Recap: marzo 2022

Anche marzo è terminato. Un mese interessante musicalmente parlando, che ha visto le nuove uscite di Nilüfer Yanya, Benny The Butcher, The Weather Station e Jenny Hval. Inoltre, abbiamo il primo greatest hits a firma Franz Ferdinand e il nuovo CD delle popstar Charli XCX e ROSALÍA. Infine, abbiamo recensito il ritorno dei Destroyer, del rapper Denzel Curry e di Aldous Harding. Buona lettura!

Destroyer, “LABYRINTHITIS”

LABYRINTHITIS

Il nuovo album dei Destroyer porta Dan Bejar e compagni verso territori nuovi, a tratti post-punk (Tintoretto, It’s For You) e ambient (la title track), senza mai tralasciare le caratteristiche irrinunciabili che rendono unico il progetto canadese. Possiamo dirlo: è il miglior lavoro a firma Destroyer dai tempi del magnifico “Kaputt” del 2011.

Dan Bejar sembrava aver esaurito la parte migliore della sua ispirazione con la pubblicazione di “ken” (2017), ma sia “Have We Met” (2020) che questo “LABYRINTHITIS” sono in realtà highlights di una carriera in continua evoluzione. Brani riusciti come June, It’s In Your Heart Now e Suffer starebbero benissimo nei migliori lavori dei Destroyer e rendono “LABYRINTHITIS” irrinunciabile per gli amanti della band.

Se musicalmente siamo di fronte ad un piccolo capolavoro, dal punto di vista testuale Bejar si conferma imperscrutabile. Già il titolo del lavoro è un mistero: da nessuna parte si fa riferimento alla labirintite, un disturbo che può colpire l’apparato uditivo. Il riferimento al celebre pittore italiano del ‘600 in Tintoretto, It’s For You è forse ancora più misterioso. La band stessa se ne rende conto, tanto che nel corso di June un verso che risuona è: “Fancy language dies and everyone’s happy to see it go”, mentre in Eat The Wine, Drink The Bread (altro titolo piuttosto bizzarro) Bejar proclama: “Everything you just said was better left unsaid”.

In conclusione, “LABYRINTHITIS” è un’ottima aggiunta ad una discografia di sempre maggior rilievo. Se qualcuno poteva pensare che Dan Bejar e compagni fossero ormai nella fase discendente della carriera, questo LP dovrà farli ricredere: giunti al tredicesimo album di inediti, sembra che siamo di fronte all’inizio di una nuova fase nell’estetica della band. Chapeau.

Voto finale: 8,5.

Nilüfer Yanya, “PAINLESS”

painless

“Miss Universe”, l’album d’esordio del 2019 di Nilüfer Yanya, era indubbiamente un buon disco e si era guadagnato uno spazio nella rubrica Rising di A-Rock; tuttavia, non era ancora la dimostrazione piena del talento della cantautrice inglese. “PAINLESS” invece è un CD più realizzato e coeso, che è ad oggi il miglior disco indie rock del 2022.

I 46 minuti di “PAINLESS” scorrono benissimo, tra rimandi ai Radiohead (stabilise, midnight sun) e ad Alanis Morissette (the dealer). Soprattutto nella prima parte, il lavoro è davvero ben costruito; invece pezzi come company e anotherlife sono i più deboli del lotto e fanno finire il CD su un livello compositivo inferiore rispetto alla prima metà, ma complessivamente siamo di fronte ad un ottimo secondo LP.

I testi poi sono un altro tratto interessante del lavoro: Nilüfer Yanya è infatti evocativa, ma mai troppo diretta. Di certo c’è solo il suo malessere: esemplari i versi contenuti in trouble (“Troubled don’t count the ways I’m broken, your troubles won’t count, not once we’ve spoken”) e in shameless (“Spit me out here in the sunlight … Watch me burn, night and day”). Il verso più drammatico è però questo: “Silent leaves, I walked in your forest, but there’s no roots. I am not sure I got this”, in try.

“PAINLESS” è evidentemente un titolo ironico, amaro: tanto più in un mondo tormentato come quello odierno, diviso tra l’interminabile pandemia e una guerra devastante alle porte dell’Europa. Pertanto, pur non essendo certo un disco “difficile”, “PAINLESS” è più profondo della media dei CD indie rock degli ultimi anni, sia musicalmente che liricamente, e fa di Nilüfer Yanya un nome da tenere d’occhio. Se “Miss Universe” poteva apparire agli scettici come un abbaglio, questo LP non passerà inosservato.

Voto finale: 8.

Charli XCX, “CRASH”

crash

“CRASH” viene dopo “how i’m feeling now” (2020), l’album inciso da Charli XCX durante il lockdown pandemico, che ne aveva fatto intravedere il lato più intimo, nascosto in passato dalle melodie pop che ne contraddistinguono l’estetica. “CRASH” è un CD decisamente più ballabile, il primo puramente pop della cantautrice inglese, che è da sempre portavoce dell’hyperpop. I risultati sono generalmente ottimi e fanno presagire un futuro radioso per la Nostra.

I singoli che hanno anticipato la pubblicazione dell’LP hanno dato fin da subito l’idea di una svolta per Charlotte Aitchison: Good Ones è un inno pop pieno di rimpianti per le passate storie d’amore vissute dall’inglese, New Shapes conta sulla collaborazione di Christine And The Queens e Caroline Polachek (ex Chairlift) ed è un highlight immediato del disco. Abbiamo poi Beg For You, in cui Charli duetta con Rina Sawayama, e la più raccolta Every Rule (prodotta da A.G. Cook e Daniel Lopatin), unica vera ballata di “CRASH”. Altrove nel disco abbiamo un ritorno al passato, ad esempio in Constant Repeat (bubblegum bass al suo meglio) e Yuck, quest’ultima non molto convincente.

Se qualcuno pensava che la conclusione dell’accordo stretto in giovane età con la Atlantic spingesse Charli a “sabotare” questo ultimo lavoro, date le parole  dure rivolte dalla Nostra in più occasioni per alcuni atteggiamenti dei manager dell’etichetta vissuti come un abuso nei suoi confronti, il presentimento si è rivelato decisamente sbagliato: il CD è variegato il giusto da non sembrare derivativo, la cura nello scegliere gli ospiti è al solito massima e la qualità media delle canzoni è invidiabile.

“CRASH” ha però un difetto: il livello medio delle composizioni peggiora verso la fine del lavoro (esemplare la prevedibile Used To Know Me), rendendo il risultato leggermente poco bilanciato. Tuttavia, in generale siamo di fronte ad un buonissimo lavoro pop, capace di rievocare gli anni ’80 così come di dare sfogo agli impulsi più sperimentali di Charli XCX. È il suo miglior lavoro? Difficile dirlo, sicuramente merita più di un ascolto.

Voto finale: 8.

Franz Ferdinand, “Hits To The Head”

hits to the head

Le raccolte dei brani migliori di un gruppo sono spesso il momento di fare un bilancio: la carriera ha seguito un percorso lineare o discendente? Gli eventuali avvicendamenti hanno indebolito la qualità delle canzoni? C’è un futuro per l’artista in questione?

I Franz Ferdinand, una delle poche band dei primi anni del nuovo millennio che sia arrivata ad oggi in buona forma, sono passati attraverso addii dolorosi (Paul Thomson e Nick McCarthy) e tentativi di cambi di pelle, non sempre azzeccati. Il saldo di una carriera che dura ormai da 21 anni è comunque più che positivo.

“Hits To The Head”, il primo greatest hits dei Franz Ferdinand, è un’efficace macchina del tempo per riportarci ai primi anni ’00, quando gli scozzesi esplodevano grazie a singoli indimenticabili come Take Me Out e Do You Want To, contenuti in CD ormai classici come l’esordio eponimo del 2004 e “You Could Have It So Much Better” (2005). Abbiamo, in ordine cronologico, anche un discreto spazio concesso ai dischi della mezza età come “Tonight” (2009) e “Right Thoughts, Right Words, Right Action” (2013), con brani come Ulysses e Love Illumination. Invece Always Ascending e Glimpse Of Love sono prese dall’ultima raccolta di inediti, “Always Ascending” del 2018.

Le sorprese sono i nuovi mix di This Fire, Walk Away e The Fallen, oltre ai due inediti Curious e Billy Goodbye: nulla di trascendentale, ma ci fanno capire che c’è ancora carburante nei Franz Ferdinand.

In conclusione, “Hits To The Head” rappresenta un buon modo per i fan più accaniti di tornare alla loro gioventù attraverso brani leggeri ma mai banali, mentre per i neofiti è un’ottima introduzione al sound di una delle band di maggior successo del mondo indie rock degli ultimi due decenni.

Voto finale: 8.

Jenny Hval, “Classic Objects”

classic objects

Il CD dell’artista norvegese rappresenta una gradita novità nella sua estetica. Conosciuta un tempo per le sue composizioni ermetiche, spesso indecifrabili, Jenny Hval si è via via aperta ad influenze art pop, sulla scia di Björk e Kate Bush. Se il precedente LP a suo nome “The Practice Of Love” (2019) aveva solo accennato questa nuova direzione, “Classic Objects” la porta a compimento e si afferma, al momento, come uno dei migliori lavori pop dell’anno.

Le otto tracce dell’album superano tutte i quattro minuti di lunghezza, eccetto Freedom, peraltro il pezzo più debole del lotto. Non per questo, però, i 42 minuti di “Classic Objects” sono monotoni: anzi, pezzi come American Coffee e Cemetery Of Splendour sarebbero brani eccellenti per qualsiasi artista. La vocalità di Jenny, poi, è parte integrante del successo del lavoro.

In generale, liricamente assistiamo invece ad una conferma dei temi cari alla norvegese: la carnalità e l’importanza della sostanza sulla forma (“And I am holding a disco flashlight, it is meant to make the audience feel like multitudes of colors that belong to nobody in particular, that they share between their bodies”, il bel verso di Year Of Love), la ricerca sulla propria condizione interiore (“Who is she who faces her fears?” si chiede in American Coffee), la sensazione di solitudine, drammaticamente accentuata dal Covid (“I am an abandoned project”, proclama sconsolata in Jupiter).

Se la prima uscita del progetto Lost Girls, che la Nostra condivide con Håvard Volden, “Menneskekollektivet” del 2021, aveva fatto pensare al ritorno della Jenny Hval più sperimentale, “Classic Objects” rappresenta in realtà un notevole passo avanti nella carriera della cantautrice norvegese in direzione di una crescente accessibilità. Ad oggi, è il suo miglior lavoro.

Voto finale: 8.

Denzel Curry, “Melt My Eyez, See Your Future”

melt my eyez see your future

Il nuovo album del rapper americano è un altro tassello di valore in una carriera sempre più interessante. Dopo un 2020 molto impegnativo, che lo ha visto pubblicare ben due mixtape, nel 2021 Curry ha pubblicato un album di remix. In generale, possiamo dire che Denzel Curry ha cambiato parzialmente il proprio stile in “Melt My Eyez, See Your Future”: meno aggressività, più attenzione alla melodia e all’introspezione. I risultati, pur diversi dal solito Denzel, sono comunque buoni.

“Melt My Eyez, See Your Future” è il successore di “ZUU” (2019), il lavoro che aveva ampliato la platea di fan del Nostro ma aveva anche rappresentato un parziale arretramento, in termini di qualità, rispetto al magnifico “TA13OO” (2018), ad oggi il suo miglior LP. Questo disco si avvicina più al lato pop del mondo hip hop, con esempi di valore come Walkin e Melt Session #1. Altrove troviamo anche brani più simili al “vecchio” Denzel Curry, come Zatoichi e Ain’t No Way, ma paradossalmente con rendimenti inferiori rispetto al passato.

Menzione poi per il parco ospiti di questo CD: “Melt My Eyez, See Your Future” è un divertimento puro per gli amanti della black music, sia della nuova generazione (slowthai, Rico Nasty, 6LACK, J.I.D) che di quella precedente (T-Pain, Robert Glasper). I brani migliori del lotto sono le già citate Walkin e Melt Session #1, ma buona anche Angelz. Invece inferiori X-Wing e la troppo breve The Smell Of Death.

Denzel Curry è sempre stato attento anche all’aspetto testuale, dato particolare visibile nelle tracce più oscure di “TA1300” ma non solo. In “Melt My Eyez, See Your Future”, come prevedibile, l’influenza dei due anni pandemici si fa sentire: “Watching people dying got me being honest” proclama drammaticamente in The Last. Altrove emerge il senso di solitudine che tutti abbiamo percepito, più o meno spesso, in questi ultimi tempi: “Walking with my back to the sun, keep my head to the sky, me against the world, it’s me, myself and I” (Walkin). È un peccato grave, quindi, che in Zatoichi ci sia un verso inutilmente volgare come “Life is short, like a dwarf”, che rovina un po’ il quadro lirico generale.

In conclusione, non siamo di fronte ad un CD perfetto, tuttavia “Melt My Eyez, See Your Future” conferma lo status di Denzel Curry come rapper di rilievo. Senza qualche inciampo sia musicale che lirico saremmo probabilmente di fronte al suo miglior lavoro; tuttavia, anche così abbiamo un LP di assoluto valore.

Voto finale: 8.

ROSALÍA, “MOTOMAMI”

motomami

Il terzo disco della cantante spagnola amplia notevolmente i suoi orizzonti: art pop, hip hop… ormai nulla è estraneo all’estetica di ROSALÍA. “MOTOMAMI” non è un album immacolato, ma contiene alcuni dei pezzi più futuristi ascoltati negli ultimi anni.

La giovane artista si era fatta conoscere con “EL MAL QUERER”, nel 2018: un CD che aveva catapultato ROSALÍA nell’Olimpo pop, con una radicale innovazione della musica spagnola più classica, quella con base flamenco, che l’aveva fatta amare tanto dal pubblico quanto dalla critica, prova ne sia il successo di MALAMENTE. “MOTOMAMI” è una creatura diversa: più sperimentale, meno coeso, ma non meno ammaliante. Le 16 canzoni che compongono il CD vanno dal minuto scarso di durata (la title track) ad oltre quattro minuti; affrontano temi leggeri con ironia (CHICKEN TERIYAKI, HENTAI) così come i problemi che la fama ha portato sulla psiche di ROSALÍA (LA FAMA, con The Weeknd).

Le canzoni migliori sono anche le più imprevedibili: SAOKO, BULERÍAS e G3 N15 sono pezzi davvero mozzafiato. Menzione poi per la magnifica voce della Nostra, valore aggiunto lungo l’intero LP. Inferiori sono invece gli intermezzi di breve durata, che alla lunga tolgono linfa al lavoro: MOTOMAMI e Abcdefg ne sono chiari esempi. In generale, la varietà di stili alla lunga può risultare alienante, ma una domanda ci viene spontanea: quante possono passare indifferentemente dal reggaeton all’hip hop al pop senza perdere un briciolo della loro qualità compositiva?

In generale, “MOTOMAMI” conferma tutto il bene che si diceva di ROSALÍA: ambizioso, basato su temi ed esperienze non facili da assimilare ma capace di slanci pop da Top 40 di Billboard. È un CD perfetto? No, però il futuro della musica pop passa anche da qui.

Voto finale: 7,5.

Aldous Harding, “Warm Chris”

warm chris

Il quarto album della cantautrice neozelandese segue il riuscitissimo “Designer” (2019), inserito da A-Rock tra i migliori 50 CD dell’anno e tra i migliori 200 della decade 2010-2019. Inutile dire che l’attesa per il nuovo lavoro di Harding era elevata.

“Warm Chris” prosegue in buona parte il percorso intrapreso dal precedente LP; tuttavia, predilige un folk quasi psichedelico e ritmi più soffusi rispetto a “Designer”. Le canzoni sono quindi meno accessibili, ma non per questo ermetiche o eccessivamente fini a sé stesse. Anzi, pezzi come Lawn e Tick Tock non raggiungeranno probabilmente la popolarità di The Barrel, però sono buoni ingranaggi di un CD tutto sommato gradevole. Menzione poi per la squisita voce di Aldous, vero valore aggiunto di molte melodie. Inferiori alla media solamente Staring At The Henry Moore e Bubbles, che rendono il finale un po’ monotono.

A colpire, come sempre in un disco di Aldous Harding, sono i testi: l’associazione libera di immagini la fa da padrone e non ci sono canzoni a cui gli ascoltatori possano dare un significato univoco. “Here comes life with his leathery whip! Here comes life with his leathery leathery!” proclama la Nostra in Leathery Whip con l’aiuto di Jason Williamson (Sleaford Mods); in Lawn invece abbiamo “They don’t mean a thing to me… All these lamps are free”.

Insomma, lo humour strampalato non deve farci prendere “Warm Chris” per un CD trascurabile: Aldous Harding, anche grazie alla produzione di John Parish (in passato collaboratore di PJ Harvey e Jenny Hval), ha dato un degno erede a “Designer”. Forse i risultati sono inferiori, ma questo album mantiene comunque un fascino che viene progressivamente svelato. Merita almeno un ascolto.

Voto finale: 7,5.

Benny The Butcher, “Tana Talk 4”

tana talk 4

Il nuovo album del prolifico rapper statunitense è la quarta uscita nella sua serie “Tana Talk”, iniziata addirittura nel lontano 2004. Benny non offre nulla in termini di innovazione della sua estetica; tuttavia, “Tana Talk 4” continua ad ampliare il suo pubblico e gli ospiti, che questa volta includono pezzi da 90 come Diddy (10 More Commandments) e J. Cole (Johnny P’s Caddy). Come sottovalutare infine il contributo di The Alchemist in pezzi come Thowy’s Revenge e Bust A Brick Nick?

Sono proprio i pezzi con ospiti che in varie occasioni rappresentano degli highlights del lavoro: oltre ai due già citati, buonissima è la collaborazione col cugino di Benny The Butcher, Conway The Machine, intitolata Tyson vs. Ali. Al contrario, Uncle Bun e Guerrero rappresentano i brani più prevedibili del lotto e, non per caso, deludono.

In generale, “Tana Talk 4” sembra più un viatico di Benny per esorcizzare fatti avvenuti in passato: ad esempio, in Bust A Brick Nick descrive il suo trentaseiesimo compleanno, passato su una sedia a rotelle dopo essere scampato ad una rapina. Il verso “Being honest, this could be karma I probably deserve in the first place” è uno dei più sentiti e malinconici della sua intera produzione. In Super Plug invece parla di quando, da giovane, nascondeva la droga nel divano si suo padre. Non sono temi nuovi per Benny, ma sono narrati con rinnovata sensibilità.

In conclusione, “Tana Talk 4” è un’altra aggiunta di spessore in una discografia di crescente successo. Benny The Butcher è ormai uno dei maggiori nomi del gangsta rap vecchio stampo, aggiornato al XXI secolo; presto potrebbe arrivare il momento di dare una rinfrescata alla propria estetica, ma per il momento va bene così.

Voto finale: 7,5.

The Weather Station, “How Is It That I Should Look At The Stars”

how is it that i should look at the stars

Il nuovo CD del progetto canadese di Tamara Lindeman è l’album fratello di “Ignorance” del 2021, uno dei più lodati dalla critica di recente. The Weather Station è pertanto diventato negli ultimi tempi sinonimo di cantautorato di qualità, impegnato contro il cambiamento climatico e capace di esprimere concetti difficili in canzoni apparentemente semplici.

“How Is It That I Should Look At The Stars” continua nel percorso intrapreso dal precedente LP: basi rappresentate soprattutto dal pianoforte, forte unità interna del lavoro, durata ragionevole. Purtroppo, se “Ignorance”, pur nella sua sostanziale coesione, aveva dei colpi a sorpresa e brani di alto livello (su tutti Robber e Atlantic), questo lavoro è inferiore: nulla di davvero brutto, ma alla lunga un po’ di monotonia appare evidente.

I brani migliori sono Ignorance ed Endless Time, mentre deludono Stars e Marsh. Testualmente, Lindeman tratta temi legati all’amore (“You never wanted to be good, you nеver really wanted to bе understood… You wanted to be the one who held the cards” canta in Sleight Of Hand), ma anche una sorta di tramonto dell’umanità in Endless Time. In Stars abbiamo infine il verso più delicato e commovente: “I swear to God, this world will break my heart”.

In conclusione, “How Is It That I Should Look At The Stars” è un discreto CD “di accompagnamento”, ma nulla più; il piatto forte di questi ultimi due anni a firma The Weather Station era senza dubbio “Ignorance”. Vedremo in futuro dove l’ispirazione condurrà Tamara Lindeman: una rinfrescata al sound del progetto potrebbe essere una buona strada per mantenere le cose davvero interessanti.

Voto finale: 6,5.

Gli album più attesi del 2022

Ad A-Rock abbiamo pubblicato da pochi giorni le due puntate della lista dei 50 migliori album del 2021, ma non è tempo di relax. Il 2022 è infatti vicinissimo e si prospetta un anno davvero denso di uscite attese da anni da pubblico e critica. Andiamo ad analizzarle.

Partiamo dai due CD più attesi da A-Rock: sia Kendrick Lamar, cinque anni dopo “DAMN.” (2017) che gli Arctic Monkeys, a quattro anni “Tranquillity Base Hotel & Casino” (2018), sembrano pronti a pubblicare i loro nuovi lavori. Inutile dire che abbiamo grandi aspettative su entrambi gli artisti, tra i più rilevanti negli ultimi anni per quanto riguarda hip hop e rock.

Se ci spostiamo sul versante propriamente rock, notiamo che abbiamo sia veterani (Arcade Fire, Phoenix, Spoon) che emergenti (Fontaines D.C., Black Country, New Road e black midi) pronti a lanciare i loro nuovi CD. I Big Thief, dal canto loro, pubblicheranno un doppio LP a febbraio 2022. Non ci scordiamo poi di Jack White, addirittura pronto a pubblicare due dischi nel 2022, e di alcuni nomi che parevano ormai archiviati nella storia della musica e invece, contro ogni previsione, hanno pianificato di pubblicare nuovi lavori: Tears For Fears e The Cure, nomi fondamentali del rock anni ’80, faranno del 2022 un anno di revival?

Discorso a parte poi per alcuni artisti a cavallo tra pop e rock, come The 1975 e Mitski: artisti giovani, ambiziosi, eclettici e vogliosi di far vedere che il rock, se mescolato con le ultime tendenze in campo pop e, a volte, elettronico, può ancora regnare nelle classifiche. In questa categoria rientrerebbe anche Sky Ferreira, ma l’erede di “Night Time, My Time” (2013) è ormai una chimera.

Entrando poi nel pop, il nome principale è The Weeknd: dopo il convincente singolo Take My Breath, la sua trasformazione nel Michael Jackson del XXI secolo pare ormai pronta a manifestarsi. Abbiamo poi Beyoncé e Rihanna, due che si contendono legittimamente la corona di regina del pop e sembrano finalmente pronte a tornare sui palcoscenici dopo lunghe assenze. Nel mondo del pop più sofisticato o comunque meno commerciale, molto attesi sono i nuovi CD dei Beach House, di FKA twigs e di Charli XCX: realtà ormai consolidate, con alcune hit all’attivo, ma ancora non nel pieno mainstream. Vedremo se il 2022 porterà buone nuove per questi tre artisti.

Abbiamo poi il mondo hip hop: oltre al già menzionato Kendrick Lamar, abbiamo Danny Brown, uno dei rapper più imprevedibili del momento, pronto a regalarci ancora canzoni costruite su beat strampalati e fatti pubblici e privati narrati dalla sua voce fortemente nasale e altrettanto inconfondibile. Menzione poi per Earl Sweatshirt, che pubblicherà “Sick!” il 14 gennaio, e per i veterani Pusha-T e Freddie Gibbs. Non tralasciamo poi le giovani leve, rappresentate da Saba e Noname, che dovranno mantenere le aspettative alte imposte dai rispettivi esordi; e sappiamo quanto la “sindrome da secondo album” spesso azzoppi carriere promettenti.

Nell’elettronica si prospetta un 2022 interessante: artisti del calibro di M83 e Animal Collective, riferimenti del settore nel corso soprattutto degli anni ’00 e ’10 del XXI secolo, sembrano scaldare i motori per pubblicare i loro nuovi lavori nell’anno che verrà. Abbiamo poi Jenny Hval e MGMT, 100 gecs e Let’s Eat Grandma… insomma, nomi apprezzati sia nel versante pop che sperimentale dell’elettronica, un magma sempre più vivo e imperscrutabile.

In conclusione, il 2022 sarà probabilmente un anno da vivere intensamente. Sperando che la pandemia lasci più tranquilli e sia possibile tornare a vedere concerti in tranquillità, scaldiamoci ascoltando tanti CD da parte di artisti amati da pubblico e critica! State collegati, perché A-Rock vi offrirà al meglio delle proprie possibilità una copertura ampia e variegata.

Recap: settembre 2019

Settembre ci ha regalato CD davvero interessanti. Ad A-Rock recensiremo i nuovi lavori di Natasha Khan aka Bat For Lashes, JPEGMAFIA e (Sandy) Alex G. Abbiamo poi il ritorno di Charli XCX e di Jenny Hval. Ma non finisce qui: ci sono anche il nuovo disco di Liam Gallagher, degli M83 e l’esordio solista di Brittany Howard, la cantante degli Alabama Shakes.

(Sandy) Alex G, “House Of Sugar”

alex g

L’ultimo album del prolifico cantautore americano, “House Of Sugar”, è il suo CD più completo. Dopo il cambio di nome da Alex G a (Sandy) Alex G, al fine di evitare scambi di persona con uno youtuber suo omonimo, il talentuoso Alex Giannascoli ha ampliato costantemente la propria palette sonora, aggiungendo elementi psichedelici e addirittura country prima ridotti all’osso nei vari dischi lo-fi da lui prodotti in passato.

“House Of Sugar” è un titolo particolare, che richiama le fiabe di Andersen, in particolare “Hansel e Gretel”; non è quindi un caso che una delle migliori canzoni della tracklist si intitoli proprio Gretel. Altrove troviamo invece riferimenti testuali a fatti di vita vera o, almeno, verosimile: in Hope Alex rimpiange un coetaneo morto, “He was a good friend of mine, he died. Why write about it now? Gotta honor him somehow”, si domanda e si risponde. Dopo però la scena diventa improvvisamente piena di vita, “In the house they were calling out his name all night, taking turns on the bed, throwing bottles from the windows of the home on Hope Street”. Non sappiamo se veramente il nome della via fosse Hope Street, ma il riferimento non pare casuale.

Accanto a questi franchi racconti di episodi della propria vita, però, Giannascoli affianca un sound interessante quanto misterioso: all’indie rock si sommano forti influenze degli Animal Collective, specialmente negli inserti più misteriosi, come Taking e Sugar. (Sandy) Alex G finisce quindi per suonare strano ma allo stesso tempo accessibile: brani come Gretel, la tenera Southern Sky e In My Arms non possono lasciare indifferenti. La doppietta CowCrime rimanda ai migliori Real Estate.

In conclusione, “House Of Sugar” è, come da titolo, un lavoro fondamentalmente dolce, ma infarcito degli elementi particolari e stranianti tipici di Alex Giannascoli. Dopo 8 CD fra Bandcamp, autoprodotti e ora la Domino, con in mezzo svariati EP, il giovane cantautore statunitense pare aver trovato la definitiva maturità. “House Of Sugar” è il suo album più completo e affascinante, un “must-listen” per gli amanti dell’indie rock più eccentrico.

Voto finale: 8.

JPEGMAFIA, “All My Heroes Are Cornballs”

jpegmafia

Al terzo album e dopo l’esplosione da cantante di nicchia a rapper venerato da un largo seguito, JPEGMAFIA è tornato. “Veteran” (2018) non è stato un evento casuale: il rap caotico ed eternamente creativo di Barrington DeVaughn Hendricks si conferma una forza motrice devastante, facendo di “All My Heroes Are Cornballs” uno degli album di rap sperimentale migliori dell’anno.

Partiamo intanto dall’analisi della copertina e dei titoli della tracklist: il CD si annuncia lungo e non semplice da assimilare, con canzoni a volte sotto il minuto di durata e altre invece più articolate. Nella cover JPEGMAFIA ha vestiti quasi femminili, circostanza che in effetti si sposa bene col titolo del lavoro e del singolo di lancio: “tutti i miei eroi sono sdolcinati” e Perdonami Gesù, sono una facile rispettivamente. Insomma, le supposizioni sull’identità sessuale del Nostro possono partire, ma Hendricks è sempre stato molto riservato al riguardo e neanche in “All My Heroes Are Cornballs” trapelano indiscrezioni.

Gossip a parte, l’hip hop altamente innovativo e imprevedibile di JPEGMAFIA si conferma efficace: i pezzi più compiuti, come il già citato Jesus Forgive Me, I Am A Thot e Kenan vs. Kel, sono davvero ottimi. La struttura spezzettata del CD può risultare indigesta per alcuni, comprensibilmente (intermezzi come DOTS FREESTYLE REMIX e JPEGMAFIA TYPE BEAT sono fin troppo rumorosi), ma denota una creatività sempre all’erta non banale nello stereotipato panorama mondiale.

Testualmente, i riferimenti di JPEGMAFIA restano tanto vari quanto inclassificabili: troviamo rimandi a Bane, Michael Jackson (entrambi in Rap Grow Old & Die x No Child Left Behind), i Beatles (Post Verified Lifestyle), Brian Wilson dei Beach Boys (BBW), polemiche contro l’uso della forza da parte della polizia (PTSD) e a Gesù (Jesus Forgive Me, I Am A Thot e BUTTERMILK JESUS TYPE BEAT). In tutti i casi però resta indelebile l’abilità di JPEGMAFIA di assemblare brani credibili pur nel caos da lui stesso prodotto.

Il disco a volte risulta davvero difficile da seguire, ma ripetuti ascolti premiano gli ascoltatori. Mentre MIKE qualche mese fa aveva prodotto un CD sperimentale con un tema di fondo (la morte della madre), Hendricks si conferma tanto imprevedibile quanto incapace di dare coerenza ai suoi lavori. Ma proprio qui sta il bello no?

Voto finale: 8.

Brittany Howard, “Jaime”

jaime

L’esordio solista della cantante degli Alabama Shakes arriva a quattro anni da “Sound & Color”, il lavoro che fece conoscere il gruppo americano al mondo intero, facendogli anche vincere tre Grammy Awards. La Howard si distacca dal blues-rock che ha reso celebri gli Alabama Shakes, dando spazio alla sua vena soul e non disdegnando incursioni nel synthpop.

“Jaime” è dedicato alla sorella di Brittany, morta all’età di 13 anni a causa di un cancro all’occhio. Questo evento ha tragicamente segnato l’infanzia della cantautrice statunitense, che essendo una donna omosessuale di colore nel sud degli Stati Uniti non ha mai avuto vita facile. Tutto questo substrato di esperienze è la base che tiene insieme le canzoni di “Jaime”: 11 brani tra loro diversi e variegati, ma con tematiche comuni. Ad esempio, in History Repeats la Nostra mette in guardia dal ripetersi della storia, se non staremo attenti. Invece altrove affiorano temi legati all’amore: Georgia tratteggia l’amore di una ragazzina per una più grande, Stay High sogna di vivere per l’eternità con l’amore della vita. 13th Century Metal è però la canzone più ricca di frasi significative: “I am dedicated to oppose those whose will is to divide us and who are determined to keep us in the dark ages of fear… I don’t know about you, but I’m tired of this bullshit and I wanna try to do the best that I can”.

Musicalmente, dicevamo all’inizio, il CD è diverso dalla proposta degli Alabama Shakes: mentre infatti il sound della band si caratterizza per essere retrò (non a caso piace molto a Jack White), Brittany Howard ha sempre un occhio per il passato della musica (evidenti le influenze di D’Angelo e Prince), ma riesce a suonare attuale soprattutto per le tematiche affrontate e il mix musicale che è “Jaime”, pieno di rimandi a soul, jazz, pop e rock. Stupiscono favorevolmente la romantica Georgia e la potente 13th Century Metal, mentre sono inferiori Presence e History Repeats.

Il disco non brilla quindi per coerenza, ma proprio qui risiede il fascino di “Jaime”: accanto a temi delicati la Howard riesce a non suonare mai pesante o monotona, creando un insieme vario ma anche discretamente organico. Non un’impresa facile.

Voto finale: 7,5.

Charli XCX, “Charli”

charli

Il terzo album ufficiale della nascente popstar Charli XCX arriva a ben cinque anni da “Sucker”. Non è però per niente vero che la giovane cantautrice britannica sia stata inattiva in questo lungo periodo: il 2017 l’ha vista produrre ben due mixtape, fra le opere migliori della sua produzione, “Number 1 Angel” e “Pop 2”.

Charli XCX è amata, oltre che dal pubblico, anche dalla critica: il suo ibrido fra pop da classifica, percussioni quasi punk e basi elettroniche rappresenta un passo avanti notevole per il pop. Non per questo però Charli ha mai rinunciato alle charts: le famosissime I Love It e Doing It, cedute rispettivamente alle Icona Pop e a Iggy Azalea, portano la sua firma. Può sembrare strana questa caratteristica di Charli XCX di essere d’avanguardia e mainstream allo stesso tempo, ma probabilmente è proprio qui che risiede il suo fascino.

Il CD, già dal titolo, si annuncia più introspettivo rispetto al passato: mentre in LP precedenti i temi principali erano rappresentati da party, serate travolgenti e l’amore in ogni sua sfumatura, in “Charli” la cantautrice nata Charlotte Aitchison analizza le parti più nascoste di sé. In Gone, ad esempio, con l’aiuto di Héloïse Letissier aka Christine And The Queens, Charli dichiara: “I feel so unstable, fucking hate these people”, la prima ammissione di vera fragilità da parte sua. In February 2017 invece si sente: “Sorry ’bout Grammy night, was lying on my mind, was in a different place, tortured and drifting by”. Il contrasto tra la ricerca della fama e l’inquietudine che ne deriva è evidente.

Musicalmente, il lavoro è un mix di tutte le influenze che hanno caratterizzato la carriera di Charli: dal pop elettronico e robotico di Next Level Charli, alla tropicalia di Warm (con le sorelle Haim più pop che mai), passando per la trap accennata di Click e le ballate Blame It On Your Love (con Lizzo) e Official, “Charli” pare quasi un modo di chiudere una pagina e aprirne un’altra. A brillare particolarmente è Sorry For You, grazie anche alla preziosa collaborazione di Sky Ferreira; invece Shake It è l’unica traccia veramente sbagliata. Non tutto fila, ma non si può non premiare il coraggio sia a livello musicale che testuale di Charli XCX, destinata con ogni probabilità a trovare il definitivo successo con “Charli”.

Voto finale: 7,5.

Bat For Lashes, “Lost Girls”

lost girls

Il quinto album del progetto Bat For Lashes trova Natasha Khan in piena nostalgia degli anni ’80. Il CD, centrato attorno alla storia di un personaggio immaginario (Nikki Pink) e delle sue compagne di avventure, ha quel retrogusto cinematografico che anche il precedente “The Bride” (2016) possedeva, ma rispetto a quest’ultimo spinge ancora di più sulle tastiere, per creare un album synthpop coerente e breve al punto giusto (38 minuti).

Partiamo subito da un assunto: l’innovazione dei lavori più ispirati della Khan, come “The Haunted man” (2012), manca in questo “Lost Girls”, tanto che il lavoro potrebbe benissimo essere una colonna sonora di Stranger Things. Ciò tuttavia non toglie fascino all’album, che anzi fiorisce pienamente proprio nei suoi pezzi più nostalgici, come l’iniziale Kids In The Dark e Feel For You, pezzi a metà fra Eurythmics e Chic.

Dicevamo prima che il CD è breve al tempo giusto: 10 brani per una durata inferiore ai 40 minuti generano un ascolto gradevole fin dal primo giro, con un replay value garantito dalla grande abilità vocale e di arrangiatrice di Natasha Khan. Ad esempio, canzoni apparentemente più ovvie come Desert Man e Jasmine guadagnano spessore dopo ripetute sessioni di “Lost Girls”. Vampires, il pezzo più inquietante della tracklist, ricorda i Cure. Il disco perde qualcosa in termini di qualità solo nel finale, ma i risultati restano buoni.

La cantautrice inglese, ormai quarantenne, in “Lost Girls” ha trovato la definitiva maturità artistica. La sua abilità di spaziare fra pop più commerciale e paesaggi quasi psichedelici la rendono un outlier nel panorama musicale, ma anche una maestra per artiste come Weyes Blood e Julia Holter. Il treno per il grande successo di pubblico potrebbe essere passato, ma Natasha Khan non ha alcuna intenzione di smettere di creare mondi paurosi ma allo stesso tempo affascinanti.

Voto finale: 7,5.

Liam Gallagher, “Why Me? Why Not.”

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Il secondo album solista dell’ex cantante degli Oasis prosegue nel solco tracciato dal precedente “As You Were” (2017): puro rock’n’roll, la voce di Liam al centro del mixaggio e melodie semplici quanto accattivanti. Mentre il fratello-coltello Noel negli ultimi lavori ha dato sfogo alla sua vena sperimentale, il più giovane dei Gallagher ha sempre mantenuto profilo e atteggiamento da rockstar. Era proprio per questa dualità del resto che gli Oasis ebbero tanto successo a cavallo fra i due millenni.

Le due tracce che aprono “Why Me? Why Not.” sono rimandi chiari e legittimi al glorioso passato di Liam: mentre Shockwave richiama i Rolling Stones, la tenera One Of Us è probabilmente la più bella ballata a firma Liam Gallagher dopo I’m Outta Time, tanto lennoniana quanto riuscita. Once è invece più prevedibile, mentre il pop-rock di Now That I’ve Found You riporta con la mente agli Oasis di inizio XXI secolo.

Le 11 tracce di “Why Me? Why Not.” sono sempre godibili; chi venisse qui per arrangiamenti rivoluzionari (ma perché farlo?) sarebbe deluso, ma i fan dei due Gallagher non possono chiedere di meglio. Sì, perché c’è pure un brano quasi sperimentale: Meadow pare ispirato da un consiglio di Noel, non fosse che la cosa pare altamente improbabile. Anche il piano sbilenco di Halo, d’altro canto, introduce elementi nuovi nella palette di Liam.

“Why Me? Why Not.”, già dal titolo e dalle interviste di lancio, era stato catalogato da Our Kid come un CD più rock, quasi punk. Beh, diciamo che la promessa è mantenuta solo a metà: non mancano i brani energici, ma anche le ballate sono ben rappresentate e, a dire il vero, Liam sembra più a suo agio in queste ultime. Ne è esempio, oltre a Once e One Of Us, anche Alright Now. Tra i brani rock più efficaci abbiamo Shockwave e Halo. Inferiori alla media invece Be Still e The River.

Liricamente, il lavoro è un mix di frasi motivazionali (“You’ve got to hold your head up high if you want to break the chains from your past life” canta in Meadow) e apparenti allusioni al fratello Noel: “You’re a snake” urla LG in Shockwave, ma altrove pare meno spavaldo, “At times I wonder if you’re listening” sentiamo dirgli in Alright Now.

Questo LP prosegue efficacemente il ritorno di Liam Gallagher dopo i non fastosi anni dei Beady Eye: mescolando rock classico con elementi più innovativi “Why Me? Why Not.” manca dell’effetto sorpresa di “As You Were”, ma senza dubbio sarà apprezzato dalla sua fanbase e manterrà alta la bandiera degli Oasis ancora per qualche tempo.

Voto finale: 7,5.

M83, “DSVII”

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Il nuovo CD degli M83, la band del francese ormai americanizzato Anthony Gonzalez, arriva a tre anni da “Junk”, il più deludente album mai pubblicato dal gruppo, e 12 anni dopo “Digital Shades Vol. 1”, il vero predecessore di “DSVII”. Anche qui infatti trovano spazio le composizioni ambient care a Gonzalez non inserite in un LP vero e proprio del gruppo. Tuttavia, mentre il primo volume era una vera e propria raccolta di b-sides, questo “DSVII” sembra quasi narrare una storia: pare infatti la colonna sonora di un videogioco di ruolo vecchio stampo, con atmosfere evocative e titoli come Meet The Friends e Temple Of Sorrow.

Il CD, molto articolato (15 canzoni per 57 minuti), non è però per questo pesante; anzi, Gonzalez e compagni riescono a creare melodie sempre accattivanti, retrò ma mai eccessivamente nostalgiche o fini a sé stesse. Ne sono esempio l’introduttiva Hell Riders, che illustra fin da subito il mood del lavoro, così come A Bit Of Sweetness. Altrove, è vero, troviamo pezzi meno riusciti come Colonies, troppo lenta, ma non rovinano il risultato complessivo del disco in maniera eccessiva.

In conclusione, la passione per le soundtrack di Anthony Gonzalez è cosa nota: tra 2007 e 2019 (l’intervallo di tempo intercorso fra “Digital Shades Vol. 1” e “DSVII”) ha composto tanti LP quante colonne sonore (3). Questo album è il perfetto punto d’incontro fra le due tendenze degli M83 e un deciso passo avanti rispetto al pessimo “Junk”. Certo, chi si aspettasse di trovare in “DSVII” altre hit trascinanti come Midnight City o Graveyard Girl resterà deluso, ma il disco è convincente e gli amanti dell’ambient ne saranno entusiasti.

Voto finale: 7,5.

Jenny Hval, “The Practice Of Love”

jenny hval

Il nuovo lavoro della cantautrice norvegese Jenny Hval è il suo album più accessibile. Lei, un tempo nota per il suo “estremismo pop” fatto di ricerca e uso dell’elettronica più d’avanguardia, pare più propensa a piacere che a piacersi in questo “The Practice Of Love”; un cambiamento non da poco, ma senza dubbio apprezzabile.

Il CD è snello (8 canzoni per 34 minuti) e per questo facile da digerire già al primo ascolto: mentre però fino a “Blood Bitch” (2016) i dischi di Jenny erano ostici e sperimentali, ma proprio per questo innovativi, in “The Practice Of Love” l’artista norvegese, come già accennato, cerca il consenso del pubblico più che dei critici. Pezzi come High Alice, ad esempio, sono quasi mainstream; Accident l’avvicina a Julia Holter. Nella title track ritorna invece la vena più sperimentale della Hval, dove varie voci si sovrappongono sullo sfondo di tastiere sognanti.

The Practice Of Love è il baricentro di un disco per altri versi davvero notevole: Ashes To Ashes è un bel pezzo quasi anni ’80, Thumbsucker è dolcemente sospesa fra spirito pop e sperimentalismo, la già ricordata High Alice è un altro highlight. A convincere meno è Six Red Cannas, ma non intacca eccessivamente il risultato finale. In certe parti del disco si arriva addirittura a flirtare con la trance music, segno che Jenny Hval ha ancora voglia di testare il proprio pubblico con proposte eccentriche ma mai campate in aria.

In conclusione, Jenny Hval compie un deciso passo avanti in una carriera già molto interessante: “The Practice Of Love” è un CD non perfetto, ma certo affascinante e fa presagire un futuro ricco di successo per la giovane cantautrice norvegese.

Voto finale: 7,5.