Recap: giugno 2021

Anche giugno è terminato. Un mese davvero pieno di uscite interessanti: ad A-Rock abbiamo avuto molto da fare per tenere traccia di ognuna. Abbiamo recensito i nuovi, attesi dischi dei Wolf Alice e di Japanese Breakfast. In più, abbiamo analizzato l’ennesimo CD a firma King Gizzard & The Lizard Wizard, il ritorno di MIKE e il primo greatest hits dei Noel Gallagher’s High Flying Birds. Infine, abbiamo valutato il terzo LP a firma Lucy Dacus e il quarto di Faye Webster. Buona lettura!

Wolf Alice, “Blue Weekend”

blue weekend

Reduci dal grande successo di “Visions Of A Life” (2017), che li ha portati a vincere il primo Mercury Prize della loro giovane carriera, i Wolf Alice hanno cercato di cambiare leggermente una formula davvero efficace.

In passato li abbiamo sentiti sia nella loro versione più grunge, soprattutto nell’esordio “My Love Is Cool” (2015), che flirtare con lo shoegaze (nel già citato “Visions Of A Life”). L’ingrediente principale era però sempre stato un indie rock sbarazzino, con chiari riferimenti agli anni ’90, con la bella voce della frontwoman Ellie Rowsell a fare da collante.

“Blue Weekend” è un CD molto personale, anche e soprattutto nelle liriche, che spesso evocano rapporti amorosi del passato o l’importanza di esprimersi liberamente. Esemplare il seguente verso, in The Last Man On Earth: “Every book you take that you dust off from the shelf has lines between lines between lines that you read about yourself”, oppure questa frase, da No Hard Feelings: “It’s not hard to remember when it was tough to hear your name, crying in the bathtub to ‘Love Is A Losing Game’”. Ciò non va a discapito della spontaneità delle canzoni: Smile e The Beach II sono ottimi pezzi, con ritornelli che entrano nella testa dell’ascoltatore e non la lasciano più.

Sono altre però le sorprese: The Last Man On Earth è un grandioso pezzo pop, che evoca addirittura David Bowie e, fra le artiste emerse più recentemente, Weyes Blood. Abbiamo poi il folk di Safe From Heartbreak (if you never fall in love), in cui il batterista Joel Amey affianca la Rowsell nel canto. Invece, in Play The Greatest Hits, il bassista Theo Ellis è assoluto protagonista con una linea di basso davvero irresistibile. Tuttavia, è sempre Ellie Rowsell la protagonista: la sua voce assume diverse connotazioni, che si tratti di momenti più intimi (dolce in The Last Man On Earth) o più trascinanti (tiratissima in Play The Greatest Hits).

In conclusione, “Blue Weekend” non scrive la storia della musica: i rimandi al rock alternativo degli anni ’90, dalla prima Alanis Morissette a Liz Phair, sono chiari. Tuttavia, è un piacere seguire l’evoluzione dei Wolf Alice e cercare di capire dove andranno a cadere nel loro prossimo lavoro. Il successo che li ha baciati in passato e, siamo sicuri, tornerà a far riempire loro i palazzetti di tutta Europa, è meritato.

Voto finale: 8.

Lucy Dacus, “Home Video”

home video

Il terzo album a firma Lucy Dacus è un altro passo avanti in una discografia sempre più ricca. Dopo l’esordio raccolto di “No Burden” (2016) e il magnifico “Historian” (2018), questo lavoro è una svolta in direzione quasi pop. I pezzi sono più brevi e con ritornelli più accattivanti; non per questo, tuttavia, bisogna concludere che Lucy si sia “venduta”, contando anche i temi affrontati nel corso di “Home Video”.

Fin da subito, sulla stampa e fra i fans si sono scatenati i parallelismi con “Punisher”, il CD uscito l’anno passato e che ha fatto dell’amica Phoebe Bridgers un nuovo pilastro del mondo indie, con tanto di candidatura ai Grammy. In effetti, le somiglianze fra i due sono numerose: il sound è indie rock con occasionali episodi folk, i temi trattati sono intimi e personali… Allo stesso modo, alcuni esperimenti della Dacus fanno di “Home Video” un LP autonomo e non indebitato con alcuna delle giovani donne che stanno rivoluzionando l’indie rock (basti citare, oltre a Phoebe Bridgers, anche Julien Baker e Courtney Barnett).

Dicevamo che Lucy affronta il proprio passato nel corso del CD: la sua gioventù non è stata semplice, essendo stata cresciuta a Richmond, in Virginia, da una famiglia conservatrice e molto religiosa, lei che da bisessuale è sempre stata nel mirino dei più intransigenti. L’iniziale, bellissima Hot & Heavy contiene il seguente verso: “You used to be so sweet, now you’re a firecracker on a crowded street”; invece VBS contiene una profezia fatta da un sacerdote, “A preacher in a t-shirt told me I could be a leader”. Tuttavia, nella stessa canzone la sua figura è ambivalente: “All it did, in the end, was make the dark feel darker than before”.

Il lavoro, nella sua onestà, a volte è davvero toccante, così come le melodie: oltre la già citata Hot & Heavy, ottime anche First Time e Thumbs. Invece inferiori alla media Partner In Crime, in cui Lucy sperimenta addirittura l’uso dell’autotune, con risultati controversi, e Christine.

In conclusione, “Home Video” è un CD molto nostalgico, in cui i ricordi dell’infanzia e della gioventù sono presentati in tutta la loro crudezza da una Lucy Dacus mai così aperta. Speriamo che il disco abbia, come “Punisher”, i riconoscimenti che merita. La cantautrice americana, infatti, si conferma tra le migliori nel suo genere e rafforza il suo status di ragazza prodigio.

Voto finale: 8.

Japanese Breakfast, “Jubilee”

jubilee

Il terzo album a firma Japanese Breakfast trova Michelle Zauner in un mood decisamente più ottimista e positivo rispetto al passato. Stiamo parlando di una giovane donna che aveva affrontato nel suo esordio, “Psychopomp” del 2016, il dolore seguito alla morte di cancro della madre nel 2014. “Jubilee” invece è stato espressamente composto per il periodo (almeno apparente) di fine pandemia.

Il genere dominante infatti è un pop radioso, divertente e ballabile: ne sono chiari esempi Be Sweet e Slide Tackle, riuscite canzoni che richiamano gli anni ’80 e l’indie pop più recente. Altrove, va detto, il tono è più cupo: soprattutto nella parte finale del lavoro, infatti, Michelle ritorna ai toni più raccolti del passato, si ascolti ad esempio Tactics.

È interessante che in soli 37 minuti la Nostra sia in grado di passare senza problemi dal pop più danzereccio a quello da camera: pur mantenendo intatti i canoni estetici del progetto Japanese Breakfast, infatti, Zauner riesce ad ampliare i confini estetici del progetto e a suonare innovativa in un mondo frequentato come l’indie.

Liricamente, dicevamo, Michelle evita di parlare di fatti tragici come in passato, ma non rinuncia a testi pungenti: in Savage Good Boy la sentiamo evocare un mondo sinistro, in cui un colonizzatore spaziale cerca scampo dall’imminente apocalisse: “I want to make the money until there’s no more to be made… And we will be so wealthy I’m absolved from questioning”. Altrove invece analizza l’effetto che le luci della ribalta hanno sul nostro atteggiamento: “How’s it feel to be at the center of magic?” chiede provocatoriamente nell’iniziale Paprika.

I momenti genuinamente belli non mancano: oltre alle già citate Be Sweet e Slide Tackle, da sottolineare la coda strumentale di Posing In Bondage, davvero ipnotica. Meno riuscita Savage Good Boy, ma non rovina un quadro generale molto affascinante.

In conclusione, “Jubilee” è un perfetto CD post-Covid: ballabile, godibile ma non sfrenato, come richiede l’attuale momento. È inoltre ad oggi il disco più riuscito a firma Japanese Breakfast, pronta a spiccare il volo e diventare un volto insostituibile nello scenario indie pop.

Voto finale: 8.

MIKE, “Disco!”

disco!

Il ritorno del giovane rapper americano lo vede finalmente provare ad andare avanti dopo la tragica morte della madre, avvenuta due anni fa e rappresentata con crudo realismo nei due precedenti lavori “tears of joy” (2019) e “Weight Of The World” (2020). La prolificità di MIKE non deve ingannare: stiamo parlando di un allievo di Earl Sweatshirt e una delle maggiori promesse nell’ambito del rap sperimentale.

“Disco!” è un titolo in realtà ingannevole: è vero, il CD è più ottimista dei passati lavori del Nostro e introduce temi nuovi rispetto alla morte e alle riflessioni tipiche di MIKE, però non si avvicina lontanamente alla musica elettronica. Le basi restano jazzate, a volte astratte; MIKE continua a rappare incessantemente… pertanto, nessuna reinvenzione radicale. Allo stesso tempo, come dicevamo, il disco introduce degli aspetti del carattere dell’artista newyorkese che non conoscevamo.

Una delle liriche di maggior impatto infatti è: “You flexing just to stick out, I flex because of great genes”, contenuta in Crystal Ball. In Aww (Zaza), MIKE è ancora più chiaro: “Struggling? Hmm, nah, but I’m recovering”. Sprazzi di spavalderia e serenità, dunque, subito affiancati da pensieri più pessimisti: “Sometimes I thought to take the losses as a gift, ’cause only death will show you how to live, right?”, da Leaders Of Tomorrow (Intro). I brani più convincenti sono Alarmed! e Spiral/Disco (Outro), mentre è monotono at thirst sight by Assia. Da menzionare infine la bellissima base di World Market (Mo’ Money). In realtà, “Disco!” può quasi essere inteso come un’unica lunga suite, data la grande coesione e coerenza fra un pezzo e l’altro.

In conclusione, il lavoro aggiunge ulteriore spessore a una figura, quella di MIKE, già attenzionata da molte pubblicazioni specialistiche, non ultima A-Rock. Il rapper newyorkese ha mostrato una volta di più il suo talento: “Disco!” potrebbe addirittura essere il suo album più riuscito.

Voto finale: 8.

King Gizzard & The Lizard Wizard, “Butterfly 3000”

butterfly 3000

Il diciottesimo album in dieci anni a firma King Gizzard & The Lizard Wizard (nessun errore di battitura, è proprio così) è una piacevole rinfrescata in un sound che ne aveva davvero bisogno. Se nei due precedenti LP “K.G.” (2020) e “L.W.” (2021) i Nostri erano stati accusati di ripercorrere strade ben note, con risultati non sempre all’altezza, “Butterfly 3000” rinuncia allo psych-rock per toni molto più sereni e un synthpop davvero inatteso.

Il disco non è stato anticipato da alcun singolo e il marketing è stato ridotto all’osso: mosse strane per Stu Mackenzie & co., che fanno di “Butterfly 3000” un outlier davvero interessante. Concepito per essere ascoltato come un’unica suite, il lavoro suona fresco, curato e finalmente aperto a nuove influenze. Fin dall’apertura di Yours capiamo che qualcosa è cambiato: i toni apocalittici visti in “Murder Of The Universe” (2017) o in “Infest The Rats’ Nest” (2019) sono abbandonati, per far posto a riflessioni sul mondo dei sogni e i suoi effetti sulla quotidianità della band, su una base tranquilla.

Prova ne sia il ritornello della dolce Dreams: “I only wanna wake up in my dream… I only feel alive in a daze”. Anche altrove si propongono visioni oniriche, come in Blue Morpho e Interior People. I brani migliori sono proprio Blue Morpho e Catching Smoke, mentre è un po’ sotto la media Black Hot Soup, troppo lunga.

In un periodo di relativa tranquillità, sentire anche un gruppo di solito visionario come i KG&TLW addolcire i toni fa piacere. Pur essendo stato concepito durante i lockdown pandemici, “Butterfly 3000” è un ottimo lavoro per celebrare il ritorno alla vita, che sembra davvero vicino (speriamo).

Voto finale: 7,5.

Faye Webster, “I Know I’m Funny ahah”

Faye Webster

Il quarto CD della giovane cantautrice continua il percorso iniziato con il precedente “Atlanta Millionaires Club” (2019): un folk calmo e rilassato, che si interseca con elementi country e R&B, per un’esperienza mai trascinante, ma allo stesso tempo rasserenante.

Quell’ahah inserito nel titolo è davvero interessante: se a una prima lettura può suonare pretenzioso o fintamente snob, in realtà Faye con questo intercalare molto comune nei social network e nelle chat vuole sottolineare l’ambivalenza dei nostri comportamenti quotidiani, specialmente dopo (o durante) una pandemia. Alle volte diciamo “piango” quando in realtà ridiamo a crepapelle; altre “ahah” sta per “ma chi vuol far ridere questo?”: Faye Webster cattura abilmente queste nostre idiosincrasie.

Il CD, da parte sua, accompagna queste analisi e le battute della Webster con un ritmo costante, mai troppo accelerato e più spesso anzi rallentato. L’iniziale Better Distractions esprime la sensazione di noia che tutti abbiamo provato almeno una volta in questo ultimo anno e mezzo: “I tried to eat, I tried to sleep, but everything seems boring to me… I don’t know what to do”. Nella title track mostra il lato più ironico del suo carattere: parlando della sorella dice al suo partner “I made her laugh one time at dinner. She said I’m funny and then I thanked her, but I know I’m funny haha”. Infine, A Stranger contiene il verso più triste del lotto: “You know, I used to love getting bored. But now, without you, I have so much time to think there’s nothing to think about anymore”.

In generale, “I Know I’m Funny ahah” non è un capolavoro fatto e finito: alle volte i ritmi sono fin troppo monotoni, si senta ad esempio Sometimes. Tuttavia, in tracce come Better Distractions e Cheers, Faye Webster splende in tutto il suo talento. Se in futuro riuscirà a comporre un LP con canzoni di quel livello (e, perché no, a far risaltare di più la sua voce), avremmo il suo manifesto definitivo. Per il momento accontentiamoci di un CD più che discreto, che piacerà ai fans del folk e del country.

Voto finale: 7,5.

Noel Gallagher’s High Flying Birds, “Back The Way We Came – Volume 1 (2011-2021)”

noel

La prima raccolta di Noel Gallagher dopo la creazione della band che ha preso nel suo cuore il posto degli Oasis, nell’ormai lontano 2011, è un buon momento per fare il punto sullo stato creativo di The Chief.

Probabilmente i tempi gloriosi degli anni ’90 del ‘900, in cui il Nostro ha scritto successi indelebili come Wonderwall e Don’t Look Back In Anger, sono irripetibili. Tuttavia, anche nella carriera successiva e post-Oasis, Noel ha saputo ritagliarsi uno spazio interessante: sempre nei consueti sentieri pop-rock, ma aperto anche a sperimentazioni verso il mondo acid rock e psichedelico, prova ne siano l’ultimo CD di inediti “Who Built The Moon?” (2018) e gli EP del 2019 “Black Star Dancing” e “This Is The Place”.

“Back The Way We Came – Volume 1 (2011-2021)” è un buon modo per riassaporare i migliori momenti dei Noel Gallagher’s High Flying Birds, da quelli più indebitati con gli Oasis (If I Had A Gun…) a quelli più innovativi (Black Star Dancing). In più, Noel ha inserito due inediti, We’re On Our Way Now e Flying On The Ground, non trascendentali ma forse indicatori del futuro della band. Per i fans più accaniti, nella edizione deluxe c’è un intero CD devoto a demo e remix, francamente superfluo per i moderatamente interessati.

In generale, parlando di uno qualsiasi dei due fratelli Gallagher, le domande sul loro passato sono tanto importanti quanto quelle sul futuro, forse di più per alcuni. Le voci di una reunion degli Oasis sono insistenti da anni, malgrado le smentite di rito degli interessati. Vedremo il futuro cosa ci regalerà; di certo i Noel Gallagher’s High Flying Birds sono un buon succedaneo, come del resto la carriera solista di Liam. Insieme, però, era tutta un’altra cosa…

Voto finale: 7.

Recap: febbraio 2021

Anche febbraio è finito. Un mese molto interessante, in cui segnaliamo le nuove pubblicazioni del progetto The Weather Station, dei Weezer, dei Cloud Nothings, di Madlib e di slowthai. Inoltre analizziamo i nuovi lavori di Julien Baker, King Gizzard & The Lizard Wizard, Nick Cave & Warren Ellis e della cantautrice Cassandra Jenkins. Per chiudere, daremo un’occhiata al primo “greatest hits” di The Weeknd. Buona lettura!

The Weeknd, “The Highlights”

the highlights

Chi segue A-Rock da un po’ di tempo sa che Abel Tesfaye, aka The Weeknd, ha secondo noi un posto speciale fra i cantanti pop della nuova generazione. I suoi primi tre lavori, i mixtape che nel 2011 cambiarono la faccia dell’R&B, il famosissimo “House Of Balloons” e i successivi “Thursday” e “Echoes”, sono entrati nella lista dei 200 più bei CD della scorsa decade. Inoltre, i più recenti “Beauty Behind The Madness” (2015) e “After Hours” (2020) sono listati nelle fra i migliori lavori dei rispettivi anni di pubblicazione. Non dimentichiamoci poi che, nella lista delle canzoni migliori del decennio, Abel ha un numero non trascurabile di menzioni.

Insomma, la collezione delle sue canzoni più rinomate non può che essere un appuntamento imperdibile per gli amanti del performer canadese. Starboy, The Hills, Can’t Feel My Face, Blinding Lights… sono tutte presenti le hits più celebri del Nostro. Casomai possiamo obiettare sul mancato inserimento di altre grandi melodie, come House Of Balloons/Glass Table Girls e Montreal, come della totale assenza di pezzi tratti da “Kiss Land” (2013), ma sono inezie in un canzoniere già ricolmo di classici a soli 30 anni di età.

The Weeknd è ormai un nome consolidato nel panorama pop e R&B, autore anche di collaborazioni con Kendrick Lamar, Daft Punk e Lana Del Rey, solo per citare tre dei nomi più rilevanti. “The Highlights” è una raccolta curata e completa, al netto di alcune assenze di peso. Resta comunque fondamentale per entrare nella discografia della star più brillante del panorama musicale contemporaneo.

Voto finale: 8,5.

Nick Cave & Warren Ellis, “CARNAGE”

carnage

Il nuovo disco della leggenda australiana del rock alternativo e del fidato Bad Seed Warren Ellis è un’altra aggiunta di spessore ad una discografia davvero magnifica. Si tratta peraltro della prima collaborazione fra i due non devota alla creazione di una colonna sonora per un film. Riprendendo alcuni dei territori musicali esplorati nei lavori recenti con i Bad Seeds e tornando ad alcune sonorità più rock del passato, Nick Cave ha scritto un CD perfetto per la pandemia che stiamo vivendo: a tratti angosciante, ma con un messaggio di speranza che dà conforto.

“CARNAGE”, letteralmente “massacro”, è un titolo intimidatorio, soprattutto in pieno Covid-19: tuttavia, il tema del virus è solo marginale rispetto alle riflessioni proposte da Cave ed Ellis. Emergono soprattutto i temi della fede e dell’amore, da sempre al centro della poetica di Nick Cave; ma se fino a “Push The Sky Away” (2013) c’era sempre una visione quasi demoniaca, da artista maledetto, la morte tragica del figlio Arthur nel 2015 ha radicalmente cambiato le carte in tavola per Nick Cave & The Bad Seeds, che da quel momento hanno privilegiato ritmi più compassati e sonorità quasi ambient, basti risentirsi “Ghosteen” (2019).

Testualmente, dicevamo che il disco tratta temi svariati: il “kingdom in the sky” ritorna più volte nel corso dell’opera, dapprima nell’iniziale Hand Of God e poi in White Elephant e Lavender Fields. Il messaggio più bello che viene trasmesso dal Nostro, contenuto in quest’ultima composizione, è però dedicato ai nostri cari che ci hanno lasciato: “Where did they go? Where did they hide? We don’t ask who, we don’t ask why there is a kingdom in the sky”. Infine, Shattered Ground affronta il tema del rapport tormentato fra il narratore e la sua partner, con una frase che molti di noi avranno pensato almeno una volta nella vita: “Oh, baby, don’t leave me”, che assume un significato ancora più evocativo in questi tempi difficili.

Il CD è molto compatto: otto brani per 40 minuti. Il contenuto musicale è però davvero notevole: passando dall’art pop di Albuquerque alle sonorità più dure di White Elephant, con in mezzo l’ottima Old Time e una seconda parte più raccolta, “CARNAGE” è ad oggi uno dei migliori dischi di inediti pubblicati nel 2021 (escludiamo infatti il greatest hits di The Weeknd che trovate sopra). Nick Cave ha confermato ancora una volta un talento più unico che raro e, aiutato dal fido Warren Ellis, ha pubblicato un lavoro imprescindibile per gli amanti del cantautore australiano.

Voto finale: 8.

Julien Baker, “Little Oblivions”

little oblivions

Il terzo album della cantautrice originaria del Tennessee è un ulteriore sviluppo del suono sperimentato nell’ottimo “Turn Out The Lights” (2017), il disco che aveva fatto conoscere Julien Baker ad un pubblico più ampio rispetto all’intimo “Sprained Ankle” (2015). Avere una band al completo a supportarla le consente di dare un sound più forte in certi tratti, rendendo “Little Oblivions” il suo CD più variegato.

Le premesse per un buon lavoro erano già state intraviste nei singoli di lancio: sia Hardline che Faith Healer sono highlights immediati del lavoro, le ancore a cui agganciare i brani più raccolti come Crying Wolf e Song In E. In generale, Julien non è mai parsa tanto aperta come sonorità, più vicino all’indie rock dell’amica Phoebe Bridgers di “Punisher” (2020) che al folk delle origini.

Ma, come abbiamo imparato nel corso degli anni, sono i testi la vera meraviglia, per certi versi la parte più angosciante del processo creativo della Baker. La sua sincerità disarmante è particolarmente evidente nei versi più tetri del lavoro: “What if it’s all black, baby, all the time?” canta in Hardline, mentre in Heatwave immagina di prendere l’intera cintura di Orione e legarsela attorno al collo per impiccarsi. Invece in Ringside si picchia fino a sanguinare e in Favor, assistita dalle sue compagne nella band boygenius (Phoebe Bridgers e Lucy Dacus), canta straziata “What right had you not to let me die?”. Essere cresciuta nel sud degli Stati Uniti, omosessuale e profondamente cristiana, ha lasciato tracce indelebili nella psiche della giovane cantautrice, che vengono alla luce nei suoi dischi.

In conclusione, un album che ha brani riusciti come Hardline e Faith Healer (senza scordare Relative Fiction) non può che essere valutato positivamente. Se a questo aggiungiamo testi tanto pessimisti quanto toccanti e una crescita personale e artistica evidente, “Little Oblivions” diventa imperdibile per gli amanti dell’indie rock.

Voto finale: 8.

Cassandra Jenkins, “An Overview On Phenomenal Nature”

an overview

Il secondo album della cantautrice statunitense riafferma una volta di più che il panorama cantautorale femminile è più vivo che mai: negli ultimi anni abbiamo visto emergere volti destinati a scrivere pagine rilevanti in futuro (Phoebe Bridgers, Lucy Dacus, Julien Baker e Sharon Van Etten solo per citarne alcune) e Cassandra Jenkins si aggiunge meritatamente a questa schiera.

“An Overview on Phenomenal Nature” ritmicamente si presenta come un CD a metà fra folk e art pop, un po’ la versione aggiornata al 2021 di “Bon Iver, Bon Iver” (2011) dell’omonimo progetto. Le canzoni sono ovattate, virano alle volte verso il country (Michelangelo), ma pezzi come Hard Drive mostrano tutto il talento compositivo della Nostra.

Liricamente, le sole sette canzoni descrivono soprattutto quadretti di vita quotidiana: una testimonianza di una guardia giurata di un museo; il dolore di sentire che un tuo idolo d’infanzia, con cui avresti dovuto intraprendere un tour, si è suicidato; sentimenti divergenti come sarcasmo e frustrazione… I versi che restano più impressi sono i seguenti: “Empty space is my escape” (Crosshairs), “Baby, go get in the ocean… The water, it cures everything” (New Bikini) e il potente “We’re gonna put your heart back together, are you ready?” in Hard Drive.

In conclusione, la brevità del lavoro gioca sia a favore che contro il risultato finale: se da un lato la noia non affiora mai, è anche vero che i soli 31 minuti ci fanno desiderare qualcosa in più, contando il finale quasi ambient di The Ramble abbiamo infatti soli sei brani cantautorali veri e propri. “An Overview On Phenomenal Nature” resta però davvero interessante nei suoi passaggi migliori e merita almeno un ascolto.

Voto finale: 7,5.

The Weather Station, “Ignorance”

ignorance

Il quinto album della cantautrice Tamara Lindeman, meglio conosciuta come leader del progetto The Weather Station, è una decisa svolta verso territori art pop. Se originariamente la si poteva inquadrare nel folk tipico dei cantautori anni ’60, “Ignorance” ricorda i CD recenti di Weyes Blood e Sharon Van Etten, con un tocco jazz in alcuni brani che arricchisce ulteriormente la ricetta.

Il brano migliore è l’iniziale Robber, un inno anticapitalista che è una lenta progressione verso il raffinato jazz della coda strumentale. Ora che The Weather Station si è arricchita di una band al completo a supportarla (chitarra, basso, sassofono e ben due percussionisti), la differenza rispetto ai minimali CD degli esordi è notevole. Anche Atlantic, la seconda canzone in scaletta, è uno dei migliori esempi di questo nuovo stile di Tamara Lindeman.

Nella seconda parte del lavoro la qualità sembra calare leggermente, a causa di pezzi più prevedibili come Loss e Separated, ma i risultati complessivi restano più che buoni. Da evidenziare anche alcuni passaggi lirici di “Ignorance”: il tema portante (come anche il nome del progetto anticipa) è il cambiamento climatico e l’ignoranza che pervade molti su un tema considerato da Lindeman ineludibile per i prossimi anni. In Atlantic il verso “I should really know better than to read the headlines” è emblematico e nella stessa canzone abbiamo anche “My god, I thought, ‘What a sunset.’”, davvero poetico. È poi interessante l’uso della voce di Lindeman: mai alta nel mix, piuttosto quasi uno strumento come gli altri.

In generale, dunque, “Ignorance” musicalmente non introduce nulla di radicale nel mondo del pop più raffinato. The Weather Station ha prodotto un LP che ricorda quasi uno dei recenti album dei Destroyer, un pop raffinato e sontuoso a tratti, arricchito da liriche spesso acute. Che sia la svolta per Tamara Lindeman? Attendiamo il suo prossimo lavoro per una valutazione più precisa.

Voto finale: 7,5.

Weezer, “OK Human”

ok human

Dopo un 2019 da molti salutato come il peggior anno della ormai lunga carriera dei Weezer, che ha visto l’uscita dei mediocri “Weezer (Teal Album)” e “Weezer (Black Album)”, seguito dal 2020 che tutti conosciamo, Rivers Cuomo & co. hanno in mente un 2021 ricco di sorprese: due CD in uscita, il qui presente “OK Human” e “Van Weezer”, e il tour più atteso dagli amanti del pop-punk, l’Hella Mega Tour in compagnia di Green Day e Fall Out Boy.

La partenza del 2021 è in realtà una boccata d’ossigeno per una band sempre in bilico fra grandi dischi (soprattutto negli anni ’90 del secolo scorso) e flop colossali (uno su tutti: “Make Believe” del 2005). “OK Human” riecheggia ironicamente nel titolo “OK Computer” dei Radiohead (e un brano si intitola Here Comes The Rain, ricorda qualcosa?), ma in realtà i Weezer scanzonati lasciano in questo lavoro il posto a un gruppo maturo, coinvolto come tutti nei lockdown pandemici e con poca voglia di scherzare. Cuomo riecheggia i maestri pop del passato, dai Beach Boys a Serge Gainsbourg passando per Harry Nilsson, con garbo; l’uso di un’intera orchestra arricchisce la ricetta, echeggiando Elton John nei suoi momenti migliori.

I risultati, come già accennato, sono confortanti: al tredicesimo album di inediti (non contando il “Teal Album” che era una raccolta di cover), Rivers Cuomo pare aver trovato una veste che gli si addice oltre quella della rockstar piena di complessi. Pezzi come Playing My Piano e Bird With A Broken Wing sono davvero riusciti, ma in realtà la coesione e la brevità del lavoro (soli 30 minuti) tengono lontana la voglia dei Weezer di sperimentare, che spesso ha fatto deragliare lavori nati sotto una buona stella.

In ambito testuale, i Nostri non lesinano riferimenti all’attualità: Playing With My Piano contiene il verso più rilevante, “Kim Jong-Un could blow up my city, I’d never know”. È una frase che può essere presa come uno scherzo di cattivo gusto o una candida ammissione di impotenza di fronte a qualcosa di incontrollabile: per i Weezer l’unico modo di comunicare con l’esterno è un pianoforte, tanto che la realtà fa un passo indietro. Altrove abbiamo riferimenti all’uso smodato dei social media (Screens) a alla storia della musica (All My Favorite Songs), più prevedibili ma centrati considerando il mood del disco.

In conclusione, dunque, “OK Human” è il disco più convincente dei Weezer dai tempi del “White Album” del 2016: un LP coeso, ben strutturato e sincero, che farà felici i fans del gruppo più affascinati dalla vena pop di Rivers Cuomo e compagni.

Voto finale: 7,5.

Madlib, “Sound Ancestors”

sound ancestors

Il nuovo album di uno dei più leggendari producer viventi di musica hip hop (indimenticabili le sue collaborazioni col defunto MF DOOM) è un CD collaborativo con l’altrettanto stimato Four Tet, nome d’arte di Kieran Hebden. “Sound Ancestors” è un ottimo distillato dello stile dei due autori, che dimostrano una chimica non banale e assemblano un lavoro a metà fra elettronica e rap davvero interessante nelle sue parti migliori.

La gestazione di “Sound Ancestors” è stata lunga: da due anni Otis Jackson Jr. (questo il vero nome di Madlib) inviava dei beats a Four Tet, che nel corso del tempo ha rimodellato il tutto per dare origine alle tracce che compongono il disco. Non per questo però il lavoro è fin troppo elaborato; anzi, specialmente nella seconda parte del CD, i tradizionali campionamenti di Madlib, non particolarmente abbelliti e anzi grezzi, la fanno da padrone, si senta a questo proposito Latino Negro.

La frammentarietà di “Sound Ancestors”, che ammonta a 16 canzoni per 41 minuti totali, rende a volte difficile seguire le peregrinazioni di Madlib e Four Tet, ma la qualità di molte composizioni sopperisce tranquillamente: pezzi come Theme De Crabtree, ottimo inserto jazz, e la folle Loose Goose sono davvero notevoli. Altrove Hebden fa valere maggiormente la sua presenza (si senta Hopprock), mentre altri pezzi sono troppo astratti (la title track ad esempio).

In conclusione, “Sound Ancestors” è un’ulteriore dimostrazione del talento di Madlib, produttore sempre imprevedibile e degno erede del mitico J Dilla (a cui ha dedicato anche un brano del CD, Two For 2 – For Dilla). Per gli amanti dell’hip hop, il disco è davvero imperdibile; ma anche per i semplici curiosi “Sound Ancestors” è un LP che non lascerà indifferenti.

Voto finale: 7,5.

King Gizzard & The Lizard Wizard, “L.W.”

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Il nuovo album dell’infaticabile band australiana non smentisce la loro fama di collettivo sempre voglioso di sperimentare: passando dal pop quasi beatlesiano a ritmi più psichedelici, se non hard rock, “L.W.” è l’ennesima dimostrazione del talento di Stu Mackenzie e compagni.

Il CD forma un’ideale coppia col precedente “K.G.”, che flirtava addirittura con il rock mediorientale e nordafricano; questa volta i King Gizzard & The Lizard Wizard fanno una sorta di riassunto di dieci anni di attività, un po’ per ricaricare le batterie un po’ per accontentare i fans di ogni tipo, da quelli metallari a quelli più mainstream.

Rispetto al fratello “K.G.”, questo lavoro è più riuscito e riesce in maniera più convincente ad assemblare tutti i vari tipi di rock provati nel corso della carriera dai Nostri, dal garage allo psichedelico al folk. La chiusura K.G.L.W. si propone quindi come ideale chiusura del cerchio, coi suoi ritmi duri e quasi fuori posto in un LP per il resto tranquillo. I brani migliori sono Supreme Ascendancy e l’epica K.G.L.W., mentre delude un po’ Pleura.

In conclusione, i King Gizzard & The Lizard Wizard si confermano voce tanto prolifica quanto imprescindibile per gli amanti del rock più scanzonato, capaci di passare nel giro di pochi anni dal garage rock (“12 Bar Bruise”, esordio del 2012) al metal (“Infest The Rats’ Nest” del 2019), attraversando ogni altro tipo di sonorità rock, spesso con risultati davvero soddisfacenti. “L.W.” rientra in questa categoria: evidentemente il lockdown ha stimolato la creatività della band. Li aspettiamo al varco alla prossima prova, che a occhio e croce non dovrebbe tardare ad arrivare.

Voto finale: 7,5.

slowthai, “TYRON”

tyron

Il 2020 di slowthai non è stato facile: pronto a spiccare definitivamente il volo dopo l’ottimo esordio “Nothing Great About Britain” (2019), elogiato da molte pubblicazioni specializzate e da un pubblico crescente, ha subito una sorta di linciaggio pubblico a causa della sua folle apparizione agli NME Awards, in cui si è preso a male parole con la conduttrice Katherine Ryan e successivamente con una persona del pubblico, essendo necessario addirittura l’intervento delle guardie presenti per farlo sloggiare. Insomma, un fiasco totale.

Successivamente la questione si è spenta, con la stessa Ryan che ha accettato le scuse e slowthai autore di post affranti sui social network. La rabbia dovuta a questa pessima apparizione pubblica lo ha portato a rintanarsi nella sua psiche, tanto che “TYRON” è un CD decisamente più introspettivo e meno politico di “Nothing Great About Britain”.

“TYRON” è diviso in due metà, la prima più movimentata (e con i titoli tutti in maiuscolo) e la seconda più raccolta (con tracklist in minuscolo), quasi uno specchio del suo carattere, sensibile ma folle allo stesso tempo. Quasi un doppio CD racchiuso in soli 35 minuti: un rischio, che però non produce cattivi risultati. Certo, sono lontani i tempi dello slowthai scatenato di Doorman, stupenda traccia del disco precedente, ma anche in questo album gli highlights non mancano, con una maggiore qualità delle composizioni, abbastanza a sorpresa, nella parte più melodica del lavoro.

Sottolineiamo specialmente il parco ospiti: da Denzel Curry a A$AP Rocky, passando per James Blake e Skepta, slowthai ha usato il suo accresciuto successo per strappare collaborazioni con nomi importanti nel mondo hip hop. I brani migliori sono la quasi folk push e i tried, mentre delude nhs, troppo infantile. Da menzionare anche CANCELLED, con un ottimo Skepta.

Testualmente, il lavoro è ambivalente, come già accennato: da un lato troviamo lo slowthai feroce, che in CANCELLED si scaglia contro la cancel culture che sta piagando le democrazie occidentali nella loro versione più “puritana”; dall’altro abbiamo quello che elogia il servizio sanitario nazionale inglese (nhs) e rima Harry Potter con “lobster” e “vodka” (CANCELLED).

In conclusione, “TYRON” è un erede che non soffre della “sindrome da secondo disco” nei confronti di “Nothing Great About Britain”: slowthai è in forma, gli ospiti arricchiscono il lavoro e la struttura a due facce, per quanto strana e rischiosa, paga. Non male, ma sappiamo che lui può fare di meglio: lo aspettiamo in tempi più sereni e senza la pressione di dover rifarsi una reputazione.

Voto finale: 7.

Cloud Nothings, “The Shadow I Remember”

the shadow i remember

Il nuovo album del gruppo punk-rock statunitense li trova ormai a proprio agio nel sound che li fece conoscere al pubblico grazie a lavori riusciti come “Attack On Memory” (2012) e “Here And Nowhere Else” (2014). Se l’inventiva non è il principale tratto distintivo di “The Shadow I Remember”, di certo il CD non lascia l’ascoltatore rilassato.

Destreggiandosi abilmente fra indie rock e sonorità più robuste, i Cloud Nothings hanno costruito un altro lavoro curato, con liriche frammentarie che trattano il tema della pandemia e dei lockdown necessari per sconfiggerla (o, almeno, contrastarla). I risultati, come già accennato, non sono trascendentali, ma nemmeno mediocri.

Dylan Baldi e compagni hanno abbandonato le grandi cavalcate di 8 minuti (Wasted Days) o addirittura di 10 (Dissolution), tornando verso territori più accessibili, simili a quelli percorsi da “Life Without Sound” (2017). I migliori pezzi sono Nothing Without You e Am I Something, mentre deludono The Spirit Of e Open Rain.

In generale, i Cloud Nothings sembrano aver smarrito quell’ambizione che li rendeva davvero eccitanti; “The Shadow I Remember” probabilmente non verrà ricordato da nessuno dei loro fans come il loro miglior CD. Tuttavia, non si può parlare di un cattivo disco: semplicemente, eravamo stati abituati troppo bene.

Voto finale: 6,5.

Recap: novembre 2020

Novembre è ormai finito. Un mese tranquillo rispetto al gran numero di dischi usciti ad ottobre, in cui A-Rock si è concentrato anche sui dischi dal vivo. Abbiamo infatti i nuovi CD live dei The War On Drugs e di Nick Cave; oltre a questi due album le recensioni riguardano il ritorno dei King Gizzard & The Lizard Wizard, il nuovo LP di Miley Cyrus e il breve EP a firma Phoebe Bridgers.

Nick Cave, “Idiot Prayer: Nick Cave Alone At Alexandria Palace”

nick cave

L’album del cantautore australiano lo vede cimentarsi in versioni decisamente intime di alcuni dei suoi più grandi successi. Nick Cave e il pianoforte, nessun pubblico e zero pause; gli 84 minuti del CD però scorrono serenamente, con canzoni classiche riviste ma non stravolte e una selezione che spazia dagli esordi al recente “Ghosteen”, toccando anche il progetto Grinderman. Quale regalo migliore per i fans del Re Inchiostro?

Questa volta, quindi, Nick non è accompagnato dai fidi Bad Seeds, ma non per questo il live risulta povero: anzi il carico emozionale di canzoni strazianti come quelle estratte da “Skeleton Tree” (2016) e “Ghosteen” (2019), ovvero dai lavori composti dopo la tragica scomparsa del figlio Arthur, è ancora maggiore in questa versione ridotta all’essenziale. “Idiot Prayer: Nick Cave Alone At Alexandria Palace” è quindi un LP davvero importante, soprattutto per gli amanti del Nostro, che troveranno una sorta di greatest hits in versione acustica.

Quasi un terzo dei brani riprodotti è stato estrapolato dal capolavoro di Nick Cave & The Bad Seeds, “The Boatman’s Call” (1997), ma abbiamo anche successi più vecchi come The Mercy Seat (da “Tender Prey” del 1988) e The Ship Song, contenuta in “The Good Son” del 1990. Contiamo però anche un inedito, Euthanasia, che ben si sposa col ciclo inaugurato da “Push The Sky Away” (2013). I più riusciti sono Sad Waters e Nobody’s Baby Now, ma nessuno è fuori fuoco o tale da interrompere la magia di godersi la bella voce di Nick Cave accompagnata solo dal pianoforte.

In conclusione, questo CD farà la felicità dei fans recenti e di primo pelo di Nick Cave, mai così profondo e toccante. Certo, la staticità data da suonare solo il pianoforte per quasi un’ora e mezzo può risultare evidente alla lunga, ma l’ascolto rimane consigliato.

Voto finale: 8.

The War On Drugs, “LIVE DRUGS”

live drugs

Il primo disco live del complesso originario di Philadelphia è un gradito regalo per fans e pubblico in generale. I The War On Drugs sono infatti uno dei gruppi rock più rispettati degli ultimi anni, vincitori del Grammy per Miglior Album Rock per “A Deeper Understanding” (2017) e degni eredi di Bruce Springsteen. “LIVE DRUGS” è quindi non per caso uno dei migliori album live del 2020 e un’ulteriore dimostrazione del talento di Adam Granduciel e compagni.

Il flusso dei pezzi è decisamente piacevole e ben orchestrato e le canzoni, pur essendo registrate in momenti diversi dell’ultimo tour, paiono essere state suonate una di seguito all’altra. A farla da padrone sono i singoli di maggior successo della band, tratti prevalentemente da “Lost In The Dream” (2014) e dal già citato “A Deeper Understanding”. A stupire è l’inclusione di Buenos Aires Beach, presa da “Wagonwheel Blues” (2008), oltre che di Accidentally Like A Martir, cover di un brano di Warren Zevon.

Come sempre nei live, a fare la differenza deve essere la capacità dell’artista di suonare in maniera credibile e appassionata le versioni di studio e, magari, di adottare quei due/tre accorgimenti che rendano il pezzo davvero indimenticabile. È il caso di Strangest Thing, quasi piatta fino al devastante assolo che anche nella versione “pulita” fa decollare il pezzo. Da elogiare anche An Ocean Between The Waves, che apre magistralmente “LIVE DRUGS”; invece sotto la media la parte centrale del lavoro.

In generale, la cadenza triennale dei nuovi CD dei The War On Drugs ci aveva fatto sperare che il 2020 avrebbe visto venire alla luce il quinto lavoro del gruppo americano; sfortunatamente per il momento non è questo il caso. Non è male tuttavia avere un LP dal vivo di Adam Granduciel e co., una testimonianza ulteriore che il rock può ancora scrivere pagine di grande musica.

Voto finale: 8.

Miley Cyrus, “Plastic Hearts”

plastic hearts

La popstar americana ha prodotto, con “Plastic Hearts”, il suo CD più rock; questa è un’altra svolta in una carriera che ne ha già avute molte, non tutte contraddistinte da successo di critica e di pubblico. Se la fu Hannah Montana era partita da un pop tanto ovvio quanto amato dalle adolescenti di mezzo mondo, i successivi tentativi avevano spaziato fra hip hop (“Bangerz” del 2013) e country-pop (“Younger Now” del 2017) per poi tornare in territori rap (l’EP “She Is Coming” del 2019). Nessuna di queste direzioni musicali aveva portato alla consacrazione della figlia di Billy Ray Cyrus, tanto che la Nostra aveva addirittura tentato di collaborare con i Flaming Lips nel fiasco “Miley Cyrus & Her Dead Petz” (2015) per trovare pace.

È strano, ma non improbabile, che una carriera di tale successo ma tanto controversa trovi il suo miglior risultato in un 2020 tragico per Cyrus: “She Is Coming” doveva essere il primo EP di una trilogia, ma la pandemia, il divorzio dall’attore Liam Hemsworth e gli incendi che hanno colpito gli Stati Uniti, distruggendo i suoi archivi, hanno convinto Miley a scartare l’idea e a buttarsi a capofitto nel rock anni ’80, condividendo cover dei Blondie e dei The Cranberries e componendo, con “Plastic Hearts”, il primo CD ad oggi della sua epoca rock. Che sia questo il futuro di Miley Cyrus?

Gli episodi degni di nota sono molti: dal pop-rock di WTF Do I Know, che pare una hit di P!nk, al successo meritato dei singoli Midnight Sky e Prisoner (quest’ultimo con la collaborazione di Dua Lipa), passando per la title track, il CD brilla davvero in molte sue parti. È un peccato che vi siano anche episodi più prevedibili come Hate Me e Never Be Me, che intaccano il risultato finale, altrimenti avremmo il capolavoro definitivo a firma Miley Cyrus. Menzioniamo anche gli altri collaboratori di un album davvero ricco anche sotto questo punto di vista: Billy Idol, Stevie Nicks, Mark Ronson e Angel Olsen sono i nomi più prestigiosi.

Liricamente, “Plastic Hearts” faceva presagire testi arrabbiati, anche a causa del divorzio da Hemsworth, invece Miley cerca anche di parlare di altri aspetti della sua vita, dalle dipendenze alla depressione. Nulla di nuovo nel mondo pop; il verso più ovvio, forse, ma anche il più onesto è “I don’t miss you, but I think of you and I don’t know why”, contenuto in High, chiaramente diretto all’ex marito. Altra lirica potente, questa volta contro la stampa, è “I was tryin’ to own my power, still I’m tryin’ to work it out… and at least it gives the paper somethin’ they can write about” (Golden G String).

Mescolando pop, rock e country, una delle popstar più sopravvalutate (secondo molti) dello scenario musicale ha trovato la sua voce, peraltro esplorando territori che non le parevano consoni. Miley Cyrus potrebbe aver composto il CD della svolta, quello che le darà confidenza nei propri mezzi e il rispetto della critica. Vedremo dove la porterà l’ispirazione: finora non ha mai composto un LP sulla stessa linea del precedente…

Voto finale: 7,5.

King Gizzard & The Lizard Wizard, “K.G.”

kg

L’instancabile band australiana ha pubblicato il sedicesimo (!) album di studio di una carriera tanto frenetica quanto avventurosa e, nei suoi tratti migliori, eccitante. Dal garage rock di “12 Bar Bruise” (2012) al metal di “Infest The Rats’ Nest” (2019), passando per il rock psichedelico di quasi tutti i lavori nel mezzo e il jazz-rock di “Sketches Of Brunswick East” (2017), i King Gizzard & The Lizard Wizard si sono affermati come uno dei gruppi fondamentali della scena rock.

“K.G.” prova ad ampliare ulteriormente i confini sonori del gruppo, flirtando con atmosfere mediorientali, basti sentire K.G.L.W. e Straws In The Wind. Nei pezzi che fin da subito fanno presa sul pubblico però la formula vincente resta quella del garage rock, magari più educato rispetto alle origini, mescolato con abbondanti dosi di psichedelia. I migliori esempi sono Automation e la stramba Intrasport, che pare presa da un disco dei Primal Scream; convince meno invece Honey.

Se passati LP come “Flying Microtonal Banana” e “Polygondwanaland”, entrambi facenti parte del folle 2017 dei King Gizzard, che li vide pubblicare cinque (!!) CD, erano fin da subito entrati fra i preferiti dei fans, questo “K.G.” richiede maggiore pazienza. Non è un lavoro disprezzabile, anzi il complesso aussie continua a sperimentare, ma non raggiunge le vette dei dischi più folli e riusciti dei KG&TLW. Averne, però, di artisti così sfrontati e incuranti di mantenere fedele il pubblico più conservatore.

Voto finale: 7.

Phoebe Bridgers, “Copycat Killer”

phoebe

Il 2020 ha portato a Phoebe Bridgers tante soddisfazioni: un album, “Punisher”, da molti considerato uno fra i migliori dell’anno, candidature multiple ai Grammy e un’esposizione al grande pubblico decisamente aumentata rispetto al raccolto esordio “Stranger In The Alps” (2017).

Insomma, immaginarla reinventare alcuni dei migliori brani di “Punisher” in chiave acustica e, verrebbe da dire, lirica, non era prevedibile. “Copycat Killer” ricalca un po’ l’operazione estetica praticata da Angel Olsen con “All Mirrors” (2019) e “Whole New Mess” (2020), ma al contrario. Le quattro tracce che compongono questo breve EP sono quindi molto lontane dall’estetica folk-rock della Nostra, ma non disprezzabili, grazie anche alla collaborazione di Rob Moose, già visto in compagnia di artisti del calibro di Bon Iver, FKA twigs e The Killers.

Kyoto, ad esempio, in “Punisher” era un grande pezzo indie rock; in “Copycat Killer” invece perde qualsiasi ritornello, diventando un pezzo quasi à la Dirty Projectors. Invece Chinese Satellite mantiene sostanzialmente intatta la struttura originale. I restanti due pezzi, Savior Complex e Punisher, chiudono un CD davvero strano, ma che apre scenari inesplorati per Phoebe.

La voce della cantautrice splende più che mai in “Copycat Killer”, specialmente in Punisher, rendendo chiaro (per chi ancora ne dubitasse) che il mondo indie ha trovato un’interprete davvero talentuosa. Se il 2020 di Bridgers già prima era speciale, con questo EP si può considerare coronato in maniera trionfale.

Voto finale: 7.

I migliori album del decennio 2010-2019 (200-101)

Ci siamo: la decade è ormai conclusa da alcuni mesi ed è giunta l’ora, per A-Rock, di stilare la classifica dei CD più belli e più influenti pubblicati fra 2010 e 2019. Un’impresa difficile, considerata la mole di dischi pubblicati ogni anno. Rock, hip hop, elettronica, pop… ogni genere ha avuto i suoi momenti di massimo splendore.

Partiamo con alcune regole: nessun artista è rappresentato da più di tre LP nella classifica. Nemmeno i più rappresentativi, da Kanye West a Kendrick Lamar agli Arctic Monkeys (tutti con tre CD all’attivo nella hit list). Questo per favorire varietà e rappresentatività: abbiamo quindi dato spazio anche a gruppi e artisti meno conosciuti come Mikal Cronin e Julia Holter, autori di lavori prestigiosi e meritevoli di un posto al sole. Non per questo abbiamo trascurato i giganti della decade: oltre ai tre citati prima, anche Drake e i Vampire Weekend hanno un buon numero di loro pubblicazioni in lista per esempio, senza trascurare i Deerhunter e Vince Staples.

Questo è stato senza ombra di dubbio il decennio della definitiva consacrazione dell’hip hop: ormai radio e servizi di streaming sono sempre più “ostaggio” del rap, più melodico (Drake) o più vicino alla trap (Migos, Travis Scott), per finire con il filone più sperimentale (Earl Sweatshirt). L’elettronica invece pareva destinata a conquistare tutti nei primi anni della decade, tuttavia poi l’EDM è passata di moda lasciando spazio all’hip hop. E il rock? Da genere dominante ora arranca nelle classifiche e nelle vendite, pare quasi destinato a persone mature… anche se poi ci sono gruppi come Arctic Monkeys e The 1975 che ancora esordiscono in alto nelle classifiche quando pubblicano un nuovo lavoro. A dimostrazione che chi merita davvero riesce a piacere a molti anche in tempi non propizi per il rock in generale. Folk e musica d’avanguardia continuano a non essere propriamente mainstream, ma hanno regalato pezzi unici di bella musica (dai Fleet Foxes all’ultimo Nick Cave, passando per King Krule) che hanno fatto spesso gridare al miracolo. Dal canto suo, invece, il pop ha continuato un’evoluzione lodevole verso tematiche non facili come la diversità, l’empowerment delle donne e l’accettarsi come si è, aiutato da artisti del calibro di Frank Ocean e Beyoncé. Chissà che poi il “future pop” di artisti come Charli XCX possa davvero essere la musica popolare del futuro! Vicino al pop è poi l’R&B, che ha vissuto momenti davvero eccitanti durante la decade 2010-2019 (basti pensare all’esordio fulminante di The Weeknd o alla delicatezza di Blood Orange) i quali ci fanno capire che i nuovi D’Angelo sono pronti a prendersi il palcoscenico (anche se poi il vero D’Angelo ha sbaragliato quasi tutti nel 2014 con “Black Messiah”).

Ma andiamo con ordine: i primi 100 nomi (ma 104 dischi, considerando il doppio album del 2019 dei Big Thief, la doppia release a nome Ty Segall del 2012 e la fondamentale trilogia di mixtape con cui The Weeknd si è fatto conoscere al mondo nel 2011) saranno solamente un elenco, senza descrizione se non l’anno di pubblicazione e il genere a cui sono riconducibili. Invece, per la successiva pubblicazione avremo descrizioni più o meno dettagliate delle scelte effettuate. Buona lettura!

200) Earl Sweatshirt, “I Don’t Like Shit, I Don’t Go Outside” (2015) (HIP HOP)

199) Floating Points, “Crush” (2019) (ELETTRONICA)

198) Drake, “If You’re Reading This It’s Too Late” (2015) (HIP HOP)

197) Spoon, “Hot Thoughts” (2017) (ROCK)

196) Big Thief, “U.F.O.F.” / “Two Hands” (2019) (ROCK – FOLK)

195) Father John Misty, “I Love You, Honeybear” (2015) (ROCK)

194) Mikal Cronin, “MCII” (2013) (ROCK)

193) Arctic Monkeys, “Suck It And See” (2011) (ROCK)

192) MGMT, “Congratulations” (2010) (ELETTRONICA – ROCK)

191) Jai Paul, “Jai Paul” (2013) (R&B – ELETTRONICA)

190) FKA Twigs, “LP 1” (2014) (R&B – ELETTRONICA)

189) Four Tet, “There Is Love In You” (2010) (ELETTRONICA)

188) Slowdive, “Slowdive” (2017) (ROCK)

187) Fever Ray, “Plunge” (2017) (ELETTRONICA)

186) The xx, “I See You” (2017) (ELETTRONICA – POP)

185) Perfume Genius, “No Shape” (2017) (POP – ELETTRONICA)

184) Noel Gallagher’s High Flying Birds, “Who Built The Moon?” (2017) (ROCK)

183) Julia Holter, “Have You In My Wilderness” (2015) (POP)

182) Let’s Eat Grandma, “I’m All Ears” (2018) (POP – ELETTRONICA)

181) Coldplay, “Everyday Life” (2019) (POP – ROCK)

180) The Black Keys, “El Camino” (2011) (ROCK)

179) (Sandy) Alex G, “House Of Sugar” (2019) (ROCK)

178) Vampire Weekend, “Father Of The Bride” (2019) (ROCK – POP)

177) The 1975, “I Like It When You Sleep, For You Are So Beautiful Yet So Unaware Of It” (2016) (ROCK – POP – ELETTRONICA)

176) The xx, “Coexist” (2012) (POP – ELETTRONICA)

175) Muse, “The 2nd Law” (2012) (ROCK)

174) Aldous Harding, “Designer” (2019) (FOLK)

173) The Antlers, “Burst Apart” (2011) (ROCK)

172) Arca, “Arca” (2017) (ELETTRONICA – SPERIMENTALE)

171) Hot Chip, “In Our Heads” (2012) (ELETTRONICA – ROCK)

170) Anderson .Paak, “Malibu” (2016) (HIP HOP – R&B)

169) Fiona Apple, “The Idler Wheel” (2012) (POP)

168) Mount Eerie, “Now Only” (2018) (FOLK – ROCK)

167) Justin Timberlake, “The 20/20 Experience” (2013) (R&B – ELETTRONICA)

166) St. Vincent, “MASSEDUCTION” (2017) (POP)

165) Troye Sivan, “Bloom” (2018) (POP)

164) Algiers, “The Underside Of Power” (2017) (PUNK)

163) These New Puritans, “Hidden” (2010) (ROCK – PUNK – ELETTRONICA)

162) Suede, “Bloodsports” (2013) (ROCK)

161) Arctic Monkeys, “Tranquility Base Hotel & Casino” (2018) (ROCK – POP)

160) Björk, “Vulnicura” (2015) (POP – ELETTRONICA – SPERIMENTALE)

159) Jack White, “Blunderbuss” (2012) (ROCK)

158) The Walkmen, “Lisbon” (2010) (ROCK)

157) PJ Harvey, “Let England Shake” (2011) (ROCK)

156) Ariel Pink’s Haunted Graffiti, “Before Today” (2010) (ROCK – SPERIMENTALE)

155) Nick Cave & The Bad Seeds, “Ghosteen” (2019) (SPERIMENTALE – ROCK)

154) The Voidz, “Virtue” (2018) (ROCK)

153) Broken Social Scene, “Forgiveness Rock Record” (2010) (ROCK)

152) Jamila Woods, “LEGACY! LEGACY!” (2019) (R&B – SOUL)

151) Foals, “Total Life Forever” (2010) (ROCK)

150) Neon Indian, “VEGA INTL. Night School” (2015) (ELETTRONICA)

149) King Gizzard & The Lizard Wizard, “Polygondwanaland” (2017) (ROCK)

148) Moses Sumney, “Aromanticism” (2017) (R&B – SOUL)

147) James Blake, “Overgrown” (2013) (ELETTRONICA – POP)

146) Preoccupations, “Viet Cong” (2015) (PUNK)

145) D’Angelo, “Black Messiah” (2014) (SOUL – R&B)

144) Dirty Projectors, “Swing Lo Magellan” (2012) (ROCK)

143) Freddie Gibbs & Madlib, “Bandana” (2019) (HIP HOP)

142) Tyler, The Creator, “IGOR” (2019) (HIP HOP)

141) Vince Staples, “Big Fish Theory” (2015) (HIP HOP)

140) Young Fathers, “Cocoa Sugar” (2018) (HIP HOP)

139) Parquet Courts, “Sunbathing Animal” (2014) (ROCK)

138) Jon Hopkins, “Singularity” (2018) (ELETTRONICA)

137) Fleet Foxes, “Helplessness Blues” (2011) (FOLK)

136) Ty Segall, “Slaughterhouse” / “Hair” (2012) (ROCK)

135) Titus Andronicus, “The Monitor” (2010) (ROCK)

134) Blur, “The Magic Whip” (2015) (ROCK)

133) Kanye West, “Yeezus” (2013) (HIP HOP)

132) Drake, “Take Care” (2011) (HIP HOP)

131) Thundercat, “Drunk” (2017) (ROCK – JAZZ – SOUL)

130) Caribou, “Swim” (2010) (ELETTRONICA)

129) Parquet Courts, “Wide Awake!” (2018) (ROCK)

128) LCD Soundsystem, “This Is Happening” (2010) (ELETTRONICA – ROCK)

127) Mac DeMarco, “2” (2012) (ROCK)

126) Ty Segall, “Manipulator” (2014) (ROCK)

125) Chromatics, “Kill For Love” (2012) (ELETTRONICA – ROCK)

124) Jon Hopkins, “Immunity” (2013) (ELETTRONICA)

123) Spoon, “They Want My Soul” (2014) (ROCK)

122) Damon Albarn, “Everyday Robots” (2014) (POP)

121) Panda Bear, “Panda Bear Meets The Grim Reaper” (2015) (ELETTRONICA)

120) Leonard Cohen, “You Want It Darker” (2016) (SOUL – FOLK)

119) Flying Lotus, “Until The Quiet Comes” (2012) (ELETTRONICA)

118) Shabazz Palaces, “Black Up” (2011) (HIP HOP)

117) Fontaines D.C., “Dogrel” (2019) (PUNK – ROCK)

116) Arcade Fire, “Reflektor” (2013) (ROCK – ELETTRONICA)

115) Lotus Plaza, “Spooky Action At A Distance” (2012) (ROCK)

114) Hamilton Leithauser + Rostam, “I Had A Dream That You Were Mine” (2016) (POP)

113) Blood Orange, “Freetown Sound” (2016) (R&B – SOUL)

112) Denzel Curry, “TA13OO” (2018) (HIP HOP)

111) Dave, “Psychodrama” (2019) (HIP HOP)

110) Flying Lotus, “You’re Dead!” (2014) (ELETTRONICA)

109) Gorillaz, “Plastic Beach” (2010) (ELETTRONICA – HIP HOP)

108) Leonard Cohen, “Popular Problems” (2014) (FOLK)

107) Danny Brown, “Old” (2013) (HIP HOP)

106) Cloud Nothings, “Here And Nowhere Else” (2014) (PUNK – ROCK)

105) Chance The Rapper, “Acid Rap” (2013) (HIP HOP)

104) Father John Misty, “Pure Comedy” (2017) (ROCK)

103) Nicolas Jaar, “Sirens” (2016) (ELETTRONICA)

102) Grimes, “Visions” (2012) (POP – ELETTRONICA)

101) The Weeknd, “House Of Balloons” / “Thursday” / “Echoes Of Silence” (2011) (R&B – ELETTRONICA)

Recap: agosto 2019

Agosto è stato un mese decisamente movimentato, malgrado la calura estiva e il richiamo della bella stagione. Abbiamo infatti i nuovi lavori dell’instancabile Ty Segall e degli altrettanto prolifici King Gizzard & The Lizard Wizard, la nuova raccolta di Drake, il primo CD ufficiale di Chance The Rapper e il ritorno dei Bon Iver, dei Ride e delle Sleater-Kinney. Infine abbiamo i nuovi CD di Taylor Swift, Jay Som e dei BROCKHAMPTON.

Bon Iver, “i,i”

bon iver

Il quarto album dei Bon Iver, il progetto di Justin Vernon, arriva a tre anni dallo sperimentale “22, A Million”. Il disco è una pregevole fusione dei precedenti sforzi della band, il già citato “22, A Million” e “Bon Iver, Bon Iver” (2011). Accanto alla vena più elettronica e innovativa di Vernon troviamo infatti un ritorno alle sonorità folk che inizialmente ne decretarono la fortuna, come nella scarna Marion.

L’inizio pare ritornare al precedente LP di Vernon e compagni: sia la breve strumentale Yi che iMi sono di difficile lettura e l’impatto sugli ascoltatori potrebbe risultare a primo impatto deludente. Già con la bellissima Hey, Ma però Bon Iver ritorna ai suoi livelli: la voce di Vernon è in primo piano in tutta la sua bellezza e la strumentazione è innovativa ma mai fine a sé stessa.

La seconda parte del breve ma organico CD (13 brani per 40 minuti) è la più riuscita: abbiamo alcune delle più belle canzoni a firma Bon Iver, da Naeem a Sh’diah passando per l’epica Faith. In generale, aiutato anche da numerosi collaboratori, fra cui annoveriamo i fratelli Dessner dei The National, Moses Sumney e James Blake, Bon Iver come accennato riesce a bilanciare quasi perfettamente i suoi istinti più sperimentali con quelli più accessibili, creando con “i,i” un disco davvero affascinante.

Liricamente, come sempre, la band comunica più tramite immagini che con frasi definite e compiute: affiorano a volte sentimenti di amore (“I like you and that ain’t nothing new” canta Vernon in iMi), mentre in RABi compare in modo insolitamente chiaro il tema della morte: “Well, it’s all just scared of dying”.

Strumentalmente, questo è forse il lavoro meno avanguardistico di Bon Iver: mentre con le sue precedenti opere il gruppo americano aveva sempre anticipato o cavalcato i trend della musica contemporanea, tanto da guadagnarsi collaborazioni di alto profilo con due visionari come Kanye West e James Blake, oggi Vernon si limita a ri-assemblare il suono del progetto Bon Iver. Tuttavia, se i risultati sono così eccezionalmente belli, è probabile che Justin abbia ancora diversi assi nella manica.

Voto finale: 8,5.

Taylor Swift, “Lover”

taylor

L’evento del mondo musicale di agosto, almeno per quanto riguarda il pop, è stato senza dubbio il ritorno di Taylor Swift. La popstar, giunta al settimo lavoro di studio (a soli 29 anni) dimostra una maturità maggiore rispetto a “reputation” (2017), il suo precedente CD. Accanto ai soliti temi dell’amore e delle pene che ne derivano, infatti, trovano spazio anche il dolore personale per la salute della madre e riflessioni non banali sui rapporti interpersonali.

I singoli che hanno lanciato “Lover” sono stati accolti in maniera controversa: ME! è già nella storia dei meme per quel verso che esalta lo spelling (“Spelling is fun!”), mentre You Really Need To Calm Down è una canzone pop talmente generica da essere paragonabile al peggior fiasco di Taylor, quella Look What You Made Me Do che era il peggior pezzo di “reputation”. Tuttavia, il livello generale del disco è davvero buono, con le vette di Cruel Summer e The Archer, oltre alla ballata strappalacrime Soon You’ll Get Better.

L’inizio del disco è intrigante: I Forgot That You Existed è un ritorno alla “vecchia” Taylor, con quel titolo che sa di vendetta per un ex partner e una melodia tanto essenziale quanto riuscita. Come già detto, Cruel Summer è un highlight immediato del disco, invece The Man e Lover sono più prevedibili. La lunghezza di “Lover” risulta eccessiva (più di un’ora), ma di cose da dire Taylor ne ha, quindi la presenza di brani mediocri è perdonabile nell’economia di un CD complesso ma da lodare per varietà e tematiche affrontate.

Parlando dei testi, “Lover” come già accennato è il lavoro più maturo della Swift: in Soon You’ll Get Better parla senza timori della battaglia contro il tumore della madre, invece la conclusiva Daylight contiene un riferimento a “Red” (2012): “I once believed love would be black and white… I once believed love would be burning red, but it’s golden”. Esiste modo migliore per descrivere l’amore?

In conclusione, la presenza di 4-5 canzoni inferiori alla media impedisce a “Lover” di essere il CD definitivo di Taylor Swift. Nondimeno, l’ampiezza della palette sonora messa in mostra dalla popstar americana fa capire che la traiettoria intrapresa è tornata sulla retta via, quella persa da “reputation” in avanti.

Voto finale: 8.

Sleater-Kinney, “The Center Won’t Hold”

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Il nono album delle Sleater-Kinney, una delle più longeve e talentuose band indie rock a cavallo fra i due millenni, è il secondo dopo la reunion del 2014 e segue il bellissimo “No Cities To Love” (2015). “The Center Won’t Hold” vanta la presenza di Annie Clark aka St. Vincent alla produzione, un contributo visibile e che probabilmente ha influito sulla decisione di Janet Weiss (batterista delle Sleater-Kinney fino al 2019) di abbandonare il complesso, ormai troppo mainstream per lei.

Il disco in realtà non suona troppo diverso dai precedenti sforzi del gruppo americano: le canzoni sono sempre dirette e le liriche mai banali, basate sui concetti di empowerment femminile, come il movimento riot grrl che ha originato le Sleater-Kinney ha sempre propugnato. Certo, vi sono episodi più melodici come Restless e l’influenza dell’elettronica è maggiore, ma fa parte della naturale evoluzione delle tre (ormai due) componenti della band.

Il CD si apre quasi su sonorità industrial: la title track pare anticipare svolte totali, prima di risolversi in un’esplosione punk degna delle prime Sleater-Kinney. Hurry On Home, il primo singolo estratto da “The Center Won’t Hold”, pare quasi un pezzo di St. Vincent ai tempi di “Strange Mercy” (2011), ma è un complimento non un’accusa di plagio. Non tutte le canzoni sono completamente convincenti: RUINS è fin troppo lenta, così come la già citata Restless sembra fuori posto dato il mood del lavoro.

Le liriche sono sempre state un pezzo forte delle Sleater-Kinney; anche “The Center Won’t Hold” lo conferma. Ad esempio, un tema portante è il destino delle donne considerate mature dal mondo della musica e in generale dell’arte, quasi impossibilitate a parlare del loro invecchiamento senza sentirsi nell’occhio del ciclone (LOVE), mentre altrove appare l’alienazione provocata dall’uso degli smartphone (“I start my day on a tiny screen, never have I felt so goddamned lost and alone” canta Corin Tucker in The Future Is Here). Il tono di Bad Dance è invece quasi ironico: “If the world is ending now then let’s dance… And if we’re all going down in flames, then let’s scream the bloody scream”.

In conclusione, “The Center Won’t Hold” sembrava nato sotto i migliori auspici: una band al top delle sue potenzialità, aiutata da una produttrice sopraffina, facevano pensare ad un capolavoro in arrivo. Il disco è senza dubbio gradevole, ma niente di trascendentale; pare anzi un LP di transizione, considerato anche l’abbandono della Weiss. Vedremo dove quest’incarnazione più elettronica e orientata al pop condurrà le Sleater-Kinney: il talento resta intatto, pertanto siamo fiduciosi.

Voto finale: 7,5.

Drake, “Care Package”

drake

La superstar canadese ha voluto essere generosa con i suoi fans; “Care Package” è infatti una compilation che raccoglie i singoli pubblicati da Drake fra il 2010 e il 2015, il suo periodo più prolifico e creativamente ispirato, in cui il rapper ha composto i suoi lavori più iconici: “Take Care” (2011), “Nothing Was The Same” (2013) e “If You’re Reading This It’s Too Late” (2015).

Attenzione però: non si tratta di scarti o b-sides, queste sono canzoni di punta di Aubrey Graham, con la sola caratteristica di non essere mai state prima di oggi messe in un album. Non è un caso che la qualità media sia davvero alta: il suono tipico di Drake, a metà fra rap e pop, che avrebbe poi fatto scuola e trovato il successo definitivo in “VIEWS” (2016) e “Scorpion” (2018), risplende in Dreams Money Can Buy e The Motion. Days In The East riporta alla mente le sonorità rilassate di “If You’re Reading This It’s Too Late”.

L’unico memento in cui il disco perde mordente è la parte centrale, con brani inferiori alla media come My Side e Club Paradise. In generale, le tracce che compongono “Care Package” (ben 17) non rendono il CD facilmente digeribile al primo ascolto (ricordiamo anche la durata, 74 minuti), tuttavia fanno sì che la noia di “VIEWS” o “Scorpion” venga evitata, grazie ad una discreta varietà e al cantato di Drake, mai banale.

Ecco perché possiamo facilmente eleggere “Care Package” il miglior album di Drake dal 2017 ad oggi: è lontana l’apertura a ritmi africaneggianti e tropicali del sottovalutato “More Life”, ma questo LP funge da macchina del tempo, verso una versione più umile (o meglio, meno arrogante) di Drake, meno popstar e più attento al prodotto finito. Tempi magari contraddistinti da minore ricchezza per Graham, ma anche da tracce più “vere” e, per questo, maggiormente apprezzabili.

Voto finale: 7,5.

Jay Som, “Anak Ko”

jay som

Il terzo album di Melina Duterte, in arte Jay Som, trova la talentuosa musicista americana più matura e aperta rispetto al precedente “Everybody Works” (2017) che l’aveva fatta conoscere, tanto da meritarsi un posto nella rubrica “Rising” di A-Rock.

Rispetto al bedroom pop delle origini, “Anak Ko” (“il mio bambino” in filippino, lingua natale di Melina) vira verso un indie rock intimista degno di Julia Jacklin o di Phoebe Bridgers, mantenendo però anche quegli ingredienti pop, quasi shoegaze che avevano fatto la fortuna dei suoi precedenti LP.

L’inizio di If You Want It è intrigante: il basso e la chitarra sono ben definiti e la canzone ha una deriva psichedelica nel finale che la rende imprevedibile. Superbike, il singolo di lancio del CD, è un immediato highlight del disco; la seguente Peace Out invece ha un assolo di chitarra potentissimo e innovativo per la Duterte. Buona anche la più raccolta Devotion. La brevità del disco (9 pezzi per 34 minuti) ne rende l’ascolto un’esperienza gradevole, anche se a tratti troppo “semplice” (ad esempio in Tenderness).

Da sottolineare è poi il fatto che la giovane cantautrice, come già in “Everybody Works”, ha anche prodotto il CD e suonato tutti gli strumenti presenti nel disco. Una mania accentratrice, verrebbe da dire, che però dimostra il grande talento e la versatilità di Melina.

In conclusione, “Anak Ko” non scrive pagine tremendamente nuove nello scenario indie rock, sempre più affollato e con una benvenuta schiera di giovani cantanti donne che stanno dando nuova linfa al genere. Nondimeno, le canzoni delicate ed evocative di Jay Som si confermano una garanzia per gli amanti del genere. Siamo davvero impazienti di vedere dove Melina Duterte ci condurrà nei suoi prossimi lavori.

Voto finale: 7,5.

BROCKHAMPTON, “GINGER”

ginger

Il quinto album ufficiale della discografia frammentaria e molto prolifica della giovane band americana è un altro step importante nel loro processo di maturazione. Pare che la traiettoria del gruppo sia ora più spostata verso l’R&B e il pop rispetto alla trilogia delle “Saturation” (2017), non necessariamente una notizia negativa. Anzi, Kevin Abstract (il membro più talentuoso del gruppo) ha pubblicato alcuni mesi fa un interessante CD R&B, il che spiega in parte l’evoluzione dei BROCKHAMPTON.

L’inizio dell’album è splendido: NO HALO è una delle migliori canzoni mai composte dal gruppo e un immediato highlight di “GINGER”. Anche la seguente SUGAR è un buon pezzo, che fa quasi presagire che i BROCKHAMPTON abbiano composto il loro capolavoro. Purtroppo altrove la qualità non è altrettanto eccellente: ST. PERCY è un pezzo rap decisamente sottotono, mentre il breve intermezzo HEAVEN BELONGS TO YOU fa perdere ritmo al disco. Anche nella seconda parte del disco troviamo questa contrapposizione fra brani di qualità e altri sotto la media: DEARLY DEPARTED è riuscita, mentre I BEEN BORN AGAIN è un pezzo rap senza ritornello e senza mordente. Ottime d’altro canto la title track e BIG BOY, che alzano notevolmente il livello del finale del lavoro.

In generale, le tante bocche da fuoco del gruppo sono senza dubbio il tratto caratteristico dei BROCKHAMPTON, ma questa risorsa si rivela un limite quando ognuno vuole avere un uguale spazio nella scrittura e nel canto, malgrado il talento (legittimamente) diverso. Pertanto pare difficile immaginarli in questa formazione ancora per molti anni, malgrado la coesione mostrata a parole. Ad esempio, in NO HALO Joba canta: “Been goin’ through it again. Been talkin’ to myself, wonderin’ who I am. Been thinkin’, I am better than him. In times like these, I just need to believe it’s all part of a plan. Lost a part of me, but I am still here”. Parole che pesano come macigni sul futuro del gruppo.

In conclusione, “GINGER” è un buon lavoro da parte dei BROCKHAMPTON, ma allo stesso tempo, come il precedente “iridescence” (2018), mostra alcuni segni di stanchezza nella chimica di gruppo. I risultati paiono portare a un LP di transizione, vedremo verso cosa.

Voto finale: 7.

Ride, “This Is Not A Safe Place”

ride

Il secondo album post reunion dei britannici Ride, alfieri dello shoegaze anni ’90, rinnova ancora una volta la fiducia che avevamo riposto in loro già prima di “Weather Diaries” (2017). Gli inglesi infatti continuano nella loro singolare traiettoria, fatta di dischi apprezzabili sia per gli ascoltatori casuali che per i fans della prima ora, mancando però il capolavoro capace di rinverdire i fasti di “Nowhere” (1990) e “Going Blank Again” (1992).

L’inizio è abbastanza straniante: R.I.D.E. è quasi garage come base, riportando alla mente le migliori canzoni di Burial e del mondo hip hop. Già con Future Love torniamo sui terreni più congeniali per la band, a metà fra shoegaze e dream pop, in territorio Slowdive e Lush quindi. La seguente Repetition è un interessante pezzo shoegaze, che però guarda anche con decisione alla new wave anni ’80. Il ventaglio sonoro è ulteriormente ampliato dalla potente Kill Switch, quasi metal.

Non sempre il disco possiede questa carica innovativa: i Ride a volte preferiscono virare verso brani più convenzionali, come ad esempio Clouds Of Saint Marie. Tuttavia, il CD non perde mai la bussola e resta un ascolto sempre gradevole, segno che i Ride sono tornati non solamente per motivi economici: restano ancora pagine da scrivere per il complesso inglese.

In conclusione, “This Is Not A Safe Place” è un’altra aggiunta interessante alla discografia della band che, se eccettuiamo gli inciampi dolorosi di “Carnival Of Light” (1994) e “Tarantula” (1996), contiene molti LP di ottimo livello.

Voto finale: 7.

Ty Segall, “First Taste”

ty

La seconda produzione del 2019 dell’iperprolifico rocker statunitense segue la pubblicazione del live “Deforming Lobes”, un concentrato della potenza live espressa da Ty Segall e dalla sua Freedom Band. Il disco pareva anche un’ideale chiusura del cerchio dopo un 2018 incredibile: 4 album (!) di inediti più la collaborazione in numerosi altri progetti.

“First Taste” appare quindi inevitabilmente come un album di transizione e, soprattutto, decisamente sperimentale dati i canoni da rigoroso garage rocker usualmente abbracciati da Ty. Certo, il ragazzo altre volte aveva fatto vedere lati diversi di sé (dal folk alla psichedelia, passando per l’hard rock) ma la matrice era sempre e comunque un rock veloce e sbarazzino, a metà fra White Stripes e T. Rex, con decise iniezioni di Led Zeppelin.

Il disco, promette Ty, non conterrà chitarre: una cosa decisamente inusuale per lui, che anzi è uno dei migliori chitarristi in circolazione. Il CD è senza dubbio sperimentale, ma non per questo fine a sé stesso: diciamo che ci troviamo di fronte ad un altro “Emotional Mugger” (2016), quindi un album utile per Segall per ricaricare le batterie e ampliare la propria palette sonora.

Nel corso del disco abbiamo pertanto una fortissima presenza della batteria e dei sintetizzatori, con accanto altri strumenti più esotici come il bouzouki greco e il koto giapponese. Ne nascono ritmiche e sonorità lontane dal Ty Segall tradizionale, ma non per questo sbagliate: Taste è trascinante, The Arms sarebbe stata benissimo in “Goodbye Bread” (2011) e la conclusiva Lone Cowboys è una suite interrotta troppo presto, ambiziosa e che ci fa desiderare di sapere come va a finire. Altrove la sperimentazione conduci a risultati dubbi: Ice Plant, ad esempio, è quasi gospel.

In conclusione, Ty Segall si conferma allo stesso tempo instancabile e incapace di generare lavori completamente sbagliati. Ognuno potrà avere la sua incarnazione preferita del genietto californiano, ma di cantautori capaci di pubblicare (almeno) un album all’anno e con questa consistenza ne conosciamo pochissimi.

Voto finale: 7.

King Gizzard & The Lizard Wizard, “Infest The Rats’ Nest”

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Deve esserci una qualche sfida in corso fra i King Gizzard & The Lizard Wizard e Ty Segall: nel 2017 gli australiani hanno pubblicato 5 (!) dischi di inediti, il ragazzo prodigio americano ha risposto l’anno seguente con 4 (!) CD. Il 2019 per ora li vede appaiati, con 2 LP ciascuno: chi avrà la meglio?

Scherzi a parte, il gruppo aussie stupisce ancora una volta il suo pubblico: se il precedente “Fishing For Fishies” era un disco insolitamente acustico per i King Gizzard & The Lizard Wizard, “Infest The Rats’ Nest” è ad oggi il loro disco più metal, in cui si notano decise influenze di  Metallica, Black Sabbath e Slayer. I risultati sono buoni: il CD è compatto e mai scontato, malgrado guardi più al passato che al futuro. Una cosa è certa: al quindicesimo (!!) album di studio in soli 8 anni di carriera, il collettivo australiano si conferma voce sempre fuori dal coro nella scena rock.

L’inizio è fulminante: Planet B è un pezzo puramente metal, in cui i King Gizzard & The Lizard Wizard, questa volta ridotti solo a tre (il cantante Stu Mackenzie, il chitarrista Joey Walker e il batterista Michael Cavanagh), danno sfogo alla loro passione per il metal anni ’80. Mars For The Rich invece contiene quelle derive strumentali più psichedeliche che hanno fatto la fortuna della band.

Questa alternanza fra metal e heavy psych (così è chiamato l’incrocio fra rock psichedelico e hard rock) mette il CD sempre sull’orlo del precipizio e soggetto ad andare fuori dai binari, ma Mackenzie e compagni non sono mai eccessivamente estremisti e “Infest The Rats’ Nest”, anche grazie al messaggio ecologista che lo accompagna (forse l’unica cosa in comune con “Fishing For Fishies”) risulta gradevole, anche se inferiore ai capolavori del complesso, quale “Polygondwanaland” (2017) e “Nonagon Infinity” (2016).

In conclusione, i King Gizzard & The Lizard Wizard hanno allargato ulteriormente la loro già variegata palette sonora con questo disco. Accanto al rock psichedelico e al garage rock delle origini adesso abbiamo anche del caro vecchio heavy metal. Questa svolta potrà non piacere ai fans dei lavori più acustici del gruppo, ma senza dubbio dimostra che Mackenzie e compagni non hanno alcuna intenzione di fermarsi o di adagiarsi sui successi e sulle formule del passato.

Voto finale: 7.

Chance The Rapper, “The Big Day”

the big day

Dopo tre mixtape di crescente successo, il rapper statunitense ha deciso di pubblicare il primo CD ufficiale a firma Chance The Rapper. Il risultato è piuttosto contraddittorio: accanto a brani molto riusciti, spesso le 22 canzoni (e i 77 minuti che ne derivano) possono risultare decisamente pesanti, anche perché i temi portanti del disco, la felicità coniugale e l’amore per Dio per avergli concesso questa fortuna, possono essere, beh, fin troppo smielati.

“The Big Day” era peraltro molto atteso da pubblico e critica: Chance è il rapper indipendente più famoso sui servizi di streaming e sui social, anche grazie ad una personalità esuberante e solare. Questa solarità tuttavia va a detrimento dei risultati del disco: mentre in “Coloring Book” (2016) e nel precedente “Acid Rap” (2013) il focus di Chance The Rapper era preciso e mai ridondante, in “The Big Day” il Nostro non riesce mai ad essere totalmente convincente.

Vi sono canzoni riuscite, a dire il vero, che riportano alla mente le migliori di Chance, come Do You Remember, grazie anche all’aiuto del cantante dei Death Cab For Cutie Ben Gibbard. Altrove però abbiamo veri e propri fiaschi, soprattutto nel finale, in cui Chance presenta brani a mala pena finiti e il mood generale del disco comincia a pesare. Basti pensare a I Got You (Always And Forever) e Hot Shower. Altra caratteristica criticabile: i numerosi skit, cioè i brevi intermezzi popolari nel mondo hip hop negli anni ’00, che rompono solamente il flusso delle canzoni senza aggiungere nulla di significativo al contenuto lirico del CD. Peccato, perché il lavoro contava un parco ospiti sterminato e variegato fra produttori (Justin Vernon dei Bon Iver, James Taylor) e cantanti (Nicky Minaj, Shawn Mendes, Gucci Mane), poco sfruttati da Chancelor Jonathan Bennett (questo il vero nome di Chance).

Dicevamo delle tematiche affrontate nel corso di “The Big Day”. Chance The Rapper, da poco sposato, ha dedicato “The Big Day” alle gioie matrimoniali, con accanto abbondanti riferimenti alla religione, un tema va detto ricorrente nella sua discografia. Ad esempio, in We Go High canta “They prop up statues and stones, try to make a new God. I don’t need a EGOT, as long as I got you, God”. Altrove abbiamo temi più maturi come la paura della morte (“Used to have an obsession with the 27 club, now I’m turning 27, wanna make it to the 2070 club” in Do You Remember) e le battaglie femministe (“For every small increment liberated, our women waited” in Zanies and Fools), però il disco è davvero troppo lungo per apprezzare appieno questi riferimenti testuali.

In conclusione, “The Big Day” è una delle maggiori delusioni dell’anno. Sposando un pop-rap davvero scontato, almeno in alcune canzoni, Chance The Rapper ha prodotto il primo vero fiasco della sua finora onorevole carriera. Speriamo che si riprenda presto, tornando a creare LP più brevi e centrati rispetto a questo “The Big Day”.

Voto finale: 5.

Recap: aprile 2019

Aprile è stato un mese intenso musicalmente parlando. A-Rock dedica il suo recap ai nuovi lavori di Weyes Blood, Anderson .Paak, Aldous Harding, dei Broken Social Scene e dei Priests. Inoltre, abbiamo analizzato il ritorno dei Chemical Brothers, dei King Gizzard & The Lizard Wizard e l’album live pubblicato da Beyoncé.

Beyoncé, “HOMECOMING: THE LIVE ALBUM”

homecoming

Pura goduria per i fans della famosissima popstar, questo album riprende la spettacolare esibizione tenuta da Beyoncé al festival di Coachella dello scorso anno. Musicalmente e scenograficamente, si tratta di uno dei più begli album dal vivo mai registrati, oltre che di un compendio straordinario della carriera della signora JAY-Z.

Il catalogo di Beyoncé sarebbe già enormemente dotato di grandi singoli, a partire dal suo inizio di carriera con le Destiny’s Child per poi proseguire nella sua carriera solista. Successi come Crazy In Love, Single Ladies (Put A Ring On It) o la più recente Don’t Hurt Yourself farebbero la fortuna anche presi singolarmente di moltissimi cantanti; insieme, rendono una carriera magnifica. Beyoncé ha inoltre dimostrato di sapersi destreggiare benissimo in molti generi: pop, R&B, dance, rap e soul. Insomma, un’artista a tutto tondo, oltre che un’eccellente ballerina.

Le sue doti di performer sono evidenti nel video che accompagna l’esibizione: sul palco del Coachella si destreggiano più di 200 ballerini e un’intera orchestra oltre a Beyoncé e ai suoi ospiti (il marito JAY-Z, l’ex collega nelle Destiny’s Child Kelly Rowland, la sorella Solange e J. Balvin). Insomma, un trionfo in grande stile. Aggiungiamo a tutto ciò che anche vocalmente la Knowles è al top della forma, sapendo alternare con abilità il suo registro basso e gli acuti che ne hanno fatto la fortuna.

In conclusione, questo “HOMECOMING: THE LIVE ALBUM” è un bellissimo CD, da assaporare più volte per cogliere in ogni minimo dettaglio la straordinarietà della performance di Beyoncé, sempre più a pieno titolo regina del pop. I 40 brani e intermezzi passano senza intoppi e questa sorta di greatest hits della cantante americana è imperdibile per gli amanti della black music in ogni sua sfumatura.

Voto finale: 9.

Weyes Blood, “Titanic Rising”

weyes blood

Natalie Mering, meglio conosciuta come Weyes Blood, con il suo quarto CD ha raggiunto probabilmente il picco delle proprie capacità. Accanto al folk anni ’60 delle origini, la Mering in “Titanic Rising” ha dato spazio ad arrangiamenti decisamente più barocchi, aiutata anche da un produttore d’eccezione come Jonathan Rado dei Foxygen.

Fin dalla prima canzone capiamo che qualcosa è cambiato nel progetto Weyes Blood: A Lot’s Gonna Change è una canzone molto ricercata, quasi barocca, che si rifà alla grande Joni Mitchell ma anche a Father John Misty. La canzone è anche un ovvio highlight in un disco che per la verità conta molte belle melodie: ottima anche la seguente Andromeda ad esempio, così come Wild Time. Movies inizia come Bliss dei Muse ma poi evolve in un brano pop grandioso per arrangiamenti. I due brevi intermezzi Titanic Rising e Nearer To Thee servono più che altro a rendere coerente il disco e dargli una convincente narrativa interna: Nearer To Thee infatti chiude “Titanic Rising” e riprende le atmosfere di A Lot’s Gonna Change. Il titolo allude alla canzone che l’orchestra del Titanic stava cantando durante il naufragio… tutto ciò a testimoniare la complessità del lavoro della Mering, sia strumentale che concettuale.

Liricamente il CD affronta molti temi tipici del mondo pop-rock, dall’amore (“I need a love every day” canta Natalie in Everyday) al dolore (“No one’s ever gonna give you a trophy for all the pain and things you’ve been through. No one knows but you” si sente in Mirror Forever) ai problemi più interiori dell’animo umano, tanto che in A Lot’s Gonna Change Weyes Blood canta “Everyone’s broken now… and no one knows just how”.

In conclusione, il progetto della cantante statunitense, come già accennato, sembra aver trovato il suo sbocco definitivo; il folk accattivante ma semplice delle origini è stato accantonato, o meglio affiancato da strumentazioni decisamente più elaborate e liriche non banali. Il futuro è tutto da scrivere per Natalie Mering e sembra promettere molto bene. Lei e Julia Holter sono definitivamente le figure più innovative dell’art pop mondiale.

Voto finale: 8.

Aldous Harding, “Designer”

designer

Il terzo album della talentuosa compositrice neozelandese (sì, il nome trae in inganno) è il suo lavoro più compiuto. Accanto al folk classico delle origini, ora la Harding ha inserito anche sassofoni e alcune tastiere di sottofondo, tanto da creare un CD coeso eppure mai prevedibile o peggio monotono.

Fin dall’apertura, la graziosa Fixture Picture, notiamo sia i tratti ormai caratteristici di Aldous sia le novità: i ritmi, specialmente delle percussioni, sono più sostenuti che in passato, ma allo stesso tempo le liriche continuano ad essere per lo più inintelligibili. Qui ad esempio si dice “In the corner in blue is my name”, quasi parlassimo di un quadro. Altrove, è vero, compaiono temi più compiuti: il più rilevante è la paura di assumersi responsabilità, sia verso un partner che un figlio, un timore che in effetti prende molti giovani. In The Barrel si dice “When you have a child, so begins the braiding and in that braid you stay.” In Damn riappare il tema, quando la Harding si sente delle catene attorno al corpo che le impediscono di spiccare il volo.

Musicalmente, il 2019 si conferma molto positivo per le giovani autrici: da Jessica Pratt a Julia Jacklin, passando per Weyes Blood e Julia Harding, il mondo indie femminile continua a rivoluzionare il rock. Accanto alla già citata Fixture Picture abbiamo altre ottime tracce come The Barrel e Designer; le uniche eccezioni sono Treasure e Damn, ma restano comunque buone e inserite perfettamente nel contesto di “Designer”.

In conclusione, questo terzo LP a firma Aldous Harding ne conferma il talento e la volontà di espandere il proprio sound di riferimento, rifiutando una comfort zone che per altri sarebbe stato un rifugio benvenuto. “Designer” è ad ora il miglior album folk dell’anno e uno dei migliori della decade.

Voto finale 8.

Anderson .Paak, “Ventura”

ventura

Il cantante americano Anderson .Paak, giunto al quarto album, è tornato alle sonorità che lo avevano reso famoso con “Malibu” (2016): un funk colorato e sempre ballabile, inframmezzato da parti più rappate. Mentre in “Oxnard” dello scorso anno la parte hip hop aveva la meglio, con risultati controversi, “Ventura” privilegia le sonorità calde e morbide che meglio riescono ad Anderson, con ottimi risultati.

In effetti, se si eccettua la canzone di apertura Come Home con André 3000, il resto del breve ma incisivo CD (11 brani per 40 minuti) è caratterizzato da chiari rimandi ai maestri della black music del passato: da Stevie Wonder a Prince, passando per i più recenti Frank Ocean e D’Angelo. Questo è forse il limite maggiore del disco: parere a volte più una somma di cover di pezzi del passato piuttosto che un insieme di inediti.

L’abilità di .Paak di trasportare questi suoni nel XXI secolo consente però di mettere da parte almeno parzialmente questa critica e concentrarsi sull’eleganza di “Ventura”: i suoni più spigolosi di “Oxnard” sono scomparsi, lasciando spazio a chitarre eleganti e batterie fragranti, capaci di accompagnare l’artista nel corso del CD sempre efficacemente.

Anche liricamente si notano decisi progressi: mentre i precedenti lavori di Anderson .Paak erano caratterizzati da chiari riferimenti, a volte molto espliciti, alla vita sessuale dell’artista, “Ventura” contiene anche rimandi alle lotte fra bianchi e neri in America. King James, dedicata al cestista LeBron James, contiene le seguenti liriche: “We couldn’t stand to see our children shot dead in the streets… we salute King James for using his change to create some equal opportunities”. Altrove invece appaiono proclami più spavaldi: in Chosen One ad esempio si dice “To label me as The One, debatable; but second to none, that suit me like a tailored suit”, mentre in Yada Yada abbiamo “Our days are numbered, I’d rather count what I earn”.

I brani migliori sono What Can We Do?, che chiude magistralmente il disco, e la deliziosa Make It Better; convincono meno Chosen One, troppo lunga, e Winners Circle. In conclusione, le canzoni interessanti non mancano e il disco è caratterizzato da grande coerenza e nessun pezzo fuori posto. Allo stesso tempo la domanda sorge spontanea, un po’ come accaduto per i The Internet nel 2018: un LP dai suoni così retrò può davvero aggiungere qualcosa ad un panorama musicale così sovraccarico, specialmente negli ultimi tempi, di CD R&B/soul/rap?

Voto finale: 7,5.

Priests, “The Seduction Of Kansas”

priests

Il secondo album della band punk serve ai Priests per ricalibrare parzialmente il loro sound. Il post-punk sanguigno delle origini viene affiancato da sonorità più accessibili, che ricordano i Foals, introducendo dunque sonorità quasi danzerecce nella loro estetica.

Se l’estetica dei Priests è cambiata lo dobbiamo anche alla dipartita del fondatore Taylor Mulitz, bassista fino all’anno scorso del gruppo, ora rimpiazzato da Janel Leppin. Non sono stati quindi anni facili per loro, dapprima esposti alla fama come mai in precedenza e poi preda di tensioni interne. Tuttavia, il risultato non deluderà i fan del complesso statunitense: fin dalla partenza di Jesus’ Son, passando per Youtube Sartre e Control Freak, la densità ritmica che aveva fatto la fortuna dei Priests resta.

A colpire maggiormente sono i brani più melodici, ad esempio 68 Screen e The Seduction Of Kansas, che tuttavia si integrano bene col resto delle tracce presenti nel CD per creare in conclusione un lavoro coeso e interessante. Nulla di rivoluzionario, ma certamente gradevole. I migliori pezzi sono Carol e Texas Instruments, mentre sono un po’ sotto la media l’eccessivamente lunga Not Perceived e 68 Screen.

Testualmente, la frontwoman e principale ispiratrice delle liriche Katie Alice Greer descrive soprattutto soggetti individuali, non uniti pertanto da un background comune, denunciando molti dei problemi presenti nelle società moderne. Passiamo dalla potente invettiva femminista in 68 Screen (“It’s your movie, you wrote starred and directed it. I may only be your muse, but I’m necessary”) alla denuncia dell’atteggiamento ossessivo verso le donne di alcuni maschi, sia in Jesus’ Son (I am Jesus’ son, I’m young and dumb and full of cum”) che in Control Freak (“You’re out of the woods, Dorothy. I’m your control freak, I’m your ‘no place like home’”). Anche qui, niente di innovativo, almeno rispetto al panorama rock degli anni ’10 del XXI secolo.

“The Seduction Of Kansas” è perciò un buon album, con bei riff e alcune liriche molto azzeccate, ma allo stesso tempo manca ai Priests quel quid necessario al definitivo salto di qualità.

Voto finale: 7,5.

The Chemical Brothers, “No Geography”

no geography

Il duo di musica elettronica formato da Tom Rowlands e Ed Simons continua a mantenersi su buoni livelli nonostante l’età non più verde e, giunti al nono album di inediti, i Chemical Brothers ci ricordano come non sempre la maturità significhi produrre CD prevedibili e scadenti.

Anzi, il contrario vale per “No Geography”: in un anno finora non facile per l’elettronica, privo dei grandi nomi che avevano caratterizzato il 2018, il disco dei Chemical Brothers è un piacevole ritorno alle sonorità della musica elettronica anni ’90: big beat, forti influenze psichedeliche e brani pronti per essere suonati nelle discoteche di tutto il mondo. Notevoli sono i rimandi a Primal Scream e Daft Punk, ad esempio, oltre che alla discografia iniziale dei Chemical Brothers.

La particolarità che colpisce fin da subito dell’album è la sua estrema compattezza: 10 brani per 46 minuti di durata, spesso con le canzoni che si intrecciano fra loro per creare dunque un mondo sonoro davvero affascinante e coeso. Tutto ciò però non significa che “No Geography” suoni eccessivamente uniforme: la differenza fra veri e propri brani trascinanti come l’iniziale Eve Of Destruction e melodie più complesse e aderenti alla techno come Got To Keep On è evidente. Vi sono poi anche pezzi meno commerciali come Gravity Drops e The Universe Sent Me; insomma, i CB ne hanno per tutti i gusti. Malgrado la presenza di singoli destinati ad avere successo duraturo, pertanto, questo LP può essere gustato anche dall’inizio alla fine senza mai risultare fuori luogo.

In generale inoltre il CD, pur risultando in un certo senso legato all’elettronica anni ’90 e specificamente al glorioso passato dei Chemical Brothers, non perde di fascino anche dopo ripetuti ascolti. Non parliamo dunque di un capolavoro, ma di un altro passo avanti nella produzione di Rowlands e Simons che testimonia una volta di più il talento dei due britannici.

Voto finale: 7,5.

King Gizzard & The Lizard Wizard, “Fishing For Fishies”

fishing for fishies

Allora, ricapitoliamo: i King Gizzard & The Lizard Wizard sono un complesso australiano capace di far uscire 14 CD in 7 anni di attività, di cui cinque in un anno solo, un 2017 contraddistinto da salti nel metal (“Murder Of The Universe”) e nel jazz (“Sketches Of Brunswick East”). Essenzialmente, tuttavia, il gruppo può essere catalogato come psichedelico/garage rock: gli esordi dei King Gizzard, fino a “I’m In Your Mind Fuzz” (2014), avevano riportato alla mente i White Stripes o Jay Reatard, mentre la carriera poi li ha portati su binari più consoni ai primi Tame Impala, ne sono ottimi esempi “Polygondwanaland” e “Flying Microtonal Banana”.

Il nuovo album della prolifica band australiana prende le mosse dai loro precedenti momenti più lenti, quasi old style, pensiamo a “Paper Mâché Dream Balloon” (2015): molti pezzi di “Fishing For Fishies” richiamano il rock anni ’70 dei Beatles o dei Led Zeppelin, fatto piuttosto inusuale per i King Gizzard & The Lizard Wizard, che in passato avevano evocato Flaming Lips e Ty Segall e non gruppi così mainstream.

Il richiamo al genietto del garage rock Ty Segall non è casuale: anche gli australiani, in una produzione così frammentaria, hanno probabilmente perso il treno per produrre un album psichedelico davvero rimarchevole. Certo, “Polygondwanaland” è un buon lavoro, ma per esempio niente a che vedere con “Lonerism” dei conterranei Tame Impala. Il passaggio a sonorità meno distorte e meno sperimentali si deve forse anche al desiderio di ricaricare le pile dopo un periodo davvero infuocato, fra CD e tour infiniti.

I pezzi migliori sono Plastic Boogie e Real’s Not Real, che non a caso sono i più allineati alla precedente versione dei King Gizzard; buona anche Boogieman Sam. Monotona invece la title track, tra l’altro piazzata in apertura, e stucchevole Acarine. Testualmente, Stu Mackenzie e compagni si confermano stranianti: a volte vi sono riferimenti ambientalisti, altre Mackenzie si lamenta del tempo che passa e rimpiange la gioventù (ad esempio in Cruel Millennial si sente “I was only born in ’92… Can’t relate face to face with the modern day youth”).

In conclusione, “Fishing For Fishies” è il più coerente e meglio prodotto LP nella sterminata discografia dei King Gizzard & The Lizard Wizard: a 42 minuti e 9 canzoni siamo di fronte ad un attestato di maturità. Allo stesso tempo, il complesso australiano ha perso quella capacità di sperimentare ritmi molto diversi in suite a volte lunghissime e bislacche ma sempre ambiziose e intriganti per passare al rock classico del secolo scorso. A suo modo è anche questa una rivoluzione nel sound del gruppo, ma i risultati fanno pensare che Mackenzie & co. non siano molto portati per tutto ciò.

Voto finale: 7.

Broken Social Scene, “Let’s Try The After Vol. 2”

bss

I veterani dell’indie rock sono tornati con un altro breve EP a due mesi dal precedente “Let’s Try The After Vol. 1”. La struttura dei due piccoli lavori è similare, così come la qualità: se il primo riprendeva il filone più dream pop dell’estetica dei Broken Social Scene, questo secondo volume torna alle sonorità rock dei primi dischi del gruppo, in particolare quel “You Forgot It To People” (2002) che li rese famosi.

Il primo dei 5 brani in scaletta, Memory Lover, è una breve intro strumentale, mentre i fuochi d’artificio veri e propri iniziano con Can’t Find My Heart: un potente pezzo rock, con la voce del leader Kevin Drew che ricorda da vicino quella del connazionale Win Butler, leader degli Arcade Fire. Big Couches è forse il pezzo più deludente, prevedibile e con un finale che arriva troppo in fretta. La title track, collocata al quarto posto della tracklist, è quasi folk, data la sua lentezza; invece la conclusiva Wrong Line è un pezzo rock interessante, che sarebbe potuto stare benissimo nei più recenti CD veri e propri del complesso canadese. A mancare di più è Ariel Engle, l’altra figura carismatica dei BSS, che invece aveva sorretto il primo capitolo.

In conclusione, “Let’s Try The After Vol. 2” non è come prevedibile un capolavoro, anzi è inferiore al primo EP della serie; tuttavia i Broken Social Scene dimostrano che hanno ancora qualcosa da dare alla musica, un segnale che aspettavamo e non tradisce le nostre aspettative.

Voto finale: 6,5.