Recap: luglio 2022

Luglio è stato un mese molto interessante (e molto caldo), con uscite importanti musicalmente parlando. Abbiamo recensito infatti i nuovi lavori dei black midi e degli Interpol; sul versante rock abbiamo anche il secondo CD del 2022 di Jack White e il ritorno di Ty Segall. Inoltre, spazio anche a Steve Lacy. Buona lettura!

black midi, “Hellfire”

hellfire

Il terzo CD degli inglesi black midi prosegue una carriera a metà tra folle e avanguardista, sulla scia di quel maestro che era Scott Walker: prog rock, noise, country (!!!) e puro sperimentalismo si mescolano in “Hellfire”, con canzoni che spesso cambiano radicalmente nel corso di due minuti o meno. Geordie Greep (chitarra e voce principale), Cameron Picton (basso e seconda voce) e Morgan Simpson (batteria) hanno ormai una maestria incredibile nel performare questi continui cambi di ritmo, tanto da far sembrare “Hellfire” quasi comodo da eseguire rispetto alla durezza di “Schlagenheim” (2019) e alla maggior raffinatezza di “Cavalcade” (2021).

Le dieci tracce del CD sembrano comporre una colonna sonora dell’Inferno: i tre singoli di lancio, da Welcome To Hell a Sugar/Tzu passando per Eat Men Eat, sono durissimi e hanno fatto capire una volta di più che siamo di fronte ad un complesso unico nel suo genere. Non che le altre canzoni in tracklist siano deludenti: azzeccata la scelta di mettere il breve intermezzo Half Time proprio a metà del percorso di “Hellfire”, così come è davvero irreale il country di Still, con Picton prima voce che non sfigura per nulla, pur al cospetto di un genere tanto strano e alieno per i black midi. Indimenticabile poi The Race Is About To Begin, in cui Greep spara frasi al ritmo dell’Eminem più scatenato; e ottima la chiusura di 27 Questions, in cui i black midi immaginano la triste fine dell’attore fallito Freddie Frost, che nella sua ultima opera inscena 27 domande esistenziali prima di darsi fuoco sul palcoscenico.

Liricamente, questa è la traccia che sicuramente resta più impressa. Interessante poi la scelta del gruppo di focalizzarsi su vignette di personaggi “esemplari”, narrate sempre in prima persona da Greep e soci. Ad esempio, Sugar/Tzu immagina un confronto pugilistico del futuro tra due grizzly, in cui uno dei due viene ucciso da un fan impazzito che, a suo dire, voleva accontentare il pubblico portando il sangue sul ring. Abbiamo poi il racconto delle peripezie di un soldato che soffre di stress post-traumatico (Welcome To Hell). Altrove, infine, abbiamo frasi che stroncano la stupidità umana (“Idiots are infinite, thinking men numbered”, The Race Is About To Begin).

Qualcuno può quasi avere la sensazione che gli esperimenti dei black midi siano calcolati: troppo precise queste folli canzoni per essere oneste! In realtà, il trio inglese sembra proprio fiero di continuare ad analizzare l’umanità, associando i loro racconti a qualsiasi sfaccettatura del rock aggradi loro. Saranno degli scienziati pazzi, ma c’è del genio in questa follia.

Voto finale: 8,5.

Jack White, “Entering Heaven Alive”

Entering Heaven Alive

Il secondo album del 2022 dell’ex The White Stripes è un deciso cambiamento di rotta rispetto al precedente “Fear Of The Dawn”. Laddove quest’ultimo era un album rock sperimentale, furioso a tratti, “Entering Heaven Alive” è puro cantautorato: potremmo definirlo “la faccia buona” di White. La preferenza dell’ascoltatore per uno o l’altro dipende probabilmente dai propri gusti personali: i due CD, infatti, sono entrambi ben fatti e compongono una prova innegabile del grande talento di Jack White, unito a una versatilità non comune.

La cosa che colpisce, prima ancora delle canzoni, è la copertina di “Entering Heaven Alive”: scomparse le tracce di azzurro che trovavano spazio nei precedenti dischi solisti del Nostro, abbiamo una semplice immagine in bianco e nero. Per uno attento all’estetica come lui, questo è un cambiamento rilevante: il dubbio era cosa aspettarsi dalle tracce di “Entering Heaven Alive”.

La risposta è che Jack White è un compositore di grande talento, capace di incidere nello stesso anno brani rock robusti come Taking Me Back (riproposta in chiave acustica in questo lavoro) e Fear Of The Dawn così come deliziosi pezzi folk come A Tip From You To Me e All Along The Way. La prima parte del CD contiene le canzoni migliori: parliamo delle già citate A Tip From You To Me e All Along The Way, ma abbiamo anche If I Die Tomorrow, che tiene alto il livello nel finale di LP. Invece inferiore alle altre Queen Of The Bees, inspiegabilmente scelta come singolo di lancio.

In conclusione, “Entering Heaven Alive” chiude ottimamente un 2022 da incorniciare per Jack White. Siamo di fronte al suo miglior periodo, musicalmente parlando, più fertile anche degli esordi solisti del 2012 (“Blunderbuss” resta peraltro un buonissimo lavoro). Forse non siamo ai livelli della doppietta “White Blood Cells”-“Elephant”, incisi a cavallo tra 2001 e 2003 con Meg White, ma ci siamo dannatamente vicini.

Voto finale: 7,5.

Steve Lacy, “Gemini Rights”

gemini rights

Il secondo album vero e proprio a firma Steve Lacy (anche parte del collettivo The Internet) è un ottimo CD di neo-soul e R&B. Nulla di innovativo su questi fronti, sia chiaro, ma Lacy si dimostra in grado di brillare anche da solista, dopo fruttuose collaborazioni in passato con Vampire Weekend e Solange Knowles, tra gli altri.

L’esordio “Apollo XXI” (2019) non era un cattivo LP, piuttosto mancava di cura nei particolari e, pertanto, era stato schifato dai critici più pignoli. “Gemini Rights”, da questo punto di vista, è un netto miglioramento, dovuto anche al fatto che questa volta Steve ha registrato il lavoro in uno studio vero e proprio e non, come in passato, attraverso il proprio cellulare o laptop.

La prima parte di “Gemini Rights” è formata da possibili hit: da Mercury a Bad Habit, passando per Buttons, abbiamo alcune tra le più belle canzoni a firma Steve Lacy. Nella parte centrale invece il lavoro perde vigore: ad esempio, il falsetto di Amber era ampiamente evitabile. Buona invece Sunshine, grazie anche alla collaborazione di Foushée.

Anche liricamente il Nostro dimostra una maturità nel parlare dei propri sentimenti che in passato non avevamo colto. Molto del CD ruota accanto ad una rottura sentimentale recentemente patita da Lacy: ad esempio, in Static canta “If you had to stunt your shining for your lover, dump that fucker”, mentre Mercury contiene il seguente verso: “Oh, I know myself, my skin, rolling stones don’t crawl back in”. Helmet possiede il momento più evocativo dell’intero CD: “I tried to play pretend (oh-oh), tried not to see the end (ah-ah), but I couldn’t see you the way you saw me. Now I can feel the waste on me”.

In conclusione, “Gemini Rights” è un buonissimo LP estivo: canzoni leggere, a metà tra soul e R&B, con tocchi funk, che sono ascoltabili tanto in spiaggia quanto nelle feste tra amici. Nulla di radicale, insomma, ma Steve Lacy ha finalmente dato sfoggio del suo talento. Tuttavia, siamo convinti che possa fare ancora meglio: aspettiamo con trepidazione il suo prossimo lavoro.

Voto finale: 7,5.

Interpol, “The Other Side Of Make-Believe”

the other side of make-believe

Il settimo album del trio newyorkese suona, allo stesso tempo, tipicamente Interpol e innovativo rispetto ai canoni della band. Accanto al loro familiare post-punk, Paul Banks e compagni infatti provano a mescolare ritmi più oscuri, quasi à la Nine Inch Nails (Mr. Credit), aiutati anche da produttori d’eccezione come Flood e Alan Moulder (in passato collaboratori di U2 e Depeche Mode).

Se tutti o quasi siamo d’accordo che “Turn On The Bright Lights” (2002) è uno dei migliori CD indie rock degli scorsi vent’anni, in molti dubitano dei lavori più recenti degli Interpol, accusati di ripetere la stessa ricetta ogni volta. Questo era in effetti il caso del breve EP “A Fine Mess” (2019) e, in parte, di “Interpol” (2010), che iniziava effettivamente a mostrare la corda; invece erano buoni i successivi “El Pintor” (2014) e “Marauder” (2018), che tornavano quasi ai livelli del secondo lavoro di studio “Antics” (2004).

“The Other Side Of Make-Believe” si situa sostanzialmente nel mezzo, qualitativamente parlando: abbiamo ottimi singoli di lancio (Toni, Something Changed) accanto a brani decisamente più convenzionali, che potrebbero entrare in qualsiasi album degli Interpol dal 2007 in avanti (Into The Night, Passenger). I risultati restano comunque accettabili, grazie soprattutto alla bella voce di Banks, che resta sempre un valore aggiunto importante per il gruppo americano.

Come sempre, dal lato testuale un album degli Interpol può contenere perle come versi del tutto assurdi. Questa volta i tre newyorkesi mostrano il loro lato più serio: anzi, Paul Banks si dimostra addirittura spavaldo quando, in Toni, dichiara: “Still in shape, my methods refined”. Altrove, però, emergono insicurezze (“All along I was different, ’cuz my nature made me great… but not that great”, canta Banks in Greenwich) e il tratto ironico della band: “You’re truly erupting too hard, that’s why you’re a sizable god” (Big Shot City).

In conclusione, “The Other Side Of Make-Believe” è un buon LP degli Interpol. Certo, il vicino ventennale del fondamentale “Turn On The Bright Lights” ci farà capire una volta di più quanto la loro produzione sia calata di intensità e qualità nel corso dei seguenti due decenni, ma Banks e co. restano un’affidabile band post-punk.

Voto finale: 7.

Ty Segall, “Hello, Hi”

hello hi

Il quattordicesimo album solista (!!) del più celebre garage rocker americano è una svolta acustica benvenuta dopo i poco riusciti “First Taste” (2019) e “Harmonizer” (2021). Non tutto gira alla perfezione, ma un album di Ty Segall influenzato da Neil Young e T. Rex è un gradito ritorno alla tranquillità di album come “Goodbye Bread” (2011) e “Sleeper” (2013), tra i migliori della sua produzione.

Il californiano si conferma cantautore di talento e, allo stesso tempo, eccentrico: il CD inizia con le due tracce più deboli del lotto, Good Morning e Cement, che al primo ascolto sembrano stroncare qualsiasi speranza di un ritorno ai bei tempi di Ty. In realtà poi, con l’andare delle canzoni, abbiamo perle come la title track e Saturday Pt. 2, tra le migliori canzoni del Ty Segall più recente. Da non sottovalutare poi il fascino di Looking At You.

C’è sicuramente chi preferirà la versione più feroce del cantautore californiano, ad esempio quella vista in “Slaughterhouse” (2012). La verità è che il fascino di una discografia tanto disparata e confusionaria come quella di Ty Segall risiede nella sua incredibile versatilità: punk, hard rock, garage rock, folk, psichedelia… abbiamo visto praticamente di tutto nel corso degli ultimi 13 anni di carriera di Ty.

Non è infatti un caso che i suoi LP più amati sono quelli che sanno fondere tra loro tutte queste facce, da “Manipulator” (2014) a “Freedom Goblin” (2018). “Hello, Hi” non appartiene a questa ultima schiera, ma lascia sperare che Ty Segall possa tornare, in tempi brevi, a buoni livelli.

Voto finale: 7.

Recap: aprile 2022

Aprile è stato davvero un mese ricchissimo di uscite imperdibili, in ogni genere: hip hop, rock, dream pop… A-Rock ha recensito i nuovi lavori di Jack White, Red Hot Chili Peppers, Father John Misty e Vince Staples. Come se non bastasse, abbiamo analizzato anche il ritorno di Kurt Vile, dei Fontaines D.C. e degli Spiritualized. Come dimenticare poi la pubblicazione del nuovo lavoro di Pusha T, il secondo CD dell’australiana Hatchie e il ritorno dei Bloc Party? Buona lettura!

Fontaines D.C., “Skinty Fia”

skinty fia

Giunti al terzo album in soli quattro anni, gli irlandesi Fontaines D.C. sono ormai un punto fermo della scena post-punk d’Oltremanica. Tuttavia, “Skinty Fia” (che si può tradurre con “la maledizione del cervo”) innova il sound del gruppo: accenni di rock gotico ispirato ai Cure (Bloomsday), così come di shoegaze (Big Shot), rendono il CD davvero vario, pur rispettando l’estetica austera della band.

Il titolo del lavoro è diretta espressione dei temi che stanno al cuore di “Skinty Fia”: quattro membri sui cinque del gruppo sono ormai stabili a Londra e il passaggio dalla madrepatria all’Inghilterra è stato traumatico, spingendoli a descrivere questa sensazione di spaesamento. Esemplare In ár gCroíthe go deo, traducibile con “per sempre nei nostri cuori”, che prende spunto da una frase che una donna irlandese trapiantata a Coventry, in UK, voleva fosse scritta sulla sua tomba. La Chiesa d’Inghilterra, tuttavia, si oppose, tanto da arrivare ad un processo che si concluse nel 2021 a favore della famiglia della donna.

In molte canzoni, così come nel tono generale del CD, i Fontaines D.C. danno sfogo a questa vena malinconica, ma non per questo “Skinty Fia” suona uniformemente grigio; anzi, possiamo dire che, rispetto a “Dogrel” (2019) e “A Hero’s Death” (2020), siamo di fronte ad un prodotto innovativo. Oltre alle già citate Big Shot e Bloomsday, abbiamo infatti anche The Couple Across The Way, che sembra una tipica canzone popolare, interamente cantata a cappella dal frontman Grian Chatten, accompagnato solo dalla fisarmonica. La canzone contiene inoltre uno dei versi più belli dell’intero LP: “Across the way moved in a pair with passion in its prime… Maybe they look through to us and hope that’s them in time”. Abbiamo infine un pezzo quasi ballabile: la title track, che assieme a I Love You e Roman Holiday rappresenta il terzetto di canzoni-manifesto del lavoro. Sotto la media solo How Cold Love Is, ma si sposa bene in ogni caso col mood complessivo di “Skinty Fia”.

In conclusione, “Skinty Fia” è un’altra aggiunta di grande valore ad una discografia sempre più valida. Chatten e compagni stanno riscrivendo le regole del post-punk, aiutando a tornare popolare un genere che pareva morto e sepolto da decenni. Che lo facciano cercando anche di sperimentare (con più che discreti tentativ), è un risultato magnifico. “Skinty Fia” è il loro miglior lavoro? Difficile dirlo, c’è chi preferirà la spontaneità di “Dogrel” oppure la perfezione stilistica di “A Hero’s Death”, ma certamente questo CD non intacca l’eredità della band irlandese.

Voto finale: 8,5.

Jack White, “Fear Of The Dawn”

Fear of the-Dawn

Il nuovo CD di Jack White, il primo dei due annunciati per il 2022, riprende là dove ci eravamo lasciati quattro anni fa con “Boarding House Reach”: rock sperimentale, davvero strano a tratti; copertina impostata sui tre colori bianco-nero-blu; zero coerenza tra una canzone e l’altra della tracklist. Non siamo di fronte ad un LP perfetto, ma l’ex leader dei White Stripes pare davvero divertirsi; e noi con lui.

Un tempo considerato il più “purista” tra i rocker emersi a cavallo tra XX e XXI secolo, White negli ultimi anni ha in realtà decisamente ampliato il proprio ventaglio di soluzioni: se il primo disco solista “Blunderbuss” (2012) era decisamente inserito nel blues rock che aveva fatto la fortuna di Jack in passato, già in “Lazaretto” (2014) si erano cominciate ad intravedere delle canzoni innovative. “Boarding House Reach”, da questo punto di vista, è stato il big bang: molti fan della prima ora lo schifano, mentre i più aperti alle novità ne apprezzano la radicalità, pur con qualche errore (ricordiamo la debole Connected By Love).

“Fear Of The Dawn” si apre con due dei pezzi migliori della produzione recente di Jack White: Taking Me Back e la title track sono potentissime, quasi Black Sabbath nei momenti più duri. La chitarra del rocker di Detroit strilla come ai bei tempi e la voce è a fuoco: insomma, due ottime canzoni. Altrove abbiamo esperimenti più o meno riusciti, come Hi-De-Ho (con tanto di verso rap di Q-Tip degli A Tribe Called Quest), la sghemba Into The Twilight ed Eosophobia, addirittura divisa in due suite. Invece in What’s The Trick? ritorna il White prepotente delle prime due tracce.

In conclusione, tolto l’evitabile intermezzo Dust, “Fear Of The Dawn” è il miglior CD a firma Jack White dal lontano “Blunderbuss”: avventuroso, ambizioso, a volte troppo ricercato ma mai prevedibile o monotono. Se “Boarding House Reach” poteva sembrare un divertissement una tantum, “Fear Of The Dawn” ribadisce che White è ormai un rocker a tutto tondo, non più imprigionabile nel ruolo del tradizionalista del blues e del rock.

Voto finale: 8.

Father John Misty, “Chloë And The Next 20th Century”

chloe and the next 20th century

Il quinto CD di Josh Tillman firmato con il nome d’arte di Father John Misty è una reinvenzione radicale: il cantautore folk rock sbruffone e logorroico che abbiamo imparato a conoscere e amare (oppure disprezzare) negli scorsi anni in CD come “I Love You, Honeybear” (2015) e “Pure Comedy” (2017) lascia il posto ad un narratore che fa degli anni ’50 il suo riferimento. Siamo in piena atmosfera golden age hollywoodiana: big band, swing e jazz sono i tre generi che, inaspettatamente, spesso affiorano nel corso di “Chloë And The Next 20th Century”, si senta Chloë a riguardo per un assaggio.

Ci eravamo lasciati con “God’s Favourite Customer” (2018), un CD più semplice del passato e pensavamo che la parabola di FJM sarebbe proseguita sulla stessa traiettoria; invece, “Chloë And The Next 20th Century” apre prospettiva nuovissime per Tillman. Già il titolo è un tuffo nel passato: cosa intende Tillman con la menzione del ventesimo secolo? In realtà, studiando attentamente i testi e immergendosi nelle atmosfere oniriche del CD, il riferimento è più chiaro. Il futuro, secondo Father John Misty, non esiste; o meglio, meglio non pensarci, visto il drammatico momento storico che stiamo vivendo… quasi come se fossimo ancora nel XX secolo, quello delle due guerre mondiali e di svariate altre tragedie.

La Chloë citata spesso nel corso del lavoro è, in fondo, solo uno dei tanti personaggi dissoluti che abitano le undici canzoni che formano “Chloë And The Next 20th Century”: una starlet del mondo cinematografico, il cui partner precedente è tragicamente deceduto. Ben sei morti arrivano nel corso del CD, di cui una, la più toccante, è quella del gatto del narratore, oggetto della bellissima Goodbye Mr Blue.

Se abbiamo highlights come la citata Goodbye Mr Blue, Funny Girl e Q4, non tutto il resto dell’album gira a meraviglia: ad esempio, Kiss Me (I Loved You) e We Could Be Strangers sono inferiori alla media dei componimenti del lavoro. Tuttavia, l’ambizione di Father John Misty, completamente calato in questa nuova surreale atmosfera, rende anche questi momenti in qualche modo memorabili. Menzione, infine, per Olvidado (Otro Momento), il momento bossa nova (!!) che nessuno si aspettava da Josh Tillman.

“Chloë And The Next 20th Century”, in conclusione, è il meno “tillmaniano” degli LP a firma Father John Misty. I risultati non sono perfetti, ma tengono alta la bandiera del cantautorato più ricercato e creano nuovi, inesplorati spazi per la carriera futura di uno dei più talentuosi musicisti americani della sua generazione.

Voto finale: 8.

Pusha T, “It’s Almost Dry”

it's almost dry

Il quarto album solista di Pusha T non aggiunge nulla ad un’estetica ormai ben conosciuta: rime dure, basi potenti, testi molto gangsta rap, ospiti scelti con cura. “It’s Almost Dry”, in questo senso, può essere una delusione per coloro che cercano un disco rap avventuroso e sperimentale; ma, del resto, chi ascolta King Push con queste idee in testa al giorno d’oggi?

Il CD segue “Daytona” (2018), da molti riconosciuto come il miglior lavoro a firma Pusha T dai tempi dei Clipse, il duo formato col fratello No Malice con cui si è fatto conoscere nei primi anni ’00. Le sette canzoni, prodotte da Kanye West, erano tanto dure quanto irresistibili; in questo “It’s Almost Dry” è più variegato, potendo contare anche sulla collaborazione di Pharrell Williams, JAY-Z e Kid Cudi tra gli altri, oltre all’amico Kanye.

I risultati, pur leggermente inferiori, sono comunque buoni e paragonabili a “Daytona”, specialmente nei momenti migliori: ad esempio la doppietta iniziale formata da Brambleton e Let The Smokers Shine The Coupes, così come Diet Coke e Neck & Wrist, sono tracce di ottima fattura. Invece inferiori alla media Rock N Roll e Scrape It Off, ma complessivamente i 35 minuti di “It’s Almost Dry” scorrono bene e il CD mostra una coesione e una compattezza non facili da trovare in molti lavori hip hop recenti.

Liricamente, prima accennavamo al fatto che Pusha T sa essere tanto sincero quanto feroce nelle sue canzoni: molti ricorderanno il suo diss con Drake, concluso con la stratosferica The Story Of Adidon. Ebbene, in “It’s Almost Dry” il bersaglio del Nostro è l’ex manager dei Clipse, Anthony Gonzalez, che è stato condannato a otto anni in carcere per aver gestito un cartello della droga da 20 milioni di dollari. In un’intervista del 2020 Gonzalez dichiarò: “il 95% dei brani dei Clipse parlavano della mia vita”. A tal proposito, il verso più potente è racchiuso in Let The Smokers Shine The Coupes: “If I never sold dope for you, then you’re 95 percent of who?”.

In generale, pertanto, “It’s Almost Dry” è un buon CD hip hop vecchio stampo. Il 44enne Pusha T dimostra ancora una volta la propria, pregiata stoffa: non staremo parlando del suo miglior lavoro, ma certamente questo disco merita almeno un ascolto.

Voto finale: 7,5.

Red Hot Chili Peppers, “Unlimited Love”

unlimited love

Sedici anni dopo “Stadium Arcadium”, John Frusciante è tornato nel gruppo. I Red Hot Chili Peppers, al loro dodicesimo album di inediti, ritornano quasi naturalmente alle atmosfere dei primi anni ’00: i risultati non saranno radicali come ai loro esordi o semi-perfetti come ai tempi di “Californication” (1998), ma “Unlimited Love” migliora i risultati degli ultimi lavori del complesso e allunga, chissà per quanto, la gloriosa storia del gruppo californiano.

Pur troppo lungo di almeno 10-12 minuti, con canzoni evitabili come The Great Apes e One Way Traffic, il CD suona bene, organicamente, nel modo in cui ormai siamo abituati che suoni un disco dei Red Hot Chili Peppers: alternativo ma non troppo, con tre grandi musicisti (il batterista Chad Smith, il bassista Flea e John Frusciante alla chitarra) ad accompagnare i deliri di Anthony Kiedis. In più, vi sono perle pop come Not The One, che ricorda (pur con risultati peggiori) la grande hit Snow (Hey Oh) del 2006.

Il pezzo migliore è il primo singolo utilizzato per promuovere il CD, la brillante Black Summer, ma non trascuriamo Here Ever After e Aquatic Mouth Dance (quest’ultima con testo ai limiti dell’assurdo). Non male anche It’s Only Natural. Invece deludono le già menzionate The Great Apes e One Way Traffic, ma anche Whatchu Thinkin’ non è all’altezza.

L’aspetto lirico di “Unlimited Love” è problematico, ma allo stesso tempo semplice: Frusciante e co. non sono mai stati grandi autori, semplicemente non è di loro interesse. Nel corso delle 17 canzoni che compongono il CD abbiamo: un’invettiva sul traffico (One Way Traffic), la descrizione della cosiddetta “aquatic mouth dance” nell’omonima canzone, Kiedis che intona il seguente verso: “Please, love, can I have a taste? I just wanna lick your face” (She’s A Lover). No, non siamo di fronte a Bob Dylan.

In conclusione, “Unlimited Love” è un LP che piacerà molto a chi è fan (o lo è stato in passato) dei RHCP: i quattro californiani non hanno perso nulla della loro irriverenza e voglia di far ballare il pubblico. Chi si aspettava novità nel sound della band farà meglio a passare la prossima volta: pare che la band abbia già pronta un’altra raccolta di inediti. Di certo possiamo dire che “Unlimited Love” supera in qualità sia “I’m With You” (2011) che “The Getaway” (2016), i due CD incisi con Josh Klinghoffer in mancanza del leggendario John Frusciante. L’assenza di quest’ultimo è stata profondamente avvertita, ma godiamoci questo momento di pace, con la band al completo: potrebbe non durare.

Voto finale: 7,5.

Hatchie, “Giving The World Away”

giving the world away

Il secondo album della giovane cantante dream pop australiana migliora molti aspetti rispetto all’acerbo esordio “Keepsake” del 2019, cercando una maggiore varietà sia nei testi che nell’offerta artistica. Non siamo di fronte ad un capolavoro, ma “Giving The World Away” apre opzioni interessanti per Hatchie.

Avevamo recensito “Keepsake” in un profilo della rubrica Rising, scrivendo che, pur dimostrando del potenziale, Hatchie aveva ancora da percorrere molta strada prima di affermarsi definitivamente. Tre anni dopo, con in mezzo una devastante pandemia, Harriette Pillbeam (questo il vero nome di Hatchie) ha composto un lavoro che non lavora solamente sui noti terreni dream pop e shoegaze, con chiari rimandi agli anni ’90, ma cerca di esplorare anche terreni nuovi come la dance (Quicksand) e il pop zuccheroso da classifica (Take My Hand).

L’inizio è folgorante: Lights On e This Enchanted rappresentano due ottimi brani, pur avendo il primo chiari rimandi al passato e il secondo essendo un pezzo shoegaze probabilmente già composto meglio dagli Slowdive ai tempi di “Souvlaki” (1993). Purtroppo, arrivano poi due episodi molto deboli, le prevedibili Twin e Take My Hand. Un po’ tutto il CD ha queste montagne russe in termini di qualità, circostanza che influenza negativamente i risultati complessivi. Più avanti nella tracklist abbiamo, ad esempio, la monotona title track accostata alla buona The Key.

In termini lirici, se in “Keepsake” eravamo di fronte ad un breakup album piuttosto convenzionale, in “Giving The World Away” emergono le conseguenze che i lockdown pandemici hanno avuto sulla psiche dell’australiana: Pillbeam, infatti, ha addirittura messo in discussione il suo futuro nel mondo della musica. Nel singolo Quicksand, ad esempio, Hatchie dichiara sconsolata: “I used to think that this was something I could die for. I hate admitting to myself that I was never sure”. In The Key sentiamo invece: “Lost sight of who I’m supposed to be, but within the chaos I can see I’m not me”. Sunday Song probabilmente contiene i versi più malinconici: “Sick of waiting for something heaven sent… Can’t you see all that I see in you?”.

In conclusione, “Giving The World Away” mantiene Hatchie nel percorso intrapreso in “Keepsake”, cercando allo stesso tempo di innovare il sound della cantante australiana. Il CD rappresenta sicuramente un progresso e ci fa pensare che il meglio debba ancora venire nella carriera di Harriette Pillbeam.

Voto finale: 7,5.

Spiritualized, “Everything Was Beautiful”

everything was beautiful

Il nuovo disco della band capitanata da Jason Pierce aka J. Spaceman prosegue il percorso nel genere space rock intrapreso fin da inizio carriera, inserendo allo stesso tempo dei rimandi blues innovativi, ma non sempre centrati. I risultati non saranno i migliori di una carriera che ha visto in passato dei capolavori come “Ladies And Gentlemen We Are Floating In Space” (1997), ma dimostrano che siamo di fronte ad una band viva e pronta a sfidare le proprie convenzioni.

“Everything Was Beautiful” segue “And Nothing Hurt” (2018) e completa una celebre frase di Kurt Vonnegut, anche se invertendone le due parti. Il precedente CD era stato annunciato come l’ultimo della band britannica, ma la presenza di “Everything Was Beautiful” non va presa come un mero modo di spremere più denaro dai fan. Anzi, vale il contrario: il pubblico affezionato allo space rock più sognante degli Spiritualized sarà deluso da parentesi molto à la Rolling Stones come Best Thing You Never Had (The D Song), un pezzo puramente blues. Lo stesso dicasi per The A Song (Laid In Your Arms), a dire il vero il momento più debole del lotto.

In generale, comunque, i 44 minuti del lavoro scorrono agilmente e il CD merita più di un ascolto per essere analizzato con la dovuta attenzione. Rispetto a “And Nothing Hurt”, il lavoro è decisamente più vario, ma non migliore: semplicemente, Pierce e compagni stavolta hanno voluto sperimentare, con risultati alterni.

Se infatti Let It Bleed (For Iggy) è buona, delude la già citata The A Song (Laid In Your Arms). Highlight del disco resta l’introduttiva Always Together With You, uno dei migliori brani della produzione recente degli Spiritualized. Buona anche la dolce Crazy.

In conclusione, non tutto di “Everything Was Beautiful” convince appieno, però gli Spiritualized si dimostrano ancora nel pieno delle forze, pur con trent’anni di carriera alle spalle (!). Già questa è una ottima notizia.

Voto finale: 7.

Kurt Vile, “(watch my moves)”

watch my moves

Arrivato quattro anni dopo “Bottle It In”, il nuovo CD del cantautore americano Kurt Vile riprende da dove lo avevamo lasciato: folk rock di qualità, rilassante e mai troppo eccentrico. Gli amanti del cantautorato vecchia maniera troveranno pane per i loro denti; gli altri, beh, magari non lo gradiranno appieno, ma “(watch my moves)” merita almeno un ascolto.

A dire il vero “Bottle It In” (2018) non è l’ultimo lavoro a firma Kurt Vile prima di questo: il breve EP di cover “Speed, Sound, Lonely KV” (2020) era parso un omaggio ai fan durante il lockdown, ma non per questo era da ignorare. “(watch my moves)” è un LP lungo e denso (73 minuti per 15 canzoni complessive), con durate dei brani molto varie, dai due minuti scarsi a oltre sette, senza contare (shiny things), brevissimo intermezzo di 58 secondi. Tuttavia, il mood generale del disco è piuttosto uniforme, un plus ma anche un minus, soprattutto sulla lunga distanza.

Ad ogni modo, Kurt piazza comunque due ottimi brani, Mount Airy Hill (Way Gone) e Jesus On A Wire (che vanta la collaborazione di Cate Le Bon) sono infatti gli highlights assoluti del lavoro. Menzioniamo poi Wages Of Sin, canzone poco conosciuta di Bruce Springsteen la cui cover è presente nella parte finale della tracklist di “(watch my moves)”. Invece l’iniziale Goin On A Plane Today e Kurt Runner sono un po’ monotone, ma sono da mettere in conto in un album di Vile, così come i testi surreali.

A questo proposito, menzioniamo i due versi più significativi: “Thoughts become pictures become movies in my mind, welcome to the KV horror drive in movie marathon… But I’m just kidding and I’m just playing” (Like Exploding Stones); “Even if I’m wrong, gonna sing-a-my song till the ass crack o’ dawn… And it’s probably gonna be another long song” (Fo Sho). Non è mai chiaro se prendere seriamente o meno le dichiarazioni del Nostro, ma la sua sottile ironia mischiata con le acute osservazioni sul presente lo rendono un narratore magari inaffidabile, ma godibile.

In conclusione, “(watch my moves)” non aggiunge nulla di significativo ad una discografia che si conferma solida: magari non saremo ai livelli degli ottimi CD dei primi anni ’10 “Smoke Ring For My Halo” (2011) e “Wakin’ On A Pretty Daze” (2013), ma anche quest’ultimo disco non lascerà l’amaro in bocca ai fan di Kurt Vile. Se cercate innovazione o rock sperimentale, passate oltre.

Voto finale: 7.

Vince Staples, “RAMONA PARK BROKE MY HEART”

ramona park broke my heart

Il quinto lavoro del rapper californiano è stato composto durante le stesse sessioni che avevano portato a “Vince Staples” del 2021. Le aspettative erano ambivalenti: da un lato, da uno del talento di Staples è sempre lecito aspettarsi un lavoro di qualità. Dall’altro, però, “Vince Staples” era stato visto da molti (compresi noi di A-Rock) come il CD più debole della sua produzione; pertanto, un disco “gemello” non avrebbe aggiunto nulla ad una carriera che pareva in leggera flessione.

“RAMONA PARK BROKE MY HEART” prosegue in parte il percorso intrapreso nel precedente lavoro, ma riesce a migliorarne alcuni aspetti. Ad esempio, la voce annoiata di Vince rimane, quasi come se lui volesse staccarsi dalle storie drammatiche che vengono narrate nel corso delle sedici canzoni che compongono il CD. Allo stesso tempo, però, le basi sono più variegate e vive, rendendo il lavoro complessivamente più gradevole e digeribile. Menzione per i pochi, ma azzeccati ospiti presenti nel corso del lavoro: Mustard, Lil Baby e Ty Dolla $ign contribuiscono a rendere le canzoni in cui sono presenti più imprevedibili, basti citare EAST POINT PRAYER (con Lil Baby) e LEMONADE (con Ty Dolla $ign).

Gli highlights del lavoro sono ROSE STREET e WHEN SPARKS FLY, mentre deludono gli intermezzi NAMELESS e THE SPIRIT OF MONSTER KODY. In generale, “RAMONA PARK BROKE MY HEART” si staglia  come un album con uno sguardo sul passato, soprattutto sulle drammatiche traversie passate dal Nostro nel corso della sua ancora giovane vita. Ad esempio, in WHEN SPARKS FLY Vince dichiara: “I’m ashamed to say I think I hate you now… ‘cause I can’t save you now”. Altrove il tono è meno malinconico, anzi quasi orgoglioso: “It’s handshakes and hugs when I come around” (MAGIC).

Sia chiaro, i tempi gloriosi dell’esordio “Summertime ‘06” (2015) oppure dello sperimentale “Big Fish Theory” (2017) sono purtroppo lontani; tuttavia, “RAMONA PARK BROKE MY HEART” recupera un po’ del mordente che aveva reso il nome Vince Staples uno dei più caldi del panorama hip hop americano nello scorso decennio. Non si tratta di un capolavoro, però speriamo che la ripartenza sia dietro l’angolo per Staples.

Voto finale: 7.

Bloc Party, “Alpha Games”

alpha games

I Bloc Party mancavano dalle scene da ben sei anni: al 2016 risale infatti “Hymns”, il disco che all’epoca definimmo come un deciso cambio di passo, ma nella direzione sbagliata. Mischiando gospel con melodie elettroniche, il CD era un fiasco su più o meno tutta la linea, facendo rimpiangere non solo i tempi del fondamentale “Silent Alarm” (2005), ma anche di “A Weekend In The City” (2007).

“Alpha Games”  ritorna alle sonorità indie rock che hanno fatto la fortuna del gruppo britannico, un po’ quanto tentato da “Four” (2012): anche in questa occasione, tuttavia, l’energia dei tempi migliori non è presente nella maggior parte dei brani. Abbiamo momenti interessanti come l’iniziale Day Drinker, in cui il cantato di Kele Okereke rasenta l’hip hop, oppure la buona Traps. Accanto a questi troviamo però Rough Justice e By Any Means Necessary, che sembrano b-side dei tempi d’oro del gruppo. Peccato poi che Callum Is A Snake, con potente base punk, duri solo due minuti.

Il maggior problema di “Alpha Games” è che pare estratto da un anno a caso tra il 2001 e il 2007: i Bloc Party, malgrado i cambi di formazione avvenuti nel corso degli anni, che hanno portato Gordon Moakes (basso) e Matt Tong (batteria) ad essere rimpiazzati, con perdite, da Justin Harris e Louise Bartle, sono tornati alla fine alle sonorità delle origini, ovviamente con minor impatto e ispirazione.

Pur rappresentando quindi un progresso rispetto ad “Hymns”, “Alpha Games” resta un lavoro mediocre, in cui i Bloc Party si aggrappano a quello che sanno fare meglio (un indie rock sbarazzino e ballabile) con disperazione, forse sapendo che mai torneranno alla miracolosa creatività che ha reso “Silent Alarm” un disco fondamentale degli anni ’00.

Voto finale: 6.

Gli album più attesi del 2022

Ad A-Rock abbiamo pubblicato da pochi giorni le due puntate della lista dei 50 migliori album del 2021, ma non è tempo di relax. Il 2022 è infatti vicinissimo e si prospetta un anno davvero denso di uscite attese da anni da pubblico e critica. Andiamo ad analizzarle.

Partiamo dai due CD più attesi da A-Rock: sia Kendrick Lamar, cinque anni dopo “DAMN.” (2017) che gli Arctic Monkeys, a quattro anni “Tranquillity Base Hotel & Casino” (2018), sembrano pronti a pubblicare i loro nuovi lavori. Inutile dire che abbiamo grandi aspettative su entrambi gli artisti, tra i più rilevanti negli ultimi anni per quanto riguarda hip hop e rock.

Se ci spostiamo sul versante propriamente rock, notiamo che abbiamo sia veterani (Arcade Fire, Phoenix, Spoon) che emergenti (Fontaines D.C., Black Country, New Road e black midi) pronti a lanciare i loro nuovi CD. I Big Thief, dal canto loro, pubblicheranno un doppio LP a febbraio 2022. Non ci scordiamo poi di Jack White, addirittura pronto a pubblicare due dischi nel 2022, e di alcuni nomi che parevano ormai archiviati nella storia della musica e invece, contro ogni previsione, hanno pianificato di pubblicare nuovi lavori: Tears For Fears e The Cure, nomi fondamentali del rock anni ’80, faranno del 2022 un anno di revival?

Discorso a parte poi per alcuni artisti a cavallo tra pop e rock, come The 1975 e Mitski: artisti giovani, ambiziosi, eclettici e vogliosi di far vedere che il rock, se mescolato con le ultime tendenze in campo pop e, a volte, elettronico, può ancora regnare nelle classifiche. In questa categoria rientrerebbe anche Sky Ferreira, ma l’erede di “Night Time, My Time” (2013) è ormai una chimera.

Entrando poi nel pop, il nome principale è The Weeknd: dopo il convincente singolo Take My Breath, la sua trasformazione nel Michael Jackson del XXI secolo pare ormai pronta a manifestarsi. Abbiamo poi Beyoncé e Rihanna, due che si contendono legittimamente la corona di regina del pop e sembrano finalmente pronte a tornare sui palcoscenici dopo lunghe assenze. Nel mondo del pop più sofisticato o comunque meno commerciale, molto attesi sono i nuovi CD dei Beach House, di FKA twigs e di Charli XCX: realtà ormai consolidate, con alcune hit all’attivo, ma ancora non nel pieno mainstream. Vedremo se il 2022 porterà buone nuove per questi tre artisti.

Abbiamo poi il mondo hip hop: oltre al già menzionato Kendrick Lamar, abbiamo Danny Brown, uno dei rapper più imprevedibili del momento, pronto a regalarci ancora canzoni costruite su beat strampalati e fatti pubblici e privati narrati dalla sua voce fortemente nasale e altrettanto inconfondibile. Menzione poi per Earl Sweatshirt, che pubblicherà “Sick!” il 14 gennaio, e per i veterani Pusha-T e Freddie Gibbs. Non tralasciamo poi le giovani leve, rappresentate da Saba e Noname, che dovranno mantenere le aspettative alte imposte dai rispettivi esordi; e sappiamo quanto la “sindrome da secondo album” spesso azzoppi carriere promettenti.

Nell’elettronica si prospetta un 2022 interessante: artisti del calibro di M83 e Animal Collective, riferimenti del settore nel corso soprattutto degli anni ’00 e ’10 del XXI secolo, sembrano scaldare i motori per pubblicare i loro nuovi lavori nell’anno che verrà. Abbiamo poi Jenny Hval e MGMT, 100 gecs e Let’s Eat Grandma… insomma, nomi apprezzati sia nel versante pop che sperimentale dell’elettronica, un magma sempre più vivo e imperscrutabile.

In conclusione, il 2022 sarà probabilmente un anno da vivere intensamente. Sperando che la pandemia lasci più tranquilli e sia possibile tornare a vedere concerti in tranquillità, scaldiamoci ascoltando tanti CD da parte di artisti amati da pubblico e critica! State collegati, perché A-Rock vi offrirà al meglio delle proprie possibilità una copertura ampia e variegata.

I migliori album del decennio 2010-2019 (200-101)

Ci siamo: la decade è ormai conclusa da alcuni mesi ed è giunta l’ora, per A-Rock, di stilare la classifica dei CD più belli e più influenti pubblicati fra 2010 e 2019. Un’impresa difficile, considerata la mole di dischi pubblicati ogni anno. Rock, hip hop, elettronica, pop… ogni genere ha avuto i suoi momenti di massimo splendore.

Partiamo con alcune regole: nessun artista è rappresentato da più di tre LP nella classifica. Nemmeno i più rappresentativi, da Kanye West a Kendrick Lamar agli Arctic Monkeys (tutti con tre CD all’attivo nella hit list). Questo per favorire varietà e rappresentatività: abbiamo quindi dato spazio anche a gruppi e artisti meno conosciuti come Mikal Cronin e Julia Holter, autori di lavori prestigiosi e meritevoli di un posto al sole. Non per questo abbiamo trascurato i giganti della decade: oltre ai tre citati prima, anche Drake e i Vampire Weekend hanno un buon numero di loro pubblicazioni in lista per esempio, senza trascurare i Deerhunter e Vince Staples.

Questo è stato senza ombra di dubbio il decennio della definitiva consacrazione dell’hip hop: ormai radio e servizi di streaming sono sempre più “ostaggio” del rap, più melodico (Drake) o più vicino alla trap (Migos, Travis Scott), per finire con il filone più sperimentale (Earl Sweatshirt). L’elettronica invece pareva destinata a conquistare tutti nei primi anni della decade, tuttavia poi l’EDM è passata di moda lasciando spazio all’hip hop. E il rock? Da genere dominante ora arranca nelle classifiche e nelle vendite, pare quasi destinato a persone mature… anche se poi ci sono gruppi come Arctic Monkeys e The 1975 che ancora esordiscono in alto nelle classifiche quando pubblicano un nuovo lavoro. A dimostrazione che chi merita davvero riesce a piacere a molti anche in tempi non propizi per il rock in generale. Folk e musica d’avanguardia continuano a non essere propriamente mainstream, ma hanno regalato pezzi unici di bella musica (dai Fleet Foxes all’ultimo Nick Cave, passando per King Krule) che hanno fatto spesso gridare al miracolo. Dal canto suo, invece, il pop ha continuato un’evoluzione lodevole verso tematiche non facili come la diversità, l’empowerment delle donne e l’accettarsi come si è, aiutato da artisti del calibro di Frank Ocean e Beyoncé. Chissà che poi il “future pop” di artisti come Charli XCX possa davvero essere la musica popolare del futuro! Vicino al pop è poi l’R&B, che ha vissuto momenti davvero eccitanti durante la decade 2010-2019 (basti pensare all’esordio fulminante di The Weeknd o alla delicatezza di Blood Orange) i quali ci fanno capire che i nuovi D’Angelo sono pronti a prendersi il palcoscenico (anche se poi il vero D’Angelo ha sbaragliato quasi tutti nel 2014 con “Black Messiah”).

Ma andiamo con ordine: i primi 100 nomi (ma 104 dischi, considerando il doppio album del 2019 dei Big Thief, la doppia release a nome Ty Segall del 2012 e la fondamentale trilogia di mixtape con cui The Weeknd si è fatto conoscere al mondo nel 2011) saranno solamente un elenco, senza descrizione se non l’anno di pubblicazione e il genere a cui sono riconducibili. Invece, per la successiva pubblicazione avremo descrizioni più o meno dettagliate delle scelte effettuate. Buona lettura!

200) Earl Sweatshirt, “I Don’t Like Shit, I Don’t Go Outside” (2015) (HIP HOP)

199) Floating Points, “Crush” (2019) (ELETTRONICA)

198) Drake, “If You’re Reading This It’s Too Late” (2015) (HIP HOP)

197) Spoon, “Hot Thoughts” (2017) (ROCK)

196) Big Thief, “U.F.O.F.” / “Two Hands” (2019) (ROCK – FOLK)

195) Father John Misty, “I Love You, Honeybear” (2015) (ROCK)

194) Mikal Cronin, “MCII” (2013) (ROCK)

193) Arctic Monkeys, “Suck It And See” (2011) (ROCK)

192) MGMT, “Congratulations” (2010) (ELETTRONICA – ROCK)

191) Jai Paul, “Jai Paul” (2013) (R&B – ELETTRONICA)

190) FKA Twigs, “LP 1” (2014) (R&B – ELETTRONICA)

189) Four Tet, “There Is Love In You” (2010) (ELETTRONICA)

188) Slowdive, “Slowdive” (2017) (ROCK)

187) Fever Ray, “Plunge” (2017) (ELETTRONICA)

186) The xx, “I See You” (2017) (ELETTRONICA – POP)

185) Perfume Genius, “No Shape” (2017) (POP – ELETTRONICA)

184) Noel Gallagher’s High Flying Birds, “Who Built The Moon?” (2017) (ROCK)

183) Julia Holter, “Have You In My Wilderness” (2015) (POP)

182) Let’s Eat Grandma, “I’m All Ears” (2018) (POP – ELETTRONICA)

181) Coldplay, “Everyday Life” (2019) (POP – ROCK)

180) The Black Keys, “El Camino” (2011) (ROCK)

179) (Sandy) Alex G, “House Of Sugar” (2019) (ROCK)

178) Vampire Weekend, “Father Of The Bride” (2019) (ROCK – POP)

177) The 1975, “I Like It When You Sleep, For You Are So Beautiful Yet So Unaware Of It” (2016) (ROCK – POP – ELETTRONICA)

176) The xx, “Coexist” (2012) (POP – ELETTRONICA)

175) Muse, “The 2nd Law” (2012) (ROCK)

174) Aldous Harding, “Designer” (2019) (FOLK)

173) The Antlers, “Burst Apart” (2011) (ROCK)

172) Arca, “Arca” (2017) (ELETTRONICA – SPERIMENTALE)

171) Hot Chip, “In Our Heads” (2012) (ELETTRONICA – ROCK)

170) Anderson .Paak, “Malibu” (2016) (HIP HOP – R&B)

169) Fiona Apple, “The Idler Wheel” (2012) (POP)

168) Mount Eerie, “Now Only” (2018) (FOLK – ROCK)

167) Justin Timberlake, “The 20/20 Experience” (2013) (R&B – ELETTRONICA)

166) St. Vincent, “MASSEDUCTION” (2017) (POP)

165) Troye Sivan, “Bloom” (2018) (POP)

164) Algiers, “The Underside Of Power” (2017) (PUNK)

163) These New Puritans, “Hidden” (2010) (ROCK – PUNK – ELETTRONICA)

162) Suede, “Bloodsports” (2013) (ROCK)

161) Arctic Monkeys, “Tranquility Base Hotel & Casino” (2018) (ROCK – POP)

160) Björk, “Vulnicura” (2015) (POP – ELETTRONICA – SPERIMENTALE)

159) Jack White, “Blunderbuss” (2012) (ROCK)

158) The Walkmen, “Lisbon” (2010) (ROCK)

157) PJ Harvey, “Let England Shake” (2011) (ROCK)

156) Ariel Pink’s Haunted Graffiti, “Before Today” (2010) (ROCK – SPERIMENTALE)

155) Nick Cave & The Bad Seeds, “Ghosteen” (2019) (SPERIMENTALE – ROCK)

154) The Voidz, “Virtue” (2018) (ROCK)

153) Broken Social Scene, “Forgiveness Rock Record” (2010) (ROCK)

152) Jamila Woods, “LEGACY! LEGACY!” (2019) (R&B – SOUL)

151) Foals, “Total Life Forever” (2010) (ROCK)

150) Neon Indian, “VEGA INTL. Night School” (2015) (ELETTRONICA)

149) King Gizzard & The Lizard Wizard, “Polygondwanaland” (2017) (ROCK)

148) Moses Sumney, “Aromanticism” (2017) (R&B – SOUL)

147) James Blake, “Overgrown” (2013) (ELETTRONICA – POP)

146) Preoccupations, “Viet Cong” (2015) (PUNK)

145) D’Angelo, “Black Messiah” (2014) (SOUL – R&B)

144) Dirty Projectors, “Swing Lo Magellan” (2012) (ROCK)

143) Freddie Gibbs & Madlib, “Bandana” (2019) (HIP HOP)

142) Tyler, The Creator, “IGOR” (2019) (HIP HOP)

141) Vince Staples, “Big Fish Theory” (2015) (HIP HOP)

140) Young Fathers, “Cocoa Sugar” (2018) (HIP HOP)

139) Parquet Courts, “Sunbathing Animal” (2014) (ROCK)

138) Jon Hopkins, “Singularity” (2018) (ELETTRONICA)

137) Fleet Foxes, “Helplessness Blues” (2011) (FOLK)

136) Ty Segall, “Slaughterhouse” / “Hair” (2012) (ROCK)

135) Titus Andronicus, “The Monitor” (2010) (ROCK)

134) Blur, “The Magic Whip” (2015) (ROCK)

133) Kanye West, “Yeezus” (2013) (HIP HOP)

132) Drake, “Take Care” (2011) (HIP HOP)

131) Thundercat, “Drunk” (2017) (ROCK – JAZZ – SOUL)

130) Caribou, “Swim” (2010) (ELETTRONICA)

129) Parquet Courts, “Wide Awake!” (2018) (ROCK)

128) LCD Soundsystem, “This Is Happening” (2010) (ELETTRONICA – ROCK)

127) Mac DeMarco, “2” (2012) (ROCK)

126) Ty Segall, “Manipulator” (2014) (ROCK)

125) Chromatics, “Kill For Love” (2012) (ELETTRONICA – ROCK)

124) Jon Hopkins, “Immunity” (2013) (ELETTRONICA)

123) Spoon, “They Want My Soul” (2014) (ROCK)

122) Damon Albarn, “Everyday Robots” (2014) (POP)

121) Panda Bear, “Panda Bear Meets The Grim Reaper” (2015) (ELETTRONICA)

120) Leonard Cohen, “You Want It Darker” (2016) (SOUL – FOLK)

119) Flying Lotus, “Until The Quiet Comes” (2012) (ELETTRONICA)

118) Shabazz Palaces, “Black Up” (2011) (HIP HOP)

117) Fontaines D.C., “Dogrel” (2019) (PUNK – ROCK)

116) Arcade Fire, “Reflektor” (2013) (ROCK – ELETTRONICA)

115) Lotus Plaza, “Spooky Action At A Distance” (2012) (ROCK)

114) Hamilton Leithauser + Rostam, “I Had A Dream That You Were Mine” (2016) (POP)

113) Blood Orange, “Freetown Sound” (2016) (R&B – SOUL)

112) Denzel Curry, “TA13OO” (2018) (HIP HOP)

111) Dave, “Psychodrama” (2019) (HIP HOP)

110) Flying Lotus, “You’re Dead!” (2014) (ELETTRONICA)

109) Gorillaz, “Plastic Beach” (2010) (ELETTRONICA – HIP HOP)

108) Leonard Cohen, “Popular Problems” (2014) (FOLK)

107) Danny Brown, “Old” (2013) (HIP HOP)

106) Cloud Nothings, “Here And Nowhere Else” (2014) (PUNK – ROCK)

105) Chance The Rapper, “Acid Rap” (2013) (HIP HOP)

104) Father John Misty, “Pure Comedy” (2017) (ROCK)

103) Nicolas Jaar, “Sirens” (2016) (ELETTRONICA)

102) Grimes, “Visions” (2012) (POP – ELETTRONICA)

101) The Weeknd, “House Of Balloons” / “Thursday” / “Echoes Of Silence” (2011) (R&B – ELETTRONICA)

Recap: marzo 2018

Il mese di marzo ha regalato CD molto attesi da critica e pubblico. Ad A-Rock recensiremo i nuovi lavori di Jack White, David Byrne, Preoccupations, Young Fathers, Mount Eerie e dei Voidz di Julian Casablancas. Insomma, dal rock al rap, passando per new wave e folk: ne abbiamo davvero per tutti i gusti! Buona lettura!

Mount Eerie, “Now Only”

mount eerie

La storia di Phil Elverum, frontman dei Microphones e successivamente solista col nome di Mount Eerie, è tristemente nota. Nel 2016 sua moglie Geneviève è morta di cancro, lasciando lui e la loro figlioletta a chiedersi il perché di tanta sofferenza a una così giovane età. Elverum ha deciso di affrontare questo tragico lutto facendo quello che sa fare meglio: scrivere canzoni. Mount Eerie non è mai suonato così scarno come negli ultimi due suoi CD, “A Crow Looked At Me” (2017) e “Now Only”. È possibile infatti vedere questo disco come una continuazione del precedente, ma contemporaneamente “Now Only” contiene differenti sonorità in alcuni tratti, che lo rendono un capolavoro a sé stante.

La partenza è straziante: Tintin In Tibet narra alcuni frammenti del passato di Phil e Geneviève, per esempio il loro primo incontro, ma si apre e si chiude con le seguenti parole: “I sing to you”. È facile intuire chi sia quel “tu” a cui si rivolge Elverum, non a caso queste canzoni sembrano più un’autoconfessione che un lavoro per piacere al pubblico. Il loro fascino, tuttavia, risiede proprio in questo: essere scritti con uno scopo personale, ma avere una risonanza universale.

Musicalmente parlando, come già accennato, “Now Only” riprende il folk scarno di “A Crow Looked At Me”, tuttavia in alcuni brani riecheggiano chitarre distorte e una lieve base di batteria, che rendono il CD più vicino ai primi lavori dei Microphones rispetto al suo predecessore. I brani migliori sono Tintin In Tibet, Earth (unica traccia con chitarre rock), la title track e Two Paintings By Nikolai Astrup. A colpire, però, sono soprattutto le liriche: nella lunghissima Distortion Elverum recita “the first dead body I ever saw in real life was my great-grandfather’s; the second dead body I ever saw was you, Geneviève, when I watched you turn from alive to dead right here in our house.” Uno dei versi più sinceri e tragici mai cantati. C’è spazio per un’accettazione della morte dell’amata moglie, quasi con sollievo, quando Phil dice “you’re sleeping out in the yard now”.

I fan di Mount Eerie ricorderanno sicuramente l’immagine del corvo presente in “A Crow Looked At Me”, che prendeva le sembianze della moglie agli occhi di Elverum, ancora incapace di accettare la sua perdita; vi è un richiamo in “Now Only”, tanto che l’ultima canzone si intitola proprio Crow, Pt.2. Adesso, però, Elverum canta “I don’t see you anywhere”. Il cantante statunitense sembra finalmente aver capito che Geneviève non tornerà più indietro: meglio vivere la vita che ci resta e crescere la propria figlia, mantenendo le promesse fatte alla moglie morente. Non c’è messaggio migliore da prendere da questo LP.

Voto finale: 8,5.

Young Fathers, “Cocoa Sugar”

young fathers

Il terzo album del trio scozzese è il compimento di un percorso che li ha visti costantemente migliorare, gli Young Fathers sono infatti a tutti gli effetti tra i maggiori innovatori nel mondo hip hop. Le loro basi mescolano sapientemente rock, pop, soul e ritmi africani, creando brani a volte caotici, ma nella maggior parte dei casi sorprendenti e mai banali. Ne sono esempio, nel nuovo CD “Cocoa Sugar”, In My View e See How.

Anche i testi degli Young Fathers non sono innocui: già il titolo del disco, “Cocoa Sugar”, anticipa un tema portante, la contrapposizione fra bianchi e neri purtroppo ancora centrale nella società. Tuttavia, non possiamo parlare di rap politico: gli Young Fathers spesso accennano solamente a tutto ciò, non volendo soverchiare l’ascoltatore con messaggi troppo forti. Molto diversi da un Kendrick Lamar, tanto per capirsi. Liriche potenti ne abbiamo comunque: da “don’t turn my brown eyes blue, I’m nothing like you” a “I’m not here to drown you, I’m only here to clean you”.

I risultati complessivi sono ottimi: “Cocoa Sugar” è uno dei migliori album rap non solo dell’anno, ma della decade. Accanto ai già citati See How e In My View, abbiamo altri pezzi molto efficaci: da Tremolo a Toy, passando per la base industrial di Turn (quasi à la Nine Inch Nails) e i paesaggi pastorali di Lord, che quasi ricorda i Walkmen più intimisti.

Insomma, come già accennato, gli Young Fathers hanno probabilmente raggiunto il picco creativo nel rap sperimentale che li contraddistingue: come andranno avanti da qui in avanti sarà interessante. Intanto godiamoci questo LP, ennesima conferma di come il rap ormai sia così mainstream da dover contaminarsi con altri generi per diventare sperimentale. Era già successo al rock molti anni fa, quando molti dovettero contaminarlo con elettronica e rap (!) per rinnovarlo. La ruota gira…

Voto finale: 8,5.

The Voidz, “Virtue”

Virtue

Julian Casablancas è tornato con gli ormai fidati Voidz con un CD molto diverso dal precedente sforzo del gruppo, quel “Tyranny” (2014) che mescolava ferocia e sperimentalismo, riff taglienti e canzoni semplicemente folli. Insomma, tutto meno che accessibile. Ebbene, “Virtue” riporta con la mente alle atmosfere del disco solista di Julian del 2008, “Phrazes For The Young”, che mescolava psichedelia e pop.

In particolare, sorprende la capacità del frontman degli Strokes di fondere fra loro tutte le influenze sperimentate negli ultimi 15 anni: dal rock di “A First Of Impression Of Earth” al suo album solista, ma anche il gusto anni ’80 di “Angles” e “Comedown Machine”. Il risultato potrà risultare straniante, a volte incoerente, ma mai prevedibile e sempre molto intrigante.

La prima canzone del CD, Leave It In My Dreams, è fra le migliori mai scritte da Casablancas dopo “Room On Fire”: synths raffinati, prova vocale ottima, base ritmica azzeccata. Idem per QYURRYUS, fra i singoli estratti, non per caso: i rimandi anni ’80 sono evidenti, per esempio ai Talking Heads, ma non invadenti. La prima parte di “Virtue” è quindi davvero convincente, contando su altri buoni pezzi come Permanent High School e ALieNNatioN. Non che la seconda sia da meno, tuttavia lo sperimentalismo a volte può risultare fine a sé stesso (per esempio in Think Before You Drink e Wink). I rimandi al precedente album dei Voidz sono pochi, ma non inutili: la chitarra potente di Pyramid Of Bones e One Of The Ones rende questi pezzi davvero coinvolgenti.

Il bilancio di questa cavalcata attraverso generi tanto diversi è eccellente: pur con alcuni questioni irrisolte (la lunghezza del lavoro soprattutto), i Voidz si confermano una voce davvero unica nel panorama rock contemporaneo. E poi, Julian non sembrava così libero e divertito dal comporre musica da “Room On Fire”; e i risultati sono sotto gli occhi di tutti.

Voto finale: 8.

Preoccupations, “New Material”

preoccupations

I Preoccupations, giunti al secondo album dopo l’ennesimo cambio di nome, si confermano fra i più talentuosi artisti punk della scena musicale contemporanea. Gli ex Women e Viet Cong, infatti, mantengono intatti i tratti caratteristici del loro sound, comprese le tematiche affrontate nei loro testi, ma aggiornano la formula quel tanto da non apparire ripetitivi rispetto al passato.

Rispetto a “Preoccupations” (2016), i riferimenti ai grandi del post punk, su tutti i Joy Division, si fanno più evidenti; contemporaneamente, quel suono quasi ambient e industrial che caratterizzava il precedente CD viene confermato e reso forse un po’ più accessibile. Niente di commerciale, sia chiaro, però in “New Material” le ritmiche sono meno oppressive che in passati lavori di Flegel e compagni.

Ne sono esempio i migliori pezzi dell’album: su tutti Disarray, ma buona anche Decompose. Le percussioni di Espionage riportano vividamente alla memoria “Closer” dei Joy Division. Meno riuscita la conclusiva Compliance, traccia strumentale poco coinvolgente. Tuttavia, va elogiata l’ardita scelta dei Preoccupations di voler sempre sfidare l’ascoltatore, pur restando nel consueto territorio punk.

Liricamente, come dicevamo, i Preoccupations affrontano temi non nuovi per loro, ma sempre delicati: autodistruzione, dubbio, odio per sé stessi. Per esempio, in Disarray Flegel canta con voce calda “It’s easy to see why everything you’ve ever been told is a lie”, probabile riferimento al corrente contesto di fake news; un altro riferimento a ciò arriva in Antidote, dove si parla di “information overdose”. Manipulation, come già il titolo anticipa, tratta il potere di alcune persone di plagiare gli individui più fragili. Insomma, non temi facili, ma affrontati con onestà e preoccupazione. Il nome del gruppo si conferma azzeccato.

In conclusione, le otto tracce di “New Material” faranno sicuramente entrare il CD fra i migliori 50 del 2018 di A-Rock: ogni ascolto rivela nuovi dettagli, mai banali, circostanza che rende il disco riascoltabile molte volte. Non una cosa da poco, in un panorama musicale spesso sovraccarico di citazioni e LP monotoni allo sfinimento (si veda il nuovo album dei Migos).

Voto finale: 7,5.

Jack White, “Boarding House Reach”

jack white

Il terzo album solista di Jack White segna il ritorno di quello che da molti è ritenuto uno degli artisti rock più significativi della nostra epoca. Di certo, Jack White è riconoscibilissimo: i suoi riff hanno segnato la scorsa decade (chi non sa a memoria la intro di Seven Nation Army dei White Stripes?). Tuttavia, proprio la sua identità viene stravolta in “Boarding House Reach”: il CD contiene alcuni momenti davvero sperimentali, che potrebbero disorientare (per non dire sconcertare) i fan duri e puri dell’artista nativo di Detroit.

Infatti, White ha prodotto un disco che potremmo quasi definire temerario, almeno per i suoi standard: sia con i White Stripes che con i Raconteurs che nei Dead Weather lui aveva sempre mantenuto la sua creatività nei confini del blues e del rock. Pertanto, sorprende sentire molte volte tastiere o ritmiche africane nelle 13 canzoni che compongono “Boarding House Reach”; già nel suo precedente album solista, “Lazaretto” del 2014, White aveva inserito sezioni quasi hip hop e funk, ma non con questa frequenza e, verrebbe da dire, convinzione. I risultati sono a tratti ottimi, in altri confusionari; ma andiamo con ordine.

L’apertura del disco è deludente: Connected By Love (inspiegabilmente scelto come singolo di lancio) e Why Walk A Dog? sono i brani peggiori del disco, spenti e prevedibili. Meno male che Corporation, pur nella sua iperattività, risolleva il disco, portando White quasi in territori Talking Heads o Prince. Altri pezzi degni di nota sono Over And Over And Over (non a caso composto durante il miglior periodo di Jack, quello dei White Stripes) e Get In The Mind Shaft. In generale, meglio la seconda parte della prima; se non altro, più a fuoco come sperimentalismo. Valga da esempio Respect Commander, prima Led Zeppelin poi indie rock poi ancora LZ, però mai dispersiva. Trascurabili i brevi intermezzi, come la già citata Why Walk A Dog? e Abulia And Akrasia.

In generale, dunque, di certo “Boarding House Reach” non è il CD definitivo di Jack White, tantomeno rientra nella lista dei migliori dischi della decade; nondimeno, sembra aprire una nuova stagione per il cantante americano, un po’ quello che “Emotional Mugger” (2016) ha rappresentato per Ty Segall, peraltro un fedele seguace di JW. Vedremo se si rivelerà un lavoro di transizione o semplicemente un divertissement; di certo, non possiamo dire che ci si annoi.

Voto finale: 7.

David Byrne, “American Utopia”

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David Byrne, il frontman e leader dei Talking Heads, insomma uno degli artisti che più hanno influenzato il rock anni ’70 e ’80, è tornato dopo una lunga assenza a produrre un album solista. Era addirittura dal 2004 che Byrne non faceva un disco interamente solista. Naturalmente, la sua attività non si era del tutto bloccata: aveva pubblicato CD collaborativi con Brian Eno e St. Vincent, oltre a occuparsi di pittura e pubblicare libri. Insomma, tutto meno che un pensionato.

“American Utopia” è il suo undicesimo album dopo la fine dei Talking Heads ed è parte di una creazione più ampia, intitolata “Reasons To Be Cheerful”, in cui Byrne vuole diffondere un messaggio di ottimismo pur in un momento storico particolarmente incerto. Musicalmente, il lavoro riprende molte delle sonorità tipiche della sua produzione: pop e rock presenti in egual misura, con inserti funk. A colpire sono soprattutto le liriche, ma non in positivo: da un grande vecchio della musica ci saremmo aspettati testi più impegnati rispetto, per esempio, a quello di Every Day’s A Miracle, dove proclama di avere “il cervello di un pollo e il pene di una scimmia” e che “il papa non significa nulla per un cane”. Mah… L’intento è evidentemente di far sorridere l’ascoltatore, ma spesso i risultati sono imbarazzanti.

Sorvolando sui testi, musicalmente il disco è apprezzabile: pur essendo in certi tratti troppo melenso e monotono, i risultati sono tutto sommato buoni. Degni di nota sono particolarmente i pezzi della seconda parte: Doing The Right Thing e Everybody’s Coming To My House sono fra i migliori pezzi recenti di Byrne. Buona anche I Dance Like This. Meno convincenti Everyday’s A Miracle e Dog’s Mind, ma non rovinano eccessivamente il CD.

In generale, dunque, se era più che legittimo aspettarsi qualche cosa di più da un veterano come David Byrne, possiamo dire che “American Utopia” è più che sufficiente. Con testi di miglior qualità, i risultati sarebbero stati anche migliori. Menzione speciale per la produzione di Brian Eno, che rende dignitosi anche i momenti peggiori del disco.

Voto finale: 7.

Gli album più attesi del 2018

Il 2018 si annuncia come un anno molto importante per la musica. Molti artisti sono attesi al varco, dopo album riusciti oppure dopo dei fiaschi, per capire se davvero le speranze che avevamo riposto in loro erano meritate o meno.

Se nel 2017 avevamo messo al primo posto fra gli album più attesi quello di Liam Gallagher, poi inserito nella lista dei 50 migliori dell’anno, quest’anno non possiamo che partire dagli Arctic Monkeys. Uno dei gruppi rock più famosi al momento, l’attesa per il loro ritorno, cinque anni dopo “AM”, è spasmodica: le scimmie artiche ci stupiranno ancora, cambiando nuovamente il loro sound, oppure si rifugeranno in territori già conosciuti? Conoscendo Alex Turner e compagni, la seconda alternativa ci pare poco plausibile; considerate poi le numerose collaborazioni che i membri della band hanno avuto negli ultimi cinque anni (Iggy Pop, Queens Of The Stone Age, Last Shadow Puppets), la possibilità di una svolta verso l’hard rock, già intravista in “AM”, è ipotizzabile.

Il mondo del rock, d’altra parte, non dipenderà nel 2018 solo dagli Arctic Monkeys: un altro gruppo che manca dal 2013 sono i Vampire Weekend. Dopo l’addio di Rostam Batmanglij, multistrumentista e creatore di molti dei maggiori successi della band, come cambierà il suono di Ezra Koenig & co.? Replicare la bellezza di “Modern Vampires Of The City” si rivelerà un’impresa troppo ardua?

Tra i gruppi rock più “stagionati”, importanti conferme sono attese da Franz Ferdinand ed Interpol. Mentre la band scozzese capitanata da Alex Kapranos sembra aver virato verso lidi elettronici, dopo l’addio del bassista Nick McCarthy, poco si sa ancora del nuovo lavoro degli Interpol, il primo dopo “El Pintor” (2014). Inoltre, i My Bloody Valentine, padri dello shoegaze, realizzeranno un nuovo album nel 2018, come confermato dal frontman Kevin Shields, cinque anni dopo il riuscito “m b v”: non poteva esserci notizia migliore per gli amanti del rock alternativo. Non ci scordiamo poi del grande Jack White, il cui terzo album solista promette di rinverdire i fasti del rock à la Led Zeppelin, come del resto ci aspettiamo da un ottimo chitarrista come lui. Sono infine attesi anche i Muse, tre anni dopo il deludente “Drones”: i tempi gloriosi di hit come Sing For Absolution e Starlight torneranno mai?

Fra i cantanti emergenti del mondo rock, meritano una citazione Courtney Barnett e Car Seat Headrest: entrambi vengono da ottimi album solisti, rispettivamente “Sometimes I Sit And Think, And Sometimes I Just Sit” di Courtney e “Teens Of Denial” di Toledo e compagni. In più, l’australiana l’anno scorso ha pubblicato un interessante album con l’amico Kurt Vile, “Lotta Sea Lice”. Per entrambi il momento della verità si avvicina: saranno solo meteore oppure il loro talento sboccerà definitivamente?

Passando alla musica elettronica, Damon Albarn sembra avere in cantiere un nuovo album dei Gorillaz, solo pochi mesi dopo “Humanz”: sarà all’altezza di un capolavoro come “Demon Days”? Inoltre, Damon vuole resuscitare anche il suo terzo progetto alternativo ai Blur, i The Good, The Bad & The Queen: si prospetta un anno impegnativo per lui. In più, Grimes sembra pronta a pubblicare un nuovo LP dopo il bel “Art Angels” (2015). Infine, il nuovo EP di Panda Bear, aka Noah Lennox, è previsto in uscita il 12 gennaio.

Per gli amanti del rap, il 2018 si annuncia un anno caldissimo: Drake non sta mai fermo, ormai lo conosciamo, dunque un suo CD nel 2018 non sarebbe del tutto fuori luogo. Invece, Kanye West, dopo la crisi nervosa dell’anno passato e le tensioni con la moglie Kim Kardashian, sembra pronto a tornare: dopo il controverso “The Life Of Pablo” (2016) Kanye pubblicherà un capolavoro degno della sua fama? Altri LP molto attesi sono i nuovi lavori di Danny Brown e Blood Orange: entrambi sono ormai nomi affermati nel panorama musicale contemporaneo, ma per la definitiva consacrazione occorre un ultimo step. Infine, molto ci aspettiamo da Frank Ocean: dopo la serie di singoli usciti nel 2017, un suo disco sembra prossimo all’uscita. Dal talentuoso musicista americano pretendiamo almeno un lavoro all’altezza di “Blonde” (2016): il fulminante “Channel Orange” del 2012 è migliorabile?

Concludiamo la nostra carrellata con uno sguardo al pop: già sono state annunciate le uscite di Justin Timberlake e Sky Ferreira. Per quanto lontani possano apparire, entrambi appartengono all’universo pop. Anche i The 1975 e FKA Twigs, dopo il grande successo dei precedenti LP “I Like It When You Sleep, For You Are So Beautiful Yet So Unaware Of It” e “LP2”, sono attesi ad una conferma. Infine, Lady Gaga, dopo l’acustico “Joanne” (2016), pare voler tornare a ritmiche più sbarazzine ed in linea con i suoi precedenti lavori.

Insomma, il 2018 si prospetta molto stimolante: speriamo che una larga parte di questi cantanti mantenga le aspettative e che molti nuovi talenti emergano nella musica moderna. Buon 2018 a tutti!

Il lato acustico di Jack White

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Un primo piano di Jack White.

Jack White è una delle rockstar viventi più amate dal grande pubblico: ogni sua incarnazione, che fossero i White Stripes, i Raconteurs, i Dead Weather oppure la sua carriera solista, ha avuto un ottimo riscontro di pubblico e critica. Lui, del resto, è un maestro nel maneggiare rock e blues, rifacendosi spesso ai grandi maestri del passato (su tutti Led Zeppelin e Black Sabbath) e aggiornandoli ai giorni nostri. Molti artisti hanno tratto ispirazione da lui: non avremmo mai avuto “AM” degli Arctic Monkeys senza “Elephant”. Considerato uno dei migliori chitarristi viventi, stupisce molto veder uscire una sua raccolta di vecchi successi riletti in chiave acustica, spesso solo lui e la chitarra classica. Pur sembrando agli ascoltatori più superficiali un puro tributo alla sua carriera, in realtà “Acoustic Recordings 1998-2016” aggiunge una nuova sfumatura alla già sfaccettata personalità di White. Analizziamone la genesi.

White raccoglie in questo lavoro canzoni, a volte b-sides, dei White Stripes, dei Raconteurs e della sua carriera solista, per un totale di 26 tracce, articolate in due dischi. Il primo CD si apre con alcuni dei più grandi successi dei White Stripes, forse la sua creatura più celebre e amata anche dal grande pubblico, oltre che dai critici. Abbiamo infatti in successione Sugar Never Tastes So Good (tratta dall’album di esordio, l’omonimo “The White Stripes” del 1999), I’m Bound To Pack It Up (che troviamo in “De Stijl” del 2000), la immortale Hotel Yorba (presa da “White Blood Cells”, capolavoro del 2001) e la divertente We’re Going To Be Friends, senza dimenticarsi di Well It’s True That We Love One Another (entrambe trovabili nel famosissimo CD “Elephant” del 2003), dove torniamo a sentire la voce di Meg, l’altra metà dei White Stripes. La parte finale del disco contiene la sorpresa più gradita dai fan della band, City Lights, il primo brano inedito a firma White Stripes da più di 8 anni a questa parte. Un pezzo intimista e raccolto, molto diverso da quella Seven Nation Army che è il manifesto del gruppo.

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È però nell’ultima parte del secondo disco che White sperimenta di più, proponendo versioni alternate di alcuni brani della sua produzione solista e di quella con i Raconteurs. Molto carina la versione acustica di Machine Gun Silhouette, gradito il riferimento anche ai dischi più recenti del cantante di Detroit, “Blunderbuss” (2012) e “Lazaretto” (2014). Pregevole infatti Entitlement, tratta da ”Lazaretto”. Certo, a volte White eccede in gigioneria e la lunghezza del CD può apparire eccessiva, ma questi “acoustic recordings” servono a chi già conosce White ad apprezzarne anche la parte più romantica. Possono inoltre servire a chi è ancora un neofita per comprendere la grande versatilità di uno dei più dotati cantautori della sua generazione, capace ultimamente di mescolare al rock scarno delle origini (chitarra, batteria, basso e voce) anche ritmi, strumenti e sonorità diversi, avvicinandosi alla psichedelia e addirittura cercando un approccio con l’hip hop.

Insomma, “Acoustic Recordings 1998-2016” è un gradito riassunto della formidabile carriera di Jack White, ormai sulla cresta dell’onda da più di 15 anni, con un percorso artistico che tocca tre decenni (come accenna anche il titolo dell’album), che ci regala un’ora di ottima musica.

Voto finale: 8.