Recap: aprile 2022

Aprile è stato davvero un mese ricchissimo di uscite imperdibili, in ogni genere: hip hop, rock, dream pop… A-Rock ha recensito i nuovi lavori di Jack White, Red Hot Chili Peppers, Father John Misty e Vince Staples. Come se non bastasse, abbiamo analizzato anche il ritorno di Kurt Vile, dei Fontaines D.C. e degli Spiritualized. Come dimenticare poi la pubblicazione del nuovo lavoro di Pusha T, il secondo CD dell’australiana Hatchie e il ritorno dei Bloc Party? Buona lettura!

Fontaines D.C., “Skinty Fia”

skinty fia

Giunti al terzo album in soli quattro anni, gli irlandesi Fontaines D.C. sono ormai un punto fermo della scena post-punk d’Oltremanica. Tuttavia, “Skinty Fia” (che si può tradurre con “la maledizione del cervo”) innova il sound del gruppo: accenni di rock gotico ispirato ai Cure (Bloomsday), così come di shoegaze (Big Shot), rendono il CD davvero vario, pur rispettando l’estetica austera della band.

Il titolo del lavoro è diretta espressione dei temi che stanno al cuore di “Skinty Fia”: quattro membri sui cinque del gruppo sono ormai stabili a Londra e il passaggio dalla madrepatria all’Inghilterra è stato traumatico, spingendoli a descrivere questa sensazione di spaesamento. Esemplare In ár gCroíthe go deo, traducibile con “per sempre nei nostri cuori”, che prende spunto da una frase che una donna irlandese trapiantata a Coventry, in UK, voleva fosse scritta sulla sua tomba. La Chiesa d’Inghilterra, tuttavia, si oppose, tanto da arrivare ad un processo che si concluse nel 2021 a favore della famiglia della donna.

In molte canzoni, così come nel tono generale del CD, i Fontaines D.C. danno sfogo a questa vena malinconica, ma non per questo “Skinty Fia” suona uniformemente grigio; anzi, possiamo dire che, rispetto a “Dogrel” (2019) e “A Hero’s Death” (2020), siamo di fronte ad un prodotto innovativo. Oltre alle già citate Big Shot e Bloomsday, abbiamo infatti anche The Couple Across The Way, che sembra una tipica canzone popolare, interamente cantata a cappella dal frontman Grian Chatten, accompagnato solo dalla fisarmonica. La canzone contiene inoltre uno dei versi più belli dell’intero LP: “Across the way moved in a pair with passion in its prime… Maybe they look through to us and hope that’s them in time”. Abbiamo infine un pezzo quasi ballabile: la title track, che assieme a I Love You e Roman Holiday rappresenta il terzetto di canzoni-manifesto del lavoro. Sotto la media solo How Cold Love Is, ma si sposa bene in ogni caso col mood complessivo di “Skinty Fia”.

In conclusione, “Skinty Fia” è un’altra aggiunta di grande valore ad una discografia sempre più valida. Chatten e compagni stanno riscrivendo le regole del post-punk, aiutando a tornare popolare un genere che pareva morto e sepolto da decenni. Che lo facciano cercando anche di sperimentare (con più che discreti tentativ), è un risultato magnifico. “Skinty Fia” è il loro miglior lavoro? Difficile dirlo, c’è chi preferirà la spontaneità di “Dogrel” oppure la perfezione stilistica di “A Hero’s Death”, ma certamente questo CD non intacca l’eredità della band irlandese.

Voto finale: 8,5.

Jack White, “Fear Of The Dawn”

Fear of the-Dawn

Il nuovo CD di Jack White, il primo dei due annunciati per il 2022, riprende là dove ci eravamo lasciati quattro anni fa con “Boarding House Reach”: rock sperimentale, davvero strano a tratti; copertina impostata sui tre colori bianco-nero-blu; zero coerenza tra una canzone e l’altra della tracklist. Non siamo di fronte ad un LP perfetto, ma l’ex leader dei White Stripes pare davvero divertirsi; e noi con lui.

Un tempo considerato il più “purista” tra i rocker emersi a cavallo tra XX e XXI secolo, White negli ultimi anni ha in realtà decisamente ampliato il proprio ventaglio di soluzioni: se il primo disco solista “Blunderbuss” (2012) era decisamente inserito nel blues rock che aveva fatto la fortuna di Jack in passato, già in “Lazaretto” (2014) si erano cominciate ad intravedere delle canzoni innovative. “Boarding House Reach”, da questo punto di vista, è stato il big bang: molti fan della prima ora lo schifano, mentre i più aperti alle novità ne apprezzano la radicalità, pur con qualche errore (ricordiamo la debole Connected By Love).

“Fear Of The Dawn” si apre con due dei pezzi migliori della produzione recente di Jack White: Taking Me Back e la title track sono potentissime, quasi Black Sabbath nei momenti più duri. La chitarra del rocker di Detroit strilla come ai bei tempi e la voce è a fuoco: insomma, due ottime canzoni. Altrove abbiamo esperimenti più o meno riusciti, come Hi-De-Ho (con tanto di verso rap di Q-Tip degli A Tribe Called Quest), la sghemba Into The Twilight ed Eosophobia, addirittura divisa in due suite. Invece in What’s The Trick? ritorna il White prepotente delle prime due tracce.

In conclusione, tolto l’evitabile intermezzo Dust, “Fear Of The Dawn” è il miglior CD a firma Jack White dal lontano “Blunderbuss”: avventuroso, ambizioso, a volte troppo ricercato ma mai prevedibile o monotono. Se “Boarding House Reach” poteva sembrare un divertissement una tantum, “Fear Of The Dawn” ribadisce che White è ormai un rocker a tutto tondo, non più imprigionabile nel ruolo del tradizionalista del blues e del rock.

Voto finale: 8.

Father John Misty, “Chloë And The Next 20th Century”

chloe and the next 20th century

Il quinto CD di Josh Tillman firmato con il nome d’arte di Father John Misty è una reinvenzione radicale: il cantautore folk rock sbruffone e logorroico che abbiamo imparato a conoscere e amare (oppure disprezzare) negli scorsi anni in CD come “I Love You, Honeybear” (2015) e “Pure Comedy” (2017) lascia il posto ad un narratore che fa degli anni ’50 il suo riferimento. Siamo in piena atmosfera golden age hollywoodiana: big band, swing e jazz sono i tre generi che, inaspettatamente, spesso affiorano nel corso di “Chloë And The Next 20th Century”, si senta Chloë a riguardo per un assaggio.

Ci eravamo lasciati con “God’s Favourite Customer” (2018), un CD più semplice del passato e pensavamo che la parabola di FJM sarebbe proseguita sulla stessa traiettoria; invece, “Chloë And The Next 20th Century” apre prospettiva nuovissime per Tillman. Già il titolo è un tuffo nel passato: cosa intende Tillman con la menzione del ventesimo secolo? In realtà, studiando attentamente i testi e immergendosi nelle atmosfere oniriche del CD, il riferimento è più chiaro. Il futuro, secondo Father John Misty, non esiste; o meglio, meglio non pensarci, visto il drammatico momento storico che stiamo vivendo… quasi come se fossimo ancora nel XX secolo, quello delle due guerre mondiali e di svariate altre tragedie.

La Chloë citata spesso nel corso del lavoro è, in fondo, solo uno dei tanti personaggi dissoluti che abitano le undici canzoni che formano “Chloë And The Next 20th Century”: una starlet del mondo cinematografico, il cui partner precedente è tragicamente deceduto. Ben sei morti arrivano nel corso del CD, di cui una, la più toccante, è quella del gatto del narratore, oggetto della bellissima Goodbye Mr Blue.

Se abbiamo highlights come la citata Goodbye Mr Blue, Funny Girl e Q4, non tutto il resto dell’album gira a meraviglia: ad esempio, Kiss Me (I Loved You) e We Could Be Strangers sono inferiori alla media dei componimenti del lavoro. Tuttavia, l’ambizione di Father John Misty, completamente calato in questa nuova surreale atmosfera, rende anche questi momenti in qualche modo memorabili. Menzione, infine, per Olvidado (Otro Momento), il momento bossa nova (!!) che nessuno si aspettava da Josh Tillman.

“Chloë And The Next 20th Century”, in conclusione, è il meno “tillmaniano” degli LP a firma Father John Misty. I risultati non sono perfetti, ma tengono alta la bandiera del cantautorato più ricercato e creano nuovi, inesplorati spazi per la carriera futura di uno dei più talentuosi musicisti americani della sua generazione.

Voto finale: 8.

Pusha T, “It’s Almost Dry”

it's almost dry

Il quarto album solista di Pusha T non aggiunge nulla ad un’estetica ormai ben conosciuta: rime dure, basi potenti, testi molto gangsta rap, ospiti scelti con cura. “It’s Almost Dry”, in questo senso, può essere una delusione per coloro che cercano un disco rap avventuroso e sperimentale; ma, del resto, chi ascolta King Push con queste idee in testa al giorno d’oggi?

Il CD segue “Daytona” (2018), da molti riconosciuto come il miglior lavoro a firma Pusha T dai tempi dei Clipse, il duo formato col fratello No Malice con cui si è fatto conoscere nei primi anni ’00. Le sette canzoni, prodotte da Kanye West, erano tanto dure quanto irresistibili; in questo “It’s Almost Dry” è più variegato, potendo contare anche sulla collaborazione di Pharrell Williams, JAY-Z e Kid Cudi tra gli altri, oltre all’amico Kanye.

I risultati, pur leggermente inferiori, sono comunque buoni e paragonabili a “Daytona”, specialmente nei momenti migliori: ad esempio la doppietta iniziale formata da Brambleton e Let The Smokers Shine The Coupes, così come Diet Coke e Neck & Wrist, sono tracce di ottima fattura. Invece inferiori alla media Rock N Roll e Scrape It Off, ma complessivamente i 35 minuti di “It’s Almost Dry” scorrono bene e il CD mostra una coesione e una compattezza non facili da trovare in molti lavori hip hop recenti.

Liricamente, prima accennavamo al fatto che Pusha T sa essere tanto sincero quanto feroce nelle sue canzoni: molti ricorderanno il suo diss con Drake, concluso con la stratosferica The Story Of Adidon. Ebbene, in “It’s Almost Dry” il bersaglio del Nostro è l’ex manager dei Clipse, Anthony Gonzalez, che è stato condannato a otto anni in carcere per aver gestito un cartello della droga da 20 milioni di dollari. In un’intervista del 2020 Gonzalez dichiarò: “il 95% dei brani dei Clipse parlavano della mia vita”. A tal proposito, il verso più potente è racchiuso in Let The Smokers Shine The Coupes: “If I never sold dope for you, then you’re 95 percent of who?”.

In generale, pertanto, “It’s Almost Dry” è un buon CD hip hop vecchio stampo. Il 44enne Pusha T dimostra ancora una volta la propria, pregiata stoffa: non staremo parlando del suo miglior lavoro, ma certamente questo disco merita almeno un ascolto.

Voto finale: 7,5.

Red Hot Chili Peppers, “Unlimited Love”

unlimited love

Sedici anni dopo “Stadium Arcadium”, John Frusciante è tornato nel gruppo. I Red Hot Chili Peppers, al loro dodicesimo album di inediti, ritornano quasi naturalmente alle atmosfere dei primi anni ’00: i risultati non saranno radicali come ai loro esordi o semi-perfetti come ai tempi di “Californication” (1998), ma “Unlimited Love” migliora i risultati degli ultimi lavori del complesso e allunga, chissà per quanto, la gloriosa storia del gruppo californiano.

Pur troppo lungo di almeno 10-12 minuti, con canzoni evitabili come The Great Apes e One Way Traffic, il CD suona bene, organicamente, nel modo in cui ormai siamo abituati che suoni un disco dei Red Hot Chili Peppers: alternativo ma non troppo, con tre grandi musicisti (il batterista Chad Smith, il bassista Flea e John Frusciante alla chitarra) ad accompagnare i deliri di Anthony Kiedis. In più, vi sono perle pop come Not The One, che ricorda (pur con risultati peggiori) la grande hit Snow (Hey Oh) del 2006.

Il pezzo migliore è il primo singolo utilizzato per promuovere il CD, la brillante Black Summer, ma non trascuriamo Here Ever After e Aquatic Mouth Dance (quest’ultima con testo ai limiti dell’assurdo). Non male anche It’s Only Natural. Invece deludono le già menzionate The Great Apes e One Way Traffic, ma anche Whatchu Thinkin’ non è all’altezza.

L’aspetto lirico di “Unlimited Love” è problematico, ma allo stesso tempo semplice: Frusciante e co. non sono mai stati grandi autori, semplicemente non è di loro interesse. Nel corso delle 17 canzoni che compongono il CD abbiamo: un’invettiva sul traffico (One Way Traffic), la descrizione della cosiddetta “aquatic mouth dance” nell’omonima canzone, Kiedis che intona il seguente verso: “Please, love, can I have a taste? I just wanna lick your face” (She’s A Lover). No, non siamo di fronte a Bob Dylan.

In conclusione, “Unlimited Love” è un LP che piacerà molto a chi è fan (o lo è stato in passato) dei RHCP: i quattro californiani non hanno perso nulla della loro irriverenza e voglia di far ballare il pubblico. Chi si aspettava novità nel sound della band farà meglio a passare la prossima volta: pare che la band abbia già pronta un’altra raccolta di inediti. Di certo possiamo dire che “Unlimited Love” supera in qualità sia “I’m With You” (2011) che “The Getaway” (2016), i due CD incisi con Josh Klinghoffer in mancanza del leggendario John Frusciante. L’assenza di quest’ultimo è stata profondamente avvertita, ma godiamoci questo momento di pace, con la band al completo: potrebbe non durare.

Voto finale: 7,5.

Hatchie, “Giving The World Away”

giving the world away

Il secondo album della giovane cantante dream pop australiana migliora molti aspetti rispetto all’acerbo esordio “Keepsake” del 2019, cercando una maggiore varietà sia nei testi che nell’offerta artistica. Non siamo di fronte ad un capolavoro, ma “Giving The World Away” apre opzioni interessanti per Hatchie.

Avevamo recensito “Keepsake” in un profilo della rubrica Rising, scrivendo che, pur dimostrando del potenziale, Hatchie aveva ancora da percorrere molta strada prima di affermarsi definitivamente. Tre anni dopo, con in mezzo una devastante pandemia, Harriette Pillbeam (questo il vero nome di Hatchie) ha composto un lavoro che non lavora solamente sui noti terreni dream pop e shoegaze, con chiari rimandi agli anni ’90, ma cerca di esplorare anche terreni nuovi come la dance (Quicksand) e il pop zuccheroso da classifica (Take My Hand).

L’inizio è folgorante: Lights On e This Enchanted rappresentano due ottimi brani, pur avendo il primo chiari rimandi al passato e il secondo essendo un pezzo shoegaze probabilmente già composto meglio dagli Slowdive ai tempi di “Souvlaki” (1993). Purtroppo, arrivano poi due episodi molto deboli, le prevedibili Twin e Take My Hand. Un po’ tutto il CD ha queste montagne russe in termini di qualità, circostanza che influenza negativamente i risultati complessivi. Più avanti nella tracklist abbiamo, ad esempio, la monotona title track accostata alla buona The Key.

In termini lirici, se in “Keepsake” eravamo di fronte ad un breakup album piuttosto convenzionale, in “Giving The World Away” emergono le conseguenze che i lockdown pandemici hanno avuto sulla psiche dell’australiana: Pillbeam, infatti, ha addirittura messo in discussione il suo futuro nel mondo della musica. Nel singolo Quicksand, ad esempio, Hatchie dichiara sconsolata: “I used to think that this was something I could die for. I hate admitting to myself that I was never sure”. In The Key sentiamo invece: “Lost sight of who I’m supposed to be, but within the chaos I can see I’m not me”. Sunday Song probabilmente contiene i versi più malinconici: “Sick of waiting for something heaven sent… Can’t you see all that I see in you?”.

In conclusione, “Giving The World Away” mantiene Hatchie nel percorso intrapreso in “Keepsake”, cercando allo stesso tempo di innovare il sound della cantante australiana. Il CD rappresenta sicuramente un progresso e ci fa pensare che il meglio debba ancora venire nella carriera di Harriette Pillbeam.

Voto finale: 7,5.

Spiritualized, “Everything Was Beautiful”

everything was beautiful

Il nuovo disco della band capitanata da Jason Pierce aka J. Spaceman prosegue il percorso nel genere space rock intrapreso fin da inizio carriera, inserendo allo stesso tempo dei rimandi blues innovativi, ma non sempre centrati. I risultati non saranno i migliori di una carriera che ha visto in passato dei capolavori come “Ladies And Gentlemen We Are Floating In Space” (1997), ma dimostrano che siamo di fronte ad una band viva e pronta a sfidare le proprie convenzioni.

“Everything Was Beautiful” segue “And Nothing Hurt” (2018) e completa una celebre frase di Kurt Vonnegut, anche se invertendone le due parti. Il precedente CD era stato annunciato come l’ultimo della band britannica, ma la presenza di “Everything Was Beautiful” non va presa come un mero modo di spremere più denaro dai fan. Anzi, vale il contrario: il pubblico affezionato allo space rock più sognante degli Spiritualized sarà deluso da parentesi molto à la Rolling Stones come Best Thing You Never Had (The D Song), un pezzo puramente blues. Lo stesso dicasi per The A Song (Laid In Your Arms), a dire il vero il momento più debole del lotto.

In generale, comunque, i 44 minuti del lavoro scorrono agilmente e il CD merita più di un ascolto per essere analizzato con la dovuta attenzione. Rispetto a “And Nothing Hurt”, il lavoro è decisamente più vario, ma non migliore: semplicemente, Pierce e compagni stavolta hanno voluto sperimentare, con risultati alterni.

Se infatti Let It Bleed (For Iggy) è buona, delude la già citata The A Song (Laid In Your Arms). Highlight del disco resta l’introduttiva Always Together With You, uno dei migliori brani della produzione recente degli Spiritualized. Buona anche la dolce Crazy.

In conclusione, non tutto di “Everything Was Beautiful” convince appieno, però gli Spiritualized si dimostrano ancora nel pieno delle forze, pur con trent’anni di carriera alle spalle (!). Già questa è una ottima notizia.

Voto finale: 7.

Kurt Vile, “(watch my moves)”

watch my moves

Arrivato quattro anni dopo “Bottle It In”, il nuovo CD del cantautore americano Kurt Vile riprende da dove lo avevamo lasciato: folk rock di qualità, rilassante e mai troppo eccentrico. Gli amanti del cantautorato vecchia maniera troveranno pane per i loro denti; gli altri, beh, magari non lo gradiranno appieno, ma “(watch my moves)” merita almeno un ascolto.

A dire il vero “Bottle It In” (2018) non è l’ultimo lavoro a firma Kurt Vile prima di questo: il breve EP di cover “Speed, Sound, Lonely KV” (2020) era parso un omaggio ai fan durante il lockdown, ma non per questo era da ignorare. “(watch my moves)” è un LP lungo e denso (73 minuti per 15 canzoni complessive), con durate dei brani molto varie, dai due minuti scarsi a oltre sette, senza contare (shiny things), brevissimo intermezzo di 58 secondi. Tuttavia, il mood generale del disco è piuttosto uniforme, un plus ma anche un minus, soprattutto sulla lunga distanza.

Ad ogni modo, Kurt piazza comunque due ottimi brani, Mount Airy Hill (Way Gone) e Jesus On A Wire (che vanta la collaborazione di Cate Le Bon) sono infatti gli highlights assoluti del lavoro. Menzioniamo poi Wages Of Sin, canzone poco conosciuta di Bruce Springsteen la cui cover è presente nella parte finale della tracklist di “(watch my moves)”. Invece l’iniziale Goin On A Plane Today e Kurt Runner sono un po’ monotone, ma sono da mettere in conto in un album di Vile, così come i testi surreali.

A questo proposito, menzioniamo i due versi più significativi: “Thoughts become pictures become movies in my mind, welcome to the KV horror drive in movie marathon… But I’m just kidding and I’m just playing” (Like Exploding Stones); “Even if I’m wrong, gonna sing-a-my song till the ass crack o’ dawn… And it’s probably gonna be another long song” (Fo Sho). Non è mai chiaro se prendere seriamente o meno le dichiarazioni del Nostro, ma la sua sottile ironia mischiata con le acute osservazioni sul presente lo rendono un narratore magari inaffidabile, ma godibile.

In conclusione, “(watch my moves)” non aggiunge nulla di significativo ad una discografia che si conferma solida: magari non saremo ai livelli degli ottimi CD dei primi anni ’10 “Smoke Ring For My Halo” (2011) e “Wakin’ On A Pretty Daze” (2013), ma anche quest’ultimo disco non lascerà l’amaro in bocca ai fan di Kurt Vile. Se cercate innovazione o rock sperimentale, passate oltre.

Voto finale: 7.

Vince Staples, “RAMONA PARK BROKE MY HEART”

ramona park broke my heart

Il quinto lavoro del rapper californiano è stato composto durante le stesse sessioni che avevano portato a “Vince Staples” del 2021. Le aspettative erano ambivalenti: da un lato, da uno del talento di Staples è sempre lecito aspettarsi un lavoro di qualità. Dall’altro, però, “Vince Staples” era stato visto da molti (compresi noi di A-Rock) come il CD più debole della sua produzione; pertanto, un disco “gemello” non avrebbe aggiunto nulla ad una carriera che pareva in leggera flessione.

“RAMONA PARK BROKE MY HEART” prosegue in parte il percorso intrapreso nel precedente lavoro, ma riesce a migliorarne alcuni aspetti. Ad esempio, la voce annoiata di Vince rimane, quasi come se lui volesse staccarsi dalle storie drammatiche che vengono narrate nel corso delle sedici canzoni che compongono il CD. Allo stesso tempo, però, le basi sono più variegate e vive, rendendo il lavoro complessivamente più gradevole e digeribile. Menzione per i pochi, ma azzeccati ospiti presenti nel corso del lavoro: Mustard, Lil Baby e Ty Dolla $ign contribuiscono a rendere le canzoni in cui sono presenti più imprevedibili, basti citare EAST POINT PRAYER (con Lil Baby) e LEMONADE (con Ty Dolla $ign).

Gli highlights del lavoro sono ROSE STREET e WHEN SPARKS FLY, mentre deludono gli intermezzi NAMELESS e THE SPIRIT OF MONSTER KODY. In generale, “RAMONA PARK BROKE MY HEART” si staglia  come un album con uno sguardo sul passato, soprattutto sulle drammatiche traversie passate dal Nostro nel corso della sua ancora giovane vita. Ad esempio, in WHEN SPARKS FLY Vince dichiara: “I’m ashamed to say I think I hate you now… ‘cause I can’t save you now”. Altrove il tono è meno malinconico, anzi quasi orgoglioso: “It’s handshakes and hugs when I come around” (MAGIC).

Sia chiaro, i tempi gloriosi dell’esordio “Summertime ‘06” (2015) oppure dello sperimentale “Big Fish Theory” (2017) sono purtroppo lontani; tuttavia, “RAMONA PARK BROKE MY HEART” recupera un po’ del mordente che aveva reso il nome Vince Staples uno dei più caldi del panorama hip hop americano nello scorso decennio. Non si tratta di un capolavoro, però speriamo che la ripartenza sia dietro l’angolo per Staples.

Voto finale: 7.

Bloc Party, “Alpha Games”

alpha games

I Bloc Party mancavano dalle scene da ben sei anni: al 2016 risale infatti “Hymns”, il disco che all’epoca definimmo come un deciso cambio di passo, ma nella direzione sbagliata. Mischiando gospel con melodie elettroniche, il CD era un fiasco su più o meno tutta la linea, facendo rimpiangere non solo i tempi del fondamentale “Silent Alarm” (2005), ma anche di “A Weekend In The City” (2007).

“Alpha Games”  ritorna alle sonorità indie rock che hanno fatto la fortuna del gruppo britannico, un po’ quanto tentato da “Four” (2012): anche in questa occasione, tuttavia, l’energia dei tempi migliori non è presente nella maggior parte dei brani. Abbiamo momenti interessanti come l’iniziale Day Drinker, in cui il cantato di Kele Okereke rasenta l’hip hop, oppure la buona Traps. Accanto a questi troviamo però Rough Justice e By Any Means Necessary, che sembrano b-side dei tempi d’oro del gruppo. Peccato poi che Callum Is A Snake, con potente base punk, duri solo due minuti.

Il maggior problema di “Alpha Games” è che pare estratto da un anno a caso tra il 2001 e il 2007: i Bloc Party, malgrado i cambi di formazione avvenuti nel corso degli anni, che hanno portato Gordon Moakes (basso) e Matt Tong (batteria) ad essere rimpiazzati, con perdite, da Justin Harris e Louise Bartle, sono tornati alla fine alle sonorità delle origini, ovviamente con minor impatto e ispirazione.

Pur rappresentando quindi un progresso rispetto ad “Hymns”, “Alpha Games” resta un lavoro mediocre, in cui i Bloc Party si aggrappano a quello che sanno fare meglio (un indie rock sbarazzino e ballabile) con disperazione, forse sapendo che mai torneranno alla miracolosa creatività che ha reso “Silent Alarm” un disco fondamentale degli anni ’00.

Voto finale: 6.

Rising: SOUL GLO & Wet Leg

Quest’oggi la rubrica Rising parla di due gruppi: uno punk statunitense, i SOUL GLO, che sta riscrivendo le regole del genere attraverso un aggressivo mix che integra hip hop e metal; e un duo indie rock tutto femminile di origine inglese, le Wet Leg. Buona lettura!

SOUL GLO, “Diaspora Problems”

Diaspora Problems

Se l’anno passato i Turnstile avevano fatto intravedere il futuro dell’hardcore punk nel suo versante più “dream punk” con il magnifico “GLOW ON”, il complesso noto come SOUL GLO ha invece perfezionato una formula altrettanto radicale ed innovativa, ma sul versante opposto. Punk, hip hop sperimentale, metal, noise… “Diaspora Problems” è un CD lontano dal mainstream, ma poco o nulla del passato suona come lui.

Tecnicamente questo sarebbe il quarto lavoro a firma SOUL GLO; tuttavia, i tre precedenti sono andati pressoché perduti e quindi, a livello di impatto col pubblico, questo per molti sarà il primo ascolto del gruppo americano. Oltre al sound abrasivo, a livello lirico Pierce Jordan e compagni affrontano temi molto attuali e sentiti, specialmente dalle persone di colore: il singolo Jump!! (Or Get Jumped!!!)((by the future)) nomina i defunti Juice WRLD e Pop Smoke per mettere in evidenza la condizione di perenne incertezza che avvolge persone nere di successo, tanto da chiedersi “Would you be surprised if I died next week?”. Nell’iniziale Gold Chain Punk (whogonbeatmyass?) le prime parole sono “Can I live?”, che diventano quasi un mantra nel corso del brano. Altrove abbiamo infine veri e propri proclami politici: “It’s been ‘fuck right wing’ off the rip, but still liberals are more dangerous” è il più eloquente (John J).

I pezzi migliori sono Gold Chain Punk (whogonbeatmyass?) e la devastante Spiritual Level Of Gang Shit, che chiude stupendamente il lavoro. Inferiore alla media, altissima, del CD solamente Coming Correct Is Cheaper. Ma in generale va detto che il mix di suoni che formano “Diaspora Problems” richiede più ascolti per essere completamente assimilato: è come sentire i Death Grips scrivere canzoni punk ispirandosi a Sex Pistols e Black Flag. Basti ascoltare Driponomics a tal riguardo.

“Diaspora Problems” è quindi un LP complesso, ma i 39 minuti che compongono la tracklist non suonano mai monotoni. Se la rabbia espressa da Pierce Jordan e co. può a volte suonare eccessiva, pensiamo al mondo in cui viviamo attualmente, con i suoi mille problemi, e improvvisamente anche le parti più dure di “Diaspora Problems” assumono un senso.

Voto finale: 8,5.

Wet Leg, “Wet Leg”

wet leg album

L’esordio del duo originario dell’Isola di Wight è una ventata di novità nello scenario indie rock d’Oltremanica, salutato da recensioni entusiastiche nella madrepatria, forse troppo (spicca il 10/10 di NME), ma anche negli Stati Uniti (8/10 da parte di Rolling Stone, ad esempio). In sintesi: siamo di fronte ad uno dei CD con maggiore hype degli ultimi tempi. I risultati? Soddisfacenti.

“Wet Leg” contiene innumerevoli citazioni di artisti del passato: I Don’t Wanna Go Out contiene esattamente lo stesso riff di The Man Who Sold The World di David Bowie. Abbiamo poi riferimenti ad Arctic Monkeys, The Strokes, Blur, Pavement, addirittura My Bloody Valentine (la quasi shoegaze Valentine)… insomma, ogni fan dell’indie rock più o meno recente troverà pane per i suoi denti. Aggiungiamo dei testi sbarazzini, quando non completamente nonsense, e il quadro sarà completo.

Una cosa è certa: Rhian Teasdale and Hester Chambers, le due giovanissime che formano le Wet Leg, si divertono molto. Sono anche baciate dal successo, forse in parte imprevisto: nel Regno Unito Chaise Longue, uno dei migliori brani del lotto, è una hit fatta e finita. Buone poi Valentine e Loving You, mentre sotto la media Supermarket e Oh No. Menzione, infine, per Too Late Now, che chiude ottimamente il lavoro.

Dicevamo che liricamente il CD lascia a desiderare: legittimo, considerando che parliamo di due ragazze al loro primo lavoro. Tuttavia, rime come “You’re so woke, Diet Coke” (Oh No) sono davvero evitabili. Altrove emerge invece un occhio molto acuto: esemplare Piece Of Shit, in cui le Wet Leg se la prendono con la mascolinità tossica che ancora oggi troppe volte emerge: “I’m such a slut? Alright, whatever helps you sleep at night”. Infine, menzione per un verso molto giovanilistico, ma non per questo banale: “Are you gonna stay young forever? You said yeah—and I just walk away”, contenuto in I Don’t Wanna Go Out.

In conclusione, “Wet Leg” è un esordio che merita almeno un ascolto: la ricetta di Teasdale e Chambers potrà suonare a tratti troppo derivativa, ma l’energia e la spontaneità dei migliori momenti del lavoro fanno intravedere un notevole talento. Vedremo in futuro se le Wet Leg manterranno queste aspettative o meno: di tempo per farlo ne hanno a volontà.

Voto finale: 7,5.

Rising: Yard Act

Yard Act

A-Rock inaugura il 2022 con un articolo su una giovane band post-punk inglese, gli Yard Act, il cui esordio merita attenzione. Buona lettura!

Yard Act, “The Overload”

the overload

Il disco d’esordio del gruppo nato a Leeds rappresenta un’altra incarnazione del post-punk britannico, in un’ondata apparentemente senza fine. Se pensiamo ai talenti nati negli ultimi anni Oltremanica (black midi, Black Country, New Road, IDLES, Squid, shame e Fontaines D.C. solo per citare le più rilevanti), capiamo che il fenomeno sta diventando davvero imponente.

Il bello è che ciascuna di queste band mantiene dei tratti caratteristici che le rendono diverse l’una dall’altra: lo sperimentalismo estremo dei black midi, la vicinanza degli IDLES agli slogan politici, le lunghe cavalcate degli Squid… A loro modo, inoltre, tutte hanno lasciato impronte importanti nel panorama musicale, tanto che spesso A-Rock le ha premiate con profili ad hoc e posti di rilievo nelle classifiche di fine anno. Gli Yard Act sono più inclini a mescolare il post-punk con elementi dance, sulla falsa riga dei Franz Ferdinand (Payday), ma non scordiamoci l’influenza dei The Fall (The Incident).

Il CD è stato incensato senza freni dalla stampa britannica, con numerosi 10/10 addirittura. Ma davvero merita tutte queste lodi? Diciamo che l’hype viene in parte mantenuta da “The Overload”: le performance dei membri del gruppo sono solide, il frontman James Smith si dimostra versatile… ma nulla roba l’occhio come, ad esempio, accadeva con l’esordio dei black midi “Schlagenheim” (2019) o con quello degli Squid “Bright Green Field” (2021). I migliori brani sono Land Of The Blind e l’epica Tall Poppies, mentre delude Payday. Da non trascurare infine la più lenta 100% Endurance, che chiude il disco.

Liricamente, il complesso britannico si dimostra acuto: i versi migliori sono contenuti nella traccia che dà il titolo al disco (“If you don’t challenge me on anything, you’ll find that I’m actually very nice. Are you listening? I’m actually very fucking nice!”) e in Rich (“It appears we’ve both become rich, it appears we’re both, both very, very, very rich… It appears we have no shame”), ma in generale gli Yard Act riescono, come molti loro contemporanei britannici, peraltro, a trasmettere il malessere per una Gran Bretagna in declino (paragonata a un cavallo morente in Dead Horse) e preda del capitalismo più sfrenato.

In generale, i 37 minuti di “The Overload” passano senza scossoni, né in senso positivo né negativo. Questo non è bellissimo da dirsi per una band punk-rock, ma gli Yard Act hanno tutto per emergere. Se toglieranno i tentativi più pretenziosi dalla tracklist del loro secondo lavoro, il prossimo CD potrà essere il loro manifesto definitivo.

Voto finale: 7,5.

Gli album più attesi del 2022

Ad A-Rock abbiamo pubblicato da pochi giorni le due puntate della lista dei 50 migliori album del 2021, ma non è tempo di relax. Il 2022 è infatti vicinissimo e si prospetta un anno davvero denso di uscite attese da anni da pubblico e critica. Andiamo ad analizzarle.

Partiamo dai due CD più attesi da A-Rock: sia Kendrick Lamar, cinque anni dopo “DAMN.” (2017) che gli Arctic Monkeys, a quattro anni “Tranquillity Base Hotel & Casino” (2018), sembrano pronti a pubblicare i loro nuovi lavori. Inutile dire che abbiamo grandi aspettative su entrambi gli artisti, tra i più rilevanti negli ultimi anni per quanto riguarda hip hop e rock.

Se ci spostiamo sul versante propriamente rock, notiamo che abbiamo sia veterani (Arcade Fire, Phoenix, Spoon) che emergenti (Fontaines D.C., Black Country, New Road e black midi) pronti a lanciare i loro nuovi CD. I Big Thief, dal canto loro, pubblicheranno un doppio LP a febbraio 2022. Non ci scordiamo poi di Jack White, addirittura pronto a pubblicare due dischi nel 2022, e di alcuni nomi che parevano ormai archiviati nella storia della musica e invece, contro ogni previsione, hanno pianificato di pubblicare nuovi lavori: Tears For Fears e The Cure, nomi fondamentali del rock anni ’80, faranno del 2022 un anno di revival?

Discorso a parte poi per alcuni artisti a cavallo tra pop e rock, come The 1975 e Mitski: artisti giovani, ambiziosi, eclettici e vogliosi di far vedere che il rock, se mescolato con le ultime tendenze in campo pop e, a volte, elettronico, può ancora regnare nelle classifiche. In questa categoria rientrerebbe anche Sky Ferreira, ma l’erede di “Night Time, My Time” (2013) è ormai una chimera.

Entrando poi nel pop, il nome principale è The Weeknd: dopo il convincente singolo Take My Breath, la sua trasformazione nel Michael Jackson del XXI secolo pare ormai pronta a manifestarsi. Abbiamo poi Beyoncé e Rihanna, due che si contendono legittimamente la corona di regina del pop e sembrano finalmente pronte a tornare sui palcoscenici dopo lunghe assenze. Nel mondo del pop più sofisticato o comunque meno commerciale, molto attesi sono i nuovi CD dei Beach House, di FKA twigs e di Charli XCX: realtà ormai consolidate, con alcune hit all’attivo, ma ancora non nel pieno mainstream. Vedremo se il 2022 porterà buone nuove per questi tre artisti.

Abbiamo poi il mondo hip hop: oltre al già menzionato Kendrick Lamar, abbiamo Danny Brown, uno dei rapper più imprevedibili del momento, pronto a regalarci ancora canzoni costruite su beat strampalati e fatti pubblici e privati narrati dalla sua voce fortemente nasale e altrettanto inconfondibile. Menzione poi per Earl Sweatshirt, che pubblicherà “Sick!” il 14 gennaio, e per i veterani Pusha-T e Freddie Gibbs. Non tralasciamo poi le giovani leve, rappresentate da Saba e Noname, che dovranno mantenere le aspettative alte imposte dai rispettivi esordi; e sappiamo quanto la “sindrome da secondo album” spesso azzoppi carriere promettenti.

Nell’elettronica si prospetta un 2022 interessante: artisti del calibro di M83 e Animal Collective, riferimenti del settore nel corso soprattutto degli anni ’00 e ’10 del XXI secolo, sembrano scaldare i motori per pubblicare i loro nuovi lavori nell’anno che verrà. Abbiamo poi Jenny Hval e MGMT, 100 gecs e Let’s Eat Grandma… insomma, nomi apprezzati sia nel versante pop che sperimentale dell’elettronica, un magma sempre più vivo e imperscrutabile.

In conclusione, il 2022 sarà probabilmente un anno da vivere intensamente. Sperando che la pandemia lasci più tranquilli e sia possibile tornare a vedere concerti in tranquillità, scaldiamoci ascoltando tanti CD da parte di artisti amati da pubblico e critica! State collegati, perché A-Rock vi offrirà al meglio delle proprie possibilità una copertura ampia e variegata.

I 50 migliori album del 2021 (25-1)

Il momento è giunto: siamo arrivati all’appuntamento più atteso per i fan di A-Rock, la seconda e più pregevole parte della classifica dei 50 migliori dischi dell’anno, quella che contiene le posizioni dalla 25 alla 1!

Nella prima metà abbiamo trovato artisti importanti, come Lorde, Lana Del Rey e The Killers. Chi si sarà aggiudicato il titolo di miglior CD del 2021? Buona lettura!

25) Paul McCartney, “McCartney III”

(POP – ROCK)

È vero, parliamo di un album di fine 2020, ma non potevamo lasciare l’ultimo lavoro di Sir Paul fuori dalla nostra classifica. Sir Paul McCartney non ha bisogno di introduzione: la sua è ormai una carriera leggendaria che, giunta al ventunesimo (!!) album di inediti, non vuole proprio fermarsi. “McCartney III” è la chiusura ideale della trilogia iniziata con l’esordio solista del 1970, “McCartney”, e proseguita poi con “McCartney II” (1980). La caratteristica di tutti questi CD è di essere suonati interamente da Paul in persona, che li ha spesso utilizzati per i suoi esperimenti più arditi (ad esempio Temporary Secretary), con atmosfere decisamente meno pop di un tipico disco dei Beatles, ma sempre appetibili da una larga fetta di pubblico.

“McCartney III” non è da meno: le 11 canzoni vanno dall’esperimento folk-blues di Long Tailed Winter Bird al pop-rock della squisita Find My Way al pop beatlesiano di Pretty Boys, per poi sfociare nella stramba Deep Deep Feeling, ben otto minuti di rock à la David Bowie su morbide tastiere. Insomma, un pot-pourri mai scontato, decisamente non coeso ma intrigante nel complesso. I risultati migliori Paul li raggiunge in Find My Way e Pretty Boys, mentre delude un po’ Women And Wives.

Liricamente, McCartney cerca di calarsi nella drammatica temperie storica del 2020: il CD, uscito a dicembre dello scorso anno, rievoca la triste condizione di isolamento totale in cui è stato arrangiato, specialmente in Find My Way (“You never used to be afraid in days like these, but now you’re overwhelmed by your anxieties” è un verso potente) e Seize The Day, che nella semplicità della lirica “It’s still alright to be nice” ci ricorda che la gentilezza è una qualità sottovalutata, specialmente in tempi di pandemia.

Un cantante della caratura di Paul McCartney, che era stato in grado di restare sulla cresta dell’onda anche negli anni ’10 del XXI secolo grazie alle collaborazioni di successo con Mark Ronson (Alligator e New) e Kanye West con Rihanna (FourFiveSeconds), aveva prodotto con “Egypt Station” (2018) un album lungo e caotico, che faceva presagire un’ispirazione ormai esaurita per il cantautore inglese. Ritrovarlo in così buona forma solo due anni dopo, capace di stupirci come ai bei tempi, è un’ulteriore dimostrazione che, nella musica, l’età non conta.

24) Indigo De Souza, “Any Shape You Take”

(ROCK)

Il secondo disco della cantante è una boccata di aria fresca in una scena indie rock un po’ ferma nel 2021. “Any Shape You Take” migliora ogni aspetto dell’esordio “I Love My Mom” (2018), passato un po’ in sordina: sia a livello compositivo che lirico Indigo si conferma matura e pronta a scrivere pagine importanti del genere nei prossimi anni.

I riferimenti della Nostra sono chiari: PJ Harvey, Fiona Apple e Alanis Morissette sono le prime icone femminili del pop-rock che vengono in mente ascoltandola. Tuttavia, De Souza non si limita a prendere spunto da queste grandi autrici: innestando su questa ricetta elementi grunge e quasi sperimentali (si senta Real Pain a tal proposito), “Any Shape You Take” è un CD figlio dei nostri tempi: in bilico fra speranza e disperazione, la giovane Indigo De Souza dimostra in realtà una maturità sorprendente.

Testualmente, infatti, la cantautrice è capace di trasmettere le sensazioni provate a causa di una relazione tossica del passato attraverso le urla disperate di Real Pain così come di farti sentire protetto in Hold U, quando canta “I will hold you” e “You are a good thing, I’ve noticed” convintamente. In Way Out appare il suo lato più sognatore quando sentiamo dirle “I wanna be a light”, mentre in Kill Me si riappropria di un tema a lei caro fin dal precedente album: “Call your mother, tell her you love her… Call my mother and tell her the same”.

In alcune canzoni, come la già citata Real Pain e Bad Dream, prevale un pessimismo molto forte; in altre, come 17, i toni sono più distesi. I pezzi migliori sono Hold U e Kill Me, mentre un po’ sotto la media Way Out. In generale, va detto, l’indie rock robusto, sperimentale a tratti di “Any Shape You Take” si fa quasi sempre apprezzare e i 38 minuti di durata del disco spingono il replay value (a differenza degli ultimi prolissi lavori di Drake e Kanye West, tanto per capirsi).

In conclusione, Indigo De Souza si conferma ragazza con del potenziale e “Any Shape You Take” è un CD molto interessante. Vedremo se in futuro saprà fare meglio, per ora godiamoci questo LP, uno dei migliori dell’anno nel genere indie rock.

23) Lucy Dacus, “Home Video”

(ROCK)

Il terzo album a firma Lucy Dacus è un altro passo avanti in una discografia sempre più ricca. Dopo l’esordio raccolto di “No Burden” (2016) e il magnifico “Historian” (2018), questo lavoro è una svolta in direzione quasi pop. I pezzi sono più brevi e con ritornelli più accattivanti; non per questo, tuttavia, bisogna concludere che Lucy si sia “venduta”, contando anche i temi affrontati nel corso di “Home Video”.

Fin da subito, sulla stampa e tra i fan si sono scatenati i parallelismi con “Punisher”, il CD uscito l’anno passato e che ha fatto dell’amica Phoebe Bridgers un nuovo pilastro del mondo indie, con tanto di candidatura ai Grammy. In effetti, le somiglianze fra i due album sono numerose: il sound è indie rock con occasionali episodi folk, i temi trattati sono intimi e personali… Allo stesso modo, alcuni esperimenti della Dacus fanno di “Home Video” un LP autonomo e non indebitato con alcuna delle giovani donne che stanno rivoluzionando l’indie rock (basti citare, oltre a Phoebe Bridgers, anche Julien Baker e Courtney Barnett).

Dicevamo che Lucy affronta il proprio passato nel corso del CD: la sua gioventù non è stata semplice, essendo stata cresciuta a Richmond, in Virginia, da una famiglia conservatrice e molto religiosa, lei che da bisessuale è sempre stata nel mirino dei più intransigenti. L’iniziale, bellissima Hot & Heavy contiene il seguente verso: “You used to be so sweet, now you’re a firecracker on a crowded street”; invece VBS contiene una profezia fatta da un sacerdote, “A preacher in a t-shirt told me I could be a leader”. Tuttavia, nella stessa canzone la sua figura è ambivalente: “All it did, in the end, was make the dark feel darker than before”.

Il lavoro, nella sua onestà, a volte è davvero toccante, così come le melodie: oltre la già citata Hot & Heavy, ottime anche First Time e Thumbs. Invece inferiori alla media Partner In Crime, in cui Lucy sperimenta addirittura l’uso dell’autotune, con risultati controversi, e Christine.

In conclusione, “Home Video” è un CD molto nostalgico, in cui i ricordi dell’infanzia e della gioventù sono presentati in tutta la loro crudezza da una Lucy Dacus mai così aperta. Speriamo che il disco abbia, come “Punisher”, i riconoscimenti che merita. La cantautrice americana, infatti, si conferma tra le migliori nel suo genere e rafforza il suo status di ragazza prodigio.

22) SPIRIT OF THE BEEHIVE, “ENTERTAINMENT, DEATH”

(ROCK)

Il trio originario di Philadelphia ha dato origine, con “ENTERTAINMENT, DEATH”, a uno degli album più imprevedibili degli ultimi anni. Indie rock, psichedelia, noise, pop: tutto si mescola nel corso del CD. Canzoni brevi, sui tre minuti, ma anche una suite di quasi sette minuti: di tutto e di più anche in termini di durata delle melodie. Zack Schwartz, Rivka Ravede e Corey Wichlin, al loro quarto lavoro, confermano il bene che si diceva di loro anche riguardo i precedenti lavori.

Se c’è una differenza, è nella produzione: il lavoro è più curato rispetto al passato, sintomo di una maggiore autorevolezza anche in sede di etichetta discografica. I risultati, malgrado a volte siano fin troppo confusionari, sono a tratti irresistibili: la struttura tipica delle canzoni popolari è stravolta, spesso all’interno della stessa melodia (si senta a riguardo THERE’S NOTHING YOU CAN’T DO). ENTERTAINMENT inizia come un pastiche noise sperimentale, poi sboccia in un pezzo che richiama gli anni ’60. GIVE UP YOUR LIFE sembra quasi un brano del Ty Segall più psichedelico, DEATH invece rievoca i primi Pink Floyd. C’è un brano che si intitola I SUCK THE DEVIL’S COCK… Nessun commento aggiuntivo sul significato.

In generale, possiamo dire che l’umorismo non fa difetto alla band americana. Anche molte liriche testimoniano questo atteggiamento, a metà fra lo scanzonato e il nichilista: “Dust picks up and swallows us whole” canta convintamente Schwartz in ENTERTAINMENT. Invece in I SUCK THE DEVIL’S COCK lo sentiamo proclamare: “Another middle-class dumb American, falling asleep. He don’t appreciate constructive criticism”, compreso l’errore grammaticale. Infine, in RAPID & COMPLETE RECOVERY, abbiamo il verso più sognante ed evocativo del lotto: “Spanning lifetimes compressed in a vacuum, no limitations, you know what comes after”.

In concreto, però, malgrado questi momenti leggeri, il CD suona claustrofobico e ansiogeno; sentimenti che purtroppo tutti abbiamo provato nel corso dell’ultimo anno, colpiti come siamo dalla pandemia e dalle sue conseguenze. Non per questo però dobbiamo ignorare gli SPIRIT OF THE BEEHIVE; anzi, la band di Philadelphia, con “ENTERTAINMENT, DEATH” potrebbe avere scritto uno dei più originali album pandemici. Non un traguardo da poco, in un panorama musicale sempre più omologato.

21) For Those I Love, “For Those I Love”

(ELETTRONICA)

Il progetto For Those I Love incarna in realtà l’estetica di una sola persona, l’irlandese David Balfe: la genesi dell’album di esordio di questo nuovo protagonista della scena elettronica è davvero tragica.

Nel 2018 Paul Curran, grande amico e partner musicale di Balfe, si è tolto la vita; da quel momento David ha cercato di onorare nel modo giusto la memoria di Curran e di riportare alla memoria i bei momenti vissuti insieme. “For Those I Love”, come il titolo indica, è dedicato anche ai cari ancora in questo mondo: spesso nel modo di cantare di Balfe, quasi “spoken word” data la scarsa espressività della voce, si menzionano i familiari del Nostro e il fondamentale ruolo che hanno avuto e hanno tuttora nella vita del cantautore irlandese.

Ma in cosa consiste musicalmente il lavoro? “For Those I Love” è un ottimo CD di musica elettronica: le basi vanno dalla house alla trance, passando per momenti più psichedelici. I momenti migliori sono le iniziali I Have A Love e You Stayed / To Live, ma anche la più tranquilla The Shape Of You risalta. Invece è inferiore alla media Top Scheme. In generale, si possono rintracciare influenze di Burial, Chemical Brothers e The Avalanches, con tocchi dei Primal Scream più rave, ma For Those I Love riesce a suonare originale, anche per il modo di affrontare un lutto altrimenti insopportabile.

I versi che restano impressi sono numerosi: “I felt like I had it all. I have a love, and it will never fade and neither will you, Paul. I love you bro” in I Have A Love è il più toccante di tutti. In Top Scheme viene alla luce il lato più politico e nichilista di Balfe: “It seems sometimes the love in these songs isn’t enough – because the world is fucked”. Infine, in Birthday / The Pain, abbiamo un momento filosofico, con più di un fondo di verità: “So we’ll spend the rest of our lives being brave, and hope that things will change, and age will still mark the time in the same way”.

“For Those I Love” non è un LP perfetto, come invece sostengono molte pubblicazioni inglesi (fra cui NME), ma certamente l’Irlanda si conferma terra ricca di spunti. Se prima la elogiavamo soprattutto per la scena punk e rock (U2, My Bloody Valentine e Fontaines D.C. ne sono luminosi esempi), anche nell’elettronica abbiamo trovato un nuovo esponente che pare destinato a scrivere pagine importanti in futuro.

20) Parannoul, “To See The Next Part Of The Dream”

(ROCK)

L’opera prima del misterioso progetto coreano Parannoul è un disco shoegaze in bassa fedeltà. Pochissimi sanno chi ci sia dietro al nome d’arte Parannoul: di certo sappiamo solo che è uno studente di Seul, che si descrive “sotto la media in altezza, peso e prestanza fisica, un perdente”. Inoltre, descrive le sue doti canore come “pessime”. Insomma, tutto congiura contro Parannoul: ma allora come è possibile che “To See The Next Part Of The Dream” sia un buon disco shoegaze?

Partiamo dal fatto che, per i cultori della perfezione musicale, magari amanti dei My Bloody Valentine, questo CD non rientra nei canoni dello shoegaze. I suoni sono sporchi, la fedeltà molto bassa, la voce pressoché inintelligibile… allo stesso tempo, però, le progressioni chitarristiche della lunghissima White Ceiling (dieci minuti precisi!) e dell’iniziale Beautiful World catturano l’ascoltatore meno pignolo. I riferimenti sono chiari: Ride, Slowdive, i primi M83… ma il dream pop di Extra Story e la quasi post-hardcore Youth Rebellion sono outliers davvero interessanti, che aprono nuove strade a Parannoul.

Anche le liriche, seppur cantate in coreano, se tradotte sono molto profonde, spesso disperate: “I wish no one had seen my miserable self, I wish no one had seen my numerous failures, I wish my young and stupid days to disappear forever” ne è solo l’esempio più calzante (Beautiful World). Il malessere giovanile è subito percepibile, così come la cultura emo che permea molta parte del CD.

In conclusione, “To See The Next Part Of The Dream” è un buon LP, di quelli che fanno capire quanto Internet possa essere benefico. Chi avrebbe mai sentito parlare di Parannoul e di questo album senza Bandcamp, Spotify e co.?

19) Wolf Alice, “Blue Weekend”

(ROCK)

Reduci dal grande successo di “Visions Of A Life” (2017), che li ha portati a vincere il primo Mercury Prize della loro giovane carriera, i Wolf Alice hanno cercato di cambiare leggermente una formula davvero efficace.

In passato li abbiamo sentiti sia nella loro versione più grunge, soprattutto nell’esordio “My Love Is Cool” (2015), che flirtare con lo shoegaze (nel già citato “Visions Of A Life”). L’ingrediente principale era però sempre stato un indie rock sbarazzino, con chiari riferimenti agli anni ’90, con la bella voce della frontwoman Ellie Rowsell a fare da collante.

“Blue Weekend” è un CD molto personale, anche e soprattutto nelle liriche, che spesso evocano rapporti amorosi del passato o l’importanza di esprimersi liberamente. Esemplare il seguente verso, in The Last Man On Earth: “Every book you take that you dust off from the shelf has lines between lines between lines that you read about yourself”, oppure questa frase, da No Hard Feelings: “It’s not hard to remember when it was tough to hear your name, crying in the bathtub to ‘Love Is A Losing Game’”. Ciò non va a discapito della spontaneità delle canzoni: Smile e The Beach II sono ottimi pezzi, con ritornelli che entrano nella testa dell’ascoltatore e non la lasciano più.

Sono altre però le sorprese: The Last Man On Earth è un grandioso pezzo pop, che evoca addirittura David Bowie e, fra le artiste emerse più recentemente, Weyes Blood. Abbiamo poi il folk di Safe From Heartbreak (if you never fall in love), in cui il batterista Joel Amey affianca la Rowsell nel canto. Invece, in Play The Greatest Hits, il bassista Theo Ellis è assoluto protagonista con una linea di basso davvero irresistibile. Tuttavia, è sempre Ellie Rowsell la protagonista: la sua voce assume diverse connotazioni, che si tratti di momenti più intimi (dolce in The Last Man On Earth) o più trascinanti (tiratissima in Play The Greatest Hits).

In conclusione, “Blue Weekend” non scrive la storia della musica: i rimandi al rock alternativo degli anni’90, dalla prima Alanis Morissette a Liz Phair, sono chiari. Tuttavia, è un piacere seguire l’evoluzione dei Wolf Alice e cercare di capire dove andranno a cadere nel loro prossimo lavoro. Il successo che li ha baciati in passato e, siamo sicuri, tornerà a far riempire loro i palazzetti di tutta Europa, è meritato.

18) Sufjan Stevens & Angelo De Augustine, “A Beginner’s Mind”

(FOLK)

Sufjan Stevens è tornato a comporre musica folk: finalmente, verrebbe da dire! Affiancato dal giovane cantautore Angelo De Augustine, genera con “A Beginner’s Mind” un eccellente album folk, che lo fa tornare ai fasti di “Carrie & Lowell” (2015), anche se senza la portata di drammaticità di quel lavoro.

I due hanno infatti preso ispirazione da film del passato prossimo e remoto, da Il Silenzio Degli Innocenti a La Notte Dei Morti Viventi, creando una colonna sonora fittizia per questi film. Alle volte i riferimenti sono chiari (Back To Oz, Lady Macbeth In Chains), altre più velati (ad esempio You Give Death A Bad Name mescola zombie e Bon Jovi).

Musicalmente, siamo di fronte al ritorno al folk da parte di uno dei migliori cantautori della sua generazione, dopo gli esperimenti elettronici di “The Ascension” e “Aporia” dell’anno passato. Alcuni brani catturano subito l’ascoltatore, Back To Oz e Reach Out sono tra questi; in altri invece prevale forse la prudenza e Sufjan e Angelo non sperimentano, si senta It’s Your Own Body And Mind. In generale, tuttavia, nessuno dei 13 brani del CD suona fuori posto.

Testualmente, parlando di supposte colonne sonore per film del passato, i riferimenti ai capolavori citati sono numerosi, ma una frase spicca, contenuta in (This Is) The Thing, dedicata a La Cosa di John Carpenter: “This is the thing about people, you never really know what’s inside… Somewhere in the soul there’s a secret”.

In conclusione, il maestro Sufjan Stevens e il suo protegé Angelo De Augustine hanno prodotto, con “A Beginner’s Mind”, il miglior album folk dell’anno. Se serviva una conferma ulteriore del talento sconfinato di Stevens, ecco qua la prova.

17) Tyler, The Creator, “CALL ME IF YOU GET LOST”

(HIP HOP)

Tyler Gregory Okonma (questo il vero nome del Nostro) ha riesumato, con questo suo nuovo CD, alcuni tratti della sua prima parte di carriera. Se sia “Flower Boy” (2017) che “IGOR” (2019) avevano flirtato con il neo-soul, questo “CALL ME IF YOU GET LOST” è decisamente più hip hop. Anche i testi fanno i conti con il giovane Tyler, The Creator: in MASSA esclama “Yeah, when I turned 23 that’s when puberty finally hit me, my facial hair started growing, my clothing ain’t really fit me… See, I was shifting, that’s really why Cherry Bomb sounded so shifty”.

In effetti, “Cherry Bomb” (2015) è visto da molti come il peggior disco della sua produzione, confuso e prolisso; ma forse è stato proprio quello che gli ha fatto capire che anche il talento, se non addomesticato, non serve a nulla. Tyler, da quel momento, si è dedicato a rifarsi un’immagine pubblica più pulita e a puntare tutto sulla musica e non sulle provocazioni.

Il rapper omofobo e volgare delle origini lasciò il posto, in “Flower Boy”, a un ragazzo fragile, capace di confessare di avere avuto esperienze omosessuali in passato. Un cambiamento radicale, che fece bene anche alla sua musica, definitivamente sbocciata con “IGOR”, con tanto di Grammy vinto. “CALL ME IF YOU GET LOST” rappresenta un altro buon lavoro in una discografia sempre più interessante.

Per il nuovo lavoro, Tyler si serve anche di collaboratori di spessore: DJ Drama compare in molte canzoni, mentre Pharrell Williams e Lil Uzi Vert sono ospiti della potente JUGGERNAUT. Abbiamo poi Lil Wayne, uno dei riferimenti del giovane Tyler Okonma, in HOT WIND BLOWS e Domo Genesis, ex collega della Odd Future, in MANIFESTO. Tuttavia, questi ospiti non offuscano mai la figura principale, che nel corso del CD assume l’identità di Sir Baudelaire, come dichiara nell’omonima traccia iniziale, in omaggio al poeta dei “Fiori Del Male”.

Liricamente, come già accennato, Tyler continua a mostrare lati del suo carattere che, fino a “Wolf” (2013), ci erano del tutto sconosciuti. Ad esempio, in MANIFESTO analizza l’impatto delle sue azioni in chiave antirazzista sopra una base che pare presa in prestito da Kendrick Lamar: “Hit some protest up, retweeted positive messages, donated some funds… Am I doing enough or not doing enough?”. In MASSA confessa che sua madre, nel 2011, viveva in un rifugio. Invece, in WILSHIRE, emerge una storia d’amore con una ragazza fidanzata con un suo amico: i tormenti di Tyler sono evidenti, a un tratto pare pronto a sacrificare l’amicizia, subito dopo si pente e rinuncia all’amore… Insomma, confessioni a cuore aperto da parte sua (e inevitabili pettegolezzi sul fatto se la storia sia vera o meno).

Dicevamo che il rap la fa da padrone in “CALL ME IF YOU GET LOST”: i singoli di lancio, da LUMBERJACK a WUSYANAME, vanno fortemente in questa direzione. Tuttavia, allo stesso tempo, il Tyler più pop di “IGOR” non viene totalmente sacrificato: i due brani più ambiziosi, SWEET / I THOUGHT YOU WANTED TO DANCE e WILSHIRE, sono R&B di qualità. Questa varietà alle volte è confusionaria, ma i risultati generali sono ottimi.

La struttura del lavoro è davvero particolare: abbiamo una canzone che supera gli otto minuti, un’altra che quasi arriva a dieci! Ma poi allo stesso tempo contiamo numerosi intermezzi e brani che sembrano solo abbozzati… Insomma, una creatività incontenibile, non sempre efficace ma mai fine a sé stessa. Dei pochi brani che superano i tre minuti di durata, i migliori sono MASSA e SWEET / I THOUGHT YOU WANTED TO DANCE; buona anche LEMONHEAD. Invece sotto le attese RISE!.

In conclusione, il CD è un altro passo avanti per un artista imprescindibile se si vuole comprendere lo scenario hip hop contemporaneo. Tyler, The Creator si conferma cantautore maturo e baciato dal talento: il successo di pubblico e critica che ultimamente sta avendo è meritato.

16) shame, “Drunk Tank Pink”

(PUNK)

Il secondo disco degli shame, talentuosa band punk inglese, evita con abilità la “trappola del secondo album” che spesso colpisce gruppi che hanno scritto esordi fantastici quali “Songs Of Praise” (2018), che fra le altre cose era stato oggetto di una rubrica Rising di A-Rock ed era entrato sia nella lista dei migliori CD dell’anno che in quella dei migliori della decade 2010-2019.

Insomma, A-Rock attendeva con trepidazione “Drunk Tank Pink” e gli shame non hanno tradito. Il disco suona più feroce rispetto all’esordio, che flirtava con l’indie rock in larghi tratti. “Drunk Tank Pink” invece è un puro album punk: arrabbiato, feroce, oltre che influenzato dalla pandemia che ormai da un anno sta devastando le nostre vite. Questo sebbene il CD sia pronto da tempo: basti dire che già a febbraio 2020 il lavoro doveva essere pubblicato, ma il Covid-19 ne ha ritardato l’uscita.

E allora come mai il sentimento di isolamento traspare così chiaramente dalle liriche di “Drunk Tank Pink”? Il frontman Charlie Steen, dopo un tour estenuante seguito al successo di “Songs Of Praise”, si è auto-isolato in un ambiente a chiare tinte rosa (da qui il titolo) cercando di recuperare le forze fisiche e mentali. Lo stesso hanno fatto i suoi compagni di band, con effetti sorprendenti sul loro sound: come già accennato, il disco suona davvero feroce in alcuni tratti, si sentano per esempio 6/1 e la cacofonica Station Wagon che chiude il disco. Merito anche dello sperimentalismo alla chitarra di Sean Coyle-Smith e della produzione di James Ford, già all’opera con Arctic Monkeys e Foals.

Non per questo gli shame rinunciano totalmente all’essere amichevoli con l’ascoltatore: l’iniziale Alphabet è un ottimo singolo di lancio, così come Nigel Hitter. Tuttavia, le migliori canzoni sono quelle propriamente punk, su tutte Water In The Well. Invece sotto la media proprio Nigel Hitter.

Le liriche, come dicevamo, trasudano angoscia e malinconia malgrado siano state scritte pre-Covid: in March Day Steen urla “In my room, in my womb, is the only place I find peace”. Invece in Water In The Well emerge il lato più canzonatorio degli shame: “Which way is heaven, sir? We all got lost somehow” è un verso davvero ironico. Infine Station Wagon conclude epicamente “Drunk Tank Pink” con le seguenti, ambiziose parole: “Nobody said this was going to be easy and with you as my witness I’m going to try and achieve the unachievable”.

In generale, dunque, “Drunk Tank Pink” non è affatto una replica del fortunato “Songs Of Praise”, quanto piuttosto una prova ulteriore del talento degli shame. Il mondo punk inglese ha ufficialmente trovato un altro gruppo imprescindibile: ispirandosi un po’ ai Parquet Courts, un po’ ai Talking Heads (con spruzzate del jazz caro ai black midi), gli shame hanno scritto una pagina davvero importante del 2021.

15) SAULT, “Nine”

(SOUL – R&B)

Il quinto album in meno di tre anni del misterioso gruppo inglese SAULT è uno dei migliori CD di musica black del 2021. Uscito il 25 giugno e disponibile, sia in streaming che come download dal sito ufficiale del gruppo, per soli 99 giorni, “Nine” rende i SAULT un nome imprescindibile per gli amanti di soul, funk ed R&B.

Se l’anno scorso i britannici avevano pubblicato una densa coppia di album, intitolati “UNTITLED (Black Is) e “UNTITLED (Rise)”, con profondi significati politici, il 2021 li vede concentrati su affreschi di vita quotidiana nelle periferie di Londra. Il CD scorre bene, con durata (34 minuti) e numero di canzoni (dieci, con due intermezzi) accessibili a tutti. Fondendo abilmente il meglio della tradizione nera, con richiami a Marvin Gaye, Stevie Wonder e Kendrick Lamar, “Nine” è davvero un bel disco.

Anche liricamente i SAULT si confermano versatili e potenti: se nel brevissimo Mike’s Story l’ospite Micheal Ofo narra drammatici episodi della sua vita quotidiana da bambino, in Alcohol invece si parla degli effetti della dipendenza (“Oh alcohol, look what I’ve done… Oh alcohol, it was only supposed to be one”) e You From London ospita una Little Simz in gran forma, che spara versi come “I know killers in the streets, but I ain’t really involved. We don’t wanna cause any grief, but we get triggered when hearin’ the sound of police”.

Insomma, i SAULT restano tanto misteriosi quanto talentuosi. “Nine” rappresenta ad oggi il loro LP più compiuto, con tante tracce che restano impresse nella memoria dell’ascoltatore (soprattutto London Gangs e Bitter Streets) e nessun episodio davvero debole. In poche parole: stiamo parlando di uno dei migliori dischi dell’anno.

14) Magdalena Bay, “Mercurial World”

(POP)

Il primo disco dei Magdalena Bay, la band formata da Mica Tenenbaum e Matthew Lewin, è una ventata di aria fresca nella scena pop. Mescolando influenze variegate, da Grimes a Charli XCX passando per Carly Rae Jepsen, il duo riesce infatti a creare un CD davvero trascinante, ben sequenziato e ricco di ottimi pezzi synth pop.

Passando sopra la scelta di iniziare “Mercurial World” con The End e terminarlo con The Beginning, un po’ troppo fintamente anticonformista, i Magdalena Bay confermano il bene che si diceva di loro negli ambienti specialistici. Dalla title track a Chaeri, da You Lose! a Secrets (Your Fire), il CD è un trionfo per gli amanti tanto di Britney Spears quanto di Madonna, tanto per citare due veterane della scena. Insomma, abbiamo trovato un ottimo disco pop.

Non fosse per testi spesso deboli e una seconda metà leggermente sottotono (che contiene ad esempio la prevedibile Prophecy) rispetto alla squisita parte iniziale, staremmo parlando di un capolavoro. Tuttavia, contando che stiamo parlando di un esordio sulla lunga durata (a nome Magdalena Bay compaiono infatti anche un EP e due brevi mixtape), “Mercurial World” è davvero un successo e farà certamente comparire il nome dei Magdalena Bay in varie liste dei migliori album del 2021.

13) Turnstile, “GLOW ON”

(PUNK)

Giunti al terzo album di punk tanto duro quanto sperimentale, gli americani Turnstile hanno prodotto il migliore CD della loro carriera. Mescolando hardcore, rock alternativo, R&B (!) e dream pop (!!), la band con “GLOW ON” ha creato un’esperienza sonora davvero unica.

Sia chiaro, la sperimentazione è benvenuta, ma “GLOW ON” è un album di hardcore punk fatto e finito: pezzi come DON’T PLAY e HOLIDAY sono durissimi, tanto per capirsi. Invece abbiamo ad esempio UNDERWATER BOI e ALIEN LOVE CALL, che suonano quasi rilassanti. A chiudere il cerchio, il grande artista R&B Blood Orange (nome d’arte di Dev Hynes) collabora proprio in ALIEN LOVE CALL e LONELY DEZIRES, confondendo ancora di più le acque. Insomma, un cocktail sonoro incredibile e sorprendente, che ammalia sia i fan duri e puri sia, potenzialmente, il pubblico più mainstream.

Liricamente, il lavoro passa da liriche più riflessive (“Too bright to live! Too bright to die!” in HOLIDAY e “Still can’t fill the hole you left behind!” in FLY AGAIN) ad altri più trascinanti e pronti per i live incendiari della band, come “You really gotta see it live to get it” (NO SURPRISE) e “If it makes you feel alive! Well, then I’m happy to provide!” (BLACKOUT). La frase più rappresentativa dell’estetica dei Turnstile è però contenuta in HOLIDAY: “I can sail with no direction”.

I migliori brani sono BLACKOUT e MYSTERY, mentre un po’ sotto la media i brevi intermezzi HUMANOID / SHAKE IT UP e NO SURPRISE. In generale, tuttavia, siamo di fronte a un CD davvero innovativo per il genere hardcore e che potrebbe aprire la strada a molti gruppi nei prossimi anni, vogliosi di rischiare lo “sbarco” nel mondo più commerciale senza però tradire il genere.

12) Iceage, “Seek Shelter”

(ROCK – PUNK)

Il quinto album della band danese è un ottimo esempio di transizione da band punk verso sonorità più ricercate e romantiche. Non un completo cambio di pelle, dato che la ferocia dei primi Iceage è ancora presente in alcuni pezzi di “Seek Shelter”, ma immaginarsi che il gruppo autore del durissimo “You’re Nothing” (2013) avrebbe scritto il pezzo anni ’60 Drink Rain sarebbe stato impensabile solo cinque anni fa.

Merito dunque degli Iceage essere stati in grado di mutare così radicalmente nel giro di poco tempo, una parabola molto simile a quella di Nick Cave negli anni ’90 o degli Horrors più recentemente. Non sempre queste svolte riescono pienamente, ma quando il talento c’è in grandi quantità come nei casi citati il pubblico e la critica non possono non elogiare l’ambizione e la voglia di sperimentare di artisti davvero unici nel loro genere. Gli Iceage, dopo aver scritto pagine molto importanti del punk nella decade passata, si candidano fortemente ad essere una band simbolo del rock alternativo anni ’20.

I singoli che avevano anticipato l’uscita di “Seek Shelter” erano stati accolti con lodi ma anche qualche giudizio critico sul nuovo sound del gruppo, più docile rispetto al passato; anche se già “Beyondless” (2018) aveva lasciato intravedere una svolta, “Seek Shelter” contiene brani quasi britpop (Shelter Song), pop (la già citata Drink Rain) e à la Rolling Stones (High & Hurt). Tuttavia, la ricetta sonora del CD ha successo: gli Iceage sembrano quasi rievocare il rock alternativo degli anni ’90 senza però scopiazzarlo e mantenendo quel livello di “sporcizia” e durezza che rendono tali i Nostri (la conclusiva The Holding Hand ne è una prova).

Anche liricamente notiamo un deciso cambiamento: mentre in passato il nichilismo la faceva da padrone, con il frontman Elias Bender Rønnenfelt scatenato sul palco quanto disperato nel cantare, adesso fanno capolino temi amorosi (“I drink rain to get closer to you!” canta Elias in Drink Rain) e la vita della mafia (Vendetta). Altrove invece troviamo riferimenti al pessimismo cosmico che pervadeva i primi LP del gruppo: “And we row, on we go, through these murky water bodies” in The Holding Hand e “Come lay here right beside me. They kick you when you’re up, they knock you when you’re down” in Shelter Song ne sono chiari esempi.

In conclusione, “Seek Shelter” potrebbe essere il CD che fa conoscere gli Iceage ad un pubblico più ampio e li rende davvero simboli di un rock rinnovato nelle sue fondamenta, abile a mescolare cori gospel con ritmiche punk, testi simbolici e drammatici con canzoni potenti. Siamo davanti ad uno dei migliori LP rock dell’anno: complimenti, Iceage.

11) Floating Points, Pharoah Sanders & London Symphony Orchestra, “Promises”

(ELETTRONICA – JAZZ)

La collaborazione fra un grande veterano del jazz, un talentuoso compositore di musica elettronica e una tra le orchestre più stimate a livello mondiale non poteva che dare risultati interessanti. “Promises” è un lavoro molto ambizioso, che riesce nel complesso a mescolare abilmente i tre mondi messi a confronto e lascia brillare tutti e tre gli interpreti in eguale maniera.

Il CD si compone di nove movimenti composti da Sam Shepherd, in arte Floating Points, poi arrangiati assieme a Pharoah Sanders, leggenda vivente del jazz, e alla London Symphony Orchestra. Se all’inizio è difficile riuscire a capire cosa aspettarsi, col tempo e attraverso ripetuti ascolti “Promises” si rivela un LP molto ricco, ma non sovraccarico, in cui gli attori sono tutti protagonisti allo stesso livello.

Il primo movimento è decisamente rilassante, un pezzo ambient in cui il potente sax di Sanders si sente solo nella parte finale; invece poi nel successivo la situazione si ribalta e Shepherd lascia il palcoscenico all’orchestra e a Pharoah. Il lavoro è un continuo, sapiente alternarsi fra momenti più vivi (Movement 4) e altri più quieti (Movement 8), che creano un prodotto davvero imperdibile per gli amanti del jazz e della musica d’ambiente. I migliori momenti sono rintracciabili in Movement 1 e Movement 6, mentre è sotto la media Movement 9.

In conclusione, la collaborazione fra tre pesi massimi della scena musicale, rappresentanti di generi apparentemente distanti come musica classica, jazz ed elettronica, ha generato un lavoro davvero ben strutturato, i cui 46 minuti rappresentano un toccasana in tempi così difficili. Non per tutti, ma “Promises” almeno un ascolto lo merita.

10) Nick Cave & Warren Ellis, “CARNAGE”

(ROCK)

Il nuovo disco della leggenda australiana del rock alternativo e del fidato Bad Seed Warren Ellis è un’altra aggiunta di spessore ad una discografia davvero magnifica. Si tratta peraltro della prima collaborazione fra i due non devota alla creazione di una colonna sonora per un film. Riprendendo alcuni dei territori musicali esplorati nei lavori recenti con i Bad Seeds e tornando ad alcune sonorità più rock del passato, Nick Cave ha scritto un CD perfetto per la pandemia che stiamo vivendo: a tratti angosciante, ma con un messaggio di speranza che dà conforto.

“CARNAGE”, letteralmente “massacro”, è un titolo intimidatorio, soprattutto in pieno Covid-19: tuttavia, il tema del virus è solo marginale rispetto alle riflessioni proposte da Cave ed Ellis. Emergono soprattutto i temi della fede e dell’amore, da sempre al centro della poetica di Nick Cave; ma se fino a “Push The Sky Away” (2013) c’era sempre una visione quasi demoniaca, da artista maledetto, la morte tragica del figlio Arthur nel 2015 ha radicalmente cambiato le carte in tavola per Nick Cave & The Bad Seeds, che da quel momento hanno privilegiato ritmi più compassati e sonorità quasi ambient, basti risentirsi “Ghosteen” (2019).

Testualmente, dicevamo che il disco tratta temi svariati: il “kingdom in the sky” ritorna più volte nel corso dell’opera, dapprima nell’iniziale Hand Of God e poi in White Elephant e Lavender Fields. Il messaggio più bello che viene trasmesso dal Nostro, contenuto in quest’ultima composizione, è però dedicato ai nostri cari che ci hanno lasciato: “Where did they go? Where did they hide? We don’t ask who, we don’t ask why there is a kingdom in the sky”. Infine, Shattered Ground affronta il tema del rapport tormentato fra il narratore e la sua partner, con una frase che molti di noi avranno pensato almeno una volta nella vita: “Oh, baby, don’t leave me”, che assume un significato ancora più evocativo in questi tempi difficili.

Il CD è molto compatto: otto brani per 40 minuti. Il contenuto musicale è però davvero notevole: passando dall’art pop di Albuquerque alle sonorità più dure di White Elephant, con in mezzo l’ottima Old Time e una seconda parte più raccolta, “CARNAGE” è uno dei migliori dischi di inediti pubblicati nel 2021. Nick Cave ha confermato ancora una volta un talento più unico che raro e, aiutato dal fido Warren Ellis, ha pubblicato un lavoro imprescindibile per gli amanti del cantautore australiano.

9) Squid, “Bright Green Field”

(PUNK – ROCK – SPERIMENTALE)

Le prime parole cantate da Ollie Judge in G.S.K., primo vero brano del CD d’esordio dei britannici Squid (se sorvoliamo l’intro ambient di Resolution Square), sono: “As the sun sets, on the Glaxo Klein, well it’s the only way that I can tell the time”. Beh, la dichiarazione d’intenti è chiara: gli Squid sono decisamente anticapitalisti e non esitano a farlo sapere immaginando un’isola distopica, su cui il settore industriale dei Big Pharma governa indisturbato. Se a ciò aggiungiamo che il frontman è il batterista del gruppo (piuttosto insolito eh?) e che, oltre al classico trio chitarra-basso-batteria, negli Squid trovano spazio sax, violini, trombe e chi più ne ha più ne metta, capirete che siamo di fronte a un lavoro piuttosto variegato e sfidante.

Le 11 canzoni che formano “Bright Green Field” sono pervase da questo senso di inquietudine, accentuato dal modo di cantare di Judge: nevrotico, paranoide, molto simile al David Byrne dei primi Talking Heads. Il riferimento alla band statunitense non è casuale: nei brani migliori del lavoro, da Narrator a Paddling, i Talking Heads sono un chiaro riferimento per gli Squid. Non dobbiamo però pensare che i giovani britannici siano solamente un ennesimo succedaneo della scena new wave e post-punk degli anni ’80.

Infatti, accanto a David Byrne & co., troviamo il post-rock degli Slint (2010), il rock danzereccio dei Franz Ferdinand (Paddling) e una parentesi drone francamente non molto riuscita, ma comunque indice di una voglia di sperimentare sconfinata (Boy Racers). Accanto a questo interessante cocktail sonoro troviamo, come già accennato, liriche spesso davvero pessimiste (un esempio è “You’re always small and there are things that you’ll never know”, in Boy Racers), quando non vere e proprie urla selvagge (Narrator, merito dell’ospite Martha Skye Murphy).

Il 2021 si è caratterizzato come l’anno in cui il rock è tornato sulle bocche di tutti, non tanto per le imprese dei vecchi leoni, ma piuttosto per l’emergere sulla scena underground, specialmente inglese, di band davvero intriganti, ambiziose e mai dome (citiamo, oltre agli Squid, i black midi e i Black Country, New Road). “Bright Green Field” non è un LP perfetto, ma sembra un ottimo antipasto di una carriera già ottimamente lanciata dall’EP del 2019 “Town Centre”. Gli Squid, dal canto loro, si candidano a grande rivelazione della scena punk-rock del 2021.

8) The War On Drugs, “I Don’t Live Here Anymore”

(ROCK)

Il nuovo disco dei The War On Drugs ne conferma lo status di miglior band di heartland rock al mondo. Canzoni raccolte si sposano perfettamente con inni da stadio degni del miglior Bruce Springsteen. “I Don’t Live Here Anymore” è un’altra aggiunta ad un canone ormai imprescindibile per gli amanti del rock vecchio stampo, mai nostalgico però.

I più scettici potranno obiettare che il CD non si differenzia molto dal precedente “A Deeper Understanding” (2017), che aveva permesso al gruppo di aggiudicarsi il Grammy per Miglior Album Rock dell’Anno. Questo è davvero un difetto quando il predecessore era un album pressoché perfetto, premiato da pubblico e critica in maniera cospicua? Ad ognuno la sua opinione, fatto sta però che “I Don’t Live Here Anymore” è simile ma non uguale rispetto a “A Deeper Understanding”: più raccolto, meno trascinante, più denso, meno epico.

Forse non è un caso che, malgrado le differenze, la qualità sia più o meno simile: canzoni come la title track, Harmonia’s Dream e Occasional Rain sono highlights indelebili e anche live faranno la fortuna di Adam Granduciel e compagni. Abbiamo poi invece brani più intimisti, come Living Proof, che arricchiscono ulteriormente il CD. Leggermente sotto la media solo I Don’t Wanna Wait.

Non sarebbe, poi, un album dei The War On Drugs senza testi che inneggiano a temi ampi e generici come l’amore, la memoria di eventi della gioventù e i sogni che tutti abbiamo, destinati spesso a infrangersi. I versi più evocativi sono contenuti in Occasional Rain: “Ain’t the sky just shades of grey until you’ve seen it from the other side? Oh, if loving you’s the same… It’s only some occasional rain”.

In generale, “I Don’t Live Here Anymore” è un ottimo prodotto, curato in ogni dettaglio anche grazie alla produzione di Shawn Everett (Foxygen). Adam Granduciel si conferma cantautore talentuoso e i The War On Drugs band fondamentale della scena rock dell’ultimo decennio.

7) Godspeed You! Black Emperor, “G_d’s Pee AT STATE’S END!”

(ROCK – SPERIMENTALE)

Il nuovo CD del leggendario gruppo post-rock canadese è un highlight in una carriera già costellata di perle, sia molto in là nel tempo (“Lift Your Skinny Fists Like Antennas To Heaven” del 2000) che più recenti (“Allelujah! Don’t Bend! Ascend!” del 2012). Il disco è infatti fra i più euforizzanti in un periodo di sospensione come quello che stiamo vivendo, in cui alla paura del virus si contrappone la speranza per le campagne vaccinali in corso. Che la luce sia finalmente in fondo al tunnel? I Godspeed You! Black Emperor, a tratti, ne paiono convinti.

In effetti, l’inizio del lavoro ci fa tornare alle lugubri atmosfere di “Allelujah! Don’t Bend! Ascend!”: A Military Alphabet, la prima delle quattro suite in cui è diviso “G_d’s Pee AT STATE’S END!”, è il pezzo più ossessivo e pessimista del lavoro. Al contrario, il tono della seguente Fire At Static Valley è più positivo e fa del post-rock quasi gradevole e accessibile, non una tipica caratteristica dei Godspeed You! Black Emperor.

Le due lunghe tracce che chiudono il lavoro, “GOVERNMENT CAME”OUR SIDE HAS TO WIN (for D.H.), mantengono questa dualità; tuttavia, a differenza dei lavori della prima fase della carriera del complesso di Montreal, il tono complessivo è di cauto ottimismo. È per questo che “G_d’s Pee AT STATE’S END!” è un ottimo LP per la vita durante la fase conclusiva (almeno speriamo) dell’emergenza Covid-19: se è vero che non siamo di fronte ad un disco puramente pop, d’altro canto la forza di queste quattro composizioni è innegabile e rende il 2021 davvero interessante per gli amanti del rock alternativo e sperimentale.

Un’ultima curiosità: il quattro pervade tutto il CD. Siamo infatti di fronte al quarto album della fase post reunion della band, le canzoni (pur elaborate) sono teoricamente quattro e probabilmente, come qualità, questo è il quarto più bel disco nell’intera produzione dei canadesi. Quest’ultimo dato è sufficiente per capire il talento di questi pilastri dello scenario rock.

6) Dave, “We’re All Alone In This Together”

(HIP HOP)

Avevamo lasciato Dave, il talentuoso rapper britannico di origine nigeriana, al successo dell’esordio “Psychodrama” (2019), che gli aveva fatto vincere il Mercury Prize e lo aveva reso una delle voci preminenti della nuova generazione inglese. Beh, tutta questa credibilità viene mantenuta, se non rinforzata, da “We’re All Alone In This Together”: un CD lungo, difficile, ma di infinita profondità e con testi sempre toccanti ed efficaci. Potremmo davvero essere di fronte al miglior rapper d’Oltremanica al momento, almeno parlando al maschile (si veda la posizione numero 1 della lista).

Le 12 canzoni di “We’re All Alone In This Together” sono variegate, possono contare su ospiti di spessore internazionale come James Blake e Stormzy… e allo stesso tempo creano un album di altissimo replay value. Passiamo dalla durezza di Verdansk ai ritmi quasi tropicali di System (con Wizkid) alla trap accennata di Clash (che vanta Stormzy), con le perle delle monumentali cavalcate Both Sides Of A Smile e Heart Attack, la prima di circa otto minuti e la seconda lunga quasi dieci!

Anticipavamo che il CD non è di immediata assimilazione, anche per i temi trattati da Dave: nei testi possiamo infatti ritrovare riferimenti alla vita degli immigrati di origine jugoslava costretti a emigrare nel Regno Unito durante la guerra degli anni ’90, così come la denuncia della maggiore ingiustizia mai patita da immigrati in terra inglese (rimpatriare nei Caraibi delle persone che avevano diritto di stare Oltremanica, privandoli dei loro averi e delle loro case). A chiudere il quadro, nell’introduttiva We’re All Alone il rapper parla di istinti suicidi sia per sé stesso che per il ragazzo con cui dialoga nel corso del brano, mentre nel pezzo finale Survivor’s Guilt si mette a piangere a causa di un attacco d’ansia… Del resto, da colui che aveva immaginato il suo esordio come la confessione di uno psicopatico non potevamo aspettarci di meno.

In conclusione, la ricchezza di significati e di sonorità fanno di “We’re All Alone In This Together” un album imprescindibile per gli amanti dell’hip hop. Dave si candida come re dello scenario rap britannico e, chissà, a sfondare anche in altre parti del mondo. La cosa più incredibile è che non si può essere sicuri che abbia raggiunto il picco delle proprie qualità: che si sia di fronte al nuovo Kendrick Lamar? La risposta al prossimo CD. Per ora godiamoci questo LP, uno dei migliori prodotti hip hop dell’anno.

5) Silk Sonic, “An Evening With Silk Sonic”

(R&B – SOUL)

Ci sono collaborazioni che sembrano fatte apposta per nascere e prosperare: il progetto Silk Sonic, formato da Bruno Mars e Anderson .Paak, ne è un caso emblematico. “An Evening With Silk Sonic” è una gemma, capace di evocare le atmosfere del soul anni ’70 di Marvin Gaye e Stevie Wonder con delicatezza ma senza suonare come un plagio, anzi con hit indelebili che ne fanno un CD imperdibile in questo strano 2021.

Non sempre le partnership fra pesi massimi escono come erano state pensate: se in certi casi era impossibile che fallissero (David Bowie e i Queen, con Under Pressure), in altri hanno prodotto risultati contraddittori (Future e Drake in “What A Time To Be Alive” del 2015) oppure addirittura disastrosi (Lou Reed e i Metallica con “Lulu”, 2011). Beh, Silk Sonic è un caso a sé stante: non per forza Mars e .Paak parevano destinati al successo, ma “An Evening With Silk Sonic” è un piccolo capolavoro, che rende i Silk Sonic maggiori della somma dei singoli interpreti.

Già i singoli di lancio avevano fatto pensare a un lavoro eccellente: Leave The Door Open è un’ottima ballata, Skate è un perfetto brano funk mentre Smoking Out The Window, pur leggermente inferiore agli altri due, è comunque un buonissimo pezzo. Se a questi aggiungiamo After Last Night, con la preziosa collaborazione di Thundercat e del veterano Bootsy Collins, già bassista dei Parliament-Funkadelic, abbiamo metà CD di perle. Il resto del lavoro contiene brani che, seppur discreti, non arrivano a questi livelli, ma il risultato complessivo è in ogni caso ottimo, contando anche la totale mancanza di tracce riempitivo (basti dire che “An Evening With Silk Sonic” dura a malapena 32 minuti), tanto che ci viene da desiderare che ci siano 2-3 canzoni in più per arrivare ai canonici 40 minuti, fatto sempre più raro nel panorama musicale odierno.

In conclusione, il progetto Silk Sonic, pur non brillando a volte di originalità (si senta Put On A Smile), raggiunge risultati davvero squisiti. Anderson .Paak è ormai pronto per il salto definitivo nel mainstream, mentre Bruno Mars, dal canto suo, si conferma infallibile produttore di hit. “An Evening With Silk Sonic”, ad oggi, è il miglior CD soul del decennio oltre che uno dei più belli del 2021.

4) Black Country, New Road, “For The First Time”

(ROCK – SPERIMENTALE)

Il giovane gruppo britannico, composto da ben sette elementi, quattro ragazzi e tre ragazze (tra cui sassofono e violino), ha pubblicato uno degli esordi più sorprendenti degli ultimi anni. Mescolando abilmente post-punk, jazz e post-rock, i Black Country, New Road si inseriscono nel solco dei black midi e di altre giovani band inglesi che stanno rivoluzionando la scena, denunciando allo stesso tempo i mali della società moderna.

“For The First Time” può sembrare un modo umile di introdurre la band al grande pubblico: il CD è infatti composto da sei canzoni, di cui due singoli, quindi gli inediti veri e propri sono solo quattro. Tuttavia, guardando il range coperto nel corso dei 40 minuti dell’album, si capisce che il vocalist Isaac Wood (dotato di un timbro molto simile a King Krule) e soci hanno operato una scelta corretta. I risultati, come già accennato, sono davvero incredibili a tratti.

Sorretti da una base ritmica clamorosa e con testi sempre calati nel presente, spesso amaro, che i membri del gruppo ben conoscono, i Black Country, New Road stupiscono fin da subito con Instrumental, che, come indica la parola, non ha testo ma serve da perfetta introduzione per le seguenti canzoni. Athens, France è uno dei brani più amichevoli del CD, non a caso scelto come singolo, mai prevedibile ma allo stesso tempo accessibile. Invece Science Fair è l’episodio più brutale, che ricorda gli Slint. Sunglasses è una traccia davvero epica, à la Nick Cave con tocchi di Godspeed You! Black Emperor che fa intravedere un possibile futuro per il gruppo. La delicata Track X (unica un po’ fuori contesto) e Opus chiudono un lavoro che richiede molteplici ascolti per esser apprezzato appieno.

In conclusione, “For The First Time” si candida ad esordio dell’anno in campo rock: sperimentale, feroce ma anche in alcuni tratti accessibile, è un disco che farà parlare di sé per lungo tempo. I Black Country, New Road hanno imposto degli standard molto alti per il loro futuro: vedremo se sapranno mantenerli. Inutile dire che, ad A-Rock, non vediamo l’ora di analizzare dove andranno a parare.

3) black midi, “Cavalcade”

(ROCK – SPERIMENTALE)

Il secondo album dei black midi, la giovane band inglese che è entrata nel cuore di molti grazie al fulminante esordio “Schlagenheim” del 2019 (inserito anche da A-Rock nella top 10 dell’anno e in una rubrica Rising), fa centro sotto molti punti di vista. I black midi non si sono ammorbiditi, anzi: le parti di rock duro fanno venire i brividi, come però anche le canzoni più raccolte, quasi pop, che sono davvero una novità nell’estetica solitamente feroce del gruppo britannico.

Avevamo lasciato i Nostri alle prese con un rock alieno, miscuglio di jazz, metal, noise e punk: risentirsi bmbmbm oppure 953. “Cavalcade”, come già il titolo fa intuire, è una cavalcata fra canzoni tanto varie quanto riuscite: si va dall’avant-prog della clamorosa John L alla lenta Marlene Dietrich, dalla pulsante Slow alla magnifica chiusura di Ascending Forth. In mezzo abbiamo anche canzoni sotto la media (Hogwash And Balderdash), ma nel complesso i black midi si confermano voce imprescindibile nel mondo rock alternativo e sperimentale, non facili da assimilare ma irresistibili.

La voce di Geordie Greep pare più sicura e forte rispetto all’esordio, così come quella di Cameron Picton, che fa il frontman in due delle otto canzoni che compongono “Cavalcade”. Abbiamo poi come in “Schlagenheim” il batterista Morgan Simpson davvero sugli scudi, quasi free jazz nel corso di molti punti del CD. A completare il quadro non c’è la chitarra di Matt Kwasniewski-Kelvin, che si è preso del tempo per sé stesso a causa di problemi personali.

Gli otto pezzi presentano dei bozzetti di personaggi realmente esistiti (Marlene Dietrich) o inventati (John L), ma a dominare è il senso di incertezza e quasi di paura che proviene da certi passaggi testuali. John L racconta di un predicatore nazionalista e visionario tradito dai suoi fedeli, Slow nella sua invocazione è totalmente antitetico alla sua base oppressiva… Accanto a tutto questo abbiamo però, come già detto, delle perle acustiche fuori da ogni logica, ma non per questo mal riuscite: sia Marlene Dietrich che Diamond Stuff sono infatti ottime “pause” e faranno la fortuna dei live del gruppo.

In generale, pur non essendo musica popolare, i black midi hanno senza dubbio creato un LP unico nel suo genere, alla pari di “Schlagenheim” per creatività. Se l’effetto sorpresa è svanito, di certo possiamo dire, con meraviglia ma non troppo, che il terreno coperto in termini di sonorità è ancora più variegato che nell’esordio. “Cavalcade” si afferma come il miglior album rock del 2021, capace di ferire e rassicurare, sconcertare e ammaliare.

2) Billie Eilish, “Happier Than Ever”

(POP)

Era il CD più atteso dell’estate e ha pienamente mantenuto le aspettative. “Happier Than Ever”, il secondo album della popstar più brillante del momento, fa di Billie Eilish non solo un nome imprescindibile per capire il pop contemporaneo, ma anche la più seria candidata alla palma di album dell’anno in ottica Grammy, premio che lei ha già conquistato con il fulminante esordio “WHEN WE ALL FALL ASLEEP, WHERE DO WE GO?” del 2019.

È difficile inquadrare il fenomeno Billie Eilish senza partire dalle sue origini: amante delle canzoni di Justin Bieber e delle altre popstar, la giovanissima Billie (intorno ai 13-14 anni) incomincia a postare le sue canzoni su Youtube e su Spotify. Il successo è immediato e il passaparola la porta a essere considerata una stella ancora prima di incidere un disco vero e proprio. L’EP “dont smile at me” (2017) è solo un antipasto prima dell’abbuffata di “WHEN WE ALL FALL ASLEEP, WHERE DO WE GO?”, che la catapulta in una dimensione dove solo poche persone possono stare: adorata dai giovanissimi ma anche dai genitori più “progressisti”, amata dalla critica per le sonorità eterogenee rispetto al pop stereotipato che domina le classifiche, ma anche per i testi candidi sulle sue paure. Billie, infatti, non ha timore di parlare di istinti suicidi, visioni di amici seppelliti e mostri sotto il letto.

Il CD in realtà non è perfetto: ancora si respira una certa ingenuità in Billie e nel fratello Finneas, che produce tutti i suoi brani ed è spesso co-autore. Pezzi come Bad Guy e When The Party’s Over, tuttavia, sono irresistibili: specialmente il primo, ormai, è storia della musica. La ragazza con i capelli verdi, però, ha lasciato il passo ad un’altra incarnazione: capelli biondo platino, corpo non più nascosto sotto pesanti maglioni neri, in volto una malinconia evidente malgrado il titolo del lavoro, evidentemente ironico.

In effetti, c’è poco da stare allegri: il mondo è devastato da due anni da una pandemia terribile, Billie è osservata costantemente da paparazzi in cerca di scoop o stalker che la inseguono ovunque vada, non può avere una relazione amorosa normale a causa della sua fama… Tutto questo affiora, in modo più o meno evidente, in “Happier Than Ever”.

Fin dall’introduttiva Getting Older, infatti, i temi portanti del CD sono messi in evidenza: il titolo annuncia una Billie Eilish più matura, che non rinuncia all’ironia, “Things I once enjoyed just keep me employed now” canta convintamente. In Your Power emergono invece i rapporti di abuso stabiliti da alcuni uomini a danno delle ragazze più giovani e spesso indifese: “She was sleeping in your clothes, but now she’s got to get to class… Does it keep you in control, for you to keep her in a cage?”. Altrove emerge l’ansia per il futuro tipica dei giovani (“Know I’m supposed to be with someone, but aren’t I someone?”, my future) e la paura che le vengano attribuite dicerie non veritiere (“Stop, what the hell are you talking about? Get my pretty name out of your mouth”, Therefore I Am). Il tema che spesso emerge è però quello dell’amore tradito, finito male: nella title track il suo ex la chiama ubriaco da una Mercedes, Male Fantasy vede Billie perplessa mentre guarda un video pornografico.

Musicalmente, il CD è un trionfo: Eilish esplora folk (Your Power, Male Fantasy), pop elettronico à la Grimes (Oxytocin), R&B (OverHeated), trip hop (NDA), ritmi latini (Billie Bossa Nova) e addirittura il rock in stile Mitski nella title track. In mezzo abbiamo altri esperimenti davvero sorprendenti: my future parte come un semplice brano pop ma poi evolve in un brano quasi funk, con retrogusto jazz. Discorso a parte per Oxytocin e I Didn’t Change My Number: sono i due pezzi che più si avvicinano al pop gotico e a tinte horror di “WHEN WE ALL FALL ASLEEP, WHERE DO WE GO?”, con il primo destinato a diventare un successo anche live della Nostra. Gli unici brani inferiori alla media stratosferica del CD sono Halley’s Comet, prevedibile, e Not My Responsibility, un brano spoken word dal forte significato ma debole melodicamente.

Chi credesse ancora che Billie Eilish è solamente un fenomeno mediatico, destinato a sgonfiarsi presto, dovrà ricredersi: “Happier Than Ever” è un lavoro completamente diverso dall’esordio, che pure aveva conquistato molti. Non sarebbe stato un peccato mortale tornare a quelle atmosfere; invece la cantautrice americana si è superata, optando per un lavoro composito, dove le 16 canzoni, tuttavia, non appaiono mai in sovrannumero. In poche parole, siamo di fronte ad una ragazza dal talento splendente.

1) Little Simz, “Sometimes I Might Be Introvert”

(HIP HOP)

Avevamo già capito dai singoli di essere di fronte ad un CD speciale. Introvert, Woman e I Love You, I Hate You sono colossali pezzi rap, ma non solo: Little Simz è capace, infatti, di flirtare con funk e soul in ugual maniera, creando un amalgama quasi perfetto. “Sometimes I Might Be Introvert”, in poche parole, è l’album migliore del 2021.

Little Simz, per i fan di lunga data di A-Rock, è un nome noto: inserita in un appuntamento della rubrica Rising e premiata con la palma di terzo miglior album del 2019 per “GREY Area”, il suo profilo era sempre stato sui taccuini anche della critica mainstream, ma non aveva mai sfondato completamente col pubblico, soprattutto quello al di fuori del Regno Unito. Ebbene, con questo CD è probabile che la notorietà della Nostra cresca; ed è un premio davvero meritato. Abbiamo trovato il contraltare a Kendrick Lamar, aspettando ovviamente il nuovo album di K-Dot, dato come ormai imminente.

Notiamo subito una cosa: le iniziali di “Sometimes I Might Be Introvert” danno SIMBI, che è il nomignolo con cui Simbiatu Abisola Abiola Ajikawo è conosciuta fra gli amici più stretti. Non è un fatto casuale: molte volte nel corso del lavoro emerge questa duplicità, addirittura in Rollin Stone la sentiamo dire: “Can’t believe it’s Simbi here that’s had you listenin’… Well, fuck that bitch for now, you didn’t know she had a twin”, quasi come se stessimo assistendo ad uno sdoppiamento della sua personalità. Tuttavia, il tema del rapporto fra la Simbi privata e la Little Simz pubblica non è l’unico affrontato nel corso del CD.

Altrove abbiamo infatti la voglia di celebrità che colpisce molti di noi, specie in tempi di social network imperanti (“Why the desperate need for an applause?” domanda in Standing Ovation), l’assenza del padre (“Is you a sperm donor or a dad to me?” è forse il verso più bello della stupenda I Love You, I Hate You) così come la morte violenta del cugino, in Little Q Pt. 2. I versi più belli e potenti sono però contenuti in Introvert: “All we see is broken homes here and poverty, corrupt government officials, lies and atrocities. How they talking on what threatening the economy, knocking down communities to re-up on properties. I’m directly affected: it does more than just bother me”.

Non per questo, però, bisogna pensare che il CD sia troppo carico di tematiche e influenze; anzi, “Sometimes I Might Be An Introvert” spicca anche per l’incredibile abilità di Little Simz nel maneggiare generi diversi con uguale maestria. Se proprio vogliamo trovare un difetto nel disco, sono i numerosi intermezzi narrati dalla voce dell’attrice Emma Corrin, interprete di Diana Spencer nella serie tv The Crown e amica di Little Simz. Ma sarebbe un errore concentrarsi su di essi davanti a una tale quantità di canzoni magistrali.

Possiamo rintracciare i maestri di Simbi in Lauryn Hill, D’Angelo e lo stesso Kendrick Lamar, ma lei riesce a suonare puramente Little Simz. Se “GREY Area” era un LP scarno, con beat minimali su cui la Nostra rappava senza sosta, adesso c’è una intera orchestra che la supporta in alcuni brani, tra cui i due più belli del lavoro, Introvert e Woman. Altri pezzi imperdibili sono I Love You, I Hate You e la funkeggiante Protect My Energy.

In conclusione, “Sometimes I Might Be An Introvert” è il primo album rap davvero imperdibile del decennio 2020-2029. Chissà se qualcuno riuscirà in futuro a scrivere pagine altrettanto importanti in questo genere; per il momento godiamoci questo lavoro, il compimento di otto anni di carriera da parte di Little Simz, nuovo volto simbolo della scena hip hop britannica.

Il podio è quindi formato da due ragazze e un giovane gruppo britannico, che rappresentano tre dei generi più importanti al momento: rock, pop e rap. In quanto a diversità e varietà di generi, mai A-Rock aveva avuto un terzetto di così ampie vedute: un altro segno che la buona musica, quando colpisce l’ascoltatore, non conosce confini o pregiudizi di sorta.

Che ve ne pare di questa lista? Vi convince o avreste preferito vedere altri nomi? Non esitate a commentare!

I 50 migliori album del 2021 (50-26)

Ci siamo: è tempo di pubblicare la lista dei migliori 50 album dell’anno di A-Rock! Come ormai è consuetudine, pubblichiamo oggi la prima parte e nei prossimi giorni la seconda e più ambita. Il 2021 è stato un anno strano: non più costretti a lockdown devastanti per le nostre vite sociali e l’economia, abbiamo forse avuto meno tempo per ascoltare musica, per fortuna sotto tanti punti di vista.

Quest’anno però è stato segnato dal ritorno di nomi attesissimi: da Drake a Kanye West, da Adele a Lana Del Rey, passando per i Coldplay e Billie Eilish. Abbiamo avuto poi l’esplosione di nomi emergenti come Olivia Rodrigo e Little Simz, senza dimenticarci dei lavori dei veterani: Nick Cave, Sufjan Stevens…

Piccola nota metodologica: malgrado la qualità elevata dei due LP ripubblicati da Taylor Swift a seguito delle dispute con la sua vecchia casa discografica, i due sono edizioni aggiornate di lavori usciti rispettivamente nel 2008 (“Fearless”) e nel 2012 (“Red”), ecco perché non li troverete elencati.

In ogni caso, la domanda sorge spontanea: chi avrà avuto l’onore di entrare nella lista dei migliori CD del 2021 di A-Rock? Buona lettura!

50) King Gizzard & The Lizard Wizard, “L.W.” / “Butterfly 3000”

(ROCK)

Come al solito, i King Gizzard & The Lizard Wizard hanno dato sfoggio della loro prolificità pubblicando ben due album nel 2021, entrambi di buona fattura.

Il primo, “L.W.”, non smentisce la loro fama di collettivo sempre voglioso di sperimentare: passando dal pop quasi beatlesiano a ritmi più psichedelici, se non hard rock, “L.W.” è l’ennesima dimostrazione del talento di Stu Mackenzie e compagni.

Il CD forma un’ideale coppia col precedente “K.G.”, che flirtava addirittura con il rock mediorientale e nordafricano; questa volta i King Gizzard & The Lizard Wizard fanno una sorta di riassunto di dieci anni di attività, un po’ per ricaricare le batterie un po’ per accontentare i fans di ogni tipo, da quelli metallari a quelli più mainstream.

Rispetto al fratello “K.G.”, questo lavoro è più riuscito e riesce in maniera più convincente ad assemblare tutti i vari tipi di rock provati nel corso della carriera dai Nostri, dal garage allo psichedelico al folk. La chiusura K.G.L.W. si propone quindi come ideale chiusura del cerchio, coi suoi ritmi duri e quasi fuori posto in un LP per il resto tranquillo. I brani migliori sono Supreme Ascendancy e l’epica K.G.L.W., mentre delude un po’ Pleura.

In conclusione, i King Gizzard & The Lizard Wizard si confermano voce tanto prolifica quanto imprescindibile per gli amanti del rock più scanzonato, capaci di passare nel giro di pochi anni dal garage rock (“12 Bar Bruise”, esordio del 2012) al metal (“Infest The Rats’ Nest” del 2019), attraversando ogni altro tipo di sonorità rock, spesso con risultati davvero soddisfacenti. “L.W.” rientra in questa categoria: evidentemente il lockdown ha stimolato la creatività della band.

Il diciottesimo album in dieci anni a firma King Gizzard & The Lizard Wizard (nessun errore di battitura, è proprio così), secondo del 2021, è una piacevole rinfrescata in un sound che ne aveva davvero bisogno. Se nei due precedenti LP “K.G.” (2020) e “L.W.” (2021) i Nostri erano stati accusati di ripercorrere strade ben note, con risultati non sempre all’altezza, “Butterfly 3000” rinuncia allo psych-rock per toni molto più sereni e un synthpop davvero inatteso.

Il disco non è stato anticipato da alcun singolo e il marketing è stato ridotto all’osso: mosse strane per Stu Mackenzie & co., che fanno di “Butterfly 3000” un outlier davvero interessante. Concepito per essere ascoltato come un’unica suite, il lavoro suona fresco, curato e finalmente aperto a nuove influenze. Fin dall’apertura di Yours capiamo che qualcosa è cambiato: i toni apocalittici visti in “Murder Of The Universe” (2017) o in “Infest The Rats’ Nest” (2019) sono abbandonati, per far posto a riflessioni sul mondo dei sogni e i suoi effetti sulla quotidianità della band, su una base tranquilla.

Prova ne sia il ritornello della dolce Dreams: “I only wanna wake up in my dream… I only feel alive in a daze”. Anche altrove si propongono visioni oniriche, come in Blue Morpho e Interior People. I brani migliori sono proprio Blue Morpho e Catching Smoke, mentre è un po’ sotto la media Black Hot Soup, troppo lunga.

In un periodo di relativa tranquillità, sentire anche un gruppo di solito visionario come i KG&TLW addolcire i toni fa piacere. Pur essendo stato concepito durante i lockdown pandemici, “Butterfly 3000” è un ottimo lavoro per celebrare il ritorno alla vita, che sembra davvero vicino (speriamo).

49) Snail Mail, “Valentine”

(ROCK)

Il secondo disco, per molti, è un ostacolo insormontabile e si rivela un peso dopo un esordio elogiato dalla critica e, magari, anche da larghe fette di pubblico. Questo poteva essere il caso per Lindsey Jordan, la giovane cantautrice dietro il progetto Snail Mail. “Lush”, il suo primo disco del 2018, era stato visto da molti come l’inizio di una carriera brillante nel mondo indie rock. A-Rock, dal canto suo, l’aveva inserita in una puntata della rubrica Rising e “Lush” era entrato nella lista dei 50 migliori lavori dell’anno. Pertanto, l’attesa era tanta.

I singoli di lancio del CD avevano contribuito a fare di “Valentine” uno dei più attesi dell’anno: la title track è un irresistibile pezzo indie rock, Ben Franklin è più melodico ma non meno riuscito, così come Madonna. Aggiungiamo poi una lunghezza per una volta adeguata: 32 minuti presuppongono, auspicabilmente, poco spazio per le tracce filler tipiche dei dischi più lunghi. A tutto ciò aggiungiamo la produzione di Brad Cook, in passato collaboratore di altre “indie darlings” come Waxahatchee e Indigo De Souza, per una ricetta potenzialmente squisita.

I risultati sono lusinghieri, in effetti: Snail Mail si conferma nome di crescente peso nel panorama rock e canzoni come Valentine e la conclusiva Mia farebbero la fortuna di molti. Peccato solo per la presenza di un paio di brani inferiori alla media, come Forever (Sailing) e Automate, altrimenti il voto complessivo sarebbe ancora maggiore.

Anche liricamente “Valentine” conferma il talento di Lindsey Jordan nel trasmettere sentimenti che molti hanno provato con parole semplici ma toccanti. Chi non ha mai avuto il cuore infranto oppure provato invidia vedendo la vecchia fiamma accompagnata da un’altra persona? La Jordan è però candida nelle sue ammissioni, quasi al limite della sfrontatezza, ma è un tratto che apprezziamo in versi come “Those parasitic cameras, don’t they stop to stare at you?” (Valentine) e “I wanna wake up early every day just to be awake in the same world as you” (Light Blue). Altrove emerge l’ironia della Nostra: “Got money, I don’t care about sex” (Ben Franklin).

In conclusione, il CD non stravolge il mondo dell’indie, come alcuni vorrebbero credere. Nondimeno, Lindsey Jordan conferma la sua duttilità nel passare da brani più movimentati (Glory) ad altri più rilassati (c. et al.), che le apre la strada per un futuro radioso. Staremo a vedere in futuro dove andrà a parare, ma il progetto Snail Mail pare qui per restare.

48) Weezer, “OK Human”

(ROCK – POP)

Dopo un 2019 da molti salutato come il peggior anno della ormai lunga carriera dei Weezer, che ha visto l’uscita dei mediocri “Weezer (Teal Album)” e “Weezer (Black Album)”, seguito dal 2020 che tutti conosciamo, Rivers Cuomo & co. hanno regalato un 2021 ricco di sorprese: due CD pubblicati, il qui presente “OK Human” e “Van Weezer”, e il tour più atteso dagli amanti del pop-punk, l’Hella Mega Tour in compagnia di Green Day e Fall Out Boy.

La partenza del 2021 è in realtà una boccata d’ossigeno per una band sempre in bilico fra grandi dischi (soprattutto negli anni ’90 del secolo scorso) e flop colossali (uno su tutti: “Make Believe” del 2005). “OK Human” riecheggia ironicamente nel titolo “OK Computer” dei Radiohead (e un brano si intitola Here Comes The Rain, ricorda qualcosa?), ma in realtà i Weezer scanzonati lasciano in questo lavoro il posto a un gruppo maturo, coinvolto come tutti nei lockdown pandemici e con poca voglia di scherzare. Cuomo riecheggia i maestri pop del passato, dai Beach Boys a Serge Gainsbourg passando per Harry Nilsson, con garbo; l’uso di un’intera orchestra arricchisce la ricetta, echeggiando Elton John nei suoi momenti migliori.

I risultati, come già accennato, sono confortanti: al tredicesimo album di inediti (non contando il “Teal Album” che era una raccolta di cover), Rivers Cuomo pare aver trovato una veste che gli si addice oltre quella della rockstar piena di complessi. Pezzi come Playing My Piano e Bird With A Broken Wing sono davvero riusciti, ma in realtà la coesione e la brevità del lavoro (soli 30 minuti) tengono lontana la voglia dei Weezer di sperimentare, che spesso ha fatto deragliare lavori nati sotto una buona stella.

In ambito testuale, i Nostri non lesinano riferimenti all’attualità: Playing With My Piano contiene il verso più rilevante, “Kim Jong-Un could blow up my city, I’d never know”. È una frase che può essere presa come uno scherzo di cattivo gusto o una candida ammissione di impotenza di fronte a qualcosa di incontrollabile: per i Weezer l’unico modo di comunicare con l’esterno è un pianoforte, tanto che la realtà fa un passo indietro. Altrove abbiamo riferimenti all’uso smodato dei social media (Screens) alla storia della musica (All My Favorite Songs), più prevedibili ma centrati considerando il mood del disco.

In conclusione, dunque, “OK Human” è il disco più convincente dei Weezer dai tempi del “White Album” del 2016: un LP coeso, ben strutturato e sincero, che farà felici i fan del gruppo più affascinati dalla vena pop di Rivers Cuomo e compagni.

47) Boldy James & The Alchemist, “Bo Jackson”

(HIP HOP)

La nuova collaborazione fra il rapper Boldy James e il leggendario produttore The Alchemist è un CD di hip hop vecchia maniera. Le sue basi sono la perfetta controparte quando si vogliono raccontare fatti legati alla vita di strada in modo crudo. La malinconia che traspare è infatti evidente e si sposa bene con le storie di Boldy James.

Siamo alla collaborazione numero quattro fra i due, dopo “My 1st Chemistry Set” (2013), l’EP “BOLDFACE” (2019) e “The Price Of Tea In China” (2020). La chimica fra i due è innegabile, come ulteriormente confermato in “Bo Jackson”: malgrado un inizio un po’ lento, pezzi come Brickmile To Montana e Photographic Memories alzano considerevolmente il livello. Da sottolineare poi il parco ospiti: Benny The Butcher, Earl Sweatshirt e Freddie Gibbs, giusto per citare i più celebri, danno una mano a rendere “Bo Jackson” davvero imperdibile.

Il CD, come accennato precedentemente, prende molti episodi di vita di strada vissuti in prima persona da Boldy James oppure narrati da quest’ultimo, con grande dovizia di particolari e versi a volte toccanti come: “All this pressin’ is depressin’, the pressure is still pressin’ against a nigga flesh, it’s beyond measure” (DrugZone).

In conclusione, “Bo Jackson” è un buonissimo album rap. Nulla capace di riscrivere la storia del genere, sia chiaro, ma da sentire almeno una volta e fortemente consigliato agli amanti del genere.

46) The Weather Station, “Ignorance”

(POP)

Il quinto album della cantautrice Tamara Lindeman, meglio conosciuta come leader del progetto The Weather Station, è una decisa svolta verso territori art pop. Se originariamente la si poteva inquadrare nel folk tipico dei cantautori anni ’60, “Ignorance” ricorda i CD recenti di Weyes Blood e Sharon Van Etten, con un tocco jazz in alcuni brani che arricchisce ulteriormente la ricetta.

Il brano migliore è l’iniziale Robber, un inno anticapitalista che è una lenta progressione verso il raffinato jazz della coda strumentale. Ora che The Weather Station si è arricchita di una band al completo a supportarla (chitarra, basso, sassofono e ben due percussionisti), la differenza rispetto ai minimali CD degli esordi è notevole. Anche Atlantic, la seconda canzone in scaletta, è uno dei migliori esempi di questo nuovo stile di Tamara Lindeman.

Nella seconda parte del lavoro la qualità sembra calare leggermente, a causa di pezzi più prevedibili come Loss e Separated, ma i risultati complessivi restano più che buoni. Da evidenziare anche alcuni passaggi lirici di “Ignorance”: il tema portante (come anche il nome del progetto anticipa) è il cambiamento climatico e l’ignoranza che pervade molti su un tema considerato da Lindeman ineludibile per i prossimi anni. In Atlantic il verso “I should really know better than to read the headlines” è emblematico e nella stessa canzone abbiamo anche “My god, I thought, ‘What a sunset.’”, davvero poetico. È poi interessante l’uso della voce di Lindeman: mai alta nel mix, piuttosto quasi uno strumento come gli altri.

In generale, dunque, “Ignorance” musicalmente non introduce nulla di radicale nel mondo del pop più raffinato. The Weather Station ha prodotto un LP che ricorda quasi uno dei recenti album dei Destroyer, un pop raffinato e sontuoso a tratti, arricchito da liriche spesso acute. Che sia la svolta per Tamara Lindeman? Attendiamo il suo prossimo lavoro per una valutazione più precisa.

45) Cassandra Jenkins, “An Overview On Phenomenal Nature”

(FOLK – POP)

Il secondo album della cantautrice statunitense riafferma una volta di più che il panorama cantautorale femminile è più vivo che mai: negli ultimi anni abbiamo visto emergere volti destinati a scrivere pagine rilevanti in futuro (Phoebe Bridgers, Lucy Dacus, Julien Baker e Sharon Van Etten solo per citarne alcune) e Cassandra Jenkins si aggiunge meritatamente a questa schiera.

“An Overview on Phenomenal Nature” ritmicamente si presenta come un CD a metà fra folk e art pop, un po’ la versione aggiornata al 2021 di “Bon Iver, Bon Iver” (2011) dell’omonimo progetto. Le canzoni sono ovattate, virano alle volte verso il country (Michelangelo), ma pezzi come Hard Drive mostrano tutto il talento compositivo della Nostra.

Liricamente, le sole sette canzoni descrivono soprattutto quadretti di vita quotidiana: una testimonianza di una guardia giurata di un museo; il dolore di sentire che un tuo idolo d’infanzia, con cui avresti dovuto intraprendere un tour, si è suicidato; sentimenti divergenti come sarcasmo e frustrazione… I versi che restano più impressi sono i seguenti: “Empty space is my escape” (Crosshairs), “Baby, go get in the ocean… The water, it cures everything” (New Bikini) e il potente “We’re gonna put your heart back together, are you ready?” in Hard Drive.

In conclusione, la brevità del lavoro gioca sia a favore che contro il risultato finale: se da un lato la noia non affiora mai, è anche vero che i soli 31 minuti ci fanno desiderare qualcosa in più, contando il finale quasi ambient di The Ramble abbiamo infatti soli sei brani cantautorali veri e propri. “An Overview On Phenomenal Nature” resta però davvero interessante nei suoi passaggi migliori e merita almeno un ascolto.

44) Lorde, “Solar Power”

(POP)

Il terzo album della popstar neozelandese è una svolta piuttosto radicale nello stile di Lorde. Se in “Pure Heroine” (2013) e “Melodrama” (2017) l’artista si era fatta notare per un pop in technicolor e canzoni vivaci, provocatorie a volte come Royals e Green Light, riscrivendo molto dello stile pop presente e futuro, “Solar Power” suona come un ritiro in sé stessa.

Jack Antonoff, il produttore più cercato del momento (basti citare le recenti collaborazioni con Taylor Swift e Lana Del Rey), dà anche a questo CD il suo proverbiale tocco: atmosfere soffuse, voce sporca e svolta in direzione folk-pop compiuta. I risultati possono non piacere, soprattutto ai fan della prima ora della neozelandese, ma dimostrano che Lorde è qui per restare e che pretendere da lei sempre lo stesso disco è un’aspettativa destinata a essere infranta.

La principale critica che si può fare stilisticamente al disco è che suona “fuori tempo”: Lorde sembra serena e fin troppo rilassata, si sente qua e là un sapore psichedelico che rende “Solar Power” quasi derivato dai Beach Boys… manca inoltre quella critica sociale che aveva fatto la fortuna anche mediatica della neozelandese.

Il CD, concepito per essere un concept album sulla crisi climatica, suona in realtà un po’ sfocato liricamente: abbiamo riferimenti a Pearl, il suo amato cane da poco deceduto (Big Star); canzoni sull’amore finito (California); e poi anche referenze al riscaldamento globale (“How can I love what I know I am gonna lose? Don’t make me choose”, Fallen Fruit). Abbiamo, poi, un riferimento all’ansia da ragazza prodigio del pop (“Teen millionaire having nightmares from the camera flash”, The Path) e ad un uomo violento che si reinventa maestro new-age (Dominoes).

Musicalmente però, come già accennato, “Solar Power” è un altro LP di qualità nella discografia di Ella Marija Lani Yelich-O’Connor: la title track è un grande pezzo estivo, con ritornello irresistibile grazie anche alle armonie vocali di Clairo e Phoebe Bridgers. Anche California è un brano di ottimo livello. Invece The Man With The Axe e Dominoes sono fin troppo monotone e rompono il ritmo dell’album.

In generale, “Solar Power” pare quasi un CD di transizione, verso nuovi lidi: Lorde non vuole essere la portabandiera della sua generazione, come proclama fin dalla prima canzone The Path (“Now if you’re looking for a savior, well that’s not me. You need someone to take your pain for you? Well, that’s not me”). Non tutti saranno contenti di questa mossa; di certo dopo “Melodrama” ci aspettavamo un album più coraggioso. I risultati raggiunti in “Solar Power” non sono tuttavia da disprezzare: vedremo, presumibilmente tra quattro anni, dove Lorde condurrà la propria estetica.

43) BROCKHAMPTON, “ROADRUNNER: NEW LIGHT, NEW MACHINE”

(HIP HOP)

La boyband più famosa dell’hip hop è tornata. Giunti al sesto album in quattro anni, i BROCKHAMPTON hanno ormai uno stile riconoscibile e allo stesso tempo sempre variegato: pop, rap, R&B, addirittura il rock progressivo trovano spazio in “ROADRUNNER: NEW LIGHT, NEW MACHINE”. Il risultato? Non perfetto, ma certamente un progresso rispetto a “GINGER” (2019).

Se in passato i lavori del collettivo americano potevano essere tacciati di contenere pezzi troppo lunghi, per dare modo a tutti i componenti di dire la loro, in “ROADRUNNER: NEW LIGHT, NEW MACHINE” i ragazzi suonano più leggeri. Brani riusciti come l’epica WHAT’S THE OCCASION, che pare un remix dei Pink Floyd, riescono a integrarsi bene con BUZZCUT, ottima intro con Danny Brown protagonista, e la perla pop OLD NEWS, che ricorda il Tyler, The Creator di “IGOR”. In generale, a parte la monotona DON’T SHOOT UP THE PARTY, Kevin Abstract e compagni hanno prodotto il loro miglior lavoro dai tempi della trilogia delle “SATURATION” (2017).

Anche testualmente il CD suona profondo e sentito, ma non sovraccarico di introspezione come in passato. Joba parla del tragico suicidio del padre in THE LIGHT con versi frammentari ma drammaticamente veri: “At a loss, aimless… Hope it was painless, I know you cared… Heard my mother squealing. I miss you”. In BUZZCUT invece Abstract canta di periodi difficili nella sua vita: “Thank God you let me crash on your couch”, lo stesso accade in THE LIGHT: “I was broke and desperate, leaning on my best friends”.

In conclusione, se questo è davvero l’ultimo LP a firma BROCKHAMPTON, come alcuni di loro hanno fatto intendere, il gruppo se ne andrà con un ottimo lavoro. “ROADRUNNER: NEW LIGHT, NEW MACHINE” è infatti relativamente compatto (46 minuti in 13 canzoni) e ben strutturato, vario (forse fin troppo) e curato.

42) Injury Reserve, “By The Time I Get To Phoenix”

(HIP HOP – SPERIMENTALE)

Il secondo album degli Injury Reserve è stato terribilmente influenzato dalla morte del membro Stepa J. Groggs, a soli 32 anni, a metà del 2020. A molti è sembrato quasi un sacrilegio terminare questo lavoro, già ben avviato quando Groggs ha lasciato questo mondo. In realtà, che questo sia o meno l’ultimo disco del qui presente gruppo rap, “By The Time I Get To Phoenix” è un CD ardito, sperimentale, quasi non hip hop nell’adozione delle basi: insomma, un buon prodotto da parte di una band ancora pronta a dare tanto alla musica.

Dicevamo che hip hop non sono necessariamente le prime parole che vengono in mente ascoltando il CD: in effetti, se prendiamo alcuni pezzi come Footwork In A Forest Fire, siamo quasi più vicini al rock che al rap. In generale, tutto è di difficile catalogazione: potremmo definirlo “post hip hop”, sulla scia del post rock, ma sarebbe comunque una classificazione parziale. Non è un LP facile, poco da dire, ma “By The Time I Get To Phoenix” merita un ascolto.

L’inizio è quasi informe: la lunghissima Outside pare più un collage di suoni e voci stentate piuttosto che una canzone fatta e finita, ma ha l’effetto di introdurre il mood stralunato del CD in maniera efficace. Altrove le cose sono ancora più difficili: Smoke Don’t Clear è davvero inquietante, mentre Knees ricorda il King Krule più strampalato.

In generale, è da lodare la voglia di esplorare sempre nuovi orizzonti da parte dei due rimanenti Injury Reserve, la voce Ritchie With a T e il produttore Parker Corey. Prova ne siano i pezzi migliori di “By The Time I Get To Phoenix”, come Top Picks For You e SS San Francisco. Non siamo dunque nei territori fin troppo rumorosi e fini a sé stessi, in alcuni tratti, di “Injury Reserve” (2019). Sotto la media invece Wild Wild West.

Gli Injury Reserve stanno esplorando il rap come pochi altri artisti in questi ultimi anni; “By The Time I Get To Phoenix” è un LP non per tutti, ma merita un ascolto, come già detto in precedenza, anche solamente alla memoria del compianto Stepa J. Groggs.

41) Damon Albarn, “The Nearer The Fountain, More Pure The Stream Flows”

(POP)

Il nuovo progetto solista di Damon Albarn, solamente il secondo dopo “Everyday Robots” del 2014, è in realtà un altro capitolo di una storia sempre variegata e di alto livello. “The Nearer The Fountain, More Pure The Stream Flows” è un CD più meditativo rispetto agli ultimi Gorillaz o Blur (entrambe band comandate da Albarn), ispirato dai paesaggi islandesi dove il cantautore ha vissuto per un periodo prima dell’arrivo del Covid e del ritorno a casa nel Devon. Pur non perfetto, rappresenta bene i tempi sospesi in cui viviamo e arricchisce ulteriormente un’eredità sempre più ingombrante.

Solo in certi aspetti il CD riporta alla memoria i momenti più movimentati delle band più celebri di Damon: ad esempio, in Royal Morning Blue e The Tower Of Montevideo. Al contrario, il mood complessivo è molto più raccolto, quasi musica ambient in certi tratti: Albarn ha infatti dichiarato di ispirarsi ai modesti e solitari paesaggi dell’isola. Ne sono esempio la title track e Daft Wader.

Nel corso dei 39 minuti che formano “The Nearer The Fountain, More Pure The Stream Flows”, Damon ci porta in posti diversi, dal vulcano Esja nell’omonima traccia all’Uruguay in The Tower Of Montevideo, evocando i momenti più belli della gioventù (“Youth seemed immortal, so sweet it did weave heaven’s halo around”, The Nearer The Fountain, More Pure The Stream Flows) così come la sensazione di paura che tutti abbiamo quando ci sentiamo abbandonati (“Am I imprisoned on this island?”, The Cormorant).

Non tutto musicalmente gira alla perfezione, ad esempio Giraffe Trumpet Sea è confusa e Combustion è debole, ma in generale il CD conquista con la sua grazia e cura dei dettagli. Damon Albarn si conferma cantautore pressoché unico, capace di spaziare riguardo temi politici (in “Merrie Land” dei The Good, The Bad & The Queen criticava la Brexit, nel 2018) così come di portarci in Africa con il progetto Africa Express e di rappresentare l’Inghilterra anni ’90 coi Blur. Abbiamo una sola richiesta: Damon, per favore tagliati quel mullet!

40) Genesis Owusu, “Smiling With No Teeth”

(HIP HOP)

Il poliedrico artista originario di Canberra ha prodotto con “Smiling With No Teeth” un ottimo album di esordio, che esplora generi tanto vari che vanno dal funk à la Prince a ritmi soul assimilabili a Solange Knowles, ma sempre su una base rap ben riconoscibile. Insomma, una ricetta ambiziosa e non semplice da portare a compimento senza inciampare: Genesis, se eccettuiamo un numero di canzoni un po’ troppo abbondante, ci riesce.

L’inizio di On The Move! può trarre in inganno: il brano è infatti un po’ fuori contesto nell’economia del disco, troppo rumorosa (ricorda quasi On Sight di Kanye West) se paragonata ad altre perle come Waitin’ On Ya e Don’t Need You. Tuttavia, il mood del disco è sempre ambivalente: da un lato abbiamo momenti davvero godibili (Waitin’ On Ya), dall’altro esperimenti hip hop (I Don’t See Colour). Insomma, Owusu forse non ha completamente capito cosa fare da grande, ma “Smiling With No Teeth” è davvero un’interessante introduzione alla sua estetica. Menzione finale per la sua bella voce, capace di passare da toni gravi a un falsetto davvero celestiale.

Il CD si propone come un trattato sulla condizione di un uomo di colore in una società prevalentemente dominata da bianchi e in cui gli insulti razziali sono ancora purtroppo all’ordine del giorno. Il “black dog” che ricorre in tante canzoni dell’album è una metafora di un epiteto spesso affibbiato da ragazzo al rapper australiano per disprezzarne il colore della pelle. Ad esempio, in The Other Black Dog si sente dire che “All my friends are hurting but we dance it off, laugh it off”. Gold Chains affronta invece il tema ambivalente della fama per un giovane ancora acerbo, mentre A Song About Fishing parla, appunto, di un tentativo senza successo di pescare su un ritmo quasi folk.

Insomma, la varietà stilistica, timbrica e ritmica la fanno da padrone in “Smiling With No Teeth”; alle volte, verrebbe da dire, quasi troppo. Tuttavia, Genesis Owusu a conti fatti non fallisce in nessuno dei generi sperimentati, sintomo di grande talento. Vedremo in futuro dove si dirigerà musicalmente parlando, per ora però possiamo dire con certezza che “Smiling With No Teeth” è uno dei migliori lavori hip hop dell’anno.

39) Laura Mvula, “Pink Noise”

(POP – R&B)

Il fascino degli anni ’80 è davvero infinito. The 1975, Dua Lipa… tanti sono gli artisti che recentemente hanno pubblicato lavori che si rifacevano a estetica e sonorità di quella decade magica per la musica pop. Il terzo CD di Laura Mvula, artista inglese come i due citati precedentemente, è un altro esempio di passione per gli anni della Milano da bere, questa volta sul versante R&B.

“Pink Noise” giunge cinque anni dopo il precedente “The Dreaming Room” e pochi mesi dopo “1/f-E.P.”, il quale remixava tracce del suo passato in chiave nuova, mostrando una Laura Mvula più sicura di sé. Il nuovo lavoro costruisce abilmente su questa ritrovata voglia di emergere, con canzoni ballabili e sexy, la voce di Laura in primo piano e strumentazione quasi sempre al top.

I risultati non cambiano la storia della musica e suonano un po’ nostalgici, ma complessivamente “Pink Noise” è molto gradevole ed ha buon replay value. Fra i brani migliori abbiamo sicuramente Safe Passage e l’irresistibile Church Girl, invece inferiore alla media Golden Ashes. Michael Jackson (Got Me) e Prince (Safe Passage) sono chiari riferimenti, ma la Mvula riesce a non suonare monotona malgrado i diversi rimandi a questi due giganti.

In generale, Laura Mvula si conferma nome interessante nella scena musicale moderna. Da un lato abbiamo un’ottima voce e una flessibilità in termini di generi affrontati in carriera che la fanno passare agilmente dal pop all’R&B alla dance; contemporaneamente, però, il successo non l’ha ancora baciata, viene quasi da pensare che la sua dimensione sia questa. Vedremo in futuro, per ora godiamoci questo “Pink Noise”, CD non certo fondamentale ma graditissimo agli amanti del pop anni ’80.

38) The Avalanches, “We Will Always Love You”

(ELETTRONICA)

Ecco il primo disco del tardo 2020 a fare capolino nella nostra classifica. Il nuovo disco degli australiani The Avalanches, uno dei nomi più importanti della plunderphonics (ovvero quella corrente della musica elettronica che ricava suoni e impulsi da migliaia, letteralmente migliaia, di frammenti tratti da musiche del passato), si è fatto attendere relativamente poco. Basti pensare che fra l’esordio fulminante “Since I Left You” (2000) e il pregevole “Wildflower” (2016) sono passati sedici anni! “We Will Always Love You” invece arriva “solo” quattro anni dopo.

Il messaggio del disco pare scritto già nel titolo: il gruppo avrà preparato la solita ricetta fatta di canzoni zuccherose, elettronica soft alternata a toni più dance, con testi gioiosi o melensi, nel peggiore dei casi. Beh, le prime impressioni sono solo parzialmente corrette: i The Avalanches infatti dedicano la gran parte delle canzoni allo spazio, con chiari riferimenti sparsi fra le ben 25 canzoni che compongono l’ambizioso CD. Altra presenza ricorrente è la scomparsa attrice Barbara Payton, a cui è dedicata la seconda canzone del lavoro e la cui figura tragica, con la morte a 39 anni per droga come conclusione, ispira i momenti più introspettivi.

Ancora una volta, come già in “Wildflower”, gli ospiti sono la parte maggiore dell’interesse per un LP dei The Avalanches: affiancare nella stessa canzone MGMT e Johnny Marr può essere pretenzioso, ma The Divine Chord è davvero carina. Inoltre abbiamo fra gli altri Kurt Vile, Denzel Curry, Jamie xx, Blood Orange e Tricky, senza dimenticarci Mick Jones (ex The Clash) e Rivers Cuomo dei Weezer. Insomma, un CD davvero variegato tanto quanto imprevedibile!

Forse troppo, a dirla tutta, tanto che anche dopo ripetuti ascolti digerire i tanti contenuti presenti non è per nulla facile. Si passa infatti dagli iniziali brevi brani Ghost Story e Song For Barbara Payton, quasi completamente recitati, alla psichedelia di The Divine Chord, al soul con spruzzate di elettronica di Reflecting Light, al trip hop di Until Daylight Comes. I brani migliori sono Wherever You Go e Take Care In Your Dreaming, mentre deludono Until Daylight Comes e Born To Lose.

Anche testualmente “We Will Always Love You” trasmette il concetto espresso nel titolo nei modi più svariati possibile: Solitary Ceremonies descrive una ragazza in contatto col celebre compositore Franz Liszt, che la ispira anche dall’aldilà guidando le sue mani sul pianoforte. Wherever You Go si apre con una trasmissione registrata dalla NASA e spedita nei Voyager 1 e 2 nelle rispettive missioni spaziali. I riferimenti allo spazio, come già accennato, sono numerosi: anche il rapper Pink Siifu in Running Red Lights immagina di volare in cielo e ascoltare la musica delle stelle.

In generale, dunque, la specialità dei The Avalanches è sempre stata quella di evocare paesaggi e tempi del passati senza per questo suonare nostalgici o attaccati ad un mondo che non tornerà più. “We Will Always Love You” è un disco non perfetto, ma che attraverso brani leggeri e atmosfere rilassate riuscirà sicuramente a rendere più sereno l’ascoltatore per i 71 minuti della sua durata.

37) MIKE, “Disco!”

(HIP HOP)

Il ritorno del giovane rapper americano lo vede finalmente provare ad andare avanti dopo la tragica morte della madre, avvenuta due anni fa e rappresentata con crudo realismo nei due precedenti lavori “tears of joy” (2019) e “Weight Of The World” (2020). La prolificità di MIKE non deve ingannare: stiamo parlando di un allievo di Earl Sweatshirt e una delle maggiori promesse nell’ambito del rap sperimentale.

“Disco!” è un titolo in realtà ingannevole: è vero, il CD è più ottimista dei passati lavori del Nostro e introduce temi nuovi rispetto alla morte e alle riflessioni tipiche di MIKE, però non si avvicina lontanamente alla musica elettronica. Le basi restano jazzate, a volte astratte; MIKE continua a rappare incessantemente… pertanto, nessuna reinvenzione radicale. Allo stesso tempo, come dicevamo, il disco introduce degli aspetti del carattere dell’artista newyorkese che non conoscevamo.

Una delle liriche di maggior impatto infatti è: “You flexing just to stick out, I flex because of great genes”, contenuta in Crystal Ball. In Aww (Zaza), MIKE è ancora più chiaro: “Struggling? Hmm, nah, but I’m recovering”. Sprazzi di spavalderia e serenità, dunque, subito affiancati da pensieri più pessimisti: “Sometimes I thought to take the losses as a gift, ’cause only death will show you how to live, right?”, da Leaders Of Tomorrow (Intro). I brani più convincenti sono Alarmed! e Spiral/Disco (Outro), mentre è monotono at thirst sight by Assia. Da menzionare infine la bellissima base di World Market (Mo’ Money). In realtà, “Disco!” può quasi essere inteso come un’unica lunga suite, data la grande coesione e coerenza fra un pezzo e l’altro.

In conclusione, il lavoro aggiunge ulteriore spessore a una figura, quella di MIKE, già attenzionata da molte pubblicazioni specialistiche, non ultima A-Rock. Il rapper newyorkese ha mostrato una volta di più il suo talento: “Disco!” potrebbe addirittura essere il suo album più riuscito.

36) Low, “HEY WHAT”

(SPERIMENTALE – ROCK)

Il tredicesimo disco dei Low, veterani della scena rock americana ed esponenti di spicco della corrente slowcore, è un altro viaggio all’interno dell’elettronica più d’avanguardia. Dopo lo shock di “Double Negative” (2018), in cui il sound della band era stato completamente destrutturato in favore di tonalità ambient e noise, “HEY WHAT” prosegue nell’esplorazione, rifinendo alcuni dettagli e facendo ancora più attenzione alla pura sperimentazione piuttosto che all’armonia della voci o delle composizioni.

Si sarà intuito che i 46 minuti di “HEY WHAT” non sono per tutti; tuttavia, per gli audaci che si vorranno immedesimare nel concetto alla base del CD, c’è tanto pane per i loro denti. Mimi Parker e Alan Sparhawk, la coppia che compone la band, sposati nella vita fuori dal gruppo, hanno raggiunto probabilmente il picco di questo rock anestetizzato, in cui le chitarre e il basso suonano come tastiere e sembra di entrare in un mondo post-industriale in un film catastrofico. Si ritorna alle atmosfere di “Yeezus” (2013) di Kanye West e allo shoegaze più sperimentale, ma onestamente pochi suonano come i Low, forse nessuno al momento.

Le prime note dell’album farebbero anche pensare ad un ascolto “tranquillo”, ma dopo trenta secondi White Horses dà il la al lavoro vero e proprio. Gli highlights sono la stupenda Days Like These e All Night, mentre delude Don’t Walk Away. Da menzionare infine The Price You Pay (It Must Be Wearing Off), che chiude trionfalmente il lavoro con il primo e unico pezzo di rock quasi “classico”.

Come già detto, “HEY WHAT” è un LP non semplice, ma dopo ripetuti ascolti schiude un mondo inquietante e allo stesso tempo catartico. Un’esperienza che vale la pena vivere.

35) Lana Del Rey, “Chemtrails Over The Country Club” / “Blue Banisters”

(POP)

Lana Del Rey ha avuto un 2021 piuttosto affollato, con la pubblicazione di ben due dischi di inediti. Il settimo disco di inediti di Lana Del Rey, “Chemtrails Over The Country Club”, segue il bellissimo “Norman Fucking Rockwell!” (2019), premiato da molte pubblicazioni (fra cui A-Rock) come uno dei migliori dischi dell’anno. Creare un erede all’altezza sarebbe stata un’impresa ardua per chiunque; la nostra fede nel talento della cantautrice americana era tuttavia immensa.

Nel 2020 Lana non è stata del tutto ferma, anzi: ha pubblicato una raccolta di poesie accompagnate dalle soffici note al pianoforte del fidato Jack Antonoff, annunciato un album di cover di standard americani (mai pubblicato finora) e il nuovo lavoro che stiamo qui recensendo. La pandemia ha insomma stimolato la popstar: “Chemtrails Over The Country Club”, malgrado non visionario come il precedente CD, è un lavoro curato che rientra con merito nel canone di Lana Del Rey e sarà sicuramente apprezzato dal pubblico che la segue ormai da dieci anni.

La prima parte del lavoro è più movimentata rispetto alla seconda: brani bellissimi e ambiziosi come White Dress e la title track sono fra i migliori della sua produzione. Anche Tulsa Jesus Freak ricalca bene le orme tracciate dai due pezzi precedenti. Invece la parte centrale ha delle ballad in puro stile Del Rey, da Let Me Love You Like A Woman a Breaking Up Slowly. “Chemtrails Over The Country Club” si chiude con una cover di For Free di Joni Mitchell, con l’assistenza di Weyes Blood: un tributo ad una delle maggiori ispirazioni della cantautrice nata Elizabeth Woolridge Grant.

Rispetto al passato, in generale, Lana pare tornata alle delicate atmosfere di “Honeymoon” (2015) piuttosto che al piano-rock di “Norman Fucking Rockwell!” o al pop suadente degli esordi. Il folk predomina, un po’ come in “folklore” ed “evermore” di Taylor Swift. Sebbene le due siano lontane come atteggiamenti ed estetica, va detto che le connessioni fra i loro ultimi lavori sono numerose.

Testualmente, infine, i riferimenti di Lana Del Rey sono collegati come al solito all’America nel senso più ampio del termine: David Lynch, Hollywood, il country club del titolo, le citazioni di Tulsa e Yosemite… Insomma, la diva americana è più immersa che mai nel suo paese. Troviamo poi rimandi a Dio (“It made me feel like a God” canta in White Dress, non contando il titolo stesso di Tulsa Jesus Freak) e all’amore (“If you love me, you love me, because I’m wild at heart” in Wild At Heart).

In conclusione, “Chemtrails Over The Country Club” rappresenta un altro passo avanti per una delle più riconoscibili voci del panorama pop contemporaneo. Lana Del Rey si conferma talentuosissima e in possesso di una visione sempre chiara per ogni suo progetto; la bellezza di “Norman Fucking Rockwell!” non è stata raggiunta, ma questo LP entrerà sicuramente nel cuore di molti.

Il secondo album del 2021 di Lana Del Rey è un ottimo completamento di un’era per lei molto travagliata. Polemiche sui social, da cui poi si è cancellata; discussioni a non finire sul precedente “Chemtrails Over The Country Club”, da alcuni considerato neanche avvicinabile al capolavoro che è “Normal Fucking Rockwell!” (2019)… insomma, poteva andare molto peggio. Invece, questo ottavo CD a firma Lana Del Rey la conferma cantautrice solida, magari non al top della forma ma sempre intrigante.

La campagna pubblicitaria è stata stranamente di basso profilo: tre singoli pubblicati a giugno e uno a settembre, come già ricordato nessuna campagna social… da qui a dire che il disco è passato in sordina ce ne passa, ma non siamo nemmeno vicini al battage mediatico per “Born To Die” (2012). Non per questo le canzoni latitano, anzi: tra un omaggio a Morricone in salsa trap (!) e le classiche ballate strappalacrime, “Blue Banisters” si inserisce perfettamente nel canone di Lana.

L’inizio è la parte migliore del lavoro: i singoli Text Book, Blue Banisters e Arcadia sono fra i brani migliori del lotto. Abbiamo poi lo strambo Interlude – The Trio, omaggio al Maestro Morricone con base trap: può sembrare assurdo, lo è in effetti, ma non è male. Segue poi un altro ottimo brano, Black Bathing Suit, che chiude la prima parte del CD. Successivamente, tra le altre cose, contiamo una collaborazione con Miles Kane (Dealer) e un singolo di due anni fa inserito in tracklist come omaggio ai fan (Cherry Blossom).

Insomma, i 61 minuti di “Blue Banisters” lasciano spazio un po’ a tutte le facce di Lana, anche quelle meno efficaci: le ballate Wildflower Wildfire e Nectar Of The Gods spezzano il ritmo del lavoro e allungano troppo il CD. Peccato, perché in certi tratti siamo di fronte ad un ottimo prodotto.

Anche liricamente, ormai, sono sparite le controversie degli esordi: Lana ha 36 anni, è una donna matura e “Blue Banisters” contiene riferimenti all’attualità (“Grenadine, quarantine, I like you a lot. It’s LA, ‘Hey’ on Zoom” canta in Black Bathing Suit) così come ad un amore ormai finito (“You name your babe Lilac Heaven after your iPhone 11… ‘Crypto forever,’ screams your stupid boyfriend. Fuck you, Kevin”, verso magistrale contenuto in Sweet Carolina). In Text Book, invece, la Nostra riflette su temi di più ampia portata: “There we were, screaming, ‘Black Lives Matter’”.

Infine, notiamo una cosa: Lana Del Rey è nella parte migliore della sua carriera e ha capitalizzato componendo sette album in sette anni, partendo da “Ultraviolence” (2014) per arrivare a questo “Blue Banisters”. Di quanti artisti contemporanei, uomini o donne che siano, possiamo dire che abbiano mantenuto una qualità costantemente così alta, pur variando estetica e collaboratori da un album all’altro, spesso in maniera anche radicale? Probabilmente nessuno, o per lo meno dobbiamo tornare alle leggende del pop-rock come Bob Dylan, Neil Young e Bruce Springsteen. Sì, ormai per Lana Del Rey valgono anche questi paragoni.

34) Dry Cleaning, “New Long Leg”

(PUNK – ROCK)

L’album di esordio della band punk inglese è davvero originale: testi assurdamente divertenti, una frontwoman che, più che cantare, sussurra o narra storie senza alcuna passione (almeno in apparenza), sonorità che rimandano ai classici del passato ma tremendamente attuali… Insomma, un CD davvero intrigante.

Nell’ordine, “New Long Leg” è contraddistinto da: fatti di vita comune (“I’ve been thinking about eating that hot dog for hours” canta Florence Shaw in Strong Feelings), scherzi mal riusciti, una canzone che si intitola John Wick ma non parla del personaggio cinematografico interpretato da Keanu Reeves, ex partner che non vogliono andarsene (“Never talk about your ex, never never never never, never”, Leafy).

Tutto questo parlare è fatto su basi peraltro davvero ben strutturate, in cui il punk si interseca con l’estetica degli Strokes e in certi tratti addirittura degli Smiths, per creare un suono chiaramente indebitato coi grandi del passato ma anche sintomo di una scena inglese sempre più rigogliosa. Sbaglia però chi pensa ai due gruppi britannici più avventurosi del momento, black midi e Black Country, New Road: i Dry Cleaning sono molto più solidi e meno “jazz” nelle loro interpretazioni, più simili ai The Fall insomma.

Se uno ascolta i due EP del 2019 con cui la band si è fatta conoscere, “Sweet Princess” e “Boundary Road Snacks And Drinks”, i Dry Cleaning appaiono ora meno liberi; allo stesso tempo la produzione affidata al veterano John Parish (Aldous Harding, PJ Harvey) aiuta il gruppo a focalizzarsi ancora meglio sul suono e a mescolare la narrazione di Shaw col resto. I migliori risultati sono raggiunti in Unsmart Lady e Strong Feelings, mentre è leggermente sotto la media la title track. Addirittura psichedelica la conclusiva Every Day Carry, sette minuti davvero imprevedibili.

In conclusione, “New Long Leg” è un ottimo CD d’esordio, in cui i Dry Cleaning hanno già un’estetica ben delineata e inattaccabile. Si può fare meglio nel “punk sussurrato” che li contraddistingue? Difficile a dirsi, certamente ad A-Rock aspetteremo con trepidazione il prossimo lavoro della band inglese.

33) Tinashe, “333”

(R&B)

Il quinto CD della talentuosa cantante R&B è un altro tassello prezioso in una carriera in continua ascesa. Se nel precedente “Songs For You” (2019) Tinashe ci aveva fatto apprezzare il suo lato più commerciale e mainstream, “333” ritorna alle atmosfere di R&B alternativo degli esordi.

“333” non va inteso però come un ritorno al passato puro e semplice: Tinashe, infatti, sperimenta anche con l’elettronica, con basi spesso molto interessanti e che le permettono di occupare una nicchia molto delicata ma redditizia a cavallo fra pop, R&B e hip hop. Il CD scorre bene e, grazie anche a ospiti importanti come Kaytranada e Jeremih, è uno dei migliori album R&B del 2021.

La storia artistica di Tinashe non può essere distinta dalla battaglia per l’indipendenza condotta contro la sua precedente etichetta, la RCA, a causa di scelte discografiche su cui la Nostra non era d’accordo. “333” è infatti autoprodotto dalla cantante e ballerina statunitense: una mossa che certo potrebbe precluderle l’accesso alle classifiche, almeno nelle posizioni di vertice, ma dimostra forte voglia di indipendenza.

I brani migliori del lotto sono Let Go, un brano neo-soul davvero raffinato, e Undo (Back To My Heart). Buona anche Last Chase. Invece sono sotto la media la brevissima Shy Guy e la prevedibile Let Me Down Slowly. Da sottolineare infine la grande coesione del CD: malgrado i diversi generi affrontati,  “333”  suona organico e curato e i 47 minuti di durata passano senza intermezzi palesemente monotoni.

In generale, ormai Tinashe è un’artista matura e che sa, allo stesso tempo, mantenere le aspettative del pubblico e trovare quei due-tre trucchetti per non suonare troppo derivativa. “333” non è un capolavoro, ma rappresenta una solida addizione ad una discografia di tutto rispetto.

32) Japanese Breakfast, “Jubilee”

(POP)

Il terzo album a firma Japanese Breakfast trova Michelle Zauner in un mood decisamente più ottimista e positivo rispetto al passato. Stiamo parlando di una giovane donna che aveva affrontato nel suo esordio, “Psychopomp” del 2016, il dolore seguito alla morte di cancro della madre nel 2014. “Jubilee” invece è stato espressamente composto per il periodo (almeno apparente) di fine pandemia.

Il genere dominante infatti è un pop radioso, divertente e ballabile: ne sono chiari esempi Be Sweet e Slide Tackle, riuscite canzoni che richiamano gli anni ’80 e l’indie pop più recente. Altrove, va detto, il tono è più cupo: soprattutto nella parte finale del lavoro, infatti, Michelle ritorna ai toni più raccolti del passato, si ascolti ad esempio Tactics.

È interessante che in soli 37 minuti la Nostra sia in grado di passare senza problemi dal pop più danzereccio a quello da camera: pur mantenendo intatti i canoni estetici del progetto Japanese Breakfast, infatti, Zauner riesce ad ampliare i confini estetici del progetto e a suonare innovativa in un mondo frequentato come l’indie.

Liricamente, dicevamo, Michelle evita di parlare di fatti tragici come in passato, ma non rinuncia a testi pungenti: in Savage Good Boy la sentiamo evocare un mondo sinistro, in cui un colonizzatore spaziale cerca scampo dall’imminente apocalisse: “I want to make the money until there’s no more to be made… And we will be so wealthy I’m absolved from questioning”. Altrove invece analizza l’effetto che le luci della ribalta hanno sul nostro atteggiamento: “How’s it feel to be at the center of magic?” chiede provocatoriamente nell’iniziale Paprika.

I momenti genuinamente belli non mancano: oltre alle già citate Be Sweet e Slide Tackle, da sottolineare la coda strumentale di Posing In Bondage, davvero ipnotica. Meno riuscita Savage Good Boy, ma non rovina un quadro generale molto affascinante.

In conclusione, “Jubilee” è un perfetto CD post-Covid: ballabile, godibile ma non sfrenato, come richiede l’attuale momento. È inoltre ad oggi il disco più riuscito a firma Japanese Breakfast, pronta a spiccare il volo e diventare un volto insostituibile nello scenario indie pop.

31) Big Red Machine, “How Long Do You Think It’s Gonna Last?”

(FOLK – ROCK)

Il secondo CD del progetto Big Red Machine, capitanato da artisti del calibro di Justin Vernon (Bon Iver) e Aaron Dessner (The National), è molto più aperto a influenze esterne rispetto all’eponimo esordio del 2018. I risultati sono migliori sotto vari punti di vista, anche se la lunghezza del lavoro può risultare indigesta alla lunga.

I Big Red Machine hanno sempre assunto la forma di side-project per Vernon e Dessner; se in passato il progetto appariva come un divertissement un po’ fine a sé stesso e per i soli appassionati dell’estetica indie folk-rock del duo, in “How Long Do You Think It’s Gonna Last?” le cose cambiano. Abbiamo infatti degli ospiti davvero di grande livello: Taylor Swift, Robin Pecknold dei Fleet Foxes, Sharon Van Etten e Anaïs Mitchell, solo per citare i più noti.

Se c’è una pecca nel lavoro, come già accennato, è l’eccessiva lunghezza: 64 minuti di musica soft, nebbiosa, tendente al folk ma con sottofondo elettronico, possono risultare troppi. Allo stesso tempo, inoltre, Birch ed Easy To Sabotage, ad esempio, sono prolisse e tolgono ritmo al disco. Tolto questo difetto, “How Long Do You Think It’s Gonna Last?” è un buonissimo LP: Renegade (con Taylor Swift), Phoenix e Latter Days sono highlights innegabili. Invece Hoping Then è inferiore alla media.

Menzioniamo infine Brycie, dedicata da Dessner al fratello gemello, come canzone col verso più delicato: “You watched my back when we were young, you stick around when we’re old”; e Hutch, scritta in memoria dell’amico comune Scott Hutchinson (frontman dei Frightened Rabbit), recentemente suicidatosi, come quella con la lirica più commovente: “You were unafraid of how much the world could take from you. So how did you lose your way?”.

In conclusione, Big Red Machine si conferma progetto di valore, malgrado sia un passatempo per Vernon e Dessner in attesa di tornare a Bon Iver e ai The National. I collaboratori aggiungono sempre del loro ai componimenti, dando profondità, a volte troppa verrebbe da dire, ad un disco ambizioso e curato.

30) Julien Baker, “Little Oblivions”

(ROCK)

Il terzo album della cantautrice originaria del Tennessee è un ulteriore sviluppo del suono sperimentato nell’ottimo “Turn Out The Lights” (2017), il disco che aveva fatto conoscere Julien Baker ad un pubblico più ampio rispetto all’intimo “Sprained Ankle” (2015). Avere una band al completo a supportarla le consente di dare un sound più forte in certi tratti, rendendo “Little Oblivions” il suo CD più variegato.

Le premesse per un buon lavoro erano già state intraviste nei singoli di lancio: sia Hardline che Faith Healer sono highlights immediati del lavoro, le ancore a cui agganciare i brani più raccolti come Crying Wolf e Song In E. In generale, Julien non è mai parsa tanto aperta come sonorità, più vicino all’indie rock dell’amica Phoebe Bridgers di “Punisher” (2020) che al folk delle origini.

Ma, come abbiamo imparato nel corso degli anni, sono i testi la vera meraviglia, per certi versi la parte più angosciante del processo creativo della Baker. La sua sincerità disarmante è particolarmente evidente nei versi più tetri del lavoro: “What if it’s all black, baby, all the time?” canta in Hardline, mentre in Heatwave immagina di prendere l’intera cintura di Orione e legarsela attorno al collo per impiccarsi. Invece in Ringside si picchia fino a sanguinare e in Favor, assistita dalle sue compagne nella band boygenius (Phoebe Bridgers e Lucy Dacus), canta straziata “What right had you not to let me die?”. Essere cresciuta nel sud degli Stati Uniti, omosessuale e profondamente cristiana, ha lasciato tracce indelebili nella psiche della giovane cantautrice, che vengono alla luce nei suoi dischi.

In conclusione, un album che ha brani riusciti come Hardline e Faith Healer (senza scordare Relative Fiction) non può che essere valutato positivamente. Se a questo aggiungiamo testi tanto pessimisti quanto toccanti e una crescita personale e artistica evidente, “Little Oblivions” diventa imperdibile per gli amanti dell’indie rock.

29) James Blake, “Friends That Break Your Heart”

(POP – R&B)

Il nuovo CD del cantautore britannico approfondisce la svolta verso il pop di “Assume Form” (2019), con maggiore fuoco alla parte propriamente pop-R&B piuttosto che all’hip hop che caratterizzava “Assume Form”. I risultati sono ottimi: James Blake pare aver trovato la sua dimensione, non eccessivamente commerciale ma nemmeno underground.

Il James Blake del 2021 è una persona diversa rispetto a colui che stupì il mondo nell’ormai lontano 2011, con l’eponimo esordio “James Blake”: il future garage delle origini permane solamente in qualche produzione, oppure in EP che fungono da intermezzi fra un LP e l’altro, si senta “Before” (2020). Ciò, però, come già accennato, non va a detrimento della qualità complessiva del lavoro: brani come Life Is Not The Same e Say What You Will sono fra i migliori della produzione recente del Nostro. Non fosse per una parte centrale debole, saremmo di fronte al suo miglior CD.

L’inizio è molto convincente: sia Famous Last Words che Life Is Not The Same, non a caso scelte come canzoni di lancio di “Friends That Break Your Heart”, fanno capire il mood del disco in maniera efficace. Atmosfere soft, testi introspettivi… queste sono le parole chiave. Abbiamo inoltre meno collaborazioni rispetto a quelle di alto profilo di “Assume Form”: da Metro Boomin e Travis Scott passiamo a SZA (nella buona Coming Back) e J.I.D. in Frozen, per citare i più celebri artisti chiamati da James.

Liricamente, il titolo del lavoro è evocativo dei temi affrontati: nella title track Blake canta “As many loves that have crossed my path, it was friends… it was friends who broke my heart”. If I’m Insecure si apre con un dubbio esistenziale: “If this is what we always wanted, how’s the signal so weak?”. Infine, in Say What You Will il testo si fa più evocativo: “I’m OK with the life of a sunflower”.

In conclusione, non fosse per un paio di brani davvero inferiori come I’m So Blessed You’re Mine e Foot Forward, il CD sarebbe davvero imperdibile. Anche con questa tracklist, tuttavia, “Friends That Break Your Heart” è il miglior disco di James Blake dai tempi di “Overgrown” (2013). Non una cosa scontata.

28) The Killers, “Pressure Machine”

(ROCK)

Il settimo album della band americana è un CD decisamente più introspettivo e modesto rispetto a quanto i The Killers ci avevano abituato nel loro passato sia prossimo che remoto. Se Brandon Flowers e compagni volevano produrre un LP folk-rock di qualità, missione compiuta; che lo abbiano fatto così bene da poter definire “Pressure Machine” il terzo miglior lavoro di sempre del gruppo, è sorprendente.

Ricordiamo che i The Killers avevano pubblicato nel 2020 “Imploding The Mirage”, un lavoro di buon heartland rock, che faceva il verso allo Springsteen più scatenato. “Pressure Machine”, registrato in pieno lockdown, che il frontman Brandon Flowers ha passato nella sua città natale nello Utah, Nephi, riporta alla mente invece “Nebraska” (1982) del Boss: un lavoro intimo, che scava nella memoria di un uomo di grande successo per rievocare episodi della sua infanzia e la vita nella città dove è cresciuto.

Un CD che poteva uscire malissimo si rivela invece una bella scoperta del lato più amaro e intimista dei The Killers: riuniti con lo storico chitarrista Dave Keuning, assente nel precedente lavoro, ma privi del bassista Mark Stoermer, che ha preferito non rischiare il contagio, pezzi come Terrible Thing e Runaway Horses (con Phoebe Bridgers) sarebbero inconcepibili in “Hot Fuss” (2004) e “Day & Age” (2008). Invece In The Car Outside è una melodia trascinante, che farà la fortuna dal vivo del complesso (sperando che questo momento arrivi presto).

È testualmente, però, che i The Killers stupiscono: la band i cui testi prima erano spesso insensati o molto astratti, ha scritto delle liriche davvero toccanti. Desperate Things rievoca un fatto scandaloso dell’infanzia di Flowers, in cui un poliziotto uccise il marito della figlia, che la abusava quotidianamente (“You forget how dark the canyon gets, it’s a real uneasy feeling”). Quiet Town, uno dei pezzi migliori di “Pressure Machine”, parla della dipendenza da oppioidi, che in America è una crisi di dimensioni enormi. Infine, Terrible Thing è la canzone più commovente: un giovane, incerto sulla sua sessualità, contempla il suicidio per il trattamento che subisce a Nephi, città del profondo sud degli Stati Uniti e quindi molto conservatrice.

In generale, l’unico rammarico di “Pressure Machine” è che non abbiamo le canzoni trascinanti che hanno reso i The Killers un pilastro del mondo pop-rock, basti ricordare Somebody Told Me, When You Were Young e soprattutto Mr. Brightside. Tuttavia, questo lavoro ci mostra il volto “autoriale” di una band che ha trovato nuova linfa dopo il mezzo disastro di “Battle Born” (2012). Tre LP in quattro anni sono un ottimo biglietto da visita; che siano di qualità crescente denota un talento non comune. Chapeau.

27) serpentwithfeet, “DEACON”

(R&B)

Il secondo CD di Josiah Wise, in arte serpentwithfeet, è un ulteriore sviluppo di un’estetica in continua evoluzione. Partendo da territori sperimentali in “blisters” (2016), Wise ha progressivamente virato verso territori più vicini all’R&B, si ascolti il breve EP “Apparition” dello scorso anno. “DEACON” è ad oggi il suo lavoro più curato e più affascinante.

serpentwithfeet è decisamente cambiato rispetto al passato: se in four ethers, contenuta in “blisters”, cantava “It’s cool with me if you want to die… And I’m not going to stop you if you try”, adesso il fulcro dell’attenzione del cantautore è l’amore omosessuale. Similmente, anche le atmosfere si fanno più rassicuranti: lo sperimentalismo e l’elettronica delle origini lasciano il posto a canzoni serene, come Old & Fine. Anche i collaboratori sono simbolici: NAO e Sampha non sono certo i più arditi su piazza.

Liricamente, dicevamo, “DEACON” tratta temi molto familiari: ad esempio, guardare film col proprio partner, anche quelli fuori stagione (“Christmas movies in July with you”, Fellowship), l’amore per il prosecco (sempre Fellowship) e la libertà di vestire in modi che noi italiani potremmo disprezzare (“Blessed is the man who wears socks with his sandals” canta Josiah in Malik).

La brevità del CD (29 minuti) aiuta a mantenerlo su binari sempre coerenti fra loro, non c’è spazio per tentativi fuori luogo: una mossa forse rischiosa in tempi di streaming, ma che aiuta il replay value e inoltre evita gli episodi più deboli che colpiscono ogni disco oltre i 50 minuti di durata. I migliori pezzi sono Same Size Shoe, Fellowship e Amir, mentre sotto media è la fin troppo eterea Derrick’s Beard.

In conclusione, “DEACON” è un CD molto interessante, che cementa ulteriormente la fama di serpentwithfeet come artista imprescindibile per la scena R&B presente e futura. La sensazione è che ancora il suo capolavoro vero e proprio debba arrivare; per ora accontentiamoci di un lavoro curato e intenso come “DEACON”, fra i più bei dischi R&B dell’anno.

26) JPEGMAFIA, “LP!”

(HIP HOP)

Con il suo quarto album vero e proprio, non contando quindi i numerosi progetti catalogabili come mixtape, JPEGMAFIA ha composto contemporaneamente il suo CD più accogliente e più provocatorio. Se infatti i beat alla base di molte canzoni di “LP!” sono morbidi, addirittura ispirati da Britney Spears in un caso (THOT’S PRAYER!), testualmente il rapper statunitense è una furia, soprattutto contro l’industria discografica.

La versione qui recensita è quella “online”: JPEGMAFIA ha infatti proposto anche una versione “offline”, in realtà presente su Bandcamp, che presenta una sequenza diversa di alcune canzoni e alcune tracce bonus che poco aggiungono al risultato finale.

JPEGMAFIA viene dal buon successo di “All My Heroes Are Cornballs” (2019) e dai due brevi lavori “EP!” (2019) e “EP2!” (2020), questi ultimi da prendersi più come raccolte di singoli pubblicati precedentemente che come veri e propri manifesti artistici. “LP!” è quindi il vero erede di “All My Heroes Are Cornballs”: rispetto al passato, il Nostro sceglie basi meno pesanti sul lato punk e noise e maggiormente accoglienti, quasi commerciali, si senta a tal proposito WHAT KIND OF RAPPIN’ IS THIS?.

I puristi e i fan della prima ora diranno che Peggy si è venduto, ma la realtà è che maturando non per forza ci si rammollisce: semplicemente si cambia. Non per caso “LP!” contiene alcune delle canzoni migliori del repertorio di JPEGMAFIA, tra cui ARE U HAPPY? e REBOUND!. Ad indebolire il risultato finale è solo la tracklist un po’ dispersiva: i 49 minuti a tratti sembrano 60, ma non per questo il CD diventa indigeribile.

Dicevamo che il rapper è molto arrabbiato nei testi che permeano “LP!”. La sua furia è in particolare rivolta all’industria discografica, accusata di sfruttare gli artisti senza alcun rispetto per questi ultimi. In una nota sulla sua pagina Bandcamp JPEGMAFIA scrive: “My time in the music industry is over because I refuse to be disrespected by people who aren’t behaving respectably in the first place”. Non serve traduzione, no? Altre frasi forti sono le seguenti: “Why would I pray for your health? Baby, I pray for myself” (REBOUND!). Infine, il titolo di SICK, NERVOUS & BROKE! dice tutto.

In conclusione, questo “LP!” è ad oggi il più riuscito tra i numerosi progetti a firma JPEGMAFIA. I testi sono taglienti, le basi spesso azzeccate… quando imparerà a mettere da parte alcune tracce inutili, potremo parlare di capolavoro. Ma in questo caso Peggy ci è andato davvero vicino.

La prima parte della lista è quindi stata presentata. Chi sarà presente nella seconda e più ambita metà? Stay tuned!

I 5 album più deludenti del 2021

Il 2021 è stato un album ricco di buona musica, va detto, ma allo stesso tempo alcuni artisti che di solito amiamo hanno prodotto dei lavori davvero scadenti. Ecco qua i 5 CD più deludenti dell’anno, che comprendono artisti del calibro di Drake, Coldplay e Ty Segall, oltre a Maroon 5 e Cloud Nothings. Come è consuetudine ad A-Rock, i peggiori album dell’anno sono elencati in rigoroso ordine alfabetico.

Cloud Nothings, “The Shadow I Remember”

the shadow i remember

Il nuovo album del gruppo punk-rock statunitense li trova ormai a proprio agio nel sound che li fece conoscere al pubblico grazie a lavori riusciti come “Attack On Memory” (2012) e “Here And Nowhere Else” (2014). Diciamo che l’inventiva non è il principale tratto distintivo di “The Shadow I Remember”.

Destreggiandosi fra indie rock e sonorità più robuste, i Cloud Nothings hanno costruito un lavoro curato, con liriche frammentarie che trattano il tema della pandemia e dei lockdown necessari per sconfiggerla (o, almeno, contrastarla). I risultati, come già accennato, non sono trascendentali.

Dylan Baldi e compagni hanno abbandonato le grandi cavalcate di 8 minuti (Wasted Days) o addirittura di 10 (Dissolution), tornando verso territori più accessibili, simili a quelli percorsi da “Life Without Sound” (2017). I migliori pezzi sono Nothing Without You e Am I Something, mentre deludono The Spirit Of e Open Rain.

In generale, i Cloud Nothings sembrano aver smarrito quell’ambizione che li rendeva davvero eccitanti; “The Shadow I Remember” probabilmente non verrà ricordato da nessuno dei loro fan come il loro miglior CD. Forse,  semplicemente, eravamo stati abituati troppo bene.

Coldplay, “Music Of The Spheres”

music of the spheres

Il nono disco della band capitanata da Chris Martin è uno dei più deboli della loro carriera, diciamolo subito. Ed è un peccato, ma alcune scelte lasciano molti dubbi e fanno sì che “Music Of The Spheres” non raggiunga i buoni risultati del precedente “Everyday Life” (2019).

Già la scelta del tema alla base del lavoro aveva lasciato attoniti: Martin & co. si sono immaginati una sorta di nuovo universo, popolato da strani alieni ma allo stesso tempo capace di promuovere i valori dell’amore universale. Beh, tutto molto zuccheroso: in effetti, anche musicalmente, il synth-pop che permea “Music Of The Spheres” incentiva questo feeling, coadiuvato dalla produzione di Max Martin (in passato collaboratore, tra gli altri, di Britney Spears, Taylor Swift e The Weeknd).

Se analizziamo la tracklist, vediamo ben cinque brani, di cui tre intermezzi, contraddistinti da un “titolo-emoji” e collaborazioni fatte apposta per piacere ai più giovani, su tutti Selena Gomez e i coreani BTS. Nulla di pregiudizialmente contrario al buon gusto, ma le premesse non erano scintillanti, diciamo. Poi, però, sentendo la brillante Coloratura tutto era cambiato: un inizio da tipici Coldplay, per poi sfociare in un brano progressive rock irresistibile.

Il problema, però, è che gran parte del CD non rispetta questi altissimi standard: per una buona Humankind, abbiamo una brutta Let Somebody Go. Per la gradevole My Universe, abbiamo la scadente People Of The Pride… insomma, un mezzo fiasco.

Anche liricamente, il disco è a volte dolce senza strafare (“You are my universe, and I just want to put you first”, My Universe), altre davvero incommentabile (People Of The Pride si lancia contro un dittatore che pare preso da 1984, con versi molto blandi).

In generale, dunque, “Music Of The Spheres” farà sicuramente sfracelli sia sui servizi di streaming che negli stadi. I più giovani cominceranno ad apprezzarne il pop senza compromessi, i testi romantici e la bella voce di Chris Martin… ma allora perché quasi tutto in questo LP suona così fiacco e privo di verve?

Drake, “Certified Lover Boy”

Certified Lover Boy

Guardate la copertina: se vi dicessimo che è stata realizzata dal celebre artista inglese Damien Hirst, cambierebbe l’opinione che probabilmente vi siete fatti? La bruttezza della cover, tuttavia, non implica un CD scadente; allo stesso modo, da un perfezionista come Drake ci aspetteremmo maggiore cura… oppure è tutto una gigantesca presa in giro?

Il dubbio viene ascoltando Way 2 Sexy e vedendone il video promozionale: uno dei featuring più attesi, Drake + Future + Young Thug, si risolve in una canzone davvero imbarazzante, che campiona I’m Too Sexy, la hit dei Right Said Fred, per costruirci sopra un orrido pezzo trap, con testo a metà tra il ridicolo e il volgare. Sentendo poi Girls Want Girls, con Lil Baby, il ribrezzo aumenta: “Said that you a lesbian, girl me too, ayy” è il verso che ci fa capire che c’è qualcosa che non va in Aubrey Graham.

Perché qui sta il problema: Drake, malgrado il grande successo che lo ha baciato fin dall’esordio “Thank Me Later” (2010), è un uomo insicuro e malinconico. Nei suoi dischi è sempre stato evidente il lato più pop e gaudente, ma c’era quel retrogusto di vanità che restava, anche a causa di testi spesso fin troppo espliciti e indicatori di una vita privata quantomeno “variegata”, forse troppo. Questa malinconia di fondo è evidente lungo tutto “Certified Lover Boy”, malgrado le canzoni a volte assurde presenti nella tracklist.

Ci eravamo lasciati con di fronte un Drake in buona forma: sia il mixtape “Dark Lane Demo Tapes” (2020) che l’EP “Scary Hours 2” dello scorso marzo avevano presentato il consueto pop-rap del Nostro, però cambiato il giusto per non sembrare derivativo. Il problema è che “Certified Lover Boy”, che il canadese aveva promesso sarebbe stato considerevolmente più breve del precedente “Scorpion” (2018), è invece prolisso: 21 canzoni, 86 minuti di ruminazioni sulla lealtà, il sesso e gli amori fuggevoli di una sola persona, peraltro non proprio facile a livello di immedesimazione, sono davvero troppo, per chiunque. Non è un caso che questo sia il CD con le peggiori recensioni ad oggi nella carriera di Drake, malgrado gli streaming poderosi.

Musicalmente, dicevamo, è un peccato vedere uno dei rapper più talentuosi della sua generazione perdersi in una sorta di imitazione del Drake che meravigliò il mondo con “Take Care” (2011) e “Nothing Was The Same” (2013). Alcuni brani sono buoni: Champagne Papi, Love All (con JAY-Z) e Fair Trade sono contrastati da flop come le già citate Girls Want Girls e Way 2 Sexy. Allo stesso tempo, nella seconda parte, No Friends In The Industry e 7am On Bridle Path sono ok, mentre sono puro riempitivo sia Race My Mind che Get Along Better.

Come sempre, infine, testualmente Drake è un’arma che sa ferire con la sua sincerità (“My soul mate is somewhere out in the world just waiting for me… My heart feel vacant and lonely” canta in Champagne Papi) e attirare risate facendo il finto duro (“Said you belong to the streets, but the streets belong to me… It’s like home to me”, Pipe Down). Altrove abbiamo dimostrazioni di fragilità, sia in Love All: “Loyalty is priceless and it’s all I need”, che in Fair Trade: “I’ve been losing friends and finding peace. Honestly that sounds like a fair trade to me”.

Ci eravamo lasciati alla fine della recensione di “Scorpion” con questa frase: “Abbiamo la sensazione che il prossimo sarà il CD della verità, per lui e per i suoi fan.” L’impressione è confermata: “Certified Lover Boy” è stato scritto, secondo noi, puramente per compiacere i fan. Drake è bloccato in una inerzia negativa e dannosa per la qualità dei suoi componimenti: per quanto tempo il patto col pubblico può durare? Staremo a vedere, però una cosa va detta: di questo passo, l’artista più significativo della decade 2010-2019 (almeno secondo Billboard) rischia di aver imboccato troppo presto il viale del tramonto.

Maroon 5, “JORDI”

jordi

Il nuovo disco dei Maroon 5 è il più debole della loro produzione; e purtroppo riesce a fare peggio del precedente “Red Pill Blues” (2017), che era già un riferimento negativo per quanto riguarda il pop-rock contemporaneo.

La carriera di Adam Levine e compagni è in una china discendente ormai da tempo: l’ultimo buon CD del gruppo risale infatti a “It Won’t Be Soon Before Long” (2007). Da lì in poi, tra collaborazioni con i grandi nomi del rap (Cardi B, Megan Thee Stallion) e dell’R&B (SZA, H.E.R.), i Nostri si sono persi. Gli streaming sono aumentati, ma la qualità dei lavori è drasticamente calata.

“JORDI”, dedicato al precedente manager della band, recentemente scomparso, ha un intento nobile: onorare la memoria di una figura cara ai Maroon 5. Ma era davvero necessario infarcire il CD di canzoni che fanno il verso all’hip hop o addirittura alla trap contemporanea? I Maroon 5 più efficaci sono quelli soft di This Love e She Will Be Loved, non quelli anestetizzati e fintamente sperimentali degli ultimi lavori.

Prova ne siano melodie blande e dimenticabili come Echo e One Night; ma ben poco si salva in “JORDI”. Sottolineiamo infine le collaborazioni con due rapper che recentemente ci hanno lasciato, Nipsey Hussle (un remix della celeberrima Memories) e Juice WRLD (Can’t Leave You Alone): magari avranno il fine di onorarne il lascito, il dubbio che siano state inserite nella tracklist per aumentare le vendite è legittimo.

In conclusione, “JORDI” è uno dei peggiori album pop dell’anno e ci lascia davvero poche speranze per la redenzione di un gruppo un tempo rispettato come i Maroon 5.

Ty Segall, “Harmonizer”

harmonizer

Il nuovo album dell’instancabile Ty Segall arriva due anni dopo “First Taste”, un CD decisamente radicale per il garage rocker californiano: la chitarra era stata completamente messa da parte, in favore di strumenti eccentrici come il bouzouki. “Harmonizer” continua sul percorso sperimentale di “First Taste”, questa volta sul lato tastiere, con risultati altalenanti.

Due anni rappresentano una pausa piuttosto comune per i normali musicisti, non fosse per l’assurda prolificità di Ty: il Nostro è stato capace nel 2012 e nel 2018 di produrre ben tre dischi di inediti a suo nome! Senza poi contare le collaborazioni, gli EP, i live e le raccolte di cover, che spesso arrivano a infarcire una discografia sterminata. Allo stesso tempo, va detto che la qualità era spesso sopra la media: dischi come “Manipulator” (2014) e “Freedom’s Goblin” (2018) sono fra i migliori del mondo garage rock degli ultimi anni.

“Harmonizer” si muove su terreni innovativi, ma su una base sempre riconoscibile: quel mix garage-psych rock che ha fatto la fortuna di Segall. A ciò aggiungiamo delle tastiere spesso taglienti e una chitarra tornata forte nel mix: i risultati non sono sempre convincenti.

In effetti, tracce come la title track, Ride e Play sono fra le migliori dell’ultimo Ty Segall; invece Whisper e Changing Contours deludono. In generale, “Harmonizer” difficilmente verrà ricordato dai fan dell’americano tra i suoi migliori lavori.

Recap: novembre 2021

Novembre è, come da tradizione, l’ultimo mese di eleggibilità per la lista dei migliori 50 album di A-Rock. Quasi lo sapessero, molti artisti hanno pubblicato album molto interessanti: abbiamo infatti recensito il ritorno di Courtney Barnett e di Lindsey Jordan aka Snail Mail, così come il secondo album dell’anno di Taylor Swift e l’attesissimo nuovo CD di Adele. In più, abbiamo analizzato il primo CD nato dalla collaborazione di Anderson .Paak e Bruno Mars nota come Silk Sonic e il ritorno solista di Damon Albarn. Infine, spazio al secondo EP del 2021 dei The Horrors e ai nuovi dischi degli IDLES e di Jon Hopkins. Buona lettura!

Silk Sonic, “An Evening With Silk Sonic”

an evening with silk sonic

Ci sono collaborazioni che sembrano fatte apposta per nascere e prosperare: il progetto Silk Sonic, formato da Bruno Mars e Anderson .Paak, ne è un caso emblematico. “An Evening With Silk Sonic” è una piccolo gemma, capace di evocare le atmosfere del soul anni ’70 di Marvin Gaye e Stevie Wonder con delicatezza ma senza suonare un plagio, anzi con hit indelebili che ne fanno un CD imperdibile in questo strano 2021.

Non sempre le partnership fra pesi massimi escono come erano state pensate: se in certi casi era impossibile che fallissero (David Bowie e i Queen, con Under Pressure), in altri hanno prodotto risultati contraddittori (Future e Drake in “What A Time To Be Alive” del 2015) oppure addirittura disastrosi (Lou Reed e i Metallica con “Lulu”, 2011). Beh, Silk Sonic è un caso a sé stante: non per forza Mars e .Paak parevano destinati al successo, ma “An Evening With Silk Sonic” è un piccolo capolavoro, che rende i Silk Sonic maggiori della somma dei singoli interpreti.

Già i singoli di lancio avevano fatto pensare a un lavoro eccellente: Leave The Door Open è un’ottima ballata, Skate è un perfetto brano funk mentre Smoking Out The Window, pur leggermente inferiore agli altri due, è comunque un buonissimo pezzo. Se a questi aggiungiamo After Last Night, con la preziosa collaborazione di Thundercat e del veterano Bootsy Collins, già bassista dei Parliament-Funkadelic, abbiamo metà CD di perle. Il resto del lavoro contiene brani che, seppur discreti, non arrivano a questi livelli, ma il risultato complessivo è in ogni caso ottimo, contando anche la totale mancanza di tracce riempitivo (basti dire che “An Evening With Silk Sonic” dura a malapena 32 minuti), tanto che ci viene da desiderare che ci siano 2-3 canzoni in più per arrivare ai canonici 40 minuti, fatto sempre più raro nel panorama musicale odierno.

In conclusione, il progetto Silk Sonic, pur non brillando a volte di originalità (si senta Put On A Smile), raggiunge risultati davvero squisiti. Anderson .Paak si conferma pronto per il salto definitivo nel mainstream, mentre Bruno Mars, dal canto suo, si conferma infallibile produttore di hit. “An Evening With Silk Sonic”, ad oggi, è il miglior CD pop-soul del decennio oltre che uno dei più belli del 2021.

Voto finale: 8,5.

Taylor Swift, “Red (Taylor’s Version)”

red

Il secondo album ri-registrato da Taylor Swift al fine di prendere il controllo sul suo lavoro riguarda il suo album più elogiato dalla critica nei suoi primi anni, quello che fece scoprire al mondo il suo talento di cantante solidamente pop, togliendo le tracce di country residue nella sua estetica. Un passaggio fondamentale per avere la Taylor Swift odierna.

Al di là del fine ultimo, quello di riguadagnare l’indipendenza a spese di una industria discografica tanto spietata quanto avida di denaro, “Red” del 2021 è molto simile al “Red” del 2012. Certo, la voce di Taylor è più matura, la produzione più precisa e questo contribuisce a migliorare pezzi già ottimi come State Of Grace, la title track e All Too Well. Poco può invece su brutti episodi come Stay Stay Stay e We Are Never Ever Getting Back Together, che anche in questo “remix” suonano decisamente inferiori alla media.

La parte davvero interessante del lavoro è rappresentata però dalle canzoni contrassegnate come “(From The Vault)”, cioè ripescate dagli archivi in cui Swift le aveva messe all’epoca poiché considerate non adatte al disco. Sentite oggi, per alcune è davvero un mistero che sia stata compiuta questa scelta: Come Back… Be Here, Ronan e Nothing New sono buoni pezzi e non avrebbero sfigurato nel “Red” originale. Invece Girl At Home rappresenta, ad essere ottimisti, una b-side.

Ad arricchire un piatto già ricchissimo (130 minuti di musica, 30 canzoni), contribuiscono gli ospiti di spessore invitati da Taylor. Gary Lightbody (Snow Patrol), Ed Sheeran, Chris Stapleton e Phoebe Bridgers rendono ancora più imperdibile questo appuntamento per gli “swifties”, i fan più accaniti della cantautrice americana. Per chiudere, Swift ha pubblicato un mini-film di dieci minuti con la colonna sonora rappresentata da All Too Well (10 Minute Version), appunto la versione deluxe della celebre hit.

In conclusione, “Red (Taylor’s Version)” è un disco imperdibile per gli amanti del pop e, soprattutto, per i fan di Taylor Swift. Certo, la durata può essere dura da sopportare, soprattutto verso la fine, dove emergono i pezzi più deboli, tuttavia è un piacere sentire nove anni dopo delle canzoni che suonano come nuove, non fosse per qualche lirica un po’ datata (22).

Taylor Swift può fare praticamente quello che vuole in questo momento della sua carriera, per noi è un piacere sentirla sia quando compone nuovi dischi (la doppietta “folklore”-“evermore” del 2020 è ancora ben piantata nella nostra memoria) che quando riarrangia dischi per dimostrare a tutti la sua indipendenza.

Voto finale: 8.

Damon Albarn, “The Nearer The Fountain, More Pure The Stream Flows”

damon albarn

Il nuovo progetto solista di Damon Albarn, solamente il secondo dopo “Everyday Robots” del 2014, è in realtà un altro capitolo di una storia sempre variegata e di alto livello. “The Nearer The Fountain, More Pure The Stream Flows” è un CD più meditativo rispetto agli ultimi Gorillaz o Blur (entrambe band comandate da Albarn), ispirato dai paesaggi islandesi dove il cantautore ha vissuto per un periodo prima dell’arrivo del Covid e del ritorno a casa nel Devon. Pur non perfetto, rappresenta bene i tempi sospesi in cui viviamo e arricchisce ulteriormente un’eredità sempre più ingombrante.

Solo in certi aspetti il CD riporta alla memoria i momenti più movimentati delle band più celebri di Damon: ad esempio, in Royal Morning Blue e The Tower Of Montevideo. Al contrario, il mood complessivo è molto più raccolto, quasi musica ambient in certi tratti: Albarn ha infatti dichiarato di ispirarsi ai modesti e solitari paesaggi dell’isola. Ne sono esempio la title track e Daft Wader.

Nel corso dei 39 minuti che formano “The Nearer The Fountain, More Pure The Stream Flows”, Damon ci porta in posti diversi, dal vulcano Esja nell’omonima traccia all’Uruguay in The Tower Of Montevideo, evocando i momenti più belli della gioventù (“Youth seemed immortal, so sweet it did weave heaven’s halo around”, The Nearer The Fountain, More Pure The Stream Flows) così come la sensazione di paura che tutti abbiamo quando ci sentiamo abbandonati (“Am I imprisoned on this island?”, The Cormorant).

Non tutto musicalmente gira alla perfezione, ad esempio Giraffe Trumpet Sea è confusa e Combustion è debole, ma in generale il CD conquista con la sua grazia e cura dei dettagli. Damon Albarn si conferma cantautore pressoché unico, capace di spaziare riguardo temi politici (in “Merrie Land” dei The Good, The Bad & The Queen criticava la Brexit, nel 2018) così come di portarci in Africa con il progetto Africa Express e di rappresentare l’Inghilterra anni ’90 coi Blur. Abbiamo una sola richiesta: Damon, per favore tagliati quel mullet!

Voto finale: 7,5.

Snail Mail, “Valentine”

valentine

Il secondo disco, per molti, è un ostacolo insormontabile e si rivela un peso dopo un esordio elogiato dalla critica e, magari, anche da larghe fette di pubblico. Questo poteva essere il caso per Lindsey Jordan, la giovane cantautrice dietro il progetto Snail Mail. “Lush”, il suo primo disco del 2018, era stato visto da molti come l’inizio di una carriera brillante nel mondo indie rock. A-Rock, dal canto suo, l’aveva inserita in una puntata della rubrica Rising e “Lush” era entrato nella lista dei 50 migliori lavori dell’anno. Pertanto, l’attesa era tanta.

I singoli di lancio del CD avevano contribuito a fare di “Valentine” uno dei più attesi dell’anno: la title track è un irresistibile pezzo indie rock, Ben Franklin è più melodico ma non meno riuscito, così come Madonna. Aggiungiamo poi una lunghezza per una volta adeguata: 32 minuti presuppongono, auspicabilmente, poco spazio per le tracce filler tipiche dei dischi più lunghi. A tutto ciò aggiungiamo la produzione di Brad Cook, in passato collaboratore di altre “indie darlings” come Waxahatchee e Indigo De Souza, per una ricetta potenzialmente squisita.

I risultati sono lusinghieri, in effetti: Snail Mail si conferma nome di crescente peso nel panorama rock e canzoni come Valentine e la conclusiva Mia farebbero la fortuna di molti. Peccato solo per la presenza di un paio di brani inferiori alla media, come Forever (Sailing) e Automate, altrimenti il voto complessivo sarebbe ancora maggiore.

Anche liricamente “Valentine” conferma il talento di Lindsey Jordan nel trasmettere sentimenti che molti hanno provato con parole semplici ma toccanti. Chi non ha mai avuto il cuore infranto oppure provato invidia vedendo la vecchia fiamma accompagnata da un’altra persona? La Jordan è però candida nelle sue ammissioni, quasi al limite della sfrontatezza, ma è un tratto che apprezziamo in versi come “Those parasitic cameras, don’t they stop to stare at you?” (Valentine) e “I wanna wake up early every day just to be awake in the same world as you” (Light Blue). Altrove emerge l’ironia della Nostra: “Got money, I don’t care about sex” (Ben Franklin).

In conclusione, il CD non stravolge il mondo dell’indie, come alcuni vorrebbero credere. Nondimeno, Lindsey Jordan conferma la sua duttilità nel passare da brani più movimentati (Glory) ad altri più rilassati (c. et al.), che le apre la strada per un futuro radioso. Staremo a vedere in futuro dove andrà a parare, ma il progetto Snail Mail pare qui per restare.

Voto finale: 7,5.

IDLES, “CRAWLER”

crawler

Il quarto album in quattro anni dei britannici IDLES vede il gruppo capitanato da Joe Talbot virare verso un’estetica più sperimentale rispetto al passato. Se il precedente “Ultra Mono” (2020) era l’inizio della fine per quel punk sparato a mille all’ora e con testi che sembravano una raccolta di slogan trovati su Twitter, “CRAWLER” flirta con l’art rock e la musica industrial, creando un CD magari non perfetto, ma certamente intrigante e che apre strade inedite per gli IDLES.

La band stessa, del resto, in varie interviste ha dichiarato che “Ultra Mono” non li aveva soddisfatti e che erano alla ricerca di un sound diverso. A questo, “CRAWLER” aggiunge delle tematiche delicate per il frontman del complesso: Talbot, infatti, in passato ha lottato con la dipendenza da droghe e ha subito un incidente molto grave. In molte canzoni troviamo riferimenti a questi temi: basti citare MTT 420 RR, Car Crash e Meds.

Musicalmente, il CD è, come già accennato, caratterizzato da una forte voglia di sfidare le convenzioni a cui i fan degli IDLES erano abituati. Kenny Beats, il celebre produttore hip hop, collabora con il gruppo: malgrado un accostamento a prima vista ardito, i risultati sono interessanti.  The Wheel è un pezzo punk, ma decisamente più dark del passato degli IDLES, pare quasi di sentire un pezzo dei Joy Division. The Beachland Ballroom invece è quasi art rock ed è, inoltre, un ottimo pezzo, fra i migliori dell’album. Tra gli altri highlights abbiamo Car Crash, che pare un brano dei primi Nine Inch Nails, mentre i brevi intermezzi Kelechi e Wizz sono inutili ai fini del risultato finale.

In conclusione, “CRAWLER” è un buon disco: se fino al 2020 gli IDLES potevano essere facilmente etichettati come una tipica band post-punk, con buone intenzioni e i temi giusti portati avanti ma urlati in modo fin troppo smaccato, questo lavoro smentisce le previsioni della vigilia e si rivela sorprendente a quasi ogni incrocio. Potrà non piacere a tutti i fan del gruppo, ma rappresenta una svolta importante in un’estetica che cominciava a farsi un po’ ripetitiva.

Voto finale: 7,5.

Jon Hopkins, “Music For Psychedelic Therapy”

music for psychedelic therapy

Il nuovo album del produttore e musicista britannico Jon Hopkins è stato composto a seguito di un viaggio nella foresta amazzonica, nella sua parte ecuadoregna, nel 2018. Il risultato è un lavoro che mescola sapientemente musica ambient, new age e registrazioni dell’ambiente circostante, creando un continuum sonoro lungo 68 minuti, rilassante e coeso. Pur staccandosi dalla techno che ne ha fatto la fortuna in passato, Hopkins conferma il suo talento una volta di più.

Il titolo del CD, “Music For Psychedelic Therapy”, è indicativo del suo scopo: Hopkins ha composto una suite sonora divisa in nove movimenti al fine di guidare i pazienti dei centri di cura nelle loro escursioni psichedeliche prodotte da LSD e simili sostanze, pratica legale in alcuni Stati. Notiamo che, a chiusura del lavoro, in Sit Around The Fire, è contenuto un discorso del guru new age Ram Dass, scomparso nel 2019, in cui quest’ultimo fa dichiarazioni rassicuranti del tipo “You don’t need doubt because you already know” oppure “You don’t need loneliness”, che fungono da chiusura adeguata al CD.

Il disco, soprattutto nella parte centrale, diventa un po’ monotono, ad esempio in Tayos Caves Ecuador, III. Invece buone Tayos Caves Ecuador, II e Deep In The Glowing Heart. In generale, un po’ come avveniva anche in “Promises”, il lavoro collaborativo di Floating Points e Pharoah Sanders con la London Symphony Orchestra, l’unità della composizione è notevole, così come la produzione, sempre impeccabile.

In conclusione, “Music For Psychedelic Therapy” è un lavoro più che discreto, con uno scopo nobile e una qualità media elevata. Certo, magari alcuni rimpiangono le epiche suite elettroniche e techno che caratterizzavano le migliori prove di Jon Hopkins, “Immunity” (2013) e “Singularity” (2018), ma non per questo occorre sottovalutare questo LP.

Voto finale: 7,5.

The Horrors, “Against The Blade”

against the blade

Il breve EP “Against The Blade” della band inglese segue l’altrettanto conciso “Lout” di marzo 2021 ed è il secondo di una serie di tre EP, stando a quanto dichiarato da Faris Badwan e compagni. Il genere che caratterizza le tre canzoni di “Against The Blade” è sempre un industrial rock massiccio, sanguigno, che ricorda molto i Nine Inch Nails dei primi anni ’90.

Rispetto a “Lout”, ai The Horrors manca l’effetto sorpresa, ma i Nostri sembrano aver preso maggior maestria col genere e nessuno dei tre pezzi è fuori posto. Partiamo con la potente title track, miglior canzone del lotto; poi abbiamo Twisted Skin, forse la più debole composizione del terzetto, mentre a chiudere abbiamo la lunga e complessa cavalcata I Took A Deep Breath And I Kept My Mouth Shut, che quasi riporta alla mente i The Prodigy.

I risultati sono generalmente interessanti e lasciano credere che, se i The Horrors seguiranno la pista dell’industrial rock in un CD vero e proprio, ne vedremo delle belle. Abbiamo aspettative moderatamente positive sul terzo ed ultimo EP della serie.

Voto finale: 7,5.

Adele, “30”

30

L’attesissimo quarto CD di Adele arriva dopo ben sei anni dal precedente “25” ed è stato influenzato da molte cose accadute nella vita della cantante inglese dal 2015 ad oggi. Giusto per citarne alcune: il tour di grande successo a supporto di “25”; il matrimonio e il successivo divorzio con Simon Konecki; la crescita del figlio Angelo, che oggi ha 9 anni; il ritorno alla vita dopo la depressione e i lockdown pandemici.

Tutti sarebbero sconvolti da una serie di avvenimenti di questo tipo; Adele è umana, come tutti noi, ma è anche una talentuosa cantautrice e “30” ne è un’ulteriore dimostrazione. Non tutto funziona, ma la potenza della sua meravigliosa voce e qualche esperimento in più rispetto al passato sono da premiare.

Il singolo di lancio, Easy On Me, aveva in realtà anticipato la versione di Adele che tutti ci aspetteremmo: liriche strappalacrime, pianoforte in primo piano a dar risalto alla splendida voce della Nostra… tutto ok, ma zero innovazione. Invece, con My Little Love abbiamo quasi dei sentori neo-soul e il brano è un assoluto highlight del disco. Tra le altre perle ricordiamo Strangers By Nature, che ricorda Lana Del Rey, e I Drink Wine; mentre Can I Get It, malgrado la produzione del rinomato Max Martin, è l’episodio più debole del CD.

“30”, come già accennato, non è il solito disco di Adele: se l’influenza dei precedenti suoi lavori è evidente, sia musicalmente che testualmente ci sono novità rilevanti. Spesso sentiamo Adele enunciare proclami motivazionali nel corso di “30”: “When you’re in doubt, go at your own pace” (Cry Your Heart Out), “I’ll never learn if I never leap” (To Be Loved). Dal punto di vista sonoro, la presenza di produttori innovativi come Inflo e Ludwig Göransson ha aiutato Adele ad andare fuori dalla propria comfort zone, circostanza evidente in Cry Your Heart Out e Love Is A Game.

Se c’è un problema nel CD, è il sequenziamento: la gran parte dei brani più lunghi e impegnativi, come le ballate Hold On e Love Is A Game, sono piazzate a fine tracklist, rendendo un po’ pesante la parte finale del lavoro. Il risultato complessivo, tuttavia, non ne risente troppo e la qualità generale delle canzoni è alto.

Malgrado si stia parlando chiaramente di un album malinconico, derivante da un fatto traumatico come un divorzio, “30” è allo stesso tempo il lavoro più avventuroso a firma Adele. In una carriera iniziata con l’acerbo “19” (2008) e proseguita con i grandi successi di vendite di “21” (2011) e “25” (2015), “30” rappresenta l’album della maturità. Non sarà il suo più bello, forse, ma certamente rappresenta una tappa importante nella carriera di un’artista che per molti è “quella col vocione e le canzoni tristi”. Beh, Adele ci ha mostrato un’altra delle sue facce e ci è piaciuta; vedremo in futuro quali aspetti della sua estetica vorrà approfondire.

Voto finale: 7.

Courtney Barnett, “Things Take Time, Take Time”

things take time take time

Il nuovo album della cantautrice australiana arriva in un periodo non fortunato per lei: la recente rottura con la partner Jen Cloher, la sensazione di burnout al termine del precedente tour e la pandemia hanno influito fortemente sulla sua psiche e il CD ne è una diretta conseguenza. Più calmo, privo della frenesia dei suoi migliori momenti ma non per questo monotono: “Things Take Time, Take Time”, come il titolo anticipa, richiede alcuni ascolti, ma rivela dettagli ad ogni replay.

Il lavoro arriva a tre anni da “Tell Me How You Really Feel” (2018), un secondo album che aveva in qualche modo evitato la sindrome che spesso colpisce gli artisti di successo già all’esordio, anche se non era riuscito a replicare completamente la bellezza di “Sometimes I Sit And Think, And Sometimes I Just Sit” (2015). Questo “Things Take Time, Take Time” è ancora più raccolto del precedente e questo non sarebbe per forza un difetto, non fosse per la presenza di brani palesemente inferiori (Before You Gotta Go) che impattano sui risultati complessivi del CD.

Peccato, perché nei momenti migliori “Things Take Time, Take Time” è anche un buon prodotto: Turning Green e If I Don’t Hear From You Tonight sono buoni pezzi, che riportano con la mente alla Courtney Barnett degli esordi. Non male anche Write A List Of Things To Look Forward To. Peccato poi ci siano delusioni come la già menzionata Before You Gotta Go e Splendour che frenano il ritmo del disco.

Anche liricamente abbiamo dei momenti felici, ad esempio quando la cantautrice mormora: “All our candles, hopes n prayers, though well-meaning they don’t mean a thing, unless we see some change… I might change my sheets today” (Rae Street), oppure: “Don’t stick that knife in the toaster”, premio “verso più assurdo di novembre” (Take It Day By Day).

In conclusione, “Things Take Time, Take Time” è ad oggi il CD più debole della produzione di Courtney Barnett. Se da un lato è positivo che la cantautrice cerchi nuovi ritmi e contaminazioni, dall’altro servono risultati più coerenti e all’altezza del passato per non perdere il favore della critica e del pubblico. Abbiamo l’impressione che il prossimo LP sarà quello della verità per Courtney: non resta che farle un “in bocca al lupo!”.

Voto finale: 6,5.

Recap: agosto 2021

Agosto è solitamente il mese del “riposo” per A-Rock, ma in generale per la musica. C’è spazio per tormentoni di ogni genere, le spiagge si riempiono di pezzi reggaeton… Insomma, la musica solitamente aspetta settembre e ottobre per sganciare i pezzi da 90. Non è questo il caso del 2021: agosto ha infatti visto uscire i nuovi lavori di Nas, Isaiah Rashad, dei CHVRCHES, del duo LUMP e dei The Killers, tanto per fare nomi importanti e in alcuni casi imprevisti. Non ci scordiamo poi dei nuovi dischi di Lorde e dei Deafheaven e la collaborazione fra Boldy James & The Alchemist. In più, abbiamo il quinto CD di Tinashe e l’ennesimo LP a firma Ty Segall. Infine, abbiamo recensito il breve EP di cover di Angel Olsen e i CD dei Turnstile e dei Big Red Machine. Buona lettura!

Turnstile, “GLOW ON”

glow on

Giunti al terzo album di punk tanto duro quanto sperimentale, gli americani Turnstile hanno prodotto il migliore CD della loro carriera. Mescolando hardcore, rock alternativo, R&B (!) e dream pop (!!), la band con “GLOW ON” ha creato un’esperienza sonora davvero unica.

Sia chiaro, la sperimentazione è benvenuta, ma “GLOW ON” è un album di hardcore punk fatto e finito: pezzi come DON’T PLAY e HOLIDAY sono durissimi, tanto per capirsi. Invece abbiamo ad esempio UNDERWATER BOI e ALIEN LOVE CALL, che suonano quasi rilassanti. A chiudere il cerchio, il grande artista R&B Blood Orange (nome d’arte di Dev Hynes) collabora proprio in ALIEN LOVE CALL e LONELY DEZIRES, confondendo ancora di più le acque. Insomma, un cocktail sonoro incredibile e sorprendente, che ammalia sia i fan duri e puri sia, potenzialmente, il pubblico più mainstream.

Liricamente, il lavoro passa da liriche più riflessive (“Too bright to live! Too bright to die!” in HOLIDAY e “Still can’t fill the hole you left behind!” in FLY AGAIN) ad altri più trascinanti e pronti per i live incendiari della band, come “You really gotta see it live to get it” (NO SURPRISE) e “If it makes you feel alive! Well, then I’m happy to provide!” (BLACKOUT). La frase più rappresentativa dell’estetica dei Turnstile è però contenuta in HOLIDAY: “I can sail with no direction”.

I migliori brani sono BLACKOUT e MYSTERY, mentre un po’ sotto la media i brevi intermezzi HUMANOID / SHAKE IT UP e NO SURPRISE. In generale, tuttavia, siamo di fronte a un CD davvero innovativo per il genere hardcore e che potrebbe aprire la strada a molti gruppi nei prossimi anni, vogliosi di rischiare lo “sbarco” nel mondo più commerciale senza però tradire il genere.

Voto finale: 8,5.

The Killers, “Pressure Machine”

pressure machine

Il settimo album della band americana è un CD decisamente più introspettivo e modesto rispetto a quanto i The Killers ci avevano abituato nel loro passato sia prossimo che remoto. Se Brandon Flowers e compagni volevano produrre un LP folk-rock di qualità, missione compiuta; che lo abbiano fatto così bene da poter definire “Pressure Machine” il terzo miglior lavoro di sempre del gruppo, è sorprendente.

Ricordiamo che i The Killers avevano pubblicato nel 2020 “Imploding The Mirage”, un lavoro di buon heartland rock, che faceva il verso allo Springsteen più scatenato. “Pressure Machine”, registrato in pieno lockdown, che il frontman Brandon Flowers ha passato nella sua città natale nello Utah, Nephi, riporta alla mente invece “Nebraska” (1982) del Boss: un lavoro intimo, che scava nella memoria di un uomo di grande successo per rievocare episodi della sua infanzia e la vita nella città dove è cresciuto.

Un CD che poteva uscire malissimo si rivela invece una bella scoperta del lato più amaro e intimista dei The Killers: riuniti con lo storico chitarrista Dave Keuning, assente nel precedente lavoro, ma privi del bassista Mark Stoermer, che ha preferito non rischiare il contagio, pezzi come Terrible Thing e Runaway Horses (con Phoebe Bridgers) sarebbero inconcepibili in “Hot Fuss” (2004) e “Day & Age” (2008). Invece In The Car Outside è una melodia trascinante, che farà la fortuna dal vivo del complesso (sperando che questo momento arrivi presto).

È testualmente, però, che i The Killers stupiscono: la band i cui testi prima erano spesso insensati o molto astratti, ha scritto delle liriche davvero toccanti. Desperate Things rievoca un fatto scandaloso dell’infanzia di Flowers, in cui un poliziotto uccise il marito della figlia, che la abusava quotidianamente (“You forget how dark the canyon gets, it’s a real uneasy feeling”). Quiet Town, uno dei pezzi migliori di “Pressure Machine”, parla della dipendenza da oppioidi, che in America è una crisi di dimensioni enormi. Infine, Terrible Thing è la canzone più commovente: un giovane, incerto sulla sua sessualità, contempla il suicidio per il trattamento che subisce a Nephi, città del profondo sud degli Stati Uniti e quindi molto conservatrice.

In generale, l’unico rammarico di “Pressure Machine” è che non abbiamo le canzoni trascinanti che hanno reso i The Killers un pilastro del mondo pop-rock, basti ricordare Somebody Told Me, When You Were Young e soprattutto Mr. Brightside. Tuttavia, questo lavoro ci mostra il volto “autoriale” di una band che ha trovato nuova linfa dopo il mezzo disastro di “Battle Born” (2012). Tre LP in quattro anni sono un ottimo biglietto da visita; che siano di qualità crescente denota un talento non comune. Chapeau, Brandon.

Voto finale: 8.

Tinashe, “333”

333

Il quinto CD della talentuosa cantante R&B è un altro tassello prezioso in una carriera in continua ascesa. Se nel precedente “Songs For You” (2019) Tinashe ci aveva fatto apprezzare il suo lato più commerciale e mainstream, “333” ritorna alle atmosfere di R&B alternativo degli esordi.

“333” non va inteso però come un ritorno al passato puro e semplice: Tinashe, infatti, sperimenta anche con l’elettronica, con basi spesso molto interessanti e che le permettono di occupare una nicchia molto delicata ma redditizia a cavallo fra pop, R&B e hip hop. Il CD scorre bene e, grazie anche a ospiti importanti come Kaytranada e Jeremih, è uno dei migliori album R&B del 2021.

La storia artistica di Tinashe non può essere distinta dalla battaglia per l’indipendenza condotta contro la sua precedente etichetta, la RCA, a causa di scelte discografiche su cui la Nostra non era d’accordo. “333” è infatti autoprodotto dalla cantante e ballerina statunitense: una mossa che certo potrebbe precluderle l’accesso alle classifiche, almeno nelle posizioni di vertice, ma dimostra forte voglia di indipendenza.

I brani migliori del lotto sono Let Go, un brano neo-soul davvero raffinato, e Undo (Back To My Heart). Buona anche Last Chase. Invece sono sotto la media la brevissima Shy Guy e la prevedibile Let Me Down Slowly. Da sottolineare infine la grande coesione del CD: malgrado i diversi generi affrontati,  “333”  suona organico e curato e i 47 minuti di durata passano senza intermezzi palesemente monotoni.

In generale, ormai Tinashe è un’artista matura e che sa, allo stesso tempo, mantenere le aspettative del pubblico e trovare quei due-tre trucchetti per non suonare troppo derivativa. “333” non è un capolavoro, ma rappresenta una solida addizione ad una discografia di tutto rispetto.

Voto finale: 8.

Big Red Machine, “How Long Do You Think It’s Gonna Last?”

how long do you think it's gonna last

Il secondo CD del progetto Big Red Machine, capitanato da artisti del calibro di Justin Vernon (Bon Iver) e Aaron Dessner (The National), è molto più aperto a influenze esterne rispetto all’eponimo esordio del 2018. I risultati sono migliori sotto vari punti di vista, anche se la lunghezza del lavoro può risultare indigesta alla lunga.

I Big Red Machine hanno sempre assunto la forma di side-project per Vernon e Dessner; se in passato il progetto appariva come un divertissement un po’ fine a sé stesso e per i soli appassionati dell’estetica indie folk-rock del duo, in “How Long Do You Think It’s Gonna Last?” le cose cambiano. Abbiamo infatti degli ospiti davvero di grande livello: Taylor Swift, Robin Pecknold dei Fleet Foxes, Sharon Van Etten e Anaïs Mitchell, solo per citare i più noti.

Se c’è una pecca nel lavoro, come già accennato, è l’eccessiva lunghezza: 64 minuti di musica soft, nebbiosa, tendente al folk ma con sottofondo elettronico, possono risultare troppi. Allo stesso tempo, inoltre, Birch ed Easy To Sabotage, ad esempio, sono prolisse e tolgono ritmo al disco. Tolto questo difetto, “How Long Do You Think It’s Gonna Last?” è un buonissimo LP: Renegade (con Taylor Swift), Phoenix e Latter Days sono highlights innegabili. Invece Hoping Then è inferiore alla media.

Menzioniamo infine Brycie, dedicata da Dessner al fratello gemello, come canzone col verso più delicato: “You watched my back when we were young, you stick around when we’re old”; e Hutch, scritta in memoria dell’amico comune Scott Hutchinson (frontman dei Frightened Rabbit), recentemente suicidatosi, come quella con la lirica più commovente: “You were unafraid of how much the world could take from you. So how did you lose your way?”.

In conclusione, Big Red Machine si conferma progetto di valore, malgrado sia un passatempo per Vernon e Dessner in attesa di tornare a Bon Iver e ai The National. I collaboratori aggiungono sempre del loro ai componimenti, dando profondità, a volte troppa verrebbe da dire, ad un disco ambizioso e curato.

Voto finale: 8.

Boldy James & The Alchemist, “Bo Jackson”

bo jackson

La nuova collaborazione fra il rapper Boldy James e il leggendario produttore The Alchemist è un CD di hip hop vecchia maniera. Come avevamo già puntualizzato per l’altra opera che ha coinvolto The Alchemist quest’anno (“Haram”, con Arman Hammer), le sue basi sono la perfetta controparte quando si vogliono raccontare fatti legati alla vita di strada in modo crudo. La malinconia che traspare è infatti evidente e si sposa bene con le storie di Boldy James.

Siamo alla collaborazione numero quattro fra i due, dopo “My 1st Chemistry Set” (2013), l’EP “BOLDFACE” (2019) e “The Price Of Tea In China” (2020). La chimica fra i due è innegabile, come ulteriormente confermato in “Bo Jackson”: malgrado un inizio un po’ lento, pezzi come Brickmile To Montana e Photographic Memories alzano considerevolmente il livello. Da sottolineare poi il parco ospiti: Benny The Butcher, Earl Sweatshirt e Freddie Gibbs, giusto per citare i più celebri, danno una mano a rendere “Bo Jackson” davvero imperdibile.

Il CD, come accennato precedentemente, prende molti episodi di vita di strada vissuti in prima persona da Boldy James oppure narrati da quest’ultimo, con grande dovizia di particolari e versi a volte toccanti come: “All this pressin’ is depressin’, the pressure is still pressin’ against a nigga flesh, it’s beyond measure” (DrugZone).

In conclusione, “Bo Jackson” è un buonissimo album rap. Nulla capace di riscrivere la storia del genere, sia chiaro, ma da sentire almeno una volta e fortemente consigliato agli amanti del genere.

Voto finale: 7,5.

Lorde, “Solar Power”

solar power

Il terzo album della popstar neozelandese è una svolta piuttosto radicale nello stile di Lorde. Se in “Pure Heroine” (2013) e “Melodrama” (2017) l’artista si era fatta notare per un pop in technicolor e canzoni vivaci, provocatorie a volte come Royals e Green Light, riscrivendo molto dello stile pop presente e futuro, “Solar Power” suona come un ritiro in sé stessa.

Jack Antonoff, il produttore più cercato del momento (basti citare le recenti collaborazioni con Taylor Swift e Lana Del Rey), dà anche a questo CD il suo proverbiale tocco: atmosfere soffuse, voce sporca e svolta in direzione folk-pop compiuta. I risultati possono non piacere, soprattutto ai fan della prima ora della neozelandese, ma dimostrano che Lorde è qui per restare e che pretendere da lei sempre lo stesso disco è un’aspettativa destinata a essere infranta.

La principale critica che si può fare stilisticamente al disco è che suona “fuori tempo”: Lorde sembra serena e fin troppo rilassata, si sente qua e là un sapore psichedelico che rende “Solar Power” quasi derivato dai Beach Boys… manca inoltre quella critica sociale che aveva fatto la fortuna anche mediatica della neozelandese.

Il CD, concepito per essere un concept album sulla crisi climatica, suona in realtà un po’ sfocato liricamente: abbiamo riferimenti a Pearl, il suo amato cane da poco deceduto (Big Star); canzoni sull’amore finito (California); e poi anche referenze al riscaldamento globale (“How can I love what I know I am gonna lose? Don’t make me choose”, Fallen Fruit). Abbiamo, poi, un riferimento all’ansia da ragazza prodigio del pop (“Teen millionaire having nightmares from the camera flash”, The Path) e ad un uomo violento che si reinventa maestro new-age (Dominoes).

Musicalmente però, come già accennato, “Solar Power” è un altro LP di qualità nella discografia di Ella Marija Lani Yelich-O’Connor: la title track è un grande pezzo estivo, con ritornello irresistibile grazie anche alle armonie vocali di Clairo e Phoebe Bridgers. Anche California è un brano di ottimo livello. Invece The Man With The Axe e Dominoes sono fin troppo monotone e rompono il ritmo dell’album.

In generale, “Solar Power” pare quasi un CD di transizione, verso nuovi lidi: Lorde non vuole essere la portabandiera della sua generazione, come proclama fin dalla prima canzone The Path (“Now if you’re looking for a savior, well that’s not me. You need someone to take your pain for you? Well, that’s not me”). Non tutti saranno contenti di questa mossa; di certo dopo “Melodrama” ci aspettavamo un album più coraggioso. I risultati raggiunti in “Solar Power” non sono tuttavia da disprezzare: vedremo, presumibilmente tra quattro anni, dove Lorde condurrà la propria estetica.

Voto finale: 7,5.

CHVRCHES, “Screen Violence”

screen violence

Il quarto album degli scozzesi CHVRCHES è un ritorno alle origini dopo il discusso “Love Is Dead” (2018). Il trio infatti produce interamente il CD, senza interventi esterni, se eccettuiamo il cameo del sempre ottimo Robert Smith (frontman dei The Cure) nella buona How Not To Drown. I risultati non rinnovano l’estetica del gruppo, come prevedibile, ma il disco scrive una buona pagina di synthpop.

Lauren Mayberry e compagni hanno scelto di comporre “Screen Violence” come una sorta di concept album, con temi tratti da film horror e altri più personali, come il peso del fallimento in un’industria spietata come quella discografica. Già il titolo è indicativo; le liriche a tratti sono anche più esplicite. La musica, invece, continua ad essere gioiosa e brillante: solo che, stavolta, il tentativo di andare mainstream non viene portato fino in fondo, come invece accadeva in “Love Is Dead”. Prova ne siano le oscure Violent Delights e Final Girl.

Curioso che a funzionare meglio siano proprio le melodie più dark del lotto: se, infatti, il singolo He Said She Said è pop molto scolastico e Lullabies va presa come puro filler, How Not To Drown e Final Girl sono gli highlights di un disco non perfetto, ma gradevole e addirittura trascinante nelle sue parti migliori.

Anche liricamente vale lo stesso: alcuni testi sono molto “safe” e prevedibili, mentre alcuni versi colpiscono il bersaglio in pieno. Ad esempio, in He Said She Said Mayberry urla “I’m losing my mind!” e le crediamo, sottoposta con la sua band a pressioni molto forti per avere la prossima hit. Altrove, dicevamo, abbiamo versi più faciloni: “I’ll never sleep alone again”, in Violent Delights, ne è un esempio.

In conclusione, “Screen Violence” è un CD carino, curato ma non imperdibile: certo, i CHVRCHES sanno come scrivere deliziosi pezzi pop così come brani più opachi e tormentati, ma manca qualcosa per rendere questa collezione di canzoni davvero eccellente. Probabilmente è la necessaria reinvenzione, che aspetta al varco gli scozzesi: ma sarà materia per il prossimo LP.

Voto finale: 7,5.

Deafheaven, “Infinite Granite”

infinite granite

Il quinto album dei Deafheaven è una delle mosse più controverse occorse nel mondo del metal da molti anni a questa parte. La band americana, infatti, in “Infinite Granite” si muove verso territori decisamente più soft del passato, in zona shoegaze/dream pop, laddove i Deafheaven erano conosciuti per la loro furia black metal, solo occasionalmente intervallata da inserti più gentili. Qui la proporzione si inverte: canzoni come In Blur e Shellstar sarebbero state impensabili in “Sunbather” (2013) o “New Bermuda” (2015).

I risultati non sono sempre convincenti, ma nei momenti migliori siamo di fronte a una delle migliori band su piazza: In Blur è un gran pezzo shoegaze, Great Mass Of Color una hit trascinante… peccato per la presenza della debole Other Language, altrimenti saremmo di fronte a un ottimo CD. Interessante poi l’intervallo ambient Neptune Raining Diamonds.

Certo, per i puristi metal e i fan della prima ora siamo di fronte probabilmente a un’aberrazione: la voce di George Clarke è praticamente sempre comprensibile e non urlata, eccetto che nella monumentale Mombasa, che chiude il lavoro, e in brevi tratti di Villain. Inoltre, i climax dati dalla violenza sommata delle chitarre e della batteria sono pressoché scomparsi (nessuna Dream House, per intenderci). Ripetiamo: tutto vero, ma “Infinite Granite” non sfigura affatto.

Questo LP rappresenterà probabilmente la mossa più divisiva della carriera dei Deafheaven: fino al 2018 alfieri del black metal, corrente blackgaze (cioè intervallato con l’estetica shoegaze), “Infinite Granite” contiene i brani più morbidi e “pop” della storia del gruppo, anche più mainstream di Near e Night People di “Ordinary Corrupt Human Love” (2018). Il passato deve essere preso come tale e messo da parte, oppure assisteremo in futuro a svolte altrettanto forti verso i lidi metal che hanno fatto la fortuna dei Deafheaven? Nessuno può saperlo, di certo abbiamo due cose: “Infinite Granite” è un buon CD e, se fosse un esordio, parleremmo di “miracolo”; allo stesso tempo, è il disco più debole nella produzione del gruppo. Se i Deafheaven vorranno continuare a esplorare territori shoegaze e dream pop, dovranno tenerlo a mente.

Voto finale: 7,5.

Nas, “King’s Disease II”

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Dopo il grande successo di pubblico e critica di “King’s Disease” (2020), che ha portato a Nas anche il Grammy per Miglior Album Rap dell’anno, “King’s Disease II” ritorna legittimamente alle atmosfere del predecessore, con ospiti di ancora maggior spessore e attenzione anche al mondo trap, con risultati discreti anche se non trascendentali.

Il rapper americano è diventato nel tempo una leggenda del genere, grazie soprattutto al fulminante esordio “Illmatic” (1994), uno dei migliori CD hip hop dei ’90. Col tempo Nas ha prodotto altri buoni lavori (come “It Was Written” del 1996) ma anche flop catastrofici, su tutti “Nastradamus” (1999). Negli ultimi tempi il rapper è tornato su buoni livelli: a partire da “Life Is Good” (2012) infatti Nas è tornato a rappare in maniera convincente, anche se spesso con testi controversi e versi assurdamente complottanti, si risenta “Nasir” (2018) al riguardo.

“King’s Disease II” scorre bene, i 51 minuti sono giusti per un LP non pretenzioso, impreziosito da ospiti come Eminem in EPMD 2 e Lauryn Hill in Nobody. Se un appunto va fatto, è sul sequenziamento: la prima parte appare più debole della seconda in termini di qualità compositiva. È un peccato che, in certe occasioni, i versi di Nas arrivino fuori luogo: “Money off tech, pushing a Tesla, rolled up a fresh one. It’s one IPO to the next one”, in Store Run, pare un commento di un broker di Wall Street più che una lirica in una canzone rap. In Moments, invece, evoca le figure del fratello e di Muhammad Ali: “I never met Muhammad Ali, wish I did. My brother saw him, champ told him nothing is real. Gave me the chills, thought about it, that’s how I feel”. Non dice molto vero?

In generale, comunque, “King’s Disease II” prosegue l’opera di riabilitazione di Nas, malgrado si abbiano risultati inferiori al primo LP della serie. Peccato, perché se prescindesse da YKTV (che pare rubata a Future), il CD sarebbe davvero buono, con gli highlights Store Run e Moments. Nas indubbiamente svetta su basi più old style piuttosto che puntando su scenari trap, perché non insisterci maggiormente? Speriamo che il prossimo suo lavoro segua questa direzione; per ora godiamoci “King’s Disease II”, un altro tassello in una discografia incoerente ma mai prevedibile, nel bene come nel male.

Voto finale: 7.

LUMP, “Animal”

animal

Il duo formato da Laura Marling (apprezzata artista folk inglese) e Mike Lindsay (membro dei Tunng), giunto al secondo album, si conferma su buoni livelli. Prendendo spunto da generi come art pop e folktronica e da artisti del calibro di Bon Iver e Sufjan Stevens, i LUMP hanno scritto un album evocativo, che rappresenta un ottimo stop-and-go prima di tornare alle rispettive carriere.

Le dieci canzoni di “Animal” sono tenute insieme dalla voglia di sperimentare dei due cantautori: Laura Marling è più pop del solito, a tratti quasi funk, mentre Lindsay si lascia alle spalle le atmosfere indie dei Tunng per passare al pop più raffinato. Insomma, ognuno lascia da parte un pezzo di sé per entrare nei LUMP a pieno titolo: se il precedente “LUMP” (2018) poteva sembrare un esperimento fine a sé stesso, “Animal” ci fa capire che il duo è qui per restare, anche se solo come passatempo per due artisti ben incanalati in una buona carriera solista (Marling) o in un gruppo (Lindsay).

I pezzi migliori sono Red Snakes e l’avvolgente Phantom Limb, mentre delude un po’ la ripetitiva Climb Every Wall. Menzione speciale per i due intermezzi Hair On The Pillow e Oberon, che fanno ottimamente da collante tra le varie parti del disco.

In generale, la musica dei LUMP non è fatta per essere goduta dal pubblico più commerciale, tuttavia molte tracce del CD sono orecchiabili e quasi ballabili, tanto che il risultato complessivo è un album ambizioso ma mai troppo complicato. “Animal” conferma dunque il talento dei due membri del gruppo, integrando due discografie molto interessanti.

Voto finale: 7.

Isaiah Rashad, “The House Is Burning”

the house is burning

Il nuovo lavoro di Isaiah Rashad arriva ben cinque anni dopo “The Sun’s Tirade”, un periodo lunghissimo nel mondo della musica, specialmente per un rapper che pareva sull’orlo di diventare una star, aiutato da una scuderia di talenti come la Top Dawg Entertainment, tra le cui fila contiamo anche un certo Kendrick Lamar.

Invece Isaiah, per cinque anni, è praticamente sparito dalla vita pubblica: nessun singolo, nessun mixtape. Solo la speranza che lo avremmo ritrovato, prima o poi, e che la magia non sarebbe sparita. Beh, questo è vero solo parzialmente: Rashad è infatti fortunatamente tornato a produrre musica, ma i risultati sono solo in parte soddisfacenti.

In questi cinque anni, purtroppo, poco è filato liscio per il rapper americano: ha vissuto periodi di quasi povertà e in seguito è stato chiuso alcuni mesi in un rehab per disintossicarsi. Il primo verso del CD è in effetti davvero toccante, conoscendo queste vicende: “Just came back. See, I done been dead for real” (Darkseid).

L’esordio “Cilvia Demo” (2014) aveva fatto gridare al miracolo: pareva davvero di aver trovato un rapper sicuro di sé, con un flow invidiabile e basi magari retrò, ma mai troppo nostalgiche. Se “The Sun’s Tirade” aveva sostanzialmente confermato tutto questo, “The House Is Burning” si piega invece ad alcune mode del momento: la trap è dominante in alcuni featuring, su tutti quello con Lil Uzi Vert in From The Garden. Abbiamo poi momenti più R&B, come Claymore, mentre l’hip hop più classico è relegato a pezzi efficaci come RIP Young e Headshots (4r Da Locals), troppo pochi per rendere il lavoro davvero ottimo.

I risultati non sono da buttare, sia chiaro: “The House Is Burning” è tutto sommato un lavoro discreto, con momenti efficaci e collaborazioni di spessore che lo arricchiscono (basti citare Smino, Jay Rock e SZA, oltre al già menzionato Lil Uzi Vert). Tuttavia, i cinque anni di attesa ci avevano fatto sperare in un lavoro unico e imprescindibile. Peccato, sarà per la prossima volta; speriamo solo che non serva un altro lustro per avere un erede di questo disco.

Voto finale: 7.

Angel Olsen, “Aisles”

aisles

Vi siete mai chiesti come suonerebbe Gloria, la hit di Laura Barrigan poi interpretata anche da Umberto Tozzi, in chiave synthpop? Oppure una Forever Young come fosse una nuova canzone art pop? Beh, da oggi potrete farlo: “Aisles” è una raccolta di cinque cover di successi anni ’80 firmato da Angel Olsen. I risultati sono stranianti, ma l’EP è gradevole tutto sommato.

La scelta dei brani da reinterpretare, strano ma vero, è del tutto casuale: Olsen ha dichiarato che si tratta dei più popolari presso un supermarket in cui faceva spesa durante il lockdown pandemico. Pertanto, non aspettiamoci chissà quali messaggi dietro queste cover: la cantautrice americana voleva semplicemente divertirsi e intrattenere i suoi fan con canzoni di successo ma uscite in parte dall’immaginario pop collettivo.

“Aisles” arriva dopo due LP molto densi da parte di Angel Olsen: “All Mirrors” (2019) era un CD di pop maestoso e molto complesso, mentre “Whole New Mess” (2020) era la versione scarna delle canzoni che componevano “All Mirrors”. Un contrasto di stili non ignoto nella discografia di Angel Olsen: partita infatti dal folk minimale di “Strange Cacti” (2010), la nostra si era poi evoluta nel corso degli anni in una stella dell’indie rock, soprattutto in “My Woman” (2016). “Aisles” è pertanto da intendersi come una pausa e un omaggio ai fan da parte di Olsen.

La migliore cover è quella di Gloria, in cui la versione originale viene stravolta: molto più lenta, meno trascinante, ma anche più densa e arricchita dalla voce baritonale di Angel. Buona anche Eyes Without A Face, mentre la successiva Safety Dance è la peggiore delle cinque proposte dell’EP. If You Leave ci fa sentire una versione quasi dance della cantautrice, non disprezzabile ma nemmeno azzeccatissima. Infine, Forever Young è l’unica melodia piuttosto fedele all’originale.

In conclusione, “Aisles” non è un’opera destinata a cambiare radicalmente la discografia di Angel Olsen o la sua estetica: prendiamolo per quello che si propone di essere, un EP divertente e senza pretese.

Voto finale: 7.

Ty Segall, “Harmonizer”

harmonizer

Il nuovo album dell’instancabile Ty Segall arriva due anni dopo “First Taste”, un CD decisamente radicale per il garage rocker californiano: la chitarra era stata completamente messa da parte, in favore di strumenti eccentrici come il bouzouki. “Harmonizer” continua sul percorso sperimentale di “First Taste”, questa volta sul lato tastiere, con risultati altalenanti.

Due anni rappresentano una pausa piuttosto comune per i normali musicisti, se non fosse per l’assurda prolificità di Ty: il Nostro è stato capace nel 2012 e nel 2018 di produrre ben tre dischi di inediti a suo nome! Senza poi contare le collaborazioni, gli EP, i live e le raccolte di cover, che spesso arrivano a infarcire una discografia sterminata. Allo stesso tempo, va detto che la qualità era spesso sopra la media: dischi come “Manipulator” (2014) e “Freedom’s Goblin” (2018) sono fra i migliori del mondo garage rock degli ultimi anni.

“Harmonizer” si muove su terreni innovativi, ma su una base sempre riconoscibile: quel mix garage-psych rock che ha fatto la fortuna di Segall. A ciò aggiungiamo delle tastiere spesso taglienti e una chitarra tornata forte nel mix: i risultati non sono sempre convincenti, ma nei momenti migliori “Harmonizer” ci ridà fiducia nel talento del cantautore americano.

In effetti, tracce come la title track, Ride e Play sono fra le migliori dell’ultimo Ty Segall; invece Whisper e Changing Contours deludono. In generale, “Harmonizer” difficilmente verrà ricordato dai fan dell’americano tra i suoi migliori lavori; assieme a “First Taste”, tuttavia, apre dimensioni inesplorate per l’ancora giovane rocker, pronto a sguazzarci anche nel prossimo LP, probabilmente imminente.

Voto finale: 6,5.

Recap: maggio 2021

Maggio è stato un mese decisamente affollato di uscite importanti. Ad A-Rock abbiamo avuto il nostro bel da fare: abbiamo recensito i nuovi, attesi lavori degli Iceage e dei black midi. In più, interessanti le novità discografiche a firma The Black Keys e St. Vincent, oltre agli EP di Jorja Smith e dei Mannequin Pussy. Buona lettura!

black midi, “Cavalcade”

cavalcade

Il secondo album dei black midi, la giovane band inglese che è entrata nel cuore di molti grazie al fulminante esordio “Schlagenheim” del 2019 (inserito anche da A-Rock nella top 10 dell’anno e in una rubrica Rising), fa centro sotto molti punti di vista. I black midi non si sono ammorbiditi, anzi: le parti di rock duro fanno venire i brividi, come però anche le canzoni più raccolte, quasi pop, che sono davvero una novità nell’estetica solitamente feroce del gruppo britannico.

Avevamo lasciato i Nostri alle prese con un rock alieno, miscuglio di jazz, metal, noise e punk: risentirsi bmbmbm oppure 953. “Cavalcade”, come già il titolo fa intuire, è una cavalcata fra canzoni tanto varie quanto riuscite: si va dall’avant-prog della clamorosa John L alla lenta Marlene Dietrich, dalla pulsante Slow alla magnifica chiusura di Ascending Forth. In mezzo abbiamo anche canzoni sotto la media (Hogwash And Balderdash), ma nel complesso i black midi si confermano voce imprescindibile nel mondo rock alternativo e sperimentale, non facili da assimilare ma irresistibili.

La voce di Geordie Greep pare più sicura e forte rispetto all’esordio, così come quella di Cameron Picton, che fa il frontman in due delle otto canzoni che compongono “Cavalcade”. Abbiamo poi come in “Schlagenheim” il batterista Morgan Simpson davvero sugli scudi, quasi free jazz nel corso di molti punti del CD. A completare il quadro non c’è la chitarra di Matt Kwasniewski-Kelvin, che si è preso del tempo per sé stesso a causa di problemi personali.

Gli otto pezzi presentano dei bozzetti di personaggi realmente esistiti (Marlene Dietrich) o inventati (John L), ma a dominare è il senso di incertezza e quasi di paura che proviene da certi passaggi testuali. John L racconta di un predicatore nazionalista e visionario tradito dai suoi fedeli, Slow nella sua invocazione è totalmente antitetico alla sua base oppressiva… Accanto a tutto questo abbiamo però, come già detto, delle perle acustiche fuori logica ma non per questo mal riuscite: sia Marlene Dietrich che Diamond Stuff sono infatti ottime “pause” e faranno la fortuna dei live del gruppo.

In generale, pur non essendo musica popolare, i black midi hanno senza dubbio creato un LP unico nel suo genere, alla pari di “Schlagenheim” per creatività. Se l’effetto sorpresa è svanito, di certo possiamo dire, con meraviglia ma non troppo, che il terreno coperto in termini di sonorità è ancora più variegato che nell’esordio. “Cavalcade” si afferma come il miglior album rock del 2021 finora, capace di ferire e rassicurare, sconcertare e ammaliare.

Voto finale: 8,5.

Iceage, “Seek Shelter”

seek shelter

Il quinto album della band danese è un ottimo esempio di transizione da band punk verso sonorità più ricercate e romantiche. Non un completo cambio di pelle, dato che la ferocia dei primi Iceage è ancora presente in alcuni pezzi di “Seek Shelter”, ma immaginarsi che il gruppo autore del durissimo “You’re Nothing” (2013) avrebbe scritto il pezzo anni ’60 Drink Rain sarebbe stato impensabile solo cinque anni fa.

Merito dunque degli Iceage essere stati in grado di mutare così radicalmente nel giro di poco tempo, una parabola molto simile a quella di Nick Cave negli anni ’90 o degli Horrors più recentemente. Non sempre queste svolte riescono pienamente, ma quando il talento c’è in grandi quantità come nei casi citati il pubblico e la critica non possono non elogiare l’ambizione e la voglia di sperimentare di artisti davvero unici nel loro genere. Gli Iceage, dopo aver scritto pagine molto importanti del punk nella decade passata, si candidano fortemente ad essere una band simbolo del rock alternativo anni ’20.

I singoli che avevano anticipato l’uscita di “Seek Shelter” erano stati accolti con lodi ma anche qualche giudizio critico sul nuovo sound del gruppo, più docile rispetto al passato; anche se già “Beyondless” (2018) aveva lasciato intravedere una svolta, “Seek Shelter” contiene brani quasi britpop (Shelter Song), pop (la già citata Drink Rain) e à la Rolling Stones (High & Hurt). Tuttavia, la ricetta sonora del CD ha successo: gli Iceage sembrano quasi rievocare il rock alternativo degli anni ’90 senza però scopiazzarlo e mantenendo quel livello di “sporcizia” e durezza che rendono tali i Nostri (la conclusiva The Holding Hand ne è una prova).

Anche liricamente notiamo un deciso cambiamento: mentre in passato il nichilismo la faceva da padrone, con il frontman Elias Bender Rønnenfelt scatenato sul palco quanto disperato nel cantare, adesso fanno capolino temi amorosi (“I drink rain to get closer to you!” canta Elias in Drink Rain) e la vita della mafia (Vendetta). Altrove invece troviamo riferimenti al pessimismo cosmico che pervadeva i primi LP del gruppo: “And we row, on we go, through these murky water bodies” in The Holding Hand e “Come lay here right beside me. They kick you when you’re up, they knock you when you’re down” in Shelter Song ne sono chiari esempi.

In conclusione, “Seek Shelter” potrebbe essere il CD che fa conoscere gli Iceage ad un pubblico più ampio e li rende davvero simboli di un rock rinnovato nelle sue fondamenta, abile a mescolare cori gospel con ritmiche punk, testi simbolici e drammatici con canzoni potenti. Siamo davanti ad uno dei migliori LP rock dell’anno: complimenti, Iceage.

Voto finale: 8.

St. Vincent, “Daddy’s Home”

daddy's home

Giunta ormai al settimo album di inediti (contando anche quello del 2012 con David Byrne), Annie Clark reinventa nuovamente la sua estetica e la sua persona, tornando alla New York degli anni ’70, sporca e cattiva, seducente e malinconica. Siamo nei territori di Lou Reed, del primo Prince, di Sly & The Family Stone: funk, soul e rock si mescolano in “Daddy’s Home” a tematiche strettamente personali, che lo rendono il CD più personale e sperimentale di St. Vincent, ma non il suo miglior lavoro.

Già la campagna promozionale e il titolo fanno intravedere l’argomento portante del lavoro: dopo aver scontato oltre dieci anni di carcere per abusi di mercato in ambito finanziario, il padre di Annie è tornato a casa. Lei aveva già affrontato, anche se lateralmente, la tematica, ad esempio in “Strange Mercy” (2011), ma mai con questa schiettezza. La sua assenza ha pesato molto per St. Vincent e la controversa figura del padre assume qui il ruolo di musa dell’artista.

Musicalmente, come dicevamo, la ricerca di St. Vincent è una delle più fertili e innovative del rock moderno: partita come membro del coro di supporto a Sufjan Stevens, nel 2007 Annie decideva di passare solista e pubblicava il delizioso “Marry Me”, art pop ben fatto ma mai scontato, con grande lavoro alla chitarra. Questa sarà la caratteristica fondamentale di tutte le mutazioni del progetto St. Vincent: che si parli di indie rock futuristico (“St. Vincent” del 2014) o di pop sexy e avvolgente (“MASSEDUCTION” del 2017), la chitarrista St. Vincent era sempre preminente.

Invece, in “Daddy’s Home”, la chitarra ha un ruolo importante, certo, ma le potenti schitarrate del passato sono abbandonate per un suono più morbido: la svolta potrà piacere o meno, ma denota un’esplorazione che prescinde anche dai punti fissi del passato. Tuttavia, non tutto fila liscio.

Come dicevamo, accanto a brani gloriosi come Live In The Dream (fra i migliori di Annie Clark) e The Laughing Man, abbiamo dei singoli davvero bizzarri: sia Pay Your Way In Pain che Melting Of The Sun sono pezzi troppo complessi, curati e con produzione perfetta da parte di Jack Antonoff (già produttore di Lana Del Rey e Taylor Swift), ma alla lunga monotoni. Invece condivisibile la presenza dei tre brevi intermezzi Humming, che collegano fra loro le diverse parti del CD.

Testualmente, come dicevamo, questo è il disco più intimo di sempre a firma St. Vincent: My Baby Wants A Baby parla della sua sensazione ambivalente verso la maternità, Annie esclama infatti “No one will scream that song I made, won’t throw no roses on my grave… They’ll just look at me and say: Where’s your baby?”. Nella title track, invece, Annie cita le figure femminili che le hanno fatto da riferimento durante la crescita (da Nina Simone a Tori Amos, passando per Joni Mitchell e Marylin Monroe) e durante i periodi più difficili della sua vita.

In conclusione, “Daddy’s Home” è un CD senza dubbio interessante e che merita più di un ascolto per sfoderare tutte le sue delizie. Tuttavia, per chi è più fan della St. Vincent più rock, il CD sarà un passo indietro in termini di qualità. La figura di Annie Clark resta comunque imprescindibile e rappresenta ad oggi la più credibile erede del Duca Bianco, David Bowie, in termini di trasformismo e livello generale della discografia.

Voto finale: 7,5.

Mannequin Pussy, “Perfect”

perfect

Il bravissimo EP dei Mannequin Pussy è il loro primo lavoro senza il membro fondatore Thanasi Paul e il primo dopo l’ottimo terzo CD della loro produzione, quel “Patience” (2019) che li aveva fatti scoprire a molti. Il sound del gruppo si mantiene fedele al punk-rock del passato, ma in Darling troviamo la prima, grande svolta della loro carriera: pare quasi di sentire una b-side dei Beach House!

Quest’ultimo antefatto può mettere di malumore quelli che si aspettano un lavoro sanguigno, come le migliori parti di “Patience” farebbero pensare. Va detto che già nel precedente disco vi erano parti più melodiche, che lasciavano intravedere il lato più commerciale di Missy Dabice & co., tuttavia mai i Mannequin Pussy si erano spinti così avanti come in Darling, “pecora nera” dell’EP ma non per questo fuori luogo.

Il resto del lavoro è invece più nelle corde del gruppo: abbiamo dapprima l’indie rock accattivante di Control, poi la potente title track e la melodiosa To Lose You. L’episodio più duro è Pigs To Pigs, cantato dal bassista Colins Reginsford, per la prima volta frontman del gruppo. La Dabice, dal canto suo, si conferma carismatica e abile a intonare sia pezzi più facili che brani più potenti.

In conclusione, “Perfect” non sarà “perfetto” come il titolo può ironicamente far pensare; tuttavia, l’EP è una ventata di aria fresca nell’estetica dei Mannequin Pussy e ci rende davvero curiosi per le loro prossime mosse.

Voto finale: 7,5.

Jorja Smith, “Be Right Back”

be right back

Il nuovo lavoro della talentuosa cantautrice inglese è un EP di buona fattura. Rispetto all’esordio “Lost & Found” del 2018 Jorja segue la stessa ricetta, fatta di R&B sensuale e neo-soul raffinato, con focus sulla sua splendida voce, ma con alcune piccole aggiunte. Il lavoro non è rivoluzionario, ma ci fa davvero ben sperare per il futuro della Nostra nel mondo della musica.

Se “Lost & Found” aveva un difetto, era di suonare un po’ uguale nella seconda parte del lavoro, malgrado la presenza di perle come la title track e Where Did I Go?. “Be Right Back” sperimenta di più, con spazio al rap in Bussdown (dove è ospite il rapper londinese Shaybo). I risultati non sono sempre convincenti, il prossimo CD sarà una tappa cruciale per Jorja in questo senso.

Chiudiamo con un’analisi sui testi, molto diretti, dell’EP: in Addicted, fra i migliori pezzi dell’album, Smith si lamenta che “The hardest thing, you are not addicted to me”. Una dichiarazione d’intenti molto chiara. Invece in Burn troviamo la seguente accusa: “You burn like you never burn out, try so hard you can still fall down… You keep it all in but you don’t let it out”. Infine in Bussdown abbiamo un’ammissione di fragilità, ma anche di forza d’animo: “They call me Miss Naive, I’m still naïve, I put trust in all the ones that got me… They never really had me”.

In conclusione, “Be Right Back” è un buon EP da parte di un’artista da cui ci aspettiamo molto negli anni a venire. Jorja Smith, infatti, assieme a Lianne La Havas e Jessie Ware, è alfiere di una nuova schiera di cantanti britanniche di qualità, che mescolano al pop generi come R&B, soul e disco, pronte ad affiancare Adele nella conquista dei palcoscenici più importanti. Speriamo per lei che la nostra previsione non venga contraddetta.

Voto finale: 7.

The Black Keys, “Delta Kream”

delta kream

I The Black Keys sono giunti ormai nella loro terza decade di esistenza e al decimo album, tra inediti e cover: due traguardi davvero ragguardevoli per due ragazzi che erano partiti da Detroit senza troppe pretese e invece, grazie a singoli di successo come Lonely Boy e Tighten Up, hanno raggiunto lo status di rockstar.

Per festeggiare, Patrick Carney e Dan Auerbach hanno deciso di rendere omaggio ai loro maestri: il CD è infatti una raccolta di undici cover blues tratte dai più noti artisti del delta del Mississippi (da qui il titolo del lavoro). Svettano in particolare quelle dedicate a Junior Kimbrough, già omaggiato in passato nel gustoso EP “Chulahoma” (2006). Nulla di clamoroso, come ormai da tradizione del duo, ma le canzoni fluiscono bene una dopo l’altra e il disco è un toccasana per gli amanti del blues.

Tra le migliori cover abbiamo Crawling Kingsnake, ottima cover di un classico di John Lee Hooker; buona anche Stay All Night. Invece sotto la media Louise, monotona, oltre a Going Down South, con un falsetto di Auerbach non molto convincente. Menzioniamo infine Do The Romp, già presente col titolo Do The Rump e in una versione molto più acerba nell’esordio del gruppo, “The Big Come Up” (2002).

In generale, l’ascoltatore non deve aspettarsi molto: si tratta semplicemente di due amici che, in due pomeriggi, si sono messi a omaggiare i loro mentori attraverso quello che sanno fare meglio, suonare. La passione e la cura con cui i The Black Keys hanno composto “Delta Kream” sono però di per sé segno di un LP da ascoltare almeno una volta.

Voto finale: 7.