Recap: maggio 2021

Maggio è stato un mese decisamente affollato di uscite importanti. Ad A-Rock abbiamo avuto il nostro bel da fare: abbiamo recensito i nuovi, attesi lavori degli Iceage e dei black midi. In più, interessanti le novità discografiche a firma The Black Keys e St. Vincent, oltre agli EP di Jorja Smith e dei Mannequin Pussy. Buona lettura!

black midi, “Cavalcade”

cavalcade

Il secondo album dei black midi, la giovane band inglese che è entrata nel cuore di molti grazie al fulminante esordio “Schlagenheim” del 2019 (inserito anche da A-Rock nella top 10 dell’anno e in una rubrica Rising), fa centro sotto molti punti di vista. I black midi non si sono ammorbiditi, anzi: le parti di rock duro fanno venire i brividi, come però anche le canzoni più raccolte, quasi pop, che sono davvero una novità nell’estetica solitamente feroce del gruppo britannico.

Avevamo lasciato i Nostri alle prese con un rock alieno, miscuglio di jazz, metal, noise e punk: risentirsi bmbmbm oppure 953. “Cavalcade”, come già il titolo fa intuire, è una cavalcata fra canzoni tanto varie quanto riuscite: si va dall’avant-prog della clamorosa John L alla lenta Marlene Dietrich, dalla pulsante Slow alla magnifica chiusura di Ascending Forth. In mezzo abbiamo anche canzoni sotto la media (Hogwash And Balderdash), ma nel complesso i black midi si confermano voce imprescindibile nel mondo rock alternativo e sperimentale, non facili da assimilare ma irresistibili.

La voce di Geordie Greep pare più sicura e forte rispetto all’esordio, così come quella di Cameron Picton, che fa il frontman in due delle otto canzoni che compongono “Cavalcade”. Abbiamo poi come in “Schlagenheim” il batterista Morgan Simpson davvero sugli scudi, quasi free jazz nel corso di molti punti del CD. A completare il quadro non c’è la chitarra di Matt Kwasniewski-Kelvin, che si è preso del tempo per sé stesso a causa di problemi personali.

Gli otto pezzi presentano dei bozzetti di personaggi realmente esistiti (Marlene Dietrich) o inventati (John L), ma a dominare è il senso di incertezza e quasi di paura che proviene da certi passaggi testuali. John L racconta di un predicatore nazionalista e visionario tradito dai suoi fedeli, Slow nella sua invocazione è totalmente antitetico alla sua base oppressiva… Accanto a tutto questo abbiamo però, come già detto, delle perle acustiche fuori logica ma non per questo mal riuscite: sia Marlene Dietrich che Diamond Stuff sono infatti ottime “pause” e faranno la fortuna dei live del gruppo.

In generale, pur non essendo musica popolare, i black midi hanno senza dubbio creato un LP unico nel suo genere, alla pari di “Schlagenheim” per creatività. Se l’effetto sorpresa è svanito, di certo possiamo dire, con meraviglia ma non troppo, che il terreno coperto in termini di sonorità è ancora più variegato che nell’esordio. “Cavalcade” si afferma come il miglior album rock del 2021 finora, capace di ferire e rassicurare, sconcertare e ammaliare.

Voto finale: 8,5.

Iceage, “Seek Shelter”

seek shelter

Il quinto album della band danese è un ottimo esempio di transizione da band punk verso sonorità più ricercate e romantiche. Non un completo cambio di pelle, dato che la ferocia dei primi Iceage è ancora presente in alcuni pezzi di “Seek Shelter”, ma immaginarsi che il gruppo autore del durissimo “You’re Nothing” (2013) avrebbe scritto il pezzo anni ’60 Drink Rain sarebbe stato impensabile solo cinque anni fa.

Merito dunque degli Iceage essere stati in grado di mutare così radicalmente nel giro di poco tempo, una parabola molto simile a quella di Nick Cave negli anni ’90 o degli Horrors più recentemente. Non sempre queste svolte riescono pienamente, ma quando il talento c’è in grandi quantità come nei casi citati il pubblico e la critica non possono non elogiare l’ambizione e la voglia di sperimentare di artisti davvero unici nel loro genere. Gli Iceage, dopo aver scritto pagine molto importanti del punk nella decade passata, si candidano fortemente ad essere una band simbolo del rock alternativo anni ’20.

I singoli che avevano anticipato l’uscita di “Seek Shelter” erano stati accolti con lodi ma anche qualche giudizio critico sul nuovo sound del gruppo, più docile rispetto al passato; anche se già “Beyondless” (2018) aveva lasciato intravedere una svolta, “Seek Shelter” contiene brani quasi britpop (Shelter Song), pop (la già citata Drink Rain) e à la Rolling Stones (High & Hurt). Tuttavia, la ricetta sonora del CD ha successo: gli Iceage sembrano quasi rievocare il rock alternativo degli anni ’90 senza però scopiazzarlo e mantenendo quel livello di “sporcizia” e durezza che rendono tali i Nostri (la conclusiva The Holding Hand ne è una prova).

Anche liricamente notiamo un deciso cambiamento: mentre in passato il nichilismo la faceva da padrone, con il frontman Elias Bender Rønnenfelt scatenato sul palco quanto disperato nel cantare, adesso fanno capolino temi amorosi (“I drink rain to get closer to you!” canta Elias in Drink Rain) e la vita della mafia (Vendetta). Altrove invece troviamo riferimenti al pessimismo cosmico che pervadeva i primi LP del gruppo: “And we row, on we go, through these murky water bodies” in The Holding Hand e “Come lay here right beside me. They kick you when you’re up, they knock you when you’re down” in Shelter Song ne sono chiari esempi.

In conclusione, “Seek Shelter” potrebbe essere il CD che fa conoscere gli Iceage ad un pubblico più ampio e li rende davvero simboli di un rock rinnovato nelle sue fondamenta, abile a mescolare cori gospel con ritmiche punk, testi simbolici e drammatici con canzoni potenti. Siamo davanti ad uno dei migliori LP rock dell’anno: complimenti, Iceage.

Voto finale: 8.

St. Vincent, “Daddy’s Home”

daddy's home

Giunta ormai al settimo album di inediti (contando anche quello del 2012 con David Byrne), Annie Clark reinventa nuovamente la sua estetica e la sua persona, tornando alla New York degli anni ’70, sporca e cattiva, seducente e malinconica. Siamo nei territori di Lou Reed, del primo Prince, di Sly & The Family Stone: funk, soul e rock si mescolano in “Daddy’s Home” a tematiche strettamente personali, che lo rendono il CD più personale e sperimentale di St. Vincent, ma non il suo miglior lavoro.

Già la campagna promozionale e il titolo fanno intravedere l’argomento portante del lavoro: dopo aver scontato oltre dieci anni di carcere per abusi di mercato in ambito finanziario, il padre di Annie è tornato a casa. Lei aveva già affrontato, anche se lateralmente, la tematica, ad esempio in “Strange Mercy” (2011), ma mai con questa schiettezza. La sua assenza ha pesato molto per St. Vincent e la controversa figura del padre assume qui il ruolo di musa dell’artista.

Musicalmente, come dicevamo, la ricerca di St. Vincent è una delle più fertili e innovative del rock moderno: partita come membro del coro di supporto a Sufjan Stevens, nel 2007 Annie decideva di passare solista e pubblicava il delizioso “Marry Me”, art pop ben fatto ma mai scontato, con grande lavoro alla chitarra. Questa sarà la caratteristica fondamentale di tutte le mutazioni del progetto St. Vincent: che si parli di indie rock futuristico (“St. Vincent” del 2014) o di pop sexy e avvolgente (“MASSEDUCTION” del 2017), la chitarrista St. Vincent era sempre preminente.

Invece, in “Daddy’s Home”, la chitarra ha un ruolo importante, certo, ma le potenti schitarrate del passato sono abbandonate per un suono più morbido: la svolta potrà piacere o meno, ma denota un’esplorazione che prescinde anche dai punti fissi del passato. Tuttavia, non tutto fila liscio.

Come dicevamo, accanto a brani gloriosi come Live In The Dream (fra i migliori di Annie Clark) e The Laughing Man, abbiamo dei singoli davvero bizzarri: sia Pay Your Way In Pain che Melting Of The Sun sono pezzi troppo complessi, curati e con produzione perfetta da parte di Jack Antonoff (già produttore di Lana Del Rey e Taylor Swift), ma alla lunga monotoni. Invece condivisibile la presenza dei tre brevi intermezzi Humming, che collegano fra loro le diverse parti del CD.

Testualmente, come dicevamo, questo è il disco più intimo di sempre a firma St. Vincent: My Baby Wants A Baby parla della sua sensazione ambivalente verso la maternità, Annie esclama infatti “No one will scream that song I made, won’t throw no roses on my grave… They’ll just look at me and say: Where’s your baby?”. Nella title track, invece, Annie cita le figure femminili che le hanno fatto da riferimento durante la crescita (da Nina Simone a Tori Amos, passando per Joni Mitchell e Marylin Monroe) e durante i periodi più difficili della sua vita.

In conclusione, “Daddy’s Home” è un CD senza dubbio interessante e che merita più di un ascolto per sfoderare tutte le sue delizie. Tuttavia, per chi è più fan della St. Vincent più rock, il CD sarà un passo indietro in termini di qualità. La figura di Annie Clark resta comunque imprescindibile e rappresenta ad oggi la più credibile erede del Duca Bianco, David Bowie, in termini di trasformismo e livello generale della discografia.

Voto finale: 7,5.

Mannequin Pussy, “Perfect”

perfect

Il bravissimo EP dei Mannequin Pussy è il loro primo lavoro senza il membro fondatore Thanasi Paul e il primo dopo l’ottimo terzo CD della loro produzione, quel “Patience” (2019) che li aveva fatti scoprire a molti. Il sound del gruppo si mantiene fedele al punk-rock del passato, ma in Darling troviamo la prima, grande svolta della loro carriera: pare quasi di sentire una b-side dei Beach House!

Quest’ultimo antefatto può mettere di malumore quelli che si aspettano un lavoro sanguigno, come le migliori parti di “Patience” farebbero pensare. Va detto che già nel precedente disco vi erano parti più melodiche, che lasciavano intravedere il lato più commerciale di Missy Dabice & co., tuttavia mai i Mannequin Pussy si erano spinti così avanti come in Darling, “pecora nera” dell’EP ma non per questo fuori luogo.

Il resto del lavoro è invece più nelle corde del gruppo: abbiamo dapprima l’indie rock accattivante di Control, poi la potente title track e la melodiosa To Lose You. L’episodio più duro è Pigs To Pigs, cantato dal bassista Colins Reginsford, per la prima volta frontman del gruppo. La Dabice, dal canto suo, si conferma carismatica e abile a intonare sia pezzi più facili che brani più potenti.

In conclusione, “Perfect” non sarà “perfetto” come il titolo può ironicamente far pensare; tuttavia, l’EP è una ventata di aria fresca nell’estetica dei Mannequin Pussy e ci rende davvero curiosi per le loro prossime mosse.

Voto finale: 7,5.

Jorja Smith, “Be Right Back”

be right back

Il nuovo lavoro della talentuosa cantautrice inglese è un EP di buona fattura. Rispetto all’esordio “Lost & Found” del 2018 Jorja segue la stessa ricetta, fatta di R&B sensuale e neo-soul raffinato, con focus sulla sua splendida voce, ma con alcune piccole aggiunte. Il lavoro non è rivoluzionario, ma ci fa davvero ben sperare per il futuro della Nostra nel mondo della musica.

Se “Lost & Found” aveva un difetto, era di suonare un po’ uguale nella seconda parte del lavoro, malgrado la presenza di perle come la title track e Where Did I Go?. “Be Right Back” sperimenta di più, con spazio al rap in Bussdown (dove è ospite il rapper londinese Shaybo). I risultati non sono sempre convincenti, il prossimo CD sarà una tappa cruciale per Jorja in questo senso.

Chiudiamo con un’analisi sui testi, molto diretti, dell’EP: in Addicted, fra i migliori pezzi dell’album, Smith si lamenta che “The hardest thing, you are not addicted to me”. Una dichiarazione d’intenti molto chiara. Invece in Burn troviamo la seguente accusa: “You burn like you never burn out, try so hard you can still fall down… You keep it all in but you don’t let it out”. Infine in Bussdown abbiamo un’ammissione di fragilità, ma anche di forza d’animo: “They call me Miss Naive, I’m still naïve, I put trust in all the ones that got me… They never really had me”.

In conclusione, “Be Right Back” è un buon EP da parte di un’artista da cui ci aspettiamo molto negli anni a venire. Jorja Smith, infatti, assieme a Lianne La Havas e Jessie Ware, è alfiere di una nuova schiera di cantanti britanniche di qualità, che mescolano al pop generi come R&B, soul e disco, pronte ad affiancare Adele nella conquista dei palcoscenici più importanti. Speriamo per lei che la nostra previsione non venga contraddetta.

Voto finale: 7.

The Black Keys, “Delta Kream”

delta kream

I The Black Keys sono giunti ormai nella loro terza decade di esistenza e al decimo album, tra inediti e cover: due traguardi davvero ragguardevoli per due ragazzi che erano partiti da Detroit senza troppe pretese e invece, grazie a singoli di successo come Lonely Boy e Tighten Up, hanno raggiunto lo status di rockstar.

Per festeggiare, Patrick Carney e Dan Auerbach hanno deciso di rendere omaggio ai loro maestri: il CD è infatti una raccolta di undici cover blues tratte dai più noti artisti del delta del Mississippi (da qui il titolo del lavoro). Svettano in particolare quelle dedicate a Junior Kimbrough, già omaggiato in passato nel gustoso EP “Chulahoma” (2006). Nulla di clamoroso, come ormai da tradizione del duo, ma le canzoni fluiscono bene una dopo l’altra e il disco è un toccasana per gli amanti del blues.

Tra le migliori cover abbiamo Crawling Kingsnake, ottima cover di un classico di John Lee Hooker; buona anche Stay All Night. Invece sotto la media Louise, monotona, oltre a Going Down South, con un falsetto di Auerbach non molto convincente. Menzioniamo infine Do The Romp, già presente col titolo Do The Rump e in una versione molto più acerba nell’esordio del gruppo, “The Big Come Up” (2002).

In generale, l’ascoltatore non deve aspettarsi molto: si tratta semplicemente di due amici che, in due pomeriggi, si sono messi a omaggiare i loro mentori attraverso quello che sanno fare meglio, suonare. La passione e la cura con cui i The Black Keys hanno composto “Delta Kream” sono però di per sé segno di un LP da ascoltare almeno una volta.

Voto finale: 7.

Rising: Olivia Rodrigo

La nuova puntata della rubrica di A-Rock dedicata agli artisti più giovani è dedicata alla popstar in ascesa Olivia Rodrigo, il cui CD d’esordio “SOUR” sta facendo impazzire i servizi di streaming.

Olivia Rodrigo, “SOUR”

sour

Olivia Rodrigo, per chi segue il mondo Disney, non è un nome nuovo. La giovane attrice e cantante è parte della serie tv High School Musical: The Musical: The Series ormai da due anni. Molte star del vivaio Disney hanno fatto il salto verso la musica (una su tutte: Miley Cyrus), quindi Rodrigo in questo non è certo una novità. Il cambiamento radicale rispetto al passato è che la sua rapidissima ascesa è avvenuta nell’epoca di Tik Tok.

È proprio nel social network dei più giovani che Olivia Rodrigo è emersa: la ballad drivers license è diventata un tormentone virale, che ha portato l’attenzione di molti su di lei. “SOUR” capitalizza con abilità questa sua improvvisa notorietà, non perdendosi in troppo numerosi brani solo per accumulare streaming (il disco è infatti lungo solo 34 minuti) e facendo intravedere talento vero dietro i lustrini e i chiari riferimenti alle popstar più rispettate.

Taylor Swift è una chiara fonte di ispirazione per Olivia: i temi dell’amore e delle rotture col partner, con l’ultima parola sempre per la parte ferita, sono tratti tipici del mondo swiftiano. In più, basti pensare che 1 step forward, 3 steps back inserisce un campionamento di New Year’s Day, tratto da “reputation” (2017) di Taylor. “SOUR”, tuttavia, non si limita a plagiare una delle postar più brillanti della nostra epoca: abbiamo infatti anche efficaci pezzi rock, quasi grunge (brutal) e altri in cui il pop-punk la fa da padrone (good 4 you).

I testi, come dicevamo, riprendono i temi classici dell’adolescenza: i sogni per un futuro sereno e la delusione nel vederli infranti (“Where’s my fucking teenage dream?” canta Olivia in brutal), ricordi di un amore passato (“I wore makeup when we dated ’cause I thought you’d like me more”, enough for you) e la rabbia per il tradimento subito (“You betrayed me… And I know that you’ll never feel sorry”, traitor). Allo stesso tempo, in hope ur ok abbiamo anche un testo molto delicato su una ragazza cacciata da casa perché lesbica, che denota da parte della giovane Olivia un’attenzione per i più deboli e fragili non comune a quell’età.

In conclusione, “SOUR” è un LP interlocutorio: da un lato abbiamo alcuni pezzi pop prevedibili (traitor, happier) così come pezzi rock inaspettati (brutal), accanto a brani solo chitarra e voce (enough for you) e successi del momento (drivers license, deja vu). Come interpretare tutto questo? Olivia Rodrigo è sicuramente una voce interessante del nuovo “Tik Tok pop”, ma non trasciniamola in discussioni troppo impegnative. Non stiamo facendo la storia della musica con “SOUR”; semplicemente, si tratta di un buon esordio. Vedremo in futuro dove si dirigerà l’estetica musicale fluida di Olivia Rodrigo: noi facciamo il tifo per lei.

Voto finale: 7.

Recap: aprile 2021

Aprile è terminato. Un mese davvero intenso dal punto di vista musicale, contraddistinto da nuove uscite molto interessanti. A-Rock ha recensito il remix di “Fearless” di Taylor Swift, il nuovo album degli SPIRIT OF THE BEEHIVE, il ritorno dei BROCKHAMPTON e il breve EP dei Sorry. Inoltre, abbiamo analizzato i nuovi LP dei Godspeed You! Black Emperor e dei The Armed. Buona lettura!

Godspeed You! Black Emperor, “G_d’s Pee AT STATE’S END!”

godspeed

Il nuovo CD del leggendario gruppo post-rock canadese è un highlight in una carriera già costellata di perle, sia molto in là nel tempo (“Lift Your Skinny Fists Like Antennas To Heaven” del 2000) che più recenti (“Allelujah! Don’t Bend! Ascend!” del 2012). Il disco è infatti fra i più euforizzanti in un periodo di sospensione come quello che stiamo vivendo, in cui alla paura del virus si contrappone la speranza per le campagne vaccinali in corso. Che la luce sia finalmente in fondo al tunnel? I Godspeed You! Black Emperor, a tratti, ne paiono convinti.

In effetti, l’inizio del lavoro ci fa tornare alle lugubri atmosfere di “Allelujah! Don’t Bend! Ascend!”: A Military Alphabet, la prima delle quattro suite in cui è diviso “G_d’s Pee AT STATE’S END!”, è il pezzo più ossessivo e pessimista del lavoro. Al contrario, il tono della seguente Fire At Static Valley è più positivo e fa del post-rock quasi gradevole e accessibile, non una tipica caratteristica dei Godspeed You! Black Emperor.

Le due lunghe tracce che chiudono il lavoro, “GOVERNMENT CAME”OUR SIDE HAS TO WIN (for D.H.), mantengono questa dualità; tuttavia, a differenza dei lavori della prima fase della carriera del complesso di Montreal, il tono complessivo è di cauto ottimismo. È per questo che “G_d’s Pee AT STATE’S END!” è un ottimo LP per la vita durante la fase conclusiva (almeno speriamo) dell’emergenza Covid-19: se è vero che non siamo di fronte ad un disco puramente pop, d’altro canto la forza di queste quattro composizioni è innegabile e rende il 2021 davvero interessante per gli amanti del rock alternativo e sperimentale, già deliziati dall’esordio dei Black Country, New Road e pronti ad assaporare il secondo lavoro dei black midi, in uscita a maggio.

Un’ultima curiosità: il quattro pervade tutto il CD. Siamo infatti di fronte al quarto album della fase post reunion della band, le canzoni (pur elaborate) sono teoricamente quattro e probabilmente, come qualità, questo è il quarto più bel disco nell’intera produzione dei canadesi. Quest’ultimo dato è sufficiente per capire il talento di questi pilastri dello scenario rock.

Voto finale: 8,5.

Taylor Swift, “Fearless (Taylor’s Version)”

fearless

Il nuovo lavoro della popstar americana è in realtà una sorta di remix: la prima versione di “Fearless” è infatti datata 2008, ma occorre un po’ di contesto per capire il motivo di questa nuova registrazione di un album di 13 anni fa.

È da un po’ di tempo che riconosciamo a Taylor Swift un impegno in prima persona per l’indipendenza degli artisti, specialmente donne, da manager spietati e case discografiche avide. Beh, “Fearless (Taylor’s Version)” è la prova che lei ha sempre fatto sul serio.

Nel 2019 infatti Scooter Braun, un talent scout che rappresenta fra gli altri artisti del calibro di Ariana Grande e Justin Bieber, comprò la casa discografica indipendente per cui Swift aveva firmato fino ad allora i propri CD, la Big Machine Records. Questa fu la prima volta in cui la cantautrice perse il controllo dei propri lavori, dato che le incisioni passarono a Braun. Lei tentò di mediare, ma senza risultato. L’anno seguente il fondo di private equity Shamrock Holdings a sua volta subentrò a Scooter Braun, anche in questo caso senza avvertimenti preventivi a Swift, che quindi ha deciso di riguadagnare il totale controllo sulle proprie registrazioni passate rifacendo ogni suo album del passato alla sua maniera.

Questa lunga spiegazione era necessaria per capire lo scopo di una mossa commercialmente strana, considerando il successo che già la prima versione di “Fearless” aveva avuto: era stato l’album che aveva fatto conoscere Taylor Swift al mondo e le aveva permesso di vincere il primo Grammy della sua carriera per il Miglior Album dell’Anno. Beh, possiamo dire che la “versione di Taylor” migliora sotto molti aspetti un CD già carino, ma che originariamente era un po’ ingenuo come sonorità e produzione.

Se nel 2008 Taylor era ancora una ragazza molto giovane, appassionata di country e pop, nel 2021 abbiamo di fronte una donna affermata e molto determinata, come abbiamo visto. Anche vocalmente Swift ha ora una voce più ricca e piena che nel passato; insomma, era inevitabile trovarsi di fronte ad un lavoro diverso. Aggiungiamo a questo un roster di collaboratori di prima classe: Jack Antonoff e Aaron Dessner sono pezzi grossi del pop e dell’indie rock, già protagonisti occulti l’anno passato nel doppio grande successo “folklore”-“evermore”.

Fearless, la title track, è ora un ottimo pezzo pop-rock, tra i migliori nella produzione dell’artista statunitense; You Belong With Me, allo stesso modo, è un netto miglioramento rispetto alla prima versione. Laddove invece si torna al country delle origini, il disco zoppica un po’, è il caso di Love Story; ingenua invece Hey Stephen. Da notare infine che Swift allunga la durata del lavoro estraendo dal proprio “archivio” alcuni pezzi di quell’epoca, riarrangiati per l’occasione, che portano il tutto a durare ben 106 minuti! Tra questi menzioniamo la dolce You All Over Me e la raccolta We Were Happy, brani davvero notevoli.

Anche nei testi, se letti con la testa al 2008, emerge una nostalgia forte per i tempi andati: riferimenti al liceo (“She wears high heels, I wear sneakers. She’s cheer captain and I’m on the bleachers” in You Belong With Me), amori spezzati (“Hello, Mr. casually cruel” canta Taylor in All Too Well), desideri di normalità presto sotterrati dall’ambizione di diventare una popstar, come in Fifteen: “Back then I swore I was gonna marry him someday, but I realised some bigger dreams of mine”.

In conclusione, “Fearless (Taylor’s Version)” è un attestato di forza, coraggio e carattere da parte di una delle più brillanti star del firmamento musicale dei nostri tempi. Taylor Swift ci aveva già fatto capire in passato di avere stoffa, ma in questi ultimi due anni sta ribaltando con successo non solo la propria estetica, ma forse l’intera concezione di “possedere la mia musica”.

Voto finale: 8.

SPIRIT OF THE BEEHIVE, “ENTERTAINMENT, DEATH”

entertainment death

Il trio originario di Philadelphia ha dato origine, con “ENTERTAINMENT, DEATH”, a uno degli album più imprevedibili degli ultimi anni. Indie rock, psichedelia, noise, pop: tutto si mescola nel corso del CD. Canzoni brevi, sui tre minuti, ma anche una suite di quasi sette minuti: di tutto e di più anche in termini di durata delle melodie. Zack Schwartz, Rivka Ravede e Corey Wichlin, al loro quarto lavoro, confermano il bene che si diceva di loro anche riguardo i precedenti lavori.

Se c’è una differenza, è nella produzione: il lavoro è più curato rispetto al passato, sintomo di una maggiore autorevolezza anche in sede di etichetta discografica. I risultati, malgrado a volte fin troppo confusionari, sono a tratti irresistibili: la struttura tipica delle canzoni popolari è stravolta, spesso all’interno della stessa (si senta a riguardo THERE’S NOTHING YOU CAN’T DO). ENTERTAINMENT inizia come un pastiche noise sperimentale, poi sboccia in un pezzo che richiama gli anni ’60. GIVE UP YOUR LIFE sembra quasi un brano del Ty Segall più psichedelico, DEATH invece rievoca i primi Pink Floyd. C’è un brano che si intitola I SUCK THE DEVIL’S COCK… Nessun commento aggiuntivo sul significato.

In generale, possiamo dire che l’umorismo non fa difetto alla band americana. Anche molte liriche testimoniano questo atteggiamento, a metà fra lo scanzonato e il nichilista: “Dust picks up and swallows us whole” canta convintamente Schwartz in ENTERTAINMENT. Invece in I SUCK THE DEVIL’S COCK lo sentiamo proclamare “Another middle-class dumb American, falling asleep. He don’t appreciate constructive criticism”, compreso l’errore grammaticale. Infine, in RAPID & COMPLETE RECOVERY, abbiamo il verso più sognante ed evocativo del lotto: “Spanning lifetimes compressed in a vacuum, no limitations, you know what comes after”.

In concreto, però, malgrado questi momenti leggeri, il CD suona claustrofobico e ansiogeno; sentimenti che purtroppo tutti abbiamo provato nel corso dell’ultimo anno, colpiti come siamo dalla pandemia e dalle sue conseguenze. Non per questo però dobbiamo ignorare gli SPIRIT OF THE BEEHIVE; anzi, la band di Philadelphia, con “ENTERTAINMENT, DEATH” potrebbe avere scritto uno dei più originali album pandemici. Non un traguardo da poco, in un panorama musicale sempre più omologato.

Voto finale: 8.

BROCKHAMPTON, “ROADRUNNER: NEW LIGHT, NEW MACHINE”

roadrunner

La boyband più famosa dell’hip hop è tornata. Giunti al sesto album in quattro anni, i BROCKHAMPTON hanno ormai uno stile riconoscibile e allo stesso tempo sempre variegato: pop, rap, R&B, addirittura il rock progressivo trovano spazio in “ROADRUNNER: NEW LIGHT, NEW MACHINE”. Il risultato? Non perfetto, ma certamente un progresso rispetto a “GINGER” (2019).

Se in passato i lavori del collettivo americano potevano essere tacciati di contenere pezzi troppo lunghi, per dare modo a tutti i componenti di dire la loro, in “ROADRUNNER: NEW LIGHT, NEW MACHINE” i ragazzi suonano più leggeri. Brani riusciti come l’epica WHAT’S THE OCCASION, che pare un remix dei Pink Floyd, riescono a integrarsi bene con BUZZCUT, ottima intro con Danny Brown protagonista, e la perla pop OLD NEWS, che ricorda il Tyler, The Creator di “IGOR”. In generale, a parte la monotona DON’T SHOOT UP THE PARTY, Kevin Abstract e compagni hanno prodotto il loro miglior lavoro dai tempi della trilogia delle “SATURATION” (2017).

Anche testualmente il CD suona profondo e sentito, ma non sovraccarico di introspezione come in passato. Joba parla del tragico suicidio del padre in THE LIGHT con versi frammentari ma drammaticamente veri: “At a loss, aimless… Hope it was painless, I know you cared… Heard my mother squealing. I miss you”. In BUZZCUT invece Abstract canta di periodi difficili nella sua vita: “Thank God you let me crash on your couch”, lo stesso accade in THE LIGHT: “I was broke and desperate, leaning on my best friends”.

In conclusione, se questo è davvero l’ultimo LP a firma BROCKHAMPTON, come alcuni di loro hanno fatto intendere, il gruppo se ne andrà con un ottimo lavoro. “ROADRUNNER: NEW LIGHT, NEW MACHINE” è infatti relativamente compatto (46 minuti in 13 canzoni) e ben strutturato, vario (forse fin troppo) e curato.

Voto finale: 7,5.

The Armed, “ULTRAPOP”

ultrapop

Siamo forse di fronte al nuovo, attesissimo disco di Frank Ocean? No, purtroppo, anche se la copertina di “ULTRAPOP” potrebbe ingannare. The Armed è anzi sinonimo di rock pesante, abrasivo: “ULTRAPOP” conferma questa nomea, introducendo però sorprendenti elementi pop che rendono la ricetta del gruppo americano davvero unica nel suo genere.

L’iniziale title track in effetti è un brano quasi dream pop: certo, la base industrial à la Nine Inch Nails resta onnipresente, ma le tastiere sognanti e la voce quasi amichevole di Adam Vallely è rasserenante. Fin da ALL FUTURES, tuttavia, la musica cambia radicalmente: urla belluine, batteria tonante, muro invalicabile di chitarre… Insomma, non un brano per palati fini. Diciamo che la lineup, formata da ben otto membri, aiuta a mantenere sempre altissimo il volume, tranne ovviamente in quei momenti “pop” che rendono l’estetica dei The Armed davvero particolare, si ascolti AN ITERATION che pare una canzone dei Muse ai tempi di “Absolution” (2003).

Questi brani più tranquilli in realtà servono solo da introduzione o pausa per passare a momenti ancora più feroci, che raggiungono la loro vetta in MASUNAGA VAPORS e BIG SHELL. In generale, al terzo CD, i The Armed sono giunti probabilmente al perfezionamento di un’idea di musica nata con “Untitled” (2015) e poi raffinata in “Only Love” (2018). Va detto infine che, ad arricchire ulteriormente “ULTRAPOP”, abbiamo anche ospiti di grande spessore: da Mark Lanegan (in THE MUSIC BECOMES A SKULL) a Troy Van Leeuwen (REAL FOLK BLUES).

Il CD può certamente essere “troppo” per molti ascoltatori, ma gli amanti dell’hardcore punk e del metal troveranno pane per i loro denti. Resta solo un piccolo rimpianto: e se un intero LP di tracce “noise pop” come ULTRAPOP fosse stata la soluzione migliore per cercare un’improbabile svolta mainstream? Probabilmente questo non era l’obiettivo dei The Armed, ma in futuro potrebbe essere un’evoluzione ulteriore in una carriera già interessante.

Voto finale: 7.

Sorry, “Twixtustwain”

sorry

Il nuovo EP dei Sorry segue l’interessante esordio “925” dell’anno scorso: un lavoro che era contraddistinto da pezzi indie rock accanto ad altri molto più oscuri, vicini al post-punk. “Twixtustwain” invece è un lavoro molto più sperimentale: elettronica e trip hop si mescolano, spesso ricordando i Dirty Projectors o il (Sandy) Alex G più ardito.

I due fondatori del gruppo, Asha Lorenz e Louis O’Bryen, hanno dato sfogo alla loro vena creativa: i risultati sono davvero strani, ma aprono strade innovative per il gruppo inglese. Don’t Be Scared fa da antipasto a Things To Hold Onto, uno dei pezzi più riusciti dell’insieme. La seguente Separate invece è quasi breakbeat nella ritmica; Cigarette Packet, dal canto suo, è il singolo di lancio dell’EP e quindi è anche il più accattivante momento di “Twixtustwain”. Infine, Favourite è una buona ballata che chiude su una nota malinconica un lavoro davvero strambo.

I Sorry si confermano una promessa del rock inglese: già capaci di passare con relativa facilità dall’indie rock all’elettronica, Lorenz e O’Brien confermano una chimica difficile da scalfire e una voglia di esplorare nuovi territori non comune. Vedremo dove li condurrà la loro ispirazione in futuro.

Voto finale: 6,5.

Recap: marzo 2021

Marzo è stato un mese intenso per la musica. Abbiamo recensito ad A-Rock i nuovi lavori di Drake e dei The Horrors e la collaborazione fra il duo Armand Hammer e The Alchemist. Inoltre recensiremo l’atteso ritorno dei The Antlers e di serpentwithfeet, oltre all’EP dei Real Estate. Soprattutto, abbiamo analizzato il nuovo disco di Lana Del Rey e la sorprendente collaborazione fra Floating Points, Pharoah Sanders e la London Symphony Orchestra. Buona lettura!

Lana Del Rey, “Chemtrails Over The Country Club”

chemtrails

Il settimo disco di inediti di Lana Del Rey segue il bellissimo “Norman Fucking Rockwell!” (2019), premiato da molte pubblicazioni (fra cui A-Rock) come uno dei migliori dischi dell’anno. Creare un erede all’altezza sarebbe stata un’impresa ardua per chiunque; la nostra fede nel talento della cantautrice americana era tuttavia immensa.

Nel 2020 Lana non è stata del tutto ferma, anzi: ha pubblicato una raccolta di poesie accompagnate dalle soffici note al pianoforte del fidato Jack Antonoff, annunciato un album di cover di standard americani e il nuovo lavoro che stiamo qui recensendo. La pandemia ha insomma stimolato la popstar: “Chemtrails Over The Country Club”, malgrado non visionario come il precedente CD, è un lavoro curato che rientra con merito nel canone di Lana Del Rey e sarà sicuramente apprezzato dal pubblico che la segue ormai da dieci anni.

La prima parte del lavoro è più movimentata rispetto alla seconda: brani bellissimi e ambiziosi come White Dress e la title track sono fra i migliori della sua produzione. Anche Tulsa Jesus Freak ricalca bene le orme tracciate dai due pezzi precedenti. Invece la parte centrale ha delle ballad in puro stile Del Rey, da Let Me Love You Like A Woman a Breaking Up Slowly. “Chemtrails Over The Country Club” si chiude con una cover di For Free di Joni Mitchell, con l’assistenza di Weyes Blood: un tributo ad una delle maggiori ispirazioni della cantautrice nata Elizabeth Woolridge Grant.

Rispetto al passato, in generale, Lana pare tornata alle delicate atmosfere di “Honeymoon” (2015) piuttosto che al piano-rock di “Norman Fucking Rockwell!” o al pop suadente degli esordi. Il folk predomina, un po’ come in “folklore” ed “evermore” di Taylor Swift. Sebbene le due siano lontane come atteggiamenti ed estetica, va detto che le connessioni fra i loro ultimi lavori sono numerose.

Testualmente, infine, i riferimenti di Lana Del Rey sono collegati come al solito all’America nel senso più ampio del termine: David Lynch, Hollywood, il country club del titolo, le citazioni di Tulsa e Yosemite… Insomma, la diva americana è più immersa che mai nel suo paese. Troviamo poi rimandi a Dio (“It made me feel like a God” canta in White Dress, non contando il titolo stesso di Tulsa Jesus Freak) e all’amore (“If you love me, you love me, because I’m wild at heart” in Wild At Heart).

In conclusione, “Chemtrails Over The Country Club” rappresenta un altro passo avanti per una delle più riconoscibili voci del panorama pop contemporaneo. Lana Del Rey si conferma talentuosissima e in possesso di una visione sempre chiara per ogni suo progetto; la bellezza di “Norman Fucking Rockwell!” non è stata raggiunta, ma questo LP entrerà sicuramente nel cuore di molti.

Voto finale: 8.

serpentwithfeet, “DEACON”

serpentwithfeet-DEACON

Il secondo CD di Josiah Wise, in arte serpentwithfeet, è un ulteriore sviluppo di un’estetica in continua evoluzione. Partendo da territori sperimentali in “blisters” (2016), Wise ha progressivamente virato verso territori più vicini all’R&B, si ascolti il breve EP “Apparition” dello scorso anno. “DEACON” è ad oggi il suo lavoro più curato e più affascinante.

serpentwithfeet è decisamente cambiato rispetto al passato: se in four ethers, contenuta in “blisters”, cantava “It’s cool with me if you want to die… And I’m not going to stop you if you try”, adesso il fulcro dell’attenzione del cantautore è l’amore omosessuale. Similmente, anche le atmosfere si fanno più rassicuranti: lo sperimentalismo e l’elettronica delle origini lasciano il posto a canzoni serene, come Old & Fine. Anche i collaboratori sono simbolici: NAO e Sampha non sono certo i più arditi su piazza.

Liricamente, dicevamo, “DEACON” tratta temi molto familiari: ad esempio, guardare film col proprio partner, anche quelli fuori stagione (“Christmas movies in July with you”, Fellowship), l’amore per il prosecco (sempre Fellowship) e la libertà di vestire in modi che noi italiani potremmo disprezzare (“Blessed is the man who wears socks with his sandals” canta Josiah in Malik).

La brevità del CD (29 minuti) aiuta a mantenerlo su binari sempre coerenti fra loro, non c’è spazio per tentativi fuori luogo: una mossa forse rischiosa in tempi di streaming, ma che aiuta il replay value e inoltre evita gli episodi più deboli che colpiscono ogni disco oltre i 50 minuti di durata. I migliori pezzi sono Same Size Shoe, Fellowship e Amir, mentre sotto media è la fin troppo eterea Derrick’s Beard.

In conclusione, “DEACON” è un CD molto interessante, che cementa ulteriormente la fama di serpentwithfeet come artista imprescindibile per la scena R&B presente e futura. La sensazione è che ancora il suo capolavoro vero e proprio debba arrivare; per ora accontentiamoci di un lavoro curato e intenso come “DEACON”, fra i più bei dischi R&B dell’anno finora.

Voto finale: 8.

Floating Points, Pharoah Sanders & London Symphony Orchestra, “Promises”

promises

La collaborazione fra un grande veterano del jazz, un talentuoso compositore di musica elettronica e una tra le orchestre più stimate a livello mondiale non poteva che dare risultati interessanti. “Promises” è un lavoro molto ambizioso, che riesce nel complesso a mescolare abilmente i tre mondi messi a confronto e lascia brillare tutti e tre gli interpreti in eguale maniera.

Il CD si compone di nove movimenti composti da Sam Shepherd, in arte Floating Points, poi arrangiati assieme a Pharoah Sanders, leggenda vivente del jazz, e alla London Symphony Orchestra. Se all’inizio è difficile riuscire a capire cosa aspettarsi, col tempo e attraverso ripetuti ascolti “Promises” si rivela un LP molto ricco, ma non sovraccarico, in cui gli attori sono tutti protagonisti allo stesso livello.

Il primo movimento è decisamente rilassante, un pezzo ambient in cui il potente sax di Sanders si sente solo nella parte finale; invece poi nel successivo la situazione si ribalta e Shepherd lascia il palcoscenico all’orchestra e a Pharoah. Il lavoro è un continuo, sapiente alternarsi fra momenti più vivi (Movement 4) e altri più quieti (Movement 8), che creano un prodotto davvero imperdibile per gli amanti del jazz e della musica d’ambiente. I migliori momenti sono rintracciabili in Movement 1 e Movement 6, mentre è sotto la media Movement 9.

In conclusione, la collaborazione fra tre pesi massimi della scena musicale, rappresentanti di generi apparentemente distanti come musica classica, jazz ed elettronica, ha generato un lavoro davvero ben strutturato, i cui 46 minuti rappresentano un toccasana in tempi così difficili. Non per tutti, ma “Promises” almeno un ascolto lo merita.

Voto finale: 8.

Armand Hammer & The Alchemist, “Haram”

haram

Il duo conosciuto come Armand Hammer, composto dai due rapper ELUCID e billy woods, con “Haram” ha deciso di collaborare con alcuni pezzi da novanta del panorama hip hop: The Alchemist, il celebre produttore dietro ad alcuni grandi successi di Freddie Gibbs (ultimamente lo abbiamo visto in “Alfredo”), ma anche Earl Sweatshirt e Quelle Chris.

I risultati sono davvero interessanti: malgrado Armand Hammer sia ancora sinonimo di canzoni destrutturate, spesso vicine al jazz e alla musica puramente sperimentale, le atmosfere create da The Alchemist rendono l’insieme più digeribile anche per il pubblico più mainstream. Ne sono esempi pezzi quasi accessibili come Robert Moses e Indian Summer. Il migliore brano del lotto è però Aubergine, in cui i Nostri (aiutati da FIELDED) creano un beat ipnotico, con improvviso cambio di ritmo il cui arrivo è una sorpresa ad ogni ascolto.

Testualmente, al contrario, le tematiche trattate restano dure: la copertina (due teste di maiale) e il titolo, che rappresenta la parola che nei paesi ebraici indica le cose proibite dall’Islam, ne sono chiari segnali. In alcuni brani emerge la rabbia per le uccisioni della polizia di persone di colore (“Got caught with the pork, but you gotta kill the cop in your thoughts still saying ‘pause’”, Chicarrones) e verso le disuguaglianze economiche (“Kill your landlord, no doubt, asymmetric unconventional extremist make meaning” in Roaches Don’t Fly).

“Haram” non riscrive la storia del rap, ma i 39 minuti di durata del CD passano bene: l’ascolto a tratti non è facile (si senta Wishing Bad a tal proposito), ma i beats di The Alchemist si congiungono perfettamente con i duri versi delle canzoni e il flow arrabbiato di ELUCID e billy woods. Armand Hammer, dal canto suo, è un progetto giunto al suo quarto disco in quattro anni: quando si dice che la prolificità è nemica della qualità, abbiamo l’eccezione che conferma la regola.

Voto finale: 7,5.

The Antlers, “Green To Gold”

green to gold

Il nuovo disco dei The Antlers si è fatto attendere ben sette anni. Il frontman Peter Silberman è stato purtroppo vittima di alcuni problemi di salute ed è stato spinto a mettere da parte il progetto, concentrandosi sul ritorno in piena forma e pubblicando il CD solista “Impermanence” nel 2017.

La ristampa del loro capolavoro “Hospice” nel 2019 aveva fatto capire che qualcosa bolliva in pentola, fatto confermato dall’arrivo di “Green To Gold”. Pur non essendo il capolavoro che era appunto “Hospice” (2009), il disco è gradevole e ben strutturato, con influenze ambient e post rock che non parevano essere nella palette sonora dei The Antlers.

L’iniziale Strawflower è un pezzo strumentale, che parte con dieci secondi di silenzio: scelta interessante per una band mai banale. Il seguito del lavoro non di discosta mai da atmosfere serene, da primavera/estate (anche i testi spesso spingono in questa direzione). Questa serenità di fondo non deve però far pensare ad un LP commerciale: il gruppo newyorkese ha la sua nicchia di pubblico affezionato, ma le tematiche affrontate soprattutto in passato (dal cancro alla morte dei propri animali domestici) ci fanno capire che i The Antlers non hanno nel successo di massa lo scopo della loro esplorazione musicale.

A parte un episodio debole come Wheels Roll Home, il CD è comunque gradevole e, nelle sue parti migliori (vedi Solstice e Volunteer), rimanda ai migliori giorni del gruppo. Testualmente, Silberman affronta temi più leggeri rispetto al precedente “Familiars” (2014) e ad “Hospice”, aiutato anche da una ritrovata salute fisica e mentale: Solstice ripete “Keepin’ bright, bright, bright” come un mantra e It Is What It Is è un ironico vaffa a chi possa ritenere scadente il lavoro. Invece in Just One Sec ritorna il Silberman più riflessivo: “For just one sec, free me from me” è un indizio chiarissimo di “scissione da sé stessi”.

In conclusione, “Green To Gold” non convertirà nessuno al culto dei The Antlers; nondimeno, Peter Silberman & co. sono tornati col giusto piglio e sembrano pronti a regalarci ancora momenti intimi e commoventi come in passato.

Voto finale: 7,5.

Drake, “Scary Hours 2”

scary hours 2

Il nuovo brevissimo EP a firma Drake trova il famosissimo rapper canadese a un bivio importante: dopo due album apprezzati dai fans ma che hanno lasciato fredda la critica, “Certified Lover Boy” (questo il titolo provvisorio del nuovo disco) sarà una prova fondamentale. Intanto godiamoci questo “Scary Hours 2”: tre buoni pezzi a firma Drake, che pare di nuovo carico e ispirato.

What’s Next, brano che inaugura la collezione e unico senza un featuring, è il pezzo più debole del lotto: pare imitare la trap ora tanto di moda invece di guidare la giovane schiera di rapper. Brillanti novità sono invece presenti in Wants And Needs, con ottimo featuring di Lil Baby, e la conclusiva Lemon Pepper Freestyle, in cui Drizzy annichilisce un pur godibile Rick Ross rappando come ai bei tempi.

Testualmente, “Scary Hours 2” contiene alcuni versi tanto arroganti quanto divertenti; insomma, tipico Drake. Lemon Pepper Freestyle ad esempio è piena di perle: “I sent her the child support, she sent me the heart emoji” e “Wives get googly-eyed regardless of what they husbands do to provide, askin’ if I know Beyoncé and Nicki Minaj… of course” sono i due più emblematici. Invece Wants And Needs è più seria, “Leave me out the comments, leave me out the nonsense” è un messaggio chiaro.

In conclusione “Scary Hours 2”, così come il primo EP della serie, è un antipasto dell’album che verrà: se nel caso del primo “Scary Hours” il CD è stato il prolisso “Scorpion” (2018), senza dubbio il peggiore della produzione del rapper, speriamo davvero che “Certified Lover Boy” mantenga le gustose premesse impostate da “Scary Hours 2”.

Voto finale: 7.

The Horrors, “Lout”

lout

Il nuovo EP della band inglese li trova in un mood decisamente arrabbiato: “Lout” è formato da tre brani feroci, che fanno ritornare alla mente i Nine Inch Nails e il mondo industrial. Se questo breve lavoro è un indizio di nuove mutazioni per la band capitanata da Faris Badwan, beh il prossimo CD del gruppo minaccia di essere il loro disco più metal.

Lout, il singolo di lancio e title track, è il miglior brano del lotto: chitarre abrasive e la voce di Faris più espressiva che mai formano quattro minuti davvero intensi. La seguente Org, pezzo solo strumentale, è più elettronica, più vicina ai recenti lavori di Trent Reznor e compagni piuttosto che a “The Downward Spiral”. Infine abbiamo Whiplash, altro ruggito non per palati delicati.

In conclusione, The Horrors è ormai un marchio riconosciuto del rock alternativo inglese. Nel corso di cinque LP e quindici anni di carriera, i Nostri sono passati dal garage punk di “Strange House” (2007) al rock acido ed elettronico di “V” (2017), con in mezzo vari stop per esplorare shoegaze, psichedelia e post-punk. Insomma, la creatività non manca alla band; “Lout” dimostra ancora una volta che i The Horrors sono pronti a darci soddisfazioni in generi più minacciosi e duri del passato. Non vediamo l’ora di ascoltarne un assaggio più corposo e strutturato.

Voto finale: 7.

Real Estate, “Half A Human”

half a human

Ormai il marchio Real Estate rappresenta una certezza per gli amanti dell’indie rock più tranquillo: Martin Courtney e compagni, nel corso dei cinque album della loro carriera, hanno costruito un seguito magari non largo, ma certo fedele, fin dai lontani tempi di “Real Estate” (2009).

Questo breve EP è perciò “prevedibile” in molti tratti, ma ha la qualità di espandere il sound della band verso territori psichedelici (D+) e quasi ambient (Desire Path) senza snaturare la natura intima della band. Va detto che nel corso del tempo i Real Estate hanno prodotto album davvero notevoli, su tutti “Days” (2011) e “Atlas” (2014), quindi ci aspetteremmo una tendenza di Courtney & co. a voler replicare questi LP; il solo fatto di sentire brani quasi “sperimentali” per i canoni del gruppo è rinfrescante e apprezzabile.

Strana e forse non necessaria la presenza due volte dello stesso brano: la title track, infatti, è presente in una versione più ambiziosa in seconda posizione e, a conclusione del lavoro, accorciata per somigliare alla “solita” melodia dei Real Estate; unico aspetto davvero deludente, va detto, di un EP altrimenti gradevole, con il picco della Half A Human più “allungata”. Considerando che si tratta di scarti del precedente CD “The Main Thing” (2020), non ci possiamo lamentare.

Voto finale: 7.

Recap: febbraio 2021

Anche febbraio è finito. Un mese molto interessante, in cui segnaliamo le nuove pubblicazioni del progetto The Weather Station, dei Weezer, dei Cloud Nothings, di Madlib e di slowthai. Inoltre analizziamo i nuovi lavori di Julien Baker, King Gizzard & The Lizard Wizard, Nick Cave & Warren Ellis e della cantautrice Cassandra Jenkins. Per chiudere, daremo un’occhiata al primo “greatest hits” di The Weeknd. Buona lettura!

The Weeknd, “The Highlights”

the highlights

Chi segue A-Rock da un po’ di tempo sa che Abel Tesfaye, aka The Weeknd, ha secondo noi un posto speciale fra i cantanti pop della nuova generazione. I suoi primi tre lavori, i mixtape che nel 2011 cambiarono la faccia dell’R&B, il famosissimo “House Of Balloons” e i successivi “Thursday” e “Echoes”, sono entrati nella lista dei 200 più bei CD della scorsa decade. Inoltre, i più recenti “Beauty Behind The Madness” (2015) e “After Hours” (2020) sono listati nelle fra i migliori lavori dei rispettivi anni di pubblicazione. Non dimentichiamoci poi che, nella lista delle canzoni migliori del decennio, Abel ha un numero non trascurabile di menzioni.

Insomma, la collezione delle sue canzoni più rinomate non può che essere un appuntamento imperdibile per gli amanti del performer canadese. Starboy, The Hills, Can’t Feel My Face, Blinding Lights… sono tutte presenti le hits più celebri del Nostro. Casomai possiamo obiettare sul mancato inserimento di altre grandi melodie, come House Of Balloons/Glass Table Girls e Montreal, come della totale assenza di pezzi tratti da “Kiss Land” (2013), ma sono inezie in un canzoniere già ricolmo di classici a soli 30 anni di età.

The Weeknd è ormai un nome consolidato nel panorama pop e R&B, autore anche di collaborazioni con Kendrick Lamar, Daft Punk e Lana Del Rey, solo per citare tre dei nomi più rilevanti. “The Highlights” è una raccolta curata e completa, al netto di alcune assenze di peso. Resta comunque fondamentale per entrare nella discografia della star più brillante del panorama musicale contemporaneo.

Voto finale: 8,5.

Nick Cave & Warren Ellis, “CARNAGE”

carnage

Il nuovo disco della leggenda australiana del rock alternativo e del fidato Bad Seed Warren Ellis è un’altra aggiunta di spessore ad una discografia davvero magnifica. Si tratta peraltro della prima collaborazione fra i due non devota alla creazione di una colonna sonora per un film. Riprendendo alcuni dei territori musicali esplorati nei lavori recenti con i Bad Seeds e tornando ad alcune sonorità più rock del passato, Nick Cave ha scritto un CD perfetto per la pandemia che stiamo vivendo: a tratti angosciante, ma con un messaggio di speranza che dà conforto.

“CARNAGE”, letteralmente “massacro”, è un titolo intimidatorio, soprattutto in pieno Covid-19: tuttavia, il tema del virus è solo marginale rispetto alle riflessioni proposte da Cave ed Ellis. Emergono soprattutto i temi della fede e dell’amore, da sempre al centro della poetica di Nick Cave; ma se fino a “Push The Sky Away” (2013) c’era sempre una visione quasi demoniaca, da artista maledetto, la morte tragica del figlio Arthur nel 2015 ha radicalmente cambiato le carte in tavola per Nick Cave & The Bad Seeds, che da quel momento hanno privilegiato ritmi più compassati e sonorità quasi ambient, basti risentirsi “Ghosteen” (2019).

Testualmente, dicevamo che il disco tratta temi svariati: il “kingdom in the sky” ritorna più volte nel corso dell’opera, dapprima nell’iniziale Hand Of God e poi in White Elephant e Lavender Fields. Il messaggio più bello che viene trasmesso dal Nostro, contenuto in quest’ultima composizione, è però dedicato ai nostri cari che ci hanno lasciato: “Where did they go? Where did they hide? We don’t ask who, we don’t ask why there is a kingdom in the sky”. Infine, Shattered Ground affronta il tema del rapport tormentato fra il narratore e la sua partner, con una frase che molti di noi avranno pensato almeno una volta nella vita: “Oh, baby, don’t leave me”, che assume un significato ancora più evocativo in questi tempi difficili.

Il CD è molto compatto: otto brani per 40 minuti. Il contenuto musicale è però davvero notevole: passando dall’art pop di Albuquerque alle sonorità più dure di White Elephant, con in mezzo l’ottima Old Time e una seconda parte più raccolta, “CARNAGE” è ad oggi uno dei migliori dischi di inediti pubblicati nel 2021 (escludiamo infatti il greatest hits di The Weeknd che trovate sopra). Nick Cave ha confermato ancora una volta un talento più unico che raro e, aiutato dal fido Warren Ellis, ha pubblicato un lavoro imprescindibile per gli amanti del cantautore australiano.

Voto finale: 8.

Julien Baker, “Little Oblivions”

little oblivions

Il terzo album della cantautrice originaria del Tennessee è un ulteriore sviluppo del suono sperimentato nell’ottimo “Turn Out The Lights” (2017), il disco che aveva fatto conoscere Julien Baker ad un pubblico più ampio rispetto all’intimo “Sprained Ankle” (2015). Avere una band al completo a supportarla le consente di dare un sound più forte in certi tratti, rendendo “Little Oblivions” il suo CD più variegato.

Le premesse per un buon lavoro erano già state intraviste nei singoli di lancio: sia Hardline che Faith Healer sono highlights immediati del lavoro, le ancore a cui agganciare i brani più raccolti come Crying Wolf e Song In E. In generale, Julien non è mai parsa tanto aperta come sonorità, più vicino all’indie rock dell’amica Phoebe Bridgers di “Punisher” (2020) che al folk delle origini.

Ma, come abbiamo imparato nel corso degli anni, sono i testi la vera meraviglia, per certi versi la parte più angosciante del processo creativo della Baker. La sua sincerità disarmante è particolarmente evidente nei versi più tetri del lavoro: “What if it’s all black, baby, all the time?” canta in Hardline, mentre in Heatwave immagina di prendere l’intera cintura di Orione e legarsela attorno al collo per impiccarsi. Invece in Ringside si picchia fino a sanguinare e in Favor, assistita dalle sue compagne nella band boygenius (Phoebe Bridgers e Lucy Dacus), canta straziata “What right had you not to let me die?”. Essere cresciuta nel sud degli Stati Uniti, omosessuale e profondamente cristiana, ha lasciato tracce indelebili nella psiche della giovane cantautrice, che vengono alla luce nei suoi dischi.

In conclusione, un album che ha brani riusciti come Hardline e Faith Healer (senza scordare Relative Fiction) non può che essere valutato positivamente. Se a questo aggiungiamo testi tanto pessimisti quanto toccanti e una crescita personale e artistica evidente, “Little Oblivions” diventa imperdibile per gli amanti dell’indie rock.

Voto finale: 8.

Cassandra Jenkins, “An Overview On Phenomenal Nature”

an overview

Il secondo album della cantautrice statunitense riafferma una volta di più che il panorama cantautorale femminile è più vivo che mai: negli ultimi anni abbiamo visto emergere volti destinati a scrivere pagine rilevanti in futuro (Phoebe Bridgers, Lucy Dacus, Julien Baker e Sharon Van Etten solo per citarne alcune) e Cassandra Jenkins si aggiunge meritatamente a questa schiera.

“An Overview on Phenomenal Nature” ritmicamente si presenta come un CD a metà fra folk e art pop, un po’ la versione aggiornata al 2021 di “Bon Iver, Bon Iver” (2011) dell’omonimo progetto. Le canzoni sono ovattate, virano alle volte verso il country (Michelangelo), ma pezzi come Hard Drive mostrano tutto il talento compositivo della Nostra.

Liricamente, le sole sette canzoni descrivono soprattutto quadretti di vita quotidiana: una testimonianza di una guardia giurata di un museo; il dolore di sentire che un tuo idolo d’infanzia, con cui avresti dovuto intraprendere un tour, si è suicidato; sentimenti divergenti come sarcasmo e frustrazione… I versi che restano più impressi sono i seguenti: “Empty space is my escape” (Crosshairs), “Baby, go get in the ocean… The water, it cures everything” (New Bikini) e il potente “We’re gonna put your heart back together, are you ready?” in Hard Drive.

In conclusione, la brevità del lavoro gioca sia a favore che contro il risultato finale: se da un lato la noia non affiora mai, è anche vero che i soli 31 minuti ci fanno desiderare qualcosa in più, contando il finale quasi ambient di The Ramble abbiamo infatti soli sei brani cantautorali veri e propri. “An Overview On Phenomenal Nature” resta però davvero interessante nei suoi passaggi migliori e merita almeno un ascolto.

Voto finale: 7,5.

The Weather Station, “Ignorance”

ignorance

Il quinto album della cantautrice Tamara Lindeman, meglio conosciuta come leader del progetto The Weather Station, è una decisa svolta verso territori art pop. Se originariamente la si poteva inquadrare nel folk tipico dei cantautori anni ’60, “Ignorance” ricorda i CD recenti di Weyes Blood e Sharon Van Etten, con un tocco jazz in alcuni brani che arricchisce ulteriormente la ricetta.

Il brano migliore è l’iniziale Robber, un inno anticapitalista che è una lenta progressione verso il raffinato jazz della coda strumentale. Ora che The Weather Station si è arricchita di una band al completo a supportarla (chitarra, basso, sassofono e ben due percussionisti), la differenza rispetto ai minimali CD degli esordi è notevole. Anche Atlantic, la seconda canzone in scaletta, è uno dei migliori esempi di questo nuovo stile di Tamara Lindeman.

Nella seconda parte del lavoro la qualità sembra calare leggermente, a causa di pezzi più prevedibili come Loss e Separated, ma i risultati complessivi restano più che buoni. Da evidenziare anche alcuni passaggi lirici di “Ignorance”: il tema portante (come anche il nome del progetto anticipa) è il cambiamento climatico e l’ignoranza che pervade molti su un tema considerato da Lindeman ineludibile per i prossimi anni. In Atlantic il verso “I should really know better than to read the headlines” è emblematico e nella stessa canzone abbiamo anche “My god, I thought, ‘What a sunset.’”, davvero poetico. È poi interessante l’uso della voce di Lindeman: mai alta nel mix, piuttosto quasi uno strumento come gli altri.

In generale, dunque, “Ignorance” musicalmente non introduce nulla di radicale nel mondo del pop più raffinato. The Weather Station ha prodotto un LP che ricorda quasi uno dei recenti album dei Destroyer, un pop raffinato e sontuoso a tratti, arricchito da liriche spesso acute. Che sia la svolta per Tamara Lindeman? Attendiamo il suo prossimo lavoro per una valutazione più precisa.

Voto finale: 7,5.

Weezer, “OK Human”

ok human

Dopo un 2019 da molti salutato come il peggior anno della ormai lunga carriera dei Weezer, che ha visto l’uscita dei mediocri “Weezer (Teal Album)” e “Weezer (Black Album)”, seguito dal 2020 che tutti conosciamo, Rivers Cuomo & co. hanno in mente un 2021 ricco di sorprese: due CD in uscita, il qui presente “OK Human” e “Van Weezer”, e il tour più atteso dagli amanti del pop-punk, l’Hella Mega Tour in compagnia di Green Day e Fall Out Boy.

La partenza del 2021 è in realtà una boccata d’ossigeno per una band sempre in bilico fra grandi dischi (soprattutto negli anni ’90 del secolo scorso) e flop colossali (uno su tutti: “Make Believe” del 2005). “OK Human” riecheggia ironicamente nel titolo “OK Computer” dei Radiohead (e un brano si intitola Here Comes The Rain, ricorda qualcosa?), ma in realtà i Weezer scanzonati lasciano in questo lavoro il posto a un gruppo maturo, coinvolto come tutti nei lockdown pandemici e con poca voglia di scherzare. Cuomo riecheggia i maestri pop del passato, dai Beach Boys a Serge Gainsbourg passando per Harry Nilsson, con garbo; l’uso di un’intera orchestra arricchisce la ricetta, echeggiando Elton John nei suoi momenti migliori.

I risultati, come già accennato, sono confortanti: al tredicesimo album di inediti (non contando il “Teal Album” che era una raccolta di cover), Rivers Cuomo pare aver trovato una veste che gli si addice oltre quella della rockstar piena di complessi. Pezzi come Playing My Piano e Bird With A Broken Wing sono davvero riusciti, ma in realtà la coesione e la brevità del lavoro (soli 30 minuti) tengono lontana la voglia dei Weezer di sperimentare, che spesso ha fatto deragliare lavori nati sotto una buona stella.

In ambito testuale, i Nostri non lesinano riferimenti all’attualità: Playing With My Piano contiene il verso più rilevante, “Kim Jong-Un could blow up my city, I’d never know”. È una frase che può essere presa come uno scherzo di cattivo gusto o una candida ammissione di impotenza di fronte a qualcosa di incontrollabile: per i Weezer l’unico modo di comunicare con l’esterno è un pianoforte, tanto che la realtà fa un passo indietro. Altrove abbiamo riferimenti all’uso smodato dei social media (Screens) a alla storia della musica (All My Favorite Songs), più prevedibili ma centrati considerando il mood del disco.

In conclusione, dunque, “OK Human” è il disco più convincente dei Weezer dai tempi del “White Album” del 2016: un LP coeso, ben strutturato e sincero, che farà felici i fans del gruppo più affascinati dalla vena pop di Rivers Cuomo e compagni.

Voto finale: 7,5.

Madlib, “Sound Ancestors”

sound ancestors

Il nuovo album di uno dei più leggendari producer viventi di musica hip hop (indimenticabili le sue collaborazioni col defunto MF DOOM) è un CD collaborativo con l’altrettanto stimato Four Tet, nome d’arte di Kieran Hebden. “Sound Ancestors” è un ottimo distillato dello stile dei due autori, che dimostrano una chimica non banale e assemblano un lavoro a metà fra elettronica e rap davvero interessante nelle sue parti migliori.

La gestazione di “Sound Ancestors” è stata lunga: da due anni Otis Jackson Jr. (questo il vero nome di Madlib) inviava dei beats a Four Tet, che nel corso del tempo ha rimodellato il tutto per dare origine alle tracce che compongono il disco. Non per questo però il lavoro è fin troppo elaborato; anzi, specialmente nella seconda parte del CD, i tradizionali campionamenti di Madlib, non particolarmente abbelliti e anzi grezzi, la fanno da padrone, si senta a questo proposito Latino Negro.

La frammentarietà di “Sound Ancestors”, che ammonta a 16 canzoni per 41 minuti totali, rende a volte difficile seguire le peregrinazioni di Madlib e Four Tet, ma la qualità di molte composizioni sopperisce tranquillamente: pezzi come Theme De Crabtree, ottimo inserto jazz, e la folle Loose Goose sono davvero notevoli. Altrove Hebden fa valere maggiormente la sua presenza (si senta Hopprock), mentre altri pezzi sono troppo astratti (la title track ad esempio).

In conclusione, “Sound Ancestors” è un’ulteriore dimostrazione del talento di Madlib, produttore sempre imprevedibile e degno erede del mitico J Dilla (a cui ha dedicato anche un brano del CD, Two For 2 – For Dilla). Per gli amanti dell’hip hop, il disco è davvero imperdibile; ma anche per i semplici curiosi “Sound Ancestors” è un LP che non lascerà indifferenti.

Voto finale: 7,5.

King Gizzard & The Lizard Wizard, “L.W.”

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Il nuovo album dell’infaticabile band australiana non smentisce la loro fama di collettivo sempre voglioso di sperimentare: passando dal pop quasi beatlesiano a ritmi più psichedelici, se non hard rock, “L.W.” è l’ennesima dimostrazione del talento di Stu Mackenzie e compagni.

Il CD forma un’ideale coppia col precedente “K.G.”, che flirtava addirittura con il rock mediorientale e nordafricano; questa volta i King Gizzard & The Lizard Wizard fanno una sorta di riassunto di dieci anni di attività, un po’ per ricaricare le batterie un po’ per accontentare i fans di ogni tipo, da quelli metallari a quelli più mainstream.

Rispetto al fratello “K.G.”, questo lavoro è più riuscito e riesce in maniera più convincente ad assemblare tutti i vari tipi di rock provati nel corso della carriera dai Nostri, dal garage allo psichedelico al folk. La chiusura K.G.L.W. si propone quindi come ideale chiusura del cerchio, coi suoi ritmi duri e quasi fuori posto in un LP per il resto tranquillo. I brani migliori sono Supreme Ascendancy e l’epica K.G.L.W., mentre delude un po’ Pleura.

In conclusione, i King Gizzard & The Lizard Wizard si confermano voce tanto prolifica quanto imprescindibile per gli amanti del rock più scanzonato, capaci di passare nel giro di pochi anni dal garage rock (“12 Bar Bruise”, esordio del 2012) al metal (“Infest The Rats’ Nest” del 2019), attraversando ogni altro tipo di sonorità rock, spesso con risultati davvero soddisfacenti. “L.W.” rientra in questa categoria: evidentemente il lockdown ha stimolato la creatività della band. Li aspettiamo al varco alla prossima prova, che a occhio e croce non dovrebbe tardare ad arrivare.

Voto finale: 7,5.

slowthai, “TYRON”

tyron

Il 2020 di slowthai non è stato facile: pronto a spiccare definitivamente il volo dopo l’ottimo esordio “Nothing Great About Britain” (2019), elogiato da molte pubblicazioni specializzate e da un pubblico crescente, ha subito una sorta di linciaggio pubblico a causa della sua folle apparizione agli NME Awards, in cui si è preso a male parole con la conduttrice Katherine Ryan e successivamente con una persona del pubblico, essendo necessario addirittura l’intervento delle guardie presenti per farlo sloggiare. Insomma, un fiasco totale.

Successivamente la questione si è spenta, con la stessa Ryan che ha accettato le scuse e slowthai autore di post affranti sui social network. La rabbia dovuta a questa pessima apparizione pubblica lo ha portato a rintanarsi nella sua psiche, tanto che “TYRON” è un CD decisamente più introspettivo e meno politico di “Nothing Great About Britain”.

“TYRON” è diviso in due metà, la prima più movimentata (e con i titoli tutti in maiuscolo) e la seconda più raccolta (con tracklist in minuscolo), quasi uno specchio del suo carattere, sensibile ma folle allo stesso tempo. Quasi un doppio CD racchiuso in soli 35 minuti: un rischio, che però non produce cattivi risultati. Certo, sono lontani i tempi dello slowthai scatenato di Doorman, stupenda traccia del disco precedente, ma anche in questo album gli highlights non mancano, con una maggiore qualità delle composizioni, abbastanza a sorpresa, nella parte più melodica del lavoro.

Sottolineiamo specialmente il parco ospiti: da Denzel Curry a A$AP Rocky, passando per James Blake e Skepta, slowthai ha usato il suo accresciuto successo per strappare collaborazioni con nomi importanti nel mondo hip hop. I brani migliori sono la quasi folk push e i tried, mentre delude nhs, troppo infantile. Da menzionare anche CANCELLED, con un ottimo Skepta.

Testualmente, il lavoro è ambivalente, come già accennato: da un lato troviamo lo slowthai feroce, che in CANCELLED si scaglia contro la cancel culture che sta piagando le democrazie occidentali nella loro versione più “puritana”; dall’altro abbiamo quello che elogia il servizio sanitario nazionale inglese (nhs) e rima Harry Potter con “lobster” e “vodka” (CANCELLED).

In conclusione, “TYRON” è un erede che non soffre della “sindrome da secondo disco” nei confronti di “Nothing Great About Britain”: slowthai è in forma, gli ospiti arricchiscono il lavoro e la struttura a due facce, per quanto strana e rischiosa, paga. Non male, ma sappiamo che lui può fare di meglio: lo aspettiamo in tempi più sereni e senza la pressione di dover rifarsi una reputazione.

Voto finale: 7.

Cloud Nothings, “The Shadow I Remember”

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Il nuovo album del gruppo punk-rock statunitense li trova ormai a proprio agio nel sound che li fece conoscere al pubblico grazie a lavori riusciti come “Attack On Memory” (2012) e “Here And Nowhere Else” (2014). Se l’inventiva non è il principale tratto distintivo di “The Shadow I Remember”, di certo il CD non lascia l’ascoltatore rilassato.

Destreggiandosi abilmente fra indie rock e sonorità più robuste, i Cloud Nothings hanno costruito un altro lavoro curato, con liriche frammentarie che trattano il tema della pandemia e dei lockdown necessari per sconfiggerla (o, almeno, contrastarla). I risultati, come già accennato, non sono trascendentali, ma nemmeno mediocri.

Dylan Baldi e compagni hanno abbandonato le grandi cavalcate di 8 minuti (Wasted Days) o addirittura di 10 (Dissolution), tornando verso territori più accessibili, simili a quelli percorsi da “Life Without Sound” (2017). I migliori pezzi sono Nothing Without You e Am I Something, mentre deludono The Spirit Of e Open Rain.

In generale, i Cloud Nothings sembrano aver smarrito quell’ambizione che li rendeva davvero eccitanti; “The Shadow I Remember” probabilmente non verrà ricordato da nessuno dei loro fans come il loro miglior CD. Tuttavia, non si può parlare di un cattivo disco: semplicemente, eravamo stati abituati troppo bene.

Voto finale: 6,5.

Rising: Arlo Parks

A-Rock, lo sapete, tiene sempre d’occhio i talenti emergenti dello scenario musicale. Quest’oggi recensiremo il primo CD della cantante inglese Arlo Parks, un interessante intreccio di pop e soul.

Arlo Parks, “Collapsed In Sunbeams”

collapsed in sunbeams

Il CD d’esordio di Arlo Parks ha ricevuto lodi sperticate da molte riviste specializzate, specialmente di origine britannica: basti pensare al 10/10 di NME e all’8/10 di Uncut e del Guardian. Certo, un po’ di campanilismo è rintracciabile, ma i meriti di “Collapsed In Sunbeams” sono molti, non ultima l’abilità nei testi di Arlo, non per caso nata poetessa e poi divenuta cantautrice.

La breve durata del lavoro (12 brani per 39 minuti) non va a discapito della varietà musicale: sebbene Parks calchi ben noti terreni pop (dagli xx ai Radiohead, passando per il trip hop e Sade), vi sono brani più movimentati (Portra 400, Hurt) accostati ad altri più soft (Bluish, For Violet), che creano un’atmosfera ovattata ma mai prevedibile.

I brani dove la figura di Arlo Parks risplende maggiormente sono l’ottimista Hope e la deliziosa Black Dog, mentre delude leggermente le aspettative For Violet, troppo contratta. Chiudiamo la nostra analisi con i più bei passaggi testuali del CD: nella title track la Nostra canta “You shouldn’t be afraid to cry in front of me”, mentre in Hope arriva la frase più motivazionale dell’intero LP: “You’re not alone like you think you are”. Altrove troviamo riferimenti ad artisti di riferimento di Arlo (Jai Paul, Thom Yorke) e anche il pessimismo che un anno di pandemia ha prodotto in molti di noi (“Nothing’s changing and I can’t do this, I can’t do this”, For Violet).

In conclusione, malgrado quell’aria di “CD adatto per i supermercati e i bar”, “Collapsed In Sunbeams” è un buon esordio, che lascia intravedere il talento di Arlo Parks. La aspettiamo alla spesso difficile prova del secondo album, sperando in un po’ più di coraggio e sperimentalismo. Per ora va bene così.

Voto finale: 7,5.

Recap: gennaio 2021

Anche gennaio è terminato. Un mese interlocutorio per la musica, in cui cogliamo l’occasione di recensire anche il lavoro dei The Avalanches, il breve EP di Nilüfer Yanya e il ritorno di Paul McCartney, usciti in realtà a dicembre dello scorso anno ma meritevoli di attenzione. Inoltre abbiamo analizzato il secondo album degli shame e il ritorno della cantante R&B Jazmine Sullivan. Buona lettura!

shame, “Drunk Tank Pink”

shame

Il secondo disco degli shame, talentuosa band punk inglese, evita con abilità la “trappola del secondo album” che spesso colpisce gruppi che hanno scritto esordi fantastici quali “Songs Of Praise” (2018), che fra le altre cose era stato oggetto di una rubrica Rising di A-Rock ed era entrato sia nella lista dei migliori CD dell’anno che in quella dei migliori della decade 2010-2019.

Insomma, A-Rock attendeva con trepidazione “Drunk Tank Pink” e gli shame non hanno tradito. Il disco suona più feroce rispetto all’esordio, che flirtava con l’indie rock in larghi tratti. “Drunk Tank Pink” invece è un puro album punk: arrabbiato, feroce, oltre che influenzato dalla pandemia che ormai da un anno sta devastando le nostre vite. Questo sebbene il CD sia pronto da tempo: basti dire che già a febbraio 2020 il lavoro doveva essere pubblicato, ma il Covid-19 ne ha ritardato l’uscita.

E allora come mai il sentimento di isolamento traspare così chiaramente dalle liriche di “Drunk Tank Pink”? Il frontman Charlie Steen, dopo un tour estenuante seguito al successo di “Songs Of Praise”, si è auto-isolato in un ambiente a chiare tinte rosa (da qui il titolo) cercando di recuperare le forze fisiche e mentali. Lo stesso hanno fatto i suoi compagni di band, con effetti sorprendenti sul loro sound: come già accennato, il disco suona davvero feroce in alcuni tratti, si sentano per esempio 6/1 e la cacofonica Station Wagon che chiude il disco. Merito anche dello sperimentalismo alla chitarra di Sean Coyle-Smith e della produzione di James Ford, già all’opera con Arctic Monkeys e Foals.

Non per questo gli shame rinunciano totalmente all’essere amichevoli con l’ascoltatore: l’iniziale Alphabet è un ottimo singolo di lancio, così come la funky Nigel Hitter. Tuttavia, le migliori canzoni sono quelle propriamente punk, su tutte Water In The Well. Invece sotto la media proprio Nigel Hitter.

Le liriche, come dicevamo, trasudano angoscia e malinconia malgrado siano state scritte pre-Covid: in March Day Steen urla “In my room, in my womb, is the only place I find peace”. Invece in Water In The Well emerge il lato più canzonatorio degli shame: “Which way is heaven, sir? We all got lost somehow” è un verso davvero ironico. Infine Station Wagon conclude epicamente “Drunk Tank Pink” con le seguenti, ambiziose parole: “Nobody said this was going to be easy and with you as my witness I’m going to try and achieve the unachievable”.

In generale, dunque, “Drunk Tank Pink” non è affatto una replica del fortunato “Songs Of Praise”, quanto piuttosto una prova ulteriore del talento degli shame. Il mondo punk inglese ha ufficialmente trovato un altro gruppo imprescindibile: ispirandosi un po’ ai Parquet Courts, un po’ ai Talking Heads (con spruzzate del jazz caro ai black midi), gli shame hanno scritto il primo LP davvero importante del 2021.

Voto finale: 8.

Paul McCartney, “McCartney III”

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Sir Paul McCartney non ha bisogno di introduzione: la sua è ormai una carriera leggendaria che, giunta al ventunesimo (!!) album di inediti, non vuole proprio fermarsi. “McCartney III” è la chiusura ideale della trilogia iniziata con l’esordio solista del 1970, “McCartney”, e proseguita poi con “McCartney II” (1980). La caratteristica di tutti questi CD è di essere suonati interamente da Paul in persona, che li ha spesso utilizzati per i suoi esperimenti più arditi (ad esempio Temporary Secretary), con atmosfere decisamente meno pop di un tipico disco dei Beatles, ma sempre appetibili da una larga fetta di pubblico.

“McCartney III” non è da meno: le 11 canzoni vanno dall’esperimento folk-blues di Long Tailed Winter Bird al pop-rock della squisita Find My Way al pop beatlesiano di Pretty Boys, per poi sfociare nella stramba Deep Deep Feeling, ben otto minuti di rock à la David Bowie su morbide tastiere. Insomma, un pot-pourri mai scontato, decisamente non coeso ma intrigante nel complesso. I risultati migliori Paul li raggiunge in Find My Way e Pretty Boys, mentre delude un po’ Women And Wives.

Liricamente, McCartney cerca di calarsi nella drammatica temperie storica del 2020: il CD, uscito a dicembre dello scorso anno, rievoca la triste condizione di isolamento totale in cui è stato arrangiato, specialmente in Find My Way (“You never used to be afraid in days like these, but now you’re overwhelmed by your anxieties” è un verso potente) e Seize The Day, che nella semplicità della lirica “It’s still alright to be nice” ci ricorda che la gentilezza è una qualità sottovalutata, specialmente in tempi di pandemia.

Un cantante della caratura di Paul McCartney, che era stato in grado di restare sulla cresta dell’onda anche negli anni ’10 del XXI secolo grazie alle collaborazioni di successo con Mark Ronson (Alligator e New) e Kanye West in collaborazione con Rihanna (FourFiveSeconds), aveva prodotto con “Egypt Station” (2018) un album lungo e caotico, che faceva presagire un’ispirazione ormai esaurita per il cantautore inglese. Ritrovarlo in così buona forma solo due anni dopo, capace di stupirci come ai bei tempi, è un’ulteriore dimostrazione che, nella musica, l’età non conta.

Voto finale: 8.

The Avalanches, “We Will Always Love You”

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Il nuovo disco degli australiani The Avalanches, uno dei nomi più importanti della plunderphonics (ovvero quella corrente della musica elettronica che ricava suoni e impulsi da migliaia, letteralmente migliaia, di frammenti tratti da musiche del passato), si è fatto attendere relativamente poco. Basti pensare che fra l’esordio fulminante “Since I Left You” (2000) e il pregevole “Wildflower” (2016) sono passati sedici anni! “We Will Always Love You” invece arriva “solo” quattro anni dopo.

Il messaggio del disco pare scritto già nel titolo: il gruppo avrà preparato la solita ricetta fatta di canzoni zuccherose, elettronica soft alternata a toni più dance, con testi gioiosi o melensi, nel peggiore dei casi. Beh, le prime impressioni sono solo parzialmente corrette: i The Avalanches infatti dedicano la gran parte delle canzoni allo spazio, con chiari riferimenti sparsi fra le ben 25 canzoni che compongono l’ambizioso CD. Altra presenza ricorrente è la scomparsa attrice Barbara Payton, a cui è dedicata la seconda canzone del lavoro e la cui figura tragica, con la morte a 39 anni per droga come conclusione, ispira i momenti più introspettivi.

Ancora una volta, come già in “Wildflower”, gli ospiti sono la parte maggiore dell’interesse per un LP dei The Avalanches: affiancare nella stessa canzone MGMT e Johnny Marr può essere pretenzioso, ma The Divine Chord è davvero carina. Inoltre abbiamo fra gli altri Kurt Vile, Denzel Curry, Jamie xx, Blood Orange e Tricky, senza dimenticarci Mick Jones (ex The Clash) e Rivers Cuomo dei The Weezer. Insomma, un CD davvero variegato tanto quanto imprevedibile!

Forse troppo, a dirla tutta, tanto che anche dopo ripetuti ascolti digerire i tanti contenuti presenti non è per nulla facile. Si passa infatti dagli iniziali brevi brani Ghost Story e Song For Barbara Payton, quasi completamente recitati, alla psichedelia di The Divine Chord, al soul con spruzzate di elettronica di Reflecting Light, al trip hop di Until Daylight Comes. I brani migliori sono Wherever You Go e Take Care In Your Dreaming, mentre deludono Until Daylight Comes e Born To Lose.

Anche testualmente “We Will Always Love You” trasmette il concetto espresso nel titolo nei modi più svariati possibili: Solitary Ceremonies descrive una ragazza in contatto col celebre compositore Franz Liszt, che la ispira anche dall’aldilà guidando le sue mani sul pianoforte. Wherever You Go si apre con una trasmissione registrata dalla NASA e spedita nei Voyager 1 e 2 nelle rispettive missioni spaziali. I riferimenti allo spazio, come già accennato, sono numerosi: anche il rapper Pink Siifu in Running Red Lights immagina di volare in cielo e ascoltare la musica delle stelle.

In generale, dunque, la specialità dei The Avalanches è sempre stata quella di evocare paesaggi e tempi del passato senza per questo suonare nostalgici o attaccati ad un mondo che non tornerà più. “We Will Always Love You” è un disco non perfetto, ma che attraverso brani leggeri e atmosfere rilassate riuscirà sicuramente a rendere più sereno l’ascoltatore per i 71 minuti della sua durata.

Voto finale: 8.

Nilüfer Yanya, “Feeling Lucky?”

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Il nuovo EP della talentuosa cantautrice Nilüfer Yanya rappresenta un’interessante evoluzione della sua estetica: se nell’esordio “Miss Universe” (2019) avevamo imparato a conoscerla come una popstar in divenire, con un’insolita vena jazz, “Feeling Lucky?” è uno sguardo all’indie rock che promette cambiamenti nel prossimo CD vero e proprio a suo nome.

Crash è un esperimento che mescola domande esistenziali e un po’ inquietanti (“If you ask me one more question, I’m about to crash”) con chitarre distorte e la voce di Nilüfer sepolta sotto, a volte inintelligibile. Invece la seguente Same Damn Luck richiama le atmosfere ovattate dell’indie rock di Soccer Mommy, risultando nel brano più solido del lotto. A chiudere “Feeling Lucky?” abbiamo Day 7.5093, altro brano scanzonato e ottimamente confezionato.

Il lavoro si conclude forse troppo presto, con i tre brani che sono così invitanti e ben fatti. A suo modo, però, l’EP è un’ottima anticipazione del prossimo album a firma Nilüfer Yanya, un nome da tenere d’occhio nel panorama pop-rock internazionale.

Voto finale: 7,5.

Jazmine Sullivan, “Heaux Tales”

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Sei anni sono passati dal precedente lavoro di Jazmine Sullivan: “Reality Show”, terzo LP della sua carriera, risale infatti al 2015 e la cantautrice statunitense pareva lanciata verso la fama. Poi è arrivata una pausa piuttosto lunga, da cui esce questo intrigante lavoro, molto frammentato (32 minuti formati da ben 14 canzoni) ma coeso e ben fatto.

Le otto canzoni vere e proprie del disco sono infatti intervallate da brevi intermezzi, titolati “tales”, in cui dei personaggi femminili prendono alternativamente la parola sul tema portante del lavoro: il sesso e la concezione che la società ha di esso. Jazmine non si vergogna infatti a mettere in evidenza il suo punto di vista sulla questione, spesso con versi “diretti” e senza peli sulla lingua. Questa, a seconda dell’ascoltatore, può essere una qualità oppure una questione che a lungo andare diventa noiosa e monotona.

A prescindere dalle liriche, il CD in realtà è davvero curato: la bella voce della Sullivan è un valore aggiunto nel corso dei 32 minuti di “Heaux Tales”, passando dal rap (Put It Down) all’R&B più sensuale (On It). Gli intermezzi sono a tratti interessanti punti di vista (Antoinette’s Tale), ma alla lunga possono risultare evitabili. I pezzi migliori sono Pick Up Your Feelings e The Other Side, mentre delude un po’ Lost One.

In conclusione, “Heaux Tales” è uno dei primi CD di black music degni di essere ascoltati nel 2021: Jazmine Sullivan non sembra tornare da un’assenza di sei anni dalla scena, tanta è la sua confidenza e sicurezza nei propri mezzi. Non parliamo di un capolavoro, ma la mezz’ora di durata del disco passa bene.

Voto finale: 7.

Gli album più attesi del 2021

Archiviato il 2020, A-Rock è già all’opera per il nuovo anno: quali sono gli album più attesi del 2021?

Se l’anno passato avevamo indicato come CD più intriganti quelli di Tame Impala e The 1975 (e a ragione, visto che entrambi sono entrati nella top 10 dei 50 album migliori del 2020), nel 2021 i lavori a cui guardiamo con maggiore interesse sono rispettivamente quelli di Kendrick Lamar e Lana Del Rey. K-Dot è ormai entrato nella storia dell’hip hop con album come “good kid, m.A.A.d city” (2012) e “To Pimp A Butterfly” (2015), senza scordarsi di “DAMN.” (2017); il suo quinto album vero e proprio di inediti segnerà un altro passaggio cruciale nell’affermazione del rap come genere imperante nelle classifiche e nella società? Un discorso simile vale per Lana: il precedente “Norman Fucking Rockwell!” è stato l’album del 2019 per A-Rock e molte altre pubblicazioni, oltre che un grande successo commerciale; riuscirà il suo erede, dal titolo “Chemtrails Over The Country Club”, a mantenere tutte le attese riposte in lei da parte di pubblico e critica?

Passando al rock, abbiamo anche in questo caso artisti attesi al varco: gli Arcade Fire, ad esempio, vengono dal loro lavoro più debole, “Everything Now” (2017), un riscatto è necessario per una delle migliori band del XXI secolo. Invece i The War On Drugs devono proseguire sul percorso di crescita intrapreso con “Lost In The Dream” (2014) e “A Deeper Understanding” (2017); un discorso simile vale per Iceage e Parquet Courts, che hanno pubblicato con i loro ultimi LP “Beyondless” e “Wide Awake!” (entrambi del 2018) due lavori variegati e che aprivano strade interessanti al loro punk-rock. Due giovani voci che A-Rock ha già analizzato in passato e inserito nelle liste di fine anno sono Julien Baker e shame: se la prima è attesa al varco dopo “Turn Out The Lights” (2017), il gruppo punk inglese dopo il fulminante esordio “Songs Of Praise” (2018) dovrà confermarsi. Un doveroso rimando poi va ai nuovi (o meglio dire “vecchi”) Red Hot Chili Peppers, che hanno riaccolto John Frusciante: vedremo se l’ispirazione è tornata quella dei tempi migliori. Infine menzioniamo Queens Of The Stone Age e Phoenix, che forse hanno dato il meglio, ma sono comunque nomi importanti nello scenario rock.

Il mondo del pop, dal canto suo, pare che vivrà un 2021 tumultuoso: se già abbiamo citato il nuovo disco di Lana Del Rey, come dimenticarsi che sia Lorde che Adele che Billie Eilish, forse anche Rihanna, potrebbero pubblicare i seguiti a CD che spesso avevano segnato la loro definitiva affermazione anche fra i critici di professione (soprattutto Lorde e RiRi)? Billie, dal canto suo, deve dare un seguito al clamoroso “WHEN WE ALL FALL ASLEEP, WHERE DO WE GO?” (2019); che aveva travolto il mondo della musica due anni fa. Invece il nuovo LP di Adele segue di ormai sei anni “25” (2015): un erede è davvero necessario. Discorso diverso per St. Vincent: Annie Clark è una delle figure più interessanti a cavallo fra pop e rock, specialmente dopo “MASSEDUCTION” (2017), vedremo l’ispirazione dove la porterà.

Il lato hip hop della musica vivrà un 2021 davvero pieno di uscite importanti. Se abbiamo già anticipato che Kendrick Lamar è il più atteso assieme a Lana Del Rey da A-Rock, non dimentichiamoci che il 2021 è l’anno in cui verrà pubblicato, come già anticipato da Drake stesso, “Certified Lover Boy”, il seguito del controverso “Scorpion” (2018): dopo un 2020 che lo ha visto dare alla luce il mixtape “Dark Lane Demo Tapes”, discreto ma nulla più, il canadese deve dimostrare che il successo commerciale può essere accompagnato dal rispetto della critica. Discorso diverso per Danny Brown, che via social ha dichiarato che quest’anno arriverà “XXXX”, seguito del CD che lo ha fatto conoscere al mondo, “XXX” del 2011. Il suo stile, pazzoide ma creativo, sarà un toccasana per la scena hip hop. Il giovane rapper inglese slowthai invece seguirà il grande esordio “Nothing Great About Britain” (2019) con “TYRON”: manterrà le aspettative? Come non menzionare Travis Scott poi, uno dei nomi più trendy degli ultimi anni, atteso con “Utopia”? Chiudiamo la rassegna con il caldissimo Denzel Curry, che nel 2020 ha pubblicato due brevi ma piacevoli lavori e pare pronto a dare alla luce “Melt My Eyez, See Your Future”, e Vince Staples, reduce da un 2020 piuttosto opaco e caratterizzato da singoli molto deboli: speriamo possa recuperare la forma migliore nell’anno nuovo.

Per finire, abbiamo degli album ormai mitici, almeno nell’immaginario collettivo, probabilmente destinati a vedere la luce prima o poi… ma chissà quando! Per esempio, “Masochism” di Sky Ferreira è dibattuto ormai da anni, con la stessa Sky che pareva pronta nel 2019 a pubblicarlo ma poi era stata fermata dalla pandemia e dalla decisione di non farlo fino alla cacciata di Donald Trump dalla Casa Bianca. Chissà quindi che il 2021 non sia l’anno buono. Stendiamo un velo pietoso poi su “Dear Tommy”, il fantomatico seguito di “Kill For Love” dei Chromatics (che nel frattempo hanno pubblicato altri CD peraltro).

Se quindi il 2020 è stato un anno interessante, almeno per il mondo della musica, chissà il 2021 cosa ci riserverà! A-Rock proverà come sempre, al meglio delle sue possibilità, a darvi una copertura ampia e variegata!

I 50 migliori album del 2020 (25-1)

Eccoci arrivati alla seconda (e più prestigiosa) puntata della lista dei 50 migliori CD del 2020. Ieri, nel capitolo precedente, abbiamo visto pezzi da 90 come Bruce Springsteen, Dua Lipa e Harry Styles; chi avrà vinto il titolo di miglior album dell’anno? Buona lettura!

25) Adrianne Lenker, “songs” / “instrumentals”

(FOLK – ROCK)

La prolificità e la consistenza dimostrate nel corso degli ultimi anni da Adrianne Lenker hanno dell’incredibile: tra 2016 e 2020 abbiamo ben sette dischi (!) in cui lei collabora o si espone in prima persona, quattro con i Big Thief (di cui due nel 2019) e tre a suo nome, di cui due nell’infausto 2020. Infausto non solo per il Coronavirus: Adrianne infatti ha anche subito la rottura col suo partner di lunga data, tanto da sentirsi in dovere di rifugiarsi in una cabina in Massachusetts (un po’ à la Bon Iver) e comporre la coppia di lavori “songs” e “instrumentals”.

Sebbene quindi i due possano apparire divisi, in realtà vanno intesi come un unico lungo LP: una prima parte contenente canzoni vere e proprie, con Adrianne e la sua chitarra in primo piano, e una seconda composta da due lunghe suite strumentali, quasi ambient a tratti. I quasi 90 minuti tuttavia non pesano e fanno capire quanto dotata sia la cantautrice americana, uno dei volti più riconoscibili e meritevoli del panorama indie, sia sul versante rock che su quello folk.

“songs” è un album nato nella sofferenza, come abbiamo intuito e come Adrianne ribadisce in varie liriche del CD; tuttavia la sensazione che ne deriva ascoltandolo è di calma e serenità, grazie a pezzi efficaci come l’incantevole anything e not a lot, just forever. Non demeritano nemmeno ingydar e dragon eyes, mentre è un po’ monotona forwards beckon rebound.

Liricamente, dicevamo, il CD contiene frasi davvero espressive, con cui Lenker dichiara tutto il rammarico per la storia finita dopo sei anni di fidanzamento: “Tell me lies, wanna see your eyes. Is it a crime to say I still need you?” (two reverse), “Your dearest fantasy is to grow a baby in me” (not a lot, just forever), “Oh emptiness! Tell me ’bout your nature, maybe I’ve been getting you wrong” (zombie girl). Come detto, però, tutta questa malinconia non intacca il carattere del lavoro, che la Nostra mantiene su binari simili al primo Bon Iver e alla Joni Mitchell degli esordi.

“instrumentals” è la coda tanto misteriosa quanto affascinante di “songs”: formato da soli due pezzi molto estesi, music for indigo e mostly chimes, ha comunque una durata di 37 minuti e una capacità di evocare luoghi e sensazioni non banale. Se la prima almeno presenta la chitarra in primo piano, mostly chimes è invece un pezzo ambient puro e semplice, che pare voler fare scomparire del tutto la figura di Adrianne Lenker, riuscendoci peraltro in pieno.

Accostare Joni Mitchell così come Leonard Cohen e Bob Dylan a Lenker inizia a non essere un affronto; nulla di male, anzi. Adrianne, sia da frontwoman dei Big Thief che solista, ha trovato una sua preziosa dimensione, fatta di canzoni raffinate, semplici ma mai scontate e testi fantastici. “songs” e “instrumentals” sono la dimostrazione ulteriore che siamo di fronte ad un talento straordinario, che merita ogni riconoscimento.

24) Phoebe Bridgers, “Punisher”

(ROCK – FOLK)

Nel mondo del folk Phoebe Bridgers è conosciuta come un talento cristallino, capace di trovare una propria dimensione sia come artista in proprio (fin dal suo esordio “Stranger In The Alps” del 2017) che come collaboratrice, sia nelle boygenius (assieme a Lucy Dacus e Julien Baker) che nei Better Oblivion Community Centre (con Conor Oberst).

Tutto questo sottolinea la grande prolificità della Nostra: fra 2017 e 2020 ha infatti collaborato attivamente a quattro fra dischi ed EP, producendo inoltre i lavori più recenti di Blake Mills e Christian Lee Hutson. L’iperattività di Phoebe non è tuttavia mai andata a scapito della qualità: evolvendo progressivamente rispetto al timido esordio, la Bridgers ha infatti costruito un proprio universo, fatto di candida sincerità e melodie avvolgenti, sbocciando pienamente in “Punisher”.

La breve DVD Menu vale da introduzione alla prima vera perla del CD, quella Garden Song non a caso scelta come singolo di lancio, gran pezzo folk. Segue a ruota la seconda meraviglia, Kyoto: un brano indie rock degno dei migliori Deerhunter, impreziosito dalla delicata voce di Phoebe. La cantautrice statunitense decide poi di rallentare i ritmi, tornando alla lentezza di “Stranger In The Alps”, per poi accelerare di nuovo nell’ottima Chinese Satellite.

La seconda parte di “Punisher” mantiene questa struttura a due facce, creando un LP variegato ma mai troppo slegato. Le liriche, poi, fungono da perfetto complemento: il candore di Phoebe Bridgers è cosa nota, qui si arricchisce di dediche al defunto maestro Elliott Smith (la title track) e riferimenti più o meno velati e ironici alla fine del mondo (“Yeah, I guess the end is here” canta in I Know The End, che chiude epicamente il CD).

“Punisher” è quindi un CD tutto da gustare, in cui Phoebe Bridgers mette in mostra tutto il suo talento, aiutata anche dalla collaborazione degli storici amici boygenius e Conor Oberst e mostrando una maturità compositiva che pare pienamente raggiunta.

23) Neil Young, “Homegrown”

(FOLK – ROCK)

Il 19 giugno 2020 resterà impresso nella memoria degli amanti del rock classico per lungo tempo: quel giorno sono infatti usciti i nuovi dischi di due leggende come Bob Dylan e Neil Young. “Homegrown” è in realtà uno dei tanti “dischi perduti” del cantautore canadese: registrato originariamente nel 1974, poi scartato in favore del più tenebroso “Tonight’s The Night” (1975), il CD è un’ottima dimostrazione che, negli anni ’70 del XX secolo, gli scarti di Young sarebbero stati oro per il 90% dei suoi colleghi musicisti.

Il lavoro riprende il familiare folk-rock del Nostro, con delicati intarsi di country e addirittura una parte spoken word (Florida). Le canzoni sono brevi, addirittura Mexico non arriva a 2 minuti, come del resto il disco che dura a malapena 35 minuti. Questo da un lato favorisce l’ascolto, dall’altro ci fa desiderare di più, data l’efficacia della maggior parte dei brani.

La title track, con la sua chitarra in evidenza, è una perla e probabilmente uno dei brani più belli del Neil Young post 2000. Da menzionare anche la più mossa Vacancy. Ma nulla in realtà è superfluo, creando un’atmosfera rilassata malgrado a volte le liriche siano piuttosto tetre.

Ad esempio, Florida narra la storia immaginaria di Young che salva un bambino dopo un incidente mortale per i genitori del bimbo; invece White Lines contiene la criptica lirica “That old white line is a friend of mine”, riferimento forse alla cocaina? È chiaro che il cantautore si mette a nudo, fatto evidenziato anche dalla delicata Try, in cui Neil canta “Darlin’, the door is open to my heart, and I’ve been hoping that you won’t be the one to struggle with the key”, chiaro riferimento alla storia d’amore appena terminata con l’attrice Carrie Snodgress.

“Homegrown” è un CD imperdibile non solo per i collezionisti e per i fans duri e puri di Neil Young; è un lavoro consigliato a tutti gli amanti della musica rock, passata e presente. Anche più di “Hitchhiker” (2017), altro LP perduto da tempo di Neil Young recentemente riemerso, è una testimonianza del talento immenso di uno dei più grandi cantautori degli ultimi 50 anni.

22) Moodymann, “TAKEN AWAY”

(ELETTRONICA)

Il nono disco di Moodymann, leggenda della scena house americana, è un’altra aggiunta di valore ad una discografia sempre più ragguardevole. “TAKEN AWAY” arriva solo un anno dopo “SINNER” e anch’esso non è stato inizialmente condiviso sulle principali piattaforme di streaming (mentre “SINNER” è da qualche mese disponibile, “TAKEN AWAY” tuttora non lo è), ma solo sul profilo Bandcamp dell’artista. Scelta inconsueta per molti, non per Kenny Dixon Jr. (questo il vero nome di Moodymann), DJ sempre misterioso, tornato sulle scene nel 2014 dopo dieci anni di strana assenza.

“TAKEN AWAY” non è un titolo casuale: Moodymann infatti l’anno passato è stato vittima di una violenza a cui ormai siamo abituati da parte della polizia americana, che l’ha portato in cella e minacciato con le pistole puntate a seguito di “comportamenti sospetti”. L’episodio ha legittimamente scosso Dixon, che intitolando il nuovo lavoro “TAKEN AWAY” (ovvero “portato via”) e scegliendo basi meno funky del solito, a volte davvero cupe, ha impresso un tono decisamente più cupo del solito al CD.

Ne sentiamo echi in alcune parti testuali, ad esempio in Let Me In Moodymann canta “You’ve never been a good soul to anyone, especially me”; in Slow Down avvertiamo improvvisamente delle sirene di polizia arrivare minacciose, per poi dissolversi. Le sirene tornano anche nella title track, allegra ma allo stesso tempo pervasa da una malinconia, quasi un senso di inquietudine che rende “TAKEN AWAY” il disco più cupo a firma Moodymann.

Kenny Dixon Jr. si conferma una volta di più maestro dell’elettronica, capace di scrivere canzoni profonde ma mai monotone e anzi con alto replay value, prova ne siano le affascinanti Let Me Show You Love e Taken Away. Unica nota stonata è I’m Already Hi, ma il bilancio dell’album resta positivo. “TAKEN AWAY” è uno dei migliori LP di musica elettronica dell’anno, un risultato non scontato per un musicista che fa ballare le folle da ormai tre decadi.

21) Lianne La Havas, “Lianne La Havas”

(POP – SOUL – R&B)

Il terzo album della fascinosa cantante inglese è il suo lavoro più sicuro e convincente. Fin dal titolo il taglio è decisamente personale: “Lianne La Havas” è infatti un CD che tratta temi molto intimi per la Nostra, soprattutto la separazione dal suo partner di Los Angeles (esemplare Please Don’t Make Me Cry). Tuttavia, le melodie non disegnano paesaggi desolati: Lianne infatti mantiene un delicato equilibrio fra soul, R&B e folk che rende il disco imperdibile per gli amanti della musica più rasserenante ma non per questo “leggerina”.

Il lavoro arriva ben cinque anni dopo il precedente “Blood”, un periodo di tempo in cui molti pubblicano due/tre CD di inediti: Lianne ha deciso di riflettere attentamente sulla mossa successiva al CD che l’aveva definitivamente consacrata, tanto da metterla nell’orbita di un certo Prince, che era rimasto affascinato dalla sua bravura alla chitarra e dalla bella voce di Lianne. “Lianne La Havas” prosegue il percorso intrapreso, ma lo aggiorna con melodie più raccolte (trova spazio anche un’efficace cover di Weird Fishes dei Radiohead).

Nessun brano è davvero inefficace, solo il breve Out Of Your Mind (Interlude) è superfluo e rovina parzialmente il ritmo e la coesione del disco. Spiccano invece Paper Thin e la complessa Sour Flower, che riportano alla mente i migliori momenti di “A Seat At The Table” (2016) di Solange Knowles, la sorellina di Beyoncé, solo con minore attenzione alla politica e maggiore introspezione.

Lianne La Havas era un nome chiacchierato nella scena pop inglese; accanto alla bella voce e al fascino personale, infatti, la cantautrice sa sfoderare canzoni subito accattivanti e che migliorano ad ogni ascolto. “Lianne La Havas” è il compimento di un percorso di crescita personale sempre più intrigante, che ci fa sperare di aver trovato una grande interprete nel mondo soul/R&B.

20) The Microphones, “Microphones In 2020”

(FOLK)

Il nuovo disco di Phil Elverum resuscita l’alias che lo lanciò ormai più di venti anni fa: i The Microphones, in realtà sempre un progetto solista come il successivo Mount Eerie. “Microphones In 2020” è il ritorno più che benvenuto di uno dei progetti più amati dell’indie anni ’00: Phil analizza nell’unica lunga canzone (oltre 45 minuti!) molta parte della sua vita, soprattutto la sua gioventù, anche se non mancano riferimenti più recenti ai tragici eventi che l’hanno colpito negli scorsi anni.

Elverum si conferma musicista di grande talento: la traccia si regge infatti su degli accordi di chitarra acustica molto semplici, solo occasionalmente intervengono altri strumenti come il basso e la chitarra elettrica. Nondimeno, non ci sono momenti persi o monotoni, forse solamente la lunga intro poteva essere accorciata. Pertanto, possiamo dire che “Microphones In 2020” certamente non rovina l’eredità del progetto, anzi l’arricchisce di un capitolo inaspettato ma non superfluo.

L’aspetto lirico, come spesso nei CD a firma Phil Elverum, è fondamentale. Laddove i lavori più recenti del cantautore americano si concentrano su dettagli della vita quotidiana, spesso drammatici a seguito della morte della moglie Geneviève Castrée nel 2016, i The Microphones avevano sempre posto lo sguardo sulla natura, addirittura sul cosmo. In un certo senso “Microphones In 2020” fonde queste due estetiche, con Phil che rievoca episodi lontani nel tempo ma anche alcuni accaduti pochi anni fa, non disdegnando però le domande “generali” sul senso della vita.

Di seguito ecco alcuni dei momenti più delicati o, alternativamente, inquisitori: “Conceptual emptiness was cool to talk about back before I knew my way around these hospitals” è un amaro rimando al periodo più drammatico della vita di Elverum; “Every song I’ve ever sung is about the same thing: standing on the ground looking around, basically” è invece un’analisi onesta della sua estetica; “We’d go up on the roof at night and actually contemplate the moon… My friends and I trying to blow each others’ minds just lying there gazing, young and ridiculous” è infine un’immagine felice presa dalla sua gioventù. Il verso più bello è tuttavia contenuto nella parte finale del componimento, quasi un manifesto poetico: “I’m still standing in the weather looking for meaning in the giant meaningless days of love and loss repeatedly waterfalling down and the sun relentlessly rises still”.

In conclusione, per tutti i fans dei The Microphones il lavoro è imperdibile: pur essendo composto da un’unica lunga traccia, infatti, “Microphones In 2020” è un’ulteriore dimostrazione delle qualità di Phil Elverum, un autore per cui prolificità e bellezza vanno di pari passo. Non sono molti quelli di cui possiamo dire lo stesso.

19) Taylor Swift, “folklore” / “evermore”

(FOLK – POP)

Il nuovo CD della popstar statunitense è una svolta radicale in una carriera sempre più interessante. Taylor Swift, la fidanzatina d’America, partita dal country e arrivata al pop da stadio, svolta verso il folk à la Bon Iver, con tocchi di Lana Del Rey e Phoebe Bridgers che non pensavamo potessero adattarsi all’estetica tutta lustrini messa in evidenza in “reputation” (2017) e “Lover” (2019).

“folklore” arriva solo un anno dopo “Lover” e senza alcuna campagna di marketing da parte di Taylor: decisamente insolito per una delle stelle più brillanti della scena pop. Altra mossa sorprendente è la collaborazione con alcuni capisaldi dell’indie, autori del calibro di Bon Iver e Aaron Dessner (The National). I risultati non piaceranno ai fans più pop di Taylor, ma ampliano notevolmente la palette sonora della cantautrice e le faranno guadagnare il rispetto anche del pubblico più “esigente”.

Non tutto è perfetto in “folklore”, va detto: le 16 canzoni alla lunga diventano ripetitive e alcune (come seven) sono puro riempitivo. Ecco, se avessimo di fronte un lavoro da 12 pezzi e 50 minuti saremmo senza dubbio di fronte al CD perfetto di Taylor Swift. Così invece il verdetto è sospeso: ci sarà chi preferirà il country-pop di “Red” (2012), chi la definitiva svolta mainstream di “1989” (2014), ma senza dubbio parleremo di “folklore” ancora per anni a venire.

Liricamente, in passato il centro di più o meno tutte le canzoni di Taylor era stato… sé stessa. Adesso invece la sua fantasia ha piena libertà: in the last great american dinasty si cita Rebekah Harkness e la dinastia dei Rockefeller, monopolisti del settore petrolifero nei primi anni del XX secolo. betty invece narra, dalla parte del maschio, la storia d’amore fra James e Betty, con il primo che ha tradito la seconda ma è sicuro di poterla riconquistare. Va notato che Betty era presente anche in cardigan, fra le migliori canzoni del CD.

Altri highlights sono la delicata mirrorball e august, mentre verso il finale, come già accennato, le melodie cominciano ad essere ripetitive. Ne sono esempi illicit affairs e invisible string.

In generale, però, il lavoro brilla grazie all’abbraccio totale che Swift fa dell’estetica indie di Bon Iver e Dessner; il famoso produttore Jack Antonoff, contrariamente al passato, ha infatti spazio solo marginalmente. “folklore” quindi ci fa riflettere su un mondo alternativo, in cui Taylor avrebbe continuato nel percorso country-folk solo occasionalmente pop e sarebbe diventata la stella crossover perfetta. La carriera della Nostra è stata invece contraddistinta da un clamoroso successo, tutto sommato meritato; e se però “folklore” fosse il suo CD più riuscito? Il dibattito è aperto.

La sfida proviene incredibilmente lanciata solo alcuni mesi dopo da Taylor stessa: “evermore” è infatti il titolo del secondo CD del 2020 della popstar. Le atmosfere sono molto simili a “folklore”, il nuovo lavoro dal canto suo contiene forse melodie più pop e direttamente accessibili (si sentano la deliziosa willow e long story short).

Le 15 canzoni che compongono “evermore” sono coese fra loro, non ci sono veri passi falsi, forse solo cowboy like me è inferiore alla media, ma i risultati sono ancora una volta eccellenti. Se consideriamo che questo è il terzo album di Taylor Swift nel corso di soli 18 mesi, capiamo che siamo di fronte ad un periodo di creatività incredibile, paragonabile (sperando di evitare scomuniche dai fans più accaniti) al David Bowie del 1977 e al Prince del 1987.

Chiudiamo la nostra analisi con il parco ospiti di “evermore”: accanto a Vernon e Dessner, già dimostratisi ottimi collaboratori in “folklore”, abbiamo anche Matt Berninger e le HAIM, rispettivamente nella raccolta coney island e nella quasi country no body, no crime.

Questi due CD non solo sono ad oggi la vetta della produzione di Taylor Swift, sono anche una rivoluzione nelle tecniche di marketing: in passato i dischi venivano lanciati da lunghe campagne marketing, interviste e singoli. Il fatto che entrambi invece siano giunti al numero 1 delle charts di molti Paesi senza alcun battage pubblicitario fa capire che, in tempi di Covid, anche la musica è stata sfidata nelle sue convinzioni più radicate.

18) The Strokes, “The New Abnormal”

(ROCK)

Il primo album in sette anni (!) degli Strokes, non contando il brevissimo EP “Future Present Past” del 2016, è il più convincente CD del celebre gruppo newyorkese dall’ormai lontano “Room On Fire” (2003). Gli Strokes sembrano infatti nuovamente motivati come ai bei tempi, dopo una decade 2010-2019 davvero travagliata.

Julian Casablancas e soci paiono davvero divertirsi nel corso delle nove tracce di “The New Abnormal”: al solito indie rock smaliziato (Bad Decisions) si affiancano canzoni dove la batteria di Fabrizio Moretti è addirittura assente (At The Door), oltre a brani molto anni ’80, pieni di synth e in salsa new wave (Brooklyn Bridge To Chorus, Eternal Summer). Sono evidenti le influenze sperimentate ultimamente da Casablancas nel suo progetto parallelo, i Voidz, ma tutti e cinque gli appartenenti agli Strokes sembrano motivati a tornare ai loro livelli migliori, da troppo tempo lontani.

L’ambizione del lavoro è evidente da vari fattori: la copertina di Basquiat è un deciso cambiamento rispetto al passato minimale in fatto di cover del gruppo; la tracklist compatta nel numero ma non nella struttura delle canzoni (che spesso superano i 5 minuti); il falsetto di Casablancas ancora più presente che in passato… in più aggiungiamo dei singoli di lancio (specialmente Bad Decisions) davvero intriganti. Mettiamo Rick Rubin alla produzione e il quadro è ancora più eccitante.

Già probabilmente lo sapevamo, ma “The New Abnormal” ne è un’ulteriore dimostrazione: quando i ragazzi sono davvero concentrati sanno produrre CD sempre interessanti. Così era, ovviamente, per il classico “Is This It” (2001) e per “Room On Fire”, ma anche il controverso “Angles” (2011) aveva momenti di indubbia grandezza (Under Cover Of Darkness su tutti). Solo in “Comedown Machine” (2013) gli Strokes erano davvero sembrati allo stremo.

“The New Abnormal” potrebbe essere l’inizio della rinascita della band così come la lettera d’addio ai fans vecchi e nuovi; in ogni caso godiamoci il miglior LP del complesso statunitense negli ultimi 15 anni, pieno di novità e sorprendentemente coeso malgrado la varietà di suoni rinvenibili nel corso del CD. Complimenti, Casablancas e soci: non pensavamo di dire “che gran disco degli Strokes!” in questi anni bui per la band, ma una bella sorpresa in tempi di Coronavirus del resto era necessaria.

17) Soccer Mommy, “color theory”

(ROCK)

Il secondo album della cantautrice originaria di Nashville Sophie Allison, in arte Soccer Mommy, è un ottimo passo avanti in una discografia che era cominciata col botto. “Clean” (2018) infatti aveva colpito pubblico e critica (aveva anche fatto parte di una rubrica Rising di A-Rock) per la sua disarmante sincerità e per testi sempre diretti, in cui Sophie addirittura immaginava di mangiare i propri ex partner (Cool) e in cui declamava fiera “I don’t wanna be your fucking dog” (Your Dog).

Il percorso intrapreso nel precedente lavoro, un indie rock intervallato da brani più lenti, non viene abbandonato in “color theory”; piuttosto notiamo una crescita nella composizione e, allo stesso tempo, la perdita di quell’effetto sorpresa che aveva reso “Clean” così toccante. Il lavoro non è malvagio, anzi sono più gli alti dei bassi, ma la prossima volta sarà lecito attendersi più sperimentalismo da Sophie.

Il CD inizia molto bene: bloodstream è un ottimo pezzo indie rock, capace di una progressione potente che fa culminare il brano nel bellissimo finale. Invece royal screw up è più debole e sa di già sentito. Molto belle poi crawling in my skin e la breve up the walls. Colpisce poi un aspetto nella struttura complessiva del disco: molte canzoni superano i 4 minuti, addirittura yellow is the color of her eyes arriva a 7, testimonianza di una creatività mai doma.

Il tema dominante del lavoro è, già dal titolo, come i colori possono essere collegati alle sensazioni che tutti noi proviamo. Soccer Mommy presenta tre colori per tre corrispondenti emozioni: blu=depressione, giallo=dolore, grigio=mortalità. “color theory” vaga fra queste tre percezioni dell’animo non perdendo mai il filo della narrazione e delineando il profilo di una narratrice depressa, conscia che la vita è caratterizzata da momenti belli e altri brutti, ma merita di essere vissuta fino in fondo. Ne sono esempi “I am the problem for me, now and always” (royal screw up) e “Standing in the living room talking as you’re staring at your phone… it’s a cold I’ve known” (nightswimming).

“color theory” è il lavoro più maturo a firma Soccer Mommy, un nome ormai riconosciuto nel mondo indie e sinonimo di qualità e testi candidi. Sophie Allison ha già compiuto passi da gigante nella sua maturazione come artista e come donna, manca solo un ultimo step per comporre quello che potrebbe essere il suo LP definitivo.

16) Gorillaz, “Song Machine, Season One: Strange Timez”

(POP – ELETTRONICA – HIP HOP)

I Gorillaz sono la creatura più eccentrica nello sterminato canzoniere di Damon Albarn, già noto come frontman dei Blur e dei The Good, The Bad & The Queen, oltre che apprezzato solista. Mescolando hip hop, elettronica e pop, i Gorillaz sono entrati nel cuore del pubblico grazie a singoli perfetti come Clint Eastwood, Feel Good Inc. e On Melancholy Hill. Non sempre però, considerando gli album nella loro interezza, la band animata aveva mantenuto le attese: “The Fall” (2010), “Humanz” (2017) e “The Now Now” (2018) ad esempio sono CD controversi anche per i fans più accaniti. Non sempre quindi abbiamo perle come “Demon Days” (2005) e “Plastic Beach” (2010).

Un’altra particolarità dei Gorillaz, più o meno amata, è quella di infarcire i loro dischi con grandi ospiti, spesso in quantità eccessiva: basti pensare che in “Humanz” avevamo Vince Staples, Mavis Staples, Popcaan, Danny Brown, Kali Uchis e Pusha T, solo per citarne alcuni! Non sempre era quindi rintracciabile un tratto comune fra personaggi tanto distanti musicalmente. Beh, questo non è il caso di “Song Machine, Season One: Strange Timez”.

I Gorillaz peraltro ampliano ancora di più la lista di collaboratori in questo bel lavoro, aggiungendo Elton John, Robert Smith (The Cure), Beck, St. Vincent, slowthai e Kano, fra gli altri. Insomma, il gotha del mondo hip hop, pop e rock; nella edizione deluxe contiamo fra gli altri anche JPEGMAFIA, Skepta e il compianto Tony Allen. La cosa che colpisce però è la coesione del lavoro, capace di muoversi in equilibrio fra hip hop e pop senza mai deragliare, con singoli riusciti e l’intrinseca stranezza dei Gorillaz a fare da collante.

Il progetto “Song Machine” pareva partito come una serie di EP, contenenti pezzi azzeccati accanto a brevi intermezzi, e pareva improbabile che Albarn & co. decidessero di compilare un album intero di singoli che già da mesi erano stati pubblicati. Invece la scelta si è rivelata felice: gli highlights Strange Timez e Momentary Bliss stanno benissimo accanto alla ballata The Pink Phantom (con un grande Elton John) e a The Valley Of The Pagans, che ospita un Beck in ottima forma.

In generale, “Song Machine, Season One: Strange Timez” è probabilmente il CD più solido dei Gorillaz dai tempi di “Plastic Beach”: Damon Albarn ha dimostrato una volta di più il suo sconfinato talento ed eclettismo, creando un prodotto che piacerà a molti, divertente e mai prevedibile. È proprio quello che ci vuole, in un 2020 quanto mai desolante.

15) Special Interest, “The Passion Of”

(PUNK – ELETTRONICA)

Il quartetto americano, formato rispettivamente da Alli Logout (voce), Maria Elena (chitarra), Nathan Cassiani (basso) e Ruth Mascelli (batteria e tastiere), al secondo album dopo “Spiraling” (2018) ha trovato la formula vincente. Mescolando abilmente musica industrial, elettronica e punk, gli Special Interest hanno creato un ibrido incredibile che richiama sì la no wave anni ’80, ma aggiornata ai giorni nostri grazie alle tematiche attuali affrontate nei testi degli undici pezzi che compongono “The Passion Of”.

Dopo la breve intro Drama, il CD decolla subito grazie all’energia di Disco III (erede di Disco e Disco II contenute in “Spiraling”): un concentrato del miglior punk, con inserti techno potenti e tremendamente efficaci. Il vero manifesto della band tuttavia è l’ottima All Tomorrow’s Carry: uno dei migliori pezzi dell’anno, grazie alla potente voce di Alli Logout e a una base ritmica efficacissima. Il disco, come già detto, contiene anche melodie puramente elettroniche, prova ne sia Passion, che pare di Four Tet.

Questa fusione fra ritmi danzerecci e punk feroce fa di “The Passion Of” un album veramente unico, che fa capire come il rock largamente inteso non sia morto, con il punk soprattutto particolarmente vivo (basti ricordare le molte band nate negli ultimi anni sia in Europa che in America). I pezzi migliori sono la già menzionata All Tomorrow’s Carry e Street Pulse Beat, ma nessuno è fuori posto, tanto che i 29 minuti del CD scorrono benissimo e il lavoro ha un altissimo replay value.

Anche liricamente “The Passion Of” è molto esplicito: Logout e co. non si fanno remore a denunciare le storture della società moderna, soprattutto a danno dei più deboli (ad esempio omosessuali e persone di colore). In Homogenized Milk Alli Logout urla “What happens when there’s nothing left to gentrify and genocide is on your side?”; All Tomorrow’s Carry è ancora più apocalittica, “I watch the city crumble, arise from the rubble” cantano gli Special Interest. Infine, abbiamo il vero proclama politico del gruppo: la chiusura del lavoro, With Love, contiene i seguenti versi: “Navigate degradation on a day to day basis, no sleep through the night… Our fathers in cages under heavy surveillance… With passion aroused we call for tomorrow the people take all”.

È la rivoluzione che gli Special Interest vogliono; un cambiamento radicale delle condizioni socioeconomiche degli Stati moderni, basati secondo loro su sopraffazione e violenza. “The Passion Of” è la perfetta colonna sonora di tutto questo: arrabbiata ma mai disperata, energica ma non dissennata. Il punk si conferma quindi genere più vivo che mai e gli Special Interest sono uno dei nomi più interessanti della scena statunitense.

14) Yves Tumor, “Heaven To A Tortured Mind”

(ROCK – SPERIMENTALE)

Il musicista di origine americana Yves Tumor, ora di base a Torino, è giunto al quarto album di inediti circondato dall’ammirazione di una larga fetta della critica più influente. Capace di mescolare abilmente ambient, musica sperimentale e rock in dischi via via più accessibili, Sean Bowie (questo il vero nome di Yves Tumor) era atteso al varco: sarebbe stato capace di allargare i propri orizzonti e, magari, anche il proprio pubblico, senza perdere la legittimità e integrità guadagnate nel passato recente?

La risposta è un sonoro sì. Pur non rinunciando alla parte più d’avanguardia della propria estetica, Yves riesce infatti a virare verso un rock con richiami agli anni ’80 (Kerosene!, a cui collabora la cantante R&B Diana Taylor) e al noise (Medicine Burn). I pezzi “commerciabili” non mancano, si senta la delicata nenia Strawberry Privilege a riguardo, a dimostrazione che Sean Bowie (dal cognome altamente evocativo) non rinuncia a piacere al grande pubblico quando ne ha la possibilità.

Rispetto al precedente “Safe In The Hands Of love” (2018), il CD è più focalizzato su un solo genere: se da un lato questo regala più coesione, dall’altro spiacerà agli amanti dei lavori più spericolati dell’artista statunitense. Spiccano particolarmente l’iniziale Gospel For A New Century e Super Stars, che avrebbero potuto essere composte da Prince o da Moses Sumney. I 12 brani (per 36 minuti) scorrono sempre bene, senza cadute di qualità, a testimonianza di un LP davvero riuscito.

In conclusione, “Heaven To A Tortured Mind” è ad oggi il disco più compiuto di Yves Tumor, un artista tanto misterioso quanto talentuoso. E se tuttavia, malgrado l’innegabile bellezza, questo lavoro non fosse ancora il manifesto definitivo di Sean Bowie? Lo scopriremo col tempo, per ora accontentiamoci di uno dei migliori lavori di rock sperimentale della nuova decade.

13) Run The Jewels, “RTJ4”

(HIP HOP)

“You so numb you watch the cops choke out a man like me until my voice goes from a shriek to whisper ‘I can’t breathe’ and you sit there in the house on couch and watch it on TV”. Basterebbe questo devastante verso, contenuto in walking in the snow, per fare di “RTJ4” un CD fondamentale del 2020. El-P e Killer Mike hanno infatti pubblicato il loro quarto lavoro come Run The Jewels nel più adatto dei momenti; del resto, però, chi avrebbe pensato che questo verso, dedicato a Eric Garner, altro caso tragico di razzismo in America, sarebbe stata la colonna sonora delle rivolte scoppiate a seguito del brutale assassinio di George Floyd?

Il duo rap più famoso d’America del resto si è fatto una reputazione per saper anticipare i tempi tramite versi sempre affilatissimi, come accadeva nei precedenti LP tutti intitolati “Run The Jewels” e poi con numeri progressivi, à la Led Zeppelin insomma. I tre CD erano stati le colonne sonore perfette per tempi difficili caratterizzati dalla crisi economica (“Run The Jewels” del 2013 e “Run The Jewels 2” del 2014) e dall’elezione di Donald Trump (“Run The Jewels 3” del 2016).

Oltre a grandi qualità liriche, tuttavia, i RTJ sono anche apprezzati per la loro innata qualità di fondere omaggi più o meno espliciti all’hip hop anni ’90 con ospiti sempre azzeccati che rendono i loro lavori sempre attuali. Ad esempio, in questo “RTJ4” El-P e Killer Mike hanno ingaggiato Josh Homme, Zack De La Rocha e Pharrell Williams: il gotha dell’hard rock e del pop, in poche parole. I risultati sono davvero strabilianti, tanto che il disco potrebbe essere il migliore della già ottima produzione dei Run The Jewels.

Già dall’inizio intuiamo che la rabbia dei RTJ non si è per nulla attenuata: yankee and the brave (ep. 4) contiene una base durissima e ottimi versi sia da parte di Killer Mike che di El-P. Lo stesso vale per la potente holy calamafuck e JU$T. Quando invece i ritmi rallentano il disco perde vigore, questo è il caso ad esempio di goonies v.s. ET. Nondimeno, “RTJ4” come già accennato resta un LP valido, per alcuni addirittura il più riuscito del duo.

I Run The Jewels si confermano al top della carriera, malgrado stiamo parlando di due rapper ormai nell’età matura (hanno entrambi 45 anni) e con una lunga carriera alle spalle. Killer Mike ed El-P potranno avere ormai superato la giovane età, ma la loro capacità di rappresentare i più deboli, specialmente in tempi così complicati, è fondamentale. Basti sentirsi la conclusiva canzone a few words for the firing squad (radiation), in cui i RTJ denunciano i mali della società in modo più efficace di pressoché tutti i politici (i buoni soppressi dai cattivi, la verità manipolata dalle fake news, le differenze di trattamento che dipendono solo dalla razza delle persone…). Bentornati, Run The Jewels.

12) Destroyer, “Have We Met”

(ROCK)

Il tredicesimo album del veterano del soft rock Dan Bejar, in arte Destroyer, è uno dei lavori più compiuti a suo nome. Se da sempre il marchio Destroyer è sinonimo di canzoni affascinanti e raffinate, con “Have We Met” Bejar continua il suo percorso nel mondo synth-pop in maniera impeccabile.

La decade 2010-2019 aveva visto Destroyer creare lavori sempre più lontani dalle sue radici folk-rock per portarsi verso lidi più raffinati, ispirati ai Roxy Music e al mondo synth degli anni ’80 (Sade su tutti). “Kaputt” (2011) era stato il picco creativo del periodo, ancora oggi annoverato fra i dischi migliori dello scorso decennio. Bejar aveva in seguito proseguito in quel percorso con i riusciti “Poison Season” (2015) e “ken” (2017), ma con ritorni inevitabilmente minori, anche commercialmente parlando.

“Have We Met” senza dubbio non è in linea coi tempi, dominati da trap e hip hop, ma soddisferà gli amanti del soft rock più nostalgico e del progetto Destroyer: pezzi come Crimson Tide, The Raven e The Man In Black’s Blues sono fin da subito standout del CD. Solo la ballata The Television Music Supervisor è fuori contesto e abbassa la media di “Have We Met”.

Proprio questa canzone però ha anche il testo più poetico forse dell’intera produzione di Dan Bejar: un produttore musicale, orami sul letto di morte, riflette sulla propria vita e sui rimorsi che ha ancora dentro di sé, lasciando però la scena irrisolta tanto che l’ultimo verso è “I can’t believe…”. Che il musicista sia spirato?

Altrove troviamo messaggi quasi politici, fatto inusuale per un CD dei Destroyer: “Just look at the world around you… actually no, don’t look!”, contenuta in The Raven, è l’esempio più chiaro. In The Man In Black’s Blues abbiamo un ritorno del Bejar più astratto: “When you’re looking for Nothing and you find Nothing, it is more beautiful than anything you ever knew”.

In conclusione, “Have We Met” è il miglior LP del progetto Destroyer dal 2011 ad oggi e conferma Dan Bejar come voce irrinunciabile del panorama rock.

11) Porridge Radio, “Every Bad”

(ROCK)

Il secondo album dei Porridge Radio è un riuscito amalgama di punk e indie rock, reso ancora più interessante dalla prova vocale a 360 gradi di Dana Margolin, capace di urli quasi heavy metal e sussurri da ballata pop che ne denotano l’elasticità canora.

Il primo LP del complesso inglese era passato quasi inosservato; la mutazione avvenuta fra “Rice, Pasta And Other Fillers” (2016) e “Every Bad” è notevole. Se prima le sonorità ispiratrici erano più virate verso l’indie pop, adesso i Porridge Radio sono diventati una rock band a tutti gli effetti. Il gruppo si va ad aggiungere ad una scena britannica davvero rigogliosa: IDLES, Shame, black midi e Fontaines D.C. sono i nomi più noti di una riscossa rock causata probabilmente, fra le altre cose, da una profonda insoddisfazione per la situazione corrente del Regno Unito e dell’Irlanda in questi ultimi anni.

L’inizio del CD ricorda quasi i Deerhunter: quando la Margolin in Born Confused ripete come un mantra “Thank you for leaving me, thank you for making me happy” per un minuto intero quasi ci torna alla mente Nothing Ever Happened. Altrove troviamo influenze più punk, dagli IDLES al Nick Cave delle origini, che creano un impasto sonoro denso ma mai fine a sé stesso.

È difficile trovare difetti in un album così ben sequenziato, lungo al punto giusto (11 brani per 41 minuti) e con continui cambi di ritmo, che lo rendono sempre imprevedibile. I pezzi migliori sono Born Confused e la più raccolta Pop Song, leggermente sotto la media (molto alta) del lavoro invece Nephews e Circling.

Abbiamo già accennato alle liriche dei Porridge Radio: in molte canzoni troviamo riferimenti personali, spesso desolati (“I’m bored to death” e “What is going on with me?” in Born Confused) e altre volte violenti (“And sometimes I am just a child, writing letters to myself, wishing out loud you were dead… and then taking it back” in Sweet). Infine però la band pare trovare pace in Lilac: “I don’t want to get bitter, I want us to get better, I want us to be kinder to ourselves and to each other”.

Questo messaggio di speranza è la degna chiusura di un CD davvero riuscito, l’ennesima bella scoperta del rock inglese. I Porridge Radio, come si dice sempre o quasi, non hanno rivoluzionato la musica; nondimeno ascoltando il disco non si può non sperare che, anche in questi tempi difficili, finisca come hanno detto loro: che tutti diventiamo migliori e più gentili con gli altri.

10) Protomartyr, “Ultimate Success Today”

(PUNK)

Il quinto CD della band punk originaria di Detroit arriva tre anni dopo “Relatives In Descent” e a due dall’intrigante EP “Consolation”. La crescita del gruppo guidato da Joe Casey è impressionante: laddove i lavori precedenti erano notevoli soprattutto dal punto di vista lirico, con Casey capace di descrivere i mali peggiori del capitalismo in maniera cruda ma mai disperata, con “Ultimate Success Today” siamo di fronte al miglior lavoro della loro discografia musicalmente.

Mentre i CD del gruppo erano spesso fin troppo elaborati e alla lunga perdevano mordente, infatti, il nuovo LP è un concentrato del miglior post-punk: ritmi aggressivi, testi arrabbiati e una sezione di fiati che arricchisce ulteriormente l’esperienza. I risultati finali ricordano i Joy Division, a tratti i The Fall: insomma il meglio del movimento nato nei tardi anni ’70.

Fin dai primi due brani, i bellissimi Day Without End e Processed By The Boys, abbiamo ben chiari i tratti dominanti del lavoro; ma il resto delle dieci tracce che compongono “Ultimate Success Today” non è da meno. Spiccano soprattutto June 21 e Worm In Heaven, mentre è un po’ sotto la media Bridge & Crown.

Liricamente inoltre, come già accennato, il disco è molto profondo: Joe Casey si chiede in Processed By The Boys se l’Apocalisse sarà “a foreign disease washed upon the beach” oppure verrà da rivolte per strada. Nel pezzo conclusivo, la devastante Worm In Heaven, Casey rimpiange il suo passato: “Remember me, how I lived. I was frightened, always frightened” per poi proclamare “I wish you well, I do. May you find peace in this world; and when it’s over dissolve without pain”.

I Protomartyr hanno ormai una fanbase leale e in crescita, ma pochi avrebbero previsto questa evoluzione per una band sì impegnata, ma anche spesso imperfetta musicalmente. “Ultimate Success Today” è, in poche parole, uno dei migliori album punk dell’anno.

9) A.A.L. (Against All Logic), “2017-2019”

(ELETTRONICA)

Uno dei tanti alias del celebre musicista cileno Nicolas Jaar ci fa capire, ancora una volta, che siamo di fronte ad un talento unico nel circuito della musica elettronica mondiale. Unendo i suoi istinti più sperimentali con la sua solita attenzione alla melodia, Jaar con questo LP sembra anticipare musica sempre più visionaria.

Il CD non ricalca in realtà le atmosfere house dell’illustre predecessore: Jaar infatti introduce elementi industrial nel sound del suo progetto, creando un prodotto meno caldo ma non meno intrigante. L’inizio di Fantasy è in effetti diverso dalle canzoni house di “2012-2017”, ma la canzone entra sottopelle con facilità. Idem per la seguente If Loving You Is Wrong, più accogliente. Una novità rilevante e benvenuta è la brevità del lavoro: 9 canzoni per 45 minuti sono decisamente più digeribili dei 66 minuti di “2012-2017”.

In poche parole, Nicolas Jaar si conferma punto fermo della scena elettronica mondiale: dall’elettronica minimal, quasi ambient di “Space Is Only Noise” (2011) passando per il progetto “Darkside” (2013) con Dave Harrington, caratterizzato da atmosfere più rock, arrivando fino a “Sirens” (2016) e i due CD di A.A.L. (Against All Logic), il musicista cileno non ha mai fallito un appuntamento.

8) The 1975, “Notes On A Conditional Form”

(ELETTRONICA – POP – ROCK)

Analizzare imparzialmente un nuovo album dei The 1975, il gruppo inglese capitanato dal vulcanico Matty Healy, è sempre più difficile. Il nuovo album infatti, “Notes On A Conditional Form”, è la somma di tutto ciò per cui sono amati e di quello per cui l’esercito dei loro haters è così nutrito: 22 canzoni (!), 80 minuti di durata complessiva (!!), generi che vanno dalla classica al punk, passando per country ed elettronica (!!!)… Insomma, il CD più divisivo mai prodotto dalla band fino ad oggi.

Il periodo antecedente all’uscita del lungo lavoro è stato influenzato da numerosi rinvii, basti pensare che inizialmente il CD doveva arrivare nel maggio 2019. Successive pianificazioni avevano proposto ottobre 2019, poi febbraio 2020, aprile 2020 e infine il 22 maggio, data in cui “Notes On A Conditional Form” è finalmente stato pubblicato. Come sempre inoltre numerosi i single estratti, ben otto dei 22 pezzi complessivi sono infatti stati prescelti. Insomma, un processo decisamente frastagliato.

“Notes On A Conditional Form” conclude l’era della “Music For Cars”, che Matty Healy e compagni hanno detto comprendere i loro primi CD ed EP fino appunto a quest’ultimo. Per questo e mille altri motivi il disco era attesissimo da pubblico e critica: anticipato da singoli di successo come Me & You Together Song e If You’re Too Shy (Let Me Know), oltre al fatto di contenere ospiti di spessore (da Phoebe Bridgers a FKA Twigs), il lavoro pareva destinato a riscuotere consensi unanimi.

Non è così, per una ragione ben precisa: i The 1975 questa volta hanno davvero corso rischi inauditi. Piazzare vicino nella tracklist il punk potente di People con The End (Music For Cars), che pare estratta da una colonna sonora di Ennio Morricone, così come un brano quantomeno bizzarro come Shiny Collarbone con la brillante If You’re Too Shy (Let Me Know), sono scelte sconsiderate per qualunque artista. Con i The 1975 del resto vale l’assunto che passare da un genere al suo opposto nello spazio di due canzoni sia lecito, anzi incentivato; mentre però nel precedente “A Brief Inquiry Into Online Relationships” (2018) il complesso britannico aveva trovato un’unità tematica e stilistica miracolosa, tanto da essere premiato come album dell’anno da A-Rock, in “Notes On A Conditional Form” i The 1975 non riescono nell’impresa. Ed è davvero un peccato, perché il CD contiene alcune delle canzoni più belle e toccanti mai composte da quel genio folle che è Matty Healy.

Tuttavia, ad A-Rock siamo convinti che “Notes On A Conditional Form” volesse raggiungere proprio questo scopo: dividere. I The 1975 hanno infatti il merito di fare esattamente quello che passa loro per la testa, senza preoccuparsi delle reazioni del pubblico distratto e della critica. Del resto, i loro passati successi (da Chocolate a Sex, passando per Somebody Else, She’s American, The Sound e Love It If We Made It) sono incentrate su un sound pop-rock anni ’80 tanto suadente quanto aggiornato ai giorni nostri, tale da far chiedere: ma perché non realizzano un disco di 10-12 canzoni ispirato a Duran Duran e Cure, così da conquistare anche i critici più severi e il pubblico più conservatore? Domande legittime, a cui la band ha risposto con questo LP: a loro semplicemente non interessa (ancora) ritirarsi in lidi conosciuti, la voglia di Healy e compagni di esplorare nuovi territori musicali in ogni nuovo lavoro è intatta otto anni dopo l’esordio.

È così che passiamo da pezzi già classici come People, If You’re Too Shy (Let Me Know) e Me & You Together Song a esperimenti non riusciti come Roadkill (un pezzo country decisamente moscio) e Shiny Collarbone (che vorrebbe evocare Burial ma ne pare una brutta fotocopia). Altri bei brani sono l’irresistibile Frail State Of Mind e la delicata The Birthday Party; da non sottovalutare anche la trascinante I Think There’s Something You Should Know e la conclusiva Guys, dal testo indimenticabile. Invece i brevi intervalli di Bagsy Not In Net e The End (Music For Cars) sono quantomeno mal posizionati nella tracklist.

Liricamente, come sempre Healy non risparmia frasi ad effetto: cominciando fin dall’apertura di The 1975, affidata a Greta Thunberg, il CD manifesta propositi di alto livello, ulteriormente suffragati dalla successiva People, che invita i giovani a svegliarsi (il ritornello “Wake up! Wake up! Wake up!” è già nella testa di tutti). Altrove abbiamo una dedica super romantica dedicata da Healy agli altri membri dei The 1975 (Guys) così come una critica dell’atteggiamento americano verso l’omosessualità (Jesus Christ 2005 God Bless America) e la paura della pandemia (“Go outside? Seems unlikely” in Frail State Of Mind).

Il CD, si sarà intuito, richiede molteplici ascolti prima di essere apprezzato (o odiato) con un’opinione chiara e indiscutibile. “Notes On A Conditional Form” è un album sospeso già nel titolo: la scaletta pare fatta apposta per essere controversa oppure per essere interpretata più come una playlist che un vero e proprio disco. I risultati, come già accennato, non sono univoci, ma i The 1975 denotano una tale etica del lavoro e un tanto sorprendente desiderio di sperimentare che non ci può non far riflettere. Se “A Brief Inquiry Into Online Relationships” era dai fan adoranti considerato il loro “OK Computer”, questo LP non è sicuramente il loro “Kid A”. “Notes On A Conditional Form” pare anzi un modo per chiudere un’epoca e fare piazza pulita, lasciando spazio in futuro per ulteriori esperimenti. Che il loro “Kid A” sia solo stato posticipato? Non ci resta che attendere, fiduciosi che Matty Healy e compagni non hanno terminato la voglia di stupirci.

7) The Weeknd, “After Hours”

(POP – R&B)

Il quarto album ufficiale di The Weeknd, non contando quindi i tre formidabili mixtape del 2011 e il breve EP “My Dear Melancholy,” del 2018, è uno dei suoi CD più compiuti. Riuscendo infatti a legare l’estetica pop scoperta recentemente con le origini dark del progetto The Weeknd, Abel Tesfaye riesce a creare un prodotto variegato ma coeso e ben sequenziato, grazie anche ai produttori eccellenti che lo affiancano nel corso del disco.

I singoli offerti al pubblico per lanciare “After Hours” erano accattivanti: Blinding Lights è un’istantanea hit, così come la quasi trap Heartless; invece la title track richiama chiaramente le atmosfere oscure di “House Of Balloons” (2011). Si era intuito quindi che il CD sarebbe stato versatile, ma pochi forse avevano immaginato un LP così perfettamente in equilibrio fra le due anime dell’artista canadese: quella edonistica di The Weeknd e quella tormentata di Abel.

Citavamo prima i collaboratori presenti in “After Hours”: sebbene il CD non contenga featuring, alla produzione troviamo pezzi da 90 come Kevin Parker dei Tame Impala, Daniel Lopatin (Oneohtrix Point Never), Metro Boomin e Max Martin. Ognuno aggiunge la propria vena hip hop, R&B oppure elettronica, per creare un CD davvero dall’alto replay value.

Anche testualmente “After Hours” mostra passi avanti; se fino a “Starboy” (2016) The Weeknd era un cantante associato a notti insonni passate in discoteca e, spesso, al consumo di droga e al sesso sfrenato, raggiunti ormai i 30 anni Abel Tesfaye è diventato uomo, fragile come tutti: in Too Late lo sentiamo cantare “It’s way too late to save our souls, baby. It’s way too late, we’re on our own”, mentre in Faith emergono addirittura istinti suicidi: “But if I OD, I want you to OD right beside me. I want you to follow right behind me, I want you to hold me while I’m smiling, while I’m dying”.

In conclusione, un disco capace di passare senza problemi dal synthpop anni ’80 di Blinding Lights alla trap leggera di Heartless, passando per le atmosfere R&B di After Hours e il sax sontuoso di In Your Eyes, merita senza dubbio un voto alto. E se questo fosse addirittura il miglior LP mai creato da Abel Tesfaye in arte The Weeknd? Chapeau in ogni caso.

6) Tame Impala, “The Slow Rush”

(POP – ELETTRONICA – ROCK)

Cinque anni. Tanto è passato dal favoloso “Currents”, il disco che ha fatto scoprire i Tame Impala al grande pubblico, tanto da far sì che Rihanna realizzasse una cover di New Person, Same Old Mistakes. In questi cinque anni tuttavia il leader del gruppo Kevin Parker non è stato con le mani in mano: ha lavorato con giganti del pop come Beyoncé e Mark Ronson, ma anche con nomi meno noti come ZHU e Theophilus London.

Se c’è stato un tratto comune in queste collaborazioni è stato l’amore per il pop: che viri verso l’R&B o si tratti di pop divistico come Gaga, Parker ha iniettato nel sound psichedelico dei Tame Impala elementi differenti dal passato. Se la svolta era già presente in “Currents”, “The Slow Rush” prende elementi da disco, R&B e funk per fonderli in un amalgama tremendamente affascinante, in questo confermando il perfezionismo di Parker nel voler creare sempre il miglior prodotto dato il materiale a disposizione.

Materiale che, a tutta prima, non pareva trascendentale. Sia Patience (poi addirittura escluso dalla tracklist finale) che Borderline, i singoli del ritorno sulle scene del gruppo australiano, erano focalizzati su terreni quasi yacht rock: ritmi rilassati, tematiche futili e ben poco del vecchio sound Tame Impala. Insomma, non eravamo preoccupati, ma neanche eccitati dalla svolta. Parker ha probabilmente capito di dover cambiare qualcosa e, nel corso del 2019, ha completamente rimasterizzato il CD, rendendolo più dinamico e remixando Borderline, abbreviandone la durata e accelerandone il ritmo.

Musicalmente, in questo modo, il lavoro potrebbe essere la definitiva entrata dei Tame Impala nell’Olimpo del pop: pezzi accessibili come Lost In Yesterday e It Might Be Time si alternano ad altri epici come Posthumous Forgiveness e One More Hour, in un insieme coeso e mai privo di invenzioni deliziose per gli ascoltatori più attenti.

Elettronica e rock, elementi caratterizzanti di “Currents”, si mescolano con R&B, funk, disco e soul, per fare di “The Slow Rush” il CD più eclettico della band. I pezzi davvero imperdibili sono l’iniziale One More Year e la già citata Posthumous Forgiveness, dedicata da Parker al padre defunto e con cui non ha mai potuto riappacificarsi di persona (da qui il titolo). Ma vanno menzionati anche Lost In Yesterday, Breathe Deeper e la conclusiva One More Hour, che chiude degnamente il lavoro. Unico momento un po’ fuori fuoco è il synth insistente di Is It True.

Testualmente, se agli esordi Parker trattava principalmente la sua situazione di genio incompreso (esemplari i titoli dei due primi LP dei Tame Impala, “Innerspeaker” e “Lonerism”), mentre in “Currents” emergeva l’amarezza di una storia d’amore chiusa troppo presto, “The Slow Rush” affronta un tema ineluttabile come lo scorrere inesorabile del tempo. Il leader del gruppo australiano vive questa condizione in modo ambivalente: se da un lato si augura di passare ancora del tempo con le persone care (One More Year), dall’altro fa interpretare alla moglie la versione di sé stessa di otto anni prima, per capire se il futuro da lei immaginato si sia realizzato o meno (Tomorrow’s Dust).

In generale, un’attesa di cinque anni dalla scena musicale richiedeva che il progetto Tame Impala mantenesse le promesse e le speranze dei fans, soprattutto dopo due album clamorosi come “Lonerism” (2012) e “Currents” (2015). Missione compiuta, grazie ad una creatività infinita e un’attenzione al dettaglio unica.

5) Fontaines D.C., “A Hero’s Death”

(PUNK – ROCK)

Il secondo CD, attesissimo, della band post-punk irlandese è un pugno allo stomaco. Se l’esordio “Dogrel” aveva colpito nel segno pressoché con tutti, tanto che noi di A-Rock lo avevamo recensito nella nostra rubrica Rising e posizionato nella top 10 della lista dei migliori album del 2019, “A Hero’s Death” è un seguito ancora più cupo e disperato.

“Dogrel” mescolava infatti testi pessimisti sul futuro di Dublino (la città natale del gruppo) con canzoni quasi romantiche; “A Hero’s Death” pare il terzo CD dei Joy Division tanto la sensazione di spaesamento e tragicità viene trasmesso in ogni canzone. I Fontaines D.C., tuttavia, riescono a intessere un LP coeso e con melodie quasi accessibili, candidandosi a simbolo della scena punk d’Oltremanica (con una concorrenza comunque nutrita, in cui menzioniamo IDLES e Shame fra gli altri).

Va detto, però, che il gruppo irlandese, capitanato dall’indomito Grian Chatten, non si limita a ispirarsi alle glorie del passato: accanto infatti ai Joy Division troviamo sì riferimenti a Radiohead e The Fall, ma con liriche calate sull’oggi, critiche del capitalismo e della società moderna, fatta di sopraffazione e incapacità di pensare al futuro e concentrata su un eterno presente. Ne sono simbolo i durissimi testi di Televised Mind e Living In America, ma anche le ripetizioni ossessive di “I don’t belong to anyone” (I Don’t Belong) o “Life ain’t always empty” (la title track).

Le canzoni che colpiscono di più, dopo l’inizio davvero disperato di I Don’t Belong, sono la delicata Oh Such A Spring e Televised Mind; da non sottovalutare anche You Said. Ma nessuna canzone è fuori posto (solo Sunny leggermente inferiore alla media), tanto da fare di “A Hero’s Death” un disco coeso ma non ripetitivo, malinconico ma non completamente disperato.

Se qualcuno temeva la “sindrome da secondo album” per i Fontaines D.C., beh i timori sono stati spazzati via da “A Hero’s Death”: un lavoro che traccia un solco chiaro nel mondo punk e influenzerà probabilmente anche nei prossimi anni le giovani band desiderose di esprimere il loro dissenso per il mondo così come lo conosciamo usando batteria, basso e chitarra, urlando al mondo la propria contrarietà.

4) Bob Dylan, “Rough And Rowdy Ways”

(ROCK)

Bob Dylan, leggenda vivente del folk e del rock, a quasi 80 anni potrebbe essere in pensione già da tempo, a godersi il meritato riposo dopo 60 anni (!) di attività e milioni di dischi venduti. Invece il Bardo, con “Rough And Rowdy Ways”, prosegue un’intensa attività che lo vede preso sia dalla pubblicazione dei mitici bootleg legati alla sua attività nel XX secolo (siamo giunti al volume numero 15), sia dalla reinterpretazione degli standard americani (ultimo CD a questo proposito è “Fallen Angels” del 2016) sia, non ultima, la produzione di brani nuovi di zecca, di cui avevamo perso le tracce da “Tempest” (2012).

Questa lunga pausa aveva fatto temere che il cantautore nato Robert Zimmerman avesse appeso gli scarpini al chiodo, preferendo dedicarsi alle attività precedentemente enunciate, comunque rilevanti e abbondanti. “Rough And Rowdy Ways” è una sorpresa per più di un motivo dunque; non ultimo che, con il singolo di lancio Murder Most Foul, Bob Dylan ha raggiunto la prima posizione della classifica Billboard per la prima volta in carriera (!!). Una circostanza che fa capire quanto ancora il pubblico lo ami e quanto la sua musica sia importante in questi tempi incerti, in cui c’è bisogno di punti di riferimento in ogni campo.

Murder Most Foul è anche il brano più lungo della sua sterminata produzione: 17 minuti dedicati alla controcultura e all’assassinio di John Fitzgerald Kennedy, ancora oggi una ferita aperta nella storia americana. Il fatto che in questa epica melodia Dylan non parli per enigmi o aforismi, come invece era la regola in passato, denota un’altra caratteristica del CD: liricamente è il disco più diretto della produzione recente di Bob Dylan, forse fin dagli esordi.

Non pensiate, però, che il Dylan impressionista sia stato del tutto soppiantato: in My Own Version Of You il Nostro canta di dissotterrare tombe per liberare i personaggi dentro rinchiusi, ponendo loro domande del tipo “Is there a light at the end of the tunnel?” e non ottenendo risposte in cambio. Altrove il tono si fa canzonatorio: in Black Rider lo si sente proclamare “The size of your cock will get you nowhere” e in False Prophet afferma perentorio “I’m the last of the best, you can bury the rest”. Questi versi giocosi sono in effetti fra i pochi a strappare un sorriso in un lavoro che ha la morte come tema principale: “Today and tomorrow and yesterday, too the flowers are dying like all things do” è una delle prime liriche che sentiamo in I Contain Multitudes, apertura del CD.

La musica di “Rough And Rowdy Ways” spazia dal folk al rock, passando per il blues; terreni ben noti al Nostro, ma interpretati come già accennato in maniera tale da svelare piuttosto che accennare, fatto insolito per Bob Dylan. I pezzi che restano impressi fin dal primo ascolto sono Murder Most Foul e I Contain Multitudes, mentre è un po’ troppo lenta Mother Of Muses.

È difficilissimo, forse impossibile stilare una classifica dei CD più belli a firma Bob Dylan: ognuno probabilmente ha il suo preferito, dipendendo il giudizio dal puro gusto personale come dal momento in cui si stila la classifica. Tuttavia, vi sono dei capisaldi che nessuno può ignorare: “Highway 61 Revisited” (1965), “Blonde On Blonde” (1966) e “Blood On The Tracks” (1975) hanno fatto la storia della musica. Il fatto che “Rough And Rowdy Ways” possa anche solo essere avvicinato a questi capolavori è sintomo che, se non parliamo di un LP perfetto, di certo Dylan c’è andato davvero vicino. Se contiamo che questo è il suo 39° (!!!) album di inediti, siamo di fronte a un genio. Chapeau, Bob.

3) Perfume Genius, “Set My Heart On Fire Immediately”

(POP – ROCK)

Il quinto album di Mike Hadreas, in arte Perfume Genius, è un altro passo in avanti in una crescita che pare inarrestabile. Partito da un pop da camera molto timido, quasi solo pianoforte e voce, Perfume Genius si è aperto col tempo a generi come glam rock e art pop, raggiungendo vette altissime in “No Shape” (2017) e in questo “Set My Heart On Fire Immediately”, ad oggi il suo miglior CD.

La copertina farebbe pensare ad un disco minimale, in cui Hadreas si mette a nudo; è però anche vero che nei precedenti lavori non erano mancate introspezione e confessioni dolorose, basti pensare a “Too Bright” (2014). In realtà il lavoro è molto profondo e richiede diversi ascolti per essere apprezzato pienamente in tutta la sua bellezza. Alternando toni dimessi con pezzi decisamente intensi, infatti, Perfume Genius ha prodotto un lavoro complesso ma non per questo disprezzabile.

Infatti, la delicatezza di Just A Touch abbinata al rock quasi shoegaze di Describe fanno di “Set My Heart On Fire Immediately” un LP variegato come mai nella discografia di Hadreas, con risultati spesso sconvolgenti. I testi come sempre toccanti aggiungono ulteriore spessore al lavoro: On The Floor riguarda un sogno erotico che pare tanto reale da far dire al Nostro “I’m trying, but still I close my eyes… The dreaming bringing his face to mind”. In Describe parla della malattia di Crohn che lo perseguita ormai da tempo, mentre in Your Body Changes Everything emerge la sua fragilità: “Give me your weight, I’m solid. Hold me up, I’m falling down”. Infine, la produzione affidata a Blake Mills, che ha lavorato in passato anche con Laura Marling e Fiona Apple, corona un disco sontuoso.

In conclusione, Mike Hadreas pare aver raggiunto la piena maturità artistica. È un piacere sentirlo destreggiarsi così agilmente fra generi tanto diversi e con risultati quasi sempre ottimi. Perfume Genius è un progetto entrato a tutti gli effetti nell’Olimpo del pop.

2) Fleet Foxes, “Shore”

(FOLK)

Il quarto album dei Fleet Foxes, probabilmente la più osannata band folk degli scorsi quindici anni, è un trionfo. “Shore” prende le parti migliori di ogni disco precedente del gruppo per creare un CD coeso e brillante, che dà sollievo in questi tempi così difficili a causa del Coronavirus. Robin Pecknold ha infatti sfruttato questi mesi di reclusione per portare a compimento un lavoro che lui stesso aveva decretato ormai fuori gioco e i risultati, ancora una volta, gli danno ragione.

La storia dei Fleet Foxes non è stata tutta rose e fiori: se il primo disco “Fleet Foxes” (2008) era stato un immediato successo e il secondo “Helplessness Blues” (2011) un erede ambizioso, l’abbandono del batterista Josh Tillman (poi divenuto celebre col nome d’arte di Father John Misty) aveva portato il progetto ad un punto morto, superato solo sei anni dopo con il maestoso “Crack-Up”, eletto miglior album del 2017 da A-Rock. È pertanto sorprendente che “Shore” arrivi solo tre anni dopo, senza alcuna campagna di lancio e nessun singolo. Il lavoro, va detto, beneficia di questo trattamento: l’effetto sorpresa è garantito e la coesione del CD non richiede pezzi di lancio per far risaltare il resto del disco.

“Shore” è un disco molto personale: Pecknold ha composto la totalità delle canzoni praticamente in assoluta solitudine a causa del lockdown, cercando di trasporre nei brani le sensazioni contrastanti che ne derivano. Da un lato abbiamo la tristezza per gli amici musicisti e gli idoli di gioventù che se ne vanno (da John Prine a Richard Swift, passando per Elliott Smith e David Berman), che in canzoni come la pur godibile Sunblind è in evidenza. Abbiamo però, dall’altro, la vita: la cosa più preziosa di ogni uomo, che fa esclamare “Oh devil walk by. I never want to die” in Quiet Air / Gioia.

Nei 15 brani del CD non ci sono veri punti deboli: magari in alcuni episodi i Fleet Foxes tendono a ripetere con meno successo la ricetta del passato (si senta Thymia), ma in generale il livello medio dei brani è altissimo: Sunblind, Can I Believe You e Jara sono capolavori fatti e finiti, fra le migliori melodie mai composte da Pecknold e compagni. Da non trascurare anche Cradling Mother, Cradling Woman.

I Fleet Foxes sono ormai un gruppo riconosciuto a livello mondiale, un pilastro dell’indie folk; le armonie vocali che rendono anche il loro pezzo più convenzionale imperdibile non si sono mai rassegnate al passare del tempo, tanto che “Shore” pare un logico erede di “Fleet Foxes”. Non fossero passati dodici anni potremmo scommettere che ne siano trascorsi solo due. Questo, che potrebbe rivelarsi un limite, in realtà è il vero punto di forza della band: raffinamento, piuttosto che rivoluzione, è la parola d’ordine di Robin Pecknold. Finché i risultati saranno tanto magnifici quanto “Shore” i Fleet Foxes potranno continuare a godere della stima di critica e pubblico; non si vede perché tutto ciò non possa continuare in eterno.

1) Fiona Apple, “Fetch The Bolt Cutters”

(ROCK)

Il nuovo, attesissimo album della cantautrice Fiona Apple segue di ben otto anni il magnifico “The Idler Wheel”, ma non è la prima volta che Fiona fa attendere lungamente i suoi fans. Basti pensare che fra “The Idler Wheel” e il precedente “Extraordinary Machine” (2005) erano passati sette anni! Insomma, l’artista americana ama fare le cose perbene, prova ne sia la venerazione che i critici e il pubblico hanno per lei, che la rendono una figura popolare malgrado la vita ritirata e le rare apparizioni pubbliche.

“Fetch The Bolt Cutters” (letteralmente “vai a prendere le cesoie”) è un album rivoluzionario, tanto che ci sentiamo di dire serenamente che, nell’ambito pop-rock, raramente si era sentito un CD tanto dissonante quanto attraente. Mescolando percussioni sempre potenti con l’abilità al pianoforte e canora che tutti le riconosciamo, Fiona Apple narra storie tanto tragiche quanto a tratti ironiche, creando un prodotto certo non facile ma irrinunciabile per gli amanti della musica più ricercata e d’avanguardia.

Come già accennato, questa caratteristica ambizione in “Fetch The Bolt Cutters” non è fine a sé stessa: anzi, Fiona (basti sentire Ladies e Cosmonauts) non rinuncia a creare melodie armoniose, che cercano un pubblico ampio. Invece pezzi più arditi come la title track e Shameika rappresentano un biglietto da visita per la parte più visionaria dell’estetica della cantautrice.

Una parte fondamentale di “Fetch The Bolt Cutters” è rappresentata dai testi: Fiona infatti mescola dettagli veramente tragici (“You raped me in the same bed your daughter was born in” canta in For Her) con altre parti più leggere, tanto da sentirla cantare in Relay “I resent you for presenting your life like a fucking propaganda brochure”, oppure “There’s a dress in the closet, don’t get rid of it, you look good in it. I didn’t fit in it, it was never mine… it belonged to the ex-wife of another ex of mine” (in Ladies). Pura poesia, peraltro cantata magnificamente dalla Apple, capace di assumere tonalità angeliche oppure più dure a seconda della circostanza.

Il disco, pur complesso, è quindi il lavoro veramente irrinunciabile del 2020: mescolando pianoforte, art pop e momenti quasi sperimentali, Fiona Apple in “Fetch The Bolt Cutters” continua nella sua esplorazione musicale, ampliando un’estetica che già aveva flirtato in passato col jazz e il rock alternativo. Potremmo trovare molti artisti, donne e uomini, accostabili per un motivo o per un altro alla Nostra: Kate Bush, Joni Mitchell, Leonard Cohen, St. Vincent e la premiata ditta John Lennon/Yoko Ono sicuramente sono fra questi. La verità, però, è che nessuno suona come Fiona Apple, nel passato e nel presente della musica leggera. Per chi possiamo dire lo stesso?

È quindi la talentuosa cantautrice americana ad aggiudicarsi la palma di miglior CD del 2020. Siete d’accordo o avreste premiato altri lavori? Commentate pure! Stay tuned però: fra pochi giorni pubblicheremo l’articolo sui CD più attesi del 2021!

I 50 migliori album del 2020 (50-26)

Il 2020 sta (finalmente) per finire. Un anno tragico per molti aspetti, ma che almeno ha visto un panorama musicale vivo e ricco di uscite che resteranno un caposaldo anche nei prossimi anni: abbiamo infatti scoperto artisti emergenti molto interessanti (Doglee ed Amaarae, per esempio), Bob Dylan ha confermato di essere un gigante e che l’età è un concetto relativo, abbiamo visto ritorni inattesi da parte di artisti che mancavano da molto dalla scena musicale come i Tame Impala e Fiona Apple… insomma, chi più ne ha più ne metta!

Partiamo oggi con la prima parte della lista dei 50 migliori CD dell’anno, nei prossimi giorni pubblicheremo la sezione dedicata ai migliori 25. Buona lettura!

50) Freddie Gibbs feat. The Alchemist, “Alfredo”

(HIP HOP)

Fin dal titolo e dalla copertina “Alfredo” di Freddie Gibbs, realizzato in collaborazione col produttore The Alchemist, è chiaramente ispirato ai personaggi della mafia italo-americana. Alfredo infatti è uno dei figli di Don Vito Corleone nella saga de Il Padrino, mentre la cover è il simbolo cinematografico dell’epopea della famiglia Corleone.

In effetti Freddie Gibbs è unanimemente riconosciuto come uno dei migliori gangsta rap della sua generazione: testi affilati, flow efficace su ogni base (specialmente quelle jazzate) e una produzione abbondante, che lo ha visto pubblicare ben cinque CD negli ultimi tre anni, fra collaborazioni con produttori di grido (oltre a The Alchemist abbiamo avuto “Bandana” con Madlib nel 2019) e prove soliste.

“Alfredo” percorre sentieri conosciuti per il veterano della scena hip hop statunitense: i beats di The Alchemist sono molto vecchio stampo, ricordando il rap anni ’90. Freddie Gibbs, dal canto suo, aggiunge la sua solita efficacia nel raccontare storie dure con tocchi di umanità inattesi; esemplare al riguardo questo verso contenuto in Skinny Huge: “Man, my uncle died off a overdose… And the fucked up part about that is, I know who supplied the nigga that sold it”. Altrove invece emerge la sua passione per le storie di mafia: Baby $hit campiona una frase del boss impersonato da Chazz Palminteri in una celebre serie tv americana, Godfather Of Harlem.

I risultati sono, come usuale con Gibbs, molto interessanti, specialmente in quei pezzi dove il Nostro non si trattiene e, grazie anche a ospiti di spessore, riesce a tirare fuori il meglio di sé: è il caso di Something To Rap About, con il fondamentale supporto di Tyler, The Creator. Altra ottima canzone è God Is Perfect. Convincono meno invece i momenti più introspettivi del lavoro, da 1985 a Look At Me, che spezzano il flusso del CD.

In generale, “Alfredo” è un’altra aggiunta di livello ad una discografia tanto frastagliata quanto in crescendo; Freddie Gibbs ha ormai trovato la sua dimensione e pare in grado, come già accennato in apertura, di rappare su ogni tipo di base, pur prediligendo quelle vecchio stile. Non siamo di fronte a un nuovo “Bandana”, ma il disco è godibile e perfettamente intonato a tempi in cui l’hip hop incarna la voglia di cambiamento della società.

49) Bruce Springsteen, “Letter To You”

(ROCK)

Il ventesimo CD del Boss non poteva che essere un evento: cadendo nel 2020, i riferimenti al numero 20 sono già numerosi. Va poi aggiunto che Springsteen ha composto alcune delle canzoni che sono entrate in “Letter To You” in giovane età (si tratta di Janey Needs A Shooter, Burnin’ Train e Ghosts), probabilmente proprio nei suoi vent’anni.

Finita la parte di “statistica e curiosità”, passiamo all’analisi dell’album: composto in pochi giorni in sessioni infuocate con la E Street Band, “Letter To You” riporta nei suoi momenti migliori con la mente ai capolavori della collaborazione, come “Darkness On The Edge Of Town” (1978) e “Born In The U.S.A.” (1984). Alcune melodie superano addirittura i sei minuti di durata: tra di esse l’epica Janey Needs A Shooter e If I Was The Priest. In realtà la prima canzone in scaletta, la deliziosa One Minute You’re Here, è una ballata raccolta che ricorda “Nebraska” (1982), ma è un falso allarme. Il resto del disco infatti si muove sui territori più conosciuti per i fans del Boss, quel rock potente e nostalgico di cui è il massimo interprete e maestro (vero The War On Drugs?). Non fosse per dei piccoli passi falsi come le troppo prevedibili House Of A Thousand Guitars e Rainmaker, avremmo davanti a noi un capolavoro dell’età matura di Springsteen.

Nei testi di “Letter To You” si evince una malinconia per gli anni che passano e gli amici di una vita che, giorno dopo giorno, abbandonano questo mondo: George Theiss, il frontman della primissima band in cui militò Bruce, i Castiles, è scomparso nel 2018 e ciò portò Springsteen a voler comporre nuovi pezzi e recuperarne degli altri dalla propria gioventù. Successivamente, come sappiamo, il Boss diede alle stampe il più sereno “Western Stars” (2019) e “Letter To You” è slittato al 2020, un anno in cui la morte è più presente che mai e in cui i testi delle canzoni sono più evocativi di quanto lo sarebbero stati in tempi migliori.

Ne sono esempi “We’ll meet and live and laugh again… for death is not the end” (I’ll See You In My Dreams), “Forget about the old friends and the old times” (If I Was The Priest) e “Sometimes folks need to believe in something so bad” (Rainmaker). Quest’ultimo, oltreché in chiave religiosa, può essere interpretato come monito per i politici populisti e il desiderio delle persone di sentirsi guidate da figure che, spesso, sono veri e propri criminali, come confermato dallo stesso Springsteen.

In conclusione, “Letter To You” non raggiunge le vette di capolavori come “Born In The U.S.A.” e “Darkness On The Edge Of Town”, nondimeno renderà felici i numerosi fans del Boss, capace ancora di scrivere canzoni forti e a tratti commoventi, come solo i veri fuoriclasse sanno fare. A 71 anni e con ormai 50 anni di carriera alle spalle, Springsteen è ancora oggi uno degli artisti più rilevanti del mondo rock.

48) Troye Sivan, “In A Dream”

(POP – ELETTRONICA)

Il nuovo EP del cantautore australiano è una piccola delizia. Mescolando le melodie che lo hanno reso una popstar con episodi decisamente più sperimentali, Troye Sivan si conferma volto sempre più interessante della musica contemporanea.

“In A Dream” segue l’acclamato “Bloom” (2018), album che lo ha fatto conoscere al grande pubblico e gli ha permesso di collaborare con star come Charli XCX e Ariana Grande, ampliando notevolmente il suo pubblico. L’EP non è tuttavia una semplice continuazione di “Bloom”, quanto un modo per Troye di sperimentare nuove sonorità, che spaziano dalla techno (!) al dream pop, senza tuttavia mai perdere la bussola.

Fin dal primo singolo, Take Yourself Home, capiamo che “In A Dream” rappresenta un episodio importante per la discografia di Sivan: la canzone sarebbe di per sé carina, un’ottima melodia pop mescolata alla bella voce di Troye, ma la coda techno, che pare una creazione di Aphex Twin, è incredibile e anche ripetuti ascolti non fanno capire fino in fondo da dove sbuchi. È decisamente una delle più belle canzoni a firma Troye Sivan. Anche la successiva Easy è molto accattivante: non imprevedibile come la precedente, ma non meno riuscita. L’elettronica prepotente ritorna anche nella trascinante STUD, altro pezzo notevole del lavoro. L’unica inferiore alla media (alta) dell’EP è la fin troppo breve could cry just thinkin about you, ma i risultati restano ottimi, anche grazie all’ottima chiusura rappresentata dalla title track.

In conclusione, le sei canzoni di “In A Dream” sono un passo in avanti importante per Troye Sivan: l’australiano ha affiancato collaborazioni illustri a un’estetica in continua evoluzione, che lo rende una delle figure meno inquadrabili del mondo pop. Il prossimo album sarà il vero banco di prova, ad A-Rock siamo davvero impazienti di sentirlo.

47) Amaarae, “THE ANGEL YOU DON’T KNOW”

(R&B – POP)

Nata Ama Serwah Genfi, nel Bronx, Amaarae ha in realtà una cultura davvero varia: ha vissuto in varie parti d’America e ora vive con la famiglia in Ghana, un posto apparentemente poco convenzionale per comporre musica che ambisce alle classifiche e a comparire nelle playlist di grido di Spotify. Tuttavia, l’Africa sta diventando un mercato sempre più ambito dalle multinazionali e, allo stesso tempo, la musica africana sta conquistando i fans di mezzo mondo.

Il genere afrobeats in realtà è assimilabile a R&B e hip hop per molti versi e non è un caso che la sua affermazione coincida con l’impero del rap nelle classifiche. Amaarae, dal canto suo, cerca di stare in equilibrio fra generi apparentemente diversi come R&B, pop e funk, creando con “THE ANGEL YOU DON’T KNOW” un CD breve (soli 35 minuti) ma vario, con picchi notevoli e pezzi più interlocutori. Il talento c’è, ma la Nostra deve ancora affinare la sua estetica per renderla davvero unica.

Le 14 canzoni dell’album vengono introdotte dalla breve D*A*N*G*E*R*O*U*S, uno dei molti intermezzi che popolano il disco. FANCY è già un highlight del CD, fra trap e R&B; altri pezzi da ricordare sono FANTASY e PARTY SAD FACE/CRAZY WURLD, con coda addirittura punk; invece mediocre HELLZ ANGEL. In tutte le canzoni tuttavia svetta, comprensibilmente, la voce da bambina di Amaarae, che ad alcuni potrà sembrare eccessivamente sdolcinata ma in realtà è un valore aggiunto nella maggior parte delle melodie.

In conclusione, “THE ANGEL YOU DON’T KNOW” è un LP molto interessante, che richiede più di un ascolto per essere compreso appieno. La brevità aiuta l’assimilazione rapida delle canzoni, la varietà di generi affrontati con successo da Amaarae garantisce replay value; insomma, se non fosse per i troppi intermezzi e alcuni episodi non all’altezza, avremmo davanti un esordio coi fiocchi. Ma già così Amaarae si candida ad un ruolo di primo piano nel panorama musicale dei prossimi anni.

46) Harry Styles, “Fine Line”

(POP – ROCK)

Questo secondo album a firma Harry Styles, ex membro degli One Direction, conferma l’impressione suscitata da “Harry Styles” del 2017: è lui il più talentuoso tra gli ex appartenenti alla boy band. Mentre infatti sia Liam Payne che Zayn Malik hanno deluso alla prova solista, Harry dimostra un’abilità non comune nel panorama pop-rock, prendendo spunto da artisti come The 1975 e Coldplay ma riuscendo a non suonare scontato.

“Fine Line” parte subito forte: Golden è un pezzo molto solare, perfetto per iniziare col piede giusto un CD dichiaratamente “amichevole” ma non per questo monotono. Altro ottimo brano è Adore, non a caso scelto anche per lanciare il lavoro. Invece Watermelon Sugar è un po’ banale e non rende giustizia alla bella voce di Styles.

Interessante è poi la voglia di sperimentare dell’ex One Direction, che si avventura in territori folk (Cherry) così come negli assoli rock quasi prog (She). I risultati non sono sempre perfetti, ma denotano un coraggio non comune. Non è un caso che l’artista britannico dichiari di ispirarsi a David Bowie; ce ne vuole per raggiungere le vette creative del Duca Bianco, ma Harry Styles ha tutto per costruirsi una solida carriera.

“Fine Line” non è ancora il CD definitivo del giovane cantante, ma mostra un Harry Styles in gran forma e pronto ad essere il Robbie Williams degli anni ’20: l’unico sopravvissuto a buoni livelli di una ex boyband. Basta sostituire i Take That con gli One Direction e il gioco è fatto.

45) Stormzy, “Heavy Is The Head”

(HIP HOP)

Il secondo album rappresenta come ben sappiamo sempre una prova ardua da superare, soprattutto per artisti che hanno trovato il successo al primo colpo. Stormzy, superstar della scena grime inglese, la supera brillantemente, mantenendo le qualità messe in mostra nell’esordio “Gang Signs & Prayer” del 2017 e diventando una voce generazionale vera e propria per la gioventù britannica.

Il CD, uscito a fine 2019, mescola come già “Gang Signs & Prayer” vari generi: dalla trap al gospel, passando per il rap più duro e diretto, conosciuto Oltremanica come grime. Questa grande varietà rappresenta sia un limite che un’opportunità per il giovane artista: se da un lato Stormzy infatti crea un CD fin troppo diversificato (con ospiti tanto diversi da comprendere Ed Sheeran e Burna Boy nella stessa canzone), dall’altro la sua innata abilità a spaziare fra ritmi e sonorità così diverse dimostra un talento enorme.

Come sempre in un album hip hop, i testi rivestono un’importanza notevole. Stormzy non ha mai fatto mistero di voler diventare portavoce della generazione che in Inghilterra ha assistito alla Brexit e all’ascesa dei Tory, con tutte le polemiche che ne sono seguite. In Audacity si domanda: “come diavolo ho fatto a salire così presto?”, mentre in One Second escono le contraddizioni a cui deve far fronte: “ Mummy always said if there’s a cause then I should fight for it, so yeah I understand, but I don’t think that I’m all right with it”, che non necessita di traduzione. Altrove invece appaiono temi più personali: in Lessons, per esempio, Stormzy conferma le voci che lo vedevano traditore della ex fidanzata Maya Jama.

In generale, il disco scorre bene, i featuring aggiungono spessore ai brani e Stormzy si conferma rapper molto talentuoso, sia vocalmente che liricamente. “Heavy Is The Head” sarà anche una dichiarazione spavalda, specialmente verso la concorrenza, ma questa arroganza è meritata.

44) Denzel Curry, “13LOOD 1N + 13LOOD OUT MIXX” / “UNLOCKED”

(HIP HOP)

I due brevi EP pubblicati nel giro di un mese dal rapper di Miami Denzel Curry, astro nascente della scena trap più alternativa, mostrano un artista al top: le basi sono durissime, in questo ricordando “TA13OO” (2018), il CD che fece conoscere Denzel a un pubblico ampio. A ciò aggiungiamo collaborazioni efficaci e abbiamo due fra gli EP più eccitanti degli ultimi anni.

Il primo ad essere pubblicato in ordine temporale, “13LOOD 1N + 13LOOD OUT MIXX”, è davvero breve: 8 pezzi che arrivano a malapena ai 13 minuti di durata, spesso connessi uno con l’altro tanto che è difficile dire dove uno finisce e il nuovo inizia. A colpire sono specialmente la durissima XX – CHARLIE SHEEN – XX, con la collaborazione di Ghostemane, e la più dolce XX – WELCOME TO THE FUTURE – XX. Nessuna però è scarsa, tanto da creare un disco quasi punk: potente, immediato e breve, che impone ascolti in serie.

Il secondo EP è intitolato “UNLOCKED” e vanta la collaborazione di Kenny Beats, da molti riconosciuto come il nuovo Madlib: che Denzel Curry sia il suo Freddie Gibbs? Non siamo di fronte ad un nuovo “Bandana” (2019), ma senza dubbio il CD è riuscito: meno aspro rispetto a “13LOOD 1N + 13LOOD OUT MIXX”, mantiene però alto il livello delle basi con inserti jazz che rendono l’insieme imprevedibile. I pezzi migliori sono Take_it_Back_v2 e Track07, poi in generale valgono le considerazioni fatte anche per il precedente lavoro: la brevità rende necessario più di un ascolto per apprezzare appieno i dettagli delle poche ma intricate canzoni.

In poche parole, Denzel Curry è destinato a scrivere pagine importanti dell’hip hop degli anni ’20 del XXI secolo: questi due EP ne sono un’ulteriore dimostrazione.

43) Hayley Williams, “Petals For Armor”

(ROCK – POP)

Il primo disco solista della cantante dei Paramore arriva a tre anni da “After Laughter”, il CD che aveva rappresentato una svolta importante per il gruppo statunitense, decisamente più pop e new wave rispetto al passato. Hayley evolve ulteriormente il sound sperimentato in “After Laughter”, creando un lungo lavoro innovativo ma accessibile, che flirta col pop ma anche col post-rock.

Il CD è inoltre decisamente personale: la Williams ha infatti da poco divorziato dal partner con cui aveva condiviso gli ultimi dieci anni di vita, un momento quindi non facile per lei. Nelle liriche troviamo infatti spesso riferimenti a questo e alle conseguenze che ha avuto su di lei: in Leave It Alone canta “If you know how to love, best prepare to grieve”, mentre in Rose/Lotus/Violet/Iris, dove collaborano anche le boygenius (cioè Julien Baker, Lucy Dacus e Phoebe Bridgers), “he loves me now, he loves me not” pare echeggiare il gioco che tutti da bambini abbiamo fatto.

Il tono del disco è insolitamente dimesso: mentre i Paramore ci avevano abituato a CD di rock alternativo che invitavano a ballare l’ascoltatore, Hayley Williams in “Petals For Armor” raramente si concede momenti leggeri. Sudden Desire alterna toni lievi a versi più intimisti, mentre Simmer e Leave It Alone rappresentano un’ottima doppietta iniziale ma non proprio accessibile, con quegli echi di Sigur Ros qua e là.

“Petals For Armor” era stato concepito inizialmente come un triplo EP, fatto ben rappresentato dalla struttura del lavoro: il primo terzo è riflessivo, il secondo accessibile e l’ultimo è un’affermazione della forza di Hayley Williams malgrado il tumulto passato nell’ultimo anno, tanto da concludersi con la bella frase “Won’t Give In To The Fear” in Crystal Clear. La promozione del CD è stata frammentaria proprio per questa confusione di fondo sulla struttura del lavoro, ma i risultati sono buoni.

“Petals For Armor” infatti contiene brani adatti ad ogni occasione: raccolti, ballabili, sperimentali e mainstream… Hayley Williams ha deciso di riversare molti dei suoi riferimenti musicali in questo LP, creando un aggregato magari non efficace in ogni sua parte ma certo non disprezzabile.

42) MIKE, “Weight Of The World”

(HIP HOP)

Il giovane ma già affermato rapper newyorkese MIKE, con “Weight Of The World”, prosegue la strada tracciata nel fortunato album precedente, “tears of joy” (2019). Dal canto nostro, ad A-Rock avevamo già messo gli occhi su di lui, inserendolo in un profilo della rubrica “Rising”, dedicata ai giovani talenti, e nella lista dei migliori CD dell’anno.

L’hip hop astratto e delicato di MIKE è infatti davvero riuscito nelle sue parti migliori (basti sentirsi No, No e Da Screets), evocando il miglior MF Doom ed Earl Sweatshirt, che in un certo senso ha ricambiato la stima del Nostro collaborando in Allstar. Il disco prosegue idealmente quanto fatto in “tears of joy”: MIKE è ancora devastato dalla morte prematura della madre, che viene continuamente evocata in “Weight Of The World”. Anche musicalmente non vi sono innovazioni particolari, anzi possiamo dire che il talentuoso rapper approfondisce la formula vincente del precedente LP, riducendone la frammentarietà (siamo a 16 brani per 35 minuti); solo due canzoni superano i tre minuti, Coat Of Many Colors e Weight Of The Word*.

I testi, come già si sarà capito, sono il pezzo forte del lavoro: in delicate descrive un’infanzia travagliata, “We used to freeze up in the winter, the summers, we rose” canta malinconicamente. In alert* affronta il tema della depressione: “Papa knows it’s doom I need to work through” è un verso chiarissimo. Tuttavia, la palma di lirica più devastante la vince “Walked her out the Earth, just me, a couple nurses”, contenuta in 222: un commiato asciutto ma davvero toccante dalla madre da poco defunta.

Il CD, come già accennato, non rinnova l’estetica di MIKE, nondimeno serve a rinforzare una discografia già interessante e a renderlo un volto riconoscibile, verrebbe quasi da dire irrinunciabile, per l’hip hop sperimentale.

41) Charli XCX, “how i’m feeling now”

(POP)

Il nuovo album della popstar inglese Charli XCX è un documento che, in futuro, sarà un rimando alla vita durante il lockdown. Mescolando i suoi soliti beats quasi industrial con melodie pop e voci robotiche, Charli ha creato un CD non perfetto, ma certo godibile, considerando anche le circostanze in cui è stato composto (in quarantena e in un periodo di tempo volutamente limitato).

Charlotte Aitchison (questo il vero nome dell’artista britannica), con “how i’m feeling now”, segue di un solo anno il riuscito “Charli” (2019), in cui grazie accanto a ospiti di spessore, da Sky Ferreira a Lizzo passando per Troye Sivan, era riuscita a dare un senso al “pop del futuro” di cui è stata spesso tacciata di essere un’anticipatrice. In “how i’m feeling now” capiamo subito che, accanto al livello puramente musicale, le liriche assumono un’importanza cruciale: accanto al tema dell’inquietudine emergono i temi dell’amore per il fidanzato e di come concepire la musica in questo periodo certo non facile.

Ne sono chiari esempi questi versi contenuti in anthems: “I’m so bored… Wake up late, eat some cereal, try my best to be physical, lose myself in a TV show, staring out to oblivion… all my friends are invisible”, oppure in detonate: “When I start to see fear it gets real bad”. Altrove, come già accennato, emergono temi più sereni, come in forever, dove Charli canta “I will always love you, I love you forever, I know in the future we won’t see each other.”

Musicalmente, il lavoro alterna pezzi più sperimentali (come pink diamond) ad altri più ballabili, quasi EDM (detonate). I risultati sono ragguardevoli, specialmente in enemy e la dolce 7 years, inoltre la brevità del CD (11 brani per 37 minuti complessivi) lo aiuta a mantenersi di buona qualità per tutta la sua durata.

Charli XCX si è anno dopo anno affermata come una delle popstar più aperte all’innovazione in un genere spesso accusato di essere fin troppo attento alla forma e poco alla sostanza. “how i’m feeling now”, oltre ad essere un’efficace testimonianza di come il Covid-19 ha impattato la psiche di tutti, è anche un buon LP. Cosa chiedere di più?

40) Kelly Lee Owens, “Inner Song”

(ELETTRONICA)

Il secondo album dell’artista gallese è un gradito ritorno alla formula che l’ha resa apprezzata fin dal primo disco “Kelly Lee Owens” del 2017: un punto d’incontro felice fra techno e dream pop, che raggiunge dei picchi notevoli ad esempio in Melt!. Ma nulla è superfluo nel lavoro, che catapulta definitivamente Kelly Lee Owens nel novero delle artiste da tenere d’occhio.

Il disco si apre con la cover di Weird Fishes / Arpeggi dei Radiohead, qua intitolata semplicemente Arpeggi: va notato che il 2020 segna l’uscita di ben due cover della stessa canzone in dischi molto lodati, infatti anche Lianne La Havas ha inserito la sua versione del brano menzionato (Weird Fishes, manco a farlo apposta) nel suo lavoro di qualche mese fa. Arpeggi è un sobrio brano solo strumentale, capace però di raccogliere la magia dell’originale pur senza la voce a supportare gli strumenti.

Il CD poi si snoda fra brani più elettronici (come On e Night) e altri in cui invece il pop, a volte addirittura l’R&B, sono preponderanti (si sentano Re-Wild e L.I.N.E.). I risultati non sempre sono eccellenti, ma quando Kelly Lee Owens azzecca il beat i risultati sono trascinanti: Melt! è forse il miglior pezzo techno dell’anno, ottima anche Flow. Invece meno riuscita Jeanette. Segnaliamo infine la collaborazione col mitico John Cale (ex Velvet Underground) nella lunga ma non monotona Corner Of My Sky.

Se vogliamo trovare un punto d’incontro tra le liriche del disco è la questione ambientale: sia Melt! che Corner Of My Sky toccano l’importanza che il surriscaldamento globale ha sulla natura. Del resto, tuttavia, in un disco prevalentemente elettronico sono più importanti le atmosfere create dalla musica piuttosto che i messaggi espliciti trasmessi dall’artista.

In conclusione, “Inner Song” è un altro passo avanti nella già brillante carriera di Kelly Lee Owens, una delle cantanti più interessanti della sua generazione, capace di mescolare generi apparentemente lontani in maniera sempre intrigante. L’impressione è che il suo capolavoro non sia ancora arrivato, staremo a vedere il futuro cosa avrà in serbo per lei.

39) Dua Lipa, “Future Nostalgia”

(POP)

L’artista di origini kosovare e albanesi, ma nata in Inghilterra, mescola pop, funk e disco anni ’80, per creare con “Future Nostalgia” un impasto sonoro effettivamente nostalgico, ma mai banale.

Pregio non da poco è la concisione del lavoro: con 11 brani e 37 minuti Dua Lipa non ha tempo per i riempitivi, notizia benvenuta e a dire il vero sempre più rara nel mondo pop e rap, sempre alla ricerca dei record di streaming. L’intento dell’artista britannica è quindi chiaro: conseguire il successo non tramite mezzucci ma solo con il talento. Anche liricamente ciò è evidente: in Future Nostalgia sentiamo Dua Lipa cantare “No matter what you do, I’m gonna get it without ya. I know you ain’t used to a female alpha”.

In effetti pezzi accattivanti come la title track, Don’t Start Now e Physical aiutano a tenere lontano i pensieri in questi tempi non facili. Nessuno, come già accennato, è davvero superfluo: inferiore alla media solamente Pretty Please e l’orchestrale Boys Will Be Boys.

Dua Lipa è riuscita nella non facile missione di fondere l’estetica di Kylie Minogue, Madonna e Christine And The Queens creando qualcosa di retrò ma allo stesso tempo futuristico. Raramente titolo di un LP si è dimostrato più profetico.

38) Matt Berninger, “Serpentine Prison”

(ROCK)

Il cantante dei The National ha prodotto il secondo album al di fuori del suo gruppo principale dopo l’esperimento “El Vy” del 2015, che lo vedeva collaborare con Brent Knopf: un mezzo fiasco, che aveva fatto pensare che Berninger non si sentisse a suo agio nei panni di unico interprete e senza i fidati fratelli Dessner e Davendorf al suo fianco. “Serpentine Prison” ribalta la prospettiva: se il CD non innova radicalmente l’estetica a cui Matt ci ha abituato, dall’altro i risultati sono più che buoni e fanno pensare che la sua dimensione sia magari ridotta come palette sonora, ma non soffocante.

Va detto che il lavoro non è interamente appannaggio di Berninger: aiutato da ospiti di spessore come Andrew Bird, Gail Ann Dorsey (che aveva già collaborato nell’ultimo LP dei The National “I Am Easy To Find” del 2019) e il produttore Booker T. Jones, il Nostro ha composto dieci canzoni estremamente coese, prive di guizzi particolari ma senza dubbio gradevoli. Andiamo da brani molto simili ai The National (Loved So Little) a pezzi invece più ispirati agli U2 (Distant Axis) e infine altri molto raccolti, che fanno pensare al pop da camera (Silver Springs). In generale, quindi, l’estetica di Berninger è confacente a quel tono di voce affascinante ma a tratti ferito che tutti gli riconoscono, così come le liriche.

Abbiamo infatti ad esempio versi come “The way we talked last night… It felt like a different kind of fight” (Boiler Plate) e “I feel like an impersonation of you… Or am I doing another version of you doing me?” (la title track). Il paesaggio tratteggiato da Matt è quindi fosco, un pomeriggio di pioggia verrebbe da dire; certo non una novità per i fans dei The National. I pezzi interessanti non mancano: dalla progressione di All For Nothing a Distant Axis, passando per Serpenine Prison, il CD brilla spesso. Il solo brano sottotono è Loved So Little, ma non intacca i risultati complessivi del disco.

In conclusione, conosciamo tutti Berninger per essere un cantautore prolifico: basti pensare che fra 2017 e 2020 è stato coinvolto in ben tre CD, due a firma The National e uno solista. La qualità tuttavia non ha mai risentito di questo output abbondante, anzi “Sleep Well Beast” (2017) ha vinto il Grammy come miglior album di musica alternativa. “Serpentine Prison” non è un capolavoro, ma arricchisce il canzoniere di Matt Berninger di altre canzoni che non sfigurano al cospetto di capolavori come quelle contenute in “Trouble Will Find Me” (2013).

37) Caribou, “Suddenly”

(ELETTRONICA)

Il settimo CD a firma Caribou arriva dopo ben sei anni dal precedente “Our Love”: un intervallo di tempo così lungo non è tuttavia stato speso inutilmente da Dan Snaith, colui che si cela dietro il progetto Caribou. Daphni, infatti, altro alter ego del musicista canadese, aveva pubblicato “Joli Mai” nel 2017; un album che tuttavia non raggiungeva le vette dei migliori lavori a firma Caribou, come ad esempio “Swim” (2010) e lo stesso “Our Love” (2014).

“Suddenly” è l’album più stilisticamente vario di Snaith: pop, elettronica, rock e rap si trovano qua e là nel corso del CD, così come brevi parentesi jazz e psichedeliche. Ciò tuttavia non va a detrimento della qualità: il marchio Caribou ha sempre mantenuto alto il livello, è vero, ma “Suddenly” certamente ne tiene alto il nome.

Accanto a tutto ciò, forse per la prima volta in un disco di Caribou le liriche non sono semplici echi di voci lontane poste su basi house o psichedeliche: adesso la voce di Dan è spesso alta nel mix, così come quella dei numerosi ospiti presenti nei samples dei vari brani. Basti pensare a Home e Sunny’s Time, dove per la prima volta l’hip hop la fa da padrone. Potrà piacere o meno, ma denota una crescita e un coraggio nel produttore e cantautore Dan Snaith che non sono banali.

La lirica più commovente è cantata però da Dan stesso: “I’m broken, so tired of crying… Just hold me close to you”, in Cloud Song, è il simbolo di un uomo fragile, debilitato da esperienze drammatiche (il divorzio, la morte di persone care). Un’ammissione certamente non facile, per Dan, ma commovente.

Musicalmente, “Suddenly” è, come già accennato, un’aggiunta di spessore ad un catalogo ingombrante: non c’è forse un’altra Odessa o Can’t Do Without You, ma pezzi come You And I e Ravi (che pare un pezzo sanificato dei Prodigy) sono comunque notevoli. Invece troppo breve il pur affascinante intermezzo Filtered Grand Piano.

“Suddenly” non è un lavoro perfetto, ma rappresenta nonostante tutto un passo avanti importante per il musicista canadese. Dan Snaith non è mai suonato così libero eppure così fragile (in varie interviste ha detto di aver prodotto negli scorsi cinque anni ben 900 potenziali pezzi, fra campionamenti e melodie vere e proprie). Vedremo dove le prossime incarnazioni del progetto Caribou lo porteranno, ma sappiamo che resterà fedele a un motto: meglio pochi (LP) ma buoni.

36) Jay Electronica, “A Written Testimony” / “Act II: Patents Of Nobility”

(HIP HOP)

L’esordio dell’ormai maturo rapper statunitense (43 anni) ha rappresentato un fulmine a ciel sereno per tutti. Jay Electronica infatti era quasi una figura mitica nel mondo della musica: collaborazioni eccellenti (Chance The Rapper, Kendrick Lamar, Nas) e alcuni singoli di grido nella decade 2000-2009 (!) avevano creato un’attesa enorme per il suo primo CD.

Partiamo da “A Written Testimony”. Accanto a Jay troviamo altri ospiti davvero illustri, su tutti un JAY-Z in grande forma, senza dimenticare Travis Scott e James Blake, che rendono “A Written Testimony” imperdibile. I beat sono decisamente old school, rimandando ai dischi hip hop del secolo passato, ma mai fuori fuoco o fini a sé stessi. In 10 canzoni e 39 minuti, infatti, Jay Electronica copre molto territorio, mescolando al rap anche soul e jazz, per creare un prodotto coeso.

Va ricordato che JAY-Z dà una mano fondamentale all’omonimo Jay Electronica nel corso del CD, tanto da metterlo quasi in ombra in certi tratti: basti sentirsi The Blinding e Universal Soldier, per capire quanto ancora mister Carter abbia da dare alla musica. Come già accennato, tuttavia, nessun brano è scadente (solo Ezekiel’s Wheel è un po’ troppo lento); Jay Electronica anzi pare davvero in ottima condizione e molto affiatato con gli ospiti presenti nel disco.

Testualmente, “A Written Testimony” affronta temi da sempre cari alla musica hip hop: la condizione della gente di colore, la scalata al potere di persone esemplari (su tutti, guarda caso, proprio JAY-Z) e l’eredità degli schiavi afroamericani del passato. Accanto a tutto ciò emerge la forte fede musulmana di Jay Electronica, uno dei tratti fondanti della sua vita e della sua poetica.

“A Written Testimony” quindi, malgrado la sua brevità, non è un disco assimilabile al primo colpo. Ripetuti ascolti tuttavia trasmettono molto, soprattutto una cosa: l’età, anche in un mondo sempre affamato di nuove facce come quello musicale (in special modo l’hip hop), non è necessariamente un freno. Soprattutto se coinvolgi nello stesso progetto Jay Electronica e JAY-Z.

Il 2020 del misterioso rapper conosciuto come Jay Electronica non è tuttavia terminato qui: ha visto la luce infatti anche il suo “album perduto”, un CD che pareva sul punto di essere pubblicato addirittura nel 2012!

I motivi che hanno spinto Jay a ritardare così tanto la pubblicazione (peraltro dovuta, pare, a un leak emerso su Internet qualche giorno prima del passaggio sul servizio streaming Tidal) sono tuttora ignoti. Il CD in realtà, pur essendo ancora bisognoso di ritocchi in termini di lunghezza e produzione, è riuscito: immaginandone la pubblicazione nell’ormai lontano 2012, avremmo probabilmente strabuzzato gli occhi sentendo brani avventurosi come Shiny Suit Theory e i pezzi del “periodo francese”, Bonnie And Clyde (che campiona Serge Gainsbourg) e Dinner At Tiffany’s, con la figlia di quest’ultimo, Charlotte.

Il Nostro campiona anche Ronald Reagan in ben due brani: Real Magic e Road To Perdition, a testimonianza di una conoscenza molto ampia e di una curiosità senza limiti. Da migliorare invece, come già ricordato, il sequenziamento e la produzione di alcuni pezzi: i numerosi intermezzi iniziali rovinano il ritmo e la chiusura affidata a brani deboli come Rough Love e Run And Hide non convince.

In conclusione, se da un lato ci fa piacere finalmente ascoltare “Act II: Patents Of Nobility”, dall’altro ci resta quasi un amaro in bocca: la storia dell’hip hop sarebbe cambiata se otto anni fa fosse stato pubblicato questo disco? Nessuno può dirlo. Speriamo che Jay Electronica abbia trovato la serenità che gli è mancata quando la hype dei media era troppo pesante per lui e che possa riprendere una carriera che pareva lanciatissima e che, chissà, potrebbe darci ancora tante soddisfazioni.

35) Rina Sawayama, “SAWAYAMA”

(POP – ROCK)

Il debutto di Rina Sawayama era molto atteso: l’EP del 2017 “RINA” aveva attirato l’attenzione su questa giovane artista dalla voce sinuosa e ispirata al “future pop” di Charli XCX ma anche dagli anni ’00 del XX secolo, basti pensare ai rimandi a Britney Spears e Christina Aguilera. “SAWAYAMA” riparte da dove “RINA” era finito: canzoni ballabili, ritmi sincopati spesso intervallati da brani quasi metal, che richiamano Linkin Park e Limp Bizkit, ma anche gli Evanescence.

Il primo singolo di lancio del disco, STFU! (che sta per “shut the fuck up!”), ne era un chiaro indizio: fino al ritornello pare davvero di essere tornati ai primi anni 2000, con quel nu-metal che rimbomba nelle orecchie. Il ritornello invece è pop ben fatto, capace in tempi normali di trascinare a ballare un buon numero di persone. I rimandi al rock duro non sono certo finiti qua: abbiamo per esempio anche XS in cui riff di chitarra pesante si intervallano a ritmi più rilassati, così come in brevi tratti dell’iniziale Dynasty.

Il CD come tale non offre momenti di pausa, creando un’esperienza davvero interessante per l’ascoltatore. Certo, non brilla per coesione, ma non è comune avere un disco che passa in maniera spesso efficace dal pop da classifica al metal, spesso nella breve durata di una canzone. Sono infatti proprio le canzoni più convenzionali, ad esempio Love Me 4 Me e Bad Friend, a essere le meno riuscite del lotto, pur mantenendo una qualità sempre accettabile.

In conclusione, “SAWAYAMA” è un lavoro molto promettente da parte di un nuovo volto della musica pop più innovativa e, verrebbe da dire, sperimentale. Vedremo se la giovane cantante inglese manterrà in futuro le aspettative, di certo ad oggi pare che Rina Sawayama potrebbe essere uno dei simboli più brillanti del pop degli anni a venire.

34) HAIM, “Women In Music Pt. III”

(ROCK – POP)

Le sorelle Haim, rispettivamente Danielle (voce principale e chitarra), Alana (chitarra) ed Este (basso) hanno costruito con “Women In Music Pt. III” il loro miglior disco. Ripartendo dal loro tradizionale pop-rock sfrontato e ottimista, la band californiana ha introdotto elementi di folk ed elettronica che ne hanno ampliato la palette sonora, mettendo in mostra un desiderio di sperimentare benvenuto dopo il mezzo passo falso di “Something To Tell You” (2017).

Ripetuti ascolti, nel caso di “Women In Music Pt. III”, non mettono in evidenza le debolezze del lavoro, come spesso accadeva nel passato per le tre Haim; al contrario, la delicata bellezza di Summer Girl e l’irresistibilità di Los Angeles ne vengono esaltate. È vero, ancora la voglia di strafare costringe le sorelle a produrre brani deboli come la scontata I Don’t Wanna e l’inutile intermezzo Man From The Magazine, ma aiutate dai consigli sapienti di Rostam Batmanglij e Ariel Rechtshaid (quest’ultimo è anche partner di Danielle) le Nostre riescono ad evitare cadute di stile.

Anche testualmente le sorelle Haim compiono passi avanti rispetto al passato: se fino al secondo CD “Something To Tell You” i loro testi erano prevalentemente frivoli, perfettamente allineati ai ritmi estivi e sereni delle canzoni, in questo lavoro i toni sono a volte decisamente più raccolti, basti citare la già menzionata Summer Girl. Danielle, inoltre, ha dovuto supportare il fidanzato quando il cancro alla prostata lo ha colpito nel 2015; Este invece convive col diabete da tempo, mentre Alana ha visto morire recentemente un suo caro amico. Insomma, non sono stati anni facili per le HAIM; a questo aggiungiamoci il Coronavirus e il panorama è decisamente più tetro rispetto a qualche tempo fa. Basti questo verso tratto da I’ve Been Down: “But I ain’t dead yet”.

In generale, “Women In Music Pt. III” è il disco più compiuto finora nella carriera delle HAIM; la varietà stilistica non va a scapito della qualità del CD, che anzi mescola abilmente generi disparati e amplierà probabilmente il pubblico della band.

33) Laura Marling, “Song For Our Daughter”

(FOLK)

L’artista inglese si conferma una delle migliori cantautrici dei nostri tempi. Mescolando Joni Mitchell e Bob Dylan con una spruzzata di Leonard Cohen, Laura Marling riesce in “Song For Our Daughter” a mantenere fede alla nomea di “ragazza prodigio” con un CD folk coeso e suonato magnificamente, che rivaleggia con il lavoro dello scorso anno di Aldous Harding, “Designer”, come miglior disco di folk contemporaneo degli ultimi anni.

In realtà il titolo è ingannevole: Laura Marling, da poco entrata nei 30 anni, non ha una figlia, tuttavia sentiva il bisogno di dedicare queste melodie alle più giovani, inserendo nelle liriche riferimenti alla condizione femminile e speranze per gli anni a venire. La sentiamo cantare in Only The Strong “I won’t write a woman with a man on my mind… Hope that doesn’t sound too unkind”, ma anche “I love you goodbye, now let me live my life” in The End Of The Affair. I risultati, lo ripetiamo, sono ottimi: “Song For Our Daughter” mescola abilmente pezzi più rock (Held Down) con ballate solo piano e strumenti classici come il violino (Blow By Blow) in maniera egregia.

I pezzi migliori del lotto sono la vibrante Alexandra, che apre magnificamente il lavoro, e la title track; ma sono molto belle anche Held Down e la simpatica Strange Girl. Invece leggermente inferiore alla media Fortune, un po’ prevedibile. Ma nessun brano è fuori posto, tanto da far passare i 36 minuti del CD in maniera leggera e serena.

“Song For Our Daughter” non reinventa il genere, come magari invece aveva fatto il CD dei Fleet Foxes “Crack Up” (2017), ma è piuttosto il culmine di una produzione sempre più raffinata. Laura Marling aveva impressionato il mondo già 18enne con l’esordio “Alas, I Cannot Swim” (2008) e aveva poi continuato a produrre LP di qualità e giustamente premiati anche dalla critica. Mentre il precedente “Semper Femina” (2017) era più combattivo, sia come sonorità che come liriche, “Song For Our Daughter” è una piccola perla di semplicità e grazia. Qualità davvero fondamentali in un CD pubblicato in periodo di quarantena forzata.

32) Dogleg, “Melee”

(PUNK)

Cosa aspettarsi da un gruppo punk il cui esordio si intitola “zuffa”? Beh, nulla di più di alcune canzoni energiche, chitarre al massimo e testi potenti. I Dogleg riescono a raggiungere tutti questi obiettivi con apparente semplicità, iscrivendosi di diritto in una scena punk-rock mondiale che ultimamente ha visto nascere numerose nuove voci (Shame, IDLES e PUP solo per citare le più note).

I 10 brani del CD sono in effetti davvero brutali in molte parti: la doppietta iniziale formata da Kawasaki Backflip e Bueno resterà impressa per molto tempo nella mente e nelle orecchie degli ascoltatori, così come Hotlines. Solo in certi tratti emergono accenti diversi, più spostati sul ramo emo del genere, si ascoltino ad esempio Headfirst e Fox.

In realtà l’ispirazione dei Dogleg va ricercata negli Iceage: l’esordio “A New Brigade” (2011) era in effetti un ottimo album quasi hardcore in certi tratti, così come il durissimo “You’re Nothing” (2013). Vedremo il percorso futuro dei Dogleg come sarà, certamente il talento pare esserci. Anche testualmente il lavoro non è banale: emergono temi che, anche in questo caso, ricordano le band emo del passato (American Football su tutte), affrontando la depressione all’inizio del disco come alla fine, tanto che il CD inizia e finisce con Alex Stoitsiadis (il frontman della band) malinconicamente seduto a terra supino.

In generale, dunque, “Melee” non reinventa la storia del rock; tuttavia rappresenta una sferzata d’aria fresca necessaria in tempi come questi.

31) Moses Sumney, “græ”

(POP – ROCK – SPERIMENTALE)

Il nuovo album del musicista statunitense Moses Sumney ha avuto un rilascio decisamente strano. “græ” (da pronunciarsi “grey”) è infatti un doppio album, di cui Sumney ha dapprima rilasciato la prima metà (il 21 febbraio) e solo il 15 maggio la seconda. Questa decisione di marketing non è certamente usuale, però ha avuto il merito di tenere i riflettori puntati sul giovane talento per più tempo.

“græ” segue di tre anni “Aromanticism”, che era entrato anche nella rubrica “Rising” di A-Rock per la sua capacità di essere minimalista ma allo stesso tempo capace di ispirarsi ai grandi del pop e del rock, da Prince in giù. Il nuovo doppio album a firma Moses Sumney non si limita a rivangare questi percorsi, anzi è decisamente più massimalista come ambizione e sonorità. Mescolando parti recitate (come insula e also also also and and and) con composizioni decisamente intricate e non riassumibili in un solo genere (si senta In Bloom), Moses si candida a volto decisivo del pop più sperimentale della nuova decade, sulla scia di Bjork.

La prima metà, come già ricordato pubblicata a febbraio, aveva fatto intravedere il potenziale capolavoro: pezzi come la conclusiva Polly e Virile lasciano di stucco per la loro bellezza, mentre altri come Cut Me richiedono più ascolti prima di entrare sottopelle e non lasciare più l’ascoltatore. Il tutto viene aiutato dalla voce di Moses Sumney, ancora più duttile che nell’esordio. Come ciliegina sulla torta citiamo i numerosi collaboratori: da Daniel Lopatin a Thundercat, passando per James Blake, il Nostro ha raccolto il meglio della scena pop/elettronica.

La seconda parte del lavoro è più autobiografica della prima. Sia Two Dogs che Me In 20 Years narrano episodi del passato di Sumney per proiettarlo poi nel futuro, mentre and so I come to isolation riprende insula per le tematiche di isolamento e solitudine che affronta, laddove la prima metà affrontava prevalentemente i temi della mascolinità tossica (Virile) e dell’identità (also also also and and and). I brani che spiccano sono le delicate Lucky Me e Keeps Me Alive, senza dimenticare Bless Me, ma nessuno è fuori posto.

In conclusione, malgrado la struttura a volte schizofrenica e la smodata ambizione di “græ” (che consta complessivamente di 20 brani per 65 minuti), che a volte può risultare indigesta, il CD è un concentrato di tutte le doti del promettente cantautore americano: inventiva, voce flessibile come poche e ritmiche imprevedibili. Se in futuro Moses riuscirà a smussare gli angoli più acuminati e inutilmente sperimentali della sua estetica, avremo un capolavoro fatto e finito.

30) Kaytranada, “BUBBA”

(ELETTRONICA – R&B)

Il secondo album del canadese Kaytranada è in realtà arrivato a metà dicembre 2019, ma sarebbe stato un peccato sorvolare su un disco così riuscito. Mescolando abilmente R&B e dance, infatti, Kaytranada costruisce un album davvero interessante, che si ispira a Jai Paul e Anderson .Paak (per non scomodare Prince) ma riesce a non suonare troppo plagiato.

La complessa struttura del CD (17 canzoni per 51 minuti di durata) potrebbe far pensare ad un oggetto di difficile lettura, almeno a primo acchito. In realtà il musicista canadese, aiutato anche da un parco ospiti di tutto rispetto (Pharrell Williams, Kali Uchis e SiR fra gli altri), riesce a creare un prodotto coeso e mai scontato. Spiccano in particolare 10% e Midsection, ma nessun brano è davvero fuori posto. L’unico un po’ inferiore alla media è Need It, ma non intacca i risultati complessivi di “BUBBA”.

Qualcuno aveva gridato al miracolo con l’esordio “99.9%” (2016), per il suo mescolare senza difficoltà funk, R&B ed elettronica; questo “BUBBA” è un perfezionamento di una formula vincente, Kaytranada suona sicuro di sé e pronto a spiccare definitivamente il volo verso l’Olimpo del mondo pop.

29) Nicolas Jaar, “Cenizas” / “Telas”

(ELETTRONICA)

“Cenizas”, il terzo CD vero e proprio a firma Nicolas Jaar, arriva a nemmeno due mesi da “2017-2019”, il disco dell’altro progetto tuttora attivo del produttore di origine cilena, A.A.L. (Against All Logic). Mentre quest’ultimo è focalizzato sulla house e dance music, Nicolas Jaar è maestro di sonorità più delicate, minimali tanto da essere considerato anche esponente della musica ambient.

La quantità in questo caso non è nemica della qualità: “Cenizas” è infatti un lavoro decisamente sperimentale, tanto che possiamo trovarci elementi elettronici ma anche jazz e ambient. La coesione è quindi una mancanza evidente nel corso delle 13 canzoni che compongono il CD, ma viene compensata da una varietà stilistica e timbrica notevole, sempre però nel segno di una malinconia esistenziale più forte che mai in un compositore peraltro mai particolarmente ottimista.

“Cenizas” (da tradursi in “ceneri”) è quindi un LP molto intimo, non facile ma non per questo da buttare. Anzi, ripetuti ascolti premiano l’ascoltatore, catapultato in un mondo parallelo magari inquietante ma allo stesso tempo affascinante e raffinato, come tipico ormai dello stile Jaar. Spiccano particolarmente Gocce e Garden, mentre Menysid è forse troppo astratta, quasi solo rumore bianco.

A tutto questo si aggiungono delle liriche, quando presenti, sempre inquisitorie e mai banali: in Faith Made Of Silk Nicolas canta “A peak is just the way towards a descent, you have nowhere to look. Look around not ahead”. Altrove troviamo riferimenti al concetto di peccato (Sunder) così come titoli molto evocativi della voglia del Nostro, semplicemente, di scomparire (Vanish, Mud).

“Cenizas” non è un CD per tutte le stagioni, ma pare particolarmente adatto a quella presente, fatta di inquietudine, paura del contagio e pulsioni ambientaliste che cercano di salvare il pianeta dall’Uomo stesso. È probabilmente il lavoro più sperimentale di Nicolas Jaar, ma forse anche il più profondo, segno di un produttore che non ha terminato la voglia di addentrarsi in nuovi territori e oltrepassare i confini di come che un disco di musica elettronica dovrebbe suonare.

“Telas” dal canto suo si compone di quattro lunghe tracce, molto complesse e articolate: il CD infatti arriva quasi a 60 minuti di durata! Sommati ai 53 minuti di “Cenizas”, abbiamo un trattato di due ore di elettronica contemporanea, musica da camera che però sa comunicare sensazioni forti, purtroppo intonata al clima da lockdown che ancora pervade molta parte del mondo. Telahora comincia quasi come una canzone di Tom Waits, con ottoni in primo piano e toni dissonanti, per poi evolvere in eterea musica d’ambiente intervallata da momenti più percussivi. Telencima invece ricorda da vicino le atmosfere dell’ambient di Brian Eno, con sonorità più dolci rispetto a Telahora. Telahumo, invece, è una sorta di combinazione fra le due precedenti: serena ma allo stesso tempo imprevedibile. Infine Telallás, la canzone più “breve” del lotto (“soli” 13 minuti), è una conclusione tanto misteriosa quanto giusta per “Telas”, un lavoro che rivela dettagli preziosi ad ogni ascolto.

Le quattro composizioni possono apparire disgiunte e poco coerenti l’una con l’altra, in realtà raccontano di un musicista in continua evoluzione, un maestro dell’elettronica capace di passare da un sottogenere all’altro nell’arco di pochi mesi e produrre sempre LP accattivanti. Se qualcuno avesse ancora dei dubbi, l’ascolto di “Telas” conferma che Nicolas Jaar è il migliore della sua generazione per quanto riguarda la musica elettronica.

28) Jessie Ware, “What’s Your Pleasure?”

(POP)

Il ritorno della cantautrice inglese è un romantico rimando agli anni ’70-’80 del secolo scorso, in cui la dance di Donna Summer e il funk di Prince trionfavano sulla pista da ballo e in classifica. “What’s Your Pleasure?” è un disco davvero interessante, coeso e mai ridondante, in cui Jessie mette in mostra il suo talento e contribuisce a riportare la disco al centro dell’attenzione, sulla scia del clamoroso successo ottenuto da Dua Lipa con “Future Nostalgia”. Col prezioso supporto alla produzione di James Ford (già collaboratore di Arctic Monkeys e Foals fra gli altri), i risultati sono davvero imperdibili.

Fin dall’inizio capiamo che “What’s Your Pleasure?” è un disco che ritorna a “Devotion” (2012), l’esordio che aveva fatto conoscere Jessie Ware al mondo: atmosfere sexy e ballabili, retrò ma mai scopiazzate dai giganti del genere. Spotlight è il brano migliore del disco e potrebbe andare avanti ben oltre i cinque minuti della sua durata. Ottima poi la title track; da menzionare poi Ooh La La, che riporta alla memoria il funk di Sly & The Family Stone e il Prince degli esordi.

Se dobbiamo trovare una pecca al CD è a volte la similitudine fra una canzone e l’altra, ad esempio Step Into My Life è una ripetizione delle atmosfere ballabili già assaporate per la durata del lavoro, ma insomma i risultati complessivi sono davvero gradevoli.

Jessie Ware aveva esplorato il proprio lato più pop e intimista nei suoi ultimi LP, soprattutto “Glasshouse” del 2017; questo album da un lato è un ritorno al mondo ottimista e discotecaro degli anni ‘70-‘80, senza dubbio, ma la britannica riesce a non suonare scontata e il CD ha reso l’estate migliore (o almeno più sopportabile) per tutti noi.

27) Grimes, “Miss Anthropocene”

(POP – ELETTRONICA)

Il quinto disco della cantautrice canadese Claire Boucher, in arte Grimes, la trova ad un passaggio fondamentale non solo della propria carriera, ma dell’intera sua vita: fidanzata di Elon Musk, uno dei più noti miliardari del mondo, nonché incinta di otto mesi dell’inventore della Tesla, in che condizione avremmo trovato Grimes in “Miss Anthropocene”?

Il CD arriva a cinque anni dal pluripremiato “Art Angels”, uno dei dischi pop più eccentrici degli ultimi anni, caratterizzato da vocine da bamboline, collaborazioni eccellenti (Janelle Monáe su tutti) e sterzate su generi diversi rispetto al pop etereo e sognante che caratterizzava “Visions” (2012), il primo vero LP di successo a firma Grimes. “Miss Anthropocene” da questo punto di vista continua la sperimentazione, con riferimenti a nu metal, folk ed elettronica da rave che parevano lontane dalla Grimes che avevamo lasciato nel 2015.

Tematicamente, “Miss Anthropocene” già dal titolo ci fa capire il messaggio fondamentale che l’artista canadese vuole trasmettere: il global warming è pericoloso, ci vorrebbe una dea che cadesse sulla Terra per sanare le dispute inutili fra noi umani e salvare il pianeta. We Appreciate Power, primo singolo poi non inserito nella versione ufficiale del disco (ma presente in quella deluxe), presentava addirittura una Intelligenza Artificiale che avrebbe soggiogato l’Uomo per renderlo finalmente in grado di capire le conseguenze delle proprie azioni sul pianeta.

Una visione quindi controversa, che non sarà apprezzata da molti; tuttavia Grimes, ormai personalità pop ben in vista e rispettata da pubblico e critica, ha sempre fatto le cose a modo suo, senza curarsi delle reazioni degli altri. Basti ripensare a Oblivion, in cui cantava senza paura dello stupro subito in giovanissima età, evento che l’ha segnata indelebilmente.

Musicalmente, “Miss Anthropocene” è un trionfo: pur essendo una logica continuazione di “Art Angels”, come già detto, Grimes non lesina con gli esperimenti, cercando di stupire in ogni momento l’ascoltatore durante i circa 40 minuti di durata del disco. Brani come l’iniziale So Heavy I Fell Through The Earth e Darkseid, quasi hip hop, sono highlights immediati; ma anche il singolo Violence e 4ÆM sono notevoli. Leggermente inferiore My Name Is Dark, troppo dura come atmosfere per mescolarsi alla vocetta da cartoon di Claire Boucher.

In generale, tuttavia, Grimes si conferma nome fondamentale della scena pop alternativa del XXI secolo. “Miss Anthropocene” è un’aggiunta di valore a un catalogo ormai di spessore.

26) The Soft Pink Truth, “Shall We Go On Sinning So That Grace May Increase?”

(ELETTRONICA)

Il nuovo CD del progetto The Soft Pink Truth, capeggiato da una metà dei Matmos (Drew Daniel), si staglia come un album di musica elettronica davvero particolare. Diviso in due chiare metà, con le canzoni che prendono i propri titoli dalla frase che dà il nome al lavoro, “Shall We Go On Sinning So That Grace May Increase?” è un LP raccolto ma allo stesso tempo accessibile.

The Soft Pink Truth rappresenta una valvola di sfogo per Daniel: mentre infatti nei Matmos prevalgono da sempre istinti avanguardisti, nei tempi morti il Nostro si dedica a remixare successi black metal (“Why Do The Heathen Rage?” del 2014) o a raccontare il lato gay del punk (“Do You Want New Wave Or Do You Want The Soft Pink Truth?” del 2004). Questo CD invece vuole essere un mezzo per protestare, seppur velatamente, contro la condizione politica attuale del mondo, sempre più capeggiato da leader inconsistenti e di estrema destra secondo Daniel.

La preghiera che dà il titolo al CD è un passo delle lettere di San Paolo ai Romani e dà forma ad un lavoro ambizioso: due suite di musica elettronica, impreziosite da sassofoni, pianoforte, atmosfere ambient e angeliche voci femminili. Drew Daniel vuole infatti trasmettere serenità, pur in un periodo non felice per il mondo, e ci riesce grazie a canzoni lunghe (spesso oltre i 5 minuti) ma mai monotone, sulla falsariga di altri artisti come Four Tet e DJ Koze. Ne sono esempi Grace e May Increase.

Nulla però è fuori posto, va detto, tanto che “Shall We Go On Sinning So That Grace May Increase?” si afferma come uno dei migliori LP di musica elettronica dell’anno.

La prima parte della lista si conclude qui. Chi saranno i 25 artisti capaci di entrare nella parte alta della classifica? Appuntamento fra pochi giorni per scoprirlo. Stay tuned!