Gli album più attesi del 2021

Archiviato il 2020, A-Rock è già all’opera per il nuovo anno: quali sono gli album più attesi del 2021?

Se l’anno passato avevamo indicato come CD più intriganti quelli di Tame Impala e The 1975 (e a ragione, visto che entrambi sono entrati nella top 10 dei 50 album migliori del 2020), nel 2021 i lavori a cui guardiamo con maggiore interesse sono rispettivamente quelli di Kendrick Lamar e Lana Del Rey. K-Dot è ormai entrato nella storia dell’hip hop con album come “good kid, m.A.A.d city” (2012) e “To Pimp A Butterfly” (2015), senza scordarsi di “DAMN.” (2017); il suo quinto album vero e proprio di inediti segnerà un altro passaggio cruciale nell’affermazione del rap come genere imperante nelle classifiche e nella società? Un discorso simile vale per Lana: il precedente “Norman Fucking Rockwell!” è stato l’album del 2019 per A-Rock e molte altre pubblicazioni, oltre che un grande successo commerciale; riuscirà il suo erede, dal titolo “Chemtrails Over The Country Club”, a mantenere tutte le attese riposte in lei da parte di pubblico e critica?

Passando al rock, abbiamo anche in questo caso artisti attesi al varco: gli Arcade Fire, ad esempio, vengono dal loro lavoro più debole, “Everything Now” (2017), un riscatto è necessario per una delle migliori band del XXI secolo. Invece i The War On Drugs devono proseguire sul percorso di crescita intrapreso con “Lost In The Dream” (2014) e “A Deeper Understanding” (2017); un discorso simile vale per Iceage e Parquet Courts, che hanno pubblicato con i loro ultimi LP “Beyondless” e “Wide Awake!” (entrambi del 2018) due lavori variegati e che aprivano strade interessanti al loro punk-rock. Due giovani voci che A-Rock ha già analizzato in passato e inserito nelle liste di fine anno sono Julien Baker e shame: se la prima è attesa al varco dopo “Turn Out The Lights” (2017), il gruppo punk inglese dopo il fulminante esordio “Songs Of Praise” (2018) dovrà confermarsi. Un doveroso rimando poi va ai nuovi (o meglio dire “vecchi”) Red Hot Chili Peppers, che hanno riaccolto John Frusciante: vedremo se l’ispirazione è tornata quella dei tempi migliori. Infine menzioniamo Queens Of The Stone Age e Phoenix, che forse hanno dato il meglio, ma sono comunque nomi importanti nello scenario rock.

Il mondo del pop, dal canto suo, pare che vivrà un 2021 tumultuoso: se già abbiamo citato il nuovo disco di Lana Del Rey, come dimenticarsi che sia Lorde che Adele che Billie Eilish, forse anche Rihanna, potrebbero pubblicare i seguiti a CD che spesso avevano segnato la loro definitiva affermazione anche fra i critici di professione (soprattutto Lorde e RiRi)? Billie, dal canto suo, deve dare un seguito al clamoroso “WHEN WE ALL FALL ASLEEP, WHERE DO WE GO?” (2019); che aveva travolto il mondo della musica due anni fa. Invece il nuovo LP di Adele segue di ormai sei anni “25” (2015): un erede è davvero necessario. Discorso diverso per St. Vincent: Annie Clark è una delle figure più interessanti a cavallo fra pop e rock, specialmente dopo “MASSEDUCTION” (2017), vedremo l’ispirazione dove la porterà.

Il lato hip hop della musica vivrà un 2021 davvero pieno di uscite importanti. Se abbiamo già anticipato che Kendrick Lamar è il più atteso assieme a Lana Del Rey da A-Rock, non dimentichiamoci che il 2021 è l’anno in cui verrà pubblicato, come già anticipato da Drake stesso, “Certified Lover Boy”, il seguito del controverso “Scorpion” (2018): dopo un 2020 che lo ha visto dare alla luce il mixtape “Dark Lane Demo Tapes”, discreto ma nulla più, il canadese deve dimostrare che il successo commerciale può essere accompagnato dal rispetto della critica. Discorso diverso per Danny Brown, che via social ha dichiarato che quest’anno arriverà “XXXX”, seguito del CD che lo ha fatto conoscere al mondo, “XXX” del 2011. Il suo stile, pazzoide ma creativo, sarà un toccasana per la scena hip hop. Il giovane rapper inglese slowthai invece seguirà il grande esordio “Nothing Great About Britain” (2019) con “TYRON”: manterrà le aspettative? Come non menzionare Travis Scott poi, uno dei nomi più trendy degli ultimi anni, atteso con “Utopia”? Chiudiamo la rassegna con il caldissimo Denzel Curry, che nel 2020 ha pubblicato due brevi ma piacevoli lavori e pare pronto a dare alla luce “Melt My Eyez, See Your Future”, e Vince Staples, reduce da un 2020 piuttosto opaco e caratterizzato da singoli molto deboli: speriamo possa recuperare la forma migliore nell’anno nuovo.

Per finire, abbiamo degli album ormai mitici, almeno nell’immaginario collettivo, probabilmente destinati a vedere la luce prima o poi… ma chissà quando! Per esempio, “Masochism” di Sky Ferreira è dibattuto ormai da anni, con la stessa Sky che pareva pronta nel 2019 a pubblicarlo ma poi era stata fermata dalla pandemia e dalla decisione di non farlo fino alla cacciata di Donald Trump dalla Casa Bianca. Chissà quindi che il 2021 non sia l’anno buono. Stendiamo un velo pietoso poi su “Dear Tommy”, il fantomatico seguito di “Kill For Love” dei Chromatics (che nel frattempo hanno pubblicato altri CD peraltro).

Se quindi il 2020 è stato un anno interessante, almeno per il mondo della musica, chissà il 2021 cosa ci riserverà! A-Rock proverà come sempre, al meglio delle sue possibilità, a darvi una copertura ampia e variegata!

Gli album più attesi del 2020

L’anno, anzi la decade, sta per finire. Tuttavia, ad A-Rock guardiamo sempre al futuro e siamo pronti per un 2020 stellare. Andiamo a vedere insieme i CD più attesi da critica e pubblico: il nuovo anno si preannuncia ricco di ritorni attesissimi.

Peraltro, la tendenza a vedere nei primi anni della decade uno spartiacque viene suffragata da tre dati: “Nevermind” dei Nirvana, “Kid A” dei Radiohead e “My Beautiful Dark Twisted Fantasy” di Kanye West sono stati incisi rispettivamente nel 1991, 2000 e 2010. Nessuno può negare l’influenza che questi classici hanno avuto sugli anni successivi, pertanto prepariamoci ai fuochi d’artificio.

Se nel gennaio 2019 avevamo eletto come artista più atteso i Vampire Weekend, ben ripagati dal pregevole “Father Of The Bride”, nel 2020 abbiamo due gruppi pronti a dare una svolta alla loro già prospera carriera: The 1975 e Tame Impala. In realtà entrambi avevano promesso di far uscire gli eredi di “A Brief Inquiry Into Online Relationships” (2018) e “Currents” (2015) nell’anno che sta per finire, ma entrambi vedranno la luce solamente nel 2020. Se da un lato, con i The 1975, abbiamo probabilmente la band rock di maggior successo fra i giovani, i Tame Impala hanno rivoluzionato il concetto stesso di psichedelia. Inutile dire che da “Notes On A Conditional Form” (dei britannici The 1975) e “The Slow Rush” (degli australiani Tame Impala) ci aspettiamo molto.

Se concentriamo la nostra attenzione sul mondo rock, notiamo che oltre The 1975 e Tame Impala, abbiamo altri beneamati artisti pronti a pubblicare nuovi dischi. Ad esempio, Dan Bejar aka Destroyer ha già annunciato che il nuovo lavoro del progetto, “Have We Met”, vedrà la luce il 31 gennaio. Anche gli IDLES, gruppo punk inglese osannato Oltremanica, pubblicherà il seguito di “Joy As An Act Of Resistance” (2017), intitolato provvisoriamente “Toneland”, l’anno prossimo. Vi sono poi tre gruppi ormai veterani dell’indie rock, ovvero Phoenix, Spoon e Real Estate, che dovranno confermare i precedenti lodevoli CD per restare sulla cresta dell’onda. Il mondo pop-punk (con venature emo) è poi giustamente in fermento per i ritorno di due fra le band più amate del movimento: i Green Day e i My Chemical Romance. Specialmente per i secondi, riunitisi dopo 7 anni, l’attesa è fortissima. Chiudiamo poi con due nomi conosciutissimi: The Killers e Red Hot Chili Peppers. Di loro non si hanno notizie certe, nondimeno gustare il seguito di “Wonderful Wonderful” e il nuovo LP dei RHCP con John Frusciante di nuovo nel gruppo varrebbe davvero tantissimo.

È tuttavia il mondo del pop a destare maggior curiosità: attesi al varco abbiamo pezzi da 90 del calibro di Frank Ocean, The Weeknd e Rihanna. Stiamo parlando di tre fra i più celebri artisti dei nostri anni, che vengono dai migliori lavori della carriera (RiRi e Frank) oppure da anni bui creativamente parlando (il canadese Abel Tesfaye). Ma non finisce qui: pare che anche Lady Gaga sia pronta a pubblicare il seguito di “Joanne” (2016), annunciato già nel 2019 ma poi posticipato per gli impegni cinematografici della Nostra.

Passando all’hip hop, ormai il genere dominante nelle classifiche di mezzo mondo, i nomi da tenere d’occhio sono due: Drake e Kendrick Lamar. Parliamo di due veri pesi massimi del panorama musicale contemporaneo: se il primo ha saziato i fans nel 2019 con la raccolta “Care Package”, è lecito aspettarsi il seguito del deludente “Scorpion” nel 2020? Pare di sì. Il contrario vale per K-Dot: dopo tre album clamorosi e il premio Pulitzer (!), saprà tenere testa a critica e pubblico con un altro lavoro altrettanto riuscito? Da non sottovalutare poi Travis Scott: il giovane rapper, reduce dallo strepitoso successo di “ASTROWORLD”, saprà creare un altro blockbuster di quel livello? Menzione infine per i Run The Jewels: il quarto capitolo della loro discografia, annunciato per il 2019, non ha ancora visto la luce. Ok, seguire “RTJ3” (2016) non è semplice, però anche illudere così i propri fans non è comportamento trasparente!

L’elettronica ha vissuto nel 2019 un anno interlocutorio: il 2020 però pare destinato a vedere il ritorno di artisti del calibro di The Avalanches, Caribou e Grimes. Soprattutto quest’ultima è davvero attesa al varco: dopo il buon successo di “Art Angels” (2015) e la sfilza di singoli pubblicati nel corso del 2019, cosa dobbiamo aspettarsi da “Miss Anthropocene”? Nome poi da tenere sott’occhio è Neon Indian: il progetto di Alan Palomo sembra finalmente pronto a pubblicare il follow-up di “VEGA INTL. Night School” (2015). Come sempre avvolto nel mistero il destino di “Dear Tommy” dei Chromatics: il 2020 sarà l’anno in cui l’ormai mitico album vedrà la luce?

Chiudiamo con una lista di artisti che hanno seminato indizi, ma su cui non abbiamo certezze: Fleet Foxes, Parquet Courts e Iceage fanno sicuramente parte di quei gruppi che hanno dato tanto alla musica degli anni ’10 e che siamo impazienti di sentire con pezzi inediti. Stesso dicasi per Strokes, St. Vincent e Car Seat Headrest. I primi vengono da tre anni d’inattività e Julian Casablancas pare concentrato sul progetto parallelo dei Voidz, ma mai dire mai giusto? Annie Clark invece ha remixato acusticamente il pregevole “MASSEDUCTION” (2017) l’anno seguente, ma pare pronta a riprendere l’attività là dove si era interrotta: brani indie pop, con improvvisi squarci di chitarra elettrica e testi corrosivi. Infine Will Toledo e compagni: loro vengono dal meraviglioso “Twin Fantasy” (2018) e, sebbene non vi siano certezze al riguardo, un suo erede pare probabile.

Insomma, il 2020 si annuncia un anno esplosivo, con molte promesse pronte a sbocciare e veterani che vogliono mantenere il comando delle operazioni. State sintonizzati: A-Rock proverà, al meglio delle sue possibilità, a guidarvi nel mare magno che è diventato il panorama musicale contemporaneo!

Recap: giugno 2017

Giugno sarà ricordato come un altro mese ricco di nuova musica di alto livello. In particolare, ad A-Rock ci concentriamo sulle seguenti uscite: la collaborazione fra Sufjan Stevens, Bryce Dessner, Nico Muhly e James McAlister; il secondo CD dei Big Thief; l’attesissimo secondo LP di Lorde; il sesto lavoro dei Phoenix; il terzo CD degli Alt-J; ma soprattutto il grande ritorno dei Fleet Foxes.

Fleet Foxes, “Crack-Up”

fleet foxes

Partiamo proprio dai Fleet Foxes: il complesso di Seattle, sei anni dopo “Helplessness Blues” e dopo una pausa durata tre anni, a causa del ritorno all’università del leader Robin Pecknold, è tornata sulla scena musicale con l’attesissimo “Crack-Up”. Beh, i risultati sono semplicemente eccezionali.

Fin dai titoli dei brani in scaletta capiamo che i Fleet Foxes hanno radicalmente innovato il loro sound: essi infatti contengono spesso due o tre denominazioni diverse, quasi a voler rimarcare la mutevolezza e progressione possibili non solo nell’intero CD, ma nelle singole canzoni. Ne è un chiaro esempio l’epica traccia iniziale, I Am All That I Need / Arroyo Seco / Thumbprint Scar: partenza lenta, parte centrale trascinante e finale raccolto. Ma questa è una caratteristica propria di molti brani del disco: se nell’esordio i Fleet Foxes erano noti per le loro melodie ariose, semplici e cantabili, in “Helplessness Blues” già si iniziavano ad intravedere cambiamenti importanti nel loro sound (basti pensare alle lunghissime The Plains / Bitter Dancer e The Shrine / An Argument), giunti a compimento in “Crack-Up”.

Oltre al magnifico brano iniziale, abbiamo almeno un’altra melodia complessa ma bellissima: il primo singolo Third Of May / Ōdaigahara, che finisce quasi con un sottofondo ambient. Molto bello poi anche il secondo brano utilizzato dalla band per promuovere il disco, Fool’s Errand: inizia come un tipico brano dei Fleet Foxes prima maniera, per poi finire con un morbido pianoforte che rende la conclusione davvero magica. Non che i pezzi più semplici siano disprezzabili: ad esempio, eccellente la breve – Naiads, Cassadies. Per contro, Cassius, – flirta con l’elettronica soft, arricchendo ulteriormente il ventaglio sonoro dei Fleet Foxes; infine, la conclusiva title track ricorda quasi gli Animal Collective, per poi terminare dolcemente.

Se avevamo bisogno di una conferma del talento compositivo di Pecknold & co., questo “Crack-Up” rende minore anche un mezzo capolavoro come l’esordio “Fleet Foxes” del 2008: melodie così dense e ricche di cambiamenti in un album folk non sono banali, tanto che viene quasi da parlare di progressive folk. “Crack-Up” resterà senza dubbio come uno dei migliori album non solo del 2017, ma dell’intero decennio.

Voto finale: 9.

Lorde, “Melodrama”

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Avevamo lasciato Lorde (nome d’arte della giovanissima neozelandese Ella Marija Lani Yelich-O’Connor) al grande successo di “Pure Heroine” (2013) e alla famosissima Royals. Il seguito di questo fortunato CD si è fatto attendere ben quattro anni, ma l’attesa è servita a Lorde per maturare definitivamente, come donna e come artista, generando un lavoro eccellente come “Melodrama”.

Già dalla copertina vediamo che qualcosa è cambiato: se in “Pure Heroine” avevamo semplicemente il titolo e l’artista, senza alcuna immagine, in “Melodrama” campeggia un ritratto molto affascinante della giovane Ella, quasi un quadro impressionista. Ma i cambiamenti di maggiore portata sono artistici.

In “Melodrama”, infatti, Lorde aggiorna la formula vincente del suo precedente lavoro: accanto al pop a volte ingenuo che la caratterizzava (perfettamente accettabile, visto che risaliva a quando Lorde era ancora minorenne), nel nuovo LP abbiamo un’elettronica tremendamente orecchiabile e perfettamente amalgamata al dolce pop delle origini, tanto che “Melodrama” è molto coeso, ritmicamente parlando.

Anche tematicamente, del resto, c’è un tema che lega fra loro le 11 canzoni del disco: Lorde immagina di trovarsi ad un party e di viverlo pensando anche ai problemi che non solo la riguardano personalmente, ma che sono riferibili a più o meno tutti i giovani millennials, per esempio la rottura di un fidanzamento e le sue conseguenze, la voglia di vivere il momento senza freni, gli effetti dell’improvvisa fama…

Ma è musicalmente, come già detto, che scatta la vera meraviglia: “Melodrama” è infatti uno dei migliori CD pop dell’intero decennio, al pari di “Lemonade” di Beyoncé e “Art Angels” di Grimes. Accanto ai bellissimi singoli, la danzereccia Green Light e la raccolta Liability, abbiamo altre perle indimenticabili: in The Louvre compare una linea di chitarra molto riuscita, Hard Feelings/Loveless ha una struttura molto complessa ed è probabilmente il brano più ambizioso mai composto da Lorde. Infatti, ricorda Royals inizialmente, ma poi evolve in un’elettronica minimal sorprendente e godibilissima.

Da elogiare anche il fatto che Lorde richiami, nella seconda parte dell’album, alcuni pezzi presenti all’inizio: abbiamo infatti Sober II (Melodrama) e Liability (Reprise), a testimoniare l’unità dei brani che compongono il CD.

In conclusione, stiamo parlando di un’artista nel pieno delle sue potenzialità: se dopo Royals potevamo pensare che la giovane Ella Marija Lani Yelich-O’Connor fosse una “one-hit singer”, prima “Pure Heroine” e adesso “Melodrama” ci hanno confermato che la vera, splendente popstar del XXI secolo risponde al nome di Lorde. Meno Katy Perry e Miley Cyrus, più Lorde: ecco un auspicio che ho per il futuro della musica pop.

Voto finale: 9.

Big Thief, “Capacity”

big thief

I Big Thief sono un complesso americano che suona un indie rock intimista come poche volte si è sentito, sia musicalmente che come tematiche affrontate. Il loro primo album, “Masterpiece” del 2016 (viva la modestia), era un buon connubio di pop e rock; in “Capacity” notiamo un affinamento della formula che li ha fatti conoscere.

Il punto di forza del gruppo è senza dubbio la bellissima voce di Adrianne Lenker, evocativa e fragile come solo le migliori voci femminili sanno essere: in Watering ne abbiamo un chiaro esempio. Le strumentazioni non sono né innovative né radicalmente differenti da “Masterpiece”, tuttavia il risultato complessivo è più convincente. Abbiamo infatti ottimi brani come l’intimista Pretty Things, Shark Smile (che parte quasi punk) e il nucleo del CD, la bellissima Mythological Beauty. Da non trascurare anche la parte finale del disco, con Haley e Mary come highlights.

In conclusione, “Capacity” sicuramente amplierà la platea di fans dei Big Thief, un premio meritato per un gruppo certo non rivoluzionario, ma che sa usare gli ingredienti dell’indie rock più classico per creare brani mai banali.

Voto finale: 7,5.

Alt-J, “Relaxer”

alt-j

Il terzo album del complesso inglese è una sintesi di tutte le sonorità incontrate nei due precedenti CD, il bel “An Awesome Wave” (2012) e “This Is All Yours” (2014). La fama degli Alt-J è cresciuta considerevolmente nel corso degli anni, facendone uno dei gruppi rock più apprezzati dal grande pubblico. Ciò malgrado le sonorità del gruppo non siano facili o commerciali: spesso paragonate ai Radiohead, a torto o a ragione, le canzoni degli Alt-J hanno in effetti sempre un non so che di malinconico, pur non arrivando alle vette espressive e artistiche di Thom Yorke & compagni.

“Relaxer” è un titolo ingannevole: le 8 canzoni che formano il CD sono tutto meno che rilassanti. A partire dall’iniziale 3WW, gli Alt-J creano un concentrato delle caratteristiche che li hanno fatti amare (o detestare, a seconda dei punti di vista): voci eteree, parti strumentali preponderanti e strutture delle canzoni mai banali. Colpiscono in particolare, tuttavia, le canzoni dove gli Alt-J si lasciano andare, trascinati da un ritmo più frenetico del solito: ad esempio, In Cold Blood e Hit Me Like That Snare. Anche i pezzi più lenti, va detto, non si fanno disprezzare: l’ambiziosa House Of The Rising Sun magari è troppo lunga, ma certo non trascurabile; lo stesso dicasi per Deadcrush.

I difetti del disco sono principalmente due: il ridotto numero di canzoni e la scarsa coesione tra le varie sonorità affrontate. Quest’ultimo aspetto può anche rivelarsi un vantaggio, per esempio lo era in “Kid A” dei loro mentori Radiohead; però in un LP che non introduce nulla di nuovo nel mondo degli Alt-J rischia di essere visto come una svolta a metà.

In conclusione, “Relaxer” non verrà ricordato come il più bel lavoro del trio britannico, però merita comunque un ascolto. L’evoluzione degli Alt-J continua: vedremo dove li condurrà nel prossimo CD.

Voto finale: 7,5.

Sufjan Stevens, Bryce Dessner, Nico Muhly & James McAlister, “Planetarium”

planetarium

Quando Sufjan Stevens si lancia in un nuovo progetto, l’attenzione è sempre massima: stiamo parlando di uno dei cantautori più importanti della nostra epoca, con all’attivo capolavori come “Illinois” (2005) e “Carrie & Lowell” (2015). Ancora più interessante è il fatto che il nuovo progetto sia in collaborazione con il chitarrista dei The National, Bryce Dessner, e due ottimi musicisti come Nico Muhly e James McAlister. Cosa potrà mai venire fuori da un grande artista folk, un chitarrista indie rock e due musicisti molto sperimentali nelle loro composizioni? La soluzione alla domanda è “Planetarium”, un monumentale CD di 17 brani per 77 minuti di durata, che fonde fra loro elettronica e sperimentalismo. Resta poco o nulla del folk scarno di Sufjan, ma anche il rock raffinato dei The National si perde nella costellazione sonora dell’album.

Già la genesi dell’album meriterebbe un articolo a parte: un museo di Eindhoven nel 2011 commissionò a Muhly un’opera riguardante il sistema solare. Lui decise di coinvolgere gli altri tre amici copra menzionati e vennero fatte delle registrazioni. Al di là di qualche performance live, tuttavia, il progetto non venne mai portato a compimento. Questo fino al 2016, quando i quattro ripresero le registrazioni e decisero di estrarre un CD incardinato sullo stesso tema originariamente commissionato a Muhly.

Sufjan Stevens, infatti, presta la voce a un LP dedicato al sistema solare: tutti i titoli infatti richiamano parti del nostro universo, dai pianeti alla materia oscura, dalle stelle alle comete. Molti brani superano i 5 minuti di durata (Earth addirittura i 15), ma altri sono brevissimi (Halley’s Comet, Tides e Black Hole sono inferiori al minuto). La struttura del lavoro è dunque variegata, per non dire confusa. Tuttavia, il fascino della voce di Sufjan e le complesse melodie che caratterizzano le canzoni di “Planetarium” ne fanno una sorta di “The Age Of Adz” 2.0; non tutto è perfetto, ma i risultati sono comunque intriganti.

Tra gli highlights del CD abbiamo Uranus, Black Energy (entrambe con ottimi intermezzi strumentali), la deliziosa Moon e l’elettronica Saturn, in cui Stevens modifica visibilmente la sua voce con l’Autotune e la vicinanza a “The Age Of Adz” è evidente.

Il lavoro, inevitabilmente, ha anche dei passi falsi, dato il grande numero di canzoni e l’elevata difficoltà di trovare ritmi sempre cangianti ma non eccessivamente complessi per il pubblico: fra di essi ricordiamo la troppo barocca Pluto e la già menzionata Earth, eccessivamente prolissa: infatti, malgrado una buona prima parte, la canzone si perde nel finale.

In generale, dunque, se da una parte i nomi che hanno collaborato al progetto di “Planetarium” sono indubbiamente importanti per la scena musicale contemporanea, dall’altra era difficile sperare in un LP coeso e sempre efficace, date le diverse origini e i differenti percorsi musicali seguiti dai quattro protagonisti. Il risultato finale resta comunque accettabile: merita almeno un ascolto.

Voto finale: 7.

Phoenix, “Ti Amo”

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“Ti Amo” è il sesto album dei francesi Phoenix, ispirato da un viaggio a Roma del cantante Thomas Mars (tra l’altro marito della regista Sofia Coppola). Come si può intuire dal titolo, l’influenza del Belpaese è presente ovunque: 5 delle 10 canzoni del CD possiedono titoli italiani, spesso anche i testi sono cantati in italiano (neanche troppo zoppicante) da Mars. Un motivo in più per amare i Phoenix, dunque? Indubbiamente sì, per noi italiani. Chissà i cugini d’Oltralpe cosa ne penseranno…

A parte le battute, musicalmente prosegue la lenta evoluzione del quartetto. Partiti da una forte ispirazione new wave, con nobili ascendenti come Air e Daft Punk, a partire dal bellissimo “Wolfgang Amadeus Phoenix” (2009) i Phoenix hanno cercato di percorrere lidi alternativi, mai distaccandosi troppo dall’amato french rok sia chiaro, ma facendo ipotizzare una svolta nel loro sound. Infatti, in “Bankrupt!” del 2013 avvertivamo un influsso di sonorità quasi orientaleggianti (basti ricordare Entertainment), mentre in questo “Ti Amo” abbiamo una forte apertura per la musica dance. Si badi: niente di tamarro à la Chainsmokers, ma certamente sonorità più elettroniche che nei precedenti LP.

Abbiamo già ricordato la particolarità del CD: evocare continuamente l’Italia e le sue bellezze. Non è strano, dunque, citare il fior di latte o Via Veneto nei titoli di due canzoni, così come sentire evocare i grandi Lucio Battisti e Franco Battiato in J-Boy. A volte, poi, Mars mescola fra di loro addirittura tre lingue: inglese, francese e italiano! Succede nella title track Ti Amo e in Goodbye Soleil.

Tra i brani migliori del disco abbiamo il singolo J-Boy; la trascinante Lovelife; e la orecchiabilissima Fleur De Lys. Non stiamo parlando di un capolavoro, insomma, anche perché a livello testuale (come quasi sempre nei lavori dei Phoenix) non abbiamo acute analisi della società o del presente politico, tanto per capirci. Tuttavia, un CD così compatto e ascoltabile in pressoché ogni contesto extralavorativo, dalla festa in spiaggia alla discoteca, non è disprezzabile, specialmente in estate.

Voto finale: 7.

Gli album più attesi del 2017

Il 2016 si è chiuso da poco, ma è già tempo di pensare all’anno prossimo: quali uscite ci procurano l’interesse maggiore?

Partiamo innanzitutto da quelle già annunciate: gennaio si preannuncia un mese piuttosto intenso, con i nuovi lavori di Brian Eno (1 gennaio), xx, Run The Jewels (entrambi 13 gennaio, ma i RTJ hanno già reso disponibile lo streaming del CD) e Cloud Nothings (27 gennaio) che agiteranno i sonni degli amanti della buona musica. In particolare, gli xx sono chiamati alla conferma, a cinque anni da “Coexist”: il singolo On Hold sembra annunciare una svolta verso l’elettronica, aspettiamo di sentire il nuovo CD, intitolato “I See You”. Dal canto loro, Cloud Nothings e Run The Jewels, pur in territori musicali radicalmente differenti (i primi punk, i secondi hip hop), sono chiamati a dare risposte importanti dopo due ottimi lavori come “Here And Nowhere Else” e “RTJ2”, entrambi del 2014.

Febbraio (il 28, per la precisione) sarà invece il mese di uscita del nuovo, attesissimo lavoro del bravissimo Mark Kozelek, mente del progetto Sun Kil Moon, il cui “Benji” (2014) è un capolavoro di folk purissimo. Sarà in grado di replicare la bellezza di quel CD, dopo il meno riuscito “Universal Themes” del 2015?

Il 2017 si preannuncia, inoltre, un anno molto importante per il rock: sono attesissime le nuove produzioni di Arcade Fire, Arctic Monkeys, Horrors e Vampire Weekend. Quattro dei gruppi più rilevanti degli ultimi anni stanno quindi per dare seguito a CD intriganti e riusciti come “Reflektor”, “AM”, “Luminous” e “Modern Vampires Of The City”: chi saprà mantenere meglio le attese di critica e pubblico? Tutte e quattro le band sono attese a dare risposte importanti; per esempio, gli Arcade Fire proseguiranno nella svolta elettronica intrapresa con “Reflektor”? Gli Arctic Monkeys seguiranno altri lidi musicali o ritorneranno al rock suadente di “AM”? Gli Horrors daranno sfogo alla loro creatività, come sempre accaduto finora nella loro brillante carriera, o si rintaneranno in un rock meno ardito e sperimentale? E i Vampire Weekend, dopo l’addio di Rostam Batmanglij, sapranno mantenere gli altissimi livelli compositivi e lirici di “Modern Vampires Of The City”?

Gli amanti del folk-pop saranno poi intrigati dall’attesissimo ritorno di Real Estate e Fleet Foxes; i secondi mancano addirittura da sei anni dalla scena musicale. Venendo da due LP elogiati da pubblico e critica come “Atlas” (2014) e “Helplessness Blues” (2011), i due complessi saranno in grado di mantenere questi altissimi livelli?

Ancora più attese sono, tuttavia, le nuove produzioni di gruppi che, precedentemente, hanno deluso le aspettative: per esempio, Strokes e Killers. I loro precedenti sforzi creativi, “Comedown Machine” e “Battle Born”, erano confusi e poco ispirati: sapranno due delle band indie rock più influenti degli ultimi anni tornare ai loro vecchi livelli, quelli per intendersi dei fulminanti esordi “Is This It” e “Hot Fuss”? Una risposta negativa segnerebbe il declino, forse irreversibile, nei favori del pubblico verso questi due gruppi.

Abbiamo poi in programma i nuovi CD di Franz Ferdinand e Phoenix, due band rimaste un po’ in mezzo al guado: troppo famose per essere underground, troppo raffinate per essere mainstream. Venendo da due lavori appena discreti come “Right Thoughts, Right Words, Right Action” e “Bankrupt!” (entrambi 2013), entrambe sono attese alla prova del nove: definitiva consacrazione oppure no?

Per gli amanti del rock più d’avanguardia e visionario, abbiamo tre band fondamentali che stanno scaldando i motori: The National, Grizzly Bear e Queens Of The Stone Age. Tutti o quasi i membri dei gruppi sono stati molto impegnati in side projects o a produrre successi planetari (vedi Josh Homme dei QOTSA), cosa aspettarsi dai loro nuovi CD? La speranza di noi amanti della buona musica è che tutti e tre producano lavori all’altezza dei loro migliori CD, vale a dire “High Violet”, “Shields” e “Rated R”.

Per gli appassionati del rock vecchia maniera, il nuovo anno promette di essere incandescente: sono in uscita i nuovi album di U2, Depeche Mode, Pearl Jam e… Liam Gallagher. Ebbene sì, il più scapestrato dei due fratelli-coltelli Gallagher ha deciso di intraprendere la carriera solista dopo lo scioglimento dei Beady Eye. Siamo davvero impazienti di ascoltarlo, per la prima volta responsabile dell’intero processo creativo.

Il 2017, poi, promette di essere speciale per l’elettronica: sono programmati i clamorosi ritorni di LCD Soundsystem e Gorillaz. I primi, dopo aver trascorso la prima parte del 2016 in giro per il mondo, probabilmente per ritrovare l’intesa dei giorni migliori, hanno cancellato la presenza ad alcuni festival per concentrarsi appieno sulla produzione dell’album di ritorno, a sei anni dall’ottimo “This Is Happening”: un capolavoro a livello di “Sound Of Silver” (2007) è dietro l’angolo? I Gorillaz, invece, stanno facendo crescere esponenzialmente l’hype sui social networks mediante la rievocazione dei loro tempi migliori e frammenti di nuove storie, a sei anni da “The Fall”, quarto ed ultimo CD (fino ad ora) a firma Gorillaz. La nostra fiducia in Damon Albarn è infinita: speriamo sappia mantenere le attese.

Per gli amanti del pop più commerciale, abbiamo Justin Timberlake e Lorde; per quello più sperimentale, Bjork e MGMT. In poche parole, anche questo genere musicale sembra prospettare svolte molto interessanti nel 2017.

Insomma, non ci resta che aspettare, certi che anche l’anno nuovo sarà ricco di buona musica. Speriamo non sia costellato di morti eccellenti come il 2016, altrimenti la musica perderà in due anni troppi imprescindibili punti di riferimento.

Buon anno da A-Rock!