Recap: agosto 2019

Agosto è stato un mese decisamente movimentato, malgrado la calura estiva e il richiamo della bella stagione. Abbiamo infatti i nuovi lavori dell’instancabile Ty Segall e degli altrettanto prolifici King Gizzard & The Lizard Wizard, la nuova raccolta di Drake, il primo CD ufficiale di Chance The Rapper e il ritorno dei Bon Iver, dei Ride e delle Sleater-Kinney. Infine abbiamo i nuovi CD di Taylor Swift, Jay Som e dei BROCKHAMPTON.

Bon Iver, “i,i”

bon iver

Il quarto album dei Bon Iver, il progetto di Justin Vernon, arriva a tre anni dallo sperimentale “22, A Million”. Il disco è una pregevole fusione dei precedenti sforzi della band, il già citato “22, A Million” e “Bon Iver, Bon Iver” (2011). Accanto alla vena più elettronica e innovativa di Vernon troviamo infatti un ritorno alle sonorità folk che inizialmente ne decretarono la fortuna, come nella scarna Marion.

L’inizio pare ritornare al precedente LP di Vernon e compagni: sia la breve strumentale Yi che iMi sono di difficile lettura e l’impatto sugli ascoltatori potrebbe risultare a primo impatto deludente. Già con la bellissima Hey, Ma però Bon Iver ritorna ai suoi livelli: la voce di Vernon è in primo piano in tutta la sua bellezza e la strumentazione è innovativa ma mai fine a sé stessa.

La seconda parte del breve ma organico CD (13 brani per 40 minuti) è la più riuscita: abbiamo alcune delle più belle canzoni a firma Bon Iver, da Naeem a Sh’diah passando per l’epica Faith. In generale, aiutato anche da numerosi collaboratori, fra cui annoveriamo i fratelli Dessner dei The National, Moses Sumney e James Blake, Bon Iver come accennato riesce a bilanciare quasi perfettamente i suoi istinti più sperimentali con quelli più accessibili, creando con “i,i” un disco davvero affascinante.

Liricamente, come sempre, la band comunica più tramite immagini che con frasi definite e compiute: affiorano a volte sentimenti di amore (“I like you and that ain’t nothing new” canta Vernon in iMi), mentre in RABi compare in modo insolitamente chiaro il tema della morte: “Well, it’s all just scared of dying”.

Strumentalmente, questo è forse il lavoro meno avanguardistico di Bon Iver: mentre con le sue precedenti opere il gruppo americano aveva sempre anticipato o cavalcato i trend della musica contemporanea, tanto da guadagnarsi collaborazioni di alto profilo con due visionari come Kanye West e James Blake, oggi Vernon si limita a ri-assemblare il suono del progetto Bon Iver. Tuttavia, se i risultati sono così eccezionalmente belli, è probabile che Justin abbia ancora diversi assi nella manica.

Voto finale: 8,5.

Taylor Swift, “Lover”

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L’evento del mondo musicale di agosto, almeno per quanto riguarda il pop, è stato senza dubbio il ritorno di Taylor Swift. La popstar, giunta al settimo lavoro di studio (a soli 29 anni) dimostra una maturità maggiore rispetto a “reputation” (2017), il suo precedente CD. Accanto ai soliti temi dell’amore e delle pene che ne derivano, infatti, trovano spazio anche il dolore personale per la salute della madre e riflessioni non banali sui rapporti interpersonali.

I singoli che hanno lanciato “Lover” sono stati accolti in maniera controversa: ME! è già nella storia dei meme per quel verso che esalta lo spelling (“Spelling is fun!”), mentre You Really Need To Calm Down è una canzone pop talmente generica da essere paragonabile al peggior fiasco di Taylor, quella Look What You Made Me Do che era il peggior pezzo di “reputation”. Tuttavia, il livello generale del disco è davvero buono, con le vette di Cruel Summer e The Archer, oltre alla ballata strappalacrime Soon You’ll Get Better.

L’inizio del disco è intrigante: I Forgot That You Existed è un ritorno alla “vecchia” Taylor, con quel titolo che sa di vendetta per un ex partner e una melodia tanto essenziale quanto riuscita. Come già detto, Cruel Summer è un highlight immediato del disco, invece The Man e Lover sono più prevedibili. La lunghezza di “Lover” risulta eccessiva (più di un’ora), ma di cose da dire Taylor ne ha, quindi la presenza di brani mediocri è perdonabile nell’economia di un CD complesso ma da lodare per varietà e tematiche affrontate.

Parlando dei testi, “Lover” come già accennato è il lavoro più maturo della Swift: in Soon You’ll Get Better parla senza timori della battaglia contro il tumore della madre, invece la conclusiva Daylight contiene un riferimento a “Red” (2012): “I once believed love would be black and white… I once believed love would be burning red, but it’s golden”. Esiste modo migliore per descrivere l’amore?

In conclusione, la presenza di 4-5 canzoni inferiori alla media impedisce a “Lover” di essere il CD definitivo di Taylor Swift. Nondimeno, l’ampiezza della palette sonora messa in mostra dalla popstar americana fa capire che la traiettoria intrapresa è tornata sulla retta via, quella persa da “reputation” in avanti.

Voto finale: 8.

Sleater-Kinney, “The Center Won’t Hold”

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Il nono album delle Sleater-Kinney, una delle più longeve e talentuose band indie rock a cavallo fra i due millenni, è il secondo dopo la reunion del 2014 e segue il bellissimo “No Cities To Love” (2015). “The Center Won’t Hold” vanta la presenza di Annie Clark aka St. Vincent alla produzione, un contributo visibile e che probabilmente ha influito sulla decisione di Janet Weiss (batterista delle Sleater-Kinney fino al 2019) di abbandonare il complesso, ormai troppo mainstream per lei.

Il disco in realtà non suona troppo diverso dai precedenti sforzi del gruppo americano: le canzoni sono sempre dirette e le liriche mai banali, basate sui concetti di empowerment femminile, come il movimento riot grrl che ha originato le Sleater-Kinney ha sempre propugnato. Certo, vi sono episodi più melodici come Restless e l’influenza dell’elettronica è maggiore, ma fa parte della naturale evoluzione delle tre (ormai due) componenti della band.

Il CD si apre quasi su sonorità industrial: la title track pare anticipare svolte totali, prima di risolversi in un’esplosione punk degna delle prime Sleater-Kinney. Hurry On Home, il primo singolo estratto da “The Center Won’t Hold”, pare quasi un pezzo di St. Vincent ai tempi di “Strange Mercy” (2011), ma è un complimento non un’accusa di plagio. Non tutte le canzoni sono completamente convincenti: RUINS è fin troppo lenta, così come la già citata Restless sembra fuori posto dato il mood del lavoro.

Le liriche sono sempre state un pezzo forte delle Sleater-Kinney; anche “The Center Won’t Hold” lo conferma. Ad esempio, un tema portante è il destino delle donne considerate mature dal mondo della musica e in generale dell’arte, quasi impossibilitate a parlare del loro invecchiamento senza sentirsi nell’occhio del ciclone (LOVE), mentre altrove appare l’alienazione provocata dall’uso degli smartphone (“I start my day on a tiny screen, never have I felt so goddamned lost and alone” canta Corin Tucker in The Future Is Here). Il tono di Bad Dance è invece quasi ironico: “If the world is ending now then let’s dance… And if we’re all going down in flames, then let’s scream the bloody scream”.

In conclusione, “The Center Won’t Hold” sembrava nato sotto i migliori auspici: una band al top delle sue potenzialità, aiutata da una produttrice sopraffina, facevano pensare ad un capolavoro in arrivo. Il disco è senza dubbio gradevole, ma niente di trascendentale; pare anzi un LP di transizione, considerato anche l’abbandono della Weiss. Vedremo dove quest’incarnazione più elettronica e orientata al pop condurrà le Sleater-Kinney: il talento resta intatto, pertanto siamo fiduciosi.

Voto finale: 7,5.

Drake, “Care Package”

drake

La superstar canadese ha voluto essere generosa con i suoi fans; “Care Package” è infatti una compilation che raccoglie i singoli pubblicati da Drake fra il 2010 e il 2015, il suo periodo più prolifico e creativamente ispirato, in cui il rapper ha composto i suoi lavori più iconici: “Take Care” (2011), “Nothing Was The Same” (2013) e “If You’re Reading This It’s Too Late” (2015).

Attenzione però: non si tratta di scarti o b-sides, queste sono canzoni di punta di Aubrey Graham, con la sola caratteristica di non essere mai state prima di oggi messe in un album. Non è un caso che la qualità media sia davvero alta: il suono tipico di Drake, a metà fra rap e pop, che avrebbe poi fatto scuola e trovato il successo definitivo in “VIEWS” (2016) e “Scorpion” (2018), risplende in Dreams Money Can Buy e The Motion. Days In The East riporta alla mente le sonorità rilassate di “If You’re Reading This It’s Too Late”.

L’unico memento in cui il disco perde mordente è la parte centrale, con brani inferiori alla media come My Side e Club Paradise. In generale, le tracce che compongono “Care Package” (ben 17) non rendono il CD facilmente digeribile al primo ascolto (ricordiamo anche la durata, 74 minuti), tuttavia fanno sì che la noia di “VIEWS” o “Scorpion” venga evitata, grazie ad una discreta varietà e al cantato di Drake, mai banale.

Ecco perché possiamo facilmente eleggere “Care Package” il miglior album di Drake dal 2017 ad oggi: è lontana l’apertura a ritmi africaneggianti e tropicali del sottovalutato “More Life”, ma questo LP funge da macchina del tempo, verso una versione più umile (o meglio, meno arrogante) di Drake, meno popstar e più attento al prodotto finito. Tempi magari contraddistinti da minore ricchezza per Graham, ma anche da tracce più “vere” e, per questo, maggiormente apprezzabili.

Voto finale: 7,5.

Jay Som, “Anak Ko”

jay som

Il terzo album di Melina Duterte, in arte Jay Som, trova la talentuosa musicista americana più matura e aperta rispetto al precedente “Everybody Works” (2017) che l’aveva fatta conoscere, tanto da meritarsi un posto nella rubrica “Rising” di A-Rock.

Rispetto al bedroom pop delle origini, “Anak Ko” (“il mio bambino” in filippino, lingua natale di Melina) vira verso un indie rock intimista degno di Julia Jacklin o di Phoebe Bridgers, mantenendo però anche quegli ingredienti pop, quasi shoegaze che avevano fatto la fortuna dei suoi precedenti LP.

L’inizio di If You Want It è intrigante: il basso e la chitarra sono ben definiti e la canzone ha una deriva psichedelica nel finale che la rende imprevedibile. Superbike, il singolo di lancio del CD, è un immediato highlight del disco; la seguente Peace Out invece ha un assolo di chitarra potentissimo e innovativo per la Duterte. Buona anche la più raccolta Devotion. La brevità del disco (9 pezzi per 34 minuti) ne rende l’ascolto un’esperienza gradevole, anche se a tratti troppo “semplice” (ad esempio in Tenderness).

Da sottolineare è poi il fatto che la giovane cantautrice, come già in “Everybody Works”, ha anche prodotto il CD e suonato tutti gli strumenti presenti nel disco. Una mania accentratrice, verrebbe da dire, che però dimostra il grande talento e la versatilità di Melina.

In conclusione, “Anak Ko” non scrive pagine tremendamente nuove nello scenario indie rock, sempre più affollato e con una benvenuta schiera di giovani cantanti donne che stanno dando nuova linfa al genere. Nondimeno, le canzoni delicate ed evocative di Jay Som si confermano una garanzia per gli amanti del genere. Siamo davvero impazienti di vedere dove Melina Duterte ci condurrà nei suoi prossimi lavori.

Voto finale: 7,5.

BROCKHAMPTON, “GINGER”

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Il quinto album ufficiale della discografia frammentaria e molto prolifica della giovane band americana è un altro step importante nel loro processo di maturazione. Pare che la traiettoria del gruppo sia ora più spostata verso l’R&B e il pop rispetto alla trilogia delle “Saturation” (2017), non necessariamente una notizia negativa. Anzi, Kevin Abstract (il membro più talentuoso del gruppo) ha pubblicato alcuni mesi fa un interessante CD R&B, il che spiega in parte l’evoluzione dei BROCKHAMPTON.

L’inizio dell’album è splendido: NO HALO è una delle migliori canzoni mai composte dal gruppo e un immediato highlight di “GINGER”. Anche la seguente SUGAR è un buon pezzo, che fa quasi presagire che i BROCKHAMPTON abbiano composto il loro capolavoro. Purtroppo altrove la qualità non è altrettanto eccellente: ST. PERCY è un pezzo rap decisamente sottotono, mentre il breve intermezzo HEAVEN BELONGS TO YOU fa perdere ritmo al disco. Anche nella seconda parte del disco troviamo questa contrapposizione fra brani di qualità e altri sotto la media: DEARLY DEPARTED è riuscita, mentre I BEEN BORN AGAIN è un pezzo rap senza ritornello e senza mordente. Ottime d’altro canto la title track e BIG BOY, che alzano notevolmente il livello del finale del lavoro.

In generale, le tante bocche da fuoco del gruppo sono senza dubbio il tratto caratteristico dei BROCKHAMPTON, ma questa risorsa si rivela un limite quando ognuno vuole avere un uguale spazio nella scrittura e nel canto, malgrado il talento (legittimamente) diverso. Pertanto pare difficile immaginarli in questa formazione ancora per molti anni, malgrado la coesione mostrata a parole. Ad esempio, in NO HALO Joba canta: “Been goin’ through it again. Been talkin’ to myself, wonderin’ who I am. Been thinkin’, I am better than him. In times like these, I just need to believe it’s all part of a plan. Lost a part of me, but I am still here”. Parole che pesano come macigni sul futuro del gruppo.

In conclusione, “GINGER” è un buon lavoro da parte dei BROCKHAMPTON, ma allo stesso tempo, come il precedente “iridescence” (2018), mostra alcuni segni di stanchezza nella chimica di gruppo. I risultati paiono portare a un LP di transizione, vedremo verso cosa.

Voto finale: 7.

Ride, “This Is Not A Safe Place”

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Il secondo album post reunion dei britannici Ride, alfieri dello shoegaze anni ’90, rinnova ancora una volta la fiducia che avevamo riposto in loro già prima di “Weather Diaries” (2017). Gli inglesi infatti continuano nella loro singolare traiettoria, fatta di dischi apprezzabili sia per gli ascoltatori casuali che per i fans della prima ora, mancando però il capolavoro capace di rinverdire i fasti di “Nowhere” (1990) e “Going Blank Again” (1992).

L’inizio è abbastanza straniante: R.I.D.E. è quasi garage come base, riportando alla mente le migliori canzoni di Burial e del mondo hip hop. Già con Future Love torniamo sui terreni più congeniali per la band, a metà fra shoegaze e dream pop, in territorio Slowdive e Lush quindi. La seguente Repetition è un interessante pezzo shoegaze, che però guarda anche con decisione alla new wave anni ’80. Il ventaglio sonoro è ulteriormente ampliato dalla potente Kill Switch, quasi metal.

Non sempre il disco possiede questa carica innovativa: i Ride a volte preferiscono virare verso brani più convenzionali, come ad esempio Clouds Of Saint Marie. Tuttavia, il CD non perde mai la bussola e resta un ascolto sempre gradevole, segno che i Ride sono tornati non solamente per motivi economici: restano ancora pagine da scrivere per il complesso inglese.

In conclusione, “This Is Not A Safe Place” è un’altra aggiunta interessante alla discografia della band che, se eccettuiamo gli inciampi dolorosi di “Carnival Of Light” (1994) e “Tarantula” (1996), contiene molti LP di ottimo livello.

Voto finale: 7.

Ty Segall, “First Taste”

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La seconda produzione del 2019 dell’iperprolifico rocker statunitense segue la pubblicazione del live “Deforming Lobes”, un concentrato della potenza live espressa da Ty Segall e dalla sua Freedom Band. Il disco pareva anche un’ideale chiusura del cerchio dopo un 2018 incredibile: 4 album (!) di inediti più la collaborazione in numerosi altri progetti.

“First Taste” appare quindi inevitabilmente come un album di transizione e, soprattutto, decisamente sperimentale dati i canoni da rigoroso garage rocker usualmente abbracciati da Ty. Certo, il ragazzo altre volte aveva fatto vedere lati diversi di sé (dal folk alla psichedelia, passando per l’hard rock) ma la matrice era sempre e comunque un rock veloce e sbarazzino, a metà fra White Stripes e T. Rex, con decise iniezioni di Led Zeppelin.

Il disco, promette Ty, non conterrà chitarre: una cosa decisamente inusuale per lui, che anzi è uno dei migliori chitarristi in circolazione. Il CD è senza dubbio sperimentale, ma non per questo fine a sé stesso: diciamo che ci troviamo di fronte ad un altro “Emotional Mugger” (2016), quindi un album utile per Segall per ricaricare le batterie e ampliare la propria palette sonora.

Nel corso del disco abbiamo pertanto una fortissima presenza della batteria e dei sintetizzatori, con accanto altri strumenti più esotici come il bouzouki greco e il koto giapponese. Ne nascono ritmiche e sonorità lontane dal Ty Segall tradizionale, ma non per questo sbagliate: Taste è trascinante, The Arms sarebbe stata benissimo in “Goodbye Bread” (2011) e la conclusiva Lone Cowboys è una suite interrotta troppo presto, ambiziosa e che ci fa desiderare di sapere come va a finire. Altrove la sperimentazione conduci a risultati dubbi: Ice Plant, ad esempio, è quasi gospel.

In conclusione, Ty Segall si conferma allo stesso tempo instancabile e incapace di generare lavori completamente sbagliati. Ognuno potrà avere la sua incarnazione preferita del genietto californiano, ma di cantautori capaci di pubblicare (almeno) un album all’anno e con questa consistenza ne conosciamo pochissimi.

Voto finale: 7.

King Gizzard & The Lizard Wizard, “Infest The Rats’ Nest”

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Deve esserci una qualche sfida in corso fra i King Gizzard & The Lizard Wizard e Ty Segall: nel 2017 gli australiani hanno pubblicato 5 (!) dischi di inediti, il ragazzo prodigio americano ha risposto l’anno seguente con 4 (!) CD. Il 2019 per ora li vede appaiati, con 2 LP ciascuno: chi avrà la meglio?

Scherzi a parte, il gruppo aussie stupisce ancora una volta il suo pubblico: se il precedente “Fishing For Fishies” era un disco insolitamente acustico per i King Gizzard & The Lizard Wizard, “Infest The Rats’ Nest” è ad oggi il loro disco più metal, in cui si notano decise influenze di  Metallica, Black Sabbath e Slayer. I risultati sono buoni: il CD è compatto e mai scontato, malgrado guardi più al passato che al futuro. Una cosa è certa: al quindicesimo (!!) album di studio in soli 8 anni di carriera, il collettivo australiano si conferma voce sempre fuori dal coro nella scena rock.

L’inizio è fulminante: Planet B è un pezzo puramente metal, in cui i King Gizzard & The Lizard Wizard, questa volta ridotti solo a tre (il cantante Stu Mackenzie, il chitarrista Joey Walker e il batterista Michael Cavanagh), danno sfogo alla loro passione per il metal anni ’80. Mars For The Rich invece contiene quelle derive strumentali più psichedeliche che hanno fatto la fortuna della band.

Questa alternanza fra metal e heavy psych (così è chiamato l’incrocio fra rock psichedelico e hard rock) mette il CD sempre sull’orlo del precipizio e soggetto ad andare fuori dai binari, ma Mackenzie e compagni non sono mai eccessivamente estremisti e “Infest The Rats’ Nest”, anche grazie al messaggio ecologista che lo accompagna (forse l’unica cosa in comune con “Fishing For Fishies”) risulta gradevole, anche se inferiore ai capolavori del complesso, quale “Polygondwanaland” (2017) e “Nonagon Infinity” (2016).

In conclusione, i King Gizzard & The Lizard Wizard hanno allargato ulteriormente la loro già variegata palette sonora con questo disco. Accanto al rock psichedelico e al garage rock delle origini adesso abbiamo anche del caro vecchio heavy metal. Questa svolta potrà non piacere ai fans dei lavori più acustici del gruppo, ma senza dubbio dimostra che Mackenzie e compagni non hanno alcuna intenzione di fermarsi o di adagiarsi sui successi e sulle formule del passato.

Voto finale: 7.

Chance The Rapper, “The Big Day”

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Dopo tre mixtape di crescente successo, il rapper statunitense ha deciso di pubblicare il primo CD ufficiale a firma Chance The Rapper. Il risultato è piuttosto contraddittorio: accanto a brani molto riusciti, spesso le 22 canzoni (e i 77 minuti che ne derivano) possono risultare decisamente pesanti, anche perché i temi portanti del disco, la felicità coniugale e l’amore per Dio per avergli concesso questa fortuna, possono essere, beh, fin troppo smielati.

“The Big Day” era peraltro molto atteso da pubblico e critica: Chance è il rapper indipendente più famoso sui servizi di streaming e sui social, anche grazie ad una personalità esuberante e solare. Questa solarità tuttavia va a detrimento dei risultati del disco: mentre in “Coloring Book” (2016) e nel precedente “Acid Rap” (2013) il focus di Chance The Rapper era preciso e mai ridondante, in “The Big Day” il Nostro non riesce mai ad essere totalmente convincente.

Vi sono canzoni riuscite, a dire il vero, che riportano alla mente le migliori di Chance, come Do You Remember, grazie anche all’aiuto del cantante dei Death Cab For Cutie Ben Gibbard. Altrove però abbiamo veri e propri fiaschi, soprattutto nel finale, in cui Chance presenta brani a mala pena finiti e il mood generale del disco comincia a pesare. Basti pensare a I Got You (Always And Forever) e Hot Shower. Altra caratteristica criticabile: i numerosi skit, cioè i brevi intermezzi popolari nel mondo hip hop negli anni ’00, che rompono solamente il flusso delle canzoni senza aggiungere nulla di significativo al contenuto lirico del CD. Peccato, perché il lavoro contava un parco ospiti sterminato e variegato fra produttori (Justin Vernon dei Bon Iver, James Taylor) e cantanti (Nicky Minaj, Shawn Mendes, Gucci Mane), poco sfruttati da Chancelor Jonathan Bennett (questo il vero nome di Chance).

Dicevamo delle tematiche affrontate nel corso di “The Big Day”. Chance The Rapper, da poco sposato, ha dedicato “The Big Day” alle gioie matrimoniali, con accanto abbondanti riferimenti alla religione, un tema va detto ricorrente nella sua discografia. Ad esempio, in We Go High canta “They prop up statues and stones, try to make a new God. I don’t need a EGOT, as long as I got you, God”. Altrove abbiamo temi più maturi come la paura della morte (“Used to have an obsession with the 27 club, now I’m turning 27, wanna make it to the 2070 club” in Do You Remember) e le battaglie femministe (“For every small increment liberated, our women waited” in Zanies and Fools), però il disco è davvero troppo lungo per apprezzare appieno questi riferimenti testuali.

In conclusione, “The Big Day” è una delle maggiori delusioni dell’anno. Sposando un pop-rap davvero scontato, almeno in alcune canzoni, Chance The Rapper ha prodotto il primo vero fiasco della sua finora onorevole carriera. Speriamo che si riprenda presto, tornando a creare LP più brevi e centrati rispetto a questo “The Big Day”.

Voto finale: 5.

I 50 migliori album del 2017 (50-26)

Anche il 2017 è ormai agli sgoccioli. Un anno ricco di ritorni, musicalmente parlando: alcuni annunciati (Fleet Foxes, Gorillaz), altri inattesi (Liam Gallagher, Fever Ray). In generale, il livello è stato soddisfacente, ma non eccezionale: lontani sono il 2010, il 2011 e il 2015, anni che davvero hanno rivoluzionato il panorama musicale contemporaneo. Tuttavia, molti cantanti e gruppi hanno dimostrato che la musica può ancora comunicare qualcosa, sia al pubblico che alla sfera privata di ognuno di noi.

Iniziamo la nostra analisi dei 50 migliori album dell’anno con le posizioni dalla 50 alla 26. Ricordiamo qua alcuni artisti che, pur meritevoli, non sono entrati nella lista: Jay-Z, Charlotte Gainsbourg, Protomartyr, SZA, Gorillaz e Alt-J purtroppo non sono riusciti a produrre dischi sufficientemente buoni per entrare nella lista di A-Rock. Altri artisti molto attesi, come Arcade Fire e Weezer, hanno semplicemente pubblicato brutti LP, come già scritto nell’articolo pubblicato pochi giorni fa relativo ai 5 album più deludenti del 2017.

Parlando dei generi più in vista nel 2017, senza dubbio pop e hip hop hanno continuato a mietere successi e a riempire le classifiche dei brani più ascoltati. In particolare, nel pop abbiamo avuto prove eccellenti (St. Vincent, Lorde) che contribuiranno anche nei prossimi anni a rivitalizzare il genere; d’altro canto, l’hip hop ha visto consolidarsi due giovani stelle del firmamento rap contemporaneo (Vince Staples e Kendrick Lamar). Invece, per l’elettronica non è stato un anno facile: pochi gli LP davvero riusciti, malgrado ritorni imprevedibili (Fever Ray). Da sottolineare poi il balzo in avanti del folk, che con i CD di Fleet Foxes e Mount Eerie ha creato due capolavori destinati ad influenzare il genere per anni. Per quanto riguarda il rock, il 2017 è stato un anno di transizione: accanto a graditi ritorni (Queens Of The Stone Age, Grizzly Bear, LCD Soundsystem), abbiamo avuto delusioni cocenti (Arcade Fire, Weezer, U2). Aspettiamo con ansia il 2018 per il comeback di gruppi amati come Vampire Weekend ed Arctic Monkeys. Infine, nota di merito per il ritorno di due grandi band shoegaze, Ride e Slowdive, entrambe presenti nella nostra lista. Ma andiamo con ordine.

50) Liam Gallagher, “As You Were”

(ROCK)

Lo avevamo inserito al primo posto nella lista dei CD più attesi del 2017: il primo sforzo solista del più giovane e scapestrato dei fratelli Gallagher. Dopo la non felicissima esperienza con i Beady Eye, aveva giurato che non avrebbe mai fatto un album solista, considerata roba da checche (parole sue, non mie). Invece, ha infranto il suo voto e ha realizzato questo “As You Were”: accantonati gli insulti al fratello e ad altri artisti (fra cui A$AP Rocky, U2 e Coldplay), Liam sembra una persona più matura; e questo non farà altro che bene alla sua vita e, probabilmente, alla sua carriera.

I singoli scelti per promuovere il CD erano sembrati molto interessanti: Wall Of Glass è un ottimo brano britpop, che ricorda molto gli Oasis dei primi tre LP; Chinatown e For What It’s Worth sono più intime ma non meno efficaci. Tutto stava a valutare le altre nove canzoni in scaletta. Beh, il nostro non ha deluso le attese: non parliamo di un disco capace di rinverdire i fasti di “Definitely Maybe” (1994) o “(What’s The Story) Morning Glory?” (1995), però Liam dimostra a tutti che il talento negli Oasis non era solo appannaggio di Noel e fa meglio dei due album prodotti con i Beady Eye, “Different Gear, Steel Speeding” (2011) e “BE” (2013). Peccato che “As You Were” perda efficacia nella sua parte centrale e finale, altrimenti il risultato finale sarebbe anche potuto essere migliore. La chiusura con la potente I’ve All I Need riscatta tutto.

Tra i pezzi migliori, abbiamo la già citata Wall Of Glass; belle anche Bold e Greedy Soul. Convincono meno le ballate, fin troppo dolci e smielate: tranne la riuscita Universal Gleam, per esempio, Paper Crown e When I’m In Need sono i punti deboli del CD. In generale, fa piacere tornare agli anni ’90, con la energia e irriverenza che ci aspetteremmo da un Gallagher ma contemporaneamente una maturità prima lontana da Liam. Fanno riflettere i testi di For What It’s Worth, dove si scusa con tutti coloro che ha offeso; e di Chinatown, dedicata alle vittime dell’attentato terroristico di Londra.

In conclusione, questo album stupirà molti: chi pensava che sarebbe venuto fuori un fiasco assoluto e chi pensava il talento fosse solo nelle mani di Noel capirà che, senza la voce e il carisma di Liam, la favola degli Oasis non sarebbe mai stata possibile.

49) Priests, “Nothing Feels Natural”

(PUNK)

La band punk statunitense dei Priests, un quartetto per metà maschile e per metà femminile, regala un disco di rara intensità, di protesta politica e insieme molto ambizioso. I Priests, infatti, non si limitano a urlare i loro pensieri senza un costrutto; recuperando molta della scena post punk anni ’80, infatti, Katie Alice Greer e compagnia comunicano tutta la frustrazione provata per l’attuale situazione del mondo.

I pilastri su cui si fonda questo veloce CD, “Nothing Feels Natural” (già il titolo dice tutto), sono chiari: gli U2 delle origini, i Joy Division e gli Interpol sono chiari riferimenti. Non manca un veloce passaggio à la Deerhunter, nell’ammaliante (sì, è il titolo del brano). Le canzoni più belle dell’album sono l’iniziale Appropriate, concentrato di tutto il punk più recente nello spazio di appena 5 minuti, pezzo davvero clamoroso; la ossessiva No Big Bang; e la conclusiva Suck, che ricorda molto i Rapture di “Echoes”. Da non ignorare anche la potente title track.

Insomma, niente di innovativo o indimenticabile, ma dischi come questo “Nothing Feels Natural” ricordano che il punk ha ancora un’utilità, soprattutto in tempi grami come quelli attuali. La Greer si candida, infine, a diventare una voce punk femminile molto significativa, al pari delle Savages e delle Sleater-Kinney.

48) Vagabon, “Infinite Worlds”

(ROCK)

Vagabon è il nome d’arte della newyorkese di origine camerunense Lætitia Tamko. Il suo esordio, “Infinite Worlds”, può a pieno diritto essere annoverato fra i migliori album rock dell’anno. La Tamko riesce infatti a fondere perfettamente un indie rock di chiara ascendenza strokesiana con un dream pop molto ammaliante, di cui è simbolo la strumentale Mal A’ L’Aise. Le sole 8 tracce del disco impediscono un giudizio completo, poiché sarebbe piaciuto vedere pienamente in gioco il potenziale della giovane artista. Tuttavia, per quello che abbiamo sentito, possiamo dire che Vagabon ha talento da vendere. Riuscire a creare un disco coerente mescolando Strokes, Cocteau Twins e Bloc Party non era facile.

Tra le tracce migliori di questo “Infinite Worlds” abbiamo le iniziali The Embers e Fear & Force; la già ricordata Mal A’ L’Aise e Cold Apartment, tuttavia, non sono da meno. Insomma, un esordio coi fiocchi da parte di un’artista davvero promettente.

Jay Som e Vagabon, dunque, hanno rivitalizzato generi come indie rock e dream pop che sembravano su un binario morto. Assieme ai Car Seat Headrest, il cui secondo CD “Teens Of Denial” del 2016 ha fatto gridare al miracolo, sono fra le migliori speranze del rock contemporaneo.

47) Jay Som, “Everybody Works”

(ROCK)

A proposito di Jay Som, questo “Everybody Works” è già il secondo album della giovane artista Melina Duterte. Il primo, “Turn Into” (2016), era passato nel sostanziale anonimato malgrado le qualità che lasciava intuire. Era già formata infatti l’estetica della Duterte: un indie rock scanzonato e influenzato dal dream pop à la Arctic Monkeys di “Suck It And See”.

“Everybody Works” consolida questo sound, migliorando la produzione e la cura dei dettagli, facendo del CD un lavoro imperdibile per gli amanti dell’indie anni ’00. Già da qui capiamo che la giovane compositrice non propone nulla di clamorosamente innovativo, ma la raffinatezza con cui si ispira ad artisti molto più celebri (Arctic Monkeys, Beach House) senza cadere nel plagio è ammirevole.

Degne di nota sono The Bus Song, Baybee e 1 Billion Dogs, dove addirittura si flirta con lo shoegaze; ma nessuna delle 10 tracce del disco è fuori posto. Insomma, un LP di ottima fattura e di grande fascino: quando il talento di Melina Duterte sboccerà definitivamente, ne sentiremo delle belle.

46) Mac DeMarco, “This Old Dog”

(POP – ROCK)

Il terzo album del talentuoso musicista canadese Mac DeMarco, “This Old Dog”, prosegue la lenta evoluzione che ha contraddistinto la sua breve ma prolifica carriera. Qui Mac suona tutti gli strumenti e canta in tutte le canzoni, curando anche la produzione: insomma, un egocentrismo notevole. Non è un caso, probabilmente, che anche i testi riflettano questo atteggiamento: nella ipnotica My Old Man troviamo riferimenti al tormentato rapporto con suo padre, Sister è dedicata alla sorella minore.

Non bisogna però pensare che nella vita di tutti i giorni DeMarco sia un maniaco à la Kanye West, un altro che di egocentrismo se ne intende. Anzi, vale il contrario: lui si dà sempre l’apparenza del ragazzo appena alzato dal letto, con l’aria trasandata e mezza addormentata. Contemporaneamente, però, egli è anche una persona fragile e insicura: lo dimostrano i testi presenti soprattutto nei precedenti lavori, come “2” (2012) e il bel “Salad Days” (2014).

A colpire è l’evoluzione stilistica del giovane Mac: se nei precedenti CD era maggiormente in evidenza l’aspetto indie rock (spaziando da Two Door Cinema Club a Ariel Pink e Real Estate, tanto per capirsi), in “This Old Dog” il pop è preponderante. Sia chiaro: non parliamo di cambiamenti radicali, come del resto era difficile aspettarsi da una persona “calma” e assorta come Mac. Tuttavia, questo è il primo LP a firma Mac DeMarco dove la produzione è brillante e la cura dei dettagli massima: ai fan della prima ora potrà non piacere troppo la perdita dell’ingenuità e (finta) noncuranza dei primi lavori, ma le persone cambiano con il passare del tempo e Mac sembra aver trovato la definitiva maturità, personale ed artistica.

Musicalmente parlando, “This Old Dog” presenta un Mac DeMarco molto simile ai lavori solisti di John Lennon e ad Harry Nilsson: insomma, due padri della musica moderna. Proprio per questo il CD non brilla per innovazione, ma ciò non va a discapito della qualità complessiva: prova ne sono la bella title track, My Old Man, Baby You’re Out e A Wolf Who Wears Sheeps’ Clothes. Strana ma riuscita anche On The Level, che flirta con l’elettronica soft. In generale, le canzoni sono brevi, addirittura Sister dura poco più di un minuto. Tuttavia, la particolarità di DeMarco è di saper sempre cambiare le carte in tavola: la lunghissima Moonlight On The River (più di 7 minuti) è l’ideale chiusura del lavoro.

In conclusione, “This Old Dog” è un interessante passo in avanti nella discografia di Mac DeMarco, un artista di cui non sappiamo mai cosa pensare: ci fa o ci è? Avrà già raggiunto il picco delle sue capacità oppure no? Il giudizio è sospeso: “This Old Dog” rappresenta certamente il lavoro maggiormente personale e intimista del cantante canadese. Non vediamo l’ora di riascoltarlo in nuove tracce per dare un giudizio definitivo.

45) Elbow, “Little Fictions”

(ROCK)

Giunti al settimo lavoro di inediti, gli Elbow continuano il loro pregevole percorso artistico. Al ventesimo anno di attività (!), sono poche le band che possono vantare la loro longevità e, contemporaneamente, la medesima volontà di non adagiarsi mai su un rock prevedibile. “Little Fictions” rimanda al più bel CD del gruppo, quel “The Seldom Seen Kid” (2008) vincitore del Mercury Music Prize; tuttavia, Garvey e co. non cadono mai nell’ovvietà. Pur somigliando a tratti a pezzi da novanta del rock contemporaneo come Arcade Fire e Interpol (soprattutto in All Disco e Trust The Sun), la band mantiene una sua identità, fatta di ritmo pulsante, testi di solito riferiti all’amore e canzoni dense, ma molto riuscite, musicalmente e vocalmente. Ne sono esempio Magnificent (She Says) e la conclusiva Kindling; più prevedibile K2, ma è un peccato veniale in un album altrimenti eccellente.

44) Spoon, “Hot Thoughts”

(ROCK)

Il nono album dei veterani dell’indie rock statunitense mantiene alto il livello dei precedenti lavori di Britt Daniel & co., cercando contemporaneamente di instillare nuove sonorità nel tipico genere della band. Infatti, accanto al tradizionale indie rock, che ha fatto le fortune del gruppo anche grazie a stupendi lavori come “Kill The Moonlight” (2002), abbiamo dei passaggi di funk ed elettronica che rendono questo “Hot Thoughts” molto intrigante.

Non sono molte le band che riescono ad operare significativi cambiamenti nel loro sound 24 anni dopo la loro fondazione (gli Spoon sono infatti nati nel 1993) e dopo otto album di successo: la caratteristica peculiare della band texana è che hanno sempre sperimentato nuovi colori e ritmi nel loro sound, basandosi però su una stretta aderenza al mondo del rock. In generale, dunque, non c’è che da essere soddisfatti per un LP così variegato e riuscito: ecco, diciamo che se gli Strokes tornassero ai livelli dei loro primi lavori cercando di mantenere il percorso più sperimentale intrapreso dopo “Angles”, il loro CD suonerebbe così.

Tra i brani degni di nota abbiamo la title track, WhisperI’lllistentohearit e la super funk First Caress. Molto strana la quasi solo strumentale Pink Up, molto lunga ed elettronica, decisamente un pezzo poco spooniano; più tradizionale invece Can I Sit Next To You. La seconda parte perde leggermente vigore, ma i risultati sono comunque buoni.

In conclusione, “Hot Thoughts” si aggiunge meritatamente ad una discografia già eccellente: gli Spoon restano ancora un gruppo fondamentale per gli amanti dell’indie.

43) Paramore, “After Laughter”

(POP – ROCK)

Il quarto album dei Paramore è una rinfrescata necessaria al loro sound. La band capitanata da Hayley Williams, infatti, non si limita a percorrere i sentieri pop-rock delle origini, ma cerca di rifarsi al pop anni ’80 tipico di Police e Talking Heads.

“After Laughter” è il quinto album a firma Paramore, il primo dopo l’eponimo “Paramore” del 2013: se precedentemente il gruppo era famoso come alfiere della musica emo, i membri hanno sempre cercato di innovare, aprendo al funk e al pop-rock, sempre però nei sentieri ben precisi della musica emo. Tuttavia, rispetto ai contemporanei (per esempio, Tokyo Hotel e Brand New), i Paramore hanno mantenuto un livello di scrittura e profondità testuale ben maggiore: non solo ansie giovanili, ma anche temi delicati come il suicidio e la solitudine.

“After Laughter” era quindi atteso con trepidazione: Williams & co. avrebbero mantenuto il buon livello dei precedenti lavori? La risposta è un sì convinto: malgrado i numerosi avvicendamenti nella formazione, tra cui l’abbandono del bassista Jeremy Davis e il ritorno del primo batterista Zac Farro, dopo sei anni di pausa dalla band, la formula dei Paramore si è arricchita, come già ricordato, di chiari riferimenti al pop anni ’80 e ai complessi simbolo di quel periodo.

Un’operazione molto simile era stata effettuata dai The 1975 l’anno scorso, con ambizione e rischio ancora più grandi; i Paramore riescono a non cadere nel tranello della troppa voglia di fare e creano un prodotto compatto e godibile, una conferma del loro talento e versatilità.

Tra i brani migliori abbiamo Rose-Colored Boy e Told You So, che rendono la parte iniziale del CD davvero interessante; da ricordare anche Fake Happy, Pool e Grudges, che rievocano da vicino i Police e i Talking Heads al loro apice. Meno riuscite invece le ballate, come Forgiveness e la conclusiva Tell Me How.

In generale, va apprezzata la voglia di sperimentare nuove sonorità di un gruppo che avrebbe potuto tranquillamente continuare a far piangere adolescenti fragili suonando stanche e monotone canzoni emo, ma che invece non perde la voglia di sorprendere il proprio pubblico.

42) Big Thief, “Capacity”

(ROCK)

I Big Thief sono un complesso americano che suona un indie rock intimista come poche volte si è sentito, sia musicalmente che come tematiche affrontate. Il loro primo album, “Masterpiece” del 2016 (viva la modestia), era un buon connubio di pop e rock; in “Capacity” notiamo un affinamento della formula che li ha fatti conoscere.

Il punto di forza del gruppo è senza dubbio la bellissima voce di Adrianne Lenker, evocativa e fragile come solo le migliori voci femminili sanno essere: in Watering ne abbiamo un chiaro esempio. Le strumentazioni non sono né innovative né radicalmente differenti da “Masterpiece”, tuttavia il risultato complessivo è più convincente. Abbiamo infatti ottimi brani come l’intimista Pretty Things, Shark Smile (che parte quasi punk) e il nucleo del CD, la bellissima Mythological Beauty. Da non trascurare anche la parte finale del disco, con Haley e Mary come highlights.

In conclusione, “Capacity” sicuramente amplierà la platea di fans dei Big Thief, un premio meritato per un gruppo certo non rivoluzionario, ma che sa usare gli ingredienti dell’indie rock più classico per creare brani mai banali.

41) Ride, “Weather Diaries”

(ROCK)

Il 2017 ha segnato il ritorno dello shoegaze sulla scena rock. Infatti, sia Slowdive che Ride sono tornati in attività, producendo nuovi CD sulla falsa riga di quelli che, a cavallo fra anni ’80 e ’90, avevano fatto pensare che una nuova stagione fosse possibile per il rock alternativo. In effetti, grunge e shoegaze sono state le ultime due grandi correnti di cambiamento nel rock.

“Weather Diaries” rappresenta perciò un gradito ritorno, che non intacca l’eredità della band britannica, in particolare quella dei due primi lavori, i bellissimi “Nowhere” (1990) e “Going Blank Again” (1992). Molto aveva fatto discutere la svolta verso sonorità meno difficili dello shoegaze nei due successivi lavori dei Ride, i poco riusciti “Carnival Of Light” (1994) e “Tarantula” (1996). Non è un caso che, dopo “Tarantula”, la band si sia sciolta. “Weather Diaries” cerca di recuperare le antiche sonorità, senza dimenticare però le parti migliori dei due tanto discussi ultimi CD a firma Ride. E i risultati sono davvero interessanti.

Sia chiaro: non parliamo di un LP innovativo o di un radicale cambiamento nel sound dei Ride, tuttavia è sempre piacevole ascoltare una band che sembrava appartenere al firmamento del rock tornare sui suoi passi senza aver perso lo smalto dei tempi migliori. Infatti, tranne un paio di leggeri passi falsi, “Weather Diaries” entra senza demeriti nell’eredità che i Ride lasceranno alla musica.

I brani migliori sono soprattutto nella parte iniziale: molto bello il duo rappresentato da Lannoy Point e Charm Assault. All I Want sarebbe buona, ma l’elettronica presente nel pezzo lo rovina parzialmente. Altre belle canzoni sono l’eterea Home Is A Feeling, la potente Cali e Impermanence. Tra i passi falsi abbiamo la title track, fin troppo monotona, e la strumentale Lateral Alice.

A questo punto possiamo dirlo: tutte le band più rappresentative dello shoegaze sono tornate a produrre musica nel nuovo millennio. Infatti, accanto a Slowdive e Ride, non scordiamoci che i My Bloody Valentine sono tornati con “m b v” nel 2013 e i Lush con l’EP “Blind Spot” nel 2016. Insomma, un trionfo per gli amanti del rock alternativo e, in generale, per chi apprezza la buona musica.

40) (Sandy) Alex G, “Rocket”

(ROCK)

Classe 1993, già 8 album alle spalle: se non parliamo di un prodigio, poco ci manca. Alexander Giannascoli, cantante di chiara origine italiana e con nome d’arte Alex G, da poco cambiato in (Sandy) Alex G, ricorda a tutti che la prolificità non è sempre sinonimo di lavori abborracciati: ne sia esempio anche l’instancabile Ty Segall. “Rocket”, tuttavia, è il primo album di Alex con l’etichetta Domino, fra le più importanti in ambito indie rock; e infatti il CD ha avuto maggior risonanza dei precedenti suoi LP.

“Rocket” colpisce soprattutto per la capacità di evocare tempi lontani senza sembrare un plagio di autori più quotati: prendendo spunto da autori come il compianto Elliott Smith e Wilco, con una spruzzata di Pavement, Alex G propone una summa dell’indie anni ’90-’00, colpendo per varietà stilistica e apparente semplicità di scrittura. Niente di clamorosamente innovativo, dunque, ma certo un lavoro molto interessante, da ascoltare per tutti gli amanti di quegli anni a cavallo di due secoli.

Parlando strettamente di musica, abbiamo ottime canzoni, soprattutto nella prima parte: il poker iniziale di canzoni, formato da Poison Root, Proud, County e Bobby, è per esempio molto riuscito, un po’ lo-fi, un po’ country e il restante terzo indie; colpisce poi la violenza quasi hard rock di Brick, mentre la strumentale Horse delude leggermente.

Nella seconda parte abbiamo invece come highlight la dolce Alina, ma anche Powerful Man non è trascurabile. In generale, a parte qualche passo falso, “Rocket” si mantiene su alti livelli, facendo sperare che il mondo dell’indie rock abbia trovato un nuovo, grande interprete in Alexander Giannascoli. L’età e il talento sono dalla sua parte: lo aspettiamo fiduciosi alla prossima prova.

39) Mount Kimbie, “Love What Survives”

(ELETTRONICA – ROCK)

Il duo formato da Dominic Maker e Kai Campos arriva ad un punto di svolta in una carriera già interessante: per la prima volta i Mount Kimbie inseriscono il rock nelle loro creazioni, creando un mix fra elettronica, funk e rock molto affascinante e, in gran parte, riuscito.

L’apertura è già radicalmente nuova per coloro che erano abituati ai Mount Kimbie come ad un duo dubstep: questo terzo album della loro produzione inizia infatti con Four Years And One Day e Blue Train Lines (che conta la collaborazione di King Krule), due brani fortemente influenzati dal rock, entrambi riusciti. I vecchi Mount Kimbie tornano in pezzi come You Look Certain (I’m Not Sure), altro highlight del CD, e la bella Delta, con base ritmica molto marcata e sintetizzatori ipnotici. Tra gli ospiti abbiamo, oltre a King Krule, anche altri artisti celebri: James Blake compare addirittura in due canzoni, We Go Home Together e How We Got By; ma contiamo anche Micachu (in Marylin) e Andrea Balency, vocalist dei Mount Kimbie in tour, che canta nella già citata You Look Certain (I’m Not Sure). Se We Go Home Together convince meno, la seconda collaborazione con James Blake, la conclusiva How We Got By, è più riuscita: il piano di James è come sempre sontuoso e si sposa benissimo con il mood del brano.

In generale, possiamo dire che i Mount Kimbie hanno operato un cambio molto importante nel loro tipico sound in “Love What Survives”, che sembra promettere molto bene per il futuro artistico del duo: è come sentire Depeche Mode e LCD Soundsystem fusi assieme, non una cosa banale quindi. Speriamo che i risultati possano ancora migliorare; ad ogni modo, questo LP merita pienamente di entrare nella lista dei 50 migliori dischi del 2017.

38) Grizzly Bear, “Painted Ruins”

(ROCK)

I Grizzly Bear venivano da due album di grande successo, sia con la critica che con il pubblico: “Veckatimest” (2009) e “Shields” (2012) avevano delineato un genere a metà fra rock e folk, con accenni di sperimentalismo e, contemporaneamente, di pop (ricordate Two Weeks?). Insomma, le aspettative per “Painted Ruins” erano molto elevate: ripetendosi avrebbero rischiato di non replicare la cristallina bellezza dei due lavori che hanno dato loro il successo, ma anche cambiare avrebbe comportato rischi notevoli.

I Grizzly Bear hanno optato per una soluzione di compromesso: nella lunga assenza dalle scene (ben cinque anni), hanno affinato il loro caratteristico genere e, allo stesso tempo, inserito delle interessanti sonorità elettroniche, che rendono il nuovo LP molto intrigante. Possiamo anzi dire che “Painted Ruins” è il CD più elettronico a firma Grizzly Bear; prova ne siano i due singoli Mourning Sound e Three Rings, tra i migliori brani del disco.

Tuttavia, la seconda parte del lavoro riporta alla mente i passati sforzi creativi del gruppo: per esempio, il rock di Cut-Out ricorda soprattutto “Veckatimest” e “Yellow House”, mentre l’intricata Glass Hillside (non bellissima) è più assimilabile alle atmosfere di “Shields”. Menzione finale per l’ottima chiusura del CD: come sempre, i Grizzly Bear mantengono il meglio alla fine. Sky Took Hold, in effetti, è a pieno diritto tra i migliori pezzi di “Painted Ruins”: una canzone epica al punto giusto, gran finale di un LP gradevole anche se non perfetto.

Purtroppo, infatti, Ed Droste e Daniel Rossen (menti e voci della band), forse anche a causa dello scarso dialogo intercorso nelle sessions di registrazione di “Painted Ruins”, dove si inviavano le loro bozze tramite mail, non raggiungono i miracolosi risultati di “Shields”: a parte la già menzionata Glass Hillside, non convince pienamente neppure Systole, ma sono peccati veniali.

Non bisogna credere, infatti, che il CD sia un fiasco; anzi, “Painted Ruins” entra di diritto fra i migliori CD dell’anno, magari non nei primi 10, ma certamente nei primi 50. Non siamo ai livelli di “Shields”, vero capolavoro del gruppo, ma certamente “Yellow House” è alla portata di “Painted Ruins”. Tutto dipende da cosa ci aspettavamo dai Grizzly Bear: non sono mai stati fermi nelle loro posizioni, quindi aspettarsi una copia dei passati dischi sarebbe stato un’illusione. Un po’ di elettronica non ha fatto altro che bene alla band: vedremo dove li porterà questo nuovo percorso, ma abbiamo piena fiducia nelle capacità dei Grizzly Bear di reinventarsi costantemente senza perdere lo smalto e il gusto per la sperimentazione che li hanno sempre contraddistinti.

37) Queens Of The Stone Age, “Villains”

(ROCK)

Il settimo album della gloriosa band simbolo dell’hard rock anni ’00 era atteso con trepidazione da fans e critica: Josh Homme e compagni avrebbero cambiato ancora una volta la loro ricetta sonora, dopo la rivoluzione pop di “…Like Clockwork” (2013)? I QOTSA sono stati, ancora una volta, molto furbi ed abili: non hanno stravolto la base ritmica trovata quattro anni fa; tuttavia, con poche ma azzeccate innovazioni hanno mantenuto fresco il loro sound, del resto sempre al passo con i tempi.

Partiamo, quindi: “Villains” arriva quattro anni dopo “…Like Clockwork”, album fondamentale nella discografia dei Queens Of The Stone Age; non il loro migliore (inarrivabili in tal senso “Rated R” e “Songs For The Deaf”), tuttavia aveva lasciato intravedere il lato più melodico della band, con canzoni quasi pop come la title track e Kalopsia. La presenza di ospiti di spessore, da Alex Turner a Mark Lanegan, aveva poi arricchito la formula vincente del disco. Pertanto, il metal delle origini è ormai abbandonato: come sarebbe suonato il settimo album di un gruppo così rinnovato musicalmente?

In “Villains” possiamo parlare di funk-rock: le prime due, bellissime tracce del CD, Feet Don’t Fail Me e il singolo The Way We Used To Do, sono la grande intro al disco. Le sole 9 canzoni farebbero pensare ad un lavoro pigro del gruppo; in realtà, molte superano i 5 minuti di durata e le strutture delle melodie sono spesso complesse e intricate. La durata complessiva, non a caso, raggiunge i 48 minuti.

Gli highlights sono almeno quattro: oltre alle già citate Feet Don’t Fail Me e The Way We Used To Do, abbiamo il secondo singolo The Evil Has Landed e la più melodica Fortress. Meno bella la frenetica Head Like A Haunted House, che è anche la più breve traccia del CD. Non trascurabile, infine, la conclusiva Villains Of Circumstance. I testi fanno spesso riferimento al diavolo e alla sua presenza nel mondo: Homme e co. si rendono conto che viviamo in tempi difficili e, sebbene non stiamo parlando di Bob Dylan o Leonard Cohen, i testi riflettono ciò con ironia e arguzia.

In conclusione, i QOTSA si confermano band fondamentale dello scenario rock mondiale: nonostante la mancanza di collaborazioni eccellenti che avevano contraddistinto i precedenti LP del complesso statunitense, i risultati sono comunque molto buoni. Lavorare con Iggy Pop ha ampliato ancora di più gli orizzonti musicali di Josh Homme, che si conferma grande artista rock. Le “regine dell’età della pietra” sono entrate definitivamente nell’età moderna, con un hard rock funkeggiante e molto ballabile.

36) Ty Segall, “Ty Segall”

(ROCK)

Registrato con Steve Albini, uno dei migliori produttori su piazza, questo “Ty Segall”, nono album dell’omonimo multistrumentista americano, è un altro tassello prezioso in una sempre più sorprendente carriera. Ty ha sempre perseguito un genere a metà fra il rock anni ’70, vicino soprattutto a Rolling Stones e Velvet Underground, e la scena indie anni ’90-‘2000, su tutti Strokes e Pavement. Il CD è un’ulteriore affermazione di questa estetica: le prime due canzoni, Break A Guitar e Warm Hands (Freedom Returned), sono davvero riuscite. In particolare Warm Hands (Freedom Returned) è un fantastico mix di hard rock, garage rock e punk. Una sorta di suite rock, tremendamente ambiziosa ma davvero bellissima. Il resto dell’album scivola via gradevolmente, ma non raggiunge i picchi di Warm Hands: Ty ha infatti posto nella seconda parte del suo nuovo LP alcune delle canzoni pop da lui scritte più intimiste di sempre, ad esempio Talkin’ e Orange Color Queen.

In generale, dunque, niente di clamorosamente rivoluzionario o innovativo per il rock, ma Ty Segall si conferma ancora una volta come una delle voci più autorevoli del settore. Ah, dimenticavo: ha appena 30 anni… Che il meglio debba ancora arrivare?

35) Wolf Alice, “Visions Of A Life”

(ROCK)

Il secondo album del giovane gruppo inglese dimostra ancora una volta il loro immenso talento. “Visions Of A Life” cerca di innestare qualche novità nel sound della band: se l’esordio “My Love Is Cool” (2015) entrò nella top 5 dei più bei album del 2015 di A-Rock era perché sapeva fondere benissimo il rock anni ’90 di Nirvana e Verve con i più contemporanei Arctic Monkeys e Libertines. Nel nuovo LP, Ellie Rowsell e compagni introducono anche tratti shoegaze nel loro sound, ma ricordano in certi punti anche il pop degli M83.

L’inizio del CD è ottimo: Heavenward è un ottimo brano shoegaze, che sembra composto da My Bloody Valentine o Slowdive; Beautifully Unconventional è intrigante come i migliori momenti di “My Love Is Cool”. Avrete notato quanti riferimenti a band del passato ci sono in “Visions Of A Life”: il tratto che sembrava più caratteristico dei Wolf Alice, un folk-rock lento o duro a seconda delle circostanze, è un po’ in secondo piano in questo secondo album. Solo nel finale, con Sadboy e St. Purple & Green, si torna alle sognanti atmosfere di “My Love Is Cool”. Tuttavia, i risultati restano comunque gradevoli: le già ricordate Heavenward e Beautifully Unconventional sono belle, così come Sky Musings, forse il vero highlight, con la voce della Rowsell al top. Non trascurabile anche la conclusiva title track, un’epica suite da oltre 7 minuti.

In conclusione, non stiamo parlando del disco che riscrive la storia del rock inglese, come alcune pubblicazioni d’Oltremanica sembrano pensare (vero, NME?). Nondimeno, una band del talento e dell’eclettismo dei Wolf Alice non è rinvenibile in America o, comunque, nel resto del continente europeo. Attendiamo con ansia la terza prova del complesso britannico, per dare una valutazione definitiva dei Wolf Alice.

34) Sampha, “Process”

(R&B – POP – SOUL)

Il 29enne Sampha Sisay, conosciuto con il nome d’arte Sampha, ha già alle spalle due EP e numerose collaborazioni con importanti artisti della scena black internazionale: Drake, Solange Knowles e Kanye West tra gli altri. Il suo primo LP, “Process”, tratta il soul in maniera molto contemporanea: vale a dire infarcendolo di elettronica e un pizzico di R&B. I risultati sono magnifici nei suoi tratti migliori: il duo rappresentato da Plastic 100°C e Blood On Me è davvero riuscito, così come la conclusiva What Shouldn’t I Be?. La canzone più introspettiva è  (No One Knows Me) Like The Piano, in cui ricorda l’infanzia e il ruolo che il pianoforte ha avuto nella sua formazione.

I riferimenti musicali sono molto alti: James Blake su tutti, ma anche tracce di The Weeknd e Maxwell compaiono qua e là. Soprattutto Under ricorda il modo di cantare del migliore The Weeknd. In conclusione, dunque, Sampha non inventa nulla, ma tratta il meglio dei grandi maestri citati ottenendo un risultato molto buono, 40 minuti passati ascoltando 10 canzoni mai banali o prevedibili. Insieme a FKA Twigs, il giovane Sampha si candida ad essere un importante esponente della scena black britannica, ma non solo.

33) Lana Del Rey, “Lust For Life”

(POP)

Il quinto album della popstar Lana Del Rey, “Lust For Life”, si apre subito con una novità: nella cover Lana sorride, lei che fino a qualche tempo fa era presa in giro per i suoi testi tragici e la tristezza che le sue canzoni emanavano. Tuttavia, non si pensi che “Lust For Life” sia un CD allegro: cadremmo in un errore madornale. Lana mantiene il caratteristico spleen, cercando però di ampliare la propria palette sonora e ingaggiando ospiti di tutto rispetto.

Tra i singoli utilizzati per promuovere il disco, infatti, troviamo delle collaborazioni con The Weeknd (la bella title track) e con A$AP Rocky (le meno riuscite Summer Bummer e Groupie Love). Oltre a questi due artisti abbiamo dei featuring anche con il figlio di John Lennon, Sean, Playboi Carti e Stevie Nicks. È da sottolineare come, a parte la title track, queste tracce siano tra le più deboli dell’album: sia le due con A$AP Rocky che Tomorrow Never Came con Sean Lennon Ono (chiaro riferimento alla celeberrima Tomorrow Never Knows dei Beatles) che Beautiful People Beautiful Problems con Stevie Nicks non convincono proprio. Meglio la Lana solista, quindi.

Ne abbiamo la dimostrazione nelle belle Love, Cherry e Get Free, che chiude il disco quasi con accenni di dream pop. Una caratteristica di “Lust For Life”, infatti, è che Lana amplia notevolmente il numero di generi affrontati: dal pop dolente all’R&B, fino al country e appunto al dream pop. Tutto questo fa molto ben sperare per il futuro della carriera della signorina Elizabeth Woolridge Grant, vero nome di Lana: se saprà fondere adeguatamente tutti questi ingredienti, il prossimo lavoro potrebbe davvero ridefinire la musica pop, un po’ quello che Lorde ha fatto quest’anno con l’eccellente “Melodrama”.

Menzione finale per la bella voce di Lana, asset fondamentale della popstar, sfruttata a dovere lungo tutto il CD e specialmente in Heroin e God Bless America – And All The Beautiful Women In It, non a caso fra le migliori canzoni di “Lust For Life”. È una voce che sa trasmettere sofferenza e sogno, che si sposa benissimo con il pop raffinato e melanconico di Lana. La collaborazione con Abel Tesfaye aka The Weeknd è un’altra prova di tutto ciò.

In conclusione, “Lust For Life” è il più bel CD nella carriera di Lana Del Rey: un’artista costantemente cresciuta, sia artisticamente che come seguito popolare. Peccato che “Lust For Life” sia composto da 16 canzoni per 72 minuti di durata: con due-tre canzoni e dieci minuti di riempitivo in meno avremmo avuto un mezzo capolavoro. Così il disco è “solamente” buono, ma il talento di Lana ci fa ben sperare per il prossimo futuro.

32) Courtney Barnett & Kurt Vile, “Lotta Sea Lice”

(ROCK)

L’album collaborativo tra due degli artisti indie rock più amati degli ultimi anni non poteva che essere un successo. Courtney Barnett e Kurt Vile, del resto, sono anche due spiriti apparentemente affini: spesso associati al mondo degli “slacker”, cioè di quelle persone scansafatiche che non lavorano ma si dilettano ad analizzare la realtà con occhio disincantato e ironico, hanno entrambi caratteri riservati e attenti al mondo che li circonda. “Lotta Sea Lice” trova le sue radici, come del resto era prevedibile, negli stili musicali dei due: il rock-country di Kurt e l’indie più sanguigno di Courtney si fondono spesso perfettamente, con risultati complessivi buonissimi.

L’inizio dell’album è incantevole: la lunga Over Everything è un trionfo, fra i migliori pezzi del 2017 e a pieno diritto fra gli highlights delle produzioni di entrambi gli artisti. Le 9 canzoni fanno pensare ad un album pigro, in realtà ogni pezzo è perfettamente incastrato nel quadro generale e, pur non replicando la bellezza di Over Everything, non guasta il CD nel complesso. Abbiamo infatti la più tranquilla Let It Go e la “barnettiana” Fear Is Like A Forest; poi viene Outta The Woodwork, che potrebbe stare benissimo in un disco di Kurt Vile. Molto carina anche Continental Breakfast.

In generale, colpisce l’intesa fra i due: le voci si sovrappongono continuamente, creando una sinergia notevole fra i due cantanti e la melodia sottostante. Le uniche parziali delusioni vengono da Outta The Woodwork, troppo lenta, e On Script, ma non pregiudicano un voto più che positivo al disco.

In conclusione, questo “Lotta Sea Lice” si inserisce perfettamente nelle discografie di Kurt Vile e Courtney Barnett: chissà che non possa essere replicato in futuro. Le basi di partenza per un altro ottimo LP ci sono tutte.

31) Vince Staples, “Big Fish Theory”

(HIP HOP)

Il secondo, attesissimo album del rapper Vince Staples lo trova ad un bivio fondamentale nella sua fino ad ora fulminante carriera: mentre nel precedente CD, l’acclamato “Summertime ‘06” (2015), Vince presentava un rap meditativo e più calmo di molti suoi colleghi, già nell’EP dello scorso anno, “Prima Donna”, avevamo intravisto un cambiamento in atto: ritmi più cupi, temi trattati molto difficili (su tutti il suicidio, basta sentirsi la title track).

“Big Fish Theory” fonde fra loro elettronica e hip hop in un modo davvero unico: Staples, infatti, cerca di adattare i beat spesso ossessivi della dance al suo flow, come sempre fluviale e mai banale. I risultati non sono perfetti, ma senza dubbio buoni: spiccano in particolare le grandi collaborazioni, tra cui Damon Albarn e Kendrick Lamar, e i numerosi produttori di grido coinvolti, come Flume e Justin Vernon.

I temi trattati sono, ancora una volta, ancorati alla morte e al suicidio: in più interviste Vince Staples ha confermato di essere stato sconvolto dalla morte di Amy Winehouse e dal trattamento da lei ricevuto dai media mentre era ancora in vita. Non è un caso che il rapper, nella vita quotidiana, mantenga un profilo molto basso, lontano dai paparazzi e dagli eccessi: anni luce lontano da Kanye West, insomma. L’omaggio ad Amy arriva in Alyssa Interlude, dove viene proposta un’intervista da lei rilasciata nel 2006, perfettamente funzionale al brano e all’intero disco.

Tra le canzoni migliori abbiamo Big Fish, 745 e Yeah Right, la collaborazione con Kendrick: possiamo dire che sono a confronto i due migliori rapper della loro generazione. Tra i difetti del disco abbiamo l’eccessiva brevità (dura appena 36 minuti) e la frammentazione, che non ne rende facile l’ascolto. Tuttavia, i meriti del CD sono molti: in un tweet poi cancellato, Staples aveva proclamato spavaldo che “Big Fish Theory” sarebbe stato un disco futuristico. Beh, non sarà un LP superbo, ma certamente rappresenta un passo da gigante nella discografia di Vince Staples e un’interessante fusione fra elettronica ed hip hop.

30) The xx, “I See You”

(ELETTRONICA – POP)

Il terzo lavoro del trio inglese si è fatto attendere per ben cinque anni: risale infatti al 2012 “Coexist”. Tutti iniziarono ad apprezzare gli xx fin dall’esordio, l’eponimo CD del 2009 che conteneva le hit Intro, Basic Space e Crystalised. Questo “I See You” arriva a due anni dal primo LP solista di Jamie xx, il magnifico “In Colour”, un concentrato della miglior musica elettronica passata e presente. Le influenze club sono evidente in “I See You”, ma gli xx riescono contemporaneamente a mantenere le proprie radici di band indie pop, con strumentazione minimale e le voci di Oliver Sim e Romy Madley-Croft più mature e affascinanti come sempre nei loro scambi. Alcune canzoni stonano con il passato della band (A Violent Noise e Dangerous), ma non dobbiamo pensare che l’intero lavoro sia puramente elettronico. Abbiamo infatti anche Say Something Loving e la conclusiva Test Me, che mantengono intatto il nucleo del suono xx, seppur con più ritmo e movimento. Le voci eteree presenti in Lips sembrano prese da un film di Sorrentino; On Hold invece è il singolo più commerciale, ma non per questo inferiore. Menzione finale per Brave For You, composta da Romy per la madre morente: un pezzo toccante e molto espressivo. Insomma, non un lavoro perfetto e coeso stilisticamente, ma senza dubbio un importante passo in avanti nella discografia degli xx, finalmente usciti dal loro guscio e pronti a spiccare il volo verso lidi sonori fino a poco tempo fa inesplorati. Sì, ci erano proprio mancati.

29) Laura Marling, “Semper Femina”

(FOLK)

La cantautrice inglese Laura Marling è ormai giunta al sesto lavoro di inediti: un traguardo rimarchevole, soprattutto se consideriamo il fatto che ha appena 27 anni. Questo “Semper Femina”, riecheggiando nel titolo il motto dei marines americani “semper fidelis”, denota il tema portante dell’album: essere donna oggi. I risultati sono davvero ottimi, con punte di delicatezza e raffinatezza stilistica notevoli.

Il mood generale del CD è malinconico: il genere folk con venature pop e soft rock, tipico anche di artisti come Sufjan Stevens e Joanna Newsom, aiuta molto a trasmettere questo sentimento. Le melodie sono in generale semplici, quasi spoglie, spesso ridotte alla voce della Marling, la chitarra e un sottofondo morbido di tastiere. Non sarà una grande novità nel mondo della musica, ma chi lo è di questi tempi?

Restano impresse soprattutto canzoni come Soothing e Nothing, Not Nearly, con quest’ultima che ricorda molto la Angel Olsen di “My Woman” (2016). Del resto, nessuna delle 9 tracce dell’LP è fuori posto: colpisce positivamente, infatti, la coesione del CD. “Semper Femina”, in conclusione, si staglia come uno dei migliori lavori folk dell’anno. Laura Marling, se sboccerà completamente, potrà diventare la Joni Mitchell del XXI secolo.

28) Stormzy, “Gang Signs & Prayer”

(HIP HOP – SOUL)

L’esordio tanto atteso del giovane artista inglese Stormzy è uno dei migliori CD dell’anno di musica grime. Cosa si intende con questo termine? Il solco seguito è senza dubbio quello dell’hip hop, ma il grime è ancora più duro e i temi trattati riguardano di solito la vita nei sobborghi delle grandi città britanniche. Insomma, un qualcosa di molto simile al gangsta rap degli anni ’90 del secolo scorso, solo ambientato in UK. Skepta (artista che ha anche collaborato all’ultimo CD di Drake) ne è il massimo esponente, ma Stormzy è il giovane rampante che cerca di far conoscere il grime anche al di fuori della ristretta cerchia dei fans “ortodossi”.

Stormzy tenta di raggiungere questo scopo mescolando al grime anche sonorità più morbide, fino ad avvicinarsi al gospel e al soul. Esperimento ambizioso e, per la verità, in gran parte riuscito. Infatti, dopo la partenza sparata con First Things First e Cold, abbiamo anche brani più intimisti come Blinded By Your Grace, Pt.1 e Velvet/Jenny Francis (Interlude).

I temi trattati sono in gran parte sintetizzabili nel titolo dell’album: “Gang Signs & Prayer” infatti parla prevalentemente dei temi tipici del grime, con le basi oscure e ossessive che caratterizzano il genere. Potrà non piacere, ma all’interno dell’hip hop è senza dubbio un’innovazione che sta rivitalizzando il mondo della musica black.

Con 16 canzoni e una durata vicina ai 60 minuti, non tutto può essere perfetto; tuttavia, aspettiamo con impazienza una nuova prova da parte del giovane Stormzy, per capire meglio se in lui prevarrà la parte rap o quella più melodica del gospel/soul. Per ora, questo “Gang Signs & Prayer” è un ottimo esordio per uno dei maggiori talenti nati nella musica nera degli ultimi anni.

27) Drake, “More Life”

(HIP HOP)

Il nuovo LP della superstar canadese del rap Drake era attesissimo, sia dal pubblico che dalla critica. Il precedente CD, “Views” del 2016, aveva il record di essere il primo album a totalizzare un miliardo di streaming su Apple Music e aveva passato ben 13 settimane in testa alla Billboard 200. Insomma, un successo clamoroso, sottolineato dai famosissimi singoli One Dance e Hotline Bling. Tuttavia, i critici (noi di A-Rock compresi) erano stati molto scettici nell’accoglienza di “Views”, troppo lungo e sovraccarico di influenze per piacere.

La domanda che tutti si ponevano era: Drake tornerà alla bellezza di “Take Care” (2011) o dovremo sorbirci un altro mattone? Ebbene, malgrado l’eccessivo numero di brani (22!) e una lunghezza che supera gli 80 minuti (!), “More Life” è decisamente migliore del predecessore. Drake è riuscito a creare una sintesi efficace fra rap e pop, creando un prodotto magari sovraccarico, soprattutto verso la fine, ma molto affascinante e intrigante.

L’inizio, in particolare, è molto solido: molto riuscite Free Smoke e No Long Talk, pezzi rap quasi feroci per lo stile cui ci aveva abituato l’artista canadese. Invece Passionfruit è più gioiosa e pop, ma non per questo meno efficace. Altro brano “commerciale” è Madiba Riddim, che va a comporre una parentesi più leggera assieme a Get It Together. I veri capolavori, però, sono 4422 (con Sampha) e Gyalchester, pezzo trap molto tosto.

Anche la parte centrale di “More Life” contiene brani interessanti, a differenza di “Views”. Abbiamo infatti Can’t Have Everything e Glow, con quest’ultima che contiene un featuring con Kanye West.

Parlando di ospiti, la lista è davvero sterminata: oltre a Kanye e Sampha, abbiamo Young Thug, PartyNextDoor (presente nella non memorabile Since Way Back), 2 Chainz, Skepta e Travis Scott. Insomma, il gotha del mondo hip hop internazionale.

Unica pecca, dicevamo, è l’alto numero di canzoni: senza brani deboli come il già citato Since Way Back, Fake Love e Ice Melts parleremmo di un lavoro eccellente. Così, invece, è solo un buonissimo CD da parte di un rapper molto talentuoso, ma voglioso di strafare e collezionare record di streaming e incassi. Così facendo, purtroppo, la qualità complessiva ne risente; nondimeno, questo “More Life” è ai livelli di “Take Care”, cosa per niente scontata date le premesse.

Nel bene o nel male, parleremo di questo CD fino a fine anno: possiamo dire, però, che senza ombra di dubbio anche i critici saranno soddisfatti stavolta.

26) Gas, “Narkopop”

(ELETTRONICA)

Dopo ben 17 anni di assenza dalla scena musicale, il musicista tedesco Wolfgang Voigt è tornato a produrre musica con il nome d’arte Gas. La sua cifra stilistica è sempre stata una musica ambient molto evocativa e intensa, simile al miglior Brian Eno e ad Aphex Twin. Da lui hanno preso spunto vari altri artisti, tra cui il danese The Field.

Certo, molto è cambiato rispetto al 2000: ora la musica elettronica è diventata mainstream, soppiantando il rock e migrando verso lidi sempre più commerciali. Tuttavia, Gas mantiene intatte le sue caratteristiche peculiari: 10 canzoni senza titolo (o meglio, intitolate semplicemente Narkopop 1, Narkopop 2 e così via) per 78 minuti di durata. Un album dunque impegnativo, ma di ottima fattura e, per questo, godibile: i paesaggi evocati da Voigt sono come sempre onirici, tanto da ricordare le atmosfere di David Lynch e del compositore Angelo Badalamenti. Nessuna aggiunta al sound specifico di Gas, insomma, ma certamente “Narkopop” rappresenta un ottimo ritorno alla musica per Voigt, un po’ quello che “Syro” nel 2014 era stato per Aphex Twin.

Degne di nota sono in particolare la seconda suite, intitolata appunto Narkopop 2, da cui sembra iniziare realmente l’album, dopo una prima melodia un po’ fiacca; in Narkopop 4 Voigt evoca quasi una marcia militare; poi nelle successive Narkopop 5 e Narkopop 6 l’ambiente si fa più dolce, generando due melodie magnifiche. Invece, in Narkopop 8 l’atmosfera è più lugubre e ossessiva. Chiude il CD Narkopop 10, un’odissea di 17 minuti di non facile lettura, ma senza dubbio curata fin nei minimi dettagli.

In conclusione, Wolfgang Voigt dimostra ancora una volta tutto il suo talento: il quinto LP a firma Gas si aggiunge ad un catalogo già di eccellente qualità, fondamentale per tutti gli amanti della musica elettronica.

La prima parte dei 50 migliori album del 2017 di A-Rock contiene dunque alcuni pezzi grossi: chi avrà conquistato la palma di miglior CD dell’anno? Appuntamento fra pochi giorni con la seconda parte della lista. Stay tuned!