Gli album più attesi del 2021

Archiviato il 2020, A-Rock è già all’opera per il nuovo anno: quali sono gli album più attesi del 2021?

Se l’anno passato avevamo indicato come CD più intriganti quelli di Tame Impala e The 1975 (e a ragione, visto che entrambi sono entrati nella top 10 dei 50 album migliori del 2020), nel 2021 i lavori a cui guardiamo con maggiore interesse sono rispettivamente quelli di Kendrick Lamar e Lana Del Rey. K-Dot è ormai entrato nella storia dell’hip hop con album come “good kid, m.A.A.d city” (2012) e “To Pimp A Butterfly” (2015), senza scordarsi di “DAMN.” (2017); il suo quinto album vero e proprio di inediti segnerà un altro passaggio cruciale nell’affermazione del rap come genere imperante nelle classifiche e nella società? Un discorso simile vale per Lana: il precedente “Norman Fucking Rockwell!” è stato l’album del 2019 per A-Rock e molte altre pubblicazioni, oltre che un grande successo commerciale; riuscirà il suo erede, dal titolo “Chemtrails Over The Country Club”, a mantenere tutte le attese riposte in lei da parte di pubblico e critica?

Passando al rock, abbiamo anche in questo caso artisti attesi al varco: gli Arcade Fire, ad esempio, vengono dal loro lavoro più debole, “Everything Now” (2017), un riscatto è necessario per una delle migliori band del XXI secolo. Invece i The War On Drugs devono proseguire sul percorso di crescita intrapreso con “Lost In The Dream” (2014) e “A Deeper Understanding” (2017); un discorso simile vale per Iceage e Parquet Courts, che hanno pubblicato con i loro ultimi LP “Beyondless” e “Wide Awake!” (entrambi del 2018) due lavori variegati e che aprivano strade interessanti al loro punk-rock. Due giovani voci che A-Rock ha già analizzato in passato e inserito nelle liste di fine anno sono Julien Baker e shame: se la prima è attesa al varco dopo “Turn Out The Lights” (2017), il gruppo punk inglese dopo il fulminante esordio “Songs Of Praise” (2018) dovrà confermarsi. Un doveroso rimando poi va ai nuovi (o meglio dire “vecchi”) Red Hot Chili Peppers, che hanno riaccolto John Frusciante: vedremo se l’ispirazione è tornata quella dei tempi migliori. Infine menzioniamo Queens Of The Stone Age e Phoenix, che forse hanno dato il meglio, ma sono comunque nomi importanti nello scenario rock.

Il mondo del pop, dal canto suo, pare che vivrà un 2021 tumultuoso: se già abbiamo citato il nuovo disco di Lana Del Rey, come dimenticarsi che sia Lorde che Adele che Billie Eilish, forse anche Rihanna, potrebbero pubblicare i seguiti a CD che spesso avevano segnato la loro definitiva affermazione anche fra i critici di professione (soprattutto Lorde e RiRi)? Billie, dal canto suo, deve dare un seguito al clamoroso “WHEN WE ALL FALL ASLEEP, WHERE DO WE GO?” (2019); che aveva travolto il mondo della musica due anni fa. Invece il nuovo LP di Adele segue di ormai sei anni “25” (2015): un erede è davvero necessario. Discorso diverso per St. Vincent: Annie Clark è una delle figure più interessanti a cavallo fra pop e rock, specialmente dopo “MASSEDUCTION” (2017), vedremo l’ispirazione dove la porterà.

Il lato hip hop della musica vivrà un 2021 davvero pieno di uscite importanti. Se abbiamo già anticipato che Kendrick Lamar è il più atteso assieme a Lana Del Rey da A-Rock, non dimentichiamoci che il 2021 è l’anno in cui verrà pubblicato, come già anticipato da Drake stesso, “Certified Lover Boy”, il seguito del controverso “Scorpion” (2018): dopo un 2020 che lo ha visto dare alla luce il mixtape “Dark Lane Demo Tapes”, discreto ma nulla più, il canadese deve dimostrare che il successo commerciale può essere accompagnato dal rispetto della critica. Discorso diverso per Danny Brown, che via social ha dichiarato che quest’anno arriverà “XXXX”, seguito del CD che lo ha fatto conoscere al mondo, “XXX” del 2011. Il suo stile, pazzoide ma creativo, sarà un toccasana per la scena hip hop. Il giovane rapper inglese slowthai invece seguirà il grande esordio “Nothing Great About Britain” (2019) con “TYRON”: manterrà le aspettative? Come non menzionare Travis Scott poi, uno dei nomi più trendy degli ultimi anni, atteso con “Utopia”? Chiudiamo la rassegna con il caldissimo Denzel Curry, che nel 2020 ha pubblicato due brevi ma piacevoli lavori e pare pronto a dare alla luce “Melt My Eyez, See Your Future”, e Vince Staples, reduce da un 2020 piuttosto opaco e caratterizzato da singoli molto deboli: speriamo possa recuperare la forma migliore nell’anno nuovo.

Per finire, abbiamo degli album ormai mitici, almeno nell’immaginario collettivo, probabilmente destinati a vedere la luce prima o poi… ma chissà quando! Per esempio, “Masochism” di Sky Ferreira è dibattuto ormai da anni, con la stessa Sky che pareva pronta nel 2019 a pubblicarlo ma poi era stata fermata dalla pandemia e dalla decisione di non farlo fino alla cacciata di Donald Trump dalla Casa Bianca. Chissà quindi che il 2021 non sia l’anno buono. Stendiamo un velo pietoso poi su “Dear Tommy”, il fantomatico seguito di “Kill For Love” dei Chromatics (che nel frattempo hanno pubblicato altri CD peraltro).

Se quindi il 2020 è stato un anno interessante, almeno per il mondo della musica, chissà il 2021 cosa ci riserverà! A-Rock proverà come sempre, al meglio delle sue possibilità, a darvi una copertura ampia e variegata!

Gli album più attesi del 2020

L’anno, anzi la decade, sta per finire. Tuttavia, ad A-Rock guardiamo sempre al futuro e siamo pronti per un 2020 stellare. Andiamo a vedere insieme i CD più attesi da critica e pubblico: il nuovo anno si preannuncia ricco di ritorni attesissimi.

Peraltro, la tendenza a vedere nei primi anni della decade uno spartiacque viene suffragata da tre dati: “Nevermind” dei Nirvana, “Kid A” dei Radiohead e “My Beautiful Dark Twisted Fantasy” di Kanye West sono stati incisi rispettivamente nel 1991, 2000 e 2010. Nessuno può negare l’influenza che questi classici hanno avuto sugli anni successivi, pertanto prepariamoci ai fuochi d’artificio.

Se nel gennaio 2019 avevamo eletto come artista più atteso i Vampire Weekend, ben ripagati dal pregevole “Father Of The Bride”, nel 2020 abbiamo due gruppi pronti a dare una svolta alla loro già prospera carriera: The 1975 e Tame Impala. In realtà entrambi avevano promesso di far uscire gli eredi di “A Brief Inquiry Into Online Relationships” (2018) e “Currents” (2015) nell’anno che sta per finire, ma entrambi vedranno la luce solamente nel 2020. Se da un lato, con i The 1975, abbiamo probabilmente la band rock di maggior successo fra i giovani, i Tame Impala hanno rivoluzionato il concetto stesso di psichedelia. Inutile dire che da “Notes On A Conditional Form” (dei britannici The 1975) e “The Slow Rush” (degli australiani Tame Impala) ci aspettiamo molto.

Se concentriamo la nostra attenzione sul mondo rock, notiamo che oltre The 1975 e Tame Impala, abbiamo altri beneamati artisti pronti a pubblicare nuovi dischi. Ad esempio, Dan Bejar aka Destroyer ha già annunciato che il nuovo lavoro del progetto, “Have We Met”, vedrà la luce il 31 gennaio. Anche gli IDLES, gruppo punk inglese osannato Oltremanica, pubblicherà il seguito di “Joy As An Act Of Resistance” (2017), intitolato provvisoriamente “Toneland”, l’anno prossimo. Vi sono poi tre gruppi ormai veterani dell’indie rock, ovvero Phoenix, Spoon e Real Estate, che dovranno confermare i precedenti lodevoli CD per restare sulla cresta dell’onda. Il mondo pop-punk (con venature emo) è poi giustamente in fermento per i ritorno di due fra le band più amate del movimento: i Green Day e i My Chemical Romance. Specialmente per i secondi, riunitisi dopo 7 anni, l’attesa è fortissima. Chiudiamo poi con due nomi conosciutissimi: The Killers e Red Hot Chili Peppers. Di loro non si hanno notizie certe, nondimeno gustare il seguito di “Wonderful Wonderful” e il nuovo LP dei RHCP con John Frusciante di nuovo nel gruppo varrebbe davvero tantissimo.

È tuttavia il mondo del pop a destare maggior curiosità: attesi al varco abbiamo pezzi da 90 del calibro di Frank Ocean, The Weeknd e Rihanna. Stiamo parlando di tre fra i più celebri artisti dei nostri anni, che vengono dai migliori lavori della carriera (RiRi e Frank) oppure da anni bui creativamente parlando (il canadese Abel Tesfaye). Ma non finisce qui: pare che anche Lady Gaga sia pronta a pubblicare il seguito di “Joanne” (2016), annunciato già nel 2019 ma poi posticipato per gli impegni cinematografici della Nostra.

Passando all’hip hop, ormai il genere dominante nelle classifiche di mezzo mondo, i nomi da tenere d’occhio sono due: Drake e Kendrick Lamar. Parliamo di due veri pesi massimi del panorama musicale contemporaneo: se il primo ha saziato i fans nel 2019 con la raccolta “Care Package”, è lecito aspettarsi il seguito del deludente “Scorpion” nel 2020? Pare di sì. Il contrario vale per K-Dot: dopo tre album clamorosi e il premio Pulitzer (!), saprà tenere testa a critica e pubblico con un altro lavoro altrettanto riuscito? Da non sottovalutare poi Travis Scott: il giovane rapper, reduce dallo strepitoso successo di “ASTROWORLD”, saprà creare un altro blockbuster di quel livello? Menzione infine per i Run The Jewels: il quarto capitolo della loro discografia, annunciato per il 2019, non ha ancora visto la luce. Ok, seguire “RTJ3” (2016) non è semplice, però anche illudere così i propri fans non è comportamento trasparente!

L’elettronica ha vissuto nel 2019 un anno interlocutorio: il 2020 però pare destinato a vedere il ritorno di artisti del calibro di The Avalanches, Caribou e Grimes. Soprattutto quest’ultima è davvero attesa al varco: dopo il buon successo di “Art Angels” (2015) e la sfilza di singoli pubblicati nel corso del 2019, cosa dobbiamo aspettarsi da “Miss Anthropocene”? Nome poi da tenere sott’occhio è Neon Indian: il progetto di Alan Palomo sembra finalmente pronto a pubblicare il follow-up di “VEGA INTL. Night School” (2015). Come sempre avvolto nel mistero il destino di “Dear Tommy” dei Chromatics: il 2020 sarà l’anno in cui l’ormai mitico album vedrà la luce?

Chiudiamo con una lista di artisti che hanno seminato indizi, ma su cui non abbiamo certezze: Fleet Foxes, Parquet Courts e Iceage fanno sicuramente parte di quei gruppi che hanno dato tanto alla musica degli anni ’10 e che siamo impazienti di sentire con pezzi inediti. Stesso dicasi per Strokes, St. Vincent e Car Seat Headrest. I primi vengono da tre anni d’inattività e Julian Casablancas pare concentrato sul progetto parallelo dei Voidz, ma mai dire mai giusto? Annie Clark invece ha remixato acusticamente il pregevole “MASSEDUCTION” (2017) l’anno seguente, ma pare pronta a riprendere l’attività là dove si era interrotta: brani indie pop, con improvvisi squarci di chitarra elettrica e testi corrosivi. Infine Will Toledo e compagni: loro vengono dal meraviglioso “Twin Fantasy” (2018) e, sebbene non vi siano certezze al riguardo, un suo erede pare probabile.

Insomma, il 2020 si annuncia un anno esplosivo, con molte promesse pronte a sbocciare e veterani che vogliono mantenere il comando delle operazioni. State sintonizzati: A-Rock proverà, al meglio delle sue possibilità, a guidarvi nel mare magno che è diventato il panorama musicale contemporaneo!

Gli album più attesi del 2019

Il nuovo anno è appena cominciato, ma ad A-Rock è già tempo di analizzare i nuovi CD in uscita. In particolare, volgiamo la nostra attenzione ai dischi più attesi del 2019, un anno che promette di chiudere più che degnamente la decade.

Se negli anni scorsi avevamo menzionato come attesissimi i nuovi dischi di Liam Gallagher (2017) e Arctic Monkeys (2018), quest’anno noi amanti del rock abbiamo due band attese al varco: Vampire Weekend e Tame Impala. Partiamo dagli statunitensi: Ezra Koenig e compagni ci avevano illuso che il seguito del bellissimo “Modern Vampires Of The City” (2013) sarebbe arrivato l’anno scorso, ma hanno poi dichiarato che uscirà in primavera. Beh, dopo sei anni, l’attesa è spasmodica. Lo stesso vale per i Tame Impala: a quattro anni dallo squisito “Currents” gli assi della neo-psichedelia ci sorprenderanno ancora?

Abbiamo peraltro già delle date per degli artisti molto stimati da pubblico e critica: i Deerhunter hanno annunciato che il loro nuovo lavoro, “Why Everything Hasn’t Already Disappeared?”, uscirà il 18 gennaio, mentre “Dolphin”, nuovo CD di Noah Lennox aka Panda Bear, uscirà l’8 febbraio. Infine, i Weezer dovrebbero uscire con il famigerato “black album” il 1° marzo.

Restando nel rock, i Raconteurs, la creatura di Jack White in letargo dal 2008, hanno dichiarato che un loro nuovo lavoro uscirà nel 2019. Un gradito ritorno, soprattutto per Jack White, che nel 2018 con “Boarding House Reach” ha toccato il punto più sperimentale (per alcuni il più scadente) della sua discografia. Vedremo se tornerà sui più consueti terreni garage rock o se vorrà riprovare a stupire i suoi fans. A maggio dovrebbe uscire il seguito di “A Brief Inquiry Into Online Relationships”, il fantastico terzo LP dei The 1975. La band inglese ha più volte detto che desidera dare un seguito al CD nel 2019: il titolo provvisorio è “Notes On A Conditional Form”, ipotizzare la direzione del lavoro è però un terno al lotto, data la grande versatilità dimostrata da Matt Healy & co. negli anni. Thom Yorke dei Radiohead ha annunciato il seguito della colonna sonora del nuovo “Suspiria”, ma in forma di LP vero e proprio: avremo le stesse atmosfere spaventose? Sembra infine che i Coldplay potrebbero dare un seguito a “A Head Full Of Dreams” (2015). La svolta pop sarà definitivamente compiuta?

Passando al mondo dell’hip hop, il 2019 si preannuncia infuocato: l’ormai mitico “Yandhi” di Kanye West, originariamente in calendario per il 21 novembre 2018, potrebbe uscire da un giorno all’altro… tutto dipende dalle lune di Kanye, come ben sappiamo. Dopo lo zoppicante “Ye”, ci aspettiamo qualcosa in linea con la sua fama di artista visionario. Stesso discorso per Drake: dopo il deludente “Scorpion”, grande successo di pubblico ma indigesto ai critici, il 2019 per lui sarà decisivo. Abbiamo poi Danny Brown, uno dei rapper più arditi del panorama musicale odierno: il seguito di “Atrocity Exhibition” (2016) sarà all’altezza di una discografia così ambiziosa?

Nel mondo pop sono due le “reginette” attese alla definitiva consacrazione: Lana Del Rey e Sky Ferreira. La prima, di cui già sappiamo il titolo del nuovo disco (“Norman Fucking Rockwell”) e la sua data di uscita (29 marzo), saprà dare un degno seguito all’ambizioso “Lust For Life” del 2017? Per quanto riguarda Sky, il discorso è più articolato: di lei si erano perse le tracce dopo il bel “Night Time, My Time” del 2013. Sarà il 2019 l’anno buono per il suo erede? Lo vedremo, il titolo “Masochism” sembra prefigurare un LP piuttosto tormentato. Da segnalare poi il probabile nuovo disco di Lady Gaga, probabilmente più affine come sonorità ai primi lavori della diva che agli ultimi, che erano parsi più intimisti anche come sonorità. Come scordarsi poi di Rihanna? RiRi ha più volte anticipato che il suo nuovo lavoro avrà forti influenze dancehall, rifacendosi quindi ai suoi primi CD. Vedremo se manterrà la parola. Infine, Adele pare avere in rampa di lancio un nuovo disco dopo il clamoroso successo di “25” del 2015.

Analizziamo infine il variegato mondo dell’elettronica: il 2019 pare destinato a vedere i ritorni sulla scena musicale di molti artisti stimati da critica e pubblico. Primo fra tutti Flying Lotus: il talentuoso produttore non pubblica un CD da “You’re Dead!” (2014), l’attesa comincia ad essere prolungata. Altra figura molto rilevante attesa al varco è Grimes: la cantante canadese ha finalmente pronto il seguito all’ottimo “Art Angels” (2015), vedremo se la sua progressione artistica e di pubblico proseguirà. Anche il britannico James Blake pare aver finalmente pronto il seguito del complesso ma affascinante “The Colour In Anything” (2016). Infine, Anthony Gonzalez, mente degli M83, dovrà riscattare un lavoro opaco come “Junk”: ripetere i fasti di “Hurry Up, We’re Dreaming” è difficile, ma il talento non gli manca.

Abbiamo infine alcuni artisti che non pubblicano qualcosa da molti anni, ragion per cui preannunciare un loro ritorno è sempre complicato. Prendiamo i My Bloody Valentine: Kevin Shields aveva detto che un CD sarebbe uscito nel 2018, ma la deadline è stata infranta… vedremo se il 2019 ci porterà in dote il seguito di “m b v” (2013). Stesso discorso per i Chromatics: l’erede di “Kill For Love” vedrà mai la luce? Il 2019 potrebbe essere l’anno fatidico.

Il nuovo anno si preannuncia quindi un anno molto caldo musicalmente parlando: vedremo se gli artisti qui menzionati (e quelli che ancora non hanno annunciato nulla) confermeranno le nostre aspettative, le deluderanno oppure le supereranno. Di certo, non sarà un anno privo di emozioni!

I 50 migliori album del 2016 (50-26)

Un anno di grande musica è finito. Abbiamo analizzato grandi lavori da parte di artisti emergenti (come Anderson .Paak), veterani che ci hanno lasciato con capolavori indimenticabili (David Bowie e Leonard Cohen), graditi ritorni di artisti che sembravano “in letargo” (su tutti Bon Iver). Vediamo dunque la prima parte della lista dei 50 migliori CD del 2016, dalla 50° alla 26° posizione. Per quanto riguarda il resto della classifica, ci vediamo tra pochi giorni. Menzione per l’EP “Future Present Past” degli Strokes, che non è entrato nella lista a causa delle sole tre canzoni presenti, ma che contemporaneamente delinea un futuro roseo per la band newyorkese. I tre brani presenti, infatti, partendo da Oblivius (la migliore) e finendo con Threat Of Joy, passando per la quasi punk Drag Queen, hanno tutti una loro funzione all’interno del breve EP. Attendiamo conferme l’anno prossimo, quando sembra che uscirà il nuovo LP vero e proprio.

50) Animal Collective, “Painting With”

(ELETTRONICA – SPERIMENTALE)

Il Collettivo Animale è ormai giunto al decimo lavoro: un momento della carriera propizio per cadute e fiaschi di ogni genere. Ebbene, niente di ciò vale per gli Animal Collective: la loro eccentricità continua ad affascinare e, anzi, “Painting With” migliora il precedente “Centipede Hz” (2012), che era per contro troppo sovraccarico di influenze per piacere davvero. “Painting With” si caratterizza per canzoni più brevi rispetto a molte, alcune davvero meravigliose, della band di Baltimora: in questo senso, la mancanza di Deakin (uno dei membri fondatori) si fa sentire. Nessuna Banshee Beat o Brother Sport, tanto per intendersi; al contrario, abbiamo 12 pezzi diretti e veloci, nessuno davvero brutto (ma neanche capolavori, a dire la verità). Infatti non sono male FloriDada e Golden Gal, che si rifanno alle atmosfere di “Merriweather Post Pavilion” (2009), miglior CD della carriera degli AC; meno riuscita Lying In The Grass, troppo elettronica. In generale, colpisce la voglia di sperimentare ancora del terzetto americano, con Panda Bear e Avey Tare (nomi d’arte di Noah Lennox e Dave Portner) ancora sugli scudi, creativamente parlando. Non il miglior LP dell’anno, ma di certo godibile e interessante: al decimo CD potevamo sperare di meglio?

49) Green Day, “Revolution Radio”

(ROCK – PUNK)

A quattro anni dalla controversa trilogia di “¡Uno!”, “¡Dos!” e “¡Tré!” e dopo varie sventure che hanno perseguitato i membri della band, tra cui il cantante Billie Joe Armstrong in rehab e il tumore, per fortuna vinto, che ha colpito la moglie del bassista Mike Dirnt, i Green Day sono finalmente tornati a produrre musica. La domanda può sorgere spontanea: l’ultimo grande CD del gruppo punk californiano risale al 2004 (l’ormai classico “American Idiot”), c’è ancora senso per i Green Day di esistere nel 2016? Ebbene, i risultati di “Revolution Radio” non raggiungono le vette di “Dookie” o del già citato “American Idiot”, ma lo spirito combattivo e l’impegno civile dei Green Day elevano il voto finale. Accanto a brani un po’ confusi come Forever Now, abbiamo infatti buoni highlights come Somewhere New (che richiama gli Who) e Outlaws; apprezzabile anche il singolo Still Breathing. Più prevedibile l’altro singolo, Bang Bang, che però ha dalla sua un testo molto bello; la conclusiva Ordinary World è molto simile a Good Riddance, una delle più amate canzoni del repertorio di Armstrong & co., ma non ha la stessa delicata bellezza. Insomma, niente di che, ma, rispondendo alla domanda iniziale, possiamo dire che i Green Day, anche nel 2016, hanno ancora un senso.

48) Elysia Crampton, “Elysia Crampton Presents: Demon City”

(SPERIMENTALE)

Il secondo lavoro della giovane artista di origine boliviana richiama fortemente le sonorità di Arca e Oneohtrix Point Never, due dei più visionari ed acclamati autori di musica sperimentale dei nostri anni. “Elysia Crampton Presents: Demon City”, tuttavia, ha anche un forte connotato politico: il CD è dedicato alla figura di Bartolina Sisa, figura fondamentale della guerra d’indipendenza boliviana e a cui è intitolata, dal 1983, la Giornata Internazionale delle Donne Indigene. Il brano più ardito fra i 7 che compongono l’album, After Woman For Bartolina Sisa, è un chiaro rimando a tutto ciò. Musicalmente parlando, Elysia Crampton e Anna Meredith si sono affermate nel 2016 come due voci femminili molto importanti per la scena sperimentale: anche Elysia, infatti, utilizza sonorità e ritmi molto diversi, mescolando ambient, dance e musica tribale per creare un ensemble difficile da ascoltare, senza parti vocali e che sfida l’ascoltatore a resistere fino alla fine. I coraggiosi che lo faranno avranno come ricompensa un lavoro davvero riuscito e diversificato, con canzoni più cupe (come Irreducible Horizon) e altre più luminose (belle Esposas 2013 e Red Eyez). La scarsa durata, meno di 35 minuti, non tragga in inganno: di materiale da analizzare ce n’è più che abbastanza.

47) Justice, “Woman”

(ELETTRONICA)

Al terzo album, i francesi Justice abbracciano definitivamente il pop. I precedenti sforzi, vale a dire il riuscitissimo “†” (2007) e il trascurabile “Audio, Video, Disco” (2011), avevano lasciato una strana impressione: il duo francese sapeva che direzione prendere da grande oppure no? Concentrandosi sul fulminante esordio, i veri Justice sono quelli di D.A.N.C.E. o di The Waters Of Nazareth? Sembra proprio che la risposta sia rappresentata dalla prima alternativa. “Woman”, infatti, fa risaltare soprattutto il lato pop del gruppo, mescolando sapientemente Daft Punk ed Air, ossia i maestri dell’elettronica francese. I migliori brani sono Alakazam !, Stop e Fire; meno coinvolgente la parte iniziale del disco, ma i risultati sono comunque gradevoli. Niente di sensazionale, ma senza dubbio 10 canzoni ballabili e orecchiabili; nessuna nuova D.A.N.C.E., ma almeno 3-4 brani da aggiungere ai migliori della produzione di Xavier de Rosnay e Gaspard Augé.

46) Weezer, “Weezer (The White Album)”

(ROCK)

Continua la saga degli album omonimi dei Weezer, uno dei gruppi veterani del rock made in USA. Questo è infatti l’undicesimo album di inediti della band: possiamo dire che, anche grazie a “Everything Will Be Alright At The End” (2014), la crisi creativa che ha colpito Rivers Cuomo e co. negli anni 2000 è cessata. Il loro “album bianco” è infatti un gradevole insieme di pezzi che richiamano i ridenti anni ’60 dei Beach Boys e l’irriverenza dell’indie rock anni ’00 del XXI secolo. I migliori sono California Kids, L.A. Girlz e Jacked Up. Nessun nuovo “Pinkerton”, dal nome dell’album migliore dei Weezer, ma certo un lavoro divertente e ben fatto. Bentornati, Weezer.

45) Viola Beach, “Viola Beach”

(ROCK)

13 febbraio 2016: la macchina dove viaggiava la giovane band inglese nota col nome di Viola Beach ha un terribile incidente mentre i quattro membri e il manager Craig Tarry sono in Svezia per promuovere il disco noto oggi come “Viola Beach”. Tutti e cinque rimangono uccisi sul colpo. Addirittura la Premier League si ferma un minuto per tributare un applauso alla promessa non mantenuta della scena musicale inglese. Il disco, di per sé, è una dimostrazione del talento ancora in nuce dei Viola Beach: si tratta di 9 canzoni veloci, ballabili e immediate, che rimandano a Phoenix, Kooks e Franz Ferdinand. Dunque, più che far pensare alla tragedia, il CD è un trionfo della gioia di vivere e della spensieratezza. Spiccano in particolare Swings And Waterslides, Go Outside e Boys That Sing, di cui i Coldplay hanno realizzato una cover durante il loro concerto al festival di Glastonbury; ma nessuna è davvero fuori posto. Insomma, un album postumo che non suona come posticcio o cinicamente votato a fare soldi sulla morte dei giovani membri della band è già un ottimo risultato; il fatto che sia anche gradevole chiude meritoriamente la breve carriera dei Viola Beach.

44) Rihanna, “ANTI”

(POP – R&B)

Rihanna, con “ANTI”, è già all’ottavo album di inediti: una carriera da veterana, che farebbe pensare che ormai il meglio dell’artista caraibica sia già stato espresso. Tuttavia, Rihanna con “ANTI” sembra essere definitivamente maturata: nessuna canzonetta (eccettuata la pessima Work con Drake) e anzi melodie molto più ricercate. Addirittura troviamo in “ANTI” una cover di New Person, Same Old Mistakes dei Tame Impala (con titolo Same Ol’ Mistakes), peraltro venuta bene. Brani solidi ne contiamo almeno altri due, vale a dire la iniziale Consideration e Kiss Better, entrambi molto R&B e più “cupi” della solita Rihanna. In poche parole, “ANTI” è il suo migliore LP: speriamo che RiRi abbia definitivamente imboccato la strada della buona musica.

43) Kaytranada, “99.9%”

(R&B – ELETTRONICA)

Il produttore canadese noto come Kaytranada ha pubblicato quest’anno il suo esordio musicale in prima persona: “99.9%” è il titolo di questo album. Mescolando sapientemente R&B e musica elettronica, Kaytranada ha prodotto un CD molto interessante: caratterizzato da ritmi avvolgenti e mai banali, con l’aggiunta di ospiti di assoluto rilievo (AlunaGeorge, Anderson .Paak e Craig David fra gli altri), “99.9%” denota una grande cura dei dettagli e una vena melodica fuori dal comune. Di contro, l’eccessivo numero di canzoni rende difficile a volte creare coesione fra i vari pezzi, ma i risultati sono comunque molto positivi. I pezzi migliori sono Glowed Up, Breakdance Lesson N.1e Together; un po’ troppo lenta Vivid Dreams. Tra gli esordi nel mondo dell’hip hop, questo LP sarà sicuramente ricordato tra i migliori del decennio.

42) Paul Simon, “Stranger To Stranger”

(FOLK)

Il grandissimo Paul Simon, ormai passati i 75 anni e giunto al tredicesimo album solista, dopo la prima parte passata assieme ad Art Garfunkel in uno dei gruppi più osannati degli anni ’60, rinnova radicalmente il proprio sound. Un merito non da poco, ancora più notevole in una persona apparentemente appagata come Simon. Invece la voglia di sperimentare ha avuto ancora la meglio: certo, non siamo dalle parti di “Graceland” (1986), capolavoro della produzione di Simon, ma i risultati sono comunque ottimi. Canzoni veloci ed orecchiabili, produzione sontuosa e voce come sempre gradevole: possiamo chiedere altro? I brani migliori sono Street Angel, la title track (dove si sentono addirittura delle tastiere) e la romantica Proof Of Love, che rimanda al capolavoro The Sound Of Silence; ma nessuna è davvero brutta. In poche parole, 37 minuti spesi ascoltando buona musica, composta da uno dei grandi maestri di questa arte.

41) Bat For Lashes, “The Bride”

(POP)

Natasha Khan (nota musicalmente come Bat For Lashes) si conferma una delle artiste più costanti sulla scena pop mondiale. Giunta al quarto lavoro di inediti, la cantautrice inglese mantiene la vena barocca dei precedenti LP, ma azzarda ancora di più tematicamente. Infatti, “The Bride” racconta la storia di una sposa che, il giorno del matrimonio, vede morire il suo futuro marito in un incidente stradale. Il CD inizia infatti con la gioia della sposa per questo giorno speciale, per poi passare alla paura per i presagi avuti (in Joe’s Dream), alla disperazione e al tentativo di assimilare quanto accaduto. Non tutto è perfetto (la parte centrale dell’album è infatti troppo lenta), ma brani come la già citata Joe’s Dream e la tenera Honeymooning Alone non possono restare indifferenti. “The Bride” rappresenta la trama perfetta per un film e una più che degna colonna sonora: complimenti alla britannica Khan per il coraggio dimostrato.

40) A Tribe Called Quest, “We Got It From Here… Thank You 4 Your Service”

(HIP HOP)

Il sesto (e apparentemente ultimo) CD dei leggendari A Tribe Called Quest ci regala uno dei ritorni meno probabili ma allo stesso tempo più desiderati dagli amanti del rap vecchia maniera. Il collettivo formato da Q-Tip, Jarobi White e Ali Shaheed Muhammad ritorna a produrre nuova musica malgrado la morte qualche mese fa del quarto membro originario, Phife Dawg; e possiamo dire senza patemi che la musica dei ATCQ non è mai stata tanto necessaria. La forte protesta politica che animava il gruppo nella prima parte della carriera non è diminuita, anzi si è fatta ancora più dura: lo testimoniano titoli come The Donald, Enough!! e The Killing Season. I difetti del doppio album (un totale di 16 brani e oltre un’ora di durata) sono comunque ben più che compensati dai pregi: accanto a una parte centrale debole, abbiamo infatti ottime canzoni come The Space Program, We The People (con i bellissimi versi “All you black folks, you must go. All you Mexicans, you must go. And all you poor folks, you must go. Muslims and gays, boy we hate your ways. So all you bad folk, you must go”) e Dis Generation. Buona anche Lost Somebody. Addirittura, si odono dei samples di Elton John e Jack White in Solid Wall Of Sound! In generale, possiamo affermare che “We Got It From Here… Thank You 4 Your Service” non intacca la pesante eredità della band, dimostrando che non sempre con l’età i musicisti (soprattutto i rapper) peggiorano.

39) Whitney, “Light Upon The Lake”

(POP – FOLK)

L’esordio degli statunitensi Whitney, “Light Upon The Lake”, propone un buon connubio tra pop e folk, che farà decisamente felici i fan di Fleet Foxes e Real Estate. La grazia delle composizioni è ammirevole: spiccano in particolare No Woman e il soft rock di The Falls. Non male anche l’ottimista Golden Days. Certo, il CD arriva a malapena a mezz’ora di durata, per un totale di sole 10 canzoni. Niente di trascendentale, insomma, ma un gradevole ascolto sì: diciamo che l’entusiasmo di certe testate per questa band sembra prematuro. “Light Upon The Lake” appare più un (gustoso) antipasto per qualcosa che, auspicabilmente, sarà più strutturato e corposo. Per ora, comunque, possiamo dire tranquillamente che la stoffa sembra esserci.

38) Kendrick Lamar, “Untitled Unmastered”

(HIP HOP)

Nel mondo del pop-rock chiameremmo “Untitled Unmastered” una collezione di b-sides. Kendrick, tuttavia, ci tiene a fare le cose per bene: saranno anche scarti dalle sessions di registrazione dell’ormai classico “To Pimp A Butterfly” (2015), ma la qualità resta davvero alta. Gli 8 brani infatti, pur essendo meno curati, quasi “grezzi” rispetto a quelli migliori di KL, impressionano per potenza e qualità: ricordiamo in particolare Untitled 02 e la numero 05. Insomma, l’attenzione su Kendrick resta sempre altissima e lui sembra davvero incapace di tradirla. Probabilmente è lui il rapper migliore della sua generazione. Anzi, togliete il probabilmente.

37) The Last Shadow Puppets, “Everything You’ve Come To Expect”/”The Dream Synopsis EP”

(ROCK – POP)

I Last Shadow Puppets, in teoria, sarebbero la valvola di sfogo di Alex Turner e Miles Kane nei momenti liberi. Prendete “The Age Of Understatement” (2008), esordio della band: atmosfere anni ’60, brani brevi ed essenziali, nessuno fuori posto o sgradevole (picchi la title track e Standing Next To Me), creati senza particolare impegno, almeno apparentemente. Il nuovo “Everything You’ve Come To Expect” mantiene il medesimo sound degli esordi: un ritmo molto vintage e suadente, ma gli otto anni passati si avvertono; e questa non è necessariamente una critica al prodotto finito. I migliori pezzi sono Aviation, la sognante title track e la conclusiva The Dream Synopsis, davvero romantica. Insomma, non un capolavoro, ma certo 40 minuti passati bene: ecco la funzione dei LSP.

Funzione ulteriormente chiarita nel gradevole EP “The Dream Synopsis”, contenente 6 brani: due reinterpretazioni di canzoni già presenti nel CD pubblicato qualche mese prima (Aviation e The Dream Synopsis) e delle cover di altre canzoni. La migliore interpretazione è la “TLSP-based version” del capolavoro del compianto Leonard Cohen Is This What You Wanted, con un Alex Turner più crooner che mai. Totally Wired ricorda gli AM dei primi due LP; divertente Les Cactus, dove il frontman degli Arctic Monkeys canta in francese (zoppicante). Insomma, un’appendice gradita in un anno da incorniciare per Turner e Kane. Aspettiamo Alex alla prova definitiva con la sua creatura più conosciuta, quegli Arctic Monkeys che con “AM” (2013) hanno conquistato grande seguito anche negli USA.

36) Preoccupations, “Preoccupations”

(PUNK – ROCK)

Teoricamente, i Preoccupations sono già una band esperta, avendo alle spalle già tre album, seppure con due nomi diversi. Dapprima, infatti, abbiamo avuto i due CD dei Women, poi quello a nome Viet Cong del 2015, un pregevole lavoro entrato nella lista dei migliori album dell’anno di A-Rock. Infine ecco questo “Preoccupations”, eponimo del nuovo nome preso dal gruppo canadese. Se il primo cambio di formazione fu dovuto ad un tragico fatto (la morte del membro fondatore Christopher Reimer), questa volta il passaggio da Viet Cong a Preoccupations è un fatto puramente “politico”. La storia però non cambia: la band rimane maestra nel suonare un punk claustrofobico ed efficace nel trattare le tematiche più complesse della vita umana. I titoli delle canzoni lo testimoniano: abbiamo l’iniziale Anxiety, poi Monotony, Degraded e via dicendo. Rispetto al precedente “Viet Cong”, però, il suono si fa più commerciale e quindi più accessibile: se da un lato ciò contribuirà ad ampliare la fanbase del gruppo, dall’altro alcune canzoni non restano impresse come accadeva nelle precedenti incarnazioni del complesso canadese (è questo il caso di Forbidden, troppo breve e poco coinvolgente). Ottima al contrario la lunghissima Memory, che flirta con la ambient music e richiama i Deerhunter delle origini. In poche parole, un buon lavoro punk, che sarà apprezzato dai fan di questo genere come anche da quelli del rock. Per chi si aspetta sperimentalismo o arditezza, meglio passare oltre.

35) Savages, “Adore Life”

(PUNK – ROCK)

Le ragazzacce del punk inglese sono tornate. Tre anni dopo il fortunato esordio “Silence Yourself”, il gruppo femminile per eccellenza del punk (fatta eccezione per le veterane Sleater-Kinney) tenta di replicare la formula che tanto successo aveva riscosso con “Silence Yourself”: canzoni potenti, ritmo assillante e testi impegnati. Se nel primo LP erano privilegiati temi politici come il femminismo e la discriminazione tra uomini e donne in molti campi della vita, in “Adore Life” il quartetto ci parla a cuore aperto dell’amore e delle conseguenze (positive e negative) che esso ha sull’animo delle persone che ne sono colpite. “Adore Life” regala così anche momenti più raccolti ed intimi: basti pensare a Slowing Down The World o Adore. Sono tuttavia i pezzi più potenti a lasciare il segno: The Answer e Evil, in particolare, hanno una base ritmica inconfondibile e una chitarra quasi shoegazing a tratti. Sad Person è altrettanto notevole, con un assolo alla The Edge che ricorda gli U2 di “The Joshua Tree”. Il percorso di crescita delle quattro Savages continua dunque: se per certi versi era legittimo attendersi qualche novità, d’altra parte “Adore Life” non è assolutamente un album disprezzabile, anzi il contrario. Non ci resta che attendere il prossimo per dare un giudizio definitivo sulle Savages: per ora la promozione arriverebbe a pieni voti.

34) White Lung, “Paradise”

(PUNK)

I canadesi White Lung prediligono gli album molto brevi: basti pensare che il loro quarto lavoro, il pregevole “Paradise”, è il loro CD più lungo, ma non arriva neanche a 30 minuti. Le 10 canzoni che lo compongono sono però fortemente adrenaliniche e riescono ad esprimere i temi che stanno a cuore alla band (femminismo, violenza sulle donne…) in maniera molto efficace. Da sottolineare ottimi pezzi punk come Narcoleptic, Kiss Me When I Bleed e Demented; ma in generale è la coesione del lavoro a colpire. Gli amanti del punk vecchia maniera non possono proprio perdersi “Paradise”.

33) Maxwell, “BlackSUMMERS’night”

(SOUL – R&B – POP)

Con Maxwell dobbiamo rassegnarci: si avrà un CD di nuova musica una volta ogni 5-10 anni, ma possiamo star certi che la qualità sarà invidiabile. Questo “BlackSUMMERS’night” segue l’omonimo “BLACKsummers’night” di ben 7 anni fa: l’ironia del cantante nella scelta dei titoli è evidente, così come del resto la classe e il talento di Maxwell. Questo quinto album di inediti ce lo riconsegna in piena forma: la vena soul non è scomparsa, tuttavia notiamo occasionali incursioni di pop e hip hop nelle ritmiche dei brani. I migliori sono All The Ways Love Can Feel, la nostalgica 1990x (già il titolo dice tutto) e Lost (che addirittura ricorda i Muse di Feeling Good). Notiamo come i due simboli del movimento neo-soul americano degli anni ’90 (Maxwell e D’Angelo) siano recentemente tornati in piena forma: prima D’Angelo con il magnifico “Black Messiah” (2014), ora Maxwell. E l’ispirazione si è mantenuta ad alti livelli, come se il tempo non fosse passato.

32) The Avalanches, “Wildflower”

(ELETTRONICA)

Il loro debutto nell’ormai lontano 2000, “Since I Left You”, fu una incredibile ventata di novità nel mondo dell’elettronica di quegli anni: il gruppo australiano degli Avalanches, infatti, fuse tra di loro infiniti samples (circa 3500 secondo le stime più attendibili) di canzoni di ogni genere (soul, hip hop, pop…) per creare una miscellanea affascinante e ancora oggi bellissima da ascoltare. Questo “Wildflower” poteva essere un flop clamoroso, invece conferma una volta di più la bravura degli Avalanches: nei 21 pezzi che compongono il CD, molti brevissimi e altri più lunghi, spiccano Because I’m Me, la gioiosa Colours e la divertente The Noisy Eater (in cui viene campionata Come Together dei Beatles). Insomma, un ritorno con i fiocchi per una band di cui si erano perse le tracce per troppo tempo.

31) Glass Animals, “How To Be A Human Being”

(SPERIMENTALE)

Il titolo del secondo CD di inediti dei Glass Animals è decisamente impegnativo, così come del resto la loro musica, qua ricca come mai altrove di cambi di ritmo e di sound. Il loro nuovo album infatti predilige uno sperimentalismo radicale, fatto di richiami illustri a Talking Heads e Hot Chip. Già la iniziale Life Itself prepara l’ascoltatore, ma sono da sottolineare anche Season 2 Episode 3 (che prende in giro la mania di guardare continuamente serie tv), The Other Side Of Paradise e Poplar St. Qualcuno rimprovera alla band un eccessivo appiattimento sui grandi esempi che abbiamo citato prima, ma personalmente non so trovare nel panorama musicale odierno un gruppo che suona vintage e contemporaneo alla stessa maniera come i Glass Animals. In generale, “How To Be A Human Being” migliora ad ogni ascolto, facendone un CD fondamentale per chi apprezza la musica più d’avanguardia e sofisticata.

30) Wilco, “Schmilco”

(ROCK – COUNTRY)

Giunti al decimo lavoro, i Wilco, capitanati da un sempre più carismatico Jeff Tweedy, non smettono di stupire. L’anno scorso avevano fatto uscire esclusivamente su Internet “Star Wars”, con una ricezione positiva sia del pubblico sia della critica, soprattutto per la voglia di sperimentare presente nel CD (era stato inserito anche nella lista dei migliori album del 2015 di A-Rock, per quello che conta). Con “Schmilco”, ormai alla doppia cifra di LP di inediti, Tweedy e co. rileggono la storia del country e del rock americani, cercando di collegarsi ai loro maggiori successi, soprattutto al superbo “Yankee Hotel Foxtrot” (2002). Insomma, niente di innovativo (e pensare che “Schmilco” è stato composto nelle stesse sessions di “Star Wars”), ma il mestiere e l’esperienza mantengono altissimo il livello delle canzoni. Da ricordare in particolare Cry All Day, Normal American Kids e If I Ever Was A Child. Menzione finale per la buffissima copertina, che fa il paio con quella del precedente “Star Wars” (che rappresentava un gatto bianco su un divano, quindi del tutto sconnessa dal titolo): invecchiare con ironia si può, anzi si deve. Niente da dire, quindi: è proprio vero che il buon vino migliora col passare degli anni. E i Wilco, beh, sono un vino davvero squisito.

29) Iggy Pop, “Post Pop Depression”

(ROCK)

Per il diciassettesimo (!) album di inediti, Iggy ha radunato il meglio della scena rock mondiale: Matt Helders (batterista degli Arctic Monkeys), Dean Fertita (Queens Of The Stone Age e Dead Weather) e la sontuosa produzione di Josh Homme (QOTSA e Eagles Of Death Metal). Insomma, le premesse per un glorioso album di rock vecchia maniera c’erano tutte; promesse ampiamente mantenute. Al netto di una parte centrale trascurabile, il resto di “Post Pop Depression” è un trionfo per il veterano ex Stooges Iggy Pop: le iniziali Break Into Your Heart e Gardenia sono magnifiche, American Valhalla ricorda “Humbug” (2009) degli Arctic Monkeys, Paraguay è potente ed espressiva. In poche parole, uno dei migliori album della recente produzione di Iggy Pop, che ci fa sperare che la pensione sia ancora lontana. Anche se… A ben pensarci, un “testamento” del livello (altissimo) di “Post Pop Depression” è il sogno di qualsiasi musicista. E testimonia l’importanza, ancora oggi, dell’Iguana per la scena musicale.

28) Parquet Courts, “Human Performance”

(ROCK)

Il quinto album degli americani Parquet Courts è un trionfo per gli amanti dell’indie rock più scanzonato. Le principali influenze sono Velvet Underground, Sonic Youth e Strokes: insomma, il gotha degli ultimi 40 anni di rock. Tutte influenze rinvenibili in bei pezzi come Dust, la title track e la lunghissima One Man No City (dura più di 6 minuti!). Insomma, buoni brani non mancano; a quelli già richiamati aggiungiamo le più romantiche Steady On My Mind e It’s Gonna Happen. In conclusione, niente di avveniristico, ma certamente un LP puramente rock godibile e curato. Da quanto tempo non potevamo dirlo più convintamente? Probabilmente dal fulminante esordio dei Wolf Alice dello scorso anno…

27) Mitski, “Puberty 2”

(ROCK)

La giovane cantante di origine asiatica Mitski, giunta già al quarto LP, si conferma una grande promessa dell’indie rock mondiale. “Puberty 2” è infatti il risultato di un attento mix di generi, in particolare rock, pop ed elettronica. Non ne esce un lavoro confuso, anzi abbiamo uno dei migliori CD rock dell’anno: pezzi come Happy, Your Best American Girl e I Bet On Losing Dogs sono davvero riusciti. Dan The Dancer, infine, ricorda gli Strokes. Non un capolavoro, in poche parole, ma certamente una mezz’ora passata ascoltando buona, anzi buonissima musica. Di conseguenza, questa ventisettesima posizione nella lista dei migliori CD del 2016 è pienamente meritata.

26) Anna Meredith, “Varmints”

(SPERIMENTALE)

L’audace primo album di Anna Meredith, “Varmints”, si compone di 11 tracce ed è capace di affrontare con buona maestria davvero molti generi musicali, anche molto eterogenei tra loro: synth pop, elettronica, jazz e rock tra gli altri. Il rischio di un pot-pourri senza né capo né coda era molto elevato, ma la giovane britannica non cade in questa trappola e anzi sforna un lavoro pregevole sotto molti punti di vista. Meredith è una musicista che proviene dalla BBC Scottish Symphony Orchestra: questo aspetto è senza dubbio importante nella produzione di “Varmints”, in particolare nell’abilità di far convivere strumenti e ritmi molto diversi tra loro. Tuttavia, di musica classica troviamo ben poco in questo LP. L’inizio è fantastico: Nautilus piace sempre di più ad ogni ascolto e Taken è trascinante, anche grazie al bel gioco di voci. Non tutte le altre melodie sono perfette (basti pensare alle deboli Vapours e Honeyed Words), ma il risultato è senza dubbio più che discreto. Da non trascurare poi pezzi come Something Helpful, R-Type e la conclusiva Blackfriars. Insomma, un album di musica sperimentale riuscito ed accattivante come “Varmints” erano anni che non lo sentivamo, probabilmente dal magnifico “Shields” dei Grizzly Bear (2012).

Beyoncé vs Rihanna: chi è la regina del pop?

Questo sembra essere sempre di più un anno fondamentale per la musica: dopo il ritorno di artisti come M83, Kanye West e Kendrick Lamar, il 2016 segna un passaggio importante anche per il pop. Sia Beyoncé che Rihanna, due delle più serie pretendenti al trono di regina del pop, hanno pubblicato nuovi LP: sia “Lemonade” che “ANTI” segnano tuttavia una svolta audace per entrambe. Chi ha fatto di meglio? Analizziamo i due lavori, evidenziando punti deboli e forti di entrambi.

“Lemonade”

lemonade

Partiamo dal nuovo CD di Beyoncé, che uscito solo da pochi giorni è già entrato in molte discussioni: molti lo hanno eletto uno degli album più importanti degli ultimi anni, altri (la netta minoranza) lo sminuiscono. Chi ha ragione? Senza dubbio “Lemonade”, sesto album della signora Carter, segna una svolta artistica netta nella sua produzione: se i primi suoi 5 lavori erano incentrati su un abile mix di pop, soul e R&B, con “Lemonade” i suoni si fanno decisamente più audaci.

Anche la lista degli ospiti è impressionante: contiamo tra gli altri Jack White, James Blake, Kendrick Lamar e The Weeknd; inoltre, i crediti vanno anche a Ezra Koenig dei Vampire Weekend e agli Animal Collective. Insomma, alcune delle migliori figure della musica leggera degli ultimi vent’anni. Brani riusciti, non a caso, non mancano: dopo la partenza soft con Pray You Catch Me, abbiamo subito due botte di adrenalina con le bellissime Hold Up e Don’t Hurt Yourself (il duetto con Jack White). Altri highlights sono Freedom, con Kendrick Lamar, e All Night; da non sottovalutare anche 6 Inch. Il solo brano scontato è Sandcastles; per il resto, possiamo serenamente candidare l’album alla top 5 del 2016.

Menzione particolare per i testi di “Lemonade”: Beyoncé potrebbe fare di più per la libertà femminile nella coppia e la parità di genere di mille manifesti femministi. Basta leggere le liriche di brani come Daddy Lessons, Sorry e Formation per capire l’importanza di questo CD anche nel prossimo futuro. P.S.: si vergogni Jay-Z, che con una Beyoncé in casa cerca avventure con altre donne.

Voto finale: 8,5.

“ANTI”     

anti 

Rihanna, con “ANTI”, è già all’ottavo album di inediti: una carriera da veterana, che farebbe pensare che ormai il meglio dell’artista caraibica sia già stato espresso. Meglio che per alcuni coincide con “meno peggio”: in effetti, la Rihanna pop a volte diventa davvero pesante, fin troppo commerciale e “provocante”, per usare un eufemismo.

Perché allora dedicare una recensione ad “ANTI”? Perché Rihanna sembra essere definitivamente maturata: nessuna canzonetta (eccettuata la pessima Work con Drake) e anzi melodie molto più ricercate. Addirittura troviamo in “ANTI” una cover di New Person, Same Old Mistakes dei Tame Impala (con titolo Same Ol’ Mistakes), peraltro venuta bene.

In realtà brani solidi ne contiamo almeno altri due, vale a dire la iniziale Consideration e Kiss Better, entrambi molto R&B e più “cupi” della solita Rihanna. Insomma, la popstar caraibica è giunta ad un bivio nella sua carriera, finora molto redditizia ma musicalmente contrastata: continuare sulla scia di “ANTI”, con album molto meno commerciali ma più riusciti musicalmente, oppure tornare a sfornare hit come Umbrella e Diamonds, perdendo in qualità. Scelta non facile: noi speriamo vivamente che RiRi scelga la prima opzione.

Voto: 7,5.