco. Troppo sovraccarico, artefatto e senza le grandi hit che avevano contraddistinto i precedenti lavori della band losangelina (basti ricordare Mr Brightside, Read My Mind e Human fra le altre). Ebbene, Brandon Flowers, frontman dei Killers, sforna il secondo album solista (il primo, “Flamingo”, è datato 2010) e “The Desired Effect” sorprende per qualità compositiva e coesione. Ottimi i primi due brani in scaletta, Dreams Come True e Can’t Deny My Love; ma in generale non ci sono pezzi davvero brutti o mediocri. Non male anche Still Want You (con coretti molto british) e Lonely Town, che ricorda molto i Duran Duran e i Depeche Mode delle origini. L’album è dunque una piacevole sorpresa, che dimostra che probabilmente “Battle Born” è stato solamente un passo falso. Anche Flowers ha ammesso che non era abbastanza buono in varie interviste: non resta che aspettare e sperare che tornino i fasti di “Hot Fuss” (2004), il fulminante esordio dei Killers. Di certo, “The Desired Effect” è il migliore LP di Flowers da sette anni a questa parte. E dimostra che il revival anni ’80 evidentemente non passa mai di moda: Dire Straits e Police hanno ancora una certa influenza sui musicisti contemporanei.

29) Noel Gallagher’s High Flying Birds, “Chasing Yesterday”

(ROCK)

“Inseguendo ieri”: questa la traduzione di “Chasing Yesterday”, secondo lavoro solista di Noel Gallagher, ex leader degli inglesi Oasis, una delle band simbolo del movimento britpop dei primi anni ’90. I timori di trovarsi di fronte ad un album rivolto solo al passato fortunatamente sono presto fugati: già al primo ascolto “Chasing Yesterday” si caratterizza per un maggior sperimentalismo rispetto al precedente “Noel Gallagher’s High Flying Birds”. Certo, mancano hit come If I Had A Gun… e The Death Of You And Me, ma anche il nuovo CD contiene pezzi interessanti come In The Heat Of The Moment e The Ballad Of The Mighty I. Colpisce inoltre Lock All The Doors, la base più strokesiana mai creata da un Gallagher. In generale, possiamo dire che i due album solisti di Noel si equivalgono, entrambi essendo sullo stesso (buonissimo) livello. Non capolavori, ma certamente godibili. In una scala “oasisiana”, possiamo collocare “Chasing Yesterday” ai livelli di “Dig Out Your Soul” (2008) e “Don’t Believe The Truth” (2005): non male, Noel.

28) The Weeknd, “Beauty Behind The Madness”

(POP – R&B)

Uno dei dischi dell’estate, il nuovo CD del canadese Abel Tesfaye, in arte The Weeknd. E già potrebbero arrivare le prime critiche: troppo commerciale, è solo un insieme di canzoncine da spiaggia… Tutto (parzialmente) vero, però i pregi di “Beauty Behind The Madness” sono senza dubbio maggiori dei difetti. Dopo vari mixtapes e due veri e propri album, “Trilogy” (2012, compilation di tre mixtapes precedenti) e il poco riuscito “Kiss Land” del 2013, “Beauty Behind The Madness” ritorna ai fasti del bel mixtape “House Of Balloons”, solo con maggiore attenzione alla parte melodica delle canzoni. Il genere è sempre un R&B molto pop, ma efficace: i singoli The Hills e Can’t Feel My Face sono davvero belli, meno la celeberrima Earned It (che faceva parte della colonna sonora del film tratto dalle “cinquanta sfumature di grigio”, che non commenterò per carità di patria). Sono intriganti anche i pezzi più romantici, come Acquainted e Real Life. In conclusione, se avessimo di fronte un LP da 50 minuti (e non 65) parleremmo di CD dell’anno o cose simili; purtroppo, alcuni pezzi non perfetti rovinano il quadro generale. Perdoniamo però The Weeknd, che con una voce del genere può permettersi anche qualche passo falso.

27) Hot Chip, “Why Make Sense?”

(ROCK – ELETTRONICA)

Gli Hot Chip sono giunti al sesto lavoro di inediti, ma il passare del tempo non sembra influire troppo sulla loro peculiare qualità di scrivere canzoni gradevoli, ballabili e senza impegno, contemporaneamente però trattando temi non semplici come la sensazione che la propria gioventù sia passata e i rapporti interpersonali, in ogni loro sfumatura. Tutta questa introduzione vuol significare che “Why Make Sense?” è un disco finalmente adulto; pur non raggiungendo la bellezza di “One Life Stand” (2010), non intacca la qualità media della produzione della band inglese. Una volta gli Hot Chip erano in un certo senso sottovalutati: considerati gli LCD Soundsystem in salsa british, hanno dimostrato di poter competere per la palma di “più importante band dance/funk del decennio” senza problemi. In “Why Make Sense?” troviamo brani efficaci come Huarache Lights, Cry For You (bello il finale à la Caribou) e Easy To Get; meno belle le ballate, come White Wine And Fried Chicken e in generale la parte centrale del CD. Il miglior pezzo è però la title track, che richiama decisamente i R.E.M. di “Monster”: segno forse che una svolta è in atto nel sound del gruppo? Il risultato è dunque apprezzabile: se consideriamo che è solamente il quarto LP più riuscito degli Hot Chip, si comprende che l’asticella è posta ad un livello davvero alto.

26) Destroyer, “Poison Season”

(ROCK – POP)

“Poison Season” è il decimo album di inediti della band canadese Destroyer, il primo dopo il bellissimo “Kaputt!” (2011). L’EP del 2013, “Five Spanish Songs”, era stata una piacevole parentesi “latina” nella produzione dei Destroyer, che però con “Poison Season” tornano sul sentiero tracciato nella loro ormai ventennale carriera. Questo CD non passerà alla storia come il loro più bel lavoro, ma di certo non abbassa il livello medio della loro produzione: Dream Lover è un capolavoro indie, mentre Forces From Above è più barocca, ma non meno efficace. Tuttavia, è la romanticissima The River la vera perla dell’album. Si nota un progressivo allentarsi del ritmo e della tensione in “Poison Season”, quasi che Bejar & co. cerchino il raccoglimento dell’ascoltatore prima della bella conclusione di Times Square, Poison Season II. In conclusione, se a tratti l’LP può apparire pesante e fin troppo sofisticato, è anche vero che di band che arrivano al loro decimo CD nelle brillanti condizioni dei Destroyer ne esistono (e ne sono esistite) pochissime.

25) Libertines, “Anthems For Doomed Youth”

(ROCK)

Un nuovo album dei Libertines era altamente improbabile anche solo da concepire un anno fa: Pete Doherty sembrava ormai definitivamente perso, tra problemi di droga e sentimentali; Carl Barât aveva intrapreso una (non esaltante) nuova avventura con i Dirty Pretty Things. Insomma, dopo soli due album di inediti la carriera del gruppo inglese sembrava già finita. Poi, all’improvviso, l’incredibile notizia: Libertines pronti alla reunion, con nuovo CD annesso. In generale, possiamo dire che “Anthems For Doomed Youth” non raggiunge i livelli dell’esordio della band, quell’”Up The Bracket” (2002) che ha contribuito a formare molti gruppi indie rock successivi. E’ però sicuramente migliore di “The Libertines” del 2004 e di gran parte del lavoro di Barât con i Dirty Pretty Things e del Doherty frontman dei Babyshambles. Quindi, in sintesi, davvero niente male: pezzi come Barbarians e Gunga Din, se fossero stati scritti nell’epoca pre-Strokes, avrebbero fatto gridare al miracolo. La stessa title track non è male, così come la conclusiva Dead For Love (evidente il richiamo alle vicissitudini occorse fra Doherty e Kate Moss). “Anthems For Doomed Youth” regala quindi un buon LP ai fan del britpop e del rock più sbarazzino, due dei generi dove Doherty e Barât eccellono. E conferma che, se la sua produzione non fosse stata fermata dai continui periodi in rehab, Pete Doherty sarebbe uno dei più importanti cantanti della sua generazione.

24) Foals, “What Went Down”

(ROCK)

Il quarto lavoro di studio degli inglesi Foals, “What Went Down”, può essere catalogato come uno dei CD rock migliori del 2015. Considerati gli inizi underground, i Foals hanno fatto decisi passi avanti verso il rock da stadio (U2 e Coldplay sono maestri in questo): già dalla title track capiamo questo trend. La voce di Yannis Philippakis è più roca e tirata che mai, molto di più per esempio che nel precedente LP “Holy Fire” (2013). Certo, la band inglese non inventa nulla: i riferimenti a Cure, Arctic Monkeys e in genere l’indie dei primi anni 2000 è innegabile. Il CD resta comunque molto piacevole, sapendo mescolare sapientemente i generi musicali coinvolti nel mix “foalsiano”. In generale possiamo affermare senza tema di smentita che “What Went Down” è il lavoro più qualitativamente equilibrato nella produzione dei Foals, peraltro quasi sempre non disprezzabile: dal pop di Birch Tree al rock di What Went Down, già citata, tutto gira a meraviglia. Uno dei più intriganti CD britannici dell’anno: e considerando che il 2015 contava artisti UK del calibro di Jamie xx, Florence And The Machine e Mumford And Sons (rispettivamente: magnifico il lavoro di Jamie, buono quello di Florence, pessimo quello dei Mumford And Sons) non era così scontato.

23) Wilco, “Star Wars”

(ROCK)

Giunti al nono album di inediti, gli statunitensi Wilco si confermano ad alti livelli. Stiamo parlando di una delle band di alternative rock più significative degli ultimi vent’anni: “Yankee Hotel Foxtrot” del 2002 è uno degli album più importanti del decennio, oltre che una delle più strazianti testimonianze dello scoramento degli Stati Uniti post-11 settembre 2001. “Star Wars” si afferma come un lavoro abbastanza sperimentale, ma contemporaneamente in grado di non scontentare i fans più tradizionalisti della band. Le prime due tracce, la breve EKG e More…, sono molto beatlesiane, mentre la seguente Random Name Generator è molto più nel tradizionale solco tracciato da Jeff Tweedy & co. negli ultimi anni. Un po’ R.E.M. (come in The Jock Explained), un po’ Grizzly Bear (nella bella You Satellite), i Wilco riescono a stare sempre sul pezzo, pur con un album che non supera i 40 minuti di lunghezza. E con già otto album alle spalle non era una missione così scontata. PS: “Star Wars” è stato distribuito gratuitamente sul sito ufficiale del gruppo. Perché gli U2 non prendono nota e, la prossima volta, non fanno anche loro così invece di obbligare i clienti Apple a possedere il loro CD? Un po’ di umiltà non fa male.

22) Tobias Jesso Jr, “Goon”

(POP)

Può un album incentrato esclusivamente sul pianoforte e sulla voce del cantante (l’esordiente canadese Tobias Jesso Jr) essere in grado di tenere concentrato l’ascoltatore per tutti i suoi 46 minuti di durata? Beh, evidentemente sì. Jesso Jr, malgrado sia al primo lavoro da solista, riesce a catturare anche i non amanti della musica pop romantica, con pezzi come Can’t Stop Thinking About You (molto classica, non a caso posta come apertura del CD) e Without You (più complessa, anche come orchestrazione). Come si capisce dai titoli dei brani, il tema principale è l’amore, ma Tobias lo racconta con grazia, senza essere obbligatoriamente strappalacrime. Ovviamente il primo riferimento a cui si guarda ascoltando “Goon” è Elton John, ma anche artisti meno celebri rientrano nel novero delle influenze di Jesso Jr. Nel mondo infatti vi sono pianisti stimati come Lang-Lang o il nostro Ludovico Einaudi, ma indubbiamente avere voci fresche come Tobias Jesso Jr aiuta a mantenere la passione per una parte della scena musicale magari ricercata e di nicchia, ma che sa regalare perle come “Goon”. Una delle maggiori promesse del pop mondiale: questo è Tobias Jesso Jr.

21) Natalie Prass, “Natalie Prass”

(POP)

L’esordio della cantautrice americana Natalie Prass richiama fortemente le atmosfere pop e jazz anni ’60, ma cerca di rinnovarle e attualizzarle al XXI secolo. Un’operazione tentata molte volte, ma la giovane Prass raggiunge vette notevoli: la iniziale My Baby Don’t Understand Me è più vellutata, mentre la seguente Bird Of Prey è più mossa e con la batteria più in evidenza. In generale, le nove canzoni del CD riescono nel loro intento primario: intrattenere e rilassare. Poi è ovvio: non si può parlare di capolavoro. Di certo però “Natalie Prass” è uno dei tanti ottimi esordi che hanno fatto scrivere a molti esperti che il 2015 può cambiare radicalmente il panorama musicale, risultato che il 2014 aveva clamorosamente fallito, caratterizzandosi anzi, come già accennato, per una qualità media piuttosto scialba. Peccato per la breve durata del lavoro (circa 38 minuti), altrimenti la posizione in classifica sarebbe stata anche migliore.

20) FFS, “FFS”

(ROCK – POP)

Non chiamatelo supergruppo (così hanno chiesto più volte i membri degli FFS)! La band nasce dall’unione degli Sparks (nati negli anni ’70 a Los Angeles e autori del fondamentale “Kimono My House” nel 1974, che fondeva benissimo art rock e glam) e i Franz Ferdinand (band scozzese celebre per l’eponimo fulminante esordio, datato 2004, uno dei manifesti dell’indie rock dei primi anni 2000). Insomma, non un incontro fra uguali: gli uni apparentemente pronti per la pensione, gli altri magari non al top della condizione, ma sempre sulla cresta dell’onda. “FFS” riesce però a non sembrare finto o artefatto: pezzi come Police Encounters, Piss Off e Johnny Delusional non rimangono indifferenti agli amanti dell’indie rock. I 12 pezzi di “FFS” riescono abilmente a intrattenere il pubblico, che può trovare pezzi scanzonati come barocchi o addirittura suite lunghe più di 6 minuti (la ironica Collaborations Don’t Work). Non un capolavoro, ma certamente oltre le più rosee aspettative. L’esperimento si riproporrà in futuro? Staremo a vedere, ma se il livello replicherà quello di “FFS” ne vedremo delle belle.

19) Viet Cong, “Viet Cong”

(PUNK)

Questo disco nasce nella tragedia: infatti i Viet Cong sono solo apparentemente una band post-punk canadese al loro primo lavoro. Essi infatti hanno origine dagli Women, ma non comprendono il chitarrista Christopher Reimer, morto nel 2012. I rimanenti membri dei Viet Cong hanno quindi già alle spalle una solida esperienza, ma questo album si staglia come il loro migliore lavoro: suoni distorti, pezzi lunghi e profondamente evocativi (l’ultima Death dura addirittura 11 minuti!) e chitarre potentissime, il tutto accompagnato da una batteria sempre sul pezzo. Su tutto si staglia la bellissima March Of Progress, miglior pezzo punk dell’anno e highlight dell’album. Insomma, un LP di ottima fattura, che malgrado la breve durata (soli 37 minuti) è in grado di compendiare tutta la drammaticità e la disperazione di quattro uomini che hanno perso non solo un compagno di band, ma anche un caro amico.

18) Joanna Newsom, “Divers”

(POP – FOLK)

La bella Joanna è giunta al quarto album, ma lo smalto è rimasto quello dei tempi migliori. In “Divers” la cantante (e arpista) americana ricorda le atmosfere del Barocco e del Rococò: melodie sofisticate, strumentazione abbondante e tonalità della voce che varia da canzone a canzone, a seconda del mood richiesto. Vi sono infatti pezzi più intimisti come Sapokanikan e la title track; altri più ritmati, come la bella Leaving The City. Ottima inoltre la chiusura del CD, con sia A Pin-Light Bent sia Time, As A Symptom che colpiscono l’ascoltatore. Peccato per alcuni pezzi leggermente fuori fuoco, come The Things I Say e You Will Not Take My Heart Alive, altrimenti la posizione finale sarebbe stata ancora migliore. In conclusione, rispetto alla maratona espressa con “Have One On Me” del 2010 (tre CD, oltre due ore di durata totale!), “Divers” si mostra più “modesto”, ma non per questo meno efficace. Un altro prezioso tassello alla già ottima carriera di Joanna Newsom è stato dunque aggiunto grazie a “Divers”. Menzione finale per la copertina, davvero magnifica: senza dubbio fra le migliori create nel 2015.

17) Beach House, “Depression Cherry” / “Thank Your Lucky Stars”

(POP)

I Beach House hanno fatto le cose in grande quest’anno: non uno, ma addirittura due album pubblicati in meno di due mesi! La cosa più interessante è che entrambi meritano applausi. Partiamo dall’analisi del primo in ordine temporale, ovvero “Depression Cherry”. Giunti alla quinta fatica di studio, il duo statunitense ritorna a un suono più etereo rispetto ai due magnifici album che precedono “Depression Cherry”, vale a dire “Teen Dream” (2010) e “Bloom” (2012). Se il CD può essere considerato una sorta di ritorno alle origini per Legrand e Scally, bisogna ammettere che la qualità è leggermente inferiore a “Teen Dream” e “Bloom”. L’ottima Sparks richiama lo shoegazing appena accennato di 10 Mile Stereo del 2010, mentre altre canzoni (su tutte l’introduttiva Levitation e 10:37) riecheggiano le atmosfere di “Devotion”(2008), secondo LP della band. In generale, “Depression Cherry” colpisce positivamente per la coesione sonora e ritmica, ma manca dei colpi di genio a cui i Beach House ci avevano abituato. Per quanto riguarda “Thank Your Lucky Stars”, possiamo dire che si mantiene su ottimi livelli, superando nel complesso il predecessore per coesione e qualità delle melodie (esemplari le belle Majorette e Elegy To The Void), anche se resta il tono tremendamente malinconico di “Depression Cherry”. In conclusione, un anno davvero ottimo per il dream pop, che con Beach House e Deerhunter ha ritrovato alcuni dei suoi maggiori esponenti in buone condizioni. Un ultimo appunto sui nostri beneamati Beach House: non sarebbe stato meglio fare una sintesi fra le due sessions di registrazione e pubblicare un solo CD di, per esempio, 11-12 canzone invece che due da 9? Allora sì che il lavoro sarebbe facilmente entrato nella top 10 dei migliori LP del 2015… Ma del resto, quando un gruppo come i Beach House omaggia i suoi fans con ben due raccolte di inediti in un anno, dobbiamo anche protestare?

16) Björk, “Vulnicura”

(POP – SPERIMENTALE)

Ottavo album di studio per la celebre cantante finlandese Björk: chi pensasse che la parabola discendente sia ormai iniziata si sbaglia di grosso. Alle soglie dei cinquant’anni, Björk al contrario con “Vulnicura” ritorna, se non ai fasti dei suoi primi album “Debut” (1993) e “Post” (1995), certamente a “Vespertine” (2001), cosa non scontata. Il lavoro è una sorta di concept album riguardo la separazione della cantante dall’ex marito Matthew Barney e le sue conseguenze sull’animo di Björk. La doppietta iniziale di canzoni, formata da Stonemilker e Lionsong, a metà fra Massive Attack e musica sinfonica, è bellissima; anche il resto del CD però non si fa disprezzare, con la lunghissima Black Lake (ben 10 minuti) a fare da nucleo dell’intero LP. In generale, le 9 tracce di “Vulnicura” rappresentano un ritorno allo sperimentalismo new wave che ha fatto la fortuna della cantante finlandese e un netto passo avanti rispetto al penultimo “Biophilia” (2011): inatteso no, ma certo non pronosticabile.

15) Neon Indian, “VEGA INTL. Night School”

(ELETTRONICA)

Dopo 4 anni di assenza dalle scene, i Neon Indian di Alan Palomo tornano finalmente sulla scena con “VEGA INTL. Night School”. Se i due precedenti lavori, “Psychic Chasms” del 2009 e “Era Extraña” del 2011, avevano contribuito ad accendere i riflettori sul giovane compositore messicano, con il nuovo LP Palomo compie un deciso passo avanti. Il percorso chillwave ed elettronico continua, ma accanto a questi due generi troviamo abbondanti tracce di funk, dance e musica anni ’80. I risultati sono discontinui, ma complessivamente davvero notevoli: colpiscono in particolare la trascinante Slumlord, Techno Clique e la quasi reggae Annie, ma anche C’Est La Vie (Say The Casualties!) non è per niente male. I Neon Indian non sono mai stati così ambiziosi: lo si nota dalla complessità di alcune composizioni e dal fluire continuo dei beat, che non lasciano mai sazio l’ascoltatore. Ciò dimostra che l’eredità di Prince, Stevie Wonder e James Brown non è andata perduta. Diciamo che, se ci sarà un quarto CD dei Tame Impala sul solco tracciato da “Currents”, probabilmente esso suonerà molto simile a “VEGA INTL. Night School”: ed è un grosso complimento per Palomo & co.

 14) Father John Misty, “I Love You, Honeybear”

(ROCK)

Uscire da una band al culmine del successo può segnare la fine prematura di una promettente carriera. Per Josh Tillman, ex percussionista della band americana Fleet Foxes, ciò al contrario ha rappresentato un nuovo inizio: al secondo album da solista sotto il nome di Father John Misty, Tillman scrive una grande pagina del rock degli ultimi anni. Se nelle liriche egli spesso analizza i problemi (piccoli e grandi) della classe media, come avere un bambino e i problemi che comporta oppure i rapporti con la moglie (esemplari la title track e Ideal Husband), è nelle parti più ironiche che Tillman dà il meglio di sé. Titoli come Bored In The USA o The Night Josh Tillman Came To Our Apartment sono di facile interpretazione. Musicalmente parlando, “I Love You, Honeybear” si distanzia molto dai due album dei Fleet Foxes: il rock predomina, ma un tocco di elettronica viene aggiunto qua e là (ottima True Affection). In conclusione, un ottimo CD, che testimonia come Tillman avesse ragione a sentirsi sminuito ad essere “solo” il batterista dei Fleet Foxes: egli è ad ora uno dei migliori cantautori americani.

13) FKA Twigs, “M3LL155X”

(TRIP HOP – ELETTRONICA)

Dopo il fortunato esordio dello scorso anno, la promettente cantautrice inglese Tahliah Debrett Barnett, meglio nota come FKA Twigs, torna con un agile EP: il titolo suona incomprensibile, ma va interpretato come “Melissa”, a sentire Barnett. “LP1”, l’esordio su CD di Twigs, aveva colpito l’anno passato per la sua abilità nel resuscitare un genere apparentemente morto e sepolto come il trip-hop. Questo genere aveva avuto cultori del livello di Morcheeba, Gorillaz e Massive Attack; era però da anni che non si sentiva un uno-due così efficace come quello di FKA Twigs. Le cinque canzoni di “M3LL155X” colpiscono per coerenza e coesione, rendendo il tutto godibile e molto intrigante: brani come Figure 8 e In Time sono davvero affascinanti, così come la oscura Glass & Patron, quasi techno in certi tratti. Tahliah Debrett Barnett dimostra ancora una volta il suo sconfinato talento e ci fa bramare di sapere verso quali lidi si dirigerà con il suo prossimo album vero e proprio. Attendiamo fiduciosi.

12) Blur, “The Magic Whip”

(ROCK)

Primo album di canzoni inedite in 13 anni, primo nella formazione originale addirittura in 20: il rischio di imbattersi in un album fatto solo per vendere copie ai nostalgici del britpop inglese anni ’90 era altissimo. I Blur d’altro canto ci avevano abituato fin troppo bene, così come il Damon Albarn solista e con i Gorillaz (altra sua fortunata creatura). Fortunatamente, i nostri timori sono stati presto fugati: dalla bellissima Lonesome Street alla delicata My Terracotta Heart, dall’acid rock di Go Out all’elettronica di Thought I Was A Spaceman, “The Magic Whip” risulta essere una delizia pop, per ascoltatori giovani e meno giovani. Non mancano aperture al prog rock (nella conclusiva Mirrorball) e richiami “gorillaziani” (Ghost Ship e Ice Cream Man), ma la vera meraviglia arriva con There Are Too Many Of Us: Albarn & co. affrontano il problema del sovrappopolamento con una marcetta trascinante. La battaglia delle band è definitivamente vinta a scapito degli arcirivali Oasis. Bentornati, Blur.

11) D’Angelo & The Vanguard, “Black Messiah”

(SOUL – R&B)

D’Angelo ha impiegato 14 anni a comporre un nuovo album di studio (il pluripremiato “Voodoo” risale infatti al 2001). Solo pigrizia oppure cura maniacale? Senza dubbio la seconda, ma non va dimenticato che il cantautore soul statunitense ha anche avuto gravi problemi di droga e alcol durante questo periodo di inattività. D’Angelo torna così alla ribalta con “Black Messiah”: 12 brani che spaziano dal rock al funk al soul, un concentrato della musica nera degli ultimi 30 anni. La qualità delle canzoni è generalmente molto alta: Ain’t That Easy ricorda Frank Ocean, mentre la marcia di 1000 Deaths è trascinante anche grazie alla perfetta fusione tra chitarra e basso. La parte centrale dell’album si focalizza più sul pop e l’intimità delle melodie: Sugah Daddy e Really Love sono le migliori. Da aggiungere il brano dedicato al grande Desmond Tutu Till It’s Done (Tutu) e il richiamo di “Ritorno Al Futuro” con le due parti di Back To The Future. Assieme a “To Pimp A Butterfly”, “Black Messiah” è il miglior album soul dell’anno. Piccola nota a margine: è vero, questo LP è uscito a fine 2014, ma sembrava un peccato non includerlo in nessuna lista dei migliori album (troppo tardi per il 2014, troppo presto per il 2015). Fidatevi: merita più di un ascolto.

10) Panda Bear, “Panda Bear Meets The Grim Reaper”

(ELETTRONICA)

Al quinto album solista, Noah Lennox (in arte Panda Bear) è intimista come non mai: “Panda Bear Meets The Grim Reaper” rappresenta un altro step di una carriera davvero fantastica, sia solista che facendo parte degli Animal Collective, di cui è fondatore e leader. Accanto a canzoni più tradizionali come Mr Noah e Crossroads (molti i richiami ad artisti elettronici contemporanei come i Daft Punk, ma anche agli anni ’80) ne troviamo infatti altre più raccolte come Tropic Of Cancer (dedicata al padre morto per cancro) e Lonely Wanderer, che sembra richiamare la sua condizione di “girovago solitario”. Stupisce questa apertura in un uomo di solito molto geloso della sua privacy come Lennox: era dai tempi della seconda parte di “Feels” (2005) e da Brother Sport in “Merriweather Post Pavilion” (2009), entrambi peraltro album degli Animal Collective, che non si notava tale sua caratteristica. Tanto di cappello a Panda Bear dunque: ce ne fossero di artisti coraggiosi come lui nel panorama musicale contemporaneo…

9) Courtney Barnett, “Sometimes I Sit And Think, And Sometimes I Just Sit”

(ROCK)

Il titolo sembra anticipare un album prolisso e pretenzioso; beh, nessuna impressione può essere più sbagliata. Courtney Barnett si candida a esordiente indie rock del decennio: la giovane cantante australiana ritorna a inizio XXI secolo, età dell’oro dell’indie, quando nacquero band come Strokes e Franz Ferdinand. Le prime due canzoni Elevator Operator e Pedestrian At Best sono manifesti delle intenzioni della Barnett; Small Poppies addirittura ricorda i Led Zeppelin. Il suo suono riesce però a contaminarsi anche con White Stripes e il pop à la Robbie Williams, ottenendo risultati spesso straordinari: la conclusiva Boxing Day Blues ne è un valido esempio. L’immediatezza di “Sometimes I Sit And Think…” è paragonabile a “Vampire Weekend” e “Teen Dream” (tanto per citare due band come Vampire Weekend e Beach House che di immediatezza se ne intendono). Chiaramente il CD di per sé non sarà un capolavoro di sperimentalismo o arditezza stilistica, ma la musica deve anche essere svago, giusto? Quindi: benvenuta Courtney e grazie per aver riaperto (anche se per poco più di 35 minuti) l’armadio dei nostri ricordi, quando sembrava che l’indie dovesse soppiantare il mainstream.

8) Sleater-Kinney, “No Cities To Love”

(PUNK)

Dunque: qua parliamo di uno dei più sorprendenti ritorni sulla scena musicale degli ultimi anni. Le Sleater-Kinney sono state negli anni ’90 una delle band-simbolo del movimento punk femminile americano (non a caso chiamato “riot grrl”), assieme alle Hole di Courtney Love. Dopo aver sfornato sei ottimi CD, nel 2006 si erano sciolte, dedicandosi a progetti solisti. Nove anni dopo, l’evento: la reunion. E i risultati sono ancora una volta ottimi: le tre ex ragazze rivoltose si scoprono più mature, ma i cavalli di battaglia sono sempre i soliti, dalla critica al capitalismo sfrenato, alla discriminazione verso il sesso femminile, alla lotta alla povertà. Il punk delle origini non si è diluito, anzi: in poco più di 30 minuti le Sleater-Kinney sfornano dieci potenziali hit punk/rock, nessuna delle quali sfigura. Spiccano Price Tag, la title-track e A New Wave, una delle tracce dell’anno. Incredibile come i Cloud Nothings nel 2014 e quest’anno Viet Cong e Sleater-Kinney abbiano resuscitato un movimento (il punk) che sembrava oramai aver dato tutto. Insomma, un trionfo: come testimoniano Blur e Sleater-Kinney (ma anche i My Bloody Valentine nel 2013), le reunion a volte riescono ad aggiungere capitoli interessanti a carriere già leggendarie.

7) Grimes, “Art Angels”

(ELETTRONICA – POP)

Era uno dei dischi più attesi dell’anno. Claire Boucher, la cantante canadese meglio conosciuta come Grimes, nel 2012 aveva stupito tutti con “Visions”, suo terzo lavoro di studio ma primo ad avere un certo successo, superbo CD che mescolava elettronica e pop in maniera davvero unica. In “Art Angels” Grimes torna alla stessa formula già sperimentata in “Visions”, con minore inventiva ma superiore confidenza nei propri mezzi. I risultati sono ancora una volta ottimi: brani come la potente SCREAM, la title track e la ottima Venus (a cui ha collaborato Janelle Monáe) sono concepibili solo da un genio della musica moderna come Grimes, molto maturata anche vocalmente. La perla del CD è però World Princess Part II, uno dei migliori pezzi pop dell’anno. Album per certi versi folle, “Art Angels”, ma nondimeno accattivante e ben fatto: i pochi passi falsi (come California) sembrano confermare che la perfezione non è di questo mondo. Top 10 pienamente meritata per “Art Angels” e per Claire Boucher, una delle poche artiste per cui si possa dire: nessuno suona come lei.

6) Deerhunter, “Fading Frontier”

(ROCK – POP)

I Deerhunter non sono mai stati apprezzati per le canzoni allegre o il clima gioioso dei loro album. Anzi, molto spesso valeva il contrario: a partire dal secondo lavoro di studio “Cryptograms”(2007) fino a “Monomania” (2013), la loro cifra stilistica era sempre stato un indie rock venato di ambient music e pop, aggressivo e con testi riguardanti temi scottanti come morte, sessualità, guerra… “Fading Frontier” è perciò una gradita scoperta: un album che cresce ad ogni ascolto, accessibile e decisamente più commerciale rispetto ai citati lavori precedenti. Si ritorna dunque alle melodie dream pop di “Halcyon Digest” (2010), capolavoro del gruppo. Bradford Cox e Lockett Pundt, frontman e chitarrista dei Deerhunter, oltre che menti creative della band, danno sfogo alla loro vena più intimista e serena. I testi d’altra parte non sono banali nemmeno in “Fading Frontier”: in Take Care “copiano” un titolo ai Beach House, ma trattano di storie d’amore finite male; in All The Same narrano le disavventure di un uomo che perde moglie e figli, ma trasforma le proprie debolezze in forza per riemergere. Il brano migliore è però Breaker, primo pezzo con parte canora condivisa fra Cox e Pundt nella produzione dei Deerhunter, che riecheggia Beach House e Real Estate. Bella anche Living My Life, che sembra quasi ispirarsi a Bon Iver. Nessuno dei 9 piccoli gioielli che compongono questo LP può dirsi fuori posto: un altro tassello alla già ottima carriera dei Deerhunter è stato aggiunto. E l’eredità del gruppo americano inizia a farsi davvero ingombrante, con una qualità media tremendamente alta.

5) Kendrick Lamar, “To Pimp A Butterfly”

(HIP HOP)

Kendrick torna dopo il pluripremiato “Good Kid, M.A.A.D. City” (2012) e le aspettative sono più alte che mai: tornerà agli stessi, straordinari livelli? La risposta è: decisamente sì. Anzi, per certi versi “To Pimp A Butterfly” riesce in una missione che “Good Kid…” aveva tralasciato: ridare orgoglio alla comunità nera, colpita come abbiamo visto da tragici eventi negli Stati Uniti, soprattutto a causa degli scontri con le forze di polizia. Mentre infatti il secondo album solista narrava l’infanzia dell’autore, “To Pimp A Butterfly” denuncia le discriminazioni subite dagli afroamericani statunitensi (For Free, ma anche For Sale e How Much A Dollar Cost? sono chiari esempi). Musicalmente parlando, il CD allarga lo spettro musicale di Lamar, passando dal jazz (in For Free) ai ritmi della musica africana (Momma). Notevoli le collaborazioni con due mostri sacri del rap come Snoop Dogg (in Institutionalized) e Dr. Dre (in Wesley’s Theory). La bellissima King Kunta è probabilmente il miglior pezzo hip hop dell’anno. Infine, la parte finale della conclusiva MortalMan è davvero fantastica. Insomma, un trionfo lungo più di 78 minuti: un classico dell’hip hop moderno e un LP che può anche parlare ai non appassionati del genere (chi scrive ne è un esempio). Lamar può tranquillamente essere nominato “artista afroamericano dell’anno”.

4) Wolf Alice, “My Love Is Cool”

(ROCK)

L’esordio rock dell’anno. Al primo album di studio, gli inglesi Wolf Alice tirano fuori un album semplicemente splendido, che riesce a mescolare con grande abilità generi fra loro diversi (grunge, alternative rock e pop), grazie anche alle meravigliose voci di Ellie Rowsell e Joff Oddie, che un po’ giocano a fare gli xx e un po’ i My Bloody Valentine. Non vi sono brani sbagliati o fuori posto: anzi, il terzetto iniziale (Turn To Dust, Bros e Your Loves Whore) è probabilmente il migliore del 2015. Altri pezzi non trascurabili sono Lisbon e la conclusiva The Wonderwhy, che ricordano gli Interpol di “Turn On The Bright Lights”; invece Giant Peach gioca a fare gli Strokes. Non sarà il nuovo “Loveless” o “Kid A”, ma certamente “My Love Is Cool” resterà anche in futuro come uno dei migliori esordi degli anni ’10 del XXI secolo. Complimenti ai Wolf Alice, sperando che il loro non sia solamente un fuoco di paglia, ma l’inizio di una bella carriera: il talento sembra esserci.

3) Tame Impala, “Currents”

(ROCK)

Coraggio: ecco una delle parole chiave per descrivere la svolta dei Tame Impala. Dopo due album riusciti come “Innerspeaker” (2010) e “Lonerism” (2012), ci saremmo aspettati un inevitabile passo falso del quintetto australiano. Beh, mai impressione fu più sbagliata: la band “aussie” capitanata da Kevin Parker non finisce di stupire, pubblicando un CD davvero gradevole. “Currents” si distacca dalla psichedelia dei due precedenti lavori, virando decisamente verso una elettronica zuccherosa e tremendamente ammaliante. Eventually e Cause I’m A Man ne sono esempi notevoli (la prima inizia potente, poi diventa quasi Bee Gees; la seconda è una ballata davvero buona), ma il vero capolavoro è Let It Happen: 7 minuti piazzati ad inizio album (il rischio supponenza o arroganza era altissimo) a imitare i Daft Punk, con parte centrale quasi “tamarra” e voce di Parker quanto mai distorta. Clamorosa Past Life, con duetto fra Parker e una misteriosa seconda voce su base R&B: brano da urlo. Da non sottovalutare anche Yes, I’m Changing e Disciples, unico pezzo che ricorda il passato psichedelico del gruppo. Insomma, “Currents” segna una svolta fondamentale nella carriera dei Tame Impala, a questo punto uno dei maggiori gruppi rock contemporanei. Ma sorge spontanea una domanda: possiamo ridurre Parker & co. al rock? Direi proprio di no. “Currents” amplia notevolmente il loro range sonoro, passando per elettronica e funk. Chapeau ad una delle più significative band contemporanee.

2) Jamie xx, “In Colour”

(ELETTRONICA)

Ormai la musica elettronica rischia di diventare un genere troppo inflazionato: questo sembra infatti essere il trend della musica contemporanea. Daft Punk, Burial, Caribou, Aphex Twin: tutti devono per forza suonare come uno di questi capisaldi della EDM (Electronic Dance Music), i più sostengono. Ebbene, non è così: l’esordio solista di Jamie Smith (in arte Jamie xx), batterista degli osannati xx, colpisce per la freschezza del suono. Si va dal post dubstep di Gosh al pop molto à la xx di Stranger In A Room (cantata non a caso dal collega di gruppo Oliver Sim), ma le perle sono prevalentemente club music: la tesissima Hold Tight e la bella The Rest Is Noise colpiscono l’ascoltatore. Tuttavia, i veri capolavori sono Loud Places e SeeSaw, con Romy Madley-Croft (l’altra componente degli xx) a condurre le danze: due brani pop/elettronici raffinati e affascinanti, tra i più riusciti dell’anno. “In Colour” è semplicemente uno dei migliori CD di musica elettronica del decennio, capace di suonare innovativo pur in un genere molto “frequentato” come la EDM: ecco il grande pregio di Jamie xx.

1) Sufjan Stevens, “Carrie & Lowell”

(FOLK)

Sufjan Stevens non è mai stato un artista facile: fin dagli esordi si era prefisso obiettivi ambiziosi e allo stesso tempo complessi (raccontare gli Stati americani, reinventare le canzoni della tradizione natalizia made in USA…), ma con “Carrie & Lowell” la missione è di quelle apparentemente impossibili: narrare il lutto per la morte della madre senza apparire patetico o, peggio, uno sciacallo pronto a sfruttare un lutto per ragioni puramente economiche. Beh, Sufjan riesce straordinariamente bene a superare anche questa missione: canzoni come Should Have Known Better, Death With Dignity e la meravigliosa Fourth Of July sono fra le migliori mai composte in carriera, con liriche davvero commoventi. In generale, quello che musicalmente rimane impresso di “Carrie & Lowell” è la straordinaria coesione e la perfezione stilistica, che lo rendono il migliore album pop del decennio. Inoltre, finalmente Stevens non si dilunga eccessivamente nella durata e nel numero delle canzoni presenti, riducendo il CD a 12 canzoni invece che le solite 18-19. Una vera perla, insomma, che rende magici i 45 minuti scarsi di durata di “Carrie & Lowell”. Il premio di miglior CD del 2015 non poteva essere più meritato.

Non esitate a commentare per eventuali suggerimenti o, ovviamente, critiche alla mia selezione! Spero che i 40 album menzionati sappiano intrattenervi, commuovervi e farvi ballare: auguriamoci che il 2016 sia così ricco di bei CD come il 2015. A presto, cari lettori di A-Rock!