Le migliori canzoni del decennio 2010-2019 (200-101)

Ci siamo: dopo i 200 migliori dischi della decade appena trascorsa, A-Rock si è cimentato nella costruzione della lista delle 200 migliori canzoni degli anni 2010-2019. Anche in questo caso l’impresa non è stata per nulla semplice: dall’elettronica all’hip hop, dal folk al rock, ci sono stati innegabili highlights in ogni genere ma anche molte perle nascoste che meritavano di essere evidenziate. Non temete, le canzoni imprescindibili, da Happy di Pharrell Williams ad Alright di Kendrick Lamar, passando per Runaway di Kanye, ci sono tutte. Ma chi avrà vinto la palma di miglior canzone del decennio?

Oltre ai già citati Kendrick Lamar, Kanye West e l’onnipresente Pharrell Williams, abbiamo cercato di dare spazio a tutte le sfaccettature della musica più bella degli anni ’10 del XXI secolo: il folk gentile di Sufjan Stevens, il rock epico dei The War On Drugs, i vecchi leoni come Nick Cave & The Bad Seeds… ma anche il pop sofisticato di Lorde e il pop-rock dei Coldplay non potevano mancare!

Anche in questa occasione, per favorire la varietà di artisti proposti, abbiamo adottato alcune regole: non più di cinque canzoni, di cui due appartenenti allo stesso disco, per ciascun cantante.

In questa prima puntata avremo le prime cento melodie, vi diamo appuntamento a domani per il secondo capitolo della lista delle 200 migliori canzoni! Buona lettura!

200) The Field, Is This Power (2011)

199) Franz Ferdinand, Right Thoughts (2013)

198) MGMT, Siberian Breaks (2010)

197) Damon Albarn, Everyday Robots (2014)

196) Azealia Banks, 212 (2014)

195) Robin Thicke feat. T.I. and Pharrell Williams, Blurred Lines (2013)

194) Hamilton Leithauser feat. Rostam, A 1000 Times (2016)

193) Ty Segall, Tall Man Skinny Lady (2014)

192) Kurt Vile, Goldtone (2013)

191) St. Vincent, Prince Johnny (2014)

190) Pusha T, Infrared (2018)

189) Nicolas Jaar, Killing Time (2016)

188) Parquet Courts, Master Of My Craft (2013)

187) DIIV, Out Of Mind (2016)

186) Foals, What Went Down (2015)

185) Alvvays, In Undertow (2017)

184) Cloud Nothings, I’m Not Part Of Me (2014)

183) James Blake, Unluck (2011)

182) Sky Ferreira, Nobody Asked Me (If I Was Okay) (2013)

181) Vince Staples, Crabs In A Bucket (2017)

180) Ty Segall, Every1’s A Winner (2018)

179) Muse, Madness (2012)

178) Spoon, Hot Thoughts (2017)

177) Iceage, Catch It (2018)

176) Girls, Honey Bunny (2011)

175) Hot Chip, Motion Sickness (2012)

174) Earl Sweatshirt, Earl (2010)

173) Parquet Courts, One Man No City (2016)

172) The Horrors, Chasing Shadows (2014)

171) Real Estate, Talking Backwards (2014)

170) The Walkmen, Angela Surf City (2011)

169) Little Simz, Therapy (2019)

168) FKA twigs, Two Weeks (2014)

167) Kendrick Lamar, King Kunta (2015)

166) Chromatics, Back From The Grave (2012)

165) Parquet Courts, Bodies Made Of (2014)

164) Nicolas Jaar, Colomb (2011)

163) Jamie xx feat. Romy, SeeSaw (2015)

162) Radiohead, Lotus Flower (2011)

161) Cloud Nothings, No Future / No Past (2012)

160) Pharrell Williams, Happy (2014)

159) Disclosure, When A Fire Starts To Burn (2013)

158) The Antlers, Drift Dive (2012)

157) Coldplay, Magic (2014)

156) The Black Keys, Lonely Boy (2011)

155) St. Vincent, Birth In Reverse (2014)

154) Nick Cave & The Bad Seeds, We No Who U R (2013)

153) David Bowie, Blackstar (2016)

152) The Voidz, Leave It In My Dreams (2018)

151) Atlas Sound, Te Amo (2011)

150) Destroyer, Chinatown (2011)

149) Adele, Someone Like You (2011)

148) Nicolas Jaar, Space Is Only Noise If You Can See (2011)

147) Caribou, Can’t Do Without You (2014)

146) Liam Gallagher, Wall Of Glass (2017)

145) Arctic Monkeys, Love Is A Laserquest (2011)

144) Big Thief, Not (2019)

143) Foals, Inhaler (2013)

142) The Weeknd, House Of Balloons / Glass Table Girls (2011)

141) Suede, Barriers (2013)

140) Queens Of The Stone Age, If I Had A Tail (2013)

139) The Antlers, I Don’t Want Love (2011)

138) Kanye West, Black Skinhead (2013)

137) Radiohead, Burn The Witch (2016)

136) The Black Keys, Tighten Up (2010)

135) Grimes, Genesis (2012)

134) Car Seat Headrest, Beach Life-In-Death (2018)

133) The Horrors, You Said (2011)

132) The Strokes, Under Cover Of Darkness (2011)

131) Grizzly Bear, Yet Again (2012)

130) Pusha T, Come Back Baby (2018)

129) black midi, bmbmbm (2019)

128) Real Estate, Municipality (2011)

127) Aphex Twin, aisatsana [102] (2014)

126) Foals, Spanish Sahara (2010)

125) Suede, Outsiders (2016)

124) James Blake, The Wilhelm Scream (2011)

123) Vampire Weekend, This Life (2019)

122) The National, Don’t Swallow The Cup (2013)

121) Destroyer, Blue Eyes (2011)

120) Janelle Monáe feat. Solange and Roman GianArthur, Electric Lady (2013)

119) Beach House, Sparks (2015)

118) Kanye West, Real Friends (2016)

117) Arcade Fire, Ready To Start (2010)

116) Kendrick Lamar, The Art Of Peer Pressure (2012)

115) Savages, Shut Up (2013)

114) Mount Eerie, Real Death (2017)

113) Janelle Monáe, Make Me Feel (2018)

112) Caribou, Odessa (2010)

111) Spoon, Inside Out (2014)

110) The War On Drugs, Up All Night (2017)

109) Radiohead, Daydreaming (2016)

108) Vampire Weekend, Harmony Hall (2019)

107) Mark Ronson feat. Bruno Mars, Uptown Funk (2015)

106) Janelle Monáe feat. Big Boi, Tightrope (2010)

105) The Weeknd, Can’t Feel My Face (2015)

104) Daft Punk feat. Giorgio Moroder, Giorgio By Moroder (2013)

103) Ty Segall, Warm Hands (Freedom Returned) (2017)

102) Moses Sumney, Quarrel (2017)

101) LCD Soundsystem, Dance Yrself Clean (2010)

Appuntamento a domani con la seconda puntata: quale sarà il miglior pezzo degli anni ’10? Stay tuned!

I migliori album del decennio 2010-2019 (200-101)

Ci siamo: la decade è ormai conclusa da alcuni mesi ed è giunta l’ora, per A-Rock, di stilare la classifica dei CD più belli e più influenti pubblicati fra 2010 e 2019. Un’impresa difficile, considerata la mole di dischi pubblicati ogni anno. Rock, hip hop, elettronica, pop… ogni genere ha avuto i suoi momenti di massimo splendore.

Partiamo con alcune regole: nessun artista è rappresentato da più di tre LP nella classifica. Nemmeno i più rappresentativi, da Kanye West a Kendrick Lamar agli Arctic Monkeys (tutti con tre CD all’attivo nella hit list). Questo per favorire varietà e rappresentatività: abbiamo quindi dato spazio anche a gruppi e artisti meno conosciuti come Mikal Cronin e Julia Holter, autori di lavori prestigiosi e meritevoli di un posto al sole. Non per questo abbiamo trascurato i giganti della decade: oltre ai tre citati prima, anche Drake e i Vampire Weekend hanno un buon numero di loro pubblicazioni in lista per esempio, senza trascurare i Deerhunter e Vince Staples.

Questo è stato senza ombra di dubbio il decennio della definitiva consacrazione dell’hip hop: ormai radio e servizi di streaming sono sempre più “ostaggio” del rap, più melodico (Drake) o più vicino alla trap (Migos, Travis Scott), per finire con il filone più sperimentale (Earl Sweatshirt). L’elettronica invece pareva destinata a conquistare tutti nei primi anni della decade, tuttavia poi l’EDM è passata di moda lasciando spazio all’hip hop. E il rock? Da genere dominante ora arranca nelle classifiche e nelle vendite, pare quasi destinato a persone mature… anche se poi ci sono gruppi come Arctic Monkeys e The 1975 che ancora esordiscono in alto nelle classifiche quando pubblicano un nuovo lavoro. A dimostrazione che chi merita davvero riesce a piacere a molti anche in tempi non propizi per il rock in generale. Folk e musica d’avanguardia continuano a non essere propriamente mainstream, ma hanno regalato pezzi unici di bella musica (dai Fleet Foxes all’ultimo Nick Cave, passando per King Krule) che hanno fatto spesso gridare al miracolo. Dal canto suo, invece, il pop ha continuato un’evoluzione lodevole verso tematiche non facili come la diversità, l’empowerment delle donne e l’accettarsi come si è, aiutato da artisti del calibro di Frank Ocean e Beyoncé. Chissà che poi il “future pop” di artisti come Charli XCX possa davvero essere la musica popolare del futuro! Vicino al pop è poi l’R&B, che ha vissuto momenti davvero eccitanti durante la decade 2010-2019 (basti pensare all’esordio fulminante di The Weeknd o alla delicatezza di Blood Orange) i quali ci fanno capire che i nuovi D’Angelo sono pronti a prendersi il palcoscenico (anche se poi il vero D’Angelo ha sbaragliato quasi tutti nel 2014 con “Black Messiah”).

Ma andiamo con ordine: i primi 100 nomi (ma 104 dischi, considerando il doppio album del 2019 dei Big Thief, la doppia release a nome Ty Segall del 2012 e la fondamentale trilogia di mixtape con cui The Weeknd si è fatto conoscere al mondo nel 2011) saranno solamente un elenco, senza descrizione se non l’anno di pubblicazione e il genere a cui sono riconducibili. Invece, per la successiva pubblicazione avremo descrizioni più o meno dettagliate delle scelte effettuate. Buona lettura!

200) Earl Sweatshirt, “I Don’t Like Shit, I Don’t Go Outside” (2015) (HIP HOP)

199) Floating Points, “Crush” (2019) (ELETTRONICA)

198) Drake, “If You’re Reading This It’s Too Late” (2015) (HIP HOP)

197) Spoon, “Hot Thoughts” (2017) (ROCK)

196) Big Thief, “U.F.O.F.” / “Two Hands” (2019) (ROCK – FOLK)

195) Father John Misty, “I Love You, Honeybear” (2015) (ROCK)

194) Mikal Cronin, “MCII” (2013) (ROCK)

193) Arctic Monkeys, “Suck It And See” (2011) (ROCK)

192) MGMT, “Congratulations” (2010) (ELETTRONICA – ROCK)

191) Jai Paul, “Jai Paul” (2013) (R&B – ELETTRONICA)

190) FKA Twigs, “LP 1” (2014) (R&B – ELETTRONICA)

189) Four Tet, “There Is Love In You” (2010) (ELETTRONICA)

188) Slowdive, “Slowdive” (2017) (ROCK)

187) Fever Ray, “Plunge” (2017) (ELETTRONICA)

186) The xx, “I See You” (2017) (ELETTRONICA – POP)

185) Perfume Genius, “No Shape” (2017) (POP – ELETTRONICA)

184) Noel Gallagher’s High Flying Birds, “Who Built The Moon?” (2017) (ROCK)

183) Julia Holter, “Have You In My Wilderness” (2015) (POP)

182) Let’s Eat Grandma, “I’m All Ears” (2018) (POP – ELETTRONICA)

181) Coldplay, “Everyday Life” (2019) (POP – ROCK)

180) The Black Keys, “El Camino” (2011) (ROCK)

179) (Sandy) Alex G, “House Of Sugar” (2019) (ROCK)

178) Vampire Weekend, “Father Of The Bride” (2019) (ROCK – POP)

177) The 1975, “I Like It When You Sleep, For You Are So Beautiful Yet So Unaware Of It” (2016) (ROCK – POP – ELETTRONICA)

176) The xx, “Coexist” (2012) (POP – ELETTRONICA)

175) Muse, “The 2nd Law” (2012) (ROCK)

174) Aldous Harding, “Designer” (2019) (FOLK)

173) The Antlers, “Burst Apart” (2011) (ROCK)

172) Arca, “Arca” (2017) (ELETTRONICA – SPERIMENTALE)

171) Hot Chip, “In Our Heads” (2012) (ELETTRONICA – ROCK)

170) Anderson .Paak, “Malibu” (2016) (HIP HOP – R&B)

169) Fiona Apple, “The Idler Wheel” (2012) (POP)

168) Mount Eerie, “Now Only” (2018) (FOLK – ROCK)

167) Justin Timberlake, “The 20/20 Experience” (2013) (R&B – ELETTRONICA)

166) St. Vincent, “MASSEDUCTION” (2017) (POP)

165) Troye Sivan, “Bloom” (2018) (POP)

164) Algiers, “The Underside Of Power” (2017) (PUNK)

163) These New Puritans, “Hidden” (2010) (ROCK – PUNK – ELETTRONICA)

162) Suede, “Bloodsports” (2013) (ROCK)

161) Arctic Monkeys, “Tranquility Base Hotel & Casino” (2018) (ROCK – POP)

160) Björk, “Vulnicura” (2015) (POP – ELETTRONICA – SPERIMENTALE)

159) Jack White, “Blunderbuss” (2012) (ROCK)

158) The Walkmen, “Lisbon” (2010) (ROCK)

157) PJ Harvey, “Let England Shake” (2011) (ROCK)

156) Ariel Pink’s Haunted Graffiti, “Before Today” (2010) (ROCK – SPERIMENTALE)

155) Nick Cave & The Bad Seeds, “Ghosteen” (2019) (SPERIMENTALE – ROCK)

154) The Voidz, “Virtue” (2018) (ROCK)

153) Broken Social Scene, “Forgiveness Rock Record” (2010) (ROCK)

152) Jamila Woods, “LEGACY! LEGACY!” (2019) (R&B – SOUL)

151) Foals, “Total Life Forever” (2010) (ROCK)

150) Neon Indian, “VEGA INTL. Night School” (2015) (ELETTRONICA)

149) King Gizzard & The Lizard Wizard, “Polygondwanaland” (2017) (ROCK)

148) Moses Sumney, “Aromanticism” (2017) (R&B – SOUL)

147) James Blake, “Overgrown” (2013) (ELETTRONICA – POP)

146) Preoccupations, “Viet Cong” (2015) (PUNK)

145) D’Angelo, “Black Messiah” (2014) (SOUL – R&B)

144) Dirty Projectors, “Swing Lo Magellan” (2012) (ROCK)

143) Freddie Gibbs & Madlib, “Bandana” (2019) (HIP HOP)

142) Tyler, The Creator, “IGOR” (2019) (HIP HOP)

141) Vince Staples, “Big Fish Theory” (2015) (HIP HOP)

140) Young Fathers, “Cocoa Sugar” (2018) (HIP HOP)

139) Parquet Courts, “Sunbathing Animal” (2014) (ROCK)

138) Jon Hopkins, “Singularity” (2018) (ELETTRONICA)

137) Fleet Foxes, “Helplessness Blues” (2011) (FOLK)

136) Ty Segall, “Slaughterhouse” / “Hair” (2012) (ROCK)

135) Titus Andronicus, “The Monitor” (2010) (ROCK)

134) Blur, “The Magic Whip” (2015) (ROCK)

133) Kanye West, “Yeezus” (2013) (HIP HOP)

132) Drake, “Take Care” (2011) (HIP HOP)

131) Thundercat, “Drunk” (2017) (ROCK – JAZZ – SOUL)

130) Caribou, “Swim” (2010) (ELETTRONICA)

129) Parquet Courts, “Wide Awake!” (2018) (ROCK)

128) LCD Soundsystem, “This Is Happening” (2010) (ELETTRONICA – ROCK)

127) Mac DeMarco, “2” (2012) (ROCK)

126) Ty Segall, “Manipulator” (2014) (ROCK)

125) Chromatics, “Kill For Love” (2012) (ELETTRONICA – ROCK)

124) Jon Hopkins, “Immunity” (2013) (ELETTRONICA)

123) Spoon, “They Want My Soul” (2014) (ROCK)

122) Damon Albarn, “Everyday Robots” (2014) (POP)

121) Panda Bear, “Panda Bear Meets The Grim Reaper” (2015) (ELETTRONICA)

120) Leonard Cohen, “You Want It Darker” (2016) (SOUL – FOLK)

119) Flying Lotus, “Until The Quiet Comes” (2012) (ELETTRONICA)

118) Shabazz Palaces, “Black Up” (2011) (HIP HOP)

117) Fontaines D.C., “Dogrel” (2019) (PUNK – ROCK)

116) Arcade Fire, “Reflektor” (2013) (ROCK – ELETTRONICA)

115) Lotus Plaza, “Spooky Action At A Distance” (2012) (ROCK)

114) Hamilton Leithauser + Rostam, “I Had A Dream That You Were Mine” (2016) (POP)

113) Blood Orange, “Freetown Sound” (2016) (R&B – SOUL)

112) Denzel Curry, “TA13OO” (2018) (HIP HOP)

111) Dave, “Psychodrama” (2019) (HIP HOP)

110) Flying Lotus, “You’re Dead!” (2014) (ELETTRONICA)

109) Gorillaz, “Plastic Beach” (2010) (ELETTRONICA – HIP HOP)

108) Leonard Cohen, “Popular Problems” (2014) (FOLK)

107) Danny Brown, “Old” (2013) (HIP HOP)

106) Cloud Nothings, “Here And Nowhere Else” (2014) (PUNK – ROCK)

105) Chance The Rapper, “Acid Rap” (2013) (HIP HOP)

104) Father John Misty, “Pure Comedy” (2017) (ROCK)

103) Nicolas Jaar, “Sirens” (2016) (ELETTRONICA)

102) Grimes, “Visions” (2012) (POP – ELETTRONICA)

101) The Weeknd, “House Of Balloons” / “Thursday” / “Echoes Of Silence” (2011) (R&B – ELETTRONICA)

Recap: novembre 2018

Novembre è ormai finito. Un mese ricco di uscite rilevanti, le ultime peraltro eleggibili per occupare un posto nella top 50 di A-Rock. Tra di esse annoveriamo la soundtrack del nuovo “Suspiria” di Thom Yorke, il ritorno di Robyn, Julia Holter, dei The Good, The Bad & The Queen e dei Muse, l’esordio del giovane supergruppo boygenius, il nuovo album di Vince Staples e di Anderson .Paak e l’ennesimo disco del 2018 di Ty Segall. Buona lettura!

Robyn, “Honey”

robyn honey

Dopo un’attività discografica relativamente scarna nel corso degli ultimi otto anni, Robyn è tornata. La popstar svedese, in effetti, dopo la fortunata serie “Body Talk” del 2010, si era limitata a occasionali collaborazioni, di solito sotto forma di brevi EP (una nel 2014 con Röyksopp e una l’anno seguente con i francesi La Bagatelle Magique). Beh, possiamo dire che l’attesa è stata infine ripagata: “Honey” è un album composto da poche ma complesse melodie, che creano un CD coeso e profondo, degno della discografia passata di Robyn e che rinforza la sua fama di talento purissimo del mondo dance e pop.

L’apertura è “sintetica”: Missing U riporta alle menti le sonorità dance di “Body Talk” ma con un piglio che ricorda i Vampire Weekend di “Contra”, ossia un pop quasi di plastica, non finto ma anzi artatamente, plasticamente elaborato. Già in Human Being (che ricorda Grimes) Robyn ritorna a voler far ballare il suo pubblico, fatto rinforzato da altri pezzi, ad esempio la trascinante Honey e Beach2k20. Più romantica la ballata Baby Forgive Me, ma non per questo fuori contesto.

Liricamente, Robyn spiega le ragioni principali dietro la sua lunga assenza dalle scene: negli ultimi anni l’artista scandinava ha perso l’amico di lunga data Christian Falk e ha avuto una crisi (ma anche una riconciliazione) con il suo fidanzato. Entrambe queste storie non facili per Robyn sono esplicitate nel corso dei nove brani di “Honey”: ad esempio, in Missing U parla di un “empty space you left behind” e non capiamo se si riferisce alla morte dell’amico o alla rottura col fidanzato. In Because It’s In The Music Robyn rinnega la canzone condivisa con l’ex (ancora per poco) innamorato, mentre in Send To Robin Immediately e Honey finalmente i due innamorati si rimettono insieme, tanto che Robyn può cantare “Every breath that whispers your name it’s like emeralds on the pavement”. Il CD è quindi stato strutturato in forma diaristica, un’altra trovata non banale di Robyn.

In conclusione, molti aspettavano un successore al superlativo “Body Talk”; “Honey” forse non raggiunge quelle vette (Between The Lines e Beach2k20 non sono perfette), ma Robyn si conferma una popstar a sé, che vive in un mondo tutto suo fatto di brani dance e perfette perle pop. Non un fatto banale, in un mondo musicale sempre più stereotipato.

Voto finale: 8.

boygenius, “boygenius”

boygenius

Questo breve EP è il primo prodotto della collaborazione fra Phoebe Bridgers, Julien Baker e Lucy Dacus, vale a dire tre fra le più promettenti figure dell’indie rock mondiale. Il disco è un perfetto esempio di come a volte le collaborazioni riescano a replicare, se non in certi casi migliorare, le abilità dei singoli artisti che ne fanno parte.

I sei brani che compongono “boygenius” sono tutti significativi per la riuscita del lavoro: le voci delle tre artiste sono integrate perfettamente, specialmente in Me & My Dog e Stay Down. Nessuna inoltre suona fuori posto oppure tale che una tra Phoebe, Julien e Lucy prevalga sulle altre. Ciò è evidente già in Bite Hard, che apre l’EP, ma è una costante dell’intero album.

Liricamente, il progetto boygenius ricalca alcune delle tematiche affrontate dalle tre componenti nei loro lavori singoli: ad esempio, in Bite Hard la Dacus ricalca le traversie amorose che pervadono i suoi CD, cantando “I can’t love you how you want me to”, mentre il senso di solitudine che influenza da sempre la Baker esplode in Stay Down: “I look at you and you look at a screen” esprime perfettamente le conseguenze della presenza ossessiva degli smartphone sulle relazioni interpersonali. Infine, Phoebe Bridgers emerge nella ballata Ketchum, ID, in cui canta placidamente le bellezze di questo stato americano e il perché vivere in un posto quieto le aggraderebbe (essenzialmente, stare spesso da sola).

In conclusione, “boygenius” è fino ad ora l’EP dell’anno, un concentrato delle abilità delle protagoniste del progetto boygenius e ben più di un passatempo fra un album vero e proprio e l’altro. Questo almeno è quello che noi amanti dell’indie rock speriamo: avere un LP a nome boygenius sarebbe davvero intrigante, le potenzialità per un lavoro rilevante ci sono tutte.

Voto finale: 8.

Vince Staples, “FM!”

vince

Il terzo album del talentuoso rapper americano è stato un fulmine a ciel sereno: annunciato il giorno prima della pubblicazione, avvenuta il 2 novembre, solo 22 minuti di durata e un’intensità non scontata per uno che ha dimostrato di trovarsi bene anche con sonorità meno ossessive (soprattutto nel suo capolavoro “Summertime ‘06” del 2015).

Ad aggiungere pepe all’intero progetto è il fatto che Vince rappa solo in otto delle undici tracce che compongono “FM!” (chiaro riferimento alle onde radio, come vedremo in seguito). Tre sono infatti brevi intermezzi dove, prendendosi gioco dell’ascoltatore, Staples annuncia un nuovo CD degli amici Earl Sweatshirt e Tyga. È chiaro l’intento del rapper, che dedica sostanzialmente un intero LP (anche se breve) alla radio e all’importanza che essa ha avuto nella sua infanzia.

Tuttavia, il fine puramente satirico dell’album non deve nascondere il talento immenso messo in mostra nuovamente da Staples, sempre più una voce fondamentale dell’hip hop contemporaneo. Le iniziali Feels Like Summer e Outside! sono infuocate e richiamano le sonorità degli esordi di Vince, infarcendole però anche con l’elettronica che permeava “Big Fish Theory” (2017) e l’EP “Prima Donna” (2016). Nessuna canzone fatta e finita è fuori posto, tanto che gli highlights più arditi (da Outside! a Run The Bands) non sono poi tanto migliori dei brani meno sperimentali, ma non per questo scontati: tutto è congeniale infatti a creare un disco tanto caotico quanto intrigante e mai scontato.

Dal punto di vista testuale, il rapper californiano è da sempre famoso per l’abilità nel descrivere la tragica condizione dei sobborghi (Ramona Park di Long Beach il suo bersaglio preferito). In “FM!” il mirino non è puntato unicamente su sé stesso, malgrado Vince abbia scritto su Intagram che avrebbe dedicato il lavoro al suo primo, vero fan: sé stesso. Vince sputa sentenze tanto dure quanto condivisibili o almeno corroborate dai numerosi episodi di razzismo accaduti recentemente in America. In Feels Like Summer abbiamo il seguente, durissimo verso: “We gonna party ’til the sun or the guns come out”. Altro esempio della sua visione disincantata della vita, già venuta alla luce nelle frasi di “Prima Donna” in cui enunciava le proprie tendenze suicide, è presente in FUN!: “My black is beautiful, but I’ll still shoot at you”.

Insomma, questo album breve/EP che dir si voglia è un’altra aggiunta preziosa ad una discografia sempre più ingombrante. I beat scorrono fluidamente, la produzione è ottima e Vince dimostra una voglia di sperimentare assolutamente rara nel mondo hip hop moderno. Dopo essere partito da sonorità tipiche del rap West Coast (ritmi lenti, basi cupe e liriche drammaticamente realistiche), Staples ha sperimentato con ritmi elettronici e decisamente più tesi nelle prove più recenti. “FM!” riassume tutto in 22 minuti: una missione quasi impossibile, ma riuscita quasi su tutta la linea.

Se questo è il picco delle sue abilità, ben venga; ma sembra proprio che Vince Staples abbia ancora molto da dare alla musica moderna. Che il suo manifesto definitivo debba ancora arrivare?

Voto finale: 8.

Thom Yorke, “Suspiria”

thom yorke

Il cantante dei Radiohead, chiamato da Luca Guadagnino a scrivere la colonna sonora del remake di Suspiria, il classico dell’horror diretto da Dario Argento nel 1977, ha ancora una volta sorpreso positivamente i suoi numerosi fans. Piuttosto che replicare o provare ad imitare l’iconica soundtrack dei Goblin dell’originale, Yorke ha infatti cercato di metterci molto del suo, creando un album coeso e producendo molte canzoni che sono fra le migliori mai composte nella sua carriera solista.

Sappiamo che i Goblin erano famosi per essere dei pionieri del progressive rock, mentre l’attività solista di Yorke è soprattutto fatta di suoni elettronici, spesso ambient. Ebbene, Thom ha deciso di consolidare questo suo percorso, creando una colonna sonora spaventosa, degna di un grande film dell’orrore: le atmosfere sono cupe, le ballate tristissime, la conclusione devastante. Alcune tracce del lungo disco (più di 80 minuti) possono apparire fuori contesto, essendo strettamente legate al film (si vedano ad esempio Sabbath Incantation e The Inevitable Pull), ma i picchi sono bellissimi.

Le due parti di Suspirium, in particolare, sarebbero entrate benissimo nei due LP più acustici dei Radiohead, “In Rainbows” (2007) e “A Moon Shaped Pool” (2016). Affascinante anche l’esperimento trip hop di Has Ended, decisamente inquietante Volk, che ricorda l’Aphex Twin più oscuro e sperimentale.

In conclusione, malgrado una lunghezza e un numero di canzoni non semplici da affrontare, “Suspiria” è una soundtrack che merita attenzione anche sganciata dal film di Luca Guadagnino, date le numerose perle che Thom Yorke ha deciso di disseminare lungo il percorso. Se qualcuno aveva ancora dubbi sulla versatilità e sul talento del frontman dei Radiohead, dovrà ricredersi.

Voto finale: 8.

The Good, The Bad & The Queen, “Merrie Land”

merrie land

La seconda metà degli anni ’10 si sta rivelando davvero prolifica per Damon Albarn. Il celebre musicista inglese, frontman di band del calibro di Blur e Gorillaz, ha pubblicato il seguito di “The Good, The Bad & The Queen” (2007), l’omonimo album del supergruppo formato con Simon Tong, Paul Simonon e Tony Allen (rispettivamente ex membri di Verve, Clash e Fela Kuti).

Se il precedente CD era più che altro un divertissement, “Merrie Land” è decisamente calato nei nostri tumultuosi tempi. Albarn ha infatti dichiarato che il disco era già pronto nel 2014, ma che la Brexit ha costretto i quattro a riscrivere l’intero album. Ciò è particolarmente evidente nelle tematiche affrontate: numerosi sono i riferimenti alla Brexit, naturalmente, offerti non in modo snobistico, ma anzi molto tenero e mai scontato. Damon canta “This is not rhetoric, it comes from my heart. I love this country” nella title track, ma l’ammissione di nostalgia più forte arriva in Nineteen Seventeen: “I see myself moving backwards in time today from a place we can’t remain close to anymore. My heart is heavy, because it looks just like my home.”

Musicalmente, i The Good, The Bad & The Queen si rifanno al sound del loro primo LP: un rock leggero, con frequenti richiami folk ed elettronici, perfetto per il tono malinconico dei pezzi e i testi decisamente pessimisti. Spiccano Gun To The Head e Nineteen Seventeen, ma va detto che il CD è compatto e coeso, nessun pezzo fuori posto e l’abilità strumentale dei componenti risalta. Interessante il momento più mosso del lavoro, Drifters & Trawlers; inferiore alla media invece The Truce Of Twilight, un po’ troppo pomposa.

Insomma, non stiamo parlando del capolavoro di una vita, ma certamente Damon Albarn e compagni hanno prodotto un disco che non fa rimpiangere la loro discografia passata. “Merrie Land” si staglia quindi come un altro tassello prezioso in una carriera, quella di Damon Albarn, sempre più stupefacente per livello medio e varietà di generi affrontati, quasi sempre con successo.

Voto finale: 8.

Julia Holter, “Aviary”

julia holter

La musica di Julia Holter è sempre stata difficile da catalogare: pop ma allo stesso tempo sperimentale, accessibile ma anche ricca di riferimenti a tragediografi greci del passato, film francesi ormai classici e libri semisconosciuti. Insomma, una figura come la sua è difficilmente paragonabile ai suoi contemporanei.

Il suo quinto album, “Aviary”, è anche il suo CD più massimalista: 90 minuti di durata, 15 canzoni di durata media sei minuti e un mix di generi quanto mai disparati (ambient, pop, sperimentale, addirittura jazz). Un’odissea di tale portata richiede naturalmente del tempo per essere apprezzata appieno, ma l’ascoltatore paziente sarà premiato: Julia abbandona qualsiasi tentativo di essere commerciale, coltivando completamente la propria visione artistica e raggiungendo momenti di rara bellezza. Certo, non tutto è a fuoco, ma i risultati complessivi sono buoni.

L’inizio è straniante: Turn The Light On riassume sostanzialmente tutte le sonorità che incontreremo nel corso dell’album, solo che lo fa in poco più di quattro minuti! Il risultato a primo acchito può sembrare cacofonico, ma nasconde un’attenzione per il dettaglio estrema. Non che Whether sia molto più accessibile. La “vecchia” Julia Holter compare nelle lunghe Chaitius e Voce Simul, rimandando ai tempi estatici di “Have You In My Wilderness” (2015). Il disco prosegue poi su questi binari estremi, passando da pezzi più facilmente apprezzabili (I Shall Love 2) ad altri decisamente più arditi (Everyday Is An Emergency).

Liricamente, l’artista americana ha detto di essersi ispirata, nella scelta del titolo, ad una frase di un romanzo libanese, il cui autore Etel Adnan diceva “I found myself in an aviary full of shrieking birds”, richiamando il caos del mondo moderno. La Holter evidentemente condivide questo punto di vista, tanto che “Aviary”, nella sua più totale libertà compositiva (spesso caotica) è l’immagine riflessa del caos della società moderna.

In conclusione, “Aviary” rappresenta un radicale passo avanti nella discografia di Julia Holter: mettendo da parte le sue tendenze più pop per dare spazio allo sperimentalismo più ambizioso, l’artista alienerà qualche fans, ma probabilmente a lungo andare la sua carriera potrà beneficiarne. Staremo a vedere; di certo, il suo prossimo CD, se metterà da parte alcuni eccessi, potrebbe essere il suo capolavoro definitivo.

Voto finale: 7,5.

Anderson .Paak, “Oxnard”

oxnard

 

Il giovane artista americano Anderson .Paak, al terzo album, riassume tutte le ragioni che lo hanno fatto diventare una delle promesse più brillanti del mondo funk/R&B contemporaneo, insieme però ad alcuni difetti che gli hanno finora impedito di scrivere un CD davvero imprescindibile per gli amanti del genere.

“Malibu”, il disco che lo aveva fatto conoscere al grande pubblico, era stato una ventata di novità nel 2016: canzoni complesse ma divertenti e mai snob, produzione eccellente e la voce di Anderson sempre intonata, tanto che ad A-Rock lo avevamo inserito in una nostra rubrica “Rising” e nella lista dei migliori 50 album dell’anno. Anche i Grammy se ne erano accorti, nominando .Paak nelle categorie Miglior Artista Emergente e Miglior Album Urban. Insomma, tutto sembrava pronto all’album definitivo.

Invece, “Oxnard” punta eccessivamente sugli ospiti di grande spessore e su uno stile decisamente più rap rispetto a “Venice” (2014) e “Malibu”, perdendo a volte il focus e risultando in un album versatile e mai noioso, ma fin troppo carico di influenze per piacere davvero fino in fondo. A ciò aggiungiamo liriche fin troppo concentrate sull’aspetto sessuale della vita californiana, specialmente in Sweet Chick e 6 Summers, che alla lunga possono stufare.

Certo, brani come Tints (con Kendrick Lamar) e ospiti del calibro di Pusha T, Dr. Dre, lo stesso Kendrick e Snoop Dogg non possono che arricchire musicalmente sia “Oxnard” che lo stesso Anderson .Paak, ma il disco risente a volte di tutte queste diverse influenze: l’iniziale The Chase è davvero confusionaria, mentre Saviers Road è un po’ piatta. Nei momenti migliori, come le già menzionate Tints e 6 Summers, Anderson ritorna agli eccellenti livelli di “Malibu”, ma non sempre questo accade.

In conclusione, “Oxnard” verrà ricordato come un LP con grande potenziale, solo parzialmente mantenuto: tutto congiurava per farne un ottimo seguito di “Malibu”, anche la durata (56 minuti) e il numero di canzoni (14) erano sensati. Purtroppo, Anderson .Paak ha voluto strafare, caricando il CD di ospiti e generi musicali; i risultati restano discreti, ma non eccezionali. Sarà per la prossima.

Voto finale: 7.

Muse, “Simulation Theory”

muse

L’ottavo CD dei Muse, il famosissimo gruppo rock inglese, è il loro lavoro più pop. Va dato loro atto che non si trovano molte band pronte a entrare in un mondo molto competitivo come il pop-rock dopo quasi 25 anni di carriera; i risultati non saranno sempre convincenti, ma possiamo dire serenamente che i Muse sono ancora vitali e lottano insieme a noi.

L’apertura di “Simulation Theory”, peraltro ornato con una copertina degna di un episodio di Black Mirror o Stranger Things, è molto solenne: Algorithm si apre lenta, prima che la sempre affascinante voce di Matt Bellamy prenda possesso del brano e lo guidi verso lidi più conosciuti, sulla falsariga di “The 2nd Law” (2012) e “Drones” (2015). La prima vera perla è Pressure, non a caso scelta anche come singolo di lancio: un pezzo che riporta i Muse alla gloria di “Black Holes And Revelation” (2006). Ottime anche Something Human e Get Up And Fight.

Purtroppo, alcuni passi falsi influenzano negativamente il risultato complessivo: Dig Down e Propaganda sono fin troppo carichi di tastiere e voci di sottofondo, mentre Blockades richiama le sonorità dei vecchi Muse di “Origin Of Symmetry” (2002) ma con diversa efficacia. La chiusura di The Void, tuttavia, redime anche la parte finale, creando tutto sommato un album coeso e gradevole che, pur non raggiungendo i picchi della produzione dei Muse a metà del decennio scorso, è però riuscito.

Liricamente, negli ultimi dischi i Muse si sono resi autori di potenti invettive contro l’establishment mondiale, accusato a più riprese di affamare i più poveri, tanto da necessitare una rivolta o comunque una presa d’atto di questo fatto (si riascolti Uprising per conferma). Anche “Simulation Theory” non è da meno, già dai titoli: Propaganda e Thought Contagion ne sono esempi, ma anche Get Up And Fight e The Dark Side non sono da meno.

In conclusione, il meglio per i Muse sembra ormai essere alle spalle. Nondimeno, “Simulation Theory” li conferma rock band ancora viva e vegeta, pronta a riempire le arene di tutto il mondo con il suo rock barocco degno di Queen e U2.

Voto finale: 7.

Ty Segall, “Fudge Sandwich”

ty segall

Il 2018 di Ty Segall è… beh, difficile trovare le parole. Dopo aver pubblicato un album solista, uno con il fido compare White Fence e uno con il suo progetto secondario GØGGS, il cantante californiano è tornato con il quarto (!) disco dell’anno. Questa volta si tratta di una raccolta di cover, che spaziano da Neil Young a John Lennon ai Grateful Dead; insomma, tutti chiari riferimenti per Ty, che ha affrontato più o meno tutte le sfaccettature del rock durante la sua iperprolifica carriera (dal garage rock degli esordi alla psichedelia, passando per punk, folk-rock e hard rock).

L’inizio di “Fudge Sandwich” è insolitamente raccolto e richiama le atmosfere più sperimentali di “Emotional Mugger” (2016). Già da I’m A Man, però, ritroviamo il Ty Segall che tutti amiamo: energico, chitarrista sopraffino e grande interprete anche vocalmente parlando. Altri pezzi che catturano l’attenzione sono la dura Hit It And Quit It e Slowboat, mentre sono leggermente sotto la media Class War e Archangel Thunderbird.

Ty conferma quindi la sua innata qualità: saper creare CD sempre interessanti, che mai si rivelano buchi nell’acqua. Certo, ad alcuni potranno piacere meno alcuni tratti della sua visione musicale, ma è innegabile che, se c’è un artista che sta portando avanti a testa alta la bandiera del rock, questo è Ty Segall. Chapeau e buona fortuna, Ty: in questi tempi pieni di rap e R&B emergere con del rock’n’roll duro e puro non è semplice.

Voto finale: 7.

Gli album più attesi del 2018

Il 2018 si annuncia come un anno molto importante per la musica. Molti artisti sono attesi al varco, dopo album riusciti oppure dopo dei fiaschi, per capire se davvero le speranze che avevamo riposto in loro erano meritate o meno.

Se nel 2017 avevamo messo al primo posto fra gli album più attesi quello di Liam Gallagher, poi inserito nella lista dei 50 migliori dell’anno, quest’anno non possiamo che partire dagli Arctic Monkeys. Uno dei gruppi rock più famosi al momento, l’attesa per il loro ritorno, cinque anni dopo “AM”, è spasmodica: le scimmie artiche ci stupiranno ancora, cambiando nuovamente il loro sound, oppure si rifugeranno in territori già conosciuti? Conoscendo Alex Turner e compagni, la seconda alternativa ci pare poco plausibile; considerate poi le numerose collaborazioni che i membri della band hanno avuto negli ultimi cinque anni (Iggy Pop, Queens Of The Stone Age, Last Shadow Puppets), la possibilità di una svolta verso l’hard rock, già intravista in “AM”, è ipotizzabile.

Il mondo del rock, d’altra parte, non dipenderà nel 2018 solo dagli Arctic Monkeys: un altro gruppo che manca dal 2013 sono i Vampire Weekend. Dopo l’addio di Rostam Batmanglij, multistrumentista e creatore di molti dei maggiori successi della band, come cambierà il suono di Ezra Koenig & co.? Replicare la bellezza di “Modern Vampires Of The City” si rivelerà un’impresa troppo ardua?

Tra i gruppi rock più “stagionati”, importanti conferme sono attese da Franz Ferdinand ed Interpol. Mentre la band scozzese capitanata da Alex Kapranos sembra aver virato verso lidi elettronici, dopo l’addio del bassista Nick McCarthy, poco si sa ancora del nuovo lavoro degli Interpol, il primo dopo “El Pintor” (2014). Inoltre, i My Bloody Valentine, padri dello shoegaze, realizzeranno un nuovo album nel 2018, come confermato dal frontman Kevin Shields, cinque anni dopo il riuscito “m b v”: non poteva esserci notizia migliore per gli amanti del rock alternativo. Non ci scordiamo poi del grande Jack White, il cui terzo album solista promette di rinverdire i fasti del rock à la Led Zeppelin, come del resto ci aspettiamo da un ottimo chitarrista come lui. Sono infine attesi anche i Muse, tre anni dopo il deludente “Drones”: i tempi gloriosi di hit come Sing For Absolution e Starlight torneranno mai?

Fra i cantanti emergenti del mondo rock, meritano una citazione Courtney Barnett e Car Seat Headrest: entrambi vengono da ottimi album solisti, rispettivamente “Sometimes I Sit And Think, And Sometimes I Just Sit” di Courtney e “Teens Of Denial” di Toledo e compagni. In più, l’australiana l’anno scorso ha pubblicato un interessante album con l’amico Kurt Vile, “Lotta Sea Lice”. Per entrambi il momento della verità si avvicina: saranno solo meteore oppure il loro talento sboccerà definitivamente?

Passando alla musica elettronica, Damon Albarn sembra avere in cantiere un nuovo album dei Gorillaz, solo pochi mesi dopo “Humanz”: sarà all’altezza di un capolavoro come “Demon Days”? Inoltre, Damon vuole resuscitare anche il suo terzo progetto alternativo ai Blur, i The Good, The Bad & The Queen: si prospetta un anno impegnativo per lui. In più, Grimes sembra pronta a pubblicare un nuovo LP dopo il bel “Art Angels” (2015). Infine, il nuovo EP di Panda Bear, aka Noah Lennox, è previsto in uscita il 12 gennaio.

Per gli amanti del rap, il 2018 si annuncia un anno caldissimo: Drake non sta mai fermo, ormai lo conosciamo, dunque un suo CD nel 2018 non sarebbe del tutto fuori luogo. Invece, Kanye West, dopo la crisi nervosa dell’anno passato e le tensioni con la moglie Kim Kardashian, sembra pronto a tornare: dopo il controverso “The Life Of Pablo” (2016) Kanye pubblicherà un capolavoro degno della sua fama? Altri LP molto attesi sono i nuovi lavori di Danny Brown e Blood Orange: entrambi sono ormai nomi affermati nel panorama musicale contemporaneo, ma per la definitiva consacrazione occorre un ultimo step. Infine, molto ci aspettiamo da Frank Ocean: dopo la serie di singoli usciti nel 2017, un suo disco sembra prossimo all’uscita. Dal talentuoso musicista americano pretendiamo almeno un lavoro all’altezza di “Blonde” (2016): il fulminante “Channel Orange” del 2012 è migliorabile?

Concludiamo la nostra carrellata con uno sguardo al pop: già sono state annunciate le uscite di Justin Timberlake e Sky Ferreira. Per quanto lontani possano apparire, entrambi appartengono all’universo pop. Anche i The 1975 e FKA Twigs, dopo il grande successo dei precedenti LP “I Like It When You Sleep, For You Are So Beautiful Yet So Unaware Of It” e “LP2”, sono attesi ad una conferma. Infine, Lady Gaga, dopo l’acustico “Joanne” (2016), pare voler tornare a ritmiche più sbarazzine ed in linea con i suoi precedenti lavori.

Insomma, il 2018 si prospetta molto stimolante: speriamo che una larga parte di questi cantanti mantenga le aspettative e che molti nuovi talenti emergano nella musica moderna. Buon 2018 a tutti!

Scheda: Muse

muse

La formazione dei Muse.

I Muse sono un famosissimo gruppo rock britannico, formatosi nel lontano 1994 e con una lunghissima discografia. Il loro stile si caratterizza per un forte rimando a Queen, Radiohead e diffusi innesti elettronici. Il risultato è a volte eccessivamente barocco e pompato, ma inimitabile: non a caso sono uno dei gruppi rock più celebri al mondo. Analizziamone la carriera.

“Showbiz”, 1999

showbiz

L’esordio del terzetto britannico richiama fortemente i Radiohead di “The Bends” e “OK Computer”, tanto che i Muse vengono velatamente accusati di plagio da alcuni critici musicali. I risultati comunque non sono disprezzabili (non a caso i fans sono ancora affezionati al CD): ottimi pezzi come Muscle Museum, Sunburn e la romantica Unintended sono ancora oggi evocativi. Niente di che, ma i Muse dimostrarono che la stoffa c’era. Voto: 7,5.

“Origin Of Symmetry”, 2001

origin of symmetry

Eccolo qua il primo grande disco dei Muse: lo stile marcatamente radioheadiano lascia il posto ad uno space rock molto ambizioso, venato da hard rock ma anche ballate efficaci. I brani migliori sono la meravigliosa New Born (con grandissima progressione nella parte centrale), Bliss, la trascinante Plug In Baby e la intima Feeling Good. Insomma, un trionfo. Voto: 8,5.

“Absolution”, 2003

absolution

I Muse erano al picco della creatività e della fama, ma erano contemporaneamente attesi al varco: avrebbero confermato i risultati di “Origin Of Symmetry”? I tre ragazzi inglesi risposero con un CD ancora più solido e coeso: brani come Time Is Running Out e Hysteria sono grandi pezzi rock. Vi sono però anche ballate efficaci, come Sing For Absolution e Apocalypse Please. L’hard rock di Stockholm Syndrome rende il tutto ancora più pepato. In poche parole, uno dei migliori CD del 2003 e dell’intero decennio. Voto: 9.

“Black Holes And Revelations”, 2006

black holes and revelations

I Muse avevano davanti due strade: rischiare ancora di più, avventurandosi in lidi musicalmente inesplorati, oppure adagiarsi sull’efficace formula coniata nei loro due precedenti lavori. Bellamy e co. scelsero coraggiosamente la prima opzione, tentando la strada dell’elettronica e del progressive rock. Emblemi della svolta sono le bellissime Supermassive Black Hole e Knights Of Cydonia, ancora oggi immancabili nei live della band. Le belle canzoni non si fermano qui: come scordare le squisite Starlight e Map Of The Problematique? Insomma, un altro capolavoro era stato aggiunto alla già brillante carriera dei Muse. Voto: 9.

“The Resistance”, 2009

resistance

Il più queeniano degli LP dei Muse è anche quello più controverso. La band infatti tentò ancora nuove strade, tra opera (nelle tre parti della conclusiva Exogenesis) e jazz (in I Belong To You, dove addirittura Bellamy canta in francese). I risultati sono altalenanti: buone la title track e Uprising, entrambe con marcate influenze politiche; meno le già citate Exogenesis e I Belong To You. Interessante Guiding Light, troppo lunga Unnatural Selection. Un (mezzo) passo falso capita a tutti, no? Voto: 7.

 “The 2nd Law”, 2012

the 2nd law

Il 2012 è l’anno delle Olimpiadi di Londra e i Muse sono chiamati a comporre la canzone-manifesto dei Giochi, quella Survival clamorosamente pompata ma alla fine godibile. Meglio però i Muse più “sobri”: per esempio nelle famose Supremacy ed Animals, bei brani che richiamano “Absolution”. L’esperimento dubstep di The 2nd Law: Unsustainable è intrigante, ma riuscito a metà. È comunque da lodare il coraggio dei tre inglesi di provare sempre strade nuove, cosa non banale nel panorama musicale odierno. Voto: 8.

“Drones”, 2015

drones

Il settimo album dei Muse è anche il meno riuscito, fino ad ora, nella loro produzione: la creatività sembra declinare. “Drones” cerca di tornare all’hard rock delle origini, mescolandovi i richiami politici presenti nei due precedenti lavori. Purtroppo, i risultati non sono propriamente scintillanti: buone Psycho e The Reapers, bella ma prevedibile Dead Inside, evitabili i brevi intermezzi Drill Sergeant e JFK. Insomma, discreto ma niente di che. Voto: 7.

 

I migliori album del 2015

Il 2015 è stato un anno da incorniciare per la musica: tanti artisti importanti hanno fatto il loro ritorno sulle scene dopo anni di assenza (Blur, Sleater-Kinney e Libertines su tutti); molte nuove leve hanno fatto la loro comparsa sulla scena, specialmente nel mondo del rock (basti ricordare Courtney Barnett e Wolf Alice); inoltre, giovani cantanti già emersi si sono confermati ad altissimi livelli, come la talentuosa FKA Twigs. Niente a che vedere con il 2014 quindi, che anzi si era (ahimè) distinto per lo scarso livello medio della produzione musicale, tranne alcune rarissime eccezioni: giusto Real Estate, Sun Kil Moon e Aphex Twin spiccavano.

Prima di iniziare, vorrei però nominare cinque dischi che, malgrado siano ben fatti, non hanno trovato posto nella Top 35 di fine anno: abbiamo l’hip hop di Vince Staples con “Summertime ’06”; Florence And The Machine con il bel “How Big, How Blue, How Beautiful”; i Dead Weather di Jack White con il potente “Dodge & Burn”; il debutto di Floating Points (nome d’arte dell’inglese Sam T. Shepherd), intitolato “Elaenia”; e infine l’indie rock sempre gradevole di Kurt Vile, che con “B’lieve I’m Goin’ Down” aggiunge un altro bel tassello alla sua ottima carriera. Noterete poi che, dopo i nomi degli artisti e i titoli dei rispettivi CD, ho inserito il genere predominante (o i generi) dell’album: un modo ulteriore per aiutare i lettori ad orientarsi nel magma musicale moderno e, magari, scoprire nuovi cantanti o generi.

Ecco qua dunque la scelta dei 35 migliori album dell’anno che sta per concludersi, con una precisazione: il ritorno sulla scena musicale di D’Angelo con “Black Messiah” è datato dicembre 2014, ma non metterlo in nessuna lista dei migliori album sarebbe stato un delitto imperdonabile. Per questo ho optato per una piccola eccezione, ma se non lo avete ancora sentito mi ringrazierete per il consiglio musicale!

35) Muse, “Drones”

(ROCK)

Al settimo album, i Muse decidono di tornare alle origini: suoni molto hard rock e pochi fronzoli. Questo almeno sembra ascoltando alcuni singoli estratti, soprattutto Reapers. I Muse però non rinunciano alle contaminazioni: il pop smielato di Mercy (un po’ ripetitiva) e della title track però paradossalmente rovina il risultato complessivo. Infatti, possiamo contare pezzi tosti ma convincenti come la già citata Reapers e The Handler; una potenziale canzone dei Depeche Mode come la riuscita Psycho e una suite di ben 10 minuti (The Globalist) all’attivo dell’album. Il passivo è rappresentato dalla vena politica data al tutto: perché inserire i richiami a “Full Metal Jacket” di Drill Sergeant e a Kennedy in JFK? Probabilmente per ragioni di marketing, ma i risultati sono quasi farseschi a tratti. Ecco, diciamo che se i Muse avessero osato fino in fondo (rock/metal al 100%, meno pop e prevedibili hit) probabilmente il risultato sarebbe stato ancora migliore. Non per questo però “Drones” è un CD da buttare, sia chiaro. Anzi…

34) Coldplay, “A Head Full Of Dreams”

(POP)

I Coldplay potranno non piacere, ma una cosa va detta: non hanno mai fatto l’errore di restare fermi, musicalmente parlando. A partire da “Viva La Vida Or Death And All His Friends” (2008), infatti, hanno virato progressivamente verso un “pop in technicolor” quanto mai ballabile e gradevole: se con “Ghost Stories” del 2014 era venuto fuori il lato pessimista e triste di Chris Martin (anche a seguito del divorzio da Gwyneth Paltrow), con il nuovo “A Head Full Of Dreams” la band britannica dà libero sfogo al suo lato sbarazzino e danzereccio. Tendenza evidente in brani come la title track e Adventure Of A Lifetime; tuttavia, i sempreverdi Coldplay non hanno avuto il coraggio di cambiare completamente pelle. Sono proprio i brani più classici, come Everglow e Army Of One, che deludono. Interessanti le collaborazioni con Beyoncé (in Hymn For The Weekend) e Noel Gallagher (nella bella Up&Up), sintomo che i Coldplay non hanno ancora esaurito le cartucce a loro disposizione: che R&B e britpop siano le prossime frontiere da esplorare per Martin & co.? Insomma, “A Head Full Of Dreams” non è certamente un lavoro perfetto, né tantomeno il migliore della produzione dei Coldplay (i primi due LP, “Parachutes” e “A Rush Of Blood To The Head”, sono probabilmente irraggiungibili); d’altro canto, però, se sono la più grande pop-rock band del mondo un motivo deve pur esserci, no? Se questo sarà davvero l’ultimo album della carriera del gruppo britannico, la chiusura non sarà stata certo un fiasco.

33) Disclosure, “Caracal”

(ELETTRONICA – POP)

I fratelli Lawrence sono tornati: a due anni dal fortunato “Settle”, il loro fulminante esordio, il sound dei Disclosure è però decisamente differente. Se in “Settle” erano privilegiati suoni tipici della house e della disco music anni ’80, in “Caracal” i Lawrence, anche supportati da ospiti di assoluto prestigio (Lorde, The Weeknd e Sam Smith fra gli altri), virano decisamente verso la black music. Le migliori tracce, da Holding On a Willing & Able, passando per Nocturnal, ricalcano le sonorità tipiche dell’R&B; le tracce puramente dance si contano sulle dita di una mano e non sono certo indimenticabili (Jaded, con Howard Lawrence alla voce, la migliore). Complessivamente, dunque, un leggero passo indietro per il giovane duo britannico: la spontaneità di “Settle” è stata abbandonata a favore di suoni più maturi e più vari, ma generalmente meno trascinanti. Evolvere però non è certamente un peccato: per richiamare la Intro di “Settle”, “the reality is… everything changes.” Mai parole furono più veritiere.

32)Oneohtrix Point Never, “Garden Of Delete”

(ELETTRONICA – SPERIMENTALE)

Il produttore statunitense Daniel Lopatin, noto artisticamente con lo pseudonimo Oneohtrix Point Never, vince a mani basse il premio di “album più pazzo dell’anno” con “Garden Of Delete”. Il suo suono non è mai stato così destrutturato e frammentato: specialmente nella prima parte dell’album, si stenta a riconoscere la forma-canzone canonica. In mezzo però alle mille stranezze del CD (suoni eterei, voci lontane e storpiate da vari effetti e riverberi) si contano anche alcune melodie davvero affascinanti: la parte centrale di Ezra, il breve intermezzo SDFK, la lunga suite Mutant Standard e la romantica Child Of Rage sono notevoli. Se Lopatin avesse proseguito su questo tragitto, probabilmente i risultati sarebbero stati ancora migliori; tuttavia, la “crisi del settimo album” non si sente proprio. Pur non raggiungendo i brillanti risultati di “Replica” (2011), questo “Garden Of Delete” non è comunque per niente male.

31) Dr. Dre, “Compton”

(HIP HOP)

Quello che probabilmente sarà l’ultimo album della carriera di cantante di Andre Romelle Young (in arte Dr. Dre) è un trionfo: nato come soundtrack al film “Straight Outta Compton”, che narra dell’infanzia e dell’inizio della carriera di Dre nel gruppo N.W.A., “Compton” conta un bouquet di collaborazioni che farebbe impallidire chiunque: Kendrick Lamar, Eminem e Snoop Dogg tra i più celebri, ma si contano anche molte giovani leve della casa discografica di Dr. Dre. Musicalmente parlando, le partecipazioni di questi mostri sacri aiutano a rendere imperdibile un CD che contava già ottime basi. Bellissima è infatti Genocide con Kendrick e buona Talk About It: sono queste probabilmente le più belle canzoni del disco. Peccato per la parte centrale un po’ pesante, ma il finale riscatta pienamente questo piccolo difetto: le collaborazioni con Snoop Dogg (in One Shot One Kill e Satisfiction) ed Eminem (nella potente Medicine Man) sono tra i migliori pezzi hip hop dell’anno. Insomma, davvero un ottimo modo di concludere una già rimarchevole carriera da parte di Dr. Dre, già noto come produttore ed imprenditore (avete presente Beats?); insomma, un genio poliedrico, che in “Compton” ha riassunto alcune tra le pagine più importanti (e delicate) della sua tormentata adolescenza.

30) Brandon Flowers, “The Desired Effect”

(POP)

L’ultimo CD dei Killers risale ormai a tre anni fa: “Battle Born” (2012) purtroppo si era rivelato un totale fiasco. Troppo sovraccarico, artefatto e senza le grandi hit che avevano contraddistinto i precedenti lavori della band losangelina (basti ricordare Mr Brightside, Read My Mind e Human fra le altre). Ebbene, Brandon Flowers, frontman dei Killers, sforna il secondo album solista (il primo, “Flamingo”, è datato 2010) e “The Desired Effect” sorprende per qualità compositiva e coesione. Ottimi i primi due brani in scaletta, Dreams Come True e Can’t Deny My Love; ma in generale non ci sono pezzi davvero brutti o mediocri. Non male anche Still Want You (con coretti molto british) e Lonely Town, che ricorda molto i Duran Duran e i Depeche Mode delle origini. L’album è dunque una piacevole sorpresa, che dimostra che probabilmente “Battle Born” è stato solamente un passo falso. Anche Flowers ha ammesso che non era abbastanza buono in varie interviste: non resta che aspettare e sperare che tornino i fasti di “Hot Fuss” (2004), il fulminante esordio dei Killers. Di certo, “The Desired Effect” è il migliore LP di Flowers da sette anni a questa parte. E dimostra che il revival anni ’80 evidentemente non passa mai di moda: Dire Straits e Police hanno ancora una certa influenza sui musicisti contemporanei.

29) Noel Gallagher’s High Flying Birds, “Chasing Yesterday”

(ROCK)

“Inseguendo ieri”: questa la traduzione di “Chasing Yesterday”, secondo lavoro solista di Noel Gallagher, ex leader degli inglesi Oasis, una delle band simbolo del movimento britpop dei primi anni ’90. I timori di trovarsi di fronte ad un album rivolto solo al passato fortunatamente sono presto fugati: già al primo ascolto “Chasing Yesterday” si caratterizza per un maggior sperimentalismo rispetto al precedente “Noel Gallagher’s High Flying Birds”. Certo, mancano hit come If I Had A Gun… e The Death Of You And Me, ma anche il nuovo CD contiene pezzi interessanti come In The Heat Of The Moment e The Ballad Of The Mighty I. Colpisce inoltre Lock All The Doors, la base più strokesiana mai creata da un Gallagher. In generale, possiamo dire che i due album solisti di Noel si equivalgono, entrambi essendo sullo stesso (buonissimo) livello. Non capolavori, ma certamente godibili. In una scala “oasisiana”, possiamo collocare “Chasing Yesterday” ai livelli di “Dig Out Your Soul” (2008) e “Don’t Believe The Truth” (2005): non male, Noel.

28) The Weeknd, “Beauty Behind The Madness”

(POP – R&B)

Uno dei dischi dell’estate, il nuovo CD del canadese Abel Tesfaye, in arte The Weeknd. E già potrebbero arrivare le prime critiche: troppo commerciale, è solo un insieme di canzoncine da spiaggia… Tutto (parzialmente) vero, però i pregi di “Beauty Behind The Madness” sono senza dubbio maggiori dei difetti. Dopo vari mixtapes e due veri e propri album, “Trilogy” (2012, compilation di tre mixtapes precedenti) e il poco riuscito “Kiss Land” del 2013, “Beauty Behind The Madness” ritorna ai fasti del bel mixtape “House Of Balloons”, solo con maggiore attenzione alla parte melodica delle canzoni. Il genere è sempre un R&B molto pop, ma efficace: i singoli The Hills e Can’t Feel My Face sono davvero belli, meno la celeberrima Earned It (che faceva parte della colonna sonora del film tratto dalle “cinquanta sfumature di grigio”, che non commenterò per carità di patria). Sono intriganti anche i pezzi più romantici, come Acquainted e Real Life. In conclusione, se avessimo di fronte un LP da 50 minuti (e non 65) parleremmo di CD dell’anno o cose simili; purtroppo, alcuni pezzi non perfetti rovinano il quadro generale. Perdoniamo però The Weeknd, che con una voce del genere può permettersi anche qualche passo falso.

27) Hot Chip, “Why Make Sense?”

(ROCK – ELETTRONICA)

Gli Hot Chip sono giunti al sesto lavoro di inediti, ma il passare del tempo non sembra influire troppo sulla loro peculiare qualità di scrivere canzoni gradevoli, ballabili e senza impegno, contemporaneamente però trattando temi non semplici come la sensazione che la propria gioventù sia passata e i rapporti interpersonali, in ogni loro sfumatura. Tutta questa introduzione vuol significare che “Why Make Sense?” è un disco finalmente adulto; pur non raggiungendo la bellezza di “One Life Stand” (2010), non intacca la qualità media della produzione della band inglese. Una volta gli Hot Chip erano in un certo senso sottovalutati: considerati gli LCD Soundsystem in salsa british, hanno dimostrato di poter competere per la palma di “più importante band dance/funk del decennio” senza problemi. In “Why Make Sense?” troviamo brani efficaci come Huarache Lights, Cry For You (bello il finale à la Caribou) e Easy To Get; meno belle le ballate, come White Wine And Fried Chicken e in generale la parte centrale del CD. Il miglior pezzo è però la title track, che richiama decisamente i R.E.M. di “Monster”: segno forse che una svolta è in atto nel sound del gruppo? Il risultato è dunque apprezzabile: se consideriamo che è solamente il quarto LP più riuscito degli Hot Chip, si comprende che l’asticella è posta ad un livello davvero alto.

26) Destroyer, “Poison Season”

(ROCK – POP)

“Poison Season” è il decimo album di inediti della band canadese Destroyer, il primo dopo il bellissimo “Kaputt!” (2011). L’EP del 2013, “Five Spanish Songs”, era stata una piacevole parentesi “latina” nella produzione dei Destroyer, che però con “Poison Season” tornano sul sentiero tracciato nella loro ormai ventennale carriera. Questo CD non passerà alla storia come il loro più bel lavoro, ma di certo non abbassa il livello medio della loro produzione: Dream Lover è un capolavoro indie, mentre Forces From Above è più barocca, ma non meno efficace. Tuttavia, è la romanticissima The River la vera perla dell’album. Si nota un progressivo allentarsi del ritmo e della tensione in “Poison Season”, quasi che Bejar & co. cerchino il raccoglimento dell’ascoltatore prima della bella conclusione di Times Square, Poison Season II. In conclusione, se a tratti l’LP può apparire pesante e fin troppo sofisticato, è anche vero che di band che arrivano al loro decimo CD nelle brillanti condizioni dei Destroyer ne esistono (e ne sono esistite) pochissime.

25) Libertines, “Anthems For Doomed Youth”

(ROCK)

Un nuovo album dei Libertines era altamente improbabile anche solo da concepire un anno fa: Pete Doherty sembrava ormai definitivamente perso, tra problemi di droga e sentimentali; Carl Barât aveva intrapreso una (non esaltante) nuova avventura con i Dirty Pretty Things. Insomma, dopo soli due album di inediti la carriera del gruppo inglese sembrava già finita. Poi, all’improvviso, l’incredibile notizia: Libertines pronti alla reunion, con nuovo CD annesso. In generale, possiamo dire che “Anthems For Doomed Youth” non raggiunge i livelli dell’esordio della band, quell’”Up The Bracket” (2002) che ha contribuito a formare molti gruppi indie rock successivi. E’ però sicuramente migliore di “The Libertines” del 2004 e di gran parte del lavoro di Barât con i Dirty Pretty Things e del Doherty frontman dei Babyshambles. Quindi, in sintesi, davvero niente male: pezzi come Barbarians e Gunga Din, se fossero stati scritti nell’epoca pre-Strokes, avrebbero fatto gridare al miracolo. La stessa title track non è male, così come la conclusiva Dead For Love (evidente il richiamo alle vicissitudini occorse fra Doherty e Kate Moss). “Anthems For Doomed Youth” regala quindi un buon LP ai fan del britpop e del rock più sbarazzino, due dei generi dove Doherty e Barât eccellono. E conferma che, se la sua produzione non fosse stata fermata dai continui periodi in rehab, Pete Doherty sarebbe uno dei più importanti cantanti della sua generazione.

24) Foals, “What Went Down”

(ROCK)

Il quarto lavoro di studio degli inglesi Foals, “What Went Down”, può essere catalogato come uno dei CD rock migliori del 2015. Considerati gli inizi underground, i Foals hanno fatto decisi passi avanti verso il rock da stadio (U2 e Coldplay sono maestri in questo): già dalla title track capiamo questo trend. La voce di Yannis Philippakis è più roca e tirata che mai, molto di più per esempio che nel precedente LP “Holy Fire” (2013). Certo, la band inglese non inventa nulla: i riferimenti a Cure, Arctic Monkeys e in genere l’indie dei primi anni 2000 è innegabile. Il CD resta comunque molto piacevole, sapendo mescolare sapientemente i generi musicali coinvolti nel mix “foalsiano”. In generale possiamo affermare senza tema di smentita che “What Went Down” è il lavoro più qualitativamente equilibrato nella produzione dei Foals, peraltro quasi sempre non disprezzabile: dal pop di Birch Tree al rock di What Went Down, già citata, tutto gira a meraviglia. Uno dei più intriganti CD britannici dell’anno: e considerando che il 2015 contava artisti UK del calibro di Jamie xx, Florence And The Machine e Mumford And Sons (rispettivamente: magnifico il lavoro di Jamie, buono quello di Florence, pessimo quello dei Mumford And Sons) non era così scontato.

23) Wilco, “Star Wars”

(ROCK)

Giunti al nono album di inediti, gli statunitensi Wilco si confermano ad alti livelli. Stiamo parlando di una delle band di alternative rock più significative degli ultimi vent’anni: “Yankee Hotel Foxtrot” del 2002 è uno degli album più importanti del decennio, oltre che una delle più strazianti testimonianze dello scoramento degli Stati Uniti post-11 settembre 2001. “Star Wars” si afferma come un lavoro abbastanza sperimentale, ma contemporaneamente in grado di non scontentare i fans più tradizionalisti della band. Le prime due tracce, la breve EKG e More…, sono molto beatlesiane, mentre la seguente Random Name Generator è molto più nel tradizionale solco tracciato da Jeff Tweedy & co. negli ultimi anni. Un po’ R.E.M. (come in The Jock Explained), un po’ Grizzly Bear (nella bella You Satellite), i Wilco riescono a stare sempre sul pezzo, pur con un album che non supera i 40 minuti di lunghezza. E con già otto album alle spalle non era una missione così scontata. PS: “Star Wars” è stato distribuito gratuitamente sul sito ufficiale del gruppo. Perché gli U2 non prendono nota e, la prossima volta, non fanno anche loro così invece di obbligare i clienti Apple a possedere il loro CD? Un po’ di umiltà non fa male.

22) Tobias Jesso Jr, “Goon”

(POP)

Può un album incentrato esclusivamente sul pianoforte e sulla voce del cantante (l’esordiente canadese Tobias Jesso Jr) essere in grado di tenere concentrato l’ascoltatore per tutti i suoi 46 minuti di durata? Beh, evidentemente sì. Jesso Jr, malgrado sia al primo lavoro da solista, riesce a catturare anche i non amanti della musica pop romantica, con pezzi come Can’t Stop Thinking About You (molto classica, non a caso posta come apertura del CD) e Without You (più complessa, anche come orchestrazione). Come si capisce dai titoli dei brani, il tema principale è l’amore, ma Tobias lo racconta con grazia, senza essere obbligatoriamente strappalacrime. Ovviamente il primo riferimento a cui si guarda ascoltando “Goon” è Elton John, ma anche artisti meno celebri rientrano nel novero delle influenze di Jesso Jr. Nel mondo infatti vi sono pianisti stimati come Lang-Lang o il nostro Ludovico Einaudi, ma indubbiamente avere voci fresche come Tobias Jesso Jr aiuta a mantenere la passione per una parte della scena musicale magari ricercata e di nicchia, ma che sa regalare perle come “Goon”. Una delle maggiori promesse del pop mondiale: questo è Tobias Jesso Jr.

21) Natalie Prass, “Natalie Prass”

(POP)

L’esordio della cantautrice americana Natalie Prass richiama fortemente le atmosfere pop e jazz anni ’60, ma cerca di rinnovarle e attualizzarle al XXI secolo. Un’operazione tentata molte volte, ma la giovane Prass raggiunge vette notevoli: la iniziale My Baby Don’t Understand Me è più vellutata, mentre la seguente Bird Of Prey è più mossa e con la batteria più in evidenza. In generale, le nove canzoni del CD riescono nel loro intento primario: intrattenere e rilassare. Poi è ovvio: non si può parlare di capolavoro. Di certo però “Natalie Prass” è uno dei tanti ottimi esordi che hanno fatto scrivere a molti esperti che il 2015 può cambiare radicalmente il panorama musicale, risultato che il 2014 aveva clamorosamente fallito, caratterizzandosi anzi, come già accennato, per una qualità media piuttosto scialba. Peccato per la breve durata del lavoro (circa 38 minuti), altrimenti la posizione in classifica sarebbe stata anche migliore.

20) FFS, “FFS”

(ROCK – POP)

Non chiamatelo supergruppo (così hanno chiesto più volte i membri degli FFS)! La band nasce dall’unione degli Sparks (nati negli anni ’70 a Los Angeles e autori del fondamentale “Kimono My House” nel 1974, che fondeva benissimo art rock e glam) e i Franz Ferdinand (band scozzese celebre per l’eponimo fulminante esordio, datato 2004, uno dei manifesti dell’indie rock dei primi anni 2000). Insomma, non un incontro fra uguali: gli uni apparentemente pronti per la pensione, gli altri magari non al top della condizione, ma sempre sulla cresta dell’onda. “FFS” riesce però a non sembrare finto o artefatto: pezzi come Police Encounters, Piss Off e Johnny Delusional non rimangono indifferenti agli amanti dell’indie rock. I 12 pezzi di “FFS” riescono abilmente a intrattenere il pubblico, che può trovare pezzi scanzonati come barocchi o addirittura suite lunghe più di 6 minuti (la ironica Collaborations Don’t Work). Non un capolavoro, ma certamente oltre le più rosee aspettative. L’esperimento si riproporrà in futuro? Staremo a vedere, ma se il livello replicherà quello di “FFS” ne vedremo delle belle.

19) Viet Cong, “Viet Cong”

(PUNK)

Questo disco nasce nella tragedia: infatti i Viet Cong sono solo apparentemente una band post-punk canadese al loro primo lavoro. Essi infatti hanno origine dagli Women, ma non comprendono il chitarrista Christopher Reimer, morto nel 2012. I rimanenti membri dei Viet Cong hanno quindi già alle spalle una solida esperienza, ma questo album si staglia come il loro migliore lavoro: suoni distorti, pezzi lunghi e profondamente evocativi (l’ultima Death dura addirittura 11 minuti!) e chitarre potentissime, il tutto accompagnato da una batteria sempre sul pezzo. Su tutto si staglia la bellissima March Of Progress, miglior pezzo punk dell’anno e highlight dell’album. Insomma, un LP di ottima fattura, che malgrado la breve durata (soli 37 minuti) è in grado di compendiare tutta la drammaticità e la disperazione di quattro uomini che hanno perso non solo un compagno di band, ma anche un caro amico.

18) Joanna Newsom, “Divers”

(POP – FOLK)

La bella Joanna è giunta al quarto album, ma lo smalto è rimasto quello dei tempi migliori. In “Divers” la cantante (e arpista) americana ricorda le atmosfere del Barocco e del Rococò: melodie sofisticate, strumentazione abbondante e tonalità della voce che varia da canzone a canzone, a seconda del mood richiesto. Vi sono infatti pezzi più intimisti come Sapokanikan e la title track; altri più ritmati, come la bella Leaving The City. Ottima inoltre la chiusura del CD, con sia A Pin-Light Bent sia Time, As A Symptom che colpiscono l’ascoltatore. Peccato per alcuni pezzi leggermente fuori fuoco, come The Things I Say e You Will Not Take My Heart Alive, altrimenti la posizione finale sarebbe stata ancora migliore. In conclusione, rispetto alla maratona espressa con “Have One On Me” del 2010 (tre CD, oltre due ore di durata totale!), “Divers” si mostra più “modesto”, ma non per questo meno efficace. Un altro prezioso tassello alla già ottima carriera di Joanna Newsom è stato dunque aggiunto grazie a “Divers”. Menzione finale per la copertina, davvero magnifica: senza dubbio fra le migliori create nel 2015.

17) Beach House, “Depression Cherry” / “Thank Your Lucky Stars”

(POP)

I Beach House hanno fatto le cose in grande quest’anno: non uno, ma addirittura due album pubblicati in meno di due mesi! La cosa più interessante è che entrambi meritano applausi. Partiamo dall’analisi del primo in ordine temporale, ovvero “Depression Cherry”. Giunti alla quinta fatica di studio, il duo statunitense ritorna a un suono più etereo rispetto ai due magnifici album che precedono “Depression Cherry”, vale a dire “Teen Dream” (2010) e “Bloom” (2012). Se il CD può essere considerato una sorta di ritorno alle origini per Legrand e Scally, bisogna ammettere che la qualità è leggermente inferiore a “Teen Dream” e “Bloom”. L’ottima Sparks richiama lo shoegazing appena accennato di 10 Mile Stereo del 2010, mentre altre canzoni (su tutte l’introduttiva Levitation e 10:37) riecheggiano le atmosfere di “Devotion”(2008), secondo LP della band. In generale, “Depression Cherry” colpisce positivamente per la coesione sonora e ritmica, ma manca dei colpi di genio a cui i Beach House ci avevano abituato. Per quanto riguarda “Thank Your Lucky Stars”, possiamo dire che si mantiene su ottimi livelli, superando nel complesso il predecessore per coesione e qualità delle melodie (esemplari le belle Majorette e Elegy To The Void), anche se resta il tono tremendamente malinconico di “Depression Cherry”. In conclusione, un anno davvero ottimo per il dream pop, che con Beach House e Deerhunter ha ritrovato alcuni dei suoi maggiori esponenti in buone condizioni. Un ultimo appunto sui nostri beneamati Beach House: non sarebbe stato meglio fare una sintesi fra le due sessions di registrazione e pubblicare un solo CD di, per esempio, 11-12 canzone invece che due da 9? Allora sì che il lavoro sarebbe facilmente entrato nella top 10 dei migliori LP del 2015… Ma del resto, quando un gruppo come i Beach House omaggia i suoi fans con ben due raccolte di inediti in un anno, dobbiamo anche protestare?

16) Björk, “Vulnicura”

(POP – SPERIMENTALE)

Ottavo album di studio per la celebre cantante finlandese Björk: chi pensasse che la parabola discendente sia ormai iniziata si sbaglia di grosso. Alle soglie dei cinquant’anni, Björk al contrario con “Vulnicura” ritorna, se non ai fasti dei suoi primi album “Debut” (1993) e “Post” (1995), certamente a “Vespertine” (2001), cosa non scontata. Il lavoro è una sorta di concept album riguardo la separazione della cantante dall’ex marito Matthew Barney e le sue conseguenze sull’animo di Björk. La doppietta iniziale di canzoni, formata da Stonemilker e Lionsong, a metà fra Massive Attack e musica sinfonica, è bellissima; anche il resto del CD però non si fa disprezzare, con la lunghissima Black Lake (ben 10 minuti) a fare da nucleo dell’intero LP. In generale, le 9 tracce di “Vulnicura” rappresentano un ritorno allo sperimentalismo new wave che ha fatto la fortuna della cantante finlandese e un netto passo avanti rispetto al penultimo “Biophilia” (2011): inatteso no, ma certo non pronosticabile.

15) Neon Indian, “VEGA INTL. Night School”

(ELETTRONICA)

Dopo 4 anni di assenza dalle scene, i Neon Indian di Alan Palomo tornano finalmente sulla scena con “VEGA INTL. Night School”. Se i due precedenti lavori, “Psychic Chasms” del 2009 e “Era Extraña” del 2011, avevano contribuito ad accendere i riflettori sul giovane compositore messicano, con il nuovo LP Palomo compie un deciso passo avanti. Il percorso chillwave ed elettronico continua, ma accanto a questi due generi troviamo abbondanti tracce di funk, dance e musica anni ’80. I risultati sono discontinui, ma complessivamente davvero notevoli: colpiscono in particolare la trascinante Slumlord, Techno Clique e la quasi reggae Annie, ma anche C’Est La Vie (Say The Casualties!) non è per niente male. I Neon Indian non sono mai stati così ambiziosi: lo si nota dalla complessità di alcune composizioni e dal fluire continuo dei beat, che non lasciano mai sazio l’ascoltatore. Ciò dimostra che l’eredità di Prince, Stevie Wonder e James Brown non è andata perduta. Diciamo che, se ci sarà un quarto CD dei Tame Impala sul solco tracciato da “Currents”, probabilmente esso suonerà molto simile a “VEGA INTL. Night School”: ed è un grosso complimento per Palomo & co.

 14) Father John Misty, “I Love You, Honeybear”

(ROCK)

Uscire da una band al culmine del successo può segnare la fine prematura di una promettente carriera. Per Josh Tillman, ex percussionista della band americana Fleet Foxes, ciò al contrario ha rappresentato un nuovo inizio: al secondo album da solista sotto il nome di Father John Misty, Tillman scrive una grande pagina del rock degli ultimi anni. Se nelle liriche egli spesso analizza i problemi (piccoli e grandi) della classe media, come avere un bambino e i problemi che comporta oppure i rapporti con la moglie (esemplari la title track e Ideal Husband), è nelle parti più ironiche che Tillman dà il meglio di sé. Titoli come Bored In The USA o The Night Josh Tillman Came To Our Apartment sono di facile interpretazione. Musicalmente parlando, “I Love You, Honeybear” si distanzia molto dai due album dei Fleet Foxes: il rock predomina, ma un tocco di elettronica viene aggiunto qua e là (ottima True Affection). In conclusione, un ottimo CD, che testimonia come Tillman avesse ragione a sentirsi sminuito ad essere “solo” il batterista dei Fleet Foxes: egli è ad ora uno dei migliori cantautori americani.

13) FKA Twigs, “M3LL155X”

(TRIP HOP – ELETTRONICA)

Dopo il fortunato esordio dello scorso anno, la promettente cantautrice inglese Tahliah Debrett Barnett, meglio nota come FKA Twigs, torna con un agile EP: il titolo suona incomprensibile, ma va interpretato come “Melissa”, a sentire Barnett. “LP1”, l’esordio su CD di Twigs, aveva colpito l’anno passato per la sua abilità nel resuscitare un genere apparentemente morto e sepolto come il trip-hop. Questo genere aveva avuto cultori del livello di Morcheeba, Gorillaz e Massive Attack; era però da anni che non si sentiva un uno-due così efficace come quello di FKA Twigs. Le cinque canzoni di “M3LL155X” colpiscono per coerenza e coesione, rendendo il tutto godibile e molto intrigante: brani come Figure 8 e In Time sono davvero affascinanti, così come la oscura Glass & Patron, quasi techno in certi tratti. Tahliah Debrett Barnett dimostra ancora una volta il suo sconfinato talento e ci fa bramare di sapere verso quali lidi si dirigerà con il suo prossimo album vero e proprio. Attendiamo fiduciosi.

12) Blur, “The Magic Whip”

(ROCK)

Primo album di canzoni inedite in 13 anni, primo nella formazione originale addirittura in 20: il rischio di imbattersi in un album fatto solo per vendere copie ai nostalgici del britpop inglese anni ’90 era altissimo. I Blur d’altro canto ci avevano abituato fin troppo bene, così come il Damon Albarn solista e con i Gorillaz (altra sua fortunata creatura). Fortunatamente, i nostri timori sono stati presto fugati: dalla bellissima Lonesome Street alla delicata My Terracotta Heart, dall’acid rock di Go Out all’elettronica di Thought I Was A Spaceman, “The Magic Whip” risulta essere una delizia pop, per ascoltatori giovani e meno giovani. Non mancano aperture al prog rock (nella conclusiva Mirrorball) e richiami “gorillaziani” (Ghost Ship e Ice Cream Man), ma la vera meraviglia arriva con There Are Too Many Of Us: Albarn & co. affrontano il problema del sovrappopolamento con una marcetta trascinante. La battaglia delle band è definitivamente vinta a scapito degli arcirivali Oasis. Bentornati, Blur.

11) D’Angelo & The Vanguard, “Black Messiah”

(SOUL – R&B)

D’Angelo ha impiegato 14 anni a comporre un nuovo album di studio (il pluripremiato “Voodoo” risale infatti al 2001). Solo pigrizia oppure cura maniacale? Senza dubbio la seconda, ma non va dimenticato che il cantautore soul statunitense ha anche avuto gravi problemi di droga e alcol durante questo periodo di inattività. D’Angelo torna così alla ribalta con “Black Messiah”: 12 brani che spaziano dal rock al funk al soul, un concentrato della musica nera degli ultimi 30 anni. La qualità delle canzoni è generalmente molto alta: Ain’t That Easy ricorda Frank Ocean, mentre la marcia di 1000 Deaths è trascinante anche grazie alla perfetta fusione tra chitarra e basso. La parte centrale dell’album si focalizza più sul pop e l’intimità delle melodie: Sugah Daddy e Really Love sono le migliori. Da aggiungere il brano dedicato al grande Desmond Tutu Till It’s Done (Tutu) e il richiamo di “Ritorno Al Futuro” con le due parti di Back To The Future. Assieme a “To Pimp A Butterfly”, “Black Messiah” è il miglior album soul dell’anno. Piccola nota a margine: è vero, questo LP è uscito a fine 2014, ma sembrava un peccato non includerlo in nessuna lista dei migliori album (troppo tardi per il 2014, troppo presto per il 2015). Fidatevi: merita più di un ascolto.

10) Panda Bear, “Panda Bear Meets The Grim Reaper”

(ELETTRONICA)

Al quinto album solista, Noah Lennox (in arte Panda Bear) è intimista come non mai: “Panda Bear Meets The Grim Reaper” rappresenta un altro step di una carriera davvero fantastica, sia solista che facendo parte degli Animal Collective, di cui è fondatore e leader. Accanto a canzoni più tradizionali come Mr Noah e Crossroads (molti i richiami ad artisti elettronici contemporanei come i Daft Punk, ma anche agli anni ’80) ne troviamo infatti altre più raccolte come Tropic Of Cancer (dedicata al padre morto per cancro) e Lonely Wanderer, che sembra richiamare la sua condizione di “girovago solitario”. Stupisce questa apertura in un uomo di solito molto geloso della sua privacy come Lennox: era dai tempi della seconda parte di “Feels” (2005) e da Brother Sport in “Merriweather Post Pavilion” (2009), entrambi peraltro album degli Animal Collective, che non si notava tale sua caratteristica. Tanto di cappello a Panda Bear dunque: ce ne fossero di artisti coraggiosi come lui nel panorama musicale contemporaneo…

9) Courtney Barnett, “Sometimes I Sit And Think, And Sometimes I Just Sit”

(ROCK)

Il titolo sembra anticipare un album prolisso e pretenzioso; beh, nessuna impressione può essere più sbagliata. Courtney Barnett si candida a esordiente indie rock del decennio: la giovane cantante australiana ritorna a inizio XXI secolo, età dell’oro dell’indie, quando nacquero band come Strokes e Franz Ferdinand. Le prime due canzoni Elevator Operator e Pedestrian At Best sono manifesti delle intenzioni della Barnett; Small Poppies addirittura ricorda i Led Zeppelin. Il suo suono riesce però a contaminarsi anche con White Stripes e il pop à la Robbie Williams, ottenendo risultati spesso straordinari: la conclusiva Boxing Day Blues ne è un valido esempio. L’immediatezza di “Sometimes I Sit And Think…” è paragonabile a “Vampire Weekend” e “Teen Dream” (tanto per citare due band come Vampire Weekend e Beach House che di immediatezza se ne intendono). Chiaramente il CD di per sé non sarà un capolavoro di sperimentalismo o arditezza stilistica, ma la musica deve anche essere svago, giusto? Quindi: benvenuta Courtney e grazie per aver riaperto (anche se per poco più di 35 minuti) l’armadio dei nostri ricordi, quando sembrava che l’indie dovesse soppiantare il mainstream.

8) Sleater-Kinney, “No Cities To Love”

(PUNK)

Dunque: qua parliamo di uno dei più sorprendenti ritorni sulla scena musicale degli ultimi anni. Le Sleater-Kinney sono state negli anni ’90 una delle band-simbolo del movimento punk femminile americano (non a caso chiamato “riot grrl”), assieme alle Hole di Courtney Love. Dopo aver sfornato sei ottimi CD, nel 2006 si erano sciolte, dedicandosi a progetti solisti. Nove anni dopo, l’evento: la reunion. E i risultati sono ancora una volta ottimi: le tre ex ragazze rivoltose si scoprono più mature, ma i cavalli di battaglia sono sempre i soliti, dalla critica al capitalismo sfrenato, alla discriminazione verso il sesso femminile, alla lotta alla povertà. Il punk delle origini non si è diluito, anzi: in poco più di 30 minuti le Sleater-Kinney sfornano dieci potenziali hit punk/rock, nessuna delle quali sfigura. Spiccano Price Tag, la title-track e A New Wave, una delle tracce dell’anno. Incredibile come i Cloud Nothings nel 2014 e quest’anno Viet Cong e Sleater-Kinney abbiano resuscitato un movimento (il punk) che sembrava oramai aver dato tutto. Insomma, un trionfo: come testimoniano Blur e Sleater-Kinney (ma anche i My Bloody Valentine nel 2013), le reunion a volte riescono ad aggiungere capitoli interessanti a carriere già leggendarie.

7) Grimes, “Art Angels”

(ELETTRONICA – POP)

Era uno dei dischi più attesi dell’anno. Claire Boucher, la cantante canadese meglio conosciuta come Grimes, nel 2012 aveva stupito tutti con “Visions”, suo terzo lavoro di studio ma primo ad avere un certo successo, superbo CD che mescolava elettronica e pop in maniera davvero unica. In “Art Angels” Grimes torna alla stessa formula già sperimentata in “Visions”, con minore inventiva ma superiore confidenza nei propri mezzi. I risultati sono ancora una volta ottimi: brani come la potente SCREAM, la title track e la ottima Venus (a cui ha collaborato Janelle Monáe) sono concepibili solo da un genio della musica moderna come Grimes, molto maturata anche vocalmente. La perla del CD è però World Princess Part II, uno dei migliori pezzi pop dell’anno. Album per certi versi folle, “Art Angels”, ma nondimeno accattivante e ben fatto: i pochi passi falsi (come California) sembrano confermare che la perfezione non è di questo mondo. Top 10 pienamente meritata per “Art Angels” e per Claire Boucher, una delle poche artiste per cui si possa dire: nessuno suona come lei.

6) Deerhunter, “Fading Frontier”

(ROCK – POP)

I Deerhunter non sono mai stati apprezzati per le canzoni allegre o il clima gioioso dei loro album. Anzi, molto spesso valeva il contrario: a partire dal secondo lavoro di studio “Cryptograms”(2007) fino a “Monomania” (2013), la loro cifra stilistica era sempre stato un indie rock venato di ambient music e pop, aggressivo e con testi riguardanti temi scottanti come morte, sessualità, guerra… “Fading Frontier” è perciò una gradita scoperta: un album che cresce ad ogni ascolto, accessibile e decisamente più commerciale rispetto ai citati lavori precedenti. Si ritorna dunque alle melodie dream pop di “Halcyon Digest” (2010), capolavoro del gruppo. Bradford Cox e Lockett Pundt, frontman e chitarrista dei Deerhunter, oltre che menti creative della band, danno sfogo alla loro vena più intimista e serena. I testi d’altra parte non sono banali nemmeno in “Fading Frontier”: in Take Care “copiano” un titolo ai Beach House, ma trattano di storie d’amore finite male; in All The Same narrano le disavventure di un uomo che perde moglie e figli, ma trasforma le proprie debolezze in forza per riemergere. Il brano migliore è però Breaker, primo pezzo con parte canora condivisa fra Cox e Pundt nella produzione dei Deerhunter, che riecheggia Beach House e Real Estate. Bella anche Living My Life, che sembra quasi ispirarsi a Bon Iver. Nessuno dei 9 piccoli gioielli che compongono questo LP può dirsi fuori posto: un altro tassello alla già ottima carriera dei Deerhunter è stato aggiunto. E l’eredità del gruppo americano inizia a farsi davvero ingombrante, con una qualità media tremendamente alta.

5) Kendrick Lamar, “To Pimp A Butterfly”

(HIP HOP)

Kendrick torna dopo il pluripremiato “Good Kid, M.A.A.D. City” (2012) e le aspettative sono più alte che mai: tornerà agli stessi, straordinari livelli? La risposta è: decisamente sì. Anzi, per certi versi “To Pimp A Butterfly” riesce in una missione che “Good Kid…” aveva tralasciato: ridare orgoglio alla comunità nera, colpita come abbiamo visto da tragici eventi negli Stati Uniti, soprattutto a causa degli scontri con le forze di polizia. Mentre infatti il secondo album solista narrava l’infanzia dell’autore, “To Pimp A Butterfly” denuncia le discriminazioni subite dagli afroamericani statunitensi (For Free, ma anche For Sale e How Much A Dollar Cost? sono chiari esempi). Musicalmente parlando, il CD allarga lo spettro musicale di Lamar, passando dal jazz (in For Free) ai ritmi della musica africana (Momma). Notevoli le collaborazioni con due mostri sacri del rap come Snoop Dogg (in Institutionalized) e Dr. Dre (in Wesley’s Theory). La bellissima King Kunta è probabilmente il miglior pezzo hip hop dell’anno. Infine, la parte finale della conclusiva MortalMan è davvero fantastica. Insomma, un trionfo lungo più di 78 minuti: un classico dell’hip hop moderno e un LP che può anche parlare ai non appassionati del genere (chi scrive ne è un esempio). Lamar può tranquillamente essere nominato “artista afroamericano dell’anno”.

4) Wolf Alice, “My Love Is Cool”

(ROCK)

L’esordio rock dell’anno. Al primo album di studio, gli inglesi Wolf Alice tirano fuori un album semplicemente splendido, che riesce a mescolare con grande abilità generi fra loro diversi (grunge, alternative rock e pop), grazie anche alle meravigliose voci di Ellie Rowsell e Joff Oddie, che un po’ giocano a fare gli xx e un po’ i My Bloody Valentine. Non vi sono brani sbagliati o fuori posto: anzi, il terzetto iniziale (Turn To Dust, Bros e Your Loves Whore) è probabilmente il migliore del 2015. Altri pezzi non trascurabili sono Lisbon e la conclusiva The Wonderwhy, che ricordano gli Interpol di “Turn On The Bright Lights”; invece Giant Peach gioca a fare gli Strokes. Non sarà il nuovo “Loveless” o “Kid A”, ma certamente “My Love Is Cool” resterà anche in futuro come uno dei migliori esordi degli anni ’10 del XXI secolo. Complimenti ai Wolf Alice, sperando che il loro non sia solamente un fuoco di paglia, ma l’inizio di una bella carriera: il talento sembra esserci.

3) Tame Impala, “Currents”

(ROCK)

Coraggio: ecco una delle parole chiave per descrivere la svolta dei Tame Impala. Dopo due album riusciti come “Innerspeaker” (2010) e “Lonerism” (2012), ci saremmo aspettati un inevitabile passo falso del quintetto australiano. Beh, mai impressione fu più sbagliata: la band “aussie” capitanata da Kevin Parker non finisce di stupire, pubblicando un CD davvero gradevole. “Currents” si distacca dalla psichedelia dei due precedenti lavori, virando decisamente verso una elettronica zuccherosa e tremendamente ammaliante. Eventually e Cause I’m A Man ne sono esempi notevoli (la prima inizia potente, poi diventa quasi Bee Gees; la seconda è una ballata davvero buona), ma il vero capolavoro è Let It Happen: 7 minuti piazzati ad inizio album (il rischio supponenza o arroganza era altissimo) a imitare i Daft Punk, con parte centrale quasi “tamarra” e voce di Parker quanto mai distorta. Clamorosa Past Life, con duetto fra Parker e una misteriosa seconda voce su base R&B: brano da urlo. Da non sottovalutare anche Yes, I’m Changing e Disciples, unico pezzo che ricorda il passato psichedelico del gruppo. Insomma, “Currents” segna una svolta fondamentale nella carriera dei Tame Impala, a questo punto uno dei maggiori gruppi rock contemporanei. Ma sorge spontanea una domanda: possiamo ridurre Parker & co. al rock? Direi proprio di no. “Currents” amplia notevolmente il loro range sonoro, passando per elettronica e funk. Chapeau ad una delle più significative band contemporanee.

2) Jamie xx, “In Colour”

(ELETTRONICA)

Ormai la musica elettronica rischia di diventare un genere troppo inflazionato: questo sembra infatti essere il trend della musica contemporanea. Daft Punk, Burial, Caribou, Aphex Twin: tutti devono per forza suonare come uno di questi capisaldi della EDM (Electronic Dance Music), i più sostengono. Ebbene, non è così: l’esordio solista di Jamie Smith (in arte Jamie xx), batterista degli osannati xx, colpisce per la freschezza del suono. Si va dal post dubstep di Gosh al pop molto à la xx di Stranger In A Room (cantata non a caso dal collega di gruppo Oliver Sim), ma le perle sono prevalentemente club music: la tesissima Hold Tight e la bella The Rest Is Noise colpiscono l’ascoltatore. Tuttavia, i veri capolavori sono Loud Places e SeeSaw, con Romy Madley-Croft (l’altra componente degli xx) a condurre le danze: due brani pop/elettronici raffinati e affascinanti, tra i più riusciti dell’anno. “In Colour” è semplicemente uno dei migliori CD di musica elettronica del decennio, capace di suonare innovativo pur in un genere molto “frequentato” come la EDM: ecco il grande pregio di Jamie xx.

1) Sufjan Stevens, “Carrie & Lowell”

(FOLK)

Sufjan Stevens non è mai stato un artista facile: fin dagli esordi si era prefisso obiettivi ambiziosi e allo stesso tempo complessi (raccontare gli Stati americani, reinventare le canzoni della tradizione natalizia made in USA…), ma con “Carrie & Lowell” la missione è di quelle apparentemente impossibili: narrare il lutto per la morte della madre senza apparire patetico o, peggio, uno sciacallo pronto a sfruttare un lutto per ragioni puramente economiche. Beh, Sufjan riesce straordinariamente bene a superare anche questa missione: canzoni come Should Have Known Better, Death With Dignity e la meravigliosa Fourth Of July sono fra le migliori mai composte in carriera, con liriche davvero commoventi. In generale, quello che musicalmente rimane impresso di “Carrie & Lowell” è la straordinaria coesione e la perfezione stilistica, che lo rendono il migliore album pop del decennio. Inoltre, finalmente Stevens non si dilunga eccessivamente nella durata e nel numero delle canzoni presenti, riducendo il CD a 12 canzoni invece che le solite 18-19. Una vera perla, insomma, che rende magici i 45 minuti scarsi di durata di “Carrie & Lowell”. Il premio di miglior CD del 2015 non poteva essere più meritato.

Non esitate a commentare per eventuali suggerimenti o, ovviamente, critiche alla mia selezione! Spero che i 40 album menzionati sappiano intrattenervi, commuovervi e farvi ballare: auguriamoci che il 2016 sia così ricco di bei CD come il 2015. A presto, cari lettori di A-Rock!