I 50 migliori album del 2020 (50-26)

Il 2020 sta (finalmente) per finire. Un anno tragico per molti aspetti, ma che almeno ha visto un panorama musicale vivo e ricco di uscite che resteranno un caposaldo anche nei prossimi anni: abbiamo infatti scoperto artisti emergenti molto interessanti (Doglee ed Amaarae, per esempio), Bob Dylan ha confermato di essere un gigante e che l’età è un concetto relativo, abbiamo visto ritorni inattesi da parte di artisti che mancavano da molto dalla scena musicale come i Tame Impala e Fiona Apple… insomma, chi più ne ha più ne metta!

Partiamo oggi con la prima parte della lista dei 50 migliori CD dell’anno, nei prossimi giorni pubblicheremo la sezione dedicata ai migliori 25. Buona lettura!

50) Freddie Gibbs feat. The Alchemist, “Alfredo”

(HIP HOP)

Fin dal titolo e dalla copertina “Alfredo” di Freddie Gibbs, realizzato in collaborazione col produttore The Alchemist, è chiaramente ispirato ai personaggi della mafia italo-americana. Alfredo infatti è uno dei figli di Don Vito Corleone nella saga de Il Padrino, mentre la cover è il simbolo cinematografico dell’epopea della famiglia Corleone.

In effetti Freddie Gibbs è unanimemente riconosciuto come uno dei migliori gangsta rap della sua generazione: testi affilati, flow efficace su ogni base (specialmente quelle jazzate) e una produzione abbondante, che lo ha visto pubblicare ben cinque CD negli ultimi tre anni, fra collaborazioni con produttori di grido (oltre a The Alchemist abbiamo avuto “Bandana” con Madlib nel 2019) e prove soliste.

“Alfredo” percorre sentieri conosciuti per il veterano della scena hip hop statunitense: i beats di The Alchemist sono molto vecchio stampo, ricordando il rap anni ’90. Freddie Gibbs, dal canto suo, aggiunge la sua solita efficacia nel raccontare storie dure con tocchi di umanità inattesi; esemplare al riguardo questo verso contenuto in Skinny Huge: “Man, my uncle died off a overdose… And the fucked up part about that is, I know who supplied the nigga that sold it”. Altrove invece emerge la sua passione per le storie di mafia: Baby $hit campiona una frase del boss impersonato da Chazz Palminteri in una celebre serie tv americana, Godfather Of Harlem.

I risultati sono, come usuale con Gibbs, molto interessanti, specialmente in quei pezzi dove il Nostro non si trattiene e, grazie anche a ospiti di spessore, riesce a tirare fuori il meglio di sé: è il caso di Something To Rap About, con il fondamentale supporto di Tyler, The Creator. Altra ottima canzone è God Is Perfect. Convincono meno invece i momenti più introspettivi del lavoro, da 1985 a Look At Me, che spezzano il flusso del CD.

In generale, “Alfredo” è un’altra aggiunta di livello ad una discografia tanto frastagliata quanto in crescendo; Freddie Gibbs ha ormai trovato la sua dimensione e pare in grado, come già accennato in apertura, di rappare su ogni tipo di base, pur prediligendo quelle vecchio stile. Non siamo di fronte a un nuovo “Bandana”, ma il disco è godibile e perfettamente intonato a tempi in cui l’hip hop incarna la voglia di cambiamento della società.

49) Bruce Springsteen, “Letter To You”

(ROCK)

Il ventesimo CD del Boss non poteva che essere un evento: cadendo nel 2020, i riferimenti al numero 20 sono già numerosi. Va poi aggiunto che Springsteen ha composto alcune delle canzoni che sono entrate in “Letter To You” in giovane età (si tratta di Janey Needs A Shooter, Burnin’ Train e Ghosts), probabilmente proprio nei suoi vent’anni.

Finita la parte di “statistica e curiosità”, passiamo all’analisi dell’album: composto in pochi giorni in sessioni infuocate con la E Street Band, “Letter To You” riporta nei suoi momenti migliori con la mente ai capolavori della collaborazione, come “Darkness On The Edge Of Town” (1978) e “Born In The U.S.A.” (1984). Alcune melodie superano addirittura i sei minuti di durata: tra di esse l’epica Janey Needs A Shooter e If I Was The Priest. In realtà la prima canzone in scaletta, la deliziosa One Minute You’re Here, è una ballata raccolta che ricorda “Nebraska” (1982), ma è un falso allarme. Il resto del disco infatti si muove sui territori più conosciuti per i fans del Boss, quel rock potente e nostalgico di cui è il massimo interprete e maestro (vero The War On Drugs?). Non fosse per dei piccoli passi falsi come le troppo prevedibili House Of A Thousand Guitars e Rainmaker, avremmo davanti a noi un capolavoro dell’età matura di Springsteen.

Nei testi di “Letter To You” si evince una malinconia per gli anni che passano e gli amici di una vita che, giorno dopo giorno, abbandonano questo mondo: George Theiss, il frontman della primissima band in cui militò Bruce, i Castiles, è scomparso nel 2018 e ciò portò Springsteen a voler comporre nuovi pezzi e recuperarne degli altri dalla propria gioventù. Successivamente, come sappiamo, il Boss diede alle stampe il più sereno “Western Stars” (2019) e “Letter To You” è slittato al 2020, un anno in cui la morte è più presente che mai e in cui i testi delle canzoni sono più evocativi di quanto lo sarebbero stati in tempi migliori.

Ne sono esempi “We’ll meet and live and laugh again… for death is not the end” (I’ll See You In My Dreams), “Forget about the old friends and the old times” (If I Was The Priest) e “Sometimes folks need to believe in something so bad” (Rainmaker). Quest’ultimo, oltreché in chiave religiosa, può essere interpretato come monito per i politici populisti e il desiderio delle persone di sentirsi guidate da figure che, spesso, sono veri e propri criminali, come confermato dallo stesso Springsteen.

In conclusione, “Letter To You” non raggiunge le vette di capolavori come “Born In The U.S.A.” e “Darkness On The Edge Of Town”, nondimeno renderà felici i numerosi fans del Boss, capace ancora di scrivere canzoni forti e a tratti commoventi, come solo i veri fuoriclasse sanno fare. A 71 anni e con ormai 50 anni di carriera alle spalle, Springsteen è ancora oggi uno degli artisti più rilevanti del mondo rock.

48) Troye Sivan, “In A Dream”

(POP – ELETTRONICA)

Il nuovo EP del cantautore australiano è una piccola delizia. Mescolando le melodie che lo hanno reso una popstar con episodi decisamente più sperimentali, Troye Sivan si conferma volto sempre più interessante della musica contemporanea.

“In A Dream” segue l’acclamato “Bloom” (2018), album che lo ha fatto conoscere al grande pubblico e gli ha permesso di collaborare con star come Charli XCX e Ariana Grande, ampliando notevolmente il suo pubblico. L’EP non è tuttavia una semplice continuazione di “Bloom”, quanto un modo per Troye di sperimentare nuove sonorità, che spaziano dalla techno (!) al dream pop, senza tuttavia mai perdere la bussola.

Fin dal primo singolo, Take Yourself Home, capiamo che “In A Dream” rappresenta un episodio importante per la discografia di Sivan: la canzone sarebbe di per sé carina, un’ottima melodia pop mescolata alla bella voce di Troye, ma la coda techno, che pare una creazione di Aphex Twin, è incredibile e anche ripetuti ascolti non fanno capire fino in fondo da dove sbuchi. È decisamente una delle più belle canzoni a firma Troye Sivan. Anche la successiva Easy è molto accattivante: non imprevedibile come la precedente, ma non meno riuscita. L’elettronica prepotente ritorna anche nella trascinante STUD, altro pezzo notevole del lavoro. L’unica inferiore alla media (alta) dell’EP è la fin troppo breve could cry just thinkin about you, ma i risultati restano ottimi, anche grazie all’ottima chiusura rappresentata dalla title track.

In conclusione, le sei canzoni di “In A Dream” sono un passo in avanti importante per Troye Sivan: l’australiano ha affiancato collaborazioni illustri a un’estetica in continua evoluzione, che lo rende una delle figure meno inquadrabili del mondo pop. Il prossimo album sarà il vero banco di prova, ad A-Rock siamo davvero impazienti di sentirlo.

47) Amaarae, “THE ANGEL YOU DON’T KNOW”

(R&B – POP)

Nata Ama Serwah Genfi, nel Bronx, Amaarae ha in realtà una cultura davvero varia: ha vissuto in varie parti d’America e ora vive con la famiglia in Ghana, un posto apparentemente poco convenzionale per comporre musica che ambisce alle classifiche e a comparire nelle playlist di grido di Spotify. Tuttavia, l’Africa sta diventando un mercato sempre più ambito dalle multinazionali e, allo stesso tempo, la musica africana sta conquistando i fans di mezzo mondo.

Il genere afrobeats in realtà è assimilabile a R&B e hip hop per molti versi e non è un caso che la sua affermazione coincida con l’impero del rap nelle classifiche. Amaarae, dal canto suo, cerca di stare in equilibrio fra generi apparentemente diversi come R&B, pop e funk, creando con “THE ANGEL YOU DON’T KNOW” un CD breve (soli 35 minuti) ma vario, con picchi notevoli e pezzi più interlocutori. Il talento c’è, ma la Nostra deve ancora affinare la sua estetica per renderla davvero unica.

Le 14 canzoni dell’album vengono introdotte dalla breve D*A*N*G*E*R*O*U*S, uno dei molti intermezzi che popolano il disco. FANCY è già un highlight del CD, fra trap e R&B; altri pezzi da ricordare sono FANTASY e PARTY SAD FACE/CRAZY WURLD, con coda addirittura punk; invece mediocre HELLZ ANGEL. In tutte le canzoni tuttavia svetta, comprensibilmente, la voce da bambina di Amaarae, che ad alcuni potrà sembrare eccessivamente sdolcinata ma in realtà è un valore aggiunto nella maggior parte delle melodie.

In conclusione, “THE ANGEL YOU DON’T KNOW” è un LP molto interessante, che richiede più di un ascolto per essere compreso appieno. La brevità aiuta l’assimilazione rapida delle canzoni, la varietà di generi affrontati con successo da Amaarae garantisce replay value; insomma, se non fosse per i troppi intermezzi e alcuni episodi non all’altezza, avremmo davanti un esordio coi fiocchi. Ma già così Amaarae si candida ad un ruolo di primo piano nel panorama musicale dei prossimi anni.

46) Harry Styles, “Fine Line”

(POP – ROCK)

Questo secondo album a firma Harry Styles, ex membro degli One Direction, conferma l’impressione suscitata da “Harry Styles” del 2017: è lui il più talentuoso tra gli ex appartenenti alla boy band. Mentre infatti sia Liam Payne che Zayn Malik hanno deluso alla prova solista, Harry dimostra un’abilità non comune nel panorama pop-rock, prendendo spunto da artisti come The 1975 e Coldplay ma riuscendo a non suonare scontato.

“Fine Line” parte subito forte: Golden è un pezzo molto solare, perfetto per iniziare col piede giusto un CD dichiaratamente “amichevole” ma non per questo monotono. Altro ottimo brano è Adore, non a caso scelto anche per lanciare il lavoro. Invece Watermelon Sugar è un po’ banale e non rende giustizia alla bella voce di Styles.

Interessante è poi la voglia di sperimentare dell’ex One Direction, che si avventura in territori folk (Cherry) così come negli assoli rock quasi prog (She). I risultati non sono sempre perfetti, ma denotano un coraggio non comune. Non è un caso che l’artista britannico dichiari di ispirarsi a David Bowie; ce ne vuole per raggiungere le vette creative del Duca Bianco, ma Harry Styles ha tutto per costruirsi una solida carriera.

“Fine Line” non è ancora il CD definitivo del giovane cantante, ma mostra un Harry Styles in gran forma e pronto ad essere il Robbie Williams degli anni ’20: l’unico sopravvissuto a buoni livelli di una ex boyband. Basta sostituire i Take That con gli One Direction e il gioco è fatto.

45) Stormzy, “Heavy Is The Head”

(HIP HOP)

Il secondo album rappresenta come ben sappiamo sempre una prova ardua da superare, soprattutto per artisti che hanno trovato il successo al primo colpo. Stormzy, superstar della scena grime inglese, la supera brillantemente, mantenendo le qualità messe in mostra nell’esordio “Gang Signs & Prayer” del 2017 e diventando una voce generazionale vera e propria per la gioventù britannica.

Il CD, uscito a fine 2019, mescola come già “Gang Signs & Prayer” vari generi: dalla trap al gospel, passando per il rap più duro e diretto, conosciuto Oltremanica come grime. Questa grande varietà rappresenta sia un limite che un’opportunità per il giovane artista: se da un lato Stormzy infatti crea un CD fin troppo diversificato (con ospiti tanto diversi da comprendere Ed Sheeran e Burna Boy nella stessa canzone), dall’altro la sua innata abilità a spaziare fra ritmi e sonorità così diverse dimostra un talento enorme.

Come sempre in un album hip hop, i testi rivestono un’importanza notevole. Stormzy non ha mai fatto mistero di voler diventare portavoce della generazione che in Inghilterra ha assistito alla Brexit e all’ascesa dei Tory, con tutte le polemiche che ne sono seguite. In Audacity si domanda: “come diavolo ho fatto a salire così presto?”, mentre in One Second escono le contraddizioni a cui deve far fronte: “ Mummy always said if there’s a cause then I should fight for it, so yeah I understand, but I don’t think that I’m all right with it”, che non necessita di traduzione. Altrove invece appaiono temi più personali: in Lessons, per esempio, Stormzy conferma le voci che lo vedevano traditore della ex fidanzata Maya Jama.

In generale, il disco scorre bene, i featuring aggiungono spessore ai brani e Stormzy si conferma rapper molto talentuoso, sia vocalmente che liricamente. “Heavy Is The Head” sarà anche una dichiarazione spavalda, specialmente verso la concorrenza, ma questa arroganza è meritata.

44) Denzel Curry, “13LOOD 1N + 13LOOD OUT MIXX” / “UNLOCKED”

(HIP HOP)

I due brevi EP pubblicati nel giro di un mese dal rapper di Miami Denzel Curry, astro nascente della scena trap più alternativa, mostrano un artista al top: le basi sono durissime, in questo ricordando “TA13OO” (2018), il CD che fece conoscere Denzel a un pubblico ampio. A ciò aggiungiamo collaborazioni efficaci e abbiamo due fra gli EP più eccitanti degli ultimi anni.

Il primo ad essere pubblicato in ordine temporale, “13LOOD 1N + 13LOOD OUT MIXX”, è davvero breve: 8 pezzi che arrivano a malapena ai 13 minuti di durata, spesso connessi uno con l’altro tanto che è difficile dire dove uno finisce e il nuovo inizia. A colpire sono specialmente la durissima XX – CHARLIE SHEEN – XX, con la collaborazione di Ghostemane, e la più dolce XX – WELCOME TO THE FUTURE – XX. Nessuna però è scarsa, tanto da creare un disco quasi punk: potente, immediato e breve, che impone ascolti in serie.

Il secondo EP è intitolato “UNLOCKED” e vanta la collaborazione di Kenny Beats, da molti riconosciuto come il nuovo Madlib: che Denzel Curry sia il suo Freddie Gibbs? Non siamo di fronte ad un nuovo “Bandana” (2019), ma senza dubbio il CD è riuscito: meno aspro rispetto a “13LOOD 1N + 13LOOD OUT MIXX”, mantiene però alto il livello delle basi con inserti jazz che rendono l’insieme imprevedibile. I pezzi migliori sono Take_it_Back_v2 e Track07, poi in generale valgono le considerazioni fatte anche per il precedente lavoro: la brevità rende necessario più di un ascolto per apprezzare appieno i dettagli delle poche ma intricate canzoni.

In poche parole, Denzel Curry è destinato a scrivere pagine importanti dell’hip hop degli anni ’20 del XXI secolo: questi due EP ne sono un’ulteriore dimostrazione.

43) Hayley Williams, “Petals For Armor”

(ROCK – POP)

Il primo disco solista della cantante dei Paramore arriva a tre anni da “After Laughter”, il CD che aveva rappresentato una svolta importante per il gruppo statunitense, decisamente più pop e new wave rispetto al passato. Hayley evolve ulteriormente il sound sperimentato in “After Laughter”, creando un lungo lavoro innovativo ma accessibile, che flirta col pop ma anche col post-rock.

Il CD è inoltre decisamente personale: la Williams ha infatti da poco divorziato dal partner con cui aveva condiviso gli ultimi dieci anni di vita, un momento quindi non facile per lei. Nelle liriche troviamo infatti spesso riferimenti a questo e alle conseguenze che ha avuto su di lei: in Leave It Alone canta “If you know how to love, best prepare to grieve”, mentre in Rose/Lotus/Violet/Iris, dove collaborano anche le boygenius (cioè Julien Baker, Lucy Dacus e Phoebe Bridgers), “he loves me now, he loves me not” pare echeggiare il gioco che tutti da bambini abbiamo fatto.

Il tono del disco è insolitamente dimesso: mentre i Paramore ci avevano abituato a CD di rock alternativo che invitavano a ballare l’ascoltatore, Hayley Williams in “Petals For Armor” raramente si concede momenti leggeri. Sudden Desire alterna toni lievi a versi più intimisti, mentre Simmer e Leave It Alone rappresentano un’ottima doppietta iniziale ma non proprio accessibile, con quegli echi di Sigur Ros qua e là.

“Petals For Armor” era stato concepito inizialmente come un triplo EP, fatto ben rappresentato dalla struttura del lavoro: il primo terzo è riflessivo, il secondo accessibile e l’ultimo è un’affermazione della forza di Hayley Williams malgrado il tumulto passato nell’ultimo anno, tanto da concludersi con la bella frase “Won’t Give In To The Fear” in Crystal Clear. La promozione del CD è stata frammentaria proprio per questa confusione di fondo sulla struttura del lavoro, ma i risultati sono buoni.

“Petals For Armor” infatti contiene brani adatti ad ogni occasione: raccolti, ballabili, sperimentali e mainstream… Hayley Williams ha deciso di riversare molti dei suoi riferimenti musicali in questo LP, creando un aggregato magari non efficace in ogni sua parte ma certo non disprezzabile.

42) MIKE, “Weight Of The World”

(HIP HOP)

Il giovane ma già affermato rapper newyorkese MIKE, con “Weight Of The World”, prosegue la strada tracciata nel fortunato album precedente, “tears of joy” (2019). Dal canto nostro, ad A-Rock avevamo già messo gli occhi su di lui, inserendolo in un profilo della rubrica “Rising”, dedicata ai giovani talenti, e nella lista dei migliori CD dell’anno.

L’hip hop astratto e delicato di MIKE è infatti davvero riuscito nelle sue parti migliori (basti sentirsi No, No e Da Screets), evocando il miglior MF Doom ed Earl Sweatshirt, che in un certo senso ha ricambiato la stima del Nostro collaborando in Allstar. Il disco prosegue idealmente quanto fatto in “tears of joy”: MIKE è ancora devastato dalla morte prematura della madre, che viene continuamente evocata in “Weight Of The World”. Anche musicalmente non vi sono innovazioni particolari, anzi possiamo dire che il talentuoso rapper approfondisce la formula vincente del precedente LP, riducendone la frammentarietà (siamo a 16 brani per 35 minuti); solo due canzoni superano i tre minuti, Coat Of Many Colors e Weight Of The Word*.

I testi, come già si sarà capito, sono il pezzo forte del lavoro: in delicate descrive un’infanzia travagliata, “We used to freeze up in the winter, the summers, we rose” canta malinconicamente. In alert* affronta il tema della depressione: “Papa knows it’s doom I need to work through” è un verso chiarissimo. Tuttavia, la palma di lirica più devastante la vince “Walked her out the Earth, just me, a couple nurses”, contenuta in 222: un commiato asciutto ma davvero toccante dalla madre da poco defunta.

Il CD, come già accennato, non rinnova l’estetica di MIKE, nondimeno serve a rinforzare una discografia già interessante e a renderlo un volto riconoscibile, verrebbe quasi da dire irrinunciabile, per l’hip hop sperimentale.

41) Charli XCX, “how i’m feeling now”

(POP)

Il nuovo album della popstar inglese Charli XCX è un documento che, in futuro, sarà un rimando alla vita durante il lockdown. Mescolando i suoi soliti beats quasi industrial con melodie pop e voci robotiche, Charli ha creato un CD non perfetto, ma certo godibile, considerando anche le circostanze in cui è stato composto (in quarantena e in un periodo di tempo volutamente limitato).

Charlotte Aitchison (questo il vero nome dell’artista britannica), con “how i’m feeling now”, segue di un solo anno il riuscito “Charli” (2019), in cui grazie accanto a ospiti di spessore, da Sky Ferreira a Lizzo passando per Troye Sivan, era riuscita a dare un senso al “pop del futuro” di cui è stata spesso tacciata di essere un’anticipatrice. In “how i’m feeling now” capiamo subito che, accanto al livello puramente musicale, le liriche assumono un’importanza cruciale: accanto al tema dell’inquietudine emergono i temi dell’amore per il fidanzato e di come concepire la musica in questo periodo certo non facile.

Ne sono chiari esempi questi versi contenuti in anthems: “I’m so bored… Wake up late, eat some cereal, try my best to be physical, lose myself in a TV show, staring out to oblivion… all my friends are invisible”, oppure in detonate: “When I start to see fear it gets real bad”. Altrove, come già accennato, emergono temi più sereni, come in forever, dove Charli canta “I will always love you, I love you forever, I know in the future we won’t see each other.”

Musicalmente, il lavoro alterna pezzi più sperimentali (come pink diamond) ad altri più ballabili, quasi EDM (detonate). I risultati sono ragguardevoli, specialmente in enemy e la dolce 7 years, inoltre la brevità del CD (11 brani per 37 minuti complessivi) lo aiuta a mantenersi di buona qualità per tutta la sua durata.

Charli XCX si è anno dopo anno affermata come una delle popstar più aperte all’innovazione in un genere spesso accusato di essere fin troppo attento alla forma e poco alla sostanza. “how i’m feeling now”, oltre ad essere un’efficace testimonianza di come il Covid-19 ha impattato la psiche di tutti, è anche un buon LP. Cosa chiedere di più?

40) Kelly Lee Owens, “Inner Song”

(ELETTRONICA)

Il secondo album dell’artista gallese è un gradito ritorno alla formula che l’ha resa apprezzata fin dal primo disco “Kelly Lee Owens” del 2017: un punto d’incontro felice fra techno e dream pop, che raggiunge dei picchi notevoli ad esempio in Melt!. Ma nulla è superfluo nel lavoro, che catapulta definitivamente Kelly Lee Owens nel novero delle artiste da tenere d’occhio.

Il disco si apre con la cover di Weird Fishes / Arpeggi dei Radiohead, qua intitolata semplicemente Arpeggi: va notato che il 2020 segna l’uscita di ben due cover della stessa canzone in dischi molto lodati, infatti anche Lianne La Havas ha inserito la sua versione del brano menzionato (Weird Fishes, manco a farlo apposta) nel suo lavoro di qualche mese fa. Arpeggi è un sobrio brano solo strumentale, capace però di raccogliere la magia dell’originale pur senza la voce a supportare gli strumenti.

Il CD poi si snoda fra brani più elettronici (come On e Night) e altri in cui invece il pop, a volte addirittura l’R&B, sono preponderanti (si sentano Re-Wild e L.I.N.E.). I risultati non sempre sono eccellenti, ma quando Kelly Lee Owens azzecca il beat i risultati sono trascinanti: Melt! è forse il miglior pezzo techno dell’anno, ottima anche Flow. Invece meno riuscita Jeanette. Segnaliamo infine la collaborazione col mitico John Cale (ex Velvet Underground) nella lunga ma non monotona Corner Of My Sky.

Se vogliamo trovare un punto d’incontro tra le liriche del disco è la questione ambientale: sia Melt! che Corner Of My Sky toccano l’importanza che il surriscaldamento globale ha sulla natura. Del resto, tuttavia, in un disco prevalentemente elettronico sono più importanti le atmosfere create dalla musica piuttosto che i messaggi espliciti trasmessi dall’artista.

In conclusione, “Inner Song” è un altro passo avanti nella già brillante carriera di Kelly Lee Owens, una delle cantanti più interessanti della sua generazione, capace di mescolare generi apparentemente lontani in maniera sempre intrigante. L’impressione è che il suo capolavoro non sia ancora arrivato, staremo a vedere il futuro cosa avrà in serbo per lei.

39) Dua Lipa, “Future Nostalgia”

(POP)

L’artista di origini kosovare e albanesi, ma nata in Inghilterra, mescola pop, funk e disco anni ’80, per creare con “Future Nostalgia” un impasto sonoro effettivamente nostalgico, ma mai banale.

Pregio non da poco è la concisione del lavoro: con 11 brani e 37 minuti Dua Lipa non ha tempo per i riempitivi, notizia benvenuta e a dire il vero sempre più rara nel mondo pop e rap, sempre alla ricerca dei record di streaming. L’intento dell’artista britannica è quindi chiaro: conseguire il successo non tramite mezzucci ma solo con il talento. Anche liricamente ciò è evidente: in Future Nostalgia sentiamo Dua Lipa cantare “No matter what you do, I’m gonna get it without ya. I know you ain’t used to a female alpha”.

In effetti pezzi accattivanti come la title track, Don’t Start Now e Physical aiutano a tenere lontano i pensieri in questi tempi non facili. Nessuno, come già accennato, è davvero superfluo: inferiore alla media solamente Pretty Please e l’orchestrale Boys Will Be Boys.

Dua Lipa è riuscita nella non facile missione di fondere l’estetica di Kylie Minogue, Madonna e Christine And The Queens creando qualcosa di retrò ma allo stesso tempo futuristico. Raramente titolo di un LP si è dimostrato più profetico.

38) Matt Berninger, “Serpentine Prison”

(ROCK)

Il cantante dei The National ha prodotto il secondo album al di fuori del suo gruppo principale dopo l’esperimento “El Vy” del 2015, che lo vedeva collaborare con Brent Knopf: un mezzo fiasco, che aveva fatto pensare che Berninger non si sentisse a suo agio nei panni di unico interprete e senza i fidati fratelli Dessner e Davendorf al suo fianco. “Serpentine Prison” ribalta la prospettiva: se il CD non innova radicalmente l’estetica a cui Matt ci ha abituato, dall’altro i risultati sono più che buoni e fanno pensare che la sua dimensione sia magari ridotta come palette sonora, ma non soffocante.

Va detto che il lavoro non è interamente appannaggio di Berninger: aiutato da ospiti di spessore come Andrew Bird, Gail Ann Dorsey (che aveva già collaborato nell’ultimo LP dei The National “I Am Easy To Find” del 2019) e il produttore Booker T. Jones, il Nostro ha composto dieci canzoni estremamente coese, prive di guizzi particolari ma senza dubbio gradevoli. Andiamo da brani molto simili ai The National (Loved So Little) a pezzi invece più ispirati agli U2 (Distant Axis) e infine altri molto raccolti, che fanno pensare al pop da camera (Silver Springs). In generale, quindi, l’estetica di Berninger è confacente a quel tono di voce affascinante ma a tratti ferito che tutti gli riconoscono, così come le liriche.

Abbiamo infatti ad esempio versi come “The way we talked last night… It felt like a different kind of fight” (Boiler Plate) e “I feel like an impersonation of you… Or am I doing another version of you doing me?” (la title track). Il paesaggio tratteggiato da Matt è quindi fosco, un pomeriggio di pioggia verrebbe da dire; certo non una novità per i fans dei The National. I pezzi interessanti non mancano: dalla progressione di All For Nothing a Distant Axis, passando per Serpenine Prison, il CD brilla spesso. Il solo brano sottotono è Loved So Little, ma non intacca i risultati complessivi del disco.

In conclusione, conosciamo tutti Berninger per essere un cantautore prolifico: basti pensare che fra 2017 e 2020 è stato coinvolto in ben tre CD, due a firma The National e uno solista. La qualità tuttavia non ha mai risentito di questo output abbondante, anzi “Sleep Well Beast” (2017) ha vinto il Grammy come miglior album di musica alternativa. “Serpentine Prison” non è un capolavoro, ma arricchisce il canzoniere di Matt Berninger di altre canzoni che non sfigurano al cospetto di capolavori come quelle contenute in “Trouble Will Find Me” (2013).

37) Caribou, “Suddenly”

(ELETTRONICA)

Il settimo CD a firma Caribou arriva dopo ben sei anni dal precedente “Our Love”: un intervallo di tempo così lungo non è tuttavia stato speso inutilmente da Dan Snaith, colui che si cela dietro il progetto Caribou. Daphni, infatti, altro alter ego del musicista canadese, aveva pubblicato “Joli Mai” nel 2017; un album che tuttavia non raggiungeva le vette dei migliori lavori a firma Caribou, come ad esempio “Swim” (2010) e lo stesso “Our Love” (2014).

“Suddenly” è l’album più stilisticamente vario di Snaith: pop, elettronica, rock e rap si trovano qua e là nel corso del CD, così come brevi parentesi jazz e psichedeliche. Ciò tuttavia non va a detrimento della qualità: il marchio Caribou ha sempre mantenuto alto il livello, è vero, ma “Suddenly” certamente ne tiene alto il nome.

Accanto a tutto ciò, forse per la prima volta in un disco di Caribou le liriche non sono semplici echi di voci lontane poste su basi house o psichedeliche: adesso la voce di Dan è spesso alta nel mix, così come quella dei numerosi ospiti presenti nei samples dei vari brani. Basti pensare a Home e Sunny’s Time, dove per la prima volta l’hip hop la fa da padrone. Potrà piacere o meno, ma denota una crescita e un coraggio nel produttore e cantautore Dan Snaith che non sono banali.

La lirica più commovente è cantata però da Dan stesso: “I’m broken, so tired of crying… Just hold me close to you”, in Cloud Song, è il simbolo di un uomo fragile, debilitato da esperienze drammatiche (il divorzio, la morte di persone care). Un’ammissione certamente non facile, per Dan, ma commovente.

Musicalmente, “Suddenly” è, come già accennato, un’aggiunta di spessore ad un catalogo ingombrante: non c’è forse un’altra Odessa o Can’t Do Without You, ma pezzi come You And I e Ravi (che pare un pezzo sanificato dei Prodigy) sono comunque notevoli. Invece troppo breve il pur affascinante intermezzo Filtered Grand Piano.

“Suddenly” non è un lavoro perfetto, ma rappresenta nonostante tutto un passo avanti importante per il musicista canadese. Dan Snaith non è mai suonato così libero eppure così fragile (in varie interviste ha detto di aver prodotto negli scorsi cinque anni ben 900 potenziali pezzi, fra campionamenti e melodie vere e proprie). Vedremo dove le prossime incarnazioni del progetto Caribou lo porteranno, ma sappiamo che resterà fedele a un motto: meglio pochi (LP) ma buoni.

36) Jay Electronica, “A Written Testimony” / “Act II: Patents Of Nobility”

(HIP HOP)

L’esordio dell’ormai maturo rapper statunitense (43 anni) ha rappresentato un fulmine a ciel sereno per tutti. Jay Electronica infatti era quasi una figura mitica nel mondo della musica: collaborazioni eccellenti (Chance The Rapper, Kendrick Lamar, Nas) e alcuni singoli di grido nella decade 2000-2009 (!) avevano creato un’attesa enorme per il suo primo CD.

Partiamo da “A Written Testimony”. Accanto a Jay troviamo altri ospiti davvero illustri, su tutti un JAY-Z in grande forma, senza dimenticare Travis Scott e James Blake, che rendono “A Written Testimony” imperdibile. I beat sono decisamente old school, rimandando ai dischi hip hop del secolo passato, ma mai fuori fuoco o fini a sé stessi. In 10 canzoni e 39 minuti, infatti, Jay Electronica copre molto territorio, mescolando al rap anche soul e jazz, per creare un prodotto coeso.

Va ricordato che JAY-Z dà una mano fondamentale all’omonimo Jay Electronica nel corso del CD, tanto da metterlo quasi in ombra in certi tratti: basti sentirsi The Blinding e Universal Soldier, per capire quanto ancora mister Carter abbia da dare alla musica. Come già accennato, tuttavia, nessun brano è scadente (solo Ezekiel’s Wheel è un po’ troppo lento); Jay Electronica anzi pare davvero in ottima condizione e molto affiatato con gli ospiti presenti nel disco.

Testualmente, “A Written Testimony” affronta temi da sempre cari alla musica hip hop: la condizione della gente di colore, la scalata al potere di persone esemplari (su tutti, guarda caso, proprio JAY-Z) e l’eredità degli schiavi afroamericani del passato. Accanto a tutto ciò emerge la forte fede musulmana di Jay Electronica, uno dei tratti fondanti della sua vita e della sua poetica.

“A Written Testimony” quindi, malgrado la sua brevità, non è un disco assimilabile al primo colpo. Ripetuti ascolti tuttavia trasmettono molto, soprattutto una cosa: l’età, anche in un mondo sempre affamato di nuove facce come quello musicale (in special modo l’hip hop), non è necessariamente un freno. Soprattutto se coinvolgi nello stesso progetto Jay Electronica e JAY-Z.

Il 2020 del misterioso rapper conosciuto come Jay Electronica non è tuttavia terminato qui: ha visto la luce infatti anche il suo “album perduto”, un CD che pareva sul punto di essere pubblicato addirittura nel 2012!

I motivi che hanno spinto Jay a ritardare così tanto la pubblicazione (peraltro dovuta, pare, a un leak emerso su Internet qualche giorno prima del passaggio sul servizio streaming Tidal) sono tuttora ignoti. Il CD in realtà, pur essendo ancora bisognoso di ritocchi in termini di lunghezza e produzione, è riuscito: immaginandone la pubblicazione nell’ormai lontano 2012, avremmo probabilmente strabuzzato gli occhi sentendo brani avventurosi come Shiny Suit Theory e i pezzi del “periodo francese”, Bonnie And Clyde (che campiona Serge Gainsbourg) e Dinner At Tiffany’s, con la figlia di quest’ultimo, Charlotte.

Il Nostro campiona anche Ronald Reagan in ben due brani: Real Magic e Road To Perdition, a testimonianza di una conoscenza molto ampia e di una curiosità senza limiti. Da migliorare invece, come già ricordato, il sequenziamento e la produzione di alcuni pezzi: i numerosi intermezzi iniziali rovinano il ritmo e la chiusura affidata a brani deboli come Rough Love e Run And Hide non convince.

In conclusione, se da un lato ci fa piacere finalmente ascoltare “Act II: Patents Of Nobility”, dall’altro ci resta quasi un amaro in bocca: la storia dell’hip hop sarebbe cambiata se otto anni fa fosse stato pubblicato questo disco? Nessuno può dirlo. Speriamo che Jay Electronica abbia trovato la serenità che gli è mancata quando la hype dei media era troppo pesante per lui e che possa riprendere una carriera che pareva lanciatissima e che, chissà, potrebbe darci ancora tante soddisfazioni.

35) Rina Sawayama, “SAWAYAMA”

(POP – ROCK)

Il debutto di Rina Sawayama era molto atteso: l’EP del 2017 “RINA” aveva attirato l’attenzione su questa giovane artista dalla voce sinuosa e ispirata al “future pop” di Charli XCX ma anche dagli anni ’00 del XX secolo, basti pensare ai rimandi a Britney Spears e Christina Aguilera. “SAWAYAMA” riparte da dove “RINA” era finito: canzoni ballabili, ritmi sincopati spesso intervallati da brani quasi metal, che richiamano Linkin Park e Limp Bizkit, ma anche gli Evanescence.

Il primo singolo di lancio del disco, STFU! (che sta per “shut the fuck up!”), ne era un chiaro indizio: fino al ritornello pare davvero di essere tornati ai primi anni 2000, con quel nu-metal che rimbomba nelle orecchie. Il ritornello invece è pop ben fatto, capace in tempi normali di trascinare a ballare un buon numero di persone. I rimandi al rock duro non sono certo finiti qua: abbiamo per esempio anche XS in cui riff di chitarra pesante si intervallano a ritmi più rilassati, così come in brevi tratti dell’iniziale Dynasty.

Il CD come tale non offre momenti di pausa, creando un’esperienza davvero interessante per l’ascoltatore. Certo, non brilla per coesione, ma non è comune avere un disco che passa in maniera spesso efficace dal pop da classifica al metal, spesso nella breve durata di una canzone. Sono infatti proprio le canzoni più convenzionali, ad esempio Love Me 4 Me e Bad Friend, a essere le meno riuscite del lotto, pur mantenendo una qualità sempre accettabile.

In conclusione, “SAWAYAMA” è un lavoro molto promettente da parte di un nuovo volto della musica pop più innovativa e, verrebbe da dire, sperimentale. Vedremo se la giovane cantante inglese manterrà in futuro le aspettative, di certo ad oggi pare che Rina Sawayama potrebbe essere uno dei simboli più brillanti del pop degli anni a venire.

34) HAIM, “Women In Music Pt. III”

(ROCK – POP)

Le sorelle Haim, rispettivamente Danielle (voce principale e chitarra), Alana (chitarra) ed Este (basso) hanno costruito con “Women In Music Pt. III” il loro miglior disco. Ripartendo dal loro tradizionale pop-rock sfrontato e ottimista, la band californiana ha introdotto elementi di folk ed elettronica che ne hanno ampliato la palette sonora, mettendo in mostra un desiderio di sperimentare benvenuto dopo il mezzo passo falso di “Something To Tell You” (2017).

Ripetuti ascolti, nel caso di “Women In Music Pt. III”, non mettono in evidenza le debolezze del lavoro, come spesso accadeva nel passato per le tre Haim; al contrario, la delicata bellezza di Summer Girl e l’irresistibilità di Los Angeles ne vengono esaltate. È vero, ancora la voglia di strafare costringe le sorelle a produrre brani deboli come la scontata I Don’t Wanna e l’inutile intermezzo Man From The Magazine, ma aiutate dai consigli sapienti di Rostam Batmanglij e Ariel Rechtshaid (quest’ultimo è anche partner di Danielle) le Nostre riescono ad evitare cadute di stile.

Anche testualmente le sorelle Haim compiono passi avanti rispetto al passato: se fino al secondo CD “Something To Tell You” i loro testi erano prevalentemente frivoli, perfettamente allineati ai ritmi estivi e sereni delle canzoni, in questo lavoro i toni sono a volte decisamente più raccolti, basti citare la già menzionata Summer Girl. Danielle, inoltre, ha dovuto supportare il fidanzato quando il cancro alla prostata lo ha colpito nel 2015; Este invece convive col diabete da tempo, mentre Alana ha visto morire recentemente un suo caro amico. Insomma, non sono stati anni facili per le HAIM; a questo aggiungiamoci il Coronavirus e il panorama è decisamente più tetro rispetto a qualche tempo fa. Basti questo verso tratto da I’ve Been Down: “But I ain’t dead yet”.

In generale, “Women In Music Pt. III” è il disco più compiuto finora nella carriera delle HAIM; la varietà stilistica non va a scapito della qualità del CD, che anzi mescola abilmente generi disparati e amplierà probabilmente il pubblico della band.

33) Laura Marling, “Song For Our Daughter”

(FOLK)

L’artista inglese si conferma una delle migliori cantautrici dei nostri tempi. Mescolando Joni Mitchell e Bob Dylan con una spruzzata di Leonard Cohen, Laura Marling riesce in “Song For Our Daughter” a mantenere fede alla nomea di “ragazza prodigio” con un CD folk coeso e suonato magnificamente, che rivaleggia con il lavoro dello scorso anno di Aldous Harding, “Designer”, come miglior disco di folk contemporaneo degli ultimi anni.

In realtà il titolo è ingannevole: Laura Marling, da poco entrata nei 30 anni, non ha una figlia, tuttavia sentiva il bisogno di dedicare queste melodie alle più giovani, inserendo nelle liriche riferimenti alla condizione femminile e speranze per gli anni a venire. La sentiamo cantare in Only The Strong “I won’t write a woman with a man on my mind… Hope that doesn’t sound too unkind”, ma anche “I love you goodbye, now let me live my life” in The End Of The Affair. I risultati, lo ripetiamo, sono ottimi: “Song For Our Daughter” mescola abilmente pezzi più rock (Held Down) con ballate solo piano e strumenti classici come il violino (Blow By Blow) in maniera egregia.

I pezzi migliori del lotto sono la vibrante Alexandra, che apre magnificamente il lavoro, e la title track; ma sono molto belle anche Held Down e la simpatica Strange Girl. Invece leggermente inferiore alla media Fortune, un po’ prevedibile. Ma nessun brano è fuori posto, tanto da far passare i 36 minuti del CD in maniera leggera e serena.

“Song For Our Daughter” non reinventa il genere, come magari invece aveva fatto il CD dei Fleet Foxes “Crack Up” (2017), ma è piuttosto il culmine di una produzione sempre più raffinata. Laura Marling aveva impressionato il mondo già 18enne con l’esordio “Alas, I Cannot Swim” (2008) e aveva poi continuato a produrre LP di qualità e giustamente premiati anche dalla critica. Mentre il precedente “Semper Femina” (2017) era più combattivo, sia come sonorità che come liriche, “Song For Our Daughter” è una piccola perla di semplicità e grazia. Qualità davvero fondamentali in un CD pubblicato in periodo di quarantena forzata.

32) Dogleg, “Melee”

(PUNK)

Cosa aspettarsi da un gruppo punk il cui esordio si intitola “zuffa”? Beh, nulla di più di alcune canzoni energiche, chitarre al massimo e testi potenti. I Dogleg riescono a raggiungere tutti questi obiettivi con apparente semplicità, iscrivendosi di diritto in una scena punk-rock mondiale che ultimamente ha visto nascere numerose nuove voci (Shame, IDLES e PUP solo per citare le più note).

I 10 brani del CD sono in effetti davvero brutali in molte parti: la doppietta iniziale formata da Kawasaki Backflip e Bueno resterà impressa per molto tempo nella mente e nelle orecchie degli ascoltatori, così come Hotlines. Solo in certi tratti emergono accenti diversi, più spostati sul ramo emo del genere, si ascoltino ad esempio Headfirst e Fox.

In realtà l’ispirazione dei Dogleg va ricercata negli Iceage: l’esordio “A New Brigade” (2011) era in effetti un ottimo album quasi hardcore in certi tratti, così come il durissimo “You’re Nothing” (2013). Vedremo il percorso futuro dei Dogleg come sarà, certamente il talento pare esserci. Anche testualmente il lavoro non è banale: emergono temi che, anche in questo caso, ricordano le band emo del passato (American Football su tutte), affrontando la depressione all’inizio del disco come alla fine, tanto che il CD inizia e finisce con Alex Stoitsiadis (il frontman della band) malinconicamente seduto a terra supino.

In generale, dunque, “Melee” non reinventa la storia del rock; tuttavia rappresenta una sferzata d’aria fresca necessaria in tempi come questi.

31) Moses Sumney, “græ”

(POP – ROCK – SPERIMENTALE)

Il nuovo album del musicista statunitense Moses Sumney ha avuto un rilascio decisamente strano. “græ” (da pronunciarsi “grey”) è infatti un doppio album, di cui Sumney ha dapprima rilasciato la prima metà (il 21 febbraio) e solo il 15 maggio la seconda. Questa decisione di marketing non è certamente usuale, però ha avuto il merito di tenere i riflettori puntati sul giovane talento per più tempo.

“græ” segue di tre anni “Aromanticism”, che era entrato anche nella rubrica “Rising” di A-Rock per la sua capacità di essere minimalista ma allo stesso tempo capace di ispirarsi ai grandi del pop e del rock, da Prince in giù. Il nuovo doppio album a firma Moses Sumney non si limita a rivangare questi percorsi, anzi è decisamente più massimalista come ambizione e sonorità. Mescolando parti recitate (come insula e also also also and and and) con composizioni decisamente intricate e non riassumibili in un solo genere (si senta In Bloom), Moses si candida a volto decisivo del pop più sperimentale della nuova decade, sulla scia di Bjork.

La prima metà, come già ricordato pubblicata a febbraio, aveva fatto intravedere il potenziale capolavoro: pezzi come la conclusiva Polly e Virile lasciano di stucco per la loro bellezza, mentre altri come Cut Me richiedono più ascolti prima di entrare sottopelle e non lasciare più l’ascoltatore. Il tutto viene aiutato dalla voce di Moses Sumney, ancora più duttile che nell’esordio. Come ciliegina sulla torta citiamo i numerosi collaboratori: da Daniel Lopatin a Thundercat, passando per James Blake, il Nostro ha raccolto il meglio della scena pop/elettronica.

La seconda parte del lavoro è più autobiografica della prima. Sia Two Dogs che Me In 20 Years narrano episodi del passato di Sumney per proiettarlo poi nel futuro, mentre and so I come to isolation riprende insula per le tematiche di isolamento e solitudine che affronta, laddove la prima metà affrontava prevalentemente i temi della mascolinità tossica (Virile) e dell’identità (also also also and and and). I brani che spiccano sono le delicate Lucky Me e Keeps Me Alive, senza dimenticare Bless Me, ma nessuno è fuori posto.

In conclusione, malgrado la struttura a volte schizofrenica e la smodata ambizione di “græ” (che consta complessivamente di 20 brani per 65 minuti), che a volte può risultare indigesta, il CD è un concentrato di tutte le doti del promettente cantautore americano: inventiva, voce flessibile come poche e ritmiche imprevedibili. Se in futuro Moses riuscirà a smussare gli angoli più acuminati e inutilmente sperimentali della sua estetica, avremo un capolavoro fatto e finito.

30) Kaytranada, “BUBBA”

(ELETTRONICA – R&B)

Il secondo album del canadese Kaytranada è in realtà arrivato a metà dicembre 2019, ma sarebbe stato un peccato sorvolare su un disco così riuscito. Mescolando abilmente R&B e dance, infatti, Kaytranada costruisce un album davvero interessante, che si ispira a Jai Paul e Anderson .Paak (per non scomodare Prince) ma riesce a non suonare troppo plagiato.

La complessa struttura del CD (17 canzoni per 51 minuti di durata) potrebbe far pensare ad un oggetto di difficile lettura, almeno a primo acchito. In realtà il musicista canadese, aiutato anche da un parco ospiti di tutto rispetto (Pharrell Williams, Kali Uchis e SiR fra gli altri), riesce a creare un prodotto coeso e mai scontato. Spiccano in particolare 10% e Midsection, ma nessun brano è davvero fuori posto. L’unico un po’ inferiore alla media è Need It, ma non intacca i risultati complessivi di “BUBBA”.

Qualcuno aveva gridato al miracolo con l’esordio “99.9%” (2016), per il suo mescolare senza difficoltà funk, R&B ed elettronica; questo “BUBBA” è un perfezionamento di una formula vincente, Kaytranada suona sicuro di sé e pronto a spiccare definitivamente il volo verso l’Olimpo del mondo pop.

29) Nicolas Jaar, “Cenizas” / “Telas”

(ELETTRONICA)

“Cenizas”, il terzo CD vero e proprio a firma Nicolas Jaar, arriva a nemmeno due mesi da “2017-2019”, il disco dell’altro progetto tuttora attivo del produttore di origine cilena, A.A.L. (Against All Logic). Mentre quest’ultimo è focalizzato sulla house e dance music, Nicolas Jaar è maestro di sonorità più delicate, minimali tanto da essere considerato anche esponente della musica ambient.

La quantità in questo caso non è nemica della qualità: “Cenizas” è infatti un lavoro decisamente sperimentale, tanto che possiamo trovarci elementi elettronici ma anche jazz e ambient. La coesione è quindi una mancanza evidente nel corso delle 13 canzoni che compongono il CD, ma viene compensata da una varietà stilistica e timbrica notevole, sempre però nel segno di una malinconia esistenziale più forte che mai in un compositore peraltro mai particolarmente ottimista.

“Cenizas” (da tradursi in “ceneri”) è quindi un LP molto intimo, non facile ma non per questo da buttare. Anzi, ripetuti ascolti premiano l’ascoltatore, catapultato in un mondo parallelo magari inquietante ma allo stesso tempo affascinante e raffinato, come tipico ormai dello stile Jaar. Spiccano particolarmente Gocce e Garden, mentre Menysid è forse troppo astratta, quasi solo rumore bianco.

A tutto questo si aggiungono delle liriche, quando presenti, sempre inquisitorie e mai banali: in Faith Made Of Silk Nicolas canta “A peak is just the way towards a descent, you have nowhere to look. Look around not ahead”. Altrove troviamo riferimenti al concetto di peccato (Sunder) così come titoli molto evocativi della voglia del Nostro, semplicemente, di scomparire (Vanish, Mud).

“Cenizas” non è un CD per tutte le stagioni, ma pare particolarmente adatto a quella presente, fatta di inquietudine, paura del contagio e pulsioni ambientaliste che cercano di salvare il pianeta dall’Uomo stesso. È probabilmente il lavoro più sperimentale di Nicolas Jaar, ma forse anche il più profondo, segno di un produttore che non ha terminato la voglia di addentrarsi in nuovi territori e oltrepassare i confini di come che un disco di musica elettronica dovrebbe suonare.

“Telas” dal canto suo si compone di quattro lunghe tracce, molto complesse e articolate: il CD infatti arriva quasi a 60 minuti di durata! Sommati ai 53 minuti di “Cenizas”, abbiamo un trattato di due ore di elettronica contemporanea, musica da camera che però sa comunicare sensazioni forti, purtroppo intonata al clima da lockdown che ancora pervade molta parte del mondo. Telahora comincia quasi come una canzone di Tom Waits, con ottoni in primo piano e toni dissonanti, per poi evolvere in eterea musica d’ambiente intervallata da momenti più percussivi. Telencima invece ricorda da vicino le atmosfere dell’ambient di Brian Eno, con sonorità più dolci rispetto a Telahora. Telahumo, invece, è una sorta di combinazione fra le due precedenti: serena ma allo stesso tempo imprevedibile. Infine Telallás, la canzone più “breve” del lotto (“soli” 13 minuti), è una conclusione tanto misteriosa quanto giusta per “Telas”, un lavoro che rivela dettagli preziosi ad ogni ascolto.

Le quattro composizioni possono apparire disgiunte e poco coerenti l’una con l’altra, in realtà raccontano di un musicista in continua evoluzione, un maestro dell’elettronica capace di passare da un sottogenere all’altro nell’arco di pochi mesi e produrre sempre LP accattivanti. Se qualcuno avesse ancora dei dubbi, l’ascolto di “Telas” conferma che Nicolas Jaar è il migliore della sua generazione per quanto riguarda la musica elettronica.

28) Jessie Ware, “What’s Your Pleasure?”

(POP)

Il ritorno della cantautrice inglese è un romantico rimando agli anni ’70-’80 del secolo scorso, in cui la dance di Donna Summer e il funk di Prince trionfavano sulla pista da ballo e in classifica. “What’s Your Pleasure?” è un disco davvero interessante, coeso e mai ridondante, in cui Jessie mette in mostra il suo talento e contribuisce a riportare la disco al centro dell’attenzione, sulla scia del clamoroso successo ottenuto da Dua Lipa con “Future Nostalgia”. Col prezioso supporto alla produzione di James Ford (già collaboratore di Arctic Monkeys e Foals fra gli altri), i risultati sono davvero imperdibili.

Fin dall’inizio capiamo che “What’s Your Pleasure?” è un disco che ritorna a “Devotion” (2012), l’esordio che aveva fatto conoscere Jessie Ware al mondo: atmosfere sexy e ballabili, retrò ma mai scopiazzate dai giganti del genere. Spotlight è il brano migliore del disco e potrebbe andare avanti ben oltre i cinque minuti della sua durata. Ottima poi la title track; da menzionare poi Ooh La La, che riporta alla memoria il funk di Sly & The Family Stone e il Prince degli esordi.

Se dobbiamo trovare una pecca al CD è a volte la similitudine fra una canzone e l’altra, ad esempio Step Into My Life è una ripetizione delle atmosfere ballabili già assaporate per la durata del lavoro, ma insomma i risultati complessivi sono davvero gradevoli.

Jessie Ware aveva esplorato il proprio lato più pop e intimista nei suoi ultimi LP, soprattutto “Glasshouse” del 2017; questo album da un lato è un ritorno al mondo ottimista e discotecaro degli anni ‘70-‘80, senza dubbio, ma la britannica riesce a non suonare scontata e il CD ha reso l’estate migliore (o almeno più sopportabile) per tutti noi.

27) Grimes, “Miss Anthropocene”

(POP – ELETTRONICA)

Il quinto disco della cantautrice canadese Claire Boucher, in arte Grimes, la trova ad un passaggio fondamentale non solo della propria carriera, ma dell’intera sua vita: fidanzata di Elon Musk, uno dei più noti miliardari del mondo, nonché incinta di otto mesi dell’inventore della Tesla, in che condizione avremmo trovato Grimes in “Miss Anthropocene”?

Il CD arriva a cinque anni dal pluripremiato “Art Angels”, uno dei dischi pop più eccentrici degli ultimi anni, caratterizzato da vocine da bamboline, collaborazioni eccellenti (Janelle Monáe su tutti) e sterzate su generi diversi rispetto al pop etereo e sognante che caratterizzava “Visions” (2012), il primo vero LP di successo a firma Grimes. “Miss Anthropocene” da questo punto di vista continua la sperimentazione, con riferimenti a nu metal, folk ed elettronica da rave che parevano lontane dalla Grimes che avevamo lasciato nel 2015.

Tematicamente, “Miss Anthropocene” già dal titolo ci fa capire il messaggio fondamentale che l’artista canadese vuole trasmettere: il global warming è pericoloso, ci vorrebbe una dea che cadesse sulla Terra per sanare le dispute inutili fra noi umani e salvare il pianeta. We Appreciate Power, primo singolo poi non inserito nella versione ufficiale del disco (ma presente in quella deluxe), presentava addirittura una Intelligenza Artificiale che avrebbe soggiogato l’Uomo per renderlo finalmente in grado di capire le conseguenze delle proprie azioni sul pianeta.

Una visione quindi controversa, che non sarà apprezzata da molti; tuttavia Grimes, ormai personalità pop ben in vista e rispettata da pubblico e critica, ha sempre fatto le cose a modo suo, senza curarsi delle reazioni degli altri. Basti ripensare a Oblivion, in cui cantava senza paura dello stupro subito in giovanissima età, evento che l’ha segnata indelebilmente.

Musicalmente, “Miss Anthropocene” è un trionfo: pur essendo una logica continuazione di “Art Angels”, come già detto, Grimes non lesina con gli esperimenti, cercando di stupire in ogni momento l’ascoltatore durante i circa 40 minuti di durata del disco. Brani come l’iniziale So Heavy I Fell Through The Earth e Darkseid, quasi hip hop, sono highlights immediati; ma anche il singolo Violence e 4ÆM sono notevoli. Leggermente inferiore My Name Is Dark, troppo dura come atmosfere per mescolarsi alla vocetta da cartoon di Claire Boucher.

In generale, tuttavia, Grimes si conferma nome fondamentale della scena pop alternativa del XXI secolo. “Miss Anthropocene” è un’aggiunta di valore a un catalogo ormai di spessore.

26) The Soft Pink Truth, “Shall We Go On Sinning So That Grace May Increase?”

(ELETTRONICA)

Il nuovo CD del progetto The Soft Pink Truth, capeggiato da una metà dei Matmos (Drew Daniel), si staglia come un album di musica elettronica davvero particolare. Diviso in due chiare metà, con le canzoni che prendono i propri titoli dalla frase che dà il nome al lavoro, “Shall We Go On Sinning So That Grace May Increase?” è un LP raccolto ma allo stesso tempo accessibile.

The Soft Pink Truth rappresenta una valvola di sfogo per Daniel: mentre infatti nei Matmos prevalgono da sempre istinti avanguardisti, nei tempi morti il Nostro si dedica a remixare successi black metal (“Why Do The Heathen Rage?” del 2014) o a raccontare il lato gay del punk (“Do You Want New Wave Or Do You Want The Soft Pink Truth?” del 2004). Questo CD invece vuole essere un mezzo per protestare, seppur velatamente, contro la condizione politica attuale del mondo, sempre più capeggiato da leader inconsistenti e di estrema destra secondo Daniel.

La preghiera che dà il titolo al CD è un passo delle lettere di San Paolo ai Romani e dà forma ad un lavoro ambizioso: due suite di musica elettronica, impreziosite da sassofoni, pianoforte, atmosfere ambient e angeliche voci femminili. Drew Daniel vuole infatti trasmettere serenità, pur in un periodo non felice per il mondo, e ci riesce grazie a canzoni lunghe (spesso oltre i 5 minuti) ma mai monotone, sulla falsariga di altri artisti come Four Tet e DJ Koze. Ne sono esempi Grace e May Increase.

Nulla però è fuori posto, va detto, tanto che “Shall We Go On Sinning So That Grace May Increase?” si afferma come uno dei migliori LP di musica elettronica dell’anno.

La prima parte della lista si conclude qui. Chi saranno i 25 artisti capaci di entrare nella parte alta della classifica? Appuntamento fra pochi giorni per scoprirlo. Stay tuned!

Recap: gennaio 2020

Gennaio è già finito. Un mese solitamente interessante, che dà una prima idea di dove andrà a parare musicalmente l’anno. Ad A-Rock recensiremo in realtà anche alcuni CD che risalgono a dicembre 2019, come i nuovi lavori di Kaytranada, Stormzy, Harry Styles e Kanye West ( o per meglio dire del Sunday Service Choir). In più abbiamo il nuovo lavoro degli Algiers. Buona lettura!

Kaytranada, “BUBBA”

bubba

Il secondo album del canadese Kayranada è in realtà arrivato a metà dicembre 2019, ma sarebbe stato un peccato sorvolare su un disco così riuscito. Mescolando abilmente R&B e dance, infatti, Kaytranada costruisce un album davvero interessante, che si ispira a Jai Paul e Anderson .Paak (per non scomodare Prince) ma riesce a non suonare troppo plagiato.

La complessa struttura del CD (17 canzoni per 51 minuti di durata) potrebbe far pensare ad un oggetto di difficile lettura, almeno a primo acchito. In realtà il musicista canadese, aiutato anche da un parco ospiti di tutto rispetto (Pharrell Williams, Kali Uchis e SiR fra gli altri), riesce a creare un prodotto coeso e mai scontato. Spiccano in particolare 10% e Midsection, ma nessun brano è davvero fuori posto. L’unico un po’ inferiore alla media è Need It, ma non intacca i risultati complessivi di “BUBBA”.

Qualcuno aveva gridato al miracolo con l’esordio “99.9%” (2016), per il suo mescolare senza difficoltà funk, R&B ed elettronica; questo “BUBBA” è un perfezionamento di una formula vincente, Kaytranada suona sicuro di sé e pronto a spiccare definitivamente il volo verso l’Olimpo del mondo pop. Abbiamo già un candidato alla top 10 del 2020? Difficile a dirsi, ma certamente questo LP piacerà a molti.

Voto finale: 8.

Stormzy, “Heavy Is The Head”

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Il secondo album rappresenta come ben sappiamo sempre una prova ardua da superare, soprattutto per artisti che hanno trovato il successo al primo colpo. Stormzy, superstar della scena grime inglese, la supera brillantemente, mantenendo le qualità messe in mostra nell’esordio “Gang Signs & Prayer” del 2017 e diventando una voce generazionale vera e propria per la gioventù britannica.

Il CD, uscito a fine 2019, mescola come già “Gang Signs & Prayer” vari generi: dalla trap al gospel, passando per il rap più duro e diretto, conosciuto Oltremanica come grime. Questa grande varietà rappresenta sia un limite che un’opportunità per il giovane artista: se da un lato Stormzy infatti crea un CD fin troppo diversificato (con ospiti tanto diversi da comprendere Ed Sheeran e Burna Boy nella stessa canzone), dall’altro la sua innata abilità a spaziare fra ritmi e sonorità così diverse dimostra un talento enorme.

Come sempre in un album hip hop, i testi rivestono un’importanza notevole. Stormzy non ha mai fatto mistero di voler diventare portavoce della generazione che in Inghilterra ha assistito alla Brexit e all’ascesa dei Tory, con tutte le polemiche che ne sono seguite. In Audacity si domanda: “come diavolo ho fatto a salire così presto?”, mentre in One Second escono le contraddizioni a cui deve far fronte: “ Mummy always said if there’s a cause then I should fight for it, so yeah I understand, but I don’t think that I’m all right with it”, che non necessita di traduzione. Altrove invece appaiono tempi più personali: in Lessons, per esempio, Stormzy conferma le voci che lo vedevano traditore della ex fidanzata Maya Jama.

In generale, il disco scorre bene, i featuring aggiungono spessore ai brani e Stormzy si conferma rapper molto talentuoso, sia vocalmente che liricamente. “Heavy Is The Head” sarà anche una dichiarazione spavalda, specialmente verso la concorrenza, ma questa arroganza è meritata.

Voto finale: 8.

Harry Styles, “Fine Line”

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Questo secondo album a firma Harry Styles, ex membro degli One Direction, conferma l’impressione suscitata da “Harry Styles” del 2017: è lui il più talentuoso tra gli ex appartenenti alla boy band. Mentre infatti sia Liam Payne che Zayn Malik hanno deluso alla prova solista, Harry dimostra un’abilità non comune nel panorama pop-rock, prendendo spunto da artisti come The 1975 e Coldplay ma riuscendo a non suonare scontato.

“Fine Line” parte subito forte: Golden è un pezzo molto solare, perfetto per iniziare col piede giusto un CD dichiaratamente “amichevole” ma non per questo monotono. Altro ottimo brano è Adore, non a caso scelto anche per lanciare il lavoro. Invece Watermelon Sugar è un po’ banale e non rende giustizia alla bella voce di Styles.

Interessante è poi la voglia di sperimentare dell’ex One Direction, che si avventura in territori folk (Cherry) così come negli assoli rock quasi prog (She). I risultati non sono sempre perfetti, ma denotano un coraggio non comune. Non è un caso che l’artista britannico dichiari di ispirarsi a David Bowie; ce ne vuole per raggiungere le vette creative del Duca Bianco, ma Harry Styles ha tutto per costruirsi una solida carriera.

“Fine Line” non è ancora il CD definitivo del giovane cantante, ma mostra un Harry Styles in gran forma e pronto ad essere il Robbie Williams degli anni ’20: l’unico sopravvissuto a buoni livelli di una ex boyband. Basta sostituire i Take That con gli One Direction e il gioco è fatto.

Voto finale: 7,5.

Algiers, “There Is No Year”

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Il terzo album degli Algiers rappresenta una decisa svolta per la band americana. Se prima l’attenzione degli Algiers era puntata su tematiche ampie come l’oppressione dei deboli e i mali del capitalismo, “There Is No Year” prende spunto da un libro dallo stesso titolo e parla invece di sensazioni prettamente personali come la fatica dello scrivere canzoni per l’artista (Unoccupied) o il sentirsi messi al bando (Dispossession).

Anche dal punto di vista meramente musicale gli Algiers hanno compiuto forti cambiamenti: mentre nel precedente CD “The Underside Of Power” la fusione di punk, soul e rock era quasi perfetta, in “There Is No Year” troviamo molto spesso che i sintetizzatori la fanno da padrone, aggiungendo ulteriore complessità ad una ricetta sonora già non immediata.

I risultati tuttavia non sono troppo vari o, peggio, eccessivamente carichi di influenze: pezzi come la title track o il singolo Dispossession sarebbero stati benissimo in “The Underside Of Power”. Altrove invece i cambiamenti apportati non hanno successo: Losing Is Ours è un po’ monotona, ad esempio, e non sfrutta appieno il potenziale alla batteria fornito da Matt Tong (ex Bloc Party).

In generale, prendendo spunto da artisti come Muse e Horrors, che hanno saputo immettere dosi di elettronica nel loro sound senza scadere nel ridicolo, gli Algiers sono riusciti a produrre un LP certamente non perfetto, ma nemmeno da buttare. “There Is No Year” è magari meno ambizioso come tematiche affrontate dei precedenti sforzi del gruppo, ma una svolta era necessaria; vedremo dove i prossimi lavori porteranno la carriera degli Algiers, ma la direzione è interessante.

Voto finale: 7.

Sunday Service Choir, “Jesus Is Born”

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La domanda può sorgere spontanea: perché un blog che si professa dedito alla musica rock (ma non limitato a questo genere musicale) dedica spazio a un album gospel pubblicato a Natale 2019? La risposta è: il CD è stato prodotto e supervisionato da quel genio scriteriato di Kanye West, che prosegue così il percorso nel mondo religioso e gospel iniziato con “Jesus Is King” (2019).

Se il suo precedente lavoro era molto breve, quasi un insieme di schizzi più che di brani fatti e finiti, “Jesus Is Born” è invece un lavoro molto articolato, che si compone di 19 brani per 84 minuti di durata. Pur non essendo totalmente ascrivibile a lui, l’influenza di Kanye si sente nella scelta dei brani portati a nuovo, pur rimanendo nel genere gospel, oltre che nell’uso della strumentazione. La cosa più curiosa è che la voce del Nostro è del tutto assente; non per questo però il disco perde valore.

Molto interessante è per esempio l’uso delle voci del Sunday Service Choir: nell’apertura maestosa di Count Your Blessings si arriva quasi a toni psichedelici per quanto in alto arrivano i versi recitati dal coro. Altro brano ben fatto è Revelations 19:1, con una forte impronta westiana nella progressione centrale, così come la potente Follow Me – Faith. Non sempre tutto fila liscio: ad esempio Balm In Gilead e Lift Up Your Voices sono un po’ monotone e spezzano il ritmo del CD. Da segnalare infine il remix della celeberrima Ultralight Beam, contenuta precedentemente in “The Life Of Pablo” (2016).

Malgrado questi difetti (e una lunghezza che richiede pazienza all’ascoltatore), “Jesus Is Born” è ad ora il miglior album gospel a firma Kanye West. Stiamo parlando di un punto non fondamentale della sua carriera, lontani sono i picchi creativi di “My Beautiful Dark Twisted Fantasy” (2010) e “Yeezus” (2013), però Kanye si conferma voce imprevedibile del panorama musicale e capace magari non di eccellere, ma certo di farsi notare in una moltitudine di generi estremamente differenti fra loro.

Voto finale: 7.

I 50 migliori album del 2017 (50-26)

Anche il 2017 è ormai agli sgoccioli. Un anno ricco di ritorni, musicalmente parlando: alcuni annunciati (Fleet Foxes, Gorillaz), altri inattesi (Liam Gallagher, Fever Ray). In generale, il livello è stato soddisfacente, ma non eccezionale: lontani sono il 2010, il 2011 e il 2015, anni che davvero hanno rivoluzionato il panorama musicale contemporaneo. Tuttavia, molti cantanti e gruppi hanno dimostrato che la musica può ancora comunicare qualcosa, sia al pubblico che alla sfera privata di ognuno di noi.

Iniziamo la nostra analisi dei 50 migliori album dell’anno con le posizioni dalla 50 alla 26. Ricordiamo qua alcuni artisti che, pur meritevoli, non sono entrati nella lista: Jay-Z, Charlotte Gainsbourg, Protomartyr, SZA, Gorillaz e Alt-J purtroppo non sono riusciti a produrre dischi sufficientemente buoni per entrare nella lista di A-Rock. Altri artisti molto attesi, come Arcade Fire e Weezer, hanno semplicemente pubblicato brutti LP, come già scritto nell’articolo pubblicato pochi giorni fa relativo ai 5 album più deludenti del 2017.

Parlando dei generi più in vista nel 2017, senza dubbio pop e hip hop hanno continuato a mietere successi e a riempire le classifiche dei brani più ascoltati. In particolare, nel pop abbiamo avuto prove eccellenti (St. Vincent, Lorde) che contribuiranno anche nei prossimi anni a rivitalizzare il genere; d’altro canto, l’hip hop ha visto consolidarsi due giovani stelle del firmamento rap contemporaneo (Vince Staples e Kendrick Lamar). Invece, per l’elettronica non è stato un anno facile: pochi gli LP davvero riusciti, malgrado ritorni imprevedibili (Fever Ray). Da sottolineare poi il balzo in avanti del folk, che con i CD di Fleet Foxes e Mount Eerie ha creato due capolavori destinati ad influenzare il genere per anni. Per quanto riguarda il rock, il 2017 è stato un anno di transizione: accanto a graditi ritorni (Queens Of The Stone Age, Grizzly Bear, LCD Soundsystem), abbiamo avuto delusioni cocenti (Arcade Fire, Weezer, U2). Aspettiamo con ansia il 2018 per il comeback di gruppi amati come Vampire Weekend ed Arctic Monkeys. Infine, nota di merito per il ritorno di due grandi band shoegaze, Ride e Slowdive, entrambe presenti nella nostra lista. Ma andiamo con ordine.

50) Liam Gallagher, “As You Were”

(ROCK)

Lo avevamo inserito al primo posto nella lista dei CD più attesi del 2017: il primo sforzo solista del più giovane e scapestrato dei fratelli Gallagher. Dopo la non felicissima esperienza con i Beady Eye, aveva giurato che non avrebbe mai fatto un album solista, considerata roba da checche (parole sue, non mie). Invece, ha infranto il suo voto e ha realizzato questo “As You Were”: accantonati gli insulti al fratello e ad altri artisti (fra cui A$AP Rocky, U2 e Coldplay), Liam sembra una persona più matura; e questo non farà altro che bene alla sua vita e, probabilmente, alla sua carriera.

I singoli scelti per promuovere il CD erano sembrati molto interessanti: Wall Of Glass è un ottimo brano britpop, che ricorda molto gli Oasis dei primi tre LP; Chinatown e For What It’s Worth sono più intime ma non meno efficaci. Tutto stava a valutare le altre nove canzoni in scaletta. Beh, il nostro non ha deluso le attese: non parliamo di un disco capace di rinverdire i fasti di “Definitely Maybe” (1994) o “(What’s The Story) Morning Glory?” (1995), però Liam dimostra a tutti che il talento negli Oasis non era solo appannaggio di Noel e fa meglio dei due album prodotti con i Beady Eye, “Different Gear, Steel Speeding” (2011) e “BE” (2013). Peccato che “As You Were” perda efficacia nella sua parte centrale e finale, altrimenti il risultato finale sarebbe anche potuto essere migliore. La chiusura con la potente I’ve All I Need riscatta tutto.

Tra i pezzi migliori, abbiamo la già citata Wall Of Glass; belle anche Bold e Greedy Soul. Convincono meno le ballate, fin troppo dolci e smielate: tranne la riuscita Universal Gleam, per esempio, Paper Crown e When I’m In Need sono i punti deboli del CD. In generale, fa piacere tornare agli anni ’90, con la energia e irriverenza che ci aspetteremmo da un Gallagher ma contemporaneamente una maturità prima lontana da Liam. Fanno riflettere i testi di For What It’s Worth, dove si scusa con tutti coloro che ha offeso; e di Chinatown, dedicata alle vittime dell’attentato terroristico di Londra.

In conclusione, questo album stupirà molti: chi pensava che sarebbe venuto fuori un fiasco assoluto e chi pensava il talento fosse solo nelle mani di Noel capirà che, senza la voce e il carisma di Liam, la favola degli Oasis non sarebbe mai stata possibile.

49) Priests, “Nothing Feels Natural”

(PUNK)

La band punk statunitense dei Priests, un quartetto per metà maschile e per metà femminile, regala un disco di rara intensità, di protesta politica e insieme molto ambizioso. I Priests, infatti, non si limitano a urlare i loro pensieri senza un costrutto; recuperando molta della scena post punk anni ’80, infatti, Katie Alice Greer e compagnia comunicano tutta la frustrazione provata per l’attuale situazione del mondo.

I pilastri su cui si fonda questo veloce CD, “Nothing Feels Natural” (già il titolo dice tutto), sono chiari: gli U2 delle origini, i Joy Division e gli Interpol sono chiari riferimenti. Non manca un veloce passaggio à la Deerhunter, nell’ammaliante (sì, è il titolo del brano). Le canzoni più belle dell’album sono l’iniziale Appropriate, concentrato di tutto il punk più recente nello spazio di appena 5 minuti, pezzo davvero clamoroso; la ossessiva No Big Bang; e la conclusiva Suck, che ricorda molto i Rapture di “Echoes”. Da non ignorare anche la potente title track.

Insomma, niente di innovativo o indimenticabile, ma dischi come questo “Nothing Feels Natural” ricordano che il punk ha ancora un’utilità, soprattutto in tempi grami come quelli attuali. La Greer si candida, infine, a diventare una voce punk femminile molto significativa, al pari delle Savages e delle Sleater-Kinney.

48) Vagabon, “Infinite Worlds”

(ROCK)

Vagabon è il nome d’arte della newyorkese di origine camerunense Lætitia Tamko. Il suo esordio, “Infinite Worlds”, può a pieno diritto essere annoverato fra i migliori album rock dell’anno. La Tamko riesce infatti a fondere perfettamente un indie rock di chiara ascendenza strokesiana con un dream pop molto ammaliante, di cui è simbolo la strumentale Mal A’ L’Aise. Le sole 8 tracce del disco impediscono un giudizio completo, poiché sarebbe piaciuto vedere pienamente in gioco il potenziale della giovane artista. Tuttavia, per quello che abbiamo sentito, possiamo dire che Vagabon ha talento da vendere. Riuscire a creare un disco coerente mescolando Strokes, Cocteau Twins e Bloc Party non era facile.

Tra le tracce migliori di questo “Infinite Worlds” abbiamo le iniziali The Embers e Fear & Force; la già ricordata Mal A’ L’Aise e Cold Apartment, tuttavia, non sono da meno. Insomma, un esordio coi fiocchi da parte di un’artista davvero promettente.

Jay Som e Vagabon, dunque, hanno rivitalizzato generi come indie rock e dream pop che sembravano su un binario morto. Assieme ai Car Seat Headrest, il cui secondo CD “Teens Of Denial” del 2016 ha fatto gridare al miracolo, sono fra le migliori speranze del rock contemporaneo.

47) Jay Som, “Everybody Works”

(ROCK)

A proposito di Jay Som, questo “Everybody Works” è già il secondo album della giovane artista Melina Duterte. Il primo, “Turn Into” (2016), era passato nel sostanziale anonimato malgrado le qualità che lasciava intuire. Era già formata infatti l’estetica della Duterte: un indie rock scanzonato e influenzato dal dream pop à la Arctic Monkeys di “Suck It And See”.

“Everybody Works” consolida questo sound, migliorando la produzione e la cura dei dettagli, facendo del CD un lavoro imperdibile per gli amanti dell’indie anni ’00. Già da qui capiamo che la giovane compositrice non propone nulla di clamorosamente innovativo, ma la raffinatezza con cui si ispira ad artisti molto più celebri (Arctic Monkeys, Beach House) senza cadere nel plagio è ammirevole.

Degne di nota sono The Bus Song, Baybee e 1 Billion Dogs, dove addirittura si flirta con lo shoegaze; ma nessuna delle 10 tracce del disco è fuori posto. Insomma, un LP di ottima fattura e di grande fascino: quando il talento di Melina Duterte sboccerà definitivamente, ne sentiremo delle belle.

46) Mac DeMarco, “This Old Dog”

(POP – ROCK)

Il terzo album del talentuoso musicista canadese Mac DeMarco, “This Old Dog”, prosegue la lenta evoluzione che ha contraddistinto la sua breve ma prolifica carriera. Qui Mac suona tutti gli strumenti e canta in tutte le canzoni, curando anche la produzione: insomma, un egocentrismo notevole. Non è un caso, probabilmente, che anche i testi riflettano questo atteggiamento: nella ipnotica My Old Man troviamo riferimenti al tormentato rapporto con suo padre, Sister è dedicata alla sorella minore.

Non bisogna però pensare che nella vita di tutti i giorni DeMarco sia un maniaco à la Kanye West, un altro che di egocentrismo se ne intende. Anzi, vale il contrario: lui si dà sempre l’apparenza del ragazzo appena alzato dal letto, con l’aria trasandata e mezza addormentata. Contemporaneamente, però, egli è anche una persona fragile e insicura: lo dimostrano i testi presenti soprattutto nei precedenti lavori, come “2” (2012) e il bel “Salad Days” (2014).

A colpire è l’evoluzione stilistica del giovane Mac: se nei precedenti CD era maggiormente in evidenza l’aspetto indie rock (spaziando da Two Door Cinema Club a Ariel Pink e Real Estate, tanto per capirsi), in “This Old Dog” il pop è preponderante. Sia chiaro: non parliamo di cambiamenti radicali, come del resto era difficile aspettarsi da una persona “calma” e assorta come Mac. Tuttavia, questo è il primo LP a firma Mac DeMarco dove la produzione è brillante e la cura dei dettagli massima: ai fan della prima ora potrà non piacere troppo la perdita dell’ingenuità e (finta) noncuranza dei primi lavori, ma le persone cambiano con il passare del tempo e Mac sembra aver trovato la definitiva maturità, personale ed artistica.

Musicalmente parlando, “This Old Dog” presenta un Mac DeMarco molto simile ai lavori solisti di John Lennon e ad Harry Nilsson: insomma, due padri della musica moderna. Proprio per questo il CD non brilla per innovazione, ma ciò non va a discapito della qualità complessiva: prova ne sono la bella title track, My Old Man, Baby You’re Out e A Wolf Who Wears Sheeps’ Clothes. Strana ma riuscita anche On The Level, che flirta con l’elettronica soft. In generale, le canzoni sono brevi, addirittura Sister dura poco più di un minuto. Tuttavia, la particolarità di DeMarco è di saper sempre cambiare le carte in tavola: la lunghissima Moonlight On The River (più di 7 minuti) è l’ideale chiusura del lavoro.

In conclusione, “This Old Dog” è un interessante passo in avanti nella discografia di Mac DeMarco, un artista di cui non sappiamo mai cosa pensare: ci fa o ci è? Avrà già raggiunto il picco delle sue capacità oppure no? Il giudizio è sospeso: “This Old Dog” rappresenta certamente il lavoro maggiormente personale e intimista del cantante canadese. Non vediamo l’ora di riascoltarlo in nuove tracce per dare un giudizio definitivo.

45) Elbow, “Little Fictions”

(ROCK)

Giunti al settimo lavoro di inediti, gli Elbow continuano il loro pregevole percorso artistico. Al ventesimo anno di attività (!), sono poche le band che possono vantare la loro longevità e, contemporaneamente, la medesima volontà di non adagiarsi mai su un rock prevedibile. “Little Fictions” rimanda al più bel CD del gruppo, quel “The Seldom Seen Kid” (2008) vincitore del Mercury Music Prize; tuttavia, Garvey e co. non cadono mai nell’ovvietà. Pur somigliando a tratti a pezzi da novanta del rock contemporaneo come Arcade Fire e Interpol (soprattutto in All Disco e Trust The Sun), la band mantiene una sua identità, fatta di ritmo pulsante, testi di solito riferiti all’amore e canzoni dense, ma molto riuscite, musicalmente e vocalmente. Ne sono esempio Magnificent (She Says) e la conclusiva Kindling; più prevedibile K2, ma è un peccato veniale in un album altrimenti eccellente.

44) Spoon, “Hot Thoughts”

(ROCK)

Il nono album dei veterani dell’indie rock statunitense mantiene alto il livello dei precedenti lavori di Britt Daniel & co., cercando contemporaneamente di instillare nuove sonorità nel tipico genere della band. Infatti, accanto al tradizionale indie rock, che ha fatto le fortune del gruppo anche grazie a stupendi lavori come “Kill The Moonlight” (2002), abbiamo dei passaggi di funk ed elettronica che rendono questo “Hot Thoughts” molto intrigante.

Non sono molte le band che riescono ad operare significativi cambiamenti nel loro sound 24 anni dopo la loro fondazione (gli Spoon sono infatti nati nel 1993) e dopo otto album di successo: la caratteristica peculiare della band texana è che hanno sempre sperimentato nuovi colori e ritmi nel loro sound, basandosi però su una stretta aderenza al mondo del rock. In generale, dunque, non c’è che da essere soddisfatti per un LP così variegato e riuscito: ecco, diciamo che se gli Strokes tornassero ai livelli dei loro primi lavori cercando di mantenere il percorso più sperimentale intrapreso dopo “Angles”, il loro CD suonerebbe così.

Tra i brani degni di nota abbiamo la title track, WhisperI’lllistentohearit e la super funk First Caress. Molto strana la quasi solo strumentale Pink Up, molto lunga ed elettronica, decisamente un pezzo poco spooniano; più tradizionale invece Can I Sit Next To You. La seconda parte perde leggermente vigore, ma i risultati sono comunque buoni.

In conclusione, “Hot Thoughts” si aggiunge meritatamente ad una discografia già eccellente: gli Spoon restano ancora un gruppo fondamentale per gli amanti dell’indie.

43) Paramore, “After Laughter”

(POP – ROCK)

Il quarto album dei Paramore è una rinfrescata necessaria al loro sound. La band capitanata da Hayley Williams, infatti, non si limita a percorrere i sentieri pop-rock delle origini, ma cerca di rifarsi al pop anni ’80 tipico di Police e Talking Heads.

“After Laughter” è il quinto album a firma Paramore, il primo dopo l’eponimo “Paramore” del 2013: se precedentemente il gruppo era famoso come alfiere della musica emo, i membri hanno sempre cercato di innovare, aprendo al funk e al pop-rock, sempre però nei sentieri ben precisi della musica emo. Tuttavia, rispetto ai contemporanei (per esempio, Tokyo Hotel e Brand New), i Paramore hanno mantenuto un livello di scrittura e profondità testuale ben maggiore: non solo ansie giovanili, ma anche temi delicati come il suicidio e la solitudine.

“After Laughter” era quindi atteso con trepidazione: Williams & co. avrebbero mantenuto il buon livello dei precedenti lavori? La risposta è un sì convinto: malgrado i numerosi avvicendamenti nella formazione, tra cui l’abbandono del bassista Jeremy Davis e il ritorno del primo batterista Zac Farro, dopo sei anni di pausa dalla band, la formula dei Paramore si è arricchita, come già ricordato, di chiari riferimenti al pop anni ’80 e ai complessi simbolo di quel periodo.

Un’operazione molto simile era stata effettuata dai The 1975 l’anno scorso, con ambizione e rischio ancora più grandi; i Paramore riescono a non cadere nel tranello della troppa voglia di fare e creano un prodotto compatto e godibile, una conferma del loro talento e versatilità.

Tra i brani migliori abbiamo Rose-Colored Boy e Told You So, che rendono la parte iniziale del CD davvero interessante; da ricordare anche Fake Happy, Pool e Grudges, che rievocano da vicino i Police e i Talking Heads al loro apice. Meno riuscite invece le ballate, come Forgiveness e la conclusiva Tell Me How.

In generale, va apprezzata la voglia di sperimentare nuove sonorità di un gruppo che avrebbe potuto tranquillamente continuare a far piangere adolescenti fragili suonando stanche e monotone canzoni emo, ma che invece non perde la voglia di sorprendere il proprio pubblico.

42) Big Thief, “Capacity”

(ROCK)

I Big Thief sono un complesso americano che suona un indie rock intimista come poche volte si è sentito, sia musicalmente che come tematiche affrontate. Il loro primo album, “Masterpiece” del 2016 (viva la modestia), era un buon connubio di pop e rock; in “Capacity” notiamo un affinamento della formula che li ha fatti conoscere.

Il punto di forza del gruppo è senza dubbio la bellissima voce di Adrianne Lenker, evocativa e fragile come solo le migliori voci femminili sanno essere: in Watering ne abbiamo un chiaro esempio. Le strumentazioni non sono né innovative né radicalmente differenti da “Masterpiece”, tuttavia il risultato complessivo è più convincente. Abbiamo infatti ottimi brani come l’intimista Pretty Things, Shark Smile (che parte quasi punk) e il nucleo del CD, la bellissima Mythological Beauty. Da non trascurare anche la parte finale del disco, con Haley e Mary come highlights.

In conclusione, “Capacity” sicuramente amplierà la platea di fans dei Big Thief, un premio meritato per un gruppo certo non rivoluzionario, ma che sa usare gli ingredienti dell’indie rock più classico per creare brani mai banali.

41) Ride, “Weather Diaries”

(ROCK)

Il 2017 ha segnato il ritorno dello shoegaze sulla scena rock. Infatti, sia Slowdive che Ride sono tornati in attività, producendo nuovi CD sulla falsa riga di quelli che, a cavallo fra anni ’80 e ’90, avevano fatto pensare che una nuova stagione fosse possibile per il rock alternativo. In effetti, grunge e shoegaze sono state le ultime due grandi correnti di cambiamento nel rock.

“Weather Diaries” rappresenta perciò un gradito ritorno, che non intacca l’eredità della band britannica, in particolare quella dei due primi lavori, i bellissimi “Nowhere” (1990) e “Going Blank Again” (1992). Molto aveva fatto discutere la svolta verso sonorità meno difficili dello shoegaze nei due successivi lavori dei Ride, i poco riusciti “Carnival Of Light” (1994) e “Tarantula” (1996). Non è un caso che, dopo “Tarantula”, la band si sia sciolta. “Weather Diaries” cerca di recuperare le antiche sonorità, senza dimenticare però le parti migliori dei due tanto discussi ultimi CD a firma Ride. E i risultati sono davvero interessanti.

Sia chiaro: non parliamo di un LP innovativo o di un radicale cambiamento nel sound dei Ride, tuttavia è sempre piacevole ascoltare una band che sembrava appartenere al firmamento del rock tornare sui suoi passi senza aver perso lo smalto dei tempi migliori. Infatti, tranne un paio di leggeri passi falsi, “Weather Diaries” entra senza demeriti nell’eredità che i Ride lasceranno alla musica.

I brani migliori sono soprattutto nella parte iniziale: molto bello il duo rappresentato da Lannoy Point e Charm Assault. All I Want sarebbe buona, ma l’elettronica presente nel pezzo lo rovina parzialmente. Altre belle canzoni sono l’eterea Home Is A Feeling, la potente Cali e Impermanence. Tra i passi falsi abbiamo la title track, fin troppo monotona, e la strumentale Lateral Alice.

A questo punto possiamo dirlo: tutte le band più rappresentative dello shoegaze sono tornate a produrre musica nel nuovo millennio. Infatti, accanto a Slowdive e Ride, non scordiamoci che i My Bloody Valentine sono tornati con “m b v” nel 2013 e i Lush con l’EP “Blind Spot” nel 2016. Insomma, un trionfo per gli amanti del rock alternativo e, in generale, per chi apprezza la buona musica.

40) (Sandy) Alex G, “Rocket”

(ROCK)

Classe 1993, già 8 album alle spalle: se non parliamo di un prodigio, poco ci manca. Alexander Giannascoli, cantante di chiara origine italiana e con nome d’arte Alex G, da poco cambiato in (Sandy) Alex G, ricorda a tutti che la prolificità non è sempre sinonimo di lavori abborracciati: ne sia esempio anche l’instancabile Ty Segall. “Rocket”, tuttavia, è il primo album di Alex con l’etichetta Domino, fra le più importanti in ambito indie rock; e infatti il CD ha avuto maggior risonanza dei precedenti suoi LP.

“Rocket” colpisce soprattutto per la capacità di evocare tempi lontani senza sembrare un plagio di autori più quotati: prendendo spunto da autori come il compianto Elliott Smith e Wilco, con una spruzzata di Pavement, Alex G propone una summa dell’indie anni ’90-’00, colpendo per varietà stilistica e apparente semplicità di scrittura. Niente di clamorosamente innovativo, dunque, ma certo un lavoro molto interessante, da ascoltare per tutti gli amanti di quegli anni a cavallo di due secoli.

Parlando strettamente di musica, abbiamo ottime canzoni, soprattutto nella prima parte: il poker iniziale di canzoni, formato da Poison Root, Proud, County e Bobby, è per esempio molto riuscito, un po’ lo-fi, un po’ country e il restante terzo indie; colpisce poi la violenza quasi hard rock di Brick, mentre la strumentale Horse delude leggermente.

Nella seconda parte abbiamo invece come highlight la dolce Alina, ma anche Powerful Man non è trascurabile. In generale, a parte qualche passo falso, “Rocket” si mantiene su alti livelli, facendo sperare che il mondo dell’indie rock abbia trovato un nuovo, grande interprete in Alexander Giannascoli. L’età e il talento sono dalla sua parte: lo aspettiamo fiduciosi alla prossima prova.

39) Mount Kimbie, “Love What Survives”

(ELETTRONICA – ROCK)

Il duo formato da Dominic Maker e Kai Campos arriva ad un punto di svolta in una carriera già interessante: per la prima volta i Mount Kimbie inseriscono il rock nelle loro creazioni, creando un mix fra elettronica, funk e rock molto affascinante e, in gran parte, riuscito.

L’apertura è già radicalmente nuova per coloro che erano abituati ai Mount Kimbie come ad un duo dubstep: questo terzo album della loro produzione inizia infatti con Four Years And One Day e Blue Train Lines (che conta la collaborazione di King Krule), due brani fortemente influenzati dal rock, entrambi riusciti. I vecchi Mount Kimbie tornano in pezzi come You Look Certain (I’m Not Sure), altro highlight del CD, e la bella Delta, con base ritmica molto marcata e sintetizzatori ipnotici. Tra gli ospiti abbiamo, oltre a King Krule, anche altri artisti celebri: James Blake compare addirittura in due canzoni, We Go Home Together e How We Got By; ma contiamo anche Micachu (in Marylin) e Andrea Balency, vocalist dei Mount Kimbie in tour, che canta nella già citata You Look Certain (I’m Not Sure). Se We Go Home Together convince meno, la seconda collaborazione con James Blake, la conclusiva How We Got By, è più riuscita: il piano di James è come sempre sontuoso e si sposa benissimo con il mood del brano.

In generale, possiamo dire che i Mount Kimbie hanno operato un cambio molto importante nel loro tipico sound in “Love What Survives”, che sembra promettere molto bene per il futuro artistico del duo: è come sentire Depeche Mode e LCD Soundsystem fusi assieme, non una cosa banale quindi. Speriamo che i risultati possano ancora migliorare; ad ogni modo, questo LP merita pienamente di entrare nella lista dei 50 migliori dischi del 2017.

38) Grizzly Bear, “Painted Ruins”

(ROCK)

I Grizzly Bear venivano da due album di grande successo, sia con la critica che con il pubblico: “Veckatimest” (2009) e “Shields” (2012) avevano delineato un genere a metà fra rock e folk, con accenni di sperimentalismo e, contemporaneamente, di pop (ricordate Two Weeks?). Insomma, le aspettative per “Painted Ruins” erano molto elevate: ripetendosi avrebbero rischiato di non replicare la cristallina bellezza dei due lavori che hanno dato loro il successo, ma anche cambiare avrebbe comportato rischi notevoli.

I Grizzly Bear hanno optato per una soluzione di compromesso: nella lunga assenza dalle scene (ben cinque anni), hanno affinato il loro caratteristico genere e, allo stesso tempo, inserito delle interessanti sonorità elettroniche, che rendono il nuovo LP molto intrigante. Possiamo anzi dire che “Painted Ruins” è il CD più elettronico a firma Grizzly Bear; prova ne siano i due singoli Mourning Sound e Three Rings, tra i migliori brani del disco.

Tuttavia, la seconda parte del lavoro riporta alla mente i passati sforzi creativi del gruppo: per esempio, il rock di Cut-Out ricorda soprattutto “Veckatimest” e “Yellow House”, mentre l’intricata Glass Hillside (non bellissima) è più assimilabile alle atmosfere di “Shields”. Menzione finale per l’ottima chiusura del CD: come sempre, i Grizzly Bear mantengono il meglio alla fine. Sky Took Hold, in effetti, è a pieno diritto tra i migliori pezzi di “Painted Ruins”: una canzone epica al punto giusto, gran finale di un LP gradevole anche se non perfetto.

Purtroppo, infatti, Ed Droste e Daniel Rossen (menti e voci della band), forse anche a causa dello scarso dialogo intercorso nelle sessions di registrazione di “Painted Ruins”, dove si inviavano le loro bozze tramite mail, non raggiungono i miracolosi risultati di “Shields”: a parte la già menzionata Glass Hillside, non convince pienamente neppure Systole, ma sono peccati veniali.

Non bisogna credere, infatti, che il CD sia un fiasco; anzi, “Painted Ruins” entra di diritto fra i migliori CD dell’anno, magari non nei primi 10, ma certamente nei primi 50. Non siamo ai livelli di “Shields”, vero capolavoro del gruppo, ma certamente “Yellow House” è alla portata di “Painted Ruins”. Tutto dipende da cosa ci aspettavamo dai Grizzly Bear: non sono mai stati fermi nelle loro posizioni, quindi aspettarsi una copia dei passati dischi sarebbe stato un’illusione. Un po’ di elettronica non ha fatto altro che bene alla band: vedremo dove li porterà questo nuovo percorso, ma abbiamo piena fiducia nelle capacità dei Grizzly Bear di reinventarsi costantemente senza perdere lo smalto e il gusto per la sperimentazione che li hanno sempre contraddistinti.

37) Queens Of The Stone Age, “Villains”

(ROCK)

Il settimo album della gloriosa band simbolo dell’hard rock anni ’00 era atteso con trepidazione da fans e critica: Josh Homme e compagni avrebbero cambiato ancora una volta la loro ricetta sonora, dopo la rivoluzione pop di “…Like Clockwork” (2013)? I QOTSA sono stati, ancora una volta, molto furbi ed abili: non hanno stravolto la base ritmica trovata quattro anni fa; tuttavia, con poche ma azzeccate innovazioni hanno mantenuto fresco il loro sound, del resto sempre al passo con i tempi.

Partiamo, quindi: “Villains” arriva quattro anni dopo “…Like Clockwork”, album fondamentale nella discografia dei Queens Of The Stone Age; non il loro migliore (inarrivabili in tal senso “Rated R” e “Songs For The Deaf”), tuttavia aveva lasciato intravedere il lato più melodico della band, con canzoni quasi pop come la title track e Kalopsia. La presenza di ospiti di spessore, da Alex Turner a Mark Lanegan, aveva poi arricchito la formula vincente del disco. Pertanto, il metal delle origini è ormai abbandonato: come sarebbe suonato il settimo album di un gruppo così rinnovato musicalmente?

In “Villains” possiamo parlare di funk-rock: le prime due, bellissime tracce del CD, Feet Don’t Fail Me e il singolo The Way We Used To Do, sono la grande intro al disco. Le sole 9 canzoni farebbero pensare ad un lavoro pigro del gruppo; in realtà, molte superano i 5 minuti di durata e le strutture delle melodie sono spesso complesse e intricate. La durata complessiva, non a caso, raggiunge i 48 minuti.

Gli highlights sono almeno quattro: oltre alle già citate Feet Don’t Fail Me e The Way We Used To Do, abbiamo il secondo singolo The Evil Has Landed e la più melodica Fortress. Meno bella la frenetica Head Like A Haunted House, che è anche la più breve traccia del CD. Non trascurabile, infine, la conclusiva Villains Of Circumstance. I testi fanno spesso riferimento al diavolo e alla sua presenza nel mondo: Homme e co. si rendono conto che viviamo in tempi difficili e, sebbene non stiamo parlando di Bob Dylan o Leonard Cohen, i testi riflettono ciò con ironia e arguzia.

In conclusione, i QOTSA si confermano band fondamentale dello scenario rock mondiale: nonostante la mancanza di collaborazioni eccellenti che avevano contraddistinto i precedenti LP del complesso statunitense, i risultati sono comunque molto buoni. Lavorare con Iggy Pop ha ampliato ancora di più gli orizzonti musicali di Josh Homme, che si conferma grande artista rock. Le “regine dell’età della pietra” sono entrate definitivamente nell’età moderna, con un hard rock funkeggiante e molto ballabile.

36) Ty Segall, “Ty Segall”

(ROCK)

Registrato con Steve Albini, uno dei migliori produttori su piazza, questo “Ty Segall”, nono album dell’omonimo multistrumentista americano, è un altro tassello prezioso in una sempre più sorprendente carriera. Ty ha sempre perseguito un genere a metà fra il rock anni ’70, vicino soprattutto a Rolling Stones e Velvet Underground, e la scena indie anni ’90-‘2000, su tutti Strokes e Pavement. Il CD è un’ulteriore affermazione di questa estetica: le prime due canzoni, Break A Guitar e Warm Hands (Freedom Returned), sono davvero riuscite. In particolare Warm Hands (Freedom Returned) è un fantastico mix di hard rock, garage rock e punk. Una sorta di suite rock, tremendamente ambiziosa ma davvero bellissima. Il resto dell’album scivola via gradevolmente, ma non raggiunge i picchi di Warm Hands: Ty ha infatti posto nella seconda parte del suo nuovo LP alcune delle canzoni pop da lui scritte più intimiste di sempre, ad esempio Talkin’ e Orange Color Queen.

In generale, dunque, niente di clamorosamente rivoluzionario o innovativo per il rock, ma Ty Segall si conferma ancora una volta come una delle voci più autorevoli del settore. Ah, dimenticavo: ha appena 30 anni… Che il meglio debba ancora arrivare?

35) Wolf Alice, “Visions Of A Life”

(ROCK)

Il secondo album del giovane gruppo inglese dimostra ancora una volta il loro immenso talento. “Visions Of A Life” cerca di innestare qualche novità nel sound della band: se l’esordio “My Love Is Cool” (2015) entrò nella top 5 dei più bei album del 2015 di A-Rock era perché sapeva fondere benissimo il rock anni ’90 di Nirvana e Verve con i più contemporanei Arctic Monkeys e Libertines. Nel nuovo LP, Ellie Rowsell e compagni introducono anche tratti shoegaze nel loro sound, ma ricordano in certi punti anche il pop degli M83.

L’inizio del CD è ottimo: Heavenward è un ottimo brano shoegaze, che sembra composto da My Bloody Valentine o Slowdive; Beautifully Unconventional è intrigante come i migliori momenti di “My Love Is Cool”. Avrete notato quanti riferimenti a band del passato ci sono in “Visions Of A Life”: il tratto che sembrava più caratteristico dei Wolf Alice, un folk-rock lento o duro a seconda delle circostanze, è un po’ in secondo piano in questo secondo album. Solo nel finale, con Sadboy e St. Purple & Green, si torna alle sognanti atmosfere di “My Love Is Cool”. Tuttavia, i risultati restano comunque gradevoli: le già ricordate Heavenward e Beautifully Unconventional sono belle, così come Sky Musings, forse il vero highlight, con la voce della Rowsell al top. Non trascurabile anche la conclusiva title track, un’epica suite da oltre 7 minuti.

In conclusione, non stiamo parlando del disco che riscrive la storia del rock inglese, come alcune pubblicazioni d’Oltremanica sembrano pensare (vero, NME?). Nondimeno, una band del talento e dell’eclettismo dei Wolf Alice non è rinvenibile in America o, comunque, nel resto del continente europeo. Attendiamo con ansia la terza prova del complesso britannico, per dare una valutazione definitiva dei Wolf Alice.

34) Sampha, “Process”

(R&B – POP – SOUL)

Il 29enne Sampha Sisay, conosciuto con il nome d’arte Sampha, ha già alle spalle due EP e numerose collaborazioni con importanti artisti della scena black internazionale: Drake, Solange Knowles e Kanye West tra gli altri. Il suo primo LP, “Process”, tratta il soul in maniera molto contemporanea: vale a dire infarcendolo di elettronica e un pizzico di R&B. I risultati sono magnifici nei suoi tratti migliori: il duo rappresentato da Plastic 100°C e Blood On Me è davvero riuscito, così come la conclusiva What Shouldn’t I Be?. La canzone più introspettiva è  (No One Knows Me) Like The Piano, in cui ricorda l’infanzia e il ruolo che il pianoforte ha avuto nella sua formazione.

I riferimenti musicali sono molto alti: James Blake su tutti, ma anche tracce di The Weeknd e Maxwell compaiono qua e là. Soprattutto Under ricorda il modo di cantare del migliore The Weeknd. In conclusione, dunque, Sampha non inventa nulla, ma tratta il meglio dei grandi maestri citati ottenendo un risultato molto buono, 40 minuti passati ascoltando 10 canzoni mai banali o prevedibili. Insieme a FKA Twigs, il giovane Sampha si candida ad essere un importante esponente della scena black britannica, ma non solo.

33) Lana Del Rey, “Lust For Life”

(POP)

Il quinto album della popstar Lana Del Rey, “Lust For Life”, si apre subito con una novità: nella cover Lana sorride, lei che fino a qualche tempo fa era presa in giro per i suoi testi tragici e la tristezza che le sue canzoni emanavano. Tuttavia, non si pensi che “Lust For Life” sia un CD allegro: cadremmo in un errore madornale. Lana mantiene il caratteristico spleen, cercando però di ampliare la propria palette sonora e ingaggiando ospiti di tutto rispetto.

Tra i singoli utilizzati per promuovere il disco, infatti, troviamo delle collaborazioni con The Weeknd (la bella title track) e con A$AP Rocky (le meno riuscite Summer Bummer e Groupie Love). Oltre a questi due artisti abbiamo dei featuring anche con il figlio di John Lennon, Sean, Playboi Carti e Stevie Nicks. È da sottolineare come, a parte la title track, queste tracce siano tra le più deboli dell’album: sia le due con A$AP Rocky che Tomorrow Never Came con Sean Lennon Ono (chiaro riferimento alla celeberrima Tomorrow Never Knows dei Beatles) che Beautiful People Beautiful Problems con Stevie Nicks non convincono proprio. Meglio la Lana solista, quindi.

Ne abbiamo la dimostrazione nelle belle Love, Cherry e Get Free, che chiude il disco quasi con accenni di dream pop. Una caratteristica di “Lust For Life”, infatti, è che Lana amplia notevolmente il numero di generi affrontati: dal pop dolente all’R&B, fino al country e appunto al dream pop. Tutto questo fa molto ben sperare per il futuro della carriera della signorina Elizabeth Woolridge Grant, vero nome di Lana: se saprà fondere adeguatamente tutti questi ingredienti, il prossimo lavoro potrebbe davvero ridefinire la musica pop, un po’ quello che Lorde ha fatto quest’anno con l’eccellente “Melodrama”.

Menzione finale per la bella voce di Lana, asset fondamentale della popstar, sfruttata a dovere lungo tutto il CD e specialmente in Heroin e God Bless America – And All The Beautiful Women In It, non a caso fra le migliori canzoni di “Lust For Life”. È una voce che sa trasmettere sofferenza e sogno, che si sposa benissimo con il pop raffinato e melanconico di Lana. La collaborazione con Abel Tesfaye aka The Weeknd è un’altra prova di tutto ciò.

In conclusione, “Lust For Life” è il più bel CD nella carriera di Lana Del Rey: un’artista costantemente cresciuta, sia artisticamente che come seguito popolare. Peccato che “Lust For Life” sia composto da 16 canzoni per 72 minuti di durata: con due-tre canzoni e dieci minuti di riempitivo in meno avremmo avuto un mezzo capolavoro. Così il disco è “solamente” buono, ma il talento di Lana ci fa ben sperare per il prossimo futuro.

32) Courtney Barnett & Kurt Vile, “Lotta Sea Lice”

(ROCK)

L’album collaborativo tra due degli artisti indie rock più amati degli ultimi anni non poteva che essere un successo. Courtney Barnett e Kurt Vile, del resto, sono anche due spiriti apparentemente affini: spesso associati al mondo degli “slacker”, cioè di quelle persone scansafatiche che non lavorano ma si dilettano ad analizzare la realtà con occhio disincantato e ironico, hanno entrambi caratteri riservati e attenti al mondo che li circonda. “Lotta Sea Lice” trova le sue radici, come del resto era prevedibile, negli stili musicali dei due: il rock-country di Kurt e l’indie più sanguigno di Courtney si fondono spesso perfettamente, con risultati complessivi buonissimi.

L’inizio dell’album è incantevole: la lunga Over Everything è un trionfo, fra i migliori pezzi del 2017 e a pieno diritto fra gli highlights delle produzioni di entrambi gli artisti. Le 9 canzoni fanno pensare ad un album pigro, in realtà ogni pezzo è perfettamente incastrato nel quadro generale e, pur non replicando la bellezza di Over Everything, non guasta il CD nel complesso. Abbiamo infatti la più tranquilla Let It Go e la “barnettiana” Fear Is Like A Forest; poi viene Outta The Woodwork, che potrebbe stare benissimo in un disco di Kurt Vile. Molto carina anche Continental Breakfast.

In generale, colpisce l’intesa fra i due: le voci si sovrappongono continuamente, creando una sinergia notevole fra i due cantanti e la melodia sottostante. Le uniche parziali delusioni vengono da Outta The Woodwork, troppo lenta, e On Script, ma non pregiudicano un voto più che positivo al disco.

In conclusione, questo “Lotta Sea Lice” si inserisce perfettamente nelle discografie di Kurt Vile e Courtney Barnett: chissà che non possa essere replicato in futuro. Le basi di partenza per un altro ottimo LP ci sono tutte.

31) Vince Staples, “Big Fish Theory”

(HIP HOP)

Il secondo, attesissimo album del rapper Vince Staples lo trova ad un bivio fondamentale nella sua fino ad ora fulminante carriera: mentre nel precedente CD, l’acclamato “Summertime ‘06” (2015), Vince presentava un rap meditativo e più calmo di molti suoi colleghi, già nell’EP dello scorso anno, “Prima Donna”, avevamo intravisto un cambiamento in atto: ritmi più cupi, temi trattati molto difficili (su tutti il suicidio, basta sentirsi la title track).

“Big Fish Theory” fonde fra loro elettronica e hip hop in un modo davvero unico: Staples, infatti, cerca di adattare i beat spesso ossessivi della dance al suo flow, come sempre fluviale e mai banale. I risultati non sono perfetti, ma senza dubbio buoni: spiccano in particolare le grandi collaborazioni, tra cui Damon Albarn e Kendrick Lamar, e i numerosi produttori di grido coinvolti, come Flume e Justin Vernon.

I temi trattati sono, ancora una volta, ancorati alla morte e al suicidio: in più interviste Vince Staples ha confermato di essere stato sconvolto dalla morte di Amy Winehouse e dal trattamento da lei ricevuto dai media mentre era ancora in vita. Non è un caso che il rapper, nella vita quotidiana, mantenga un profilo molto basso, lontano dai paparazzi e dagli eccessi: anni luce lontano da Kanye West, insomma. L’omaggio ad Amy arriva in Alyssa Interlude, dove viene proposta un’intervista da lei rilasciata nel 2006, perfettamente funzionale al brano e all’intero disco.

Tra le canzoni migliori abbiamo Big Fish, 745 e Yeah Right, la collaborazione con Kendrick: possiamo dire che sono a confronto i due migliori rapper della loro generazione. Tra i difetti del disco abbiamo l’eccessiva brevità (dura appena 36 minuti) e la frammentazione, che non ne rende facile l’ascolto. Tuttavia, i meriti del CD sono molti: in un tweet poi cancellato, Staples aveva proclamato spavaldo che “Big Fish Theory” sarebbe stato un disco futuristico. Beh, non sarà un LP superbo, ma certamente rappresenta un passo da gigante nella discografia di Vince Staples e un’interessante fusione fra elettronica ed hip hop.

30) The xx, “I See You”

(ELETTRONICA – POP)

Il terzo lavoro del trio inglese si è fatto attendere per ben cinque anni: risale infatti al 2012 “Coexist”. Tutti iniziarono ad apprezzare gli xx fin dall’esordio, l’eponimo CD del 2009 che conteneva le hit Intro, Basic Space e Crystalised. Questo “I See You” arriva a due anni dal primo LP solista di Jamie xx, il magnifico “In Colour”, un concentrato della miglior musica elettronica passata e presente. Le influenze club sono evidente in “I See You”, ma gli xx riescono contemporaneamente a mantenere le proprie radici di band indie pop, con strumentazione minimale e le voci di Oliver Sim e Romy Madley-Croft più mature e affascinanti come sempre nei loro scambi. Alcune canzoni stonano con il passato della band (A Violent Noise e Dangerous), ma non dobbiamo pensare che l’intero lavoro sia puramente elettronico. Abbiamo infatti anche Say Something Loving e la conclusiva Test Me, che mantengono intatto il nucleo del suono xx, seppur con più ritmo e movimento. Le voci eteree presenti in Lips sembrano prese da un film di Sorrentino; On Hold invece è il singolo più commerciale, ma non per questo inferiore. Menzione finale per Brave For You, composta da Romy per la madre morente: un pezzo toccante e molto espressivo. Insomma, non un lavoro perfetto e coeso stilisticamente, ma senza dubbio un importante passo in avanti nella discografia degli xx, finalmente usciti dal loro guscio e pronti a spiccare il volo verso lidi sonori fino a poco tempo fa inesplorati. Sì, ci erano proprio mancati.

29) Laura Marling, “Semper Femina”

(FOLK)

La cantautrice inglese Laura Marling è ormai giunta al sesto lavoro di inediti: un traguardo rimarchevole, soprattutto se consideriamo il fatto che ha appena 27 anni. Questo “Semper Femina”, riecheggiando nel titolo il motto dei marines americani “semper fidelis”, denota il tema portante dell’album: essere donna oggi. I risultati sono davvero ottimi, con punte di delicatezza e raffinatezza stilistica notevoli.

Il mood generale del CD è malinconico: il genere folk con venature pop e soft rock, tipico anche di artisti come Sufjan Stevens e Joanna Newsom, aiuta molto a trasmettere questo sentimento. Le melodie sono in generale semplici, quasi spoglie, spesso ridotte alla voce della Marling, la chitarra e un sottofondo morbido di tastiere. Non sarà una grande novità nel mondo della musica, ma chi lo è di questi tempi?

Restano impresse soprattutto canzoni come Soothing e Nothing, Not Nearly, con quest’ultima che ricorda molto la Angel Olsen di “My Woman” (2016). Del resto, nessuna delle 9 tracce dell’LP è fuori posto: colpisce positivamente, infatti, la coesione del CD. “Semper Femina”, in conclusione, si staglia come uno dei migliori lavori folk dell’anno. Laura Marling, se sboccerà completamente, potrà diventare la Joni Mitchell del XXI secolo.

28) Stormzy, “Gang Signs & Prayer”

(HIP HOP – SOUL)

L’esordio tanto atteso del giovane artista inglese Stormzy è uno dei migliori CD dell’anno di musica grime. Cosa si intende con questo termine? Il solco seguito è senza dubbio quello dell’hip hop, ma il grime è ancora più duro e i temi trattati riguardano di solito la vita nei sobborghi delle grandi città britanniche. Insomma, un qualcosa di molto simile al gangsta rap degli anni ’90 del secolo scorso, solo ambientato in UK. Skepta (artista che ha anche collaborato all’ultimo CD di Drake) ne è il massimo esponente, ma Stormzy è il giovane rampante che cerca di far conoscere il grime anche al di fuori della ristretta cerchia dei fans “ortodossi”.

Stormzy tenta di raggiungere questo scopo mescolando al grime anche sonorità più morbide, fino ad avvicinarsi al gospel e al soul. Esperimento ambizioso e, per la verità, in gran parte riuscito. Infatti, dopo la partenza sparata con First Things First e Cold, abbiamo anche brani più intimisti come Blinded By Your Grace, Pt.1 e Velvet/Jenny Francis (Interlude).

I temi trattati sono in gran parte sintetizzabili nel titolo dell’album: “Gang Signs & Prayer” infatti parla prevalentemente dei temi tipici del grime, con le basi oscure e ossessive che caratterizzano il genere. Potrà non piacere, ma all’interno dell’hip hop è senza dubbio un’innovazione che sta rivitalizzando il mondo della musica black.

Con 16 canzoni e una durata vicina ai 60 minuti, non tutto può essere perfetto; tuttavia, aspettiamo con impazienza una nuova prova da parte del giovane Stormzy, per capire meglio se in lui prevarrà la parte rap o quella più melodica del gospel/soul. Per ora, questo “Gang Signs & Prayer” è un ottimo esordio per uno dei maggiori talenti nati nella musica nera degli ultimi anni.

27) Drake, “More Life”

(HIP HOP)

Il nuovo LP della superstar canadese del rap Drake era attesissimo, sia dal pubblico che dalla critica. Il precedente CD, “Views” del 2016, aveva il record di essere il primo album a totalizzare un miliardo di streaming su Apple Music e aveva passato ben 13 settimane in testa alla Billboard 200. Insomma, un successo clamoroso, sottolineato dai famosissimi singoli One Dance e Hotline Bling. Tuttavia, i critici (noi di A-Rock compresi) erano stati molto scettici nell’accoglienza di “Views”, troppo lungo e sovraccarico di influenze per piacere.

La domanda che tutti si ponevano era: Drake tornerà alla bellezza di “Take Care” (2011) o dovremo sorbirci un altro mattone? Ebbene, malgrado l’eccessivo numero di brani (22!) e una lunghezza che supera gli 80 minuti (!), “More Life” è decisamente migliore del predecessore. Drake è riuscito a creare una sintesi efficace fra rap e pop, creando un prodotto magari sovraccarico, soprattutto verso la fine, ma molto affascinante e intrigante.

L’inizio, in particolare, è molto solido: molto riuscite Free Smoke e No Long Talk, pezzi rap quasi feroci per lo stile cui ci aveva abituato l’artista canadese. Invece Passionfruit è più gioiosa e pop, ma non per questo meno efficace. Altro brano “commerciale” è Madiba Riddim, che va a comporre una parentesi più leggera assieme a Get It Together. I veri capolavori, però, sono 4422 (con Sampha) e Gyalchester, pezzo trap molto tosto.

Anche la parte centrale di “More Life” contiene brani interessanti, a differenza di “Views”. Abbiamo infatti Can’t Have Everything e Glow, con quest’ultima che contiene un featuring con Kanye West.

Parlando di ospiti, la lista è davvero sterminata: oltre a Kanye e Sampha, abbiamo Young Thug, PartyNextDoor (presente nella non memorabile Since Way Back), 2 Chainz, Skepta e Travis Scott. Insomma, il gotha del mondo hip hop internazionale.

Unica pecca, dicevamo, è l’alto numero di canzoni: senza brani deboli come il già citato Since Way Back, Fake Love e Ice Melts parleremmo di un lavoro eccellente. Così, invece, è solo un buonissimo CD da parte di un rapper molto talentuoso, ma voglioso di strafare e collezionare record di streaming e incassi. Così facendo, purtroppo, la qualità complessiva ne risente; nondimeno, questo “More Life” è ai livelli di “Take Care”, cosa per niente scontata date le premesse.

Nel bene o nel male, parleremo di questo CD fino a fine anno: possiamo dire, però, che senza ombra di dubbio anche i critici saranno soddisfatti stavolta.

26) Gas, “Narkopop”

(ELETTRONICA)

Dopo ben 17 anni di assenza dalla scena musicale, il musicista tedesco Wolfgang Voigt è tornato a produrre musica con il nome d’arte Gas. La sua cifra stilistica è sempre stata una musica ambient molto evocativa e intensa, simile al miglior Brian Eno e ad Aphex Twin. Da lui hanno preso spunto vari altri artisti, tra cui il danese The Field.

Certo, molto è cambiato rispetto al 2000: ora la musica elettronica è diventata mainstream, soppiantando il rock e migrando verso lidi sempre più commerciali. Tuttavia, Gas mantiene intatte le sue caratteristiche peculiari: 10 canzoni senza titolo (o meglio, intitolate semplicemente Narkopop 1, Narkopop 2 e così via) per 78 minuti di durata. Un album dunque impegnativo, ma di ottima fattura e, per questo, godibile: i paesaggi evocati da Voigt sono come sempre onirici, tanto da ricordare le atmosfere di David Lynch e del compositore Angelo Badalamenti. Nessuna aggiunta al sound specifico di Gas, insomma, ma certamente “Narkopop” rappresenta un ottimo ritorno alla musica per Voigt, un po’ quello che “Syro” nel 2014 era stato per Aphex Twin.

Degne di nota sono in particolare la seconda suite, intitolata appunto Narkopop 2, da cui sembra iniziare realmente l’album, dopo una prima melodia un po’ fiacca; in Narkopop 4 Voigt evoca quasi una marcia militare; poi nelle successive Narkopop 5 e Narkopop 6 l’ambiente si fa più dolce, generando due melodie magnifiche. Invece, in Narkopop 8 l’atmosfera è più lugubre e ossessiva. Chiude il CD Narkopop 10, un’odissea di 17 minuti di non facile lettura, ma senza dubbio curata fin nei minimi dettagli.

In conclusione, Wolfgang Voigt dimostra ancora una volta tutto il suo talento: il quinto LP a firma Gas si aggiunge ad un catalogo già di eccellente qualità, fondamentale per tutti gli amanti della musica elettronica.

La prima parte dei 50 migliori album del 2017 di A-Rock contiene dunque alcuni pezzi grossi: chi avrà conquistato la palma di miglior CD dell’anno? Appuntamento fra pochi giorni con la seconda parte della lista. Stay tuned!

Cosa ci eravamo persi?

Anche quest’anno, come il 2016, si è rivelato ricco di importanti uscite: il ritorno dei Gorillaz e dei Fleet Foxes e i nuovi lavori di star come Lorde, Drake e Kendrick Lamar hanno preso molta attenzione nel pubblico e nei media. Noi di A-Rock abbiamo fatto il possibile, ma inevitabilmente qualche CD lo abbiamo lasciato per strada nelle nostre analisi. Ecco quindi un breve riassunto delle uscite più rilevanti degli ultimi mesi che sono comunque degne di un ascolto.

Thundercat, “Drunk”

thundercat

La parabola di Stephen Bruner (meglio conosciuto come Thundercat) è davvero curiosa. Venuto alla ribalta come bassista di grande talento, con collaborazioni del calibro di Kanye West e Flying Lotus, da qualche anno a questa parte ha iniziato a scrivere musica di persona, producendo CD molto interessanti, un mix di funk, jazz e rock. La sua vita ha subito una virata decisiva con la morte dell’amico e collaboratore Austin Peralta nel 2012: da quel momento, il tema della morte e una malinconia a volte opprimente permeano i suoi lavori.

Ne è emblema anche questo “Drunk”, quarto album a nome Thundercat di Bruner. La partenza è quasi serena: un insieme di pezzi velocissimi e nervosi, infusi di funk (Captain Stupido), jazz (Uh Uh) e momenti à la Prince, come in A Fan’s Mail (Tron Suite II). Il mood dell’album si fa però progressivamente più triste, fino a diventare disperato nella parte conclusiva (emblematica DUI).

Menzione finale per le collaborazioni: se Thundercat ha convinto artisti del calibro di Pharrell Williams, Kendrick Lamar e Wiz Khalifa a far parte di “Drunk” un motivo ci sarà. In particolare, la traccia con K-Dot, Walk On By, è molto riuscita; bella anche Show You The Way.

In conclusione, un LP con 23 canzoni, per una durata totale di oltre un’ora, non può essere perfetto; “Drunk”, però, in certi tratti ci va davvero vicino. Tra i migliori CD di musica nera degli ultimi anni.

Voto finale: 8,5.

Vince Staples, “Big Fish Theory”

big fish theory

Il secondo, attesissimo album del rapper Vince Staples lo trova ad un bivio fondamentale nella sua fino ad ora fulminante carriera: mentre nel precedente CD, l’acclamato “Summertime ‘06” (2015) Vince presentava un rap meditativo e più calmo di molti suoi colleghi, già nell’EP dello scorso anno, “Prima Donna”, avevamo intravisto un cambiamento in atto: ritmi più cupi, temi trattati molto difficili (su tutti il suicidio, basta sentirsi la title track).

“Big Fish Theory” fonde fra loro elettronica e hip hop in un modo davvero unico: Staples, infatti, cerca di adattare i beat spesso ossessivi della dance al suo flow, come sempre fluviale e mai banale. I risultati non sono perfetti, ma senza dubbio buoni: spiccano in particolare le grandi collaborazioni, tra cui Damon Albarn e Kendrick Lamar, e i numerosi produttori di grido coinvolti, come Flume e Justin Vernon.

I temi trattati sono, ancora una volta, ancorati alla morte e al suicidio: in più interviste Vince Staples ha confermato di essere stato sconvolto dalla morte di Amy Winehouse e dal trattamento da lei ricevuto dai media mentre era ancora in vita. Non è un caso che il rapper, nella vita quotidiana, mantenga un profilo molto basso, lontano dai paparazzi e dagli eccessi: nessun Kanye West, insomma. L’omaggio ad Amy arriva in Alyssa Interlude, dove viene proposta un’intervista da lei rilasciata nel 2006, perfettamente funzionale al brano e all’intero disco.

Tra le canzoni migliori abbiamo Big Fish, 745 e Yeah Right, la collaborazione con Kendrick: possiamo dire che sono a confronto i due migliori rapper della loro generazione. Tra i difetti del disco abbiamo l’eccessiva brevità (dura appena 36 minuti) e l’eccessiva frammentazione, che non ne rende facile l’ascolto. Tuttavia, i meriti del CD sono molti: in un tweet poi cancellato, Staples aveva proclamato spavaldo che “Big Fish Theory” sarebbe stato un disco futuristico. Beh, non sarà un LP superbo, ma certamente rappresenta un passo da gigante nella discografia di Vince Staples e un’interessante fusione fra elettronica ed hip hop.

Voto finale: 8.

Paramore, “After Laughter”

paramore

Il quarto album dei Paramore è una rinfrescata necessaria al loro sound. La band capitanata da Hayley Williams, infatti, non si limita a percorrere i sentieri pop-rock delle origini, ma cerca di rifarsi al pop anni ’80 tipico di Police e Talking Heads.

“After Laughter” è il quinto album a firma Paramore, il primo dopo l’eponimo “Paramore” del 2013: se precedentemente il gruppo era famoso come alfiere della musica emo, i membri hanno sempre cercato di innovare, aprendo al funk e al pop-rock, sempre però nei sentieri ben precisi della musica emo. Tuttavia, rispetto ai contemporanei (per esempio, Tokyo Hotel e Brand New), i Paramore hanno mantenuto un livello di scrittura e profondità testuale ben maggiore: non solo ansie giovanili, ma anche temi delicati come il suicidio e la solitudine.

“After Laughter” era quindi atteso con trepidazione: Williams & co. avrebbero mantenuto il buon livello dei precedenti lavori? La risposta è un sì convinto: malgrado i numerosi avvicendamenti nella formazione, tra cui l’abbandono del bassista Jeremy Davis e il ritorno del primo batterista Zac Farro, dopo sei anni di pausa, la formula dei Paramore si è arricchita, come già ricordato, di chiari riferimenti al pop anni ’80 e alle band simbolo di quel periodo.

Un’operazione molto simile era stata effettuata dai The 1975 l’anno scorso, con ambizione e rischio ancora più grandi; i Paramore riescono a non cadere nel tranello della troppa voglia di fare e creano un prodotto compatto e godibile, una conferma del loro talento e versatilità.

Tra i brani migliori abbiamo Rose-Colored Boy e Told You So, che rendono la parte iniziale del CD davvero interessante; da ricordare anche Fake Happy, Pool e Grudges, che rievocano da vicino i Police e i Talking Heads al loro apice. Meno riuscite invece le ballate, come Forgiveness e la conclusiva Tell Me How.

In generale, va apprezzata la voglia di sperimentare nuove sonorità di un gruppo che avrebbe potuto tranquillamente continuare a far piangere adolescenti fragili suonando stanche e monotone canzoni emo, ma che invece non perde la voglia di sorprendere il proprio pubblico.

Voto finale: 8.

(Sandy) Alex G, “Rocket”

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Classe 1993, già 8 album alle spalle: se non parliamo di un prodigio, poco ci manca. Alexander Giannascoli, cantante di chiara origine italiana e con nome d’arte Alex G, da poco cambiato in (Sandy) Alex G, ricorda a tutti che la prolificità non è sempre sinonimo di lavori abborracciati: ne sia esempio anche l’instancabile Ty Segall. “Rocket”, tuttavia, è il primo album di Alex con l’etichetta Domino, fra le più importanti in ambito indie rock; e infatti il CD ha avuto maggior risonanza dei precedenti suoi LP.

“Rocket” colpisce soprattutto per la capacità di evocare tempi lontani senza sembrare un plagio di autori più quotati: prendendo spunto da autori come il compianto Elliott Smith e Wilco, con una spruzzata di Pavement, Alex G propone una summa dell’indie anni ’90-’00, colpendo per varietà stilistica e apparente semplicità di scrittura. Niente di clamorosamente innovativo, dunque, ma certo un lavoro molto interessante, da ascoltare per tutti gli amanti di quegli anni a cavallo di due secoli.

Parlando strettamente di musica, abbiamo ottime canzoni, soprattutto nella prima parte: il poker iniziale di canzoni, formato da Poison Root, Proud, County e Bobby, è per esempio molto riuscito, un po’ lo-fi, un po’ country e il restante terzo indie; colpisce poi la violenza quasi hard rock di Brick, mentre la strumentale Horse delude leggermente.

Nella seconda parte abbiamo invece come highlight la dolce Alina, ma anche Powerful Man non è trascurabile. In generale, a parte qualche passo falso, “Rocket” si mantiene su alti livelli, facendo sperare che il mondo dell’indie rock abbia trovato un nuovo, grande interprete in Alexander Giannascoli. L’età e il talento sono dalla sua parte: lo aspettiamo fiduciosi alla prossima prova.

Voto finale: 8.

Spoon, “Hot Thoughts”

spoon

Il nono album dei veterani dell’indie rock statunitense mantiene l’alto livello dei precedenti lavori di Britt Daniel & co., cercando contemporaneamente di instillare nuove sonorità nel tipico genere della band. Infatti, accanto al tradizionale indie rock, che ha fatto le fortune del gruppo anche grazie a stupendi lavori come “Kill The Moonlight” (2002), abbiamo dei passaggi di funk ed elettronica che rendono questo “Hot Thoughts” molto intrigante.

Non sono molte le band che riescono ad operare significativi cambiamenti nel loro sound 24 anni dopo la loro fondazione (gli Spoon sono infatti nati nel 1993) e dopo otto album di successo: la caratteristica peculiare della band texana è che hanno sempre sperimentato nuovi colori e ritmi nel loro sound, basandosi però su una stretta aderenza al mondo del rock. In generale, dunque, non c’è che da essere soddisfatti per un LP così variegato e riuscito: ecco, diciamo che se gli Strokes tornassero ai livelli dei loro primi lavori cercando di mantenere il percorso più sperimentale intrapreso dopo “Angles”, il loro CD suonerebbe così.

Tra i brani degni di nota abbiamo la title track, WhisperI’lllistentohearit e la super funk First Caress. Molto strana la quasi solo strumentale Pink Up, molto lunga ed elettronica, decisamente un pezzo poco spooniano; più tradizionale invece Can I Sit Next To You. La seconda parte perde leggermente vigore, ma i risultati sono comunque buoni.

In conclusione, “Hot Thoughts” si aggiunge meritatamente ad una discografia già eccellente: gli Spoon restano ancora un gruppo fondamentale per gli amanti dell’indie.

Voto finale: 8.

Stormzy, “Gang Signs & Prayer”

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L’esordio tanto atteso del giovane artista inglese Stormzy è uno dei migliori CD dell’anno di musica grime. Cosa si intende con questo termine? Il solco seguito è senza dubbio quello dell’hip hop, ma il grime è ancora più duro e i temi trattati riguardano di solito la vita nei sobborghi delle grandi città britanniche. Insomma, un qualcosa di molto simile al gangsta rap degli anni ’90 del secolo scorso, solo ambientato in UK. Skepta (artista che ha anche collaborato all’ultimo CD di Drake) ne è il massimo esponente, ma Stormzy è il giovane rampante che cerca di far conoscere il grime anche al di fuori della ristretta cerchia dei fans “ortodossi”.

Stormzy tenta di raggiungere questo scopo mescolando al grime anche sonorità più morbide, fino ad avvicinarsi al gospel e al soul. Esperimento ambizioso e, per la verità, in gran parte riuscito. Infatti, dopo la partenza sparata con First Things First e Cold, abbiamo anche brani più intimisti come Blinded By Your Grace, Pt.1 e Velvet/Jenny Francis (Interlude).

I temi trattati sono in gran parte sintetizzabili nel titolo dell’album: “Gang Signs & Prayer” infatti parla prevalentemente dei temi tipici del grime, con le basi oscure e ossessive che caratterizzano il genere. Potrà non piacere, ma all’interno dell’hip hop è senza dubbio un’innovazione che sta rivitalizzando il mondo della musica black.

Con 16 canzoni e una durata vicina ai 60 minuti, non tutto può essere perfetto; tuttavia, aspettiamo con impazienza una nuova prova da parte del giovane Stormzy, per capire meglio se in lui prevarrà la parte rap o quella più melodica del gospel/soul. Per ora, questo “Gang Signs & Prayer” è un ottimo esordio per uno dei maggiori talenti nati nella musica nera degli ultimi anni.

Voto finale: 8.

SZA, “CTRL”

sza

L’esordio della giovane Solána Imani Rowe, in arte SZA, arriva dopo due brevi EP, “S” e “Z”. Ci saremmo aspettati una “A” per chiudere la trilogia, invece la cantante americana ha optato per “CTRL”. Il titolo, in effetti, è evocativo di un tema che pervade molti brani nel CD: il controllo della propria sessualità e della propria femminilità. “CTRL”, infatti, tratta in pressoché ogni pezzo la questione della libertà sessuale della giovane SZA, ma non solo: il messaggio può essere universalmente inteso ed è molto attuale. Basti pensare, ad esempio, al proliferare delle app per incontri e alla superficialità che i rapporti amorosi, soprattutto fra gli adolescenti, denotano da alcuni anni a questa parte.

Musicalmente parlando, l’album è un ottimo esempio di R&B moderno, con inserti di hip hop (basti guardare agli ospiti, da Kendrick Lamar a Travis Scott). SZA sfodera le canzoni migliori all’inizio e alla fine: molto bella la doppietta iniziale rappresentata da Supermodel e Love Galore, così come la conclusiva 20 Something. La caratteristica più apprezzabile è che il disco sembra avere un andamento circolare: come partiamo, vale a dire con un brano semplice e con strumentazione minimale, così arriviamo. Delude, purtroppo, la collaborazione con Kendrick, la scialba Doves In The Wind: il suo verso è fuori contesto, a dimostrazione che lui è “solamente” il miglior rapper in circolazione, l’R&B non fa per lui.

Altri brani riusciti, per contro, sono la vivace Prom e Pretty Little Birds; delude invece la parte centrale del disco, un po’ monotona. In generale, insomma, sono rintracciabili sia le influenze che i principali difetti del CD: se Solange, The Weeknd e Frank Ocean sono i riferimenti artistici di SZA, non tutti sono in grado di costruire capolavori come “Channel Orange” oppure “A Seat At The Table”. Aspettiamo SZA alla seconda prova: la stoffa sembra esserci.

Voto finale: 7,5.

Feist, “Pleasure”

feist pleasure

Il quinto album della canadese Leslie Feist, precedentemente nei Broken Social Scene, è un concentrato delle sue migliori qualità: coesione sonora, bel tono di voce e dettagli sempre sorprendenti ad impreziosire le canzoni (il breve intermezzo heavy metal alla fine di A Man Is Not His Song è davvero divertente).

In generale, l’indie rock di “Pleasure” è più pensoso del solito: se pensiamo ai principali interpreti del genere, ad esempio Strokes e Franz Ferdinand, si delinea un genere veloce e ballabile. In realtà, questo CD è molto più complesso e denso di quanto si possa pensare: le canzoni superano spesso i 5 minuti di durata e il rock si intreccia al chamber pop. Insomma, Feist risulta in “Pleasure” un mix fra PJ Harvey e Angel Olsen: due fra le massime interpreti femminili del rock contemporaneo.

Il CD si apre con la rockettara title track, fra i pezzi migliori del disco. Accanto ad essa tuttavia, come già accennato, troviamo pezzi molto più “tranquilli” come Lost Dreams e Young Up, altri due highlights. Non male anche Get Not High, Get Not Low e Any Party. Tra i punti deboli, contiamo la fin troppo lunga e monotona Baby Be Simple; la collaborazione con Jarvis Cocker, frontman dei Pulp, rende Century passabile, altrimenti non sarebbe nulla di speciale.

Il giudizio complessivo resta comunque positivo: non parliamo del lavoro della vita per Feist, ma certamente un altro solido lavoro che va ad aggiungersi ad un’ottima discografia. Nessuna replica del bellissimo “The Reminder” (2007), insomma, ma “Pleasure” non deluderà i fan dell’artista canadese.

Voto finale: 7,5.

Julie Byrne, “Not Even Happiness”

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Il secondo CD della cantante folk statunitense Julie Byrne ha attirato l’attenzione della critica fin dall’uscita, il 27 gennaio 2017. Un insieme di 9 canzoni (meglio, 8 più un breve intermezzo strumentale) che colpiscono per la capacità delle melodie, spesso molto semplici peraltro, di evocare davvero un mondo di sentimenti.

In particolare, la giovane Byrne riesce, anche grazie alla sua voce profonda, a ricordare i grandi maestri del genere, su tutti Bob Dylan e Sufjan Stevens. Le canzoni di per sé non sono clamorosamente innovative o radicali, ma creano un CD coeso e malinconico sui sentimenti provati dalla cantautrice (il titolo “Not Even Happiness” dice tutto a riguardo).

Le canzoni migliori sono Sleepwalker e Natural Blue, ma anche Follow My Voice è molto affascinante. Il ridotto numero di canzoni impedisce di valutare appieno la bravura della Byrne, ma la stoffa sembra esserci. La attendiamo alla fatidica prova del terzo album.

Voto finale: 7,5.

Ryan Adams, “Prisoner”

prisoner

Il sedicesimo album solista di Ryan Adams (EP compresi), star americana del country e del rock, è anche il suo più personale. Infatti, il tema principale trattato nel CD è il dolore provato dopo il divorzio dalla cantante Mandy Moore. Un “breakup album”, dunque, che tuttavia non ricorda neanche lontanamente i Dirty Projectors dell’omonimo album “Dirty Projectors” uscito a marzo: Adams si mantiene nei consueti sentieri del rock/country, alternativo ma orecchiabile, genere che ne ha fatto la fortuna.

Non siamo sugli eccellenti livelli di “Heartbreaker” (2000), vero capolavoro di Adams, ma almeno al buonissimo “Gold” (2001) questo “Prisoner” ci si avvicina. Degne di nota sono Do You Still Love Me, che già nel titolo dice tutto; la calda Haunted House; e la riuscita Anything I Say To You Now. Ma il vero capolavoro è Shiver And Shake, che ci fa capire come Adams abbia ancora molto da dare alla musica. Per contro, Breakdown e Outbound Train sono puro filler; ma con Adams ormai sappiamo che è una tassa da pagare in ogni suo lavoro.

In conclusione, esprimiamo qua un pensiero che molti condivideranno: probabilmente, se fosse stato meno prolifico e maggiormente concentrato sulla qualità delle singole uscite (evitabile, ad esempio, il remix traccia per traccia di “1989” di Taylor Swift), la carriera di Ryan Adams sarebbe stata anche più brillante. Peccato, ma godiamoci perle come questo “Prisoner”: chissà quante ne avremo ancora da un artista al sedicesimo (!) LP/EP di inediti in 17 anni di carriera.

Voto finale: 7.