Recap: novembre 2022

Anche novembre è finito. Un mese molto intenso, l’ultimo che conterà ai fini della redazione della classifica dei 50 migliori CD dell’anno di A-Rock, come di consueto. Recensiamo i nuovi album di Drake & 21 Savage, degli Special Interest e dei Phoenix. Inoltre, spazio a King Gizzard & The Lizard Wizard, Weyes Blood e Bruce Springsteen. Infine, lato hip hop, abbiamo avuto i due album di addio dei BROCKHAMPTON e il ritorno di Nas. Buona lettura!

Weyes Blood, “And In The Darkness, Hearts Aglow”

and in the darkness hearts aglow

Il quinto CD di Natalie Mering con lo pseudonimo Weyes Blood prosegue il percorso artistico intrapreso col pregevole “Titanic Rising” (2019): un pop orchestrale, barocco e raffinato. Ognuno può sentirci reminiscenze diverse: Beach House, Lana Del Rey, Scott Walker, Kate Bush… tanti sono i nomi di prestigio accostabili a Weyes Blood, ormai uno dei nomi capisaldi dell’art pop mondiale.

I 46 minuti di “And In The Darkness, Hearts Aglow” scorrono benissimo: malgrado le canzoni spesso superino i sei minuti di lunghezza, nessuna è eccessivamente monotona, anzi pezzi come It’s Not Just Me, It’s Everybody e Grapevine sono capolavori fatti e finiti. Non tralasciamo poi Children Of The Empire e God Turn Me Into A Flower; solo le troppo brevi And In The Darkness e In Holy Flux aggiungono poco o nulla al risultato finale. Il CD resta comunque squisito ed è il migliore finora nella produzione di Natalie Mering.

Oltre all’orchestrazione ricca e alla produzione sempre impeccabile di Jonathan Rado (Foxygen), a colpire è la splendida voce di Weyes Blood, capace di veicolare sentimenti universali con poche parole ed evocativa di Joni Mitchell. Tra i versi più rilevanti abbiamo: “We are more than our disguises, we are more than just the pain” (Twin Flame); “Rising over the tide, oh hold me tight… You don’t get to know if your love has all it’s gonna take” (Hearts Aglow). Come vediamo, i temi dominanti sono l’amore e la necessità degli esseri umani di amarsi l’uno con l’altro per rendere meno amara la nostra esistenza.

“And In The Darkness, Hearts Aglow” è, secondo Natalie Mering, il secondo album di una trilogia iniziata con “Titanic Rising”: vedremo se il piano verrà portato a compimento, di certo questo lavoro è il miglior LP art pop dell’anno e un passo in avanti su tutta la linea rispetto al già ottimo predecessore. Avremo già visto Weyes Blood al suo meglio? La risposta al prossimo CD; di certo siamo di fronte ad un’artista speciale.

Voto finale: 8,5.

Special Interest, “Endure”

endure

Il terzo CD del gruppo statunitense costruisce su quanto di buono c’era nel precedente “The Passion Of” (2020), oggetto anche di un profilo Rising sul nostro blog: un punk energico, inframmezzato da melodie quasi dance e disco. Questa volta però c’è più attenzione al post-punk stile Joy Division e Interpol, con una durata complessiva (44 minuti) che rende il lavoro più complesso rispetto a “The Passion Of” (29 minuti), ma anche più completo. I risultati sono generalmente equivalenti: siamo di fronte ad un altro ottimo LP in una produzione sempre più interessante.

Alli Logout e compagni si confermano quindi band imprescindibile per la scena punk americana grazie a quanto li aveva resi solidi già in passato: base ritmica serrata, voce spesso irresistibile, messaggi potenti trasmessi attraverso liriche sempre dirette. Prova ne siano i seguenti versi: “Liberal erasure of militant uprising is a tool of corporate interest and a failure of imagination” e “We are not concerned with peace. Peace is not of our concern” (entrambi da Concerning Peace); “If you don’t like it you can fuck right off” e “The end of the world is just a destination, I had to grow to love, yes and now I know I’m not unworthy of love” (LA Blues).

La storia più bella e tragica è però contenuta in (Herman’s) House: il brano prende spunto dalla storia vera di Herman Wallace, un membro delle Pantere Nere che ha trascorso ingiustamente 41 anni in prigione per un reato che non ha commesso. Una volta uscito, nel 2013, è morto di cancro tre giorni dopo. Ecco quindi spiegato il seguente, tragico verso: “We’ll all be Basquiats for five minutes or Hermans for life”.

I bei pezzi abbondano in “Endure”: dalla danzereccia Midnight Legend a Concerning Peace, passando per (Herman’s) House, il CD è ricco di manifesti punk potenti. Deludono in parte solo Foul e il fin troppo breve Interlude, ma i risultati complessivi restano buonissimi.

In conclusione, “Endure” riporta gli Special Interest meritatamente al centro della scena punk statunitense. I loro componimenti, in sottile equilibrio tra elettronica e rock duro, li rendono un unicum: Alli Logout, inoltre, si conferma presenza carismatica e rende ancora più speciale il gruppo. Non vediamo l’ora di vedere la loro prossima incarnazione.

Voto finale: 8.

Nas, “King’s Disease III”

King's Disease III

Il terzo album della serie “King’s Disease” del veterano dell’hip hop newyorkese resta sul medesimo, buon livello dei precedenti episodi e di “Magic” (2021). Malgrado una lunghezza a tratti eccessiva, il CD scorre bene e conferma la seconda giovinezza di Nas, assistito dal fedele produttore Hit-Boy in un viaggio magari nostalgico, ma sicuramente mai tirato via.

Non parliamo di un album rivoluzionario come il tuttora clamoroso “Illmatic” (1994), questo è chiaro, però “King’s Disease III” contiene alcune delle canzoni più efficaci del Nas recente: si ascoltino Legit e Michael & Quincy. Non male anche Thun. L’unico problema, come accennato prima, è il numero di canzoni: se “Magic” aveva un punto forte, era l’essere estremamente compatto, lasciando poco o nessuno spazio per il filler tipico di molti CD hip hop recenti. Invece, “King’s Disease III” indugia troppo nel boom bap che ha fatto la fortuna del Nostro, con episodi inevitabilmente più deboli come WTF SMH e 30.

I versi migliori sono contenuti nell’ultima canzone della tracklist, Don’t Shoot: “Don’t shoot, gangsta, don’t shoot… You are him, and he is you”. Altrove abbiamo invece il “solito” Nas, con riferimenti alla vita di strada, alla propria ostentata ricchezza e alle difficoltà dei neri nella società americana contemporanea.

In generale, tuttavia, Nas conferma la propria rinascita dopo anni non facili: da “King’s Disease” (2020) in poi il newyorkese è tornato ai fasti di “Life Is Good” (2012), per non citare i suoi cruciali lavori degli anni ’90. Non male per un rapper quarantanovenne.

Voto finale: 7,5.

King Gizzard & The Lizard Wizard, “Ice, Death, Planets, Lungs, Mushrooms And Lava” / “Laminated Denim” / “Changes”

A-Rock non ha mai tentato un’impresa simile: recensire tre CD della stessa band, usciti nello stesso mese! Del resto, i King Gizzard & The Lizard Wizard ci hanno abituato fin troppo bene in termini di prolificità, mai però erano arrivati a questi livelli di follia. Ma andiamo con ordine.

Il primo LP (ben 63 minuti), “Ice, Death, Planets, Lungs, Mushrooms And Lava”, è una sorta di lunga jam session: Stu MacKenzie e compagni si abbandonano alla sperimentazione, senza limiti. Ne escono melodie jazzate (Gliese 710), altre puramente psichedeliche (Iron Lung), una addirittura avvicinabile al pop (Mycelium) e una allo space rock (Lava). I risultati non sono sempre riusciti, ma resta da premiare l’intraprendenza e la versatilità dei KG&TLW.

Tra i pezzi davvero da ricordare del CD abbiamo Ice V e Iron Lung, entrambi a ragione tra i migliori mai scritti dal gruppo australiano: lunghe suite sempre imprevedibili, con grande evidenza data alla base ritmica e assoli potenti. Invece inferiori alla media sono Hell’s Itch, un po’ monotona, e la fin troppo leggera Mycelium. Complessivamente, comunque, “Ice, Death, Planets, Lungs, Mushrooms And Lava” suona coeso e, dopo ripetuti ascolti, davvero ben sequenziato.

Il secondo album del lotto è “Laminated Denim”: composto di due lunghe suite di esattamente 15 minuti ciascuna (un’idea di simmetria già in parte affrontata dai Nostri in “Quarters!” del 2015), rappresenta un’ideale pausa prima dell’ultimo capitolo della trilogia. Sia The Land Before Timeland che Hypertension non rappresentano grosse innovazioni rispetto all’estetica complessiva degli australiani: krautrock e psichedelia la fanno da padrone.

Complessivamente, “Laminated Denim” è la minore delle tre pubblicazioni, sia nelle intenzioni che nella realizzazione, ma non sfigura.

Il terzo ad ultimo LP della mischia è “Changes”: un lavoro prettamente pop, con tracce di psichedelia che mantengono l’estetica degli aussie sui consueti binari. Ad essere precisi, questo è uno dei loro CD più pop, insieme forse a “Paper Mâché Dream Balloon” (2015): ne sono esempi la lunghissima title track e No Body. Ottima la jazzata Astroturf.

In generale, “Changes” chiude molto gradevolmente una trilogia di buona fattura, in cui i King Gizzard & The Lizard Wizard mostrano il loro lato migliore. Avremo sempre il dubbio che, se si concentrassero su un singolo disco, potrebbero davvero sfornare un capolavoro. Resta tuttavia ammirevole la loro dedizione alla musica, con pochi se non nessun pari al mondo.

Voto finale: 7,5.

BROCKHAMPTON, “The Family” / “TM”

I BROCKHAMPTON sono una delle boy band hip hop più celebri al mondo: la notizia del loro scioglimento ha in effetti provocato varie discussioni sui social e nella critica specializzata. I ragazzi hanno fatto le cose in grande: ben due CD per salutare i loro fan. I risultati, comprensibilmente, non sono ovunque impeccabili, ma Kevin Abstract e co. confermano il loro talento.

“The Family” era l’album ufficialmente annunciato come addio al pubblico del progetto BROCKHAMPTON. Molto spesso in effetti troviamo messaggi agrodolci da parte dei membri del gruppo; l’eccessiva varietà di canzoni può risultare difficile ad assimilare ai primi ascolti, ma parlando di un CD che chiude una fase importante della vita dei BROCKHAMPTON era lecito aspettarsi un mix delle influenze che li hanno definiti.

Troviamo infatti brani soul (All That), hip hop (Take It Back, Basement) e molti che flirtano con svariati altri generi (Big Pussy, ad esempio, inizia quasi come un brano dei black midi più jazz, mentre Any Way You Want Me è puro lounge pop).

La cosa curiosa è che “The Family” suona spesso come un progetto solista di Kevin Abstract, da molti riconosciuto come il più talentuoso della compagnia, ma anche come un’influenza controversa sulla band. Prova ne sono alcuni versi, presi dalla title track: “I don’t feel guilty from wakin’ you up when you sleep, I don’t feel guilty from cuttin’ your verse from this beat, I don’t feel guilty for heat you caught from my tweets”. Altrove troviamo anche “Do we see each other? Hardly. Shit we made together? Godly. Did we sign for too many motherfuckin’ albums? Probably” (Gold Teeth) e “I wasn’t really there for my brothers… Barely present, more focused on bad relationships. It was good for my image, I got lost in it. That’s when I first started drinking, lost my hunger, man” (Brockhampton).

In generale, il CD suona frammentario, contando ben 17 brani per poco più di 35 minuti di durata. Questo è sempre stato il bello e il brutto dei BROCKHAMPTON: prolificità e varietà stilistica a discapito della coesione dei progetti.

La seconda gamba dell’addio dei BROCKHAMPTON è “TM”, un CD più collaborativo rispetto a “The Family” e per questo probabilmente da prendersi come il vero commiato della boy band. Abbiamo pezzi trap (FMG, LISTERINE) accanto ad altri pop (ANIMAL, MAN ON THE MOON) oppure R&B (DUCT TAPE): il polimorfismo dei Nostri è quindi sempre presente.

Liricamente, i temi sono molto simili a quelli affrontati da Abstract in “The Family”: la necessità di abbandonare il progetto BROCKHAMPTON unita alla nostalgia per i bei momenti passati insieme, visti però con uno sguardo più collettivo rispetto al CD fratello.

In conclusione, pur essendo di fronte a due lavori imperfetti, per differenti ragioni, i BROCKHAMPTON lasciano i fan con due opere incompiute, ma non disprezzabili. Vedremo in futuro se, da solisti, i membri della band saranno in grado di risolvere questo problema.

Voto finale: 7.

Phoenix, “Alpha Zulu”

alpha zulu

Il settimo album dei veterani dell’indie pop francese segue di ben cinque anni “Ti Amo” (2017), il loro album “italiano”. Thomas Mars e compagni hanno registrato il CD all’interno del Louvre e la copertina così evocativa è un gentile omaggio al museo; musicalmente, “Alpha Zulu” suona bene ed è certamente divertente. Non parliamo di un lavoro rivoluzionario per l’estetica dei francesi, ma nei suoi momenti migliori il CD riporta a “Wolfgang Amadeus Phoenix” (2009), il capolavoro dei Phoenix.

Il pezzo forte della selezione è senza dubbio Tonight, con la gradita collaborazione di Ezra Koenig dei Vampire Weekend: sembra proprio di tornare ai primi anni ’10, quando Phoenix e Vampire Weekend erano tra i principali protagonisti della scena indie rock mondiale. L’effetto nostalgia prosegue con la pregevole Winter Solstice, che sarebbe stata bene nei primi album del gruppo francese. Invece inferiori alla media Season 2 e All Eyes On Me, fin troppo prevedibili anche per una band “tradizionalista” come i Phoenix. Menzione poi per le più ballabili Alpha Zulu e The Only One, che provano a ringiovanire il pop sofisticato dei Phoenix attraverso ritmi quasi EDM.

“Alpha Zulu” riesce quindi a tenere Thomas Mars e co. sulla bocca di pubblico e critica attraverso 35 minuti di buona musica, divertente e ben costruita. Quello che ci vuole in tempi non semplici, certo; i più severi potrebbero però legittimamente pensare che, parlando di una band attiva da più di vent’anni, sarebbe anche benvenuto un cambio di passo. La risposta dei Phoenix sarebbe probabilmente la seguente: perché cambiare una formula che ancora funziona così bene?

Voto finale: 7.

Drake feat. 21 Savage, “Her Loss”

her loss

Il primo album collaborativo tra Drake e 21 Savage rappresenta un sicuro miglioramento rispetto ai recenti CD del primo. Se “Certified Lover Boy” (2021) e “Honestly, Nevermind” (2022) avevano deluso soprattutto la critica (restando invece intatto il successo commerciale), “Her Loss” trova un Aubrey Graham più a suo agio. Aiutato dal giovane collega, la superstar canadese ha infatti pubblicato il suo miglior lavoro da “Dark Lane Demo Tapes” (2020).

La parte iniziale del CD è davvero convincente: Rich Flex cambia beat almeno tre volte e sia 21 Savage che Drake sono pienamente in controllo della situazione. Buone anche le seguenti Major Distribution e On BS. Va detto che, soprattutto nella parte centrale, abbiamo momenti decisamente meno eccitanti: prova ne siano Hours Of Silence e Treacherous Twins. Menzione invece per Pussy & Millions, con la collaborazione di Travis Scott, e Circo Loco, in cui viene campionata One More Time dei Daft Punk. In generale, si fanno preferire le canzoni pienamente collaborative: quelle a sola firma Drake (Jumbotron Shit Poppin, I Guess It’s Fuck Me) e 21 Savage (3 AM On Glenwood), pur non totalmente disprezzabili, sono business as usual.

Liricamente, sia la copertina che il titolo del disco fanno presagire un lavoro amaro, fatto di invettive contro le numerose figure femminili che hanno tradito la fiducia dei due rapper. La conferma arriva puntuale: chi segue Drake con attenzione sa che questo non è un tema per nulla nuovo nella discografia del canadese, laddove 21 Savage è invece usualmente più focalizzato sulla vita di strada, spesso fatta di immagini crude.

In generale, tuttavia, siamo di fronte ad un buon LP. I 60 minuti di durata, pur con i già accennati inciampi, passano gradevolmente. Che sia un punto di ripartenza, almeno dal punto di vista artistico, per Drake? Dal lato suo, 21 Savage si conferma rapper talentuoso e meritevole del suo crescente successo.

Voto finale: 7.

Bruce Springsteen, “Only The Strong Survive”

only the strong survive

Il nuovo album del Boss è in realtà una raccolta di cover, in cui sono state riviste canzoni originariamente di stampo soul. Al centro del CD vi è la voce di Springsteen, allo stesso tempo consumata ed espressiva come mai prima; non parliamo di un disco fondamentale in una carriera già leggendaria, ma certamente i fan del rocker americano avranno soddisfazione ascoltando “Only The Strong Survive”.

Questa è la seconda raccolta di cover di Bruce, dopo “We Shall Overcome: The Seeger Sessions” (2006) e segue “Letter To You” (2020): le canzoni sono state arrangiate durante il lockdown pandemico nel suo studio col fidato collaboratore Ron Aniello, ma senza la E-Street Band. Se quindi la base ritmica può risultare più soft del solito, allo stesso tempo si ha una maggiore cura per la composizione complessiva e, come già detto, maggiore spazio per la voce del Nostro.

Alcune canzoni risultano prevedibili (The Sun Ain’t Gonna Shine Anymore, When She Was My Girl), ma nei suoi momenti migliori abbiamo un buon disco di Bruce Springsteen: Nightshift e Do I Love You (Indeed I Do) sono buonissime reinterpretazioni.

In generale, un CD di cover rappresenta solitamente un modo per gli artisti di omaggiare i propri riferimenti e ricaricare le batterie in vista di nuovi album di inediti. Se “Western Stars” (2019) e il già menzionato “Letter To You” erano highlight di fine carriera per Springsteen, speriamo che la trilogia di album del Boss post “High Hopes” (2014) si chiuda in maniera soddisfacente nel prossimo futuro.

Voto finale: 6,5.

Recap: settembre 2022

Settembre è stato un mese molto importante. Abbiamo infatti recensito i nuovi lavori del rapper Freddie Gibbs e di Sudan Archives. Inoltre, spazio all’esordio da solista di Oliver Sim e ad Alex G. Come tralasciare, poi, gli attesissimi ritorni di Björk e degli Yeah Yeah Yeahs? Infine, abbiamo analizzato il secondo lavoro di Rina Sawayama, quello di Djo e il ritorno dei Suede. Buona lettura!

Björk, “Fossora”

fossora

Il decimo album dell’artista islandese più nota al mondo continua la sua ricerca del perfetto album art pop. Mescolando temi mondani come il Covid-19 e il lutto passato per la morte della madre Hildur, Björk ha creato un altro CD squisito, sulle tracce dei migliori della sua produzione e un netto progresso rispetto al precedente “Utopia” (2017).

Questa volta l’artista islandese ha privilegiato i bassi e i clarinetti, creando atmosfere accessibili (Ancestress) e allo stesso tempo oscure (Atopos), con momenti di puro sperimentalismo (Mycelia). I risultati sono in generale incredibili: nei suoi momenti più riusciti “Fossora” arriva molto vicino alle vette di “Post” (1995) e “Homogenic” (1997), i due LP più celebrati della Nostra. Prova ne siano Atopos e la title track.

Il tema portante, sia della cover che di molti titoli, sono i funghi. Se “Utopia” era un album che dedicava molto spazio all’amore e all’aria come elemento naturale, “Fossora” (parola inventata da Björk che significa, dal corrispettivo latino maschile, “scavatrice”) è invece dedicato alla terra e scava nei rapporti familiari.

Dicevamo che gli argomenti principali del lavoro sono due: la pandemia e la morte della madre. Björk evoca spesso la figura di quest’ultima, con versi spesso toccanti: “Did you punish us for leaving? Are you sure we hurt you? Was it just not ‘living?’” (Ancestress); “Rejection left a void that is never satisfied, sunk into victimhood… Felt the world owed me love” (Victimhood). Il verso più bello è contenuto nella conclusiva Her Mother’s House: “When a mother wishes to have a house with space for each child, she is only describing the interior of her heart”. A rafforzare il sentimento di famiglia che pervade “Fossora”, Björk canta con la collaborazione, oltre che di serpentwithfeet (Fungal City), dei figli Sindri (Ancestress) e Isadora (Her Mother’s House).

Esclusi i due intermezzi Fagurt Er Í Fjörðum e Mycelia, eccessivamente brevi per lasciare traccia, il CD scorre benissimo, malgrado stiamo parlando di un lavoro per palati fini, amanti dell’elettronica più sperimentale e del pop più raffinato. “Fossora” è un highlight di una carriera già piena di dischi imprescindibili: Björk si conferma nome ormai leggendario.

Voto finale: 8,5.

Yeah Yeah Yeahs, “Cool It Down”

cool it down

Il primo CD in nove anni per la storica band newyorkese, una delle più autorevoli ad emergere nei primi anni ’00, è una ventata di aria fresca in una carriera che pareva aver dato il meglio. “Mosquito” (2013), l’ultimo album di inediti prima di “Cool It Down”, è visto infatti da molti come il peggiore della loro produzione; è un piacere che “Cool It Down” riesca dal canto suo a rinverdire i fasti del complesso capeggiato da Karen O.

I due singoli di lancio del lavoro erano del resto davvero invitanti: sia Spitting Off The Edge Of The World (che vanta la collaborazione di Perfume Genius) che Burning sono infatti ottimi pezzi indie rock, il primo reminiscente dei migliori M83 e il secondo invece dell’indie di inizio millennio. Non tutto gira a meraviglia nel CD nel suo complesso, ma i 32 minuti di “Cool It Down” scorrono piacevolmente, rendendolo imperdibile per gli amanti dell’indie rock.

La prima parte dell’album è pressoché impeccabile: oltre alle già citate Spitting Off The Edge Of The World e Burning, le due tracce Wolf e Fleez, tra le più danzerecce del lotto, fanno il loro lavoro e rendono il CD dinamico e variegato. I problemi cominciano con Different Today, in cui la cantante degli Yeah Yeah Yeahs Karen O si limita a ripetere il titolo senza molto costrutto. Peccato poi per la conclusiva Mars, quasi troncata, che fa terminare il lavoro in modo non soddisfacente.

Questi difetti non sono, tuttavia, dirimenti per il giudizio complessivo su “Cool It Down”. Il CD ristabilisce gli Yeah Yeah Yeahs tra gli alfieri dell’indie rock, dopo anni in cui davamo la band per morta. Karen O e compagni non saranno al top della forma, per esempio ai livelli dell’esordio “Fever To Tell” (2003) o di “It’s Blitz” (2009), però “Cool It Down” è a pieno titolo un buon rientro nella scena musicale.

Voto finale: 8.

Sudan Archives, “Natural Brown Prom Queen”

Natural Brown Prom Queen

Il secondo CD dell’artista Brittney Parks, meglio nota col nome d’arte Sudan Archives, è un ottimo esempio di R&B alternativo. Brittney usa infatti basi molto elettroniche, che poco hanno a che spartire col pop, creando un insieme di composizioni coeso e, nei suoi momenti migliori, irresistibile.

La violinista e cantautrice si era fatta conoscere negli anni scorsi grazie ad EP di ottima fattura, come “Sudan Archives” (2017) e “Sink” (2018). L’esordio “Athena” del 2019 non aveva fatto altro che ribadire il grande talento della Nostra. “Natural Brown Prom Queen” rifinisce ulteriormente questo sound: va detto che, in questa nicchia di R&B, nessuna suona come lei.

Abbiamo infatti altri artisti, come Kelela e Steve Lacy, entrambi catalogabili come R&B alternativo e dotati di una propria identità, la prima più misteriosa e il secondo invece mainstream; nessuno dei due, tuttavia, suona come Sudan Archives. Merito di una continua voglia di sperimentare, con bassi potenti sempre in evidenza e canzoni polimorfe come OMG BRITT e ChevyS10, che sorprendono anche dopo ripetuti ascolti.

Anche testualmente, “Natural Brown Prom Queen” ricalca alcune tematiche care a Parks: l’empowerment (“I’m not average” ripete ossessivamente in NBPQ (Topless)), polemiche sulle differenze di trattamento tra ragazze nere e bianche (“Sometimes I think that if I was light-skinned then I would get into all the parties, win all the Grammys, make the boys happy”, sempre in NBPQ (Topless)).

Se vogliamo trovare un difetto a “Natural Brown Prom Queen”, è l’eccessiva lunghezza: alcune canzoni, soprattutto verso il finale (Flue, Homesick (Gorgeous & Arrogant)), sono evitabili e non aggiungono nulla al CD. D’altra parte, pezzi come Home Maker e Selfish Soul sono highlight assoluti e rendono questo lavoro imprescindibile per gli amanti della musica nera.

In conclusione, Sudan Archives si conferma artista di grande talento: Brittney Parks è un nome ancora poco noto, ma ha tutte le carte in regola per costruirsi una più che solida fanbase.

Voto finale: 8.

Suede, “Autofiction”

Autofiction

Il nuovo album dei britannici Suede, band un tempo simbolo del britpop assieme ai più noti Oasis e Blur, è un’iniezione di energia nella loro estetica: post-punk e rock alternativo fanno capolino più di una volta nel corso delle 11 canzoni che compongono “Autofiction”, rendendolo un CD tradizionale per molti, ma innovativo per i Suede. Non male, per un complesso sulla cresta dell’onda da trent’anni.

Il quarto album dopo la reunion del 2013 è uno dei migliori della loro produzione: compatto, con base ritmica in bella vista, la bella voce di Brett Anderson al meglio… In più mettiamoci melodie vincenti come She Still Leads Me On e 15 Again e abbiamo un quadro più che roseo. L’usuale attenzione all’estetica glam rock è affiancata, come già accennato, da generi più muscolari; sono proprio i brani più britpop, come That Boy On The Stage e Drive Myself Home, ad essere inferiori alla media. Tuttavia, i risultati restano complessivamente buoni.

I Suede si confermano quindi gruppo imprescindibile per la scena rock britannica: Anderson e compagni sono sopravvissuti a molti eventi potenzialmente devastanti nel loro passato, tra cui l’abbandono del primo chitarrista Bernard Butler negli anni ’90 e una prima spaccatura della band nei primi anni ’00. “Autofiction” è un documento di artisti al picco delle proprie capacità: forse non siamo ai livelli di “Suede” (1993) o “Dog Man Star” (1994), ma il CD resta davvero riuscito.

Voto finale: 8.

Alex G, “God Save The Animals”

God Save The Animals

Il decimo disco di inediti di Alex Giannascoli, tornato a chiamarsi Alex G dopo la breve parentesi col nickname (Sandy) Alex G, prosegue nel solco tracciato dai suoi CD più recenti, vale a dire “Rocket” (2017) e “House Of Sugar” (2019): un indie rock eccentrico, spesso virato sul folk à la Animal Collective (S.D.O.S). I risultati forse non raggiungono le vette dei suoi migliori lavori, ma “God Save The Animals” resta un buon disco indie.

Il titolo del CD può far pensare ad un inno ambientalista, forse contenente riferimenti al sacro. In realtà, come Alex ci ha abituato, “God Save The Animals” ha solo in parte gli animali e la natura al centro del palcoscenico. Troviamo infatti riferimenti più personali, ad esempio in Cross The Sea (“You can believe in me”) e in Ain’t It Easy (“Now you sit with me, I keep you safe”).

Le canzoni, dal canto loro, sono infarcite, spesso anche eccessivamente, di autotune: Alex Giannascoli non si era mai distinto per un uso di questo strumento, ma nel corso di “God Save The Animals” l’autotune diventa la maggiore innovazione nella palette sonora utilizzata dal Nostro. Si ascoltino ad esempio Cross The Sea e la danzereccia No Bitterness. I migliori pezzi sono Runner e Ain’t It Easy, mentre sotto la media restano S.D.O.S e Headroom Piano.

In conclusione, “God Save The Animals” conferma la fama di autore misterioso guadagnata da Alex G lungo una carriera accidentata e prolifica: i testi rimangono criptici, le melodie sguazzano nell’indie per poi virare improvvisamente verso folk ed elettronica… insomma, il lavoro non brilla per coerenza, ma prosegue con successo una carriera sempre più interessante.

Voto finale: 7,5.

Rina Sawayama, “Hold The Girl”

hold the girl

Il secondo CD della cantautrice anglo-giapponese riparte da dove l’interessante esordio “SAWAYAMA” (2020) era finito, con qualche aggiustamento stilistico. Se infatti quest’ultimo lavoro incrociava con successo metal e pop da classifica, “Hold The Girl” è decisamente meno sperimentale, cercando piuttosto dei punti di contatto con il pop-rock il rock alternativo à la Nine Inch Nails.

Questa svolta verso generi meno disparati rispetto all’esordio farà storcere il naso ai fan più ricercati di Rina; tuttavia, “Hold The Girl” non è un CD da buttare: brani come la title track e Frankenstein sono riusciti e faranno la fortuna di Sawayama dal vivo. Invece i pezzi più prevedibili, come Send My Love To John e Forgiveness, abbassano la media voto del lavoro.

Va detto, poi, che il cocktail sonoro di questo lavoro potrebbe essere troppo variegato per molti: pop à la Lady Gaga (Hold The Girl, This Hell), la trance di Holy (Til You Let Me Go) e i rimandi al rock alternativo di Your Age convivono nello stesso CD… come già in “SAWAYAMA”, la coesione non è il punto forte di Rina, tuttavia “Hold The Girl” non perde mai la bussola.

Il CD, anche liricamente, mescola molti temi cari alla Nostra: istanze femministe (“Fuck what they did to Britney, to Lady Di and Whitney” canta in This Hell), difesa delle minoranze (Frankenstein)…

Insomma, Rina Sawayama si conferma figura sicura di sé e pronta a spiccare il grande salto verso il pop mainstream: la qualità delle canzoni di “Hold The Girl” non sempre raggiunge i buonissimi livelli di “SAWAYAMA”, ma questo disco potrebbe essere un discreto punto di partenza per ulteriori mutazioni negli anni a venire.

Voto finale: 7,5.

Freddie Gibbs, “$oul $old $eparately”

soul sold separately

Il nuovo lavoro del prolifico rapper Freddie Gibbs è il suo primo vero tuffo nel mainstream. Con ospiti e produttori di spessore, che vanno da Raekwon a Pusha T, passando per James Blake e Anderson .Paak, Gibbs si apre a nuove influenze oltre al consueto gangsta rap che lo contraddistingue, dalla trap (Pain & Strife) al neo-soul (Feel No Pain). I risultati non saranno sempre ottimi, ma è da ammirare la volontà del Nostro di mettere in discussione la sua consolidata estetica.

Freddie Gibbs è un rapper molto conosciuto per le sue collaborazioni con The Alchemist e Madlib: i suoi migliori lavori sono infatti “Piñata” (2014) e “Bandana” (2019), senza dimenticare il recente “Alfredo” (2020). I suoi flow affilati, spesso basati su temi come la vita nelle strade e gli aneddoti di un passato fatto di droga e violenza, erano affidati a produttori veterani, che flirtavano col jazz e l’hip hop vecchia maniera. Pertanto, sentire tracce accessibili come Too Much è una ventata di aria fresca, anche se poi quest’ultima si rivela tra le più deboli del lavoro.

È vero, infatti, che i migliori pezzi del CD sono quelli che più si collegano al passato di Gibbs: l’iniziale Couldn’t Be Done e Rabbit Vision sono ottime. Invece sottotono Pain & Strife, malgrado la collaborazione di Offset dei Migos. Buone poi Gold Rings e Dark Hearted.

In generale, non sappiamo come interpretare “$oul $old $eparately”: se da un lato il titolo provocatorio farebbe pensare ad una prova destinata a non avere un seguito, la nuova direzione artistica potrebbe avere un payoff in futuro, se messa a fuoco coerentemente. Staremo a vedere; di certo “$oul $old $eparately” conferma il talento e mette in mostra la flessibilità di Freddie Gibbs.

Voto finale: 7,5.

Djo, “Decide”

DECIDE

Il secondo album del progetto Djo, capeggiato dal celebre attore Joe Keery (interprete di Steve Harrington nella serie Stranger Things), è un buon esempio di pop psichedelico. Traendo ispirazione a piene mani da Tame Impala (End Of Beginning, Change) e Daft Punk (I Want Your Video, Climax), “Decide” denota un certo talento per le composizioni veloci e orecchiabili, ma sulla lunga distanza c’è ancora da lavorare.

I 36 minuti di “Decide” scorrono in effetti senza scosse: pop orecchiabile, testi leggeri quando a volte risibili, la voce di Keery spesso trattata con vocoder e autotune… insomma, tutto molto moderno, diciamo che il CD suona come i Tame Impala intorno a “Currents” (2015), senza però le bordate di psichedelia di Kevin Parker.

Djo è chiaramente un progetto non primario nella carriera artistica a tutto tondo di Joe Keery: il personaggio di Steve Harrington gli ha dato meritatamente fama planetaria, la musica è solo un modo per farsi apprezzare ulteriormente. “Decide” dunque non va preso come un manifesto artistico, ma del resto nemmeno l’esordio “Twenty Twenty” (2019) lo era.

In generale, siamo di fronte ad un LP simpatico, nulla di più: pezzi come Half Life e On And On sono interessanti nella loro imprevedibilità, mentre altri come I Want Your Video e Runner sono un po’ monotoni. Inutile, infine, il brevissimo intermezzo Is That All It Takes. “Decide” è in ogni caso godibile e ci fa pensare che vedremo nei prossimi anni altri CD a firma Joe Keery… pardon, Djo.

Voto finale: 7.

Oliver Sim, “Hideous Bastard”

hideous bastard

L’esordio del frontman della celebre band britannica The xx, prodotto interamente dal fidato Jamie xx, è un album molto personale, in cui Sim confessa molti aspetti del suo passato e della sua vita passata che non conoscevamo. Non tutto fila a meraviglia, ma “Hideous Bastard” è un discreto inizio per la sua carriera solista.

Fin dai singoli di lancio avevamo intuito che il CD avrebbe avuto sonorità simili a quelle della band in cui Sim si è fatto le ossa: un pop oscuro, con la sua voce allo stesso tempo monotona ed espressiva a decantare il potere dell’amore tormentato (Hideous, Fruit). Se la sua omosessualità era cosa risaputa, nulla si sapeva invece del fatto che Oliver avesse convissuto con l’HIV dall’età di 17 anni: questo ed altro emerge da testi spesso davvero toccanti.

Ne sono esempi i seguenti versi: “I thought I could survive without letting anyone near… The moment I got that taste I felt naked and afraid” (Saccharine); “What would my father do? Do I take a bite of the fruit? I’ve heard other people say it can’t be right if it causes you shame” (Fruit). In generale, i temi trattati e il mood del disco rendono l’ascolto non sempre facile, però Sim fa di tutto per migliorare il quadro, grazie alla sua bella voce e alla produzione dell’amico Jamie xx.

I momenti migliori sono Sensitive Child, che flirta con l’elettronica, e l’iniziale Hideous; invece, meno riuscite sono Confident Man e Romance With A Memory. Interessante, infine, l’esperimento pop di Run The Credits.

In generale, “Hideous Bastard” è una buona introduzione ad Oliver Sim come cantante solista. Nessuna canzone cattura l’ascoltatore come i migliori momenti di “xx” (2009), il fantastico primo LP dell’omonimo gruppo, ma i risultati sono comunque accettabili.

Voto finale: 7.

Recap: agosto 2022

Agosto, diversamente dalla tradizione, si è rivelato un mese abbastanza affollato per la scena musicale. Ad A-Rock abbiamo recensito i nuovi lavori dei Muse, degli Hot Chip, di Julia Jacklin e dei Kasabian; inoltre, spazio ai brevi EP a firma Julien Baker e Liam Gallagher e al ritorno di Ezra Furman. Infine, analizziamo il primo CD collaborativo di Panda Bear e Sonic Boom, così come quello tra Danger Mouse e Black Thought. Buona lettura!

Danger Mouse & Black Thought, “Cheat Codes”

cheat codes

Il primo LP di coppia fra Danger Mouse, produttore di primo piano, in passato collaboratore, tra gli altri, di Damon Albarn e The Black Keys, e Black Thought, membro del gruppo hip hop The Roots, è una gioia per i fan del rap di tendenza East Coast. Le basi sono infatti nostalgiche al punto giusto e gli ospiti, dai veterani come Raekwon e il compianto MF DOOM (presente con un verso postumo) ai più giovani Michael Kiwanuka e A$AP Rocky, senza tralasciare ovviamente i Run The Jewels, aggiungono ulteriore spessore ad un lavoro di ottima caratura.

I due avevano già provato in passato a trovare spazio nelle loro agende per una collaborazione a pieno titolo, col titolo provvisorio di “Dangerous Thoughts”; tuttavia, il progetto era stato messo in pausa per i successivi mesi, che sono poi diventati anni. Solo quest’anno il CD ha visto la luce, col titolo di “Cheat Codes”: i risultati, come già accennato, sono buoni e fanno del lavoro uno dei migliori dischi rap del 2022.

Le prime tracce che colpiscono l’ascoltatore, dopo l’inizio discreto ma convenzionale con Sometimes e la title track, sono The Darkest Part, con grande verso di Raekwon, e Because, la quale vanta ben tre featuring: Joey Bada$$, Russ e Dylan Cartlidge. Altre belle canzoni sono Aquamarine e Strangers, mentre sotto la media è Close To Famous. In generale, le composizioni scorrono bene e creano un insieme organico e coeso, che non risulta mai noioso.

In conclusione, “Cheat Codes” conferma il talento di entrambi i suoi principali autori e la potenza di una collaborazione ben piazzata: non stiamo parlando di un LP capace di reinventare la musica contemporanea, ma Danger Mouse e Black Thought hanno composto un CD di qualità e, pertanto, troveranno sicuramente posto nella lista dei migliori lavori dell’anno secondo A-Rock. Siamo piuttosto sicuri che non saremo gli unici a dargli spazio.

Voto finale: 8.

Julia Jacklin, “PRE PLEASURE”

pre pleasure

Il terzo CD della cantautrice australiana prosegue il percorso intrapreso col precedente “Crushing”, che l’aveva resa una delle voci più interessanti del nuovo cantautorato al femminile. Nulla di trascendentale, sia chiaro; semplicemente, un buonissimo disco indie rock.

Il titolo “PRE PLEASURE” può far pensare ad un lavoro molto intimo, che magari analizza il rapporto della Nostra con la sessualità. In realtà non è così: Julia, infatti, concentra la sua attenzione, come in passato, sul suo corpo e sulle relazioni, soprattutto quelle finite male. Se “Crushing” da questo punto di vista era stato davvero notevole, “PRE PLEASURE” non è da meno.

Tra i versi migliori abbiamo: “I quite like the person that I am… Am I gonna lose myself again?” (I Was Neon), a metà tra felice e inquieto. Inoltre menzioniamo: “I felt pretty in the shoes and the dress, confused by the rest… Could He hear me?” (Lydia Wears A Cross) e “I will feel adored tonight, ignore intrusive thoughts tonight, unlock every door in sight” (Magic), sensazioni che tutti abbiamo provato o desiderato almeno una volta.

Le liriche di “PRE PLEASURE” scorrono su canzoni semplici, a volte solo chitarra e voce (Less Of A Stranger) oppure più indie rock (I Was Neon), mai troppo carichi e sperimentali. Tuttavia, la già citata I Was Neon e Be Careful With Yourself sono highlight innegabili; meno convincenti Too In Love To Die e Less Of A Stranger, che spezzano eccessivamente il ritmo nella parte centrale del lavoro. Da non trascurare infine Lydia Wears A Cross ed End Of A Friendship, che aprono e chiudono perfettamente il disco.

In generale, Julia Jacklin si conferma cantautrice di talento e affidabile, ma priva al momento di quella scintilla che ha reso Phoebe Bridgers e Mitski delle eroine per il mondo indie. Vedremo se il futuro porterà Jacklin a sperimentare di più e, magari, a trovare quel capolavoro che sembra avere nel taschino.

Voto finale: 7,5.

Hot Chip, “Freakout/Release”

freakout release

Il nuovo CD degli inglesi Hot Chip, giunti ormai alla loro terza decade insieme, è un buon CD di musica elettronica. Partendo da una situazione drammatica, sia dal punto personale che da quello sociale, “Freakout/Release” riporta i britannici ai buoni livelli del precedente “A Bath Full Of Ecstasy” (2019).

Se il primo singolo di lancio Down poteva sembrare quasi scontato, fin troppo in linea col passato degli Hot Chip, gli altri due brani prescelti per promuovere il CD dimostravano ben altra stoffa: Eleanor usa un beat ballabilissimo, su cui Alexis Taylor (uno dei due frontman) parla degli effetti di una separazione dolorosa. Infine, Freakout/Release: siamo di fronte ad uno dei brani più carichi dell’intera produzione degli Hot Chip, quasi vicino alla techno, poco altro da aggiungere.

Va detto che abbiamo anche altri pezzi degni di nota: ad esempio, Broken e Time sono meritevoli di più di un ascolto. Inferiori alla media invece Hard To Be Funky e Guilty. Menzione, infine, per The Evil That Men Do, che presenta una sezione hip hop (!) nel finale.

Liricamente, Taylor e compagni sono più malinconici che mai: atteggiamento, come già detto, dovuto a circostanze personali (la morte dell’amico Philippe Zdar) e globali (la pandemia da Covid-19). I versi più significativi sono i seguenti: “Music used to be escape, now I can’t escape it” (la title track); “You can heal if you’re wounded, you can heal anytime” (Miss The Bliss); e “It holds me… I have no choice… All the rest is noise” (Not Alone). Emergono dunque segnali contrastanti, di depressione così come di ritrovato entusiasmo, sensazioni ben note a tutti noi passati per i lockdown pandemici.

In conclusione, “Freakout/Release” è probabilmente uno degli ultimi album propriamente pandemici, o almeno caratterizzabili come tali. Gli Hot Chip, dal canto loro, si confermano band consistente ed affidabile, incapace di comporre cattivi CD.

Voto finale: 7,5.

Ezra Furman, “All Of Us Flames”

all of us flames

Il nuovo lavoro della cantautrice americana si inserisce in una carriera di tutto rispetto: se il precedente “Twelve Nudes” (2019) era il CD più duro come sonorità della sua produzione, “All Of Us Flames” ricorda invece “Transangelic Exodus” (2018). Ad ogni modo, i risultati restano più che discreti.

Ezra Furman è una figura rispettata non solo per le sue qualità compositive, ma anche per la sua storia: il fatto di essere ebrea e transessuale allo stesso tempo, che in passato avrebbe portato discriminazioni a non finire, adesso la rende fiera. Prova ne siano alcuni riferimenti presenti in “All Of Us Flames”: “It’s not written in your Bibles, it’s a verse behind the verse only visible to an obsessive detail-oriented heathen Jew” canta, ad esempio, in Train Comes Through; mentre in Ally Sheedy In The Breakfast Club abbiamo una nota nostalgica a “the teenage girl I never got to be”. Altrove abbiamo testi più romantici (“You’ve got me in your arms… Maybe that’s all we need for warmth”, Forever In Sunset).

I migliori brani sono l’introduttiva Train Comes Through e Forever In Sunset, che ricorda il Bruce Springsteen di fine anni ’70. Inferiori alla media invece I Saw The Truth Underssing e Book Of Our Names, ma hanno il merito di mantenere coerente l’estetica del CD, pieno di riferimenti a PJ Harvey e alla scena rock anni ’00, soprattutto i Deerhunter.

In generale, Ezra Furman conferma il bene che si dice di lei ormai da una decina d’anni. “All Of Us Flames” non è un LP rivoluzionario, ma i suoi 47 minuti di durata scorrono bene e lo rendono ascoltabile da un vasto pubblico.

Voto finale: 7.

Panda Bear & Sonic Boom, “Reset”

reset

Il primo CD di Noah Lennox (Panda Bear), principale esponente degli Animal Collective, e Sonic Boom (Peter Kember), membro degli Spacemen 3, è in realtà derivato da una profonda stima reciproca che lega tra loro i due musicisti. I due, infatti, collaborano fin dai tempi di “Person Pitch” (2007), il bellissimo LP di Panda Bear, ma questa è la prima produzione in cui le canzoni sono scritte a quattro mani da Panda Bear e Sonic Boom.

“Reset” è un titolo azzeccato, dati i tempi grami in cui viviamo: servirebbe proprio un reset per ripartire, dopo anni contrassegnati da pandemia, guerre e tragedie legate al deterioramento ambientale. Le sonorità, peraltro, richiamano un’epoca più serena: gli anni ’60, quelli dei Beach Boys e del sunshine pop. Alla lunga la dolcezza dei risultati può quasi apparire stucchevole, ma nel complesso siamo di fronte a un buonissimo lavoro, forse il migliore di entrambi i musicisti dai tempi di “Panda Bear Meets The Grim Reaper” (2015).

“Reset” si caratterizza come una lunga suite di brani che spesso si mescolano uno nell’altro; vi sono episodi puramente psichedelici come Livin’ In The After ed Everyday, così come altri che virano sull’elettronica (In My Body, Whirlpool). In generale, però, è da premiare l’abilità dei due di creare un lavoro coeso ed estremamente godibile, con gli highlights di Gettin’ To The Point ed Everything’s Been Leading To This, che richiamano le migliori melodie di “Person Pitch” e “Merriweather Post Pavilion” (2009) degli Animal Collective. Delude un po’ solo In My Body.

Liricamente, come spesso accade nei lavori ricchi di sample tratti dal passato, i contenuti spesso sono indefiniti; tuttavia, in certi tratti Lennox e Kember lasciano trasparire qualche contenuto più calato nel presente. Ne sono esempi i seguenti versi: “One dude’s sweat is another’s balm” (Go On), forse un accenno allo sfruttamento capitalistico; e “Well times are tough and the draw is raw” (Everything’s Been Leading To This).

In conclusione, entrambi gli artisti coinvolti nella realizzazione di “Reset” hanno prodotto migliori CD in passato; allo stesso tempo, sentire nuovamente Panda Bear e Sonic Boom così liberi e sereni ci fa pensare che ci sia ancora qualcosa della vecchia magia da esplorare.

Voto finale: 7.

Julien Baker, “B-Sides”

b sides

Il breve EP “B-Sides” trae origine, dalle stesse sessioni di registrazione che hanno portato Julien Baker a pubblicare “Little Oblivions” nel 2021. I brani sono riusciti e sarebbero potuti benissimo entrare nella tracklist del CD principale, facendo di “B-Sides” un buon lavoro, seppur molto breve.

Il disco comincia con Guthrie, un pezzo molto intimista che sarebbe stato benissimo nell’esordio della Nostra, “Sprained Ankle” (2015). Abbiamo poi due pezzi più movimentati, caratterizzati da un indie rock convincente, Vanishing Point e Mental Math, che alzano il livello dell’EP e sono fra i migliori a firma Julien Baker.

Liricamente, la Baker si dimostra cantautrice tremendamente onesta nell’affrontare i suoi demoni e nel rendere il pubblico partecipe delle sue problematiche. In Guthrie mette in questione la propria fede: “Used to call upon the spirit, now I think heaven lets it ring… Wanted so bad to be good, but there’s no such thing”. Invece Mental Math parla di ricordi del passato da studente, inframmezzati da considerazioni più ampie: “Trying not to freak out, staring at the ground, doing math in my head, how far is it down?”.

In conclusione, “Little Oblivions” aveva confermato quanto di buono si diceva di Julien Baker; questo EP non fa che mettere nuovamente in luce il talento, compositivo e lirico, di una delle cantautrici più promettenti della sua generazione.

Voto finale: 7.

Liam Gallagher, “Diamond In The Dark”

diamond in the dark

Questo EP segue il successo dell’ultimo disco solista di R Kid, pubblicato pochi mesi fa. “C’MON YOU KNOW” non era il miglior lavoro a firma Liam Gallagher, ma faceva intravedere doti vocali e cantautorali ancora in buona forma e Diamond In The Dark, che dà il nome a questo EP, ne era uno dei migliori esempi.

Oltre a Diamond In The Dark, abbiamo in scaletta un remix del brano, a cura di DJ Premier, e una versione live del medesimo pezzo, presa dalla riedizione del concerto di Knebworth, la cui prima leggendaria edizione si tenne nel 1994 a firma Oasis. Infine, spazio alla b-side Bless You, che chiude abbastanza efficacemente un EP senza troppe pretese, ma non per questo mal riuscito.

Chiaramente non stiamo parlando di un prodotto imperdibile, ma i fan del più giovane dei fratelli Gallagher troveranno pane per i loro denti.

Voto finale: 6,5.

Muse, “Will Of The People”

will of the people

Il nono CD della band capitanata da Matt Bellamy è un mezzo fallimento. Se “Simulation Theory” (2018), pur con brani deboli come Dig Down, era un’innovazione pop nell’estetica dei Muse, “Will Of The People” è un mix di idee spesso sbagliate, che si rifanno al passato del gruppo e a quello della musica (soprattutto Queen e AC/DC).

Il primo singolo Won’t Stand Down aveva in realtà sollecitato attenzioni benevole: il sound metal del pezzo è una ventata di freschezza benvenuta in un LP altrimenti debole sotto molti punti di vista. Prova ne sia Compliance: un pasticcio pop piuttosto insopportabile. Prevedibile anche la ballata Ghosts (How I Can Move On).

Anche dal punto di vista testuale i Muse questa volta lasciano a desiderare: se in passato i Nostri erano stati in grado di scrivere convincenti inni di resistenza (Uprising) inseriti in concept album magari sovraccarichi di influenze, ma mai prevedibili (“The Resistance” del 2009), questa volta abbiamo canzoni radicali come la title track e Liberation, ma anche titoli come We Are Fucking Fucked… insomma, poco da salvare anche in questo ambito.

La cosa incredibile è che, malgrado queste evidenti lacune, il CD è in qualche modo salvabile: Bellamy è sempre convincente come cantante e regge quasi da solo pezzi come Verona e Liberation, mentre la base ritmica di Chris Wolstenholme e Dominic Howard brilla in Kill Or Be Killed ed Euphoria. Le migliori melodie di “Will Of The People” sono quindi Won’t Stand Down e Kill Or Be Killed, mentre molto deludenti sono Compliance e You Make Me Feel Like It’s Halloween.

Pare purtroppo che i Muse abbiano perso quella furia, unita all’attenzione per i giusti ganci pop, che hanno reso la tripletta “Origin Of Symmetry” (2001) -“Absolution” (2003) -“Black Holes And Revelations” (2006) dischi imperdibili nei primi anni ’00. “Will Of The People” è indiscutibilmente il più brutto LP della loro produzione e fa nascere cattivi pensieri sul futuro della band.

Voto finale: 5.

Kasabian, “The Alchemist’s Euphoria”

The Alchemists Euphoria

I Kasabian hanno attraversato tempi molto difficili recentemente: nel 2020, in piena pandemia, il frontman del gruppo Tom Meighan è stato arrestato per aver picchiato la fidanzata, reato di cui poi si è dichiarato colpevole. Il gruppo non ha potuto far altro che espellerlo, con tutte le conseguenze del caso.

Questo “The Alchemist’s Euphoria” è quindi una sorta di nuovo inizio per la band, autrice di successi dei primi anni ’00 come Club Foot e Fire… tutto questo, però, è ormai un ricordo. Va detto che, anche nelle ultime uscite con Meighan, il complesso britannico non era apparso in grande forma: sia “48:13” (2014) che “For Crying Out Loud” (2017) erano infatti CD poco lucidi ed ispirati, soprattutto il primo.

Purtroppo, anche “The Alchemist’s Euphoria” non fa molto per risollevare il destino dei Kasabian: Sergio Pizzorno alla voce non suona benissimo e molte canzoni sono eccessivamente influenzate da molteplici direttrici. House, hip hop, R&B… il CD è, come da titolo, un’alchimia, purtroppo mal riuscita. Prova ne siano ROCKET FUEL, ALYGATYR e STRICTLY OLD SKOOL.

Peccato, perché alcuni lampi restano discreti: l’iniziale ALCHEMIST non è male, così come T.U.E (the ultraview effect) e STARGAZR. Ma i momenti di sconforto sono maggiori di quelli positivi, circostanza che rende il pur coraggioso cambio di pelle operato dai Kasabian un buco nell’acqua. Spiace ammetterlo, ma il destino della band pare segnato.

Voto finale: 5.

Cosa ci eravamo persi?

Il 2022 è un anno ricchissimo di uscite musicali importanti, a volte addirittura fondamentali. Basti pensare agli artisti che hanno pubblicato CD nei mesi scorsi: Kendrick Lamar, Beach House, Big Thief, The Weeknd, Beyoncé, Jack White… è normale che qualche uscita di rilievo sia stata tralasciata al tempo della pubblicazione. Nulla è perduto, però: chi segue A-Rock da un po’ sa che ogni anno pubblichiamo un resoconto dei dischi che i nostri radar non hanno intercettato in precedenza. Quest’anno analizziamo i nuovi LP delle Let’s Eat Grandma, di Conway The Machine e billy woods. Inoltre, spazio a King Gizzard & The Lizard Wizard, SAULT e Yaya Bey. Buona lettura!

SAULT, “AIR”

air

Il sesto album in tre anni del collettivo inglese, oltre a denotare una produttività davvero notevole, amplia drasticamente la loro palette sonora: se nel passato i SAULT erano conosciuti per un solido mix di funk, R&B e soul, con grande attenzione alla storia e cultura black in senso lato nelle loro liriche, “AIR” è un CD puramente strumentale, o quasi.

I SAULT, in effetti, flirtano con la musica classica: il lavoro pare quasi una colonna sonora per un film (ancora?) non prodotto. È un po’ come se i Coldplay componessero un LP hard rock: ok la sperimentazione e l’ambizione, ma i risultati sono accettabili?

La risposta è un convinto sì. Pur suonando davvero sorprendente a chi conosce i SAULT fin dalle loro origini, “AIR” è un bel CD, coraggioso ma non per questo eccessivamente ardito, a tratti davvero magistrale. I migliori pezzi sono Heart e la title track, mentre sotto la media è Solar, un po’ troppo tirata per le lunghe.

In generale, dunque, i SAULT si confermano tanto misteriosi quanto creativamente al top. Il misterioso gruppo inglese, capeggiato dal produttore Inflo, ha creato con “AIR” un lavoro non per tutti, ma che merita sicuramente almeno un ascolto.

Voto finale: 8.

Conway The Machine, “God Don’t Make Mistakes”

god don't make mistakes

Il nuovo lavoro di Conway The Machine è un concentrato di ottimo gangsta rap. Spesso appoggiato da ospiti di spessore, tra cui ricordiamo Rick Ross, Lil Wayne e T.I., oltre che dalla produzione di The Alchemist, il rapper originario di Buffalo ha prodotto uno dei migliori CD hip hop del 2022.

Il risultato è possibile grazie principalmente a due fattori: basi potenti, spesso con lo sguardo puntato sul passato piuttosto che sulle ultime tendenze musicali; e testi candidi, che aprono prospettive sulle molte tragedie affrontate da Conway nel corso di una vita davvero difficile, caratterizzata da crimine, abuso di droghe e morti di persone a lui vicine.

Prova ne sia Guilty, che contiene il seguente, scioccante verso: “No feeling in my legs, I took a bullet in the head, nigga”; invece Stressed contiene parole più desolate e pessimiste: “Life is ‘bout trials and tribulations and overcomin’ obstacles, but I’m tired of shit I’m facin’”. In generale, Conway si inserisce abilmente in quel filone di rap “revivalista” della scuderia Griselda, fondata dal fratello Westside Gunn, che mantiene alta la bandiera del rap East Coast: i risultati non saranno ovviamente innovativi, ma “God Don’t Make Mistakes” resta un buon CD.

In conclusione, il 2022 si sta rivelando un anno interessante per l’hip hop: se nel versante più commerciale abbiamo assistito a grandi successi di pubblico, di qualità non sempre accettabile (Drake, Jack Harlow), il lato più “conscious” ha avuto highlight come il nuovo Kendrick Lamar e Conway The Machine. “God Don’t Make Mistakes” non è un capolavoro, ma brani come Piano Love e John Woo Flick non lasciano indifferenti.

Voto finale: 8.

King Gizzard & The Lizard Wizard, “Omnium Gatherum”

omnium gatherum

Il ventesimo album in dieci anni (sì, è proprio così) della band australiana è, come da titolo, un coacervo di generi disparati: psichedelia (The Dripping Tap, Persistence), metal (Gaia, Predator X), funk (Ambergris), hip hop (Sadie Sorceress, The Grim Reaper)… una vera e propria odissea, che va avanti per ben 80 minuti! I risultati, come prevedibile, non sono sempre all’altezza, ma “Omnium Gatherum” resta un album godibile, il cui minutaggio non influenza eccessivamente il prodotto finale.

L’intera prima facciata del vinile di “Omnium Gatherum” (traducibile dal latino come “il contenitore che raccoglie tutto”) è occupata da The Dripping Tap: un inno ambientalista di stampo psichedelico di ben 18 minuti, in cui tutta la band dà il meglio e che è, a tutti gli effetti, uno dei migliori brani mai scritti dai King Gizzard & The Lizard Wizard. Il CD però, come già detto, non segue la traiettoria tracciata da The Dripping Tap: se è vero che le seguenti, ottime Magenta Mountain e Kepler-22b sono psichedeliche al punto giusto, abbiamo poi un potente pezzo thrash metal come Gaia e, da lì in poi, suona una sorta di liberi tutti per gli australiani.

I brani migliori sono le già citate The Dripping Tap e Magenta Mountain, buone anche Kepler-22b e Presumptuous, mentre deludono The Garden Goblin e Blame It On The Weather. In molte canzoni fanno capolino le istanze ambientaliste tipiche del complesso aussie, ad esempio Evilest Man se la prende con l’australiano che maggiormente inquina il mondo, vale a dire Rupert Murdoch. Invece Ambergris è narrata dalla prospettiva di una balena che preferisce essere arpionata piuttosto che nuotare negli oceani inquinati che la circondano.

In generale, il gruppo australiano ha chiaramente fatto piazza pulita dei propri archivi con “Omnium Gatherum”, che resta quindi una summa di quanto i King Gizzard & The Lizard Wizard sanno fare meglio: rock and roll senza freni, sperimentando qualsiasi ritmo e sound di loro gusto. Non staremo parlando di altri album doppi che hanno fatto la storia della musica come “London Calling” oppure “Sign O’ The Times”, ma “Omnium Gatherum” resta uno dei migliori LP rock del 2022.

Voto finale: 8.

Let’s Eat Grandma, “Two Ribbons”

two ribbons

Giunte al terzo album, le due cantautrici inglesi Jenny Hollingworth e Rosa Walton, in arte Let’s Eat Grandma, mantengono lo stile pop alternativo che contraddistingueva “I’m All Ears” (2018), l’album che aveva messo la band sulla bocca di molti. Non tutto funziona a meraviglia, ma la maturità con cui Hollingworth e Walton affrontano temi difficili come la morte prematura di una persona cara e le prime crepe nella loro amicizia ne fa consigliare l’ascolto.

Il primo fatto che balza all’occhio è la concisione del CD: dieci brani, di cui due intermezzi, per 38 minuti complessivi, potrebbero essere considerati da molti fan delle Let’s Eat Grandma non abbastanza, dopo ben quattro anni di assenza. Tuttavia, la coesione del lavoro e la bellezza di pezzi come Hall Of Mirrors e la frizzante Happy New Year sono punti a favore di “Two Ribbons”.

Dicevamo che il lavoro affronta tematiche delicate: Jenny Hollingworth ha visto morire il giovanissimo fidanzato a causa di una rara forma di tumore. Inoltre, Jenny e Rosa si sono progressivamente allontanate durante il tour a supporto del precedente CD “I’m All Ears” e hanno composto le canzoni individualmente per la prima volta nella loro carriera. Non parliamo quindi di un “ordinary pain”, come viene cantato amaramente in Insect Loop; altrove abbiamo immagini di pioggia che cade mentre si è in sala d’attesa all’aeroporto (Hall Of Mirrors) e viaggi lunghi ed epici, coronati dalla spiacevole sensazione di non stare bene con il compagno di viaggio (Sunday).

In conclusione, “Two Ribbons” è un CD importante nella carriera delle Let’s Eat Grandma: Jenny Hollingworth e Rosa Walton sono ormai mature, ma hanno passato delle cose che le hanno radicalmente cambiate, tanto da mettere a rischio il futuro della band. Vedremo i prossimi anni dove le condurranno; di certo questo non è un cattivo lavoro. Forse è inferiore a “I’m All Ears”, ma il talento di Jenny e Rosa è indiscutibile.

Voto finale: 7,5.

Yaya Bey, “Remember Your North Star”

remember your north star

Il nuovo disco dell’artista originaria di Brooklyn espande ulteriormente un’estetica che già si era ben delineata nel precedente “Madison Tapes” (2020) e nell’EP “The Things I Can’t Take With Me” (2021). R&B, soul e reggae si mescolano abilmente nel corso di “Remember Your North Star”, che nei suoi momenti migliori è davvero riuscito; purtroppo, alcuni problemi di sequenziamento lo rendono imperfetto.

Il CD, infatti, si articola in 34 minuti distribuiti su ben 18 canzoni, almeno formalmente; in realtà, molte di queste sono solamente dei bozzetti, che non raggiungono nemmeno un minuto di lunghezza. È questo il caso di libation, it was just a dance, uh uh nxgga, i’m certain she’s there ed either way. Se poi aggiungiamo un altro paio di brani che a malapena superano i 60 secondi, capiamo che la struttura del lavoro è davvero frammentata.

Questo è l’unico vero problema di un LP, per altri versi, davvero buono: pezzi come keisha e reprise sono davvero di alto livello e fanno capire il grande potenziale di Yaya Bey. Menzione anche per nobody knows.

Anche testualmente, inoltre, “Remember Your North Star” contiene molti versi davvero evocativi: “I am the daughter of a girl who could go missing for seven years, thirty-one years… And the world wouldn’t skip a beat” (i’m certain she’s there) è forse il più toccante, mentre “I done worked my whole life and I still ain’t rich” (nobody knows) contiene una denuncia del sistema capitalista. Altrove troviamo poi riferimenti piuttosto espliciti al sesso, a testimonianza di una varietà di stili e registri che rende il CD curioso e sempre coinvolgente.

In conclusione, le poche tracce davvero compiute di “Remember Your North Star” rendono manifesto il talento compositivo di Yaya Bey. Peccato, come già accennato, per la struttura davvero dispersiva del lavoro, ma ad A-Rock siamo convinti che davanti alla Nostra si stagli una brillante carriera.

Voto finale: 7,5.

billy woods, “Aethiopes”

Aethiopes

Il nuovo disco del rapper newyorkese è un CD difficile, fatto di beat duri e ben poco commerciali; billy woods si conferma, tuttavia, uno dei migliori della scena hip hop più sperimentale. Aiutato dalla produzione precisa di Preservation e da ospiti di livello assoluto come El-P (metà dei Run The Jewels) e Boldy James, riesce a confezionare un lavoro breve e, proprio per questo, privo del filler che spesso troviamo in album ben più mainstream.

Molti conosceranno billy woods come metà del progetto Armand Hammer, assieme ad E L U C I D. woods però ha alle spalle una carriera di rilievo, soprattutto per la scena sperimentale dell’hip hop, grazie a lavori diventati cult come “History Will Absolve Me” (2012). I suoi testi hanno sempre un retrogusto amaro, fatto di proclami politici ma anche analisi sociale. Cose non nuove nello scenario hip hop statunitense, ma narrate con onestà e senza lasciare nulla di poco chiaro: anche i dettagli più crudi non vengono tralasciati nelle sue canzoni.

Musicalmente, invece, come già accennato il CD è un buon lavoro di hip hop astratto e sperimentale: le basi alternano jazz (Haarlem) con momenti più introspettivi e raccolti (Asylum). Soprattutto la prima parte risulta dura da assimilare, anche dopo ripetuti ascolti; invece, da Christine in poi abbiamo pezzi più accessibili. I migliori sono Wharves, Protoevangelium e Smith + Cross, mentre deludono No Hard Feelings e The Doldrums, entrambe caratterizzate da basi un po’ monotone.

In generale, billy woods è un nome non per tutti. Non siamo di fronte a un LP facile, anzi vale il contrario; tuttavia, “Aethiopes” un ascolto lo merita. Aspettiamo con impazienza, ad ogni modo, la prossima prova degli Armand Hammer, che ci hanno regalato i migliori momenti recenti a firma billy woods.

Voto finale: 7,5.

Recap: giugno 2022

Anche giugno è terminato. Un mese caratterizzato da uscite di peso, con i nuovi lavori di Angel Olsen e Drake in copertina. Inoltre, A-Rock dà spazio ai nuovi CD dei Foals, Perfume Genius e Soccer Mommy. Infine, abbiamo recensito i nuovi dischi di Bartees Strange e Regina Spektor. Buona lettura!

Perfume Genius, “Ugly Season”

ugly season

Il sesto album del musicista americano è una radicale reinvenzione della sua estetica. L’art pop che contraddistingueva i suoi dischi più rilevanti, da “Put Your Back N 2 It” (2012) a “Set My Heart On Fire Immediately” (2020), lascia il posto ad un intricato mix di musica sperimentale e neoclassica, che porta Perfume Genius su territori ignoti. I risultati tuttavia sono, come al solito, magnifici.

Ascoltare per la prima volta “Ugly Season” può essere un’esperienza catartica, straniante ma allo stesso tempo rilassante: il basso pulsante di Herem contrasta con lo sperimentalismo dell’introduttiva Just A Room; il ritmo quasi dance della magnifica Eye In The Wall fa da contraltare al clangore di un pezzo coraggioso come Hellbent. Se in passato Mike Hadreas era inquadrabile come artista pop a tutto tondo, pur con un’indole avanguardista, questo CD dà libero sfogo alla sua creatività.

Anche liricamente il lavoro ricalca il tema della reinvenzione, soprattutto dopo anni difficili come quelli che stiamo passando. In Hellbent ritorna il personaggio di Jason, protagonista dell’omonima traccia di “Set My Heart On Fire Immediately”, e Mike canta: “If I make it to Jason’s and put on a show, maybe he’ll soften and give me a loan”. Altrove emerge il tema dell’incertezza (“No pattern” sono le prime parole di Just A Room). In generale, le liriche di Perfume Genius sono molto meno dirette che nel recente passato, dove non si faceva problemi a descrivere la sua infanzia, tragicamente segnata dal nonno violento, o gli atti di bullismo di cui era stato vittima in passato a causa della sua omosessualità.

In generale, “Ugly Season” può essere paragonato a CD estremi per le discografie di certi artisti, come “Kid A” per i Radiohead e “Spirit Of Eden” per i Talk Talk. Vedremo in futuro se questo CD avrà lo stesso potentissimo impatto, di certo possiamo dire che Perfume Genius ha dimostrato una volta di più il suo sconfinato talento.

Voto finale: 8,5.

Soccer Mommy, “Sometimes, Forever”

sometimes forever

Il terzo album della talentuosa Sophie Allison, in arte Soccer Mommy, introduce delle gustose novità nel suo sound, grazie anche alla produzione di Daniel Lopatin (Oneohtrix Point Never). Il risultato è un ottimo CD indie rock, con occasionali esperimenti che guardano al trip hop (Unholy Affliction) e allo shoegaze (Don’t Ask Me).

Della “new wave” di autrici che stanno rivoluzionando il mondo indie (basti citare Phoebe Bridgers, Lucy Dacus e Julien Baker), Allison è la più grunge: prova ne sia “Clean” (2018), l’album che la fece conoscere al mondo. Invece “color theory” (2020) aveva virato verso atmosfere più soffuse, mantenendo però il candore dei testi che l’hanno resa fin da subito riconoscibile. “Sometimes, Forever” contribuisce, come già detto, ad ampliare ulteriormente la palette sonora di Soccer Mommy: Darkness Forever, ad esempio, difficilmente sarebbe entrata in un suo lavoro precedente.

A proposito di testi, Still contiene alcune delle liriche più toccanti mai scritte da Allison: “I lost myself to a dream I had… But I miss feeling like a person”. Altro verso molto malinconico è “I’m barely a person, mechanically working”, contenuto in Unholy Affliction. Altrove invece emerge l’aspetto più speranzoso dell’animo di Sophie: “Whenever you want me, I’ll be around… I’m a bullet in a shotgun waiting to sound” (Shotgun).

I migliori brani sono l’iniziale Bones, davvero travolgente; il singolo di lancio Shotgun, ottimo pezzo indie rock; e Don’t Ask Me, potente pezzo shoegaze che ricorda i My Bloody Valentine. Invece inferiore alla media Fire In The Driveway. In generale, Sophie Allison conferma quanto di buono si scrive di lei da anni: Soccer Mommy è ormai un progetto caposaldo del mondo indie contemporaneo e “Sometimes, Forever” è uno dei migliori CD rock del 2022.

Voto finale: 8,5.

Angel Olsen, “Big Time”

big time

Il nuovo album, il sesto della cantautrice americana, nasce dalla tragedia e da fatti strettamente personali che hanno sconvolto la sua vita. Nel corso del 2021, Angel ha confessato la sua omosessualità, prima agli amici poi ai genitori e infine al pubblico. Poco dopo, il padre è deceduto e poche settimane dopo, tragicamente, anche sua madre è morta. Il periodo davvero difficile vissuto recentemente da Olsen trova ovviamente spazio in “Big Time”, ma i ritmi tendenzialmente country e sereni aiutano il CD, tanto da non farlo risultare eccessivamente pesante.

L’ultimo LP vero e proprio a firma Angel Olsen è “All Mirrors” del 2019, contando che “Whole New Mess” (2020) era una sorta di remix del precedente lavoro. Inoltre, Olsen nel 2021 aveva pubblicato la breve raccolta di cover “Aisles”. “Big Time” si distacca però da tutti questi lavori: più cantautorale, meno barocco, più country e meno ispirato agli anni ’80. In generale, possiamo dire che la nuova direzione artistica intrapresa dalla Nostra è convincente in molte parti del presente lavoro.

L’inizio del CD è molto promettente: All The Good Times e la title track sono tra i migliori brani del disco. Dream Thing invece, con le sue cadenze dream pop, quasi rievoca Intern, uno dei pezzi migliori di “My Woman” (2016). Altrove abbiamo pezzi più raccolti (All The Flowers) così come rimandi al rock à la Lucy Dacus (Right Now), in generale i dieci brani del CD sono coesi e fanno di “Big Time” un’altra ottima aggiunta ad una discografia davvero di spessore. Solo Ghost On è leggermente sotto la media.

Liricamente, come anticipato, “Big Time” tocca molti dei temi che hanno reso la vita di Angel Olsen davvero difficile negli ultimi tempi. In Ghost On pare rivolgersi a sé stessa: “I don’t know if you can take such a good thing coming to you, I don’t know if you can love someone stronger than you’re used to”. Il tema di una relazione finita male compare anche in All The Good Times: “So long, farewell, this is the end” canta infatti Angel. Ma è This Is How It Works che contiene i versi più sinceri: “I’m barely hanging on… It’s a hard time again”.

In generale, come già accennato, “Big Time” continua la striscia di ottimi LP a firma Angel Olsen, in una produzione sempre più variegata e brillante. Non sarà forse il suo miglior lavoro, ma per molti sarebbe un highlight di un’intera carriera.

Voto finale: 8.

Regina Spektor, “Home, Before And After”

home before and after

Il nuovo album della cantautrice di origine russa trapiantata in America, il primo in sei anni, trova una Regina Spektor in ottima forma: sia vocalmente, sia creativamente, Regina è davvero ispirata, tanto da fare di “Home, Before And After” uno dei migliori suoi CD, forse il più riuscito dai tempi di “Begin To Hope” (2006).

Spektor ha deciso di accontentare i suoi fan di più lunga data durante le registrazioni di “Home, Before And After”: basti pensare che alcune canzoni della tracklist, da Becoming All Alone a Loveology passando per Raindrops, sono state condivise dal vivo in concerti del passato divenuti leggendari per il suo pubblico. Accanto a questi brani “storici”, troviamo esperimenti interessanti come Up The Mountain e altri brani più convenzionali, come SugarMan, che fanno del CD un insieme alquanto variegato.

I risultati sono generalmente buoni: vi sono highlight chiari come la già citata Becoming All Alone, in cui Regina si immagina di bere una birra con Dio in persona. Abbiamo poi Up The Mountain, quasi R&B, che fa lievitare il livello medio della prima parte del lavoro. La perla vera del CD è però l’epica e lunghissima Spacetime Fairytale, ben nove minuti di meditazione sul significato dello spazio e del tempo, in salsa prog. Inferiori alla media invece SugarMan e Raindrops, troppo prevedibili. Menzione finale per la strampalata Loveology, in cui Spektor inventa letteralmente parole per farle rimare con il titolo del brano!

In conclusione, “Home, Before And After” è un buon LP da parte di una talentuosa cantautrice. Regina Spektor, al pari di Fiona Apple e PJ Harvey, ha fatto del periodo tra fine anni ’90 del XX secolo e anni ’00 del XXI un periodo florido per il cantautorato femminile. Solo in questi ultimi anni le donne stanno finalmente tornando ad affermarsi sulla scena rock: una parte del merito, neanche troppo piccola, è di Regina Spektor.

Voto finale: 7,5.

Bartees Strange, “Farm To Table”

farm to table

Il nome di Bartees Strange è sul taccuino dei critici musicali da qualche anno ormai: nel 2020 il suo esordio “Live Forever” aveva stupito per la sua capacità di unire indie rock, versi rap e momenti più folk. Non tutto era perfetto, ma Bartees Cox Jr. (questo il vero nome dell’artista americano) dimostrava un talento fuori dal comune. “Farm To Table” è un degno erede di “Live Forever”: riducendo il numero dei generi affrontati, suona più organico e coeso, con risultati spesso notevoli.

Le prime due tracce del CD farebbero pensare ad un capolavoro annunciato: Heavy Heart è un pezzo indie quasi perfetto, con strumentazione coinvolgente e la bella voce di Bartees al meglio. Buonissima poi Mulholland Dr., quasi emo come cadenze. Il problema è che la parte centrale del lavoro non mantiene queste anticipazioni: sia We Were Only Close For Like Two Weeks che Tours sono ben sotto la media. Invece buona la chiusura di Hennessy.

Liricamente, invece, il cantautore americano mantiene il candore e l’onestà del suo esordio: in Black Gold descrive, suscitando simpatia, la sensazione di smarrimento che lo ha pervaso all’arrivo a Washington, lui che è originario dell’Oklahoma: “Now it’s big city lights for a country mouse”. In Cosigns invece abbiamo una prova della sua continua ambizione e voglia di crescere come standing: “How to be full, it’s the hardest to know… I keep consuming, I can’t give it up, hungry as ever, it’s never enough”. Infine, Hold The Line è dedicate alla figlia di George Floyd, l’afroamericano tragicamente ucciso da un poliziotto, che gli ha puntato il ginocchio sul collo fino a strozzarlo.

In generale, i 34 minuti di “Farm To Table” scorrono bene: pur non potendo parlare di un vero e proprio manifesto artistico, Bartees Strange ha confermato con questo LP quanto di buono si diceva di lui. Siamo davvero impazienti di vedere se il prossimo suo CD sarà quel capolavoro che pare avere nel taschino.

Voto finale: 7,5.

Foals, “Life Is Yours”

life is yours

Il settimo album dei Foals è allo stesso tempo una prosecuzione dello stile più dance e leggero accennato nel precedente doppio album “Everything Not Saved Will Be Lost” (2018), soprattutto la parte 1, e il CD più coeso del gruppo britannico. Tuttavia, la magia dei migliori LP del gruppo, “Total Life Forever” (2010) e “Holy Fire” (2013), è lontana.

“Life Is Yours” era stato sponsorizzato dalla band, ora ridotta ad un trio dopo l’abbandono da parte del tastierista Edwin Congreave, come un disco estivo e libero dalle ansie legate al Covid. Intento esaudito: i Foals suonano molto più vicini ai Duran Duran che al math rock delle origini. Alcuni storceranno il naso, ma è la naturale evoluzione di un gruppo sempre più mainstream, anche se, va detto, mai prono alle tendenze del mercato.

In alcuni brani i risultati sono apprezzabili, si ascoltino ad esempio Crest Of The Wave e Wild Green. Altre volte, invece, le canzoni suonano derivative, quasi come delle b-side dei momenti migliori del passato del gruppo: ne è un chiaro esempio The Sound.

In generale, “Life Is Yours” è un lavoro minore dei Foals: Yannis Philippakis e compagni hanno voluto comporre un CD tanto coeso quanto divertente, ma il livello delle canzoni non è pari ai lavori migliori del gruppo inglese. La direzione dance, tuttavia, non è di per sé sbagliata: vedremo in futuro se i Foals riusciranno a trarne il meglio.

Voto finale: 7.

Drake, “Honestly, Nevermind”

honestly nevermind

Il nuovo disco della popstar canadese tenta, finalmente, di cambiare le carte in tavola di un’estetica da troppo tempo bloccata sui binari ben noti del pop-rap, con parziali inflessioni trap. I risultati? Non buoni purtroppo, segno di un Drake tremendamente affaticato.

Una cosa colpisce subito di “Honestly, Nevermind”: è come se Drake avesse provato a ricreare Passionfruit per 14 volte e 52 minuti di durata complessiva. L’esito di questo esperimento non è soddisfacente, ma se non altro denota un Drake voglioso di tornare protagonista anche sul lato creativo.

Se fino a “Certified Lover Boy” (2021) avevamo dei CD a firma Drake sovraccarichi, lunghi ma pieni di ospiti di spessore e sample spesso irresistibili, “Honestly, Nevermind” va molto all’essenziale, un po’ come “If You’re Reading This It’s Too Late” (2015). Il fatto, poi, che ormai per lui rappare sia più un passatempo che la principale caratteristica della sua estetica rende quei pochi brani carichi di rime, come Sticky, degli eventi.

La cosa che più sorprende in negativo di questo LP, che lo distingue dal passato della produzione del Nostro, è che sono poche le canzoni davvero memorabili: “Honestly, Nevermind” pare più una playlist da ascoltare di sottofondo in spiaggia che un insieme articolato e coerente. Se “More Life” (2017) almeno era un prodotto vivo e creativamente notevole nei suoi momenti migliori, questo CD invece suona per lo più piatto.

La parte più interessante del disco è quella centrale, in particolare il duo formato da Sticky e Massive, che sposano bene rap e house. Da menzionare poi la collaborazione con 21 Savage, Jimmy Cooks, che chiude il lavoro. Invece molto deboli Falling Back, Liability e Calling My Name.

In conclusione, “Honestly, Nevermind” segna allo stesso tempo un passo avanti e uno indietro per Drake: se da un lato lo vediamo più aperto a sperimentare con generi disparati come house, dance e ritmi africaneggianti, dall’altro la qualità delle canzoni continua a latitare. L’artista capace di comporre LP riusciti come “Take Care” (2011) e “Nothing Was The Same” (2013) tornerà mai a quei livelli?

Voto finale: 5.

Il ritorno di Kendrick Lamar è imperdibile

Kendrick Lamar.

Quando uno dei maggiori rapper degli ultimi dieci anni, se non forse il migliore di tutti, pubblica un nuovo lavoro, è normale che tutto ruoti attorno a lui. Basti dire che quello stesso venerdì erano stati pubblicati i nuovi CD di artisti come Florence + The Machine, The Black Keys e The Smile… ma tutti o quasi ci siamo orientati da K-Dot.

Cinque anni sono trascorsi dall’ultimo lavoro di Kendrick Lamar: “DAMN.” usciva infatti nel 2017 e consegnava al Nostro, oltre che il primo posto nelle classifiche di vendita e in quelle di qualità di numerose riviste specializzate, nientemeno che il Premio Pulitzer, prima volta di sempre per un rapper! È chiaro che stiamo parlando di un artista speciale e “Mr. Morale & The Big Steppers” certamente non intacca l’eredità che Kendrick Lamar lascerà ai posteri… ma è davvero il capolavoro di cui molti parlano?

I 73 minuti di durata fanno pensare ad un doppio album molto denso e di difficile assimilazione, circostanze entrambe confermate, malgrado vi siano momenti più gradevoli musicalmente, si senta la trap di N95 ad esempio. Va ricordato poi che “To Pimp A Butterfly” (2015), il capolavoro indiscusso ad oggi di Lamar, durava qualche minuto in più ma è catalogato come un unico CD… in questo caso, peraltro, la divisione è presente già nel titolo, tanto che viene da chiedersi: ma chi è questo Mr. Morale? È un dubbio che non viene mai chiarito definitivamente nel corso del lavoro: uno psicoterapeuta, la compagna di Kendrick, lui stesso… le interpretazioni si sprecano, ma di nessuna possiamo essere certi. Una cosa è però sicura: se in passato Kendrick Lamar è stato elogiato per la sua incredibile capacità di narrare, quasi come se fossimo in un film, la vita nella periferia di Compton (“good kid, m.A.A.d. city” del 2012) e il razzismo prevalente in certi settori d’America (“To Pimp A Butterfly”), adesso l’attenzione è tutta per sé stesso.

Aiutato da ospiti di spessore, tra cui menzioniamo Sampha, il controverso Kodak Black e Ghostface Killah, Lamar scava come mai in precedenza nei suoi demoni, uscendosene a volte con opinioni forti per non dire “rischiose”: non ci scordiamo che siamo nel tempo del #MeToo e dell’inclusione, pertanto alcune frasi di Auntie Diaries, in cui si narra la storia di due suoi parenti omosessuali e alle prese con la transizione verso l’altro sesso, oppure della durissima We Cry Together potrebbero essere valutate in maniera diversa a seconda dell’audience. In generale, tuttavia, la volontà di mettersi a nudo in modo così esplicito rende “Mr. Morale & The Big Steppers” un CD irrinunciabile per i fan del rapper californiano.

Musicalmente, il disco è molto complesso, variegato: passiamo dalla ritmica stramba e fuori sincro dell’iniziale United In Grief alla trap di N95, per poi toccare l’R&B in Father Time e il pop rap in Rich Spirit. Il brano che svetta su tutti è la delicata e straziante Mother I Sober, che conta la collaborazione di Beth Gibbons, cantante dei Portishead: il pezzo, dedicato alla madre di Lamar, racconta l’abuso sessuale da lei subito quando il Nostro era ancora un ragazzo e la sua disperata reazione. Evoca inoltre l’immagine della nonna di Kendrick, che lui si immagina così: “My mother’s mother followed me for years in her afterlife, starin’ at me on back of some buses, I wake up at night”. Il pezzo regge praticamente da solo la parte finale del CD e lancia magnificamente Mirror, che chiude il lavoro.

Con il supporto di produttori di spessore, tra cui annoveriamo Pharrell Williams, The Alchemist e Baby Keem, Kendrick ha pubblicato probabilmente il più complesso LP della sua carriera. Non sempre il livello è pari a quanto anticipato da The Heart Pt. 5, che aveva generato aspettative davvero altissime. Tuttavia, Kendrick Lamar ha creato un altro capitolo imperdibile in una carriera ormai leggendaria. Se parliamo di “GOAT” (Greatest Of All Time) in ambito rap, il suo nome non può essere escluso.

Voto finale: 8.

Recap: aprile 2022

Aprile è stato davvero un mese ricchissimo di uscite imperdibili, in ogni genere: hip hop, rock, dream pop… A-Rock ha recensito i nuovi lavori di Jack White, Red Hot Chili Peppers, Father John Misty e Vince Staples. Come se non bastasse, abbiamo analizzato anche il ritorno di Kurt Vile, dei Fontaines D.C. e degli Spiritualized. Come dimenticare poi la pubblicazione del nuovo lavoro di Pusha T, il secondo CD dell’australiana Hatchie e il ritorno dei Bloc Party? Buona lettura!

Fontaines D.C., “Skinty Fia”

skinty fia

Giunti al terzo album in soli quattro anni, gli irlandesi Fontaines D.C. sono ormai un punto fermo della scena post-punk d’Oltremanica. Tuttavia, “Skinty Fia” (che si può tradurre con “la maledizione del cervo”) innova il sound del gruppo: accenni di rock gotico ispirato ai Cure (Bloomsday), così come di shoegaze (Big Shot), rendono il CD davvero vario, pur rispettando l’estetica austera della band.

Il titolo del lavoro è diretta espressione dei temi che stanno al cuore di “Skinty Fia”: quattro membri sui cinque del gruppo sono ormai stabili a Londra e il passaggio dalla madrepatria all’Inghilterra è stato traumatico, spingendoli a descrivere questa sensazione di spaesamento. Esemplare In ár gCroíthe go deo, traducibile con “per sempre nei nostri cuori”, che prende spunto da una frase che una donna irlandese trapiantata a Coventry, in UK, voleva fosse scritta sulla sua tomba. La Chiesa d’Inghilterra, tuttavia, si oppose, tanto da arrivare ad un processo che si concluse nel 2021 a favore della famiglia della donna.

In molte canzoni, così come nel tono generale del CD, i Fontaines D.C. danno sfogo a questa vena malinconica, ma non per questo “Skinty Fia” suona uniformemente grigio; anzi, possiamo dire che, rispetto a “Dogrel” (2019) e “A Hero’s Death” (2020), siamo di fronte ad un prodotto innovativo. Oltre alle già citate Big Shot e Bloomsday, abbiamo infatti anche The Couple Across The Way, che sembra una tipica canzone popolare, interamente cantata a cappella dal frontman Grian Chatten, accompagnato solo dalla fisarmonica. La canzone contiene inoltre uno dei versi più belli dell’intero LP: “Across the way moved in a pair with passion in its prime… Maybe they look through to us and hope that’s them in time”. Abbiamo infine un pezzo quasi ballabile: la title track, che assieme a I Love You e Roman Holiday rappresenta il terzetto di canzoni-manifesto del lavoro. Sotto la media solo How Cold Love Is, ma si sposa bene in ogni caso col mood complessivo di “Skinty Fia”.

In conclusione, “Skinty Fia” è un’altra aggiunta di grande valore ad una discografia sempre più valida. Chatten e compagni stanno riscrivendo le regole del post-punk, aiutando a tornare popolare un genere che pareva morto e sepolto da decenni. Che lo facciano cercando anche di sperimentare (con più che discreti tentativ), è un risultato magnifico. “Skinty Fia” è il loro miglior lavoro? Difficile dirlo, c’è chi preferirà la spontaneità di “Dogrel” oppure la perfezione stilistica di “A Hero’s Death”, ma certamente questo CD non intacca l’eredità della band irlandese.

Voto finale: 8,5.

Jack White, “Fear Of The Dawn”

Fear of the-Dawn

Il nuovo CD di Jack White, il primo dei due annunciati per il 2022, riprende là dove ci eravamo lasciati quattro anni fa con “Boarding House Reach”: rock sperimentale, davvero strano a tratti; copertina impostata sui tre colori bianco-nero-blu; zero coerenza tra una canzone e l’altra della tracklist. Non siamo di fronte ad un LP perfetto, ma l’ex leader dei White Stripes pare davvero divertirsi; e noi con lui.

Un tempo considerato il più “purista” tra i rocker emersi a cavallo tra XX e XXI secolo, White negli ultimi anni ha in realtà decisamente ampliato il proprio ventaglio di soluzioni: se il primo disco solista “Blunderbuss” (2012) era decisamente inserito nel blues rock che aveva fatto la fortuna di Jack in passato, già in “Lazaretto” (2014) si erano cominciate ad intravedere delle canzoni innovative. “Boarding House Reach”, da questo punto di vista, è stato il big bang: molti fan della prima ora lo schifano, mentre i più aperti alle novità ne apprezzano la radicalità, pur con qualche errore (ricordiamo la debole Connected By Love).

“Fear Of The Dawn” si apre con due dei pezzi migliori della produzione recente di Jack White: Taking Me Back e la title track sono potentissime, quasi Black Sabbath nei momenti più duri. La chitarra del rocker di Detroit strilla come ai bei tempi e la voce è a fuoco: insomma, due ottime canzoni. Altrove abbiamo esperimenti più o meno riusciti, come Hi-De-Ho (con tanto di verso rap di Q-Tip degli A Tribe Called Quest), la sghemba Into The Twilight ed Eosophobia, addirittura divisa in due suite. Invece in What’s The Trick? ritorna il White prepotente delle prime due tracce.

In conclusione, tolto l’evitabile intermezzo Dust, “Fear Of The Dawn” è il miglior CD a firma Jack White dal lontano “Blunderbuss”: avventuroso, ambizioso, a volte troppo ricercato ma mai prevedibile o monotono. Se “Boarding House Reach” poteva sembrare un divertissement una tantum, “Fear Of The Dawn” ribadisce che White è ormai un rocker a tutto tondo, non più imprigionabile nel ruolo del tradizionalista del blues e del rock.

Voto finale: 8.

Father John Misty, “Chloë And The Next 20th Century”

chloe and the next 20th century

Il quinto CD di Josh Tillman firmato con il nome d’arte di Father John Misty è una reinvenzione radicale: il cantautore folk rock sbruffone e logorroico che abbiamo imparato a conoscere e amare (oppure disprezzare) negli scorsi anni in CD come “I Love You, Honeybear” (2015) e “Pure Comedy” (2017) lascia il posto ad un narratore che fa degli anni ’50 il suo riferimento. Siamo in piena atmosfera golden age hollywoodiana: big band, swing e jazz sono i tre generi che, inaspettatamente, spesso affiorano nel corso di “Chloë And The Next 20th Century”, si senta Chloë a riguardo per un assaggio.

Ci eravamo lasciati con “God’s Favourite Customer” (2018), un CD più semplice del passato e pensavamo che la parabola di FJM sarebbe proseguita sulla stessa traiettoria; invece, “Chloë And The Next 20th Century” apre prospettiva nuovissime per Tillman. Già il titolo è un tuffo nel passato: cosa intende Tillman con la menzione del ventesimo secolo? In realtà, studiando attentamente i testi e immergendosi nelle atmosfere oniriche del CD, il riferimento è più chiaro. Il futuro, secondo Father John Misty, non esiste; o meglio, meglio non pensarci, visto il drammatico momento storico che stiamo vivendo… quasi come se fossimo ancora nel XX secolo, quello delle due guerre mondiali e di svariate altre tragedie.

La Chloë citata spesso nel corso del lavoro è, in fondo, solo uno dei tanti personaggi dissoluti che abitano le undici canzoni che formano “Chloë And The Next 20th Century”: una starlet del mondo cinematografico, il cui partner precedente è tragicamente deceduto. Ben sei morti arrivano nel corso del CD, di cui una, la più toccante, è quella del gatto del narratore, oggetto della bellissima Goodbye Mr Blue.

Se abbiamo highlights come la citata Goodbye Mr Blue, Funny Girl e Q4, non tutto il resto dell’album gira a meraviglia: ad esempio, Kiss Me (I Loved You) e We Could Be Strangers sono inferiori alla media dei componimenti del lavoro. Tuttavia, l’ambizione di Father John Misty, completamente calato in questa nuova surreale atmosfera, rende anche questi momenti in qualche modo memorabili. Menzione, infine, per Olvidado (Otro Momento), il momento bossa nova (!!) che nessuno si aspettava da Josh Tillman.

“Chloë And The Next 20th Century”, in conclusione, è il meno “tillmaniano” degli LP a firma Father John Misty. I risultati non sono perfetti, ma tengono alta la bandiera del cantautorato più ricercato e creano nuovi, inesplorati spazi per la carriera futura di uno dei più talentuosi musicisti americani della sua generazione.

Voto finale: 8.

Pusha T, “It’s Almost Dry”

it's almost dry

Il quarto album solista di Pusha T non aggiunge nulla ad un’estetica ormai ben conosciuta: rime dure, basi potenti, testi molto gangsta rap, ospiti scelti con cura. “It’s Almost Dry”, in questo senso, può essere una delusione per coloro che cercano un disco rap avventuroso e sperimentale; ma, del resto, chi ascolta King Push con queste idee in testa al giorno d’oggi?

Il CD segue “Daytona” (2018), da molti riconosciuto come il miglior lavoro a firma Pusha T dai tempi dei Clipse, il duo formato col fratello No Malice con cui si è fatto conoscere nei primi anni ’00. Le sette canzoni, prodotte da Kanye West, erano tanto dure quanto irresistibili; in questo “It’s Almost Dry” è più variegato, potendo contare anche sulla collaborazione di Pharrell Williams, JAY-Z e Kid Cudi tra gli altri, oltre all’amico Kanye.

I risultati, pur leggermente inferiori, sono comunque buoni e paragonabili a “Daytona”, specialmente nei momenti migliori: ad esempio la doppietta iniziale formata da Brambleton e Let The Smokers Shine The Coupes, così come Diet Coke e Neck & Wrist, sono tracce di ottima fattura. Invece inferiori alla media Rock N Roll e Scrape It Off, ma complessivamente i 35 minuti di “It’s Almost Dry” scorrono bene e il CD mostra una coesione e una compattezza non facili da trovare in molti lavori hip hop recenti.

Liricamente, prima accennavamo al fatto che Pusha T sa essere tanto sincero quanto feroce nelle sue canzoni: molti ricorderanno il suo diss con Drake, concluso con la stratosferica The Story Of Adidon. Ebbene, in “It’s Almost Dry” il bersaglio del Nostro è l’ex manager dei Clipse, Anthony Gonzalez, che è stato condannato a otto anni in carcere per aver gestito un cartello della droga da 20 milioni di dollari. In un’intervista del 2020 Gonzalez dichiarò: “il 95% dei brani dei Clipse parlavano della mia vita”. A tal proposito, il verso più potente è racchiuso in Let The Smokers Shine The Coupes: “If I never sold dope for you, then you’re 95 percent of who?”.

In generale, pertanto, “It’s Almost Dry” è un buon CD hip hop vecchio stampo. Il 44enne Pusha T dimostra ancora una volta la propria, pregiata stoffa: non staremo parlando del suo miglior lavoro, ma certamente questo disco merita almeno un ascolto.

Voto finale: 7,5.

Red Hot Chili Peppers, “Unlimited Love”

unlimited love

Sedici anni dopo “Stadium Arcadium”, John Frusciante è tornato nel gruppo. I Red Hot Chili Peppers, al loro dodicesimo album di inediti, ritornano quasi naturalmente alle atmosfere dei primi anni ’00: i risultati non saranno radicali come ai loro esordi o semi-perfetti come ai tempi di “Californication” (1998), ma “Unlimited Love” migliora i risultati degli ultimi lavori del complesso e allunga, chissà per quanto, la gloriosa storia del gruppo californiano.

Pur troppo lungo di almeno 10-12 minuti, con canzoni evitabili come The Great Apes e One Way Traffic, il CD suona bene, organicamente, nel modo in cui ormai siamo abituati che suoni un disco dei Red Hot Chili Peppers: alternativo ma non troppo, con tre grandi musicisti (il batterista Chad Smith, il bassista Flea e John Frusciante alla chitarra) ad accompagnare i deliri di Anthony Kiedis. In più, vi sono perle pop come Not The One, che ricorda (pur con risultati peggiori) la grande hit Snow (Hey Oh) del 2006.

Il pezzo migliore è il primo singolo utilizzato per promuovere il CD, la brillante Black Summer, ma non trascuriamo Here Ever After e Aquatic Mouth Dance (quest’ultima con testo ai limiti dell’assurdo). Non male anche It’s Only Natural. Invece deludono le già menzionate The Great Apes e One Way Traffic, ma anche Whatchu Thinkin’ non è all’altezza.

L’aspetto lirico di “Unlimited Love” è problematico, ma allo stesso tempo semplice: Frusciante e co. non sono mai stati grandi autori, semplicemente non è di loro interesse. Nel corso delle 17 canzoni che compongono il CD abbiamo: un’invettiva sul traffico (One Way Traffic), la descrizione della cosiddetta “aquatic mouth dance” nell’omonima canzone, Kiedis che intona il seguente verso: “Please, love, can I have a taste? I just wanna lick your face” (She’s A Lover). No, non siamo di fronte a Bob Dylan.

In conclusione, “Unlimited Love” è un LP che piacerà molto a chi è fan (o lo è stato in passato) dei RHCP: i quattro californiani non hanno perso nulla della loro irriverenza e voglia di far ballare il pubblico. Chi si aspettava novità nel sound della band farà meglio a passare la prossima volta: pare che la band abbia già pronta un’altra raccolta di inediti. Di certo possiamo dire che “Unlimited Love” supera in qualità sia “I’m With You” (2011) che “The Getaway” (2016), i due CD incisi con Josh Klinghoffer in mancanza del leggendario John Frusciante. L’assenza di quest’ultimo è stata profondamente avvertita, ma godiamoci questo momento di pace, con la band al completo: potrebbe non durare.

Voto finale: 7,5.

Hatchie, “Giving The World Away”

giving the world away

Il secondo album della giovane cantante dream pop australiana migliora molti aspetti rispetto all’acerbo esordio “Keepsake” del 2019, cercando una maggiore varietà sia nei testi che nell’offerta artistica. Non siamo di fronte ad un capolavoro, ma “Giving The World Away” apre opzioni interessanti per Hatchie.

Avevamo recensito “Keepsake” in un profilo della rubrica Rising, scrivendo che, pur dimostrando del potenziale, Hatchie aveva ancora da percorrere molta strada prima di affermarsi definitivamente. Tre anni dopo, con in mezzo una devastante pandemia, Harriette Pillbeam (questo il vero nome di Hatchie) ha composto un lavoro che non lavora solamente sui noti terreni dream pop e shoegaze, con chiari rimandi agli anni ’90, ma cerca di esplorare anche terreni nuovi come la dance (Quicksand) e il pop zuccheroso da classifica (Take My Hand).

L’inizio è folgorante: Lights On e This Enchanted rappresentano due ottimi brani, pur avendo il primo chiari rimandi al passato e il secondo essendo un pezzo shoegaze probabilmente già composto meglio dagli Slowdive ai tempi di “Souvlaki” (1993). Purtroppo, arrivano poi due episodi molto deboli, le prevedibili Twin e Take My Hand. Un po’ tutto il CD ha queste montagne russe in termini di qualità, circostanza che influenza negativamente i risultati complessivi. Più avanti nella tracklist abbiamo, ad esempio, la monotona title track accostata alla buona The Key.

In termini lirici, se in “Keepsake” eravamo di fronte ad un breakup album piuttosto convenzionale, in “Giving The World Away” emergono le conseguenze che i lockdown pandemici hanno avuto sulla psiche dell’australiana: Pillbeam, infatti, ha addirittura messo in discussione il suo futuro nel mondo della musica. Nel singolo Quicksand, ad esempio, Hatchie dichiara sconsolata: “I used to think that this was something I could die for. I hate admitting to myself that I was never sure”. In The Key sentiamo invece: “Lost sight of who I’m supposed to be, but within the chaos I can see I’m not me”. Sunday Song probabilmente contiene i versi più malinconici: “Sick of waiting for something heaven sent… Can’t you see all that I see in you?”.

In conclusione, “Giving The World Away” mantiene Hatchie nel percorso intrapreso in “Keepsake”, cercando allo stesso tempo di innovare il sound della cantante australiana. Il CD rappresenta sicuramente un progresso e ci fa pensare che il meglio debba ancora venire nella carriera di Harriette Pillbeam.

Voto finale: 7,5.

Spiritualized, “Everything Was Beautiful”

everything was beautiful

Il nuovo disco della band capitanata da Jason Pierce aka J. Spaceman prosegue il percorso nel genere space rock intrapreso fin da inizio carriera, inserendo allo stesso tempo dei rimandi blues innovativi, ma non sempre centrati. I risultati non saranno i migliori di una carriera che ha visto in passato dei capolavori come “Ladies And Gentlemen We Are Floating In Space” (1997), ma dimostrano che siamo di fronte ad una band viva e pronta a sfidare le proprie convenzioni.

“Everything Was Beautiful” segue “And Nothing Hurt” (2018) e completa una celebre frase di Kurt Vonnegut, anche se invertendone le due parti. Il precedente CD era stato annunciato come l’ultimo della band britannica, ma la presenza di “Everything Was Beautiful” non va presa come un mero modo di spremere più denaro dai fan. Anzi, vale il contrario: il pubblico affezionato allo space rock più sognante degli Spiritualized sarà deluso da parentesi molto à la Rolling Stones come Best Thing You Never Had (The D Song), un pezzo puramente blues. Lo stesso dicasi per The A Song (Laid In Your Arms), a dire il vero il momento più debole del lotto.

In generale, comunque, i 44 minuti del lavoro scorrono agilmente e il CD merita più di un ascolto per essere analizzato con la dovuta attenzione. Rispetto a “And Nothing Hurt”, il lavoro è decisamente più vario, ma non migliore: semplicemente, Pierce e compagni stavolta hanno voluto sperimentare, con risultati alterni.

Se infatti Let It Bleed (For Iggy) è buona, delude la già citata The A Song (Laid In Your Arms). Highlight del disco resta l’introduttiva Always Together With You, uno dei migliori brani della produzione recente degli Spiritualized. Buona anche la dolce Crazy.

In conclusione, non tutto di “Everything Was Beautiful” convince appieno, però gli Spiritualized si dimostrano ancora nel pieno delle forze, pur con trent’anni di carriera alle spalle (!). Già questa è una ottima notizia.

Voto finale: 7.

Kurt Vile, “(watch my moves)”

watch my moves

Arrivato quattro anni dopo “Bottle It In”, il nuovo CD del cantautore americano Kurt Vile riprende da dove lo avevamo lasciato: folk rock di qualità, rilassante e mai troppo eccentrico. Gli amanti del cantautorato vecchia maniera troveranno pane per i loro denti; gli altri, beh, magari non lo gradiranno appieno, ma “(watch my moves)” merita almeno un ascolto.

A dire il vero “Bottle It In” (2018) non è l’ultimo lavoro a firma Kurt Vile prima di questo: il breve EP di cover “Speed, Sound, Lonely KV” (2020) era parso un omaggio ai fan durante il lockdown, ma non per questo era da ignorare. “(watch my moves)” è un LP lungo e denso (73 minuti per 15 canzoni complessive), con durate dei brani molto varie, dai due minuti scarsi a oltre sette, senza contare (shiny things), brevissimo intermezzo di 58 secondi. Tuttavia, il mood generale del disco è piuttosto uniforme, un plus ma anche un minus, soprattutto sulla lunga distanza.

Ad ogni modo, Kurt piazza comunque due ottimi brani, Mount Airy Hill (Way Gone) e Jesus On A Wire (che vanta la collaborazione di Cate Le Bon) sono infatti gli highlights assoluti del lavoro. Menzioniamo poi Wages Of Sin, canzone poco conosciuta di Bruce Springsteen la cui cover è presente nella parte finale della tracklist di “(watch my moves)”. Invece l’iniziale Goin On A Plane Today e Kurt Runner sono un po’ monotone, ma sono da mettere in conto in un album di Vile, così come i testi surreali.

A questo proposito, menzioniamo i due versi più significativi: “Thoughts become pictures become movies in my mind, welcome to the KV horror drive in movie marathon… But I’m just kidding and I’m just playing” (Like Exploding Stones); “Even if I’m wrong, gonna sing-a-my song till the ass crack o’ dawn… And it’s probably gonna be another long song” (Fo Sho). Non è mai chiaro se prendere seriamente o meno le dichiarazioni del Nostro, ma la sua sottile ironia mischiata con le acute osservazioni sul presente lo rendono un narratore magari inaffidabile, ma godibile.

In conclusione, “(watch my moves)” non aggiunge nulla di significativo ad una discografia che si conferma solida: magari non saremo ai livelli degli ottimi CD dei primi anni ’10 “Smoke Ring For My Halo” (2011) e “Wakin’ On A Pretty Daze” (2013), ma anche quest’ultimo disco non lascerà l’amaro in bocca ai fan di Kurt Vile. Se cercate innovazione o rock sperimentale, passate oltre.

Voto finale: 7.

Vince Staples, “RAMONA PARK BROKE MY HEART”

ramona park broke my heart

Il quinto lavoro del rapper californiano è stato composto durante le stesse sessioni che avevano portato a “Vince Staples” del 2021. Le aspettative erano ambivalenti: da un lato, da uno del talento di Staples è sempre lecito aspettarsi un lavoro di qualità. Dall’altro, però, “Vince Staples” era stato visto da molti (compresi noi di A-Rock) come il CD più debole della sua produzione; pertanto, un disco “gemello” non avrebbe aggiunto nulla ad una carriera che pareva in leggera flessione.

“RAMONA PARK BROKE MY HEART” prosegue in parte il percorso intrapreso nel precedente lavoro, ma riesce a migliorarne alcuni aspetti. Ad esempio, la voce annoiata di Vince rimane, quasi come se lui volesse staccarsi dalle storie drammatiche che vengono narrate nel corso delle sedici canzoni che compongono il CD. Allo stesso tempo, però, le basi sono più variegate e vive, rendendo il lavoro complessivamente più gradevole e digeribile. Menzione per i pochi, ma azzeccati ospiti presenti nel corso del lavoro: Mustard, Lil Baby e Ty Dolla $ign contribuiscono a rendere le canzoni in cui sono presenti più imprevedibili, basti citare EAST POINT PRAYER (con Lil Baby) e LEMONADE (con Ty Dolla $ign).

Gli highlights del lavoro sono ROSE STREET e WHEN SPARKS FLY, mentre deludono gli intermezzi NAMELESS e THE SPIRIT OF MONSTER KODY. In generale, “RAMONA PARK BROKE MY HEART” si staglia  come un album con uno sguardo sul passato, soprattutto sulle drammatiche traversie passate dal Nostro nel corso della sua ancora giovane vita. Ad esempio, in WHEN SPARKS FLY Vince dichiara: “I’m ashamed to say I think I hate you now… ‘cause I can’t save you now”. Altrove il tono è meno malinconico, anzi quasi orgoglioso: “It’s handshakes and hugs when I come around” (MAGIC).

Sia chiaro, i tempi gloriosi dell’esordio “Summertime ‘06” (2015) oppure dello sperimentale “Big Fish Theory” (2017) sono purtroppo lontani; tuttavia, “RAMONA PARK BROKE MY HEART” recupera un po’ del mordente che aveva reso il nome Vince Staples uno dei più caldi del panorama hip hop americano nello scorso decennio. Non si tratta di un capolavoro, però speriamo che la ripartenza sia dietro l’angolo per Staples.

Voto finale: 7.

Bloc Party, “Alpha Games”

alpha games

I Bloc Party mancavano dalle scene da ben sei anni: al 2016 risale infatti “Hymns”, il disco che all’epoca definimmo come un deciso cambio di passo, ma nella direzione sbagliata. Mischiando gospel con melodie elettroniche, il CD era un fiasco su più o meno tutta la linea, facendo rimpiangere non solo i tempi del fondamentale “Silent Alarm” (2005), ma anche di “A Weekend In The City” (2007).

“Alpha Games”  ritorna alle sonorità indie rock che hanno fatto la fortuna del gruppo britannico, un po’ quanto tentato da “Four” (2012): anche in questa occasione, tuttavia, l’energia dei tempi migliori non è presente nella maggior parte dei brani. Abbiamo momenti interessanti come l’iniziale Day Drinker, in cui il cantato di Kele Okereke rasenta l’hip hop, oppure la buona Traps. Accanto a questi troviamo però Rough Justice e By Any Means Necessary, che sembrano b-side dei tempi d’oro del gruppo. Peccato poi che Callum Is A Snake, con potente base punk, duri solo due minuti.

Il maggior problema di “Alpha Games” è che pare estratto da un anno a caso tra il 2001 e il 2007: i Bloc Party, malgrado i cambi di formazione avvenuti nel corso degli anni, che hanno portato Gordon Moakes (basso) e Matt Tong (batteria) ad essere rimpiazzati, con perdite, da Justin Harris e Louise Bartle, sono tornati alla fine alle sonorità delle origini, ovviamente con minor impatto e ispirazione.

Pur rappresentando quindi un progresso rispetto ad “Hymns”, “Alpha Games” resta un lavoro mediocre, in cui i Bloc Party si aggrappano a quello che sanno fare meglio (un indie rock sbarazzino e ballabile) con disperazione, forse sapendo che mai torneranno alla miracolosa creatività che ha reso “Silent Alarm” un disco fondamentale degli anni ’00.

Voto finale: 6.

Recap: marzo 2022

Anche marzo è terminato. Un mese interessante musicalmente parlando, che ha visto le nuove uscite di Nilüfer Yanya, Benny The Butcher, The Weather Station e Jenny Hval. Inoltre, abbiamo il primo greatest hits a firma Franz Ferdinand e il nuovo CD delle popstar Charli XCX e ROSALÍA. Infine, abbiamo recensito il ritorno dei Destroyer, del rapper Denzel Curry e di Aldous Harding. Buona lettura!

Destroyer, “LABYRINTHITIS”

LABYRINTHITIS

Il nuovo album dei Destroyer porta Dan Bejar e compagni verso territori nuovi, a tratti post-punk (Tintoretto, It’s For You) e ambient (la title track), senza mai tralasciare le caratteristiche irrinunciabili che rendono unico il progetto canadese. Possiamo dirlo: è il miglior lavoro a firma Destroyer dai tempi del magnifico “Kaputt” del 2011.

Dan Bejar sembrava aver esaurito la parte migliore della sua ispirazione con la pubblicazione di “ken” (2017), ma sia “Have We Met” (2020) che questo “LABYRINTHITIS” sono in realtà highlights di una carriera in continua evoluzione. Brani riusciti come June, It’s In Your Heart Now e Suffer starebbero benissimo nei migliori lavori dei Destroyer e rendono “LABYRINTHITIS” irrinunciabile per gli amanti della band.

Se musicalmente siamo di fronte ad un piccolo capolavoro, dal punto di vista testuale Bejar si conferma imperscrutabile. Già il titolo del lavoro è un mistero: da nessuna parte si fa riferimento alla labirintite, un disturbo che può colpire l’apparato uditivo. Il riferimento al celebre pittore italiano del ‘600 in Tintoretto, It’s For You è forse ancora più misterioso. La band stessa se ne rende conto, tanto che nel corso di June un verso che risuona è: “Fancy language dies and everyone’s happy to see it go”, mentre in Eat The Wine, Drink The Bread (altro titolo piuttosto bizzarro) Bejar proclama: “Everything you just said was better left unsaid”.

In conclusione, “LABYRINTHITIS” è un’ottima aggiunta ad una discografia di sempre maggior rilievo. Se qualcuno poteva pensare che Dan Bejar e compagni fossero ormai nella fase discendente della carriera, questo LP dovrà farli ricredere: giunti al tredicesimo album di inediti, sembra che siamo di fronte all’inizio di una nuova fase nell’estetica della band. Chapeau.

Voto finale: 8,5.

Nilüfer Yanya, “PAINLESS”

painless

“Miss Universe”, l’album d’esordio del 2019 di Nilüfer Yanya, era indubbiamente un buon disco e si era guadagnato uno spazio nella rubrica Rising di A-Rock; tuttavia, non era ancora la dimostrazione piena del talento della cantautrice inglese. “PAINLESS” invece è un CD più realizzato e coeso, che è ad oggi il miglior disco indie rock del 2022.

I 46 minuti di “PAINLESS” scorrono benissimo, tra rimandi ai Radiohead (stabilise, midnight sun) e ad Alanis Morissette (the dealer). Soprattutto nella prima parte, il lavoro è davvero ben costruito; invece pezzi come company e anotherlife sono i più deboli del lotto e fanno finire il CD su un livello compositivo inferiore rispetto alla prima metà, ma complessivamente siamo di fronte ad un ottimo secondo LP.

I testi poi sono un altro tratto interessante del lavoro: Nilüfer Yanya è infatti evocativa, ma mai troppo diretta. Di certo c’è solo il suo malessere: esemplari i versi contenuti in trouble (“Troubled don’t count the ways I’m broken, your troubles won’t count, not once we’ve spoken”) e in shameless (“Spit me out here in the sunlight … Watch me burn, night and day”). Il verso più drammatico è però questo: “Silent leaves, I walked in your forest, but there’s no roots. I am not sure I got this”, in try.

“PAINLESS” è evidentemente un titolo ironico, amaro: tanto più in un mondo tormentato come quello odierno, diviso tra l’interminabile pandemia e una guerra devastante alle porte dell’Europa. Pertanto, pur non essendo certo un disco “difficile”, “PAINLESS” è più profondo della media dei CD indie rock degli ultimi anni, sia musicalmente che liricamente, e fa di Nilüfer Yanya un nome da tenere d’occhio. Se “Miss Universe” poteva apparire agli scettici come un abbaglio, questo LP non passerà inosservato.

Voto finale: 8.

Charli XCX, “CRASH”

crash

“CRASH” viene dopo “how i’m feeling now” (2020), l’album inciso da Charli XCX durante il lockdown pandemico, che ne aveva fatto intravedere il lato più intimo, nascosto in passato dalle melodie pop che ne contraddistinguono l’estetica. “CRASH” è un CD decisamente più ballabile, il primo puramente pop della cantautrice inglese, che è da sempre portavoce dell’hyperpop. I risultati sono generalmente ottimi e fanno presagire un futuro radioso per la Nostra.

I singoli che hanno anticipato la pubblicazione dell’LP hanno dato fin da subito l’idea di una svolta per Charlotte Aitchison: Good Ones è un inno pop pieno di rimpianti per le passate storie d’amore vissute dall’inglese, New Shapes conta sulla collaborazione di Christine And The Queens e Caroline Polachek (ex Chairlift) ed è un highlight immediato del disco. Abbiamo poi Beg For You, in cui Charli duetta con Rina Sawayama, e la più raccolta Every Rule (prodotta da A.G. Cook e Daniel Lopatin), unica vera ballata di “CRASH”. Altrove nel disco abbiamo un ritorno al passato, ad esempio in Constant Repeat (bubblegum bass al suo meglio) e Yuck, quest’ultima non molto convincente.

Se qualcuno pensava che la conclusione dell’accordo stretto in giovane età con la Atlantic spingesse Charli a “sabotare” questo ultimo lavoro, date le parole  dure rivolte dalla Nostra in più occasioni per alcuni atteggiamenti dei manager dell’etichetta vissuti come un abuso nei suoi confronti, il presentimento si è rivelato decisamente sbagliato: il CD è variegato il giusto da non sembrare derivativo, la cura nello scegliere gli ospiti è al solito massima e la qualità media delle canzoni è invidiabile.

“CRASH” ha però un difetto: il livello medio delle composizioni peggiora verso la fine del lavoro (esemplare la prevedibile Used To Know Me), rendendo il risultato leggermente poco bilanciato. Tuttavia, in generale siamo di fronte ad un buonissimo lavoro pop, capace di rievocare gli anni ’80 così come di dare sfogo agli impulsi più sperimentali di Charli XCX. È il suo miglior lavoro? Difficile dirlo, sicuramente merita più di un ascolto.

Voto finale: 8.

Franz Ferdinand, “Hits To The Head”

hits to the head

Le raccolte dei brani migliori di un gruppo sono spesso il momento di fare un bilancio: la carriera ha seguito un percorso lineare o discendente? Gli eventuali avvicendamenti hanno indebolito la qualità delle canzoni? C’è un futuro per l’artista in questione?

I Franz Ferdinand, una delle poche band dei primi anni del nuovo millennio che sia arrivata ad oggi in buona forma, sono passati attraverso addii dolorosi (Paul Thomson e Nick McCarthy) e tentativi di cambi di pelle, non sempre azzeccati. Il saldo di una carriera che dura ormai da 21 anni è comunque più che positivo.

“Hits To The Head”, il primo greatest hits dei Franz Ferdinand, è un’efficace macchina del tempo per riportarci ai primi anni ’00, quando gli scozzesi esplodevano grazie a singoli indimenticabili come Take Me Out e Do You Want To, contenuti in CD ormai classici come l’esordio eponimo del 2004 e “You Could Have It So Much Better” (2005). Abbiamo, in ordine cronologico, anche un discreto spazio concesso ai dischi della mezza età come “Tonight” (2009) e “Right Thoughts, Right Words, Right Action” (2013), con brani come Ulysses e Love Illumination. Invece Always Ascending e Glimpse Of Love sono prese dall’ultima raccolta di inediti, “Always Ascending” del 2018.

Le sorprese sono i nuovi mix di This Fire, Walk Away e The Fallen, oltre ai due inediti Curious e Billy Goodbye: nulla di trascendentale, ma ci fanno capire che c’è ancora carburante nei Franz Ferdinand.

In conclusione, “Hits To The Head” rappresenta un buon modo per i fan più accaniti di tornare alla loro gioventù attraverso brani leggeri ma mai banali, mentre per i neofiti è un’ottima introduzione al sound di una delle band di maggior successo del mondo indie rock degli ultimi due decenni.

Voto finale: 8.

Jenny Hval, “Classic Objects”

classic objects

Il CD dell’artista norvegese rappresenta una gradita novità nella sua estetica. Conosciuta un tempo per le sue composizioni ermetiche, spesso indecifrabili, Jenny Hval si è via via aperta ad influenze art pop, sulla scia di Björk e Kate Bush. Se il precedente LP a suo nome “The Practice Of Love” (2019) aveva solo accennato questa nuova direzione, “Classic Objects” la porta a compimento e si afferma, al momento, come uno dei migliori lavori pop dell’anno.

Le otto tracce dell’album superano tutte i quattro minuti di lunghezza, eccetto Freedom, peraltro il pezzo più debole del lotto. Non per questo, però, i 42 minuti di “Classic Objects” sono monotoni: anzi, pezzi come American Coffee e Cemetery Of Splendour sarebbero brani eccellenti per qualsiasi artista. La vocalità di Jenny, poi, è parte integrante del successo del lavoro.

In generale, liricamente assistiamo invece ad una conferma dei temi cari alla norvegese: la carnalità e l’importanza della sostanza sulla forma (“And I am holding a disco flashlight, it is meant to make the audience feel like multitudes of colors that belong to nobody in particular, that they share between their bodies”, il bel verso di Year Of Love), la ricerca sulla propria condizione interiore (“Who is she who faces her fears?” si chiede in American Coffee), la sensazione di solitudine, drammaticamente accentuata dal Covid (“I am an abandoned project”, proclama sconsolata in Jupiter).

Se la prima uscita del progetto Lost Girls, che la Nostra condivide con Håvard Volden, “Menneskekollektivet” del 2021, aveva fatto pensare al ritorno della Jenny Hval più sperimentale, “Classic Objects” rappresenta in realtà un notevole passo avanti nella carriera della cantautrice norvegese in direzione di una crescente accessibilità. Ad oggi, è il suo miglior lavoro.

Voto finale: 8.

Denzel Curry, “Melt My Eyez, See Your Future”

melt my eyez see your future

Il nuovo album del rapper americano è un altro tassello di valore in una carriera sempre più interessante. Dopo un 2020 molto impegnativo, che lo ha visto pubblicare ben due mixtape, nel 2021 Curry ha pubblicato un album di remix. In generale, possiamo dire che Denzel Curry ha cambiato parzialmente il proprio stile in “Melt My Eyez, See Your Future”: meno aggressività, più attenzione alla melodia e all’introspezione. I risultati, pur diversi dal solito Denzel, sono comunque buoni.

“Melt My Eyez, See Your Future” è il successore di “ZUU” (2019), il lavoro che aveva ampliato la platea di fan del Nostro ma aveva anche rappresentato un parziale arretramento, in termini di qualità, rispetto al magnifico “TA13OO” (2018), ad oggi il suo miglior LP. Questo disco si avvicina più al lato pop del mondo hip hop, con esempi di valore come Walkin e Melt Session #1. Altrove troviamo anche brani più simili al “vecchio” Denzel Curry, come Zatoichi e Ain’t No Way, ma paradossalmente con rendimenti inferiori rispetto al passato.

Menzione poi per il parco ospiti di questo CD: “Melt My Eyez, See Your Future” è un divertimento puro per gli amanti della black music, sia della nuova generazione (slowthai, Rico Nasty, 6LACK, J.I.D) che di quella precedente (T-Pain, Robert Glasper). I brani migliori del lotto sono le già citate Walkin e Melt Session #1, ma buona anche Angelz. Invece inferiori X-Wing e la troppo breve The Smell Of Death.

Denzel Curry è sempre stato attento anche all’aspetto testuale, dato particolare visibile nelle tracce più oscure di “TA1300” ma non solo. In “Melt My Eyez, See Your Future”, come prevedibile, l’influenza dei due anni pandemici si fa sentire: “Watching people dying got me being honest” proclama drammaticamente in The Last. Altrove emerge il senso di solitudine che tutti abbiamo percepito, più o meno spesso, in questi ultimi tempi: “Walking with my back to the sun, keep my head to the sky, me against the world, it’s me, myself and I” (Walkin). È un peccato grave, quindi, che in Zatoichi ci sia un verso inutilmente volgare come “Life is short, like a dwarf”, che rovina un po’ il quadro lirico generale.

In conclusione, non siamo di fronte ad un CD perfetto, tuttavia “Melt My Eyez, See Your Future” conferma lo status di Denzel Curry come rapper di rilievo. Senza qualche inciampo sia musicale che lirico saremmo probabilmente di fronte al suo miglior lavoro; tuttavia, anche così abbiamo un LP di assoluto valore.

Voto finale: 8.

ROSALÍA, “MOTOMAMI”

motomami

Il terzo disco della cantante spagnola amplia notevolmente i suoi orizzonti: art pop, hip hop… ormai nulla è estraneo all’estetica di ROSALÍA. “MOTOMAMI” non è un album immacolato, ma contiene alcuni dei pezzi più futuristi ascoltati negli ultimi anni.

La giovane artista si era fatta conoscere con “EL MAL QUERER”, nel 2018: un CD che aveva catapultato ROSALÍA nell’Olimpo pop, con una radicale innovazione della musica spagnola più classica, quella con base flamenco, che l’aveva fatta amare tanto dal pubblico quanto dalla critica, prova ne sia il successo di MALAMENTE. “MOTOMAMI” è una creatura diversa: più sperimentale, meno coeso, ma non meno ammaliante. Le 16 canzoni che compongono il CD vanno dal minuto scarso di durata (la title track) ad oltre quattro minuti; affrontano temi leggeri con ironia (CHICKEN TERIYAKI, HENTAI) così come i problemi che la fama ha portato sulla psiche di ROSALÍA (LA FAMA, con The Weeknd).

Le canzoni migliori sono anche le più imprevedibili: SAOKO, BULERÍAS e G3 N15 sono pezzi davvero mozzafiato. Menzione poi per la magnifica voce della Nostra, valore aggiunto lungo l’intero LP. Inferiori sono invece gli intermezzi di breve durata, che alla lunga tolgono linfa al lavoro: MOTOMAMI e Abcdefg ne sono chiari esempi. In generale, la varietà di stili alla lunga può risultare alienante, ma una domanda ci viene spontanea: quante possono passare indifferentemente dal reggaeton all’hip hop al pop senza perdere un briciolo della loro qualità compositiva?

In generale, “MOTOMAMI” conferma tutto il bene che si diceva di ROSALÍA: ambizioso, basato su temi ed esperienze non facili da assimilare ma capace di slanci pop da Top 40 di Billboard. È un CD perfetto? No, però il futuro della musica pop passa anche da qui.

Voto finale: 7,5.

Aldous Harding, “Warm Chris”

warm chris

Il quarto album della cantautrice neozelandese segue il riuscitissimo “Designer” (2019), inserito da A-Rock tra i migliori 50 CD dell’anno e tra i migliori 200 della decade 2010-2019. Inutile dire che l’attesa per il nuovo lavoro di Harding era elevata.

“Warm Chris” prosegue in buona parte il percorso intrapreso dal precedente LP; tuttavia, predilige un folk quasi psichedelico e ritmi più soffusi rispetto a “Designer”. Le canzoni sono quindi meno accessibili, ma non per questo ermetiche o eccessivamente fini a sé stesse. Anzi, pezzi come Lawn e Tick Tock non raggiungeranno probabilmente la popolarità di The Barrel, però sono buoni ingranaggi di un CD tutto sommato gradevole. Menzione poi per la squisita voce di Aldous, vero valore aggiunto di molte melodie. Inferiori alla media solamente Staring At The Henry Moore e Bubbles, che rendono il finale un po’ monotono.

A colpire, come sempre in un disco di Aldous Harding, sono i testi: l’associazione libera di immagini la fa da padrone e non ci sono canzoni a cui gli ascoltatori possano dare un significato univoco. “Here comes life with his leathery whip! Here comes life with his leathery leathery!” proclama la Nostra in Leathery Whip con l’aiuto di Jason Williamson (Sleaford Mods); in Lawn invece abbiamo “They don’t mean a thing to me… All these lamps are free”.

Insomma, lo humour strampalato non deve farci prendere “Warm Chris” per un CD trascurabile: Aldous Harding, anche grazie alla produzione di John Parish (in passato collaboratore di PJ Harvey e Jenny Hval), ha dato un degno erede a “Designer”. Forse i risultati sono inferiori, ma questo album mantiene comunque un fascino che viene progressivamente svelato. Merita almeno un ascolto.

Voto finale: 7,5.

Benny The Butcher, “Tana Talk 4”

tana talk 4

Il nuovo album del prolifico rapper statunitense è la quarta uscita nella sua serie “Tana Talk”, iniziata addirittura nel lontano 2004. Benny non offre nulla in termini di innovazione della sua estetica; tuttavia, “Tana Talk 4” continua ad ampliare il suo pubblico e gli ospiti, che questa volta includono pezzi da 90 come Diddy (10 More Commandments) e J. Cole (Johnny P’s Caddy). Come sottovalutare infine il contributo di The Alchemist in pezzi come Thowy’s Revenge e Bust A Brick Nick?

Sono proprio i pezzi con ospiti che in varie occasioni rappresentano degli highlights del lavoro: oltre ai due già citati, buonissima è la collaborazione col cugino di Benny The Butcher, Conway The Machine, intitolata Tyson vs. Ali. Al contrario, Uncle Bun e Guerrero rappresentano i brani più prevedibili del lotto e, non per caso, deludono.

In generale, “Tana Talk 4” sembra più un viatico di Benny per esorcizzare fatti avvenuti in passato: ad esempio, in Bust A Brick Nick descrive il suo trentaseiesimo compleanno, passato su una sedia a rotelle dopo essere scampato ad una rapina. Il verso “Being honest, this could be karma I probably deserve in the first place” è uno dei più sentiti e malinconici della sua intera produzione. In Super Plug invece parla di quando, da giovane, nascondeva la droga nel divano si suo padre. Non sono temi nuovi per Benny, ma sono narrati con rinnovata sensibilità.

In conclusione, “Tana Talk 4” è un’altra aggiunta di spessore in una discografia di crescente successo. Benny The Butcher è ormai uno dei maggiori nomi del gangsta rap vecchio stampo, aggiornato al XXI secolo; presto potrebbe arrivare il momento di dare una rinfrescata alla propria estetica, ma per il momento va bene così.

Voto finale: 7,5.

The Weather Station, “How Is It That I Should Look At The Stars”

how is it that i should look at the stars

Il nuovo CD del progetto canadese di Tamara Lindeman è l’album fratello di “Ignorance” del 2021, uno dei più lodati dalla critica di recente. The Weather Station è pertanto diventato negli ultimi tempi sinonimo di cantautorato di qualità, impegnato contro il cambiamento climatico e capace di esprimere concetti difficili in canzoni apparentemente semplici.

“How Is It That I Should Look At The Stars” continua nel percorso intrapreso dal precedente LP: basi rappresentate soprattutto dal pianoforte, forte unità interna del lavoro, durata ragionevole. Purtroppo, se “Ignorance”, pur nella sua sostanziale coesione, aveva dei colpi a sorpresa e brani di alto livello (su tutti Robber e Atlantic), questo lavoro è inferiore: nulla di davvero brutto, ma alla lunga un po’ di monotonia appare evidente.

I brani migliori sono Ignorance ed Endless Time, mentre deludono Stars e Marsh. Testualmente, Lindeman tratta temi legati all’amore (“You never wanted to be good, you nеver really wanted to bе understood… You wanted to be the one who held the cards” canta in Sleight Of Hand), ma anche una sorta di tramonto dell’umanità in Endless Time. In Stars abbiamo infine il verso più delicato e commovente: “I swear to God, this world will break my heart”.

In conclusione, “How Is It That I Should Look At The Stars” è un discreto CD “di accompagnamento”, ma nulla più; il piatto forte di questi ultimi due anni a firma The Weather Station era senza dubbio “Ignorance”. Vedremo in futuro dove l’ispirazione condurrà Tamara Lindeman: una rinfrescata al sound del progetto potrebbe essere una buona strada per mantenere le cose davvero interessanti.

Voto finale: 6,5.

Recap: febbraio 2022

Febbraio è stato un mese densissimo di pubblicazioni importanti per la musica pop-rock. Abbiamo recensito le nuove uscite di artisti del calibro di Beach House, Mitski e Animal Collective. In più, abbiamo il magnifico secondo CD dei Black Country, New Road e il ritorno di Saba, dei Big Thief e di Cate Le Bon. Come tralasciare poi il nuovo CD dei veterani Spoon e il quarto LP degli Alt-J? Buona lettura!

Black Country, New Road, “Ants From Up There”

ants from up there

Il secondo disco della formidabile band inglese nasce nella tragedia: il frontman Isaac Wood, a pochi giorni dalla pubblicazione del lavoro, ha annunciato la sua dipartita dalla band, a causa di non meglio specificati motivi personali. Pare non esserci alcun astio con gli altri membri dei Black Country, New Road, che peraltro hanno annunciato di voler continuare a produrre musica… vedremo se in futuro Isaac ci ripenserà, ma al momento il destino dei BC, NR è appeso ad un filo.

Pubblicato precisamente un anno dopo il fortunato esordio “For The First Time”, il CD è diverso in alcune caratteristiche, pur mantenendo lo spirito di esplorazione del predecessore. Le atmosfere sono più ovattate, ad esempio in Bread Song la tensione si accumula senza trovare uno sfogo adeguato, ma non per questo bisogna pensare che l’era pop dei Black Country, New Road sia tra noi. Anzi, brani come la lunghissima suite Basketball Shoes e Snow Globes sono tutto meno che commerciali.

Anche liricamente, del resto, l’animo tormentato di Wood ha modo di mostrarsi, attraverso metafore immaginifiche e altri momenti di più diretto sconforto. Ne sono esempi i seguenti versi: “Ignore the hole I dug again, it’s only for the evening” (tratto da Haldern), il drammatico “So I’m leaving this body… And I’m never coming home again!” (Concorde) e “All I’ve been forms the drone, we sing the rest. Oh, your generous loan to me, your crippling interest”, ad oggi le ultime parole declamate da Wood come frontman del complesso londinese, prese da Basketball Shoes.

Musicalmente, dicevamo, “Ants From Up There” è diverso da “For The First Time”: se prima i riferimenti dei Black Country, New Road erano rintracciabili nel mondo post-punk, adesso abbiamo di fronte una strana creatura, a metà tra Slint e Arcade Fire, con tocchi di Radiohead e Neutral Milk Hotel. I pezzi migliori sono la struggente Bread Song, la scombiccherata Snow Globes e Concorde, ma non bisogna sottovalutare la lunga cavalcata che chiude il lavoro, Basketball Shoes. Inferiore alla media solo Good Will Hunting.

“Ants From Up There” potrebbe rappresentare la fine di una carriera troppo breve, oppure l’inizio di un’altra fase altrettanto fertile per i Black Country, New Road. Certo, l’abbandono di Isaac Wood è una batosta, ma le basi su cui poggia l’estetica del gruppo sono solide e abbiamo speranze che il progetto possa tornare ad alti livelli. Se questo fosse il CD di addio, sarebbe comunque un capolavoro di chiusura. Sipario (?).

Voto finale: 9.

Big Thief, “Dragon New Warm Mountain I Believe In You”

Dragon New Warm Mountain I Believe In You

Il nuovo LP del complesso americano, il quinto della loro brillante carriera, è un capolavoro fatto e finito, quel manifesto definitivo che tanto aspettavamo dalla band capitanata da Adrianne Lenker. “Dragon New Warm Mountain I Believe In You”, nei suoi 80 minuti, è una summa di quanto fatto in passato dai Big Thief: indie rock (Little Things, Flower Of Blood), folk (Change, Sparrow), addirittura country (Spud Infinity, Red Moon), con apertura a nuovi mondi (Heavy Bends evoca Four Tet, Blurred View il trip hop) e ancora più cura e attenzione ai dettagli. È un fatto: i Big Thief si sono sempre migliorati da un album al successivo. Se questo può essere preso come il loro “White Album”, in chiave beatlesiana, è possibile che presto avremo il nostro “Revolver”, sebbene in ordine invertito rispetto alla linea del tempo dei Fab Four.

La grande varietà del lavoro non va mai a detrimento del risultato complessivo: certo, vi sono highlights come Little Things e Certainty, che saranno classici anche dal vivo dei Big Thief, ma anche i pezzi che possono passare per minori, come Sparrow e Dried Roses, fanno la loro figura all’interno della tracklist di “Dragon New Warm Mountain I Believe In You”. Se nel 2019 il gruppo aveva deciso di pubblicare una coppia di CD, “U.F.O.F.” e “Two Hands”, che davano sfogo al loro lato più folk e rock ma in tempi diversi, qui hanno deciso di mixare tutto insieme: un atto di coraggio e spavalderia assolutamente ripagato dal risultato finale.

Anche liricamente, come è del resto immaginabile, il disco tocca temi disparati: si parte da Adamo ed Eva (“She has the poison inside her, she talks to snakes and they guide her” canta Lenker in Sparrow), l’amore finito (“Could I feel happy for you when I hear you talk with her like we used to? Could I set everything free when I watch you holding her the way you once held me?”, canta straziata Adrianne in Change) così come il tempo perso dietro agli “schermi” (“Sit on the phone, watch TV. Romance, action, mystery” la frase ironica di Certainty).

È difficile condensare in una recensione la strada percorsa dai Big Thief rispetto all’esordio “Masterpiece” del 2016: quel CD tutto era meno che il capolavoro evocato nel titolo, tuttavia sei anni dopo possiamo dire che “Dragon New Warm Mountain I Believe In You” è quel “masterpiece” promesso da Adrianne Lenker e compagni. I Big Thief sono ormai una certezza nel mondo indie e non smettono di sorprenderci; avevamo già pensato in passato che la traiettoria ascendente della loro carriera fosse finita, ma siamo stati sempre smentiti. Che dire? Speriamo che sia così anche questa volta.

Voto finale: 9.

Beach House, “Once Twice Melody”

once twice melody

L’ottavo LP del duo originario di Baltimora è un altro capolavoro in una carriera costellata di grandi CD. Diviso in quattro capitoli, articolato in 18 canzoni per 84 minuti totali, “Once Twice Melody” raccoglie tutto quanto fatto in passato dai Beach House, dalle cavalcate quasi psichedeliche (Superstar) alle ballate che riportano alle origini del gruppo (Sunset), passando per pezzi molto cinematografici (New Romance) e grandi odi dream pop (Masquerade). Non tutto funziona a meraviglia, ma quando lo fa siamo di fronte ad un lavoro imperdibile.

Interessante (e riuscita) l’idea dei Beach House di pubblicare “Once Twice Melody” in quattro diverse uscite tra novembre 2021 e febbraio 2022, dando modo al pubblico di digerire le numerose sfaccettature del lavoro. In effetti, come già accennato, la durata rappresenta il principale ostacolo ad una fruizione perfetta del CD: tuttavia, probabilmente il duo formato da Victoria Legrand e Alex Scally ha voluto fare piazza pulita dei propri archivi. Chissà che le future incarnazioni dei Beach House non divergano molto da quanto sentito negli ultimi anni.

In generale, non c’è una vera e propria narrativa alla base di ogni capitolo: i temi dell’amore, del sogno, dei ricordi e del rapporto con ciò che ci circonda, comprese le stelle, sono disseminati un po’ ovunque. Come sempre coi Beach House, è più la sensazione provocata dalla musica che le liriche ad emozionare: in pezzi come la superlativa Superstar e Masquerade lo scopo è raggiunto magnificamente. Col tempo, è quasi naturale che alcune canzoni ricalchino altre già sentite in precedenza (ESP, Illusion Of Forever), ma in generale la qualità media del lavoro è squisita.

Il tema delle stelle ricorre spesso nel lavoro: in Superstar Legrand canta “The stars were there in our eyes”, mentre Pink Funeral contiene un verso quasi identico: “The painted stars, they fill our eyes”. Altrove immagini tragiche si mescolano con altre ironiche: “Something somebody told me, think the plane is going down. You can’t take it with you, so let me buy you the next round” (The Bells), laddove New Romance contiene forse il verso più bello: “You’re somebody else, somebody new… ‘fuck it’ you said, ‘it’s beginning to look like the end’”.

In conclusione, “Once Twice Melody” è un altro grande disco in una discografia ormai leggendaria. Non è un caso che i Beach House incarnino l’idea di dream pop del XXI secolo: se in passato li abbiamo visti sia nella loro versione più semplice (l’eponimo esordio “Beach House” del 2006) che in quella più muscolare (“7” del 2018), passando per dischi magnifici come “Teen Dream” del 2010 e “Bloom” del 2012, questo LP è una summa di tutto quanto. Forse non è il loro migliore lavoro, ma con “Once Twice Melody” Legrand e Scally hanno scritto altre grandi pagine di dream pop.

Voto finale: 8.

Mitski, “Laurel Hell”

laurel hell

Il sesto lavoro della talentuosa cantautrice giapponese-americana è un buon lavoro pop che si rifà agli anni ’80. Su un tappeto di synth e con una batteria tonante sempre in primo piano, Mitski racconta i suoi tormenti e la volontà di trovare finalmente pace in un mondo sempre più travolgente e rapace.

Non tutto però suona allo stesso modo nel CD: abbiamo pezzi più trascinanti (The Only Heartbreaker, Love Me More, due highlight del disco) ed altri quasi ambient (I Guess, Everyone), che rendono il ritmo complessivo di “Laurel Hell” un po’ incoerente, ma mai scontato. Se musicalmente “Laurel Hell” può suonare a tratti euforico, però, Mitski si rivela un’anima tormentata.

Dopo il grande successo di “Be The Cowboy” (2018) e il lungo tour che ne seguì, Mitski aveva abbandonato qualsiasi altro interesse e le amicizie precedenti, circostanza che l’aveva fatta sentire vuota e le aveva fatto decidere di abbandonare la musica una volta per tutte. Tuttavia, il suo contratto con l’etichetta discografica Dead Oceans prevedeva la pubblicazione di un ultimo CD, quindi “Laurel Hell” ha visto la luce. Inoltre, Mitski ha deciso di imbarcarsi in un tour che la vedrà supportare la superstar Harry Styles, quindi il suo impegno verso il mondo della musica pare tutto meno che esaurito.

Liricamente, abbiamo vari frammenti che ci fanno intravedere un’anima sensibile e fragile: “I always thought the choice was mine… And I was right, but I just chose wrong” canta Mitski in Working For The Knife. La sensazione di impotenza che a volte prende tutti noi quando vogliamo ribellarci ad un ordine di cose immodificabile è evidente in Everyone: “Sometimes I think I am free… Until I find I’m back in line again”. I versi più commoventi sono però contenuti in That’s Our Lamp, che chiude il lavoro: “You say you love me, I believe you do. But I walk down and up and down and up and down this street, ’cause you just don’t like me, not like you used to”.

Vedremo, fatto sta che Mitski si conferma talentuosa come poche altre figure nel panorama contemporaneo: passata dall’indie rock delle origini, per poi arrivare ad un pop danzereccio e gioioso in “Be The Cowboy”, questo “Laurel Hell” suona come un riassunto delle puntate precedenti, con un’apertura non trascurabile verso il pop più raccolto. Nulla di trascendentale, ma un’ulteriore dimostrazione che, quando nella musica butti tutta te stessa, i risultati sanno essere davvero notevoli.

Voto finale: 8.

Animal Collective, “Time Skiffs”

time skiffs

Il dodicesimo disco di inediti degli Animal Collective segue il debole “Tangerine Reef” (2018) e l’EP “Bridge To Quiet” del 2020 ed è il primo dai tempi di “Merriweather Post Pavilion” (2009) che è stato composto dal quartetto originale, vale a dire Noah Lennox (Panda Bear), David Portner (Avey Tare), Brian Weitz (Geologist) e Josh Dibb (Deakin). I risultati si vedono: il gruppo pare rigenerato rispetto alle ultime prove, le melodie sono strane ma dolci e tendenti più al pop che allo sperimentalismo, per un risultato finale davvero soddisfacente.

Siamo non lontani dai territori calcati nel periodo più florido degli Animal Collective, quello a cavallo degli anni ’00, contraddistinti da CD immortali come “Feels” (2005), “Strawberry Jam” (2007) e il già citato “Merriweather Post Pavilion”: pop psichedelico, testi impressionisti piuttosto che calati nella realtà, lunghe suite strumentali che esplodono in ritornelli accattivanti… non sarà un ritorno all’imprevedibilità dei loro tempi migliori, ma gli Animal Collective sembrano tornati davvero a buoni livelli.

Il CD si articola in nove canzoni, per una durata complessiva di 47 minuti, alternati tra canzoni più compatte (Dragon Slayer) ed altre che sembrano delle lunghe jam session in studio (Cherokee), con risultati in generale apprezzabili. I migliori pezzi sono Prester John e Strung With Everything, mentre sotto la media Passer-by.

In generale, come già accennato, “Time Skiffs” è il più convincente album degli Animal Collective da tredici anni a questa parte. Che questo lavoro segni un nuovo inizio per la band non è scontato; allo stesso tempo, però, godiamoci questo LP, in tutta la sua (apparente) semplicità.

Voto finale: 7,5.

Spoon, “Lucifer On The Sofa”

lucifer on the sofa

Ne sono successe di cose dall’ultimo album di studio degli Spoon, “Hot Thoughts” del 2017: il gruppo texano ha pubblicato un greatest hits, “Everything Hits At Once: The Best Of Spoon”, nel 2019; il bassista Rob Pope ha lasciato la band ed è stato rimpiazzato da Ben Trokan; ultimo ma non per importanza, una pandemia ha colpito il mondo ed ha anche influenzato il modo di registrare questo “Lucifer On The Sofa”.

Insomma, il CD si presentava come un tagliando sull’efficacia della formula che ha fatto degli Spoon uno dei complessi indie rock più affidabili su piazza: canzoni minimaliste, ritornelli pop ma non troppo, testi tendenti al claustrofobico, durata ragionevole dei lavori. Se “Hot Thoughts” aveva flirtato con elettronica e funk, questo LP invece torna alla radici rock del gruppo, ad esempio a “Transference” (2010).

Aiutati da produttori rinomati come Dave Fridmann (già con loro nei precedenti due CD), Mark Rankin (Adele, Iggy Pop), Justin Raisen (Kim Gordon, Yves Tumor) e addirittura Jack Antonoff (collaboratore delle popstar Lorde e Lana Del Rey tra le altre), gli Spoon hanno prodotto un decimo disco di qualità: compatto, veloce, con highlights notevoli come Wild e The Devil & Mister Jones. Inferiore alla media solamente Feels Alright.

Liricamente, il diavolo evocato nel titolo appare in varie canzoni, come la title track e The Devil & Mister Jones; altrove abbiamo riferimenti all’amore (Satellite) e a Dio (Astral Jacket), ma il tono generale del lavoro, come già accennato, è malinconico e minaccioso, anche se in modo sottile.

In generale, “Lucifer On The Sofa” non raggiunge la creatività mostrata in dischi del passato come “Ga Ga Ga Ga Ga” (2007) e “They Want My Soul” (2014), ma resta un altro capitolo degno di nota in una discografia immacolata.

Voto finale: 7,5.

Cate Le Bon, “Pompeii”

pompeii

Il sesto album della cantautrice gallese raffina il sound già introdotto in “Reward” del 2019, l’album che la fece scoprire a molti. Il mix insolito di pop, psichedelia e soft rock conferma la versatilità di Cate e migliora ad ogni ascolto, pur non brillando per ritmi trascinanti o canzoni da Top 40 di Billboard.

Stabilitasi da qualche anno nel deserto del Mojave, in California, Le Bon ha scritto durante il periodo più duro della pandemia canzoni simili a quelle del suo recente passato, ma “Pompeii” pare un album molto più coeso rispetto a “Reward”: nota di merito alla presenza della Nostra, che àncora tutte le canzoni ed evita derive psichedeliche o troppo barocche. Menzione poi per la copertina, che la ritrae vestita da suora: il ritratto è stato prodotto dall’amico Tim Presley (White Fence), suo compagno nella band DRINKS.

Le canzoni di “Pompeii” procedono lente, meditative: nessuna è trascinante come ci aspetteremmo da un brano pop, tuttavia i nove pezzi che compongono il CD scorrono via serenamente. Vi sono quelli più psichedelici come Running Away e French Boys, così come quelli più accessibili come l’ottima Moderation e Harbour; ma nessuno suona fuori posto. Solo Cry Me Old Trouble e French Boys sono inferiori alla media.

Testualmente, restano impressi alcuni versi declamati da Cate Le Bon nel corso dei 43 minuti di durata del disco: ad esempio, nella title track Pompeii abbiamo “Every fear that I have, I send it to Pompeii”, che suona come un mandare a quel paese le paure che la trattengono. In Harbour, abbiamo una frase tanto potente quanto misteriosa: “What you said was nice… When you said my heart broke a century”. In Moderation, invece, compare la sua indole ribelle: “Moderation: I can’t stand it”.

“Pompeii” è in conclusione un buon LP, che svela dettagli interessanti ad ogni ascolto. Cate Le Bon si conferma cantautrice di qualità nel reame art pop, sulla scorta del successo riscosso l’anno scorso da artisti come The Weather Station e Cassandra Jenkins. La aspettiamo alla prova del prossimo CD, fiduciosi che la qualità sarà ancora una volta apprezzabile.

Voto finale: 7,5.

Saba, “Few Good Things”

Few Good Things

“Jesus got killed for our sins, Walter got killed for a coat” cantava Saba in “CARE FOR ME” del 2018, il bellissimo album che precede “Few Good Things” nella discografia del Nostro. Se il tono del precedente lavoro era malinconico, a tratti disperato a causa della tragica sorte del cugino Walter, in “Few Good Things” Saba passa ad un’estetica più accessibile, che a volte tocca la trap (Survivor’s Guilt) e spesso il neo-soul. I risultati sono meno strabilianti, ma il CD non rappresenta una battuta d’arresto: semplicemente, pare un disco di transizione.

“Few Good Things” rispetto a “CARE FOR ME” accoglie un maggior numero di ospiti: tra i più rappresentativi abbiamo G Herbo (in Survivor’s Guilt) e Smino (Still). I brani scorrono bene, non vi sono cambi di ritmo radicali, circostanza che aiuta la coesione complessiva del lavoro. Allo stesso tempo, mancano i versi travolgenti e la potenza di alcune melodie che trovavamo in “CARE FOR ME”. Ad esempio, Stop That è debole. Al contrario, 2012 e la title track, che chiudono brillantemente il CD, sono davvero riuscite.

I migliori versi riguardano la sensazione che Saba prova nel vedersi ricco e nel riflettere sulle sue umili origini, spesso avvertendo un contrasto insanabile e una sorta di senso di colpa. Abbiamo ad esempio: “I still get nostalgic driving past houses my family lost” (Free Samples) e “Need a million after taxes, I might spend the shit on fashion… Sit all day and I play Madden” (One Way Or Every N***a With A Budget). Altrove invece emergono i suoi problemi personali: “I’m dying from asphyxiation from the weight of the world while in the waiting room I’m waiting for the birth of my girl” (Soldier).

In generale, “Few Good Things”, come da titolo, contiene alcune cose davvero buone; tuttavia, la qualità complessiva è inferiore rispetto a “CARE FOR ME”. Troviamo che Saba renda meglio quando può rappare su basi più raccolte rispetto a quelle trap, ma allo stesso tempo la versatilità è una qualità da coltivare. Lo aspettiamo al prossimo CD, probabilmente la prova della verità per il rapper originario di Chicago.

Voto finale: 7.

Alt-J, “The Dream”

the dream

Pubblicato ben cinque anni dopo “Relaxer” (2017), il quarto album dei britannici Alt-J scrive una pagina interlocutoria in una carriera che sta prendendo una china pericolosa. Salutati, ai tempi del magnifico esordio “An Awesome Wave” (2012), come i salvatori del rock inglese, gli Alt-J non sono mai riusciti a replicare quei risultati; “The Dream” è il loro album più lento e meditativo, con solo alcuni momenti davvero buoni.

In realtà le prime due canzoni del lotto sono tra le migliori della produzione recente degli Alt-J: Bane è una tipica “slow burner”, mentre il singolo U&ME è più accattivante e quasi rievoca Breezeblocks. Il resto del CD vaga tra pezzi lenti, a volte troppo (Get Better), e altri invece più vivi ma non sempre centrati (Hard Drive Gold). Alla fine, restano solo un pugno di brani davvero riusciti: oltre a Bane e U&ME, abbiamo anche The Actor. Non male anche le due canzoni col titolo “americano”, Chicago e Philadelphia.

Liricamente, va detto, il lavoro ha spesso il merito di trattare temi delicati in modo molto aperto ed evocativo: “I still pretend you’re only out of sight in another room, smiling at your phone” canta sconsolato Joe Newman in Get Better parlando di una persona cara da poco scomparsa. Altrove il tono è più scherzoso: Bane è un’ode alla Coca Cola, mentre Hard Drive Gold tratta il tema delle criptovalute e i relativi rischi.

In generale, tuttavia, “The Dream” non suona propriamente come il sogno evocato dal titolo: piuttosto, come una lunga playlist di pezzi propedeutici al sonno. Di per sé, non è necessariamente un problema, però la qualità di alcune melodie è discutibile e abbassa la media. Peccato, perché da tre ragazzi che all’esordio hanno vinto il Mercury Prize ci aspettiamo sempre grandi cose. Sarà per la prossima, speriamo.

Voto finale: 6,5.

Rising: Yung Kayo & Yeule

Quest’oggi nella rubrica Rising affrontiamo due artisti molto interessanti. Da un lato abbiamo Yung Kayo, giovane rapper protegé di Young Thug; dall’altro Yeule, un volto nuovo nel mondo del pop più d’avanguardia. Buona lettura!

Yeule, “Glitch Princess”

Glitch Princess

Il secondo album dell’artista nata a Singapore come Natasha Yelin Chang, successivamente trasferitasi a Londra e diventata non-binaria col nome di Nat Cmiel, è un ottimo CD che si inserisce sulla strada già aperta da artisti visionari come la compianta SOPHIE e Arca. Nulla di radicale, quindi, ma senza dubbio un prodotto art pop di qualità.

Yeule è una figura complessa: da un lato abbiamo un artista capace di scrivere brani pop accattivanti come Don’t Be So Hard On Your Own Beauty, dall’altro lo sperimentatore che inizia il lavoro con l’ostica My Name Is Nat Cmiel. Questa ambivalenza permea tutto il CD, che alterna momenti musicalmente più euforici (Too Dead Inside) ad altri più difficili (Fragments), spesso su testi altrettanto strani.

In Friendly Machine, ad esempio, Yeule proclama: “Always want but never need, I don’t have an identity I can feed”; invece Don’t Be So Hard On Your Own Beauty apre un varco di luce: “the sullen look on your face tells me you see something in me more pure than this dirty”. Tuttavia, l’ammissione più candida avviene nell’apertura del lavoro, in cui Yeule ci appare non come un cyborg, bensì una persona come tutti noi: “I like pretty textures in sound, I like the way some music makes me feel, I like making up my own worlds” (My Name Is Nat Cmiel).

In conclusione, “Glitch Princess” è un secondo album che alza decisamente il livello rispetto all’esordio “Serotonin II” (2019), ancora acerbo. Il pop futurista di Yeule a tratti è irresistibile; quando imparerà a mettere da parte gli sperimentalismi più fini a sé stessi (si senta Fragments a tal riguardo), avremo di fronte un vero grande progetto. Ma già così abbiamo un talento fuori dal comune.

Voto finale: 8.

Yung Kayo, “DFTK”

dftk

Nell’esordio del giovane rapper, originario di Washington e ora stabilitosi a Los Angeles, accade una cosa che non è comune nel mondo hip hop: nei testi non succede nulla o quasi. Certo, nella trap specialmente abbiamo spesso canzoni che sono inni alle case di moda o alla vita da strada, ma Yung Kayo in questo è ancora più radicale: le basi sono sempre vive, spesso imprevedibili, ma liricamente c’è ancora molto da lavorare.

Questo non è per forza un peccato, a patto che si ascolti “DFTK” unicamente per rilassarsi e divertirsi, non per studiare la visione del mondo di Yung Kayo. In alcuni tratti abbiamo liriche toccanti, ad esempio in no sense (“I had to look at my neck, the chain is so heavy it’s holding me down”) e in believer (“We was supposed to link up, it was supposed to be us”), ma i risultati sono complessivamente mediocri.

Il CD, nella sua brevità (appena 35 minuti), si distanzia ulteriormente dal rap moderno, spesso caratterizzato da durate fuori controllo: circostanza che aiuta il replay value ed evita il filler tipico dei lavori più lunghi. I migliori brani sono le potenti YEET e believer, mentre deludono un po’ le prevedibili freak e over.

In generale, l’estetica di Yung Kayo è riconducibile solo in parte a quella del mentore Young Thug: se è vero che la sua trap è caratterizzata da esperimenti vocali non banali, il tono quasi psichedelico di brani come no sense e down (one kount) ci fa accostare il giovane rapper a Playboy Carti, mentre la trap muscolare di YEET e it’s a monday ricorda Denzel Curry.

In conclusione, “DFTK” è un CD interessante, che ci fa intravedere il talento di Yung Kayo, ma che non appare ancora il lavoro definitivo del rapper statunitense. Aspettiamo la sua prossima prova per farci un’idea più approfondita della questione.

Voto finale: 7,5.