I 20 migliori album del 2010

Ad A-Rock, chi lo segue da un po’ lo sa, siamo fans delle liste, che si parli delle canzoni e dei dischi migliori o peggiori di un certo anno o, addirittura, di una decade! In questo 2020 pieno di tristezza e tragedie ci siamo chiesti: come offrire ai nostri lettori delle buone proposte musicali per le ormai prossime vacanze natalizie?

I soliti recap e gli articoli dedicati alle giovani promesse pubblicati nel corso dell’anno sono stati senza dubbio utili per capire il panorama musicale odierno, ma è anche vero che il passato è fondamentale per capire il contesto di oggi. Quindi la domanda è venuta spontanea: perché non coprire il 2010, anno di capitale importanza per la musica?

Risale al 2010 infatti il lavoro hip hop più importante degli ultimi anni, quel “My Beautiful Dark Twisted Fantasy” che ha fatto di Kanye West un’icona di genialità, ambizione e follia. Non solo: abbiamo nel 2010 anche CD fondamentali per le discografie dei Beach House, dei Deerhunter e dei Vampire Weekend. Per non farci mancare nulla, in quell’anno hanno fatto il loro esordio (o quasi) pesi massimi come Drake, Tame Impala e James Blake… chi di loro sarà entrato nella lista dei migliori 20 album del 2010? Buona lettura!

20) Ariel Pink’s Haunted Graffiti, “Before Today” (ROCK – SPERIMENTALE)

19) Broken Social Scene, “Forgiveness Rock Record” (ROCK)

18) Foals, “Total Life Forever” (ROCK)

17) James Blake, “Klavierwerke EP” / “CMYK EP” (ELETTRONICA)

16) LCD Soundsystem, “This Is Happening” (ELETTRONICA – ROCK)

15) Caribou, “Swim” (ELETTRONICA)

14) Girls, “Broken Dreams Club” (ROCK)

13) Hot Chip, “One Life Stand” (ROCK – ELETTRONICA)

12) Joanna Newsom, “Have One On Me” (FOLK)

11) Vampire Weekend, “Contra” (ROCK – POP)

10) Gorillaz, “Plastic Beach” (HIP HOP – ELETTRONICA)

9) Sufjan Stevens, “The Age Of Adz” / “All Delighted People” (FOLK – ELETTRONICA)

8) Titus Andronicus, “The Monitor” (ROCK)

7) Janelle Monáe, “The ArchAndroid” (POP – R&B – SOUL)

6) Tame Impala, “Innerspeaker” (ROCK)

5) The National, “High Violet” (ROCK)

4) Arcade Fire, “The Suburbs” (ROCK)

3) Beach House, “Teen Dream” (POP)

2) Deerhunter, “Halcyon Digest” (ROCK)

1) Kanye West, “My Beautiful Dark Twisted Fantasy” (HIP HOP)

Siete d’accordo con questa lista oppure avreste scelto altri CD? Lasciate pure dei commenti. Ci vediamo tra pochi giorni con le liste dedicate al 2020!

Recap: ottobre 2020

Ottobre è stato un mese molto interessante, che ha visto ritorni attesi ed altri invece tanto imprevisti quanto benvenuti. È questo il caso della nuova collaborazione fra 21 Savage e Metro Boomin. Abbiamo poi il ritorno del duo elettronico Autechre, di Bruce Springsteen e dei Gorillaz. Inoltre ottobre ha visto l’esordio solista del cantante dei The National, Matt Berninger, oltre che i due nuovi lavori di Adrianne Lenker, frontwoman dei Big Thief. Ah, non scordiamoci del secondo CD del 2020 di Jay Electronica, del quarto EP del 2020 dei Dirty Projectors e del nuovo EP a firma James Blake! Per concludere, citiamo il lavoro di Jeff Tweedy, frontman dei Wilco, e il ritorno dei Fuzz, una delle tante creature che vedono il coinvolgimento di Ty Segall.

Adrianne Lenker, “songs” / “instrumentals”

La prolificità e la consistenza dimostrate nel corso degli ultimi anni da Adrianne Lenker hanno dell’incredibile: tra 2016 e 2020 abbiamo ben sette dischi (!) in cui lei collabora o si espone in prima persona, quattro con i Big Thief (di cui due nel 2019) e tre a suo nome, di cui due nell’infausto 2020. Infausto non solo per il Coronavirus: Adrianne infatti ha anche subito la rottura col suo partner di lunga data, tanto da sentirsi in dovere di rifugiarsi in una cabina in Massachusetts (un po’ à la Bon Iver) e comporre la coppia di lavori “songs” e “instrumentals”.

Sebbene quindi i due possano apparire divisi, in realtà vanno intesi come un unico lungo LP: una prima parte contenente canzoni vere e proprie, con Adrianne e la sua chitarra in primo piano, e una seconda composta da due lunghe suite strumentali, quasi ambient a tratti. I quasi 90 minuti tuttavia non pesano e fanno capire quanto dotata sia la cantautrice americana, uno dei volti più riconoscibili e meritevoli del panorama indie, sia sul versante rock che su quello folk.

“songs” è un album nato nella sofferenza, come abbiamo intuito e come Adrianne ribadisce in varie liriche del CD; tuttavia la sensazione che ne deriva ascoltandolo è di calma e serenità, grazie a pezzi efficaci come l’incantevole anything e not a lot, just forever. Non demeritano nemmeno ingydar e dragon eyes, mentre è un po’ monotona forwards beckon rebound.

Liricamente, dicevamo, il CD contiene frasi davvero espressive, con cui Lenker dichiara tutto il rammarico per la storia finita dopo sei anni di fidanzamento: “Tell me lies, wanna see your eyes. Is it a crime to say I still need you?” (two reverse), “Your dearest fantasy is to grow a baby in me” (not a lot, just forever), “Oh emptiness! Tell me ’bout your nature, maybe I’ve been getting you wrong” (zombie girl). Come detto, però, tutta questa malinconia non intacca il carattere del lavoro, che la Nostra mantiene su binari simili al primo Bon Iver e alla Joni Mitchell degli esordi.

“instrumentals” è la coda tanto misteriosa quanto affascinante di “songs”: formato da soli due pezzi molto estesi, music for indigo e mostly chimes, ha comunque una durata di 37 minuti e una capacità di evocare luoghi e sensazioni non banale. Se la prima almeno presenta la chitarra in primo piano, mostly chimes è invece un pezzo ambient puro e semplice, che pare voler fare scomparire del tutto la figura di Adrianne Lenker, riuscendoci peraltro in pieno.

Accostare Joni Mitchell così come Leonard Cohen e Bob Dylan a Lenker inizia a non essere un affronto; nulla di male, anzi. Adrianne, sia da frontwoman dei Big Thief che solista, ha trovato una sua preziosa dimensione, fatta di canzoni raffinate, semplici ma mai scontate e testi fantastici. “songs” e “instrumentals” sono la dimostrazione ulteriore che siamo di fronte ad un talento straordinario, che merita ogni riconoscimento.

Voto finale: 8.

Matt Berninger, “Serpentine Prison”

matt

Il cantante dei The National ha prodotto il secondo album al di fuori del suo gruppo principale dopo l’esperimento “El Vy” del 2015, che lo vedeva collaborare con Brent Knopf: un mezzo fiasco, che aveva fatto pensare che Berninger non si sentisse a suo agio nei panni di unico interprete e senza i fidati fratelli Dessner e Davendorf al suo fianco. “Serpentine Prison” ribalta la prospettiva: se il CD non innova radicalmente l’estetica a cui Matt ci ha abituato, dall’altro i risultati sono più che buoni e fanno pensare che la sua dimensione sia magari ridotta come palette sonora, ma non soffocante.

Va detto che il lavoro non è interamente appannaggio di Berninger: aiutato da ospiti di spessore come Andrew Bird, Gail Ann Dorsey (che aveva già collaborato nell’ultimo LP dei The National “I Am Easy To Find” del 2019) e il produttore Booker T. Jones, il Nostro ha composto dieci canzoni estremamente coese, prive di guizzi particolari ma senza dubbio gradevoli. Andiamo da brani molto simili ai The National (Loved So Little) a pezzi invece più ispirati agli U2 (Distant Axis) e infine altri molto raccolti, che fanno pensare al pop da camera (Silver Springs). In generale, quindi, l’estetica di Berninger è confacente a quel tono di voce affascinante ma a tratti ferito che tutti gli riconoscono, così come le liriche.

Abbiamo infatti ad esempio versi come “The way we talked last night… It felt like a different kind of fight” (Boiler Plate) e “I feel like an impersonation of you… Or am I doing another version of you doing me?” (la title track). Il paesaggio tratteggiato da Matt è quindi fosco, un pomeriggio di pioggia verrebbe da dire; certo non una novità per i fans dei The National. I pezzi interessanti non mancano: dalla progressione di All For Nothing a Distant Axis, passando per Serpenine Prison, il CD brilla spesso. Il solo brano sottotono è Loved So Little, ma non intacca i risultati complessivi del disco.

In conclusione, conosciamo tutti Berninger per essere un cantautore prolifico: basti pensare che fra 2017 e 2020 è stato coinvolto in ben tre CD, due a firma The National e uno solista. La qualità tuttavia non ha mai risentito di questo output abbondante, anzi “Sleep Well Beast” (2017) ha vinto il Grammy come miglior album di musica alternativa. “Serpentine Prison” non è un capolavoro, ma arricchisce il canzoniere di Matt Berninger di altre canzoni che non sfigurano al cospetto di capolavori come quelle contenute in “Trouble Will Find Me” (2013).

Voto finale: 8.

Gorillaz, “Song Machine, Season One: Strange Timez”

gorillaz

I Gorillaz sono la creatura più eccentrica nello sterminato canzoniere di Damon Albarn, già noto come frontman dei Blur e dei The Good, The Bad & The Queen, oltre che apprezzato solista. Mescolando hip hop, elettronica e pop, i Gorillaz sono entrati nel cuore del pubblico grazie a singoli perfetti come Clint Eastwood, Feel Good Inc. e On Melancholy Hill. Non sempre però, considerando gli album nella loro interezza, la band animata aveva mantenuto le attese: “The Fall” (2010), “Humanz” (2017) e “The Now Now” (2018) ad esempio sono CD controversi anche per i fans più accaniti. Non sempre quindi abbiamo perle come “Demon Days” (2005) e “Plastic Beach” (2010).

Un’altra particolarità dei Gorillaz, più o meno amata, è quella di infarcire i loro dischi con grandi ospiti, spesso in quantità eccessiva: basti pensare che in “Humanz” avevamo Vince Staples, Mavis Staples, Popcaan, Danny Brown, Kali Uchis e Pusha T, solo per citarne alcuni! Non sempre era quindi rintracciabile un tratto comune fra personaggi tanto distanti musicalmente. Beh, questo non è il caso di “Song Machine, Season One: Strange Timez”.

I Gorillaz peraltro ampliano ancora di più la lista di collaboratori in questo bel lavoro, aggiungendo Elton John, Robert Smith (The Cure), Beck, St. Vincent, slowthai e Kano, fra gli altri. Insomma, il gotha del mondo hip hop, pop e rock; nella edizione deluxe contiamo fra gli altri anche JPEGMAFIA, Skepta e il compianto Tony Allen. La cosa che colpisce però è la coesione del lavoro, capace di muoversi in equilibrio fra hip hop e pop senza mai deragliare, con singoli riusciti e l’intrinseca stranezza dei Gorillaz a fare da collante.

Il progetto “Song Machine” pareva partito come una serie di EP, contenenti pezzi azzeccati accanto a brevi intermezzi, e pareva improbabile che Albarn & co. decidessero di compilare un album intero di singoli che già da mesi erano stati pubblicati. Invece la scelta si è rivelata felice: gli highlights Strange Timez e Momentary Bliss stanno benissimo accanto alla ballata The Pink Phantom (con un grande Elton John) e a The Valley Of The Pagans, che ospita un Beck in ottima forma.

In generale, “Song Machine, Season One: Strange Timez” è probabilmente il CD più solido dei Gorillaz dai tempi di “Plastic Beach”: Damon Albarn ha dimostrato una volta di più il suo sconfinato talento ed eclettismo, creando un prodotto che piacerà a molti, divertente e mai prevedibile. È proprio quello che ci vuole, in un 2020 quanto mai desolante.

Voto finale: 8.

Bruce Springsteen, “Letter To You”

bruce

Il ventesimo CD del Boss non poteva che essere un evento: cadendo nel 2020, i riferimenti al numero 20 sono già numerosi. Va poi aggiunto che Springsteen ha composto alcune delle canzoni che sono entrate in “Letter To You” in giovane età (si tratta di Janey Needs A Shooter, Burnin’ Train e Ghosts), probabilmente proprio nei suoi vent’anni.

Finita la parte di “statistica e curiosità”, passiamo all’analisi dell’album: composto in pochi giorni in sessioni infuocate con la E Street Band, “Letter To You” riporta nei suoi momenti migliori con la mente ai capolavori della collaborazione, come “Darkness On The Edge Of Town” (1978) e “Born In The U.S.A.” (1984). Alcune melodie superano addirittura i sei minuti di durata: tra di esse l’epica Janey Needs A Shooter e If I Was The Priest. In realtà la prima canzone in scaletta, la deliziosa One Minute You’re Here, è una ballata raccolta che ricorda “Nebraska” (1982), ma è un falso allarme. Il resto del disco infatti si muove sui territori più conosciuti per i fans del Boss, quel rock potente e nostalgico di cui è il massimo interprete e maestro (vero The War On Drugs?). Non fosse per dei piccoli passi falsi come le troppo prevedibili House Of A Thousand Guitars e Rainmaker, avremmo davanti a noi un capolavoro dell’età matura di Springsteen.

Nei testi di “Letter To You” si evince una malinconia per gli anni che passano e gli amici di una vita che, giorno dopo giorno, abbandonano questo mondo: George Theiss, il frontman della primissima band in cui militò Bruce, i Castiles, è scomparso nel 2018 e ciò portò Springsteen a voler comporre nuovi pezzi e recuperarne degli altri dalla propria gioventù. Successivamente, come sappiamo, il Boss diede alle stampe il più sereno “Western Stars” (2019) e “Letter To You” è slittato al 2020, un anno in cui la morte è più presente che mai e in cui i testi delle canzoni sono più evocativi di quanto lo sarebbero stati in tempi migliori.

Ne sono esempi “We’ll meet and live and laugh again… for death is not the end” (I’ll See You In My Dreams), “Forget about the old friends and the old times” (If I Was The Priest) e “Sometimes folks need to believe in something so bad” (Rainmaker). Quest’ultimo, oltreché in chiave religiosa, può essere interpretato come monito per i politici populisti e il desiderio delle persone di sentirsi guidate da figure che, spesso, sono veri e propri criminali, come confermato dallo stesso Springsteen.

In conclusione, “Letter To You” non raggiunge le vette di capolavori come “Born In The U.S.A.” e “Darkness On The Edge Of Town”, nondimeno renderà felici i numerosi fans del Boss, capace ancora di scrivere canzoni forti e a tratti commoventi, come solo i veri fuoriclasse sanno fare. A 71 anni e con ormai 50 anni di carriera alle spalle, Springsteen è ancora oggi uno degli artisti più rilevanti del mondo rock.

Voto finale: 7,5.

James Blake, “Before”

james

Il cantautore inglese è sempre stato un cultore della forma EP, fin dall’inizio della sua sfavillante carriera: ricordiamo che Blake è emerso dalla scena dubstep inglese grazie a una serie di folgoranti EP dai titoli misteriosi come “CMYK” e “Klavierwerke” (entrambi del 2010).

“Before” non è, come erroneamente si potrebbe pensare, un modo per pulire l’archivio delle canzoni rimaste fuori da “Assume Form” (2019), il disco in cui James flirtava con la musica hip hop (Mile High) e latina (Barefoot In The Park): è piuttosto un ritorno alle sonorità più elettroniche delle sue origini, senza però dimenticare le ultime avventure in campo R&B e art pop. I risultati sono molto intriganti, anche se il lavoro non comprende uno dei migliori singoli recenti del Nostro, Are You Even Real, che a questo punto pare resterà fuori da progetti veri e propri.

La verità è che James Blake è uno dei più dotati musicisti della scena britannica e, sia che lui si avventuri su territori più da club che cantautorali, i risultati sono sempre notevoli: “Before” non fa eccezione. Fra le quattro canzoni che compongono l’EP nessuna sfigura, ma a fare particolare impressione sono I Keep Calling e Summer Of Now, che fondono perfettamente la sensibilità elettronica di Blake con le ultime influenze.

In conclusione, questo album non sposterà molti fans a favore dell’artista inglese, ma senza dubbio consoliderà la sua fama e sembra aprire favorevolmente la strada al prossimo LP vero e proprio a firma James Blake.

Voto finale: 7,5.

21 Savage & Metro Boomin, “Savage Mode II”

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Seguire un album di grande successo e che ha reso i suoi due autori rispettatissimi nel mondo trap non era un’impresa facile. 21 Savage e Metro Boomin, il primo un trapper ormai consolidato e il secondo il produttore di grido capace di collaborare anche con The Weeknd, avevano realizzato con “Savage Mode” (2016) un CD tanto breve quanto riuscito.

La decisione di seguirlo con “Savage Mode II”, incrementando decisamente il budget (basti dire che abbiamo un’ospitata di Drake e a narrare i capitoli in cui il lavoro si divide c’è addirittura Morgan Freeman!), è una mossa commercialmente prevedibile. La cosa sorprendente è che musicalmente il CD supera il suo predecessore: laddove infatti il primo episodio verso il finale era un po’ fiacco, in “Savage Mode II” sia 21 Savage che Metro Boomin riescono a suonare pezzi efficaci dall’inizio alla fine, cercando anche di sperimentare con beat sbilenchi (Mr. Right Now e Steppin On Niggas).

Non stiamo parlando di un capolavoro, sia chiaro, ma nel genere (chi segue A-Rock sa quanto andiamo con i piedi di piombo, spesso con scetticismo quando affrontiamo dischi trap) ultimamente non sono molti i lavori capaci di vantare pezzi accattivanti come Runnin e Many Men. Da non sottovalutare anche la chiusura brillante di RIP Luv e Said N Done.

In conclusione, “Savage Mode II” è uno dei migliori dischi hip hop dell’anno: mescolando abilmente versi insensati con i dettagli violenti tipici dell’estetica di 21 Savage, il CD viaggia su binari sicuri dall’inizio alla fine e offre 45 minuti di divertimento senza troppe pretese.

Voto finale: 7,5.

Autechre, “SIGN”

sign

Chi segue il duo inglese pioniere dell’IDM (Intelligent Dance Music) sa quanto le composizioni degli Autechre possano suonare sperimentali, spesso tanto ardite quanto difficili da comprendere. Era questo il caso delle due compilation pubblicate fra 2016 (“elseq 1-5”) e 2018 (“NTS Sessions 1-4”): 12 ore di musica (!) composta prevalentemente da macchine e aggiustata da umani in cui gli Autechre esploravano qualsiasi possibile angolo della musica elettronica, non trascurando momenti puramente sperimentali.

“SIGN” è una sorta di ritorno alla forma per Sean Booth e Rob Brown: le melodie sono riconoscibili e tentano di flirtare con la musica ambient, con risultati spesso interessanti. Se la prima traccia M4 Lema è piuttosto intimidatoria (sì, i titoli assurdi dei brani sono un must del duo), già dalla successiva F7 gli Autechre creano un suono più abitabile e quasi accattivante considerati i loro dischi recenti. Altri buoni pezzi sono la sognante Metaz form8 e si00, senza trascurare l’ottima chiusura di r cazt; è sotto la media invece sch.mefd 2.

In conclusione, i 65 minuti di “SIGN” sono un ritorno benvenuto degli Autechre alla forma album. In un 2020 difficile per tutti e abbastanza interlocutorio per il mondo della musica elettronica, un nuovo CD degli Autechre che sia così ambizioso e allo stesso tempo accessibile è davvero una sorpresa.

Voto finale: 7,5.

Jay Electronica, “Act II: Patents Of Nobility”

jay

Il 2020 del misterioso rapper conosciuto come Jay Electronica è stato davvero denso: dapprima ha pubblicato il suo esordio, “A Written Testimony”, che vantava una forte presenza di Jay-Z. Ora ha visto la luce il suo “album perduto”, un CD che pareva sul punto di essere pubblicato addirittura nel 2012! Bisogna infatti ricordare che parliamo con ammirazione di Jay Electronica da ormai quasi 15 anni: i primi brani a fare breccia nel mainstream furono Exhibit A ed Exhibit C, fra 2009 e 2010.

I motivi che hanno spinto Jay a ritardare così tanto la pubblicazione (peraltro dovuta, pare, a un leak emerso su Internet qualche giorno prima del passaggio sul servizio streaming Tidal) sono tuttora ignoti. Il CD in realtà, pur essendo ancora bisognoso di ritocchi in termini di lunghezza e produzione, è riuscito: immaginandone la pubblicazione nell’ormai lontano 2012, avremmo probabilmente strabuzzato gli occhi sentendo brani avventurosi come Shiny Suit Theory e i pezzi del “periodo francese”, Bonnie And Clyde (che campiona Serge Gainsbourg) e Dinner At Tiffany’s, con la figlia di quest’ultimo, Charlotte.

Il Nostro campiona anche Ronald Reagan in ben due brani: Real Magic e Road To Perdition, a testimonianza di una conoscenza molto ampia e di una curiosità senza limiti. Da migliorare invece, come già ricordato, il sequenziamento e la produzione di alcuni pezzi: i numerosi intermezzi iniziali rovinano il ritmo e la chiusura affidata a brani deboli come Rough Love e Run And Hide non convince.

In conclusione, se da un lato ci fa piacere finalmente ascoltare “Act II: Patents Of Nobility”, dall’altro  ci resta quasi un amaro in bocca: la storia dell’hip hop sarebbe cambiata se otto anni fa fosse stato pubblicato questo disco? Nessuno può dirlo. Speriamo che Jay Electronica abbia trovato la serenità che gli è mancata quando la hype dei media era troppo pesante per lui e che possa riprendere una carriera che pareva lanciatissima e che, chissà, potrebbe darci ancora tante soddisfazioni.

Voto finale: 7,5.

Jeff Tweedy, “Love Is The King”

jeff

Il terzo album solista in tre anni del leader dei Wilco è un lavoro semplice, godibile e poco impegnativo: tutte qualità apprezzabili in un periodo di lockdown o comunque di timore per la salute propria e degli altri. Nessuna delle undici canzoni che formano il CD è magnifica o trascinante, ma l’andamento lento e costante contribuisce a creare un’atmosfera rilassata e mai troppo impegnativa per l’ascoltatore.

La migliore melodia del disco arriva subito: la title track è un bel brano, di quasi cinque minuti, in cui il tipico folk-rock di Jeff si affianca ad un testo su, appunto, una visione in cui l’amore guida le scelte della nostra vita. Altrove possiamo avere pezzi più mossi (Natural Disaster) oppure più country (Bad Day Lately), ma la sostanza non cambia: Tweedy non ricalca le scelte stilistiche della band con cui è diventato famoso, piuttosto le addolcisce e rallenta, come già visto nei precedenti “WARM” (2018) e “WARMER” (2019).

I pezzi migliori, oltre a Love Is The King, sono Gwendolyn e Natural Disaster; invece sotto media Even I Can See. In generale, come già ricordato, il disco è estremamente compatto e digeribile fin dal primo ascolto. Chiudiamo ricordando l’interessante iniziativa del cantautore americano, che affianca il CD con un libro intitolato “How To Write One Song”, in cui spiega appunto come funziona il suo processo creativo, una trasparenza non comune fra le rockstar.

In conclusione, “Love Is The King” è un LP consigliato ad amanti del folk-rock e dell’estetica di Jeff Tweedy; per gli altri resta un buon lavoro, nulla per cui perdere la testa ma nemmeno un buco nell’acqua.

Voto finale: 7.

Fuzz, “III”

fuzz

Il 2020 di Ty Segall è stato stranamente calmo finora, almeno secondo i suoi frenetici standard: vero, è stato inaugurato il progetto Wasted Shirt con Brian Chippendale dei Lightning Bolt e Ty ha pubblicato un breve EP di cover di Harry Nilsson. Tuttavia, nessun album vero e proprio a firma Ty Segall ha visto la luce, un fatto che non accadeva dal lontano 2015!

Questo per far capire l’estrema prolificità del Nostro. Il terzo album dei Fuzz, uno dei tanti progetti secondari del garage rocker californiano, si è fatto aspettare ben cinque anni: “II” (2015) era un doppio album tanto ambizioso quanto strampalato, pieno di derive metal e quasi jazz. Invece questo “III” è un CD compatto: otto brani per 36 minuti di durata, con chiari rimandi all’hard rock dei Black Sabbath e al garage rock dei progetti più rumorosi di Segall, come “Slaughterhouse” (2012).

L’inizio è scoppiettante: Returning è un pezzo hard rock potente, con la chitarra di Charles Moothart scatenata e Ty (sia voce che batteria) in gran spolvero. Spit è leggermente più tranquilla, ma non è che il prologo alla durissima Time Collapse. In Close Your Eyes ci sono quasi rimandi psichedelici, mentre End Returning, che chiude il lavoro, idealmente ne riprende l’inizio, creando un interessante concept dietro al CD.

In generale, nulla brilla particolarmente, ma fa piacere constatare che la promessa di Segall di aver finito la sua passione per i dischi basati sulla chitarra è stata presto infranta, dopo l’interlocutorio “First Taste” (2019). Vedremo dove lo porteranno i suoi prossimi lavori, che siano solisti o insieme alla solita gang di garage rockers.

“III” è un altro degli innumerevoli LP della discografia di Ty Segall che piacerà agli amanti del garage rock e dell’hard rock, ma allo stesso tempo speriamo che presto il più scatenato rocker della West Coast ritorni al quasi perfetto equilibrio di lavori come “Manipulator” (2014)  e “Freedom’s Goblin” (2018).

Voto finale: 7.

Dirty Projectors, “Earth Crisis”

earth crisis

La serie di cinque EP promessi dai Dirty Projectors per il solo 2020, iniziata con “Windows Open” e proseguita poi con “Flight Tower” e “Super João”, arriva ora al quarto capitolo. Se nei precedenti avevamo visto i lati dei Dirty Projectors più vicini a folk, R&B e bossa nova, in “Earth Crisis” il gruppo flirta con atmosfere che addirittura richiamano la musica classica (Eyes On The Road, Now I Know).

I quattro brani che formano il lavoro sono i più arditi per ora dell’affollato 2020 dei Dirty Projectors: Dave Longstreth e la tastierista Kristin Slipp si alternano nelle parti vocali (con la netta prevalenza di quest’ultima), come da tradizione nei quattro EP, sopra melodie sempre ricolme di archi, che rendono l’esperienza complessiva quasi un saggio di musica piuttosto che un insieme spontaneo di canzoni. A ciò aggiungiamo che esiste anche un video di accompagnamento all’album, in chiave ambientalista.

I risultati, come già visto nei precedenti CD del gruppo nel 2020, sono intriganti ma allo stesso tempo ci fanno bramare per un numero di brani maggiori, per gustare appieno e valutare più solidamente se il talento di Longstreth e co. è stato usato in maniera profittevole o meno. “Earth Crisis” non farà cambiare idea a chi ritiene che i Dirty Projectors siano fin troppo snob e artificiosi, anzi rafforzerà i loro pregiudizi; per chi li apprezza invece i Nostri hanno regalato altri quattro brani ardimentosi quanto compiuti, che allieteranno un inverno che si preannuncia non facile.

Voto finale: 6.

Le migliori canzoni del decennio 2010-2019 (200-101)

Ci siamo: dopo i 200 migliori dischi della decade appena trascorsa, A-Rock si è cimentato nella costruzione della lista delle 200 migliori canzoni degli anni 2010-2019. Anche in questo caso l’impresa non è stata per nulla semplice: dall’elettronica all’hip hop, dal folk al rock, ci sono stati innegabili highlights in ogni genere ma anche molte perle nascoste che meritavano di essere evidenziate. Non temete, le canzoni imprescindibili, da Happy di Pharrell Williams ad Alright di Kendrick Lamar, passando per Runaway di Kanye, ci sono tutte. Ma chi avrà vinto la palma di miglior canzone del decennio?

Oltre ai già citati Kendrick Lamar, Kanye West e l’onnipresente Pharrell Williams, abbiamo cercato di dare spazio a tutte le sfaccettature della musica più bella degli anni ’10 del XXI secolo: il folk gentile di Sufjan Stevens, il rock epico dei The War On Drugs, i vecchi leoni come Nick Cave & The Bad Seeds… ma anche il pop sofisticato di Lorde e il pop-rock dei Coldplay non potevano mancare!

Anche in questa occasione, per favorire la varietà di artisti proposti, abbiamo adottato alcune regole: non più di cinque canzoni, di cui due appartenenti allo stesso disco, per ciascun cantante.

In questa prima puntata avremo le prime cento melodie, vi diamo appuntamento a domani per il secondo capitolo della lista delle 200 migliori canzoni! Buona lettura!

200) The Field, Is This Power (2011)

199) Franz Ferdinand, Right Thoughts (2013)

198) MGMT, Siberian Breaks (2010)

197) Damon Albarn, Everyday Robots (2014)

196) Azealia Banks, 212 (2014)

195) Robin Thicke feat. T.I. and Pharrell Williams, Blurred Lines (2013)

194) Hamilton Leithauser feat. Rostam, A 1000 Times (2016)

193) Ty Segall, Tall Man Skinny Lady (2014)

192) Kurt Vile, Goldtone (2013)

191) St. Vincent, Prince Johnny (2014)

190) Pusha T, Infrared (2018)

189) Nicolas Jaar, Killing Time (2016)

188) Parquet Courts, Master Of My Craft (2013)

187) DIIV, Out Of Mind (2016)

186) Foals, What Went Down (2015)

185) Alvvays, In Undertow (2017)

184) Cloud Nothings, I’m Not Part Of Me (2014)

183) James Blake, Unluck (2011)

182) Sky Ferreira, Nobody Asked Me (If I Was Okay) (2013)

181) Vince Staples, Crabs In A Bucket (2017)

180) Ty Segall, Every1’s A Winner (2018)

179) Muse, Madness (2012)

178) Spoon, Hot Thoughts (2017)

177) Iceage, Catch It (2018)

176) Girls, Honey Bunny (2011)

175) Hot Chip, Motion Sickness (2012)

174) Earl Sweatshirt, Earl (2010)

173) Parquet Courts, One Man No City (2016)

172) The Horrors, Chasing Shadows (2014)

171) Real Estate, Talking Backwards (2014)

170) The Walkmen, Angela Surf City (2011)

169) Little Simz, Therapy (2019)

168) FKA twigs, Two Weeks (2014)

167) Kendrick Lamar, King Kunta (2015)

166) Chromatics, Back From The Grave (2012)

165) Parquet Courts, Bodies Made Of (2014)

164) Nicolas Jaar, Colomb (2011)

163) Jamie xx feat. Romy, SeeSaw (2015)

162) Radiohead, Lotus Flower (2011)

161) Cloud Nothings, No Future / No Past (2012)

160) Pharrell Williams, Happy (2014)

159) Disclosure, When A Fire Starts To Burn (2013)

158) The Antlers, Drift Dive (2012)

157) Coldplay, Magic (2014)

156) The Black Keys, Lonely Boy (2011)

155) St. Vincent, Birth In Reverse (2014)

154) Nick Cave & The Bad Seeds, We No Who U R (2013)

153) David Bowie, Blackstar (2016)

152) The Voidz, Leave It In My Dreams (2018)

151) Atlas Sound, Te Amo (2011)

150) Destroyer, Chinatown (2011)

149) Adele, Someone Like You (2011)

148) Nicolas Jaar, Space Is Only Noise If You Can See (2011)

147) Caribou, Can’t Do Without You (2014)

146) Liam Gallagher, Wall Of Glass (2017)

145) Arctic Monkeys, Love Is A Laserquest (2011)

144) Big Thief, Not (2019)

143) Foals, Inhaler (2013)

142) The Weeknd, House Of Balloons / Glass Table Girls (2011)

141) Suede, Barriers (2013)

140) Queens Of The Stone Age, If I Had A Tail (2013)

139) The Antlers, I Don’t Want Love (2011)

138) Kanye West, Black Skinhead (2013)

137) Radiohead, Burn The Witch (2016)

136) The Black Keys, Tighten Up (2010)

135) Grimes, Genesis (2012)

134) Car Seat Headrest, Beach Life-In-Death (2018)

133) The Horrors, You Said (2011)

132) The Strokes, Under Cover Of Darkness (2011)

131) Grizzly Bear, Yet Again (2012)

130) Pusha T, Come Back Baby (2018)

129) black midi, bmbmbm (2019)

128) Real Estate, Municipality (2011)

127) Aphex Twin, aisatsana [102] (2014)

126) Foals, Spanish Sahara (2010)

125) Suede, Outsiders (2016)

124) James Blake, The Wilhelm Scream (2011)

123) Vampire Weekend, This Life (2019)

122) The National, Don’t Swallow The Cup (2013)

121) Destroyer, Blue Eyes (2011)

120) Janelle Monáe feat. Solange and Roman GianArthur, Electric Lady (2013)

119) Beach House, Sparks (2015)

118) Kanye West, Real Friends (2016)

117) Arcade Fire, Ready To Start (2010)

116) Kendrick Lamar, The Art Of Peer Pressure (2012)

115) Savages, Shut Up (2013)

114) Mount Eerie, Real Death (2017)

113) Janelle Monáe, Make Me Feel (2018)

112) Caribou, Odessa (2010)

111) Spoon, Inside Out (2014)

110) The War On Drugs, Up All Night (2017)

109) Radiohead, Daydreaming (2016)

108) Vampire Weekend, Harmony Hall (2019)

107) Mark Ronson feat. Bruno Mars, Uptown Funk (2015)

106) Janelle Monáe feat. Big Boi, Tightrope (2010)

105) The Weeknd, Can’t Feel My Face (2015)

104) Daft Punk feat. Giorgio Moroder, Giorgio By Moroder (2013)

103) Ty Segall, Warm Hands (Freedom Returned) (2017)

102) Moses Sumney, Quarrel (2017)

101) LCD Soundsystem, Dance Yrself Clean (2010)

Appuntamento a domani con la seconda puntata: quale sarà il miglior pezzo degli anni ’10? Stay tuned!

I migliori album del decennio 2010-2019 (100-51)

Nel secondo capitolo della nostra lista dei migliori 200 CD della decade 2010-2019 attraversiamo le posizioni che vanno dalla 100 alla 51. Abbiamo già incontrato artisti rilevanti nella puntata precedente, ma le sorprese non sono finite. Buona lettura!

100) Shame, “Songs Of Praise” (2018)

(PUNK)

Il quintetto inglese potrebbe essere il nuovo volto del punk europeo: era da moltissimo tempo che non si sentiva un esordio così carico e compatto nel mondo punk, specialmente nel Vecchio Continente. In particolare, a colpire è la fiducia che gli Shame hanno nei loro mezzi: non c’è alcuna paura nel cambiare ritmo improvvisamente in una canzone, tantomeno nel corso del CD. Ne sono esempio Dust On Trial e Tasteless.

La voce di Charlie Steen, leader del gruppo, ricorda molto Archy Marshall: è come se King Krule desse libero sfogo alla sua vena rock, cercando contemporaneamente di imitare i Cloud Nothings o i Preoccupations. Da sottolineare poi il lavoro dei due chitarristi degli Shame, Eddie Green e Sean Coyle-Smith, che creano un “muro sonoro” davvero impenetrabile. I brani migliori sono Concrete, la più melodica One Rizla e la conclusiva Angie, che solo nel titolo ricorda il brano dei Rolling Stones. L’insieme è un LP compatto e coerente, con pochissime pause per l’ascoltatore, come i migliori album punk.

Per concludere, un’ultima lode agli Shame: neanche Iceage e White Lung, per citare due band punk molto rinomate di recente, avevano pubblicato esordi devastanti come “Songs Of Praise”. Non resta che seguire l’evoluzione del complesso britannico: le premesse per un’ottima carriera ci sono tutte.

99) Joanna Newsom, “Have One On Me” (2010)

(FOLK)

Il terzo album della cantautrice americana Joanna Newsom è una goduria per gli amanti della musica folk più pura. Grazie a melodie sempre cangianti, canzoni complesse mai però fini a sé stesse e l’abilità con l’arpa della Nostra, anche un triplo album (!) come “Have One On Me” è perfettamente digeribile.

Questa è infatti la prima caratteristica che colpisce del lavoro: la sua gigantesca ambizione. Pubblicare un album triplo della durata superiore ai 120 minuti, quando invece si sarebbero potuti produrre tre album distinti di ottima qualità nello spazio di 5-10 anni, è una mossa rischiosa ma dal rendimento alto, nel caso di Joanna. Se si aggiunge che lei stessa si rifiuta tutt’oggi di mettere a disposizione la sua discografia sui servizi streaming, capiamo che non è neppure dovuta alla massimizzazione dei ricavi, quanto piuttosto al solo e semplice amore per la musica e i suoi fans.

Chiaramente, in un CD tanto complesso, non tutto può essere perfetto, ma gli alti sono davvero strabilianti: la lunghissima title track, Good Intentions Paving Company e Baby Birch sono highlights assoluti. “Have One On Me” non è mai pesante, tanto da apparire anzi come il lavoro più essenziale a firma Joanna Newsom, addirittura migliore di “Ys” (2006).

98) Queens Of The Stone Age, “…Like Clockwork” (2013)

(ROCK)

Il sesto album dei veterani dell’hard rock li trovava a un bivio fondamentale: a ben sei anni da “Era Vulgaris” (2007), l’album forse più discusso tra fans e critici nella produzione della band, i Queens Of The Stone Age avrebbero ritrovato lo smalto perduto?

La risposta è sicuramente affermativa. “…Like Clockwork” infatti rispecchia fedelmente il titolo, girando per la maggior parte del tempo come un orologio svizzero, grazie a pezzi duri come My God Is The Sun e a brani più melodici come I Appear Missing. Questo è anche il CD più ricco di ospiti del gruppo: Dave Grohl, Elton John, Alex Turner e Mark Lanegan sono fra i più illustri, ma notiamo anche il recupero del precedente bassista Nick Oliveri, che era stato cacciato nell’ormai lontano 2004.

In poche parole, con “…Like Clockwork” i Queens Of The Stone Age ritrovarono un motivo per la propria esistenza, considerando inoltre un panorama musicale che tende a mettere da parte il rock per fare spazio a hip hop e trap. Josh Homme e compagni avrebbero poi proseguito il percorso di questo LP con il successivo “Villains” (2017), meno riuscito di “…Like Clockwork” ma con altrettanto successo di pubblico.

97) Chance The Rapper, “Coloring Book” (2016)

(HIP HOP – GOSPEL)

Il terzo mixtape del talentuoso Chance The Rapper è probabilmente il suo miglior lavoro fino ad ora. Dopo il bel lavoro “Acid Rap” del 2013, Chance era atteso al varco, ma “Coloring Book” non delude le attese di critica e pubblico.

Il forte afflato religioso che pervade tutto l’album, infatti, aggiunge al consueto hip hop dell’artista un tocco gospel che affascina ancora di più l’ascoltatore. I pezzi davvero da ricordare sono No Problem, Summer Friends e Same Drugs (una piccola Pyramids). Nessuno dei 14 brani del resto è davvero fuori posto: i più deboli sono la collaborazione con Future (Smoke Break) e Mixtape, ma per il resto la qualità è davvero altissima.

Possiamo senza dubbio premiare “Coloring Book” col titolo di miglior CD di musica hip hop-gospel del 2016. Forse della decade, considerato la scarsa fortuna incontrata da questo strano ibrido fra generi apparentemente agli antipodi negli anni seguenti.

96) Kanye West, “The Life Of Pablo” (2016)

(HIP HOP)

Si può criticare Kanye West per mille motivi: eccessivo egocentrismo, megalomania, arroganza… Insomma, la più grande superstar dell’hip hop non ha un carattere facile.

Musicalmente, però, niente da dire: senza di lui mancherebbe gran parte della musica rap moderna. “The Life Of Pablo” conferma la classe di Kanye: brani potenti e bellissimi come Famous, Real Friends, la perla gospel Ultralight Beam e Waves sono tra i migliori dell’anno. Da sottolineare poi il parco ospiti sterminato: Chance The Rapper, Frank Ocean, Kendrick Lamar, The Weeknd…

Insomma, un ensemble da sogno. Top 100 pienamente meritata. Soprassediamo sulle ultime vicende che hanno colpito Yeezy: i gossip passano, la musica resta. “The Life Of Pablo” è anche l’ultimo LP davvero all’altezza della fama e del talento di Kanye, che negli anni successivi si è perso fra polemiche politiche quantomeno controverse e scelte artistiche discutibili (si veda la conversione improvvisa e il rintanarsi nella musica gospel).

95) Hot Chip, “One Life Stand” (2010)

(ELETTRONICA – ROCK)

Il quarto album dei britannici Hot Chip li trova pronti a spiccare il volo. Grazie a singoli di successo come Ready For The Floor e Boy From School, gli Hot Chip si erano ritagliati la reputazione di band di punta della scena electropop d’Oltremanica.

“One Life Stand” è il compimento di anni di studio e riflessione, grazie ai quali il gruppo raggiunge il picco delle proprie capacità. Brani lunghi ma accessibili come Thieves In The Night e la title track ancora oggi, dieci anni dopo la pubblicazione, sono i pezzi pregiati del disco; da non sottovalutare la più raccolta Brothers. Il tutto viene aiutato dalla chimica fra i due cantanti, Alexis Taylor e Joe Goddard. È probabile che atti come i Tame Impala e gli Arcade Fire, alla lontana, siano stati influenzati recentemente dalla band britannica.

In conclusione, gli Hot Chip in “One Life Stand” hanno prodotto il loro LP più compiuto e coeso, segno di una carriera in costante crescita, curata nei minimi dettagli e capace di dare un degno seguito a questo pregevole lavoro con il successivo “In Our Heads” (2012).

94) Sufjan Stevens, “The Age Of Adz” (2010)

(FOLK – ELETTRONICA)

Il sesto album vero e proprio di Sufjan Stevens trova il grande cantautore americano a un bivio: meglio continuare nella consolidata formula che ne ha decretato la fortuna (ballate folk delicate e creative, con la sua voce angelica a fare da collante) oppure tentare qualcosa di nuovo e rinfrescante?

Non sapendo né leggere né scrivere Sufjan ha optato per una via di mezzo tanto intrigante quanto potenzialmente rischiosa: mescolare bellissimi pezzi folk come Futile Devices a derive elettroniche come la title track e Too Much. I risultati, pur non perfetti come nel successivo “Carrie & Lowell” (2015), hanno consentito a Stevens di ampliare notevolmente la propria palette sonora, aprendo la strada alla successiva sperimentazione di “Aporia” (2020).

Non sarebbe un CD a firma Sufjan Stevens senza qualche stranezza: innanzitutto la durata, che raggiunge i 75 minuti distribuiti su 14 pezzi, di cui uno (la conclusiva Impossible Soul) raggiunge i 25 minuti ed è divisa in cinque suite, mescolando insieme folk, elettronica e musica puramente sperimentale. Tanta creatività insieme spesso non è raggiunta da un artista nel corso di un’intera carriera… ma dato che stiamo parlando di Sufjan Stevens lo stupore è relativo.

“The Age Of Adz” è dunque un LP non facile, ma che premia gli ascoltatori pazienti con brani potenti e mai scontati. Il fatto che sia solo il terzo/quarto CD come qualità complessiva a firma Sufjan Stevens fa capire la grandezza del personaggio.

93) The National, “I Am Easy To Find” (2019)

(ROCK)

L’ottavo album dei The National, beniamini dell’indie rock statunitense, è il loro CD con più tracce (16) e dal minutaggio più elevato (64 minuti). Malgrado inevitabilmente alcuni momenti siano ridondanti, il disco è eccellente, grazie anche alla collaborazione di voci femminili di altissimo livello, fatto inedito per la band.

Matt Berninger e i fratelli Dessner e Darendorf, a soli due anni dall’ottimo “Sleep Well Beast”, vincitore del Grammy come miglior album di musica alternativa, sono tornati più in forma che mai. In “I Am Easy To Find” ogni fan del gruppo avrà soddisfazione: dalle ballate ai brani più rock, non manca davvero nulla, tanto che il disco pare una chiusura ideale di un cerchio cominciato nello scorso millennio. Dicevamo inoltre che il CD è popolato da presenze esterne ai The National: in effetti molte vocalist, da Sharon Van Etten a Gail Ann Dorsey, si alternano con Berninger, creando vocalizzi molto belli e innovativi per la band. Infine, ricordiamo che “I Am Easy To Find” fa da colonna sonora a un breve film con protagonista l’attrice premio Oscar Alicia Vikander. Insomma, un’opera davvero totale, sintomo di grande ambizione da parte del gruppo.

Le prime due tracce sono magnetiche: You Had Your Soul With You e Quiet Light rientrano a pieno titolo fra le migliori dei The National, la prima con base ritmica forsennata, la seconda più raccolta. Invece Oblivions è leggermente sotto la media, mentre The Pull Of You ricorda la Guilty Party di “Sleep Well Beast”. Anche la seconda metà del CD è molto intrigante: eccettuate la brevissima Her Father In The Pool e l’eterea Dust Swirls In Strange Light, il resto dei pezzi è sempre all’altezza della fama dei The National, con le perle di Where Is Her Head e la conclusiva Light Years.

In conclusione, “I Am Easy To Find” è un disco è coeso ma allo stesso tempo mai banale o semplicemente noioso. I The National certamente sono fra i gruppi indie rock che sono meglio maturati se paragonati alla nidiata di complessi nati a cavallo fra XX e XXI secolo. Chapeau.

92) Courtney Barnett, “Sometimes I Sit And Think, And Sometimes I Just Sit” (2015)

(ROCK)

Il titolo sembra anticipare un album prolisso e pretenzioso; beh, nessuna impressione può essere più sbagliata. Courtney Barnett è una delle esordienti indie rock più interessanti del decennio: la giovane cantante australiana ritorna a inizio XXI secolo, età dell’oro dell’indie, quando nacquero band come Strokes e Franz Ferdinand.

Le prime due canzoni Elevator Operator e Pedestrian At Best sono manifesti delle intenzioni della Barnett; Small Poppies addirittura ricorda i Led Zeppelin. Il suo suono riesce però a contaminarsi anche con White Stripes e il pop à la Robbie Williams, ottenendo risultati spesso straordinari: la conclusiva Boxing Day Blues ne è un valido esempio.

L’immediatezza di “Sometimes I Sit And Think…” è paragonabile a “Vampire Weekend” e “Teen Dream” (tanto per citare due band come Vampire Weekend e Beach House che di immediatezza se ne intendono). Chiaramente il CD di per sé non sarà un capolavoro di sperimentalismo o arditezza stilistica, ma la musica deve anche essere svago, giusto? Quindi: grazie Courtney per aver riaperto (anche se per poco più di 35 minuti) l’armadio dei nostri ricordi, quando sembrava che l’indie dovesse soppiantare il mainstream.

91) My Bloody Valentine, “m b v” (2013)

(ROCK)

Nel 2013 aspettarsi un nuovo album a firma My Bloody Valentine pareva un sogno destinato a non essere mai realizzato. “Loveless” (1991) era stato il picco dello shoegaze e Kevin Shields e compagni non erano stati in grado di dargli un seguito in 22 anni, fra falsi annunci e tentativi abortiti in studio.

Il fatto che, non solo il CD sia finalmente arrivato ma sia anche bello, anzi bellissimo, è quasi un miracolo. I My Bloody Valentine non si limitano a ricalcare il successo del secolo scorso riprendendo a menadito tutti i particolari che li hanno resi unici: voci androgine e mixate in scarsa evidenza, chitarre piene di riverbero, bassi e batteria inesistenti… No, nel terzo finale del lavoro arrivano anche a cercare nuove soluzioni, vicine alla musica sperimentale (si senta ad esempio Wonder 2).

È vero tuttavia che i pezzi migliori sono comunque più vicini allo shoegaze: da Only Tomorrow a Who Sees You, passando per She Found Now, la band irlandese si conferma maestra del genere. Kevin Shields ha ancora una volta dimostrato tutta la sua abilità, creando un lavoro nostalgico ma mai scontato. Forse non raggiungerà le vette di “Loveless”, ma questo “m b v” è un degno erede. Speriamo solamente che per il quarto LP del gruppo non si debbano attendere altri 22 anni.

90) Disclosure, “Settle” (2013)

(ELETTRONICA)

All’esordio, i fratelli Guy e Howard Lawrence fanno già il pieno, sia di critiche positive che di vendite. “Settle” è infatti uno dei migliori album di musica dance del 2013, abilissimo nel mescolare la house anni ’80 con i ritmi più moderni.

Notevoli anche le collaborazioni: abbiamo infatti tra gli altri Sam Smith, Mary J. Blige, AlunaGeorge… Insomma, pezzi da 90 della musica contemporanea. Tra i migliori brani abbiamo la celeberrima Latch, la trascinante When A Fire Starts To Burn, Voices e la più intima Help Me Lose My Mind.

In poche parole, un ottimo inizio per Guy e Howard Lawrence, solo parzialmente confermato dai seguenti “Caracal” (2015) e il breve EP del 2016 “Moog For Love”.

89) Kurt Vile, “Smoke Ring For My Halo” (2011)

(ROCK – FOLK)

“Smoke Ring For My Halo” è il CD che ha fatto conoscere ad un pubblico più ampio Kurt Vile, ex War On The Drugs ed eroe degli slacker mondiali, ovvero uno di quei personaggi spesso al bordo della strada che paiono osservare disinteressati l’ambiente circostante ma poi, quasi pigramente, fanno osservazioni assolutamente fuori dal comune.

Il CD è una brillante collezione di canzoni folk-rock, nel solco tracciato da Bob Dylan, Neil Young e Tom Petty, tuttavia aggiornato abbastanza da essere attuale ancora oggi. È forse il disco più coeso e meno prolisso di Kurt, anche se non ha la smisurata ambizione del successore “Wakin On A Pretty Daze” (2013).

Tuttavia, canzoni riuscite come Puppet To The Man e Ghost Town, senza scordarci la delicata Baby’s Arms e Jesus Fever, rendono davvero speciale questo disco, uno dei migliori lavori del decennio 2010-2019 proprio per questa sua incredibile qualità: suonare antico e contemporaneo allo stesso tempo.

88) A.A.L. (Against All Logic), “2012-2017” (2018)

(ELETTRONICA)

Tutti gli appassionati di musica elettronica conoscono Nicolas Jaar, geniale compositore di origine cilena ormai trapiantato in America, una delle ritmiche più riconoscibili del panorama musicale. Ritmi sensuali, produzione impeccabile e sample campionati sempre azzeccati: ecco le principali caratteristiche di molte canzoni di Jaar. Stupisce perciò il riutilizzo di un suo alias che pareva ormai abbandonato, questo A.A.L. (Against All Logic), ma non più di tanto il genere affrontato. Jaar infatti percorre gli usuali percorsi a metà fra IDM e funk, ma con ancora maggiore consapevolezza nei propri mezzi e un gusto per la melodia puramente danzereccia che non conoscevamo.

La partenza è straordinaria: sia This Old House Is All I Have che I Never Dream settano perfettamente il tono del CD, con tastiere sinuose e voci elettrizzanti in sottofondo; Jaar è ormai totalmente padrone di questo genere peculiare ed è un vero piacere ascoltarlo in questa condizione brillante. Il disco contiene altre perle di indubbio valore: Now U Got Me Hooked è un brano dance perfetto, Rave On U chiude magistralmente il disco. Menzione anche per Cityfade e Hopeless, altri pezzi house notevoli. Un po’ sotto la media del disco invece Know You e Such A Bad Way.

A.A.L. (Against All Logic), aka Nicolas Jaar, aveva già fatto intravedere indubbie qualità sia nella sua carriera solista che nei Darkside. Questo album ne è un’ulteriore conferma: la pazienza e ripetuti ascolti verranno ampiamente ripagati.

87) Foals, “Holy Fire” (2013)

(ROCK)

Tutti attendevano al varco i Foals: la tensione rischiava di divorarli. Invece, i cinque ragazzi se ne uscirono nel 2013 con un album ancora più bello di “Total Life Forever” (2010), svoltando verso un rock più carico, quasi hard rock in certi tratti.

Ne sono simboli due delle canzoni migliori del CD: Prelude e Inhaler (quest’ultima trascinante nel ritornello) sono come gemelli siamesi, una senza l’altra non esisterebbe, ma proprio per questo acquistano fascino. Non male il funk à la Hot Chip di My Number, così come il quasi shoegaze della conclusiva Moon.

Insomma, un lavoro vario e ben riuscito, che conferma il talento dei Foals e il loro appeal sul pubblico, fatto ulteriormente validato dal successivo “What Went Down” (2015). Uno dei migliori album rock dell’anno e della decade.

86) Run The Jewels, “Run The Jewels 3” (2017)

(HIP HOP)

Il terzo CD del duo formato da El-P e Killer Mike è quello più coeso e stilisticamente più coinvolgente. Non una cosa facile da ottenere, dato che tutti i lavori del duo sono molto riusciti: se il primo “Run The Jewels” era fondamentalmente spassoso e divertente, “Run The Jewels 2” era pura rabbia sociale. Possiamo dire che la trilogia si conclude con un LP che prepara la rivolta; o che, almeno, si candida fortemente a farle da colonna sonora.

Se infatti i nomi degli album e le copertine cambiano per minimi particolari, nei testi e nelle sonorità El-P e Killer Mike sono cangianti come pochi. Qua sono privilegiate basi potenti e opprimenti: ricordano un poco il Danny Brown di “Atrocity Exhibition” (2016), tanto che Brown è anche ospite nella riuscita Hey Kids (Bumaye). Altri bei brani sono le iniziali Talk To Me e Legend Has It, dove la critica al presidente americano Donald Trump è marcata; ma anche la conclusiva A Report To The Shareholders/ Kill Your Masters è eccellente. L’unico brano debole è Everybody Stay Calm, ma è un peccato veniale in un’opera davvero ottima.

Insomma, cari “masters” (questo il nome affibbiato all’establishment dal duo), c’è poco da stare tranquilli: il disagio è diffuso e sta per esplodere. I RTJ ne sono a conoscenza e in Thieves! (Screamed The Ghost) hanno anche ripreso le parole del grande Martin Luther King per sottolinearlo: “a riot is the language of the unheard”. Un manifesto politico di rara efficacia.

85) Waxahatchee, “Out In The Storm” (2017)

(ROCK)

Il quarto CD del progetto Waxahatchee, guidato dalla talentuosa Katie Crutchfield, è il suo lavoro più riuscito: 10 tracce e 32 minuti di puro indie rock, indirizzato a tutti gli amanti del genere e a coloro che volessero farsene una prima idea.

L’indie viene spesso evocato a sproposito per artisti che tutto sono meno che indie e la cui qualità artistica è discutibile. Tutto ciò non vale per Waxahatchee: “Out In The Storm” è un LP bellissimo, con brani riuscitissimi come l’iniziale Never Been Wrong e Silver, che ricordano gli Strokes e gli Arcade Fire di “The Suburbs”; da non sottovalutare anche i pezzi più raccolti del CD, come Recite Remorse e A Little More. Ottime, infine, Brass Beam e No Question, che sarebbero highlights in molti album rock di artisti teoricamente più quotati. In generale, dunque, Crutchfield e compagni arrivano a comporre il coronamento di una carriera in costante crescita: partiti come artisti lo-fi, la produzione e la cura dei dettagli si sono via via affinate, fino ad arrivare a risultati quasi perfetti in questo disco.

L’indie, territorio considerato prevalentemente (se non solamente) maschile fino a pochi anni fa, ha riscoperto ultimamente l’altro sesso, con interpreti giovani e ispirate come Vagabond, Jay Som e Waxahatchee, senza scordarsi Courtney Barnett e Angel Olsen. Una necessaria rinfrescata ad un genere che pareva moribondo. Waxahatchee è un progetto fondamentale per la rinascita dell’indie rock, come testimoniato una volta di più con questo splendido “Out In The Storm”.

84) Wilco, “The Whole Love” (2011)

(ROCK)

I Wilco sono fin dalla nascita uno dei gruppi rock più avvincenti della nostra epoca. Flirtando spesso con country e folk, il complesso americano ci ha regalato nel corso della loro carriera capolavori maestosi come “Summerteeth” (1999) e “Yankee Hotel Foxtrot” (2001).

“The Whole Love” potrebbe parere a primo acchito un tipico album di mezz’età di una band ormai soddisfatta della propria posizione nello scacchiere musicale e non più interessata a prendere rischi. Beh, se pensate questo non conoscete bene i Wilco: la loro qualità migliore è sempre stata infatti quella di brillare nei momenti apparentemente di maggiore sicurezza, che per altre band avrebbero segnato l’inizio della fine.

Jeff Tweedy e compagni con “The Whole Love” hanno infatti probabilmente creato il terzo miglior album di una carriera sempre più stellata. Pezzi ambiziosi come Art Of Almost e la conclusiva One Sunday Morning (Song For Jane Smiley’s Boyfriend) sono clamorosi nella loro difficoltà ma perfettamente compiuti. Lo stesso vale per la più semplice ma deliziosa I Might.

In conclusione, i Wilco hanno confermato ancora una volta di possedere un talento sconfinato, fonte primaria di una carriera ormai trentennale e con successi pienamente meritati.

83) Death Grips, “The Money Store” (2012)

(HIP HOP – SPERIMENTALE)

Il primo album del duo hip hop noto come Death Grips fa seguito al mixtape “Exmilitary” del 2011 e ne è una logica continuazione. Partiamo da una premessa: come possono però convivere efficacemente rap, punk e noise in un album di 13 brani per 41 minuti? Questo è il mistero più affascinante di “The Money Store”.

MC Ride e Zach Hill, rispettivamente cantante e polistrumentista del gruppo, non hanno mai più raggiunto questo miracoloso equilibrio, ma “The Money Store” resta un reperto unico. Il CD è infatti altamente repellente, pieno di rabbia, rime insensate e suoni che all’orecchio suonano come un martello pneumatico… ma forse proprio oggi, per tutti questi motivi, suona più vitale che mai?

Non è ben chiaro verso chi sia diretta la rabbia dei Death Grips, probabilmente è più un volgersi verso la pura anarchia (il duo intitolerà non a caso un lavoro nel 2015 “The Powers That B”). L’altra cosa davvero incredibile di “The Money Store” è il successo di pubblico che ha riscosso: malgrado la già accennata totale assenza di brani commerciali, pezzi come I’ve Seen Footage e Get Got hanno ottimi numeri nei servizi di streaming. Con merito, viene da dire: entrambi hanno un implicito fascino, fatto di suoni discordanti ma equilibrati, così come The Fever (Aye Aye).

“The Money Store” è uno dei dischi più influenti e allo stesso tempo più irripetibile della moderna storia del rap. Mescolando industrial, rap e musica puramente sperimentale i Death Grips hanno prodotto a loro modo un capolavoro, destinato a far parlare di sé ancora per molti anni.

82) Solange, “A Seat At The Table” (2016)

(R&B – SOUL)

Il 2016 è stato caratterizzato da una buona quantità di CD che trattano dei problemi razziali tra neri e bianchi negli Stati Uniti, mescolando grande musica e impegno civile. Si pensi, oltre a questo “A Seat At The Table”, a “Formation” di Beyoncé e a “Freetwon Sound” di Blood Orange.

La sorella minore di Bey, Solange, con il suo terzo lavoro “A Seat At The Table” ha prodotto un notevole CD di pura black music, mescolando sapientemente R&B, funk e soul e rifacendosi ai pilastri del passato (James Brown, Michael Jackson e Prince soprattutto), con una spruzzata di elettronica in Don’t You Wait.

La voce della più giovane delle sorelle Knowles ricorda molto quella di Queen Bey; le liriche trattano prevalentemente il tema dell’essere una donna afroamericana oggi, con tutto ciò che ne consegue in termini di discriminazione, ma anche di orgoglio e senso di appartenenza. Ricordiamo in particolare F.U.B.U. (cioè For Us, By Us) e l’iniziale Rise tra i brani migliori; ottimi anche Cranes In The Sky e Where Do We Go. Gli unici difetti di “A Seat At The Table” sono l’eccessivo numero di canzoni e la numerosità degli intermezzi, che rompono troppo spesso il fluire dei beat.

In generale, però, Solange ha dimostrato che il talento in casa Knowles non è appannaggio solo della sorella maggiore.

81) Godspeed You! Black Emeperor, “Allelujah! Don’t Bend! Ascend!” (2012)

(ROCK – SPERIMENTALE)

I Godspeed You! Black Emperor sono da sempre riconosciuti come gli artisti pionieri del post-rock, quel genere che mescola rock e musica sperimentale, con punte di metal, per creare spesso brani monumentali che, per l’appunto, hanno perso qualsiasi cosa le rendesse rock per diventare qualcosa di diverso, più epico e decisamente meno commerciale.

“Allelujah! Don’t Bend! Ascend!” segna il ritorno della band ben dieci anni dopo l’ultimo disco, “Yanqui U.X.O.” (2002). Il lavoro è composto da quattro canzoni, con una struttura a specchio. Prima uno decisamente articolato (con durata superiore ai 20 minuti!), poi uno più semplice, che funge da ristoro dopo due corse sfrenate. Se la prima metà è decisamente cupa, nella seconda i Godspeed You! Black Emperor cercano ritmi meno devastanti, prova ne siano i 20 minuti di We Drift Like Worried Fire, opposti alla durezza e drammaticità di Mladic. I due intermezzi Their Helicopters Sing e Strung Like Lights At Thee Printemps Erable accompagnano poi l’ascoltatore in territori più elettronici, quasi sperimentali.

“Allelujah! Don’t Bend! Ascend!” si caratterizza così per essere il disco più intenso del collettivo canadese, già noto ai fans per CD mai facili al primo ascolto. La carriera della band prosegue tutt’ora, con l’ultimo lavoro Luciferian Towers che risale al 2017, a testimonianza di un complesso più vivo che mai.

80) Earl Sweatshirt, “Some Rap Songs” (2018)

(HIP HOP – JAZZ)

Earl Sweatshirt è da sempre la figura più enigmatica del collettivo Odd Future, un covo di talenti comprendente nomi del calibro di Frank Ocean, Tyler the Creator e Syd (The Internet). Di lui si sente parlare solamente in caso di uscite di nuova musica, segno che tiene molto alla propria privacy.

“Some Rap Songs” è un titolo fuorviante: il breve e frammentario disco (15 canzoni per soli 24 minuti di durata) contiene in realtà tutti i crismi del piccolo capolavoro. Mescolando abilmente jazz e hip hop, con inserti di musica puramente sperimentale, “Some Rap Songs” è il CD più avventuroso di Earl, simbolo di un (possibile) nuovo movimento nel rap contemporaneo, non più prono al pop/R&B come Drake e compagnia, ma visionario e pronto a sperimentare. Se a primo impatto la struttura dell’album può apparire straniante, in realtà non bisogna pensare che sia un lavoro tirato via, soprattutto dato che deriva da tre anni di studio e lutti per Earl, che hanno influenzato profondamente la sua musica più recente. Nel 2018 sono morti il padre e lo zio del Nostro; soprattutto il primo era stato bersaglio in passato di invettive e offese da parte del rapper nato Thebe Neruda Kgositsile, ma in “Some Rap Songs” vi sono segni di riconciliazione.

I pezzi migliori sono Red Water, Ontheway!, The Mint e Veins, ma nessuno può dirsi brutto o semplicemente deludente. Ciò malgrado alcuni arrivino a durare a malapena un minuto; malgrado questa caratteristica, infatti, ognuno è chiaramente parte di un tutto coeso e con un chiaro obiettivo, non risultando quindi mai fuori posto o tirato via.

In conclusione, Earl Sweatshirt ha prodotto un altro LP (non tanto long in realtà) che lo consacra come uno dei rapper più interessanti della sua generazione.

79) LCD Soundsystem, “American Dream” (2017)

(ELETTRONICA – ROCK)

Gli LCD Soundsystem si erano sciolti nell’ormai lontano 2011, l’ultimo LP di inediti è del 2010, quel “This Is Happening” che li aveva tanto fatti amare anche da un pubblico più ampio: la hit I Can Change era addirittura finita sul videogioco FIFA11. Insomma, sembrava scritto che la band acquistasse sempre più visibilità, invece James Murphy e compagni avevano deciso di chiudere baracca e burattini. Una mossa apparentemente folle, in realtà coraggiosa e coerente con il loro percorso artistico: in You Wanted A Hit, non a caso, se la prendevano con la loro casa discografica che aveva quasi imposto loro di scrivere una hit radiofonica, altrimenti il contratto sarebbe terminato.

“American Dream” è un trionfo. L’inizio di Oh Baby è lentissimo, ma poi la canzone sboccia e diventa irresistibile. Poi abbiamo due canzoni destinati ai fan duri e puri del gruppo, che ricordano le atmosfere di “Sound Of Silver” (2007), ma convincono meno: sono rispettivamente Other Voices e I Used To. La carichissima Change Yr Mind sarà ottima live, ma su disco è solo passabile; la meraviglia arriva con la lunga How Do You Sleep?, highlight del disco. Il tono del brano è molto cupo; la canzone è però ottima e trascinante.

La seconda parte del disco è più rock della prima, probabilmente anche più oscura e disincantata: è qui che liricamente gli LCD danno il meglio. La title track si prende gioco del cosiddetto “sogno americano” e ne proclama la fine; Black Screen, la lunghissima suite finale, è dedicata a David Bowie, artista di cui Murphy era fan sin da bambino. Sono tre le tracce da evidenziare, non a caso lanciate come singoli per promuovere il CD: Tonite ricorda molto One Touch ed è la traccia più dance del disco; Call The Police è una cavalcata punk davvero epica, mentre la già citata American Dream è una ballata indimenticabile.

In poche parole, non è l’album migliore della produzione degli LCD Soundsystem (“Sound Of Silver” è inarrivabile), nondimeno questo “American Dream” era un CD davvero necessario per completare l’eredità artistica del gruppo: se stavolta gli LCD decideranno davvero di chiuderla qui, non era pronosticabile un disco di addio così potente e riuscito, sia liricamente che musicalmente.

78) Tame Impala, “Innespeaker” (2010)

(ROCK)

L’esordio dei Tame Impala segna quello che sarà il loro percorso successivo: un sound che richiama molto i grandi artisti psichedelici di fine anni ’60-primi anni ’70, oltre a Flaming Lips e Beatles.

Parker condisce il tutto con la sua bella voce, molto simile a John Lennon. Gli highlights sono numerosi: ricordiamo in particolare It Is Not Meant To Be, Solitude Is Bliss (il tema della solitudine ritorna molto spesso nei testi dei Tame Impala) e Alter Ego. Bella anche la strumentale Jeremy’s Storm.

Insomma, un grande album d’esordio per la band australiana; ma ancora il meglio doveva venire, basti pensare a “Lonerism” (2012) o al rivoluzionario “Currents” (2015).

77) Bon Iver, “i,i” (2019)

(FOLK – ELETTRONICA)

Il quarto album dei Bon Iver, il progetto di Justin Vernon, arriva a tre anni dallo sperimentale “22, A Million”. Il disco è una pregevole fusione dei precedenti sforzi della band, il già citato “22, A Million” e “Bon Iver, Bon Iver” (2011). Accanto alla vena più elettronica e innovativa di Vernon troviamo infatti un ritorno alle sonorità folk che inizialmente ne decretarono la fortuna, come nella scarna Marion.

L’inizio pare ritornare al precedente LP di Vernon e compagni: sia la breve strumentale Yi che iMi sono di difficile lettura. Già con la bellissima Hey, Ma però Bon Iver ritorna ai suoi livelli: la voce di Vernon è in primo piano in tutta la sua bellezza e la strumentazione è innovativa ma mai fine a sé stessa. La seconda parte del breve ma organico CD (13 brani per 40 minuti) è la più riuscita: abbiamo alcune delle più belle canzoni a firma Bon Iver, da Naeem a Sh’diah passando per l’epica Faith. In generale, aiutato anche da numerosi collaboratori, fra cui annoveriamo i fratelli Dessner dei The National, Moses Sumney e James Blake, Bon Iver come accennato riesce a bilanciare quasi perfettamente i suoi istinti più sperimentali con quelli più accessibili, creando con “i,i” un disco davvero affascinante.

Strumentalmente, questo è forse il lavoro meno avanguardistico di Bon Iver: mentre con le sue precedenti opere il gruppo americano aveva sempre anticipato o cavalcato i trend della musica contemporanea, tanto da guadagnarsi collaborazioni di alto profilo con due visionari come Kanye West e James Blake, oggi Vernon si limita a ri-assemblare il suono del progetto Bon Iver. Tuttavia, se i risultati sono così eccezionalmente belli, è probabile che Justin abbia ancora diversi assi nella manica.

76) Mac DeMarco, “Salad Days” (2014)

(ROCK)

Il secondo album vero e proprio del cantautore canadese Mac DeMarco è la definitiva affermazione dopo il già interessante “2” del 2012. “Salad Days” mantiene la stessa stranezza di fondo, creata da atmosfere sempre ovattate, titoli e testi spesso nonsense (basti pensare a “Salad Days”) e canzoni tanto semplici quanto irresistibili, su tutte le riuscitissime Blue Boy e Brother.

Tuttavia, non bisogna prendere Mac per un sempliciotto: in sole 11 canzoni e 34 minuti è infatti riuscito a creare il suo miglior CD, pieno anche di riferimenti testuali attuali (si veda Treat Her Better, contro la violenza sulle donne). Si hanno poi anche aperture alla psichedelia, in Chamber Of Reflection specialmente.

Insomma, una miniera d’oro per gli amanti dell’indie rock più scanzonato ma allo stesso tempo attento al mondo che ci circonda. Mac non sarà il miglior cantautore della sua generazione, ma a volte anche del semplice buonumore è il benvenuto, no?

75) Nick Cave & The Bad Seeds, “Push The Sky Away” (2013)

(ROCK)

Il quindicesimo album di Nick Cave, come spesso affiancato dai fidati Bad Seeds, è stato il primo seguito all’avventura dei Grinderman, che l’aveva visto mettere da parte il progetto primario per alcuni anni a inizio decade.

“Push The Sky Away” prosegue idealmente la traiettoria intrapresa nei bellissimi lavori “The Boatman’s Call” (1997) e “No More Shall We part” (2001), vale a dire un Nick Cave decisamente più tranquillo rispetto allo scatenato frontman degli anni ’80. Abbiamo quindi atmosfere decisamente rilassate, quasi ambient, solo a tratti reminiscenti dei Bad Seeds di qualche anno prima (Jubilee Street ad esempio è magnifica in questo senso). Anche liricamente, mentre prima Nick parlava spesso di episodi biblici o assassini spietati (si ricordi la celebre Red Right Hand), adesso fanno capolino argomenti più mondani, dal bosone di Higgs (Higgs Boson Blues) a Hannah Montana (!!), in Mermaids, a Wikipedia.

Nick Cave inaugurò con “Push The Sky Away” la trilogia di CD sperimentali continuata poi con il devastante “Skeleton Tree” (2016) e “Ghosteen” (2019), questi ultimi influenzati anche dalla morte del figlio del Nostro. Insomma, certamente non album leggeri, ma capaci di connettersi come mai prima ai fans del gruppo e giustamente osannati dalla critica di settore.

74) Beyoncé, “Lemonade” (2016)

(POP – R&B)

Il CD della vendetta per la più splendente star femminile della musica nera contemporanea. Grazie anche ad ospiti di assoluto livello (James Blake, Jack White, Kendrick Lamar tra gli altri), Bey convoglia tutta la rabbia contro il marito Jay-Z in “Lemonade”, con brani riusciti come Hold Up, Don’t Hurt Yourself e 6 Inch (con The Weeknd) come highlights.

Beyoncé ha così composto il migliore album di una carriera già brillante: “Lemonade” è un esempio di come la musica possa diventare un’arma potentissima contro la discriminazione femminile e a favore della parità tra i sessi. Menzione particolare poi per lo spettacolare “visual album” che accompagna “Lemonade”: una collezione che raccoglie i video di ogni canzone contenuta nel CD.

In poche parole: una delle opere più ambiziose degli ultimi anni, che senza dubbio risuonerà anche in futuro come un capolavoro pop di altissimo livello, sia musicale che artistico (nel senso più ampio del termine).

73) Mitski, “Be The Cowboy” (2018)

(ROCK – POP)

Il quinto CD della cantante americana di origine giapponese Mitski Miyawaki (che nella sua carriera usa solo il proprio nome) è senza dubbio il suo lavoro più compiuto, un riuscito connubio di indie rock e ritmi più danzerecci, sulla falsariga degli ultimi lavori di St. Vincent, il riferimento senza dubbio di Mitski.

L’inizio è subito convincente: Geyser ha ritmi synthpop degni di Julia Holter e Grimes, mentre Why Didn’t You Stop Me? e A Pearl sono decisamente più somiglianti alle sonorità di “Puberty 2”, il disco che ha fatto conoscere Mitski al grande pubblico nel 2016. “Be The Cowboy” prosegue poi in maniera convincente fino al quattordicesimo e ultimo brano, la dolce Two Slow Dancers, per un totale di soli 32 minuti di durata: un LP compatto ma non tirato via, va detto, dato che ogni brano è perfettamente compiuto e funzionale all’economia del disco. Anche i più brevi, come Lonesome Love e Old Friend, che non raggiungono i due minuti, non mancano di fascino.

In conclusione, l’indie rock ha trovato un’altra convincente voce femminile: come già detto, l’influenza di Annie Clark è presente in molte parti di “Be The Cowboy”, nondimeno Mitski è capace di scrivere canzoni avvolgenti e mai banali, una qualità solo intravista nei suoi precedenti album.

72) Cloud Nothings, “Attack On Memory” (2012)

(PUNK – ROCK)

Il secondo album degli statunitensi Cloud Nothings, capitanati dall’indomito Dylan Baldi, è arrivato come un fulmine a ciel sereno nella scena indie d’Oltremanica. Prodotto dal leggendario Steve Albini (storico collaboratore dei Nirvana), “Attack On Memory” suona in effetti come un disco grunge: duro, con voce di Baldi in primo piano, liriche disperanti e batteria rutilante.

L’inizio è scioccante: No Future/No Past è tutt’oggi uno dei pezzi migliori del gruppo, con quella cavalcata finale che evoca il titolo dell’album. Ancora più spiazzante Wasted Days: oltre 8 minuti, con ampia sezione strumentale nella parte centrale e il testo forse più drammatico ma in cui è più facile riconoscersi: “I thought! I would! Be more! Than this!”, ripetuto come un mantra dalla voce straziata di Baldi. Il CD prosegue poi con pezzi più vicini al rock, come Stay Useless, che allentano la pressione nella seconda parte del lavoro.

“Attack On Memory” è l’inizio di una bella storia nel mondo punk-rock, proseguita poi con l’altrettanto potente “Here And Nowhere Else” (2014). I Cloud Nothings, però, non sono mai suonati così spontanei nella loro ancora giovane carriera. Ecco perché “Attack On Memory” mantiene un posto di prestigio fra i migliori album punk del decennio.

71) Real Estate, “Atlas” (2014)

(ROCK)

I Real Estate, giunti al terzo lavoro, raggiungono probabilmente il miglior risultato possibile per il loro dream pop, molto simile in “Atlas” agli Arctic Monkeys di “Suck It And See”, ma con quel tocco di Phoenix (sia nella voce di Martin Courtney che nelle melodie) che arricchisce ulteriormente il range di ritmi dell’album.

“Atlas” si contraddistingue per canzoni graziose e ben fatte (su tutte Had To Hear e Talking Backwards, senza dimenticare la strumentale April’s Song), ma nessuna delle tracce di “Atlas” è fuori fuoco. Un LP praticamente impeccabile, “Atlas” resterà sicuramente un caposaldo dell’indie negli anni a venire.

È un peccato che i Real Estate siano poi stati travolti dallo scandalo legato al loro chitarrista principale Matthew Mondanile (accusato di comportamenti inappropriati da varie donne e costretto a lasciare la band), tanto da non riuscire a replicare fino ad ora i brillanti risultati di “Days” (2011) e “Atlas”. Nulla però ci toglierà mai la possibilità di ascoltare un’altra volta un capolavoro come “Atlas”, tanto semplice quanto riuscito.

70) FKA twigs, “MAGDALENE” (2019)

(ELETTRONICA – R&B)

La figura di FKA twigs, nome d’arte della britannica Tahliah Debrett Barnett, è tra le più enigmatiche del panorama mondiale del pop e dell’elettronica più raffinata. Misteriosa sì, ma mainstream: fino a qualche mese fa la Barnett era impegnata in una storia con Robert Pattinson, il famoso attore di Twilight. Una storia che, una volta finita, ha lasciato strascichi nella psiche di Tahliah; a ciò aggiungiamo una delicata operazione effettuata per rimuovere dei fibroidi dal suo utero, superata solo recentemente. Insomma, nei quattro anni passati da “M3LL155X” purtroppo la vita non è stata facile per FKA twigs.

Musicalmente “MAGDALENE” è un sunto dell’estetica di FKA twigs, ma anche una crescita decisa verso lidi inesplorati: se prima si parlava di lei come di una meravigliosa vocalist e performer, tanto brava a ballare quanto a cantare, vogliosa di esplorare territori elettronici e R&B, adesso FKA twigs è una carta spendibile anche nell’art pop e nell’hip hop meno volgare e scontato, prova ne siano le collaborazioni recenti con Future e A$AP Rocky. Nessuna delle 9 tracce del CD è fuori posto, la durata è ragionevole (38 minuti) e FKA twigs è in forma smagliante: tutto è pronto per un trionfo. Fatto vero, testimoniato da un capolavoro come cellophane e da brani solidi come sad day e thousand eyes. Abbiamo in più, a supporto della Barnett, supporto nella produzione da parte di giganti come Skrillex e Nicolas Jaar, che aggiungono la loro esperienza in campo elettronico per creare textures imprevedibili.

FKA twigs era già un nome chiacchierato nella stampa specializzata, ma “MAGDALENE” alza il livello: Tahliah Debrett Barnett supera a pieni voti l’esame secondo album, creando canzoni sempre intricate ma mai fini a sé stesse, ricche di significato universale.

69) James Blake, “James Blake” (2011)

(ELETTRONICA)

Dopo una serie di EP cominciata nel 2009 con “Air & Lack Thereof” e proseguita con “The Bells Sketch EP”, “CMYK EP” e “Klavierwerke EP” (tutti del 2010), la pubblicazione dell’album d’esordio del cantautore inglese James Blake era attesissima.

Attesa ben ripagata dall’eponimo “James Blake”, uno degli album di musica elettronica (ma anche pop e R&B) più influenti della scorsa decade. Potremmo anzi dire che, assieme alla “Trilogy” di The Weeknd, questo disco abbia riscritto le regole dell’R&B alternativo e dell’elettronica più raffinata.

Basi derivanti dal garage di Burial sono infatti mescolate al pianoforte e ad una sensibilità pop che, nei suoi momenti migliori, rende le canzoni di “James Blake” sublimi. Basti sentire per la prima volta The Wilhelm Scream o le due Lindisfarne. Non tutto è perfetto, altrimenti il CD sarebbe facilmente entrato nella top 10 della decade, ma i risultati complessivi sono stupefacenti.

68) Aphex Twin, “Syro” (2014)

(ELETTRONICA)

Lo avevamo dato per spacciato: Aphex Twin sembrava oramai pronto per i libri di storia della musica, descritto come una delle voci più importanti del panorama della musica elettronica, fino però ai primi anni 2000. Invece, uno dei ritorni più graditi del 2014 è senza dubbio quello di Richard D. James, aka Aphex Twin, 13 anni dopo l’ultimo lavoro di studio “Drukqs”.

La qualità della produzione di Aphex è come sempre notevole: un’elettronica raffinata, a volte orecchiabile (come nella introduttiva minipops 67 [120.2]), altre volte più aggressiva (come nella lunga suite XMAS_EVET10 [120] o nella più breve 180 db_[130]). Il colpo da maestro arriva però con la conclusiva aisatsana [102], delicatissima e commovente: solo piano di James e uccellini di sottofondo, che creano un’atmosfera davvero affascinante. Una sensibilità così spiccata in RDJ ci era ignota: chapeau.

67) Sleater-Kinney, “No Cities To Love” (2015)

(PUNK – ROCK)

Le Sleater-Kinney sono state negli anni ’90 una delle band simbolo del movimento punk femminile americano (non a caso chiamato “riot grrl”), assieme alle Hole di Courtney Love. Dopo aver sfornato sei ottimi CD, nel 2006 si erano sciolte, dedicandosi a progetti solisti. Nove anni dopo, l’evento: la reunion. E i risultati sono ancora una volta ottimi.

Le tre ex ragazze rivoltose si scoprono più mature, ma i cavalli di battaglia sono sempre i soliti, dalla critica al capitalismo sfrenato, alla discriminazione verso il sesso femminile, alla lotta alla povertà. Il punk delle origini non si è diluito, anzi: in poco più di 30 minuti le Sleater-Kinney sfornano dieci potenziali hit punk-rock, nessuna delle quali sfigura. Spiccano Price Tag, la title-track e A New Wave, una delle tracce dell’anno.

Insomma, un trionfo: come testimoniano Blur e Sleater-Kinney (ma anche i My Bloody Valentine nel 2013), le reunion a volte riescono ad aggiungere capitoli interessanti a carriere già leggendarie.

66) Vampire Weekend, “Contra” (2010)

(ROCK – POP)

Il rischio dei secondi album di band talentuose ma fondamentalmente “conservatrici” è quello di tentare di ripetere il primo, riuscendoci solo a tratti. Questo è il caso di Strokes, Interpol, Bloc Party e Franz Ferdinand, per citarne alcuni celebri. Ma “Contra”, secondo CD dei Vampire Weekend, non compie questo errore: la band riesce ad ampliare notevolmente il proprio range sonoro, aprendo ad atmosfere alla Paul Simon.

Se infatti l’inizio ricalca l’indie scanzonato di “Vampire Weekend”, il bell’esordio del 2008, con brani veloci e ben fatti come Horchata, White Sky e Holiday, la parte centrale (per esempio con Run o Taxi Cub) ma soprattutto l’ultimo tratto dell’album aprono a sonorità nuove e potenzialmente di radicale cambiamento: basti ascoltare Giving Up The Gun o Diplomat’s Son, lunga addirittura 6 minuti.

In conclusione, i Vampire Weekend, anche se non sempre centrano il bersaglio, restavano ancora una band su cui puntare: possiamo dire una start up, ancora in divenire, ma con una prospettiva a 5 stelle, fatto confermato dal magnifico “Modern Vampires Of The City” (2013).

65) SOPHIE, “OIL OF EVERY PEARL’S UN-INSIDES” (2018)

(ELETTRONICA)

Il titolo dell’album di Sophie Xeon è, se possibile, ancora più misterioso della sua musica. In effetti, si tratta di una figura retorica chiamata “mondegreen”, che consiste nell’interpretare in maniera errata una frase, sostituendo alle vere parole altre che suonano molto simili. Infatti, il titolo “apparente” del CD non è il messaggio che l’artista vuole passare: “OIL OF EVERY PEARL’S UN-INSIDES” suona infatti come “I love every person’s insides”, che è già una frase più compiuta e, anzi, nasconde un fine profondo. Infatti, SOPHIE sta comunicando che dobbiamo tutti amare una persona per come è dentro, la sua apparenza esteriore (ad esempio, il suo sesso o le sue deformità fisiche) non dovrebbero contare. Basti questo verso, preso da Immaterial, come manifesto dell’intero LP: “I could be anything I want, anyhow, any place, anywhere. Any form, any shape, anyway, anything, anything I want”.

Non banale, come messaggio. SOPHIE del resto ha fatto della sua voce androgina un tratto caratteristico della sua produzione musicale, iniziata nel 2015 con “PRODUCT” e proseguita con questo “OIL OF EVERY PEARL’S UN-INSIDES”. La sua transessualità certamente gioca un ruolo cruciale: SOPHIE è infatti nata Samuel Long e solo con questo disco ha fatto conoscere al mondo la sua “transizione”. La sua musica è certamente inseribile nel filone dell’elettronica sperimentale, tuttavia le sue canzoni hanno una struttura che ricorda le canzoni pop, almeno nei momenti più accessibili (ad esempio la bella It’s Okay To Cry o Infatuation): non è un caso che sia chiamata “hyperpop”. Tuttavia, il tratto che distingue radicalmente Sophie Xeon dai suoi colleghi DJ è che, accanto a brani appunto pop o ambient, troviamo altre canzoni che ricordano lo Skrillex più sfacciato, per esempio Ponyboy e Faceshopping.

L’album si caratterizza dunque per una varietà stilistica estrema, che lo rende molto difficile, soprattutto ai primi ascolti, ma che nasconde delle perle davvero preziose. Ad esempio, la già menzionata It’s Okay To Cry è una delle migliori canzoni dell’anno, così come la eterea Pretending è un pezzo ambient che ricorda il miglior Brian Eno. Non vi sono pezzi davvero fuori asse, forse l’intermezzo Not Okay è imperfetto ma non intacca un CD davvero ottimo. Menzione finale per Whole New World / Pretend World, che chiude magistralmente il disco. La musica elettronica sembra aver trovato una nuova, grande promessa in SOPHIE.

64) Janelle Monáe, “The Electric Lady” (2013)

(R&B – POP)

Il secondo album della talentuosa Janelle Monáe è un altro trionfo. Dopo la sorpresa di “The ArchAndroid” (2010), Janelle non ha per nulla perso lo smalto in questo “The Electric Lady”, in cui torna la figura di Cindy Mayweather e si compongono la quarta e quinta suite dell’ambiziosa opera su questa androide umanizzata.

I temi portanti sono peraltro i medesimi del precedente lavoro: l’amore libero, la voglia di rimuovere quel malessere interno che tutti prima o poi abbiamo… Anche il concept è lo stesso, come già ricordato, supportato da ospiti magnifici come Prince, Miguel, Solange Knowles ed Erykah Badu.

La novità risiede nel semplice fatto di replicare i risultati strabilianti di “The ArchAndroid”, che per molti sarebbe stato un ostacolo troppo grande e una pressione intollerabile. Del resto, però, talenti cristallini e poliedrici come l’artista americana sono rarissimi, così come brani clamorosi come Q.U.E.E.N. ed Electric Lady.

63) Sky Ferreira, “Night Time, My Time” (2013)

(POP – ROCK)

L’esordio (di cui ancora non abbiamo un seguito) di Sky Ferreira è semplicemente un buon album? Sì e no. Senza dubbio le belle canzoni abbondano, da Boys a Nobody Asked Me (If I Was Okay), passando per Heavy Metal Heart e la conclusiva title track; tuttavia, l’impatto che ancora oggi lei e questo LP hanno sul mondo musicale sono immensi.

Sky era infatti apparentemente destinata a diventare una popstar: con all’attivo il brillante singolo Everything Is Embarrassing e l’EP “Ghost” (2012) che vantava la collaborazione di Cass McCombs e Dev Hynes (Blood Orange), tutto pareva apparecchiato per il grande botto. Invece Sky ha abbandonato la via facile, decidendo di rifugiarsi in un CD che affronta temi come l’odio per sé stessi e i problemi d’amore in maniera inusuale, con uno sguardo femminista che ancora oggi ha peso su figure come Charli XCX e le sorelle Haim, approcciando generi disparati come il synthpop, il grunge e il rock alternativo.

“Night Time, My Time” non ha un erede probabilmente anche per questo motivo: replicare un piccolo gioiello come questo lavoro e rischiare di rovinare un’eredità così pesante ha reso la Nostra più insicura e, dato il suo maniacale perfezionismo, “Masochism” non ha ancora visto la luce, diventando una sorta di Sacro Graal: da tutti ricercato ma da nessuno trovato.

62) The War On Drugs, “A Deeper Understanding” (2017)

(ROCK)

I The War On Drugs sono un orologio svizzero: sfornano un album ogni tre anni, evolvendo sempre il loro suono in maniera da non suonare mai troppo lontani dal passato, ma contemporaneamente freschi e intriganti. La musica del sestetto originario di Philadelphia è passata, infatti, dal rock classico à la Bruce Springsteen, ad accenni di Neil Young e Bob Dylan, arrivando in “A Deeper Understanding” alla psichedelia dei Tame Impala. Infatti, questo quarto CD della loro produzione ricorda da vicino “Lonerism”, capolavoro dei Tame Impala: le sonorità sono più elettroniche che in passato e i sintetizzatori si fanno sentire come non mai, prova ne siano Holding On e In Chains. Sono le due tracce iniziali, però, che conquistano: il rock epico di Up All Night e Pain è superbo e le due tracce sono senza dubbio tra le migliori dell’album.

I pezzi migliori dei 10 che compongono questo meraviglioso LP sono le due tracce iniziali, già citate in precedenza, vale a dire Up All Night e Pain; l’epica Strangest Thing; e Nothing To Find. L’unica lieve pecca è che il CD avrebbe reso al massimo con una canzone in meno: 66 minuti possono essere pesanti per alcuni. Ad esempio, la conclusiva You Don’t Have To Go (bel titolo, visto che parliamo dell’ultima canzone della tracklist), sarebbe potuta star fuori, ma pazienza: i risultati sono comunque ottimi.

Ricordiamo poi che non si tratta di un disco accessibile: le canzoni sono molto lunghe, spesso con durata superiore ai 6 minuti; il primo, monumentale, singolo, Thinking Of A Place, addirittura arriva agli 11 minuti! Insomma, ciò che poteva sembrare presunzione diventa carattere e fiducia assoluta nelle proprie capacità. Possiamo annoverare di diritto i The War On Drugs fra le migliori band rock del decennio, tanto che viene da chiedersi: avranno raggiunto il picco delle loro capacità oppure no? La fiducia nella vena creativa di Granduciel è grande, siamo sicuri che non la tradirà.

61) Grimes, “Art Angels” (2015)

(POP – ELETTRONICA)

Claire Boucher, la cantante canadese meglio conosciuta come Grimes, nel 2012 aveva stupito tutti con “Visions”, suo terzo lavoro di studio ma primo ad avere un certo successo, superbo CD che mescolava elettronica e pop in maniera davvero unica. In “Art Angels” Grimes torna alla stessa formula già sperimentata in “Visions”, con minore inventiva ma superiore confidenza nei propri mezzi.

I risultati sono ancora una volta ottimi: brani come la potente SCREAM, la title track e la ottima Venus Fly (a cui ha collaborato Janelle Monáe) sono concepibili solo da un genio della musica moderna come Grimes, molto maturata anche vocalmente. La perla del CD è però World Princess Part II, uno dei migliori pezzi pop dell’anno.

Album per certi versi folle, “Art Angels”, ma nondimeno accattivante e ben fatto: i pochi passi falsi (come California) sembrano confermare che la perfezione non è di questo mondo. Top 100 pienamente meritata per “Art Angels” e per Claire Boucher, una delle poche artiste per cui si possa dire: nessuno suona come lei.

60) Deerhunter, “Fading Frontier” (2015)

(ROCK)

I Deerhunter non sono mai stati apprezzati per le canzoni allegre o il clima gioioso dei loro album. Anzi, molto spesso valeva il contrario: a partire dal secondo lavoro di studio “Cryptograms”(2007) fino a “Monomania” (2013), la loro cifra stilistica era sempre stato un indie rock venato di ambient music e pop, aggressivo e con testi riguardanti temi scottanti come morte, sessualità, guerra…

“Fading Frontier” è perciò una gradita scoperta: un album che cresce ad ogni ascolto, accessibile e decisamente più commerciale rispetto ai citati lavori precedenti. Si ritorna dunque alle melodie dream pop di “Halcyon Digest” (2010), capolavoro del gruppo. Bradford Cox e Lockett Pundt, frontman e chitarrista dei Deerhunter, oltre che menti creative della band, danno sfogo alla loro vena più intimista e serena.

I testi d’altra parte non sono banali nemmeno in “Fading Frontier”: in Take Care “copiano” un titolo ai Beach House e a Drake, ma trattano di storie d’amore finite male; in All The Same narrano le disavventure di un uomo che perde moglie e figli, ma trasforma le proprie debolezze in forza per riemergere. Il brano migliore è però Breaker, primo pezzo con parte canora condivisa fra Cox e Pundt nella produzione dei Deerhunter, che riecheggia Beach House e Real Estate. Bella anche Living My Life, che sembra quasi ispirarsi a Bon Iver. Nessuno dei 9 piccoli gioielli che compongono questo LP può dirsi fuori posto: un altro tassello alla già ottima carriera dei Deerhunter è stato aggiunto.

59) Alt-J, “An Awesome Wave” (2012)

(ROCK)

Una band che agli esordi vince il Mercury Prize non è frequente, ma gli Alt-J di “An Awesome Wave” lo meritano: era da tempo che non si sentiva un disco così innovativo.

Gli Alt- J creano infatti una miscellanea sonora affascinante ed efficace: esclusi infatti la Intro iniziale e i due Interlude, il CD cattura l’attenzione dello spettatore creando un genere fatto di indie pop, rock leggero e una spruzzata di elettronica tremendamente bello nei suoi picchi creativi (Fitzpleasure, Breezeblocks e Something Good sono davvero magnifiche).

Anche nei momenti più intimisti “An Awesome Wave” non delude: sia Taro che Dissolve Me non sfigurano. In poche parole: uno dei migliori CD del 2012 e del decennio.

58) Wolf Alice, “My Love Is Cool” (2015)

(ROCK)

Al primo album di studio, gli inglesi Wolf Alice tirano fuori un album semplicemente splendido, che riesce a mescolare con grande abilità generi fra loro diversi (grunge, alternative rock e pop), grazie anche alle meravigliose voci di Ellie Rowsell e Joff Oddie, che un po’ giocano a fare gli xx e un po’ i My Bloody Valentine.

Non vi sono brani sbagliati o fuori posto: anzi, il terzetto iniziale (Turn To Dust, Bros e Your Loves Whore) è probabilmente il migliore del 2015. Altri pezzi non trascurabili sono Lisbon e la conclusiva The Wonderwhy, che ricordano gli Interpol di “Turn On The Bright Lights”; invece Giant Peach gioca a fare gli Strokes.

Non sarà il nuovo “Loveless” o “Kid A”, ma certamente “My Love Is Cool” resterà anche in futuro come uno dei migliori esordi degli anni ’10 del XXI secolo. Complimenti ai Wolf Alice.

57) Iceage, “You’re Nothing” (2013)

(PUNK)

Il secondo CD dei danesi Iceage è facilmente uno dei più begli album punk del decennio 2010-2019 e, allo stesso tempo, uno dei più feroci. Prendendo spunto dalle scene hardcore e punk del passato, gli Iceage (guidati dal bravo frontman Elias Bender Rønnenfelt) creano un grido punk lungo 28 minuti, una durata relativamente breve per un disco nella nostra epoca, ma lungo abbastanza da comunicare tutto il disagio giovanile presente nel gruppo.

In realtà già l’esordio “New Brigade” (2011) aveva lasciato intravedere la natura selvaggia degli Iceage, tanto che addirittura il loro “padrino” Iggy Pop aveva detto di esserne spaventato. La paura è in effetti quella che emana da “You’re Nothing”: già dal titolo i temi dominanti sono intuibili.

Attraverso canzoni devastanti come Ecstasy e Burning Hand Rønnenfelt e compagni creano un senso di claustrofobia che non se ne va se non alla fine del CD. “You’re Nothing” è forse troppo duro per molti, ma resta (e resterà probabilmente anche in futuro) uno dei migliori dischi punk della decade appena finita.

56) Angel Olsen, “My Woman” (2016)

(ROCK)

Il terzo album della statunitense Angel Olsen è la sua definitiva consacrazione: possiamo infatti eleggere la bella Angel tra le voci femminili più importanti del panorama pop-rock contemporaneo.

Se inizialmente la sua musica rappresentava un buon connubio di folk, country ed indie rock, con “My Woman” il suo range sonoro si amplia: sono evidenti le influenze di Beach House, Fiona Apple e Joanna Newsom. Allo stesso tempo, però, Olsen riesce ad aggiungere quel qualcosa in più che dà a “My Woman” un fascino tutto particolare: dal synth pop dell’iniziale Intern, passando per le lunghissime Sister (bellissimo pezzo indie) e Woman, fino ad arrivare alla conclusiva, intima Pops, la tonalità sempre cangiante della magnifica voce di Angel Olsen ci accompagna in un viaggio da cui è difficile uscire.

Il 2016 è stato l’anno in cui, con lei e Courtney Barnett, il rock femminile ha trovato due grandi interpreti. Fatto confermato, per quanto riguarda Olsen, dallo splendido “All Mirrors” del 2019, che ce ne ha fatto scoprire il lato più art pop.

55) Kurt Vile, “Wakin On A Pretty Daze” (2013)

(ROCK)

Il quinto album solista di Kurt Vile trova il Nostro al picco delle proprie capacità. “Wakin On A Pretty Daze” è il CD più accessibile della sua discografia, pieno di momenti davvero paradisiaci per gli amanti del rock vecchio stampo: i 9 minuti di Wakin On A Pretty Day sono clamorosi, così come l’epica chiusura di Goldtone. Nel mezzo abbiamo altre perle, da KV Crimes a Too Hard, che rendono il lavoro davvero imperdibile.

I semi di questo squisito LP erano già stati pianati nel precedente “Smoke Ring For My Halo” (2011), dove Kurt aveva abbandonato il lo-fi dei primi dischi da frontman dopo l’apprendistato nei The War On Drugs per far spazio a un rock infarcito di folk e psichedelia. È però in “Wakin On A Pretty Daze” che il suo stile rilassato ma mai prevedibile sboccia completamente.

Il CD è davvero un piacere, intaccato solamente dall’eccessiva lunghezza (oltre 69 minuti) che però non danneggia i momenti davvero memorabili di un lavoro caposaldo del rock classico ma anche psichedelico del decennio.

54) St. Vincent, “Strange Mercy” (2011)

(ROCK)

Annie Clark, in arte St. Vincent, è una delle artiste davvero fondamentali nel panorama pop-rock degli anni ’10. Il suo stile a metà fra ricercato e scanzonato, con un’estetica a tratti à la David Bowie, la rendono un personaggio che non passa mai inosservato; a ciò aggiungiamo canzoni spesso riuscite e il cocktail diventa esplosivo.

“Strange Mercy”, il terzo album a firma St. Vincent, è il lavoro per molti definitivo della cantante statunitense. Mescolando abilmente la sua voce ammaliante a schitarrate a tratti selvagge e testi mai scontati, la Clark condensa in poco più di 40 minuti molta della storia dell’indie rock.

Da Chloe In The Afternoon a Cruel, passando per Champagne Year e Surgeon, il CD è un trionfo, che denota finalmente tutto il talento del progetto St. Vincent, ulteriormente rifinito nel 2014 nell’eponimo “St. Vincent”.

53) Little Simz, “GREY Area” (2019)

(HIP HOP)

Se spesso i passati lavori di Little Simz erano ancora acerbi in termini di composizioni e tematiche trattate (basti pensare a “Stillness In Wonderland”, dove si ispirava ad “Alice nel paese delle meraviglie”), in “GREY Area” l’artista inglese è decisamente focalizzata sul produrre testi rilevanti per la nostra epoca sopra basi mai banali, che raccolgono elementi hip hop, soul e jazz. Non è un caso che Kendrick Lamar l’abbia elogiata e lei già vanti collaborazioni con Gorillaz e Little Dragon, fra gli altri.

L’iniziale Offence è un chiaro indizio di tutto questo: la base è a metà fra Pusha-T ed Earl Sweatshirt, Little Simz parla di Jay-Z e Shakespeare in maniera naturale e il brano è un immediato highlight. Altrove i beat rallentano: ad esempio Selfish e Wounds mescolano abilmente rap old school e jazz, con risultati che ricordano “To Pimp A Butterfly”. Invece Venom è durissima, anche musicalmente. In Therapy Simbi fa un’osservazione non scontata: “Sometimes we do not see the fuckery until we’re out of it”.

La cosa che stupisce forse di più è che il CD è perfettamente formato in ogni sua parte: non ci sono canzoni deboli, Little Simz è al top della forma ovunque ed evita di cadere nella tentazione di molti di sovraccaricare il disco solo per avere più streaming: “GREY Area” finisce infatti dopo 36 minuti e 10 canzoni, quasi un album punk!

In conclusione, qualsiasi album con canzoni del calibro di Offence e Venom sarebbe interessante da ascoltare. Little Simz tuttavia riesce a mantenere questa qualità lungo tutto il corso dell’album, creando con “GREY Area” uno dei migliori LP rap della decade.

52) Run The Jewels, “Run The Jewels 2” (2014)

(HIP HOP)

La seconda collaborazione fra i due rapper americani Killer Mike ed El-P è un trionfo per gli amanti del rap più duro. In un compatto formato da 11 brani e 39 minuti, i Run The Jewels confermano un’intesa incredibile e un’abilità vocale e di produttori notevoli, che rendono “Run The Jewels 2” il miglior CD ad oggi del duo.

Il lavoro è quasi nostalgico in certi tratti: la collaborazione con Zach De La Rocha (Rage Against The Machine) e i rimandi a Public Enemy e N.W.A. sono chiari e allo stesso tempo graditi, nondimeno i Run The Jewels non sono semplicemente dei tradizionalisti. Anzi, nel 2014 questo disco era davvero all’avanguardia: le sue denunce della violenza a sfondo razziale della polizia americana e la sfida lanciata agli haters sono temi tuttora attuali.

Soprattutto, a risaltare ancora oggi sono le canzoni: fin dall’apertura feroce di Jeopardy, passando per la durissima Close Your Eyes (And Count To Fuck) e Crown, “Run The Jewels 2” è un LP che non lascia spazio al filler e, a tratti, è quasi troppo da prendere tutto in una volta. Ciò non toglie valore ad un lavoro tanto duro quanto sincero: valori non scontati nel panorama musicale moderno, per certi versi troppo “smielato” specie nel mondo pop.

51) Darkside, “Psychic” (2013)

(ELETTRONICA – ROCK)

Il progetto Darkside, ossia il nickname della collaborazione fra Nicolas Jaar e il chitarrista/bassista Dave Harrington, ha scritto pagine molto importanti della musica degli anni ’10. Nel breve spazio di tre anni infatti il duo ha pubblicato l’EP di esordio “Darkside” (2010), remixato “Random Access Memories” dei Daft Punk (2013) e dato alla luce il loro per ora unico CD vero e proprio, il brillante “Psychic”.

Jaar è molto conosciuto e stimato per essere uno dei più innovativi artisti di musica elettronica, capace di spiccare sia come produttore, sia come compositore, che si parli di musica ambient, dance oppure sperimentale. Darkside è il lato più rock di Nicolas: i riferimenti a prog rock, funk e space rock (quindi agli anni ’70 e ’80 del XX secolo) sono numerosi, basti sentirsi l’epica Golden Arrow e The Only Shrine I’ve Seen. I pezzi riusciti però non terminano qui: le 8 perle di “Psychic” creano infatti un insieme coeso ma mai ripetitivo, anzi a volte quasi elitario nei riferimenti e nella complessità delle canzoni.

Melodie come la già citata Golden Arrow e Paper Trails rientrano di diritto fra le canzoni più belle della decade e rendono questo “Psychic” imprescindibile per gli amanti della musica ai confini fra rock ed elettronica. Dal canto suo Nicolas Jaar si conferma artista versatile e ormai pronto a spiccare il volo fra i maestri dell’elettronica.

Manca poco ormai per sapere chi è il CD più bello della decade 2010-2019 secondo A-Rock! State sintonizzati, domani il verdetto sarà espresso!

I migliori album del decennio 2010-2019 (200-101)

Ci siamo: la decade è ormai conclusa da alcuni mesi ed è giunta l’ora, per A-Rock, di stilare la classifica dei CD più belli e più influenti pubblicati fra 2010 e 2019. Un’impresa difficile, considerata la mole di dischi pubblicati ogni anno. Rock, hip hop, elettronica, pop… ogni genere ha avuto i suoi momenti di massimo splendore.

Partiamo con alcune regole: nessun artista è rappresentato da più di tre LP nella classifica. Nemmeno i più rappresentativi, da Kanye West a Kendrick Lamar agli Arctic Monkeys (tutti con tre CD all’attivo nella hit list). Questo per favorire varietà e rappresentatività: abbiamo quindi dato spazio anche a gruppi e artisti meno conosciuti come Mikal Cronin e Julia Holter, autori di lavori prestigiosi e meritevoli di un posto al sole. Non per questo abbiamo trascurato i giganti della decade: oltre ai tre citati prima, anche Drake e i Vampire Weekend hanno un buon numero di loro pubblicazioni in lista per esempio, senza trascurare i Deerhunter e Vince Staples.

Questo è stato senza ombra di dubbio il decennio della definitiva consacrazione dell’hip hop: ormai radio e servizi di streaming sono sempre più “ostaggio” del rap, più melodico (Drake) o più vicino alla trap (Migos, Travis Scott), per finire con il filone più sperimentale (Earl Sweatshirt). L’elettronica invece pareva destinata a conquistare tutti nei primi anni della decade, tuttavia poi l’EDM è passata di moda lasciando spazio all’hip hop. E il rock? Da genere dominante ora arranca nelle classifiche e nelle vendite, pare quasi destinato a persone mature… anche se poi ci sono gruppi come Arctic Monkeys e The 1975 che ancora esordiscono in alto nelle classifiche quando pubblicano un nuovo lavoro. A dimostrazione che chi merita davvero riesce a piacere a molti anche in tempi non propizi per il rock in generale. Folk e musica d’avanguardia continuano a non essere propriamente mainstream, ma hanno regalato pezzi unici di bella musica (dai Fleet Foxes all’ultimo Nick Cave, passando per King Krule) che hanno fatto spesso gridare al miracolo. Dal canto suo, invece, il pop ha continuato un’evoluzione lodevole verso tematiche non facili come la diversità, l’empowerment delle donne e l’accettarsi come si è, aiutato da artisti del calibro di Frank Ocean e Beyoncé. Chissà che poi il “future pop” di artisti come Charli XCX possa davvero essere la musica popolare del futuro! Vicino al pop è poi l’R&B, che ha vissuto momenti davvero eccitanti durante la decade 2010-2019 (basti pensare all’esordio fulminante di The Weeknd o alla delicatezza di Blood Orange) i quali ci fanno capire che i nuovi D’Angelo sono pronti a prendersi il palcoscenico (anche se poi il vero D’Angelo ha sbaragliato quasi tutti nel 2014 con “Black Messiah”).

Ma andiamo con ordine: i primi 100 nomi (ma 104 dischi, considerando il doppio album del 2019 dei Big Thief, la doppia release a nome Ty Segall del 2012 e la fondamentale trilogia di mixtape con cui The Weeknd si è fatto conoscere al mondo nel 2011) saranno solamente un elenco, senza descrizione se non l’anno di pubblicazione e il genere a cui sono riconducibili. Invece, per la successiva pubblicazione avremo descrizioni più o meno dettagliate delle scelte effettuate. Buona lettura!

200) Earl Sweatshirt, “I Don’t Like Shit, I Don’t Go Outside” (2015) (HIP HOP)

199) Floating Points, “Crush” (2019) (ELETTRONICA)

198) Drake, “If You’re Reading This It’s Too Late” (2015) (HIP HOP)

197) Spoon, “Hot Thoughts” (2017) (ROCK)

196) Big Thief, “U.F.O.F.” / “Two Hands” (2019) (ROCK – FOLK)

195) Father John Misty, “I Love You, Honeybear” (2015) (ROCK)

194) Mikal Cronin, “MCII” (2013) (ROCK)

193) Arctic Monkeys, “Suck It And See” (2011) (ROCK)

192) MGMT, “Congratulations” (2010) (ELETTRONICA – ROCK)

191) Jai Paul, “Jai Paul” (2013) (R&B – ELETTRONICA)

190) FKA Twigs, “LP 1” (2014) (R&B – ELETTRONICA)

189) Four Tet, “There Is Love In You” (2010) (ELETTRONICA)

188) Slowdive, “Slowdive” (2017) (ROCK)

187) Fever Ray, “Plunge” (2017) (ELETTRONICA)

186) The xx, “I See You” (2017) (ELETTRONICA – POP)

185) Perfume Genius, “No Shape” (2017) (POP – ELETTRONICA)

184) Noel Gallagher’s High Flying Birds, “Who Built The Moon?” (2017) (ROCK)

183) Julia Holter, “Have You In My Wilderness” (2015) (POP)

182) Let’s Eat Grandma, “I’m All Ears” (2018) (POP – ELETTRONICA)

181) Coldplay, “Everyday Life” (2019) (POP – ROCK)

180) The Black Keys, “El Camino” (2011) (ROCK)

179) (Sandy) Alex G, “House Of Sugar” (2019) (ROCK)

178) Vampire Weekend, “Father Of The Bride” (2019) (ROCK – POP)

177) The 1975, “I Like It When You Sleep, For You Are So Beautiful Yet So Unaware Of It” (2016) (ROCK – POP – ELETTRONICA)

176) The xx, “Coexist” (2012) (POP – ELETTRONICA)

175) Muse, “The 2nd Law” (2012) (ROCK)

174) Aldous Harding, “Designer” (2019) (FOLK)

173) The Antlers, “Burst Apart” (2011) (ROCK)

172) Arca, “Arca” (2017) (ELETTRONICA – SPERIMENTALE)

171) Hot Chip, “In Our Heads” (2012) (ELETTRONICA – ROCK)

170) Anderson .Paak, “Malibu” (2016) (HIP HOP – R&B)

169) Fiona Apple, “The Idler Wheel” (2012) (POP)

168) Mount Eerie, “Now Only” (2018) (FOLK – ROCK)

167) Justin Timberlake, “The 20/20 Experience” (2013) (R&B – ELETTRONICA)

166) St. Vincent, “MASSEDUCTION” (2017) (POP)

165) Troye Sivan, “Bloom” (2018) (POP)

164) Algiers, “The Underside Of Power” (2017) (PUNK)

163) These New Puritans, “Hidden” (2010) (ROCK – PUNK – ELETTRONICA)

162) Suede, “Bloodsports” (2013) (ROCK)

161) Arctic Monkeys, “Tranquility Base Hotel & Casino” (2018) (ROCK – POP)

160) Björk, “Vulnicura” (2015) (POP – ELETTRONICA – SPERIMENTALE)

159) Jack White, “Blunderbuss” (2012) (ROCK)

158) The Walkmen, “Lisbon” (2010) (ROCK)

157) PJ Harvey, “Let England Shake” (2011) (ROCK)

156) Ariel Pink’s Haunted Graffiti, “Before Today” (2010) (ROCK – SPERIMENTALE)

155) Nick Cave & The Bad Seeds, “Ghosteen” (2019) (SPERIMENTALE – ROCK)

154) The Voidz, “Virtue” (2018) (ROCK)

153) Broken Social Scene, “Forgiveness Rock Record” (2010) (ROCK)

152) Jamila Woods, “LEGACY! LEGACY!” (2019) (R&B – SOUL)

151) Foals, “Total Life Forever” (2010) (ROCK)

150) Neon Indian, “VEGA INTL. Night School” (2015) (ELETTRONICA)

149) King Gizzard & The Lizard Wizard, “Polygondwanaland” (2017) (ROCK)

148) Moses Sumney, “Aromanticism” (2017) (R&B – SOUL)

147) James Blake, “Overgrown” (2013) (ELETTRONICA – POP)

146) Preoccupations, “Viet Cong” (2015) (PUNK)

145) D’Angelo, “Black Messiah” (2014) (SOUL – R&B)

144) Dirty Projectors, “Swing Lo Magellan” (2012) (ROCK)

143) Freddie Gibbs & Madlib, “Bandana” (2019) (HIP HOP)

142) Tyler, The Creator, “IGOR” (2019) (HIP HOP)

141) Vince Staples, “Big Fish Theory” (2015) (HIP HOP)

140) Young Fathers, “Cocoa Sugar” (2018) (HIP HOP)

139) Parquet Courts, “Sunbathing Animal” (2014) (ROCK)

138) Jon Hopkins, “Singularity” (2018) (ELETTRONICA)

137) Fleet Foxes, “Helplessness Blues” (2011) (FOLK)

136) Ty Segall, “Slaughterhouse” / “Hair” (2012) (ROCK)

135) Titus Andronicus, “The Monitor” (2010) (ROCK)

134) Blur, “The Magic Whip” (2015) (ROCK)

133) Kanye West, “Yeezus” (2013) (HIP HOP)

132) Drake, “Take Care” (2011) (HIP HOP)

131) Thundercat, “Drunk” (2017) (ROCK – JAZZ – SOUL)

130) Caribou, “Swim” (2010) (ELETTRONICA)

129) Parquet Courts, “Wide Awake!” (2018) (ROCK)

128) LCD Soundsystem, “This Is Happening” (2010) (ELETTRONICA – ROCK)

127) Mac DeMarco, “2” (2012) (ROCK)

126) Ty Segall, “Manipulator” (2014) (ROCK)

125) Chromatics, “Kill For Love” (2012) (ELETTRONICA – ROCK)

124) Jon Hopkins, “Immunity” (2013) (ELETTRONICA)

123) Spoon, “They Want My Soul” (2014) (ROCK)

122) Damon Albarn, “Everyday Robots” (2014) (POP)

121) Panda Bear, “Panda Bear Meets The Grim Reaper” (2015) (ELETTRONICA)

120) Leonard Cohen, “You Want It Darker” (2016) (SOUL – FOLK)

119) Flying Lotus, “Until The Quiet Comes” (2012) (ELETTRONICA)

118) Shabazz Palaces, “Black Up” (2011) (HIP HOP)

117) Fontaines D.C., “Dogrel” (2019) (PUNK – ROCK)

116) Arcade Fire, “Reflektor” (2013) (ROCK – ELETTRONICA)

115) Lotus Plaza, “Spooky Action At A Distance” (2012) (ROCK)

114) Hamilton Leithauser + Rostam, “I Had A Dream That You Were Mine” (2016) (POP)

113) Blood Orange, “Freetown Sound” (2016) (R&B – SOUL)

112) Denzel Curry, “TA13OO” (2018) (HIP HOP)

111) Dave, “Psychodrama” (2019) (HIP HOP)

110) Flying Lotus, “You’re Dead!” (2014) (ELETTRONICA)

109) Gorillaz, “Plastic Beach” (2010) (ELETTRONICA – HIP HOP)

108) Leonard Cohen, “Popular Problems” (2014) (FOLK)

107) Danny Brown, “Old” (2013) (HIP HOP)

106) Cloud Nothings, “Here And Nowhere Else” (2014) (PUNK – ROCK)

105) Chance The Rapper, “Acid Rap” (2013) (HIP HOP)

104) Father John Misty, “Pure Comedy” (2017) (ROCK)

103) Nicolas Jaar, “Sirens” (2016) (ELETTRONICA)

102) Grimes, “Visions” (2012) (POP – ELETTRONICA)

101) The Weeknd, “House Of Balloons” / “Thursday” / “Echoes Of Silence” (2011) (R&B – ELETTRONICA)

Recap: gennaio 2019

È già tempo di recap ad A-Rock. Gennaio è stato un mese molto interessante per la musica, caratterizzato dai nuovi lavori di artisti del calibro di Deerhunter, James Blake, Sharon Van Etten e Charlotte Gainsbourg.

Deerhunter, “Why Hasn’t Everything Already Disappeared?”

deerhunter

Giunti ad un punto ormai dove molte band loro coetanee si sono già sciolte (i Walkmen, ad esempio) oppure vivacchiano con tentativi di reinventarsi più o meno riusciti (si vedano Bloc Party e Strokes), i Deerhunter si sono guadagnati un posto apprezzabile nel pantheon delle band indie rock. Sempre pronti a esplorare nuovi territori, capitanati dall’indomito Bradford Cox, i Deerhunter hanno saputo entrare nel cuore dei fans grazie a lavori superlativi come “Microcastle” (2008) ed “Halcyon Digest” (2010).

Il precedente lavoro “Fading Frontier” del 2015 aveva fatto intravedere il lato più dream pop del gruppo. Parlando della “nuova vita” capitatagli dopo il terribile incidente d’auto dell’anno prima che lo aveva quasi ucciso, Cox aveva trovato anche il modo di affrontare temi a lui molto cari: la discriminazione per le persone omosessuali, la solitudine… il tutto però con melodie più dolci del 95% delle canzoni precedenti dei Deerhunter.

Il nuovo lavoro “Why Hasn’t Everything Already Disappeared?” prosegue sulla falsariga tracciata da “Fading Frontier”, approfondendo il lato psichedelico dei Deerhunter. Ciò è evidente in brani come la strumentale Greenpoint Gothic e Tarnung. I pezzi più riusciti sono, però, quelli più accostabili ai capolavori del gruppo, in cui l’abilità strumentale dei membri dei Deerhunter può venire allo scoperto: il primo singolo Death In Midsummer è ottimo, così come No One’s Sleeping, con bellissima coda strumentale capitanata dal chitarrista Lockett Pundt. Degna di nota anche What Happens To People?. L’unica traccia davvero debole è la confusa Détournement, ma i risultati restano complessivamente buoni.

Liricamente, Cox ritorna su sentieri già percorsi, ma mai in maniera banale: in Death In Midsummer riprende il tema della morte, questa volta degli amici, cantando “They were in hills, they were in factories. They are in graves now”. Il pessimismo ritorna in What Happens To People?: “What happens to people? They quit holding on. What happens to people? Their dreams turn to dark”. Ma è in Détournement che abbiamo la lirica più drammatica: “Your struggles won’t be long and there will be no sorrow on the other side.”

In conclusione, abbiamo già un pretendente alla lista dei migliori 50 album del 2019: i Deerhunter si confermano band affidabile in termini di qualità compositiva, con una discografia davvero eccellente e varia. Complimenti, Bradford & co.

Voto finale: 8.

Sharon Van Etten, “Remind Me Tomorrow”

sharon van etten

Il quinto album non autoprodotto dell’artista americana Sharon Van Etten è una reinvenzione artistica di alto livello: alzando il volume dei sintetizzatori, Sharon compie una svolta simile a quella dei Tame Impala ai tempi di “Currents”, con ottimi risultati.

La Van Etten era assente dalla scena musicale da 4 anni: al 2015 risale infatti l’EP “I Don’t Want To Let You Down”. Tuttavia, questi non erano stati anni di letargo per lei: nel 2017 aveva fatto una comparsata in Twin Peaks, la serie cult di David Lynch. Inoltre, è diventata mamma e ha finalmente trovato una relazione stabile, riuscendo a dimenticare quella vissuta in gioventù che aveva formato molti dei riferimenti dei suoi CD precedenti, fatta di abusi e continue umiliazioni.

Il disco si apre con la lenta ballad I Told You Everything, un inizio non trascendentale ma che prepara bene il terreno per il bellissimo secondo brano, No One’s Easy To Love, uno degli highlight di “Remind Me Tomorrow”. Comeback Kid ricorda da vicino le ultime incarnazioni di Annie Clark, mentre Jupiter 4 è una dolce nenia che alla lunga conquista. Molto interessante You Shadow, meno Malibu. La chiusura dell’album è epica: Hands è potente al punto giusto, Stay invece è una ballata che ricorda la vecchia Sharon.

Dal punto di vista testuale, “Remind Me Tomorrow” sembra ripartire da dove ci eravamo lasciati con “Are We There” (2014): I Told You Everything infatti inizia con “You said, ‘Holy shit, you almost died’”, riferendosi probabilmente al fidanzato violento cui avevamo già accennato. Altrove, però, il tono di Sharon è più minaccioso: “You’ll run” urla in Memorial Day. La Van Etten, tuttavia, non ha certezze di come il tutto finirà: “I don’t know how it ends” canta in Stay, una sensazione che purtroppo tutti proviamo di fronte all’amore.

In generale, il forte cambiamento impresso da Sharon al suo iconico stile, che aveva ispirato artiste come Phoebe Bridgers e Julien Baker, rappresenta un beneficio per lei dal punto di vista artistico. Avere una maggiore versatilità è sempre fondamentale per garantirsi una lunga e prolifica carriera; se poi la qualità resta così alta, non possiamo che esserne felici.

Voto finale: 8.

James Blake, “Assume Form”

james blake

Il quarto CD del talentuoso produttore e musicista inglese James Blake è un deciso cambio di direzione. Mentre infatti agli esordi James si distingueva per un’elettronica d’avanguardia, mescolata abilmente con R&B e pop da camera, “Assume Form” vira decisamente verso il lato più pop della sua palette sonora. Vantando collaborazioni del calibro di Travis Scott e Moses Sumney, fra le varie presenti nel disco, James Blake è quindi diventato un cantautore vero e proprio, con forti influenze R&B e hip hop (!).

La title track, che apre l’album, in realtà richiama più le atmosfere di “Overgrown” (2013): pianoforte in primo piano, atmosfere raffinate e produzione impeccabile. La prima vera sorpresa arriva con Mile High, ottimo pezzo che vanta i featuring di Scott e Metro Boomin: sembra quasi di sentire un pezzo trap ma con sonorità decisamente più eteree e meno tamarre. Insomma, un possibile filone di un hip hop per un pubblico più raffinato. Buona anche la seguente Tell Them, con Metro Boomin di nuovo coinvolto, stavolta insieme all’astro nascente dell’R&B Moses Sumney. “Assume Form” non a caso è il primo LP a firma James Blake dove le collaborazioni sono numerose: oltre ai già menzionati Scott, Sumney e Metro Boomin abbiamo anche la promettente Rosalia e André 3000 (ex Outkast).

Accanto alla forte influenza della musica black, ritorna il James più malinconico, che pervadeva i precedenti dischi, soprattutto “The Colour In Anything” (2016): la chiusura Lullaby For My Insomniac ricorda quasi un brano gospel mescolato con Meet You In The Maze o Measurements, mentre Are You In Love? è una ballata molto romantica, così come Don’t Miss It. Non convince appieno Into The Red, mentre la spagnoleggiante Barefoot In The Park è un esperimento stranamente affascinante. Buona Power On, che come il titolo annuncia dà un po’ di energia ad un finale altrimenti troppo monocorde.

Una grande novità risiede anche nella parte testuale di “Assume Form”: Blake è finalmente pronto a condividere molti più dettagli della sua vita personale, tanto che già nella title track dichiara: “I will be touchable, I will be reachable”, lasciando da parte finalmente quell’alterità rispetto al mondo circostante che spesso pervadeva i suoi passati lavori. Anche se a volte anche lui capisce che essere al centro dell’attenzione può essere pesante (“Everything is about me, I am the most important thing” canta in Don’t Miss It), l’abbandono della timidezza è un fatto positivo e ci fa intravedere il lato più intimo del cantante inglese.

In conclusione, “Assume Form” non è decisamente il miglior LP della discografia di James Blake, tuttavia apre nuove interessanti prospettive per l’ancora giovane cantante britannico. Se in futuro ritornerà l’innovatore che è stato finora, potremo star certi che la sua carriera potrà brillare ancora per molti anni.

Voto finale: 7,5.

Charlotte Gainsbourg, “Take 2”

take 2

La cantante e attrice francese Charlotte Gainsbourg, figlia del grande Serge e di Jane Birkin, era tornata nel 2017 dopo ben otto anni di assenza dalla scena musicale. “Rest” era dedicato alla sorellastra Kate, suicidatasi nel 2013 buttandosi da un balcone. Lo shock aveva spinto Charlotte a cantare tutti i bei momenti passati con lei, creando un CD pop ma allo stesso tempo denso di contenuti non facili.

“Take 2” è quindi uno stretto compagno di “Rest”: le sonorità dei tre inediti sono vicine a quelle del disco vero e proprio, mentre le due versioni live (una cover di Runaway di Kanye West e Deadly Valentine) fanno capire quanto efficace sappia essere la Gainsbourg anche su un palco.

L’EP si apre con Such A Remarkable Day, un semplice brano french pop molto adatto ad esaltare le abilità canore e interpretative di Charlotte; Bombs Away è invece un brano più electropop, il meno riuscito del lotto. Lost Lenore sarebbe invece stata benissimo in “Rest”, essendo pomposa ma evocativa al punto giusto.

Runaway è il pezzo migliore del breve lavoro: la Gainsbourg reinterpreta la stupenda canzone di Kanye in maniera decisamente più intimista, con risultati davvero ottimi. Infine, Deadly Valentine si conferma uno dei pezzi più belli di “Rest”.

In conclusione, “Take 2” è un EP immancabile per gli amanti dell’artista francese, che si conferma degna erede di Serge Gainsbourg e Jane Birkin.

Voto finale: 7,5.

Gli album più attesi del 2019

Il nuovo anno è appena cominciato, ma ad A-Rock è già tempo di analizzare i nuovi CD in uscita. In particolare, volgiamo la nostra attenzione ai dischi più attesi del 2019, un anno che promette di chiudere più che degnamente la decade.

Se negli anni scorsi avevamo menzionato come attesissimi i nuovi dischi di Liam Gallagher (2017) e Arctic Monkeys (2018), quest’anno noi amanti del rock abbiamo due band attese al varco: Vampire Weekend e Tame Impala. Partiamo dagli statunitensi: Ezra Koenig e compagni ci avevano illuso che il seguito del bellissimo “Modern Vampires Of The City” (2013) sarebbe arrivato l’anno scorso, ma hanno poi dichiarato che uscirà in primavera. Beh, dopo sei anni, l’attesa è spasmodica. Lo stesso vale per i Tame Impala: a quattro anni dallo squisito “Currents” gli assi della neo-psichedelia ci sorprenderanno ancora?

Abbiamo peraltro già delle date per degli artisti molto stimati da pubblico e critica: i Deerhunter hanno annunciato che il loro nuovo lavoro, “Why Everything Hasn’t Already Disappeared?”, uscirà il 18 gennaio, mentre “Dolphin”, nuovo CD di Noah Lennox aka Panda Bear, uscirà l’8 febbraio. Infine, i Weezer dovrebbero uscire con il famigerato “black album” il 1° marzo.

Restando nel rock, i Raconteurs, la creatura di Jack White in letargo dal 2008, hanno dichiarato che un loro nuovo lavoro uscirà nel 2019. Un gradito ritorno, soprattutto per Jack White, che nel 2018 con “Boarding House Reach” ha toccato il punto più sperimentale (per alcuni il più scadente) della sua discografia. Vedremo se tornerà sui più consueti terreni garage rock o se vorrà riprovare a stupire i suoi fans. A maggio dovrebbe uscire il seguito di “A Brief Inquiry Into Online Relationships”, il fantastico terzo LP dei The 1975. La band inglese ha più volte detto che desidera dare un seguito al CD nel 2019: il titolo provvisorio è “Notes On A Conditional Form”, ipotizzare la direzione del lavoro è però un terno al lotto, data la grande versatilità dimostrata da Matt Healy & co. negli anni. Thom Yorke dei Radiohead ha annunciato il seguito della colonna sonora del nuovo “Suspiria”, ma in forma di LP vero e proprio: avremo le stesse atmosfere spaventose? Sembra infine che i Coldplay potrebbero dare un seguito a “A Head Full Of Dreams” (2015). La svolta pop sarà definitivamente compiuta?

Passando al mondo dell’hip hop, il 2019 si preannuncia infuocato: l’ormai mitico “Yandhi” di Kanye West, originariamente in calendario per il 21 novembre 2018, potrebbe uscire da un giorno all’altro… tutto dipende dalle lune di Kanye, come ben sappiamo. Dopo lo zoppicante “Ye”, ci aspettiamo qualcosa in linea con la sua fama di artista visionario. Stesso discorso per Drake: dopo il deludente “Scorpion”, grande successo di pubblico ma indigesto ai critici, il 2019 per lui sarà decisivo. Abbiamo poi Danny Brown, uno dei rapper più arditi del panorama musicale odierno: il seguito di “Atrocity Exhibition” (2016) sarà all’altezza di una discografia così ambiziosa?

Nel mondo pop sono due le “reginette” attese alla definitiva consacrazione: Lana Del Rey e Sky Ferreira. La prima, di cui già sappiamo il titolo del nuovo disco (“Norman Fucking Rockwell”) e la sua data di uscita (29 marzo), saprà dare un degno seguito all’ambizioso “Lust For Life” del 2017? Per quanto riguarda Sky, il discorso è più articolato: di lei si erano perse le tracce dopo il bel “Night Time, My Time” del 2013. Sarà il 2019 l’anno buono per il suo erede? Lo vedremo, il titolo “Masochism” sembra prefigurare un LP piuttosto tormentato. Da segnalare poi il probabile nuovo disco di Lady Gaga, probabilmente più affine come sonorità ai primi lavori della diva che agli ultimi, che erano parsi più intimisti anche come sonorità. Come scordarsi poi di Rihanna? RiRi ha più volte anticipato che il suo nuovo lavoro avrà forti influenze dancehall, rifacendosi quindi ai suoi primi CD. Vedremo se manterrà la parola. Infine, Adele pare avere in rampa di lancio un nuovo disco dopo il clamoroso successo di “25” del 2015.

Analizziamo infine il variegato mondo dell’elettronica: il 2019 pare destinato a vedere i ritorni sulla scena musicale di molti artisti stimati da critica e pubblico. Primo fra tutti Flying Lotus: il talentuoso produttore non pubblica un CD da “You’re Dead!” (2014), l’attesa comincia ad essere prolungata. Altra figura molto rilevante attesa al varco è Grimes: la cantante canadese ha finalmente pronto il seguito all’ottimo “Art Angels” (2015), vedremo se la sua progressione artistica e di pubblico proseguirà. Anche il britannico James Blake pare aver finalmente pronto il seguito del complesso ma affascinante “The Colour In Anything” (2016). Infine, Anthony Gonzalez, mente degli M83, dovrà riscattare un lavoro opaco come “Junk”: ripetere i fasti di “Hurry Up, We’re Dreaming” è difficile, ma il talento non gli manca.

Abbiamo infine alcuni artisti che non pubblicano qualcosa da molti anni, ragion per cui preannunciare un loro ritorno è sempre complicato. Prendiamo i My Bloody Valentine: Kevin Shields aveva detto che un CD sarebbe uscito nel 2018, ma la deadline è stata infranta… vedremo se il 2019 ci porterà in dote il seguito di “m b v” (2013). Stesso discorso per i Chromatics: l’erede di “Kill For Love” vedrà mai la luce? Il 2019 potrebbe essere l’anno fatidico.

Il nuovo anno si preannuncia quindi un anno molto caldo musicalmente parlando: vedremo se gli artisti qui menzionati (e quelli che ancora non hanno annunciato nulla) confermeranno le nostre aspettative, le deluderanno oppure le supereranno. Di certo, non sarà un anno privo di emozioni!

I 50 migliori album del 2016 (25-1)

Eccoci arrivati alla seconda (e ultima) parte della nostra classifica dei 50 migliori album del 2016. Nella prima sezione avevamo grandi nomi, come Green Day, Last Shadow Puppets e Rihanna: cosa conterrà la parte più alta della lista? Buona lettura.

25) Sturgill Simpson, “A Sailor’s Guide To Earth”

(COUNTRY)

Può il country regalare emozioni al di fuori degli Stati Uniti? Sì, se il cantante riesce a veicolare messaggi universali con orchestrazioni non banali, rimostranza che ci sentiamo di fare a molti musicisti country più “tradizionali”. Ebbene, Sturgill Simpson riesce a fare suo questo insegnamento nel suo terzo LP “A Sailor’s Guide To Earth”: colpiscono soprattutto l’uso di strumenti inusuali per il genere, come trombe e sassofono, oltre ai frequenti cambi di ritmo presenti nelle 9 canzoni che compongono l’album. Tra di esse ricordiamo in particolare Welcome To Earth (Pollywog), Breakers Roar e la conclusiva Call To Arms. Meno riuscita la ballata Oh Sarah, ma i risultati complessivi sono comunque davvero lodevoli.

24) Cat’s Eyes, “Treasury House”

(POP)

I Cat’s Eyes sono un duo, formato dal cantante degli Horrors Faris Badwan e dalla soprana italo-canadese Rachel Zeffira. Il contrasto fra la voce profonda di Faris e quella fragile di Rachel aveva già segnato il trionfo dell’esordio della band, l’omonimo “Cat’s Eyes” del 2011. Lo stile si distanzia molto da quello caratteristico degli Horrors: addio rock alternativo e sperimentalismo, dentro un pop da camera raffinato e suadente. Sembra quindi che Badwan, dopo il pregevole “Luminous” (2014), abbia voluto di nuovo dare sfogo al suo lato più romantico; e i risultati sono di nuovo eccellenti. Le 11 canzoni che compongono il CD sono tutte ben prodotte e curate, perfette per trascorrere 35 minuti di calma e serenità. Spiccano in particolare la title track, Chameleon Queen e la bellissima Names Of The Mountains, che ricorda gli xx. Riuscita anche Standoff, la melodia più elettronica presente nell’album. Invece Be Careful Where You Park Your Car ricorda addirittura i White Stripes, anche nel titolo. Insomma, un piccolo gioiello da parte di due fra i più talentuosi musicisti della loro generazione.

23) PJ Harvey, “The Hope Six Demolition Project”

(ROCK)

La veterana dell’alternative rock britannico PJ Harvey è ormai giunta al nono album di inediti, ma non dà alcun segno di cedimento: l’ispirazione continua ad essere ottima e la voglia di commentare le scelte politiche occidentali non è venuta meno. “The Hope Six Demolition Project” non raggiunge le vette del precedente CD “Let England Shake”, ma è un altro tassello di una carriera davvero notevole. L’inizio è particolarmente efficace: The Community Of Hope e The Ministry Of Defence sono potenti ballate rock, con testi che descrivono efficacemente le periferie americane e gli errori compiuti dall’Occidente nelle guerre degli anni passati. Abbiamo altri pezzi squisiti come River Anacostia e la conclusiva Dollar, Dollar; peccato per pezzi deboli come The Ministry Of Social Affairs, troppo prolissa, e The Orange Monkey. Ma il voto finale non può che essere positivo, così come lusinghiera è la posizione in questa lista dei migliori album del 2016.

22) Danny Brown, “Atrocity Exhibition”

(HIP HOP)

Il quarto album di Danny Brown segue gli acclamati “XXX” (2011) e “Old” (2013), che dopo l’esordio “The Hybrid” (2010) hanno segnato una crescita vertiginosa nella qualità delle canzoni e nella popolarità del giovane rapper statunitense. Malgrado questo crescente successo, Brown nelle sue canzoni tratta sempre temi complessi e legati alla sua personale esperienza: suicidio, redenzione… “Atrocity Exhibition” (titolo preso da una canzone dei Joy Division) non fa eccezione: abbiamo ritmiche spesso opprimenti e non orecchiabili, a testimonianza che lo sperimentalismo di Brown non è venuto meno. In generale, nelle 15 canzoni che compongono il CD impressiona soprattutto la parte iniziale; abbiamo brani generalmente veloci, che rendono i 48 minuti dell’album frammentati e non semplici. La pazienza richiesta per entrare in “Atrocity Exhibition” viene però ripagata: un LP rap così efficace e ardito non è per nulla comune. I pezzi migliori sono Tell Me What I Don’t Know, la potentissima Really Doe (con la collaborazione nientepopodimeno che di Kendrick Lamar, Earl Sweatshirt e Ab-Soul) e l’ossessiva When It Rain. La dolce Get Hi sembra preannunciare una svolta nella produzione del rapper americano: sarà mantenuta? Infine, sono da sottolineare le numerose influenze nei suoni presenti nelle basi: Joy Division, Talking Heads, New Order… I rimandi sono molteplici e sempre centrati. Insomma, sembra proprio che la “trilogia” iniziata con “XXX” si concluda con questo “Atrocity Exhibition”: non era semplice mantenere un livello così alto per tre CD consecutivi e rendere gradevole una voce particolare come quella di Brown. Missione compiuta.

21) James Blake, “The Colour In Anything”

(ELETTRONICA – POP)

James Blake ha voluto strafare: 17 canzoni per “The Colour In Anything”, suo terzo album dopo l’eponimo esordio (2011) e “Overgrown” (2013). Durata superiore ai 70 minuti, cura dei minimi dettagli di voci e orchestrazione: ecco le principali caratteristiche del CD. Il risultato, a ben pensarci, poteva essere anche migliore: alcuni pezzi sono leggermente sotto la media (per esempio la title track e la conclusiva Meet You In The Maze). In generale, infatti, Blake non è mai stato così ispirato: pezzi come Radio Silence, Timeless, Always e la strana Points sono belli come i migliori pezzi mai scritti dal giovane cantautore inglese. La voce poi è sempre ottima, così come l’intreccio fra post-dubstep, pop ed elettronica soft. Insomma, davvero un peccato: “The Colour In Anything” poteva essere il capolavoro di una carriera già pregevole, invece l’eccessiva lunghezza e le troppe canzoni rischiano di compromettere il risultato finale. Niente di cui disperarsi però: il percorso è quello giusto. Se James non vorrà strafare anche la prossima volta, ne sentiremo delle belle.

20) The 1975, “I Like It When You Sleep, For You Are So Beautiful Yet So Unaware Of It”

(ROCK – POP – ELETTRONICA)

Il gruppo inglese The 1975, capitanato dal vulcanico Matt Healy, scatena reazioni molto diverse nel pubblico: o lo si ama o lo si odia. Il loro secondo album, già dal titolo, è destinato a rinfocolare questa diatriba: troppo lungo, oppure dimostra una volta di più la grande ambizione e sicurezza nei propri mezzi della band? E ancora: le 17 canzoni, con 4 ambient à la Brian Eno, non saranno troppe (senza contare i 73 minuti di durata)? Beh, diciamo che entrambe le parti hanno delle ragioni e dei torti: è vero, troppo spesso l’album eccede in gigioneria o brani fin troppo simili fra loro, ma vale anche il fatto che un CD così divertente e imprevedibile erano anni che non lo sentivamo. Inoltre, sarà pur vero che la band britannica musicalmente non inventa nulla, con chiarissimi riferimenti a Police, Tears For Fears, My Bloody Valentine e M83 presenti qua e là; tuttavia, un revival così efficace degli anni ’80 non è facile da produrre. Ma quindi, in conclusione, qualcuno si starà chiedendo: ma da che parte stai? La mia personale opinione è che un gruppo capace di passare da un esordio zoppicante (con Phoenix e Strokes come riferimenti) a un LP variegato come questo “I Like It When You Sleep, For You Are So Beautiful Yet So Unaware Of It” (e pezzi bellissimi come A Change Of Heart, She’s American, Loving Someone e The Ballad Of Me And My Brain) ha un talento fuori dal comune. Se i quattro ragazzi metteranno a freno la loro smodata ambizione, potrebbe davvero essere che la “Next Big Thing” della musica inglese siano loro.

19) Nicolas Jaar, “Sirens”

(ELETTRONICA)

Nicolas Jaar, giovane speranza della scena elettronica, cerca di trasmettere messaggi universali mediante un CD di musica elettronica. “Sirens” è solamente il secondo disco vero e proprio della sua carriera: nel precedente “Space Is Only Noise” (2011) aveva fatto gridare al miracolo per la sua naturale capacità di mescolare ambient e dance, in un raffinato mix di brani eterei e altri più carichi. Nel nuovo lavoro, Jaar non cambia una formula che si era rivelata vincente, limitandosi ad affinarla; le novità più gustose risiedono nei testi delle sei canzoni che compongono “Sirens”. Già nella prima canzone in scaletta, la misteriosa Killing Time, Jaar inizia subito a farci capire come la pensa riguardo all’economia: “money, it seems, needs its working class”. Abbiamo poi la potente The Governor, dove le origini cilene del nostro vengono prepotentemente alla luce: i richiami alla feroce dittatura di Pinochet sono forti nei versi “we’re all just rolling, the mothers have sunk, all the blood’s hidden in the Governor’s trunk.” Il più importante momento politico risiede però in No, cantata in spagnolo da Jaar, dove oltre a una sua conversazione con il padre Alfredo abbiamo la lirica “ya dijimos no, pero el si està en todo”, rimando al referendum dove i cileni decisero di votare no alla dittatura di Pinochet, condannandosi ad anni tragici di ritorsioni e vendette dei fedeli al regime. Musicalmente parlando, le poche tracce di “Sirens” farebbero pensare ad un LP breve, ma in realtà si superano i 46 minuti di durata; gli highlights sono la già citata The Governor e Three Sons Of Nazareth, uno dei migliori brani mai scritti da Nicolas. Insomma, stiamo parlando di uno dei più brillanti talenti della scena elettronica mondiale: “Sirens” non fa che cementarne lo status.

18) Hamilton Leithauser + Rostam, “I Had A Dream That You Were Mine”

(POP)

La collaborazione fra l’ex frontman dei Walkmen Hamilton Leithauser e l’ex multi-strumentista dei Vampire Weekend Rostam Batmanglij risulta in un buon CD: 10 canzoni che guardano fortemente al passato, soprattutto agli anni ’60 -’70 del secolo scorso. Colpiscono positivamente soprattutto due cose: la produzione dell’album, impeccabile e ricca di particolari deliziosi (le voci alla fine di When The Truth Is… e durante 1959, il banjo in Peaceful Morning tra i migliori) e la duttilità della voce di Leithauser, mai stato così vario in un singolo album (addirittura in una canzone, come nella bella Sick As A Dog). Detto questo, chi cerca invenzioni clamorose musicalmente parlando forse non gradirà troppo questo “I Had A Dream That You Were Mine”. Viceversa, gli amanti di Walkmen e Vampire Weekend ritroveranno molti tratti caratteristici delle due band: orecchiabilità, coesione sonora e rilettura dei classici, per esempio. Le canzoni migliori sono l’iniziale A 1000 Times, dolce canzone d’amore; le già citate Sick As A Dog e 1959; e Rough Going (I Won’t Let Up), quasi jazz. Il capolavoro vero però è When The Truth Is…, perfetta melodia, condita con pianoforte e strumentazione minimale, tutta farina del sacco di Rostam; la voce di Leithauser accompagna perfettamente il tutto. Niente di paragonabile a “Modern Vampires Of The City” (2013), l’album della definitiva consacrazione dei VW, però certamente un LP godibile e curato, che riporta nel pieno della forma due tra le menti più creative del mondo indie americano. Una vera delizia pop d’autore.

17) Anderson .Paak, “Malibu”

(HIP HOP)

Il giovane Anderson è già al secondo album di inediti: il primo, “Venice” (2014), era passato nel sostanziale anonimato, pur essendo di qualità discreta. È proprio con “Malibu” che il rapper statunitense è definitivamente esploso: era da tempo che non sentivamo una così sapiente miscela di soul, R&B e hip hop. Immaginate di ascoltare Kendrick Lamar che scimmiotta D’Angelo e Frank Ocean e avrete una vaga idea della maestria di Anderson .Paak. Parlando strettamente di musica, brani pregevoli non mancano: in particolare le prime due tracce, TheBird e Heart Don’t Stand A Chance, impressionano l’ascoltatore. Non dobbiamo però sottovalutare il resto di “Malibu”: la elettronica Am I Wrong, la trascinante Come Down e la chiusura di The Dreamer sono davvero notevoli. Peccato per due-tre tracce non riuscite: ricordiamo Your Prime e la breve Water Fall (Interluuube). Insomma, ancora una volta Dr. Dre aveva visto lungo ingaggiando Anderson .Paak per la sua casa discografica, ormai sempre più fucina di grandi talenti: la presenza in “Compton” (l’album dell’anno scorso che ha chiuso la carriera di Dre) ha senza dubbio spinto al rialzo le quotazioni di Anderson, ma la stoffa resta ottima. Uno dei migliori album hip hop dell’anno (Kanye permettendo) e uno dei più riusciti esordi degli ultimi anni.

16) Suede, “Night Thoughts”

(ROCK)

Si parla dei Suede ormai da 27 anni: la band inglese si è infatti formata nel lontano 1989, ma la qualità delle loro canzoni non è mai venuto meno. Tra i pionieri del britpop inglese, genere che poi ha visto affermarsi band fondamentali come Oasis, Blur e Verve, i Suede si sono sempre contraddistinti per l’oscuro fascino dei loro album, tanto da diventare simbolo del rock inglese più dark. Brett Anderson e soci, dopo la reunion del 2010, hanno pubblicato due ottimi lavori come “Bloodsports” (2013) e il qui presente “Night Thoughts”, due magniloquenti opere rock che nulla hanno da invidiare ai CD degli esordi dei Suede. “Night Thoughts” è composto da 12 pezzi, con highlights assoluti come le iniziali When You Are Young (ricca di archi nell’orchestrazione) e la potente Outsiders, senza dimenticarci Like Kids. Interessante la scelta di riprendere When You Are Young in chiusura con la breve When You Were Young, a testimonianza che il modello erano i Beatles di “Sgt. Pepper”: non siamo arrivati a quei livelli, ovviamente, ma i risultati sono assolutamente accettabili. In conclusione, un altro capitolo prezioso è stato aggiunto alla già ottima carriera dei Suede, uno dei gruppi più sottovalutati del panorama musicale moderno, ma capaci di regalare perle come questo “Night Thoughts”.

15) Car Seat Headrest, “Teens Of Denial”

(ROCK)

Il secondo album di Toledo e co. per l’etichetta Matador conferma come i Car Seat Headrest (nome alquanto incomprensibile, ma tant’è) siano una delle realtà più interessanti del nuovo indie rock mondiale. Un album molto lungo e per certi versi difficile, questo “Teens Of Denial”: oltre 70 minuti di durata, brani molto lunghi (uno addirittura oltre 12 minuti!) e continui cambi di ritmo. Proprio qui, del resto, risiede il fascino del CD: Toledo, con voce sempre intonata e sul pezzo, descrive gli effetti che il consumo di droghe ha su di lui e sui suoi amici, tanto che il lavoro diventa un vero e proprio inno contro il consumo di stupefacenti. Belle canzoni ne abbiamo, ovviamente: dalle due iniziali Fill In The Blank e Vincent, alle infinite (ma gradevoli) Cosmic Hero e The Ballad Of Costa Concordia (vi ricorda qualcosa?), il nuovo LP dei Car Seat Headrest è un trionfo di chitarre rutilanti e batteria potentissima. Tra i migliori album rock dell’anno.

14) Kanye West, “The Life Of Pablo”

(HIP HOP)

Si può criticare Kanye West per mille motivi: eccessivamente egocentrico, megalomane, arrogante… Insomma, la più grande superstar dell’hip hop non ha un carattere facile. Musicalmente, però, niente da dire: senza di lui mancherebbe gran parte della musica rap moderna. “The Life Of Pablo” conferma la classe di Kanye: brani potenti e bellissimi come Famous, Real Friends, la perla gospel Ultralight Beam e Waves sono tra i migliori dell’anno. Da sottolineare poi il parco ospiti sterminato: Chance The Rapper, Frank Ocean, Kendrick Lamar, The Weeknd… insomma, un ensemble da sogno. Top 15 pienamente meritata. Soprassediamo sulle ultime vicende che hanno colpito Yeezy: i gossip passano, la musica resta.

13) Blood Orange, “Freetown Sound”

(HIP HOP – SOUL)

La musica black ha trovato in Devonté Hynes (conosciuto con il nome d’arte di Blood Orange) un nuovo grande interprete: pur non inventando nulla di nuovo, il giovane cantante pubblica un CD molto bello, caratterizzato da tematiche difficili come le lotte razziali passate e presenti che hanno colpito gli Stati Uniti e le diseguaglianze rintracciabili nella società americana. Musicalmente, Hynes recupera le sonorità di Prince e Michael Jackson, creando un mix di funk, soul e hip hop molto affascinante. I migliori brani sono Augustine, Best To You, Juicy 1-4 e Hadron Collider (dove canta Nelly Furtado). Da sottolineare le collaborazioni presenti nel CD: oltre a Furtado abbiamo Carly Rae Jepsen e Debbie Harry, altri due pezzi grossi della musica pop contemporanea e del recente passato. “Freetown Sound” sarà troppo lungo e a volte meno efficace (troppi gli intermezzi musicali, per esempio), ma i risultati complessivi sono notevoli.

12) Chance The Rapper, “Coloring Book”

(HIP HOP – GOSPEL)

Il terzo mixtape del talentuoso Chance The Rapper è probabilmente il suo miglior lavoro fino ad ora. Dopo il bel mixtape “Acid Rap” del 2013, Chance era atteso al varco, ma “Coloring Book” non delude le attese di critica e pubblico. Il forte afflato religioso che pervade tutto l’album, infatti, aggiunge al consueto hip hop dell’artista un tocco gospel che affascina ancora di più l’ascoltatore. I pezzi davvero da ricordare sono No Problem, Summer Friends e Same Drugs (una piccola Pyramids). Nessuno dei 14 brani del resto è davvero fuori posto: i più deboli sono la collaborazione con Future (Smoke Break) e Mixtape, ma per il resto la qualità è davvero altissima. Possiamo senza dubbio premiare “Coloring Book” col titolo di miglior CD (da parte di un cantante maschile) di musica black dell’anno. Escluso Frank Ocean, ovviamente.

11) School Of Seven Bells, “SVIIB”

(ROCK – ELETTRONICA)

“SVIIB” è il quarto ed ultimo CD della band americana School Of Seven Bells. Nel corso della loro produzione, gli SVIIB (come viene spesso stilizzato il loro nome) hanno sempre cercato un connubio fra rock ed elettronica, un synth rock potente ma allo stesso tempo raffinato; senza dubbio, questo LP rappresenta l’apice di questa ricerca musicale. Di per sé i risultati sarebbero già buoni, ma lo sono ancora di più considerando che il duo conosciuto come School Of Seven Bells è stato colpito nel dicembre 2013 da un lutto terribile: Benjamin Curtis, la metà maschile del gruppo, è morto a causa di un linfoma e ha dunque lasciato il “compito” alla partner Alejandra Deheza di terminare “SVIIB”. Dunque, il fatto che l’album sia gradevole e riuscito è davvero sorprendente: sono belle soprattutto Ablaze (che inizia con il verso “how could I have known?”, espressivo della disperazione di Alejandra), On My Heart e la struggente Open Your Eyes. A Thousand Times More, poi, richiama addirittura lo shoegaze, anche se in forme più gentili dei My Bloody Valentine. Infine, This Is Our Time è una maestosa conclusione ad un piccolo capolavoro del 2016 come “SVIIB”. Insomma, un inaspettato trionfo, un lavoro sentito e bellissimo: un perfetto testamento alla carriera degli School Of Seven Bells e alla vita di Benjamin Curtis.

10) Leonard Cohen, “You Want It Darker”

(SOUL – FOLK)

La leggenda canadese del folk e della canzone d’autore Leonard Cohen, con il quattordicesimo album di inediti, ha nuovamente sconvolto i suoi fans. “You Want It Darker” sembrava in effetti un testamento musicale, un ultimo regalo a pubblico e critica fatto di melodie raccolte e un tono di voce più cupo che mai. Impressione purtroppo confermata dalla scomparsa del veterano Cohen, avvenuta lo scorso novembre. Tutto questo pareva avverarsi anche nei testi, molto poetici e profondi, cantati da Cohen: nella title track, egli afferma “I’m ready, my Lord”; in Leaving The Table canta invece “I’m leaving the table, I’m out of the game”. Musicalmente parlando, le melodie non sono orecchiabili e tantomeno sono ballabili, come nella gran parte dei precedenti CD di Leonard Cohen. D’altro canto, l’eleganza di brani come la title track e If I Didn’t Have Your Love non lascia indifferenti. In generale, vale lo stesso discorso fatto per David Bowie dopo l’uscita di “Blackstar”: non sarà il miglior LP della produzione del musicista canadese, ma rappresenta un magnifico modo di dire addio ai fans di una carriera davvero leggendaria. Leonard Cohen sembrava un uomo in pace con sé stesso, pronto a vedere cosa c’è dopo questa vita. E non è una cosa da poco. Addio, Maestro.

9) Beyoncé, “Lemonade”

(POP – R&B)

Il CD della vendetta per la più splendente star femminile della musica nera contemporanea. Grazie anche ad ospiti di assoluto livello (James Blake, Jack White, Kendrick Lamar tra gli altri), Bey convoglia tutta la rabbia contro il marito Jay-Z in “Lemonade”, con brani riusciti come Hold Up, Don’t Hurt Yourself e 6 Inch (con The Weeknd) come highlights. Beyoncé ha così composto il migliore album di una carriera già brillante: “Lemonade” è un esempio di come la musica possa diventare un’arma potentissima contro la discriminazione femminile e a favore della parità tra i sessi. Menzione particolare poi per lo spettacolare “visual album” che accompagna “Lemonade”: una collezione che raccoglie i video di ogni canzone contenuta nel CD. In poche parole: una delle opere più ambiziose degli ultimi anni, che senza dubbio risuonerà anche in futuro come un capolavoro pop di altissimo livello, sia musicale che artistico (nel senso più ampio del termine).

8) Anohni, “Hopelessness”

(ELETTRONICA)

La cantante degli Antony And The Johnsons, famoso gruppo pop, ha deciso di dare una svolta alla carriera componendo un album solista di raffinata musica elettronica, “Hopelessness”. Dopo aver proceduto al cambio di sesso, Antony Hegarty ha assunto il nome Anohni e ha scritto il miglior album di musica elettronica dell’anno. Già il titolo testimonia il pessimismo che permea molte liriche del CD: Anohni affronta temi difficili come il cambiamento climatico (nella bellissima 4 Degrees), i bombardamenti delle potenze occidentali sui paesi vittime di guerre civili (Drone Bomb Me) e la violenza sessuale sulle donne (Violent Men). La produzione di Hudson Mohawke e Daniel Lopatin (aka Oneohtrix Point Never) aggiunge dettagli preziosi a molti brani. Insomma, un LP politico di musica elettronica: sembrava un controsenso fino a pochi anni fa, ma grazie ad artisti come Anohni, Nicolas Jaar e Grimes la cosa è diventata plausibile. Un altro tassello ad una già ottima carriera è stato aggiunto con “Hopelessness” da parte del fu Antony Hegarty: speriamo che abbia trovato finalmente pace tramite questo radicale cambio di vita e di carriera.

7) Solange, “A Seat At The Table”

(R&B – SOUL)

Questo 2016 è stato caratterizzato da una buona quantità di CD che trattano dei problemi razziali tra neri e bianchi negli Stati Uniti, mescolando grande musica e impegno civile. La sorella minore di Beyoncé, Solange, con il suo terzo lavoro “A Seat At The Table” ha prodotto un notevole CD di pura black music, mescolando sapientemente R&B, funk e soul e rifacendosi ai pilastri del passato (James Brown, Michael Jackson e Prince soprattutto), con una spruzzata di elettronica in Don’t You Wait. La voce della più giovane delle sorelle Knowles ricorda molto quella di Queen Bey; le liriche trattano prevalentemente il tema dell’essere una donna afroamericana oggi, con tutto ciò che ne consegue in termini di discriminazione, ma anche di orgoglio e senso di appartenenza. Ricordiamo in particolare F.U.B.U. (cioè For Us, By Us) e l’iniziale Rise tra i brani migliori; ottimi anche Cranes In The Sky e Where Do We Go. Gli unici difetti di “A Seat At The Table” sono l’eccessivo numero di canzoni e la numerosità degli intermezzi, che rompono troppo spesso il fluire dei beat. In generale, però, Solange ha dimostrato che il talento in casa Knowles non è appannaggio solo della sorella maggiore.

6) Angel Olsen, “My Woman”

(ROCK)

Il terzo album della statunitense Angel Olsen è la sua definitiva consacrazione: possiamo infatti eleggere la bella Angel tra le voci femminili più importanti del panorama pop-rock contemporaneo. Inizialmente la sua musica rappresentava un buon connubio di folk, country ed indie rock. Con “My Woman”, però, il suo range sonoro si amplia: sono evidenti le influenze di Beach House, Fiona Apple e Joanna Newsom. Nel contempo, però, Olsen riesce ad aggiungere quel qualcosa in più che dà a “My Woman” un fascino tutto particolare: dal synth pop dell’iniziale Intern, passando per le lunghissime Sister (bellissimo pezzo indie) e Woman, fino ad arrivare alla conclusiva, intima Pops, la tonalità sempre cangiante della magnifica voce di Angel Olsen ci accompagna in un viaggio da cui è difficile uscire. Sembra proprio che con lei e Courtney Barnett il rock femminile abbia trovato due grandi interpreti.

5) Bon Iver, “22, A Million”

(FOLK – ELETTRONICA – SPERIMENTALE)

Dopo un capolavoro come “Bon Iver, Bon Iver” del 2011, Justin Vernon (il leader del progetto Bon Iver) si è preso del tempo per sé stesso, organizzando un nuovo festival musicale nella sua città natale, Eaux Claires, e seguendo la sua nuova creatura musicale, i Volcano Choir. Del resto, lui ha sempre detto che le canzoni vanno “sentite” nel cuore e che scrivere solo per accumulare denaro non fa per lui. Promessa mantenuta: il marchio Bon Iver ha prodotto solamente tre album e un EP in nove anni di vita. Pochi ma buoni, anzi ottimi: ogni passo della carriera di Vernon è sempre stato un viaggio magnifico, sia che fosse concentrato sui sentimenti del protagonista (come l’esordio “For Emma, Forever Ago” del 2007), sia che ci conducesse in località a volte vere, a volte immaginarie (come accade in “Bon Iver, Bon Iver” del 2011). Sembrava che ormai Bon Iver fosse qualcosa del passato, invece quest’anno Vernon ha deciso di resuscitare la band; e i risultati sono di nuovo eccellenti. Già l’inizio è promettente: 22 (OVER S∞∞N) ricorda le atmosfere dei suoi precedenti lavori, risultando in un folk gentile e raffinato, mentre la potente 10 d E A T h b R E a s T ⚄⚄ rimanda addirittura al Kanye West di “Yeezus”. Abbiamo poi l’affascinante intermezzo di 715 – CRΣΣKS, che sembra una riedizione di quella Woods che era stata ripresa anche da Kanye in “My Beautiful Dark Twisted Fantasy”. Sono però presenti influenze anche di James Blake (non a caso i due hanno collaborato in I Need A Forest Fire) e, beh, delle precedenti incarnazioni di Bon Iver. Queste ultime sono particolarmente evidenti in 33 “GOD” (qua sì che la numerologia ha senso) e 29 #Strafford APTS, non a caso fra i brani migliori del disco. Il capolavoro vero è però 666 ʇ, che possiede una sezione ambient da brividi, così come la bella 8 (circle). Il solo brano non completamente a fuoco è _____45_____, mentre la conclusiva 00000 Million ricorda molto la Beth/Rest che chiudeva “Bon Iver, Bon Iver”. I testi sono quanto mai criptici: si possono leggere riferimenti alla fede e all’amore, ma sempre slegati dal contesto, quasi che Justin voglia evidenziare come anche la nostra epoca sia confusa (i titoli dei brani sono piuttosto misteriosi) e come noi stiamo perdendo i riferimenti che un tempo ci sostenevano (l’amore e la fede, appunto). In conclusione, in sole 10 canzoni e 34 minuti di durata, “22, A Million” ci conferma lo sconfinato talento di Justin Vernon e ci fa bramare per avere al più presto nuova musica da parte sua. Bentornato, Justin.

4) Nick Cave & The Bad Seeds, “Skeleton Tree”

(SPERIMENTALE – ROCK)

Come l’anno passato Sufjan Stevens ci aveva fatto commuovere celebrando la figura della madre morta da poco di cancro, tanto da vincere la palma di miglior album del 2015, quest’anno Nick Cave ricorda il figlio 15enne morto cadendo da una rupe durante le registrazioni del CD che sarebbe diventato “Skeleton Tree”. Accompagnato dai fedeli Bad Seeds, il veterano australiano del rock alternativo e sperimentale produce un lavoro denso e complesso, come del resto era facile attendersi. Nick Cave mescola sonorità diverse fra loro, tra sperimentalismo, musica ambient e soft rock. I titoli e i testi delle canzoni sono evocativi: I Need You e la lirica “Nothing really matters”, oppure “I am calling you” in Jesus Alone e infine il verso più straziante, contenuto in Distant Sky: “They told us our dreams would outlive us, but they lied”. Nel film tratto dalla registrazione di “Skeleton Tree”, la drammaticità del momento vissuto da Cave è ancora più evidente; speriamo che aver condiviso la pena di aver perso un figlio così giovane possa alleviare la pesantezza che certamente lui e la sua famiglia portano nel cuore. Noi, umilmente, non possiamo che ringraziarlo per un altro magnifico tassello di una carriera davvero leggendaria: pezzi come la title track, Rings Of Saturn e la già citata Distant Sky sono bellissimi sia musicalmente che, come già accennato, nei loro testi. In poche parole, uno dei CD più belli e sentiti dell’anno.

3) Frank Ocean, “Endless/ Blonde”

(POP – R&B)

Agosto 2016 era andato via tranquillo, senza uscite musicali da segnalare. Finché… Ebbene sì: Frank Ocean è tornato dal suo letargo! Il 2016 ci restituisce un Frank in piena forma, artista ormai nel pieno delle sue potenzialità e versatile come solo i grandi sanno essere (due album, di cui uno abbinato a un enigmatico video, un magazine… Insomma, molte forme artistiche complementari e adatte alla sua narrazione). Già da un anno circolavano voci sul seguito del magnifico “Channel Orange” del 2012, uno degli album migliori del decennio, intriso di riferimenti a pop, funk, soul e R&B. Frank sembrava troppo sotto pressione, sia da parte della critica che del pubblico, tanto da essere spinto a comunicare con l’esterno solo tramite Tumblr e rare comparsate in album di suoi colleghi (per esempio in “The Life Of Pablo” di Kanye West). Poi, finalmente, ad inizio agosto il suo sito viene rinominato “Boys Don’t Cry”, presunto titolo del nuovo CD, e Apple Music annuncia di avere una esclusiva trasmissione di nuova musica di Frank, abbinata ad un video. Lo streaming, finita la trasmissione, tace; poi il 19 agosto esce il video completo e rifinito, senza interruzioni, di quello che ora è “Endless”. Inoltre, Frank distribuisce in alcuni negozi in giro per il mondo una rivista di arte e moda da lui curata, intitolata proprio “Boys Don’t Cry”: un necessario completamento della sua narrazione artistica. “Endless” in sé e per sé non è una raccolta indimenticabile di musica: se questo fosse stato il vero nuovo LP di Frank Ocean, non avrei nascosto la mia delusione. Restano però alcune tracce interessanti, oltre a una lodevole ambizione artistica nel tentare di abbinare un monotono video di lui che costruisce una mensola alla musica. Tutto assume un senso se lo paragoniamo alla pazienza dimostrata dai fans di Frank mentre lui componeva il suo nuovo lavoro di inediti. Una sorta di prova: solo chi supererà la visione del video e l’ascolto di quelle che sembrano b-sides o demo potrà raggiungere il privilegio di ascoltare il mio vero nuovo CD. Le canzoni migliori sono la romantica At Your Best You’re Love, cover degli Isley Brothers; Rushes; e la trascinante Higgs, dove viene scandito un discorso sul consumismo di massa dello scrittore Wolfgang Tillmans sopra synths potenti e “strani” per un artista afroamericano come Ocean.

“Endless” è niente in confronto al magnifico “Blonde”, a tutti gli effetti terzo album di inediti di Frank Ocean. Rispetto a “Channel Orange” manca la vulcanica creatività e l’accavallarsi di generi diversi che caratterizzavano il precedente CD, ma migliora la coesione generale e aumentano gli ospiti e i produttori di spessore, che rendono “Blonde” davvero irrinunciabile per gli amanti della buona musica. In “Blonde” predomina un pop orecchiabile e affascinante, che in certi tratti si rifà a Prince (come nella bella Ivy); in altri casi invece compaiono lunghe interviste simili al Kendrick Lamar di “To Pimp A Butterfly” (come nella conclusiva Futura Free). In generale, un album con collaboratori come Beyoncé, Kendrick stesso, Kanye West, Brian Eno, Jonni Greenwood dei Radiohead, Rostam Batmanglji dei Vampire Weekend e Jamie xx (ma non abbiamo citato il sample di Here, There And Everywhere dei Beatles in White Ferrari, oppure David Bowie e Gang Of Four, presunti “ispiratori” di Ocean nel making of del disco) non può che avere quel qualcosa in più rispetto a lavori più “convenzionali”. Le liriche dell’album sono anch’esse significative: in Nikes (la bellissima traccia iniziale) si fa riferimento alle uccisioni di uomini di colore che recentemente hanno colpito gli Stati Uniti; in Be Yourself sentiamo, sotto una nenia che ricorda “Hurry Up, We Are Dreaming” degli M83, una telefonata in cui la mamma di Frank dice al figlio di accettarsi per com’è, non cercando di apparire diverso per far felici gli altri, e gli consiglia di non fare mai uso di stupefacenti nella sua vita (un testo che dice molto delle traversie passate da Frank negli scorsi anni); Facebook Story narra la storia assurda di un uomo e della sua ragazza, ossessionata dai social networks; Solo (Reprise) affida ad André 3000 (altro gradito ospite) accuse varie ai rapper che fanno scrivere ad altri i loro versi (vero Drake?). Vi sono poi liriche più intime, come nella bella Solo o in Skyline To, che raccontano le avventure sessuali e non di Frank. Concludiamo analizzando una particolarità della copertina dell’album: come mai su Apple Music il CD compare come “Blonde”, ma la copertina (sia quella ufficiale che quella alternativa) recita “Blond”? Sembra una differenza da poco, ma potrebbe significare anche che Frank è a favore della fluidità di genere e preferenze sessuali, temi quanto mai attuali. Un altro dei misteri relativi a Frank Ocean dunque potrebbe contenere un messaggio universale di grande forza, a dimostrare che, anche se può sembrare “staccato” dalla realtà, in realtà Frank segue attentamente gli sviluppi storici e sociali dei nostri tempi. Insomma, canzoni come Nikes, Ivy, Nights e Futura Free resteranno negli annali. Il mondo ha trovato il suo nuovo Prince: nell’anno della morte del Principe di Minneapolis, non potrebbe esistere incoronazione migliore.

2) David Bowie, “Blackstar”

(ROCK)

Mancano le parole quando parliamo della scomparsa di uno dei più grandi cantanti della storia: quel David Bowie autore di capolavori indimenticabili come Heroes, Rebel Rebel e Life On Mars?. Lo showman Bowie aveva sicuramente previsto tutto: fare uscire il suo ultimo LP appena due giorni prima della morte è un qualcosa di incredibile, l’ultima magia del Duca Bianco. Infatti, uno dei primi album ad uscire nel 2016 (8 gennaio) si è rivelato essere un superbo testamento artistico, il testamento artistico di David Bowie. “Blackstar” è un capolavoro di inventiva e sintesi: 7 brani mai banali, tutti indicatori di una creatività che, malgrado un fisico fiaccato dalla malattia, non è venuta mai meno. Spiccano in particolare la lunghissima, epica title track; Lazarus (che richiama i Radiohead di “In Rainbows”) e Girl Loves Me. Da non trascurare anche Sue (Or In A Season Of Crime). Cosa chiedere di più al Duca Bianco? “Blackstar” non sarà il miglior album della sua produzione, ma senza dubbio resterà negli annali come uno dei più belli del 2016 e dell’intero decennio. Chapeau, Starman.

1) Radiohead, “A Moon Shaped Pool”

(ROCK)

Diventa sempre più difficile parlare in maniera imparziale dei Radiohead, una delle band davvero fondamentali del rock degli ultimi vent’anni, con all’attivo album del calibro di “The Bends” (1995), “OK Computer” (1998) e “Kid A” (2000), senza dimenticarci di “In Rainbows” (2007). Ebbene, si sarebbe portati a pensare che ormai la spinta creativa del complesso inglese possa essersi esaurita, considerando anche il predecessore di “A Moon Shaped Pool”, quel misterioso “The King Of Limbs” (2011) che aveva fatto storcere il naso ad alcuni critici e fans della band. Invece, “A Moon Shaped Pool” ribalta tutto ciò: 11 canzoni davvero ispirate, che passano dal rock vecchia maniera (la politica Burn The Witch e Identikit), alla ballata strappalacrime (le incantevoli Daydreaming e True Love Waits), passando per accenni di elettronica raffinata (in Ful Stop). Da ricordare anche l’apertura al folk di Desert Island Disk. In poche parole, un altro capitolo di una carriera che ha del leggendario è stato scritto: la palma di miglior album del 2016 è pienamente meritata. Lunga vita a Thom Yorke e compagni, gli unici a cui l’etichetta di “nuovi Beatles” può adattarsi, data la continua ricerca sonora e la voglia di non darsi mai per vinti di fronte alle tendenze del panorama musicale contemporaneo.

Cosa ne pensate di questa lista? Vi convince oppure avreste privilegiato altri artisti? Non esitate a commentare!

Buon Natale da A-Rock!

Recap: maggio 2016

Maggio sarà ricordato come un mese davvero importante per la musica: dopo il magnifico “A Moon Shaped Pool” dei Radiohead, avevamo la tentazione di pensare che tutto sarebbe stato oscurato. Ebbene, non è così: i pregevoli lavori di James Blake, White Lung e il pur non riuscitissimo “VIEWS” di Drake sono qua a ricordarlo.

James Blake, “The Colour In Anything”

james blake

James Blake ha voluto strafare: 17 canzoni per “The Colour In Anything”, suo terzo album dopo l’eponimo esordio (2011) e “Overgrown” (2013). Durata superiore ai 70 minuti, cura nei minimi dettagli di voci e orchestrazione: ecco le principali caratteristiche del CD. Il risultato, a ben pensarci, poteva essere anche migliore: alcune melodie sono leggermente sotto la media (per esempio la title track e la conclusiva Meet You In The Maze). In generale, Blake non è mai stato così ispirato: pezzi come Radio Silence, Timeless, Always e la strana Points sono belli come i migliori brani mai scritti dal giovane cantautore inglese. La voce poi è sempre ottima, così come l’intreccio fra post-dubstep, pop ed elettronica soft. Insomma, davvero un peccato: “The Colour In Anything” poteva essere il capolavoro di una carriera già pregevole, invece l’eccessiva lunghezza e le troppe canzoni rischiano di compromettere il risultato finale. Niente di cui disperarsi però: il percorso è quello giusto. Se James non vorrà strafare anche la prossima volta, ne sentiremo delle belle.

Voto finale: 7,5.

White Lung, “Paradise”

White Lung

I canadesi White Lung sono giunti al quarto album di inediti, ma l’energia del terzetto punk non accenna a venir meno. Con “Paradise” la spontaneità cerca di lasciare spazio a suoni più ricercati, quasi al pop-punk di Blink-182 e co. La principale caratteristica dei lavori dei White Lung è la loro incredibile capacità di convogliare messaggi universali in poche tracce di (massimo) tre minuti di lunghezza, molte sotto i due minuti. “Paradise” si avvicina ai 25 minuti, record per la band; ma i risultati sono sempre buoni. Pezzi come la iniziale Dead Weight, Below e Kiss Me When I Bleed sono grandi canzoni punk. Peccato che nel finale l’ispirazione non sia più così potente, ma il voto finale non può che essere positivo.

Voto finale: 7,5.

Drake, “VIEWS”

Views

Chi invece ha parzialmente deluso le aspettative degli amanti del rap è Drake. “VIEWS” è stato giustamente criticato da molte parti per la sua eccessiva lunghezza, sia in termini di canzoni (ben 20!) che di minutaggio (oltre gli 80 minuti!). Insomma, James Blake era così ispirato che possiamo passare sopra alla sua voglia di strafare; lo stesso non vale per Drake. Infatti “VIEWS” è senza dubbio il più debole fra i quattro album del rapper canadese: nessuna Over My Dead Body, Hold On, We’re Going Home o Marvin’s Room, tanto per capirci. Vocalmente, certo, i progressi continuano, così come nella varietà di generi affrontati; tuttavia, pezzi brutti come Hype, Controlla e Grammys sono inammissibili. Insomma, troppa trap music, troppo pop e poco soul/R&B, le cose che invece Drake sa fare meglio. Si salvano così giusto Pop Style (con Jay-Z e Kanye West), la hit One Dance e la super celebre Hotline Bling. Peccato: un passo falso ci sta, speriamo non si ripeta.

Voto finale: 6.