Recap: agosto 2022

Agosto, diversamente dalla tradizione, si è rivelato un mese abbastanza affollato per la scena musicale. Ad A-Rock abbiamo recensito i nuovi lavori dei Muse, degli Hot Chip, di Julia Jacklin e dei Kasabian; inoltre, spazio ai brevi EP a firma Julien Baker e Liam Gallagher e al ritorno di Ezra Furman. Infine, analizziamo il primo CD collaborativo di Panda Bear e Sonic Boom, così come quello tra Danger Mouse e Black Thought. Buona lettura!

Danger Mouse & Black Thought, “Cheat Codes”

cheat codes

Il primo LP di coppia fra Danger Mouse, produttore di primo piano, in passato collaboratore, tra gli altri, di Damon Albarn e The Black Keys, e Black Thought, membro del gruppo hip hop The Roots, è una gioia per i fan del rap di tendenza East Coast. Le basi sono infatti nostalgiche al punto giusto e gli ospiti, dai veterani come Raekwon e il compianto MF DOOM (presente con un verso postumo) ai più giovani Michael Kiwanuka e A$AP Rocky, senza tralasciare ovviamente i Run The Jewels, aggiungono ulteriore spessore ad un lavoro di ottima caratura.

I due avevano già provato in passato a trovare spazio nelle loro agende per una collaborazione a pieno titolo, col titolo provvisorio di “Dangerous Thoughts”; tuttavia, il progetto era stato messo in pausa per i successivi mesi, che sono poi diventati anni. Solo quest’anno il CD ha visto la luce, col titolo di “Cheat Codes”: i risultati, come già accennato, sono buoni e fanno del lavoro uno dei migliori dischi rap del 2022.

Le prime tracce che colpiscono l’ascoltatore, dopo l’inizio discreto ma convenzionale con Sometimes e la title track, sono The Darkest Part, con grande verso di Raekwon, e Because, la quale vanta ben tre featuring: Joey Bada$$, Russ e Dylan Cartlidge. Altre belle canzoni sono Aquamarine e Strangers, mentre sotto la media è Close To Famous. In generale, le composizioni scorrono bene e creano un insieme organico e coeso, che non risulta mai noioso.

In conclusione, “Cheat Codes” conferma il talento di entrambi i suoi principali autori e la potenza di una collaborazione ben piazzata: non stiamo parlando di un LP capace di reinventare la musica contemporanea, ma Danger Mouse e Black Thought hanno composto un CD di qualità e, pertanto, troveranno sicuramente posto nella lista dei migliori lavori dell’anno secondo A-Rock. Siamo piuttosto sicuri che non saremo gli unici a dargli spazio.

Voto finale: 8.

Julia Jacklin, “PRE PLEASURE”

pre pleasure

Il terzo CD della cantautrice australiana prosegue il percorso intrapreso col precedente “Crushing”, che l’aveva resa una delle voci più interessanti del nuovo cantautorato al femminile. Nulla di trascendentale, sia chiaro; semplicemente, un buonissimo disco indie rock.

Il titolo “PRE PLEASURE” può far pensare ad un lavoro molto intimo, che magari analizza il rapporto della Nostra con la sessualità. In realtà non è così: Julia, infatti, concentra la sua attenzione, come in passato, sul suo corpo e sulle relazioni, soprattutto quelle finite male. Se “Crushing” da questo punto di vista era stato davvero notevole, “PRE PLEASURE” non è da meno.

Tra i versi migliori abbiamo: “I quite like the person that I am… Am I gonna lose myself again?” (I Was Neon), a metà tra felice e inquieto. Inoltre menzioniamo: “I felt pretty in the shoes and the dress, confused by the rest… Could He hear me?” (Lydia Wears A Cross) e “I will feel adored tonight, ignore intrusive thoughts tonight, unlock every door in sight” (Magic), sensazioni che tutti abbiamo provato o desiderato almeno una volta.

Le liriche di “PRE PLEASURE” scorrono su canzoni semplici, a volte solo chitarra e voce (Less Of A Stranger) oppure più indie rock (I Was Neon), mai troppo carichi e sperimentali. Tuttavia, la già citata I Was Neon e Be Careful With Yourself sono highlight innegabili; meno convincenti Too In Love To Die e Less Of A Stranger, che spezzano eccessivamente il ritmo nella parte centrale del lavoro. Da non trascurare infine Lydia Wears A Cross ed End Of A Friendship, che aprono e chiudono perfettamente il disco.

In generale, Julia Jacklin si conferma cantautrice di talento e affidabile, ma priva al momento di quella scintilla che ha reso Phoebe Bridgers e Mitski delle eroine per il mondo indie. Vedremo se il futuro porterà Jacklin a sperimentare di più e, magari, a trovare quel capolavoro che sembra avere nel taschino.

Voto finale: 7,5.

Hot Chip, “Freakout/Release”

freakout release

Il nuovo CD degli inglesi Hot Chip, giunti ormai alla loro terza decade insieme, è un buon CD di musica elettronica. Partendo da una situazione drammatica, sia dal punto personale che da quello sociale, “Freakout/Release” riporta i britannici ai buoni livelli del precedente “A Bath Full Of Ecstasy” (2019).

Se il primo singolo di lancio Down poteva sembrare quasi scontato, fin troppo in linea col passato degli Hot Chip, gli altri due brani prescelti per promuovere il CD dimostravano ben altra stoffa: Eleanor usa un beat ballabilissimo, su cui Alexis Taylor (uno dei due frontman) parla degli effetti di una separazione dolorosa. Infine, Freakout/Release: siamo di fronte ad uno dei brani più carichi dell’intera produzione degli Hot Chip, quasi vicino alla techno, poco altro da aggiungere.

Va detto che abbiamo anche altri pezzi degni di nota: ad esempio, Broken e Time sono meritevoli di più di un ascolto. Inferiori alla media invece Hard To Be Funky e Guilty. Menzione, infine, per The Evil That Men Do, che presenta una sezione hip hop (!) nel finale.

Liricamente, Taylor e compagni sono più malinconici che mai: atteggiamento, come già detto, dovuto a circostanze personali (la morte dell’amico Philippe Zdar) e globali (la pandemia da Covid-19). I versi più significativi sono i seguenti: “Music used to be escape, now I can’t escape it” (la title track); “You can heal if you’re wounded, you can heal anytime” (Miss The Bliss); e “It holds me… I have no choice… All the rest is noise” (Not Alone). Emergono dunque segnali contrastanti, di depressione così come di ritrovato entusiasmo, sensazioni ben note a tutti noi passati per i lockdown pandemici.

In conclusione, “Freakout/Release” è probabilmente uno degli ultimi album propriamente pandemici, o almeno caratterizzabili come tali. Gli Hot Chip, dal canto loro, si confermano band consistente ed affidabile, incapace di comporre cattivi CD.

Voto finale: 7,5.

Ezra Furman, “All Of Us Flames”

all of us flames

Il nuovo lavoro della cantautrice americana si inserisce in una carriera di tutto rispetto: se il precedente “Twelve Nudes” (2019) era il CD più duro come sonorità della sua produzione, “All Of Us Flames” ricorda invece “Transangelic Exodus” (2018). Ad ogni modo, i risultati restano più che discreti.

Ezra Furman è una figura rispettata non solo per le sue qualità compositive, ma anche per la sua storia: il fatto di essere ebrea e transessuale allo stesso tempo, che in passato avrebbe portato discriminazioni a non finire, adesso la rende fiera. Prova ne siano alcuni riferimenti presenti in “All Of Us Flames”: “It’s not written in your Bibles, it’s a verse behind the verse only visible to an obsessive detail-oriented heathen Jew” canta, ad esempio, in Train Comes Through; mentre in Ally Sheedy In The Breakfast Club abbiamo una nota nostalgica a “the teenage girl I never got to be”. Altrove abbiamo testi più romantici (“You’ve got me in your arms… Maybe that’s all we need for warmth”, Forever In Sunset).

I migliori brani sono l’introduttiva Train Comes Through e Forever In Sunset, che ricorda il Bruce Springsteen di fine anni ’70. Inferiori alla media invece I Saw The Truth Underssing e Book Of Our Names, ma hanno il merito di mantenere coerente l’estetica del CD, pieno di riferimenti a PJ Harvey e alla scena rock anni ’00, soprattutto i Deerhunter.

In generale, Ezra Furman conferma il bene che si dice di lei ormai da una decina d’anni. “All Of Us Flames” non è un LP rivoluzionario, ma i suoi 47 minuti di durata scorrono bene e lo rendono ascoltabile da un vasto pubblico.

Voto finale: 7.

Panda Bear & Sonic Boom, “Reset”

reset

Il primo CD di Noah Lennox (Panda Bear), principale esponente degli Animal Collective, e Sonic Boom (Peter Kember), membro degli Spacemen 3, è in realtà derivato da una profonda stima reciproca che lega tra loro i due musicisti. I due, infatti, collaborano fin dai tempi di “Person Pitch” (2007), il bellissimo LP di Panda Bear, ma questa è la prima produzione in cui le canzoni sono scritte a quattro mani da Panda Bear e Sonic Boom.

“Reset” è un titolo azzeccato, dati i tempi grami in cui viviamo: servirebbe proprio un reset per ripartire, dopo anni contrassegnati da pandemia, guerre e tragedie legate al deterioramento ambientale. Le sonorità, peraltro, richiamano un’epoca più serena: gli anni ’60, quelli dei Beach Boys e del sunshine pop. Alla lunga la dolcezza dei risultati può quasi apparire stucchevole, ma nel complesso siamo di fronte a un buonissimo lavoro, forse il migliore di entrambi i musicisti dai tempi di “Panda Bear Meets The Grim Reaper” (2015).

“Reset” si caratterizza come una lunga suite di brani che spesso si mescolano uno nell’altro; vi sono episodi puramente psichedelici come Livin’ In The After ed Everyday, così come altri che virano sull’elettronica (In My Body, Whirlpool). In generale, però, è da premiare l’abilità dei due di creare un lavoro coeso ed estremamente godibile, con gli highlights di Gettin’ To The Point ed Everything’s Been Leading To This, che richiamano le migliori melodie di “Person Pitch” e “Merriweather Post Pavilion” (2009) degli Animal Collective. Delude un po’ solo In My Body.

Liricamente, come spesso accade nei lavori ricchi di sample tratti dal passato, i contenuti spesso sono indefiniti; tuttavia, in certi tratti Lennox e Kember lasciano trasparire qualche contenuto più calato nel presente. Ne sono esempi i seguenti versi: “One dude’s sweat is another’s balm” (Go On), forse un accenno allo sfruttamento capitalistico; e “Well times are tough and the draw is raw” (Everything’s Been Leading To This).

In conclusione, entrambi gli artisti coinvolti nella realizzazione di “Reset” hanno prodotto migliori CD in passato; allo stesso tempo, sentire nuovamente Panda Bear e Sonic Boom così liberi e sereni ci fa pensare che ci sia ancora qualcosa della vecchia magia da esplorare.

Voto finale: 7.

Julien Baker, “B-Sides”

b sides

Il breve EP “B-Sides” trae origine, dalle stesse sessioni di registrazione che hanno portato Julien Baker a pubblicare “Little Oblivions” nel 2021. I brani sono riusciti e sarebbero potuti benissimo entrare nella tracklist del CD principale, facendo di “B-Sides” un buon lavoro, seppur molto breve.

Il disco comincia con Guthrie, un pezzo molto intimista che sarebbe stato benissimo nell’esordio della Nostra, “Sprained Ankle” (2015). Abbiamo poi due pezzi più movimentati, caratterizzati da un indie rock convincente, Vanishing Point e Mental Math, che alzano il livello dell’EP e sono fra i migliori a firma Julien Baker.

Liricamente, la Baker si dimostra cantautrice tremendamente onesta nell’affrontare i suoi demoni e nel rendere il pubblico partecipe delle sue problematiche. In Guthrie mette in questione la propria fede: “Used to call upon the spirit, now I think heaven lets it ring… Wanted so bad to be good, but there’s no such thing”. Invece Mental Math parla di ricordi del passato da studente, inframmezzati da considerazioni più ampie: “Trying not to freak out, staring at the ground, doing math in my head, how far is it down?”.

In conclusione, “Little Oblivions” aveva confermato quanto di buono si diceva di Julien Baker; questo EP non fa che mettere nuovamente in luce il talento, compositivo e lirico, di una delle cantautrici più promettenti della sua generazione.

Voto finale: 7.

Liam Gallagher, “Diamond In The Dark”

diamond in the dark

Questo EP segue il successo dell’ultimo disco solista di R Kid, pubblicato pochi mesi fa. “C’MON YOU KNOW” non era il miglior lavoro a firma Liam Gallagher, ma faceva intravedere doti vocali e cantautorali ancora in buona forma e Diamond In The Dark, che dà il nome a questo EP, ne era uno dei migliori esempi.

Oltre a Diamond In The Dark, abbiamo in scaletta un remix del brano, a cura di DJ Premier, e una versione live del medesimo pezzo, presa dalla riedizione del concerto di Knebworth, la cui prima leggendaria edizione si tenne nel 1994 a firma Oasis. Infine, spazio alla b-side Bless You, che chiude abbastanza efficacemente un EP senza troppe pretese, ma non per questo mal riuscito.

Chiaramente non stiamo parlando di un prodotto imperdibile, ma i fan del più giovane dei fratelli Gallagher troveranno pane per i loro denti.

Voto finale: 6,5.

Muse, “Will Of The People”

will of the people

Il nono CD della band capitanata da Matt Bellamy è un mezzo fallimento. Se “Simulation Theory” (2018), pur con brani deboli come Dig Down, era un’innovazione pop nell’estetica dei Muse, “Will Of The People” è un mix di idee spesso sbagliate, che si rifanno al passato del gruppo e a quello della musica (soprattutto Queen e AC/DC).

Il primo singolo Won’t Stand Down aveva in realtà sollecitato attenzioni benevole: il sound metal del pezzo è una ventata di freschezza benvenuta in un LP altrimenti debole sotto molti punti di vista. Prova ne sia Compliance: un pasticcio pop piuttosto insopportabile. Prevedibile anche la ballata Ghosts (How I Can Move On).

Anche dal punto di vista testuale i Muse questa volta lasciano a desiderare: se in passato i Nostri erano stati in grado di scrivere convincenti inni di resistenza (Uprising) inseriti in concept album magari sovraccarichi di influenze, ma mai prevedibili (“The Resistance” del 2009), questa volta abbiamo canzoni radicali come la title track e Liberation, ma anche titoli come We Are Fucking Fucked… insomma, poco da salvare anche in questo ambito.

La cosa incredibile è che, malgrado queste evidenti lacune, il CD è in qualche modo salvabile: Bellamy è sempre convincente come cantante e regge quasi da solo pezzi come Verona e Liberation, mentre la base ritmica di Chris Wolstenholme e Dominic Howard brilla in Kill Or Be Killed ed Euphoria. Le migliori melodie di “Will Of The People” sono quindi Won’t Stand Down e Kill Or Be Killed, mentre molto deludenti sono Compliance e You Make Me Feel Like It’s Halloween.

Pare purtroppo che i Muse abbiano perso quella furia, unita all’attenzione per i giusti ganci pop, che hanno reso la tripletta “Origin Of Symmetry” (2001) -“Absolution” (2003) -“Black Holes And Revelations” (2006) dischi imperdibili nei primi anni ’00. “Will Of The People” è indiscutibilmente il più brutto LP della loro produzione e fa nascere cattivi pensieri sul futuro della band.

Voto finale: 5.

Kasabian, “The Alchemist’s Euphoria”

The Alchemists Euphoria

I Kasabian hanno attraversato tempi molto difficili recentemente: nel 2020, in piena pandemia, il frontman del gruppo Tom Meighan è stato arrestato per aver picchiato la fidanzata, reato di cui poi si è dichiarato colpevole. Il gruppo non ha potuto far altro che espellerlo, con tutte le conseguenze del caso.

Questo “The Alchemist’s Euphoria” è quindi una sorta di nuovo inizio per la band, autrice di successi dei primi anni ’00 come Club Foot e Fire… tutto questo, però, è ormai un ricordo. Va detto che, anche nelle ultime uscite con Meighan, il complesso britannico non era apparso in grande forma: sia “48:13” (2014) che “For Crying Out Loud” (2017) erano infatti CD poco lucidi ed ispirati, soprattutto il primo.

Purtroppo, anche “The Alchemist’s Euphoria” non fa molto per risollevare il destino dei Kasabian: Sergio Pizzorno alla voce non suona benissimo e molte canzoni sono eccessivamente influenzate da molteplici direttrici. House, hip hop, R&B… il CD è, come da titolo, un’alchimia, purtroppo mal riuscita. Prova ne siano ROCKET FUEL, ALYGATYR e STRICTLY OLD SKOOL.

Peccato, perché alcuni lampi restano discreti: l’iniziale ALCHEMIST non è male, così come T.U.E (the ultraview effect) e STARGAZR. Ma i momenti di sconforto sono maggiori di quelli positivi, circostanza che rende il pur coraggioso cambio di pelle operato dai Kasabian un buco nell’acqua. Spiace ammetterlo, ma il destino della band pare segnato.

Voto finale: 5.

I 50 migliori album del 2021 (50-26)

Ci siamo: è tempo di pubblicare la lista dei migliori 50 album dell’anno di A-Rock! Come ormai è consuetudine, pubblichiamo oggi la prima parte e nei prossimi giorni la seconda e più ambita. Il 2021 è stato un anno strano: non più costretti a lockdown devastanti per le nostre vite sociali e l’economia, abbiamo forse avuto meno tempo per ascoltare musica, per fortuna sotto tanti punti di vista.

Quest’anno però è stato segnato dal ritorno di nomi attesissimi: da Drake a Kanye West, da Adele a Lana Del Rey, passando per i Coldplay e Billie Eilish. Abbiamo avuto poi l’esplosione di nomi emergenti come Olivia Rodrigo e Little Simz, senza dimenticarci dei lavori dei veterani: Nick Cave, Sufjan Stevens…

Piccola nota metodologica: malgrado la qualità elevata dei due LP ripubblicati da Taylor Swift a seguito delle dispute con la sua vecchia casa discografica, i due sono edizioni aggiornate di lavori usciti rispettivamente nel 2008 (“Fearless”) e nel 2012 (“Red”), ecco perché non li troverete elencati.

In ogni caso, la domanda sorge spontanea: chi avrà avuto l’onore di entrare nella lista dei migliori CD del 2021 di A-Rock? Buona lettura!

50) King Gizzard & The Lizard Wizard, “L.W.” / “Butterfly 3000”

(ROCK)

Come al solito, i King Gizzard & The Lizard Wizard hanno dato sfoggio della loro prolificità pubblicando ben due album nel 2021, entrambi di buona fattura.

Il primo, “L.W.”, non smentisce la loro fama di collettivo sempre voglioso di sperimentare: passando dal pop quasi beatlesiano a ritmi più psichedelici, se non hard rock, “L.W.” è l’ennesima dimostrazione del talento di Stu Mackenzie e compagni.

Il CD forma un’ideale coppia col precedente “K.G.”, che flirtava addirittura con il rock mediorientale e nordafricano; questa volta i King Gizzard & The Lizard Wizard fanno una sorta di riassunto di dieci anni di attività, un po’ per ricaricare le batterie un po’ per accontentare i fans di ogni tipo, da quelli metallari a quelli più mainstream.

Rispetto al fratello “K.G.”, questo lavoro è più riuscito e riesce in maniera più convincente ad assemblare tutti i vari tipi di rock provati nel corso della carriera dai Nostri, dal garage allo psichedelico al folk. La chiusura K.G.L.W. si propone quindi come ideale chiusura del cerchio, coi suoi ritmi duri e quasi fuori posto in un LP per il resto tranquillo. I brani migliori sono Supreme Ascendancy e l’epica K.G.L.W., mentre delude un po’ Pleura.

In conclusione, i King Gizzard & The Lizard Wizard si confermano voce tanto prolifica quanto imprescindibile per gli amanti del rock più scanzonato, capaci di passare nel giro di pochi anni dal garage rock (“12 Bar Bruise”, esordio del 2012) al metal (“Infest The Rats’ Nest” del 2019), attraversando ogni altro tipo di sonorità rock, spesso con risultati davvero soddisfacenti. “L.W.” rientra in questa categoria: evidentemente il lockdown ha stimolato la creatività della band.

Il diciottesimo album in dieci anni a firma King Gizzard & The Lizard Wizard (nessun errore di battitura, è proprio così), secondo del 2021, è una piacevole rinfrescata in un sound che ne aveva davvero bisogno. Se nei due precedenti LP “K.G.” (2020) e “L.W.” (2021) i Nostri erano stati accusati di ripercorrere strade ben note, con risultati non sempre all’altezza, “Butterfly 3000” rinuncia allo psych-rock per toni molto più sereni e un synthpop davvero inatteso.

Il disco non è stato anticipato da alcun singolo e il marketing è stato ridotto all’osso: mosse strane per Stu Mackenzie & co., che fanno di “Butterfly 3000” un outlier davvero interessante. Concepito per essere ascoltato come un’unica suite, il lavoro suona fresco, curato e finalmente aperto a nuove influenze. Fin dall’apertura di Yours capiamo che qualcosa è cambiato: i toni apocalittici visti in “Murder Of The Universe” (2017) o in “Infest The Rats’ Nest” (2019) sono abbandonati, per far posto a riflessioni sul mondo dei sogni e i suoi effetti sulla quotidianità della band, su una base tranquilla.

Prova ne sia il ritornello della dolce Dreams: “I only wanna wake up in my dream… I only feel alive in a daze”. Anche altrove si propongono visioni oniriche, come in Blue Morpho e Interior People. I brani migliori sono proprio Blue Morpho e Catching Smoke, mentre è un po’ sotto la media Black Hot Soup, troppo lunga.

In un periodo di relativa tranquillità, sentire anche un gruppo di solito visionario come i KG&TLW addolcire i toni fa piacere. Pur essendo stato concepito durante i lockdown pandemici, “Butterfly 3000” è un ottimo lavoro per celebrare il ritorno alla vita, che sembra davvero vicino (speriamo).

49) Snail Mail, “Valentine”

(ROCK)

Il secondo disco, per molti, è un ostacolo insormontabile e si rivela un peso dopo un esordio elogiato dalla critica e, magari, anche da larghe fette di pubblico. Questo poteva essere il caso per Lindsey Jordan, la giovane cantautrice dietro il progetto Snail Mail. “Lush”, il suo primo disco del 2018, era stato visto da molti come l’inizio di una carriera brillante nel mondo indie rock. A-Rock, dal canto suo, l’aveva inserita in una puntata della rubrica Rising e “Lush” era entrato nella lista dei 50 migliori lavori dell’anno. Pertanto, l’attesa era tanta.

I singoli di lancio del CD avevano contribuito a fare di “Valentine” uno dei più attesi dell’anno: la title track è un irresistibile pezzo indie rock, Ben Franklin è più melodico ma non meno riuscito, così come Madonna. Aggiungiamo poi una lunghezza per una volta adeguata: 32 minuti presuppongono, auspicabilmente, poco spazio per le tracce filler tipiche dei dischi più lunghi. A tutto ciò aggiungiamo la produzione di Brad Cook, in passato collaboratore di altre “indie darlings” come Waxahatchee e Indigo De Souza, per una ricetta potenzialmente squisita.

I risultati sono lusinghieri, in effetti: Snail Mail si conferma nome di crescente peso nel panorama rock e canzoni come Valentine e la conclusiva Mia farebbero la fortuna di molti. Peccato solo per la presenza di un paio di brani inferiori alla media, come Forever (Sailing) e Automate, altrimenti il voto complessivo sarebbe ancora maggiore.

Anche liricamente “Valentine” conferma il talento di Lindsey Jordan nel trasmettere sentimenti che molti hanno provato con parole semplici ma toccanti. Chi non ha mai avuto il cuore infranto oppure provato invidia vedendo la vecchia fiamma accompagnata da un’altra persona? La Jordan è però candida nelle sue ammissioni, quasi al limite della sfrontatezza, ma è un tratto che apprezziamo in versi come “Those parasitic cameras, don’t they stop to stare at you?” (Valentine) e “I wanna wake up early every day just to be awake in the same world as you” (Light Blue). Altrove emerge l’ironia della Nostra: “Got money, I don’t care about sex” (Ben Franklin).

In conclusione, il CD non stravolge il mondo dell’indie, come alcuni vorrebbero credere. Nondimeno, Lindsey Jordan conferma la sua duttilità nel passare da brani più movimentati (Glory) ad altri più rilassati (c. et al.), che le apre la strada per un futuro radioso. Staremo a vedere in futuro dove andrà a parare, ma il progetto Snail Mail pare qui per restare.

48) Weezer, “OK Human”

(ROCK – POP)

Dopo un 2019 da molti salutato come il peggior anno della ormai lunga carriera dei Weezer, che ha visto l’uscita dei mediocri “Weezer (Teal Album)” e “Weezer (Black Album)”, seguito dal 2020 che tutti conosciamo, Rivers Cuomo & co. hanno regalato un 2021 ricco di sorprese: due CD pubblicati, il qui presente “OK Human” e “Van Weezer”, e il tour più atteso dagli amanti del pop-punk, l’Hella Mega Tour in compagnia di Green Day e Fall Out Boy.

La partenza del 2021 è in realtà una boccata d’ossigeno per una band sempre in bilico fra grandi dischi (soprattutto negli anni ’90 del secolo scorso) e flop colossali (uno su tutti: “Make Believe” del 2005). “OK Human” riecheggia ironicamente nel titolo “OK Computer” dei Radiohead (e un brano si intitola Here Comes The Rain, ricorda qualcosa?), ma in realtà i Weezer scanzonati lasciano in questo lavoro il posto a un gruppo maturo, coinvolto come tutti nei lockdown pandemici e con poca voglia di scherzare. Cuomo riecheggia i maestri pop del passato, dai Beach Boys a Serge Gainsbourg passando per Harry Nilsson, con garbo; l’uso di un’intera orchestra arricchisce la ricetta, echeggiando Elton John nei suoi momenti migliori.

I risultati, come già accennato, sono confortanti: al tredicesimo album di inediti (non contando il “Teal Album” che era una raccolta di cover), Rivers Cuomo pare aver trovato una veste che gli si addice oltre quella della rockstar piena di complessi. Pezzi come Playing My Piano e Bird With A Broken Wing sono davvero riusciti, ma in realtà la coesione e la brevità del lavoro (soli 30 minuti) tengono lontana la voglia dei Weezer di sperimentare, che spesso ha fatto deragliare lavori nati sotto una buona stella.

In ambito testuale, i Nostri non lesinano riferimenti all’attualità: Playing With My Piano contiene il verso più rilevante, “Kim Jong-Un could blow up my city, I’d never know”. È una frase che può essere presa come uno scherzo di cattivo gusto o una candida ammissione di impotenza di fronte a qualcosa di incontrollabile: per i Weezer l’unico modo di comunicare con l’esterno è un pianoforte, tanto che la realtà fa un passo indietro. Altrove abbiamo riferimenti all’uso smodato dei social media (Screens) alla storia della musica (All My Favorite Songs), più prevedibili ma centrati considerando il mood del disco.

In conclusione, dunque, “OK Human” è il disco più convincente dei Weezer dai tempi del “White Album” del 2016: un LP coeso, ben strutturato e sincero, che farà felici i fan del gruppo più affascinati dalla vena pop di Rivers Cuomo e compagni.

47) Boldy James & The Alchemist, “Bo Jackson”

(HIP HOP)

La nuova collaborazione fra il rapper Boldy James e il leggendario produttore The Alchemist è un CD di hip hop vecchia maniera. Le sue basi sono la perfetta controparte quando si vogliono raccontare fatti legati alla vita di strada in modo crudo. La malinconia che traspare è infatti evidente e si sposa bene con le storie di Boldy James.

Siamo alla collaborazione numero quattro fra i due, dopo “My 1st Chemistry Set” (2013), l’EP “BOLDFACE” (2019) e “The Price Of Tea In China” (2020). La chimica fra i due è innegabile, come ulteriormente confermato in “Bo Jackson”: malgrado un inizio un po’ lento, pezzi come Brickmile To Montana e Photographic Memories alzano considerevolmente il livello. Da sottolineare poi il parco ospiti: Benny The Butcher, Earl Sweatshirt e Freddie Gibbs, giusto per citare i più celebri, danno una mano a rendere “Bo Jackson” davvero imperdibile.

Il CD, come accennato precedentemente, prende molti episodi di vita di strada vissuti in prima persona da Boldy James oppure narrati da quest’ultimo, con grande dovizia di particolari e versi a volte toccanti come: “All this pressin’ is depressin’, the pressure is still pressin’ against a nigga flesh, it’s beyond measure” (DrugZone).

In conclusione, “Bo Jackson” è un buonissimo album rap. Nulla capace di riscrivere la storia del genere, sia chiaro, ma da sentire almeno una volta e fortemente consigliato agli amanti del genere.

46) The Weather Station, “Ignorance”

(POP)

Il quinto album della cantautrice Tamara Lindeman, meglio conosciuta come leader del progetto The Weather Station, è una decisa svolta verso territori art pop. Se originariamente la si poteva inquadrare nel folk tipico dei cantautori anni ’60, “Ignorance” ricorda i CD recenti di Weyes Blood e Sharon Van Etten, con un tocco jazz in alcuni brani che arricchisce ulteriormente la ricetta.

Il brano migliore è l’iniziale Robber, un inno anticapitalista che è una lenta progressione verso il raffinato jazz della coda strumentale. Ora che The Weather Station si è arricchita di una band al completo a supportarla (chitarra, basso, sassofono e ben due percussionisti), la differenza rispetto ai minimali CD degli esordi è notevole. Anche Atlantic, la seconda canzone in scaletta, è uno dei migliori esempi di questo nuovo stile di Tamara Lindeman.

Nella seconda parte del lavoro la qualità sembra calare leggermente, a causa di pezzi più prevedibili come Loss e Separated, ma i risultati complessivi restano più che buoni. Da evidenziare anche alcuni passaggi lirici di “Ignorance”: il tema portante (come anche il nome del progetto anticipa) è il cambiamento climatico e l’ignoranza che pervade molti su un tema considerato da Lindeman ineludibile per i prossimi anni. In Atlantic il verso “I should really know better than to read the headlines” è emblematico e nella stessa canzone abbiamo anche “My god, I thought, ‘What a sunset.’”, davvero poetico. È poi interessante l’uso della voce di Lindeman: mai alta nel mix, piuttosto quasi uno strumento come gli altri.

In generale, dunque, “Ignorance” musicalmente non introduce nulla di radicale nel mondo del pop più raffinato. The Weather Station ha prodotto un LP che ricorda quasi uno dei recenti album dei Destroyer, un pop raffinato e sontuoso a tratti, arricchito da liriche spesso acute. Che sia la svolta per Tamara Lindeman? Attendiamo il suo prossimo lavoro per una valutazione più precisa.

45) Cassandra Jenkins, “An Overview On Phenomenal Nature”

(FOLK – POP)

Il secondo album della cantautrice statunitense riafferma una volta di più che il panorama cantautorale femminile è più vivo che mai: negli ultimi anni abbiamo visto emergere volti destinati a scrivere pagine rilevanti in futuro (Phoebe Bridgers, Lucy Dacus, Julien Baker e Sharon Van Etten solo per citarne alcune) e Cassandra Jenkins si aggiunge meritatamente a questa schiera.

“An Overview on Phenomenal Nature” ritmicamente si presenta come un CD a metà fra folk e art pop, un po’ la versione aggiornata al 2021 di “Bon Iver, Bon Iver” (2011) dell’omonimo progetto. Le canzoni sono ovattate, virano alle volte verso il country (Michelangelo), ma pezzi come Hard Drive mostrano tutto il talento compositivo della Nostra.

Liricamente, le sole sette canzoni descrivono soprattutto quadretti di vita quotidiana: una testimonianza di una guardia giurata di un museo; il dolore di sentire che un tuo idolo d’infanzia, con cui avresti dovuto intraprendere un tour, si è suicidato; sentimenti divergenti come sarcasmo e frustrazione… I versi che restano più impressi sono i seguenti: “Empty space is my escape” (Crosshairs), “Baby, go get in the ocean… The water, it cures everything” (New Bikini) e il potente “We’re gonna put your heart back together, are you ready?” in Hard Drive.

In conclusione, la brevità del lavoro gioca sia a favore che contro il risultato finale: se da un lato la noia non affiora mai, è anche vero che i soli 31 minuti ci fanno desiderare qualcosa in più, contando il finale quasi ambient di The Ramble abbiamo infatti soli sei brani cantautorali veri e propri. “An Overview On Phenomenal Nature” resta però davvero interessante nei suoi passaggi migliori e merita almeno un ascolto.

44) Lorde, “Solar Power”

(POP)

Il terzo album della popstar neozelandese è una svolta piuttosto radicale nello stile di Lorde. Se in “Pure Heroine” (2013) e “Melodrama” (2017) l’artista si era fatta notare per un pop in technicolor e canzoni vivaci, provocatorie a volte come Royals e Green Light, riscrivendo molto dello stile pop presente e futuro, “Solar Power” suona come un ritiro in sé stessa.

Jack Antonoff, il produttore più cercato del momento (basti citare le recenti collaborazioni con Taylor Swift e Lana Del Rey), dà anche a questo CD il suo proverbiale tocco: atmosfere soffuse, voce sporca e svolta in direzione folk-pop compiuta. I risultati possono non piacere, soprattutto ai fan della prima ora della neozelandese, ma dimostrano che Lorde è qui per restare e che pretendere da lei sempre lo stesso disco è un’aspettativa destinata a essere infranta.

La principale critica che si può fare stilisticamente al disco è che suona “fuori tempo”: Lorde sembra serena e fin troppo rilassata, si sente qua e là un sapore psichedelico che rende “Solar Power” quasi derivato dai Beach Boys… manca inoltre quella critica sociale che aveva fatto la fortuna anche mediatica della neozelandese.

Il CD, concepito per essere un concept album sulla crisi climatica, suona in realtà un po’ sfocato liricamente: abbiamo riferimenti a Pearl, il suo amato cane da poco deceduto (Big Star); canzoni sull’amore finito (California); e poi anche referenze al riscaldamento globale (“How can I love what I know I am gonna lose? Don’t make me choose”, Fallen Fruit). Abbiamo, poi, un riferimento all’ansia da ragazza prodigio del pop (“Teen millionaire having nightmares from the camera flash”, The Path) e ad un uomo violento che si reinventa maestro new-age (Dominoes).

Musicalmente però, come già accennato, “Solar Power” è un altro LP di qualità nella discografia di Ella Marija Lani Yelich-O’Connor: la title track è un grande pezzo estivo, con ritornello irresistibile grazie anche alle armonie vocali di Clairo e Phoebe Bridgers. Anche California è un brano di ottimo livello. Invece The Man With The Axe e Dominoes sono fin troppo monotone e rompono il ritmo dell’album.

In generale, “Solar Power” pare quasi un CD di transizione, verso nuovi lidi: Lorde non vuole essere la portabandiera della sua generazione, come proclama fin dalla prima canzone The Path (“Now if you’re looking for a savior, well that’s not me. You need someone to take your pain for you? Well, that’s not me”). Non tutti saranno contenti di questa mossa; di certo dopo “Melodrama” ci aspettavamo un album più coraggioso. I risultati raggiunti in “Solar Power” non sono tuttavia da disprezzare: vedremo, presumibilmente tra quattro anni, dove Lorde condurrà la propria estetica.

43) BROCKHAMPTON, “ROADRUNNER: NEW LIGHT, NEW MACHINE”

(HIP HOP)

La boyband più famosa dell’hip hop è tornata. Giunti al sesto album in quattro anni, i BROCKHAMPTON hanno ormai uno stile riconoscibile e allo stesso tempo sempre variegato: pop, rap, R&B, addirittura il rock progressivo trovano spazio in “ROADRUNNER: NEW LIGHT, NEW MACHINE”. Il risultato? Non perfetto, ma certamente un progresso rispetto a “GINGER” (2019).

Se in passato i lavori del collettivo americano potevano essere tacciati di contenere pezzi troppo lunghi, per dare modo a tutti i componenti di dire la loro, in “ROADRUNNER: NEW LIGHT, NEW MACHINE” i ragazzi suonano più leggeri. Brani riusciti come l’epica WHAT’S THE OCCASION, che pare un remix dei Pink Floyd, riescono a integrarsi bene con BUZZCUT, ottima intro con Danny Brown protagonista, e la perla pop OLD NEWS, che ricorda il Tyler, The Creator di “IGOR”. In generale, a parte la monotona DON’T SHOOT UP THE PARTY, Kevin Abstract e compagni hanno prodotto il loro miglior lavoro dai tempi della trilogia delle “SATURATION” (2017).

Anche testualmente il CD suona profondo e sentito, ma non sovraccarico di introspezione come in passato. Joba parla del tragico suicidio del padre in THE LIGHT con versi frammentari ma drammaticamente veri: “At a loss, aimless… Hope it was painless, I know you cared… Heard my mother squealing. I miss you”. In BUZZCUT invece Abstract canta di periodi difficili nella sua vita: “Thank God you let me crash on your couch”, lo stesso accade in THE LIGHT: “I was broke and desperate, leaning on my best friends”.

In conclusione, se questo è davvero l’ultimo LP a firma BROCKHAMPTON, come alcuni di loro hanno fatto intendere, il gruppo se ne andrà con un ottimo lavoro. “ROADRUNNER: NEW LIGHT, NEW MACHINE” è infatti relativamente compatto (46 minuti in 13 canzoni) e ben strutturato, vario (forse fin troppo) e curato.

42) Injury Reserve, “By The Time I Get To Phoenix”

(HIP HOP – SPERIMENTALE)

Il secondo album degli Injury Reserve è stato terribilmente influenzato dalla morte del membro Stepa J. Groggs, a soli 32 anni, a metà del 2020. A molti è sembrato quasi un sacrilegio terminare questo lavoro, già ben avviato quando Groggs ha lasciato questo mondo. In realtà, che questo sia o meno l’ultimo disco del qui presente gruppo rap, “By The Time I Get To Phoenix” è un CD ardito, sperimentale, quasi non hip hop nell’adozione delle basi: insomma, un buon prodotto da parte di una band ancora pronta a dare tanto alla musica.

Dicevamo che hip hop non sono necessariamente le prime parole che vengono in mente ascoltando il CD: in effetti, se prendiamo alcuni pezzi come Footwork In A Forest Fire, siamo quasi più vicini al rock che al rap. In generale, tutto è di difficile catalogazione: potremmo definirlo “post hip hop”, sulla scia del post rock, ma sarebbe comunque una classificazione parziale. Non è un LP facile, poco da dire, ma “By The Time I Get To Phoenix” merita un ascolto.

L’inizio è quasi informe: la lunghissima Outside pare più un collage di suoni e voci stentate piuttosto che una canzone fatta e finita, ma ha l’effetto di introdurre il mood stralunato del CD in maniera efficace. Altrove le cose sono ancora più difficili: Smoke Don’t Clear è davvero inquietante, mentre Knees ricorda il King Krule più strampalato.

In generale, è da lodare la voglia di esplorare sempre nuovi orizzonti da parte dei due rimanenti Injury Reserve, la voce Ritchie With a T e il produttore Parker Corey. Prova ne siano i pezzi migliori di “By The Time I Get To Phoenix”, come Top Picks For You e SS San Francisco. Non siamo dunque nei territori fin troppo rumorosi e fini a sé stessi, in alcuni tratti, di “Injury Reserve” (2019). Sotto la media invece Wild Wild West.

Gli Injury Reserve stanno esplorando il rap come pochi altri artisti in questi ultimi anni; “By The Time I Get To Phoenix” è un LP non per tutti, ma merita un ascolto, come già detto in precedenza, anche solamente alla memoria del compianto Stepa J. Groggs.

41) Damon Albarn, “The Nearer The Fountain, More Pure The Stream Flows”

(POP)

Il nuovo progetto solista di Damon Albarn, solamente il secondo dopo “Everyday Robots” del 2014, è in realtà un altro capitolo di una storia sempre variegata e di alto livello. “The Nearer The Fountain, More Pure The Stream Flows” è un CD più meditativo rispetto agli ultimi Gorillaz o Blur (entrambe band comandate da Albarn), ispirato dai paesaggi islandesi dove il cantautore ha vissuto per un periodo prima dell’arrivo del Covid e del ritorno a casa nel Devon. Pur non perfetto, rappresenta bene i tempi sospesi in cui viviamo e arricchisce ulteriormente un’eredità sempre più ingombrante.

Solo in certi aspetti il CD riporta alla memoria i momenti più movimentati delle band più celebri di Damon: ad esempio, in Royal Morning Blue e The Tower Of Montevideo. Al contrario, il mood complessivo è molto più raccolto, quasi musica ambient in certi tratti: Albarn ha infatti dichiarato di ispirarsi ai modesti e solitari paesaggi dell’isola. Ne sono esempio la title track e Daft Wader.

Nel corso dei 39 minuti che formano “The Nearer The Fountain, More Pure The Stream Flows”, Damon ci porta in posti diversi, dal vulcano Esja nell’omonima traccia all’Uruguay in The Tower Of Montevideo, evocando i momenti più belli della gioventù (“Youth seemed immortal, so sweet it did weave heaven’s halo around”, The Nearer The Fountain, More Pure The Stream Flows) così come la sensazione di paura che tutti abbiamo quando ci sentiamo abbandonati (“Am I imprisoned on this island?”, The Cormorant).

Non tutto musicalmente gira alla perfezione, ad esempio Giraffe Trumpet Sea è confusa e Combustion è debole, ma in generale il CD conquista con la sua grazia e cura dei dettagli. Damon Albarn si conferma cantautore pressoché unico, capace di spaziare riguardo temi politici (in “Merrie Land” dei The Good, The Bad & The Queen criticava la Brexit, nel 2018) così come di portarci in Africa con il progetto Africa Express e di rappresentare l’Inghilterra anni ’90 coi Blur. Abbiamo una sola richiesta: Damon, per favore tagliati quel mullet!

40) Genesis Owusu, “Smiling With No Teeth”

(HIP HOP)

Il poliedrico artista originario di Canberra ha prodotto con “Smiling With No Teeth” un ottimo album di esordio, che esplora generi tanto vari che vanno dal funk à la Prince a ritmi soul assimilabili a Solange Knowles, ma sempre su una base rap ben riconoscibile. Insomma, una ricetta ambiziosa e non semplice da portare a compimento senza inciampare: Genesis, se eccettuiamo un numero di canzoni un po’ troppo abbondante, ci riesce.

L’inizio di On The Move! può trarre in inganno: il brano è infatti un po’ fuori contesto nell’economia del disco, troppo rumorosa (ricorda quasi On Sight di Kanye West) se paragonata ad altre perle come Waitin’ On Ya e Don’t Need You. Tuttavia, il mood del disco è sempre ambivalente: da un lato abbiamo momenti davvero godibili (Waitin’ On Ya), dall’altro esperimenti hip hop (I Don’t See Colour). Insomma, Owusu forse non ha completamente capito cosa fare da grande, ma “Smiling With No Teeth” è davvero un’interessante introduzione alla sua estetica. Menzione finale per la sua bella voce, capace di passare da toni gravi a un falsetto davvero celestiale.

Il CD si propone come un trattato sulla condizione di un uomo di colore in una società prevalentemente dominata da bianchi e in cui gli insulti razziali sono ancora purtroppo all’ordine del giorno. Il “black dog” che ricorre in tante canzoni dell’album è una metafora di un epiteto spesso affibbiato da ragazzo al rapper australiano per disprezzarne il colore della pelle. Ad esempio, in The Other Black Dog si sente dire che “All my friends are hurting but we dance it off, laugh it off”. Gold Chains affronta invece il tema ambivalente della fama per un giovane ancora acerbo, mentre A Song About Fishing parla, appunto, di un tentativo senza successo di pescare su un ritmo quasi folk.

Insomma, la varietà stilistica, timbrica e ritmica la fanno da padrone in “Smiling With No Teeth”; alle volte, verrebbe da dire, quasi troppo. Tuttavia, Genesis Owusu a conti fatti non fallisce in nessuno dei generi sperimentati, sintomo di grande talento. Vedremo in futuro dove si dirigerà musicalmente parlando, per ora però possiamo dire con certezza che “Smiling With No Teeth” è uno dei migliori lavori hip hop dell’anno.

39) Laura Mvula, “Pink Noise”

(POP – R&B)

Il fascino degli anni ’80 è davvero infinito. The 1975, Dua Lipa… tanti sono gli artisti che recentemente hanno pubblicato lavori che si rifacevano a estetica e sonorità di quella decade magica per la musica pop. Il terzo CD di Laura Mvula, artista inglese come i due citati precedentemente, è un altro esempio di passione per gli anni della Milano da bere, questa volta sul versante R&B.

“Pink Noise” giunge cinque anni dopo il precedente “The Dreaming Room” e pochi mesi dopo “1/f-E.P.”, il quale remixava tracce del suo passato in chiave nuova, mostrando una Laura Mvula più sicura di sé. Il nuovo lavoro costruisce abilmente su questa ritrovata voglia di emergere, con canzoni ballabili e sexy, la voce di Laura in primo piano e strumentazione quasi sempre al top.

I risultati non cambiano la storia della musica e suonano un po’ nostalgici, ma complessivamente “Pink Noise” è molto gradevole ed ha buon replay value. Fra i brani migliori abbiamo sicuramente Safe Passage e l’irresistibile Church Girl, invece inferiore alla media Golden Ashes. Michael Jackson (Got Me) e Prince (Safe Passage) sono chiari riferimenti, ma la Mvula riesce a non suonare monotona malgrado i diversi rimandi a questi due giganti.

In generale, Laura Mvula si conferma nome interessante nella scena musicale moderna. Da un lato abbiamo un’ottima voce e una flessibilità in termini di generi affrontati in carriera che la fanno passare agilmente dal pop all’R&B alla dance; contemporaneamente, però, il successo non l’ha ancora baciata, viene quasi da pensare che la sua dimensione sia questa. Vedremo in futuro, per ora godiamoci questo “Pink Noise”, CD non certo fondamentale ma graditissimo agli amanti del pop anni ’80.

38) The Avalanches, “We Will Always Love You”

(ELETTRONICA)

Ecco il primo disco del tardo 2020 a fare capolino nella nostra classifica. Il nuovo disco degli australiani The Avalanches, uno dei nomi più importanti della plunderphonics (ovvero quella corrente della musica elettronica che ricava suoni e impulsi da migliaia, letteralmente migliaia, di frammenti tratti da musiche del passato), si è fatto attendere relativamente poco. Basti pensare che fra l’esordio fulminante “Since I Left You” (2000) e il pregevole “Wildflower” (2016) sono passati sedici anni! “We Will Always Love You” invece arriva “solo” quattro anni dopo.

Il messaggio del disco pare scritto già nel titolo: il gruppo avrà preparato la solita ricetta fatta di canzoni zuccherose, elettronica soft alternata a toni più dance, con testi gioiosi o melensi, nel peggiore dei casi. Beh, le prime impressioni sono solo parzialmente corrette: i The Avalanches infatti dedicano la gran parte delle canzoni allo spazio, con chiari riferimenti sparsi fra le ben 25 canzoni che compongono l’ambizioso CD. Altra presenza ricorrente è la scomparsa attrice Barbara Payton, a cui è dedicata la seconda canzone del lavoro e la cui figura tragica, con la morte a 39 anni per droga come conclusione, ispira i momenti più introspettivi.

Ancora una volta, come già in “Wildflower”, gli ospiti sono la parte maggiore dell’interesse per un LP dei The Avalanches: affiancare nella stessa canzone MGMT e Johnny Marr può essere pretenzioso, ma The Divine Chord è davvero carina. Inoltre abbiamo fra gli altri Kurt Vile, Denzel Curry, Jamie xx, Blood Orange e Tricky, senza dimenticarci Mick Jones (ex The Clash) e Rivers Cuomo dei Weezer. Insomma, un CD davvero variegato tanto quanto imprevedibile!

Forse troppo, a dirla tutta, tanto che anche dopo ripetuti ascolti digerire i tanti contenuti presenti non è per nulla facile. Si passa infatti dagli iniziali brevi brani Ghost Story e Song For Barbara Payton, quasi completamente recitati, alla psichedelia di The Divine Chord, al soul con spruzzate di elettronica di Reflecting Light, al trip hop di Until Daylight Comes. I brani migliori sono Wherever You Go e Take Care In Your Dreaming, mentre deludono Until Daylight Comes e Born To Lose.

Anche testualmente “We Will Always Love You” trasmette il concetto espresso nel titolo nei modi più svariati possibile: Solitary Ceremonies descrive una ragazza in contatto col celebre compositore Franz Liszt, che la ispira anche dall’aldilà guidando le sue mani sul pianoforte. Wherever You Go si apre con una trasmissione registrata dalla NASA e spedita nei Voyager 1 e 2 nelle rispettive missioni spaziali. I riferimenti allo spazio, come già accennato, sono numerosi: anche il rapper Pink Siifu in Running Red Lights immagina di volare in cielo e ascoltare la musica delle stelle.

In generale, dunque, la specialità dei The Avalanches è sempre stata quella di evocare paesaggi e tempi del passati senza per questo suonare nostalgici o attaccati ad un mondo che non tornerà più. “We Will Always Love You” è un disco non perfetto, ma che attraverso brani leggeri e atmosfere rilassate riuscirà sicuramente a rendere più sereno l’ascoltatore per i 71 minuti della sua durata.

37) MIKE, “Disco!”

(HIP HOP)

Il ritorno del giovane rapper americano lo vede finalmente provare ad andare avanti dopo la tragica morte della madre, avvenuta due anni fa e rappresentata con crudo realismo nei due precedenti lavori “tears of joy” (2019) e “Weight Of The World” (2020). La prolificità di MIKE non deve ingannare: stiamo parlando di un allievo di Earl Sweatshirt e una delle maggiori promesse nell’ambito del rap sperimentale.

“Disco!” è un titolo in realtà ingannevole: è vero, il CD è più ottimista dei passati lavori del Nostro e introduce temi nuovi rispetto alla morte e alle riflessioni tipiche di MIKE, però non si avvicina lontanamente alla musica elettronica. Le basi restano jazzate, a volte astratte; MIKE continua a rappare incessantemente… pertanto, nessuna reinvenzione radicale. Allo stesso tempo, come dicevamo, il disco introduce degli aspetti del carattere dell’artista newyorkese che non conoscevamo.

Una delle liriche di maggior impatto infatti è: “You flexing just to stick out, I flex because of great genes”, contenuta in Crystal Ball. In Aww (Zaza), MIKE è ancora più chiaro: “Struggling? Hmm, nah, but I’m recovering”. Sprazzi di spavalderia e serenità, dunque, subito affiancati da pensieri più pessimisti: “Sometimes I thought to take the losses as a gift, ’cause only death will show you how to live, right?”, da Leaders Of Tomorrow (Intro). I brani più convincenti sono Alarmed! e Spiral/Disco (Outro), mentre è monotono at thirst sight by Assia. Da menzionare infine la bellissima base di World Market (Mo’ Money). In realtà, “Disco!” può quasi essere inteso come un’unica lunga suite, data la grande coesione e coerenza fra un pezzo e l’altro.

In conclusione, il lavoro aggiunge ulteriore spessore a una figura, quella di MIKE, già attenzionata da molte pubblicazioni specialistiche, non ultima A-Rock. Il rapper newyorkese ha mostrato una volta di più il suo talento: “Disco!” potrebbe addirittura essere il suo album più riuscito.

36) Low, “HEY WHAT”

(SPERIMENTALE – ROCK)

Il tredicesimo disco dei Low, veterani della scena rock americana ed esponenti di spicco della corrente slowcore, è un altro viaggio all’interno dell’elettronica più d’avanguardia. Dopo lo shock di “Double Negative” (2018), in cui il sound della band era stato completamente destrutturato in favore di tonalità ambient e noise, “HEY WHAT” prosegue nell’esplorazione, rifinendo alcuni dettagli e facendo ancora più attenzione alla pura sperimentazione piuttosto che all’armonia della voci o delle composizioni.

Si sarà intuito che i 46 minuti di “HEY WHAT” non sono per tutti; tuttavia, per gli audaci che si vorranno immedesimare nel concetto alla base del CD, c’è tanto pane per i loro denti. Mimi Parker e Alan Sparhawk, la coppia che compone la band, sposati nella vita fuori dal gruppo, hanno raggiunto probabilmente il picco di questo rock anestetizzato, in cui le chitarre e il basso suonano come tastiere e sembra di entrare in un mondo post-industriale in un film catastrofico. Si ritorna alle atmosfere di “Yeezus” (2013) di Kanye West e allo shoegaze più sperimentale, ma onestamente pochi suonano come i Low, forse nessuno al momento.

Le prime note dell’album farebbero anche pensare ad un ascolto “tranquillo”, ma dopo trenta secondi White Horses dà il la al lavoro vero e proprio. Gli highlights sono la stupenda Days Like These e All Night, mentre delude Don’t Walk Away. Da menzionare infine The Price You Pay (It Must Be Wearing Off), che chiude trionfalmente il lavoro con il primo e unico pezzo di rock quasi “classico”.

Come già detto, “HEY WHAT” è un LP non semplice, ma dopo ripetuti ascolti schiude un mondo inquietante e allo stesso tempo catartico. Un’esperienza che vale la pena vivere.

35) Lana Del Rey, “Chemtrails Over The Country Club” / “Blue Banisters”

(POP)

Lana Del Rey ha avuto un 2021 piuttosto affollato, con la pubblicazione di ben due dischi di inediti. Il settimo disco di inediti di Lana Del Rey, “Chemtrails Over The Country Club”, segue il bellissimo “Norman Fucking Rockwell!” (2019), premiato da molte pubblicazioni (fra cui A-Rock) come uno dei migliori dischi dell’anno. Creare un erede all’altezza sarebbe stata un’impresa ardua per chiunque; la nostra fede nel talento della cantautrice americana era tuttavia immensa.

Nel 2020 Lana non è stata del tutto ferma, anzi: ha pubblicato una raccolta di poesie accompagnate dalle soffici note al pianoforte del fidato Jack Antonoff, annunciato un album di cover di standard americani (mai pubblicato finora) e il nuovo lavoro che stiamo qui recensendo. La pandemia ha insomma stimolato la popstar: “Chemtrails Over The Country Club”, malgrado non visionario come il precedente CD, è un lavoro curato che rientra con merito nel canone di Lana Del Rey e sarà sicuramente apprezzato dal pubblico che la segue ormai da dieci anni.

La prima parte del lavoro è più movimentata rispetto alla seconda: brani bellissimi e ambiziosi come White Dress e la title track sono fra i migliori della sua produzione. Anche Tulsa Jesus Freak ricalca bene le orme tracciate dai due pezzi precedenti. Invece la parte centrale ha delle ballad in puro stile Del Rey, da Let Me Love You Like A Woman a Breaking Up Slowly. “Chemtrails Over The Country Club” si chiude con una cover di For Free di Joni Mitchell, con l’assistenza di Weyes Blood: un tributo ad una delle maggiori ispirazioni della cantautrice nata Elizabeth Woolridge Grant.

Rispetto al passato, in generale, Lana pare tornata alle delicate atmosfere di “Honeymoon” (2015) piuttosto che al piano-rock di “Norman Fucking Rockwell!” o al pop suadente degli esordi. Il folk predomina, un po’ come in “folklore” ed “evermore” di Taylor Swift. Sebbene le due siano lontane come atteggiamenti ed estetica, va detto che le connessioni fra i loro ultimi lavori sono numerose.

Testualmente, infine, i riferimenti di Lana Del Rey sono collegati come al solito all’America nel senso più ampio del termine: David Lynch, Hollywood, il country club del titolo, le citazioni di Tulsa e Yosemite… Insomma, la diva americana è più immersa che mai nel suo paese. Troviamo poi rimandi a Dio (“It made me feel like a God” canta in White Dress, non contando il titolo stesso di Tulsa Jesus Freak) e all’amore (“If you love me, you love me, because I’m wild at heart” in Wild At Heart).

In conclusione, “Chemtrails Over The Country Club” rappresenta un altro passo avanti per una delle più riconoscibili voci del panorama pop contemporaneo. Lana Del Rey si conferma talentuosissima e in possesso di una visione sempre chiara per ogni suo progetto; la bellezza di “Norman Fucking Rockwell!” non è stata raggiunta, ma questo LP entrerà sicuramente nel cuore di molti.

Il secondo album del 2021 di Lana Del Rey è un ottimo completamento di un’era per lei molto travagliata. Polemiche sui social, da cui poi si è cancellata; discussioni a non finire sul precedente “Chemtrails Over The Country Club”, da alcuni considerato neanche avvicinabile al capolavoro che è “Normal Fucking Rockwell!” (2019)… insomma, poteva andare molto peggio. Invece, questo ottavo CD a firma Lana Del Rey la conferma cantautrice solida, magari non al top della forma ma sempre intrigante.

La campagna pubblicitaria è stata stranamente di basso profilo: tre singoli pubblicati a giugno e uno a settembre, come già ricordato nessuna campagna social… da qui a dire che il disco è passato in sordina ce ne passa, ma non siamo nemmeno vicini al battage mediatico per “Born To Die” (2012). Non per questo le canzoni latitano, anzi: tra un omaggio a Morricone in salsa trap (!) e le classiche ballate strappalacrime, “Blue Banisters” si inserisce perfettamente nel canone di Lana.

L’inizio è la parte migliore del lavoro: i singoli Text Book, Blue Banisters e Arcadia sono fra i brani migliori del lotto. Abbiamo poi lo strambo Interlude – The Trio, omaggio al Maestro Morricone con base trap: può sembrare assurdo, lo è in effetti, ma non è male. Segue poi un altro ottimo brano, Black Bathing Suit, che chiude la prima parte del CD. Successivamente, tra le altre cose, contiamo una collaborazione con Miles Kane (Dealer) e un singolo di due anni fa inserito in tracklist come omaggio ai fan (Cherry Blossom).

Insomma, i 61 minuti di “Blue Banisters” lasciano spazio un po’ a tutte le facce di Lana, anche quelle meno efficaci: le ballate Wildflower Wildfire e Nectar Of The Gods spezzano il ritmo del lavoro e allungano troppo il CD. Peccato, perché in certi tratti siamo di fronte ad un ottimo prodotto.

Anche liricamente, ormai, sono sparite le controversie degli esordi: Lana ha 36 anni, è una donna matura e “Blue Banisters” contiene riferimenti all’attualità (“Grenadine, quarantine, I like you a lot. It’s LA, ‘Hey’ on Zoom” canta in Black Bathing Suit) così come ad un amore ormai finito (“You name your babe Lilac Heaven after your iPhone 11… ‘Crypto forever,’ screams your stupid boyfriend. Fuck you, Kevin”, verso magistrale contenuto in Sweet Carolina). In Text Book, invece, la Nostra riflette su temi di più ampia portata: “There we were, screaming, ‘Black Lives Matter’”.

Infine, notiamo una cosa: Lana Del Rey è nella parte migliore della sua carriera e ha capitalizzato componendo sette album in sette anni, partendo da “Ultraviolence” (2014) per arrivare a questo “Blue Banisters”. Di quanti artisti contemporanei, uomini o donne che siano, possiamo dire che abbiano mantenuto una qualità costantemente così alta, pur variando estetica e collaboratori da un album all’altro, spesso in maniera anche radicale? Probabilmente nessuno, o per lo meno dobbiamo tornare alle leggende del pop-rock come Bob Dylan, Neil Young e Bruce Springsteen. Sì, ormai per Lana Del Rey valgono anche questi paragoni.

34) Dry Cleaning, “New Long Leg”

(PUNK – ROCK)

L’album di esordio della band punk inglese è davvero originale: testi assurdamente divertenti, una frontwoman che, più che cantare, sussurra o narra storie senza alcuna passione (almeno in apparenza), sonorità che rimandano ai classici del passato ma tremendamente attuali… Insomma, un CD davvero intrigante.

Nell’ordine, “New Long Leg” è contraddistinto da: fatti di vita comune (“I’ve been thinking about eating that hot dog for hours” canta Florence Shaw in Strong Feelings), scherzi mal riusciti, una canzone che si intitola John Wick ma non parla del personaggio cinematografico interpretato da Keanu Reeves, ex partner che non vogliono andarsene (“Never talk about your ex, never never never never, never”, Leafy).

Tutto questo parlare è fatto su basi peraltro davvero ben strutturate, in cui il punk si interseca con l’estetica degli Strokes e in certi tratti addirittura degli Smiths, per creare un suono chiaramente indebitato coi grandi del passato ma anche sintomo di una scena inglese sempre più rigogliosa. Sbaglia però chi pensa ai due gruppi britannici più avventurosi del momento, black midi e Black Country, New Road: i Dry Cleaning sono molto più solidi e meno “jazz” nelle loro interpretazioni, più simili ai The Fall insomma.

Se uno ascolta i due EP del 2019 con cui la band si è fatta conoscere, “Sweet Princess” e “Boundary Road Snacks And Drinks”, i Dry Cleaning appaiono ora meno liberi; allo stesso tempo la produzione affidata al veterano John Parish (Aldous Harding, PJ Harvey) aiuta il gruppo a focalizzarsi ancora meglio sul suono e a mescolare la narrazione di Shaw col resto. I migliori risultati sono raggiunti in Unsmart Lady e Strong Feelings, mentre è leggermente sotto la media la title track. Addirittura psichedelica la conclusiva Every Day Carry, sette minuti davvero imprevedibili.

In conclusione, “New Long Leg” è un ottimo CD d’esordio, in cui i Dry Cleaning hanno già un’estetica ben delineata e inattaccabile. Si può fare meglio nel “punk sussurrato” che li contraddistingue? Difficile a dirsi, certamente ad A-Rock aspetteremo con trepidazione il prossimo lavoro della band inglese.

33) Tinashe, “333”

(R&B)

Il quinto CD della talentuosa cantante R&B è un altro tassello prezioso in una carriera in continua ascesa. Se nel precedente “Songs For You” (2019) Tinashe ci aveva fatto apprezzare il suo lato più commerciale e mainstream, “333” ritorna alle atmosfere di R&B alternativo degli esordi.

“333” non va inteso però come un ritorno al passato puro e semplice: Tinashe, infatti, sperimenta anche con l’elettronica, con basi spesso molto interessanti e che le permettono di occupare una nicchia molto delicata ma redditizia a cavallo fra pop, R&B e hip hop. Il CD scorre bene e, grazie anche a ospiti importanti come Kaytranada e Jeremih, è uno dei migliori album R&B del 2021.

La storia artistica di Tinashe non può essere distinta dalla battaglia per l’indipendenza condotta contro la sua precedente etichetta, la RCA, a causa di scelte discografiche su cui la Nostra non era d’accordo. “333” è infatti autoprodotto dalla cantante e ballerina statunitense: una mossa che certo potrebbe precluderle l’accesso alle classifiche, almeno nelle posizioni di vertice, ma dimostra forte voglia di indipendenza.

I brani migliori del lotto sono Let Go, un brano neo-soul davvero raffinato, e Undo (Back To My Heart). Buona anche Last Chase. Invece sono sotto la media la brevissima Shy Guy e la prevedibile Let Me Down Slowly. Da sottolineare infine la grande coesione del CD: malgrado i diversi generi affrontati,  “333”  suona organico e curato e i 47 minuti di durata passano senza intermezzi palesemente monotoni.

In generale, ormai Tinashe è un’artista matura e che sa, allo stesso tempo, mantenere le aspettative del pubblico e trovare quei due-tre trucchetti per non suonare troppo derivativa. “333” non è un capolavoro, ma rappresenta una solida addizione ad una discografia di tutto rispetto.

32) Japanese Breakfast, “Jubilee”

(POP)

Il terzo album a firma Japanese Breakfast trova Michelle Zauner in un mood decisamente più ottimista e positivo rispetto al passato. Stiamo parlando di una giovane donna che aveva affrontato nel suo esordio, “Psychopomp” del 2016, il dolore seguito alla morte di cancro della madre nel 2014. “Jubilee” invece è stato espressamente composto per il periodo (almeno apparente) di fine pandemia.

Il genere dominante infatti è un pop radioso, divertente e ballabile: ne sono chiari esempi Be Sweet e Slide Tackle, riuscite canzoni che richiamano gli anni ’80 e l’indie pop più recente. Altrove, va detto, il tono è più cupo: soprattutto nella parte finale del lavoro, infatti, Michelle ritorna ai toni più raccolti del passato, si ascolti ad esempio Tactics.

È interessante che in soli 37 minuti la Nostra sia in grado di passare senza problemi dal pop più danzereccio a quello da camera: pur mantenendo intatti i canoni estetici del progetto Japanese Breakfast, infatti, Zauner riesce ad ampliare i confini estetici del progetto e a suonare innovativa in un mondo frequentato come l’indie.

Liricamente, dicevamo, Michelle evita di parlare di fatti tragici come in passato, ma non rinuncia a testi pungenti: in Savage Good Boy la sentiamo evocare un mondo sinistro, in cui un colonizzatore spaziale cerca scampo dall’imminente apocalisse: “I want to make the money until there’s no more to be made… And we will be so wealthy I’m absolved from questioning”. Altrove invece analizza l’effetto che le luci della ribalta hanno sul nostro atteggiamento: “How’s it feel to be at the center of magic?” chiede provocatoriamente nell’iniziale Paprika.

I momenti genuinamente belli non mancano: oltre alle già citate Be Sweet e Slide Tackle, da sottolineare la coda strumentale di Posing In Bondage, davvero ipnotica. Meno riuscita Savage Good Boy, ma non rovina un quadro generale molto affascinante.

In conclusione, “Jubilee” è un perfetto CD post-Covid: ballabile, godibile ma non sfrenato, come richiede l’attuale momento. È inoltre ad oggi il disco più riuscito a firma Japanese Breakfast, pronta a spiccare il volo e diventare un volto insostituibile nello scenario indie pop.

31) Big Red Machine, “How Long Do You Think It’s Gonna Last?”

(FOLK – ROCK)

Il secondo CD del progetto Big Red Machine, capitanato da artisti del calibro di Justin Vernon (Bon Iver) e Aaron Dessner (The National), è molto più aperto a influenze esterne rispetto all’eponimo esordio del 2018. I risultati sono migliori sotto vari punti di vista, anche se la lunghezza del lavoro può risultare indigesta alla lunga.

I Big Red Machine hanno sempre assunto la forma di side-project per Vernon e Dessner; se in passato il progetto appariva come un divertissement un po’ fine a sé stesso e per i soli appassionati dell’estetica indie folk-rock del duo, in “How Long Do You Think It’s Gonna Last?” le cose cambiano. Abbiamo infatti degli ospiti davvero di grande livello: Taylor Swift, Robin Pecknold dei Fleet Foxes, Sharon Van Etten e Anaïs Mitchell, solo per citare i più noti.

Se c’è una pecca nel lavoro, come già accennato, è l’eccessiva lunghezza: 64 minuti di musica soft, nebbiosa, tendente al folk ma con sottofondo elettronico, possono risultare troppi. Allo stesso tempo, inoltre, Birch ed Easy To Sabotage, ad esempio, sono prolisse e tolgono ritmo al disco. Tolto questo difetto, “How Long Do You Think It’s Gonna Last?” è un buonissimo LP: Renegade (con Taylor Swift), Phoenix e Latter Days sono highlights innegabili. Invece Hoping Then è inferiore alla media.

Menzioniamo infine Brycie, dedicata da Dessner al fratello gemello, come canzone col verso più delicato: “You watched my back when we were young, you stick around when we’re old”; e Hutch, scritta in memoria dell’amico comune Scott Hutchinson (frontman dei Frightened Rabbit), recentemente suicidatosi, come quella con la lirica più commovente: “You were unafraid of how much the world could take from you. So how did you lose your way?”.

In conclusione, Big Red Machine si conferma progetto di valore, malgrado sia un passatempo per Vernon e Dessner in attesa di tornare a Bon Iver e ai The National. I collaboratori aggiungono sempre del loro ai componimenti, dando profondità, a volte troppa verrebbe da dire, ad un disco ambizioso e curato.

30) Julien Baker, “Little Oblivions”

(ROCK)

Il terzo album della cantautrice originaria del Tennessee è un ulteriore sviluppo del suono sperimentato nell’ottimo “Turn Out The Lights” (2017), il disco che aveva fatto conoscere Julien Baker ad un pubblico più ampio rispetto all’intimo “Sprained Ankle” (2015). Avere una band al completo a supportarla le consente di dare un sound più forte in certi tratti, rendendo “Little Oblivions” il suo CD più variegato.

Le premesse per un buon lavoro erano già state intraviste nei singoli di lancio: sia Hardline che Faith Healer sono highlights immediati del lavoro, le ancore a cui agganciare i brani più raccolti come Crying Wolf e Song In E. In generale, Julien non è mai parsa tanto aperta come sonorità, più vicino all’indie rock dell’amica Phoebe Bridgers di “Punisher” (2020) che al folk delle origini.

Ma, come abbiamo imparato nel corso degli anni, sono i testi la vera meraviglia, per certi versi la parte più angosciante del processo creativo della Baker. La sua sincerità disarmante è particolarmente evidente nei versi più tetri del lavoro: “What if it’s all black, baby, all the time?” canta in Hardline, mentre in Heatwave immagina di prendere l’intera cintura di Orione e legarsela attorno al collo per impiccarsi. Invece in Ringside si picchia fino a sanguinare e in Favor, assistita dalle sue compagne nella band boygenius (Phoebe Bridgers e Lucy Dacus), canta straziata “What right had you not to let me die?”. Essere cresciuta nel sud degli Stati Uniti, omosessuale e profondamente cristiana, ha lasciato tracce indelebili nella psiche della giovane cantautrice, che vengono alla luce nei suoi dischi.

In conclusione, un album che ha brani riusciti come Hardline e Faith Healer (senza scordare Relative Fiction) non può che essere valutato positivamente. Se a questo aggiungiamo testi tanto pessimisti quanto toccanti e una crescita personale e artistica evidente, “Little Oblivions” diventa imperdibile per gli amanti dell’indie rock.

29) James Blake, “Friends That Break Your Heart”

(POP – R&B)

Il nuovo CD del cantautore britannico approfondisce la svolta verso il pop di “Assume Form” (2019), con maggiore fuoco alla parte propriamente pop-R&B piuttosto che all’hip hop che caratterizzava “Assume Form”. I risultati sono ottimi: James Blake pare aver trovato la sua dimensione, non eccessivamente commerciale ma nemmeno underground.

Il James Blake del 2021 è una persona diversa rispetto a colui che stupì il mondo nell’ormai lontano 2011, con l’eponimo esordio “James Blake”: il future garage delle origini permane solamente in qualche produzione, oppure in EP che fungono da intermezzi fra un LP e l’altro, si senta “Before” (2020). Ciò, però, come già accennato, non va a detrimento della qualità complessiva del lavoro: brani come Life Is Not The Same e Say What You Will sono fra i migliori della produzione recente del Nostro. Non fosse per una parte centrale debole, saremmo di fronte al suo miglior CD.

L’inizio è molto convincente: sia Famous Last Words che Life Is Not The Same, non a caso scelte come canzoni di lancio di “Friends That Break Your Heart”, fanno capire il mood del disco in maniera efficace. Atmosfere soft, testi introspettivi… queste sono le parole chiave. Abbiamo inoltre meno collaborazioni rispetto a quelle di alto profilo di “Assume Form”: da Metro Boomin e Travis Scott passiamo a SZA (nella buona Coming Back) e J.I.D. in Frozen, per citare i più celebri artisti chiamati da James.

Liricamente, il titolo del lavoro è evocativo dei temi affrontati: nella title track Blake canta “As many loves that have crossed my path, it was friends… it was friends who broke my heart”. If I’m Insecure si apre con un dubbio esistenziale: “If this is what we always wanted, how’s the signal so weak?”. Infine, in Say What You Will il testo si fa più evocativo: “I’m OK with the life of a sunflower”.

In conclusione, non fosse per un paio di brani davvero inferiori come I’m So Blessed You’re Mine e Foot Forward, il CD sarebbe davvero imperdibile. Anche con questa tracklist, tuttavia, “Friends That Break Your Heart” è il miglior disco di James Blake dai tempi di “Overgrown” (2013). Non una cosa scontata.

28) The Killers, “Pressure Machine”

(ROCK)

Il settimo album della band americana è un CD decisamente più introspettivo e modesto rispetto a quanto i The Killers ci avevano abituato nel loro passato sia prossimo che remoto. Se Brandon Flowers e compagni volevano produrre un LP folk-rock di qualità, missione compiuta; che lo abbiano fatto così bene da poter definire “Pressure Machine” il terzo miglior lavoro di sempre del gruppo, è sorprendente.

Ricordiamo che i The Killers avevano pubblicato nel 2020 “Imploding The Mirage”, un lavoro di buon heartland rock, che faceva il verso allo Springsteen più scatenato. “Pressure Machine”, registrato in pieno lockdown, che il frontman Brandon Flowers ha passato nella sua città natale nello Utah, Nephi, riporta alla mente invece “Nebraska” (1982) del Boss: un lavoro intimo, che scava nella memoria di un uomo di grande successo per rievocare episodi della sua infanzia e la vita nella città dove è cresciuto.

Un CD che poteva uscire malissimo si rivela invece una bella scoperta del lato più amaro e intimista dei The Killers: riuniti con lo storico chitarrista Dave Keuning, assente nel precedente lavoro, ma privi del bassista Mark Stoermer, che ha preferito non rischiare il contagio, pezzi come Terrible Thing e Runaway Horses (con Phoebe Bridgers) sarebbero inconcepibili in “Hot Fuss” (2004) e “Day & Age” (2008). Invece In The Car Outside è una melodia trascinante, che farà la fortuna dal vivo del complesso (sperando che questo momento arrivi presto).

È testualmente, però, che i The Killers stupiscono: la band i cui testi prima erano spesso insensati o molto astratti, ha scritto delle liriche davvero toccanti. Desperate Things rievoca un fatto scandaloso dell’infanzia di Flowers, in cui un poliziotto uccise il marito della figlia, che la abusava quotidianamente (“You forget how dark the canyon gets, it’s a real uneasy feeling”). Quiet Town, uno dei pezzi migliori di “Pressure Machine”, parla della dipendenza da oppioidi, che in America è una crisi di dimensioni enormi. Infine, Terrible Thing è la canzone più commovente: un giovane, incerto sulla sua sessualità, contempla il suicidio per il trattamento che subisce a Nephi, città del profondo sud degli Stati Uniti e quindi molto conservatrice.

In generale, l’unico rammarico di “Pressure Machine” è che non abbiamo le canzoni trascinanti che hanno reso i The Killers un pilastro del mondo pop-rock, basti ricordare Somebody Told Me, When You Were Young e soprattutto Mr. Brightside. Tuttavia, questo lavoro ci mostra il volto “autoriale” di una band che ha trovato nuova linfa dopo il mezzo disastro di “Battle Born” (2012). Tre LP in quattro anni sono un ottimo biglietto da visita; che siano di qualità crescente denota un talento non comune. Chapeau.

27) serpentwithfeet, “DEACON”

(R&B)

Il secondo CD di Josiah Wise, in arte serpentwithfeet, è un ulteriore sviluppo di un’estetica in continua evoluzione. Partendo da territori sperimentali in “blisters” (2016), Wise ha progressivamente virato verso territori più vicini all’R&B, si ascolti il breve EP “Apparition” dello scorso anno. “DEACON” è ad oggi il suo lavoro più curato e più affascinante.

serpentwithfeet è decisamente cambiato rispetto al passato: se in four ethers, contenuta in “blisters”, cantava “It’s cool with me if you want to die… And I’m not going to stop you if you try”, adesso il fulcro dell’attenzione del cantautore è l’amore omosessuale. Similmente, anche le atmosfere si fanno più rassicuranti: lo sperimentalismo e l’elettronica delle origini lasciano il posto a canzoni serene, come Old & Fine. Anche i collaboratori sono simbolici: NAO e Sampha non sono certo i più arditi su piazza.

Liricamente, dicevamo, “DEACON” tratta temi molto familiari: ad esempio, guardare film col proprio partner, anche quelli fuori stagione (“Christmas movies in July with you”, Fellowship), l’amore per il prosecco (sempre Fellowship) e la libertà di vestire in modi che noi italiani potremmo disprezzare (“Blessed is the man who wears socks with his sandals” canta Josiah in Malik).

La brevità del CD (29 minuti) aiuta a mantenerlo su binari sempre coerenti fra loro, non c’è spazio per tentativi fuori luogo: una mossa forse rischiosa in tempi di streaming, ma che aiuta il replay value e inoltre evita gli episodi più deboli che colpiscono ogni disco oltre i 50 minuti di durata. I migliori pezzi sono Same Size Shoe, Fellowship e Amir, mentre sotto media è la fin troppo eterea Derrick’s Beard.

In conclusione, “DEACON” è un CD molto interessante, che cementa ulteriormente la fama di serpentwithfeet come artista imprescindibile per la scena R&B presente e futura. La sensazione è che ancora il suo capolavoro vero e proprio debba arrivare; per ora accontentiamoci di un lavoro curato e intenso come “DEACON”, fra i più bei dischi R&B dell’anno.

26) JPEGMAFIA, “LP!”

(HIP HOP)

Con il suo quarto album vero e proprio, non contando quindi i numerosi progetti catalogabili come mixtape, JPEGMAFIA ha composto contemporaneamente il suo CD più accogliente e più provocatorio. Se infatti i beat alla base di molte canzoni di “LP!” sono morbidi, addirittura ispirati da Britney Spears in un caso (THOT’S PRAYER!), testualmente il rapper statunitense è una furia, soprattutto contro l’industria discografica.

La versione qui recensita è quella “online”: JPEGMAFIA ha infatti proposto anche una versione “offline”, in realtà presente su Bandcamp, che presenta una sequenza diversa di alcune canzoni e alcune tracce bonus che poco aggiungono al risultato finale.

JPEGMAFIA viene dal buon successo di “All My Heroes Are Cornballs” (2019) e dai due brevi lavori “EP!” (2019) e “EP2!” (2020), questi ultimi da prendersi più come raccolte di singoli pubblicati precedentemente che come veri e propri manifesti artistici. “LP!” è quindi il vero erede di “All My Heroes Are Cornballs”: rispetto al passato, il Nostro sceglie basi meno pesanti sul lato punk e noise e maggiormente accoglienti, quasi commerciali, si senta a tal proposito WHAT KIND OF RAPPIN’ IS THIS?.

I puristi e i fan della prima ora diranno che Peggy si è venduto, ma la realtà è che maturando non per forza ci si rammollisce: semplicemente si cambia. Non per caso “LP!” contiene alcune delle canzoni migliori del repertorio di JPEGMAFIA, tra cui ARE U HAPPY? e REBOUND!. Ad indebolire il risultato finale è solo la tracklist un po’ dispersiva: i 49 minuti a tratti sembrano 60, ma non per questo il CD diventa indigeribile.

Dicevamo che il rapper è molto arrabbiato nei testi che permeano “LP!”. La sua furia è in particolare rivolta all’industria discografica, accusata di sfruttare gli artisti senza alcun rispetto per questi ultimi. In una nota sulla sua pagina Bandcamp JPEGMAFIA scrive: “My time in the music industry is over because I refuse to be disrespected by people who aren’t behaving respectably in the first place”. Non serve traduzione, no? Altre frasi forti sono le seguenti: “Why would I pray for your health? Baby, I pray for myself” (REBOUND!). Infine, il titolo di SICK, NERVOUS & BROKE! dice tutto.

In conclusione, questo “LP!” è ad oggi il più riuscito tra i numerosi progetti a firma JPEGMAFIA. I testi sono taglienti, le basi spesso azzeccate… quando imparerà a mettere da parte alcune tracce inutili, potremo parlare di capolavoro. Ma in questo caso Peggy ci è andato davvero vicino.

La prima parte della lista è quindi stata presentata. Chi sarà presente nella seconda e più ambita metà? Stay tuned!

Recap: febbraio 2021

Anche febbraio è finito. Un mese molto interessante, in cui segnaliamo le nuove pubblicazioni del progetto The Weather Station, dei Weezer, dei Cloud Nothings, di Madlib e di slowthai. Inoltre analizziamo i nuovi lavori di Julien Baker, King Gizzard & The Lizard Wizard, Nick Cave & Warren Ellis e della cantautrice Cassandra Jenkins. Per chiudere, daremo un’occhiata al primo “greatest hits” di The Weeknd. Buona lettura!

The Weeknd, “The Highlights”

the highlights

Chi segue A-Rock da un po’ di tempo sa che Abel Tesfaye, aka The Weeknd, ha secondo noi un posto speciale fra i cantanti pop della nuova generazione. I suoi primi tre lavori, i mixtape che nel 2011 cambiarono la faccia dell’R&B, il famosissimo “House Of Balloons” e i successivi “Thursday” e “Echoes”, sono entrati nella lista dei 200 più bei CD della scorsa decade. Inoltre, i più recenti “Beauty Behind The Madness” (2015) e “After Hours” (2020) sono listati nelle fra i migliori lavori dei rispettivi anni di pubblicazione. Non dimentichiamoci poi che, nella lista delle canzoni migliori del decennio, Abel ha un numero non trascurabile di menzioni.

Insomma, la collezione delle sue canzoni più rinomate non può che essere un appuntamento imperdibile per gli amanti del performer canadese. Starboy, The Hills, Can’t Feel My Face, Blinding Lights… sono tutte presenti le hits più celebri del Nostro. Casomai possiamo obiettare sul mancato inserimento di altre grandi melodie, come House Of Balloons/Glass Table Girls e Montreal, come della totale assenza di pezzi tratti da “Kiss Land” (2013), ma sono inezie in un canzoniere già ricolmo di classici a soli 30 anni di età.

The Weeknd è ormai un nome consolidato nel panorama pop e R&B, autore anche di collaborazioni con Kendrick Lamar, Daft Punk e Lana Del Rey, solo per citare tre dei nomi più rilevanti. “The Highlights” è una raccolta curata e completa, al netto di alcune assenze di peso. Resta comunque fondamentale per entrare nella discografia della star più brillante del panorama musicale contemporaneo.

Voto finale: 8,5.

Nick Cave & Warren Ellis, “CARNAGE”

carnage

Il nuovo disco della leggenda australiana del rock alternativo e del fidato Bad Seed Warren Ellis è un’altra aggiunta di spessore ad una discografia davvero magnifica. Si tratta peraltro della prima collaborazione fra i due non devota alla creazione di una colonna sonora per un film. Riprendendo alcuni dei territori musicali esplorati nei lavori recenti con i Bad Seeds e tornando ad alcune sonorità più rock del passato, Nick Cave ha scritto un CD perfetto per la pandemia che stiamo vivendo: a tratti angosciante, ma con un messaggio di speranza che dà conforto.

“CARNAGE”, letteralmente “massacro”, è un titolo intimidatorio, soprattutto in pieno Covid-19: tuttavia, il tema del virus è solo marginale rispetto alle riflessioni proposte da Cave ed Ellis. Emergono soprattutto i temi della fede e dell’amore, da sempre al centro della poetica di Nick Cave; ma se fino a “Push The Sky Away” (2013) c’era sempre una visione quasi demoniaca, da artista maledetto, la morte tragica del figlio Arthur nel 2015 ha radicalmente cambiato le carte in tavola per Nick Cave & The Bad Seeds, che da quel momento hanno privilegiato ritmi più compassati e sonorità quasi ambient, basti risentirsi “Ghosteen” (2019).

Testualmente, dicevamo che il disco tratta temi svariati: il “kingdom in the sky” ritorna più volte nel corso dell’opera, dapprima nell’iniziale Hand Of God e poi in White Elephant e Lavender Fields. Il messaggio più bello che viene trasmesso dal Nostro, contenuto in quest’ultima composizione, è però dedicato ai nostri cari che ci hanno lasciato: “Where did they go? Where did they hide? We don’t ask who, we don’t ask why there is a kingdom in the sky”. Infine, Shattered Ground affronta il tema del rapport tormentato fra il narratore e la sua partner, con una frase che molti di noi avranno pensato almeno una volta nella vita: “Oh, baby, don’t leave me”, che assume un significato ancora più evocativo in questi tempi difficili.

Il CD è molto compatto: otto brani per 40 minuti. Il contenuto musicale è però davvero notevole: passando dall’art pop di Albuquerque alle sonorità più dure di White Elephant, con in mezzo l’ottima Old Time e una seconda parte più raccolta, “CARNAGE” è ad oggi uno dei migliori dischi di inediti pubblicati nel 2021 (escludiamo infatti il greatest hits di The Weeknd che trovate sopra). Nick Cave ha confermato ancora una volta un talento più unico che raro e, aiutato dal fido Warren Ellis, ha pubblicato un lavoro imprescindibile per gli amanti del cantautore australiano.

Voto finale: 8.

Julien Baker, “Little Oblivions”

little oblivions

Il terzo album della cantautrice originaria del Tennessee è un ulteriore sviluppo del suono sperimentato nell’ottimo “Turn Out The Lights” (2017), il disco che aveva fatto conoscere Julien Baker ad un pubblico più ampio rispetto all’intimo “Sprained Ankle” (2015). Avere una band al completo a supportarla le consente di dare un sound più forte in certi tratti, rendendo “Little Oblivions” il suo CD più variegato.

Le premesse per un buon lavoro erano già state intraviste nei singoli di lancio: sia Hardline che Faith Healer sono highlights immediati del lavoro, le ancore a cui agganciare i brani più raccolti come Crying Wolf e Song In E. In generale, Julien non è mai parsa tanto aperta come sonorità, più vicino all’indie rock dell’amica Phoebe Bridgers di “Punisher” (2020) che al folk delle origini.

Ma, come abbiamo imparato nel corso degli anni, sono i testi la vera meraviglia, per certi versi la parte più angosciante del processo creativo della Baker. La sua sincerità disarmante è particolarmente evidente nei versi più tetri del lavoro: “What if it’s all black, baby, all the time?” canta in Hardline, mentre in Heatwave immagina di prendere l’intera cintura di Orione e legarsela attorno al collo per impiccarsi. Invece in Ringside si picchia fino a sanguinare e in Favor, assistita dalle sue compagne nella band boygenius (Phoebe Bridgers e Lucy Dacus), canta straziata “What right had you not to let me die?”. Essere cresciuta nel sud degli Stati Uniti, omosessuale e profondamente cristiana, ha lasciato tracce indelebili nella psiche della giovane cantautrice, che vengono alla luce nei suoi dischi.

In conclusione, un album che ha brani riusciti come Hardline e Faith Healer (senza scordare Relative Fiction) non può che essere valutato positivamente. Se a questo aggiungiamo testi tanto pessimisti quanto toccanti e una crescita personale e artistica evidente, “Little Oblivions” diventa imperdibile per gli amanti dell’indie rock.

Voto finale: 8.

Cassandra Jenkins, “An Overview On Phenomenal Nature”

an overview

Il secondo album della cantautrice statunitense riafferma una volta di più che il panorama cantautorale femminile è più vivo che mai: negli ultimi anni abbiamo visto emergere volti destinati a scrivere pagine rilevanti in futuro (Phoebe Bridgers, Lucy Dacus, Julien Baker e Sharon Van Etten solo per citarne alcune) e Cassandra Jenkins si aggiunge meritatamente a questa schiera.

“An Overview on Phenomenal Nature” ritmicamente si presenta come un CD a metà fra folk e art pop, un po’ la versione aggiornata al 2021 di “Bon Iver, Bon Iver” (2011) dell’omonimo progetto. Le canzoni sono ovattate, virano alle volte verso il country (Michelangelo), ma pezzi come Hard Drive mostrano tutto il talento compositivo della Nostra.

Liricamente, le sole sette canzoni descrivono soprattutto quadretti di vita quotidiana: una testimonianza di una guardia giurata di un museo; il dolore di sentire che un tuo idolo d’infanzia, con cui avresti dovuto intraprendere un tour, si è suicidato; sentimenti divergenti come sarcasmo e frustrazione… I versi che restano più impressi sono i seguenti: “Empty space is my escape” (Crosshairs), “Baby, go get in the ocean… The water, it cures everything” (New Bikini) e il potente “We’re gonna put your heart back together, are you ready?” in Hard Drive.

In conclusione, la brevità del lavoro gioca sia a favore che contro il risultato finale: se da un lato la noia non affiora mai, è anche vero che i soli 31 minuti ci fanno desiderare qualcosa in più, contando il finale quasi ambient di The Ramble abbiamo infatti soli sei brani cantautorali veri e propri. “An Overview On Phenomenal Nature” resta però davvero interessante nei suoi passaggi migliori e merita almeno un ascolto.

Voto finale: 7,5.

The Weather Station, “Ignorance”

ignorance

Il quinto album della cantautrice Tamara Lindeman, meglio conosciuta come leader del progetto The Weather Station, è una decisa svolta verso territori art pop. Se originariamente la si poteva inquadrare nel folk tipico dei cantautori anni ’60, “Ignorance” ricorda i CD recenti di Weyes Blood e Sharon Van Etten, con un tocco jazz in alcuni brani che arricchisce ulteriormente la ricetta.

Il brano migliore è l’iniziale Robber, un inno anticapitalista che è una lenta progressione verso il raffinato jazz della coda strumentale. Ora che The Weather Station si è arricchita di una band al completo a supportarla (chitarra, basso, sassofono e ben due percussionisti), la differenza rispetto ai minimali CD degli esordi è notevole. Anche Atlantic, la seconda canzone in scaletta, è uno dei migliori esempi di questo nuovo stile di Tamara Lindeman.

Nella seconda parte del lavoro la qualità sembra calare leggermente, a causa di pezzi più prevedibili come Loss e Separated, ma i risultati complessivi restano più che buoni. Da evidenziare anche alcuni passaggi lirici di “Ignorance”: il tema portante (come anche il nome del progetto anticipa) è il cambiamento climatico e l’ignoranza che pervade molti su un tema considerato da Lindeman ineludibile per i prossimi anni. In Atlantic il verso “I should really know better than to read the headlines” è emblematico e nella stessa canzone abbiamo anche “My god, I thought, ‘What a sunset.’”, davvero poetico. È poi interessante l’uso della voce di Lindeman: mai alta nel mix, piuttosto quasi uno strumento come gli altri.

In generale, dunque, “Ignorance” musicalmente non introduce nulla di radicale nel mondo del pop più raffinato. The Weather Station ha prodotto un LP che ricorda quasi uno dei recenti album dei Destroyer, un pop raffinato e sontuoso a tratti, arricchito da liriche spesso acute. Che sia la svolta per Tamara Lindeman? Attendiamo il suo prossimo lavoro per una valutazione più precisa.

Voto finale: 7,5.

Weezer, “OK Human”

ok human

Dopo un 2019 da molti salutato come il peggior anno della ormai lunga carriera dei Weezer, che ha visto l’uscita dei mediocri “Weezer (Teal Album)” e “Weezer (Black Album)”, seguito dal 2020 che tutti conosciamo, Rivers Cuomo & co. hanno in mente un 2021 ricco di sorprese: due CD in uscita, il qui presente “OK Human” e “Van Weezer”, e il tour più atteso dagli amanti del pop-punk, l’Hella Mega Tour in compagnia di Green Day e Fall Out Boy.

La partenza del 2021 è in realtà una boccata d’ossigeno per una band sempre in bilico fra grandi dischi (soprattutto negli anni ’90 del secolo scorso) e flop colossali (uno su tutti: “Make Believe” del 2005). “OK Human” riecheggia ironicamente nel titolo “OK Computer” dei Radiohead (e un brano si intitola Here Comes The Rain, ricorda qualcosa?), ma in realtà i Weezer scanzonati lasciano in questo lavoro il posto a un gruppo maturo, coinvolto come tutti nei lockdown pandemici e con poca voglia di scherzare. Cuomo riecheggia i maestri pop del passato, dai Beach Boys a Serge Gainsbourg passando per Harry Nilsson, con garbo; l’uso di un’intera orchestra arricchisce la ricetta, echeggiando Elton John nei suoi momenti migliori.

I risultati, come già accennato, sono confortanti: al tredicesimo album di inediti (non contando il “Teal Album” che era una raccolta di cover), Rivers Cuomo pare aver trovato una veste che gli si addice oltre quella della rockstar piena di complessi. Pezzi come Playing My Piano e Bird With A Broken Wing sono davvero riusciti, ma in realtà la coesione e la brevità del lavoro (soli 30 minuti) tengono lontana la voglia dei Weezer di sperimentare, che spesso ha fatto deragliare lavori nati sotto una buona stella.

In ambito testuale, i Nostri non lesinano riferimenti all’attualità: Playing With My Piano contiene il verso più rilevante, “Kim Jong-Un could blow up my city, I’d never know”. È una frase che può essere presa come uno scherzo di cattivo gusto o una candida ammissione di impotenza di fronte a qualcosa di incontrollabile: per i Weezer l’unico modo di comunicare con l’esterno è un pianoforte, tanto che la realtà fa un passo indietro. Altrove abbiamo riferimenti all’uso smodato dei social media (Screens) a alla storia della musica (All My Favorite Songs), più prevedibili ma centrati considerando il mood del disco.

In conclusione, dunque, “OK Human” è il disco più convincente dei Weezer dai tempi del “White Album” del 2016: un LP coeso, ben strutturato e sincero, che farà felici i fans del gruppo più affascinati dalla vena pop di Rivers Cuomo e compagni.

Voto finale: 7,5.

Madlib, “Sound Ancestors”

sound ancestors

Il nuovo album di uno dei più leggendari producer viventi di musica hip hop (indimenticabili le sue collaborazioni col defunto MF DOOM) è un CD collaborativo con l’altrettanto stimato Four Tet, nome d’arte di Kieran Hebden. “Sound Ancestors” è un ottimo distillato dello stile dei due autori, che dimostrano una chimica non banale e assemblano un lavoro a metà fra elettronica e rap davvero interessante nelle sue parti migliori.

La gestazione di “Sound Ancestors” è stata lunga: da due anni Otis Jackson Jr. (questo il vero nome di Madlib) inviava dei beats a Four Tet, che nel corso del tempo ha rimodellato il tutto per dare origine alle tracce che compongono il disco. Non per questo però il lavoro è fin troppo elaborato; anzi, specialmente nella seconda parte del CD, i tradizionali campionamenti di Madlib, non particolarmente abbelliti e anzi grezzi, la fanno da padrone, si senta a questo proposito Latino Negro.

La frammentarietà di “Sound Ancestors”, che ammonta a 16 canzoni per 41 minuti totali, rende a volte difficile seguire le peregrinazioni di Madlib e Four Tet, ma la qualità di molte composizioni sopperisce tranquillamente: pezzi come Theme De Crabtree, ottimo inserto jazz, e la folle Loose Goose sono davvero notevoli. Altrove Hebden fa valere maggiormente la sua presenza (si senta Hopprock), mentre altri pezzi sono troppo astratti (la title track ad esempio).

In conclusione, “Sound Ancestors” è un’ulteriore dimostrazione del talento di Madlib, produttore sempre imprevedibile e degno erede del mitico J Dilla (a cui ha dedicato anche un brano del CD, Two For 2 – For Dilla). Per gli amanti dell’hip hop, il disco è davvero imperdibile; ma anche per i semplici curiosi “Sound Ancestors” è un LP che non lascerà indifferenti.

Voto finale: 7,5.

King Gizzard & The Lizard Wizard, “L.W.”

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Il nuovo album dell’infaticabile band australiana non smentisce la loro fama di collettivo sempre voglioso di sperimentare: passando dal pop quasi beatlesiano a ritmi più psichedelici, se non hard rock, “L.W.” è l’ennesima dimostrazione del talento di Stu Mackenzie e compagni.

Il CD forma un’ideale coppia col precedente “K.G.”, che flirtava addirittura con il rock mediorientale e nordafricano; questa volta i King Gizzard & The Lizard Wizard fanno una sorta di riassunto di dieci anni di attività, un po’ per ricaricare le batterie un po’ per accontentare i fans di ogni tipo, da quelli metallari a quelli più mainstream.

Rispetto al fratello “K.G.”, questo lavoro è più riuscito e riesce in maniera più convincente ad assemblare tutti i vari tipi di rock provati nel corso della carriera dai Nostri, dal garage allo psichedelico al folk. La chiusura K.G.L.W. si propone quindi come ideale chiusura del cerchio, coi suoi ritmi duri e quasi fuori posto in un LP per il resto tranquillo. I brani migliori sono Supreme Ascendancy e l’epica K.G.L.W., mentre delude un po’ Pleura.

In conclusione, i King Gizzard & The Lizard Wizard si confermano voce tanto prolifica quanto imprescindibile per gli amanti del rock più scanzonato, capaci di passare nel giro di pochi anni dal garage rock (“12 Bar Bruise”, esordio del 2012) al metal (“Infest The Rats’ Nest” del 2019), attraversando ogni altro tipo di sonorità rock, spesso con risultati davvero soddisfacenti. “L.W.” rientra in questa categoria: evidentemente il lockdown ha stimolato la creatività della band. Li aspettiamo al varco alla prossima prova, che a occhio e croce non dovrebbe tardare ad arrivare.

Voto finale: 7,5.

slowthai, “TYRON”

tyron

Il 2020 di slowthai non è stato facile: pronto a spiccare definitivamente il volo dopo l’ottimo esordio “Nothing Great About Britain” (2019), elogiato da molte pubblicazioni specializzate e da un pubblico crescente, ha subito una sorta di linciaggio pubblico a causa della sua folle apparizione agli NME Awards, in cui si è preso a male parole con la conduttrice Katherine Ryan e successivamente con una persona del pubblico, essendo necessario addirittura l’intervento delle guardie presenti per farlo sloggiare. Insomma, un fiasco totale.

Successivamente la questione si è spenta, con la stessa Ryan che ha accettato le scuse e slowthai autore di post affranti sui social network. La rabbia dovuta a questa pessima apparizione pubblica lo ha portato a rintanarsi nella sua psiche, tanto che “TYRON” è un CD decisamente più introspettivo e meno politico di “Nothing Great About Britain”.

“TYRON” è diviso in due metà, la prima più movimentata (e con i titoli tutti in maiuscolo) e la seconda più raccolta (con tracklist in minuscolo), quasi uno specchio del suo carattere, sensibile ma folle allo stesso tempo. Quasi un doppio CD racchiuso in soli 35 minuti: un rischio, che però non produce cattivi risultati. Certo, sono lontani i tempi dello slowthai scatenato di Doorman, stupenda traccia del disco precedente, ma anche in questo album gli highlights non mancano, con una maggiore qualità delle composizioni, abbastanza a sorpresa, nella parte più melodica del lavoro.

Sottolineiamo specialmente il parco ospiti: da Denzel Curry a A$AP Rocky, passando per James Blake e Skepta, slowthai ha usato il suo accresciuto successo per strappare collaborazioni con nomi importanti nel mondo hip hop. I brani migliori sono la quasi folk push e i tried, mentre delude nhs, troppo infantile. Da menzionare anche CANCELLED, con un ottimo Skepta.

Testualmente, il lavoro è ambivalente, come già accennato: da un lato troviamo lo slowthai feroce, che in CANCELLED si scaglia contro la cancel culture che sta piagando le democrazie occidentali nella loro versione più “puritana”; dall’altro abbiamo quello che elogia il servizio sanitario nazionale inglese (nhs) e rima Harry Potter con “lobster” e “vodka” (CANCELLED).

In conclusione, “TYRON” è un erede che non soffre della “sindrome da secondo disco” nei confronti di “Nothing Great About Britain”: slowthai è in forma, gli ospiti arricchiscono il lavoro e la struttura a due facce, per quanto strana e rischiosa, paga. Non male, ma sappiamo che lui può fare di meglio: lo aspettiamo in tempi più sereni e senza la pressione di dover rifarsi una reputazione.

Voto finale: 7.

Cloud Nothings, “The Shadow I Remember”

the shadow i remember

Il nuovo album del gruppo punk-rock statunitense li trova ormai a proprio agio nel sound che li fece conoscere al pubblico grazie a lavori riusciti come “Attack On Memory” (2012) e “Here And Nowhere Else” (2014). Se l’inventiva non è il principale tratto distintivo di “The Shadow I Remember”, di certo il CD non lascia l’ascoltatore rilassato.

Destreggiandosi abilmente fra indie rock e sonorità più robuste, i Cloud Nothings hanno costruito un altro lavoro curato, con liriche frammentarie che trattano il tema della pandemia e dei lockdown necessari per sconfiggerla (o, almeno, contrastarla). I risultati, come già accennato, non sono trascendentali, ma nemmeno mediocri.

Dylan Baldi e compagni hanno abbandonato le grandi cavalcate di 8 minuti (Wasted Days) o addirittura di 10 (Dissolution), tornando verso territori più accessibili, simili a quelli percorsi da “Life Without Sound” (2017). I migliori pezzi sono Nothing Without You e Am I Something, mentre deludono The Spirit Of e Open Rain.

In generale, i Cloud Nothings sembrano aver smarrito quell’ambizione che li rendeva davvero eccitanti; “The Shadow I Remember” probabilmente non verrà ricordato da nessuno dei loro fans come il loro miglior CD. Tuttavia, non si può parlare di un cattivo disco: semplicemente, eravamo stati abituati troppo bene.

Voto finale: 6,5.

Gli album più attesi del 2021

Archiviato il 2020, A-Rock è già all’opera per il nuovo anno: quali sono gli album più attesi del 2021?

Se l’anno passato avevamo indicato come CD più intriganti quelli di Tame Impala e The 1975 (e a ragione, visto che entrambi sono entrati nella top 10 dei 50 album migliori del 2020), nel 2021 i lavori a cui guardiamo con maggiore interesse sono rispettivamente quelli di Kendrick Lamar e Lana Del Rey. K-Dot è ormai entrato nella storia dell’hip hop con album come “good kid, m.A.A.d city” (2012) e “To Pimp A Butterfly” (2015), senza scordarsi di “DAMN.” (2017); il suo quinto album vero e proprio di inediti segnerà un altro passaggio cruciale nell’affermazione del rap come genere imperante nelle classifiche e nella società? Un discorso simile vale per Lana: il precedente “Norman Fucking Rockwell!” è stato l’album del 2019 per A-Rock e molte altre pubblicazioni, oltre che un grande successo commerciale; riuscirà il suo erede, dal titolo “Chemtrails Over The Country Club”, a mantenere tutte le attese riposte in lei da parte di pubblico e critica?

Passando al rock, abbiamo anche in questo caso artisti attesi al varco: gli Arcade Fire, ad esempio, vengono dal loro lavoro più debole, “Everything Now” (2017), un riscatto è necessario per una delle migliori band del XXI secolo. Invece i The War On Drugs devono proseguire sul percorso di crescita intrapreso con “Lost In The Dream” (2014) e “A Deeper Understanding” (2017); un discorso simile vale per Iceage e Parquet Courts, che hanno pubblicato con i loro ultimi LP “Beyondless” e “Wide Awake!” (entrambi del 2018) due lavori variegati e che aprivano strade interessanti al loro punk-rock. Due giovani voci che A-Rock ha già analizzato in passato e inserito nelle liste di fine anno sono Julien Baker e shame: se la prima è attesa al varco dopo “Turn Out The Lights” (2017), il gruppo punk inglese dopo il fulminante esordio “Songs Of Praise” (2018) dovrà confermarsi. Un doveroso rimando poi va ai nuovi (o meglio dire “vecchi”) Red Hot Chili Peppers, che hanno riaccolto John Frusciante: vedremo se l’ispirazione è tornata quella dei tempi migliori. Infine menzioniamo Queens Of The Stone Age e Phoenix, che forse hanno dato il meglio, ma sono comunque nomi importanti nello scenario rock.

Il mondo del pop, dal canto suo, pare che vivrà un 2021 tumultuoso: se già abbiamo citato il nuovo disco di Lana Del Rey, come dimenticarsi che sia Lorde che Adele che Billie Eilish, forse anche Rihanna, potrebbero pubblicare i seguiti a CD che spesso avevano segnato la loro definitiva affermazione anche fra i critici di professione (soprattutto Lorde e RiRi)? Billie, dal canto suo, deve dare un seguito al clamoroso “WHEN WE ALL FALL ASLEEP, WHERE DO WE GO?” (2019); che aveva travolto il mondo della musica due anni fa. Invece il nuovo LP di Adele segue di ormai sei anni “25” (2015): un erede è davvero necessario. Discorso diverso per St. Vincent: Annie Clark è una delle figure più interessanti a cavallo fra pop e rock, specialmente dopo “MASSEDUCTION” (2017), vedremo l’ispirazione dove la porterà.

Il lato hip hop della musica vivrà un 2021 davvero pieno di uscite importanti. Se abbiamo già anticipato che Kendrick Lamar è il più atteso assieme a Lana Del Rey da A-Rock, non dimentichiamoci che il 2021 è l’anno in cui verrà pubblicato, come già anticipato da Drake stesso, “Certified Lover Boy”, il seguito del controverso “Scorpion” (2018): dopo un 2020 che lo ha visto dare alla luce il mixtape “Dark Lane Demo Tapes”, discreto ma nulla più, il canadese deve dimostrare che il successo commerciale può essere accompagnato dal rispetto della critica. Discorso diverso per Danny Brown, che via social ha dichiarato che quest’anno arriverà “XXXX”, seguito del CD che lo ha fatto conoscere al mondo, “XXX” del 2011. Il suo stile, pazzoide ma creativo, sarà un toccasana per la scena hip hop. Il giovane rapper inglese slowthai invece seguirà il grande esordio “Nothing Great About Britain” (2019) con “TYRON”: manterrà le aspettative? Come non menzionare Travis Scott poi, uno dei nomi più trendy degli ultimi anni, atteso con “Utopia”? Chiudiamo la rassegna con il caldissimo Denzel Curry, che nel 2020 ha pubblicato due brevi ma piacevoli lavori e pare pronto a dare alla luce “Melt My Eyez, See Your Future”, e Vince Staples, reduce da un 2020 piuttosto opaco e caratterizzato da singoli molto deboli: speriamo possa recuperare la forma migliore nell’anno nuovo.

Per finire, abbiamo degli album ormai mitici, almeno nell’immaginario collettivo, probabilmente destinati a vedere la luce prima o poi… ma chissà quando! Per esempio, “Masochism” di Sky Ferreira è dibattuto ormai da anni, con la stessa Sky che pareva pronta nel 2019 a pubblicarlo ma poi era stata fermata dalla pandemia e dalla decisione di non farlo fino alla cacciata di Donald Trump dalla Casa Bianca. Chissà quindi che il 2021 non sia l’anno buono. Stendiamo un velo pietoso poi su “Dear Tommy”, il fantomatico seguito di “Kill For Love” dei Chromatics (che nel frattempo hanno pubblicato altri CD peraltro).

Se quindi il 2020 è stato un anno interessante, almeno per il mondo della musica, chissà il 2021 cosa ci riserverà! A-Rock proverà come sempre, al meglio delle sue possibilità, a darvi una copertura ampia e variegata!

I 50 migliori album del 2017 (25-1)

Già nella prima metà della lista dei 50 migliori CD del 2017 di A-Rock avevamo nomi altisonanti: Liam Gallagher, Vince Staples e Queens Of The Stone Age, per esempio. Chi conterrà questa seconda metà? E soprattutto: a chi andrà la palma di migliori album dell’anno? Buona lettura!

25) Laurel Halo, “Dust”

(ELETTRONICA)

Al terzo CD, possiamo dire che Laurel Halo ha mantenuto quello che le sue prime uscite promettevano. “Dust” è un grande album di musica elettronica, che mescola ambient e melodie più sperimentali, à la Aphex Twin. Insomma, in un anno non facile per questo genere (lontani i tempi di Jamie xx), la Halo si conferma grande interprete, malgrado la giovane età.

La prima traccia, la funkeggiante Sun To Solar, inizia un percorso molto affascinante attraverso musica ambient, sperimentalismo e ritmi più danzerecci, un intreccio che fa di “Dust” un disco imperdibile per gli amanti dell’elettronica. Jelly introduce ritmi quasi tribali, mentre Moontalk sembra quasi Prince. Convincono meno Koinos e le troppo brevi Arschkrieker e Nicht Ohne Risiko, mentre i veri highlights dell’album sono la già citata Moontalk e la intricata Syzygy. Non male anche la più raccolta Do U Ever Happen.

I testi sono, come spesso accade nel mondo della musica elettronica, molto criptici, spesso incomprensibili data la maniera in cui la voce viene trattata e manipolata. Va detto, a onor del vero, che anche nelle precedenti uscite la Halo aveva fatto intravedere questa tendenza, dando più importanza alle atmosfere create dalla musica; e i risultati le danno ragione.

In generale, dunque, non stiamo parlando di un capolavoro o di un LP capace di rivoluzionare la musica elettronica, nondimeno Laurel Halo conferma tutto il suo talento e ci fa sperare che l’elettronica abbia trovato una nuova, grande interprete.

24) Noel Gallagher’s High Flying Birds, “Who Built The Moon?”

(ROCK)

Noel è giunto ormai al terzo album con la sua nuova band, gli High Flying Birds. La sua è stata una graduale evoluzione: partito nel primo CD della sua nuova avventura con canzoni molto simili agli Oasis, già in “Chasing Yesterday” (2015) si erano intraviste aperture verso rock à la Strokes e psichedelia del tutto inedite per lui. Questo “Who Built The Moon?” è il miglior disco a firma Noel Gallagher da molti anni: oltre a proporre nuovi generi musicali ad un pubblico che era abituato al britpop vecchia maniera, Noel produce tre-quattro canzoni davvero notevoli, che entrano di diritto fra le sue migliori.

L’inizio è sorprendente: Fort Knox è un pezzo molto duro, quasi progressive, per un ex Oasis come lui. Ma le sorprese non sono finite: il più anziano dei due fratelli coltelli degli Oasis infatti si avventura nel glam rock (Keep On Reaching), utilizzando poi in altri pezzi addirittura il vocoder e mescolando influenze jazz (Holy Mountain). Le tastiere, poi, hanno un discreto peso. Insomma, un LP così ambizioso e innovativo da un cinquantenne non ce lo aspettavamo proprio. Merito anche del produttore, David Holmes, noto anche come musicista ardito e innovatore nel campo dell’elettronica.

Menzione finale per Dead In The Water, pezzo non incluso nella tracklist ufficiale ma acquistabile come traccia bonus: ricorda molto le b-sides migliori degli Oasis, in particolare Talk Tonight e Half The World Away. Ottime anche It’s A Beautiful World e She Taught Me How To Fly. Da non trascurare anche Black & White Sunshine. Meno riuscite Be Careful What You Wish For e If Love Is The Law, ma non intaccano eccessivamente il risultato complessivo.

In conclusione, il 2017 ha visto sfidarsi i fratelli Gallagher, oltre che con i soliti insulti via social o via intervista, anche musicalmente: mentre Liam, con “As You Were”, ha pubblicato un CD “conservatore”, chiaramente destinato ai fan prima maniera degli Oasis, Noel sembra aver trovato una sua nicchia più interessante, ma forse più rischiosa a fini puramente economici. Tuttavia, non si può non elogiare la voglia di sperimentare di uno degli artisti inglesi apparentemente più rigidi nelle loro posizioni degli ultimi venticinque anni. Aspettiamo con grande interesse la sua prossima prova.

23) Algiers, “The Underside Of Power”

(PUNK)

Raramente si sentono album che sanno mescolare così abilmente post-punk e musica nera come questo “The Underside Of Power”: gli Algiers, accanto al punk che aveva caratterizzato il loro esordio “Algiers” del 2015, riescono a inserire influenze soul che rendono il risultato ancora più intrigante. Non che queste ultime mancassero precedentemente, sia chiaro; tuttavia, sembravano messe lì puramente come ornamento, mentre in “The Underside Of Power” assumono una funzione più chiara e significativa. Il CD può quindi essere visto come un raffinamento del precedente: non si tratta di un album facile, tuttavia resta molto significativo, anche per i temi affrontati, come per esempio la lotta razziale dei neri per la parità con i bianchi e le storture che il capitalismo porta nella società.

L’intento è già chiaro a partire dalla prima canzone in scaletta, Walk Like A Panther: un inno duro e senza compromessi, supportato dall’ottima base ritmica fornita da Matt Tong (batterista ex Bloc Party) e la voce di Franklin James Fisher a urlare contro tutto ciò che di sbagliato c’è nel mondo, in particolare razzismo e diseguaglianze. Anche il titolo del secondo brano, Cry Of The Martyrs, è indicativo dei temi trattati. Non solo punk, però: come già accennato, gli Algiers, specialmente nella seconda parte, danno più spazio alla loro parte romantica, con accenni di soul e ritmiche meno aggressive. Ne sono esempi Mme Rieux e Hymn For An Average Man. Da non trascurare anche le due suite strumentali, Plague Years e Bury Me Standing.

I brani migliori, però, rimangono quelli più punk, come Walk Like A Panther e la title track; leggermente inferiori sono A Murmur. A Sign. e Cleveland, ma nessuno dei 12 brani delude. Il CD conferma quindi gli Algiers come una voce rilevante del panorama musicale inglese: vedremo dove li porterà il prossimo disco. Considerato che in soli due lavori hanno già esplorato rock, punk e soul, siamo davvero curiosi.

22) Four Tet, “New Energy”

(ELETTRONICA)

Annoverato in ogni classifica che si rispetti fra i migliori DJ del XXI secolo,  l’inglese Kieran Hebden, meglio conosciuto col nome d’arte Four Tet, ritorna sulle scene con il nono album di inediti. Il titolo è evocativo dello scopo di Hebden: cercare sempre di rinnovare il proprio sound e, contemporaneamente, mantenere le caratteristiche che lo hanno reso tanto amato. Negli ultimi anni, lo abbiamo visto collaborare con svariati artisti, fra cui Rihanna, Thom Yorke e Burial. Sono lontani i tempi dove la sua riservatezza era maniacale e la presenza sui social inesistente: adesso Four Tet ci tiene a far sapere tutto sui nuovi progetti intrapresi e sulle collaborazioni effettuate.

Il CD recupera alcune sonorità già sentite nella lunga carriera di Hebden, in particolare dal bellissimo “Rounds” (2003) che lo ha fatto conoscere al grande pubblico. Sono poi presenti influenze di The Field e Caribou, che rendono la tavolozza sonora di Four Tet colorata come non mai. Abbiamo infatti un gradevole intreccio di ambient, dance e IDM, che rendono “New Energy” un’altra ottima aggiunta ad una discografia già ingombrante.

Fra i brani migliori, abbiamo la ipnotica Lush; l’affascinante Two Thousand And Seventeen, che può essere messa fra i migliori brani elettronici dell’anno; la dolce You Are Loved; e SW9 9SL, che ricorda il Caribou più danzereccio. Meno belle Alap e Tremper, ma ciò è dovuto sia all’eccessiva brevità (per esempio le due tracce citate durano meno di due minuti) e, forse, alla volontà di Hebden di rendere il disco uniforme e coerente come sonorità, a discapito della varietà (Memories).

In conclusione, se non si tratta del suo miglior LP, poco ci manca: Four Tet conferma ancora una volta il suo grande talento e ci dona uno dei più riusciti dischi di musica elettronica dell’anno. Il piano soffuso di Daughter e la conclusiva Planet valgono da soli un ascolto.

21) Perfume Genius, “No Shape”

(POP – ELETTRONICA)

Il quarto album di Mike Hadreas, in arte Perfume Genius, è un sontuoso lavoro pop. Se i precedenti suoi CD si contraddistinguevano per un pop più ermetico e minimal di quello mainstream, in “No Shape” Hadreas è più aperto, sia come tematiche trattate che come sonorità.

Le 13 canzoni che compongono l’album, per un totale di 43 minuti di durata, formano un lavoro conciso e affascinante, con due chiare metà: se la prima è caratterizzata da ritmi gioiosi, la seconda è molto più drammatica e misteriosa, richiamando le sonorità di Brian Eno e del David Bowie più ambient. Insomma, Perfume Genius ha orchestrato un LP molto ambizioso e mai fuori fase: al netto di momenti che possono piacere meno di altri, il livello complessivo di “No Shape” è altissimo e avvicina Hadreas ai grandi autori pop contemporanei, su tutti Anohni (il fu Antony Hegarty).

Nella prima parte colpiscono particolarmente Otherside e Slip Away, mentre nella seconda ricordiamo soprattutto Run Me Through e la maestosa Alan, che chiudono l’album. La migliore è però Every Night: poco meno di 3 minuti di pop da camera fragile e ipnotico, con la bella voce di Perfume Genius a dominare. Dicevamo prima che vi sono pezzi leggermente più deboli, che abbassano il livello medio del CD: abbiamo ad esempio Just Like Love e Go Ahead, ma sono peccati veniali in un lavoro davvero notevole.

Dal punto di vista dei testi, l’omosessualità del cantante viene nuovamente fuori in molte delle canzoni, ma non con la negatività dei precedenti lavori: se nei primi suoi CD si parlava di abusi fisici e di sostanze stupefacenti, già in “Too Bright” (2014) cominciava a vedersi la luce in fondo al tunnel. In questo “No Shape” possiamo addirittura leggere dei riferimenti all’attualità politica, in particolare alla polemica sui diritti per le coppie gay: “How long must we live right before we don’t even have to try?” canta Hadreas in Valley General.

“No Shape” è dunque l’album più completo e riuscito di Perfume Genius: merita senza dubbio un posto d’onore tra gli album pop-elettronici più belli degli ultimi anni.

20) Broken Social Scene, “Hug Of Thunder”

(ROCK)

Dopo 7 anni, il ritorno dei canadesi Broken Social Scene rappresenta un ottimo momento per tornare ad ascoltare musica inedita da parte di uno dei gruppi indie rock più amati degli ultimi 15 anni. Il quinto album del collettivo canadese è un distillato di tutte le loro migliori qualità: forte base ritmica, voci soffuse, atmosfere quasi shoegaze.

Il ritorno di Leslie Feist segna il ritorno di uno dei membri di maggior successo al di fuori del gruppo e, contemporaneamente, un’iniezione di adrenalina pura nel sound della band: prova ne sia Halfway Home, il primo singolo utilizzato per promuovere il CD. Tutto gira bene, specialmente nella prima parte dell’album, con brani potenti e riusciti come la già citata Halfway Home, la vibrante Protest Song e la magnifica Vanity Pail Kids.

La seconda parte del disco è più raccolta ed intimista, facendoci scoprire il lato più pop dei Broken Social Scene: i migliori pezzi sono Towers And Masons e Please Take Me With You. Un po’ monotona invece Gonna Get Better. Questo passo falso viene però subito compensato dall’epica canzone finale, Mouth Guards Of The Apocalypse, che chiude degnamente un ottimo CD.

In conclusione, la band canadese non introduce radicali cambiamenti nel sound che ne ha fatto la fortuna in passato, come era facile aspettarsi. Tuttavia, “Hug Of Thunder” segna il ritorno di un altro amatissimo gruppo della scena indie rock, in un anno trionfale per gli amanti del genere: Spoon, Phoenix, Arcade Fire e Broken Social Scene sono tornati con lavori molto interessanti, anche se non sempre degni delle pesanti eredità che i rispettivi gruppi possiedono. Ciò aggiunge ancora più valore a questo “Hug Of Thunder”. Bentornati, Broken Social Scene.

19) Moses Sumney, “Aromanticism”

(R&B – SOUL)

L’esordio del giovane cantante afroamericano Moses Sumney, “Aromanticism”, esprime già nel titolo molti dei temi trattati. Lui dichiara di essere una persona a-romantica, cioè incapace di provare sentimenti per le altre persone, uomini o donne che siano. I testi sono infatti venati di malinconia e tristezza a causa di questa sua caratteristica, che gli impedisce di legarsi agli altri esseri umani. Tuttavia, ciò gli consente di avere uno sguardo distaccato sulla realtà ed estrapolarne così alcuni dettagli sempre interessanti. Oltre a questo, le canzoni in questo suo esordio sono in genere riuscite e la sua voce, un mix tra Prince e Thom Yorke, è sublime.

L’inizio è molto soft: sembra di tornare a “Blonde” di Frank Ocean, con atmosfere ancora più rarefatte e voce ancora più eterea. Già alla quarta canzone, però, l’atmosfera dei primi brani scompare: Quarrel è un capolavoro fatto e finito, con coda strumentale da brividi. Allo stesso modo, Lonely World ricorda il Prince anni ’80 con la sua vocina acuta e la chitarra in primo piano, poi sboccia in un pezzo rock clamoroso. Anche la seconda parte ha gemme notevoli, per esempio la romantica Doomed, che ricorda molto Frank Ocean. Deludono leggermente Stoicism e Don’t Bother Calling, ma il voto al CD resta positivo.

In generale, il soul/R&B sembra aver trovato un’altra, grandissima voce: per certi versi, questo disco ricorda “Malibu” di Anderson .Paak del 2016, solo più raffinato e meno movimentato. “Aromanticism” è, pertanto, certamente da annoverare fra i migliori esordi musicali di musica nera degli ultimi anni.

18) The Horrors, “V”

(ELETTRONICA – ROCK)

Dopo quattro album sempre più arditi, gli Horrors sono tornati: con “V” il gruppo inglese stupisce ancora una volta il proprio pubblico, cimentandosi con l’acid rock e il synth rock tipici rispettivamente degli U2 in “Achtung Baby” e dei Depeche Mode. Ma possiamo citare anche le influenze di Primal Scream e Cure come fondamentali. Insomma, Badwan e compagni non tradiscono le aspettative, ancora una volta: possiamo dire senza tema di smentita che gli Horrors sono fra le cinque-sei band rock più significative al momento, la loro capacità di reinventarsi ad ogni CD ne è la dimostrazione.

Tre anni dopo il pregevole “Luminous”, gli Horrors piazzano come sempre i migliori brani nella prima parte del disco, per poi virare verso lidi più sperimentali nella seconda. La prima canzone della tracklist, Hologram, presenta sintetizzatori e basso in prima linea, con la bella voce di Faris Badwan ad amalgamare il tutto: già un primo assaggio della svolta presente in “V” è proposta qua. La successiva Press Enter To Exit, accanto ad una critica della moderna società digitale, ricorda molto il rock acido dei Primal Scream e degli U2 dei primi anni ’90 del secolo scorso. La fantastica triade iniziale è completata dal primo singolo estratto dal disco, quella Machine quasi industrial che ricorda molto i Nine Inch Nails.

Insomma, gli ingredienti del CD sono già presenti nei primi tre brani della scaletta. A completare la tavolozza sonora sono alcune ballate, sulla falsariga di quella Change Your Mind che, in “Luminous”, aveva fatto storcere il naso ai fans duri e puri del gruppo, ma che tuttavia era ben riuscita e aggiungeva un tocco romantico prima sconosciuto agli Horrors. Tra le migliori in “V” abbiamo Ghost e Gathering. Belle anche World Below e la sperimentale Weighed Down. Meno riuscita It’s A Good Life, ma è un peccato veniale in un LP ottimo.

In generale, quindi, “V” non raggiunge le vette compositive di “Primary Colours” (2009) e “Skying” (2011), nondimeno aggiunge un altro capitolo molto interessante alla discografia degli Horrors, sempre più a buon diritto inseribili fra i gruppi di musica alternativa più significativi del nuovo millennio.

17) Julien Baker, “Turn Out The Lights”

(ROCK – POP)

Il secondo album della giovane cantante americana Julien Baker è un ottimo esempio della nouvelle vague del mondo indie, caratterizzata da una più massiccia presenza di donne rispetto al passato. Ricordiamo ad esempio Courtney Barnett e Angel Olsen; adesso anche la Baker fa parte del gruppo.

“Turn Out The Lights” combina piacevolmente pianoforte e chitarre, con la bella voce di Julien a fare da collante alle canzoni. La prima vera traccia del disco, dopo la breve intro Over, è già espressiva del tono del disco: Appointments ha un mood fortemente malinconico, batterie e basso sono completamente assenti e il testo parla di appuntamenti falliti e relazioni finite. Su questa falsariga si sviluppa poi tutto il disco.

I testi, dunque, sono molto pessimisti: già nell’esordio “Sprained Ankle” avevamo notato questo male di vivere nella Baker, sentimento che sembra essersi acuito in “Turn Out The Lights”. Le liriche, infatti, contengono versi come “Do I deserve to be here? Will I ever be ok?” oppure “There’s more whiskey than blood in my veins”. Insomma, si accenna a tendenze suicide ed alcolismo senza mezzi termini. La disperazione tuttavia non angustia le melodie, che restano potenti e toccanti allo stesso tempo.

La Baker si inserisce, musicalmente parlando, a cavallo fra dream pop e indie rock: un po’ Beach House e un po’ Wolf Alice, diciamo. Niente di radicale, quindi, ma il CD resta davvero bellissimo e degno di più di un ascolto. Fra le tracce migliori abbiamo la già citata Appointments e la title track; buona anche la conclusiva Claws In Your Back. Meno riuscite Shadowboxing e Sour Breath (da segnalare comunque per le tristissime liriche “The harder I swim, the faster I sink”), ma il risultato complessivo resta ottimo.

In conclusione, il talento di Julien Baker sembra essere definitivamente sbocciato: con una voce così, poi, tutto diventa più facile. Speriamo che la disperazione che sembra pervadere la giovane cantante non si riveli troppo pesante per la sua apparentemente fragile anima.

16) Fever Ray, “Plunge”

(ELETTRONICA)

Erano otto anni che Karin Dreijer non produceva un album solista; la metà femminile dei Knife (l’altra era il fratello Olof), con l’esordio solista “Fever Ray” (2009), aveva fatto capire che, anche senza i Knife, per lei un radioso futuro nel mondo della musica era possibile. “Plunge” conferma ulteriormente questo fatto: attraverso canzoni a volte complesse, altre quasi pop, Karin appare in splendida forma, tanto da produrre uno dei migliori album di musica elettronica dell’anno.

I temi trattati dalla cantante svedese riguardano soprattutto l’amore e il sesso; accanto ad essi, però, un messaggio politico non può mancare. Spesso infatti anche i Knife avevano affrontato temi legati alla sfera pubblica, per esempio i diritti degli omosessuali o le storture del capitalismo. Fever Ray, parlando dell’amore carnale, denuncia la non parità dei diritti fra maschi e femmine e le violenze a cui le donne sono sottoposte da parte di uomini prepotenti, questione quanto mai attuale in queste settimane.

I pezzi migliori sono Must’t Hurry, This Country e Red Trails. Convincono meno Falling, IDK About You e la parte centrale del disco, tuttavia i risultati complessivi sono apprezzabili. Restano superiori i due LP più maturi dei Knife, “Silent Shout” (2006) e “Shaking The Habitual” (2013). Tuttavia, l’eclettismo e la cura maniacale di “Plunge” lo rendono imprescindibile per gli amanti dell’elettronica e dei Knife.

15) The National, “Sleep Well Beast”

(ROCK)

Il settimo album dei The National, uno dei gruppi indie rock più famosi e apprezzati della scena americana, è anche il loro lavoro più intimo e cupo: le sonorità del CD sono molto raccolte, con il piano che ha un’importanza maggiore rispetto ai precedenti lavori del gruppo, anche di LP più maturi come gli eccellenti “High Violet” (2010) e “Trouble Will Find Me” (2013).

Il tutto è già evidente dalla prima traccia: Nobody Else Will Be There ricorda i Radiohead per la tristezza che emana, con un Matt Berninger protagonista con la sua voce bella e profonda. La seconda canzone, Day I Die, è forse la migliore del disco e mette invece ancora una volta in evidenza la base ritmica dei The National, con i fratelli Dessner al top della condizione: la chitarra di Bryce regala rasoiate bellissime, ma anche il basso si fa sentire. Stiamo parlando di uno fra i migliori pezzi indie rock dell’anno: pensare che sia stato scritto da una band con quasi venti anni di carriera alle spalle è impressionante.

I pezzi più rock si confermano i migliori del lotto: sono ottime anche The System Only Dreams In Total Darkness e Turtleneck, a buon diritto fra tra gli highlights del disco. Del resto, però, i The National sono famosi per aver imparato a fondere, nel corso della loro splendida carriera, rock e melodia: così anche pezzi con pianoforte preponderante come la già citata Nobody Else Will Be There o la title track conquistano man mano che se ne scoprono i dettagli.

Peccato per pezzi meno belli, che sembrano compiuti solo a metà: forse i numerosi progetti solisti intrapresi dai membri del gruppo negli ultimi anni hanno influito. Ne sono esempi Born To Beg e I Still Destroy You, strano esperimento elettronico che poi evolve in una canzone rock un po’ frenetica. Migliore invece la ipnotica Guilty Party. In generale, però, sebbene non siamo dalle parti dei capolavori (sì, al plurale) della band, come “Alligator” o “High Violet”, questo “Sleep Well Beast” non sfigura nella discografia dei The National, che anzi si confermano band imprescindibile per gli amanti del rock, dall’indie a quello più raffinato.

14) Slowdive, “Slowdive”

(ROCK)

È ufficiale: lo shoegaze è ancora vivo e lotta insieme a noi. Dopo il clamoroso ritorno nel 2013 degli alfieri di questo genere, i My Bloody Valentine, con il magnifico “m b v”, adesso anche gli Slowdive sono tornati a produrre nuova musica. E pensare che questo è solo il quarto album della band britannica, il primo dopo “Pygmalion” del 1995. Un’attesa di ben 22 anni, ma ripagata: i risultati di “Slowdive” raggiungono le vette artistiche dei precedenti lavori del gruppo, non rovinando un’eredità che inizia ad essere davvero ingombrante.

Gli Slowdive, infatti, riprendono da dove avevano finito: un genere a metà fra shoegaze e dream pop. Con parametri odierni, possiamo dire che in loro troviamo Beach House, M83 e My Bloody Valentine in egual misura. Nei suoi momenti migliori, “Slowdive” è davvero eccellente: l’iniziale Slomo è sognante e affascinante, anche grazie alla perfetta voce di Rachel Goswell; Don’t Know Why è davvero ipnotica, per merito soprattutto alle voci eteree della Goswell e di Neil Halstead; infine, Sugar For The Pill flirta col pop e contiene una magnifica linea di basso, inusuale per una band shoegaze. Ma è proprio per questi dettagli che amiamo gli Slowdive, no?

I difetti principali del lavoro sono due, il ristretto numero di canzoni (appena 8) e la monotona conclusione: Falling Ashes infatti, nei suoi 8 minuti di durata, rende fin troppo pessimista e malinconica l’ultima parte del CD. In generale, però, la qualità è molto alta, come già ribadito: l’ascolto di questo LP è consigliato a tutti coloro che vogliono sperimentare nuove forme di rock, entrando nel mondo dello shoegaze e immergendosi pienamente in un insieme di chitarre distorte, voci che si rincorrono e atmosfere ambient. Insomma, un estratto di puro shoegaze.

13) Thundercat, “Drunk”

(ROCK – JAZZ – SOUL)

La parabola di Stephen Bruner (meglio conosciuto come Thundercat) è davvero curiosa. Venuto alla ribalta come bassista di grande talento, con collaborazioni del calibro di Kanye West e Flying Lotus, da qualche anno a questa parte ha iniziato a scrivere musica di persona, producendo CD molto interessanti, un mix di funk, jazz e rock. La sua vita ha subito una virata decisiva con la morte dell’amico e collaboratore Austin Peralta nel 2012: da quel momento, il tema della morte e una malinconia a volte opprimente permeano i suoi lavori.

Ne è emblema anche questo “Drunk”, quarto album a nome Thundercat di Bruner. La partenza è quasi serena: un insieme di pezzi velocissimi e nervosi, infusi di funk (Captain Stupido), jazz (Uh Uh) e momenti à la Prince, come in A Fan’s Mail (Tron Suite II). Il mood dell’album si fa però progressivamente più triste, fino a diventare disperato nella parte conclusiva (emblematica DUI).

Menzione finale per le collaborazioni: se Thundercat ha convinto artisti del calibro di Pharrell Williams, Kendrick Lamar e Wiz Khalifa a far parte di “Drunk” un motivo ci sarà. In particolare, la traccia con K-Dot, Walk On By, è molto riuscita; bella anche Show You The Way.

In conclusione, un LP con 23 canzoni, per una durata totale di oltre un’ora, non può essere perfetto; “Drunk”, però, in certi tratti ci va davvero vicino. Tra i migliori CD di musica nera degli ultimi anni.

12) Arca, “Arca”

(ELETTRONICA – SPERIMENTALE)

Il terzo album del musicista venezuelano Alejandro Ghersi, meglio noto come Arca, è il suo CD più intimo e personale. Innanzitutto, in “Arca” Ghersi per la prima volta canta nella sua lingua d’origine, lo spagnolo: ciò, apparentemente, al fine di svelarci di più sulla sua idea di amore e di sessualità. Entrambi questi temi sono sempre stati al centro della sua produzione e l’ambiguità mantenuta al riguardo era uno degli enigmi maggiori riguardo ad Arca, come uomo e come musicista.

Musicalmente parlando, “Arca” mantiene l’intelaiatura dei suoi precedenti lavori, rispettivamente “Xen” (2014) e “Mutant” (2015): vale a dire una musica ambient molto ricercata, a tratti criptica e in altri più sinuosa e accattivante. Rispetto ai due predecessori, tuttavia, questo album dà più attenzione alla parte melodica, quasi pop, dell’estetica di Arca: ne sono esempi i due magnifici brani iniziali, Piel e Anoche. La parte centrale contiene le tracce più sperimentali, come Reverie e Castration. Altro pezzo da ricordare è Coraje, dalla melodia davvero delicata; meno riuscita è Whip, troppo chiassosa. La costruzione del CD si rivela comunque straordinaria: la parte conclusiva ritorna alle sonorità minimali e commoventi dell’inizio, sottolineate dal canto fragile di Ghersi. Ne sono esempi perfetti Miel e Fugaces.

In generale, colpisce la continua evoluzione di questo talentuoso artista, capace di produrre canzoni per pezzi da 90 come Kanye West, FKA Twigs e Bjork, e contemporaneamente mantenere una feconda attività di cantante solista, peraltro di buonissima qualità. Questo “Arca” è il culmine di tutto ciò, un lavoro contemporaneamente misterioso e pop, difficile e fragile: insomma, uno dei migliori CD di musica elettronica degli ultimi anni, non molto lontano da “In Colour” di Jamie xx e “Hopelessness” di Anohni.

11) St. Vincent, “MASSEDUCTION”

(POP)

Annie Clark, meglio conosciuta col nome d’arte St. Vincent, sembra incapace di sbagliare un LP. Il suo nuovo lavoro, “MASSEDUCTION”, è un trionfo per gli amanti del pop. Annie ci aveva già fatto intravedere il suo lato più pop, specialmente nel riuscitissimo omonimo album del 2014. Tuttavia, la sua straordinaria abilità di mescolare pop ed indie rock l’aveva sempre distinta dal mainstream. Le sue schitarrate selvagge, poi, a metà fra Plant e Fripp, rendevano le sue canzoni imprevedibili.

Per questo stupisce per certi versi la svolta verso il pop più zuccheroso: questa mossa rischia di alienare molti fan della prima ora, ma è stata fatta con la speranza di ampliare contemporaneamente la platea di ascoltatori. “MASSEDUCTION” ricorda “Melodrama” di Lorde per alcuni tratti comuni delle due cantanti: fascino particolare, nessun timore a parlare dei propri sentimenti, talento fuori dal comune. Anche le due voci sono assimilabili. Tuttavia, mentre Lorde è solo al secondo CD, Annie Clark è già al sesto (comprendendo anche il disco collaborativo con David Byrne). La creatività non è decisamente venuta meno, comunque: contiamo difatti tracce molto interessanti come Los Ageless e Pills, che parlano delle persone che cercano di non invecchiare mai attraverso ritocchi o farmaci in maniera molto ironica. Belle anche le romantiche ballate New York ed Happy Birthday, Johnny. Convincono meno le canzoni troppo anni ’80, che ricordano molto (fin troppo) Police e Depeche Mode: ne sono esempi Sugarboy e la title track.

I testi, come già accennato, prendono di mira prevalentemente la cultura dell’eterna bellezza e dell’apparenza come unico valore, in un mondo dominato dai social e dai selfie. Ecco, diciamo che se gli Arcade Fire fossero stati ispirati avrebbero partorito un CD complessivamente buono come “MASSEDUCTION” e non il poco riuscito “Everything Now”.

In conclusione, questo non è certamente il disco più riuscito di St. Vincent: “Strange Mercy” (2011) e “St. Vincent” (2014) sono irraggiungibili, tuttavia Annie Clark ci ha fatto vedere di essere una artista a tutto tondo, capace anche di esplorare generi nuovi senza perdere la propria identità. Per quanti cantanti di oggi possiamo dire lo stesso?

10) Father John Misty, “Pure Comedy”

(ROCK)

Il terzo LP solista di Joshua Tillman, in arte Father John Misty, era molto atteso: dopo un eccellente secondo lavoro come “I Love You, Honeybear” (2015) e l’abilità mostrata, sia nelle interviste rilasciate che sui social, di cogliere come pochi lo spirito dei tempi, eravamo tutti curiosi di vedere cosa mai avrebbe dissacrato in questo “Pure Comedy”. Ebbene, i risultati sono clamorosi, per molti versi nel bene ed altri nel male: quasi 75 minuti di durata, 13 canzoni di cui una di 13 minuti (!) e una ironia molto amara riguardo ai tempi, politici e non, dove siamo immersi.

Musicalmente parlando, “Pure Comedy” amplia i generi affrontati da Tillman: accanto al folk delle origini (è stato batterista dei Fleet Foxes fino al 2012), adesso abbiamo un rock molto denso e raffinato, a tratti orchestrale nella sua magniloquenza. I risultati, quando tutto gira per il meglio, sono ottimi: ne sono prova Pure Comedy e Total Entertainment Forever, le due tracce iniziali del disco. Altrove, nondimeno, la combinazione risulta eccessivamente monotona: in particolare ciò accade nella parte centrale del lavoro, fin troppo adagiata in un plateau sonoro fatto di rock acustico e molto simile fra un brano e l’altro. Emblema di tutto ciò è l’interminabile Leaving LA, 13 minuti davvero lunghi e difficili da apprezzare.

La situazione si risolleva nella brillante parte finale, dove Tillman torna a fare quello che lo ha reso così amato dal pubblico: non concentrarsi su sé stesso, quanto dare uno sguardo disincantato sul mondo, aiutato da un folk-rock con intarsi elettronici davvero ammaliante. I migliori brani sono proprio le ultime due canzoni della tracklist, So I’m Growing Old On Magic Mountain e In Twenty Years Or So.

Liricamente, come sempre in un album di Father John Misty, gli spunti di riflessione non mancano: da un riferimento agli Oculus Rift in rima con Taylor Swift (potete immaginare in che contesto) alla religione (“They get terribly upset when you question their sacred texts, written by woman-hating epilectics”), da una critica alla tecnologia (“There are some visionaries among us developing some products to aid us in our struggle to survive, on this godless rock that refuses to die”) a della sana e onesta autoironia (“So I never learned to play the lead guitar. I always more preferred the speaking parts”).

Insomma, un lavoro non semplice, sia musicalmente che per i contenuti affrontati. Tuttavia, se affrontato nella giusta prospettiva e colto appieno, “Pure Comedy” si staglia come un ottimo CD di musica rock impegnata; e dimostra un coraggio non comune da parte di Joshua Tillman, che affronta temi delicati in maniera sempre pungente e intelligente. Non un capolavoro, ma qualcosa di molto simile sì.

9) Run The Jewels, “Run The Jewels 3”

(HIP HOP)

Il terzo CD del duo formato da El-P e Killer Mike è il loro migliore, quello più coeso e stilisticamente più coinvolgente. Non una cosa facile da ottenere, dato che tutti i lavori del duo sono molto riusciti: se il primo “Run The Jewels” era fondamentalmente spassoso e divertente, “Run The Jewels 2” era pura rabbia sociale. Possiamo dire che la trilogia si conclude con un LP che prepara la rivolta; o che, almeno, si candida fortemente a farle da colonna sonora. Se infatti i nomi degli album e le copertine cambiano per minimi particolari, nei testi e nelle sonorità El-P e Killer Mike sono cangianti come pochi. Qua sono privilegiate basi potenti e opprimenti: ricordano un poco il Danny Brown di “Atrocity Exhibition” (2016), tanto che Brown è anche ospite nella riuscita Hey Kids (Bumaye). Altri bei brani sono le iniziali Talk To Me e Legend Has It, dove la critica al presidente americano Donald Trump è marcata; ma anche la conclusiva A Report To The Shareholders/ Kill Your Masters è eccellente. L’unico brano debole è Everybody Stay Calm, ma è un peccato veniale in un’opera davvero ottima. Insomma, cari “masters” (questo il nome affibbiato all’establishment dal duo), c’è poco da stare tranquilli: il disagio è diffuso e sta per esplodere. I RTJ ne sono a conoscenza e in Thieves! (Screamed The Ghost) hanno anche ripreso le parole del grande Martin Luther King per sottolinearlo: “a riot is the language of the unheard”. Un manifesto politico di rara efficacia.

8) Waxahatchee, “Out In The Storm”

(ROCK)

Il quarto CD del progetto Waxahatchee, guidato dalla talentuosa Katie Crutchfield e dalla sorella gemella Allison, è il suo lavoro più riuscito: 10 tracce e 32 minuti di puro indie rock, indirizzato a tutti gli amanti del genere e a coloro che volessero farsi una prima idea di questo genere. L’indie viene spesso evocato a sproposito per artisti che tutto sono meno che indie e la cui qualità artistica è discutibile.

Tutto ciò non vale per Waxahatchee: “Out In The Storm” è un LP bellissimo, con brani riuscitissimi come l’iniziale Never Been Wrong e Silver, che ricordano gli Strokes e gli Arcade Fire di “The Suburbs”; da non sottovalutare anche i pezzi più raccolti del CD, come Recite Remorse e A Little More. Ottime, infine, Brass Beam e No Question, che sarebbero highlights in molti album rock di artisti teoricamente più quotati. In generale, dunque, Crutchfield e compagni arrivano a comporre il coronamento di una carriera in costante crescita: partiti come artisti lo-fi, la produzione e la cura dei dettagli si sono via via affinate, fino ad arrivare a risultati quasi perfetti in questo disco.

Liricamente, il CD è un tipico breakup album, di quelli che gli artisti compongono sempre più di recente: basti pensare a Ryan Adams e Dirty Projectors, solo per restare nel 2017. Karen Crutchfield canta difatti “everyone will hear me complain… everyone will pity my pain”; il verso forse più drammatico è però “I will unravel when no one sees what I see”. Insomma, sorprende l’abilità della Crutchfield di fondere inni spesso trascinanti con tematiche così delicate e tristi per lei.

L’indie, territorio considerato prevalentemente (se non solamente) maschile fino a pochi anni fa, con interpreti come Strokes, Franz Ferdinand e Bloc Party (tutti i componenti di questi gruppi sono uomini, solo recentemente i BP hanno ingaggiato una batterista donna), ha riscoperto ultimamente l’altro sesso, con interpreti giovani e ispirate come Vagabond, Jay Som e Waxahatchee, senza scordarsi Courtney Barnett e Angel Olsen. Una necessaria rinfrescata ad un genere che pareva moribondo, ma che negli ultimi due-tre anni sembra essersi rivitalizzato. E Waxahatchee è un progetto fondamentale per la rinascita dell’indie rock, come testimoniato una volta di più con questo splendido “Out In The Storm”.

7) LCD Soundsystem, “American Dream”

(ELETTRONICA – ROCK)

Ma siamo nel 2017? La domanda sembra mal posta, tuttavia, ha un senso: gli LCD Soundsystem si erano sciolti nell’ormai lontano 2011, con un concerto finale avvenuto al Madison Square Garden, riempito fino all’ultimo posto, con più di tre ore di musica e ospiti di spessore (come gli amici Arcade Fire). L’ultimo LP di inediti è del 2010, quel “This Is Happening” che li aveva tanto fatti amare anche da un pubblico più ampio: la hit I Can Change era addirittura finita sul videogioco FIFA11. Insomma, sembrava scritto che la band acquistasse sempre più visibilità, invece James Murphy e compagni avevano deciso di chiudere baracca e burattini. Una mossa apparentemente folle, in realtà coraggiosa e coerente con il loro percorso artistico: in You Wanted A Hit, non a caso, se la prendevano con la loro casa discografica che aveva quasi imposto loro di scrivere una hit radiofonica, altrimenti il contratto sarebbe terminato.

Ciò non significa che i membri del gruppo siano rimasti inattivi negli scorsi anni: Murphy si è dato alla produzione e a collaborazioni eccellenti (Arcade Fire, David Bowie), gli altri membri hanno suonato con band affini (come Al Doyle, che ha collaborato con gli Hot Chip) oppure si sono dati a DJ sessions. Poi, nel 2016, l’annuncio shock, tanto atteso dai fans del gruppo: gli LCD tornavano insieme. Da qui in poi è storia: i loro concerti erano sempre attesissimi e i membri cercavano di ritrovare l’antica chimica, fra hit intramontabili come All My Friends e Losing My Edge e nuovi brani.

Ancora più significativa fu la notizia che la band stava registrando un nuovo disco: “American Dream”, questo il titolo, sarebbe uscito il 1° settembre. L’attesa era altissima: si sarebbero ripetuti su eccellenti livelli oppure il tutto era solo un’operazione per fare soldi? Conoscendo Murphy, la seconda alternativa sembrava improbabile; fatto confermato dal CD, che entra a pieno diritto fra i migliori del 2017 e merita un posto di rilievo nella discografia degli LCD Soundsystem.

L’inizio di Oh Baby è lentissimo, ma poi la canzone sboccia e diventa irresistibile: sì, gli LCD sono tornati al top della condizione. Poi abbiamo due canzoni destinati ai fan duri e puri del gruppo, che ricordano le atmosfere di “Sound Of Silver” (2007), ma convincono meno: sono rispettivamente Other Voices e I Used To. La carichissima Change Yr Mind sarà ottima live, ma su disco è solo passabile; la meraviglia arriva con la lunga How Do You Sleep?, highlight del disco e molto polemica: Murphy canta contro un suo ex partner di lavoro, Tim Goldsworthy, che lo ha insultato ultimamente e ha intentato causa contro Murphy per una presunta truffa da lui subita. Il tono del brano, non a caso, è molto cupo; la canzone è però ottima e trascinante.

La seconda parte del disco è più rock della prima, probabilmente anche più oscura e disincantata: è qui che liricamente gli LCD danno il meglio. La title track si prende gioco del cosiddetto “sogno americano” e ne proclama la fine; Black Screen, la lunghissima suite finale, è dedicata a Bowie, artista di cui Murphy era fan sin da bambino. Sono tre le tracce da evidenziare, non a caso lanciate come singoli per promuovere il CD: Tonite ricorda molto One Touch ed è la traccia più dance del disco; Call The Police è una cavalcata punk davvero epica, mentre la già citata American Dream è una ballata indimenticabile.

In poche parole, non è l’album migliore della produzione degli LCD Soundsystem (“Sound Of Silver” è inarrivabile), nondimeno questo “American Dream” era un CD davvero necessario per completare l’eredità artistica del gruppo: se stavolta gli LCD decideranno davvero di chiuderla qui, non era pronosticabile un disco di addio così potente e riuscito, sia liricamente che musicalmente.

6) The War On Drugs, “A Deeper Understanding”

(ROCK)

I The War On Drugs sono un orologio svizzero: sfornano un album ogni tre anni, evolvendo sempre il loro suono in maniera da non suonare mai troppo lontani dal passato, ma contemporaneamente freschi e intriganti. La musica del sestetto originario di Philadelphia è passata, infatti, dal rock classico à la Bruce Springsteen, ad accenni di Neil Young e Bob Dylan, arrivando in “A Deeper Understanding” alla psichedelia dei Tame Impala.

Infatti, questo quarto CD della loro produzione ricorda da vicino “Lonerism”, capolavoro dei Tame Impala: le sonorità sono più elettroniche che in passato e i sintetizzatori si fanno sentire come non mai, prova ne siano Holding On e In Chains. Sono le due tracce iniziali, però, che conquistano: il rock epico di Up All Night e Pain è superbo e le due tracce sono senza dubbio tra le migliori dell’album. A colpire è poi l’ambizione mostrata da Adam Granduciel e soci: dopo aver conquistato il successo anche di pubblico con il precedente “Lost In The Dream” (2014), avremmo potuto aspettarci un CD di transizione o, peggio, una brutta copia del precedente. Invece, la band continua ad essere creativa e a mostrarsi incessantemente pronta ad esplorare nuovi sentieri musicali.

Le tematiche trattate in “A Deeper Understanding” rispecchiano il titolo del lavoro: Granduciel conduce un’analisi approfondita del suo Io più intimo, spesso evocando solamente i temi a lui più cari (la solitudine, l’ossessione per il minimo dettaglio, l’alienazione su tutti). In generale, possiamo ribadire che non ascoltiamo i The War On Drugs per accedere a nuove verità sul mondo o sulla società, quanto piuttosto per immergerci in paesaggi musicali affascinanti e senza tempo. Missione compiuta, ed egregiamente, in “A Deeper Understanding”.

I pezzi migliori dei 10 che compongono questo meraviglioso LP sono le due tracce iniziali, già citate in precedenza, vale a dire Up All Night e Pain; l’epica Strangest Thing; e Nothing To Find. L’unica lieve pecca è che il CD avrebbe reso al massimo con una canzone in meno: 66 minuti possono essere pesanti per alcuni. Ad esempio, la conclusiva You Don’t Have To Go (bel titolo, visto che parliamo dell’ultima canzone della tracklist), sarebbe potuta star fuori, ma pazienza: i risultati sono comunque ottimi.

Ricordiamo poi che non si tratta di un disco accessibile: le canzoni sono molto lunghe, spesso con durata superiore ai 6 minuti; il primo, monumentale, singolo, Thinking Of A Place, addirittura arriva agli 11 minuti! Insomma, ciò che poteva sembrare presunzione diventa carattere e fiducia assoluta nelle proprie capacità. Possiamo annoverare di diritto i The War On Drugs fra le migliori band rock del momento, tanto che viene da chiedersi: avranno raggiunto il picco delle loro capacità oppure no? La fiducia nella vena creativa di Granduciel è grande, siamo sicuri che non la tradirà.

5) Kendrick Lamar, “DAMN.”

(HIP HOP)

Il nuovo CD del miglior rapper in circolazione? Non poteva che essere un evento. Tuttavia, Kendrick ha mantenuto a lungo la più assoluta segretezza riguardo a “DAMN.”, almeno fino all’uscita della canzone The Heart Part.4: K-Dot infatti invitava i suoi fan ad aspettare il 7 aprile per avere novità su nuova musica in uscita a suo nome. Detto, fatto: il 7 aprile usciva HUMBLE. e veniva annunciata l’uscita di “DAMN.”, quinto disco di Kendrick Lamar, in data 14 aprile.

Non solo: venivano anche resi noti gli ospiti presenti nel CD. Accanto a nomi meno noti come Zacari, abbiamo due pezzi da 90 della musica come Rihanna e U2. Come si sarebbero integrati il pop da classifica e il rock da stadio nel flusso ininterrotto che è il rap di Kendrick? Ebbene, i risultati sono stupefacenti: ancora una volta, Lamar conferma lo status di rapper più importante della sua generazione e portavoce di un’intera popolazione di giovani neri americani.

I risultati forse non raggiungono i risultati eccellenti di “Good Kid, M.A.A.D. City” (2012) e “To Pimp A Butterfly” (2015), considerati giustamente tra gli album hip hop più importanti del nuovo millennio. Non a caso, questo “DAMN.” non ha un unico tema che lega fra loro le canzoni, come invece accadeva nei due LP citati prima, dove Kendrick parlava della vita per un giovane di colore nella sua città natale (Compton) e del razzismo strisciante negli Stati Uniti. Adesso K-Dot si concentra solamente sulle basi e sull’ulteriore esplorazione di nuovi territori musicali, dal soul all’elettronica.

Musicalmente parlando, la prima parte di “DAMN.” è pressoché perfetta: sia BLOOD. che DNA. sottolineano ulteriormente che questo CD merita la top 5 dei più belli del 2017. Anche le collaborazioni con Rihanna e U2, rispettivamente LOYALTY. e XXX., sono riuscite; in particolare, quest’ultima colpisce positivamente. L’ultima canzone della tracklist, DUCKWORTH., è una ideale chiusura del cerchio: Kendrick ritorna alla figura della vecchia cieca che, in BLOOD., lo uccideva. Poco prima dello sparo che chiudeva la prima canzone, però, si sentono dei suoni: essi rappresentano probabilmente la vita del personaggio della canzone, tanto che poi DUCKWORTH. si chiude con la ripresa proprio di BLOOD..

K-Dot vorrà dire che la vita è ciclica e che quindi ciò che muore è destinato a rinascere? Questo è senza dubbio un tema dominante: accanto ad esso, “DAMN.” tratta anche la critica dei media (in DNA. viene inserito un estratto di una trasmissione della Fox News americana, dove il presentatore Geraldo Rivela afferma che il rap ha fatto più danni agli afroamericani del razzismo), fede, paura, amore e orgoglio (molti sono anche titoli di canzoni del disco, non per caso).

I versi migliori del disco? Sono contenuti in LOYALTY. (“Tell me who you are loyal to. Is it money? Is it fame? Is it weed? Is it drink?”), PRIDE. (“Love’s gonna get you killed, but pride’s gonna be the death of you and you and me”, forse riferito agli episodi di razzismo e uccisioni di giovani neri ad opera delle forze dell’ordine) e LOVE. (“If I minimize my net worth, would you still love me?”).

In conclusione, “DAMN.” si aggiunge alla già eccezionale produzione di Kendrick come il lavoro più coeso e meno caotico: pur mancando un tema dominante, la qualità delle basi e degli ospiti contribuisce a fare del CD un serissimo candidato alla palma di miglior album hip hop dell’anno.

4) Lorde, “Melodrama”

(POP)

Avevamo lasciato Lorde (nome d’arte della giovanissima neozelandese Ella Marija Lani Yelich-O’Connor) al grande successo di “Pure Heroine” (2013) e alla famosissima Royals. Il seguito di questo fortunato CD si è fatto attendere ben quattro anni, ma l’attesa è servita a Lorde per maturare definitivamente, come donna e come artista, generando un lavoro eccellente come “Melodrama”.

Già dalla copertina vediamo che qualcosa è cambiato: se in “Pure Heroine” avevamo semplicemente il titolo e l’artista, senza alcuna immagine, in “Melodrama” campeggia un ritratto molto affascinante della giovane Ella, quasi un quadro impressionista. Ma i cambiamenti di maggiore portata sono artistici.

In “Melodrama”, infatti, Lorde aggiorna la formula vincente del suo precedente lavoro: accanto al pop a volte ingenuo che la caratterizzava (perfettamente accettabile, visto che risaliva a quando Lorde era ancora minorenne), nel nuovo LP abbiamo un’elettronica tremendamente orecchiabile e perfettamente amalgamata al dolce pop delle origini, tanto che “Melodrama” è molto coeso, ritmicamente parlando.

Anche tematicamente, del resto, c’è un tema che lega fra loro le 11 canzoni del disco: Lorde immagina di trovarsi ad un party e di viverlo pensando anche ai problemi che non solo la riguardano personalmente, ma che sono riferibili a più o meno tutti i giovani millennials, per esempio la rottura di un fidanzamento e le sue conseguenze, la voglia di vivere il momento senza freni, gli effetti dell’improvvisa fama…

Ma è musicalmente, come già detto, che scatta la vera meraviglia: “Melodrama” è infatti uno dei migliori CD pop dell’intero decennio, al pari di “Lemonade” di Beyoncé e “Art Angels” di Grimes. Accanto ai bellissimi singoli, la danzereccia Green Light e la raccolta Liability, abbiamo altre perle indimenticabili: in The Louvre compare una linea di chitarra molto riuscita, Hard Feelings/Loveless ha una struttura molto complessa ed è probabilmente il brano più ambizioso mai composto da Lorde. Infatti, ricorda Royals inizialmente, ma poi evolve in un’elettronica minimal sorprendente e godibilissima.

Da elogiare anche il fatto che Lorde richiami, nella seconda parte dell’album, alcuni pezzi presenti all’inizio: abbiamo infatti Sober II (Melodrama) e Liability (Reprise), a testimoniare l’unità dei brani che compongono il CD.

In conclusione, stiamo parlando di un’artista nel pieno delle sue potenzialità: se dopo Royals potevamo pensare che la giovane Ella Marija Lani Yelich-O’Connor fosse una “one-hit singer”, prima “Pure Heroine” e adesso “Melodrama” ci hanno confermato che la vera, splendente popstar del XXI secolo risponde al nome di Lorde. Meno Katy Perry e Miley Cyrus, più Lorde: ecco un auspicio che ho per il futuro della musica pop.

3) Mount Eerie, “A Crow Looked At Me”

(FOLK)

“Death is real”. Con queste tragiche parole si apre il nuovo CD del musicista Phil Elverum, l’ottavo con il nome d’arte di Mount Eerie. Il tema portante del lavoro è, come intuibile, la morte; in particolare, Elverum affronta la disperazione dopo la morte dell’adorata moglie Geneviève Castrée, morta di cancro al pancreas a soli 35 anni, lasciando lui e una bambina di un anno e mezzo.

Phil Elverum affronta questo lutto con un LP di musica folk, semplice e con strumentazione ridotta all’osso (spesso solo voce e chitarra). Cosa inusuale per lui, che nelle sue incarnazioni artistiche precedenti (i Microphones, ma anche i precedenti CD sotto il nome Mount Eerie) aveva creato un genere a cavallo fra rock e sperimentalismo. Tuttavia, questo difficile momento della sua vita richiedeva qualcosa di più diretto e immediato. In effetti, le similitudini con il bellissimo “Carrie & Lowell” (2015) di Sufjan Stevens sono molte, a partire dal tema principale e passando per le sonorità. Qualcosa di simile a questo “A Crow Looked At Me” lo avevano anche prodotto Nick Cave e i suoi fidati Bad Seeds l’anno passato, anche in quella circostanza influenzati da un tremendo lutto (la morte del figlioletto di Cave), nell’eccellente “Skeleton Tree”.

La domanda sorgerà spontanea: un CD tanto intriso di tragedia e dramma come giustifica un titolo così apparentemente bizzarro? Le 11 canzoni che compongono il disco hanno proprio lo scopo di spiegare questa immagine; anzi, possiamo dire che il compimento del lavoro, Crow, è il fine ultimo dell’intero LP.

Musicalmente parlando, vi sono almeno cinque canzoni davvero notevoli: la iniziale Real Death; Ravens (dove Elverum ribadisce che “death is real”, quasi a ribadire il processo di accettazione che caratterizza l’album); Swims, davvero toccante; la delicata Emptiness Pt.2 (che segue presumibilmente una Pt.1 non presente nel disco); e la già citata Crow. In Forest Fire, Mount Eerie arriva ad accusare la natura stessa della morte della moglie, affermando: “I reject nature, I disagree.”

In conclusione, però, cosa ha quindi di particolare l’immagine del corvo che fissa il cantante? Mount Eerie si candida a miglior liricista del 2017: una mattina, ci dice, sua figlia mormora qualcosa nel sonno dopo che i due erano andati in gita insieme nella foresta che hanno vicino casa. Sua figlia dice distintamente la parola “crow”, evocando la figura di un corvo; Elverum, proprio in quel momento, immagina che proprio nel corvo chiamato dalla figlia possa celarsi l’anima di sua moglie Geneviève. Improvvisamente, egli per un secondo vede proprio la sua figura, che però scompare subito dopo, lasciando il posto a un corvo che, questa volta nella vita vera, fissa il cantante e la figlioletta.

Un qualcosa di così delicato e straziante erano anni che non lo ascoltavamo. Qualcuno potrà obiettare che il tono generale del CD è troppo pessimista e monotono nelle sonorità (ad esempio, My Chasm e When I Take Out The Garbage sono leggermente inferiori alla media, altissima, degli altri pezzi), ma secondo noi di A-Rock questo album merita il podio tra i migliori dischi dell’anno. Anzi, il messaggio di “A Crow Looked At Me” è senza dubbio opposto a quello pessimista che alcuni intravedono: quando si ha la fortuna di avere una famiglia felice e una splendida moglie, che ti ama e ti aiuta ad accudire tua figlia, non spendere il tuo tempo a lamentarti delle cose futili. Tutto, infatti, potrebbe scomparire da un momento all’altro, proprio come la moglie di Phil Elverum che, in pochi mesi, è stata stroncata, ancora nel fiore degli anni, dal cancro. Un messaggio di vita e ottimista, pienamente condivisibile.

2) King Krule, “The OOZ”

(ROCK – SPERIMENTALE – JAZZ)

Rock, punk, trip hop, jazz, R&B: ecco alcuni dei generi affrontati con successo da Archy Marshall nel suo nuovo CD a nome King Krule. Le numerose identità artistiche assunte da Archy (Zoo Kid, King Krule, il suo nome) hanno significato spesso alcuni cambi nel sound dei dischi prodotti: più ingenui i brani di Zoo Kid, molto eclettici quelli di King Krule, elettronici quelli a nome Archy Marshall. In “The OOZ”, il giovane cantante inglese propone una ricchissima collezione (19 canzoni per 77 minuti di durata), molto varia, sia come lunghezza dei pezzi che come sonorità. Come già accennato, abbiamo pezzi feroci (come la bellissima Dum Surfer e Half Man Half Shark), brani jazz (le belle ballate Czech One e Logos), altri che ricordano i Blur di “13” (Lonely Blue e Biscuit Town).

In generale, stupisce come finalmente Archy sia riuscito a mettere in mostra tutto il suo talento pur producendo un disco che molti potrebbero bollare come incoerente o troppo ambizioso: un ventunenne che produce con uguale facilità brani rock, jazz e punk non è comune. Inoltre, malgrado il gran numero di brani nella scaletta, nessuno è puramente usato come riempitivo; belli poi i richiami interni al CD, per esempio le due versioni di Bermondsey Bosom, prima “left” poi “right”.

I testi, come sempre nelle canzoni a nome King Krule, affrontano il lato sporco del mondo, in particolare della vita di un giovane di periferia: solitudine, criminalità, droga. Non è un disco facile, come avrete capito: tuttavia, per gli ascoltatori pazienti e amanti della musica ambiziosa e sperimentale, “The OOZ” è un trionfo. Fra i brani migliori abbiamo le già ricordate Dum Surfer e Czech One; non male anche l’enigmatica A Slide In (New Drugs) e The Cadet Leaps, che sembra presa da un disco di Brian Eno. Ottima la title track. Meno riuscite invece Midnight 01 (Deep Sea Diver) e Emergency Blimp, ma non rovinano un LP davvero fantastico. Le influenze sono numerose, ma proprio per questo il sound creato da King Krule è unico: un po’ Massive Attack, un po’ Joy Division, un po’ Tom Waits ecc.

In conclusione, Archy Marshall ha finalmente prodotto quel capolavoro che critica e pubblico aspettavano, ciò che “6 Feet Beneath The Moon” non era stato, malgrado la hype creata da alcuni media specializzati.

1) Fleet Foxes, “Crack-Up”

(FOLK)

Il complesso di Seattle, sei anni dopo “Helplessness Blues” e dopo una pausa durata tre anni, a causa del ritorno all’università del leader Robin Pecknold, è tornata sulla scena musicale con l’attesissimo “Crack-Up”. Beh, i risultati sono semplicemente eccezionali.

Fin dai titoli dei brani in scaletta capiamo che i Fleet Foxes hanno radicalmente innovato il loro sound: essi infatti contengono spesso due o tre denominazioni diverse, quasi a voler rimarcare la mutevolezza e progressione possibili non solo nell’intero CD, ma nelle singole canzoni. Ne è un chiaro esempio l’epica traccia iniziale, I Am All That I Need / Arroyo Seco / Thumbprint Scar: partenza lenta, parte centrale trascinante e finale raccolto. Ma questa è una caratteristica propria di molti brani del disco: se nell’esordio i Fleet Foxes erano noti per le loro melodie ariose, semplici e cantabili, in “Helplessness Blues” già si iniziavano ad intravedere cambiamenti importanti nel loro sound (basti pensare alle lunghissime The Plains / Bitter Dancer e The Shrine / An Argument), giunti a compimento in “Crack-Up”.

Oltre al magnifico brano iniziale, abbiamo almeno un’altra melodia complessa ma bellissima: il primo singolo Third Of May / Ōdaigahara, che finisce quasi con un sottofondo ambient. Molto bello poi anche il secondo brano utilizzato dalla band per promuovere il disco, Fool’s Errand: inizia come un tipico brano dei Fleet Foxes prima maniera, per poi finire con un morbido pianoforte che rende la conclusione davvero magica. Non che i pezzi più semplici siano disprezzabili: ad esempio, eccellente la breve – Naiads, Cassadies. Per contro, Cassius, – flirta con l’elettronica soft, arricchendo ulteriormente il ventaglio sonoro dei Fleet Foxes; infine, I Should See Memphis ricorda quasi gli Animal Collective nel finale, dopo un inizio dolce.

Se avevamo bisogno di una conferma del talento compositivo di Pecknold & co., questo “Crack-Up” rende minore anche un mezzo capolavoro come l’esordio “Fleet Foxes” del 2008: melodie così dense e ricche di cambiamenti in un album folk non sono banali, tanto che viene quasi da parlare di progressive folk. “Crack-Up” resterà senza dubbio come uno dei migliori album dell’intero decennio. Ecco perché lo premiamo come album dell’anno.

Ebbene sì: il ritorno dei Fleet Foxes concentra tutte le loro migliori qualità, non potevamo non premiarlo come CD più riuscito del 2017. Voi cosa ne pensate? Non esitate a commentare! Ci vediamo a gennaio. Buone feste da A-Rock!

Recap: novembre 2017

Novembre, come da tradizione ad A-Rock, è l’ultimo mese eleggibile per quanto riguarda la lista dei migliori 50 album dell’anno. Dunque, i dischi usciti a dicembre meritevoli di menzione entreranno nella lista dell’anno successivo (come successe a D’Angelo). Nel mese appena finito, le cantanti l’hanno fatta da padrone: abbiamo infatti i nuovi album di Julien Baker e Fever Ray. Inoltre, recensiremo anche Björk, Charlotte Gainsbourg, Angel Olsen e Taylor Swift. L’unico maschietto è Noel Gallagher, con i suoi Noel Gallagher’s High Flying Birds. Buona lettura!

Fever Ray, “Plunge”

Plunge

Erano otto anni che Karin Dreijer non produceva un album solista; la metà femminile dei Knife (l’altra era il fratello Olof), con l’esordio solista “Fever Ray” (2009), aveva fatto capire che, anche senza i Knife, per lei un radioso futuro nel mondo della musica era possibile. “Plunge” conferma ulteriormente questo fatto: attraverso canzoni a volte complesse, altre quasi pop, Karin appare in splendida forma, tanto da produrre uno dei migliori album di musica elettronica dell’anno.

I temi trattati dalla cantante svedese riguardano soprattutto l’amore e il sesso; accanto ad essi, però, un messaggio politico non può mancare. Spesso infatti anche i Knife avevano affrontato temi legati alla sfera pubblica, per esempio i diritti degli omosessuali o le storture del capitalismo. Fever Ray, parlando dell’amore carnale, denuncia la non parità dei diritti fra maschi e femmine e le violenze a cui le donne sono sottoposte da parte di uomini prepotenti, questione quanto mai attuale in queste settimane.

I pezzi migliori sono Must’t Hurry, This Country e Red Trails. Convincono meno Falling, IDK About You e la parte centrale del disco, tuttavia i risultati complessivi sono apprezzabili. Restano superiori i due LP più maturi dei Knife, “Silent Shout” (2006) e Shaking The Habitual” (2013). Tuttavia, l’eclettismo e la cura maniacale di “Plunge” lo rendono imprescindibile per gli amanti dell’elettronica e dei Knife.

Voto finale: 8.

Julien Baker, “Turn Out The Lights”

julien baker

Il secondo album della giovane cantante americana Julien Baker è un ottimo esempio della nouvelle vague del mondo indie, caratterizzata da una più massiccia presenza di donne rispetto al passato. Ricordiamo ad esempio Courtney Barnett e Angel Olsen; adesso anche la Baker fa parte del gruppo.

“Turn Out The Lights” combina piacevolmente pianoforte e chitarre, con la bella voce di Julien a fare da collante alle canzoni. La prima vera traccia del disco, dopo la breve intro Over, è già espressiva del tono del disco: Appointments ha un mood fortemente malinconico, batterie e basso sono completamente assenti e il testo parla di appuntamenti falliti e relazioni finite. Su questa falsariga si sviluppa poi tutto il disco.

I testi, dunque, sono molto pessimisti: già nell’esordio “Sprained Ankle” avevamo notato questo male di vivere nella Baker, sentimento che sembra essersi acuito in “Turn Out The Lights”. Le liriche, infatti, contengono versi come “Do I deserve to be here? Will I ever be ok?” oppure “There’s more whiskey than blood in my veins”. Insomma, si accenna a tendenze suicide ed alcolismo senza mezzi termini. La disperazione tuttavia non angustia le melodie, che restano potenti e toccanti allo stesso tempo.

La Baker si inserisce, musicalmente parlando, a cavallo fra dream pop e indie rock: un po’ Beach House e un po’ Wolf Alice, diciamo. Niente di radicale, quindi, ma il CD resta davvero bellissimo e degno di più di un ascolto. Fra le tracce migliori abbiamo la già citata Appointments e la title track; buona anche la conclusiva Claws In Your Back. Meno riuscite Shadowboxing e Sour Breath (da segnalare comunque per le tristissime liriche “The harder I swim, the faster I sink”), ma il risultato complessivo resta ottimo.

In conclusione, il talento di Julien Baker sembra essere definitivamente sbocciato: con una voce così, poi, tutto diventa più facile. Speriamo che la disperazione che sembra pervadere la giovane cantante non si riveli troppo pesante per la sua apparentemente fragile anima.

Voto finale: 8.

Noel Gallagher’s High Flying Birds, “Who Built The Moon?”

Who Built The Moon

Noel è giunto ormai al terzo album con la sua nuova band, gli High Flying Birds. La sua è stata una graduale evoluzione: partito nel primo CD della sua nuova avventura con canzoni molto simili agli Oasis, già in “Chasing Yesterday” (2015) si erano intraviste aperture verso rock à la Strokes e psichedelia del tutto inedite per lui. Questo “Who Built The Moon?” è il miglior disco a firma Noel Gallagher da tanti anni: oltre a proporre nuovi generi musicali ad un pubblico che era abituato al britpop vecchia maniera, Noel produce tre-quattro canzoni davvero notevoli, che entrano di buon diritto fra le sue migliori.

L’inizio è sorprendente: Fort Knox è un pezzo molto duro, quasi progressive, per un ex Oasis come lui. Ma le sorprese non sono finite: il più anziano dei due fratelli coltelli degli Oasis infatti si avventura nel glam rock (Keep On Reaching), utilizzando poi in altri pezzi addirittura il vocoder e mescolando influenze jazz (Holy Mountain). Le tastiere, poi, hanno un discreto peso. Insomma, un LP così ambizioso e innovativo da un cinquantenne non ce lo aspettavamo proprio. Merito anche del produttore, David Holmes, noto anche come musicista ardito e innovatore nel campo dell’elettronica.

Menzione finale per Dead In The Water, pezzo non incluso nella tracklist ufficiale ma acquistabile come traccia bonus: ricorda molto le b-sides migliori degli Oasis, in particolare Talk Tonight e Half The World Away. Ottime anche It’s A Beautiful World e She Taught Me How To Fly. Da non trascurare anche Black & White Sunshine. Meno riuscite Be Careful What You Wish For e If Love Is The Law, ma non intaccano eccessivamente il risultato complessivo.

In conclusione, il 2017 ha visto sfidarsi i fratelli Gallagher, oltre che con gli soliti insulti via social o via intervista, anche musicalmente: mentre Liam, con “As You Were”, ha pubblicato un CD “conservatore”, chiaramente destinato ai fan prima maniera degli Oasis, Noel sembra aver trovato una sua nicchia più interessante, ma forse più rischiosa a fini puramente economici. Tuttavia, non si può non elogiare la voglia di sperimentare di uno degli artisti inglesi apparentemente più rigidi nelle loro posizioni degli ultimi venticinque anni. Aspettiamo con grande interesse la sua prossima prova.

Voto finale: 8.

Charlotte Gainsbourg, “Rest”

rest

“Rest” è il quinto album della figlia del grande Serge Gainsbourg e di Jane Birkin, il primo in studio dopo 7 anni, infatti “IRM” risaliva al 2010. Nel periodo fra i due lavori, Charlotte Gainsbourg si è dedicata principalmente alla sua carriera di attrice, recitando ad esempio nei due capitoli di “Nymphomaniac”. La necessità per lei di tornare a scrivere musica deriva dall’improvvisa morte della sorella Kate, suicida nel 2013. La disperazione per la sua morte pervade i testi delle 11 canzoni di “Rest”, cantate per lo più in francese. Il genere affrontato è un french pop classico, nella scia di Air e Phoenix, ma con una malinconia di fondo tipica di album derivanti da lutti personali: basti pensare alla desolazione degli ultimi lavori di Sufjan Stevens, Nick Cave e Mount Eerie, tutti artisti colpiti da morti di familiari.

I testi sono, come detto, molto drammatici e toccanti: in Rest (che in italiano significa “riposo”), la title track, Charlotte pronuncia “reste”, cioè “resta” in francese, in cui la canzone è cantata; anche musicalmente, la traccia è un highlight del CD. Molto belle anche Deadly Valentine e I’m A Lie; Kate, già dal titolo, è dedicata alla sorella e contiene il verso forse più triste: “on devait vieillir ensemble”, cioè “dovevamo invecchiare insieme”. Riuscita, infine, la lunghissima Les Oxalis, che chiude l’album. Convincono meno Lying With You e Silvia Says, ma non intaccano eccessivamente il risultato complessivo.

Da sottolineare, infine, il parco ospiti di rilievo presente nel disco: da Guy-Manuel de Homem-Christo dei Daft Punk a Paul McCartney, passando per Owen Pallett, “Rest” è il CD di Charlotte Gainsbourg più ricco di star della musica.

In conclusione, “Rest” non è un LP facile, ma era difficile auspicare il contrario. Pur non toccando le vette di disperata bellezza di un Sufjan Stevens, Charlotte Gainsbourg rende omaggio nel modo migliore alla sorella, sottolineando una volta di più che il talento compositivo, nella famiglia Gainsbourg, è passato direttamente dal padre Serge a lei.

Voto finale: 7,5.

Björk, “Utopia”

utopia

“Utopia” rappresenta un ritorno alle origini per Björk. L’artista islandese, conosciuta per la sua grande creatività, dipanata non solo nell’arte musicale, suona una musica davvero particolare: a metà fra elettronica e pop, con tracce però sempre sperimentali e mai del tutto mainstream. I suoi ultimi lavori, almeno fino a “Vulnicura” (2015), erano contraddistinti da melodie più astratte e ancora meno immediate. “Vulnicura” aveva rappresentato un CD sofferto per Björk, essendo dedicato alla rottura con il compagno di lunga data Matthew Barney. Il lavoro era davvero triste rispetto alla solita Björk, ma non per questo meno efficace.

Questo “Utopia” segna quindi il ritorno a sonorità più conosciute per lei, come già anticipato. La lunghezza eccessiva può spaventare gli ascoltatori casuali, ma i fan della cantante islandese troveranno sicuramente delle chicche: a partire dal singolo The Gate, passando per Future Forever e Blissing Me, Björk aggiunge al suo canone degli ottimi innesti. Meno convincente la parte centrale del disco, fin troppo autoreferenziale e non avvincente. Ne sono esempio Body Memory, troppo lunga, e Loss.

Peccato, perché “Utopia”, pur non arrivando ai livelli di “Homogenic” e “Post”, i due capolavori anni ’90 di Björk, è comunque un buon LP. Con 2-3 canzoni/intermezzi in meno, il voto sarebbe stato ancora maggiore. Ma da un’artista che da più di 30 anni ci allieta, non possiamo aspettarci sempre radicali e riuscite innovazioni, no?

Voto finale: 7.

Angel Olsen, “Phases”

phases

“Phases” è il quarto album di Angel Olsen, una delle artiste indie rock più quotate al momento. La sua voce, davvero magnifica, è probabilmente il suo miglior asset; tuttavia, specialmente con i suoi precedenti CD “Burn Your Fire For No Witness” (2014) e “My Woman” (2016), anche la sua sicurezza e abilità nello scrivere canzoni varie e ambiziose erano cresciute notevolmente.

“Phases” non è da considerarsi propriamente un LP di inediti: raccoglie infatti b-sides e demo di canzoni registrate durante le sessions dei due dischi citati precedentemente. È quindi un’operazione simile a quella fatta dai Beach House quest’estate con “B-Sides And Rarities”: Olsen vuole probabilmente aggiornare i suoi fans su come è arrivata a comporre i due CD che l’hanno resa famosa e amata da pubblico e critica.

L’inizio è ottimo: sia Fly On Your Wall che Special sarebbero state benissimo in un disco vero e proprio della Olsen e sarebbero buoni singoli di lancio per molti artisti. La parte centrale si fa più acustica, quasi folk, tanto che sembra di tornare alle origini, quando cioè la giovane cantante si dilettava con folk e country. Ciò culmina nel finale di Endless Road, ballata acustica molto breve e raccolta, bella chiusura di un disco certamente non perfetto, ma comunque gradevole.

Tra i 12 brani che compongono il CD, spiccano una cover di Bruce Springsteen (Tougher Than The Rest) e una riedizione di For You di Roky Erickson. Meno bella California, contenuta nella parte mediana del disco.

Succede molto di rado che un album di b-sides possa essere accostato ai dischi veri e propri della produzione di un’artista: forse solo Oasis e U2 ai tempi d’oro potevano vantarsi di ciò. Ciononostante, Angel Olsen prova ancora una volta la sua apparente facilità di scrittura: se le canzoni scartate sono così, non resta che aspettare il suo nuovo LP, certi che qualsiasi direzione la bella Angel prenderà sarà un successo.

Voto finale: 7.

Taylor Swift, “Reputation”

Taylor Swift

Questo è già il sesto album a firma Taylor Swift, una delle pop star più famose al mondo. Partita mescolando country e pop, i suoi primi tre lavori non erano memorabili, malgrado il crescente successo. Da “Red” (2012) in poi, però, anche la critica ha cominciato a riconoscerne le doti compositive; ciò è sottolineato dal successo di “1989” (2014), che anche i critici riconoscono come un moderno classico per gli amanti del pop. Per questo “Reputation” era molto atteso: il primo singolo non aveva per nulla convinto, Look What You Made Me Do sembrava infatti un pessimo anticipo per il CD e ne rappresenta il brano peggiore. Invece, non tutto è da buttare nel disco: probabilmente l’abbraccio di Taylor al pop più carico e “smaccato” non ha avuto il successo sperato, tuttavia il risultato complessivo è discreto.

La partenza è buona: …Ready For It? è un’ottima intro al disco, che si caratterizza come già anticipato per basi molto potenti, più simili all’hip hop e all’R&B che al pop di Lorde o St. Vincent. La seconda traccia sgancia già i due super ospiti presenti nel disco, Ed Sheeran e Future; la canzone, End Game, non è indimenticabile. Delicate, invece, è una ballata minimale e riuscita, più vicina a “1989”; lo stesso dicasi per Dress.

Il problema con “Reputation” è rappresentato soprattutto dall’elevato numero di canzoni presenti, 15, e dalla durata, 55 minuti, che sono chiaro segnale della presenza di tracce filler, quindi evitabili, cosa che non accadeva ad esempio in “1989”. Ne sono esempio So It Goes… e Don’t Blame Me. Non riuscita nemmeno This Is Why We Can’t Have Nice Things, troppo prevedibile. Gradevoli invece Gorgeous, che se non altro ha un ritmo ballabilissimo pur non essendo tamarra, e Getaway Car, potenziale singolo.

I temi affrontati in “Reputation”, come già il titolo indica, hanno soprattutto a che fare con la percezione che Taylor ha della sua fama e di come il pubblico la vede: come semidea oppure come ennesimo prodotto dello star system. Del resto, lei non ha fatto molto per smentire la seconda opinione: tra le liti con Kanye West e i flirt con attori e cantanti famosi, tutto nella sua vita sembra finto e fatto solo per far parlare di sé. Ognuno continuerà a vederla in un modo o nell’altro, anche dopo questo CD: è comunque da elogiare la sua volontà di aprirsi e narrare (onestamente?) i propri sentimenti.

In conclusione, “Reputation” è un altro passo in avanti nella discografia di Taylor Swift: il passaggio dal country al pop è definitivamente compiuto, tanto che spesso sembra di sentire una canzone di The Weeknd o Flume piuttosto che la vecchia Taylor (evidente tutto ciò in Dancing With Our Hands Tied). Il risultato finale non è certamente un capolavoro, ma nemmeno il fiasco che alcuni preventivavano: diciamo che ci fa sperare di sentire meno tracce riempitivo e più ballate da parte della bella artista americana. Non è un caso che la seconda parte del disco, più acustica, sia migliore della prima. Solo allora potremmo davvero parlare di capolavoro.

Voto finale: 6,5.