I 50 migliori album del 2022 (25-1)

Abbiamo visto che la prima parte dei 50 migliori CD del 2022 contiene nomi di spicco come Beyoncé, Taylor Swift e Florence + The Machine. Ora che siamo giunti alla parte più interessante della top 50, la domanda sorge spontanea: chi sarà a trionfare come album più riuscito dell’anno? Buona lettura!

25) The Weeknd, “Dawn FM”

(POP)

Il quinto album di The Weeknd segue l’acclamatissimo “After Hours” del 2020, uno dei CD di maggior successo degli ultimi anni, insieme forse solo a “Future Nostalgia” di Dua Lipa (2020 anch’esso). La missione era molto difficile, ma Abel Tesfaye riesce con successo a bissare il predecessore di “Dawn FM”, grazie a un innato talento per il pop e alcune collaborazioni di spessore.

Partiamo proprio dai collaboratori: affiancarsi a Quincy Jones, Tyler, The Creator e Lil Wayne, tra gli altri, non è cosa comune, anche per artisti affermati come The Weeknd. Avere poi la produzione di Daniel Lopatin (Oneohtrix Point Never) e Max Martin consente una flessibilità tra ritmi pop e momenti sperimentali invidiabile, come nei momenti migliori di “After Hours”. Forse questo disco non conterrà brani pop perfetti come Blinding Lights e Save Your Tears, ma è comunque un prodotto di ottima fattura.

A narrare la storia alla base del lavoro è niente di meno che Jim Carrey, il celebre attore hollywoodiano e amico del Nostro: sono i suoi intermezzi a rendere l’arco narrativo del disco coerente, malgrado qualche pezzo di troppo (Every Angel Is Terrifying). I brani migliori sono Take My Breath, qui nella versione allungata, e Less Than Zero, che pare ispirato dai The War On Drugs. Da non sottovalutare poi Out Of Time, mentre sotto la media è I Heard You’re Married, malgrado la presenza di Lil Wayne.

Il mondo di “Dawn FM” è decisamente più dark, almeno in apparenza, rispetto ad “After Hours”: già dalla copertina, in cui vediamo un Abel invecchiato e con sguardo perso nel vuoto, abbiamo una sensazione di malessere interiore trasmessa dell’artista canadese. Sentimento rafforzato dalle prime parole pronunciate dal DJ Jim Carrey in apertura: “You’ve been in the dark for way too long, it’s time to walk into the light… We’ll be there to hold your hand and guide you through this painless transition” (Dawn FM). Altrove emerge invece la figura abituale di The Weeknd, quella del conquistatore seriale di belle ragazze, dalle quali emergono infiniti problemi: “Everytime you try to fix me, I know you’ll never find that missing piece” (Sacrifice), “The only thing I understand is zero sum of tenderness” (Gasoline) e “You don’t wanna have sex as friends no more” (Best Friends) sono chiari esempi.

In conclusione, il cantante misterioso che nel lontano 2011 aveva rivoluzionato la scena R&B è definitivamente mutato in una popstar fatta e finita, con risultati strabilianti. “Dawn FM” è stato, senza dubbio, il primo grande album pop del 2022.

24) Yeule, “Glitch Princess”

(ELETTRONICA)

Il secondo album dell’artista nata a Singapore come Natasha Yelin Chang, successivamente trasferitasi a Londra e diventata non-binaria col nome di Nat Cmiel, è un ottimo CD che si inserisce sulla strada già aperta da artisti visionari come la compianta SOPHIE e Arca. Nulla di radicale, quindi, ma senza dubbio un prodotto art pop di qualità.

Yeule è una figura complessa: da un lato abbiamo un artista capace di scrivere brani pop accattivanti come Don’t Be So Hard On Your Own Beauty, dall’altro lo sperimentatore che inizia il lavoro con l’ostica My Name Is Nat Cmiel. Questa ambivalenza permea tutto il CD, che alterna momenti musicalmente più euforici (Too Dead Inside) ad altri più difficili (Fragments), spesso su testi altrettanto strani.

In Friendly Machine, ad esempio, Yeule proclama: “Always want but never need, I don’t have an identity I can feed”; invece Don’t Be So Hard On Your Own Beauty apre un varco di luce: “the sullen look on your face tells me you see something in me more pure than this dirty”. Tuttavia, l’ammissione più candida avviene nell’apertura del lavoro, in cui Yeule ci appare non come un cyborg, bensì una persona come tutti noi: “I like pretty textures in sound, I like the way some music makes me feel, I like making up my own worlds” (My Name Is Nat Cmiel).

In conclusione, “Glitch Princess” è un secondo album che alza decisamente il livello rispetto all’esordio “Serotonin II” (2019), ancora acerbo. Il pop futurista di Yeule a tratti è irresistibile; quando imparerà a mettere da parte gli sperimentalismi più fini a sé stessi (si senta Fragments a tal riguardo), avremo di fronte un vero grande progetto. Ma già così abbiamo un talento fuori dal comune.

23) Angel Olsen, “Big Time”

(COUNTRY – ROCK)

Il nuovo album di Angel Olsen, il sesto della cantautrice americana, nasce dalla tragedia e da fatti strettamente personali che hanno sconvolto la sua vita. Nel corso del 2021, Angel ha confessato la sua omosessualità, prima agli amici, poi ai genitori e infine al pubblico. Poco dopo, il padre è deceduto e poche settimane dopo, tragicamente, anche sua madre è morta. Il periodo davvero difficile vissuto recentemente da Olsen trova ovviamente spazio in “Big Time”, ma i ritmi tendenzialmente country e sereni aiutano il CD, tanto da non farlo risultare eccessivamente pesante.

L’ultimo LP vero e proprio a firma Angel Olsen è “All Mirrors” del 2019, contando che “Whole New Mess” (2020) era una sorta di remix del precedente lavoro. Inoltre, Olsen nel 2021 aveva pubblicato la breve raccolta di cover “Aisles”. “Big Time” si distacca però da tutti questi lavori: più cantautorale, meno barocco, più country e meno ispirato agli anni ’80. In generale, possiamo dire che la nuova direzione artistica intrapresa dalla Nostra è convincente in molte parti del presente lavoro.

L’inizio del CD è molto promettente: All The Good Times e la title track sono tra i migliori brani del disco. Dream Thing invece, con le sue cadenze dream pop, quasi rievoca Intern, uno dei pezzi migliori di “My Woman” (2016). Altrove abbiamo pezzi più raccolti (All The Flowers) così come rimandi al rock à la Lucy Dacus (Right Now); in generale i dieci brani del CD sono coesi e fanno di “Big Time” un’altra ottima aggiunta ad una discografia davvero di spessore. Solo Ghost On è leggermente sotto la media.

Liricamente, come anticipato, “Big Time” tocca molti dei temi che hanno reso la vita di Angel Olsen davvero difficile negli ultimi tempi. In Ghost On pare rivolgersi a sé stessa: “I don’t know if you can take such a good thing coming to you, I don’t know if you can love someone stronger than you’re used to”. Il tema di una relazione finita male compare anche in All The Good Times: “So long, farewell, this is the end” canta infatti Angel. Ma è This Is How It Works che contiene i versi più sinceri: “I’m barely hanging on… It’s a hard time again”.

In generale, come già accennato, “Big Time” continua la striscia di ottimi LP a firma Angel Olsen, in una produzione sempre più variegata e brillante. Non sarà forse il suo miglior lavoro, ma per molti sarebbe un highlight di un’intera carriera.

22) Danger Mouse & Black Thought, “Cheat Codes”

(HIP HOP)

Il primo LP di coppia fra Danger Mouse, produttore di primo piano, in passato collaboratore, tra gli altri, di Damon Albarn e The Black Keys, e Black Thought, membro del gruppo hip hop The Roots, è una gioia per i fan del rap di tendenza East Coast. Le basi sono infatti nostalgiche al punto giusto e gli ospiti, dai veterani come Raekwon e il compianto MF DOOM (presente con un verso postumo) ai più giovani Michael Kiwanuka e A$AP Rocky, senza tralasciare ovviamente i Run The Jewels, aggiungono ulteriore spessore ad un lavoro di ottima caratura.

I due avevano già provato in passato a trovare spazio nelle loro agende per una collaborazione a pieno titolo, col titolo provvisorio di “Dangerous Thoughts”; tuttavia, il progetto era stato messo in pausa per i successivi mesi, che sono poi diventati anni. Solo quest’anno il CD ha visto la luce, col titolo di “Cheat Codes”: i risultati, come già accennato, sono buoni e fanno del lavoro uno dei migliori dischi rap del 2022.

Le prime tracce che colpiscono l’ascoltatore, dopo l’inizio discreto ma convenzionale con Sometimes e la title track, sono The Darkest Part, con grande verso di Raekwon, e Because, la quale vanta ben tre featuring: Joey Bada$$, Russ e Dylan Cartlidge. Altre belle canzoni sono Aquamarine e Strangers, mentre sotto la media è Close To Famous. In generale, le composizioni scorrono bene e creano un insieme organico e coeso, che non risulta mai noioso.

In conclusione, “Cheat Codes” conferma il talento di entrambi i suoi principali autori e la potenza di una collaborazione ben piazzata: non stiamo parlando di un LP capace di reinventare la musica contemporanea, ma Danger Mouse e Black Thought hanno composto un CD di qualità, trovando meritatamente posto nella lista dei migliori lavori dell’anno secondo A-Rock.

21) Mitski, “Laurel Hell”

(POP – ROCK)

Il sesto lavoro della talentuosa cantautrice giapponese-americana è un buon lavoro pop che si rifà agli anni ’80. Su un tappeto di synth e con una batteria tonante sempre in primo piano, Mitski racconta i suoi tormenti e la volontà di trovare finalmente pace in un mondo sempre più travolgente e rapace.

Non tutto però suona allo stesso modo nel CD: abbiamo pezzi più trascinanti (The Only Heartbreaker, Love Me More, due highlight del disco) ed altri quasi ambient (I Guess, Everyone), che rendono il ritmo complessivo di “Laurel Hell” un po’ incoerente, ma mai scontato. Se musicalmente “Laurel Hell” può suonare a tratti euforico, però, Mitski si rivela un’anima tormentata.

Dopo il grande successo di “Be The Cowboy” (2018) e il lungo tour che ne seguì, Mitski aveva abbandonato qualsiasi altro interesse e le amicizie precedenti, circostanza che l’aveva fatta sentire vuota e le aveva fatto decidere di abbandonare la musica una volta per tutte. Tuttavia, il suo contratto con l’etichetta discografica Dead Oceans prevedeva la pubblicazione di un ultimo CD, quindi “Laurel Hell” ha visto la luce. Inoltre, Mitski ha deciso di imbarcarsi in un tour al fianco della superstar Harry Styles; quindi, il suo impegno verso il mondo della musica pare tutto meno che esaurito.

Liricamente, abbiamo vari frammenti che ci fanno intravedere un’anima sensibile e fragile: “I always thought the choice was mine… And I was right, but I just chose wrong” canta Mitski in Working For The Knife. La sensazione di impotenza che a volte prende tutti noi quando vogliamo ribellarci ad un ordine di cose immodificabile è evidente in Everyone: “Sometimes I think I am free… Until I find I’m back in line again”. I versi più commoventi sono però contenuti in That’s Our Lamp, che chiude il lavoro: “You say you love me, I believe you do. But I walk down and up and down and up and down this street, ’cause you just don’t like me, not like you used to”.

Vedremo, fatto sta che Mitski si conferma talentuosa come poche altre figure nel panorama contemporaneo: passata dall’indie rock delle origini, per poi arrivare ad un pop danzereccio e gioioso in “Be The Cowboy”, questo “Laurel Hell” suona come un riassunto delle puntate precedenti, con un’apertura non trascurabile verso il pop più raccolto. Nulla di trascendentale, ma un’ulteriore dimostrazione che, quando nella musica butti tutta te stessa, i risultati sanno essere davvero notevoli.

20) Jack White, “Fear Of The Dawn” / “Entering Heaven Alive”

(ROCK)

“Fear Of The Dawn”, il primo dei due pubblicati nel 2022, riprende là dove ci eravamo lasciati quattro anni fa con “Boarding House Reach”: rock sperimentale, davvero strano a tratti; copertina impostata sui tre colori bianco-nero-blu; zero coerenza tra una canzone e l’altra della tracklist. Non siamo di fronte ad un LP perfetto, ma l’ex leader dei White Stripes pare davvero divertirsi; e noi con lui.

Un tempo considerato il più “purista” tra i rocker emersi a cavallo tra XX e XXI secolo, White negli ultimi anni ha in realtà decisamente ampliato il proprio ventaglio di soluzioni: se il primo disco solista “Blunderbuss” (2012) era decisamente inserito nel blues-rock che aveva fatto la fortuna di Jack in passato, già in “Lazaretto” (2014) si erano cominciate ad intravedere delle canzoni innovative. “Boarding House Reach”, da questo punto di vista, è stato il big bang: molti fan della prima ora lo schifano, mentre i più aperti alle novità ne apprezzano la radicalità, pur con qualche errore (ricordiamo la debole Connected By Love).

“Fear Of The Dawn” si apre con due dei pezzi migliori della produzione recente di Jack White: Taking Me Back e la title track sono potentissime, quasi Black Sabbath nei momenti più duri. La chitarra del rocker di Detroit strilla come ai bei tempi e la voce è a fuoco: insomma, due ottime canzoni. Altrove abbiamo esperimenti più o meno riusciti, come Hi-De-Ho (con tanto di verso rap di Q-Tip degli A Tribe Called Quest), la sghemba Into The Twilight ed Eosophobia, addirittura divisa in due suite. Invece in What’s The Trick? ritorna il White prepotente delle prime due tracce.

In conclusione, tolto l’evitabile intermezzo Dust, “Fear Of The Dawn” è il miglior CD a firma Jack White dal lontano “Blunderbuss”: avventuroso, ambizioso, a volte troppo ricercato ma mai prevedibile o monotono. Se “Boarding House Reach” poteva sembrare un divertissement una tantum, “Fear Of The Dawn” ribadisce che White è ormai un rocker a tutto tondo, non più imprigionabile nel ruolo del tradizionalista del blues e del rock.

Il secondo album del 2022 dell’ex The White Stripes è un deciso cambiamento di rotta rispetto al precedente “Fear Of The Dawn”. Laddove quest’ultimo era un album rock sperimentale, furioso a tratti, “Entering Heaven Alive” è puro cantautorato: potremmo definirlo “la faccia buona” di White. La preferenza dell’ascoltatore per uno o l’altro dipende probabilmente dai propri gusti personali: i due CD, infatti, sono entrambi ben fatti e compongono una prova innegabile del grande talento di Jack White, unito a una versatilità non comune.

La cosa che colpisce, prima ancora delle canzoni, è la copertina di “Entering Heaven Alive”: scomparse le tracce di azzurro che trovavano spazio nei precedenti dischi solisti del Nostro, abbiamo una semplice immagine in bianco e nero. Per uno attento all’estetica come lui, questo è un cambiamento rilevante: il dubbio era cosa aspettarsi dalle tracce di “Entering Heaven Alive”.

La risposta è che Jack White è un compositore di grande talento, capace di incidere nello stesso anno brani rock robusti come Taking Me Back (riproposta in chiave acustica in questo lavoro) e Fear Of The Dawn così come deliziosi pezzi folk come A Tip From You To Me e All Along The Way. La prima parte del CD contiene le canzoni migliori: parliamo delle già citate A Tip From You To Me e All Along The Way, ma abbiamo anche If I Die Tomorrow, che tiene alto il livello nel finale di LP. Invece inferiore alle altre Queen Of The Bees, inspiegabilmente scelta come singolo di lancio.

In conclusione, “Entering Heaven Alive” chiude ottimamente un 2022 da incorniciare per Jack White. Siamo di fronte al suo miglior periodo, musicalmente parlando, più fertile anche degli esordi solisti del 2012 (“Blunderbuss” resta peraltro un buonissimo lavoro). Forse non siamo ai livelli della doppietta “White Blood Cells”-“Elephant”, incisi a cavallo tra 2001 e 2003 con Meg White, ma ci siamo dannatamente vicini.

19) Special Interest, “Endure”

(PUNK)

Il terzo CD del gruppo statunitense costruisce su quanto di buono c’era nel precedente “The Passion Of” (2020), oggetto anche di un profilo Rising sul nostro blog: un punk energico, inframmezzato da melodie quasi dance e disco. Questa volta però c’è più attenzione al post-punk stile Joy Division e Interpol, con una durata complessiva (44 minuti) che rende il lavoro più complesso rispetto a “The Passion Of” (29 minuti), ma anche più completo. I risultati sono generalmente equivalenti: siamo di fronte ad un altro ottimo LP in una produzione sempre più interessante.

Alli Logout e compagni si confermano quindi band imprescindibile per la scena punk americana grazie a quanto li aveva resi solidi già in passato: base ritmica serrata, voce spesso irresistibile, messaggi potenti trasmessi attraverso liriche sempre dirette. Prova ne siano i seguenti versi: “Liberal erasure of militant uprising is a tool of corporate interest and a failure of imagination” e “We are not concerned with peace. Peace is not of our concern” (entrambi da Concerning Peace); “If you don’t like it you can fuck right off” e “The end of the world is just a destination, I had to grow to love, yes and now I know I’m not unworthy of love” (LA Blues).

La storia più bella e tragica è però contenuta in (Herman’s) House: il brano prende spunto dalla storia vera di Herman Wallace, un membro delle Pantere Nere che ha trascorso ingiustamente 41 anni in prigione per un reato che non ha commesso. Una volta uscito, nel 2013, è morto di cancro tre giorni dopo. Ecco quindi spiegato il seguente, tragico verso: “We’ll all be Basquiats for five minutes or Hermans for life”.

I bei pezzi abbondano in “Endure”: dalla danzereccia Midnight Legend a Concerning Peace, passando per (Herman’s) House, il CD è ricco di manifesti punk potenti. Deludono in parte solo Foul e il fin troppo breve Interlude, ma i risultati complessivi restano buonissimi.

In conclusione, “Endure” riporta gli Special Interest meritatamente al centro della scena punk statunitense. I loro componimenti, in sottile equilibrio tra elettronica e rock duro, li rendono un unicum: Alli Logout, inoltre, si conferma presenza carismatica e rende ancora più speciale il gruppo. Non vediamo l’ora di vedere la loro prossima incarnazione.

18) Nilüfer Yanya, “PAINLESS”

(ROCK)

“Miss Universe”, l’album d’esordio del 2019 di Nilüfer Yanya, era indubbiamente un buon disco e si era guadagnato uno spazio nella rubrica Rising di A-Rock; tuttavia, non era ancora la dimostrazione piena del talento della cantautrice inglese. “PAINLESS” invece è un CD più realizzato e coeso, che è uno dei migliori dischi indie rock del 2022.

I 46 minuti di “PAINLESS” scorrono benissimo, tra rimandi ai Radiohead (stabilise, midnight sun) e ad Alanis Morissette (the dealer). Soprattutto nella prima parte, il lavoro è davvero ben costruito; invece pezzi come company e anotherlife sono i più deboli del lotto e fanno finire il CD su un livello compositivo inferiore rispetto alla prima metà, ma complessivamente siamo di fronte ad un ottimo secondo LP.

I testi poi sono un altro tratto interessante del lavoro: Nilüfer Yanya è infatti evocativa, ma mai troppo diretta. Di certo c’è solo il suo malessere: esemplari i versi contenuti in trouble (“Troubled don’t count the ways I’m broken, your troubles won’t count, not once we’ve spoken”) e in shameless (“Spit me out here in the sunlight … Watch me burn, night and day”). Il verso più drammatico è però questo: “Silent leaves, I walked in your forest, but there’s no roots. I am not sure I got this”, in try.

“PAINLESS” è evidentemente un titolo ironico, amaro: tanto più in un mondo tormentato come quello odierno, diviso tra l’interminabile pandemia e una guerra devastante alle porte dell’Europa. Pertanto, pur non essendo certo un disco “difficile”, “PAINLESS” è più profondo della media dei CD indie rock degli ultimi anni, sia musicalmente che liricamente, e fa di Nilüfer Yanya un nome da tenere d’occhio. Se “Miss Universe” poteva apparire agli scettici come un abbaglio, questo LP non passerà inosservato.

17) Everything Everything, “Raw Data Feel”

(POP – ELETTRONICA)

Il sesto lavoro del gruppo inglese porta con sé alcune novità: la più importante, quasi rivoluzionaria, è che i testi di “Raw Data Feel” sono stati composti da un software di intelligenza artificiale, che il leader del gruppo Jonathan Higgs ha eletto “quinto membro degli Everything Everything”. Non va tralasciato l’aspetto puramente musicale, però: questo è il miglior CD degli inglesi dai tempi di “Get To Heaven” del 2015.

La musica di “Raw Data Feel” suona infatti fresca, gioiosa: singoli riusciti come I Want A Love Like This e l’indie rock irresistibile di Jennifer sono highlights assoluti in una carriera già piena di successi. Il lavoro funziona meno nei brani più convenzionali: Pizza Boy, non fosse per il testo assurdamente divertente, è dimenticabile. Stessa cosa vale per Shark Week e HEX. Buona invece la più lenta Leviathan, così come la dolce Kevin’s Car e la danzereccia Teletype.

La curiosità, oltre che per le 14 tracce di “Raw Data Feel”, era forte anche per i testi generati dal tool di intelligenza artificiale creato da Higgs: dopo averlo “istruito” con testi presi tanto dai social quanto dalla filosofia confuciana, il sistema ha fatto in generale un buon lavoro. In alcuni casi abbiamo versi divertenti, come “Why don’t you listen to your momma? She’s old” (I Want A Love Like This), oppure profondi (“You’re in love with the future, I don’t know why”, My Computer).

In conclusione, “Raw Data Feel” è un ottimo LP da parte di un gruppo in continua evoluzione: il precedente “RE-ANIMATOR” (2020) era il loro CD più prevedibile e gli Everything Everything sembravano aver virato verso atmosfere più indie rock. Invece questo disco apre la porta a ritmi dance e ritorna al pop che li ha resi dei paladini della scena alternativa. Chapeau.

16) Beach House, “Once Twice Melody”

(POP)

L’ottavo LP del duo originario di Baltimora è un altro capolavoro in una carriera costellata di grandi CD. Diviso in quattro capitoli, articolato in 18 canzoni per 84 minuti totali, “Once Twice Melody” raccoglie tutto quanto fatto in passato dai Beach House, dalle cavalcate quasi psichedeliche (Superstar) alle ballate che riportano alle origini del gruppo (Sunset), passando per pezzi molto cinematografici (New Romance) e grandi odi dream pop (Masquerade). Non tutto funziona a meraviglia, ma quando lo fa siamo di fronte ad un lavoro imperdibile.

Interessante (e riuscita) l’idea dei Beach House di pubblicare “Once Twice Melody” in quattro diverse uscite tra novembre 2021 e febbraio 2022, dando modo al pubblico di digerire le numerose sfaccettature del lavoro. In effetti, come già accennato, la durata rappresenta il principale ostacolo ad una fruizione perfetta del CD: tuttavia, probabilmente il duo formato da Victoria Legrand e Alex Scally ha voluto fare piazza pulita dei propri archivi. Chissà che le future incarnazioni dei Beach House non divergano molto da quanto sentito negli ultimi anni.

In generale, non c’è una vera e propria narrativa alla base di ogni capitolo: i temi dell’amore, del sogno, dei ricordi e del rapporto con ciò che ci circonda, comprese le stelle, sono disseminati un po’ ovunque. Come sempre coi Beach House, è più la sensazione provocata dalla musica che le liriche ad emozionare: in pezzi come la superlativa Superstar e Masquerade lo scopo è raggiunto magnificamente. Col tempo, è quasi naturale che alcune canzoni ricalchino altre già sentite in precedenza (ESP, Illusion Of Forever), ma in generale la qualità media del lavoro è squisita.

Il tema delle stelle ricorre spesso nel lavoro: in Superstar Legrand canta “The stars were there in our eyes”, mentre Pink Funeral contiene un verso quasi identico: “The painted stars, they fill our eyes”. Altrove immagini tragiche si mescolano con altre ironiche: “Something somebody told me, think the plane is going down. You can’t take it with you, so let me buy you the next round” (The Bells), laddove New Romance contiene forse il verso più bello: “You’re somebody else, somebody new… ‘fuck it’ you said, ‘it’s beginning to look like the end’”.

In conclusione, “Once Twice Melody” è un altro grande lavoro in una discografia ormai leggendaria. Non è un caso che i Beach House incarnino l’idea di dream pop del XXI secolo: se in passato li abbiamo visti sia nella loro versione più semplice (l’eponimo esordio “Beach House” del 2006) che in quella più muscolare (“7” del 2018), passando per dischi magnifici come “Teen Dream” del 2010 e “Bloom” del 2012, questo LP è una summa di tutto quanto. Forse non è il loro migliore lavoro, ma con “Once Twice Melody” Legrand e Scally hanno scritto altre grandi pagine di dream pop.

15) SOUL GLO, “Diaspora Problems”

(PUNK)

Se l’anno passato i Turnstile avevano fatto intravedere il futuro dell’hardcore punk nel suo versante più “dream punk” con il magnifico “GLOW ON”, il complesso noto come SOUL GLO ha invece perfezionato una formula altrettanto radicale ed innovativa, ma sul versante opposto. Punk, hip hop sperimentale, metal, noise… “Diaspora Problems” è un CD lontano dal mainstream, ma poco o nulla del passato suona come lui.

Tecnicamente questo sarebbe il quarto lavoro a firma SOUL GLO; tuttavia, i tre precedenti sono andati pressoché perduti e quindi, a livello di impatto col pubblico, questo per molti sarà il primo ascolto del gruppo americano. Oltre al sound abrasivo, a livello lirico Pierce Jordan e compagni affrontano temi molto attuali e sentiti, specialmente dalle persone di colore: il singolo Jump!! (Or Get Jumped!!!)((by the future)) nomina i defunti Juice WRLD e Pop Smoke per mettere in evidenza la condizione di perenne incertezza che avvolge persone nere di successo, tanto da chiedersi “Would you be surprised if I died next week?”. Nell’iniziale Gold Chain Punk (whogonbeatmyass?) le prime parole sono “Can I live?”, che diventano quasi un mantra nel corso del brano. Altrove abbiamo infine veri e propri proclami politici: “It’s been ‘fuck right wing’ off the rip, but still liberals are more dangerous” è il più eloquente (John J).

I pezzi migliori sono Gold Chain Punk (whogonbeatmyass?) e la devastante Spiritual Level Of Gang Shit, che chiude stupendamente il lavoro. Inferiore alla media, altissima, del CD solamente Coming Correct Is Cheaper. Ma in generale va detto che il mix di suoni che formano “Diaspora Problems” richiede più ascolti per essere completamente assimilato: è come sentire i Death Grips scrivere canzoni punk ispirandosi a Sex Pistols e Black Flag. Basti ascoltare Driponomics a tal riguardo.

“Diaspora Problems” è quindi un LP complesso, ma i 39 minuti che compongono la tracklist non suonano mai monotoni. Se la rabbia espressa da Pierce Jordan e co. può a volte suonare eccessiva, pensiamo al mondo in cui viviamo attualmente, con i suoi mille problemi, e improvvisamente anche le parti più dure di “Diaspora Problems” assumono un senso.

14) Kendrick Lamar, “Mr. Morale & The Big Steppers”

(HIP HOP)

Quando uno dei maggiori rapper degli ultimi dieci anni, se non forse il migliore di tutti, pubblica un nuovo lavoro, è normale che tutto ruoti attorno a lui. Basti dire che quello stesso venerdì erano stati pubblicati i nuovi CD di artisti come Florence + The Machine, The Black Keys e The Smile… ma tutti o quasi ci siamo orientati da K-Dot.

Cinque anni erano trascorsi dall’ultimo lavoro di Kendrick Lamar: “DAMN.” usciva infatti nel 2017 e consegnava al Nostro, oltre che il primo posto nelle classifiche di vendita e in quelle di qualità di numerose riviste specializzate, nientemeno che il Premio Pulitzer, prima volta di sempre per un rapper! È chiaro che stiamo parlando di un artista speciale e “Mr. Morale & The Big Steppers” certamente non intacca l’eredità che Kendrick Lamar lascerà ai posteri… ma è davvero il capolavoro di cui molti parlano?

I 73 minuti di durata fanno pensare ad un doppio album molto denso e di difficile assimilazione, circostanze entrambe confermate, malgrado vi siano momenti più gradevoli musicalmente, si senta la trap di N95 ad esempio. Va ricordato poi che “To Pimp A Butterfly” (2015), il capolavoro indiscusso ad oggi di Lamar, durava qualche minuto in più ma è catalogato come un unico CD… in questo caso, peraltro, la divisione è presente già nel titolo, tanto che viene da chiedersi: ma chi è questo Mr. Morale? È un dubbio che non viene mai chiarito definitivamente nel corso del lavoro: uno psicoterapeuta, la compagna di Kendrick, lui stesso… le interpretazioni si sprecano, ma di nessuna possiamo essere certi. Una cosa è però sicura: se in passato Kendrick Lamar è stato elogiato per la sua incredibile capacità di narrare, quasi come se fossimo in un film, la vita nella periferia di Compton (“good kid, m.A.A.d. city” del 2012) e il razzismo prevalente in certi settori d’America (“To Pimp A Butterfly”), adesso l’attenzione è tutta per sé stesso.

Aiutato da ospiti di spessore, tra cui menzioniamo Sampha, il controverso Kodak Black e Ghostface Killah, Lamar scava come mai in precedenza nei suoi demoni, uscendosene a volte con opinioni forti per non dire “rischiose”: non ci scordiamo che siamo nel tempo del #MeToo e dell’inclusione, pertanto alcune frasi di Auntie Diaries, in cui si narra la storia di due suoi parenti omosessuali e alle prese con la transizione verso l’altro sesso, oppure della durissima We Cry Together potrebbero essere valutate in maniera diversa a seconda dell’audience. In generale, tuttavia, la volontà di mettersi a nudo in modo così esplicito rende “Mr. Morale & The Big Steppers” un CD irrinunciabile per i fan del rapper californiano.

Musicalmente, il disco è molto complesso, variegato: passiamo dalla ritmica stramba e fuori sincro dell’iniziale United In Grief alla trap di N95, per poi toccare l’R&B in Father Time e il pop-rap in Rich Spirit. Il brano che svetta su tutti è la delicata e straziante Mother I Sober, che conta la collaborazione di Beth Gibbons, cantante dei Portishead: il pezzo, dedicato alla madre di Lamar, racconta l’abuso sessuale da lei subito quando il Nostro era ancora un ragazzo e la sua disperata reazione. Evoca inoltre l’immagine della nonna di Kendrick, che lui si immagina così: “My mother’s mother followed me for years in her afterlife, starin’ at me on back of some buses, I wake up at night”. Il pezzo regge praticamente da solo la parte finale del CD e lancia magnificamente Mirror, che chiude il lavoro.

Con il supporto di produttori di spessore, tra cui annoveriamo Pharrell Williams, The Alchemist e Baby Keem, Kendrick ha pubblicato probabilmente il più complesso LP della sua carriera. Non sempre il livello è pari a quanto anticipato da The Heart Pt. 5, che aveva generato aspettative davvero altissime. Tuttavia, Kendrick Lamar ha creato un altro capitolo imperdibile in una carriera ormai leggendaria. Se parliamo di “GOAT” (Greatest Of All Time) in ambito rap, il suo nome non può essere escluso.

13) Soccer Mommy, “Sometimes, Forever”

(ROCK)

Il terzo album della talentuosa Sophie Allison, in arte Soccer Mommy, introduce delle gustose novità nel suo sound, grazie anche alla produzione di Daniel Lopatin (Oneohtrix Point Never). Il risultato è un ottimo CD indie rock, con occasionali esperimenti che guardano al trip hop (Unholy Affliction) e allo shoegaze (Don’t Ask Me).

Della “new wave” di autrici che stanno rivoluzionando il mondo indie (basti citare Phoebe Bridgers, Lucy Dacus e Julien Baker), Allison è la più grunge: prova ne sia “Clean” (2018), l’album che la fece conoscere al mondo. Invece “color theory” (2020) aveva virato verso atmosfere più soffuse, mantenendo però il candore dei testi che l’hanno resa fin da subito riconoscibile. “Sometimes, Forever” contribuisce, come già detto, ad ampliare ulteriormente la palette sonora di Soccer Mommy: Darkness Forever, ad esempio, difficilmente sarebbe entrata in un suo lavoro precedente.

A proposito di testi, Still contiene alcune delle liriche più toccanti mai scritte da Allison: “I lost myself to a dream I had… But I miss feeling like a person”. Altro verso molto malinconico è “I’m barely a person, mechanically working”, contenuto in Unholy Affliction. Altrove invece emerge l’aspetto più speranzoso dell’animo di Sophie: “Whenever you want me, I’ll be around… I’m a bullet in a shotgun waiting to sound” (Shotgun).

I migliori brani sono l’iniziale Bones, davvero travolgente; il singolo di lancio Shotgun, ottimo pezzo indie rock; e Don’t Ask Me, potente pezzo shoegaze che ricorda i My Bloody Valentine. Invece inferiore alla media Fire In The Driveway. In generale, Sophie Allison conferma quanto di buono si scrive di lei da anni: Soccer Mommy è ormai un progetto caposaldo del mondo indie contemporaneo e “Sometimes, Forever” è uno dei migliori CD rock del 2022.

12) Björk, “Fossora”

(ELETTRONICA – POP – SPERIMENTALE)

Il decimo album dell’artista islandese più nota al mondo continua la sua ricerca del perfetto album art pop. Mescolando temi mondani come il Covid-19 e il lutto passato per la morte della madre Hildur, Björk ha creato un altro CD squisito, sulle tracce dei migliori della sua produzione e un netto progresso rispetto al precedente “Utopia” (2017).

Questa volta l’artista islandese ha privilegiato i bassi e i clarinetti, creando atmosfere accessibili (Ancestress) e allo stesso tempo oscure (Atopos), con momenti di puro sperimentalismo (Mycelia). I risultati sono in generale incredibili: nei suoi momenti più riusciti “Fossora” arriva molto vicino alle vette di “Post” (1995) e “Homogenic” (1997), i due LP più celebrati della Nostra. Prova ne siano Atopos e la title track.

Il tema portante, sia della cover che di molti titoli, sono i funghi. Se “Utopia” era un album che dedicava molto spazio all’amore e all’aria come elemento naturale, “Fossora” (parola inventata da Björk che significa, dal corrispettivo latino maschile, “scavatrice”) è invece dedicato alla terra e scava nei rapporti familiari.

Dicevamo che gli argomenti principali del lavoro sono due: la pandemia e la morte della madre. Björk evoca spesso la figura di quest’ultima, con versi spesso toccanti: “Did you punish us for leaving? Are you sure we hurt you? Was it just not ‘living?’” (Ancestress); “Rejection left a void that is never satisfied, sunk into victimhood… Felt the world owed me love” (Victimhood). Il verso più bello è contenuto nella conclusiva Her Mother’s House: “When a mother wishes to have a house with space for each child, she is only describing the interior of her heart”. A rafforzare il sentimento di famiglia che pervade “Fossora”, Björk canta con la collaborazione, oltre che di serpentwithfeet (Fungal City), dei figli Sindri (Ancestress) e Isadora (Her Mother’s House).

Esclusi i due intermezzi Fagurt Er Í Fjörðum e Mycelia, eccessivamente brevi per lasciare traccia, il CD scorre benissimo, malgrado stiamo parlando di un lavoro per palati fini, amanti dell’elettronica più sperimentale e del pop più raffinato. “Fossora” è un highlight di una carriera già piena di dischi imprescindibili: Björk si conferma nome ormai leggendario.

11) Alvvays, “Blue Rev”

(ROCK)

I canadesi Alvvays mancavano da ben cinque anni dalla scena musicale. “Antisocialites” risale infatti al 2017: il CD pareva lanciarli verso una buona carriera nel mondo indie, con forti influenze shoegaze. Invece poi, tra problemi di furti, alluvioni e la pandemia, la registrazione del seguito “Blue Rev” è slittata fino al 2022, un anno che si sta rivelando sempre più ricco di album imperdibili, in ogni genere.

“Blue Rev” è infatti davvero squisito: The Smiths, R.E.M. e Lush fanno capolino qua e là come influenze, ma gli Alvvays hanno praticamente scritto il manifesto del suono dello shoegaze del 2022. Certo, ci sono tracce maggiormente dream pop (Bored In Bristol) o indie rock (Pomeranian Spinster), ma gli Alvvays hanno un sound tutto loro, accattivante e con picchi davvero notevoli come Pharmacist e Easy On Your Own?. Il replay value è garantito.

Il disco si compone di numerose canzoni, ma generalmente molto brevi, tanto che la durata complessiva arriva ad appena 38 minuti. La prima parte è eccezionale: Pharmacist, Easy On Your Own e After The Earthquake sono infatti una tripletta vincente su tutti i fronti. Abbiamo poi altre perle nascoste, come Velveteen e Belinda Says. Inferiori alla media solamente Pressed e Fourth Figure, ma restano utili nell’economia di “Blue Rev”, capace di alternare momenti più rock ad altri maggiormente intimisti in maniera ottimale.

In conclusione, “Blue Rev” è il capolavoro che chiunque avrebbe augurato agli Alvvays: se l’omonimo esordio “Alvvays” (2014) e “Antisocialites” sembravano buoni ma non ancora completamente centrati, questo LP definisce un nuovo benchmark per lo stile shoegaze. Chapeau.

10) black midi, “Hellfire”

(ROCK – SPERIMENTALE)

Il terzo CD degli inglesi black midi prosegue una carriera a metà tra folle e avanguardista, sulla scia di quel maestro che era Scott Walker: prog rock, noise, country (!!!) e puro sperimentalismo si mescolano in “Hellfire”, con canzoni che spesso cambiano radicalmente nel corso di due minuti o meno. Geordie Greep (chitarra e voce principale), Cameron Picton (basso e seconda voce) e Morgan Simpson (batteria) hanno ormai una maestria incredibile nel performare questi continui cambi di ritmo, tanto da far sembrare “Hellfire” quasi comodo da eseguire rispetto alla durezza di “Schlagenheim” (2019) e alla maggior raffinatezza di “Cavalcade” (2021).

Le dieci tracce del CD sembrano comporre una colonna sonora dell’Inferno: i tre singoli di lancio, da Welcome To Hell a Sugar/Tzu passando per Eat Men Eat, sono durissimi e hanno fatto capire una volta di più che siamo di fronte ad un complesso unico nel suo genere. Non che le altre canzoni in tracklist siano deludenti: azzeccata la scelta di mettere il breve intermezzo Half Time proprio a metà del percorso di “Hellfire”, così come è davvero irreale il country di Still, con Picton prima voce che non sfigura per nulla, pur al cospetto di un genere tanto strano e alieno per i black midi. Indimenticabile poi The Race Is About To Begin, in cui Greep spara frasi al ritmo dell’Eminem più scatenato; e ottima la chiusura di 27 Questions, in cui i black midi immaginano la triste fine dell’attore fallito Freddie Frost, che nella sua ultima opera inscena 27 domande esistenziali prima di darsi fuoco sul palcoscenico.

Liricamente, questa è la traccia che sicuramente resta più impressa. Interessante poi la scelta del gruppo di focalizzarsi su vignette di personaggi “esemplari”, narrate sempre in prima persona da Greep e soci. Ad esempio, Sugar/Tzu immagina un confronto pugilistico del futuro tra due grizzly, in cui uno dei due viene ucciso da un fan impazzito che, a suo dire, voleva accontentare il pubblico portando il sangue sul ring. Abbiamo poi il racconto delle peripezie di un soldato che soffre di stress post-traumatico (Welcome To Hell). Altrove, infine, abbiamo frasi che stroncano la stupidità umana (“Idiots are infinite, thinking men numbered”, The Race Is About To Begin).

Qualcuno può quasi avere la sensazione che gli esperimenti dei black midi siano calcolati: troppo precise queste folli canzoni per essere oneste! In realtà, il trio inglese sembra proprio fiero di continuare ad analizzare l’umanità, associando i loro racconti a qualsiasi sfaccettatura del rock aggradi loro. Saranno degli scienziati pazzi, ma c’è del genio in questa follia.

9) Perfume Genius, “Ugly Season”

(POP – SPERIMENTALE)

Il sesto album del musicista americano è una radicale reinvenzione della sua estetica. L’art pop che contraddistingueva i suoi dischi più rilevanti, da “Put Your Back N 2 It” (2012) a “Set My Heart On Fire Immediately” (2020), lascia il posto ad un intricato mix di musica sperimentale e neoclassica, che porta Perfume Genius su territori ignoti. I risultati tuttavia sono, come al solito, magnifici.

Ascoltare per la prima volta “Ugly Season” può essere un’esperienza catartica, straniante ma allo stesso tempo rilassante: il basso pulsante di Herem contrasta con lo sperimentalismo dell’introduttiva Just A Room; il ritmo quasi dance della magnifica Eye In The Wall fa da contraltare al clangore di un pezzo coraggioso come Hellbent. Se in passato Mike Hadreas era inquadrabile come artista pop a tutto tondo, pur con un’indole avanguardista, questo CD dà libero sfogo alla sua creatività.

Anche liricamente il lavoro ricalca il tema della reinvenzione, soprattutto dopo anni difficili come quelli che stiamo passando. In Hellbent ritorna il personaggio di Jason, protagonista dell’omonima traccia di “Set My Heart On Fire Immediately”, e Mike canta: “If I make it to Jason’s and put on a show, maybe he’ll soften and give me a loan”. Altrove emerge il tema dell’incertezza (“No pattern” sono le prime parole di Just A Room). In generale, le liriche di Perfume Genius sono molto meno dirette che nel recente passato, dove non si faceva problemi a descrivere la sua infanzia, tragicamente segnata dal nonno violento, o gli atti di bullismo di cui era stato vittima in passato a causa della sua omosessualità.

In generale, “Ugly Season” può essere paragonato a CD estremi per le discografie di certi artisti, come “Kid A” per i Radiohead e “Spirit Of Eden” per i Talk Talk. Vedremo in futuro se questo CD avrà lo stesso potentissimo impatto, di certo possiamo dire che Perfume Genius ha dimostrato una volta di più il suo sconfinato talento.

8) Weyes Blood, “And In The Darkness, Hearts Aglow”

(POP)

Il quinto CD di Natalie Mering con lo pseudonimo Weyes Blood prosegue il percorso artistico intrapreso col pregevole “Titanic Rising” (2019): un pop orchestrale, barocco e raffinato. Ognuno può sentirci reminiscenze diverse: Beach House, Lana Del Rey, Scott Walker, Kate Bush… tanti sono i nomi di prestigio accostabili a Weyes Blood, ormai uno dei nomi capisaldi dell’art pop mondiale.

I 46 minuti di “And In The Darkness, Hearts Aglow” scorrono benissimo: malgrado le canzoni spesso superino i sei minuti di lunghezza, nessuna è eccessivamente monotona, anzi pezzi come It’s Not Just Me, It’s Everybody e Grapevine sono capolavori fatti e finiti. Non tralasciamo poi Children Of The Empire e God Turn Me Into A Flower; solo le troppo brevi And In The Darkness e In Holy Flux aggiungono poco o nulla al risultato finale. Il CD resta comunque squisito ed è il migliore finora nella produzione di Natalie Mering.

Oltre all’orchestrazione ricca e alla produzione sempre impeccabile di Jonathan Rado (Foxygen), a colpire è la splendida voce di Weyes Blood, capace di veicolare sentimenti universali con poche parole ed evocativa di Joni Mitchell. Tra i versi più rilevanti abbiamo: “We are more than our disguises, we are more than just the pain” (Twin Flame); “Rising over the tide, oh hold me tight… You don’t get to know if your love has all it’s gonna take” (Hearts Aglow). Come vediamo, i temi dominanti sono l’amore e la necessità degli esseri umani di amarsi l’uno con l’altro per rendere meno amara la nostra esistenza.

“And In The Darkness, Hearts Aglow” è, a sentire Natalie Mering, il secondo album di una trilogia iniziata con “Titanic Rising”: vedremo se il piano verrà portato a compimento, di certo questo lavoro è il miglior LP art pop dell’anno e un passo in avanti su tutta la linea rispetto al già ottimo predecessore. Avremo già visto Weyes Blood al suo meglio? La risposta al prossimo CD; di certo siamo di fronte ad un’artista speciale.

7) Destroyer, “LABYRINTHITIS”

(ROCK – POP)

Il nuovo album dei Destroyer porta Dan Bejar e compagni verso territori nuovi, a tratti post-punk (Tintoretto, It’s For You) e ambient (la title track), senza mai tralasciare le caratteristiche irrinunciabili che rendono unico il progetto canadese. Possiamo dirlo: è il miglior lavoro a firma Destroyer dai tempi del magnifico “Kaputt” del 2011.

Dan Bejar sembrava aver esaurito la parte migliore della sua ispirazione con la pubblicazione di “ken” (2017), ma sia “Have We Met” (2020) che questo “LABYRINTHITIS” sono in realtà highlights di una carriera in continua evoluzione. Brani riusciti come June, It’s In Your Heart Now e Suffer starebbero benissimo nei migliori lavori dei Destroyer e rendono “LABYRINTHITIS” irrinunciabile per gli amanti della band.

Se musicalmente siamo di fronte ad un piccolo capolavoro, dal punto di vista testuale Bejar si conferma imperscrutabile. Già il titolo del lavoro è un mistero: da nessuna parte si fa riferimento alla labirintite, un disturbo che può colpire l’apparato uditivo. Il riferimento al celebre pittore italiano del ‘600 in Tintoretto, It’s For You è forse ancora più misterioso. La band stessa se ne rende conto, tanto che nel corso di June un verso che risuona è: “Fancy language dies and everyone’s happy to see it go”, mentre in Eat The Wine, Drink The Bread (altro titolo piuttosto bizzarro) Bejar proclama: “Everything you just said was better left unsaid”.

In conclusione, “LABYRINTHITIS” è un’ottima aggiunta ad una discografia di sempre maggior rilievo. Se qualcuno poteva pensare che Dan Bejar e compagni fossero ormai nella fase discendente della carriera, questo LP dovrà farli ricredere: giunti al tredicesimo album di inediti, sembra che siamo di fronte all’inizio di una nuova fase nell’estetica della band.

6) Fontaines D.C., “Skinty Fia”

(ROCK – PUNK)

Giunti al terzo album in soli quattro anni, gli irlandesi Fontaines D.C. sono ormai un punto fermo della scena post-punk d’Oltremanica. Tuttavia, “Skinty Fia” (che si può tradurre con “la maledizione del cervo”) innova il sound del gruppo: accenni di rock gotico ispirato ai Cure (Bloomsday), così come di shoegaze (Big Shot), rendono il CD davvero vario, pur rispettando l’estetica austera della band.

Il titolo del lavoro è diretta espressione dei temi che stanno al cuore di “Skinty Fia”: quattro membri sui cinque del gruppo sono ormai stabili a Londra e il passaggio dalla madrepatria all’Inghilterra è stato traumatico, spingendoli a descrivere questa sensazione di spaesamento. Esemplare In ár gCroíthe go deo, traducibile con “per sempre nei nostri cuori”, che prende spunto da una frase che una donna irlandese trapiantata a Coventry, in UK, voleva fosse scritta sulla sua tomba. La Chiesa d’Inghilterra, tuttavia, si oppose, tanto da arrivare ad un processo che si concluse nel 2021 a favore della famiglia della donna.

In molte canzoni, così come nel tono generale del CD, i Fontaines D.C. danno sfogo a questa vena malinconica, ma non per questo “Skinty Fia” suona uniformemente grigio; anzi, possiamo dire che, rispetto a “Dogrel” (2019) e “A Hero’s Death” (2020), siamo di fronte ad un prodotto innovativo. Oltre alle già citate Big Shot e Bloomsday, abbiamo infatti anche The Couple Across The Way, che sembra una tipica canzone popolare, interamente cantata a cappella dal frontman Grian Chatten, accompagnato solo dalla fisarmonica. La canzone contiene inoltre uno dei versi più belli dell’intero LP: “Across the way moved in a pair with passion in its prime… Maybe they look through to us and hope that’s them in time”. Abbiamo infine un pezzo quasi ballabile: la title track, che assieme a I Love You e Roman Holiday rappresenta il terzetto di canzoni-manifesto del lavoro. Sotto la media solo How Cold Love Is, ma si sposa bene in ogni caso col mood complessivo di “Skinty Fia”.

In conclusione, “Skinty Fia” è un’altra aggiunta di grande valore ad una discografia sempre più valida. Chatten e compagni stanno riscrivendo le regole del post-punk, aiutando a tornare popolare un genere che pareva morto e sepolto da decenni. Che lo facciano cercando anche di sperimentare (con più che discreti tentativi), è un risultato magnifico. “Skinty Fia” è il loro miglior lavoro? Difficile dirlo, c’è chi preferirà la spontaneità di “Dogrel” oppure la perfezione stilistica di “A Hero’s Death”, ma certamente questo CD non intacca l’eredità della band irlandese.

5) Jockstrap, “I Love You Jennifer B”

(POP – ELETTRONICA)

Il duo formato da Georgia Ellery (già parte dei Black Country, New Road) e Taylor Skye aveva fatto intravedere le proprie qualità nell’EP “Wicked City” del 2020: un pop sbilenco, con forte produzione elettronica e momenti di sperimentalismo puro. I risultati erano davvero intriganti, ma “I Love You Jennifer B” ne rappresenta la versione riveduta e corretta e rende il CD imprescindibile per gli amanti di un certo tipo di musica, accessibile ma allo stesso tempo molto creativa.

Prendiamo due dei brani più riusciti del lavoro: se Glasgow è un ottimo brano pop, che potrebbe benissimo scalare le classifiche, Concrete Over Water è una lunga ballata di stampo art pop, sulla scia di Kate Bush. Abbiamo poi Lancaster Court, molto essenziale, ma anche Neon, che invece ha almeno quattro momenti diversi racchiusi nei suoi 225 secondi di durata. Il CD si conclude poi con una sorta di mini DJ set di musica techno e breakbeat, 50/50 – Extended Mix.

Sia chiaro, il disco potrebbe sembrare a tratti fin troppo variegato e incoerente, ma i Jockstrap riescono a mantenere una narrativa uniforme e “I Love You Jennifer B”, anche dopo ripetuti ascolti, non perde il suo fascino. Unico brano inferiore alla media infatti è Angst.

Liricamente, il CD si contraddistingue per versi spesso provocanti e ironici, come ad esempio il seguente, contenuto nella riuscita Greatest Hits: “Imagine I’m Madonna, imagine I’m Thee Madonna, dressed in blue… No, dressed in pink!”. Abbiamo poi frasi più apodittiche: “Grief is just love with nowhere to go” (Debra). In generale, i Jockstrap giocano con gli assunti più comuni della cultura pop, creando un insieme di canzoni magari non perfetto, ma certamente imprevedibile.

In conclusione, “I Love You Jennifer B” è uno dei migliori esordi del 2022: elettronica, pop e musica sperimentale si fondono a tratti perfettamente, rendendo il lavoro davvero affascinante. Sì, pare proprio che abbiamo trovato un volto tra i più brillanti della musica del futuro.

4) The Smile, “A Light For Attracting Attention”

(ROCK)

Quando Thom Yorke si lancia in nuove avventure artistiche, che si parli di album solisti oppure di progetti veri e propri, l’attenzione di tutti è catturata. Se poi contiamo nei The Smile anche il chitarrista Jonny Greenwood, seconda mente creativa dei Radiohead, e Tom Skinner (batterista dei Sons Of Kemet), allora le premesse sono davvero ottime. “A Light For Attracting Attention” in effetti è un lavoro pregevole, al livello dei migliori della band principale di Greenwood e Yorke nei suoi momenti di maggior ispirazione.

L’atmosfera del lavoro viene subito impostata da The Same: siamo nei territori di “Kid A” (2000), con un tocco di “In Rainbows” (2007). La canzone di per sé sarebbe un highlight, ma presa accanto a pezzi magnifici come Free In The Knowledge e Thin Thing è quasi “un brano come gli altri”. La coesione del lavoro, inoltre, aumenta ancora di più il fascino del CD, che risulta inquietante e ammaliante in ugual misura.

Su tutto svetta, ovviamente, la vellutata voce di Yorke, davvero in splendida forma: le canzoni di “A Light For Attracting Attention” non inducono in realtà al sorriso, come farebbe pensare il nome del trio, quanto piuttosto alla riflessione di fronte alle falsità dei politici che ci (mal)governano. Ne sono chiari esempi You Will Never Work In Television Again, dedicata nientemeno che a Silvio Berlusconi (menziona anche il bunga bunga), ed A Hairdryer, che cita l’ex presidente americano Donald Trump e i suoi capelli di strani colori. Altrove emergono temi più spirituali: Open The Floodgates pare infatti l’inno dell’oltretomba, con versi come “Don’t bore us, get to the chorus… We want the good bits, without your bullshit… And no heartaches”.

Ad aggiungere ulteriore interesse alla già ricca ricetta dei The Smile ci si mette la volontà di Thom e compagni di non scimmiottare il sound dei Radiohead, pur avendo il lavoro chiari rimandi, come già evidenziato precedentemente. Ad esempio, You Will Never Work In Television Again è una bella traccia alternative rock, che non ci immagineremmo nei CD recenti del complesso inglese. Lo stesso vale per Thin Thing, con la sua potente progressione. Invece la pur ottima Pana-Vision e Free In The Knowledge sarebbero state benissimo nel seguito di “A Moon Shaped Pool” (2016), ad oggi ultimo LP di inediti a firma Radiohead.

La verità è, per concludere, che “A Light For Attracting Attention” dimostra una volta di più il grandissimo talento di Thom Yorke e Jonny Greenwood i quali, aiutati dal valido Tom Skinner, hanno dato alla luce uno dei migliori album rock dell’anno. Aspettiamo con ancora maggiore trepidazione il nuovo disco dei Radiohead: di benzina ne è rimasta ancora molta nel serbatoio delle due menti principali del gruppo e, accanto a Colin Greenwood, Phil Selway e Ed O’Brien, cose magiche sono già accadute in passato.

3) Arctic Monkeys, “The Car”

(ROCK – POP)

A quattro anni dal bizzarro “Tranquility Base Hotel & Casino”, gli Arctic Monkeys sono tornati. La rock band inglese, tra le più importanti degli scorsi venti anni, è ormai abituata a stupire i propri ascoltatori: dopo aver fatto scalpore con un garage rock energico nei primi due lavori “Whatever People Say I Am, That’s What I’m Not” (2006) e “Favourite Worst Nightmare” (2007), hanno poi virato verso territori più sperimentali in “Humbug” (2009) e verso il britpop (“Suck It And See”, 2011). La vera svolta arrivò con il successo mondiale di pubblico e critica di “AM” (2013), fatto di pezzi hard rock (Arabella) tanto quanto romantici (I Wanna Be Yours), spesso intervallati da inserti R&B (One For The Road).

Come seguire un tale inizio di carriera? Alex Turner e compagni optarono per cambiare completamente percorso; e la svolta resta viva ancora oggi. “Tranquility Base Hotel & Casino” era in sostanza un album lounge pop, basato su una storia di colonizzazione lunare e strani personaggi che popolavano il bar più popolare del luogo… insomma, cose che solo una mente geniale e un po’ stramba come Turner possono concepire. Musicalmente, tuttavia, si parlava di un buon CD, entrato a far parte dei 50 migliori di A-Rock del 2018 senza problemi. “The Car” prosegue sul percorso intrapreso dal precedente album, migliorando però la qualità media delle melodie e tornando sulla Terra come tematiche affrontate: i risultati sono eccellenti e rendono “The Car” un serio favorito per essere il miglior LP della carriera delle scimmie artiche.

Sin dai singoli di lancio avevamo intuito il potenziale del CD: There’d Better Be A Mirrorball è un suadente pezzo pop, molto romantico e dal testo evocativo di una recente rottura amorosa; la funky I Ain’t Quite Where I Think I Am è candidata ad essere un pilastro dei futuri concerti della band, ma il pezzo forte è Body Paint, glam rock ai livelli del miglior David Bowie, con grande parte strumentale finale. Tutti e tre sono tra i migliori pezzi del lavoro, ma le sorprese non finiscono qui.

Sculpture Of Anything Goes è infatti il pezzo più claustrofobico dell’intera carriera degli Arctic Monkeys: il ritmo ossessivo trasmette sensazioni di paranoia e paura, fino a fare del pezzo un highlight del CD. Altri episodi convincenti sono la raccolta title track e la trascinante Hello You; unico inferiore alla media è Jet Skis On The Moat. Apprezzabile il lavoro di squadra della band: se il precedente LP poteva sembrare quasi un capriccio di Turner, questa volta Matt Helders (batteria), Jamie Cook (chitarra) e Nick O’Malley (basso) sono fondamentali per la riuscita di tutte le canzoni della compatta tracklist (37 minuti).

I testi sono come sempre un qualcosa di unico: Alex Turner si conferma osservatore inimitabile e, allo stesso tempo, estremamente timido nell’esprimere quello che realmente sente. Se in Body Paint abbiamo uno dei più significativi versi che si possa dire al proprio partner (“And if you’re thinking of me I’m probably thinking of you”), altrove abbiamo riferimenti a spie (Sculpture Of Anything Goes) e pezzi grossi dal passato misterioso (Mr Schwartz). I temi portanti sono, però, il desiderio di avere finalmente l’amore della vita al suo fianco e l’insicurezza che il non averlo provoca (There’d Better Be A Mirrorball).

In conclusione, “The Car” è un album che si fa apprezzare dopo ripetuti ascolti: se all’inizio i fan più rockettari del gruppo britannico potrebbero essere delusi, non va dimenticato che i quattro nativi di Sheffield sono tra i pochi gruppi per cui la formula “non sai mai quello che potrebbero inventarsi” ha davvero significato. Quattro anni fa chiudevamo la recensione di “Tranquility Base Hotel & Casino” dicendo che gli Arctic Monkeys avrebbero potuto tentare una carriera tanto avventurosa e di successo come Blur e Radiohead. Cosa dire? Gli streaming sono ancora maggiori dei loro colleghi; la qualità delle canzoni continua a rimanere altissima… potremmo davvero averci preso, noi di A-Rock.

2) Big Thief, “Dragon New Warm Mountain I Believe In You”

(ROCK – FOLK – COUNTRY)

Il nuovo LP del complesso americano, il quinto della loro brillante carriera, è un capolavoro fatto e finito, quel manifesto definitivo che tanto aspettavamo dalla band capitanata da Adrianne Lenker. “Dragon New Warm Mountain I Believe In You”, nei suoi 80 minuti, è una summa di quanto fatto in passato dai Big Thief: indie rock (Little Things, Flower Of Blood), folk (Change, Sparrow), addirittura country (Spud Infinity, Red Moon), con apertura a nuovi mondi (Heavy Bends evoca Four Tet, Blurred View il trip hop) e ancora più cura e attenzione ai dettagli. È un fatto: i Big Thief si sono sempre migliorati da un album al successivo. Se questo può essere preso come il loro “White Album”, in chiave beatlesiana, è possibile che presto avremo il nostro “Revolver”, sebbene in ordine invertito rispetto alla linea del tempo dei Fab Four.

La grande varietà del lavoro non va mai a detrimento del risultato complessivo: certo, vi sono highlights come Little Things e Certainty, che saranno classici dal vivo dei Big Thief, ma anche i pezzi che possono passare per minori, come Sparrow e Dried Roses, fanno la loro figura all’interno della tracklist di “Dragon New Warm Mountain I Believe In You”. Se nel 2019 il gruppo aveva deciso di pubblicare una coppia di CD, “U.F.O.F.” e “Two Hands”, che davano sfogo al loro lato più folk e rock ma in tempi diversi, qui hanno deciso di mixare tutto insieme: un atto di coraggio e spavalderia assolutamente ripagato dal risultato finale.

Anche liricamente, come è del resto immaginabile, il disco tocca temi disparati: si parte da Adamo ed Eva (“She has the poison inside her, she talks to snakes and they guide her” canta Lenker in Sparrow), l’amore finito (“Could I feel happy for you when I hear you talk with her like we used to? Could I set everything free when I watch you holding her the way you once held me?”, canta straziata Adrianne in Change) così come il tempo perso dietro agli “schermi” (“Sit on the phone, watch TV. Romance, action, mystery” la frase ironica di Certainty).

È difficile condensare in una recensione la strada percorsa dai Big Thief rispetto all’esordio “Masterpiece” del 2016: quel CD tutto era meno che il capolavoro evocato nel titolo, tuttavia sei anni dopo possiamo dire che “Dragon New Warm Mountain I Believe In You” è quel “masterpiece” promesso da Adrianne Lenker e compagni. I Big Thief sono ormai una certezza nel mondo indie e non smettono di sorprenderci; avevamo già pensato in passato che la traiettoria ascendente della loro carriera fosse finita, ma siamo stati sempre smentiti. Che dire? Speriamo che sia così anche questa volta.

1)  Black Country, New Road, “Ants From Up There”

(ROCK)

Il secondo disco della formidabile band inglese nasce nella tragedia: il frontman Isaac Wood, a pochi giorni dalla pubblicazione del lavoro, ha annunciato la sua dipartita dalla band, a causa di non meglio specificati motivi personali. Pare non esserci alcun astio con gli altri membri dei Black Country, New Road, che peraltro hanno annunciato di voler continuare a produrre musica… vedremo se in futuro Isaac ci ripenserà, ma al momento il destino dei BC, NR è appeso ad un filo.

Pubblicato precisamente un anno dopo il fortunato esordio “For The First Time”, il CD è diverso in alcune caratteristiche, pur mantenendo lo spirito di esplorazione del predecessore. Le atmosfere sono più ovattate, ad esempio in Bread Song la tensione si accumula senza trovare uno sfogo adeguato, ma non per questo bisogna pensare che l’era pop dei Black Country, New Road sia tra noi. Anzi, brani come la lunghissima suite Basketball Shoes e Snow Globes sono tutto meno che commerciali.

Anche liricamente, del resto, l’animo tormentato di Wood ha modo di mostrarsi, attraverso metafore immaginifiche e altri momenti di più diretto sconforto. Ne sono esempi i seguenti versi: “Ignore the hole I dug again, it’s only for the evening” (tratto da Haldern), il drammatico “So I’m leaving this body… And I’m never coming home again!” (Concorde) e “All I’ve been forms the drone, we sing the rest. Oh, your generous loan to me, your crippling interest”, ad oggi le ultime parole declamate da Wood come frontman del complesso londinese, prese da Basketball Shoes.

Musicalmente, dicevamo, “Ants From Up There” è diverso da “For The First Time”: se prima i riferimenti dei Black Country, New Road erano rintracciabili nel mondo post-punk, adesso abbiamo di fronte una strana creatura, a metà tra Slint e Arcade Fire, con tocchi di Radiohead e Neutral Milk Hotel. I pezzi migliori sono la struggente Bread Song, la scombiccherata Snow Globes e Concorde, ma non bisogna sottovalutare la lunga cavalcata che chiude il lavoro, Basketball Shoes. Inferiore alla media solo Good Will Hunting.

“Ants From Up There” potrebbe rappresentare la fine di una carriera troppo breve, oppure l’inizio di un’altra fase altrettanto fertile per i Black Country, New Road. Certo, l’abbandono di Isaac Wood è una batosta, ma le basi su cui poggia l’estetica del gruppo sono solide e abbiamo speranze che il progetto possa tornare ad alti livelli. Se questo fosse il CD di addio, sarebbe comunque un capolavoro di chiusura. Sipario (?).

Segnaliamo che febbraio 2022 è stato davvero un mese pregevole: sia Black Country, New Road che Big Thief hanno pubblicato i loro CD in quel periodo, senza tralasciare Beach House e Mitski. Che ve ne pare di questa lista? Avreste inserito altri nomi? Non esitate a commentare!

Recap: aprile 2022

Aprile è stato davvero un mese ricchissimo di uscite imperdibili, in ogni genere: hip hop, rock, dream pop… A-Rock ha recensito i nuovi lavori di Jack White, Red Hot Chili Peppers, Father John Misty e Vince Staples. Come se non bastasse, abbiamo analizzato anche il ritorno di Kurt Vile, dei Fontaines D.C. e degli Spiritualized. Come dimenticare poi la pubblicazione del nuovo lavoro di Pusha T, il secondo CD dell’australiana Hatchie e il ritorno dei Bloc Party? Buona lettura!

Fontaines D.C., “Skinty Fia”

skinty fia

Giunti al terzo album in soli quattro anni, gli irlandesi Fontaines D.C. sono ormai un punto fermo della scena post-punk d’Oltremanica. Tuttavia, “Skinty Fia” (che si può tradurre con “la maledizione del cervo”) innova il sound del gruppo: accenni di rock gotico ispirato ai Cure (Bloomsday), così come di shoegaze (Big Shot), rendono il CD davvero vario, pur rispettando l’estetica austera della band.

Il titolo del lavoro è diretta espressione dei temi che stanno al cuore di “Skinty Fia”: quattro membri sui cinque del gruppo sono ormai stabili a Londra e il passaggio dalla madrepatria all’Inghilterra è stato traumatico, spingendoli a descrivere questa sensazione di spaesamento. Esemplare In ár gCroíthe go deo, traducibile con “per sempre nei nostri cuori”, che prende spunto da una frase che una donna irlandese trapiantata a Coventry, in UK, voleva fosse scritta sulla sua tomba. La Chiesa d’Inghilterra, tuttavia, si oppose, tanto da arrivare ad un processo che si concluse nel 2021 a favore della famiglia della donna.

In molte canzoni, così come nel tono generale del CD, i Fontaines D.C. danno sfogo a questa vena malinconica, ma non per questo “Skinty Fia” suona uniformemente grigio; anzi, possiamo dire che, rispetto a “Dogrel” (2019) e “A Hero’s Death” (2020), siamo di fronte ad un prodotto innovativo. Oltre alle già citate Big Shot e Bloomsday, abbiamo infatti anche The Couple Across The Way, che sembra una tipica canzone popolare, interamente cantata a cappella dal frontman Grian Chatten, accompagnato solo dalla fisarmonica. La canzone contiene inoltre uno dei versi più belli dell’intero LP: “Across the way moved in a pair with passion in its prime… Maybe they look through to us and hope that’s them in time”. Abbiamo infine un pezzo quasi ballabile: la title track, che assieme a I Love You e Roman Holiday rappresenta il terzetto di canzoni-manifesto del lavoro. Sotto la media solo How Cold Love Is, ma si sposa bene in ogni caso col mood complessivo di “Skinty Fia”.

In conclusione, “Skinty Fia” è un’altra aggiunta di grande valore ad una discografia sempre più valida. Chatten e compagni stanno riscrivendo le regole del post-punk, aiutando a tornare popolare un genere che pareva morto e sepolto da decenni. Che lo facciano cercando anche di sperimentare (con più che discreti tentativ), è un risultato magnifico. “Skinty Fia” è il loro miglior lavoro? Difficile dirlo, c’è chi preferirà la spontaneità di “Dogrel” oppure la perfezione stilistica di “A Hero’s Death”, ma certamente questo CD non intacca l’eredità della band irlandese.

Voto finale: 8,5.

Jack White, “Fear Of The Dawn”

Fear of the-Dawn

Il nuovo CD di Jack White, il primo dei due annunciati per il 2022, riprende là dove ci eravamo lasciati quattro anni fa con “Boarding House Reach”: rock sperimentale, davvero strano a tratti; copertina impostata sui tre colori bianco-nero-blu; zero coerenza tra una canzone e l’altra della tracklist. Non siamo di fronte ad un LP perfetto, ma l’ex leader dei White Stripes pare davvero divertirsi; e noi con lui.

Un tempo considerato il più “purista” tra i rocker emersi a cavallo tra XX e XXI secolo, White negli ultimi anni ha in realtà decisamente ampliato il proprio ventaglio di soluzioni: se il primo disco solista “Blunderbuss” (2012) era decisamente inserito nel blues rock che aveva fatto la fortuna di Jack in passato, già in “Lazaretto” (2014) si erano cominciate ad intravedere delle canzoni innovative. “Boarding House Reach”, da questo punto di vista, è stato il big bang: molti fan della prima ora lo schifano, mentre i più aperti alle novità ne apprezzano la radicalità, pur con qualche errore (ricordiamo la debole Connected By Love).

“Fear Of The Dawn” si apre con due dei pezzi migliori della produzione recente di Jack White: Taking Me Back e la title track sono potentissime, quasi Black Sabbath nei momenti più duri. La chitarra del rocker di Detroit strilla come ai bei tempi e la voce è a fuoco: insomma, due ottime canzoni. Altrove abbiamo esperimenti più o meno riusciti, come Hi-De-Ho (con tanto di verso rap di Q-Tip degli A Tribe Called Quest), la sghemba Into The Twilight ed Eosophobia, addirittura divisa in due suite. Invece in What’s The Trick? ritorna il White prepotente delle prime due tracce.

In conclusione, tolto l’evitabile intermezzo Dust, “Fear Of The Dawn” è il miglior CD a firma Jack White dal lontano “Blunderbuss”: avventuroso, ambizioso, a volte troppo ricercato ma mai prevedibile o monotono. Se “Boarding House Reach” poteva sembrare un divertissement una tantum, “Fear Of The Dawn” ribadisce che White è ormai un rocker a tutto tondo, non più imprigionabile nel ruolo del tradizionalista del blues e del rock.

Voto finale: 8.

Father John Misty, “Chloë And The Next 20th Century”

chloe and the next 20th century

Il quinto CD di Josh Tillman firmato con il nome d’arte di Father John Misty è una reinvenzione radicale: il cantautore folk rock sbruffone e logorroico che abbiamo imparato a conoscere e amare (oppure disprezzare) negli scorsi anni in CD come “I Love You, Honeybear” (2015) e “Pure Comedy” (2017) lascia il posto ad un narratore che fa degli anni ’50 il suo riferimento. Siamo in piena atmosfera golden age hollywoodiana: big band, swing e jazz sono i tre generi che, inaspettatamente, spesso affiorano nel corso di “Chloë And The Next 20th Century”, si senta Chloë a riguardo per un assaggio.

Ci eravamo lasciati con “God’s Favourite Customer” (2018), un CD più semplice del passato e pensavamo che la parabola di FJM sarebbe proseguita sulla stessa traiettoria; invece, “Chloë And The Next 20th Century” apre prospettiva nuovissime per Tillman. Già il titolo è un tuffo nel passato: cosa intende Tillman con la menzione del ventesimo secolo? In realtà, studiando attentamente i testi e immergendosi nelle atmosfere oniriche del CD, il riferimento è più chiaro. Il futuro, secondo Father John Misty, non esiste; o meglio, meglio non pensarci, visto il drammatico momento storico che stiamo vivendo… quasi come se fossimo ancora nel XX secolo, quello delle due guerre mondiali e di svariate altre tragedie.

La Chloë citata spesso nel corso del lavoro è, in fondo, solo uno dei tanti personaggi dissoluti che abitano le undici canzoni che formano “Chloë And The Next 20th Century”: una starlet del mondo cinematografico, il cui partner precedente è tragicamente deceduto. Ben sei morti arrivano nel corso del CD, di cui una, la più toccante, è quella del gatto del narratore, oggetto della bellissima Goodbye Mr Blue.

Se abbiamo highlights come la citata Goodbye Mr Blue, Funny Girl e Q4, non tutto il resto dell’album gira a meraviglia: ad esempio, Kiss Me (I Loved You) e We Could Be Strangers sono inferiori alla media dei componimenti del lavoro. Tuttavia, l’ambizione di Father John Misty, completamente calato in questa nuova surreale atmosfera, rende anche questi momenti in qualche modo memorabili. Menzione, infine, per Olvidado (Otro Momento), il momento bossa nova (!!) che nessuno si aspettava da Josh Tillman.

“Chloë And The Next 20th Century”, in conclusione, è il meno “tillmaniano” degli LP a firma Father John Misty. I risultati non sono perfetti, ma tengono alta la bandiera del cantautorato più ricercato e creano nuovi, inesplorati spazi per la carriera futura di uno dei più talentuosi musicisti americani della sua generazione.

Voto finale: 8.

Pusha T, “It’s Almost Dry”

it's almost dry

Il quarto album solista di Pusha T non aggiunge nulla ad un’estetica ormai ben conosciuta: rime dure, basi potenti, testi molto gangsta rap, ospiti scelti con cura. “It’s Almost Dry”, in questo senso, può essere una delusione per coloro che cercano un disco rap avventuroso e sperimentale; ma, del resto, chi ascolta King Push con queste idee in testa al giorno d’oggi?

Il CD segue “Daytona” (2018), da molti riconosciuto come il miglior lavoro a firma Pusha T dai tempi dei Clipse, il duo formato col fratello No Malice con cui si è fatto conoscere nei primi anni ’00. Le sette canzoni, prodotte da Kanye West, erano tanto dure quanto irresistibili; in questo “It’s Almost Dry” è più variegato, potendo contare anche sulla collaborazione di Pharrell Williams, JAY-Z e Kid Cudi tra gli altri, oltre all’amico Kanye.

I risultati, pur leggermente inferiori, sono comunque buoni e paragonabili a “Daytona”, specialmente nei momenti migliori: ad esempio la doppietta iniziale formata da Brambleton e Let The Smokers Shine The Coupes, così come Diet Coke e Neck & Wrist, sono tracce di ottima fattura. Invece inferiori alla media Rock N Roll e Scrape It Off, ma complessivamente i 35 minuti di “It’s Almost Dry” scorrono bene e il CD mostra una coesione e una compattezza non facili da trovare in molti lavori hip hop recenti.

Liricamente, prima accennavamo al fatto che Pusha T sa essere tanto sincero quanto feroce nelle sue canzoni: molti ricorderanno il suo diss con Drake, concluso con la stratosferica The Story Of Adidon. Ebbene, in “It’s Almost Dry” il bersaglio del Nostro è l’ex manager dei Clipse, Anthony Gonzalez, che è stato condannato a otto anni in carcere per aver gestito un cartello della droga da 20 milioni di dollari. In un’intervista del 2020 Gonzalez dichiarò: “il 95% dei brani dei Clipse parlavano della mia vita”. A tal proposito, il verso più potente è racchiuso in Let The Smokers Shine The Coupes: “If I never sold dope for you, then you’re 95 percent of who?”.

In generale, pertanto, “It’s Almost Dry” è un buon CD hip hop vecchio stampo. Il 44enne Pusha T dimostra ancora una volta la propria, pregiata stoffa: non staremo parlando del suo miglior lavoro, ma certamente questo disco merita almeno un ascolto.

Voto finale: 7,5.

Red Hot Chili Peppers, “Unlimited Love”

unlimited love

Sedici anni dopo “Stadium Arcadium”, John Frusciante è tornato nel gruppo. I Red Hot Chili Peppers, al loro dodicesimo album di inediti, ritornano quasi naturalmente alle atmosfere dei primi anni ’00: i risultati non saranno radicali come ai loro esordi o semi-perfetti come ai tempi di “Californication” (1998), ma “Unlimited Love” migliora i risultati degli ultimi lavori del complesso e allunga, chissà per quanto, la gloriosa storia del gruppo californiano.

Pur troppo lungo di almeno 10-12 minuti, con canzoni evitabili come The Great Apes e One Way Traffic, il CD suona bene, organicamente, nel modo in cui ormai siamo abituati che suoni un disco dei Red Hot Chili Peppers: alternativo ma non troppo, con tre grandi musicisti (il batterista Chad Smith, il bassista Flea e John Frusciante alla chitarra) ad accompagnare i deliri di Anthony Kiedis. In più, vi sono perle pop come Not The One, che ricorda (pur con risultati peggiori) la grande hit Snow (Hey Oh) del 2006.

Il pezzo migliore è il primo singolo utilizzato per promuovere il CD, la brillante Black Summer, ma non trascuriamo Here Ever After e Aquatic Mouth Dance (quest’ultima con testo ai limiti dell’assurdo). Non male anche It’s Only Natural. Invece deludono le già menzionate The Great Apes e One Way Traffic, ma anche Whatchu Thinkin’ non è all’altezza.

L’aspetto lirico di “Unlimited Love” è problematico, ma allo stesso tempo semplice: Frusciante e co. non sono mai stati grandi autori, semplicemente non è di loro interesse. Nel corso delle 17 canzoni che compongono il CD abbiamo: un’invettiva sul traffico (One Way Traffic), la descrizione della cosiddetta “aquatic mouth dance” nell’omonima canzone, Kiedis che intona il seguente verso: “Please, love, can I have a taste? I just wanna lick your face” (She’s A Lover). No, non siamo di fronte a Bob Dylan.

In conclusione, “Unlimited Love” è un LP che piacerà molto a chi è fan (o lo è stato in passato) dei RHCP: i quattro californiani non hanno perso nulla della loro irriverenza e voglia di far ballare il pubblico. Chi si aspettava novità nel sound della band farà meglio a passare la prossima volta: pare che la band abbia già pronta un’altra raccolta di inediti. Di certo possiamo dire che “Unlimited Love” supera in qualità sia “I’m With You” (2011) che “The Getaway” (2016), i due CD incisi con Josh Klinghoffer in mancanza del leggendario John Frusciante. L’assenza di quest’ultimo è stata profondamente avvertita, ma godiamoci questo momento di pace, con la band al completo: potrebbe non durare.

Voto finale: 7,5.

Hatchie, “Giving The World Away”

giving the world away

Il secondo album della giovane cantante dream pop australiana migliora molti aspetti rispetto all’acerbo esordio “Keepsake” del 2019, cercando una maggiore varietà sia nei testi che nell’offerta artistica. Non siamo di fronte ad un capolavoro, ma “Giving The World Away” apre opzioni interessanti per Hatchie.

Avevamo recensito “Keepsake” in un profilo della rubrica Rising, scrivendo che, pur dimostrando del potenziale, Hatchie aveva ancora da percorrere molta strada prima di affermarsi definitivamente. Tre anni dopo, con in mezzo una devastante pandemia, Harriette Pillbeam (questo il vero nome di Hatchie) ha composto un lavoro che non lavora solamente sui noti terreni dream pop e shoegaze, con chiari rimandi agli anni ’90, ma cerca di esplorare anche terreni nuovi come la dance (Quicksand) e il pop zuccheroso da classifica (Take My Hand).

L’inizio è folgorante: Lights On e This Enchanted rappresentano due ottimi brani, pur avendo il primo chiari rimandi al passato e il secondo essendo un pezzo shoegaze probabilmente già composto meglio dagli Slowdive ai tempi di “Souvlaki” (1993). Purtroppo, arrivano poi due episodi molto deboli, le prevedibili Twin e Take My Hand. Un po’ tutto il CD ha queste montagne russe in termini di qualità, circostanza che influenza negativamente i risultati complessivi. Più avanti nella tracklist abbiamo, ad esempio, la monotona title track accostata alla buona The Key.

In termini lirici, se in “Keepsake” eravamo di fronte ad un breakup album piuttosto convenzionale, in “Giving The World Away” emergono le conseguenze che i lockdown pandemici hanno avuto sulla psiche dell’australiana: Pillbeam, infatti, ha addirittura messo in discussione il suo futuro nel mondo della musica. Nel singolo Quicksand, ad esempio, Hatchie dichiara sconsolata: “I used to think that this was something I could die for. I hate admitting to myself that I was never sure”. In The Key sentiamo invece: “Lost sight of who I’m supposed to be, but within the chaos I can see I’m not me”. Sunday Song probabilmente contiene i versi più malinconici: “Sick of waiting for something heaven sent… Can’t you see all that I see in you?”.

In conclusione, “Giving The World Away” mantiene Hatchie nel percorso intrapreso in “Keepsake”, cercando allo stesso tempo di innovare il sound della cantante australiana. Il CD rappresenta sicuramente un progresso e ci fa pensare che il meglio debba ancora venire nella carriera di Harriette Pillbeam.

Voto finale: 7,5.

Spiritualized, “Everything Was Beautiful”

everything was beautiful

Il nuovo disco della band capitanata da Jason Pierce aka J. Spaceman prosegue il percorso nel genere space rock intrapreso fin da inizio carriera, inserendo allo stesso tempo dei rimandi blues innovativi, ma non sempre centrati. I risultati non saranno i migliori di una carriera che ha visto in passato dei capolavori come “Ladies And Gentlemen We Are Floating In Space” (1997), ma dimostrano che siamo di fronte ad una band viva e pronta a sfidare le proprie convenzioni.

“Everything Was Beautiful” segue “And Nothing Hurt” (2018) e completa una celebre frase di Kurt Vonnegut, anche se invertendone le due parti. Il precedente CD era stato annunciato come l’ultimo della band britannica, ma la presenza di “Everything Was Beautiful” non va presa come un mero modo di spremere più denaro dai fan. Anzi, vale il contrario: il pubblico affezionato allo space rock più sognante degli Spiritualized sarà deluso da parentesi molto à la Rolling Stones come Best Thing You Never Had (The D Song), un pezzo puramente blues. Lo stesso dicasi per The A Song (Laid In Your Arms), a dire il vero il momento più debole del lotto.

In generale, comunque, i 44 minuti del lavoro scorrono agilmente e il CD merita più di un ascolto per essere analizzato con la dovuta attenzione. Rispetto a “And Nothing Hurt”, il lavoro è decisamente più vario, ma non migliore: semplicemente, Pierce e compagni stavolta hanno voluto sperimentare, con risultati alterni.

Se infatti Let It Bleed (For Iggy) è buona, delude la già citata The A Song (Laid In Your Arms). Highlight del disco resta l’introduttiva Always Together With You, uno dei migliori brani della produzione recente degli Spiritualized. Buona anche la dolce Crazy.

In conclusione, non tutto di “Everything Was Beautiful” convince appieno, però gli Spiritualized si dimostrano ancora nel pieno delle forze, pur con trent’anni di carriera alle spalle (!). Già questa è una ottima notizia.

Voto finale: 7.

Kurt Vile, “(watch my moves)”

watch my moves

Arrivato quattro anni dopo “Bottle It In”, il nuovo CD del cantautore americano Kurt Vile riprende da dove lo avevamo lasciato: folk rock di qualità, rilassante e mai troppo eccentrico. Gli amanti del cantautorato vecchia maniera troveranno pane per i loro denti; gli altri, beh, magari non lo gradiranno appieno, ma “(watch my moves)” merita almeno un ascolto.

A dire il vero “Bottle It In” (2018) non è l’ultimo lavoro a firma Kurt Vile prima di questo: il breve EP di cover “Speed, Sound, Lonely KV” (2020) era parso un omaggio ai fan durante il lockdown, ma non per questo era da ignorare. “(watch my moves)” è un LP lungo e denso (73 minuti per 15 canzoni complessive), con durate dei brani molto varie, dai due minuti scarsi a oltre sette, senza contare (shiny things), brevissimo intermezzo di 58 secondi. Tuttavia, il mood generale del disco è piuttosto uniforme, un plus ma anche un minus, soprattutto sulla lunga distanza.

Ad ogni modo, Kurt piazza comunque due ottimi brani, Mount Airy Hill (Way Gone) e Jesus On A Wire (che vanta la collaborazione di Cate Le Bon) sono infatti gli highlights assoluti del lavoro. Menzioniamo poi Wages Of Sin, canzone poco conosciuta di Bruce Springsteen la cui cover è presente nella parte finale della tracklist di “(watch my moves)”. Invece l’iniziale Goin On A Plane Today e Kurt Runner sono un po’ monotone, ma sono da mettere in conto in un album di Vile, così come i testi surreali.

A questo proposito, menzioniamo i due versi più significativi: “Thoughts become pictures become movies in my mind, welcome to the KV horror drive in movie marathon… But I’m just kidding and I’m just playing” (Like Exploding Stones); “Even if I’m wrong, gonna sing-a-my song till the ass crack o’ dawn… And it’s probably gonna be another long song” (Fo Sho). Non è mai chiaro se prendere seriamente o meno le dichiarazioni del Nostro, ma la sua sottile ironia mischiata con le acute osservazioni sul presente lo rendono un narratore magari inaffidabile, ma godibile.

In conclusione, “(watch my moves)” non aggiunge nulla di significativo ad una discografia che si conferma solida: magari non saremo ai livelli degli ottimi CD dei primi anni ’10 “Smoke Ring For My Halo” (2011) e “Wakin’ On A Pretty Daze” (2013), ma anche quest’ultimo disco non lascerà l’amaro in bocca ai fan di Kurt Vile. Se cercate innovazione o rock sperimentale, passate oltre.

Voto finale: 7.

Vince Staples, “RAMONA PARK BROKE MY HEART”

ramona park broke my heart

Il quinto lavoro del rapper californiano è stato composto durante le stesse sessioni che avevano portato a “Vince Staples” del 2021. Le aspettative erano ambivalenti: da un lato, da uno del talento di Staples è sempre lecito aspettarsi un lavoro di qualità. Dall’altro, però, “Vince Staples” era stato visto da molti (compresi noi di A-Rock) come il CD più debole della sua produzione; pertanto, un disco “gemello” non avrebbe aggiunto nulla ad una carriera che pareva in leggera flessione.

“RAMONA PARK BROKE MY HEART” prosegue in parte il percorso intrapreso nel precedente lavoro, ma riesce a migliorarne alcuni aspetti. Ad esempio, la voce annoiata di Vince rimane, quasi come se lui volesse staccarsi dalle storie drammatiche che vengono narrate nel corso delle sedici canzoni che compongono il CD. Allo stesso tempo, però, le basi sono più variegate e vive, rendendo il lavoro complessivamente più gradevole e digeribile. Menzione per i pochi, ma azzeccati ospiti presenti nel corso del lavoro: Mustard, Lil Baby e Ty Dolla $ign contribuiscono a rendere le canzoni in cui sono presenti più imprevedibili, basti citare EAST POINT PRAYER (con Lil Baby) e LEMONADE (con Ty Dolla $ign).

Gli highlights del lavoro sono ROSE STREET e WHEN SPARKS FLY, mentre deludono gli intermezzi NAMELESS e THE SPIRIT OF MONSTER KODY. In generale, “RAMONA PARK BROKE MY HEART” si staglia  come un album con uno sguardo sul passato, soprattutto sulle drammatiche traversie passate dal Nostro nel corso della sua ancora giovane vita. Ad esempio, in WHEN SPARKS FLY Vince dichiara: “I’m ashamed to say I think I hate you now… ‘cause I can’t save you now”. Altrove il tono è meno malinconico, anzi quasi orgoglioso: “It’s handshakes and hugs when I come around” (MAGIC).

Sia chiaro, i tempi gloriosi dell’esordio “Summertime ‘06” (2015) oppure dello sperimentale “Big Fish Theory” (2017) sono purtroppo lontani; tuttavia, “RAMONA PARK BROKE MY HEART” recupera un po’ del mordente che aveva reso il nome Vince Staples uno dei più caldi del panorama hip hop americano nello scorso decennio. Non si tratta di un capolavoro, però speriamo che la ripartenza sia dietro l’angolo per Staples.

Voto finale: 7.

Bloc Party, “Alpha Games”

alpha games

I Bloc Party mancavano dalle scene da ben sei anni: al 2016 risale infatti “Hymns”, il disco che all’epoca definimmo come un deciso cambio di passo, ma nella direzione sbagliata. Mischiando gospel con melodie elettroniche, il CD era un fiasco su più o meno tutta la linea, facendo rimpiangere non solo i tempi del fondamentale “Silent Alarm” (2005), ma anche di “A Weekend In The City” (2007).

“Alpha Games”  ritorna alle sonorità indie rock che hanno fatto la fortuna del gruppo britannico, un po’ quanto tentato da “Four” (2012): anche in questa occasione, tuttavia, l’energia dei tempi migliori non è presente nella maggior parte dei brani. Abbiamo momenti interessanti come l’iniziale Day Drinker, in cui il cantato di Kele Okereke rasenta l’hip hop, oppure la buona Traps. Accanto a questi troviamo però Rough Justice e By Any Means Necessary, che sembrano b-side dei tempi d’oro del gruppo. Peccato poi che Callum Is A Snake, con potente base punk, duri solo due minuti.

Il maggior problema di “Alpha Games” è che pare estratto da un anno a caso tra il 2001 e il 2007: i Bloc Party, malgrado i cambi di formazione avvenuti nel corso degli anni, che hanno portato Gordon Moakes (basso) e Matt Tong (batteria) ad essere rimpiazzati, con perdite, da Justin Harris e Louise Bartle, sono tornati alla fine alle sonorità delle origini, ovviamente con minor impatto e ispirazione.

Pur rappresentando quindi un progresso rispetto ad “Hymns”, “Alpha Games” resta un lavoro mediocre, in cui i Bloc Party si aggrappano a quello che sanno fare meglio (un indie rock sbarazzino e ballabile) con disperazione, forse sapendo che mai torneranno alla miracolosa creatività che ha reso “Silent Alarm” un disco fondamentale degli anni ’00.

Voto finale: 6.

Gli album più attesi del 2022

Ad A-Rock abbiamo pubblicato da pochi giorni le due puntate della lista dei 50 migliori album del 2021, ma non è tempo di relax. Il 2022 è infatti vicinissimo e si prospetta un anno davvero denso di uscite attese da anni da pubblico e critica. Andiamo ad analizzarle.

Partiamo dai due CD più attesi da A-Rock: sia Kendrick Lamar, cinque anni dopo “DAMN.” (2017) che gli Arctic Monkeys, a quattro anni “Tranquillity Base Hotel & Casino” (2018), sembrano pronti a pubblicare i loro nuovi lavori. Inutile dire che abbiamo grandi aspettative su entrambi gli artisti, tra i più rilevanti negli ultimi anni per quanto riguarda hip hop e rock.

Se ci spostiamo sul versante propriamente rock, notiamo che abbiamo sia veterani (Arcade Fire, Phoenix, Spoon) che emergenti (Fontaines D.C., Black Country, New Road e black midi) pronti a lanciare i loro nuovi CD. I Big Thief, dal canto loro, pubblicheranno un doppio LP a febbraio 2022. Non ci scordiamo poi di Jack White, addirittura pronto a pubblicare due dischi nel 2022, e di alcuni nomi che parevano ormai archiviati nella storia della musica e invece, contro ogni previsione, hanno pianificato di pubblicare nuovi lavori: Tears For Fears e The Cure, nomi fondamentali del rock anni ’80, faranno del 2022 un anno di revival?

Discorso a parte poi per alcuni artisti a cavallo tra pop e rock, come The 1975 e Mitski: artisti giovani, ambiziosi, eclettici e vogliosi di far vedere che il rock, se mescolato con le ultime tendenze in campo pop e, a volte, elettronico, può ancora regnare nelle classifiche. In questa categoria rientrerebbe anche Sky Ferreira, ma l’erede di “Night Time, My Time” (2013) è ormai una chimera.

Entrando poi nel pop, il nome principale è The Weeknd: dopo il convincente singolo Take My Breath, la sua trasformazione nel Michael Jackson del XXI secolo pare ormai pronta a manifestarsi. Abbiamo poi Beyoncé e Rihanna, due che si contendono legittimamente la corona di regina del pop e sembrano finalmente pronte a tornare sui palcoscenici dopo lunghe assenze. Nel mondo del pop più sofisticato o comunque meno commerciale, molto attesi sono i nuovi CD dei Beach House, di FKA twigs e di Charli XCX: realtà ormai consolidate, con alcune hit all’attivo, ma ancora non nel pieno mainstream. Vedremo se il 2022 porterà buone nuove per questi tre artisti.

Abbiamo poi il mondo hip hop: oltre al già menzionato Kendrick Lamar, abbiamo Danny Brown, uno dei rapper più imprevedibili del momento, pronto a regalarci ancora canzoni costruite su beat strampalati e fatti pubblici e privati narrati dalla sua voce fortemente nasale e altrettanto inconfondibile. Menzione poi per Earl Sweatshirt, che pubblicherà “Sick!” il 14 gennaio, e per i veterani Pusha-T e Freddie Gibbs. Non tralasciamo poi le giovani leve, rappresentate da Saba e Noname, che dovranno mantenere le aspettative alte imposte dai rispettivi esordi; e sappiamo quanto la “sindrome da secondo album” spesso azzoppi carriere promettenti.

Nell’elettronica si prospetta un 2022 interessante: artisti del calibro di M83 e Animal Collective, riferimenti del settore nel corso soprattutto degli anni ’00 e ’10 del XXI secolo, sembrano scaldare i motori per pubblicare i loro nuovi lavori nell’anno che verrà. Abbiamo poi Jenny Hval e MGMT, 100 gecs e Let’s Eat Grandma… insomma, nomi apprezzati sia nel versante pop che sperimentale dell’elettronica, un magma sempre più vivo e imperscrutabile.

In conclusione, il 2022 sarà probabilmente un anno da vivere intensamente. Sperando che la pandemia lasci più tranquilli e sia possibile tornare a vedere concerti in tranquillità, scaldiamoci ascoltando tanti CD da parte di artisti amati da pubblico e critica! State collegati, perché A-Rock vi offrirà al meglio delle proprie possibilità una copertura ampia e variegata.

I 50 migliori album del 2020 (25-1)

Eccoci arrivati alla seconda (e più prestigiosa) puntata della lista dei 50 migliori CD del 2020. Ieri, nel capitolo precedente, abbiamo visto pezzi da 90 come Bruce Springsteen, Dua Lipa e Harry Styles; chi avrà vinto il titolo di miglior album dell’anno? Buona lettura!

25) Adrianne Lenker, “songs” / “instrumentals”

(FOLK – ROCK)

La prolificità e la consistenza dimostrate nel corso degli ultimi anni da Adrianne Lenker hanno dell’incredibile: tra 2016 e 2020 abbiamo ben sette dischi (!) in cui lei collabora o si espone in prima persona, quattro con i Big Thief (di cui due nel 2019) e tre a suo nome, di cui due nell’infausto 2020. Infausto non solo per il Coronavirus: Adrianne infatti ha anche subito la rottura col suo partner di lunga data, tanto da sentirsi in dovere di rifugiarsi in una cabina in Massachusetts (un po’ à la Bon Iver) e comporre la coppia di lavori “songs” e “instrumentals”.

Sebbene quindi i due possano apparire divisi, in realtà vanno intesi come un unico lungo LP: una prima parte contenente canzoni vere e proprie, con Adrianne e la sua chitarra in primo piano, e una seconda composta da due lunghe suite strumentali, quasi ambient a tratti. I quasi 90 minuti tuttavia non pesano e fanno capire quanto dotata sia la cantautrice americana, uno dei volti più riconoscibili e meritevoli del panorama indie, sia sul versante rock che su quello folk.

“songs” è un album nato nella sofferenza, come abbiamo intuito e come Adrianne ribadisce in varie liriche del CD; tuttavia la sensazione che ne deriva ascoltandolo è di calma e serenità, grazie a pezzi efficaci come l’incantevole anything e not a lot, just forever. Non demeritano nemmeno ingydar e dragon eyes, mentre è un po’ monotona forwards beckon rebound.

Liricamente, dicevamo, il CD contiene frasi davvero espressive, con cui Lenker dichiara tutto il rammarico per la storia finita dopo sei anni di fidanzamento: “Tell me lies, wanna see your eyes. Is it a crime to say I still need you?” (two reverse), “Your dearest fantasy is to grow a baby in me” (not a lot, just forever), “Oh emptiness! Tell me ’bout your nature, maybe I’ve been getting you wrong” (zombie girl). Come detto, però, tutta questa malinconia non intacca il carattere del lavoro, che la Nostra mantiene su binari simili al primo Bon Iver e alla Joni Mitchell degli esordi.

“instrumentals” è la coda tanto misteriosa quanto affascinante di “songs”: formato da soli due pezzi molto estesi, music for indigo e mostly chimes, ha comunque una durata di 37 minuti e una capacità di evocare luoghi e sensazioni non banale. Se la prima almeno presenta la chitarra in primo piano, mostly chimes è invece un pezzo ambient puro e semplice, che pare voler fare scomparire del tutto la figura di Adrianne Lenker, riuscendoci peraltro in pieno.

Accostare Joni Mitchell così come Leonard Cohen e Bob Dylan a Lenker inizia a non essere un affronto; nulla di male, anzi. Adrianne, sia da frontwoman dei Big Thief che solista, ha trovato una sua preziosa dimensione, fatta di canzoni raffinate, semplici ma mai scontate e testi fantastici. “songs” e “instrumentals” sono la dimostrazione ulteriore che siamo di fronte ad un talento straordinario, che merita ogni riconoscimento.

24) Phoebe Bridgers, “Punisher”

(ROCK – FOLK)

Nel mondo del folk Phoebe Bridgers è conosciuta come un talento cristallino, capace di trovare una propria dimensione sia come artista in proprio (fin dal suo esordio “Stranger In The Alps” del 2017) che come collaboratrice, sia nelle boygenius (assieme a Lucy Dacus e Julien Baker) che nei Better Oblivion Community Centre (con Conor Oberst).

Tutto questo sottolinea la grande prolificità della Nostra: fra 2017 e 2020 ha infatti collaborato attivamente a quattro fra dischi ed EP, producendo inoltre i lavori più recenti di Blake Mills e Christian Lee Hutson. L’iperattività di Phoebe non è tuttavia mai andata a scapito della qualità: evolvendo progressivamente rispetto al timido esordio, la Bridgers ha infatti costruito un proprio universo, fatto di candida sincerità e melodie avvolgenti, sbocciando pienamente in “Punisher”.

La breve DVD Menu vale da introduzione alla prima vera perla del CD, quella Garden Song non a caso scelta come singolo di lancio, gran pezzo folk. Segue a ruota la seconda meraviglia, Kyoto: un brano indie rock degno dei migliori Deerhunter, impreziosito dalla delicata voce di Phoebe. La cantautrice statunitense decide poi di rallentare i ritmi, tornando alla lentezza di “Stranger In The Alps”, per poi accelerare di nuovo nell’ottima Chinese Satellite.

La seconda parte di “Punisher” mantiene questa struttura a due facce, creando un LP variegato ma mai troppo slegato. Le liriche, poi, fungono da perfetto complemento: il candore di Phoebe Bridgers è cosa nota, qui si arricchisce di dediche al defunto maestro Elliott Smith (la title track) e riferimenti più o meno velati e ironici alla fine del mondo (“Yeah, I guess the end is here” canta in I Know The End, che chiude epicamente il CD).

“Punisher” è quindi un CD tutto da gustare, in cui Phoebe Bridgers mette in mostra tutto il suo talento, aiutata anche dalla collaborazione degli storici amici boygenius e Conor Oberst e mostrando una maturità compositiva che pare pienamente raggiunta.

23) Neil Young, “Homegrown”

(FOLK – ROCK)

Il 19 giugno 2020 resterà impresso nella memoria degli amanti del rock classico per lungo tempo: quel giorno sono infatti usciti i nuovi dischi di due leggende come Bob Dylan e Neil Young. “Homegrown” è in realtà uno dei tanti “dischi perduti” del cantautore canadese: registrato originariamente nel 1974, poi scartato in favore del più tenebroso “Tonight’s The Night” (1975), il CD è un’ottima dimostrazione che, negli anni ’70 del XX secolo, gli scarti di Young sarebbero stati oro per il 90% dei suoi colleghi musicisti.

Il lavoro riprende il familiare folk-rock del Nostro, con delicati intarsi di country e addirittura una parte spoken word (Florida). Le canzoni sono brevi, addirittura Mexico non arriva a 2 minuti, come del resto il disco che dura a malapena 35 minuti. Questo da un lato favorisce l’ascolto, dall’altro ci fa desiderare di più, data l’efficacia della maggior parte dei brani.

La title track, con la sua chitarra in evidenza, è una perla e probabilmente uno dei brani più belli del Neil Young post 2000. Da menzionare anche la più mossa Vacancy. Ma nulla in realtà è superfluo, creando un’atmosfera rilassata malgrado a volte le liriche siano piuttosto tetre.

Ad esempio, Florida narra la storia immaginaria di Young che salva un bambino dopo un incidente mortale per i genitori del bimbo; invece White Lines contiene la criptica lirica “That old white line is a friend of mine”, riferimento forse alla cocaina? È chiaro che il cantautore si mette a nudo, fatto evidenziato anche dalla delicata Try, in cui Neil canta “Darlin’, the door is open to my heart, and I’ve been hoping that you won’t be the one to struggle with the key”, chiaro riferimento alla storia d’amore appena terminata con l’attrice Carrie Snodgress.

“Homegrown” è un CD imperdibile non solo per i collezionisti e per i fans duri e puri di Neil Young; è un lavoro consigliato a tutti gli amanti della musica rock, passata e presente. Anche più di “Hitchhiker” (2017), altro LP perduto da tempo di Neil Young recentemente riemerso, è una testimonianza del talento immenso di uno dei più grandi cantautori degli ultimi 50 anni.

22) Moodymann, “TAKEN AWAY”

(ELETTRONICA)

Il nono disco di Moodymann, leggenda della scena house americana, è un’altra aggiunta di valore ad una discografia sempre più ragguardevole. “TAKEN AWAY” arriva solo un anno dopo “SINNER” e anch’esso non è stato inizialmente condiviso sulle principali piattaforme di streaming (mentre “SINNER” è da qualche mese disponibile, “TAKEN AWAY” tuttora non lo è), ma solo sul profilo Bandcamp dell’artista. Scelta inconsueta per molti, non per Kenny Dixon Jr. (questo il vero nome di Moodymann), DJ sempre misterioso, tornato sulle scene nel 2014 dopo dieci anni di strana assenza.

“TAKEN AWAY” non è un titolo casuale: Moodymann infatti l’anno passato è stato vittima di una violenza a cui ormai siamo abituati da parte della polizia americana, che l’ha portato in cella e minacciato con le pistole puntate a seguito di “comportamenti sospetti”. L’episodio ha legittimamente scosso Dixon, che intitolando il nuovo lavoro “TAKEN AWAY” (ovvero “portato via”) e scegliendo basi meno funky del solito, a volte davvero cupe, ha impresso un tono decisamente più cupo del solito al CD.

Ne sentiamo echi in alcune parti testuali, ad esempio in Let Me In Moodymann canta “You’ve never been a good soul to anyone, especially me”; in Slow Down avvertiamo improvvisamente delle sirene di polizia arrivare minacciose, per poi dissolversi. Le sirene tornano anche nella title track, allegra ma allo stesso tempo pervasa da una malinconia, quasi un senso di inquietudine che rende “TAKEN AWAY” il disco più cupo a firma Moodymann.

Kenny Dixon Jr. si conferma una volta di più maestro dell’elettronica, capace di scrivere canzoni profonde ma mai monotone e anzi con alto replay value, prova ne siano le affascinanti Let Me Show You Love e Taken Away. Unica nota stonata è I’m Already Hi, ma il bilancio dell’album resta positivo. “TAKEN AWAY” è uno dei migliori LP di musica elettronica dell’anno, un risultato non scontato per un musicista che fa ballare le folle da ormai tre decadi.

21) Lianne La Havas, “Lianne La Havas”

(POP – SOUL – R&B)

Il terzo album della fascinosa cantante inglese è il suo lavoro più sicuro e convincente. Fin dal titolo il taglio è decisamente personale: “Lianne La Havas” è infatti un CD che tratta temi molto intimi per la Nostra, soprattutto la separazione dal suo partner di Los Angeles (esemplare Please Don’t Make Me Cry). Tuttavia, le melodie non disegnano paesaggi desolati: Lianne infatti mantiene un delicato equilibrio fra soul, R&B e folk che rende il disco imperdibile per gli amanti della musica più rasserenante ma non per questo “leggerina”.

Il lavoro arriva ben cinque anni dopo il precedente “Blood”, un periodo di tempo in cui molti pubblicano due/tre CD di inediti: Lianne ha deciso di riflettere attentamente sulla mossa successiva al CD che l’aveva definitivamente consacrata, tanto da metterla nell’orbita di un certo Prince, che era rimasto affascinato dalla sua bravura alla chitarra e dalla bella voce di Lianne. “Lianne La Havas” prosegue il percorso intrapreso, ma lo aggiorna con melodie più raccolte (trova spazio anche un’efficace cover di Weird Fishes dei Radiohead).

Nessun brano è davvero inefficace, solo il breve Out Of Your Mind (Interlude) è superfluo e rovina parzialmente il ritmo e la coesione del disco. Spiccano invece Paper Thin e la complessa Sour Flower, che riportano alla mente i migliori momenti di “A Seat At The Table” (2016) di Solange Knowles, la sorellina di Beyoncé, solo con minore attenzione alla politica e maggiore introspezione.

Lianne La Havas era un nome chiacchierato nella scena pop inglese; accanto alla bella voce e al fascino personale, infatti, la cantautrice sa sfoderare canzoni subito accattivanti e che migliorano ad ogni ascolto. “Lianne La Havas” è il compimento di un percorso di crescita personale sempre più intrigante, che ci fa sperare di aver trovato una grande interprete nel mondo soul/R&B.

20) The Microphones, “Microphones In 2020”

(FOLK)

Il nuovo disco di Phil Elverum resuscita l’alias che lo lanciò ormai più di venti anni fa: i The Microphones, in realtà sempre un progetto solista come il successivo Mount Eerie. “Microphones In 2020” è il ritorno più che benvenuto di uno dei progetti più amati dell’indie anni ’00: Phil analizza nell’unica lunga canzone (oltre 45 minuti!) molta parte della sua vita, soprattutto la sua gioventù, anche se non mancano riferimenti più recenti ai tragici eventi che l’hanno colpito negli scorsi anni.

Elverum si conferma musicista di grande talento: la traccia si regge infatti su degli accordi di chitarra acustica molto semplici, solo occasionalmente intervengono altri strumenti come il basso e la chitarra elettrica. Nondimeno, non ci sono momenti persi o monotoni, forse solamente la lunga intro poteva essere accorciata. Pertanto, possiamo dire che “Microphones In 2020” certamente non rovina l’eredità del progetto, anzi l’arricchisce di un capitolo inaspettato ma non superfluo.

L’aspetto lirico, come spesso nei CD a firma Phil Elverum, è fondamentale. Laddove i lavori più recenti del cantautore americano si concentrano su dettagli della vita quotidiana, spesso drammatici a seguito della morte della moglie Geneviève Castrée nel 2016, i The Microphones avevano sempre posto lo sguardo sulla natura, addirittura sul cosmo. In un certo senso “Microphones In 2020” fonde queste due estetiche, con Phil che rievoca episodi lontani nel tempo ma anche alcuni accaduti pochi anni fa, non disdegnando però le domande “generali” sul senso della vita.

Di seguito ecco alcuni dei momenti più delicati o, alternativamente, inquisitori: “Conceptual emptiness was cool to talk about back before I knew my way around these hospitals” è un amaro rimando al periodo più drammatico della vita di Elverum; “Every song I’ve ever sung is about the same thing: standing on the ground looking around, basically” è invece un’analisi onesta della sua estetica; “We’d go up on the roof at night and actually contemplate the moon… My friends and I trying to blow each others’ minds just lying there gazing, young and ridiculous” è infine un’immagine felice presa dalla sua gioventù. Il verso più bello è tuttavia contenuto nella parte finale del componimento, quasi un manifesto poetico: “I’m still standing in the weather looking for meaning in the giant meaningless days of love and loss repeatedly waterfalling down and the sun relentlessly rises still”.

In conclusione, per tutti i fans dei The Microphones il lavoro è imperdibile: pur essendo composto da un’unica lunga traccia, infatti, “Microphones In 2020” è un’ulteriore dimostrazione delle qualità di Phil Elverum, un autore per cui prolificità e bellezza vanno di pari passo. Non sono molti quelli di cui possiamo dire lo stesso.

19) Taylor Swift, “folklore” / “evermore”

(FOLK – POP)

Il nuovo doppio CD della popstar statunitense è una svolta radicale in una carriera sempre più interessante. Taylor Swift, la fidanzatina d’America, partita dal country e arrivata al pop da stadio, svolta verso il folk à la Bon Iver, con tocchi di Lana Del Rey e Phoebe Bridgers che non pensavamo potessero adattarsi all’estetica tutta lustrini messa in evidenza in “reputation” (2017) e “Lover” (2019).

“folklore” arriva solo un anno dopo “Lover” e senza alcuna campagna di marketing da parte di Taylor: decisamente insolito per una delle stelle più brillanti della scena pop. Altra mossa sorprendente è la collaborazione con alcuni capisaldi dell’indie, autori del calibro di Bon Iver e Aaron Dessner (The National). I risultati non piaceranno ai fans più pop di Taylor, ma ampliano notevolmente la palette sonora della cantautrice e le faranno guadagnare il rispetto anche del pubblico più “esigente”.

Non tutto è perfetto in “folklore”, va detto: le 16 canzoni alla lunga diventano ripetitive e alcune (come seven) sono puro riempitivo. Ecco, se avessimo di fronte un lavoro da 12 pezzi e 50 minuti saremmo senza dubbio di fronte al CD perfetto di Taylor Swift. Così invece il verdetto è sospeso: ci sarà chi preferirà il country-pop di “Red” (2012), chi la definitiva svolta mainstream di “1989” (2014), ma senza dubbio parleremo di “folklore” ancora per anni a venire.

Liricamente, in passato il centro di più o meno tutte le canzoni di Taylor era stato… sé stessa. Adesso invece la sua fantasia ha piena libertà: in the last great american dinasty si cita Rebekah Harkness e la dinastia dei Rockefeller, monopolisti del settore petrolifero nei primi anni del XX secolo. betty invece narra, dalla parte del maschio, la storia d’amore fra James e Betty, con il primo che ha tradito la seconda ma è sicuro di poterla riconquistare. Va notato che Betty era presente anche in cardigan, fra le migliori canzoni del CD.

Altri highlights sono la delicata mirrorball e august, mentre verso il finale, come già accennato, le melodie cominciano ad essere ripetitive. Ne sono esempi illicit affairs e invisible string.

In generale, però, il lavoro brilla grazie all’abbraccio totale che Swift fa dell’estetica indie di Bon Iver e Dessner; il famoso produttore Jack Antonoff, contrariamente al passato, ha infatti spazio solo marginalmente. “folklore” quindi ci fa riflettere su un mondo alternativo, in cui Taylor avrebbe continuato nel percorso country-folk solo occasionalmente pop e sarebbe diventata la stella crossover perfetta. La carriera della Nostra è stata invece contraddistinta da un clamoroso successo, tutto sommato meritato; e se però “folklore” fosse il suo CD più riuscito? Il dibattito è aperto.

La sfida viene incredibilmente lanciata solo alcuni mesi dopo da Taylor stessa: “evermore” è infatti il titolo del secondo CD del 2020 della popstar. Le atmosfere sono molto simili a “folklore”, il nuovo lavoro dal canto suo contiene forse melodie più pop e direttamente accessibili (si sentano la deliziosa willow e long story short).

Le 15 canzoni che compongono “evermore” sono coese fra loro, non ci sono veri passi falsi, forse solo cowboy like me è inferiore alla media, ma i risultati sono ancora una volta eccellenti. Se consideriamo che questo è il terzo album di Taylor Swift nel corso di soli 18 mesi, capiamo che siamo di fronte ad un periodo di creatività incredibile, paragonabile (sperando di evitare scomuniche dai fan più accaniti) al David Bowie del 1977 e al Prince del 1987.

Chiudiamo la nostra analisi con il parco ospiti di “evermore”: accanto a Vernon e Dessner, già dimostratisi ottimi collaboratori in “folklore”, abbiamo anche Matt Berninger e le HAIM, rispettivamente nella raccolta coney island e nella quasi country no body, no crime.

Questi due CD non solo sono ad oggi la vetta della produzione di Taylor Swift, sono anche una rivoluzione nelle tecniche di marketing: in passato i dischi venivano lanciati da lunghe campagne marketing, interviste e singoli. Il fatto che entrambi invece siano giunti al numero 1 delle charts di molti Paesi senza alcun battage pubblicitario fa capire che, in tempi di Covid, anche la musica è stata sfidata nelle sue convinzioni più radicate.

18) The Strokes, “The New Abnormal”

(ROCK)

Il primo album in sette anni (!) degli Strokes, non contando il brevissimo EP “Future Present Past” del 2016, è il più convincente CD del celebre gruppo newyorkese dall’ormai lontano “Room On Fire” (2003). Gli Strokes sembrano infatti nuovamente motivati come ai bei tempi, dopo una decade 2010-2019 davvero travagliata.

Julian Casablancas e soci paiono davvero divertirsi nel corso delle nove tracce di “The New Abnormal”: al solito indie rock smaliziato (Bad Decisions) si affiancano canzoni dove la batteria di Fabrizio Moretti è addirittura assente (At The Door), oltre a brani molto anni ’80, pieni di synth e in salsa new wave (Brooklyn Bridge To Chorus, Eternal Summer). Sono evidenti le influenze sperimentate ultimamente da Casablancas nel suo progetto parallelo, i Voidz, ma tutti e cinque gli appartenenti agli Strokes sembrano motivati a tornare ai loro livelli migliori, da troppo tempo lontani.

L’ambizione del lavoro è evidente da vari fattori: la copertina di Basquiat è un deciso cambiamento rispetto al passato minimale in fatto di cover del gruppo; la tracklist compatta nel numero ma non nella struttura delle canzoni (che spesso superano i 5 minuti); il falsetto di Casablancas ancora più presente che in passato… in più aggiungiamo dei singoli di lancio (specialmente Bad Decisions) davvero intriganti. Mettiamo Rick Rubin alla produzione e il quadro è ancora più eccitante.

Già probabilmente lo sapevamo, ma “The New Abnormal” ne è un’ulteriore dimostrazione: quando i ragazzi sono davvero concentrati sanno produrre CD sempre interessanti. Così era, ovviamente, per il classico “Is This It” (2001) e per “Room On Fire”, ma anche il controverso “Angles” (2011) aveva momenti di indubbia grandezza (Under Cover Of Darkness su tutti). Solo in “Comedown Machine” (2013) gli Strokes erano davvero sembrati allo stremo.

“The New Abnormal” potrebbe essere l’inizio della rinascita della band così come la lettera d’addio ai fans vecchi e nuovi; in ogni caso godiamoci il miglior LP del complesso statunitense negli ultimi 15 anni, pieno di novità e sorprendentemente coeso malgrado la varietà di suoni rinvenibili nel corso del CD. Complimenti, Casablancas e soci: non pensavamo di dire “che gran disco degli Strokes!” in questi anni bui per la band, ma una bella sorpresa in tempi di Coronavirus del resto era necessaria.

17) Soccer Mommy, “color theory”

(ROCK)

Il secondo album della cantautrice originaria di Nashville Sophie Allison, in arte Soccer Mommy, è un ottimo passo avanti in una discografia che era cominciata col botto. “Clean” (2018) infatti aveva colpito pubblico e critica (aveva anche fatto parte di una rubrica Rising di A-Rock) per la sua disarmante sincerità e per testi sempre diretti, in cui Sophie addirittura immaginava di mangiare i propri ex partner (Cool) e in cui declamava fiera “I don’t wanna be your fucking dog” (Your Dog).

Il percorso intrapreso nel precedente lavoro, un indie rock intervallato da brani più lenti, non viene abbandonato in “color theory”; piuttosto notiamo una crescita nella composizione e, allo stesso tempo, la perdita di quell’effetto sorpresa che aveva reso “Clean” così toccante. Il lavoro non è malvagio, anzi sono più gli alti dei bassi, ma la prossima volta sarà lecito attendersi più sperimentalismo da Sophie.

Il CD inizia molto bene: bloodstream è un ottimo pezzo indie rock, capace di una progressione potente che fa culminare il brano nel bellissimo finale. Invece royal screw up è più debole e sa di già sentito. Molto belle poi crawling in my skin e la breve up the walls. Colpisce poi un aspetto nella struttura complessiva del disco: molte canzoni superano i 4 minuti, addirittura yellow is the color of her eyes arriva a 7, testimonianza di una creatività mai doma.

Il tema dominante del lavoro è, già dal titolo, come i colori possono essere collegati alle sensazioni che tutti noi proviamo. Soccer Mommy presenta tre colori per tre corrispondenti emozioni: blu=depressione, giallo=dolore, grigio=mortalità. “color theory” vaga fra queste tre percezioni dell’animo non perdendo mai il filo della narrazione e delineando il profilo di una narratrice depressa, conscia che la vita è caratterizzata da momenti belli e altri brutti, ma merita di essere vissuta fino in fondo. Ne sono esempi “I am the problem for me, now and always” (royal screw up) e “Standing in the living room talking as you’re staring at your phone… it’s a cold I’ve known” (nightswimming).

“color theory” è il lavoro più maturo a firma Soccer Mommy, un nome ormai riconosciuto nel mondo indie e sinonimo di qualità e testi candidi. Sophie Allison ha già compiuto passi da gigante nella sua maturazione come artista e come donna, manca solo un ultimo step per comporre quello che potrebbe essere il suo LP definitivo.

16) Gorillaz, “Song Machine, Season One: Strange Timez”

(POP – ELETTRONICA – HIP HOP)

I Gorillaz sono la creatura più eccentrica nello sterminato canzoniere di Damon Albarn, già noto come frontman dei Blur e dei The Good, The Bad & The Queen, oltre che apprezzato solista. Mescolando hip hop, elettronica e pop, i Gorillaz sono entrati nel cuore del pubblico grazie a singoli perfetti come Clint Eastwood, Feel Good Inc. e On Melancholy Hill. Non sempre però, considerando gli album nella loro interezza, la band animata aveva mantenuto le attese: “The Fall” (2010), “Humanz” (2017) e “The Now Now” (2018) ad esempio sono CD controversi anche per i fans più accaniti. Non sempre quindi abbiamo perle come “Demon Days” (2005) e “Plastic Beach” (2010).

Un’altra particolarità dei Gorillaz, più o meno amata, è quella di infarcire i loro dischi con grandi ospiti, spesso in quantità eccessiva: basti pensare che in “Humanz” avevamo Vince Staples, Mavis Staples, Popcaan, Danny Brown, Kali Uchis e Pusha T, solo per citarne alcuni! Non sempre era quindi rintracciabile un tratto comune fra personaggi tanto distanti musicalmente. Beh, questo non è il caso di “Song Machine, Season One: Strange Timez”.

I Gorillaz peraltro ampliano ancora di più la lista di collaboratori in questo bel lavoro, aggiungendo Elton John, Robert Smith (The Cure), Beck, St. Vincent, slowthai e Kano, fra gli altri. Insomma, il gotha del mondo hip hop, pop e rock; nella edizione deluxe contiamo fra gli altri anche JPEGMAFIA, Skepta e il compianto Tony Allen. La cosa che colpisce però è la coesione del lavoro, capace di muoversi in equilibrio fra hip hop e pop senza mai deragliare, con singoli riusciti e l’intrinseca stranezza dei Gorillaz a fare da collante.

Il progetto “Song Machine” pareva partito come una serie di EP, contenenti pezzi azzeccati accanto a brevi intermezzi, e pareva improbabile che Albarn & co. decidessero di compilare un album intero di singoli che già da mesi erano stati pubblicati. Invece la scelta si è rivelata felice: gli highlights Strange Timez e Momentary Bliss stanno benissimo accanto alla ballata The Pink Phantom (con un grande Elton John) e a The Valley Of The Pagans, che ospita un Beck in ottima forma.

In generale, “Song Machine, Season One: Strange Timez” è probabilmente il CD più solido dei Gorillaz dai tempi di “Plastic Beach”: Damon Albarn ha dimostrato una volta di più il suo sconfinato talento ed eclettismo, creando un prodotto che piacerà a molti, divertente e mai prevedibile. È proprio quello che ci vuole, in un 2020 quanto mai desolante.

15) Special Interest, “The Passion Of”

(PUNK – ELETTRONICA)

Il quartetto americano, formato rispettivamente da Alli Logout (voce), Maria Elena (chitarra), Nathan Cassiani (basso) e Ruth Mascelli (batteria e tastiere), al secondo album dopo “Spiraling” (2018) ha trovato la formula vincente. Mescolando abilmente musica industrial, elettronica e punk, gli Special Interest hanno creato un ibrido incredibile che richiama sì la no wave anni ’80, ma aggiornata ai giorni nostri grazie alle tematiche attuali affrontate nei testi degli undici pezzi che compongono “The Passion Of”.

Dopo la breve intro Drama, il CD decolla subito grazie all’energia di Disco III (erede di Disco e Disco II contenute in “Spiraling”): un concentrato del miglior punk, con inserti techno potenti e tremendamente efficaci. Il vero manifesto della band tuttavia è l’ottima All Tomorrow’s Carry: uno dei migliori pezzi dell’anno, grazie alla potente voce di Alli Logout e a una base ritmica efficacissima. Il disco, come già detto, contiene anche melodie puramente elettroniche, prova ne sia Passion, che pare di Four Tet.

Questa fusione fra ritmi danzerecci e punk feroce fa di “The Passion Of” un album veramente unico, che fa capire come il rock largamente inteso non sia morto, con il punk soprattutto particolarmente vivo (basti ricordare le molte band nate negli ultimi anni sia in Europa che in America). I pezzi migliori sono la già menzionata All Tomorrow’s Carry e Street Pulse Beat, ma nessuno è fuori posto, tanto che i 29 minuti del CD scorrono benissimo e il lavoro ha un altissimo replay value.

Anche liricamente “The Passion Of” è molto esplicito: Logout e co. non si fanno remore a denunciare le storture della società moderna, soprattutto a danno dei più deboli (ad esempio omosessuali e persone di colore). In Homogenized Milk Alli Logout urla “What happens when there’s nothing left to gentrify and genocide is on your side?”; All Tomorrow’s Carry è ancora più apocalittica, “I watch the city crumble, arise from the rubble” cantano gli Special Interest. Infine, abbiamo il vero proclama politico del gruppo: la chiusura del lavoro, With Love, contiene i seguenti versi: “Navigate degradation on a day to day basis, no sleep through the night… Our fathers in cages under heavy surveillance… With passion aroused we call for tomorrow the people take all”.

È la rivoluzione che gli Special Interest vogliono; un cambiamento radicale delle condizioni socioeconomiche degli Stati moderni, basati secondo loro su sopraffazione e violenza. “The Passion Of” è la perfetta colonna sonora di tutto questo: arrabbiata ma mai disperata, energica ma non dissennata. Il punk si conferma quindi genere più vivo che mai e gli Special Interest sono uno dei nomi più interessanti della scena statunitense.

14) Yves Tumor, “Heaven To A Tortured Mind”

(ROCK – SPERIMENTALE)

Il musicista di origine americana Yves Tumor, ora di base a Torino, è giunto al quarto album di inediti circondato dall’ammirazione di una larga fetta della critica più influente. Capace di mescolare abilmente ambient, musica sperimentale e rock in dischi via via più accessibili, Sean Bowie (questo il vero nome di Yves Tumor) era atteso al varco: sarebbe stato capace di allargare i propri orizzonti e, magari, anche il proprio pubblico, senza perdere la legittimità e integrità guadagnate nel passato recente?

La risposta è un sonoro sì. Pur non rinunciando alla parte più d’avanguardia della propria estetica, Yves riesce infatti a virare verso un rock con richiami agli anni ’80 (Kerosene!, a cui collabora la cantante R&B Diana Taylor) e al noise (Medicine Burn). I pezzi “commerciabili” non mancano, si senta la delicata nenia Strawberry Privilege a riguardo, a dimostrazione che Sean Bowie (dal cognome altamente evocativo) non rinuncia a piacere al grande pubblico quando ne ha la possibilità.

Rispetto al precedente “Safe In The Hands Of love” (2018), il CD è più focalizzato su un solo genere: se da un lato questo regala più coesione, dall’altro spiacerà agli amanti dei lavori più spericolati dell’artista statunitense. Spiccano particolarmente l’iniziale Gospel For A New Century e Super Stars, che avrebbero potuto essere composte da Prince o da Moses Sumney. I 12 brani (per 36 minuti) scorrono sempre bene, senza cadute di qualità, a testimonianza di un LP davvero riuscito.

In conclusione, “Heaven To A Tortured Mind” è ad oggi il disco più compiuto di Yves Tumor, un artista tanto misterioso quanto talentuoso. E se tuttavia, malgrado l’innegabile bellezza, questo lavoro non fosse ancora il manifesto definitivo di Sean Bowie? Lo scopriremo col tempo, per ora accontentiamoci di uno dei migliori lavori di rock sperimentale della nuova decade.

13) Run The Jewels, “RTJ4”

(HIP HOP)

“You so numb you watch the cops choke out a man like me until my voice goes from a shriek to whisper ‘I can’t breathe’ and you sit there in the house on couch and watch it on TV”. Basterebbe questo devastante verso, contenuto in walking in the snow, per fare di “RTJ4” un CD fondamentale del 2020. El-P e Killer Mike hanno infatti pubblicato il loro quarto lavoro come Run The Jewels nel più adatto dei momenti; del resto, però, chi avrebbe pensato che questo verso, dedicato a Eric Garner, altro caso tragico di razzismo in America, sarebbe stata la colonna sonora delle rivolte scoppiate a seguito del brutale assassinio di George Floyd?

Il duo rap più famoso d’America del resto si è fatto una reputazione per saper anticipare i tempi tramite versi sempre affilatissimi, come accadeva nei precedenti LP tutti intitolati “Run The Jewels” e poi con numeri progressivi, à la Led Zeppelin insomma. I tre CD erano stati le colonne sonore perfette per tempi difficili caratterizzati dalla crisi economica (“Run The Jewels” del 2013 e “Run The Jewels 2” del 2014) e dall’elezione di Donald Trump (“Run The Jewels 3” del 2016).

Oltre a grandi qualità liriche, tuttavia, i RTJ sono anche apprezzati per la loro innata qualità di fondere omaggi più o meno espliciti all’hip hop anni ’90 con ospiti sempre azzeccati che rendono i loro lavori sempre attuali. Ad esempio, in questo “RTJ4” El-P e Killer Mike hanno ingaggiato Josh Homme, Zack De La Rocha e Pharrell Williams: il gotha dell’hard rock e del pop, in poche parole. I risultati sono davvero strabilianti, tanto che il disco potrebbe essere il migliore della già ottima produzione dei Run The Jewels.

Già dall’inizio intuiamo che la rabbia dei RTJ non si è per nulla attenuata: yankee and the brave (ep. 4) contiene una base durissima e ottimi versi sia da parte di Killer Mike che di El-P. Lo stesso vale per la potente holy calamafuck e JU$T. Quando invece i ritmi rallentano il disco perde vigore, questo è il caso ad esempio di goonies v.s. ET. Nondimeno, “RTJ4” come già accennato resta un LP valido, per alcuni addirittura il più riuscito del duo.

I Run The Jewels si confermano al top della carriera, malgrado stiamo parlando di due rapper ormai nell’età matura (hanno entrambi 45 anni) e con una lunga carriera alle spalle. Killer Mike ed El-P potranno avere ormai superato la giovane età, ma la loro capacità di rappresentare i più deboli, specialmente in tempi così complicati, è fondamentale. Basti sentirsi la conclusiva canzone a few words for the firing squad (radiation), in cui i RTJ denunciano i mali della società in modo più efficace di pressoché tutti i politici (i buoni soppressi dai cattivi, la verità manipolata dalle fake news, le differenze di trattamento che dipendono solo dalla razza delle persone…). Bentornati, Run The Jewels.

12) Destroyer, “Have We Met”

(ROCK)

Il tredicesimo album del veterano del soft rock Dan Bejar, in arte Destroyer, è uno dei lavori più compiuti a suo nome. Se da sempre il marchio Destroyer è sinonimo di canzoni affascinanti e raffinate, con “Have We Met” Bejar continua il suo percorso nel mondo synth-pop in maniera impeccabile.

La decade 2010-2019 aveva visto Destroyer creare lavori sempre più lontani dalle sue radici folk-rock per portarsi verso lidi più raffinati, ispirati ai Roxy Music e al mondo synth degli anni ’80 (Sade su tutti). “Kaputt” (2011) era stato il picco creativo del periodo, ancora oggi annoverato fra i dischi migliori dello scorso decennio. Bejar aveva in seguito proseguito in quel percorso con i riusciti “Poison Season” (2015) e “ken” (2017), ma con ritorni inevitabilmente minori, anche commercialmente parlando.

“Have We Met” senza dubbio non è in linea coi tempi, dominati da trap e hip hop, ma soddisferà gli amanti del soft rock più nostalgico e del progetto Destroyer: pezzi come Crimson Tide, The Raven e The Man In Black’s Blues sono fin da subito standout del CD. Solo la ballata The Television Music Supervisor è fuori contesto e abbassa la media di “Have We Met”.

Proprio questa canzone però ha anche il testo più poetico forse dell’intera produzione di Dan Bejar: un produttore musicale, orami sul letto di morte, riflette sulla propria vita e sui rimorsi che ha ancora dentro di sé, lasciando però la scena irrisolta tanto che l’ultimo verso è “I can’t believe…”. Che il musicista sia spirato?

Altrove troviamo messaggi quasi politici, fatto inusuale per un CD dei Destroyer: “Just look at the world around you… actually no, don’t look!”, contenuta in The Raven, è l’esempio più chiaro. In The Man In Black’s Blues abbiamo un ritorno del Bejar più astratto: “When you’re looking for Nothing and you find Nothing, it is more beautiful than anything you ever knew”.

In conclusione, “Have We Met” è il miglior LP del progetto Destroyer dal 2011 ad oggi e conferma Dan Bejar come voce irrinunciabile del panorama rock.

11) Porridge Radio, “Every Bad”

(ROCK)

Il secondo album dei Porridge Radio è un riuscito amalgama di punk e indie rock, reso ancora più interessante dalla prova vocale a 360 gradi di Dana Margolin, capace di urli quasi heavy metal e sussurri da ballata pop che ne denotano l’elasticità canora.

Il primo LP del complesso inglese era passato quasi inosservato; la mutazione avvenuta fra “Rice, Pasta And Other Fillers” (2016) e “Every Bad” è notevole. Se prima le sonorità ispiratrici erano più virate verso l’indie pop, adesso i Porridge Radio sono diventati una rock band a tutti gli effetti. Il gruppo si va ad aggiungere ad una scena britannica davvero rigogliosa: IDLES, Shame, black midi e Fontaines D.C. sono i nomi più noti di una riscossa rock causata probabilmente, fra le altre cose, da una profonda insoddisfazione per la situazione corrente del Regno Unito e dell’Irlanda in questi ultimi anni.

L’inizio del CD ricorda quasi i Deerhunter: quando la Margolin in Born Confused ripete come un mantra “Thank you for leaving me, thank you for making me happy” per un minuto intero quasi ci torna alla mente Nothing Ever Happened. Altrove troviamo influenze più punk, dagli IDLES al Nick Cave delle origini, che creano un impasto sonoro denso ma mai fine a sé stesso.

È difficile trovare difetti in un album così ben sequenziato, lungo al punto giusto (11 brani per 41 minuti) e con continui cambi di ritmo, che lo rendono sempre imprevedibile. I pezzi migliori sono Born Confused e la più raccolta Pop Song, leggermente sotto la media (molto alta) del lavoro invece Nephews e Circling.

Abbiamo già accennato alle liriche dei Porridge Radio: in molte canzoni troviamo riferimenti personali, spesso desolati (“I’m bored to death” e “What is going on with me?” in Born Confused) e altre volte violenti (“And sometimes I am just a child, writing letters to myself, wishing out loud you were dead… and then taking it back” in Sweet). Infine però la band pare trovare pace in Lilac: “I don’t want to get bitter, I want us to get better, I want us to be kinder to ourselves and to each other”.

Questo messaggio di speranza è la degna chiusura di un CD davvero riuscito, l’ennesima bella scoperta del rock inglese. I Porridge Radio, come si dice sempre o quasi, non hanno rivoluzionato la musica; nondimeno ascoltando il disco non si può non sperare che, anche in questi tempi difficili, finisca come hanno detto loro: che tutti diventiamo migliori e più gentili con gli altri.

10) Protomartyr, “Ultimate Success Today”

(PUNK)

Il quinto CD della band punk originaria di Detroit arriva tre anni dopo “Relatives In Descent” e a due dall’intrigante EP “Consolation”. La crescita del gruppo guidato da Joe Casey è impressionante: laddove i lavori precedenti erano notevoli soprattutto dal punto di vista lirico, con Casey capace di descrivere i mali peggiori del capitalismo in maniera cruda ma mai disperata, con “Ultimate Success Today” siamo di fronte al miglior lavoro della loro discografia musicalmente.

Mentre i CD del gruppo erano spesso fin troppo elaborati e alla lunga perdevano mordente, infatti, il nuovo LP è un concentrato del miglior post-punk: ritmi aggressivi, testi arrabbiati e una sezione di fiati che arricchisce ulteriormente l’esperienza. I risultati finali ricordano i Joy Division, a tratti i The Fall: insomma il meglio del movimento nato nei tardi anni ’70.

Fin dai primi due brani, i bellissimi Day Without End e Processed By The Boys, abbiamo ben chiari i tratti dominanti del lavoro; ma il resto delle dieci tracce che compongono “Ultimate Success Today” non è da meno. Spiccano soprattutto June 21 e Worm In Heaven, mentre è un po’ sotto la media Bridge & Crown.

Liricamente inoltre, come già accennato, il disco è molto profondo: Joe Casey si chiede in Processed By The Boys se l’Apocalisse sarà “a foreign disease washed upon the beach” oppure verrà da rivolte per strada. Nel pezzo conclusivo, la devastante Worm In Heaven, Casey rimpiange il suo passato: “Remember me, how I lived. I was frightened, always frightened” per poi proclamare “I wish you well, I do. May you find peace in this world; and when it’s over dissolve without pain”.

I Protomartyr hanno ormai una fanbase leale e in crescita, ma pochi avrebbero previsto questa evoluzione per una band sì impegnata, ma anche spesso imperfetta musicalmente. “Ultimate Success Today” è, in poche parole, uno dei migliori album punk dell’anno.

9) A.A.L. (Against All Logic), “2017-2019”

(ELETTRONICA)

Uno dei tanti alias del celebre musicista cileno Nicolas Jaar ci fa capire, ancora una volta, che siamo di fronte ad un talento unico nel circuito della musica elettronica mondiale. Unendo i suoi istinti più sperimentali con la sua solita attenzione alla melodia, Jaar con questo LP sembra anticipare musica sempre più visionaria.

Il CD non ricalca in realtà le atmosfere house dell’illustre predecessore: Jaar infatti introduce elementi industrial nel sound del suo progetto, creando un prodotto meno caldo ma non meno intrigante. L’inizio di Fantasy è in effetti diverso dalle canzoni house di “2012-2017”, ma la canzone entra sottopelle con facilità. Idem per la seguente If Loving You Is Wrong, più accogliente. Una novità rilevante e benvenuta è la brevità del lavoro: 9 canzoni per 45 minuti sono decisamente più digeribili dei 66 minuti di “2012-2017”.

In poche parole, Nicolas Jaar si conferma punto fermo della scena elettronica mondiale: dall’elettronica minimal, quasi ambient di “Space Is Only Noise” (2011) passando per il progetto “Darkside” (2013) con Dave Harrington, caratterizzato da atmosfere più rock, arrivando fino a “Sirens” (2016) e i due CD di A.A.L. (Against All Logic), il musicista cileno non ha mai fallito un appuntamento.

8) The 1975, “Notes On A Conditional Form”

(ELETTRONICA – POP – ROCK)

Analizzare imparzialmente un nuovo album dei The 1975, il gruppo inglese capitanato dal vulcanico Matty Healy, è sempre più difficile. Il nuovo album infatti, “Notes On A Conditional Form”, è la somma di tutto ciò per cui sono amati e di quello per cui l’esercito dei loro haters è così nutrito: 22 canzoni (!), 80 minuti di durata complessiva (!!), generi che vanno dalla classica al punk, passando per country ed elettronica (!!!)… Insomma, il CD più divisivo mai prodotto dalla band fino ad oggi.

Il periodo antecedente all’uscita del lungo lavoro è stato influenzato da numerosi rinvii, basti pensare che inizialmente il CD doveva arrivare nel maggio 2019. Successive pianificazioni avevano proposto ottobre 2019, poi febbraio 2020, aprile 2020 e infine il 22 maggio, data in cui “Notes On A Conditional Form” è finalmente stato pubblicato. Come sempre inoltre numerosi i single estratti, ben otto dei 22 pezzi complessivi sono infatti stati prescelti. Insomma, un processo decisamente frastagliato.

“Notes On A Conditional Form” conclude l’era della “Music For Cars”, che Matty Healy e compagni hanno detto comprendere i loro primi CD ed EP fino appunto a quest’ultimo. Per questo e mille altri motivi il disco era attesissimo da pubblico e critica: anticipato da singoli di successo come Me & You Together Song e If You’re Too Shy (Let Me Know), oltre al fatto di contenere ospiti di spessore (da Phoebe Bridgers a FKA Twigs), il lavoro pareva destinato a riscuotere consensi unanimi.

Non è così, per una ragione ben precisa: i The 1975 questa volta hanno davvero corso rischi inauditi. Piazzare vicino nella tracklist il punk potente di People con The End (Music For Cars), che pare estratta da una colonna sonora di Ennio Morricone, così come un brano quantomeno bizzarro come Shiny Collarbone con la brillante If You’re Too Shy (Let Me Know), sono scelte sconsiderate per qualunque artista. Con i The 1975 del resto vale l’assunto che passare da un genere al suo opposto nello spazio di due canzoni sia lecito, anzi incentivato; mentre però nel precedente “A Brief Inquiry Into Online Relationships” (2018) il complesso britannico aveva trovato un’unità tematica e stilistica miracolosa, tanto da essere premiato come album dell’anno da A-Rock, in “Notes On A Conditional Form” i The 1975 non riescono nell’impresa. Ed è davvero un peccato, perché il CD contiene alcune delle canzoni più belle e toccanti mai composte da quel genio folle che è Matty Healy.

Tuttavia, ad A-Rock siamo convinti che “Notes On A Conditional Form” volesse raggiungere proprio questo scopo: dividere. I The 1975 hanno infatti il merito di fare esattamente quello che passa loro per la testa, senza preoccuparsi delle reazioni del pubblico distratto e della critica. Del resto, i loro passati successi (da Chocolate a Sex, passando per Somebody Else, She’s American, The Sound e Love It If We Made It) sono incentrate su un sound pop-rock anni ’80 tanto suadente quanto aggiornato ai giorni nostri, tale da far chiedere: ma perché non realizzano un disco di 10-12 canzoni ispirato a Duran Duran e Cure, così da conquistare anche i critici più severi e il pubblico più conservatore? Domande legittime, a cui la band ha risposto con questo LP: a loro semplicemente non interessa (ancora) ritirarsi in lidi conosciuti, la voglia di Healy e compagni di esplorare nuovi territori musicali in ogni nuovo lavoro è intatta otto anni dopo l’esordio.

È così che passiamo da pezzi già classici come People, If You’re Too Shy (Let Me Know) e Me & You Together Song a esperimenti non riusciti come Roadkill (un pezzo country decisamente moscio) e Shiny Collarbone (che vorrebbe evocare Burial ma ne pare una brutta fotocopia). Altri bei brani sono l’irresistibile Frail State Of Mind e la delicata The Birthday Party; da non sottovalutare anche la trascinante I Think There’s Something You Should Know e la conclusiva Guys, dal testo indimenticabile. Invece i brevi intervalli di Bagsy Not In Net e The End (Music For Cars) sono quantomeno mal posizionati nella tracklist.

Liricamente, come sempre Healy non risparmia frasi ad effetto: cominciando fin dall’apertura di The 1975, affidata a Greta Thunberg, il CD manifesta propositi di alto livello, ulteriormente suffragati dalla successiva People, che invita i giovani a svegliarsi (il ritornello “Wake up! Wake up! Wake up!” è già nella testa di tutti). Altrove abbiamo una dedica super romantica dedicata da Healy agli altri membri dei The 1975 (Guys) così come una critica dell’atteggiamento americano verso l’omosessualità (Jesus Christ 2005 God Bless America) e la paura della pandemia (“Go outside? Seems unlikely” in Frail State Of Mind).

Il CD, si sarà intuito, richiede molteplici ascolti prima di essere apprezzato (o odiato) con un’opinione chiara e indiscutibile. “Notes On A Conditional Form” è un album sospeso già nel titolo: la scaletta pare fatta apposta per essere controversa oppure per essere interpretata più come una playlist che un vero e proprio disco. I risultati, come già accennato, non sono univoci, ma i The 1975 denotano una tale etica del lavoro e un tanto sorprendente desiderio di sperimentare che non ci può non far riflettere. Se “A Brief Inquiry Into Online Relationships” era dai fan adoranti considerato il loro “OK Computer”, questo LP non è sicuramente il loro “Kid A”. “Notes On A Conditional Form” pare anzi un modo per chiudere un’epoca e fare piazza pulita, lasciando spazio in futuro per ulteriori esperimenti. Che il loro “Kid A” sia solo stato posticipato? Non ci resta che attendere, fiduciosi che Matty Healy e compagni non hanno terminato la voglia di stupirci.

7) The Weeknd, “After Hours”

(POP – R&B)

Il quarto album ufficiale di The Weeknd, non contando quindi i tre formidabili mixtape del 2011 e il breve EP “My Dear Melancholy,” del 2018, è uno dei suoi CD più compiuti. Riuscendo infatti a legare l’estetica pop scoperta recentemente con le origini dark del progetto The Weeknd, Abel Tesfaye riesce a creare un prodotto variegato ma coeso e ben sequenziato, grazie anche ai produttori eccellenti che lo affiancano nel corso del disco.

I singoli offerti al pubblico per lanciare “After Hours” erano accattivanti: Blinding Lights è un’istantanea hit, così come la quasi trap Heartless; invece la title track richiama chiaramente le atmosfere oscure di “House Of Balloons” (2011). Si era intuito quindi che il CD sarebbe stato versatile, ma pochi forse avevano immaginato un LP così perfettamente in equilibrio fra le due anime dell’artista canadese: quella edonistica di The Weeknd e quella tormentata di Abel.

Citavamo prima i collaboratori presenti in “After Hours”: sebbene il CD non contenga featuring, alla produzione troviamo pezzi da 90 come Kevin Parker dei Tame Impala, Daniel Lopatin (Oneohtrix Point Never), Metro Boomin e Max Martin. Ognuno aggiunge la propria vena hip hop, R&B oppure elettronica, per creare un CD davvero dall’alto replay value.

Anche testualmente “After Hours” mostra passi avanti; se fino a “Starboy” (2016) The Weeknd era un cantante associato a notti insonni passate in discoteca e, spesso, al consumo di droga e al sesso sfrenato, raggiunti ormai i 30 anni Abel Tesfaye è diventato uomo, fragile come tutti: in Too Late lo sentiamo cantare “It’s way too late to save our souls, baby. It’s way too late, we’re on our own”, mentre in Faith emergono addirittura istinti suicidi: “But if I OD, I want you to OD right beside me. I want you to follow right behind me, I want you to hold me while I’m smiling, while I’m dying”.

In conclusione, un disco capace di passare senza problemi dal synthpop anni ’80 di Blinding Lights alla trap leggera di Heartless, passando per le atmosfere R&B di After Hours e il sax sontuoso di In Your Eyes, merita senza dubbio un voto alto. E se questo fosse addirittura il miglior LP mai creato da Abel Tesfaye in arte The Weeknd? Chapeau in ogni caso.

6) Tame Impala, “The Slow Rush”

(POP – ELETTRONICA – ROCK)

Cinque anni. Tanto è passato dal favoloso “Currents”, il disco che ha fatto scoprire i Tame Impala al grande pubblico, tanto da far sì che Rihanna realizzasse una cover di New Person, Same Old Mistakes. In questi cinque anni tuttavia il leader del gruppo Kevin Parker non è stato con le mani in mano: ha lavorato con giganti del pop come Beyoncé e Mark Ronson, ma anche con nomi meno noti come ZHU e Theophilus London.

Se c’è stato un tratto comune in queste collaborazioni è stato l’amore per il pop: che viri verso l’R&B o si tratti di pop divistico come Gaga, Parker ha iniettato nel sound psichedelico dei Tame Impala elementi differenti dal passato. Se la svolta era già presente in “Currents”, “The Slow Rush” prende elementi da disco, R&B e funk per fonderli in un amalgama tremendamente affascinante, in questo confermando il perfezionismo di Parker nel voler creare sempre il miglior prodotto dato il materiale a disposizione.

Materiale che, a tutta prima, non pareva trascendentale. Sia Patience (poi addirittura escluso dalla tracklist finale) che Borderline, i singoli del ritorno sulle scene del gruppo australiano, erano focalizzati su terreni quasi yacht rock: ritmi rilassati, tematiche futili e ben poco del vecchio sound Tame Impala. Insomma, non eravamo preoccupati, ma neanche eccitati dalla svolta. Parker ha probabilmente capito di dover cambiare qualcosa e, nel corso del 2019, ha completamente rimasterizzato il CD, rendendolo più dinamico e remixando Borderline, abbreviandone la durata e accelerandone il ritmo.

Musicalmente, in questo modo, il lavoro potrebbe essere la definitiva entrata dei Tame Impala nell’Olimpo del pop: pezzi accessibili come Lost In Yesterday e It Might Be Time si alternano ad altri epici come Posthumous Forgiveness e One More Hour, in un insieme coeso e mai privo di invenzioni deliziose per gli ascoltatori più attenti.

Elettronica e rock, elementi caratterizzanti di “Currents”, si mescolano con R&B, funk, disco e soul, per fare di “The Slow Rush” il CD più eclettico della band. I pezzi davvero imperdibili sono l’iniziale One More Year e la già citata Posthumous Forgiveness, dedicata da Parker al padre defunto e con cui non ha mai potuto riappacificarsi di persona (da qui il titolo). Ma vanno menzionati anche Lost In Yesterday, Breathe Deeper e la conclusiva One More Hour, che chiude degnamente il lavoro. Unico momento un po’ fuori fuoco è il synth insistente di Is It True.

Testualmente, se agli esordi Parker trattava principalmente la sua situazione di genio incompreso (esemplari i titoli dei due primi LP dei Tame Impala, “Innerspeaker” e “Lonerism”), mentre in “Currents” emergeva l’amarezza di una storia d’amore chiusa troppo presto, “The Slow Rush” affronta un tema ineluttabile come lo scorrere inesorabile del tempo. Il leader del gruppo australiano vive questa condizione in modo ambivalente: se da un lato si augura di passare ancora del tempo con le persone care (One More Year), dall’altro fa interpretare alla moglie la versione di sé stessa di otto anni prima, per capire se il futuro da lei immaginato si sia realizzato o meno (Tomorrow’s Dust).

In generale, un’attesa di cinque anni dalla scena musicale richiedeva che il progetto Tame Impala mantenesse le promesse e le speranze dei fans, soprattutto dopo due album clamorosi come “Lonerism” (2012) e “Currents” (2015). Missione compiuta, grazie ad una creatività infinita e un’attenzione al dettaglio unica.

5) Fontaines D.C., “A Hero’s Death”

(PUNK – ROCK)

Il secondo CD, attesissimo, della band post-punk irlandese è un pugno allo stomaco. Se l’esordio “Dogrel” aveva colpito nel segno pressoché con tutti, tanto che noi di A-Rock lo avevamo recensito nella nostra rubrica Rising e posizionato nella top 10 della lista dei migliori album del 2019, “A Hero’s Death” è un seguito ancora più cupo e disperato.

“Dogrel” mescolava infatti testi pessimisti sul futuro di Dublino (la città natale del gruppo) con canzoni quasi romantiche; “A Hero’s Death” pare il terzo CD dei Joy Division tanto la sensazione di spaesamento e tragicità viene trasmesso in ogni canzone. I Fontaines D.C., tuttavia, riescono a intessere un LP coeso e con melodie quasi accessibili, candidandosi a simbolo della scena punk d’Oltremanica (con una concorrenza comunque nutrita, in cui menzioniamo IDLES e Shame fra gli altri).

Va detto, però, che il gruppo irlandese, capitanato dall’indomito Grian Chatten, non si limita a ispirarsi alle glorie del passato: accanto infatti ai Joy Division troviamo sì riferimenti a Radiohead e The Fall, ma con liriche calate sull’oggi, critiche del capitalismo e della società moderna, fatta di sopraffazione e incapacità di pensare al futuro e concentrata su un eterno presente. Ne sono simbolo i durissimi testi di Televised Mind e Living In America, ma anche le ripetizioni ossessive di “I don’t belong to anyone” (I Don’t Belong) o “Life ain’t always empty” (la title track).

Le canzoni che colpiscono di più, dopo l’inizio davvero disperato di I Don’t Belong, sono la delicata Oh Such A Spring e Televised Mind; da non sottovalutare anche You Said. Ma nessuna canzone è fuori posto (solo Sunny leggermente inferiore alla media), tanto da fare di “A Hero’s Death” un disco coeso ma non ripetitivo, malinconico ma non completamente disperato.

Se qualcuno temeva la “sindrome da secondo album” per i Fontaines D.C., beh i timori sono stati spazzati via da “A Hero’s Death”: un lavoro che traccia un solco chiaro nel mondo punk e influenzerà probabilmente anche nei prossimi anni le giovani band desiderose di esprimere il loro dissenso per il mondo così come lo conosciamo usando batteria, basso e chitarra, urlando al mondo la propria contrarietà.

4) Bob Dylan, “Rough And Rowdy Ways”

(ROCK)

Bob Dylan, leggenda vivente del folk e del rock, a quasi 80 anni potrebbe essere in pensione già da tempo, a godersi il meritato riposo dopo 60 anni (!) di attività e milioni di dischi venduti. Invece il Bardo, con “Rough And Rowdy Ways”, prosegue un’intensa attività che lo vede preso sia dalla pubblicazione dei mitici bootleg legati alla sua attività nel XX secolo (siamo giunti al volume numero 15), sia dalla reinterpretazione degli standard americani (ultimo CD a questo proposito è “Fallen Angels” del 2016) sia, non ultima, la produzione di brani nuovi di zecca, di cui avevamo perso le tracce da “Tempest” (2012).

Questa lunga pausa aveva fatto temere che il cantautore nato Robert Zimmerman avesse appeso gli scarpini al chiodo, preferendo dedicarsi alle attività precedentemente enunciate, comunque rilevanti e abbondanti. “Rough And Rowdy Ways” è una sorpresa per più di un motivo dunque; non ultimo che, con il singolo di lancio Murder Most Foul, Bob Dylan ha raggiunto la prima posizione della classifica Billboard per la prima volta in carriera (!!). Una circostanza che fa capire quanto ancora il pubblico lo ami e quanto la sua musica sia importante in questi tempi incerti, in cui c’è bisogno di punti di riferimento in ogni campo.

Murder Most Foul è anche il brano più lungo della sua sterminata produzione: 17 minuti dedicati alla controcultura e all’assassinio di John Fitzgerald Kennedy, ancora oggi una ferita aperta nella storia americana. Il fatto che in questa epica melodia Dylan non parli per enigmi o aforismi, come invece era la regola in passato, denota un’altra caratteristica del CD: liricamente è il disco più diretto della produzione recente di Bob Dylan, forse fin dagli esordi.

Non pensiate, però, che il Dylan impressionista sia stato del tutto soppiantato: in My Own Version Of You il Nostro canta di dissotterrare tombe per liberare i personaggi dentro rinchiusi, ponendo loro domande del tipo “Is there a light at the end of the tunnel?” e non ottenendo risposte in cambio. Altrove il tono si fa canzonatorio: in Black Rider lo si sente proclamare “The size of your cock will get you nowhere” e in False Prophet afferma perentorio “I’m the last of the best, you can bury the rest”. Questi versi giocosi sono in effetti fra i pochi a strappare un sorriso in un lavoro che ha la morte come tema principale: “Today and tomorrow and yesterday, too the flowers are dying like all things do” è una delle prime liriche che sentiamo in I Contain Multitudes, apertura del CD.

La musica di “Rough And Rowdy Ways” spazia dal folk al rock, passando per il blues; terreni ben noti al Nostro, ma interpretati come già accennato in maniera tale da svelare piuttosto che accennare, fatto insolito per Bob Dylan. I pezzi che restano impressi fin dal primo ascolto sono Murder Most Foul e I Contain Multitudes, mentre è un po’ troppo lenta Mother Of Muses.

È difficilissimo, forse impossibile stilare una classifica dei CD più belli a firma Bob Dylan: ognuno probabilmente ha il suo preferito, dipendendo il giudizio dal puro gusto personale come dal momento in cui si stila la classifica. Tuttavia, vi sono dei capisaldi che nessuno può ignorare: “Highway 61 Revisited” (1965), “Blonde On Blonde” (1966) e “Blood On The Tracks” (1975) hanno fatto la storia della musica. Il fatto che “Rough And Rowdy Ways” possa anche solo essere avvicinato a questi capolavori è sintomo che, se non parliamo di un LP perfetto, di certo Dylan c’è andato davvero vicino. Se contiamo che questo è il suo 39° (!!!) album di inediti, siamo di fronte a un genio. Chapeau, Bob.

3) Perfume Genius, “Set My Heart On Fire Immediately”

(POP – ROCK)

Il quinto album di Mike Hadreas, in arte Perfume Genius, è un altro passo in avanti in una crescita che pare inarrestabile. Partito da un pop da camera molto timido, quasi solo pianoforte e voce, Perfume Genius si è aperto col tempo a generi come glam rock e art pop, raggiungendo vette altissime in “No Shape” (2017) e in questo “Set My Heart On Fire Immediately”, ad oggi il suo miglior CD.

La copertina farebbe pensare ad un disco minimale, in cui Hadreas si mette a nudo; è però anche vero che nei precedenti lavori non erano mancate introspezione e confessioni dolorose, basti pensare a “Too Bright” (2014). In realtà il lavoro è molto profondo e richiede diversi ascolti per essere apprezzato pienamente in tutta la sua bellezza. Alternando toni dimessi con pezzi decisamente intensi, infatti, Perfume Genius ha prodotto un lavoro complesso ma non per questo disprezzabile.

Infatti, la delicatezza di Just A Touch abbinata al rock quasi shoegaze di Describe fanno di “Set My Heart On Fire Immediately” un LP variegato come mai nella discografia di Hadreas, con risultati spesso sconvolgenti. I testi come sempre toccanti aggiungono ulteriore spessore al lavoro: On The Floor riguarda un sogno erotico che pare tanto reale da far dire al Nostro “I’m trying, but still I close my eyes… The dreaming bringing his face to mind”. In Describe parla della malattia di Crohn che lo perseguita ormai da tempo, mentre in Your Body Changes Everything emerge la sua fragilità: “Give me your weight, I’m solid. Hold me up, I’m falling down”. Infine, la produzione affidata a Blake Mills, che ha lavorato in passato anche con Laura Marling e Fiona Apple, corona un disco sontuoso.

In conclusione, Mike Hadreas pare aver raggiunto la piena maturità artistica. È un piacere sentirlo destreggiarsi così agilmente fra generi tanto diversi e con risultati quasi sempre ottimi. Perfume Genius è un progetto entrato a tutti gli effetti nell’Olimpo del pop.

2) Fleet Foxes, “Shore”

(FOLK)

Il quarto album dei Fleet Foxes, probabilmente la più osannata band folk degli scorsi quindici anni, è un trionfo. “Shore” prende le parti migliori di ogni disco precedente del gruppo per creare un CD coeso e brillante, che dà sollievo in questi tempi così difficili a causa del Coronavirus. Robin Pecknold ha infatti sfruttato questi mesi di reclusione per portare a compimento un lavoro che lui stesso aveva decretato ormai fuori gioco e i risultati, ancora una volta, gli danno ragione.

La storia dei Fleet Foxes non è stata tutta rose e fiori: se il primo disco “Fleet Foxes” (2008) era stato un immediato successo e il secondo “Helplessness Blues” (2011) un erede ambizioso, l’abbandono del batterista Josh Tillman (poi divenuto celebre col nome d’arte di Father John Misty) aveva portato il progetto ad un punto morto, superato solo sei anni dopo con il maestoso “Crack-Up”, eletto miglior album del 2017 da A-Rock. È pertanto sorprendente che “Shore” arrivi solo tre anni dopo, senza alcuna campagna di lancio e nessun singolo. Il lavoro, va detto, beneficia di questo trattamento: l’effetto sorpresa è garantito e la coesione del CD non richiede pezzi di lancio per far risaltare il resto del disco.

“Shore” è un disco molto personale: Pecknold ha composto la totalità delle canzoni praticamente in assoluta solitudine a causa del lockdown, cercando di trasporre nei brani le sensazioni contrastanti che ne derivano. Da un lato abbiamo la tristezza per gli amici musicisti e gli idoli di gioventù che se ne vanno (da John Prine a Richard Swift, passando per Elliott Smith e David Berman), che in canzoni come la pur godibile Sunblind è in evidenza. Abbiamo però, dall’altro, la vita: la cosa più preziosa di ogni uomo, che fa esclamare “Oh devil walk by. I never want to die” in Quiet Air / Gioia.

Nei 15 brani del CD non ci sono veri punti deboli: magari in alcuni episodi i Fleet Foxes tendono a ripetere con meno successo la ricetta del passato (si senta Thymia), ma in generale il livello medio dei brani è altissimo: Sunblind, Can I Believe You e Jara sono capolavori fatti e finiti, fra le migliori melodie mai composte da Pecknold e compagni. Da non trascurare anche Cradling Mother, Cradling Woman.

I Fleet Foxes sono ormai un gruppo riconosciuto a livello mondiale, un pilastro dell’indie folk; le armonie vocali che rendono anche il loro pezzo più convenzionale imperdibile non si sono mai rassegnate al passare del tempo, tanto che “Shore” pare un logico erede di “Fleet Foxes”. Non fossero passati dodici anni potremmo scommettere che ne siano trascorsi solo due. Questo, che potrebbe rivelarsi un limite, in realtà è il vero punto di forza della band: raffinamento, piuttosto che rivoluzione, è la parola d’ordine di Robin Pecknold. Finché i risultati saranno tanto magnifici quanto “Shore” i Fleet Foxes potranno continuare a godere della stima di critica e pubblico; non si vede perché tutto ciò non possa continuare in eterno.

1) Fiona Apple, “Fetch The Bolt Cutters”

(ROCK)

Il nuovo, attesissimo album della cantautrice Fiona Apple segue di ben otto anni il magnifico “The Idler Wheel”, ma non è la prima volta che Fiona fa attendere lungamente i suoi fans. Basti pensare che fra “The Idler Wheel” e il precedente “Extraordinary Machine” (2005) erano passati sette anni! Insomma, l’artista americana ama fare le cose perbene, prova ne sia la venerazione che i critici e il pubblico hanno per lei, che la rendono una figura popolare malgrado la vita ritirata e le rare apparizioni pubbliche.

“Fetch The Bolt Cutters” (letteralmente “vai a prendere le cesoie”) è un album rivoluzionario, tanto che ci sentiamo di dire serenamente che, nell’ambito pop-rock, raramente si era sentito un CD tanto dissonante quanto attraente. Mescolando percussioni sempre potenti con l’abilità al pianoforte e canora che tutti le riconosciamo, Fiona Apple narra storie tanto tragiche quanto a tratti ironiche, creando un prodotto certo non facile ma irrinunciabile per gli amanti della musica più ricercata e d’avanguardia.

Come già accennato, questa caratteristica ambizione in “Fetch The Bolt Cutters” non è fine a sé stessa: anzi, Fiona (basti sentire Ladies e Cosmonauts) non rinuncia a creare melodie armoniose, che cercano un pubblico ampio. Invece pezzi più arditi come la title track e Shameika rappresentano un biglietto da visita per la parte più visionaria dell’estetica della cantautrice.

Una parte fondamentale di “Fetch The Bolt Cutters” è rappresentata dai testi: Fiona infatti mescola dettagli veramente tragici (“You raped me in the same bed your daughter was born in” canta in For Her) con altre parti più leggere, tanto da sentirla cantare in Relay “I resent you for presenting your life like a fucking propaganda brochure”, oppure “There’s a dress in the closet, don’t get rid of it, you look good in it. I didn’t fit in it, it was never mine… it belonged to the ex-wife of another ex of mine” (in Ladies). Pura poesia, peraltro cantata magnificamente dalla Apple, capace di assumere tonalità angeliche oppure più dure a seconda della circostanza.

Il disco, pur complesso, è quindi il lavoro veramente irrinunciabile del 2020: mescolando pianoforte, art pop e momenti quasi sperimentali, Fiona Apple in “Fetch The Bolt Cutters” continua nella sua esplorazione musicale, ampliando un’estetica che già aveva flirtato in passato col jazz e il rock alternativo. Potremmo trovare molti artisti, donne e uomini, accostabili per un motivo o per un altro alla Nostra: Kate Bush, Joni Mitchell, Leonard Cohen, St. Vincent e la premiata ditta John Lennon/Yoko Ono sicuramente sono fra questi. La verità, però, è che nessuno suona come Fiona Apple, nel passato e nel presente della musica leggera. Per chi possiamo dire lo stesso?

È quindi la talentuosa cantautrice americana ad aggiudicarsi la palma di miglior CD del 2020. Siete d’accordo o avreste premiato altri lavori? Commentate pure! Stay tuned però: fra pochi giorni pubblicheremo l’articolo sui CD più attesi del 2021!

Recap: luglio 2020

Anche luglio è concluso. Un mese interessante musicalmente parlando, che ha visto le nuove uscite di Skee Mask, Fontaines D.C. e Protomartyr. Inoltre, abbiamo il secondo CD dell’anno a nome Nicolas Jaar, il terzo album della cantautrice Lianne La Havas, il ritorno del gruppo country The Chicks e il nuovo album, pubblicato a sorpresa, di Taylor Swift.

Protomartyr, “Ultimate Success Today”

protomartyr

Il quinto CD della band punk originaria di Detroit arriva tre anni dopo “Relatives In Descent” e a due dall’intrigante EP “Consolation”. La crescita del gruppo guidato da Joe Casey è impressionante: laddove i lavori precedenti erano notevoli soprattutto dal punto di vista lirico, con Casey capace di descrivere i mali peggiori del capitalismo in maniera cruda ma mai disperata, con “Ultimate Success Today” siamo di fronte al miglior lavoro della loro discografia musicalmente.

Mentre i CD del gruppo erano spesso fin troppo elaborati e alla lunga perdevano mordente, infatti, il nuovo LP è un concentrato del miglior post-punk: ritmi aggressivi, testi arrabbiati e una sezione di fiati che arricchisce ulteriormente l’esperienza. I risultati finali ricordano i Joy Division, a tratti i The Fall: insomma il meglio del movimento nato nei tardi anni ’70.

Fin dai primi due brani, i bellissimi Day Without End e Processed By The Boys, abbiamo ben chiari i tratti dominanti del lavoro; ma il resto delle dieci tracce che compongono “Ultimate Success Today” non sono da meno. Spiccano soprattutto June 21 e Worm In Heaven, mentre è un po’ sotto la media Bridge & Crown.

Liricamente inoltre, come già accennato, il disco è molto profondo: Joe Casey si chiede in Processed By The Boys se l’Apocalisse sarà “a foreign disease washed upon the beach” oppure verrà da rivolte per strada. Nel pezzo conclusivo, la devastante Worm In Heaven, Casey rimpiange il suo passato: “Remember me, how I lived. I was frightened, always frightened” per poi proclamare “I wish you well, I do. May you find peace in this world; and when it’s over dissolve without pain”.

I Protomartyr hanno ormai una fanbase leale e in crescita, ma pochi avrebbero previsto questa evoluzione per una band sì impegnata, ma anche spesso imperfetta musicalmente. “Ultimate Success Today” è uno dei migliori album punk dell’anno finora e entrerà sicuramente nella top 50 di fine anno di A-Rock; vedremo in quale posizione.

Voto finale: 8,5.

Fontaines D.C., “A Hero’s Death”

fontaines dc

Il secondo CD, attesissimo, della band post-punk irlandese è un pugno allo stomaco. Se l’esordio “Dogrel” aveva colpito nel segno pressoché con tutti, tanto che noi di A-Rock lo avevamo recensito nella nostra rubrica Rising e posizionato nella top 10 della lista dei migliori album del 2019, “A Hero’s Death” è un seguito ancora più cupo e disperato.

“Dogrel” mescolava infatti testi pessimisti sul futuro di Dublino (la città natale del gruppo) con canzoni quasi romantiche; “A Hero’s Death” pare il terzo CD dei Joy Division tanto la sensazione di spaesamento e tragicità viene trasmesso in ogni canzone. I Fontaines D.C., tuttavia, riescono a intessere un LP coeso e con melodie quasi accessibili, candidandosi a simbolo della scena punk d’Oltremanica (con una concorrenza comunque nutrita, in cui menzioniamo IDLES e Shame fra gli altri).

Va detto, però, che il gruppo irlandese, capitanato dall’indomito Grian Chatten, non si limita a ispirarsi alle glorie del passato: accanto infatti ai Joy Division troviamo sì riferimenti a Radiohead e The Fall, ma con liriche calate sull’oggi, critiche del capitalismo e della società moderna, fatta di sopraffazione e incapacità di pensare al futuro e concentrata su un eterno presente. Ne sono simbolo i durissimi testi di Televised Mind e Living In America, ma anche le ripetizioni ossessive di “I don’t belong to anyone” (I Don’t Belong) o “Life ain’t always empty” (la title track).

Le canzoni che colpiscono di più, dopo l’inizio davvero disperato di I Don’t Belong, sono la delicata Oh Such A Spring e Televised Mind; da non sottovalutare anche You Said. Ma nessuna canzone è fuori posto (solo Sunny leggermente inferiore alla media), tanto da fare di “A Hero’s Death” un disco coeso ma non ripetitivo, malinconico ma non completamente disperato.

Se qualcuno temeva la “sindrome da secondo album” per i Fontaines D.C., beh i timori sono stati spazzati via da “A Hero’s Death”: un lavoro che traccia un solco chiaro nel mondo punk e influenzerà probabilmente anche nei prossimi anni le giovani band desiderose di esprimere il loro dissenso per il mondo così come lo conosciamo usando batteria, basso e chitarra, urlando al mondo la propria contrarietà.

Voto finale: 8,5.

Taylor Swift, “folklore”

taylor

Il nuovo CD della popstar statunitense è una svolta radicale in una carriera sempre più interessante. Taylor Swift, la fidanzatina d’America, partita dal country e arrivata al pop da stadio, svolta verso il folk à la Bon Iver, con tocchi di Lana Del Rey e Phoebe Bridgers che non pensavamo potessero adattarsi all’estetica tutta lustrini messa in evidenza in “reputation” (2017) e “Lover” (2019).

“folklore” arriva solo un anno dopo “Lover” e senza alcuna campagna di marketing da parte di Taylor: decisamente insolito per una delle stelle più brillanti della scena pop. Altra mossa sorprendente è la collaborazione con alcuni capisaldi dell’indie, autori del calibro di Bon Iver e Aaron Dessner (The National). I risultati non piaceranno ai fans più pop di Taylor, ma ampliano notevolmente la palette sonora della cantautrice e le faranno guadagnare il rispetto anche del pubblico più “esigente”.

Non tutto è perfetto in “folklore”, va detto: le 16 canzoni alla lunga diventano ripetitive e alcune (come seven) sono puro riempitivo. Ecco, se avessimo di fronte un lavoro da 12 pezzi e 50 minuti saremmo senza dubbio di fronte al CD perfetto di Taylor Swift. Così invece il verdetto è sospeso: ci sarà chi preferirà il country-pop di “Red” (2012), chi la definitiva svolta mainstream di “1989” (2014), ma senza dubbio parleremo di “folklore” ancora per anni a venire.

Liricamente, in passato il centro di più o meno tutte le canzoni di Taylor era stato… sé stessa. Adesso invece la sua fantasia ha piena libertà: in the last great american dinasty si cita Rebekah Harkness e la dinastia dei Rockefeller, monopolisti del settore petrolifero nei primi anni del XX secolo. betty invece narra, dalla parte del maschio, la storia d’amore fra James e Betty, con il primo che ha tradito la seconda ma è sicuro di poterla riconquistare. Va notato che Betty era presente anche in cardigan, fra le migliori canzoni del CD.

Altri highlights sono la delicata mirrorball e august, mentre verso il finale, come già accennato, le melodie cominciano ad essere ripetitive. Ne sono esempi illicit affairs e invisible string.

In generale, però, il lavoro brilla grazie all’abbraccio totale che Swift fa dell’estetica indie di Bon Iver e Dessner; il famoso produttore Jack Antonoff, contrariamente al passato, ha infatti spazio solo marginalmente. “folklore” quindi ci fa riflettere su un mondo alternativo, in cui Taylor avrebbe continuato nel percorso country-folk solo occasionalmente pop e sarebbe diventata la stella crossover perfetta. La carriera della Nostra è stata invece contraddistinta da un clamoroso successo, tutto sommato meritato; e se però “folklore” fosse il suo CD più riuscito? Il dibattito è aperto.

Voto finale: 8.

Nicolas Jaar, “Telas”

telas

Il quarto (!) progetto discografico di Nicolas Jaar del 2020, sommando anche l’EP e il CD usciti sotto il nickname A.A.L. (Against All Logic), ritorna all’ambient che l’aveva fatta da padrone in “Cenizas”. Il percorso intrapreso da Jaar nei dischi a suo nome potrà non piacere ai fans delle canzoni più movimentate del Nostro, ma dimostra un’abilità sorprendente da parte del musicista cileno di cambiare tono: techno, ambient, house… nulla nel reame della musica elettronica è alieno a Nicolas Jaar. Per quanti possiamo dire lo stesso?

“Telas” si compone di quattro lunghe tracce, molto complesse e articolate: il CD infatti arriva quasi a 60 minuti di durata! Sommati ai 53 minuti di “Cenizas”, abbiamo un trattato di due ore di elettronica contemporanea, musica da camera che però sa comunicare sensazioni forti, purtroppo intonata al clima da lockdown che ancora pervade molta parte del mondo. Telahora comincia quasi come una canzone di Tom Waits, con ottoni in primo piano e toni dissonanti, per poi evolvere in eterea musica d’ambiente intervallata da momenti più percussivi. Telencima invece ricorda da vicino le atmosfere dell’ambient di Brian Eno, con sonorità più dolci rispetto a Telahora. Telahumo, invece, è una sorta di combinazione fra le due precedenti: serena ma allo stesso tempo imprevedibile. Infine Telallás, la canzone più “breve” del lotto (“soli” 13 minuti), è una conclusione tanto misteriosa quanto giusta per “Telas”, un lavoro che rivela dettagli preziosi ad ogni ascolto.

Le quattro composizioni possono apparire disgiunte e poco coerenti l’una con l’altra, in realtà raccontano di un musicista in continua evoluzione, un maestro dell’elettronica capace di passare da un sottogenere all’altro nell’arco di pochi mesi e produrre sempre LP accattivanti. Se qualcuno avesse ancora dei dubbi, l’ascolto di “Telas” conferma che Nicolas Jaar è il migliore della sua generazione per quanto riguarda la musica elettronica.

Voto finale: 8.

Lianne La Havas, “Lianne La Havas”

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Il terzo album della fascinosa cantante inglese è il suo lavoro più sicuro e convincente. Fin dal titolo il taglio è decisamente personale: “Lianne La Havas” è infatti un CD che tratta temi molto intimi per la Nostra, soprattutto la separazione dal suo partner di Los Angeles (esemplare Please Don’t Make Me Cry). Tuttavia, le melodie non disegnano paesaggi desolati: Lianne infatti mantiene un delicato equilibrio fra soul, R&B e folk che rende il disco imperdibile per gli amanti della musica più rasserenante ma non per questo “leggerina”.

Il lavoro arriva ben cinque anni dopo il precedente “Blood”, un periodo di tempo in cui molti pubblicano due/tre CD di inediti: Lianne ha deciso di riflettere attentamente sulla mossa successiva al CD che l’aveva definitivamente consacrata, tanto da metterla nell’orbita di un certo Prince, che era rimasto affascinato dalla sua bravura alla chitarra e dalla bella voce di Lianne. “Lianne La Havas” prosegue il percorso intrapreso, ma lo aggiorna con melodie più raccolte (trova spazio anche un’efficace cover di Weird Fishes dei Radiohead).

Nessun brano è davvero inefficace, solo il breve Out Of Your Mind (Interlude) è superfluo e rovina parzialmente il ritmo e la coesione del disco. Spiccano invece Paper Thin e la complessa Sour Flower, che riportano alla mente i migliori momenti di “A Seat At The Table” (2016) di Solange Knowles, la sorellina di Beyoncé, solo con minore attenzione alla politica e maggiore introspezione.

Lianne La Havas era un nome chiacchierato nella scena pop inglese; accanto alla bella voce e al fascino personale, infatti, la cantautrice sa sfoderare canzoni subito accattivanti e che migliorano ad ogni ascolto. “Lianne La Havas” è il compimento di un percorso di crescita personale sempre più intrigante, che ci fa sperare di aver trovato una grande interprete nel mondo soul/R&B.

Voto finale: 8.

The Chicks, “Gaslighter”

the chicks

Il lavoro del terzetto country tutto femminile un tempo conosciuto un tempo come Dixie Chicks e ora The Chicks è un gradevole ritorno alle sonorità che le avevano rese un caposaldo del genere nei primi anni del nuovo secolo: canzoni accessibili e non troppo rintanate nei rigidi dettami del genere, armonie vocali notevoli e testi mai scontati.

Il cambio di brand è dovuto alla rinnovata attenzione data in America a tutto quello che può provocare discussioni: Dixie è infatti un nome che fa riferimento agli stati confederati della Guerra Civile e, pur essendo stato adottato a suo tempo ironicamente dalle tre, si è deciso per un nome più neutro. “Gaslighter”, ricordiamolo, arriva ben 14 anni dopo “Taking The Long Way”, il CD nel 2006 aveva segnato l’abbandono delle Dixie Chicks, che tuttavia avevano suonato live e collaborato con altri artisti (su tutti Beyoncé) nel corso degli anni successivi.

La collaborazione con Jack Antonoff (produttore osannato nel mondo pop) faceva presagire un suono più mainstream del passato, vicino a quello di Kacey Musgraves in “Golden Hour” (2018). Impressione confermata dal primo singolo: la title track Gaslighter è un concentrato del miglior country-pop, con ritornello trascinante e le voci di Martie Maguire, Emily Strayer e Natalie Maines al top della forma. È un peccato che poi spesso nel resto del CD la creatività non sia allo stesso eccellente livello: For Her e March March ad esempio sono una sequenza di tracce non proprio imperdibili e rompono l’armonia del lavoro. Buona invece la raccolta My Best Friend’s Weddings.

“Gaslighter” (letteralmente “colui che fa ammattire”) è un titolo azzeccato per un anno davvero folle, tuttavia le The Chicks non sono ancora tornate a quella formula vincente che le aveva rese controverse (celebri le tirate contro la guerra in Iraq nel 2003) ma imprescindibili per gli amanti del country. Vedremo se in futuro la ritrovata sintonia produrrà risultati migliori; “Gaslighter” non è un cattivo LP, semplicemente non è all’altezza delle alte aspettative che la carriera delle The Chicks e il singolo Gaslighter avevano creato.

Voto finale: 7.

Skee Mask, “ISS005” / “ISS006”

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Il produttore tedesco prosegue la serie di brevi lavori iniziata l’anno scorso con altri due EP infarciti dell’elettronica che lo ha reso uno dei nomi più interessanti sulla scena mondiale: techno nervosa, ritmi sempre tesi (“ISS005”) ma anche attenzione al mondo ambient, specialmente in “ISS006”. Bryan Müller (questo il vero nome di Skee Mask) mantiene così la sua nicchia nell’affollato mondo della musica elettronica, facendoci sperare di avere presto un erede al suo secondo album “Compro” (2018).

“ISS005” è rappresentante del lato più techno di Bryan Müller; fin dall’iniziale IT Danza c’è un recupero della scena garage di inizio millennio, su tutti Burial e il primo Four Tet. Notevole soprattutto Meal, mentre delude Type Beat 3, un po’ troppo frenetica. I risultati complessivi restano comunque buoni e ne fanno un EP gradevole soprattutto per gli amanti dell’IDM più spinta.

“ISS006”, dal canto suo, è un lavoro più articolato e devoto all’ambient: i fans dell’Aphex Twin più soft e di GAS sono caldamente consigliati di ascoltare questo CD. Skee Mask è, proprio per questa sua abilità di mescolare melodie più techno e quelle più raccolte della musica d’ambiente, un prodigio della scena elettronica europea: prova ne sia la bella Dolby.

Se mettessimo insieme i due EP otterremmo un disco da 11 canzoni per 56 minuti di durata: dunque un LP “canonico” per complessità, magari caratterizzato da una tracklist che alterna pezzi più mossi ad altri più tranquilli. Come già accennato, la serie di EP cominciata l’anno passato con “808BB” e “ISS004” e proseguita con “ISS005” e “ISS006” ha contribuito a tenere alta l’attenzione su Skee Mask, vedremo se il suo prossimo CD vero e proprio manterrà le aspettative.

Voto finale: 7.

I migliori album del decennio 2010-2019 (200-101)

Ci siamo: la decade è ormai conclusa da alcuni mesi ed è giunta l’ora, per A-Rock, di stilare la classifica dei CD più belli e più influenti pubblicati fra 2010 e 2019. Un’impresa difficile, considerata la mole di dischi pubblicati ogni anno. Rock, hip hop, elettronica, pop… ogni genere ha avuto i suoi momenti di massimo splendore.

Partiamo con alcune regole: nessun artista è rappresentato da più di tre LP nella classifica. Nemmeno i più rappresentativi, da Kanye West a Kendrick Lamar agli Arctic Monkeys (tutti con tre CD all’attivo nella hit list). Questo per favorire varietà e rappresentatività: abbiamo quindi dato spazio anche a gruppi e artisti meno conosciuti come Mikal Cronin e Julia Holter, autori di lavori prestigiosi e meritevoli di un posto al sole. Non per questo abbiamo trascurato i giganti della decade: oltre ai tre citati prima, anche Drake e i Vampire Weekend hanno un buon numero di loro pubblicazioni in lista per esempio, senza trascurare i Deerhunter e Vince Staples.

Questo è stato senza ombra di dubbio il decennio della definitiva consacrazione dell’hip hop: ormai radio e servizi di streaming sono sempre più “ostaggio” del rap, più melodico (Drake) o più vicino alla trap (Migos, Travis Scott), per finire con il filone più sperimentale (Earl Sweatshirt). L’elettronica invece pareva destinata a conquistare tutti nei primi anni della decade, tuttavia poi l’EDM è passata di moda lasciando spazio all’hip hop. E il rock? Da genere dominante ora arranca nelle classifiche e nelle vendite, pare quasi destinato a persone mature… anche se poi ci sono gruppi come Arctic Monkeys e The 1975 che ancora esordiscono in alto nelle classifiche quando pubblicano un nuovo lavoro. A dimostrazione che chi merita davvero riesce a piacere a molti anche in tempi non propizi per il rock in generale. Folk e musica d’avanguardia continuano a non essere propriamente mainstream, ma hanno regalato pezzi unici di bella musica (dai Fleet Foxes all’ultimo Nick Cave, passando per King Krule) che hanno fatto spesso gridare al miracolo. Dal canto suo, invece, il pop ha continuato un’evoluzione lodevole verso tematiche non facili come la diversità, l’empowerment delle donne e l’accettarsi come si è, aiutato da artisti del calibro di Frank Ocean e Beyoncé. Chissà che poi il “future pop” di artisti come Charli XCX possa davvero essere la musica popolare del futuro! Vicino al pop è poi l’R&B, che ha vissuto momenti davvero eccitanti durante la decade 2010-2019 (basti pensare all’esordio fulminante di The Weeknd o alla delicatezza di Blood Orange) i quali ci fanno capire che i nuovi D’Angelo sono pronti a prendersi il palcoscenico (anche se poi il vero D’Angelo ha sbaragliato quasi tutti nel 2014 con “Black Messiah”).

Ma andiamo con ordine: i primi 100 nomi (ma 104 dischi, considerando il doppio album del 2019 dei Big Thief, la doppia release a nome Ty Segall del 2012 e la fondamentale trilogia di mixtape con cui The Weeknd si è fatto conoscere al mondo nel 2011) saranno solamente un elenco, senza descrizione se non l’anno di pubblicazione e il genere a cui sono riconducibili. Invece, per la successiva pubblicazione avremo descrizioni più o meno dettagliate delle scelte effettuate. Buona lettura!

200) Earl Sweatshirt, “I Don’t Like Shit, I Don’t Go Outside” (2015) (HIP HOP)

199) Floating Points, “Crush” (2019) (ELETTRONICA)

198) Drake, “If You’re Reading This It’s Too Late” (2015) (HIP HOP)

197) Spoon, “Hot Thoughts” (2017) (ROCK)

196) Big Thief, “U.F.O.F.” / “Two Hands” (2019) (ROCK – FOLK)

195) Father John Misty, “I Love You, Honeybear” (2015) (ROCK)

194) Mikal Cronin, “MCII” (2013) (ROCK)

193) Arctic Monkeys, “Suck It And See” (2011) (ROCK)

192) MGMT, “Congratulations” (2010) (ELETTRONICA – ROCK)

191) Jai Paul, “Jai Paul” (2013) (R&B – ELETTRONICA)

190) FKA Twigs, “LP 1” (2014) (R&B – ELETTRONICA)

189) Four Tet, “There Is Love In You” (2010) (ELETTRONICA)

188) Slowdive, “Slowdive” (2017) (ROCK)

187) Fever Ray, “Plunge” (2017) (ELETTRONICA)

186) The xx, “I See You” (2017) (ELETTRONICA – POP)

185) Perfume Genius, “No Shape” (2017) (POP – ELETTRONICA)

184) Noel Gallagher’s High Flying Birds, “Who Built The Moon?” (2017) (ROCK)

183) Julia Holter, “Have You In My Wilderness” (2015) (POP)

182) Let’s Eat Grandma, “I’m All Ears” (2018) (POP – ELETTRONICA)

181) Coldplay, “Everyday Life” (2019) (POP – ROCK)

180) The Black Keys, “El Camino” (2011) (ROCK)

179) (Sandy) Alex G, “House Of Sugar” (2019) (ROCK)

178) Vampire Weekend, “Father Of The Bride” (2019) (ROCK – POP)

177) The 1975, “I Like It When You Sleep, For You Are So Beautiful Yet So Unaware Of It” (2016) (ROCK – POP – ELETTRONICA)

176) The xx, “Coexist” (2012) (POP – ELETTRONICA)

175) Muse, “The 2nd Law” (2012) (ROCK)

174) Aldous Harding, “Designer” (2019) (FOLK)

173) The Antlers, “Burst Apart” (2011) (ROCK)

172) Arca, “Arca” (2017) (ELETTRONICA – SPERIMENTALE)

171) Hot Chip, “In Our Heads” (2012) (ELETTRONICA – ROCK)

170) Anderson .Paak, “Malibu” (2016) (HIP HOP – R&B)

169) Fiona Apple, “The Idler Wheel” (2012) (POP)

168) Mount Eerie, “Now Only” (2018) (FOLK – ROCK)

167) Justin Timberlake, “The 20/20 Experience” (2013) (R&B – ELETTRONICA)

166) St. Vincent, “MASSEDUCTION” (2017) (POP)

165) Troye Sivan, “Bloom” (2018) (POP)

164) Algiers, “The Underside Of Power” (2017) (PUNK)

163) These New Puritans, “Hidden” (2010) (ROCK – PUNK – ELETTRONICA)

162) Suede, “Bloodsports” (2013) (ROCK)

161) Arctic Monkeys, “Tranquility Base Hotel & Casino” (2018) (ROCK – POP)

160) Björk, “Vulnicura” (2015) (POP – ELETTRONICA – SPERIMENTALE)

159) Jack White, “Blunderbuss” (2012) (ROCK)

158) The Walkmen, “Lisbon” (2010) (ROCK)

157) PJ Harvey, “Let England Shake” (2011) (ROCK)

156) Ariel Pink’s Haunted Graffiti, “Before Today” (2010) (ROCK – SPERIMENTALE)

155) Nick Cave & The Bad Seeds, “Ghosteen” (2019) (SPERIMENTALE – ROCK)

154) The Voidz, “Virtue” (2018) (ROCK)

153) Broken Social Scene, “Forgiveness Rock Record” (2010) (ROCK)

152) Jamila Woods, “LEGACY! LEGACY!” (2019) (R&B – SOUL)

151) Foals, “Total Life Forever” (2010) (ROCK)

150) Neon Indian, “VEGA INTL. Night School” (2015) (ELETTRONICA)

149) King Gizzard & The Lizard Wizard, “Polygondwanaland” (2017) (ROCK)

148) Moses Sumney, “Aromanticism” (2017) (R&B – SOUL)

147) James Blake, “Overgrown” (2013) (ELETTRONICA – POP)

146) Preoccupations, “Viet Cong” (2015) (PUNK)

145) D’Angelo, “Black Messiah” (2014) (SOUL – R&B)

144) Dirty Projectors, “Swing Lo Magellan” (2012) (ROCK)

143) Freddie Gibbs & Madlib, “Bandana” (2019) (HIP HOP)

142) Tyler, The Creator, “IGOR” (2019) (HIP HOP)

141) Vince Staples, “Big Fish Theory” (2015) (HIP HOP)

140) Young Fathers, “Cocoa Sugar” (2018) (HIP HOP)

139) Parquet Courts, “Sunbathing Animal” (2014) (ROCK)

138) Jon Hopkins, “Singularity” (2018) (ELETTRONICA)

137) Fleet Foxes, “Helplessness Blues” (2011) (FOLK)

136) Ty Segall, “Slaughterhouse” / “Hair” (2012) (ROCK)

135) Titus Andronicus, “The Monitor” (2010) (ROCK)

134) Blur, “The Magic Whip” (2015) (ROCK)

133) Kanye West, “Yeezus” (2013) (HIP HOP)

132) Drake, “Take Care” (2011) (HIP HOP)

131) Thundercat, “Drunk” (2017) (ROCK – JAZZ – SOUL)

130) Caribou, “Swim” (2010) (ELETTRONICA)

129) Parquet Courts, “Wide Awake!” (2018) (ROCK)

128) LCD Soundsystem, “This Is Happening” (2010) (ELETTRONICA – ROCK)

127) Mac DeMarco, “2” (2012) (ROCK)

126) Ty Segall, “Manipulator” (2014) (ROCK)

125) Chromatics, “Kill For Love” (2012) (ELETTRONICA – ROCK)

124) Jon Hopkins, “Immunity” (2013) (ELETTRONICA)

123) Spoon, “They Want My Soul” (2014) (ROCK)

122) Damon Albarn, “Everyday Robots” (2014) (POP)

121) Panda Bear, “Panda Bear Meets The Grim Reaper” (2015) (ELETTRONICA)

120) Leonard Cohen, “You Want It Darker” (2016) (SOUL – FOLK)

119) Flying Lotus, “Until The Quiet Comes” (2012) (ELETTRONICA)

118) Shabazz Palaces, “Black Up” (2011) (HIP HOP)

117) Fontaines D.C., “Dogrel” (2019) (PUNK – ROCK)

116) Arcade Fire, “Reflektor” (2013) (ROCK – ELETTRONICA)

115) Lotus Plaza, “Spooky Action At A Distance” (2012) (ROCK)

114) Hamilton Leithauser + Rostam, “I Had A Dream That You Were Mine” (2016) (POP)

113) Blood Orange, “Freetown Sound” (2016) (R&B – SOUL)

112) Denzel Curry, “TA13OO” (2018) (HIP HOP)

111) Dave, “Psychodrama” (2019) (HIP HOP)

110) Flying Lotus, “You’re Dead!” (2014) (ELETTRONICA)

109) Gorillaz, “Plastic Beach” (2010) (ELETTRONICA – HIP HOP)

108) Leonard Cohen, “Popular Problems” (2014) (FOLK)

107) Danny Brown, “Old” (2013) (HIP HOP)

106) Cloud Nothings, “Here And Nowhere Else” (2014) (PUNK – ROCK)

105) Chance The Rapper, “Acid Rap” (2013) (HIP HOP)

104) Father John Misty, “Pure Comedy” (2017) (ROCK)

103) Nicolas Jaar, “Sirens” (2016) (ELETTRONICA)

102) Grimes, “Visions” (2012) (POP – ELETTRONICA)

101) The Weeknd, “House Of Balloons” / “Thursday” / “Echoes Of Silence” (2011) (R&B – ELETTRONICA)

I 50 migliori album del 2019 (25-1)

Nella prima parte della lista dei 50 migliori dischi dell’anno di A-Rock abbiamo visto molti artisti di rilievo, da Taylor Swift a Bruce Springsteen passando per Thom Yorke ed Earl Sweatshirt. Chi avrà vinto la palma di album dell’anno? Lo scoprirete alla fine dell’articolo. Buona lettura!

25) Angel Olsen, “All Mirrors”

(POP)

Il nuovo album della cantautrice americana Angel Olsen la trova impegnata in una radicale giravolta artistica, ma questa non è certo una novità per lei: se le origini della sua estetica vanno cercate nel folk rock, già in “Bury Your Fire For No Witness” (2014) la svolta verso l’indie rock era stata netta. Il suo più bel lavoro, “My Woman” (2016), conteneva invece elementi prog e synth pop mai fuori luogo.

“All Mirrors” è un pregevole CD art pop: seguendo il percorso tracciato da Kate Bush e ispirandosi probabilmente anche ad artiste contemporanee come Florence + The Machine e Julia Holter, la Nostra ha portato il suo sperimentalismo verso territori orchestrali, a volte davvero incontenibili, come nella sontuosa Lark. Del resto, anche il singolo All Mirrors aveva anticipato questa svolta, ma essere stata in grado di non cadere nel cliché del pop orchestrale più trito e ritrito, evitando di compiacersi troppo, è un merito non banale.

Il lavoro è ottimo non solo per la continua ricerca da parte di Angel, ma anche per la concisione: “All Mirrors” infatti consta di 11 pezzi per 48 minuti complessivi, creando un insieme coeso e ben strutturato, in cui è un piacere affondare. I pezzi migliori sono l’iniziale Lark e la più semplice Spring, mentre sotto la media (altissima) del CD abbiamo Impasse e la pur intrigante Endgame.

In conclusione, il 2019 resterà significativo per il mondo pop più sofisticato: nello stesso anno sono usciti lavori magnifici da parte di Weyes Blood, Lana Del Rey e Angel Olsen. Tre artiste ambiziose, che sono al culmine delle proprie qualità, in continua tensione verso il perfetto disco pop del XXI secolo. Chissà che una di loro non ci arrivi, prima o poi… Di certo Angel Olsen dimostra una caratura come cantautrice che la eleva al di sopra di quasi tutte le sue coetanee.

24) MIKE, “Tears Of Joy”

(HIP HOP)

Il nuovo lavoro di MIKE era decisamente atteso: dopo lo spazio datogli l’anno scorso dal suo mentore Earl Sweatshirt nel suo magnifico disco “Some Rap Songs”, c’era curiosità e sia critica che pubblico si chiedevano se la direzione di Bonema avrebbe incrociato il rap astratto e sperimentale di Earl.

Ebbene, la risposta è un sonoro sì. “tears of joy” risente decisamente della lezione del maestro, con canzoni brevi, spesso brevissime (molte sotto i 2 minuti) ma messaggi presentati con chiarezza, a volte anche crudezza. La voce molto profonda di MIKE aggiunge ulteriore pepe ad una ricetta non facile da digerire ma non per questo scadente.

Il CD è dedicato alla madre di Michael, morta recentemente; il dolore del giovane rapper è palpabile, soprattutto in versi come “Sittin’ with my head in my hands, hold it in” (nell’iniziale Scarred Lungs, Vol. 1 & 2) e “Shit scary, but I stay spinnin’, lookin’ through obituaries with your name in it” in WholeWide World. Anche il mood generale del lavoro ne viene influenzato: le basi sono spesso oscure e non lasciano molto spazio a ritornelli o momenti mainstream.

Dicevamo che il lavoro è in parte ispirato da Earl Sweatshirt: in effetti “tears of joy” riporta alla memoria le canzoni a metà fra hip hop e jazz tipiche di Earl, ma non bisogna pensare che il CD sia una copia spiccicata di “Some Rap Songs”. Intanto è il doppio sia per numero di canzoni che per durata; inoltre manca forse il focus estremo che ha fatto di Sweatshirt un peso massimo nel panorama odierno, ma MIKE è ancora molto giovane e avrà modo di affinare questi aspetti.

I brani migliori sono la commovente Stargazer Pt. 3 e le brevi ma intense Goin’ Truuu e Planet, mentre convincono meno #Memories e Fool In Me. In generale, la struttura molto frammentaria dell’album può essere per alcuni eccessiva, ma in realtà sembra riflettere il grande dramma che ha colpito l’artista statunitense.

“tears of joy” è quindi un buonissimo lavoro e un ottimo punto di entrata nella discografia di Michael Jordan Bonema, che (va ricordato) registra pezzi dal 2015 e nel 2018 ha prodotto la bellezza di 4 raccolte di inediti fra mixtape ed EP. Insomma, il ragazzo è prolifico ma ha già ben chiara la direzione da intraprendere per raggiungere i grandi maestri del genere.

23) These New Puritans, “Inside The Rose”

(ELETTRONICA – ROCK)

Il nuovo album dei These New Puritans arriva addirittura a sei anni dal delicato “Field Of Reeds”, in cui il complesso inglese aveva aperto decisamente a elementi di musica neo-classica, reinventandosi rispetto all’estetica post-punk con inserti elettronici dei precedenti CD. “Inside The Rose” è un’efficace sintesi di tutto questo e, proprio per questo, la prima volta in cui i TNP sembrano vogliosi di riassumere piuttosto che sperimentare ulteriormente.

Ciò non va però a discapito della qualità delle 9 canzoni che compongono il CD: ognuna ha la sua fisionomia specifica, chi più rock (Anti-Gravity) chi inclassificabile (Infinity Vibraphones e la title track). Altrove riappaiono quelle caratteristiche classicheggianti che avevano reso “Field Of Reeds” così strano, per esempio in Where The Trees Are On Fire.

I testi sono come sempre vaghi, ma stavolta compaiono domande esistenziali del tipo “Isn’t life a funny thing? All these words and they say nothing” (in Beyond Black Suns). Ma del resto non si ascolta un lavoro dei These New Puritans per le liriche: gli inglesi ci hanno abituato a comunicare maggiormente attraverso i paesaggi sonori piuttosto che mediante parole.

I pezzi migliori sono l’apertura sontuosa di Infinity Vibraphones e la marciante Beyond Black Suns, che potrebbe essere benissimo un brano dei Massive Attack. Troppo breve invece Lost Angel per essere apprezzabile. Come sempre con un LP dei TNP, “Inside The Rose” non è un ascolto facile, ma la pazienza verrà premiata grazie a canzoni mai scontate e paesaggi sonori davvero evocativi.

In conclusione, ancora una volta i These New Puritans hanno stupito fans e addetti ai lavori: dopo sei anni di assenza e una formazione ridotta all’osso (i membri ufficiali ora sono solamente i gemelli Barnett), “Inside The Rose” suona come nulla nella passata discografia del complesso britannico. E, malgrado tutto questo, i risultati sono ancora una volta strabilianti.

22) Weyes Blood, “Titanic Rising”

(POP)

Natalie Mering, meglio conosciuta come Weyes Blood, con il suo quarto CD ha raggiunto probabilmente il picco delle proprie capacità. Accanto al folk anni ’60 delle origini, la Mering in “Titanic Rising” ha dato spazio ad arrangiamenti decisamente più barocchi, aiutata anche da un produttore d’eccezione come Jonathan Rado dei Foxygen.

Fin dalla prima canzone capiamo che qualcosa è cambiato nel progetto Weyes Blood: A Lot’s Gonna Change è una canzone molto ricercata, quasi barocca, che si rifà alla grande Joni Mitchell ma anche a Father John Misty. La canzone è anche un ovvio highlight in un disco che per la verità conta molte belle melodie: ottima anche la seguente Andromeda ad esempio, così come Wild Time. Movies inizia come Bliss dei Muse ma poi evolve in un brano pop grandioso per arrangiamenti. I due brevi intermezzi Titanic Rising e Nearer To Thee servono più che altro a rendere coerente il disco e dargli una convincente narrativa interna: Nearer To Thee infatti chiude “Titanic Rising” e riprende le atmosfere di A Lot’s Gonna Change. Il titolo allude alla canzone che l’orchestra del Titanic stava cantando durante il naufragio… tutto ciò a testimoniare la complessità del lavoro della Mering.

Liricamente il CD affronta molti temi tipici del mondo pop-rock, dall’amore (“I need a love every day” canta Natalie in Everyday) al dolore (“No one’s ever gonna give you a trophy for all the pain and things you’ve been through. No one knows but you” si sente in Mirror Forever) ai problemi più interiori dell’animo umano, tanto che in A Lot’s Gonna Change Weyes Blood canta “Everyone’s broken now… and no one knows just how”.

In conclusione, il progetto della cantante statunitense, come già accennato, sembra aver trovato il suo sbocco definitivo; il folk accattivante ma semplice delle origini è stato accantonato, o meglio affiancato da strumentazioni decisamente più elaborate e liriche non banali. Il futuro è tutto da scrivere per Natalie Mering e sembra promettere molto bene. Lei e Julia Holter sono definitivamente le figure più innovative dell’art pop mondiale.

21) Flume, “Hi This Is Flume”

(ELETTRONICA)

Il primo mixtape ad opera del celebre produttore australiano Harley Streten, in arte Flume, segue i due album che lo hanno reso una star dell’EDM, “Flume” del 2012 e “Skin” (2016). Adesso che tutti lo conoscono per il suo lato più commerciale, Flume si è lasciato andare alla sperimentazione e ”Hi This Is Flume”, pur essendo a tratti confuso, è un’aggiunta importante alla sua discografia.

Il mixtape, come sappiamo, è maggiormente utilizzato nel mondo hip hop. Nell’elettronica di solito si privilegiano gli album veri e propri, spesso con un disegno dietro, si vedano i recenti lavori di Jon Hopkins e Daft Punk. Streten con “Hi This Is Flume” invece collabora con artisti emergenti ma già conosciuti del mondo sperimentale e rap, creando canzoni spesso davvero notevoli, anche se come già accennato a volte i risultati possono risultare disorientanti.

Due sono gli immediati highlights, entrambi canzoni con collaboratori: se High Beams beneficia della presenza di HWLS ma soprattutto di Slowthai, il vero capolavoro del CD è How To Build A Relationship, in cui l’elettronica sbilenca di Flume si mischia perfettamente con il rap deciso di JPEGMAFIA. Non male anche Daze, che ricorda Aphex Twin. Al contrario, il remix di Is It Cold In The Water? di (e con) SOPHIE è piuttosto fuori fuoco e ripetitivo, mentre Amber è troppo schizofrenica.

Liricamente, pur essendo un album di musica prevalentemente elettronica, Streten regala alcune perle: la title track è un ironico invito ad ascoltare il CD sui servizi di streaming, con tanto di guida che recita “Tap the artwork to listen and save to your own music collection”. Invece in How To Build A Relationship JPEGMAFIA costruisce una relazione con questa base di partenza: “Fuck are you talkin’ ‘bout?… I caught him at the coffee house and made him walk it out” per poi affermare perentorio: “Don’t call me unless I gave you my number”.

Insomma, una cavalcata non facile, questo “Hi This Is Flume”. Allo stesso tempo, tuttavia, va elogiato lo spirito innovativo di Flume, capace di sovvertire le aspettative su di lui con un mixtape vario ma allo stesso tempo coeso, capace di regalare aria fresca ad un movimento, quello dell’elettronica più glitch e wonky, un po’ in crisi ultimamente.

20) Floating Points, “Crush”

(ELETTRONICA)

Il nuovo lavoro di Sam Shepherd, in arte Floating Points, riparte esattamente dove avevamo lasciato l’artista inglese quattro anni fa con “Elaenia”: elettronica calda, elegante, solo a tratti pronta per la pista da ballo, sulla falsariga di capisaldi come Aphex Twin e Caribou.

In realtà Shepherd non è artista che riposa sugli allori: gli ultimi anni lo hanno visto produrre mix intrisi di jazz e rock (“Late Night Tales” quest’anno), colonne sonore (“Reflections – Mojave Desert” del 2017) ed EP di varia lunghezza (su tutti “Kuiper” del 2016). Insomma, un’iperattività non scontata; i risultati peraltro sono sempre stati molto interessanti, facendo di Floating Points un nome importante nel panorama della musica elettronica, tanto da permettergli di essere scelto come spalla nel tour degli xx del 2017.

“Crush” si apre con l’interlocutoria Falaise: un insieme di sintetizzatori e percussioni à la Skee Mask che non si adatta completamente all’estetica di Floating Points. Molto meglio i due brani seguenti, la danzereccia Last Bloom e la raccolta Anasickmodular. Intrigante la struttura di “Crush”: il CD infatti consta di 12 brani per 44 minuti, con una chiusura divisa in due parti (Apoptose) e due brevi intervalli posti al centro del disco, Requiem For CS70 And Strings e Karakul, che dividono quasi il lavoro in due metà speculari.

I brani migliori sono la già citata Anasickmodular e LesAlpx, che si avventura in territori techno; buonissima anche Bias. Invece, inferiore alla media Falaise. Il CD non crea grandi cambiamenti nello scenario della musica elettronica mondiale, ma conferma Sam Shepherd come un nome da tenere d’occhio, pronto a sbocciare definitivamente.

19) Big Thief, “U.F.O.F.” / “Two Hands”

(FOLK – ROCK)

Il 2019 è stato un anno da incorniciare per i Big Thief. Capitanati dalla talentuosa Adrianne Lenker, gli statunitensi hanno prodotto due pregevoli album: “U.F.O.F.”, in cui troviamo una virata verso il folk, probabilmente aiutata anche dall’album solista pubblicato dalla Lenker lo scorso anno; e “Two Hands”, dalle venature decisamente più rock.

Complimenti vanno poi alla base ritmica della band: le chitarre gentili di Adrianne Lenker e Buck Meek sono ipnotiche, buono poi il contributo di basso (emblematica From) e batteria (efficacissima in Contact). In generale “U.F.O.F.” ritorna, soprattutto liricamente, su quei terreni che hanno reso i Big Thief dei moderni beniamini dei fan dell’indie: riferimenti alla solitudine, alla capacità di relazionarsi solamente con dei corpi estranei (il titolo del CD sta infatti per UFO Friend) ma anche paesaggi naturali e animali, fantastici o meno.

Musicalmente, nei suoi momenti migliori il disco è uno dei migliori album folk degli ultimi anni: specialmente in Contact (con potente coda rock) e Cattails i risultati sono eccellenti. A peccare sono i momenti più lenti, a volte troppo prevedibili: ne sono esempi Betsy e Magic Dealer, non perfetti. Molto interessante l’esperimento di Jenni, una sorta di shoegaze lento, che ricorda i Low.

Il secondo album è un ritorno al rock. Se il precedente “U.F.O.F.” era un CD prettamente folk, “Two Hands”, registrato dal vivo, torna alle sonorità di “Capacity” (2017). L’inizio del lavoro è eccellente: le sognanti Rock And Sing e Forgotten Eyes sono ottimi pezzi indie rock, che riportano alla mente il folk-rock di Neil Young, con la bellissima voce della Lenker a creare un’atmosfera sospesa fra meraviglia e inquietudine, dati i testi mai facili, che parlano di sofferenza e passione senza vergogna.

L’unico pezzo più debole è proprio la title track, mentre la lunga Not è il brano più ambizioso in un lavoro davvero pregevole. Molto interessante la struttura del CD: i primi e gli ultimi pezzi nella scaletta sono i più quieti, mentre l’accoppiata NotShoulders, piazzata a metà, è la sferzata più rockettara.

I Big Thief non stanno reinventando l’immaginario indie rock, come alcuni critici molto entusiasti si sono spinti a proclamare; certamente però l’abilità vocale e alla chitarra di Adrianne Lenker li distinguono chiaramente dai loro contemporanei. Non una cosa da poco, in un panorama musicale sempre più stereotipato: il caso Big Thief è la piena dimostrazione che il duro lavoro paga. Chapeau.

18) Coldplay, “Everyday Life”

(POP – ROCK)

L’ottavo disco dei Coldplay, la celeberrima band inglese capitanata da Chris Martin, è un deciso ritorno alle sonorità del decennio ’00 del XXI secolo, come da molti anticipato? Sì, senza dubbio. Certo, il sound più pop e caleidoscopico degli anni recenti non viene abbandonato, ma per esempio gli eccessi di “A Head Full Of Dreams” (2015) sono accantonati per fare spazio a ritmi più rock e atmosfere più calde, a volte addirittura orchestrali (si senta Sunrise).

Il doppio album si apre con la metà dedicata all’alba, intitolata appunto “Sunrise”. Che “Everyday Life” sia un ritorno ai tempi creativamente gloriosi di “A Rush Of Blood To The Head” (2002), con un po’ di “Viva La Vida Or Death And All His Friends” (2008), è chiarissimo da Church e Trouble In Town: due brani eleganti, semplici ma che crescono ascolto dopo ascolto.

I singoli parevano aver fatto intravedere addirittura il lato sperimentale dei Coldplay: Arabesque ad esempio contiene una parte di sassofono decisamente rilevante, fatto insolito per Martin e soci. Invece Orphans, uno degli highlights immediati del CD, è un pezzo gioioso, che riporta alla memoria Viva La Vida. Il lato più ambizioso del complesso si vede anche in BrokEn, che pare un pezzo di Chance The Rapper col suo incedere gospel e i temi sacri affrontati.

La seconda metà, “Sunset”, potrebbe parere più raccolta come sonorità, data la presenza di pezzi come Cry Cry Cry e Old Friends, ma è anche vero che contiene la hit Orphans e la quasi country Guns, che sembra di ispirazione Johnny Cash e di resa Rolling Stones. Molto interessante poi Champion Of The World, che pare presa da “X & Y” (2005).

Affrontiamo infine l’aspetto lirico: il CD è rilevante anche perché i Coldplay, seppure sempre in maniera discreta, affrontano temi molto importanti, dal controllo delle armi (Guns) ai problemi legati alla brutalità della polizia e al razzismo (Trouble In Town). Insomma, Chris Martin e soci sono ormai persone mature, capaci di affrontare temi non solo legati all’amore, come molte volte sono stati accusati di fare in passato.

In generale, “Everyday Life” è un LP davvero riuscito, con alcuni dei pezzi migliori mai scritti dai Coldplay (ad esempio Orphans) e una voglia di sperimentare, ma con raziocinio, che pareva persa da parte del gruppo britannico, tra sbornie dance (Something Just Like This) e intrallazzi con le stelle dell’R&B (Hymn For The Weekend). È senza dubbio il miglior disco dei Coldplay dal 2008 a questa parte, non una cosa da poco per quattro ragazzi che suonano insieme da 23 anni (!).

17) (Sandy) Alex G, “House Of Sugar”

(ROCK)

L’ultimo album del prolifico cantautore americano, “House Of Sugar”, è il suo CD più completo. Dopo il cambio di nome da Alex G a (Sandy) Alex G, al fine di evitare scambi di persona con uno youtuber suo omonimo, il talentuoso Alex Giannascoli ha ampliato costantemente la propria palette sonora, aggiungendo elementi psichedelici e addirittura country prima ridotti all’osso nei vari dischi lo-fi da lui prodotti in passato.

“House Of Sugar” è un titolo particolare, che richiama le fiabe di Andersen, in particolare “Hansel e Gretel”; non è quindi un caso che una delle migliori canzoni della tracklist si intitoli proprio Gretel. Altrove troviamo invece riferimenti testuali a fatti di vita vera o, almeno, verosimile: in Hope Alex rimpiange un coetaneo morto, “He was a good friend of mine, he died. Why write about it now? Gotta honor him somehow”, si domanda e si risponde. Dopo però la scena diventa improvvisamente piena di vita, “In the house they were calling out his name all night, taking turns on the bed, throwing bottles from the windows of the home on Hope Street”. Non sappiamo se veramente il nome della via fosse Hope Street, ma il riferimento non pare casuale.

Accanto a questi franchi racconti di episodi della propria vita, però, Giannascoli affianca un sound interessante quanto misterioso: all’indie rock si sommano forti influenze degli Animal Collective, specialmente negli inserti più misteriosi, come Taking e Sugar. (Sandy) Alex G finisce quindi per suonare strano ma allo stesso tempo accessibile: brani come Gretel, la tenera Southern Sky e In My Arms non possono lasciare indifferenti. La doppietta CowCrime rimanda ai migliori Real Estate.

In conclusione, “House Of Sugar” è, come da titolo, un lavoro fondamentalmente dolce, ma infarcito degli elementi particolari e stranianti tipici di Alex Giannascoli. Dopo 8 CD fra Bandcamp, autoprodotti e ora la Domino, con in mezzo svariati EP, il giovane cantautore statunitense pare aver trovato la definitiva maturità. “House Of Sugar” è il suo album più completo e affascinante, un “must-listen” per gli amanti dell’indie rock più eccentrico.

16) Slowthai, “Nothing Great About Britain”

(HIP HOP)

Il giovane esponente del grime, la corrente del rap più dura dell’hip hop britannico, con il suo album d’esordio “Nothing Great About Britain” si conferma una voce emergente del panorama musicale e un abile interprete dei drammatici problemi che pervadono la società britannica.

Già il titolo del CD anticipa i temi portanti del lavori: Slowthai denuncia l’uso della Brexit come arma di distrazione di massa, usata dai politici per coprire i problemi inglesi di inuguaglianza e responsabilità nell’incombente cambiamento climatico. In questa verve polemica nessuno viene risparmiato: i politici ovviamente sono i principali protagonisti, ma anche la Regina Elisabetta ci va di mezzo (nella title track Slowthai la chiama “fighetta” e afferma che avrà rispetto di lei solo quando la Regina rispetterà lui e i più poveri).

In altre parti i testi sono invece più rivolti a sé stesso: la personale Northampton’s Child narra le sue disavventure familiari: la morte del fratello per distrofia muscolare, poi il patrigno, prima minacciato (“You’re lucky I’m not as big as you. I would punch you till my hands turn blue”) poi, una volta che Slowthai e la madre vengono cacciati di casa, ignorato per lasciare spazio finalmente a una famiglia povera ma serena (“Now we’re living at Tasha’s. Funny how good vibes turned that room to a palace”).

Musicalmente, possiamo dichiarare serenamente che, assieme a Stormzy, Slowthai è la promessa più brillante del grime: come già ribadito, i testi sono duri ma efficaci, ma anche le basi non lasciano mai indifferenti gli ascoltatori. La trascinante Doorman è quasi punk, Gorgeous invece si rifà al soul; altrove troviamo basi che invece guardano con interesse alla trap, come in Grow Up. Insomma, una varietà stilistica notevole, che si abbina perfettamente alla personalità incendiaria di Slowthai, che anche dal vivo è davvero trascinante.

In conclusione, “Nothing Great About Britain” è un affresco tremendo ma veritiero della condizione attuale della società britannica: lotte di classe, crisi politica e guerra tra poveri sono temi a cui ora non pensiamo guardando al Regno Unito, ma Slowthai (e prima di lui atti punk come Shame e IDLES) ci presentano il tutto senza sconti.

15) Bill Callahan, “Shepherd In A Sheepskin Vest”

(ROCK)

Il nuovo CD a firma Bill Callahan, il quinto di una carriera di tutto rispetto (senza contare quelli a firma Smog), è il suo lavoro più aperto come sonorità e quello che, a livello testuale, contiene riferimenti alla vita privata di Bill che erano assenti in passato.

“Shepherd In A Sheepskin Vest” arriva dopo ben sei anni da “Dream River”: un’assenza davvero di lungo termine, dovuta in gran parte ai radicali cambiamenti avvenuti nella vita personale del cantautore americano. Nel 2014 si è sposato con Hanly Banks, mentre nel 2015 ha avuto un bambino da quest’ultima: insomma, un cambio di prospettiva estremo per un uomo abituato a scrutare con acutezza e profondità i tanti perché della vita, facendo la figura dell’eterno insoddisfatto.

Non è un caso che il disco appena pubblicato sia il più luminoso della sua ormai trentennale carriera: Bob Dylan si mescola a Leonard Cohen, potremmo dire, rendendo “Shepherd In A Sheepskin Vest” un CD lungo (20 brani per 63 minuti) ma facilmente digeribile e mai monotono. Ne sono esempi pezzi squisiti come 747 o Black Dog On The Beach. Tuttavia, anche la parte finale del CD, quella più oscura come liriche, contiene canzoni brillanti rispetto al “solito” Bill Callahan, ne sia esempio Call Me Anything.

Come sempre, tuttavia, a risaltare è specialmente la sua voce: un vero e proprio altro strumento, con un tono baritonale à la Leonard Cohen o Johnny Cash che la rende perfetta per questo tipo di narrazioni. Le storie di Callahan erano sempre state pervase, come già accennato, da domande esistenziali sul senso della vita; ora invece, malgrado restino presenti analisi di questo tipo (cosa scontata in un LP così articolato), i testi sono decisamente più leggeri. Ad esempio, in What Comes After Certainty parla dell’amore vero e assoluto verso la moglie, tanto che si chiede: “True love is not magic, it is certainty… And what comes after certainty?” Più avanti i testi sono ancora più esplicitamente sereni: “I never thought I’d make it this far: little old house, recent-model car… And I’ve got the woman of my dreams”. In Young Icarus ritornano le elucubrazioni tipiche di Callahan: “Well, the past has always lied to me, the past has never given me anything but the blues”. C’è anche tempo per un riferimento al sesso durante il “periodo” delle donne, nell’ironica Confederate Jasmine.

In conclusione, “Shepherd In A Sheepskin Vest” è un punto altissimo nella discografia di Bill Callahan: il cantautore americano pare aver trovato la serenità da lui tanto agognata in passato. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: il disco scorre benissimo e nulla è superfluo. Complimenti, Bill, e buona vita.

14) Vampire Weekend, “Father Of The Bride”

(ROCK – POP)

Sei anni e mille disavventure dopo, i Vampire Weekend sono tornati. Il gruppo indie più venerato della decade, con “Father Of The Bride”, si è aperto a numerose influenze che parevano lontane dal loro sound e a numerosi ospiti, così da creare un CD confusionario ma allo stesso tempo vario e poliedrico, che ribadisce una volta in più che il talento di questi ragazzi è davvero esplosivo.

Nel corso degli ultimi sei anni, Ezra Koenig, vocalist e principale scrittore dei testi delle canzoni della band, si è spostato a Los Angeles dalla nativa New York, ha prodotto una serie TV di discreto successo (Neo Yokio), lavorato a degli show radiofonici e avuto un figlio. Il polistrumentista Rostam Batmanglij, che ha lasciato il gruppo nel 2016, ha collaborato nel frattempo con artisti chiave del panorama musicale (Beyoncé, Charli XCX) e ha pubblicato un album solista, “Half Light”, nel 2017. Anche il bassista Chris Baio ha fatto uscire nel 2017 un suo album, “Man Of The World”. Per finire, il batterista Chris Tomson ha generato il primo album dei suoi Dams Of The West, “Youngish American”, nello stesso anno. Tutto congiurava a far sì che i Vampire Weekend si disfacessero, spinti dai desideri di autonomia dei suoi membri. Ciò, per fortuna, non è accaduto, ma molte cose sono mutate.

Già dalla prima canzone, Hold You Now, capiamo che sono lontanissimi i tempi del pop sintetico di “Contra” (2010) ma anche dell’omonimo esordio “Vampire Weekend” (2008): i ritmi sono tinti di country, Danielle Haim delle HAIM duetta abilmente con Ezra Koenig e la canzone si interrompe bruscamente, quasi fosse una demo. Ecco un altro tratto innovativo dell’estetica dei VW: se prima i loro lavori di studio erano davvero perfetti sia come produzione che come durata, mai oltre i 42 minuti e le 12 canzoni, “Father Of The Bride” è lungo ben 18 canzoni per 58 minuti! Inoltre, numerosi sono i brevi intermezzi da un minuto o poco più, da Big Blue a 2021, prima assenti.

Tutti gli amanti dell’indie non possono tuttavia fare a meno di comparare il nuovo lavoro con “Modern Vampires Of The City” (2013), che aveva definitivamente consegnato i Vampire Weekend all’Olimpo del rock del nuovo millennio con canzoni calde, testi complessi e impegnati e un’unione di intenti totale fra i due leader del gruppo, Ezra Koenig e Rostam Batmanglij. Beh, possiamo dire che la dipartita di Rostam, giustificata col suo desiderio di concentrarsi sui suoi progetti solisti, è avvertita ma non traumatica: certo, la chitarra è più presente che in passato, l’elettronica di fondo presente specialmente in “Modern Vampires Of The City” e “Contra” è scomparsa e i VW hanno aperto a influenze country e R&B, ma complessivamente “Father Of The Bride” è un buon LP.

A parte l’evitabile Rich Man, infatti, la lunghezza del CD non è un peso, anzi permette al complesso statunitense di affrontare disparati generi, come già accennato, ma anche di valorizzare i numerosi ospiti; da Danielle Haim a David Longstreth (Dirty Projectors), passando per Steve Lacy (The Internet) e il redivivo Batmanglij, tutti danno una mano ai Vampire Weekend per fare di “Father Of The Bride” un altro intrigante capitolo della loro produzione.

I migliori pezzi sono la trascinante Harmony Hall e la beatlesiana This Life, che fanno pensare quasi che il disco sia un omaggio alla creatività senza freni del “White Album” della band inglese più famosa della storia della musica. Buone anche Unbearably White e la frenetica Sunflower. Come dicevamo, non riuscita invece Rich Man, anche My Mistake non convince appieno. La palma di canzone più eccentrica va a Simpathy, una sorta di flamenco jazzato con batteria di Chris Tomson in fortissima evidenza, che quasi riporta alla memoria i migliori Gipsy King.

Liricamente, il CD si conferma più leggero di alcuni precedenti lavori del gruppo: ad esempio sono assenti i riferimenti all’Olocausto e all’inesorabile passare del tempo che caratterizzavano “Modern Vampires Of The City”, così come i rimandi alla rivoluzione del Nicaragua di “Contra”. Adesso, oltre al ritmo e al tono delle canzoni, Koenig ha rilassato anche i testi: si notano riferimenti all’estate (Sunflower, Married In A Gold Rush), all’origine dei membri della band (Unbearably White), all’amore (We Belong Together). Quest’ultimo tema è probabilmente stato incentivato dalla nascita del primo figlio di Koenig, avvenuta lo scorso anno.

In conclusione, “Father Of The Bride” marca la rinascita dei Vampire Weekend. È bello come “Modern Vampires Of The City”? No. Allo stesso tempo, nondimeno, Ezra Koenig e compagni hanno dimostrato che non sempre i cambiamenti, anche radicali, portano al fallimento. Anzi, è proprio da momenti come questi che a volte si ricavano le energie e la spinta per aprirsi a nuovi mondi e collaborare con gli altri.

13) Aldous Harding, “Designer”

(FOLK)

Il terzo album della talentuosa compositrice neozelandese (sì, il nome trae in inganno) è il suo lavoro più compiuto. Accanto al folk classico delle origini, ora la Harding ha inserito anche sassofoni e alcune tastiere di sottofondo, tanto da creare un CD coeso eppure mai prevedibile o peggio monotono.

Fin dall’apertura, la graziosa Fixture Picture, notiamo sia i tratti ormai caratteristici di Aldous sia le novità: i ritmi, specialmente delle percussioni, sono più sostenuti che in passato, ma allo stesso tempo le liriche continuano ad essere per lo più inintelligibili. Qui ad esempio si dice “In the corner in blue is my name”, quasi parlassimo di un quadro. Altrove, è vero, compaiono temi più compiuti: il più rilevante è la paura di assumersi responsabilità, sia verso un partner che un figlio, un timore che in effetti prende molti giovani. In The Barrel si dice “When you have a child, so begins the braiding and in that braid you stay.” In Damn riappare il tema, quando la Harding si sente delle catene attorno al corpo che le impediscono di spiccare il volo.

Musicalmente, il mondo indie femminile continua a rivoluzionare il rock. Accanto alla già citata Fixture Picture abbiamo altre ottime tracce come The Barrel e Designer; le uniche eccezioni sono Treasure e Damn, ma restano comunque buone e inserite perfettamente nel contesto di “Designer”.

In conclusione, questo terzo LP a firma Aldous Harding ne conferma il talento e la volontà di espandere il proprio sound di riferimento, rifiutando una comfort zone che per altri sarebbe stato un rifugio benvenuto.

12) Nick Cave & The Bad Seeds, “Ghosteen”

(SPERIMENTALE – ROCK)

Il nuovo doppio album di Nick Cave, come sempre assieme ai fidati Bad Seeds, chiude la trilogia idealmente iniziata con “Push The Sky Away” (2013). Gli ultimi anni non sono stati facili per la band australiana: nel 2015 il figlio di Nick, Arthur, è tragicamente morto a causa di una caduta da una scogliera, mentre l’anno scorso il pianista della band Conway Savage è deceduto a causa di un tumore.

Insomma, gli antecedenti di “Ghosteen” facevano pensare ad un lavoro ancora più tragico e disperato del precedente “Skeleton Tree” (2016), che già era carico di significato essendo stato composto appena dopo la morte di Arthur. Nick Cave sceglie di procedere nelle sonorità quasi ambient dei due CD precedenti, convogliando però anche messaggi positivi, di accettazione della morte e di ricerca di una vita dopo la tragedia, quasi un contraltare ideale al pessimismo devastante di “Skeleton Tree”.

Il grande cantautore ha descritto il primo disco come “i figli”, mentre i tre lunghi brani che creano la suite conclusiva (e l’intero secondo capitolo) sono “i padri”. Come non riconoscere un rimando alla tragica situazione di Nick Cave? Del resto, i testi contengono riferimenti numerosi alla vicenda e in generale alla storia recente della band: in Hollywood, che chiude il secondo CD, si narra la fiaba indiana di Kisa, una donna a cui muore il figlio e che cerca in ogni modo di riportarlo in vita, sia affidandosi alla religione buddhista che alle credenze popolari. Alla fine del brano arriva l’ammissione più candida: “It’s a long way to go to find peace of mind”.

Altrove però, dicevamo, Nick e soci trovano conforto nella vicinanza degli altri: in Waiting For You lui e la moglie analizzano le differenti prospettive di far fronte alla morte di una persona cara, con il cantautore che dichiara “I just want to stay in the business of making you happy”. Una dichiarazione d’amore fortissima e delicata. Infine, in altre parti del monumentale doppio album (11 pezzi per 73 minuti), troviamo riflessioni sul potere dell’arte (Spinning Song) e come sognare un mondo diverso da quello che abbiamo ereditato non sia una debolezza (Bright Horses).

In conclusione, non è facile entrare nel discorso di Nick Cave & The Bad Seeds, specialmente se si è neofiti del gruppo, uno dei più importanti degli ultimi decenni in campo rock. Giunto al 40° (!!) anno di una carriera trionfale, Nick Cave è ancora un uomo tormentato, ma per motivi diametralmente diversi rispetto alla gioventù. Il fatto che sappia scrivere testimonianze così personali e toccanti, mantenendo un’integrità artistica totale, è segno che siamo di fronte ad un vero genio della musica. “Ghosteen” non sarà il suo miglior CD, ma si aggiunge ad un’eredità già colossale non peggiorandola. Non un risultato di poco conto.

11) Jamila Woods, “LEGACY! LEGACY!”

(R&B – SOUL)

Il secondo album della talentuosa Jamila Woods è un trionfo per gli amanti di R&B e soul. Facendo riferimento ai maestri del passato e ripercorrendo le vite di grandi artisti di colore de passato e del presente, la Woods ha composto uno dei migliori album di black music dell’anno.

Il disco è perfetto per sequenziamento e lunghezza, contando 13 canzoni per 49 minuti di durata, con nessun brano fuori posto. In questo la giovane americana è migliorata rispetto all’esordio “HEAVN” (2016), mostrando maturità e consapevolezza di sé. Il CD tuttavia non è solamente un ottimo estratto di influenze legate alla musica nera: con titoli di per sé evocativi come MILES e BASQUIAT, l’intento di Jamila è evidente: rievocare le figure storiche del passato che hanno reso i neri degni di attenzione non solo socialmente ma anche artisticamente, gli eroi che hanno aperto la strada agli artisti di colore di oggi.

I risultati, sia liricamente che come composizioni e arrangiamenti, sono sfarzosi ma mai sovraccarichi o fini a sé stessi: pezzi come GIOVANNI e BETTY sono grandiosi, ma nessuno come già accennato è superfluo.

In conclusione, Jamila Woods si conferma un’artista dal potenziale immenso, forse ancora non completamente sfruttato. “LEGACY! LEGACY!” è un trionfo, un LP da assaporare e che rivela sempre nuovi dettagli seducenti. In poche parole, anche questo album farà parte della legacy degli artisti di colore del futuro.

10) Freddie Gibbs & Madlib, “Bandana”

(HIP HOP)

Una delle collaborazioni più anticipate nel mondo rap, “Bandana” trova sia il rapper Freddie Gibbs che il produttore Madlib al meglio. Il CD è un’ottima fusione di hip hop, jazz e inserti di funk, che lo rendono imprescindibile per gli amanti della black music.

“Piñata” (2014), la precedente creazione del duo, era stata una rivelazione: i beat sempre nostalgici e sbilenchi di Madlib si sarebbero adattati al gangsta rap di Gibbs? Beh, la risposta era stata un fortissimo sì. “Bandana” da questo punto di vista non innova particolarmente lo stile dei due, pare piuttosto un miglioramento incrementale della chimica fra i due e nelle scelte di produzione.

Mentre infatti spesso Madlib in passato aveva privilegiato una produzione scarna, a volte addirittura lo-fi, in “Bandana” ogni canzone è immacolata e fluisce spesso nella successiva senza soluzione di continuità. Dal canto suo, Freddie Gibbs si conferma a ottimi livelli, capace di parlare di Allen Iverson, grande cestista del passato (Practice) così come della tratta degli schiavi (Flat Tummy Tea), passando per la morte di Tupac (Massage Seats). Insomma, di tutto un po’.

Il disco può infine contare su alcune collaborazioni di spessore: Pusha-T, Anderson .Paak e Killer Mike (metà dei Run The Jewels) arricchiscono ulteriormente la formula di “Bandana” in Palmolive e Giannis. Insomma, il CD è davvero riuscito sotto tutti i punti di vista. I pezzi migliori sono la scatenata Half Manne Half Cocaine e Crime Pays, mentre leggermente sotto la media sono l’intro iniziale Obrigado e Fake Names.

In conclusione, Freddie Gibbs e Madlib si confermano una volta di più essere fatti l’uno per l’altro, musicalmente parlando; “Bandana” rispetta pienamente l’hype che percorreva Internet ed è uno dei migliori album hip hop dell’anno.

9) Tyler, The Creator, “IGOR”

(HIP HOP)

Il sesto lavoro tra mixtape e CD veri e propri, non contando L’EP natalizio a tema Grinch uscito l’anno scorso, è un trionfo per Tyler, The Creator. Mescolando abilmente soul e hip hop, con strutture delle canzoni sempre innovative, Tyler ha prodotto il suo LP di maggior rilievo, forse anche superiore a quel “Flower Boy” (2017) che gli aveva dato definitivamente la fama.

Tyler, The Creator ne ha fatta di strada rispetto agli esordi, prima con gli Odd Future e poi come solista: se prima i suoi testi erano fortemente violenti, spesso amaramente ironici e omofobi, già in “Flower Boy” avevamo intravisto il suo lato più gentile e aperto, con annessa confessione di essere omosessuale che è stata francamente una rivelazione dato il suo passato.

Questo background è importante per comprendere appieno “IGOR”: l’album si articola in 12 brani per 39 minuti, quindi un lavoro compatto. Tyler narra una storia, in cui il suo alter ego Igor cerca di salvare la propria relazione con un altro uomo, prima suo amante ma poi incerto se tornare dalla sua fidanzata. Tyler canta in molte parti del disco versi commoventi nel loro candore: in EARFQUAKE “Don’t leave, it’s my fault”, mentre in RUNNING OUT OF TIME cerca di convincere il partner: “Stop lyin’ to yourself, I know the real you”. Quando però capisce che la storia è finita, in GONE, GONE / THANK YOU, ammette “Thank you for the love, thank you for the joy”.

Dicevamo della struttura delle canzoni: aiutato da gente del calibro di Kanye West, Pharrell e Cee-Lo Green, fra gli altri, Tyler mantiene la peculiarità di saper mescolare abilmente vari generi musicali: dal rap al funk, passando per soul e R&B, “IGOR” è un trionfo. Certo, la narrativa e la struttura non coincidono, a volte le canzoni finiscono improvvisamente e si intersecano con le successive, ma il CD mantiene un suo fascino innegabile. Inoltre, iniziare il lavoro con una suite strumentale come IGOR’S THEME non è una scelta facile, ma è lodevole e in fondo riuscita.

I pezzi migliori sono EARFQUAKE, la ballabile I THINK e la folle WHAT’S GOOD, in cui risplende tutta l’abilità di Tyler, The Creator nel creare canzoni davvero articolate. Buona anche la potente NEW MAGIC WAND. Se vogliamo trovare un brano inferiore alla media è forse GONE, GONE / THANK YOU, un po’ troppo lungo e pop.

In conclusione, “IGOR” è il lavoro che posiziona Tyler, The Creator nell’Olimpo dell’hip hop contemporaneo. Come molti dei suoi vecchi compagni degli Odd Future, Tyler ha saputo imporsi, malgrado alcuni passaggi a vuoto specialmente ad inizio carriera. Vedremo dove lo porterà il futuro, certo “IGOR” è fino ad ora il suo miglior LP.

8) Fontaines D.C., “Dogrel”

(PUNK – ROCK)

Il punk sembra essere decisamente tornato di moda: negli anni scorsi abbiamo visto nascere numerose band che si rifanno ai grandi maestri degli anni ’80, ad esempio Shame, IDLES, Protomartyr e Parquet Courts. Tutte queste band, con diverse sfumature e tematiche affrontate nel corso della loro carriera, hanno riportato l’attenzione del mondo su un genere che pareva morto e sepolto, preda di istinti pop ben impersonati da Blink-182 e Green Day.

I Fontaines D.C. hanno sfruttato appieno l’onda lunga che le band menzionate sopra hanno provocato e, più in generale, il malessere che pervade il mondo occidentale: disuguaglianze, razzismo, globalizzazione incontrollata e politici senza scrupoli hanno prodotto cambiamenti giganteschi nelle nostre società, impoverendo grandi masse della popolazione e provocando risentimento nelle fasce più deboli.

Il complesso irlandese descrive una Dublino che è voluta diventare grande troppo in fretta, causando la perdita di tutto ciò che rendeva la città caratteristica. Ad esempio, il quintetto non è per niente contento della trasformazione in polo tecnologico della città, resa possibile da una riduzione marcata della pressione fiscale la quale a sua volta ha aggravato i problemi delle fasce più povere, favorendo contemporaneamente i più ricchi. In Hurricane Laughter ad esempio il vocalist Grian Chatten si chiede provocatoriamente “Are there any connections available?”.

Liricamente i Fontaines D.C. in “Dogrel” toccano vari temi, spesso in maniera molto acuta: in Big si affronta il tema già menzionato della trasformazione di Dublino in metropoli all’avanguardia, “My childhood was small, but I’m going to be big!” canta Chatten, una frase che ricorda anche Rock’n’Roll Star degli Oasis. Invece un pessimismo totale permea Sha Sha Sha: “Now here comes the sun. That’s another one done”.

Musicalmente, accanto al post-punk caro a Joy Division e Fall, troviamo anche pezzi più melodici come Roy’s Tune, davvero riuscita, oltre alla conclusiva Dublin City Sky: diciamo che gli Strokes incontrano gli IDLES e i Clash in questi pezzi, portando nuova linfa in un genere ormai alquanto trafficato. Bella anche Boys In The Better Land. Le uniche pecche in un CD altrimenti perfetto sono proprio Dublin City Sky e Hurricane Laughter, ma non intaccano troppo il risultato finale.

In conclusione, “Dogrel” è senza dubbio il disco punk più riuscito dell’anno e uno dei migliori della decade. Malgrado il post-punk sia un genere ormai inflazionato e con maestri forse inarrivabili, i Fontaines D.C. si sono ritagliati abilmente una nicchia tutta per loro, con ritmica tagliente, voce espressiva e testi mai scontati.

7) Dave, “Psychodrama”

(HIP HOP)

Con Dave abbiamo davanti un prodigio vero e proprio: infatti lui è nato nel 1998 ed è anche un ottimo pianista, come dimostra nel corso di “Psychodrama”. Il disco d’esordio del talentuoso rapper britannico è un concentrato di tutte le caratteristiche migliori del rap d’Oltremanica: basi potenti, temi importanti affrontati con onestà e durezza, poca attenzione al lato commerciale (quindi CD concisi e diretti).

Rispetto ai suoi colleghi, David Orobosa Omoregie (questo il vero nome di Dave) come accennavamo introduce il pianoforte all’interno delle sue canzoni: non una caratteristica comune fra i rapper, specialmente quelli inglesi. I temi trattati al contrario sono già stati affrontati, ma mai come se si trattasse di una seduta psichiatrica. Il disco infatti si apre con Psycho e si chiude con Drama, guarda caso le parole che compongono “Psychodrama”; Dave inscena una sorta di seduta in cui lui narra le numerose disavventure vissute (o raccontategli) nel corso della sua breve vita: avere un fratello in carcere per il resto della vita (tema affrontato in Drama), persone abusate dal proprio partner (Lesley), violenza contro le persone di colore (Black). Specialmente toccante e duro il testo di quest’ultima canzone: Dave canta con la sua voce a metà fra Kid Cudi e Tyler, The Creator: “A kid dies, the blacker the killer, the sweeter the news. And if he’s white, you give him a chance, he’s ill and confused; if he’s black he’s probably armed, you see him and shoot”.

I brani migliori sono Psycho, Black e la lunghissima Lesley, vero pilastro che regge l’intero album; forse meno convincente la troppo melodica Voices, ma non intacca l’eccellente risultato complessivo.

In conclusione, Dave è davvero un ragazzo prodigio: dotato di voce imperiosa e grande talento compositivo e lirico, il futuro sembra fatto apposta per lui. “Psychodrama” è già un ottimo lavoro, nulla ci vieta di sperare che in futuro si possa assistere a LP ancora migliori da parte sua.

6) The National, “I Am Easy To Find”

(ROCK)

L’ottavo album dei The National, beniamini dell’indie rock statunitense, è il loro CD con più tracce (16) e dal minutaggio più elevato (64 minuti). Malgrado inevitabilmente alcuni momenti siano ridondanti, il disco è eccellente, grazie anche alla collaborazione di voci femminili di altissimo livello, fatto inedito per la band.

Matt Berninger e i fratelli Dessner e Darendorf, a soli due anni dall’ottimo “Sleep Well Beast”, vincitore del Grammy come miglior album di musica alternativa, sono tornati più in forma che mai. In “I Am Easy To Find” ogni fan del gruppo avrà soddisfazione: dalle ballate ai brani più rock, non manca davvero nulla, tanto che il disco pare una chiusura ideale di un cerchio cominciato nello scorso millennio. Dicevamo inoltre che il CD è popolato da presenze esterne ai The National: in effetti molte vocalist, da Sharon Van Etten a Gail Ann Dorsey, si alternano con Berninger, creando vocalizzi molto belli e innovativi per la band. Infine, ricordiamo che “I Am Easy To Find” fa da colonna sonora a un breve film con protagonista l’attrice premio Oscar Alicia Vikander. Insomma, un’opera davvero totale, sintomo di grande ambizione da parte del gruppo.

Le prime due tracce sono magnetiche: You Had Your Soul With You e Quiet Light rientrano a pieno titolo fra le migliori dei The National, la prima con base ritmica forsennata, la seconda più raccolta. Invece Oblivions è leggermente sotto la media, mentre The Pull Of You ricorda la Guilty Party di “Sleep Well Beast”. Anche la seconda metà del CD è molto intrigante: eccettuate la brevissima Her Father In The Pool e l’eterea Dust Swirls In Strange Light, il resto dei pezzi è sempre all’altezza della fama dei The National, con le perle di Where Is Her Head e la conclusiva Light Years.

Liricamente, Berninger (aiutato anche dalla moglie Carin Besser) non abbandona la sua fama di persona sensibile ma mai passiva di fronte alle disgrazie, soprattutto personali: nella title track canta di una coppia troppo divisa per stare insieme ma anche tanto consuetudinaria da non avere il coraggio di lasciarsi. Invece in Not In Kansas denuncia la deriva politica dell’America, citando il caso dei neonazisti. Allo stesso tempo, però, l’amore è sempre il centro dei suoi pensieri: “There’s never really any safety in it!” afferma perentorio in Hey Rosey, una frase quanto mai veritiera. Tuttavia, forse il verso più significativo dell’intero album è contenuta in Where Is Her Head: “And I will not come back the same” canta Berninger. Una dichiarazione di intenti chiarissima.

In conclusione, “I Am Easy To Find” è un ritorno in grande stile per i nativi di Brooklyn. Il disco è coeso ma allo stesso tempo mai banale o semplicemente noioso. I The National si candidano, chissà, ad un altro Grammy? Possibile, certamente sono fra i gruppi indie rock che sono meglio maturati se paragonati alla nidiata di complessi nati a cavallo fra XX e XXI secolo. Chapeau.

5) Bon Iver, “i,i”

(FOLK – ELETTRONICA)

Il quarto album dei Bon Iver, il progetto di Justin Vernon, arriva a tre anni dallo sperimentale “22, A Million”. Il disco è una pregevole fusione dei precedenti sforzi della band, il già citato “22, A Million” e “Bon Iver, Bon Iver” (2011). Accanto alla vena più elettronica e innovativa di Vernon troviamo infatti un ritorno alle sonorità folk che inizialmente ne decretarono la fortuna, come nella scarna Marion.

L’inizio pare ritornare al precedente LP di Vernon e compagni: sia la breve strumentale Yi che iMi sono di difficile lettura e l’impatto sugli ascoltatori potrebbe risultare a primo impatto deludente. Già con la bellissima Hey, Ma però Bon Iver ritorna ai suoi livelli: la voce di Vernon è in primo piano in tutta la sua bellezza e la strumentazione è innovativa ma mai fine a sé stessa.

La seconda parte del breve ma organico CD (13 brani per 40 minuti) è la più riuscita: abbiamo alcune delle più belle canzoni a firma Bon Iver, da Naeem a Sh’diah passando per l’epica Faith. In generale, aiutato anche da numerosi collaboratori, fra cui annoveriamo i fratelli Dessner dei The National, Moses Sumney e James Blake, Bon Iver come accennato riesce a bilanciare quasi perfettamente i suoi istinti più sperimentali con quelli più accessibili, creando con “i,i” un disco davvero affascinante.

Liricamente, come sempre, la band comunica più tramite immagini che con frasi definite e compiute: affiorano a volte sentimenti di amore (“I like you and that ain’t nothing new” canta Vernon in iMi), mentre in RABi compare in modo insolitamente chiaro il tema della morte: “Well, it’s all just scared of dying”.

Strumentalmente, questo è forse il lavoro meno avanguardistico di Bon Iver: mentre con le sue precedenti opere il gruppo americano aveva sempre anticipato o cavalcato i trend della musica contemporanea, tanto da guadagnarsi collaborazioni di alto profilo con due visionari come Kanye West e James Blake, oggi Vernon si limita a ri-assemblare il suono del progetto Bon Iver. Tuttavia, se i risultati sono così eccezionalmente belli, è probabile che Justin abbia ancora diversi assi nella manica.

4) FKA twigs, “MAGDALENE”

(ELETTRONICA – R&B)

La figura di FKA twigs, nome d’arte della britannica Tahliah Debrett Barnett, è tra le più enigmatiche del panorama mondiale del pop e dell’elettronica più raffinata. Misteriosa sì, ma mainstream: fino a qualche mese fa la Barnett era impegnata in una storia con Robert Pattinson, il famoso attore di Twilight. Una storia che, una volta finita, ha lasciato strascichi nella psiche di Tahliah; a ciò aggiungiamo una delicata operazione effettuata per rimuovere dei fibroidi dal suo utero, superata solo recentemente. Insomma, nei quattro anni passati da “M3LL155X” purtroppo la vita non è stata facile per FKA twigs.

Il CD, molto atteso da critica e pubblico, era stato anticipato da singoli molto diversi fra loro: la meravigliosa cellophane è il più bel brano mai creato da FKA twigs, una delicata ballata solo voce e piano, con synth solo accennati. Invece holy terrain, con Future, era quasi trap; infine sad day e home with you si rifacevano, nello stile e nel ritmo, all’esordio di Tahliah, “LP1” (2014).

Musicalmente “MAGDALENE” è un sunto dell’estetica di FKA twigs, ma anche una crescita decisa verso lidi inesplorati: se prima si parlava di lei come di una meravigliosa vocalist e performer, tanto brava a ballare quanto a cantare, vogliosa di esplorare territori elettronici e R&B, adesso FKA twigs è una carta spendibile anche nell’art pop e nell’hip hop meno volgare e scontato, prova ne siano le collaborazioni recenti con Future e A$AP Rocky. Nessuna delle 9 tracce del CD sono fuori posto, la durata è ragionevole (38 minuti) e FKA twigs è in forma smagliante: tutto è pronto per un trionfo. Fatto vero, testimoniato da un capolavoro come la già citata cellophane e da brani solidi come sad day e thousand eyes. Abbiamo in più, a supporto della Barnett, produzione da parte di giganti come Skrillex e Nicolas Jaar, che aggiungono la loro esperienza in campo elettronico per creare textures imprevedibili.

Menzioniamo infine l’aspetto testuale: in “MAGDALENE” l’artista inglese evoca, già nel titolo, la figura di Maria Maddalena, una delle più dibattute nei Vangeli. In alcuni brani emerge il ricordo della storia appena finita con Pattinson: in thousand eyes si sente “if I walk out the door it starts our last goodbye”, mentre sad day evoca il giorno in cui Tahliah ha capito che era finita. Altrove invece appare lo smarrimento che ha colpito la talentuosa performer nei momenti peggiori della sua vita: “I’m searching for a light to take me home and guide me out”, un verso desolante di fallen alien, ne è un esempio chiaro.

FKA twigs era già un nome chiacchierato nella stampa specializzata, ma “MAGDALENE” alza il livello: Tahliah Debrett Barnett supera a pieni voti l’esame secondo album, creando canzoni sempre intricate ma mai fini a sé stesse, ricche di significato universale.

3) Little Simz, “GREY Area”

(HIP HOP)

Simbiatu “Simbi” Abisola Abiola Ajikawo, in arte Little Simz, ha scritto già canzoni interessanti anche se ai più sconosciute. Lei infatti registra album sin dal 2013, quindi dai suoi 19 anni! Un talento davvero precoce, che è definitivamente sbocciato nell’eccellente “GREY Area”.

Se spesso infatti i suoi passati lavori erano ancora acerbi in termini di composizioni e tematiche trattate (basti pensare a “Stillness In Wonderland”, dove si ispirava ad “Alice nel paese delle meraviglie”), adesso l’artista inglese è decisamente focalizzata sul produrre testi rilevanti per la nostra epoca sopra basi mai banali, che raccolgono elementi hip hop, soul e jazz. Non è un caso che Kendrick Lamar l’abbia elogiata e lei già vanti collaborazioni con Gorillaz e Little Dragon, fra gli altri.

L’iniziale Offence è un chiaro indizio di tutto questo: la base è a metà fra Pusha-T ed Earl Sweatshirt, Little Simz parla di Jay-Z e Shakespeare in maniera naturale e il brano è un immediato highlight. Altrove i beat rallentano: ad esempio Selfish e Wounds mescolano abilmente rap old school e jazz, con risultati che ricordano “To Pimp A Butterfly”. Invece Venom è durissima, anche musicalmente. In Therapy Simbi fa un’osservazione non scontata: “Sometimes we do not see the fuckery until we’re out of it”.

La cosa che stupisce forse di più è che il CD è perfettamente formato in ogni sua parte: non ci sono canzoni deboli, Little Simz è al top della forma ovunque e si evita finalmente di cadere nella tentazione di molti di sovraccaricare il disco solo per avere più streaming: “GREY Area” finisce infatti dopo 36 minuti e 10 canzoni, quasi un album punk!

In conclusione, qualsiasi album con canzoni del calibro di Offence e Venom sarebbe interessante da ascoltare. Little Simz tuttavia riesce a mantenere questa qualità lungo tutto il corso dell’album, creando con “GREY Area” uno dei migliori LP rap dell’anno.

2) black midi, “Schlagenheim”

(ROCK – SPERIMENTALE)

L’esordio del quartetto originario di Londra è davvero bizzarro. I black midi suonano un ibrido strano, fatto di rock, metal e noise, con tocchi jazz e punk. Insomma, ciascuno può trovarci qualcosa: King Krule, Arctic Monkeys, Sonic Youth, Ty Segall… ne abbiamo per ogni gusto. La cosa che tuttavia contraddistingue davvero il gruppo è la straordinaria perizia e abilità dei membri: il batterista Morgan Simpson pare il nuovo Matt Tong, versatile e creativo ai massimi livelli durante l’intero arco di “Schlagenheim”. Poi abbiamo lo scatenato chitarrista Matt Kwasniewski-Kelvin, anch’egli fondamentale per la riuscita del CD. Cameron Picton, il bassista, è un ottimo contorno, mentre Geordie Greep è un frontman a tratti timido, a tratti scatenato; insomma, perfettamente allineato con la schizofrenia dell’album.

In definitiva, dunque, come suonano questi black midi? L’apertura 953 farebbe pensare ad un album punk, con probabili influenze di Iceage e Ty Segall; come sempre a distinguersi è la base ritmica, davvero sostenuta e densissima. Invece abbiamo poi canzoni leggere, quasi orecchiabili, come Speedway. In generale, l’andamento di “Schlagenheim” è davvero schizofrenico e l’ascolto non è consigliato agli amanti del pop-rock più prevedibile e mainstream.

Il vero highlight del disco è bmbmbm, dal titolo chiaramente assurdo ma davvero irresistibile: un concentrato del migliore rock duro dell’anno, ancora una volta sostenuto dall’epica batteria di Simpson. Altri bei pezzi sono l’eccentrica apertura di 953 e la più lenta Speedway. Solo la chiusura Ducter pare un po’ irrisolta, ma non intacca eccessivamente il risultato finale.

In conclusione, “Schlagenheim” è un CD che rimarrà nelle playlist degli amanti del rock sperimentale per lungo tempo: i black midi hanno tutto per emergere e crearsi una nicchia di successo. Certo, i quattro londinesi sono lontani dallo spirito del tempo musicalmente parlando, ma hanno un potenziale immenso, già ampiamente messo in mostra in questo LP.

1) Lana Del Rey, “Norman Fucking Rockwell!”

(POP)

Lana Del Rey ha scritto, con “Norman Fucking Rockwell!”, un grandissimo disco, un lavoro che sarà probabilmente visto tra qualche anno come una macchina del tempo verso il 2019. Il CD è un notevole passo in avanti in termini di scrittura, arrangiamenti e ambizione dimostrata dalla cantautrice americana, che compone canzoni epiche per lunghezza (una è quasi 10 minuti) e liriche. In due parole: un capolavoro.

I singoli che avevano anticipato il lavoro erano già invitanti e allo stesso tempo rischiosi: Venice Bitch è un pezzo a metà fra folk e dream pop lungo quasi 10 minuti, Mariners Apartment Complex una canzone pressoché perfetta che avvicina Lana a Joni Mitchell e Leonard Cohen. The Greatest è invece una canzone ambientalista, che scopre anche un lato impegnato politicamente di Lana che non conoscevamo. Infine contiamo Hope Is A Dangerous Thing For A Woman Like Me – But I Have It, già nel titolo una dichiarazione d’intenti, e la cover dei Sublime Doin’ Time. Insomma, un insieme eclettico ed estremamente coraggioso.

Il disco si annuncia come molto articolato: 14 canzoni per 67 minuti sono degni di un disco rap degli ultimi tempi (vero Drake?). Tuttavia, l’impressione di un LP acchiappa-streaming sono spazzati via fin dal primo brano: la title track è un pezzo piano-rock davvero ben strutturato e anticipa la svolta stilistica di Lana, che ha abbandonato quasi totalmente le influenze hip hop del precedente “Lust For Life” (2017) in favore di un suono retrò ma aggiornato ai tempi moderni grazie alla produzione di Jack Antonoff e ad alcuni dettagli (una tastiera qui, un ritmo quasi tropicale là) che cambiano le carte in tavola.

È quasi un peccato terminare il CD, ci si rende conto che “Norman Fucking Rockwell!” è un punto nodale non solo per la carriera di Lana Del Rey, ma probabilmente del pop in generale, specialmente quello degli anni che verranno. Canzoni perfette come Venice Bitch, Mariners Apartment Complex e Love Song già renderebbero un qualsiasi disco interessante; affiancate ad altre perle come Cinnamon Girl e California fanno di “Norman Fucking Rockwell!” un capolavoro fatto e finito.

Lana inoltre, lo sappiamo, ha sempre posto attenzione alle liriche. La sua estetica quasi lynchiana, mescolata a testi spesso molto introspettivi e deprimenti, l’avevano resa un’eroina degli adolescenti problematici. Adesso quest’immagine ingenua della cantautrice è destinata ad essere spazzata via: in California arrivano frasi di autoconvincimento, “You don’t ever have to be stronger than you really are… I shouldn’t have done it but I read it in your letter. You said to a friend that you wished you were doing better”, destinate forse più a sé stessa che ad un tu esterno. Altrove i testi sono esplicitamente introspettivi: “You took my sadness out of context” e “They mistook my kindness for weakness”, contenuti in Mariners Apartment Complex, sono versi più che schietti.

Nella conclusiva Hope Is A Dangerous Thing For A Woman Like Me – But I Have It troviamo tuttavia l’esclamazione più bella: “I have it!”. Lana dà finalmente un messaggio di speranza agli ascoltatori, alla fine di un CD (e al culmine di una carriera) piena di pensieri malinconici e depressi. “Hope is a dangerous thing for a woman with my past” canta Lana, ma se i risultati di questo ritrovato ottimismo sono così straordinari, speriamo che la sua vita continui ad essere serena. “Norman Fucking Rockwell!” avvicina Lana Del Rey ai grandi cantautori della storia della musica, da Bob Dylan a Leonard Cohen a Joni Mitchell, ed è meritatamente premiato come disco dell’anno.

Ebbene sì, Lana Del Rey si aggiudica il premio di miglior LP del 2019, in un podio peraltro per due terzi femminile: un segnale che, anche nella musica, quello che un tempo veniva chiamato odiosamente “sesso debole” è fonte di creatività senza eguali.

Cosa ci aspetta nel 2020? Beh, di certo la decade che sta per iniziare si preannuncia piena di cambiamenti radicali, sia musicalmente parlando che nelle tecniche di fruizione della musica: avremo con tutta probabilità uno streaming dominante, con artisti fai-da-te capaci di arrivare in pochissimo tempo nel mainstream, si vedano Billie Eilish e il social del momento, Tik Tok, da cui vedremo nascere sicuramente prima o poi qualche “stellina”.

State collegati, ad ogni modo: A-Rock sta già preparando un articolo sui CD più attesi dell’anno che sta per cominciare. Si parlerà, fra gli altri, di Tame Impala e The 1975: servono altri motivi per correre a leggerlo?

Rising: Fontaines D.C.

FONTAINES DC

Un primo piano dei Fontaines D.C.

La rubrica di A-Rock destinata a presentare gli artisti emergenti del panorama musicale oggi concentra la propria attenzione sui Fontaines D.C., giovane band irlandese che suona un interessantissimo ibrido di punk e indie rock che farà innamorare i fans di Clash e Joy Division.

Fontaines D.C., “Dogrel”

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Il punk sembra essere decisamente tornato di moda: negli anni scorsi abbiamo visto nascere numerose band che si rifanno ai grandi maestri degli anni ’80, ad esempio Shame, IDLES, Protomartyr e Parquet Courts. Tutte queste band, con diverse sfumature e tematiche affrontate nel corso della loro carriera, hanno riportato l’attenzione del mondo su un genere che pareva morto e sepolto, preda di istinti pop ben impersonati da Blink-182 e Green Day.

I Fontaines D.C. hanno sfruttato appieno l’onda lunga che le band menzionate sopra hanno provocato e, più in generale, il malessere che pervade il mondo occidentale: disuguaglianze, razzismo, globalizzazione incontrollata e politici senza scrupoli hanno prodotto cambiamenti giganteschi nelle nostre società, impoverendo grandi masse della popolazione e provocando risentimento nelle fasce più deboli.

Il complesso irlandese descrive una Dublino che è voluta diventare grande troppo in fretta, causando la perdita di tutto ciò che rendeva la città caratteristica. Ad esempio, il quintetto non è per niente contento della trasformazione in polo tecnologico della città, resa possibile da una riduzione marcata della pressione fiscale la quale a sua volta ha aggravato i problemi delle fasce più povere, favorendo contemporaneamente i più ricchi. In Hurricane Laughter ad esempio il vocalist Grian Chatten si chiede provocatoriamente “Are there any connections available?”.

Liricamente i Fontaines D.C. in “Dogrel” toccano vari temi, spesso in maniera molto acuta: in Big si affronta il tema già menzionato della trasformazione di Dublino in metropoli all’avanguardia, “My childhood was small, but I’m going to be big!” canta Chatten, una frase che ricorda anche Rock’n’Roll Star degli Oasis. Invece un pessimismo totale permea Sha Sha Sha: “Now here comes the sun. That’s another one done”.

Musicalmente, accanto al post-punk caro a Joy Division e Fall, troviamo anche pezzi più melodici come Roy’s Tune, davvero riuscita, oltre alla conclusiva Dublin City Sky: diciamo che gli Strokes incontrano gli IDLES e i Clash in questi pezzi, portando nuova linfa in un genere ormai alquanto trafficato. Bella anche Boys In The Better Land. Le uniche pecche in un CD altrimenti perfetto sono proprio Dublin City Sky e Hurricane Laughter, ma non intaccano troppo il risultato finale.

In conclusione, “Dogrel” è senza dubbio il disco punk più riuscito dell’anno e uno dei migliori della decade. Malgrado il post-punk sia un genere ormai inflazionato e con maestri forse inarrivabili, i Fontaines D.C. si sono ritagliati abilmente una nicchia tutta per loro, con ritmica tagliente, voce espressiva e testi mai scontati. Complimenti.

Voto finale: 8,5.