Recap: maggio 2022

Il mese di maggio 2022 è stato uno dei più impegnativi degli ultimi anni per A-Rock: numerosi album molto attesi da critica e pubblico sono stati pubblicati, spesso nello stesso weekend! Abbiamo infatti i ritorni degli Arcade Fire, di Sharon Van Etten e di Harry Styles… ma non per questo tralasceremo Florence + The Machine, Wilco e The Black Keys. Inoltre, recensiremo il primo album del nuovo progetto di Thom Yorke e Jonny Greenwood, The Smile, e il terzo CD dei Rolling Blackouts Coastal Fever. Infine, spazio ai ritorni di Liam Gallagher, Everything Everything e Porridge Radio. Buona lettura!

The Smile, “A Light For Attracting Attention”

a light for attracting attention

Quando Thom Yorke si lancia in nuove avventure artistiche, che si parli di album solisti oppure di progetti veri e propri, l’attenzione di tutti è catturata. Se poi contiamo nei The Smile anche il chitarrista Jonny Greenwood, seconda mente creativa dei Radiohead, e Tom Skinner (batterista dei Sons Of Kemet), allora le premesse sono davvero ottime. “A Light For Attracting Attention” in effetti è un lavoro pregevole, al livello dei migliori della band principale di Greenwood e Yorke nei suoi momenti migliori.

L’atmosfera del lavoro viene subito impostata da The Same: siamo nei territori di “Kid A” (2000), con un tocco di “In Rainbows” (2007). La canzone di per sé sarebbe un highlight, ma presa accanto a pezzi magnifici come Free In The Knowledge e Thin Thing è quasi “un brano come gli altri”. La coesione del lavoro, inoltre, aumenta ancora di più il fascino del CD, che risulta inquietante e ammaliante in ugual misura.

Su tutto svetta, ovviamente, la vellutata voce di Yorke, davvero in splendida forma: le canzoni di “A Light For Attracting Attention” non inducono in realtà al sorriso, come farebbe pensare il nome del trio, quanto piuttosto alla riflessione di fronte alle falsità dei politici che ci (mal)governano. Ne sono chiari esempi You Will Never Work In Television Again, dedicata nientemeno che a Silvio Berlusconi (menziona anche il bunga bunga), ed A Hairdryer, che cita l’ex presidente americano Donald Trump e i suoi capelli di strani colori. Altrove emergono temi più spirituali: Open The Floodgates pare infatti l’inno dell’oltretomba, con versi come “Don’t bore us, get to the chorus… We want the good bits, without your bullshit… And no heartaches”.

Ad aggiungere ulteriore interesse alla già ricca ricetta dei The Smile ci si mette la volontà di Thom e compagni di non scimmiottare il sound dei Radiohead, pur avendo il lavoro chiari rimandi, come già evidenziato precedentemente. Ad esempio, You Will Never Work In Television Again è una bella traccia alternative rock, che non ci immagineremmo nei CD recenti del complesso inglese. Lo stesso vale per Thin Thing, con la sua potente progressione. Invece la pur ottima Pana-Vision e Free In The Knowledge sarebbero state benissimo nel seguito di “A Moon Shaped Pool” (2016), ad oggi ultimo LP di inediti a firma Radiohead.

La verità è, per concludere, che “A Light For Attracting Attention” dimostra una volta di più il grandissimo talento di Thom Yorke e Jonny Greenwood i quali, aiutati dal valido Tom Skinner, hanno dato alla luce uno dei migliori album rock dell’anno. Aspettiamo con ancora maggiore trepidazione il nuovo disco dei Radiohead: di benzina ne è rimasta ancora molta nel serbatoio delle due menti principali del gruppo e, accanto a Colin Greenwood, Phil Selway e Ed O’Brien, cose magiche sono già accadute in passato.

Voto finale: 8,5.

Everything Everything, “Raw Data Feel”

Raw Data Feel

Il sesto lavoro del gruppo inglese porta con sé alcune novità: la più importante, quasi rivoluzionaria, è che i testi di “Raw Data Feel” sono stati composti da un software di intelligenza artificiale, che il leader del gruppo Jonathan Higgs ha eletto “quinto membro degli Everything Everything”. Non va tralasciato l’aspetto puramente musicale, però: questo è il miglior CD degli inglesi dai tempi di “Get To Heaven” del 2015.

La musica di “Raw Data Feel” suona infatti fresca, gioiosa: singoli riusciti come I Want A Love Like This e l’indie rock irresistibile di Jennifer sono highlights assoluti in una carriera già piena di successi. Il lavoro funziona meno nei brani più convenzionali: Pizza Boy, non fosse per il testo assurdamente divertente, è dimenticabile. Stessa cosa vale per Shark Week e HEX. Buona invece la più lenta Leviathan, così come la dolce Kevin’s Car e la danzereccia Teletype.

La curiosità, oltre che per le 14 tracce di “Raw Data Feel”, era forte anche per i testi generati dal tool di intelligenza artificiale creato da Higgs: dopo averlo “istruito” con testi presi tanto dai social quanto dalla filosofia confuciana, il sistema ha fatto in generale un buon lavoro. In alcuni casi abbiamo versi divertenti, come “Why don’t you listen to your momma? She’s old” (I Want A Love Like This), oppure profondi (“You’re in love with the future, I don’t know why”, My Computer).

In conclusione, “Raw Data Feel” è un ottimo LP da parte di un gruppo in continua evoluzione: il precedente “RE-ANIMATOR” (2020) era il loro CD più prevedibile e gli Everything Everything sembravano aver virato verso atmosfere più indie rock. Invece questo disco apre la porta a ritmi dance e ritorna al pop che li ha resi dei paladini della scena alternativa. Chapeau.

Voto finale: 8.

Arcade Fire, “WE”

we

Registrato durante la pandemia ed erede del più controverso CD della loro produzione, gli Arcade Fire con “WE” hanno voluto riprendersi l’appellativo di “band migliore del mondo”, che fino al 2017 era spesso associato al loro nome. Ci sono riusciti? Senza dubbio il lavoro è decisamente migliore di “Everything Now” (2017), ma non raggiunge la perfezione di “Funeral” (2004), il fulminante esordio del complesso canadese.

Il CD è diviso in due parti: la prima, “I”, è focalizzata sull’isolamento a cui il Covid ci ha costretto nel corso degli ultimi due anni; la seconda, “WE”, che dà il titolo al lavoro, ci riporta invece a sensazioni migliori, di comunità, che purtroppo sono state spesso perdute negli ultimi tempi. Gli Arcade Fire hanno sempre mirato a sentimenti universali, che si trattasse del dramma di perdere i propri cari (“Funeral”) oppure di ripercorrere la propria infanzia di ragazzi di periferia (“The Suburbs” del 2010): anche questa volta, come vediamo, mirano molto in alto.

Bersaglio centrato? Solo in parte. Musicalmente, i canadesi provano a tornare all’indie rock pieno di pathos dei loro esordi, abbandonando i ritmi caraibici e disco visti in “Reflektor” (2013) e il pop da classifica di “Everything Now”. Effetto nostalgia assicurato, ma quando si hanno canzoni belle come Age Of Anxiety I e The Lightning II tutto funziona. Ottima pure la più raccolta Unconditional Love I (Lookout Kid). Delude invece End Of The Empire IV (Sagittarius A*). In generale, la divisione del disco in suite formate da due o più componenti aiuta la coesione complessiva: a parte l’inutile Prelude e la conclusiva title track, infatti, abbiamo Age Of Anxiety, End Of The Empire, The Lightning e Unconditional Love.

Ospitando Peter Gabriel in Unconditional II (Race And Religion) e aiutati dal produttore Nigel Godrich (storico collaboratore dei Radiohead), Win Butler e Régine Chassagne hanno pubblicato un LP gradevole, che nei suoi momenti migliori è inattaccabile. Considerando la recente dipartita dalla band del fratello di Win Butler, Will, e le alte aspettative poste in “WE” dopo il flop di “Everything Now”, probabilmente siamo di fronte al miglior risultato possibile. Sicuramente, negli Arcade Fire è rimasta ancora la voglia di creare quel forte sentimento di comunità col loro pubblico che ne contraddistingue da sempre la carriera; in tempi così grami, non è una brutta cosa.

Voto finale: 8.

Florence + The Machine, “Dance Fever”

dance fever

Il quinto lavoro del progetto Florence + The Machine, “Dance Fever”, è un album pandemico sui generis: non riguarda infatti le conseguenze che il lockdown ha avuto sulla psiche di Florence Welch, o almeno non solo, quanto piuttosto quel senso di liberazione che pervade l’essere umano alla fine di grandi piaghe e tragedie del passato.

Il titolo prende direttamente spunto dal tarantismo (anche noto come “ballo di San Vito”), un morbo medievale che spingeva le persone a danzare sfrenatamente fino allo sfinimento o, nei casi più estremi, alla morte. Florence dedica quindi questo CD ad una malattia, che però sa quasi di libertà dalle restrizioni imposte dal Covid. Non sempre però le parti migliori del lavoro sono quelle più danzerecce.

“Dance Fever” era stato anticipato da alcuni singoli di grandissima qualità: King, Free e My Love sono tra le migliori canzoni recenti del gruppo inglese, trascinanti al punto giusto e curate nei minimi particolari, anche grazie alla produzione di Jack Antonoff. Solo Heaven Is Here deludeva le attese e rimane anche col CD completo uno dei momenti più deboli del lotto. Buona invece Choreomania, invece evitabile Daffodil.

Anche dal punto di vista testuale Florence e co. si dimostrano pieni di sorprese: abbiamo infatti l’inno femminista King, con il potente verso “I am no mother, I am no bride… I am king”. Altrove invece emergono pensieri più drammatici: “Every song I wrote became an escape rope tied around my neck to pull me up to heaven” (Heaven Is Here). Abbiamo infine il tema dell’amore che fa capolino in Girls Against God: “What a thing to admit, but when someone looks at me with real love, I don’t like it very much”.

In generale, comunque, “Dance Fever” sa di ripartenza per Welch: tanto più che è preceduto da un LP non all’altezza dei precedenti a firma Florence + The Machine come “High As Hope” (2018) e da incertezze su come proseguire il proprio percorso artistico. Potremmo anzi spingerci a dire che sia uno dei migliori dischi pubblicati da Florence Welch, ai livelli dell’ottimo esordio “Lungs” (2009). Peccato solo per alcuni episodi a centro disco che lasciano a desiderare, come Back In Town e la troppo breve Prayer Factory, abbassando la media complessiva, ma i risultati sono comunque più che buoni.

In conclusione, “Dance Fever” è uno dei migliori CD pop rock dell’anno: Florence + The Machine si conferma nome irrinunciabile della scena europea. Parlare così bene di una band con ormai quasi quindici anni di carriera alle spalle vuol dire una cosa sola: il talento è notevole e la voglia di mettersi in gioco, anche liricamente, sempre presente.

Voto finale: 8.

Sharon Van Etten, “We’ve Been Going About This All Wrong”

we've been going about this all wrong

Il nuovo album della cantautrice statunitense continua una carriera che sta riscuotendo un successo crescente: se “Remind Me Tomorrow” (2019) aveva presentato una nuova Sharon Van Etten, più pop e con sintetizzatori al massimo volume, “We’ve Been Going About This All Wrong” prosegue su questo percorso, aumentando allo stesso tempo la teatralità delle composizioni.

Il lavoro è stato composto in piena pandemia e, pertanto, risente molto dell’atmosfera generale di quel periodo, che tutti purtroppo ricordiamo. Inoltre, la casa dove Sharon vive assieme al compagno e al figlio è situata molto vicina ai luoghi degli incendi che hanno sconvolto gli Stati Uniti la scorsa estate, tanto da mettere a repentaglio anche lei stessa e la sua famiglia. Testualmente, quindi, siamo di fronte ad un lavoro molto personale, ma non per questo eccessivamente egocentrico.

Musicalmente, dicevamo, il CD in parte prosegue il percorso intrapreso con “Remind Me Tomorrow”, ma allo stesso tempo amplia l’aspetto barocco e teatrale di alcune composizioni. Prova ne sia la parte centrale del lavoro: sia Born che Headspace starebbero benissimo in “All Mirrors” di Angel Olsen. Invece la scarna Darkish rievoca le atmosfere dei primi lavori di Van Etten. Il pezzo più bello del lotto è senza dubbio Mistakes, vera perla pop. Buone anche Darkness Fades e Far Away, mentre sotto la media risulta solamente Home To Me.

In conclusione, i 39 minuti di “We’ve Been Going About This All Wrong” non risultano mai pesanti: la bella voce di Sharon Van Etten rende memorabili anche le melodie più prevedibili. Non tutto gira a meraviglia, ma questo lavoro è una buona aggiunta ad una discografia che, guardando il panorama del moderno indie rock, ha influenzato davvero molti artisti. Alcuni nomi? Phoebe Bridgers, Julien Baker, Snail Mail… In poche parole: Sharon Van Etten ormai è una certezza.

Voto finale: 7,5.

Rolling Blackouts Coastal Fever, “Endless Rooms”

endless rooms

Il terzo album del gruppo australiano li trova ancora a loro agio nel sound che li ha resi popolari: un indie rock sbarazzino, che si rifà agli Smiths così come al jangle pop degli anni ’90, sponda R.E.M.; allo stesso tempo, alcuni brani della tracklist fanno intravedere piccole novità, che sono benvenute dopo due EP e tre LP (pubblicati peraltro in soli sei anni) di buona qualità, ma alla lunga ripetitivi.

“Endless Rooms” inizia con una breve intro strumentale, Pearl Like You, che imposta il mood del disco: estate, serenità, suoni dolci. I successivi due brani, Tidal River e The Way It Shatters, sono tra i migliori della produzione recente della band e, soprattutto il primo, sembra cercare di innovare, almeno parzialmente, l’estetica dei Rolling Blackout Coastal Fever. Anche nella seconda parte dei 45 minuti che compongono “Endless Rooms” abbiamo altri esperimenti: la title track è un brano quasi notturno, molto raccolto. Buone soprattutto Dive Deep e Vanishing Dots; invece, i pezzi più prevedibili, come Open Up Your Window e, sono anche i più deboli del lotto.

La cosa che forse colpirà maggiormente gli ascoltatori è che, malgrado stiamo parlando di un lavoro musicalmente scanzonato, il gruppo australiano non è indifferente a quanto accade intorno a loro, soprattutto sul fronte della protezione dell’ambiente. Ad esempio, in Tidal Wave sentiamo: “Ceiling’s on fire, the train’s leaving the station”, un avvertimento che il cambiamento climatico è tra noi e dobbiamo muoverci per fermarlo. Altrove troviamo riferimenti ai migranti che cercano fortuna via mare: “If you were on the boat, would you turn the other way?” (The Way It Shatters).

In conclusione, “Endless Rooms” non verrà ricordato probabilmente come il miglior CD rock del 2022, tuttavia è un disco benvenuto, soprattutto considerando l’arrivo della bella stagione e il desiderio di relax che porta con sé.

Voto finale: 7,5.

Porridge Radio, “Waterslide, Diving Board, Ladder To The Sky”

waterslide diving board ladder to the sky

Il terzo album dei Porridge Radio vede la band inglese capitanata da Dana Margolin cercare di innovare in parte il proprio sound, attraverso l’introduzione di tastiere (esemplare The Rip) affiancate all’estetica indie rock e post-punk che aveva caratterizzato “Every Bad” (2020), il lavoro che li aveva fatti conoscere al grande pubblico.

I Porridge Radio erano anche stati oggetto di un profilo Rising di A-Rock e “Every Bad” era risultato undicesimo tra i 50 migliori dischi del 2020: insomma, l’attesa per “Waterslide, Diving Board, Ladder To The Sky” era alta. Contando poi che uno dei singoli di lancio del CD era Back To The Radio, un ottimo pezzo indie rock, speravamo che questo lavoro potesse migliorare ulteriormente i risultati già ottimi di “Every Bad”.

Purtroppo, ci eravamo sbagliati: pur essendo infatti un buon lavoro, complessivamente “Waterslide, Diving Board, Ladder To The Sky” non raggiunge le vette del predecessore. Certo, brani come la già citata Back To The Radio e Birthday Party faranno la fortuna anche live del gruppo, ma altri episodi, decisamente più deboli, come Trying e la ripetitiva U Can Be Happy If You Want To abbassano il voto complessivo del CD.

Continua invece la grande abilità di Margolin e co. di evocare sentimenti di malessere attraverso dei semplici mantra, come già accadeva in Born Confused. In Birthday Party, infatti, Dana Margolin ripete “I don’t wanna be loved” per tutto il ritornello, appena dopo aver proclamato “I want one feeling all the time… I don’t want to feel a thing”. Versi davvero desolanti, che si legano facilmente ad altri che emergono nel corso dell’album: “We sit here together, the same as we’ve always been, laughing and talking but I want to cry to you” (Back To The Radio); “Jealousy, it makes me bad, but nothing makes me quite as sad as you” (Jealousy); “Don’t want my body to be touched… Don’t want to mean anything to you” (Splintered).

In conclusione, non ci troviamo di fronte ad un CD di facile lettura: il rock dei Porridge Radio è tanto trascinante quanto i loro testi sono deprimenti. “Waterslide, Diving Board, Ladder To The Sky” è un buon erede di “Every Bad”, ma da un gruppo con questo talento ci aspettiamo qualcosa di più. Speriamo che la prossima volta vada meglio.

Voto finale: 7,5.

Harry Styles, “Harry’s House”

harry's house

Il terzo album solista dell’ex One Direction è una parziale svolta nel suo sound: pur prendendo sempre spunto dal passato, questa volta la decade di riferimento non sono gli anni ’70, bensì il decennio successivo. Il gusto retrò del lavoro non deve far pensare però ad un LP derivativo: la sensibilità moderna traspare più o meno in ogni traccia di “Harry’s House” e Harry Styles si conferma popstar di talento, anche se ancora il suo meglio probabilmente non lo abbiamo visto.

I 41 minuti del CD trascorrono sereni: che si stia lavorando su altro oppure approfondendo il disco, non si può negare lo stile e la precisione di Styles e del suo gruppo di lavoro. Pezzi come il singolo As It Was e Matilda sono francamente irresistibili, immersi in un mondo pop zuccheroso ma mai banale, con aperture indie interessanti. Altrove invece abbiamo brani più prevedibili (Keep Driving, Boyfriends), che intaccano inevitabilmente il risultato complessivo, senza però scadere nel monotono. Infine, in Cinema abbiamo quasi una copia di “Random Access Memories” (2013) dei Daft Punk e dei migliori Chic.

Liricamente, “Harry’s House” si presenta come un lavoro più riflessivo del passato: Styles pare introdurci in casa sua, ovvero la sua mente, in maniera più aperta che in passato. Abbiamo riferimenti alla sua relazione con l’attrice Olivia Wilde in Cinema, così come ai problemi di uscire con dei ragazzi in Boyfriends (i più gossippari si chiederanno: esperienza personale oppure empatia verso l’altro sesso? Nessuna risposta disponibile al momento). In altre canzoni abbiamo immancabili riferimenti al cibo, un must per Harry (Music For A Sushi Restaurant, Grapejuice), così come versi sdolcinati (“If I was a bluebird, I would fly to you” canta in Daylight) e velati riferimenti agli atteggiamenti sbagliati di alcuni giovani verso le ragazze: “They think you’re so easy… They take you for granted” proclama in Boyfriends.

In conclusione, “Harry’s House” non raggiunge “Fine Line” (2019) come qualità generale del lavoro, ma fa intravedere un futuro luminoso per Harry Styles: le aperture all’indie pop e alle sonorità degli anni ’80 sono senza dubbio un progresso per un ragazzo partito con una forte tendenza a imitare David Bowie (si ascolti Sign Of The Times a riguardo). Vedremo il futuro cosa porterà in dote a Styles, di certo la stoffa pare esserci.

Voto finale: 7.

Liam Gallagher, “C’MON YOU KNOW”

c'mon you know

Il terzo lavoro solista del più giovane dei fratelli Gallagher è al tempo stesso il più classico e il più variegato della sua produzione. Aiutato da numerosi produttori e co-autori, Liam con C’MON YOU KNOW” ha prodotto un CD che aiuterà a tenerlo sulla cresta dell’onda ancora per qualche tempo.

Prendiamo per esempio More Power, che apre il disco: pare proprio di essere tornati ai Rolling Stones di You Can’t Always Get What You Want, con quei coretti a fare da sottofondo. Nulla di nuovo, verrebbe da dire; in realtà, mai Liam era suonato così accondiscendente verso Mick Jagger & co., quindi a suo modo siamo di fronte ad una novità sul fronte delle ispirazioni per R Kid. Abbiamo poi il supporto di Ezra Koenig dei Vampire Weekend, che rende Moscow Rules il brano più barocco finora mai scritto a nome Liam Gallagher. Come tralasciare poi Everything’s Electric, che vanta la collaborazione di Dave Grohl! Insomma, un fritto misto che, al suo meglio, raggiunge ottimi risultati.

Sono infatti proprio i brani più in linea con i precedenti lavori di Gallagher, “As You Were” (2017) e “Why Me? Why Not.” (2019), a segnare il passo. Sia Don’t Go Halfway che I’m Free sono prevedibili e sono semplicemente intervalli scritti per i fan più tradizionali. Invece buona la title track, che ricorda gli ultimi Oasis, così come le già citate Everything’s Electric e Moscow Rules.

In generale, malgrado “C’MON YOU KNOW” arrivi dopo la devastante pandemia da Covid-19, nel corso del CD e delle interviste promozionali rilasciate recentemente abbiamo notato un Liam diverso, più introverso e meno spaccone: ne sono esempi anche alcuni testi del lavoro. In More Power lo sentiamo cantare: “The cut, it never really heals, just enough to stop the bleed… Mother, I’ll admit that I was angry for too long”. In I’m Free se la prende con le fake news: “How long you gonna sell illusion? How long you gonna sell confusion?”. Infine, una precisazione: il titolo Moscow Rules non ha nulla a che vedere con la situazione in Ucraina.

“C’MON YOU KNOW” non è al dunque un CD destinato a cambiare la carriera di una delle ultime grandi rockstar britanniche: chi già ama Liam continuerà a farlo, così come chi lo detesta. Certo, resta come sempre il rimpianto di dove sarebbero arrivati gli Oasis senza gli attriti col fratello Noel… ma non si piange sul latte versato, no? Godiamoci del buon rock and roll, non chiediamo di più a R Kid.

Voto finale: 7.

Wilco, “Cruel Country”

cruel country

Il quindicesimo album di inediti dei Wilco, istituzione del rock americano, è il loro CD più country e uno dei più lunghi della loro produzione. A 77 minuti e 21 canzoni, il doppio LP è sempre una sfida, anche per artisti leggendari come Prince e i The Clash. “Cruel Country” non è il miglior disco a firma Wilco, ma arricchisce il canzoniere della band con altre canzoni che faranno la fortuna dei live futuri di Jeff Tweedy e compagni.

Il titolo può in realtà essere inteso in due differenti modi: “country” in inglese può riferirsi sia a “nazione” che all’omonimo genere musicale. In effetti, in alcuni brani troviamo rimandi all’attualità, pur non essendo questo un CD “pandemico” (quello era infatti “Love Is The King”, a firma Jeff Tweedy, del 2020). Allo stesso tempo, sia i ritmi spesso rilassati che la volontà di suonare insieme dal vivo, dichiarata apertamente dalla band in sede di promozione del lavoro, piuttosto che scrivere canzoni politiche fanno pensare a un gruppo di amici vogliosi di divertirsi.

Può risultare strano che i Wilco, capaci in passato di spaziare in ogni ambito del rock, dall’indie all’alternativo al folk, siano tornati alle origini: il country era infatti l’architrave degli Uncle Tupelo, la prima band di Tweedy, così come dell’esordio del gruppo, “A.M.” del 1995. Tuttavia, a pensarci bene un ritorno alle basi può essere anche visto come un trampolino di lancio verso future sterzate: staremo a vedere.

I brani migliori sono Tired Of Taking It Out On You e Bird Without A Tail / Base Of My Skull, mentre deludono All Across The World e A Lifetime To Find. Carina infine Tonight’s The Day. In generale, come già anticipato, i 77 minuti risultano un po’ superflui, soprattutto verso la fine (ad esempio, Please Be Wrong e The Plains non sono brutte melodie, però sanno di già sentito), ma in un 2022 in cui molti artisti rilevanti hanno scelto questo formato (basti pensare a Beach House, Big Thief e Kendrick Lamar), il fatto che anche i Wilco ci abbiano omaggiato con un doppio CD ci fa solo piacere.

Voto finale: 7.

The Black Keys, “Dropout Boogie”

dropout boogie

Il terzo album in tre anni del duo originario di Akron, Ohio, calca terreni molto familiari: un blues rock caldo, sporco al punto giusto ma mai troppo tirato via. Dan Auerbach e Patrick Carney, dall’alto dei loro vent’anni di carriera (l’esordio “The Big Come Up” usciva infatti nel lontano 2002), sanno benissimo cosa i loro fan vogliono da un LP dei The Black Keys: ma siamo davvero sicuri che alla lunga questo atteggiamento conservativo paghi?

I The Black Keys sono diventati garanzia di CD mai troppo impegnativi, capaci di riportare a galla le radici blues del rock: LP come “Brothers” (2010) ed “El Camino” (2011) sono tuttora molto amati e non per caso. Brani del livello di Tighten Up, Lonely Boy e Gold On The Ceiling farebbero la fortuna di qualunque artista; che siano stati composti tutti nel giro di soli due anni è sintomo di grande talento. Il duo ha successivamente esplorato nuovi territori, soprattutto nel campo della psichedelia, nel successivo “Turn Blue” (2014), per poi darsi ad una lunga pausa fatta di progetti solisti e collaborazioni varie.

Il 2019 ha dato alla luce “Let’s Rock”, un ritorno al sound che ha fatto la fortuna dei The Black Keys; invece, nel 2021 i due americani hanno omaggiato le figure di riferimento del loro passato con la raccolta di cover “Delta Kream”. Dove si colloca “Dropout Boogie” in tutto ciò?

Partiamo dalle cose positive: la durata (34 minuti) e il numero di canzoni in tracklist (10) evitano il fastidioso filler che spesso percepiamo nei CD più lunghi e complessi. Inoltre, It Ain’t Over è un ottimo pezzo e farà la fortuna di Auerbach e Carney dal vivo. Stesso dicasi per Wild Child. Abbiamo poi una ballata abbastanza inusuale, How Long, a dire il vero non indimenticabile. D’altro lato, l’estetica generale del gruppo non si è spostata di una virgola negli ultimi anni, anzi ha denotato un ritorno sempre più marcato alle origini. Si ascolti a tal proposito Burn The Damn Thing Down, oppure Your Team Is Looking Good.

In poche parole, “Dropout Boogie” non è assolutamente un cattivo lavoro; al contrario, alcune canzoni sono riuscite e il disco è coeso e breve al punto giusto. Allo stesso tempo, non possiamo non dichiarare serenamente che i tempi migliori dei The Black Keys sono ormai alle loro spalle: vedremo per quanto ancora il duo riuscirà a divagare sullo stesso spartito senza suonare noioso. Di questo passo, non per molto tempo.

Voto finale: 6,5.

I 50 migliori album del 2019 (50-26)

Il 2019 ci ha regalato album di qualità media molto elevata, alcuni artisti emergenti che promettono di essere i nuovi volti del rock (black midi e Fontaines D.C.) oppure dell’hip hop (Little Simz). Allo stesso tempo abbiamo ritrovato veterani che sembravano decaduti (Coldplay) e gruppi che parevano sciolti (Vampire Weekend). In generale, è stato un ottimo anno, sia in termini di fatturato che di qualità, per il rap e il pop; anche il rock tuttavia ha prodotto CD interessanti. Sottotono invece folk e punk, peraltro dopo un anno frizzante come il 2018.

Questa è la prima parte della lista dei 50 migliori album del 2019. State connessi per la seconda parte! Buona lettura!

50) Anderson .Paak, “Ventura”

(R&B – SOUL)

Il cantante americano Anderson .Paak, giunto al quarto album, è tornato alle sonorità che lo avevano reso famoso con “Malibu” (2016): un funk colorato e sempre ballabile, inframmezzato da parti più rappate. Mentre in “Oxnard” dello scorso anno la parte hip hop aveva la meglio, con risultati controversi, “Ventura” privilegia le sonorità calde e morbide che meglio riescono ad Anderson, con ottimi risultati.

In effetti, se si eccettua la canzone di apertura Come Home con André 3000, il resto del breve ma incisivo CD (11 brani per 40 minuti) è caratterizzato da chiari rimandi ai maestri della black music del passato: da Stevie Wonder a Prince, passando per i più recenti Frank Ocean e D’Angelo. Questo è forse il limite maggiore del disco: parere a volte più una somma di cover di pezzi del passato piuttosto che un insieme di inediti.

L’abilità di .Paak di trasportare questi suoni nel XXI secolo consente però di mettere da parte almeno parzialmente questa critica e concentrarsi sull’eleganza di “Ventura”: i suoni più spigolosi di “Oxnard” sono scomparsi, lasciando spazio a chitarre eleganti e batterie fragranti, capaci di accompagnare l’artista nel corso del CD sempre efficacemente.

Anche liricamente si notano decisi progressi: mentre i precedenti lavori di Anderson .Paak erano caratterizzati da chiari rimandi, a volte molto espliciti, alla vita sessuale dell’artista, “Ventura” contiene anche riferimenti alle lotte fra bianchi e neri in America. King James, dedicata al cestista LeBron James, è caratterizzata dalle seguenti liriche: “We couldn’t stand to see our children shot dead in the streets… we salute King James for using his change to create some equal opportunities”. Altrove invece appaiono proclami più spavaldi: in Chosen One ad esempio si dice “To label me as The One, debatable; but second to none, that suit me like a tailored suit”, mentre in Yada Yada abbiamo “Our days are numbered, I’d rather count what I earn”.

I brani migliori sono What Can We Do?, che chiude magistralmente il disco, e la deliziosa Make It Better; convincono meno Chosen One, troppo lunga, e Winners Circle. In conclusione, le canzoni interessanti non mancano e il disco è caratterizzato da grande coerenza e nessun pezzo fuori posto.

49) Rhye, “Spirit”

(POP – R&B)

Il mini-album di Mike Milosh, già dall’anno scorso privo dell’altra metà dei Rhye Robin Hannibal, mantiene l’estetica raffinata vista nei due precedenti album “Woman” (2013) e “Blood” (2018), riducendo però l’influenza di elettronica e R&B per comporre il suo lavoro più intimista.

La struttura dell’EP è molto particolare: abbiamo 3 canzoni su 8 che non arrivano ai 3 minuti e sono puramente strumentali, mentre le altre sono decisamente più articolate. Milosh ha composto queste melodie su un pianoforte tra una pausa e l’altra del tour a supporto di “Blood”, ma non per questo “Spirit” è una semplice raccolta di b-sides: i pezzi sono formati perfettamente, prodotti con raffinatezza e hanno ciascuno un fascino sensuale o romantico che alla lunga conquista.

I pezzi migliori sono Needed e Patience; ma nessuno è fuori posto, tanto che anche i brevi intermezzi sono necessari alla riuscita del lavoro. Liricamente, Milosh conferma i temi che più gli stanno a cuore: desiderio e fragilità, entrambi come vediamo strettamente legati all’amore nel senso più ampio del termine. Esemplari questi due versi: “Why you look so fragile? Do I seem so bad?” e “I wanna be needed, that’s what I need”, entrambi in Needed.

In conclusione, “Spirit” prosegue la striscia vincente inaugurata nel 2013: Milosh continua a deliziarci con canzoni romantiche fino al midollo e capaci di suscitare in ogni ascoltatore un sentimento diverso, dalla nostalgia al desiderio alla paura per la fine di una relazione. Non una cosa da tutti.

48) Solange, “When I Get Home”

(R&B – SOUL)

Il quarto CD a firma Solange Knowles, sorella della regina del pop Beyoncé, è decisamente differente nelle tematiche trattate dal precedente “A Seat At The Table” (2016), ma mantiene un fascino e una cura del dettaglio sonoro che lo rendono senza dubbio interessante, anche se non perfetto.

Concentrare 19 canzoni in 39 minuti implica due cose: avere molto da dire ma allo stesso tempo privilegiare la forma libera, lasciando da parte la canonica canzone da tre minuti per dare spazio anche a intermezzi piuttosto brevi. È proprio quello che succede in “When I Get Home”: Solange infatti dedica il lavoro all’amata Houston, la sua città natale, creando un patchwork che va dal funk al soul al jazz, con collaboratori del calibro di Gucci Mane e Playboy Carti ad arricchire ulteriormente la ricetta.

Come già in “A Seat At The Table”, frequenti sono gli intermezzi inferiori al minuto di durata dove Solange si prende una pausa e prepara l’ascoltatore ai pezzi veri e propri. La vera differenza rispetto al bellissimo precedente lavoro risiede soprattutto nelle liriche: mentre “A Seat At The Table” affrontava con coraggio tematiche razziali legate al trattamento riservato alle persone di colore, “When I Get Home” è strutturato come un flusso di pensieri ininterrotto e, come tale, un po’ confusionario. Ne sono prova le frequenti ripetizioni testuali presenti nel corso del disco: l’iniziale Things I Imagined si regge sul verso “I saw things… I imagined things… I imagined.” Anche Down With The Clique è similmente ripetitiva: Solange canta infatti “We were down with you, down with you” nel ritornello.

Peccato, perché le belle canzoni non mancano: la lenta Down With The Clique e Almeda sono gli highlights, ma bella anche Stay Flo. Al contrario, gli intermezzi alla lunga stufano, anche perché non contengono messaggi rilevanti.

In conclusione, Solange continua efficacemente il percorso nella storia della black music iniziato nel 2016; tuttavia, chi si aspettasse un altro manifesto politicamente impegnato è destinato a rimanere deluso. “When I Get Home” è semplicemente un buon disco di musica nera.

47) Andy Stott, “It Should Be Us”

(ELETTRONICA)

Il nuovo album dell’enigmatico DJ Andy Stott segue di tre anni “Too Many Voices”, un lavoro da molti considerato il più debole della sua produzione, a metà fra techno oscura e passaggi più ariosi. Stott in effetti è sempre stato maestro delle atmosfere dark, interprete di un’elettronica lenta e sincopata, non ballabile ma capace di momenti di vera bellezza.

Molto efficace anche in formato EP (basta sentirsi i due lavori del 2011 “Passed Me By” e “We Stay Together”), il produttore inglese ha definitivamente deciso da che parte stare: le 9 canzoni di “It Should Be Us” sono la perfetta colonna sonora dell’Apocalisse. Le atmosfere sono lugubri come mai nella discografia di Stott, i ritmi sono caratterizzati da bassi opprimenti e batteria quasi post-punk. Le poche voci udibili ricordano il Burial di “Untrue” (2007), esprimendo sensazioni più che parole vere e proprie.

Molto efficaci in questo senso Dismantle e Collapse, mentre è inferiore alla media Promises. In generale il CD è coeso ed è un buon compromesso fra EP e LP in termini di canzoni e durata: 9 pezzi per 46 minuti, pur in un genere così pessimista, non sono difficili da assimilare, fatto che dà ancora più fascino al lavoro.

Andy Stott ha ormai creato uno stile tutto suo, che certo lo tiene lontano dal mainstream ma ne assicura un’immediata riconoscibilità. “It Should Be Us” è un’altra interessante aggiunta ad una discografia che va ormai elogiata come una delle più efficaci nella scena elettronica mondiale.

46) Jai Paul, “Leak 04-13 (Bait Ones)”

(R&B – ELETTRONICA)

La storia di questo CD è una delle più incredibili mai sentite. Jai Paul, nel lontano 2013, era una delle promesse del pop più brillanti: i due singoli pubblicati, Jasmine e BTSTU, avevano fatto faville con la stampa specialistica e lui pareva pronto a spiccare il volo.

L’aprile di quell’anno, però, sconvolse la vita di Jai: l’album venne “leakato”, cioè messo su internet senza l’autorizzazione di Paul, con molti pezzi ancora in fase embrionale. In realtà critica e pubblico rimasero favorevolmente impressionati dai risultati, seppur ancora parziali. Jai Paul, dal canto suo, si rinchiuse in un silenzio ostinato, durato ben sei anni.

Messa da parte la storia pazzesca dell’album, occorre essere imparziali e valutarlo per quello che vale oggi? Vale quanto segue: i brani fatti e finiti di “Leak 04-13 (Bait Ones)” sono pezzi unici, creativi e mai scontati, a testimonianza che davvero Jai Paul sei anni fa era pronto a sconvolgere il panorama musicale col suo mix ipnotico di R&B, pop d’avanguardia ed elettronica raffinata. Ne sono testimonianza la romantica Jasmine (demo) così come la più movimentata Genevieve (unfinished) – le parole fra parentesi ribadiscono la delusione di Jai Paul nel vedersi pubblicare canzoni ancora parzialmente finite.

In conclusione, la presenza fin troppo numerosa di intermezzi fini a sé stessi e chiaramente ancora da sgrezzare può rendere l’ascolto del CD a tratti difficoltoso, ma la qualità della maggior parte delle composizioni di maggior durata è notevole. Per questo motivo “Leak 04-13 (Bait Ones)” merita di essere riconosciuto come uno dei più grandi LP che (non) hanno mai visto la luce.

45) Julia Jacklin, “Crushing”

(ROCK)

Il secondo album della cantante australiana riparte da dove il precedente “Don’t Let the Kids Win” del 2016 aveva terminato la sua tracklist: un rock che si rifà chiaramente a grandi maestri del passato come Neil Young e Bob Dylan, ma anche a contemporanei come Kurt Vile. Tuttavia, rispetto all’esordio, Julia ha decisamente migliorato l’aspetto lirico, creando testi mai banali e che anzi si collegano a molti di noi.

“Crushing” è un breakup album, ovvero un CD destinato ad affrontare le conseguenze per la cantante di una rottura in campo amoroso. Julia Jacklin in effetti fa riferimento in tutte le 10 canzoni che compongono “Crushing” al suo ex ragazzo, a volte con rabbia a volte con ironia e disincanto. Tutti abbiamo avuto nella vita rotture dolorose, con ex partner oppure ex amici: per questo i testi candidi di Julia possono essere un utile punto di vista per affrontare questi temi non facili.

Ad esempio, nell’iniziale, meditativa Body la sentiamo cantare: “I guess it’s just my life and it’s just my body”, riferendosi a una potenziale minaccia di “revenge porn”, una piaga purtroppo sempre più diffusa soprattutto fra i più giovani. Ancora, in You Were Right Julia dichiara compiaciuta: “Started feeling like myself again the day I stopped saying your name”. Insomma, i motivi di attrito con l’ex fidanzato devono essere stati profondi. Altre melodie sono accompagnate da testi più ironici: Turn Me Down ad esempio termina con questo verso: “Don’t look at me… Maybe I’ll see you in a supermarket sometime”.

Musicalmente, come già accennato precedentemente, la Jacklin ricorda molto da vicino alcuni maestri vicini e lontani, assomigliando contemporaneamente ad alcune sue coetanee: da Phoebe Bridgers (specialmente nella parte centrale di “Crushing”) a Angel Olsen. Il disco non spicca per originalità dunque, ma le liriche e gli arrangiamenti, oltre alla cristallina voce di Julia, sono valorizzati al massimo. I brani lenti, come When The Family Flies In e Convention, possono essere monotoni alla lunga, mentre Julia sembra dare il meglio nei pezzi davvero rock, come You Were Right e Pressure To Party. Buona poi la più raccolta Turn Me Down.

In conclusione, Julia Jacklin si è inserita con abilità nel gruppo delle giovani artiste che stanno rivoluzionando il panorama indie degli anni ’10. Per ora va bene così; in futuro sarebbe bello vedere il lato più creativo e, chissà, sperimentale della sua visione artistica.

44) Sharon Van Etten, “Remind Me Tomorrow”

(ROCK – POP)

Il quinto album non autoprodotto dell’artista americana Sharon Van Etten è una reinvenzione artistica di alto livello: alzando il volume dei sintetizzatori, Sharon compie una svolta simile a quella dei Tame Impala ai tempi di “Currents”, con ottimi risultati.

La Van Etten era assente dalla scena musicale da 4 anni: al 2015 risale infatti l’EP “I Don’t Want To Let You Down”. Tuttavia, questi non erano stati anni di letargo per lei: nel 2017 aveva fatto una comparsata in Twin Peaks, la serie cult di David Lynch. Inoltre, è diventata mamma e ha finalmente trovato una relazione stabile, riuscendo a dimenticare quella vissuta in gioventù che aveva formato molti dei riferimenti dei suoi CD precedenti, fatta di abusi e continue umiliazioni.

Il disco si apre con la lenta ballad I Told You Everything, un inizio non trascendentale ma che prepara bene il terreno per il bellissimo secondo brano, No One’s Easy To Love, uno degli highlight di “Remind Me Tomorrow”. Comeback Kid ricorda da vicino le ultime incarnazioni di Annie Clark, mentre Jupiter 4 è una dolce nenia che alla lunga conquista. Molto interessante You Shadow, meno Malibu. La chiusura dell’album è epica: Hands è potente al punto giusto, Stay invece è una ballata che ricorda la vecchia Sharon.

Dal punto di vista testuale, “Remind Me Tomorrow” sembra ripartire da dove ci eravamo lasciati con “Are We There” (2014): I Told You Everything infatti inizia con “You said, ‘Holy shit, you almost died’”, riferendosi probabilmente al fidanzato violento cui avevamo già accennato. Altrove, però, il tono di Sharon è più minaccioso: “You’ll run” urla in Memorial Day. La Van Etten, tuttavia, non ha certezze di come il tutto finirà: “I don’t know how it ends” canta in Stay, una sensazione che purtroppo tutti proviamo di fronte all’amore.

In generale, il forte cambiamento impresso da Sharon al suo iconico stile, che aveva ispirato artiste come Phoebe Bridgers e Julien Baker, rappresenta un beneficio per lei dal punto di vista artistico. Avere una maggiore versatilità è sempre fondamentale per garantirsi una lunga e prolifica carriera; se poi la qualità resta così alta, non possiamo che esserne felici.

43) Tim Hecker, “Anoyo”

(ELETTRONICA – SPERIMENTALE)

Il mini-album “Anoyo” del musicista canadese Tim Hecker richiama il precedente suo lavoro, quel “Konoyo” (2018) ispirato alla musica giapponese. In effetti i brani che fanno parte di questo progetto sono presi dalle stesse sessions del precedente, i risultati sono tuttavia ancora più intriganti.

Se “Konoyo” aveva una pecca, era sicuramente la lunghezza: la musica di Hecker sa essere sublime, ma se presa troppo a lungo rischia di diventare difficilmente digeribile. “Konoyo”, pur avendo alcune parti eccellenti, alla lunga diventava fin troppo opprimente: le sonorità ambient di Hecker mescolate all’ensemble di musica gagaku Tokyo Gakuso a volte non si sposavano bene.

Ciò non vale per “Anoyo”, quasi un negativo dell’album fratello: dove uno era fin troppo carico, l’altro è essenziale e severo nelle sonorità. Anche il significato dei titoli è antitetico: konoyo sta per aldiquà, mentre anoyo significa aldilà. Musicalmente, “Anoyo” è un ottimo album ambient, allo stesso tempo sperimentale ma più accessibile di altri lavori di Hecker. Ottima Is But A Simulated Blur e buona anche l’iniziale That World, sebbene un po’ prolissa. Nessuna traccia in realtà è fuori posto, anzi nell’insieme il CD è organico e coeso.

In conclusione, “Anoyo” è uno dei punti più alti della musica ambient degli ultimi anni: per la verità, è l’intero genere ad essere tornato in prima linea nel variegato panorama della musica elettronica, grazie anche ai ritorni dei veterani Aphex Twin e Gas. Tim Hecker dal canto suo continua la sua singolare striscia di collaborazioni con paesi e culture diversi, dimostrando una creatività ancora viva e vegeta pur avendo alle spalle più di 20 anni di attività.

42) Sleater-Kinney, “The Center Won’t Hold”

(ROCK)

Il nono album delle Sleater-Kinney, una delle più longeve e talentuose band indie rock a cavallo fra i due millenni, è il secondo dopo la reunion del 2014 e segue il bellissimo “No Cities To Love” (2015). “The Center Won’t Hold” vanta la presenza di Annie Clark aka St. Vincent alla produzione, un contributo visibile e che probabilmente ha influito sulla decisione di Janet Weiss (batterista delle Sleater-Kinney fino al 2019) di abbandonare il complesso, ormai troppo mainstream per lei.

Il disco in realtà non suona troppo diverso dai precedenti sforzi del gruppo americano: le canzoni sono sempre dirette e le liriche mai banali, basate sui concetti di empowerment femminile, come il movimento riot grrl che ha originato le Sleater-Kinney ha sempre propugnato. Certo, vi sono episodi più melodici come Restless e l’influenza dell’elettronica è maggiore, ma fa parte della naturale evoluzione delle tre (ormai due) componenti della band.

Il CD si apre quasi su sonorità industrial: la title track pare anticipare svolte totali, prima di risolversi in un’esplosione punk degna delle prime Sleater-Kinney. Hurry On Home, il primo singolo estratto da “The Center Won’t Hold”, pare quasi un pezzo di St. Vincent ai tempi di “Strange Mercy” (2011), ma è un complimento non un’accusa di plagio. Non tutte le canzoni sono completamente convincenti: RUINS è fin troppo lenta, così come la già citata Restless sembra fuori posto dato il mood del lavoro.

Le liriche sono sempre state un pezzo forte delle Sleater-Kinney; anche “The Center Won’t Hold” lo conferma. Ad esempio, un tema portante è il destino delle donne considerate mature dal mondo della musica e in generale dell’arte, quasi impossibilitate a parlare del loro invecchiamento senza sentirsi nell’occhio del ciclone (LOVE), mentre altrove appare l’alienazione provocata dall’uso degli smartphone (“I start my day on a tiny screen, never have I felt so goddamned lost and alone” canta Corin Tucker in The Future Is Here). Il tono di Bad Dance è invece quasi ironico: “If the world is ending now then let’s dance… And if we’re all going down in flames, then let’s scream the bloody scream”.

In conclusione, “The Center Won’t Hold” sembrava nato sotto i migliori auspici: una band al top delle sue potenzialità, aiutata da una produttrice sopraffina, facevano pensare ad un capolavoro in arrivo. Il disco è senza dubbio gradevole, ma niente di trascendentale; pare anzi un LP di transizione, considerato anche l’abbandono della Weiss. Vedremo dove quest’incarnazione più elettronica e orientata al pop condurrà le Sleater-Kinney: il talento resta intatto, pertanto siamo fiduciosi.

41) JPEGMAFIA, “All My Heroes Are Cornballs”

(HIP HOP)

Al terzo album e dopo l’esplosione da cantante di nicchia a rapper venerato da un largo seguito, JPEGMAFIA è tornato. “Veteran” (2018) non è stato un evento casuale: il rap caotico ed eternamente creativo di Barrington DeVaughn Hendricks si conferma una forza motrice devastante, facendo di “All My Heroes Are Cornballs” uno degli album di rap sperimentale migliori dell’anno.

Partiamo intanto dall’analisi della copertina e dei titoli della tracklist: il CD si annuncia lungo e non semplice da assimilare, con canzoni a volte sotto il minuto di durata e altre invece più articolate. Nella cover JPEGMAFIA ha vestiti quasi femminili, circostanza che in effetti si sposa bene col titolo del lavoro e del singolo di lancio: “tutti i miei eroi sono sdolcinati” e Perdonami Gesù, sono una facile rispettivamente. Insomma, le supposizioni sull’identità sessuale del Nostro possono partire, ma Hendricks è sempre stato molto riservato al riguardo e neanche in “All My Heroes Are Cornballs” trapelano indiscrezioni.

Gossip a parte, l’hip hop altamente innovativo e imprevedibile di JPEGMAFIA si conferma efficace: i pezzi più compiuti, come il già citato Jesus Forgive Me, I Am A Thot e Kenan vs. Kel, sono davvero ottimi. La struttura spezzettata del CD può risultare indigesta per alcuni, comprensibilmente (intermezzi come DOTS FREESTYLE REMIX e JPEGMAFIA TYPE BEAT sono fin troppo rumorosi), ma denota una creatività sempre all’erta non banale nello stereotipato panorama mondiale.

Testualmente, i riferimenti di JPEGMAFIA restano tanto vari quanto inclassificabili: troviamo rimandi a Bane, Michael Jackson (entrambi in Rap Grow Old & Die x No Child Left Behind), i Beatles (Post Verified Lifestyle), Brian Wilson dei Beach Boys (BBW), polemiche contro l’uso della forza da parte della polizia (PTSD) e a Gesù (Jesus Forgive Me, I Am A Thot e BUTTERMILK JESUS TYPE BEAT). In tutti i casi però resta indelebile l’abilità di JPEGMAFIA di assemblare brani credibili pur nel caos da lui stesso prodotto.

Il disco a volte risulta davvero difficile da seguire, ma ripetuti ascolti premiano gli ascoltatori. Hendricks si conferma quindi tanto imprevedibile quanto incapace di dare coerenza ai suoi lavori. Ma proprio qui sta il bello no?

40) Bruce Springsteen, “Western Stars”

(ROCK)

La leggenda del rock è tornata: “Western Stars” marca il ritorno di Bruce Springsteen 5 anni dopo “High Hopes”. Il 19° (diciannovesimo!) album di inediti del Boss è una ventata di freschezza in una discografia che inevitabilmente iniziava a diventare prevedibile, guidata ultimamente più spesso da motivazioni politiche e sociali che dall’ispirazione vera e propria.

“Western Stars” è un disco molto springsteeniano, pieno di rimandi al rock anni ’70 ma anche al folk e all’Americana, quel sottogenere a metà fra country e rock che tanto fa proseliti negli States. Non per questo però il CD è ripetitivo o fuori fuoco; anzi, gli episodi prevedibili sono davvero rari e fanno di “Western Stars” uno dei punti più alti della discografia recente del Boss. L’inizio, ad esempio, è ottimo: Hitch Hikin’ è uno slow-burner, ma conquista ascolto dopo ascolto. Ottima anche la successiva The Wayfarer, uno degli highlights immediati del lavoro.

La parte centrale dell’album presenta alcune melodie inferiori alla media (alta, va detto) del resto del disco: la title track e Sleepy Joe’s Cafe sono pezzi quasi beatlesiani, ma non ispiratissimi. Molto meglio la solarità di Hello Sunshine, non a caso scelto come singolo di lancio da Springsteen. In generale, “Western Stars” mantiene un mood gioioso e raffinato durante tutto il suo corso, ben coordinato con le storie sempre affascinanti narrate dall’artista.

Liricamente, come accennavamo, il Boss si conferma maestro: in “Western Stars” troviamo riferimenti ad un attore collega di John Wayne e ora costretto a lavorare per gli spot in tv (la title track); altrove (forse un riferimento autobiografico?) un cantante country si chiede se i sacrifici fatti durante la vita siano valsi a qualcosa (Somewhere North Of Nashville). Ricordiamo che Bruce compirà 70 anni quest’inverno, quindi ormai è probabile che abbia fatto dei bilanci sulla sua vita e i suoi alti e bassi. Una delle frasi più potenti è contenuta in Moonlight Motel: “It’s better to have loved”.

In generale, Bruce Springsteen non ha bisogno di presentazioni: un autore capace di scrivere capolavori nella sua gioventù (“Born To Run” e “Darkness On The Edge Of Town”) e nella sua età di mezzo (“Born In The U.S.A.” e “Tunnel Of Love”) può solamente essere elogiato. Il fatto che sappia rinnovarsi alla soglia dei 70 anni dimostra una volta di più che di Boss ce n’è, e probabilmente ce ne sarà, uno solo.

39) Taylor Swift, “Lover”

(POP)

La popstar, giunta al settimo lavoro di studio (a soli 29 anni) dimostra una maturità maggiore rispetto a “reputation” (2017), il suo precedente CD. Accanto ai soliti temi dell’amore e delle pene che ne derivano, infatti, trovano spazio anche il dolore personale per la salute della madre e riflessioni non banali sui rapporti interpersonali.

I singoli che hanno lanciato “Lover” sono stati accolti in maniera controversa: ME! è già nella storia dei meme per quel verso che esalta lo spelling (“Spelling is fun!”), mentre You Really Need To Calm Down è una canzone pop talmente generica da essere paragonabile al peggior fiasco di Taylor, quella Look What You Made Me Do che era il peggior pezzo di “reputation”. Tuttavia, il livello generale del disco è davvero buono, con le vette di Cruel Summer e The Archer, oltre alla ballata strappalacrime Soon You’ll Get Better.

L’inizio del disco è intrigante: I Forgot That You Existed è un ritorno alla “vecchia” Taylor, con quel titolo che sa di vendetta per un ex partner e una melodia tanto essenziale quanto riuscita. Come già detto, Cruel Summer è un highlight immediato del disco, invece The Man e Lover sono più prevedibili. La lunghezza di “Lover” risulta eccessiva (più di un’ora), ma di cose da dire Taylor ne ha, quindi la presenza di brani mediocri è perdonabile nell’economia di un CD complesso ma da lodare per varietà e tematiche affrontate.

Parlando dei testi, “Lover” come già accennato è il lavoro più maturo della Swift: in Soon You’ll Get Better parla senza timori della battaglia contro il tumore della madre, invece la conclusiva Daylight contiene un riferimento a “Red” (2012): “I once believed love would be black and white… I once believed love would be burning red, but it’s golden”. Esiste modo migliore per descrivere l’amore?

In conclusione, la presenza di 4-5 canzoni inferiori alla media impedisce a “Lover” di essere il CD definitivo di Taylor Swift. Nondimeno, l’ampiezza della palette sonora messa in mostra dalla popstar americana fa capire che la traiettoria intrapresa è tornata sulla retta via, quella persa da “reputation” in avanti.

38) Flying Lotus, “Flamagra”

(ELETTRONICA)

Il sesto album del celebre produttore losangelino Steven Ellison, meglio conosciuto col nome d’arte Flying Lotus, si è fatto attendere. Il suo ultimo lavoro, il breve ma densissimo “You’re Dead!”, risaliva al 2014. Questi cinque anni sono però stati impegnativi per Ellison: ha girato un film horror, Kuso; lanciato un’intera divisione della sua Brainfeeder dedicata al cinema; composto svariate colonne sonore.

In mezzo a tutto questo, Flying Lotus non ha tuttavia dimenticato la sua prima passione, la musica. Del resto, un personaggio che vanta fra i suoi avi John e Alice Coltrane non può che avere una creatività musicale decisamente sviluppata. “Flamagra” si presenta come il suo lavoro più complesso, sia per struttura che come personale coinvolto: Ellison infatti non bada a spese, coinvolgendo il meglio del mondo hip hop contemporaneo, da Solange Knowles a Tierra Whack, passando per Anderson .Paak e Denzel Curry. Non ci scordiamo poi il contributo del mitico David Lynch in Fire Is Coming! Insomma, 27 canzoni per 67 minuti, contando tutti questi ospiti, vogliono dire una cosa sola: “Flamagra” deve essere digerito, i giudizi impulsivi possono essere fuori asse.

Una cosa è comunque subito chiara: l’ipnotico mix di elettronica, jazz e hip hop dei migliori lavori di Flying Lotus non è scomparsa. Anzi, la formula viene in un certo senso portata agli estremi: spesso in un solo brano troviamo differenti parti, ognuna dedicata ad un genere particolare. I risultati sono prevedibilmente ostici, soprattutto ai primi ascolti, ma la pazienza degli ascoltatori viene premiata da un concentrato di pezzi efficaci: dalla sognante Remind U, che ricorda “Until The Quiet Comes” (2012) alla trascinante More, con grande contributo di Anderson .Paak e Thundercat, passando per Heroes e Land Of Honey, il CD è spesso un trionfo. Certo, alcuni momenti (su tutti la troppo lunga Takashi) sarebbero stati evitabili, ma sappiamo che Ellison è sempre stato un massimalista, fin dai tempi di “Cosmogramma” (2010), quindi aspettarsi da lui prudenza sarebbe vano.

In generale, dunque, “Flamagra” è valso l’attesa: i cinque anni passati da “You’re Dead!” non pesano sulle composizioni di FlyLo, che anzi restano fresche e innovative anche dopo numerosi ascolti. Questo sesto disco non sarà il migliore della sua produzione, ma segna il ritorno di una figura fondamentale per l’elettronica e il jazz contemporanei, capace di stravolgere i cardini di questi due mondi apparentemente lontani.

37) Holly Herndon, “PROTO”

(SPERIMENTALE – ELETTRONICA)

Il quarto album della compositrice americana Holly Herndon è un concept album molto ambizioso e non facile. Tuttavia, ripetuti ascolti svelano un vero e proprio tesoro, ricco di sfumature e dettagli preziosi.

Il tratto più caratteristico di “PROTO” è la presenza, dichiarata fin dall’inizio, dell’intelligenza artificiale: Spawn, questo è il suo nome, fa parte del coro di voci che qua e là compaiono all’interno del lavoro, ad esempio in Canaan (Live Training). È questo uno dei primi dischi fondati in parte sull’IA; in poche parole, un lavoro davvero sperimentale e coraggioso. Se a questo aggiungiamo delle basi elettroniche molto dense, a volte quasi impenetrabili, “PROTO” diviene una vera sfida per gli ascoltatori.

Vero è che, in alcune parti, il CD mantiene una certa venatura pop: Eternal è un ottimo pezzo, che unisce avanguardia e accessibilità. Nondimeno, le parti più ardite hanno la netta prevalenza: le due sessioni di training per Spawn già basterebbero, se poi ci aggiungiamo Alienation e Extreme Love il quadro è completo. In generale, comunque, “PROTO” non è mai sperimentale solo per il gusto di esserlo, anzi la Herndon ha sempre ben chiaro in testa il disegno e il concept dietro l’album. Brani fin troppo arditi come Bridge e Godmother, in tal modo, sono più che compensati da perle come Eternal, Frontier e la conclusiva Last Gasp.

Pertanto, con “PROTO” l’artista americana ha probabilmente raggiunto il picco più estremo di quell’ibrido a metà fra elettronica d’avanguardia e pop sofisticato che ne ha fatto la fortuna. Potrebbe essere un’idea cercare la fortuna nel mondo mainstream, un po’ quello che SOPHIE ha fatto con il suo recente LP “OIL OF EVERY PEARL’S UN-INSIDES”. Intanto godiamoci questo lavoro, uno dei più avveniristi dell’intera decade.

36) Earl Sweatshirt, “FEET OF CLAY”

(HIP HOP)

Il nuovo, bravissimo EP a firma Earl Sweatshirt arriva poco meno di un anno dopo “Some Rap Songs”, il CD fino ad ora più riuscito della sua produzione, che ha raggiunto nuovi livelli di creatività e arditezza nell’ambito del rap sperimentale, mischiandolo abilmente con il jazz d’avanguardia. “FEET OF CLAY” pare un estratto di quell’incredibile lavoro: l’EP continua la striscia di pubblicazioni sempre più fuori di testa di Earl, basti sentirsi la base sghemba di EAST.

Il lavoro è composto da 7 brani per 15 minuti di lunghezza: va però sottolineato che solo in un paio di occasioni le canzoni superano i 2 minuti di lunghezza, vale a dire in EL TORO COMBO MEAL e 4N. Il resto dei brani è quasi un insieme di schizzi in attesa di essere completati, in questo ricordando il Kanye West di “JESUS IS KING”.

Anche tematicamente il disco è un’ideale continuazione di “Some Rap Songs”: in TISK TISK / COOKIES Earl mormora: “The moments that’s tender and soft, I’m in ’em, the memories got strong. But some of them lost”, mentre in EAST fa riferimento ai suoi problem di alcolismo, “My canteen was full of the poison I need”.

In conclusione, “FEET OF CLAY” è un altro rilevante lavoro di Earl Sweatshirt, che si conferma voce veramente unica nel panorama rap contemporaneo. Le sue basi sempre eccentriche, con chiari elementi jazz quando non elettronici, hanno influenzato molti artisti, dagli Injury Reserve a MIKE. Tuttavia, nessuno ha l’onestà intellettuale e la capacità di creare lavori coesi come lui: “FEET OF CLAY” suona contemporaneamente come chiusura di un ciclo e apertura di nuovi orizzonti.

35) Mannequin Pussy, “Patience”

(PUNK)

Il terzo disco della band punk statunitense è un pugno nello stomaco fatto di riff potentissimi e testi devastanti sulla fine di una relazione vista dalla parte di una ragazza abusata, impersonata dalla cantante e chitarrista Marisa Dabice.

“Patience” non è tuttavia un CD eccessivamente monocorde, musicalmente parlando: i Mannequin Pussy sono molto abili a mescolare il punk più sanguigno con il power pop degno delle Sleater-Kinney, creando quindi un mix tanto breve (26 minuti) quanto bilanciato. L’inizio è davvero potente: il terzetto composto da Patience, Drunk II e Cream introduce benissimo temi e atmosfere del disco. La successiva Fear + Desire, fra i brani più ambiziosi del lavoro, serve come pausa verso la seconda metà del disco.

La parte finale di “Patience” contiene il brano più appetibile anche dal mainstream: In Love Again è un ottimo brano indie rock, che potrebbe benissimo rientrare nei lavori recenti dei Car Seat Headrest. Insomma, le 10 canzoni di “Patience” spingono l’ascoltatore a scoprire continuamente i rimandi a gruppi ed epoche del passato, ma non per questo motivo i Mannequin Pussy suonano ovvi.

Liricamente, come già accennato, i testi del CD sono a volte davvero duri: la Dabice spesso si abbandona a invettive contro un passato partner, accusato di averla abusata sia fisicamente che attraverso sputi e insulti, che l’hanno fatta sentire oggettivata se non umiliata (sia High Horse che Fear + Desire ne sono chiari esempi). Per questo la già citata In Love Again, che chiude il disco, è una ventata d’aria fresca: un messaggio di ottimismo in un album altrimenti davvero tragico.

Questo “Patience” dunque è davvero un eccellente lavoro: la giovane band statunitense riesce a comprimere in 26 minuti più o meno tutta la storia recente del punk rock, riuscendo ad essere profonda ma mai fine a sé stessa.

34) Leif, “Loom Dream”

(ELETTRONICA)

Il terzo CD del gallese Leif Knowles è un ottimo disco di musica ambient. Leif è al terzo disco di una carriera prolifica: lui ha cominciato la sua attività nei primi anni 2000, ma più come autore di DJ set che come produttore di album. In effetti il suo nome solo con “Loom Dream” ha cominciato a farsi largo anche nel mainstream, con pieno merito va detto. I temi portanti del disco riguardano la natura: i titoli delle canzoni evocano piante e fiori (Myrtus, Rosa e Mimosa ne sono chiari esempi). La brevità (34 minuti) aiuta Knowles a focalizzare pienamente il lavoro, con risultati eccellenti a tratti e buoni in generale.

L’apertura di Yarrow è magistrale: i 7 minuti della canzone scorrono benissimo e la traccia entra senza problemi nella successiva, Borage, leggermente più mossa ma mai invadente. L’unica canzone leggermente sotto la media è Mimosa, ma per il resto, come già accennato, il CD è compatto e offre sempre spunti di riflessione anche dopo ripetuti ascolti.

In conclusione, l’artista gallese ha creato con “Loom Dream” una perfetta colonna sonora per rilassarsi ma anche per lavorare. Il disco è il primo vero buon lavoro di musica ambient del 2019 e pare un perfetto trampolino di lancio per la futura carriera di Leif.

33) Rapsody, “Eve”

(HIP HOP)

Il terzo album della talentuosa rapper Rapsody, reduce dal successo di “Laila’s Wisdom” (2017), nominato anche ai Grammy come miglior album rap, è un album politicamente impegnato, ma non per questo pesante. Anzi, le basi sono in molte occasioni azzeccate e gli ospiti presenti (da GZA a D’Angelo passando per J. Cole) aggiungono ulteriore interesse ad un CD davvero ben fatto.

Le 16 canzoni che compongono l’album sono dedicate ad importanti figure femminili della cultura black: così come “Laila’s Wisdom” era dedicato alla nonna di Rapsody, così “Eve” è un lavoro meno introspettivo e più esposto politicamente, citando personaggi fondamentali del passato e del presente, da Nina Simone a Michelle Obama, passando per Oprah Winfrey.

Se accostiamo questo LP ad altri usciti recentemente, da “LEGACY! LEGACY!” di Jamila Woods a “When I Get Home” di Solange Knowles fino ad arrivare a “HOMECOMING: THE LIVE ALBUM” di Beyoncé, notiamo una nuova consapevolezza e un forte desiderio di rivendicazione da parte delle donne di colore, impazienti di vedersi riconosciuto il loro posto nell’eredità culturale del mondo e che il contributo di quelle che le hanno precedute venga apprezzato appieno.

“Eve” ha successo sia per le basi, sempre coinvolgenti e caratterizzate da mixaggio e arrangiamento impeccabili, sia per la presenza di Rapsody, molto abile a prendersi il palcoscenico quando serve e a cederlo agli ospiti negli altri casi. Ad esempio, ottimo il featuring di Leikeli47 in Oprah, così come il contributo di GZA e D’Angelo in Ibtihaj. L’unico brano inferiore alla media è Whoopy, con una base un po’ monotona alla lunga. Spiccano invece Nina, Cleo e la già citata Oprah.

In conclusione, “Eve” ha giustamente ricevuto giudizi lusinghieri dalla critica. Il rap mai estremo di Rapsody, unito ad elementi soul sempre raffinati, creano un amalgama molto interessante, che rende il disco fondamentale per gli amanti della musica nera.

32) Thom Yorke, “ANIMA”

(ELETTRONICA – ROCK)

Il terzo album vero e proprio di Thom Yorke, frontman dei Radiohead, segue la colonna sonora di Suspiria dello scorso anno. Yorke in “ANIMA” continua il percorso elettronico intrapreso in “The Eraser” (2006) e lo conduce verso lidi più teneri del solito, evocando le atmosfere dei lavori più intimi dei Radiohead, un po’ ambient un po’ glitch.

Del resto, è inevitabile fare comparazioni con la sua band, vero culto per moltissimi fans e non senza ragioni: autori di classici come “OK Computer” e “Kid A”, i Radiohead sono da molti considerati fra le più importanti band nella storia della musica. Yorke, gli va dato atto, non ha mai cercato di scimmiottare i lavori del complesso britannico da solista; un merito, ma anche forse un motivo del perché nessuno ha mai avuto veramente successo. “ANIMA” invece collega benissimo i Radiohead di “Kid A” e “Amnesiac” con il Thom solista, creando un lavoro coeso e avvincente.

La partenza è interlocutoria: sia Traffic che Last I Heard (… He Was Circling The Drain) rievocano le tenebrose atmosfere di “Tomorrow’s Modern Boxes” (2014). Tuttavia, la magia è solo rinviata: sia Twist che Dawn Chorus sono fra le migliori composizioni del Thom Yorke solista, entrambe melodie tenere con la voce di Yorke al suo meglio. Si ritorna in questo modo al CD forse più incompreso del catalogo dei Radiohead, “King Of Limbs” (2011). Insomma, Thom (aiutato come sempre dal fido produttore Nigel Godrich) ha ancora diversi assi nella manica.

A tutto questo va aggiunto che Paul Thomas Anderson, il celebre regista hollywoodiano e collaboratore dei Radiohead, ha girato un breve film sulle note di alcune delle canzoni contenute in “ANIMA”. Insomma, possiamo dire che Thom Yorke in questo caso ha decisamente alzato il livello, sia di ambizione che di arrangiamenti; e i risultati sono notevoli.

Liricamente, come spesso nella carriera, il frontman dei Radiohead non risparmia invettive contro la presenza sempre più invasiva della tecnologia: in The Axe (già il titolo, L’Ascia, dice tutto) lo sentiamo inveire “Goddamned machinery, why don’t you speak to me? One day I am gonna take an axe to you”. Altrove l’immaginario è più astratto: Twist termina quasi come un film horror, con Yorke che mormora “A boy on a bike who is running away, an empty car in the woods, the motor left running”. Dawn Chorus è invece dedicata alla sua compagna, Dajana Roncione: viene descritto ad un certo punto un vortice di frammenti di cenere che sembrano ballare, come due amanti, insomma una scena davvero romantica.

Yorke dunque, recuperando le influenze più eccentriche già viste nei Radiohead e adattandole ad atmosfere maggiormente accessibili, ha creato il suo LP più bello. Niente male, considerato che il Nostro canta da più di 20 anni; ma Thom non pare avere intenzione di smettere. E noi non possiamo che essergliene grati.

31) Deerhunter, “Why Hasn’t Everything Already Disappeared?”

(ROCK)

Giunti ad un punto ormai dove molte band loro coetanee si sono già sciolte (i Walkmen, ad esempio) oppure vivacchiano con tentativi di reinventarsi più o meno riusciti (si vedano Bloc Party e Strokes), i Deerhunter si sono guadagnati un posto apprezzabile nel pantheon delle band indie rock. Sempre pronti a esplorare nuovi territori, capitanati dall’indomito Bradford Cox, i Deerhunter hanno saputo entrare nel cuore dei fans grazie a lavori superlativi come “Microcastle” (2008) ed “Halcyon Digest” (2010).

Il precedente lavoro “Fading Frontier” del 2015 aveva fatto intravedere il lato più dream pop del gruppo: parlando della “nuova vita” capitatagli dopo il terribile incidente d’auto dell’anno prima che lo aveva quasi ucciso, Cox aveva trovato anche il modo di affrontare temi a lui molto cari: la discriminazione per le persone omosessuali, la solitudine… il tutto però con melodie più dolci del 95% delle canzoni precedenti dei Deerhunter.

Il nuovo lavoro “Why Hasn’t Everything Already Disappeared?” prosegue sulla falsariga tracciata da “Fading Frontier”, approfondendo il lato psichedelico dei Deerhunter. Ciò è evidente in brani come la strumentale Greenpoint Gothic e Tarnung. I pezzi più riusciti sono, però, quelli più accostabili ai capolavori del gruppo, in cui l’abilità strumentale dei membri dei Deerhunter può venire allo scoperto: il primo singolo Death In Midsummer è ottimo, così come No One’s Sleeping, con bellissima coda strumentale capitanata dal chitarrista Lockett Pundt. Degna di nota anche What Happens To People?. L’unica traccia davvero debole è la confusa Détournement, ma i risultati restano complessivamente buoni.

Liricamente, Cox ritorna su sentieri già percorsi, ma mai in maniera banale: in Death In Midsummer riprende il tema della morte, questa volta degli amici, cantando “They were in hills, they were in factories. They are in graves now”. Il pessimismo ritorna in What Happens To People?: “What happens to people? They quit holding on. What happens to people? Their dreams turn to dark”. Ma è in Détournement che abbiamo la lirica più drammatica: “Your struggles won’t be long and there will be no sorrow on the other side.”

In conclusione, i Deerhunter si confermano band affidabile in termini di qualità compositiva, con una discografia davvero eccellente e varia. Complimenti, Bradford & co.

30) Danny Brown, “uknowhatimsayin¿”

(HIP HOP)

Il quinto album di Danny Brown, uno dei rapper più originali degli ultimi anni, è una summa di tutte le caratteristiche che lo rendono unico. Voce nasale, versi al limite dell’indecente alternati a scherzi assurdi e altri introspettivi, basi del tutto fuori di testa, flow inarrestabile: troviamo questo e molto altro in “uknowhatimsayin¿”, che già dal titolo si preannuncia folle. La produzione affidata a pezzi da 90 come Q-Tip (A Tribe Called Quest), Flying Lotus e JPEGMAFIA rendono la ricetta ancora più intrigante, così come la collaborazione con i Run The Jewels in 3 Tearz e quella con Blood Orange in Shine.

I tratti puramente sperimentali di alcune parti del disco lo rendono un osso difficile da masticare, soprattutto al primo ascolto: mentre “Old” (2013) aveva basi quasi danzerecce nella seconda parte, questo lavoro vira verso il lato più ardito di Danny, con esempi virtuosi in Dirty Laundry e Theme Song. Mancano allo stesso tempo anche le atmosfere disperate di “Atrocity Exhibition” (2016), a tutt’oggi il suo album più celebrato, in cui Brown metteva in mostra tutta la sua fragilità e le sue dipendenze.

Troviamo infatti anche versi davvero divertenti, che immediatamente entrano in testa all’ascoltatore: “I ignore a whore like an email from LinkedIn”, contenuto in Savage Nomad, ne è il più chiaro esempio. Altrove ritorna il pensiero della morte, ma in maniera più ironica, quasi leggera rispetto al passato: “I’mma die for this shit like Elvis” canta il rapper statunitense in Combat.

Il CD, per quanto ricercato e a tratti assurdo, è assimilabile relativamente in fretta data la sua brevità: 11 canzoni in 33 minuti sono un’ulteriore dimostrazione della posizione davvero unica occupata da Danny Brown nel mondo hip hop. I pezzi migliori sono la già ricordata Dirty Laundry e la title track, mentre sono inferiori alla media Best Life e Negro Spiritual.

In conclusione, “uknowhatimsayin¿” dimostra ancora una volta l’inventiva senza freni posseduta da Danny Brown. Ormai alla soglia dei 40 anni, il talentuoso rapper non pare per nulla intenzionato a adagiarsi sugli allori: non avrà ancora esaudito il sogno espresso nel suo CD “XXX” (2011), quando diceva di voler diventare “the greatest rapper ever”, ma di certo il rispetto di critica e fans non fanno che crescere album dopo album.

29) Moodymann, “SINNER”

(ELETTRONICA)

Il nuovo disco di Moodymann, leggenda della house di Oltreoceano, arriva 5 anni dopo il suo precedente lavoro, l’eponimo “Moodymann”. Non troviamo però alcuna ruggine negli ingranaggi delle canzoni che compongono il breve ma denso album (7 tracce per 44 minuti): Kenny Dixon Jr (questo il vero nome del DJ statunitense) anzi è più in forma che mai.

In realtà Moodymann non è restato completamente silente negli ultimi 5 anni: nel 2016 ha contribuito alla serie dei “DJ-Kicks”, mentre nel 2018 ha dato alle stampe l’EP “Pitch Black City Reunion”. Gli elementi della ricetta di Moodymann sono rimasti gli stessi: un’elettronica infusa di soul e black music, come mescolare Prince con Caribou per capirsi. L’iniziale I’ll Provide chiarisce subito l’intento di Dixon: mescolare temi sporchi (“I got something for all your dirty, nasty needs… Drunk and high, I’ll provide”) con musica seducente e raffinata. Buonissime poi le seguenti I Think Of Saturday e Got Me Coming Back Rite Now, perfette per ballare nelle ore calde della notte estiva.

Nella seconda parte il mood cambia leggermente: le tracce si fanno più pensose e raccolte, i ritmi più cadenzati e dalla dance music passiamo ad una house molto rallentata. Non per questo però “Sinner” perde fascino: la lunga ma interessante If I Gave U My Love introduce efficacemente quest’altra faccia di Moodymann, che pare trasformarsi progressivamente in Flying Lotus (esemplare la jazzata Downtown).

28) Michael Kiwanuka, “Kiwanuka”

(POP – SOUL)

Il terzo album del cantante soul britannico Michael Kiwanuka è un altro tassello prezioso di una carriera in continua ascesa. Già premiato da critica e pubblico col precedente “Love & Hate” (2016), nominato anche per il Mercury Prize, Kiwanuka mantiene lo stile soul ma anche psichedelico che ne aveva decretato il successo, aggiungendo una produzione raffinata grazie a Inflo e Danger Mouse.

I 14 brani di “Kiwanuka”, come già il titolo preannuncia, sono più personali del passato, tuttavia Michael non si espone fino in fondo: a volte sentiamo frasi come “All I want is to talk to you”, in Piano Joint (This Kind Of Love), oppure “The young and dumb will always need one of their own to lead”, in Light. Mai, però, il talentuoso cantautore va più in là: un modo per mantenersi ermetico o il timore dei giudizi del pubblico?

Conta relativamente, data la bellezza del disco: la delicatezza di Piano Joint (This Kind Of Love) è incredibile, così come la carica di Hero. I 52 minuti del CD scorrono benissimo e ripetuti ascolti svelano sempre nuovi dettagli del lavoro, facendo peraltro assumere alla voce di Kiwanuka un’importanza sempre maggiore. Molto interessante poi la struttura dell’album: gli intermezzi sono numerosi, ma in alcuni casi perfettamente funzionali (ad esempio Hero – Intro introduce perfettamente Hero) e soprattutto nessuno è messo solo per motivi di streaming, cosa purtroppo comune nel mondo hip hop.

In conclusione, il soul ha trovato un nuovo volto: se “Love & Hate” poteva essere un fuoco di paglia, tutti i dubbi sono stati cancellati da “Kiwanuka”, che affianca il cantautore inglese a figure come Temptations e D’Angelo, senza la carica sexy del secondo e la creatività dei primi, ma con una capacità di lavorare sui dettagli almeno simile.

27) American Football, “American Football”

(ROCK)

Il terzo album degli statunitensi veterani dell’emo è un deciso passo avanti verso nuovi lidi sonori. Rispetto al gradevole ma prevedibile “American Football” del 2016, visto da molti più come un servizio reso ai fan piuttosto che un CD davvero voluto dalla band, il nuovo LP vira verso territori dream pop davvero interessanti e il gruppo, aiutato da ospiti di spessore come Rachel Goswell e Hayley Williams dei Paramore, produce un lavoro all’altezza della loro fama.

L’inizio del disco è già sorprendente: suoni leggeri di campanelline introducono Silhouettes, che poi si dispiega in una canzone perfettamente inquadrata nell’estetica American Football: voce di Mike Kinsella a guidare le danze, ritmi carichi di pathos e liriche che parlano di amori lontani. La seguente Every Wave To Ever Rise, con la partecipazione di Elizabeth Powell, introduce addirittura temi post-rock.

I veri pezzi da 90 sono però Uncomfortably Numb (con la Williams), che fa il verso ai Pink Floyd solo in apparenza, e la suadente Heir Apparent; senza dubbio sono gli highlights del CD e della seconda vita della band americana. Forse ridondante Doom In Full Bloom, ma perfettamente intonata al mood del lavoro.

Liricamente, come accennavamo, ritornano molti temi cari al mondo emo: il male di vivere (“Sensitivity deprived, I can’t feel a thing inside” canta Kinsella in Uncomfortably Numb), i rimpianti per la giovinezza ormai passata (“I blamed my father in my youth. Now as a father, I blame the booze” sentiamo nella stessa canzone), le pene causate dall’amore non corrisposto, come in Silhouettes: “Tell me again what’s the allure of inconsequential love”.

Insomma, “American Football” si staglia come un capitolo decisamente degno di nota per gli amanti della band e più in generale del genere emo: esplorando nuovi territori gli American Football hanno prodotto il primo LP davvero avventuroso della loro frastagliata carriera, con sicuri benefici per il loro futuro.

26) Ezra Furman, “Twelve Nudes”

(ROCK – PUNK)

Il nuovo album del cantautore americano segna una svolta stilistica per lui: al rock cinematico e a tratti barocco del precedente “Transangelic Exodus” (2018) Ezra sostituisce un punk-rock decisamente più immediato, tanto che “Twelve Nudes” (in realtà composto da 11 canzoni) è lungo solamente poco più di 27 minuti.

L’apertura è già indice del mood disperato ma allo stesso tempo sbarazzino del CD: sia Calm Down aka I Should Not Be Alone che Evening Prayer aka Justice sono pezzi che quasi ricordano i Ramones o i primi Clash. I temi affrontati, come sempre con Furman, riguardano l’essere omosessuali al giorno d’oggi: gli abusi subiti e le ferite provocate dagli amori finiti sono i principali. In Calm Down aka I Should Not Be Alone canta “Panic-stricken, sweating in my bed, could someone help me down”, mentre altrove nella tracklist troviamo titoli evocativi come Trauma e My Teeth Hurt.

Musicalmente “Twelve Nudes” è un lavoro molto intrigante, immediato ma con un substrato malinconico se non tragico che aggiunge pepe alla ricetta. In Transition From Nowhere To Nowhere il cantautore ritorna alle sonorità dei suoi precedenti lavori, meno feroci rispetto al punk che pervade “Twelve Nudes”; invece Trauma è quasi hard rock.

In generale, Ezra Furman pare aver trovato con questo LP la definitiva maturità, sia dal lato testuale che da quello di compositore; “Twelve Nudes” regala dettagli nuovi ad ogni ascolto e occupa a pieno merito la posizione 26 della lista.

La prima parte dei 50 migliori album del 2019 di A-Rock contiene dunque alcuni pezzi grossi, fra cui Bruce Springsteen, Taylor Swift e Flying Lotus: chi avrà conquistato la palma di miglior CD dell’anno? Stay tuned!

Recap: gennaio 2019

È già tempo di recap ad A-Rock. Gennaio è stato un mese molto interessante per la musica, caratterizzato dai nuovi lavori di artisti del calibro di Deerhunter, James Blake, Sharon Van Etten e Charlotte Gainsbourg.

Deerhunter, “Why Hasn’t Everything Already Disappeared?”

deerhunter

Giunti ad un punto ormai dove molte band loro coetanee si sono già sciolte (i Walkmen, ad esempio) oppure vivacchiano con tentativi di reinventarsi più o meno riusciti (si vedano Bloc Party e Strokes), i Deerhunter si sono guadagnati un posto apprezzabile nel pantheon delle band indie rock. Sempre pronti a esplorare nuovi territori, capitanati dall’indomito Bradford Cox, i Deerhunter hanno saputo entrare nel cuore dei fans grazie a lavori superlativi come “Microcastle” (2008) ed “Halcyon Digest” (2010).

Il precedente lavoro “Fading Frontier” del 2015 aveva fatto intravedere il lato più dream pop del gruppo. Parlando della “nuova vita” capitatagli dopo il terribile incidente d’auto dell’anno prima che lo aveva quasi ucciso, Cox aveva trovato anche il modo di affrontare temi a lui molto cari: la discriminazione per le persone omosessuali, la solitudine… il tutto però con melodie più dolci del 95% delle canzoni precedenti dei Deerhunter.

Il nuovo lavoro “Why Hasn’t Everything Already Disappeared?” prosegue sulla falsariga tracciata da “Fading Frontier”, approfondendo il lato psichedelico dei Deerhunter. Ciò è evidente in brani come la strumentale Greenpoint Gothic e Tarnung. I pezzi più riusciti sono, però, quelli più accostabili ai capolavori del gruppo, in cui l’abilità strumentale dei membri dei Deerhunter può venire allo scoperto: il primo singolo Death In Midsummer è ottimo, così come No One’s Sleeping, con bellissima coda strumentale capitanata dal chitarrista Lockett Pundt. Degna di nota anche What Happens To People?. L’unica traccia davvero debole è la confusa Détournement, ma i risultati restano complessivamente buoni.

Liricamente, Cox ritorna su sentieri già percorsi, ma mai in maniera banale: in Death In Midsummer riprende il tema della morte, questa volta degli amici, cantando “They were in hills, they were in factories. They are in graves now”. Il pessimismo ritorna in What Happens To People?: “What happens to people? They quit holding on. What happens to people? Their dreams turn to dark”. Ma è in Détournement che abbiamo la lirica più drammatica: “Your struggles won’t be long and there will be no sorrow on the other side.”

In conclusione, abbiamo già un pretendente alla lista dei migliori 50 album del 2019: i Deerhunter si confermano band affidabile in termini di qualità compositiva, con una discografia davvero eccellente e varia. Complimenti, Bradford & co.

Voto finale: 8.

Sharon Van Etten, “Remind Me Tomorrow”

sharon van etten

Il quinto album non autoprodotto dell’artista americana Sharon Van Etten è una reinvenzione artistica di alto livello: alzando il volume dei sintetizzatori, Sharon compie una svolta simile a quella dei Tame Impala ai tempi di “Currents”, con ottimi risultati.

La Van Etten era assente dalla scena musicale da 4 anni: al 2015 risale infatti l’EP “I Don’t Want To Let You Down”. Tuttavia, questi non erano stati anni di letargo per lei: nel 2017 aveva fatto una comparsata in Twin Peaks, la serie cult di David Lynch. Inoltre, è diventata mamma e ha finalmente trovato una relazione stabile, riuscendo a dimenticare quella vissuta in gioventù che aveva formato molti dei riferimenti dei suoi CD precedenti, fatta di abusi e continue umiliazioni.

Il disco si apre con la lenta ballad I Told You Everything, un inizio non trascendentale ma che prepara bene il terreno per il bellissimo secondo brano, No One’s Easy To Love, uno degli highlight di “Remind Me Tomorrow”. Comeback Kid ricorda da vicino le ultime incarnazioni di Annie Clark, mentre Jupiter 4 è una dolce nenia che alla lunga conquista. Molto interessante You Shadow, meno Malibu. La chiusura dell’album è epica: Hands è potente al punto giusto, Stay invece è una ballata che ricorda la vecchia Sharon.

Dal punto di vista testuale, “Remind Me Tomorrow” sembra ripartire da dove ci eravamo lasciati con “Are We There” (2014): I Told You Everything infatti inizia con “You said, ‘Holy shit, you almost died’”, riferendosi probabilmente al fidanzato violento cui avevamo già accennato. Altrove, però, il tono di Sharon è più minaccioso: “You’ll run” urla in Memorial Day. La Van Etten, tuttavia, non ha certezze di come il tutto finirà: “I don’t know how it ends” canta in Stay, una sensazione che purtroppo tutti proviamo di fronte all’amore.

In generale, il forte cambiamento impresso da Sharon al suo iconico stile, che aveva ispirato artiste come Phoebe Bridgers e Julien Baker, rappresenta un beneficio per lei dal punto di vista artistico. Avere una maggiore versatilità è sempre fondamentale per garantirsi una lunga e prolifica carriera; se poi la qualità resta così alta, non possiamo che esserne felici.

Voto finale: 8.

James Blake, “Assume Form”

james blake

Il quarto CD del talentuoso produttore e musicista inglese James Blake è un deciso cambio di direzione. Mentre infatti agli esordi James si distingueva per un’elettronica d’avanguardia, mescolata abilmente con R&B e pop da camera, “Assume Form” vira decisamente verso il lato più pop della sua palette sonora. Vantando collaborazioni del calibro di Travis Scott e Moses Sumney, fra le varie presenti nel disco, James Blake è quindi diventato un cantautore vero e proprio, con forti influenze R&B e hip hop (!).

La title track, che apre l’album, in realtà richiama più le atmosfere di “Overgrown” (2013): pianoforte in primo piano, atmosfere raffinate e produzione impeccabile. La prima vera sorpresa arriva con Mile High, ottimo pezzo che vanta i featuring di Scott e Metro Boomin: sembra quasi di sentire un pezzo trap ma con sonorità decisamente più eteree e meno tamarre. Insomma, un possibile filone di un hip hop per un pubblico più raffinato. Buona anche la seguente Tell Them, con Metro Boomin di nuovo coinvolto, stavolta insieme all’astro nascente dell’R&B Moses Sumney. “Assume Form” non a caso è il primo LP a firma James Blake dove le collaborazioni sono numerose: oltre ai già menzionati Scott, Sumney e Metro Boomin abbiamo anche la promettente Rosalia e André 3000 (ex Outkast).

Accanto alla forte influenza della musica black, ritorna il James più malinconico, che pervadeva i precedenti dischi, soprattutto “The Colour In Anything” (2016): la chiusura Lullaby For My Insomniac ricorda quasi un brano gospel mescolato con Meet You In The Maze o Measurements, mentre Are You In Love? è una ballata molto romantica, così come Don’t Miss It. Non convince appieno Into The Red, mentre la spagnoleggiante Barefoot In The Park è un esperimento stranamente affascinante. Buona Power On, che come il titolo annuncia dà un po’ di energia ad un finale altrimenti troppo monocorde.

Una grande novità risiede anche nella parte testuale di “Assume Form”: Blake è finalmente pronto a condividere molti più dettagli della sua vita personale, tanto che già nella title track dichiara: “I will be touchable, I will be reachable”, lasciando da parte finalmente quell’alterità rispetto al mondo circostante che spesso pervadeva i suoi passati lavori. Anche se a volte anche lui capisce che essere al centro dell’attenzione può essere pesante (“Everything is about me, I am the most important thing” canta in Don’t Miss It), l’abbandono della timidezza è un fatto positivo e ci fa intravedere il lato più intimo del cantante inglese.

In conclusione, “Assume Form” non è decisamente il miglior LP della discografia di James Blake, tuttavia apre nuove interessanti prospettive per l’ancora giovane cantante britannico. Se in futuro ritornerà l’innovatore che è stato finora, potremo star certi che la sua carriera potrà brillare ancora per molti anni.

Voto finale: 7,5.

Charlotte Gainsbourg, “Take 2”

take 2

La cantante e attrice francese Charlotte Gainsbourg, figlia del grande Serge e di Jane Birkin, era tornata nel 2017 dopo ben otto anni di assenza dalla scena musicale. “Rest” era dedicato alla sorellastra Kate, suicidatasi nel 2013 buttandosi da un balcone. Lo shock aveva spinto Charlotte a cantare tutti i bei momenti passati con lei, creando un CD pop ma allo stesso tempo denso di contenuti non facili.

“Take 2” è quindi uno stretto compagno di “Rest”: le sonorità dei tre inediti sono vicine a quelle del disco vero e proprio, mentre le due versioni live (una cover di Runaway di Kanye West e Deadly Valentine) fanno capire quanto efficace sappia essere la Gainsbourg anche su un palco.

L’EP si apre con Such A Remarkable Day, un semplice brano french pop molto adatto ad esaltare le abilità canore e interpretative di Charlotte; Bombs Away è invece un brano più electropop, il meno riuscito del lotto. Lost Lenore sarebbe invece stata benissimo in “Rest”, essendo pomposa ma evocativa al punto giusto.

Runaway è il pezzo migliore del breve lavoro: la Gainsbourg reinterpreta la stupenda canzone di Kanye in maniera decisamente più intimista, con risultati davvero ottimi. Infine, Deadly Valentine si conferma uno dei pezzi più belli di “Rest”.

In conclusione, “Take 2” è un EP immancabile per gli amanti dell’artista francese, che si conferma degna erede di Serge Gainsbourg e Jane Birkin.

Voto finale: 7,5.