Recap: aprile 2021

Aprile è terminato. Un mese davvero intenso dal punto di vista musicale, contraddistinto da nuove uscite molto interessanti. A-Rock ha recensito il remix di “Fearless” di Taylor Swift, il nuovo album degli SPIRIT OF THE BEEHIVE, il ritorno dei BROCKHAMPTON e il breve EP dei Sorry. Inoltre, abbiamo analizzato i nuovi LP dei Godspeed You! Black Emperor e dei The Armed. Buona lettura!

Godspeed You! Black Emperor, “G_d’s Pee AT STATE’S END!”

godspeed

Il nuovo CD del leggendario gruppo post-rock canadese è un highlight in una carriera già costellata di perle, sia molto in là nel tempo (“Lift Your Skinny Fists Like Antennas To Heaven” del 2000) che più recenti (“Allelujah! Don’t Bend! Ascend!” del 2012). Il disco è infatti fra i più euforizzanti in un periodo di sospensione come quello che stiamo vivendo, in cui alla paura del virus si contrappone la speranza per le campagne vaccinali in corso. Che la luce sia finalmente in fondo al tunnel? I Godspeed You! Black Emperor, a tratti, ne paiono convinti.

In effetti, l’inizio del lavoro ci fa tornare alle lugubri atmosfere di “Allelujah! Don’t Bend! Ascend!”: A Military Alphabet, la prima delle quattro suite in cui è diviso “G_d’s Pee AT STATE’S END!”, è il pezzo più ossessivo e pessimista del lavoro. Al contrario, il tono della seguente Fire At Static Valley è più positivo e fa del post-rock quasi gradevole e accessibile, non una tipica caratteristica dei Godspeed You! Black Emperor.

Le due lunghe tracce che chiudono il lavoro, “GOVERNMENT CAME”OUR SIDE HAS TO WIN (for D.H.), mantengono questa dualità; tuttavia, a differenza dei lavori della prima fase della carriera del complesso di Montreal, il tono complessivo è di cauto ottimismo. È per questo che “G_d’s Pee AT STATE’S END!” è un ottimo LP per la vita durante la fase conclusiva (almeno speriamo) dell’emergenza Covid-19: se è vero che non siamo di fronte ad un disco puramente pop, d’altro canto la forza di queste quattro composizioni è innegabile e rende il 2021 davvero interessante per gli amanti del rock alternativo e sperimentale, già deliziati dall’esordio dei Black Country, New Road e pronti ad assaporare il secondo lavoro dei black midi, in uscita a maggio.

Un’ultima curiosità: il quattro pervade tutto il CD. Siamo infatti di fronte al quarto album della fase post reunion della band, le canzoni (pur elaborate) sono teoricamente quattro e probabilmente, come qualità, questo è il quarto più bel disco nell’intera produzione dei canadesi. Quest’ultimo dato è sufficiente per capire il talento di questi pilastri dello scenario rock.

Voto finale: 8,5.

Taylor Swift, “Fearless (Taylor’s Version)”

fearless

Il nuovo lavoro della popstar americana è in realtà una sorta di remix: la prima versione di “Fearless” è infatti datata 2008, ma occorre un po’ di contesto per capire il motivo di questa nuova registrazione di un album di 13 anni fa.

È da un po’ di tempo che riconosciamo a Taylor Swift un impegno in prima persona per l’indipendenza degli artisti, specialmente donne, da manager spietati e case discografiche avide. Beh, “Fearless (Taylor’s Version)” è la prova che lei ha sempre fatto sul serio.

Nel 2019 infatti Scooter Braun, un talent scout che rappresenta fra gli altri artisti del calibro di Ariana Grande e Justin Bieber, comprò la casa discografica indipendente per cui Swift aveva firmato fino ad allora i propri CD, la Big Machine Records. Questa fu la prima volta in cui la cantautrice perse il controllo dei propri lavori, dato che le incisioni passarono a Braun. Lei tentò di mediare, ma senza risultato. L’anno seguente il fondo di private equity Shamrock Holdings a sua volta subentrò a Scooter Braun, anche in questo caso senza avvertimenti preventivi a Swift, che quindi ha deciso di riguadagnare il totale controllo sulle proprie registrazioni passate rifacendo ogni suo album del passato alla sua maniera.

Questa lunga spiegazione era necessaria per capire lo scopo di una mossa commercialmente strana, considerando il successo che già la prima versione di “Fearless” aveva avuto: era stato l’album che aveva fatto conoscere Taylor Swift al mondo e le aveva permesso di vincere il primo Grammy della sua carriera per il Miglior Album dell’Anno. Beh, possiamo dire che la “versione di Taylor” migliora sotto molti aspetti un CD già carino, ma che originariamente era un po’ ingenuo come sonorità e produzione.

Se nel 2008 Taylor era ancora una ragazza molto giovane, appassionata di country e pop, nel 2021 abbiamo di fronte una donna affermata e molto determinata, come abbiamo visto. Anche vocalmente Swift ha ora una voce più ricca e piena che nel passato; insomma, era inevitabile trovarsi di fronte ad un lavoro diverso. Aggiungiamo a questo un roster di collaboratori di prima classe: Jack Antonoff e Aaron Dessner sono pezzi grossi del pop e dell’indie rock, già protagonisti occulti l’anno passato nel doppio grande successo “folklore”-“evermore”.

Fearless, la title track, è ora un ottimo pezzo pop-rock, tra i migliori nella produzione dell’artista statunitense; You Belong With Me, allo stesso modo, è un netto miglioramento rispetto alla prima versione. Laddove invece si torna al country delle origini, il disco zoppica un po’, è il caso di Love Story; ingenua invece Hey Stephen. Da notare infine che Swift allunga la durata del lavoro estraendo dal proprio “archivio” alcuni pezzi di quell’epoca, riarrangiati per l’occasione, che portano il tutto a durare ben 106 minuti! Tra questi menzioniamo la dolce You All Over Me e la raccolta We Were Happy, brani davvero notevoli.

Anche nei testi, se letti con la testa al 2008, emerge una nostalgia forte per i tempi andati: riferimenti al liceo (“She wears high heels, I wear sneakers. She’s cheer captain and I’m on the bleachers” in You Belong With Me), amori spezzati (“Hello, Mr. casually cruel” canta Taylor in All Too Well), desideri di normalità presto sotterrati dall’ambizione di diventare una popstar, come in Fifteen: “Back then I swore I was gonna marry him someday, but I realised some bigger dreams of mine”.

In conclusione, “Fearless (Taylor’s Version)” è un attestato di forza, coraggio e carattere da parte di una delle più brillanti star del firmamento musicale dei nostri tempi. Taylor Swift ci aveva già fatto capire in passato di avere stoffa, ma in questi ultimi due anni sta ribaltando con successo non solo la propria estetica, ma forse l’intera concezione di “possedere la mia musica”.

Voto finale: 8.

SPIRIT OF THE BEEHIVE, “ENTERTAINMENT, DEATH”

entertainment death

Il trio originario di Philadelphia ha dato origine, con “ENTERTAINMENT, DEATH”, a uno degli album più imprevedibili degli ultimi anni. Indie rock, psichedelia, noise, pop: tutto si mescola nel corso del CD. Canzoni brevi, sui tre minuti, ma anche una suite di quasi sette minuti: di tutto e di più anche in termini di durata delle melodie. Zack Schwartz, Rivka Ravede e Corey Wichlin, al loro quarto lavoro, confermano il bene che si diceva di loro anche riguardo i precedenti lavori.

Se c’è una differenza, è nella produzione: il lavoro è più curato rispetto al passato, sintomo di una maggiore autorevolezza anche in sede di etichetta discografica. I risultati, malgrado a volte fin troppo confusionari, sono a tratti irresistibili: la struttura tipica delle canzoni popolari è stravolta, spesso all’interno della stessa (si senta a riguardo THERE’S NOTHING YOU CAN’T DO). ENTERTAINMENT inizia come un pastiche noise sperimentale, poi sboccia in un pezzo che richiama gli anni ’60. GIVE UP YOUR LIFE sembra quasi un brano del Ty Segall più psichedelico, DEATH invece rievoca i primi Pink Floyd. C’è un brano che si intitola I SUCK THE DEVIL’S COCK… Nessun commento aggiuntivo sul significato.

In generale, possiamo dire che l’umorismo non fa difetto alla band americana. Anche molte liriche testimoniano questo atteggiamento, a metà fra lo scanzonato e il nichilista: “Dust picks up and swallows us whole” canta convintamente Schwartz in ENTERTAINMENT. Invece in I SUCK THE DEVIL’S COCK lo sentiamo proclamare “Another middle-class dumb American, falling asleep. He don’t appreciate constructive criticism”, compreso l’errore grammaticale. Infine, in RAPID & COMPLETE RECOVERY, abbiamo il verso più sognante ed evocativo del lotto: “Spanning lifetimes compressed in a vacuum, no limitations, you know what comes after”.

In concreto, però, malgrado questi momenti leggeri, il CD suona claustrofobico e ansiogeno; sentimenti che purtroppo tutti abbiamo provato nel corso dell’ultimo anno, colpiti come siamo dalla pandemia e dalle sue conseguenze. Non per questo però dobbiamo ignorare gli SPIRIT OF THE BEEHIVE; anzi, la band di Philadelphia, con “ENTERTAINMENT, DEATH” potrebbe avere scritto uno dei più originali album pandemici. Non un traguardo da poco, in un panorama musicale sempre più omologato.

Voto finale: 8.

BROCKHAMPTON, “ROADRUNNER: NEW LIGHT, NEW MACHINE”

roadrunner

La boyband più famosa dell’hip hop è tornata. Giunti al sesto album in quattro anni, i BROCKHAMPTON hanno ormai uno stile riconoscibile e allo stesso tempo sempre variegato: pop, rap, R&B, addirittura il rock progressivo trovano spazio in “ROADRUNNER: NEW LIGHT, NEW MACHINE”. Il risultato? Non perfetto, ma certamente un progresso rispetto a “GINGER” (2019).

Se in passato i lavori del collettivo americano potevano essere tacciati di contenere pezzi troppo lunghi, per dare modo a tutti i componenti di dire la loro, in “ROADRUNNER: NEW LIGHT, NEW MACHINE” i ragazzi suonano più leggeri. Brani riusciti come l’epica WHAT’S THE OCCASION, che pare un remix dei Pink Floyd, riescono a integrarsi bene con BUZZCUT, ottima intro con Danny Brown protagonista, e la perla pop OLD NEWS, che ricorda il Tyler, The Creator di “IGOR”. In generale, a parte la monotona DON’T SHOOT UP THE PARTY, Kevin Abstract e compagni hanno prodotto il loro miglior lavoro dai tempi della trilogia delle “SATURATION” (2017).

Anche testualmente il CD suona profondo e sentito, ma non sovraccarico di introspezione come in passato. Joba parla del tragico suicidio del padre in THE LIGHT con versi frammentari ma drammaticamente veri: “At a loss, aimless… Hope it was painless, I know you cared… Heard my mother squealing. I miss you”. In BUZZCUT invece Abstract canta di periodi difficili nella sua vita: “Thank God you let me crash on your couch”, lo stesso accade in THE LIGHT: “I was broke and desperate, leaning on my best friends”.

In conclusione, se questo è davvero l’ultimo LP a firma BROCKHAMPTON, come alcuni di loro hanno fatto intendere, il gruppo se ne andrà con un ottimo lavoro. “ROADRUNNER: NEW LIGHT, NEW MACHINE” è infatti relativamente compatto (46 minuti in 13 canzoni) e ben strutturato, vario (forse fin troppo) e curato.

Voto finale: 7,5.

The Armed, “ULTRAPOP”

ultrapop

Siamo forse di fronte al nuovo, attesissimo disco di Frank Ocean? No, purtroppo, anche se la copertina di “ULTRAPOP” potrebbe ingannare. The Armed è anzi sinonimo di rock pesante, abrasivo: “ULTRAPOP” conferma questa nomea, introducendo però sorprendenti elementi pop che rendono la ricetta del gruppo americano davvero unica nel suo genere.

L’iniziale title track in effetti è un brano quasi dream pop: certo, la base industrial à la Nine Inch Nails resta onnipresente, ma le tastiere sognanti e la voce quasi amichevole di Adam Vallely è rasserenante. Fin da ALL FUTURES, tuttavia, la musica cambia radicalmente: urla belluine, batteria tonante, muro invalicabile di chitarre… Insomma, non un brano per palati fini. Diciamo che la lineup, formata da ben otto membri, aiuta a mantenere sempre altissimo il volume, tranne ovviamente in quei momenti “pop” che rendono l’estetica dei The Armed davvero particolare, si ascolti AN ITERATION che pare una canzone dei Muse ai tempi di “Absolution” (2003).

Questi brani più tranquilli in realtà servono solo da introduzione o pausa per passare a momenti ancora più feroci, che raggiungono la loro vetta in MASUNAGA VAPORS e BIG SHELL. In generale, al terzo CD, i The Armed sono giunti probabilmente al perfezionamento di un’idea di musica nata con “Untitled” (2015) e poi raffinata in “Only Love” (2018). Va detto infine che, ad arricchire ulteriormente “ULTRAPOP”, abbiamo anche ospiti di grande spessore: da Mark Lanegan (in THE MUSIC BECOMES A SKULL) a Troy Van Leeuwen (REAL FOLK BLUES).

Il CD può certamente essere “troppo” per molti ascoltatori, ma gli amanti dell’hardcore punk e del metal troveranno pane per i loro denti. Resta solo un piccolo rimpianto: e se un intero LP di tracce “noise pop” come ULTRAPOP fosse stata la soluzione migliore per cercare un’improbabile svolta mainstream? Probabilmente questo non era l’obiettivo dei The Armed, ma in futuro potrebbe essere un’evoluzione ulteriore in una carriera già interessante.

Voto finale: 7.

Sorry, “Twixtustwain”

sorry

Il nuovo EP dei Sorry segue l’interessante esordio “925” dell’anno scorso: un lavoro che era contraddistinto da pezzi indie rock accanto ad altri molto più oscuri, vicini al post-punk. “Twixtustwain” invece è un lavoro molto più sperimentale: elettronica e trip hop si mescolano, spesso ricordando i Dirty Projectors o il (Sandy) Alex G più ardito.

I due fondatori del gruppo, Asha Lorenz e Louis O’Bryen, hanno dato sfogo alla loro vena creativa: i risultati sono davvero strani, ma aprono strade innovative per il gruppo inglese. Don’t Be Scared fa da antipasto a Things To Hold Onto, uno dei pezzi più riusciti dell’insieme. La seguente Separate invece è quasi breakbeat nella ritmica; Cigarette Packet, dal canto suo, è il singolo di lancio dell’EP e quindi è anche il più accattivante momento di “Twixtustwain”. Infine, Favourite è una buona ballata che chiude su una nota malinconica un lavoro davvero strambo.

I Sorry si confermano una promessa del rock inglese: già capaci di passare con relativa facilità dall’indie rock all’elettronica, Lorenz e O’Brien confermano una chimica difficile da scalfire e una voglia di esplorare nuovi territori non comune. Vedremo dove li condurrà la loro ispirazione in futuro.

Voto finale: 6,5.

I 50 migliori album del 2020 (25-1)

Eccoci arrivati alla seconda (e più prestigiosa) puntata della lista dei 50 migliori CD del 2020. Ieri, nel capitolo precedente, abbiamo visto pezzi da 90 come Bruce Springsteen, Dua Lipa e Harry Styles; chi avrà vinto il titolo di miglior album dell’anno? Buona lettura!

25) Adrianne Lenker, “songs” / “instrumentals”

(FOLK – ROCK)

La prolificità e la consistenza dimostrate nel corso degli ultimi anni da Adrianne Lenker hanno dell’incredibile: tra 2016 e 2020 abbiamo ben sette dischi (!) in cui lei collabora o si espone in prima persona, quattro con i Big Thief (di cui due nel 2019) e tre a suo nome, di cui due nell’infausto 2020. Infausto non solo per il Coronavirus: Adrianne infatti ha anche subito la rottura col suo partner di lunga data, tanto da sentirsi in dovere di rifugiarsi in una cabina in Massachusetts (un po’ à la Bon Iver) e comporre la coppia di lavori “songs” e “instrumentals”.

Sebbene quindi i due possano apparire divisi, in realtà vanno intesi come un unico lungo LP: una prima parte contenente canzoni vere e proprie, con Adrianne e la sua chitarra in primo piano, e una seconda composta da due lunghe suite strumentali, quasi ambient a tratti. I quasi 90 minuti tuttavia non pesano e fanno capire quanto dotata sia la cantautrice americana, uno dei volti più riconoscibili e meritevoli del panorama indie, sia sul versante rock che su quello folk.

“songs” è un album nato nella sofferenza, come abbiamo intuito e come Adrianne ribadisce in varie liriche del CD; tuttavia la sensazione che ne deriva ascoltandolo è di calma e serenità, grazie a pezzi efficaci come l’incantevole anything e not a lot, just forever. Non demeritano nemmeno ingydar e dragon eyes, mentre è un po’ monotona forwards beckon rebound.

Liricamente, dicevamo, il CD contiene frasi davvero espressive, con cui Lenker dichiara tutto il rammarico per la storia finita dopo sei anni di fidanzamento: “Tell me lies, wanna see your eyes. Is it a crime to say I still need you?” (two reverse), “Your dearest fantasy is to grow a baby in me” (not a lot, just forever), “Oh emptiness! Tell me ’bout your nature, maybe I’ve been getting you wrong” (zombie girl). Come detto, però, tutta questa malinconia non intacca il carattere del lavoro, che la Nostra mantiene su binari simili al primo Bon Iver e alla Joni Mitchell degli esordi.

“instrumentals” è la coda tanto misteriosa quanto affascinante di “songs”: formato da soli due pezzi molto estesi, music for indigo e mostly chimes, ha comunque una durata di 37 minuti e una capacità di evocare luoghi e sensazioni non banale. Se la prima almeno presenta la chitarra in primo piano, mostly chimes è invece un pezzo ambient puro e semplice, che pare voler fare scomparire del tutto la figura di Adrianne Lenker, riuscendoci peraltro in pieno.

Accostare Joni Mitchell così come Leonard Cohen e Bob Dylan a Lenker inizia a non essere un affronto; nulla di male, anzi. Adrianne, sia da frontwoman dei Big Thief che solista, ha trovato una sua preziosa dimensione, fatta di canzoni raffinate, semplici ma mai scontate e testi fantastici. “songs” e “instrumentals” sono la dimostrazione ulteriore che siamo di fronte ad un talento straordinario, che merita ogni riconoscimento.

24) Phoebe Bridgers, “Punisher”

(ROCK – FOLK)

Nel mondo del folk Phoebe Bridgers è conosciuta come un talento cristallino, capace di trovare una propria dimensione sia come artista in proprio (fin dal suo esordio “Stranger In The Alps” del 2017) che come collaboratrice, sia nelle boygenius (assieme a Lucy Dacus e Julien Baker) che nei Better Oblivion Community Centre (con Conor Oberst).

Tutto questo sottolinea la grande prolificità della Nostra: fra 2017 e 2020 ha infatti collaborato attivamente a quattro fra dischi ed EP, producendo inoltre i lavori più recenti di Blake Mills e Christian Lee Hutson. L’iperattività di Phoebe non è tuttavia mai andata a scapito della qualità: evolvendo progressivamente rispetto al timido esordio, la Bridgers ha infatti costruito un proprio universo, fatto di candida sincerità e melodie avvolgenti, sbocciando pienamente in “Punisher”.

La breve DVD Menu vale da introduzione alla prima vera perla del CD, quella Garden Song non a caso scelta come singolo di lancio, gran pezzo folk. Segue a ruota la seconda meraviglia, Kyoto: un brano indie rock degno dei migliori Deerhunter, impreziosito dalla delicata voce di Phoebe. La cantautrice statunitense decide poi di rallentare i ritmi, tornando alla lentezza di “Stranger In The Alps”, per poi accelerare di nuovo nell’ottima Chinese Satellite.

La seconda parte di “Punisher” mantiene questa struttura a due facce, creando un LP variegato ma mai troppo slegato. Le liriche, poi, fungono da perfetto complemento: il candore di Phoebe Bridgers è cosa nota, qui si arricchisce di dediche al defunto maestro Elliott Smith (la title track) e riferimenti più o meno velati e ironici alla fine del mondo (“Yeah, I guess the end is here” canta in I Know The End, che chiude epicamente il CD).

“Punisher” è quindi un CD tutto da gustare, in cui Phoebe Bridgers mette in mostra tutto il suo talento, aiutata anche dalla collaborazione degli storici amici boygenius e Conor Oberst e mostrando una maturità compositiva che pare pienamente raggiunta.

23) Neil Young, “Homegrown”

(FOLK – ROCK)

Il 19 giugno 2020 resterà impresso nella memoria degli amanti del rock classico per lungo tempo: quel giorno sono infatti usciti i nuovi dischi di due leggende come Bob Dylan e Neil Young. “Homegrown” è in realtà uno dei tanti “dischi perduti” del cantautore canadese: registrato originariamente nel 1974, poi scartato in favore del più tenebroso “Tonight’s The Night” (1975), il CD è un’ottima dimostrazione che, negli anni ’70 del XX secolo, gli scarti di Young sarebbero stati oro per il 90% dei suoi colleghi musicisti.

Il lavoro riprende il familiare folk-rock del Nostro, con delicati intarsi di country e addirittura una parte spoken word (Florida). Le canzoni sono brevi, addirittura Mexico non arriva a 2 minuti, come del resto il disco che dura a malapena 35 minuti. Questo da un lato favorisce l’ascolto, dall’altro ci fa desiderare di più, data l’efficacia della maggior parte dei brani.

La title track, con la sua chitarra in evidenza, è una perla e probabilmente uno dei brani più belli del Neil Young post 2000. Da menzionare anche la più mossa Vacancy. Ma nulla in realtà è superfluo, creando un’atmosfera rilassata malgrado a volte le liriche siano piuttosto tetre.

Ad esempio, Florida narra la storia immaginaria di Young che salva un bambino dopo un incidente mortale per i genitori del bimbo; invece White Lines contiene la criptica lirica “That old white line is a friend of mine”, riferimento forse alla cocaina? È chiaro che il cantautore si mette a nudo, fatto evidenziato anche dalla delicata Try, in cui Neil canta “Darlin’, the door is open to my heart, and I’ve been hoping that you won’t be the one to struggle with the key”, chiaro riferimento alla storia d’amore appena terminata con l’attrice Carrie Snodgress.

“Homegrown” è un CD imperdibile non solo per i collezionisti e per i fans duri e puri di Neil Young; è un lavoro consigliato a tutti gli amanti della musica rock, passata e presente. Anche più di “Hitchhiker” (2017), altro LP perduto da tempo di Neil Young recentemente riemerso, è una testimonianza del talento immenso di uno dei più grandi cantautori degli ultimi 50 anni.

22) Moodymann, “TAKEN AWAY”

(ELETTRONICA)

Il nono disco di Moodymann, leggenda della scena house americana, è un’altra aggiunta di valore ad una discografia sempre più ragguardevole. “TAKEN AWAY” arriva solo un anno dopo “SINNER” e anch’esso non è stato inizialmente condiviso sulle principali piattaforme di streaming (mentre “SINNER” è da qualche mese disponibile, “TAKEN AWAY” tuttora non lo è), ma solo sul profilo Bandcamp dell’artista. Scelta inconsueta per molti, non per Kenny Dixon Jr. (questo il vero nome di Moodymann), DJ sempre misterioso, tornato sulle scene nel 2014 dopo dieci anni di strana assenza.

“TAKEN AWAY” non è un titolo casuale: Moodymann infatti l’anno passato è stato vittima di una violenza a cui ormai siamo abituati da parte della polizia americana, che l’ha portato in cella e minacciato con le pistole puntate a seguito di “comportamenti sospetti”. L’episodio ha legittimamente scosso Dixon, che intitolando il nuovo lavoro “TAKEN AWAY” (ovvero “portato via”) e scegliendo basi meno funky del solito, a volte davvero cupe, ha impresso un tono decisamente più cupo del solito al CD.

Ne sentiamo echi in alcune parti testuali, ad esempio in Let Me In Moodymann canta “You’ve never been a good soul to anyone, especially me”; in Slow Down avvertiamo improvvisamente delle sirene di polizia arrivare minacciose, per poi dissolversi. Le sirene tornano anche nella title track, allegra ma allo stesso tempo pervasa da una malinconia, quasi un senso di inquietudine che rende “TAKEN AWAY” il disco più cupo a firma Moodymann.

Kenny Dixon Jr. si conferma una volta di più maestro dell’elettronica, capace di scrivere canzoni profonde ma mai monotone e anzi con alto replay value, prova ne siano le affascinanti Let Me Show You Love e Taken Away. Unica nota stonata è I’m Already Hi, ma il bilancio dell’album resta positivo. “TAKEN AWAY” è uno dei migliori LP di musica elettronica dell’anno, un risultato non scontato per un musicista che fa ballare le folle da ormai tre decadi.

21) Lianne La Havas, “Lianne La Havas”

(POP – SOUL – R&B)

Il terzo album della fascinosa cantante inglese è il suo lavoro più sicuro e convincente. Fin dal titolo il taglio è decisamente personale: “Lianne La Havas” è infatti un CD che tratta temi molto intimi per la Nostra, soprattutto la separazione dal suo partner di Los Angeles (esemplare Please Don’t Make Me Cry). Tuttavia, le melodie non disegnano paesaggi desolati: Lianne infatti mantiene un delicato equilibrio fra soul, R&B e folk che rende il disco imperdibile per gli amanti della musica più rasserenante ma non per questo “leggerina”.

Il lavoro arriva ben cinque anni dopo il precedente “Blood”, un periodo di tempo in cui molti pubblicano due/tre CD di inediti: Lianne ha deciso di riflettere attentamente sulla mossa successiva al CD che l’aveva definitivamente consacrata, tanto da metterla nell’orbita di un certo Prince, che era rimasto affascinato dalla sua bravura alla chitarra e dalla bella voce di Lianne. “Lianne La Havas” prosegue il percorso intrapreso, ma lo aggiorna con melodie più raccolte (trova spazio anche un’efficace cover di Weird Fishes dei Radiohead).

Nessun brano è davvero inefficace, solo il breve Out Of Your Mind (Interlude) è superfluo e rovina parzialmente il ritmo e la coesione del disco. Spiccano invece Paper Thin e la complessa Sour Flower, che riportano alla mente i migliori momenti di “A Seat At The Table” (2016) di Solange Knowles, la sorellina di Beyoncé, solo con minore attenzione alla politica e maggiore introspezione.

Lianne La Havas era un nome chiacchierato nella scena pop inglese; accanto alla bella voce e al fascino personale, infatti, la cantautrice sa sfoderare canzoni subito accattivanti e che migliorano ad ogni ascolto. “Lianne La Havas” è il compimento di un percorso di crescita personale sempre più intrigante, che ci fa sperare di aver trovato una grande interprete nel mondo soul/R&B.

20) The Microphones, “Microphones In 2020”

(FOLK)

Il nuovo disco di Phil Elverum resuscita l’alias che lo lanciò ormai più di venti anni fa: i The Microphones, in realtà sempre un progetto solista come il successivo Mount Eerie. “Microphones In 2020” è il ritorno più che benvenuto di uno dei progetti più amati dell’indie anni ’00: Phil analizza nell’unica lunga canzone (oltre 45 minuti!) molta parte della sua vita, soprattutto la sua gioventù, anche se non mancano riferimenti più recenti ai tragici eventi che l’hanno colpito negli scorsi anni.

Elverum si conferma musicista di grande talento: la traccia si regge infatti su degli accordi di chitarra acustica molto semplici, solo occasionalmente intervengono altri strumenti come il basso e la chitarra elettrica. Nondimeno, non ci sono momenti persi o monotoni, forse solamente la lunga intro poteva essere accorciata. Pertanto, possiamo dire che “Microphones In 2020” certamente non rovina l’eredità del progetto, anzi l’arricchisce di un capitolo inaspettato ma non superfluo.

L’aspetto lirico, come spesso nei CD a firma Phil Elverum, è fondamentale. Laddove i lavori più recenti del cantautore americano si concentrano su dettagli della vita quotidiana, spesso drammatici a seguito della morte della moglie Geneviève Castrée nel 2016, i The Microphones avevano sempre posto lo sguardo sulla natura, addirittura sul cosmo. In un certo senso “Microphones In 2020” fonde queste due estetiche, con Phil che rievoca episodi lontani nel tempo ma anche alcuni accaduti pochi anni fa, non disdegnando però le domande “generali” sul senso della vita.

Di seguito ecco alcuni dei momenti più delicati o, alternativamente, inquisitori: “Conceptual emptiness was cool to talk about back before I knew my way around these hospitals” è un amaro rimando al periodo più drammatico della vita di Elverum; “Every song I’ve ever sung is about the same thing: standing on the ground looking around, basically” è invece un’analisi onesta della sua estetica; “We’d go up on the roof at night and actually contemplate the moon… My friends and I trying to blow each others’ minds just lying there gazing, young and ridiculous” è infine un’immagine felice presa dalla sua gioventù. Il verso più bello è tuttavia contenuto nella parte finale del componimento, quasi un manifesto poetico: “I’m still standing in the weather looking for meaning in the giant meaningless days of love and loss repeatedly waterfalling down and the sun relentlessly rises still”.

In conclusione, per tutti i fans dei The Microphones il lavoro è imperdibile: pur essendo composto da un’unica lunga traccia, infatti, “Microphones In 2020” è un’ulteriore dimostrazione delle qualità di Phil Elverum, un autore per cui prolificità e bellezza vanno di pari passo. Non sono molti quelli di cui possiamo dire lo stesso.

19) Taylor Swift, “folklore” / “evermore”

(FOLK – POP)

Il nuovo CD della popstar statunitense è una svolta radicale in una carriera sempre più interessante. Taylor Swift, la fidanzatina d’America, partita dal country e arrivata al pop da stadio, svolta verso il folk à la Bon Iver, con tocchi di Lana Del Rey e Phoebe Bridgers che non pensavamo potessero adattarsi all’estetica tutta lustrini messa in evidenza in “reputation” (2017) e “Lover” (2019).

“folklore” arriva solo un anno dopo “Lover” e senza alcuna campagna di marketing da parte di Taylor: decisamente insolito per una delle stelle più brillanti della scena pop. Altra mossa sorprendente è la collaborazione con alcuni capisaldi dell’indie, autori del calibro di Bon Iver e Aaron Dessner (The National). I risultati non piaceranno ai fans più pop di Taylor, ma ampliano notevolmente la palette sonora della cantautrice e le faranno guadagnare il rispetto anche del pubblico più “esigente”.

Non tutto è perfetto in “folklore”, va detto: le 16 canzoni alla lunga diventano ripetitive e alcune (come seven) sono puro riempitivo. Ecco, se avessimo di fronte un lavoro da 12 pezzi e 50 minuti saremmo senza dubbio di fronte al CD perfetto di Taylor Swift. Così invece il verdetto è sospeso: ci sarà chi preferirà il country-pop di “Red” (2012), chi la definitiva svolta mainstream di “1989” (2014), ma senza dubbio parleremo di “folklore” ancora per anni a venire.

Liricamente, in passato il centro di più o meno tutte le canzoni di Taylor era stato… sé stessa. Adesso invece la sua fantasia ha piena libertà: in the last great american dinasty si cita Rebekah Harkness e la dinastia dei Rockefeller, monopolisti del settore petrolifero nei primi anni del XX secolo. betty invece narra, dalla parte del maschio, la storia d’amore fra James e Betty, con il primo che ha tradito la seconda ma è sicuro di poterla riconquistare. Va notato che Betty era presente anche in cardigan, fra le migliori canzoni del CD.

Altri highlights sono la delicata mirrorball e august, mentre verso il finale, come già accennato, le melodie cominciano ad essere ripetitive. Ne sono esempi illicit affairs e invisible string.

In generale, però, il lavoro brilla grazie all’abbraccio totale che Swift fa dell’estetica indie di Bon Iver e Dessner; il famoso produttore Jack Antonoff, contrariamente al passato, ha infatti spazio solo marginalmente. “folklore” quindi ci fa riflettere su un mondo alternativo, in cui Taylor avrebbe continuato nel percorso country-folk solo occasionalmente pop e sarebbe diventata la stella crossover perfetta. La carriera della Nostra è stata invece contraddistinta da un clamoroso successo, tutto sommato meritato; e se però “folklore” fosse il suo CD più riuscito? Il dibattito è aperto.

La sfida proviene incredibilmente lanciata solo alcuni mesi dopo da Taylor stessa: “evermore” è infatti il titolo del secondo CD del 2020 della popstar. Le atmosfere sono molto simili a “folklore”, il nuovo lavoro dal canto suo contiene forse melodie più pop e direttamente accessibili (si sentano la deliziosa willow e long story short).

Le 15 canzoni che compongono “evermore” sono coese fra loro, non ci sono veri passi falsi, forse solo cowboy like me è inferiore alla media, ma i risultati sono ancora una volta eccellenti. Se consideriamo che questo è il terzo album di Taylor Swift nel corso di soli 18 mesi, capiamo che siamo di fronte ad un periodo di creatività incredibile, paragonabile (sperando di evitare scomuniche dai fans più accaniti) al David Bowie del 1977 e al Prince del 1987.

Chiudiamo la nostra analisi con il parco ospiti di “evermore”: accanto a Vernon e Dessner, già dimostratisi ottimi collaboratori in “folklore”, abbiamo anche Matt Berninger e le HAIM, rispettivamente nella raccolta coney island e nella quasi country no body, no crime.

Questi due CD non solo sono ad oggi la vetta della produzione di Taylor Swift, sono anche una rivoluzione nelle tecniche di marketing: in passato i dischi venivano lanciati da lunghe campagne marketing, interviste e singoli. Il fatto che entrambi invece siano giunti al numero 1 delle charts di molti Paesi senza alcun battage pubblicitario fa capire che, in tempi di Covid, anche la musica è stata sfidata nelle sue convinzioni più radicate.

18) The Strokes, “The New Abnormal”

(ROCK)

Il primo album in sette anni (!) degli Strokes, non contando il brevissimo EP “Future Present Past” del 2016, è il più convincente CD del celebre gruppo newyorkese dall’ormai lontano “Room On Fire” (2003). Gli Strokes sembrano infatti nuovamente motivati come ai bei tempi, dopo una decade 2010-2019 davvero travagliata.

Julian Casablancas e soci paiono davvero divertirsi nel corso delle nove tracce di “The New Abnormal”: al solito indie rock smaliziato (Bad Decisions) si affiancano canzoni dove la batteria di Fabrizio Moretti è addirittura assente (At The Door), oltre a brani molto anni ’80, pieni di synth e in salsa new wave (Brooklyn Bridge To Chorus, Eternal Summer). Sono evidenti le influenze sperimentate ultimamente da Casablancas nel suo progetto parallelo, i Voidz, ma tutti e cinque gli appartenenti agli Strokes sembrano motivati a tornare ai loro livelli migliori, da troppo tempo lontani.

L’ambizione del lavoro è evidente da vari fattori: la copertina di Basquiat è un deciso cambiamento rispetto al passato minimale in fatto di cover del gruppo; la tracklist compatta nel numero ma non nella struttura delle canzoni (che spesso superano i 5 minuti); il falsetto di Casablancas ancora più presente che in passato… in più aggiungiamo dei singoli di lancio (specialmente Bad Decisions) davvero intriganti. Mettiamo Rick Rubin alla produzione e il quadro è ancora più eccitante.

Già probabilmente lo sapevamo, ma “The New Abnormal” ne è un’ulteriore dimostrazione: quando i ragazzi sono davvero concentrati sanno produrre CD sempre interessanti. Così era, ovviamente, per il classico “Is This It” (2001) e per “Room On Fire”, ma anche il controverso “Angles” (2011) aveva momenti di indubbia grandezza (Under Cover Of Darkness su tutti). Solo in “Comedown Machine” (2013) gli Strokes erano davvero sembrati allo stremo.

“The New Abnormal” potrebbe essere l’inizio della rinascita della band così come la lettera d’addio ai fans vecchi e nuovi; in ogni caso godiamoci il miglior LP del complesso statunitense negli ultimi 15 anni, pieno di novità e sorprendentemente coeso malgrado la varietà di suoni rinvenibili nel corso del CD. Complimenti, Casablancas e soci: non pensavamo di dire “che gran disco degli Strokes!” in questi anni bui per la band, ma una bella sorpresa in tempi di Coronavirus del resto era necessaria.

17) Soccer Mommy, “color theory”

(ROCK)

Il secondo album della cantautrice originaria di Nashville Sophie Allison, in arte Soccer Mommy, è un ottimo passo avanti in una discografia che era cominciata col botto. “Clean” (2018) infatti aveva colpito pubblico e critica (aveva anche fatto parte di una rubrica Rising di A-Rock) per la sua disarmante sincerità e per testi sempre diretti, in cui Sophie addirittura immaginava di mangiare i propri ex partner (Cool) e in cui declamava fiera “I don’t wanna be your fucking dog” (Your Dog).

Il percorso intrapreso nel precedente lavoro, un indie rock intervallato da brani più lenti, non viene abbandonato in “color theory”; piuttosto notiamo una crescita nella composizione e, allo stesso tempo, la perdita di quell’effetto sorpresa che aveva reso “Clean” così toccante. Il lavoro non è malvagio, anzi sono più gli alti dei bassi, ma la prossima volta sarà lecito attendersi più sperimentalismo da Sophie.

Il CD inizia molto bene: bloodstream è un ottimo pezzo indie rock, capace di una progressione potente che fa culminare il brano nel bellissimo finale. Invece royal screw up è più debole e sa di già sentito. Molto belle poi crawling in my skin e la breve up the walls. Colpisce poi un aspetto nella struttura complessiva del disco: molte canzoni superano i 4 minuti, addirittura yellow is the color of her eyes arriva a 7, testimonianza di una creatività mai doma.

Il tema dominante del lavoro è, già dal titolo, come i colori possono essere collegati alle sensazioni che tutti noi proviamo. Soccer Mommy presenta tre colori per tre corrispondenti emozioni: blu=depressione, giallo=dolore, grigio=mortalità. “color theory” vaga fra queste tre percezioni dell’animo non perdendo mai il filo della narrazione e delineando il profilo di una narratrice depressa, conscia che la vita è caratterizzata da momenti belli e altri brutti, ma merita di essere vissuta fino in fondo. Ne sono esempi “I am the problem for me, now and always” (royal screw up) e “Standing in the living room talking as you’re staring at your phone… it’s a cold I’ve known” (nightswimming).

“color theory” è il lavoro più maturo a firma Soccer Mommy, un nome ormai riconosciuto nel mondo indie e sinonimo di qualità e testi candidi. Sophie Allison ha già compiuto passi da gigante nella sua maturazione come artista e come donna, manca solo un ultimo step per comporre quello che potrebbe essere il suo LP definitivo.

16) Gorillaz, “Song Machine, Season One: Strange Timez”

(POP – ELETTRONICA – HIP HOP)

I Gorillaz sono la creatura più eccentrica nello sterminato canzoniere di Damon Albarn, già noto come frontman dei Blur e dei The Good, The Bad & The Queen, oltre che apprezzato solista. Mescolando hip hop, elettronica e pop, i Gorillaz sono entrati nel cuore del pubblico grazie a singoli perfetti come Clint Eastwood, Feel Good Inc. e On Melancholy Hill. Non sempre però, considerando gli album nella loro interezza, la band animata aveva mantenuto le attese: “The Fall” (2010), “Humanz” (2017) e “The Now Now” (2018) ad esempio sono CD controversi anche per i fans più accaniti. Non sempre quindi abbiamo perle come “Demon Days” (2005) e “Plastic Beach” (2010).

Un’altra particolarità dei Gorillaz, più o meno amata, è quella di infarcire i loro dischi con grandi ospiti, spesso in quantità eccessiva: basti pensare che in “Humanz” avevamo Vince Staples, Mavis Staples, Popcaan, Danny Brown, Kali Uchis e Pusha T, solo per citarne alcuni! Non sempre era quindi rintracciabile un tratto comune fra personaggi tanto distanti musicalmente. Beh, questo non è il caso di “Song Machine, Season One: Strange Timez”.

I Gorillaz peraltro ampliano ancora di più la lista di collaboratori in questo bel lavoro, aggiungendo Elton John, Robert Smith (The Cure), Beck, St. Vincent, slowthai e Kano, fra gli altri. Insomma, il gotha del mondo hip hop, pop e rock; nella edizione deluxe contiamo fra gli altri anche JPEGMAFIA, Skepta e il compianto Tony Allen. La cosa che colpisce però è la coesione del lavoro, capace di muoversi in equilibrio fra hip hop e pop senza mai deragliare, con singoli riusciti e l’intrinseca stranezza dei Gorillaz a fare da collante.

Il progetto “Song Machine” pareva partito come una serie di EP, contenenti pezzi azzeccati accanto a brevi intermezzi, e pareva improbabile che Albarn & co. decidessero di compilare un album intero di singoli che già da mesi erano stati pubblicati. Invece la scelta si è rivelata felice: gli highlights Strange Timez e Momentary Bliss stanno benissimo accanto alla ballata The Pink Phantom (con un grande Elton John) e a The Valley Of The Pagans, che ospita un Beck in ottima forma.

In generale, “Song Machine, Season One: Strange Timez” è probabilmente il CD più solido dei Gorillaz dai tempi di “Plastic Beach”: Damon Albarn ha dimostrato una volta di più il suo sconfinato talento ed eclettismo, creando un prodotto che piacerà a molti, divertente e mai prevedibile. È proprio quello che ci vuole, in un 2020 quanto mai desolante.

15) Special Interest, “The Passion Of”

(PUNK – ELETTRONICA)

Il quartetto americano, formato rispettivamente da Alli Logout (voce), Maria Elena (chitarra), Nathan Cassiani (basso) e Ruth Mascelli (batteria e tastiere), al secondo album dopo “Spiraling” (2018) ha trovato la formula vincente. Mescolando abilmente musica industrial, elettronica e punk, gli Special Interest hanno creato un ibrido incredibile che richiama sì la no wave anni ’80, ma aggiornata ai giorni nostri grazie alle tematiche attuali affrontate nei testi degli undici pezzi che compongono “The Passion Of”.

Dopo la breve intro Drama, il CD decolla subito grazie all’energia di Disco III (erede di Disco e Disco II contenute in “Spiraling”): un concentrato del miglior punk, con inserti techno potenti e tremendamente efficaci. Il vero manifesto della band tuttavia è l’ottima All Tomorrow’s Carry: uno dei migliori pezzi dell’anno, grazie alla potente voce di Alli Logout e a una base ritmica efficacissima. Il disco, come già detto, contiene anche melodie puramente elettroniche, prova ne sia Passion, che pare di Four Tet.

Questa fusione fra ritmi danzerecci e punk feroce fa di “The Passion Of” un album veramente unico, che fa capire come il rock largamente inteso non sia morto, con il punk soprattutto particolarmente vivo (basti ricordare le molte band nate negli ultimi anni sia in Europa che in America). I pezzi migliori sono la già menzionata All Tomorrow’s Carry e Street Pulse Beat, ma nessuno è fuori posto, tanto che i 29 minuti del CD scorrono benissimo e il lavoro ha un altissimo replay value.

Anche liricamente “The Passion Of” è molto esplicito: Logout e co. non si fanno remore a denunciare le storture della società moderna, soprattutto a danno dei più deboli (ad esempio omosessuali e persone di colore). In Homogenized Milk Alli Logout urla “What happens when there’s nothing left to gentrify and genocide is on your side?”; All Tomorrow’s Carry è ancora più apocalittica, “I watch the city crumble, arise from the rubble” cantano gli Special Interest. Infine, abbiamo il vero proclama politico del gruppo: la chiusura del lavoro, With Love, contiene i seguenti versi: “Navigate degradation on a day to day basis, no sleep through the night… Our fathers in cages under heavy surveillance… With passion aroused we call for tomorrow the people take all”.

È la rivoluzione che gli Special Interest vogliono; un cambiamento radicale delle condizioni socioeconomiche degli Stati moderni, basati secondo loro su sopraffazione e violenza. “The Passion Of” è la perfetta colonna sonora di tutto questo: arrabbiata ma mai disperata, energica ma non dissennata. Il punk si conferma quindi genere più vivo che mai e gli Special Interest sono uno dei nomi più interessanti della scena statunitense.

14) Yves Tumor, “Heaven To A Tortured Mind”

(ROCK – SPERIMENTALE)

Il musicista di origine americana Yves Tumor, ora di base a Torino, è giunto al quarto album di inediti circondato dall’ammirazione di una larga fetta della critica più influente. Capace di mescolare abilmente ambient, musica sperimentale e rock in dischi via via più accessibili, Sean Bowie (questo il vero nome di Yves Tumor) era atteso al varco: sarebbe stato capace di allargare i propri orizzonti e, magari, anche il proprio pubblico, senza perdere la legittimità e integrità guadagnate nel passato recente?

La risposta è un sonoro sì. Pur non rinunciando alla parte più d’avanguardia della propria estetica, Yves riesce infatti a virare verso un rock con richiami agli anni ’80 (Kerosene!, a cui collabora la cantante R&B Diana Taylor) e al noise (Medicine Burn). I pezzi “commerciabili” non mancano, si senta la delicata nenia Strawberry Privilege a riguardo, a dimostrazione che Sean Bowie (dal cognome altamente evocativo) non rinuncia a piacere al grande pubblico quando ne ha la possibilità.

Rispetto al precedente “Safe In The Hands Of love” (2018), il CD è più focalizzato su un solo genere: se da un lato questo regala più coesione, dall’altro spiacerà agli amanti dei lavori più spericolati dell’artista statunitense. Spiccano particolarmente l’iniziale Gospel For A New Century e Super Stars, che avrebbero potuto essere composte da Prince o da Moses Sumney. I 12 brani (per 36 minuti) scorrono sempre bene, senza cadute di qualità, a testimonianza di un LP davvero riuscito.

In conclusione, “Heaven To A Tortured Mind” è ad oggi il disco più compiuto di Yves Tumor, un artista tanto misterioso quanto talentuoso. E se tuttavia, malgrado l’innegabile bellezza, questo lavoro non fosse ancora il manifesto definitivo di Sean Bowie? Lo scopriremo col tempo, per ora accontentiamoci di uno dei migliori lavori di rock sperimentale della nuova decade.

13) Run The Jewels, “RTJ4”

(HIP HOP)

“You so numb you watch the cops choke out a man like me until my voice goes from a shriek to whisper ‘I can’t breathe’ and you sit there in the house on couch and watch it on TV”. Basterebbe questo devastante verso, contenuto in walking in the snow, per fare di “RTJ4” un CD fondamentale del 2020. El-P e Killer Mike hanno infatti pubblicato il loro quarto lavoro come Run The Jewels nel più adatto dei momenti; del resto, però, chi avrebbe pensato che questo verso, dedicato a Eric Garner, altro caso tragico di razzismo in America, sarebbe stata la colonna sonora delle rivolte scoppiate a seguito del brutale assassinio di George Floyd?

Il duo rap più famoso d’America del resto si è fatto una reputazione per saper anticipare i tempi tramite versi sempre affilatissimi, come accadeva nei precedenti LP tutti intitolati “Run The Jewels” e poi con numeri progressivi, à la Led Zeppelin insomma. I tre CD erano stati le colonne sonore perfette per tempi difficili caratterizzati dalla crisi economica (“Run The Jewels” del 2013 e “Run The Jewels 2” del 2014) e dall’elezione di Donald Trump (“Run The Jewels 3” del 2016).

Oltre a grandi qualità liriche, tuttavia, i RTJ sono anche apprezzati per la loro innata qualità di fondere omaggi più o meno espliciti all’hip hop anni ’90 con ospiti sempre azzeccati che rendono i loro lavori sempre attuali. Ad esempio, in questo “RTJ4” El-P e Killer Mike hanno ingaggiato Josh Homme, Zack De La Rocha e Pharrell Williams: il gotha dell’hard rock e del pop, in poche parole. I risultati sono davvero strabilianti, tanto che il disco potrebbe essere il migliore della già ottima produzione dei Run The Jewels.

Già dall’inizio intuiamo che la rabbia dei RTJ non si è per nulla attenuata: yankee and the brave (ep. 4) contiene una base durissima e ottimi versi sia da parte di Killer Mike che di El-P. Lo stesso vale per la potente holy calamafuck e JU$T. Quando invece i ritmi rallentano il disco perde vigore, questo è il caso ad esempio di goonies v.s. ET. Nondimeno, “RTJ4” come già accennato resta un LP valido, per alcuni addirittura il più riuscito del duo.

I Run The Jewels si confermano al top della carriera, malgrado stiamo parlando di due rapper ormai nell’età matura (hanno entrambi 45 anni) e con una lunga carriera alle spalle. Killer Mike ed El-P potranno avere ormai superato la giovane età, ma la loro capacità di rappresentare i più deboli, specialmente in tempi così complicati, è fondamentale. Basti sentirsi la conclusiva canzone a few words for the firing squad (radiation), in cui i RTJ denunciano i mali della società in modo più efficace di pressoché tutti i politici (i buoni soppressi dai cattivi, la verità manipolata dalle fake news, le differenze di trattamento che dipendono solo dalla razza delle persone…). Bentornati, Run The Jewels.

12) Destroyer, “Have We Met”

(ROCK)

Il tredicesimo album del veterano del soft rock Dan Bejar, in arte Destroyer, è uno dei lavori più compiuti a suo nome. Se da sempre il marchio Destroyer è sinonimo di canzoni affascinanti e raffinate, con “Have We Met” Bejar continua il suo percorso nel mondo synth-pop in maniera impeccabile.

La decade 2010-2019 aveva visto Destroyer creare lavori sempre più lontani dalle sue radici folk-rock per portarsi verso lidi più raffinati, ispirati ai Roxy Music e al mondo synth degli anni ’80 (Sade su tutti). “Kaputt” (2011) era stato il picco creativo del periodo, ancora oggi annoverato fra i dischi migliori dello scorso decennio. Bejar aveva in seguito proseguito in quel percorso con i riusciti “Poison Season” (2015) e “ken” (2017), ma con ritorni inevitabilmente minori, anche commercialmente parlando.

“Have We Met” senza dubbio non è in linea coi tempi, dominati da trap e hip hop, ma soddisferà gli amanti del soft rock più nostalgico e del progetto Destroyer: pezzi come Crimson Tide, The Raven e The Man In Black’s Blues sono fin da subito standout del CD. Solo la ballata The Television Music Supervisor è fuori contesto e abbassa la media di “Have We Met”.

Proprio questa canzone però ha anche il testo più poetico forse dell’intera produzione di Dan Bejar: un produttore musicale, orami sul letto di morte, riflette sulla propria vita e sui rimorsi che ha ancora dentro di sé, lasciando però la scena irrisolta tanto che l’ultimo verso è “I can’t believe…”. Che il musicista sia spirato?

Altrove troviamo messaggi quasi politici, fatto inusuale per un CD dei Destroyer: “Just look at the world around you… actually no, don’t look!”, contenuta in The Raven, è l’esempio più chiaro. In The Man In Black’s Blues abbiamo un ritorno del Bejar più astratto: “When you’re looking for Nothing and you find Nothing, it is more beautiful than anything you ever knew”.

In conclusione, “Have We Met” è il miglior LP del progetto Destroyer dal 2011 ad oggi e conferma Dan Bejar come voce irrinunciabile del panorama rock.

11) Porridge Radio, “Every Bad”

(ROCK)

Il secondo album dei Porridge Radio è un riuscito amalgama di punk e indie rock, reso ancora più interessante dalla prova vocale a 360 gradi di Dana Margolin, capace di urli quasi heavy metal e sussurri da ballata pop che ne denotano l’elasticità canora.

Il primo LP del complesso inglese era passato quasi inosservato; la mutazione avvenuta fra “Rice, Pasta And Other Fillers” (2016) e “Every Bad” è notevole. Se prima le sonorità ispiratrici erano più virate verso l’indie pop, adesso i Porridge Radio sono diventati una rock band a tutti gli effetti. Il gruppo si va ad aggiungere ad una scena britannica davvero rigogliosa: IDLES, Shame, black midi e Fontaines D.C. sono i nomi più noti di una riscossa rock causata probabilmente, fra le altre cose, da una profonda insoddisfazione per la situazione corrente del Regno Unito e dell’Irlanda in questi ultimi anni.

L’inizio del CD ricorda quasi i Deerhunter: quando la Margolin in Born Confused ripete come un mantra “Thank you for leaving me, thank you for making me happy” per un minuto intero quasi ci torna alla mente Nothing Ever Happened. Altrove troviamo influenze più punk, dagli IDLES al Nick Cave delle origini, che creano un impasto sonoro denso ma mai fine a sé stesso.

È difficile trovare difetti in un album così ben sequenziato, lungo al punto giusto (11 brani per 41 minuti) e con continui cambi di ritmo, che lo rendono sempre imprevedibile. I pezzi migliori sono Born Confused e la più raccolta Pop Song, leggermente sotto la media (molto alta) del lavoro invece Nephews e Circling.

Abbiamo già accennato alle liriche dei Porridge Radio: in molte canzoni troviamo riferimenti personali, spesso desolati (“I’m bored to death” e “What is going on with me?” in Born Confused) e altre volte violenti (“And sometimes I am just a child, writing letters to myself, wishing out loud you were dead… and then taking it back” in Sweet). Infine però la band pare trovare pace in Lilac: “I don’t want to get bitter, I want us to get better, I want us to be kinder to ourselves and to each other”.

Questo messaggio di speranza è la degna chiusura di un CD davvero riuscito, l’ennesima bella scoperta del rock inglese. I Porridge Radio, come si dice sempre o quasi, non hanno rivoluzionato la musica; nondimeno ascoltando il disco non si può non sperare che, anche in questi tempi difficili, finisca come hanno detto loro: che tutti diventiamo migliori e più gentili con gli altri.

10) Protomartyr, “Ultimate Success Today”

(PUNK)

Il quinto CD della band punk originaria di Detroit arriva tre anni dopo “Relatives In Descent” e a due dall’intrigante EP “Consolation”. La crescita del gruppo guidato da Joe Casey è impressionante: laddove i lavori precedenti erano notevoli soprattutto dal punto di vista lirico, con Casey capace di descrivere i mali peggiori del capitalismo in maniera cruda ma mai disperata, con “Ultimate Success Today” siamo di fronte al miglior lavoro della loro discografia musicalmente.

Mentre i CD del gruppo erano spesso fin troppo elaborati e alla lunga perdevano mordente, infatti, il nuovo LP è un concentrato del miglior post-punk: ritmi aggressivi, testi arrabbiati e una sezione di fiati che arricchisce ulteriormente l’esperienza. I risultati finali ricordano i Joy Division, a tratti i The Fall: insomma il meglio del movimento nato nei tardi anni ’70.

Fin dai primi due brani, i bellissimi Day Without End e Processed By The Boys, abbiamo ben chiari i tratti dominanti del lavoro; ma il resto delle dieci tracce che compongono “Ultimate Success Today” non è da meno. Spiccano soprattutto June 21 e Worm In Heaven, mentre è un po’ sotto la media Bridge & Crown.

Liricamente inoltre, come già accennato, il disco è molto profondo: Joe Casey si chiede in Processed By The Boys se l’Apocalisse sarà “a foreign disease washed upon the beach” oppure verrà da rivolte per strada. Nel pezzo conclusivo, la devastante Worm In Heaven, Casey rimpiange il suo passato: “Remember me, how I lived. I was frightened, always frightened” per poi proclamare “I wish you well, I do. May you find peace in this world; and when it’s over dissolve without pain”.

I Protomartyr hanno ormai una fanbase leale e in crescita, ma pochi avrebbero previsto questa evoluzione per una band sì impegnata, ma anche spesso imperfetta musicalmente. “Ultimate Success Today” è, in poche parole, uno dei migliori album punk dell’anno.

9) A.A.L. (Against All Logic), “2017-2019”

(ELETTRONICA)

Uno dei tanti alias del celebre musicista cileno Nicolas Jaar ci fa capire, ancora una volta, che siamo di fronte ad un talento unico nel circuito della musica elettronica mondiale. Unendo i suoi istinti più sperimentali con la sua solita attenzione alla melodia, Jaar con questo LP sembra anticipare musica sempre più visionaria.

Il CD non ricalca in realtà le atmosfere house dell’illustre predecessore: Jaar infatti introduce elementi industrial nel sound del suo progetto, creando un prodotto meno caldo ma non meno intrigante. L’inizio di Fantasy è in effetti diverso dalle canzoni house di “2012-2017”, ma la canzone entra sottopelle con facilità. Idem per la seguente If Loving You Is Wrong, più accogliente. Una novità rilevante e benvenuta è la brevità del lavoro: 9 canzoni per 45 minuti sono decisamente più digeribili dei 66 minuti di “2012-2017”.

In poche parole, Nicolas Jaar si conferma punto fermo della scena elettronica mondiale: dall’elettronica minimal, quasi ambient di “Space Is Only Noise” (2011) passando per il progetto “Darkside” (2013) con Dave Harrington, caratterizzato da atmosfere più rock, arrivando fino a “Sirens” (2016) e i due CD di A.A.L. (Against All Logic), il musicista cileno non ha mai fallito un appuntamento.

8) The 1975, “Notes On A Conditional Form”

(ELETTRONICA – POP – ROCK)

Analizzare imparzialmente un nuovo album dei The 1975, il gruppo inglese capitanato dal vulcanico Matty Healy, è sempre più difficile. Il nuovo album infatti, “Notes On A Conditional Form”, è la somma di tutto ciò per cui sono amati e di quello per cui l’esercito dei loro haters è così nutrito: 22 canzoni (!), 80 minuti di durata complessiva (!!), generi che vanno dalla classica al punk, passando per country ed elettronica (!!!)… Insomma, il CD più divisivo mai prodotto dalla band fino ad oggi.

Il periodo antecedente all’uscita del lungo lavoro è stato influenzato da numerosi rinvii, basti pensare che inizialmente il CD doveva arrivare nel maggio 2019. Successive pianificazioni avevano proposto ottobre 2019, poi febbraio 2020, aprile 2020 e infine il 22 maggio, data in cui “Notes On A Conditional Form” è finalmente stato pubblicato. Come sempre inoltre numerosi i single estratti, ben otto dei 22 pezzi complessivi sono infatti stati prescelti. Insomma, un processo decisamente frastagliato.

“Notes On A Conditional Form” conclude l’era della “Music For Cars”, che Matty Healy e compagni hanno detto comprendere i loro primi CD ed EP fino appunto a quest’ultimo. Per questo e mille altri motivi il disco era attesissimo da pubblico e critica: anticipato da singoli di successo come Me & You Together Song e If You’re Too Shy (Let Me Know), oltre al fatto di contenere ospiti di spessore (da Phoebe Bridgers a FKA Twigs), il lavoro pareva destinato a riscuotere consensi unanimi.

Non è così, per una ragione ben precisa: i The 1975 questa volta hanno davvero corso rischi inauditi. Piazzare vicino nella tracklist il punk potente di People con The End (Music For Cars), che pare estratta da una colonna sonora di Ennio Morricone, così come un brano quantomeno bizzarro come Shiny Collarbone con la brillante If You’re Too Shy (Let Me Know), sono scelte sconsiderate per qualunque artista. Con i The 1975 del resto vale l’assunto che passare da un genere al suo opposto nello spazio di due canzoni sia lecito, anzi incentivato; mentre però nel precedente “A Brief Inquiry Into Online Relationships” (2018) il complesso britannico aveva trovato un’unità tematica e stilistica miracolosa, tanto da essere premiato come album dell’anno da A-Rock, in “Notes On A Conditional Form” i The 1975 non riescono nell’impresa. Ed è davvero un peccato, perché il CD contiene alcune delle canzoni più belle e toccanti mai composte da quel genio folle che è Matty Healy.

Tuttavia, ad A-Rock siamo convinti che “Notes On A Conditional Form” volesse raggiungere proprio questo scopo: dividere. I The 1975 hanno infatti il merito di fare esattamente quello che passa loro per la testa, senza preoccuparsi delle reazioni del pubblico distratto e della critica. Del resto, i loro passati successi (da Chocolate a Sex, passando per Somebody Else, She’s American, The Sound e Love It If We Made It) sono incentrate su un sound pop-rock anni ’80 tanto suadente quanto aggiornato ai giorni nostri, tale da far chiedere: ma perché non realizzano un disco di 10-12 canzoni ispirato a Duran Duran e Cure, così da conquistare anche i critici più severi e il pubblico più conservatore? Domande legittime, a cui la band ha risposto con questo LP: a loro semplicemente non interessa (ancora) ritirarsi in lidi conosciuti, la voglia di Healy e compagni di esplorare nuovi territori musicali in ogni nuovo lavoro è intatta otto anni dopo l’esordio.

È così che passiamo da pezzi già classici come People, If You’re Too Shy (Let Me Know) e Me & You Together Song a esperimenti non riusciti come Roadkill (un pezzo country decisamente moscio) e Shiny Collarbone (che vorrebbe evocare Burial ma ne pare una brutta fotocopia). Altri bei brani sono l’irresistibile Frail State Of Mind e la delicata The Birthday Party; da non sottovalutare anche la trascinante I Think There’s Something You Should Know e la conclusiva Guys, dal testo indimenticabile. Invece i brevi intervalli di Bagsy Not In Net e The End (Music For Cars) sono quantomeno mal posizionati nella tracklist.

Liricamente, come sempre Healy non risparmia frasi ad effetto: cominciando fin dall’apertura di The 1975, affidata a Greta Thunberg, il CD manifesta propositi di alto livello, ulteriormente suffragati dalla successiva People, che invita i giovani a svegliarsi (il ritornello “Wake up! Wake up! Wake up!” è già nella testa di tutti). Altrove abbiamo una dedica super romantica dedicata da Healy agli altri membri dei The 1975 (Guys) così come una critica dell’atteggiamento americano verso l’omosessualità (Jesus Christ 2005 God Bless America) e la paura della pandemia (“Go outside? Seems unlikely” in Frail State Of Mind).

Il CD, si sarà intuito, richiede molteplici ascolti prima di essere apprezzato (o odiato) con un’opinione chiara e indiscutibile. “Notes On A Conditional Form” è un album sospeso già nel titolo: la scaletta pare fatta apposta per essere controversa oppure per essere interpretata più come una playlist che un vero e proprio disco. I risultati, come già accennato, non sono univoci, ma i The 1975 denotano una tale etica del lavoro e un tanto sorprendente desiderio di sperimentare che non ci può non far riflettere. Se “A Brief Inquiry Into Online Relationships” era dai fan adoranti considerato il loro “OK Computer”, questo LP non è sicuramente il loro “Kid A”. “Notes On A Conditional Form” pare anzi un modo per chiudere un’epoca e fare piazza pulita, lasciando spazio in futuro per ulteriori esperimenti. Che il loro “Kid A” sia solo stato posticipato? Non ci resta che attendere, fiduciosi che Matty Healy e compagni non hanno terminato la voglia di stupirci.

7) The Weeknd, “After Hours”

(POP – R&B)

Il quarto album ufficiale di The Weeknd, non contando quindi i tre formidabili mixtape del 2011 e il breve EP “My Dear Melancholy,” del 2018, è uno dei suoi CD più compiuti. Riuscendo infatti a legare l’estetica pop scoperta recentemente con le origini dark del progetto The Weeknd, Abel Tesfaye riesce a creare un prodotto variegato ma coeso e ben sequenziato, grazie anche ai produttori eccellenti che lo affiancano nel corso del disco.

I singoli offerti al pubblico per lanciare “After Hours” erano accattivanti: Blinding Lights è un’istantanea hit, così come la quasi trap Heartless; invece la title track richiama chiaramente le atmosfere oscure di “House Of Balloons” (2011). Si era intuito quindi che il CD sarebbe stato versatile, ma pochi forse avevano immaginato un LP così perfettamente in equilibrio fra le due anime dell’artista canadese: quella edonistica di The Weeknd e quella tormentata di Abel.

Citavamo prima i collaboratori presenti in “After Hours”: sebbene il CD non contenga featuring, alla produzione troviamo pezzi da 90 come Kevin Parker dei Tame Impala, Daniel Lopatin (Oneohtrix Point Never), Metro Boomin e Max Martin. Ognuno aggiunge la propria vena hip hop, R&B oppure elettronica, per creare un CD davvero dall’alto replay value.

Anche testualmente “After Hours” mostra passi avanti; se fino a “Starboy” (2016) The Weeknd era un cantante associato a notti insonni passate in discoteca e, spesso, al consumo di droga e al sesso sfrenato, raggiunti ormai i 30 anni Abel Tesfaye è diventato uomo, fragile come tutti: in Too Late lo sentiamo cantare “It’s way too late to save our souls, baby. It’s way too late, we’re on our own”, mentre in Faith emergono addirittura istinti suicidi: “But if I OD, I want you to OD right beside me. I want you to follow right behind me, I want you to hold me while I’m smiling, while I’m dying”.

In conclusione, un disco capace di passare senza problemi dal synthpop anni ’80 di Blinding Lights alla trap leggera di Heartless, passando per le atmosfere R&B di After Hours e il sax sontuoso di In Your Eyes, merita senza dubbio un voto alto. E se questo fosse addirittura il miglior LP mai creato da Abel Tesfaye in arte The Weeknd? Chapeau in ogni caso.

6) Tame Impala, “The Slow Rush”

(POP – ELETTRONICA – ROCK)

Cinque anni. Tanto è passato dal favoloso “Currents”, il disco che ha fatto scoprire i Tame Impala al grande pubblico, tanto da far sì che Rihanna realizzasse una cover di New Person, Same Old Mistakes. In questi cinque anni tuttavia il leader del gruppo Kevin Parker non è stato con le mani in mano: ha lavorato con giganti del pop come Beyoncé e Mark Ronson, ma anche con nomi meno noti come ZHU e Theophilus London.

Se c’è stato un tratto comune in queste collaborazioni è stato l’amore per il pop: che viri verso l’R&B o si tratti di pop divistico come Gaga, Parker ha iniettato nel sound psichedelico dei Tame Impala elementi differenti dal passato. Se la svolta era già presente in “Currents”, “The Slow Rush” prende elementi da disco, R&B e funk per fonderli in un amalgama tremendamente affascinante, in questo confermando il perfezionismo di Parker nel voler creare sempre il miglior prodotto dato il materiale a disposizione.

Materiale che, a tutta prima, non pareva trascendentale. Sia Patience (poi addirittura escluso dalla tracklist finale) che Borderline, i singoli del ritorno sulle scene del gruppo australiano, erano focalizzati su terreni quasi yacht rock: ritmi rilassati, tematiche futili e ben poco del vecchio sound Tame Impala. Insomma, non eravamo preoccupati, ma neanche eccitati dalla svolta. Parker ha probabilmente capito di dover cambiare qualcosa e, nel corso del 2019, ha completamente rimasterizzato il CD, rendendolo più dinamico e remixando Borderline, abbreviandone la durata e accelerandone il ritmo.

Musicalmente, in questo modo, il lavoro potrebbe essere la definitiva entrata dei Tame Impala nell’Olimpo del pop: pezzi accessibili come Lost In Yesterday e It Might Be Time si alternano ad altri epici come Posthumous Forgiveness e One More Hour, in un insieme coeso e mai privo di invenzioni deliziose per gli ascoltatori più attenti.

Elettronica e rock, elementi caratterizzanti di “Currents”, si mescolano con R&B, funk, disco e soul, per fare di “The Slow Rush” il CD più eclettico della band. I pezzi davvero imperdibili sono l’iniziale One More Year e la già citata Posthumous Forgiveness, dedicata da Parker al padre defunto e con cui non ha mai potuto riappacificarsi di persona (da qui il titolo). Ma vanno menzionati anche Lost In Yesterday, Breathe Deeper e la conclusiva One More Hour, che chiude degnamente il lavoro. Unico momento un po’ fuori fuoco è il synth insistente di Is It True.

Testualmente, se agli esordi Parker trattava principalmente la sua situazione di genio incompreso (esemplari i titoli dei due primi LP dei Tame Impala, “Innerspeaker” e “Lonerism”), mentre in “Currents” emergeva l’amarezza di una storia d’amore chiusa troppo presto, “The Slow Rush” affronta un tema ineluttabile come lo scorrere inesorabile del tempo. Il leader del gruppo australiano vive questa condizione in modo ambivalente: se da un lato si augura di passare ancora del tempo con le persone care (One More Year), dall’altro fa interpretare alla moglie la versione di sé stessa di otto anni prima, per capire se il futuro da lei immaginato si sia realizzato o meno (Tomorrow’s Dust).

In generale, un’attesa di cinque anni dalla scena musicale richiedeva che il progetto Tame Impala mantenesse le promesse e le speranze dei fans, soprattutto dopo due album clamorosi come “Lonerism” (2012) e “Currents” (2015). Missione compiuta, grazie ad una creatività infinita e un’attenzione al dettaglio unica.

5) Fontaines D.C., “A Hero’s Death”

(PUNK – ROCK)

Il secondo CD, attesissimo, della band post-punk irlandese è un pugno allo stomaco. Se l’esordio “Dogrel” aveva colpito nel segno pressoché con tutti, tanto che noi di A-Rock lo avevamo recensito nella nostra rubrica Rising e posizionato nella top 10 della lista dei migliori album del 2019, “A Hero’s Death” è un seguito ancora più cupo e disperato.

“Dogrel” mescolava infatti testi pessimisti sul futuro di Dublino (la città natale del gruppo) con canzoni quasi romantiche; “A Hero’s Death” pare il terzo CD dei Joy Division tanto la sensazione di spaesamento e tragicità viene trasmesso in ogni canzone. I Fontaines D.C., tuttavia, riescono a intessere un LP coeso e con melodie quasi accessibili, candidandosi a simbolo della scena punk d’Oltremanica (con una concorrenza comunque nutrita, in cui menzioniamo IDLES e Shame fra gli altri).

Va detto, però, che il gruppo irlandese, capitanato dall’indomito Grian Chatten, non si limita a ispirarsi alle glorie del passato: accanto infatti ai Joy Division troviamo sì riferimenti a Radiohead e The Fall, ma con liriche calate sull’oggi, critiche del capitalismo e della società moderna, fatta di sopraffazione e incapacità di pensare al futuro e concentrata su un eterno presente. Ne sono simbolo i durissimi testi di Televised Mind e Living In America, ma anche le ripetizioni ossessive di “I don’t belong to anyone” (I Don’t Belong) o “Life ain’t always empty” (la title track).

Le canzoni che colpiscono di più, dopo l’inizio davvero disperato di I Don’t Belong, sono la delicata Oh Such A Spring e Televised Mind; da non sottovalutare anche You Said. Ma nessuna canzone è fuori posto (solo Sunny leggermente inferiore alla media), tanto da fare di “A Hero’s Death” un disco coeso ma non ripetitivo, malinconico ma non completamente disperato.

Se qualcuno temeva la “sindrome da secondo album” per i Fontaines D.C., beh i timori sono stati spazzati via da “A Hero’s Death”: un lavoro che traccia un solco chiaro nel mondo punk e influenzerà probabilmente anche nei prossimi anni le giovani band desiderose di esprimere il loro dissenso per il mondo così come lo conosciamo usando batteria, basso e chitarra, urlando al mondo la propria contrarietà.

4) Bob Dylan, “Rough And Rowdy Ways”

(ROCK)

Bob Dylan, leggenda vivente del folk e del rock, a quasi 80 anni potrebbe essere in pensione già da tempo, a godersi il meritato riposo dopo 60 anni (!) di attività e milioni di dischi venduti. Invece il Bardo, con “Rough And Rowdy Ways”, prosegue un’intensa attività che lo vede preso sia dalla pubblicazione dei mitici bootleg legati alla sua attività nel XX secolo (siamo giunti al volume numero 15), sia dalla reinterpretazione degli standard americani (ultimo CD a questo proposito è “Fallen Angels” del 2016) sia, non ultima, la produzione di brani nuovi di zecca, di cui avevamo perso le tracce da “Tempest” (2012).

Questa lunga pausa aveva fatto temere che il cantautore nato Robert Zimmerman avesse appeso gli scarpini al chiodo, preferendo dedicarsi alle attività precedentemente enunciate, comunque rilevanti e abbondanti. “Rough And Rowdy Ways” è una sorpresa per più di un motivo dunque; non ultimo che, con il singolo di lancio Murder Most Foul, Bob Dylan ha raggiunto la prima posizione della classifica Billboard per la prima volta in carriera (!!). Una circostanza che fa capire quanto ancora il pubblico lo ami e quanto la sua musica sia importante in questi tempi incerti, in cui c’è bisogno di punti di riferimento in ogni campo.

Murder Most Foul è anche il brano più lungo della sua sterminata produzione: 17 minuti dedicati alla controcultura e all’assassinio di John Fitzgerald Kennedy, ancora oggi una ferita aperta nella storia americana. Il fatto che in questa epica melodia Dylan non parli per enigmi o aforismi, come invece era la regola in passato, denota un’altra caratteristica del CD: liricamente è il disco più diretto della produzione recente di Bob Dylan, forse fin dagli esordi.

Non pensiate, però, che il Dylan impressionista sia stato del tutto soppiantato: in My Own Version Of You il Nostro canta di dissotterrare tombe per liberare i personaggi dentro rinchiusi, ponendo loro domande del tipo “Is there a light at the end of the tunnel?” e non ottenendo risposte in cambio. Altrove il tono si fa canzonatorio: in Black Rider lo si sente proclamare “The size of your cock will get you nowhere” e in False Prophet afferma perentorio “I’m the last of the best, you can bury the rest”. Questi versi giocosi sono in effetti fra i pochi a strappare un sorriso in un lavoro che ha la morte come tema principale: “Today and tomorrow and yesterday, too the flowers are dying like all things do” è una delle prime liriche che sentiamo in I Contain Multitudes, apertura del CD.

La musica di “Rough And Rowdy Ways” spazia dal folk al rock, passando per il blues; terreni ben noti al Nostro, ma interpretati come già accennato in maniera tale da svelare piuttosto che accennare, fatto insolito per Bob Dylan. I pezzi che restano impressi fin dal primo ascolto sono Murder Most Foul e I Contain Multitudes, mentre è un po’ troppo lenta Mother Of Muses.

È difficilissimo, forse impossibile stilare una classifica dei CD più belli a firma Bob Dylan: ognuno probabilmente ha il suo preferito, dipendendo il giudizio dal puro gusto personale come dal momento in cui si stila la classifica. Tuttavia, vi sono dei capisaldi che nessuno può ignorare: “Highway 61 Revisited” (1965), “Blonde On Blonde” (1966) e “Blood On The Tracks” (1975) hanno fatto la storia della musica. Il fatto che “Rough And Rowdy Ways” possa anche solo essere avvicinato a questi capolavori è sintomo che, se non parliamo di un LP perfetto, di certo Dylan c’è andato davvero vicino. Se contiamo che questo è il suo 39° (!!!) album di inediti, siamo di fronte a un genio. Chapeau, Bob.

3) Perfume Genius, “Set My Heart On Fire Immediately”

(POP – ROCK)

Il quinto album di Mike Hadreas, in arte Perfume Genius, è un altro passo in avanti in una crescita che pare inarrestabile. Partito da un pop da camera molto timido, quasi solo pianoforte e voce, Perfume Genius si è aperto col tempo a generi come glam rock e art pop, raggiungendo vette altissime in “No Shape” (2017) e in questo “Set My Heart On Fire Immediately”, ad oggi il suo miglior CD.

La copertina farebbe pensare ad un disco minimale, in cui Hadreas si mette a nudo; è però anche vero che nei precedenti lavori non erano mancate introspezione e confessioni dolorose, basti pensare a “Too Bright” (2014). In realtà il lavoro è molto profondo e richiede diversi ascolti per essere apprezzato pienamente in tutta la sua bellezza. Alternando toni dimessi con pezzi decisamente intensi, infatti, Perfume Genius ha prodotto un lavoro complesso ma non per questo disprezzabile.

Infatti, la delicatezza di Just A Touch abbinata al rock quasi shoegaze di Describe fanno di “Set My Heart On Fire Immediately” un LP variegato come mai nella discografia di Hadreas, con risultati spesso sconvolgenti. I testi come sempre toccanti aggiungono ulteriore spessore al lavoro: On The Floor riguarda un sogno erotico che pare tanto reale da far dire al Nostro “I’m trying, but still I close my eyes… The dreaming bringing his face to mind”. In Describe parla della malattia di Crohn che lo perseguita ormai da tempo, mentre in Your Body Changes Everything emerge la sua fragilità: “Give me your weight, I’m solid. Hold me up, I’m falling down”. Infine, la produzione affidata a Blake Mills, che ha lavorato in passato anche con Laura Marling e Fiona Apple, corona un disco sontuoso.

In conclusione, Mike Hadreas pare aver raggiunto la piena maturità artistica. È un piacere sentirlo destreggiarsi così agilmente fra generi tanto diversi e con risultati quasi sempre ottimi. Perfume Genius è un progetto entrato a tutti gli effetti nell’Olimpo del pop.

2) Fleet Foxes, “Shore”

(FOLK)

Il quarto album dei Fleet Foxes, probabilmente la più osannata band folk degli scorsi quindici anni, è un trionfo. “Shore” prende le parti migliori di ogni disco precedente del gruppo per creare un CD coeso e brillante, che dà sollievo in questi tempi così difficili a causa del Coronavirus. Robin Pecknold ha infatti sfruttato questi mesi di reclusione per portare a compimento un lavoro che lui stesso aveva decretato ormai fuori gioco e i risultati, ancora una volta, gli danno ragione.

La storia dei Fleet Foxes non è stata tutta rose e fiori: se il primo disco “Fleet Foxes” (2008) era stato un immediato successo e il secondo “Helplessness Blues” (2011) un erede ambizioso, l’abbandono del batterista Josh Tillman (poi divenuto celebre col nome d’arte di Father John Misty) aveva portato il progetto ad un punto morto, superato solo sei anni dopo con il maestoso “Crack-Up”, eletto miglior album del 2017 da A-Rock. È pertanto sorprendente che “Shore” arrivi solo tre anni dopo, senza alcuna campagna di lancio e nessun singolo. Il lavoro, va detto, beneficia di questo trattamento: l’effetto sorpresa è garantito e la coesione del CD non richiede pezzi di lancio per far risaltare il resto del disco.

“Shore” è un disco molto personale: Pecknold ha composto la totalità delle canzoni praticamente in assoluta solitudine a causa del lockdown, cercando di trasporre nei brani le sensazioni contrastanti che ne derivano. Da un lato abbiamo la tristezza per gli amici musicisti e gli idoli di gioventù che se ne vanno (da John Prine a Richard Swift, passando per Elliott Smith e David Berman), che in canzoni come la pur godibile Sunblind è in evidenza. Abbiamo però, dall’altro, la vita: la cosa più preziosa di ogni uomo, che fa esclamare “Oh devil walk by. I never want to die” in Quiet Air / Gioia.

Nei 15 brani del CD non ci sono veri punti deboli: magari in alcuni episodi i Fleet Foxes tendono a ripetere con meno successo la ricetta del passato (si senta Thymia), ma in generale il livello medio dei brani è altissimo: Sunblind, Can I Believe You e Jara sono capolavori fatti e finiti, fra le migliori melodie mai composte da Pecknold e compagni. Da non trascurare anche Cradling Mother, Cradling Woman.

I Fleet Foxes sono ormai un gruppo riconosciuto a livello mondiale, un pilastro dell’indie folk; le armonie vocali che rendono anche il loro pezzo più convenzionale imperdibile non si sono mai rassegnate al passare del tempo, tanto che “Shore” pare un logico erede di “Fleet Foxes”. Non fossero passati dodici anni potremmo scommettere che ne siano trascorsi solo due. Questo, che potrebbe rivelarsi un limite, in realtà è il vero punto di forza della band: raffinamento, piuttosto che rivoluzione, è la parola d’ordine di Robin Pecknold. Finché i risultati saranno tanto magnifici quanto “Shore” i Fleet Foxes potranno continuare a godere della stima di critica e pubblico; non si vede perché tutto ciò non possa continuare in eterno.

1) Fiona Apple, “Fetch The Bolt Cutters”

(ROCK)

Il nuovo, attesissimo album della cantautrice Fiona Apple segue di ben otto anni il magnifico “The Idler Wheel”, ma non è la prima volta che Fiona fa attendere lungamente i suoi fans. Basti pensare che fra “The Idler Wheel” e il precedente “Extraordinary Machine” (2005) erano passati sette anni! Insomma, l’artista americana ama fare le cose perbene, prova ne sia la venerazione che i critici e il pubblico hanno per lei, che la rendono una figura popolare malgrado la vita ritirata e le rare apparizioni pubbliche.

“Fetch The Bolt Cutters” (letteralmente “vai a prendere le cesoie”) è un album rivoluzionario, tanto che ci sentiamo di dire serenamente che, nell’ambito pop-rock, raramente si era sentito un CD tanto dissonante quanto attraente. Mescolando percussioni sempre potenti con l’abilità al pianoforte e canora che tutti le riconosciamo, Fiona Apple narra storie tanto tragiche quanto a tratti ironiche, creando un prodotto certo non facile ma irrinunciabile per gli amanti della musica più ricercata e d’avanguardia.

Come già accennato, questa caratteristica ambizione in “Fetch The Bolt Cutters” non è fine a sé stessa: anzi, Fiona (basti sentire Ladies e Cosmonauts) non rinuncia a creare melodie armoniose, che cercano un pubblico ampio. Invece pezzi più arditi come la title track e Shameika rappresentano un biglietto da visita per la parte più visionaria dell’estetica della cantautrice.

Una parte fondamentale di “Fetch The Bolt Cutters” è rappresentata dai testi: Fiona infatti mescola dettagli veramente tragici (“You raped me in the same bed your daughter was born in” canta in For Her) con altre parti più leggere, tanto da sentirla cantare in Relay “I resent you for presenting your life like a fucking propaganda brochure”, oppure “There’s a dress in the closet, don’t get rid of it, you look good in it. I didn’t fit in it, it was never mine… it belonged to the ex-wife of another ex of mine” (in Ladies). Pura poesia, peraltro cantata magnificamente dalla Apple, capace di assumere tonalità angeliche oppure più dure a seconda della circostanza.

Il disco, pur complesso, è quindi il lavoro veramente irrinunciabile del 2020: mescolando pianoforte, art pop e momenti quasi sperimentali, Fiona Apple in “Fetch The Bolt Cutters” continua nella sua esplorazione musicale, ampliando un’estetica che già aveva flirtato in passato col jazz e il rock alternativo. Potremmo trovare molti artisti, donne e uomini, accostabili per un motivo o per un altro alla Nostra: Kate Bush, Joni Mitchell, Leonard Cohen, St. Vincent e la premiata ditta John Lennon/Yoko Ono sicuramente sono fra questi. La verità, però, è che nessuno suona come Fiona Apple, nel passato e nel presente della musica leggera. Per chi possiamo dire lo stesso?

È quindi la talentuosa cantautrice americana ad aggiudicarsi la palma di miglior CD del 2020. Siete d’accordo o avreste premiato altri lavori? Commentate pure! Stay tuned però: fra pochi giorni pubblicheremo l’articolo sui CD più attesi del 2021!

Recap: luglio 2020

Anche luglio è concluso. Un mese interessante musicalmente parlando, che ha visto le nuove uscite di Skee Mask, Fontaines D.C. e Protomartyr. Inoltre, abbiamo il secondo CD dell’anno a nome Nicolas Jaar, il terzo album della cantautrice Lianne La Havas, il ritorno del gruppo country The Chicks e il nuovo album, pubblicato a sorpresa, di Taylor Swift.

Protomartyr, “Ultimate Success Today”

protomartyr

Il quinto CD della band punk originaria di Detroit arriva tre anni dopo “Relatives In Descent” e a due dall’intrigante EP “Consolation”. La crescita del gruppo guidato da Joe Casey è impressionante: laddove i lavori precedenti erano notevoli soprattutto dal punto di vista lirico, con Casey capace di descrivere i mali peggiori del capitalismo in maniera cruda ma mai disperata, con “Ultimate Success Today” siamo di fronte al miglior lavoro della loro discografia musicalmente.

Mentre i CD del gruppo erano spesso fin troppo elaborati e alla lunga perdevano mordente, infatti, il nuovo LP è un concentrato del miglior post-punk: ritmi aggressivi, testi arrabbiati e una sezione di fiati che arricchisce ulteriormente l’esperienza. I risultati finali ricordano i Joy Division, a tratti i The Fall: insomma il meglio del movimento nato nei tardi anni ’70.

Fin dai primi due brani, i bellissimi Day Without End e Processed By The Boys, abbiamo ben chiari i tratti dominanti del lavoro; ma il resto delle dieci tracce che compongono “Ultimate Success Today” non sono da meno. Spiccano soprattutto June 21 e Worm In Heaven, mentre è un po’ sotto la media Bridge & Crown.

Liricamente inoltre, come già accennato, il disco è molto profondo: Joe Casey si chiede in Processed By The Boys se l’Apocalisse sarà “a foreign disease washed upon the beach” oppure verrà da rivolte per strada. Nel pezzo conclusivo, la devastante Worm In Heaven, Casey rimpiange il suo passato: “Remember me, how I lived. I was frightened, always frightened” per poi proclamare “I wish you well, I do. May you find peace in this world; and when it’s over dissolve without pain”.

I Protomartyr hanno ormai una fanbase leale e in crescita, ma pochi avrebbero previsto questa evoluzione per una band sì impegnata, ma anche spesso imperfetta musicalmente. “Ultimate Success Today” è uno dei migliori album punk dell’anno finora e entrerà sicuramente nella top 50 di fine anno di A-Rock; vedremo in quale posizione.

Voto finale: 8,5.

Fontaines D.C., “A Hero’s Death”

fontaines dc

Il secondo CD, attesissimo, della band post-punk irlandese è un pugno allo stomaco. Se l’esordio “Dogrel” aveva colpito nel segno pressoché con tutti, tanto che noi di A-Rock lo avevamo recensito nella nostra rubrica Rising e posizionato nella top 10 della lista dei migliori album del 2019, “A Hero’s Death” è un seguito ancora più cupo e disperato.

“Dogrel” mescolava infatti testi pessimisti sul futuro di Dublino (la città natale del gruppo) con canzoni quasi romantiche; “A Hero’s Death” pare il terzo CD dei Joy Division tanto la sensazione di spaesamento e tragicità viene trasmesso in ogni canzone. I Fontaines D.C., tuttavia, riescono a intessere un LP coeso e con melodie quasi accessibili, candidandosi a simbolo della scena punk d’Oltremanica (con una concorrenza comunque nutrita, in cui menzioniamo IDLES e Shame fra gli altri).

Va detto, però, che il gruppo irlandese, capitanato dall’indomito Grian Chatten, non si limita a ispirarsi alle glorie del passato: accanto infatti ai Joy Division troviamo sì riferimenti a Radiohead e The Fall, ma con liriche calate sull’oggi, critiche del capitalismo e della società moderna, fatta di sopraffazione e incapacità di pensare al futuro e concentrata su un eterno presente. Ne sono simbolo i durissimi testi di Televised Mind e Living In America, ma anche le ripetizioni ossessive di “I don’t belong to anyone” (I Don’t Belong) o “Life ain’t always empty” (la title track).

Le canzoni che colpiscono di più, dopo l’inizio davvero disperato di I Don’t Belong, sono la delicata Oh Such A Spring e Televised Mind; da non sottovalutare anche You Said. Ma nessuna canzone è fuori posto (solo Sunny leggermente inferiore alla media), tanto da fare di “A Hero’s Death” un disco coeso ma non ripetitivo, malinconico ma non completamente disperato.

Se qualcuno temeva la “sindrome da secondo album” per i Fontaines D.C., beh i timori sono stati spazzati via da “A Hero’s Death”: un lavoro che traccia un solco chiaro nel mondo punk e influenzerà probabilmente anche nei prossimi anni le giovani band desiderose di esprimere il loro dissenso per il mondo così come lo conosciamo usando batteria, basso e chitarra, urlando al mondo la propria contrarietà.

Voto finale: 8,5.

Taylor Swift, “folklore”

taylor

Il nuovo CD della popstar statunitense è una svolta radicale in una carriera sempre più interessante. Taylor Swift, la fidanzatina d’America, partita dal country e arrivata al pop da stadio, svolta verso il folk à la Bon Iver, con tocchi di Lana Del Rey e Phoebe Bridgers che non pensavamo potessero adattarsi all’estetica tutta lustrini messa in evidenza in “reputation” (2017) e “Lover” (2019).

“folklore” arriva solo un anno dopo “Lover” e senza alcuna campagna di marketing da parte di Taylor: decisamente insolito per una delle stelle più brillanti della scena pop. Altra mossa sorprendente è la collaborazione con alcuni capisaldi dell’indie, autori del calibro di Bon Iver e Aaron Dessner (The National). I risultati non piaceranno ai fans più pop di Taylor, ma ampliano notevolmente la palette sonora della cantautrice e le faranno guadagnare il rispetto anche del pubblico più “esigente”.

Non tutto è perfetto in “folklore”, va detto: le 16 canzoni alla lunga diventano ripetitive e alcune (come seven) sono puro riempitivo. Ecco, se avessimo di fronte un lavoro da 12 pezzi e 50 minuti saremmo senza dubbio di fronte al CD perfetto di Taylor Swift. Così invece il verdetto è sospeso: ci sarà chi preferirà il country-pop di “Red” (2012), chi la definitiva svolta mainstream di “1989” (2014), ma senza dubbio parleremo di “folklore” ancora per anni a venire.

Liricamente, in passato il centro di più o meno tutte le canzoni di Taylor era stato… sé stessa. Adesso invece la sua fantasia ha piena libertà: in the last great american dinasty si cita Rebekah Harkness e la dinastia dei Rockefeller, monopolisti del settore petrolifero nei primi anni del XX secolo. betty invece narra, dalla parte del maschio, la storia d’amore fra James e Betty, con il primo che ha tradito la seconda ma è sicuro di poterla riconquistare. Va notato che Betty era presente anche in cardigan, fra le migliori canzoni del CD.

Altri highlights sono la delicata mirrorball e august, mentre verso il finale, come già accennato, le melodie cominciano ad essere ripetitive. Ne sono esempi illicit affairs e invisible string.

In generale, però, il lavoro brilla grazie all’abbraccio totale che Swift fa dell’estetica indie di Bon Iver e Dessner; il famoso produttore Jack Antonoff, contrariamente al passato, ha infatti spazio solo marginalmente. “folklore” quindi ci fa riflettere su un mondo alternativo, in cui Taylor avrebbe continuato nel percorso country-folk solo occasionalmente pop e sarebbe diventata la stella crossover perfetta. La carriera della Nostra è stata invece contraddistinta da un clamoroso successo, tutto sommato meritato; e se però “folklore” fosse il suo CD più riuscito? Il dibattito è aperto.

Voto finale: 8.

Nicolas Jaar, “Telas”

telas

Il quarto (!) progetto discografico di Nicolas Jaar del 2020, sommando anche l’EP e il CD usciti sotto il nickname A.A.L. (Against All Logic), ritorna all’ambient che l’aveva fatta da padrone in “Cenizas”. Il percorso intrapreso da Jaar nei dischi a suo nome potrà non piacere ai fans delle canzoni più movimentate del Nostro, ma dimostra un’abilità sorprendente da parte del musicista cileno di cambiare tono: techno, ambient, house… nulla nel reame della musica elettronica è alieno a Nicolas Jaar. Per quanti possiamo dire lo stesso?

“Telas” si compone di quattro lunghe tracce, molto complesse e articolate: il CD infatti arriva quasi a 60 minuti di durata! Sommati ai 53 minuti di “Cenizas”, abbiamo un trattato di due ore di elettronica contemporanea, musica da camera che però sa comunicare sensazioni forti, purtroppo intonata al clima da lockdown che ancora pervade molta parte del mondo. Telahora comincia quasi come una canzone di Tom Waits, con ottoni in primo piano e toni dissonanti, per poi evolvere in eterea musica d’ambiente intervallata da momenti più percussivi. Telencima invece ricorda da vicino le atmosfere dell’ambient di Brian Eno, con sonorità più dolci rispetto a Telahora. Telahumo, invece, è una sorta di combinazione fra le due precedenti: serena ma allo stesso tempo imprevedibile. Infine Telallás, la canzone più “breve” del lotto (“soli” 13 minuti), è una conclusione tanto misteriosa quanto giusta per “Telas”, un lavoro che rivela dettagli preziosi ad ogni ascolto.

Le quattro composizioni possono apparire disgiunte e poco coerenti l’una con l’altra, in realtà raccontano di un musicista in continua evoluzione, un maestro dell’elettronica capace di passare da un sottogenere all’altro nell’arco di pochi mesi e produrre sempre LP accattivanti. Se qualcuno avesse ancora dei dubbi, l’ascolto di “Telas” conferma che Nicolas Jaar è il migliore della sua generazione per quanto riguarda la musica elettronica.

Voto finale: 8.

Lianne La Havas, “Lianne La Havas”

lianne

Il terzo album della fascinosa cantante inglese è il suo lavoro più sicuro e convincente. Fin dal titolo il taglio è decisamente personale: “Lianne La Havas” è infatti un CD che tratta temi molto intimi per la Nostra, soprattutto la separazione dal suo partner di Los Angeles (esemplare Please Don’t Make Me Cry). Tuttavia, le melodie non disegnano paesaggi desolati: Lianne infatti mantiene un delicato equilibrio fra soul, R&B e folk che rende il disco imperdibile per gli amanti della musica più rasserenante ma non per questo “leggerina”.

Il lavoro arriva ben cinque anni dopo il precedente “Blood”, un periodo di tempo in cui molti pubblicano due/tre CD di inediti: Lianne ha deciso di riflettere attentamente sulla mossa successiva al CD che l’aveva definitivamente consacrata, tanto da metterla nell’orbita di un certo Prince, che era rimasto affascinato dalla sua bravura alla chitarra e dalla bella voce di Lianne. “Lianne La Havas” prosegue il percorso intrapreso, ma lo aggiorna con melodie più raccolte (trova spazio anche un’efficace cover di Weird Fishes dei Radiohead).

Nessun brano è davvero inefficace, solo il breve Out Of Your Mind (Interlude) è superfluo e rovina parzialmente il ritmo e la coesione del disco. Spiccano invece Paper Thin e la complessa Sour Flower, che riportano alla mente i migliori momenti di “A Seat At The Table” (2016) di Solange Knowles, la sorellina di Beyoncé, solo con minore attenzione alla politica e maggiore introspezione.

Lianne La Havas era un nome chiacchierato nella scena pop inglese; accanto alla bella voce e al fascino personale, infatti, la cantautrice sa sfoderare canzoni subito accattivanti e che migliorano ad ogni ascolto. “Lianne La Havas” è il compimento di un percorso di crescita personale sempre più intrigante, che ci fa sperare di aver trovato una grande interprete nel mondo soul/R&B.

Voto finale: 8.

The Chicks, “Gaslighter”

the chicks

Il lavoro del terzetto country tutto femminile un tempo conosciuto un tempo come Dixie Chicks e ora The Chicks è un gradevole ritorno alle sonorità che le avevano rese un caposaldo del genere nei primi anni del nuovo secolo: canzoni accessibili e non troppo rintanate nei rigidi dettami del genere, armonie vocali notevoli e testi mai scontati.

Il cambio di brand è dovuto alla rinnovata attenzione data in America a tutto quello che può provocare discussioni: Dixie è infatti un nome che fa riferimento agli stati confederati della Guerra Civile e, pur essendo stato adottato a suo tempo ironicamente dalle tre, si è deciso per un nome più neutro. “Gaslighter”, ricordiamolo, arriva ben 14 anni dopo “Taking The Long Way”, il CD nel 2006 aveva segnato l’abbandono delle Dixie Chicks, che tuttavia avevano suonato live e collaborato con altri artisti (su tutti Beyoncé) nel corso degli anni successivi.

La collaborazione con Jack Antonoff (produttore osannato nel mondo pop) faceva presagire un suono più mainstream del passato, vicino a quello di Kacey Musgraves in “Golden Hour” (2018). Impressione confermata dal primo singolo: la title track Gaslighter è un concentrato del miglior country-pop, con ritornello trascinante e le voci di Martie Maguire, Emily Strayer e Natalie Maines al top della forma. È un peccato che poi spesso nel resto del CD la creatività non sia allo stesso eccellente livello: For Her e March March ad esempio sono una sequenza di tracce non proprio imperdibili e rompono l’armonia del lavoro. Buona invece la raccolta My Best Friend’s Weddings.

“Gaslighter” (letteralmente “colui che fa ammattire”) è un titolo azzeccato per un anno davvero folle, tuttavia le The Chicks non sono ancora tornate a quella formula vincente che le aveva rese controverse (celebri le tirate contro la guerra in Iraq nel 2003) ma imprescindibili per gli amanti del country. Vedremo se in futuro la ritrovata sintonia produrrà risultati migliori; “Gaslighter” non è un cattivo LP, semplicemente non è all’altezza delle alte aspettative che la carriera delle The Chicks e il singolo Gaslighter avevano creato.

Voto finale: 7.

Skee Mask, “ISS005” / “ISS006”

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Il produttore tedesco prosegue la serie di brevi lavori iniziata l’anno scorso con altri due EP infarciti dell’elettronica che lo ha reso uno dei nomi più interessanti sulla scena mondiale: techno nervosa, ritmi sempre tesi (“ISS005”) ma anche attenzione al mondo ambient, specialmente in “ISS006”. Bryan Müller (questo il vero nome di Skee Mask) mantiene così la sua nicchia nell’affollato mondo della musica elettronica, facendoci sperare di avere presto un erede al suo secondo album “Compro” (2018).

“ISS005” è rappresentante del lato più techno di Bryan Müller; fin dall’iniziale IT Danza c’è un recupero della scena garage di inizio millennio, su tutti Burial e il primo Four Tet. Notevole soprattutto Meal, mentre delude Type Beat 3, un po’ troppo frenetica. I risultati complessivi restano comunque buoni e ne fanno un EP gradevole soprattutto per gli amanti dell’IDM più spinta.

“ISS006”, dal canto suo, è un lavoro più articolato e devoto all’ambient: i fans dell’Aphex Twin più soft e di GAS sono caldamente consigliati di ascoltare questo CD. Skee Mask è, proprio per questa sua abilità di mescolare melodie più techno e quelle più raccolte della musica d’ambiente, un prodigio della scena elettronica europea: prova ne sia la bella Dolby.

Se mettessimo insieme i due EP otterremmo un disco da 11 canzoni per 56 minuti di durata: dunque un LP “canonico” per complessità, magari caratterizzato da una tracklist che alterna pezzi più mossi ad altri più tranquilli. Come già accennato, la serie di EP cominciata l’anno passato con “808BB” e “ISS004” e proseguita con “ISS005” e “ISS006” ha contribuito a tenere alta l’attenzione su Skee Mask, vedremo se il suo prossimo CD vero e proprio manterrà le aspettative.

Voto finale: 7.

I 50 migliori album del 2019 (50-26)

Il 2019 ci ha regalato album di qualità media molto elevata, alcuni artisti emergenti che promettono di essere i nuovi volti del rock (black midi e Fontaines D.C.) oppure dell’hip hop (Little Simz). Allo stesso tempo abbiamo ritrovato veterani che sembravano decaduti (Coldplay) e gruppi che parevano sciolti (Vampire Weekend). In generale, è stato un ottimo anno, sia in termini di fatturato che di qualità, per il rap e il pop; anche il rock tuttavia ha prodotto CD interessanti. Sottotono invece folk e punk, peraltro dopo un anno frizzante come il 2018.

Questa è la prima parte della lista dei 50 migliori album del 2019. State connessi per la seconda parte! Buona lettura!

50) Anderson .Paak, “Ventura”

(R&B – SOUL)

Il cantante americano Anderson .Paak, giunto al quarto album, è tornato alle sonorità che lo avevano reso famoso con “Malibu” (2016): un funk colorato e sempre ballabile, inframmezzato da parti più rappate. Mentre in “Oxnard” dello scorso anno la parte hip hop aveva la meglio, con risultati controversi, “Ventura” privilegia le sonorità calde e morbide che meglio riescono ad Anderson, con ottimi risultati.

In effetti, se si eccettua la canzone di apertura Come Home con André 3000, il resto del breve ma incisivo CD (11 brani per 40 minuti) è caratterizzato da chiari rimandi ai maestri della black music del passato: da Stevie Wonder a Prince, passando per i più recenti Frank Ocean e D’Angelo. Questo è forse il limite maggiore del disco: parere a volte più una somma di cover di pezzi del passato piuttosto che un insieme di inediti.

L’abilità di .Paak di trasportare questi suoni nel XXI secolo consente però di mettere da parte almeno parzialmente questa critica e concentrarsi sull’eleganza di “Ventura”: i suoni più spigolosi di “Oxnard” sono scomparsi, lasciando spazio a chitarre eleganti e batterie fragranti, capaci di accompagnare l’artista nel corso del CD sempre efficacemente.

Anche liricamente si notano decisi progressi: mentre i precedenti lavori di Anderson .Paak erano caratterizzati da chiari rimandi, a volte molto espliciti, alla vita sessuale dell’artista, “Ventura” contiene anche riferimenti alle lotte fra bianchi e neri in America. King James, dedicata al cestista LeBron James, è caratterizzata dalle seguenti liriche: “We couldn’t stand to see our children shot dead in the streets… we salute King James for using his change to create some equal opportunities”. Altrove invece appaiono proclami più spavaldi: in Chosen One ad esempio si dice “To label me as The One, debatable; but second to none, that suit me like a tailored suit”, mentre in Yada Yada abbiamo “Our days are numbered, I’d rather count what I earn”.

I brani migliori sono What Can We Do?, che chiude magistralmente il disco, e la deliziosa Make It Better; convincono meno Chosen One, troppo lunga, e Winners Circle. In conclusione, le canzoni interessanti non mancano e il disco è caratterizzato da grande coerenza e nessun pezzo fuori posto.

49) Rhye, “Spirit”

(POP – R&B)

Il mini-album di Mike Milosh, già dall’anno scorso privo dell’altra metà dei Rhye Robin Hannibal, mantiene l’estetica raffinata vista nei due precedenti album “Woman” (2013) e “Blood” (2018), riducendo però l’influenza di elettronica e R&B per comporre il suo lavoro più intimista.

La struttura dell’EP è molto particolare: abbiamo 3 canzoni su 8 che non arrivano ai 3 minuti e sono puramente strumentali, mentre le altre sono decisamente più articolate. Milosh ha composto queste melodie su un pianoforte tra una pausa e l’altra del tour a supporto di “Blood”, ma non per questo “Spirit” è una semplice raccolta di b-sides: i pezzi sono formati perfettamente, prodotti con raffinatezza e hanno ciascuno un fascino sensuale o romantico che alla lunga conquista.

I pezzi migliori sono Needed e Patience; ma nessuno è fuori posto, tanto che anche i brevi intermezzi sono necessari alla riuscita del lavoro. Liricamente, Milosh conferma i temi che più gli stanno a cuore: desiderio e fragilità, entrambi come vediamo strettamente legati all’amore nel senso più ampio del termine. Esemplari questi due versi: “Why you look so fragile? Do I seem so bad?” e “I wanna be needed, that’s what I need”, entrambi in Needed.

In conclusione, “Spirit” prosegue la striscia vincente inaugurata nel 2013: Milosh continua a deliziarci con canzoni romantiche fino al midollo e capaci di suscitare in ogni ascoltatore un sentimento diverso, dalla nostalgia al desiderio alla paura per la fine di una relazione. Non una cosa da tutti.

48) Solange, “When I Get Home”

(R&B – SOUL)

Il quarto CD a firma Solange Knowles, sorella della regina del pop Beyoncé, è decisamente differente nelle tematiche trattate dal precedente “A Seat At The Table” (2016), ma mantiene un fascino e una cura del dettaglio sonoro che lo rendono senza dubbio interessante, anche se non perfetto.

Concentrare 19 canzoni in 39 minuti implica due cose: avere molto da dire ma allo stesso tempo privilegiare la forma libera, lasciando da parte la canonica canzone da tre minuti per dare spazio anche a intermezzi piuttosto brevi. È proprio quello che succede in “When I Get Home”: Solange infatti dedica il lavoro all’amata Houston, la sua città natale, creando un patchwork che va dal funk al soul al jazz, con collaboratori del calibro di Gucci Mane e Playboy Carti ad arricchire ulteriormente la ricetta.

Come già in “A Seat At The Table”, frequenti sono gli intermezzi inferiori al minuto di durata dove Solange si prende una pausa e prepara l’ascoltatore ai pezzi veri e propri. La vera differenza rispetto al bellissimo precedente lavoro risiede soprattutto nelle liriche: mentre “A Seat At The Table” affrontava con coraggio tematiche razziali legate al trattamento riservato alle persone di colore, “When I Get Home” è strutturato come un flusso di pensieri ininterrotto e, come tale, un po’ confusionario. Ne sono prova le frequenti ripetizioni testuali presenti nel corso del disco: l’iniziale Things I Imagined si regge sul verso “I saw things… I imagined things… I imagined.” Anche Down With The Clique è similmente ripetitiva: Solange canta infatti “We were down with you, down with you” nel ritornello.

Peccato, perché le belle canzoni non mancano: la lenta Down With The Clique e Almeda sono gli highlights, ma bella anche Stay Flo. Al contrario, gli intermezzi alla lunga stufano, anche perché non contengono messaggi rilevanti.

In conclusione, Solange continua efficacemente il percorso nella storia della black music iniziato nel 2016; tuttavia, chi si aspettasse un altro manifesto politicamente impegnato è destinato a rimanere deluso. “When I Get Home” è semplicemente un buon disco di musica nera.

47) Andy Stott, “It Should Be Us”

(ELETTRONICA)

Il nuovo album dell’enigmatico DJ Andy Stott segue di tre anni “Too Many Voices”, un lavoro da molti considerato il più debole della sua produzione, a metà fra techno oscura e passaggi più ariosi. Stott in effetti è sempre stato maestro delle atmosfere dark, interprete di un’elettronica lenta e sincopata, non ballabile ma capace di momenti di vera bellezza.

Molto efficace anche in formato EP (basta sentirsi i due lavori del 2011 “Passed Me By” e “We Stay Together”), il produttore inglese ha definitivamente deciso da che parte stare: le 9 canzoni di “It Should Be Us” sono la perfetta colonna sonora dell’Apocalisse. Le atmosfere sono lugubri come mai nella discografia di Stott, i ritmi sono caratterizzati da bassi opprimenti e batteria quasi post-punk. Le poche voci udibili ricordano il Burial di “Untrue” (2007), esprimendo sensazioni più che parole vere e proprie.

Molto efficaci in questo senso Dismantle e Collapse, mentre è inferiore alla media Promises. In generale il CD è coeso ed è un buon compromesso fra EP e LP in termini di canzoni e durata: 9 pezzi per 46 minuti, pur in un genere così pessimista, non sono difficili da assimilare, fatto che dà ancora più fascino al lavoro.

Andy Stott ha ormai creato uno stile tutto suo, che certo lo tiene lontano dal mainstream ma ne assicura un’immediata riconoscibilità. “It Should Be Us” è un’altra interessante aggiunta ad una discografia che va ormai elogiata come una delle più efficaci nella scena elettronica mondiale.

46) Jai Paul, “Leak 04-13 (Bait Ones)”

(R&B – ELETTRONICA)

La storia di questo CD è una delle più incredibili mai sentite. Jai Paul, nel lontano 2013, era una delle promesse del pop più brillanti: i due singoli pubblicati, Jasmine e BTSTU, avevano fatto faville con la stampa specialistica e lui pareva pronto a spiccare il volo.

L’aprile di quell’anno, però, sconvolse la vita di Jai: l’album venne “leakato”, cioè messo su internet senza l’autorizzazione di Paul, con molti pezzi ancora in fase embrionale. In realtà critica e pubblico rimasero favorevolmente impressionati dai risultati, seppur ancora parziali. Jai Paul, dal canto suo, si rinchiuse in un silenzio ostinato, durato ben sei anni.

Messa da parte la storia pazzesca dell’album, occorre essere imparziali e valutarlo per quello che vale oggi? Vale quanto segue: i brani fatti e finiti di “Leak 04-13 (Bait Ones)” sono pezzi unici, creativi e mai scontati, a testimonianza che davvero Jai Paul sei anni fa era pronto a sconvolgere il panorama musicale col suo mix ipnotico di R&B, pop d’avanguardia ed elettronica raffinata. Ne sono testimonianza la romantica Jasmine (demo) così come la più movimentata Genevieve (unfinished) – le parole fra parentesi ribadiscono la delusione di Jai Paul nel vedersi pubblicare canzoni ancora parzialmente finite.

In conclusione, la presenza fin troppo numerosa di intermezzi fini a sé stessi e chiaramente ancora da sgrezzare può rendere l’ascolto del CD a tratti difficoltoso, ma la qualità della maggior parte delle composizioni di maggior durata è notevole. Per questo motivo “Leak 04-13 (Bait Ones)” merita di essere riconosciuto come uno dei più grandi LP che (non) hanno mai visto la luce.

45) Julia Jacklin, “Crushing”

(ROCK)

Il secondo album della cantante australiana riparte da dove il precedente “Don’t Let the Kids Win” del 2016 aveva terminato la sua tracklist: un rock che si rifà chiaramente a grandi maestri del passato come Neil Young e Bob Dylan, ma anche a contemporanei come Kurt Vile. Tuttavia, rispetto all’esordio, Julia ha decisamente migliorato l’aspetto lirico, creando testi mai banali e che anzi si collegano a molti di noi.

“Crushing” è un breakup album, ovvero un CD destinato ad affrontare le conseguenze per la cantante di una rottura in campo amoroso. Julia Jacklin in effetti fa riferimento in tutte le 10 canzoni che compongono “Crushing” al suo ex ragazzo, a volte con rabbia a volte con ironia e disincanto. Tutti abbiamo avuto nella vita rotture dolorose, con ex partner oppure ex amici: per questo i testi candidi di Julia possono essere un utile punto di vista per affrontare questi temi non facili.

Ad esempio, nell’iniziale, meditativa Body la sentiamo cantare: “I guess it’s just my life and it’s just my body”, riferendosi a una potenziale minaccia di “revenge porn”, una piaga purtroppo sempre più diffusa soprattutto fra i più giovani. Ancora, in You Were Right Julia dichiara compiaciuta: “Started feeling like myself again the day I stopped saying your name”. Insomma, i motivi di attrito con l’ex fidanzato devono essere stati profondi. Altre melodie sono accompagnate da testi più ironici: Turn Me Down ad esempio termina con questo verso: “Don’t look at me… Maybe I’ll see you in a supermarket sometime”.

Musicalmente, come già accennato precedentemente, la Jacklin ricorda molto da vicino alcuni maestri vicini e lontani, assomigliando contemporaneamente ad alcune sue coetanee: da Phoebe Bridgers (specialmente nella parte centrale di “Crushing”) a Angel Olsen. Il disco non spicca per originalità dunque, ma le liriche e gli arrangiamenti, oltre alla cristallina voce di Julia, sono valorizzati al massimo. I brani lenti, come When The Family Flies In e Convention, possono essere monotoni alla lunga, mentre Julia sembra dare il meglio nei pezzi davvero rock, come You Were Right e Pressure To Party. Buona poi la più raccolta Turn Me Down.

In conclusione, Julia Jacklin si è inserita con abilità nel gruppo delle giovani artiste che stanno rivoluzionando il panorama indie degli anni ’10. Per ora va bene così; in futuro sarebbe bello vedere il lato più creativo e, chissà, sperimentale della sua visione artistica.

44) Sharon Van Etten, “Remind Me Tomorrow”

(ROCK – POP)

Il quinto album non autoprodotto dell’artista americana Sharon Van Etten è una reinvenzione artistica di alto livello: alzando il volume dei sintetizzatori, Sharon compie una svolta simile a quella dei Tame Impala ai tempi di “Currents”, con ottimi risultati.

La Van Etten era assente dalla scena musicale da 4 anni: al 2015 risale infatti l’EP “I Don’t Want To Let You Down”. Tuttavia, questi non erano stati anni di letargo per lei: nel 2017 aveva fatto una comparsata in Twin Peaks, la serie cult di David Lynch. Inoltre, è diventata mamma e ha finalmente trovato una relazione stabile, riuscendo a dimenticare quella vissuta in gioventù che aveva formato molti dei riferimenti dei suoi CD precedenti, fatta di abusi e continue umiliazioni.

Il disco si apre con la lenta ballad I Told You Everything, un inizio non trascendentale ma che prepara bene il terreno per il bellissimo secondo brano, No One’s Easy To Love, uno degli highlight di “Remind Me Tomorrow”. Comeback Kid ricorda da vicino le ultime incarnazioni di Annie Clark, mentre Jupiter 4 è una dolce nenia che alla lunga conquista. Molto interessante You Shadow, meno Malibu. La chiusura dell’album è epica: Hands è potente al punto giusto, Stay invece è una ballata che ricorda la vecchia Sharon.

Dal punto di vista testuale, “Remind Me Tomorrow” sembra ripartire da dove ci eravamo lasciati con “Are We There” (2014): I Told You Everything infatti inizia con “You said, ‘Holy shit, you almost died’”, riferendosi probabilmente al fidanzato violento cui avevamo già accennato. Altrove, però, il tono di Sharon è più minaccioso: “You’ll run” urla in Memorial Day. La Van Etten, tuttavia, non ha certezze di come il tutto finirà: “I don’t know how it ends” canta in Stay, una sensazione che purtroppo tutti proviamo di fronte all’amore.

In generale, il forte cambiamento impresso da Sharon al suo iconico stile, che aveva ispirato artiste come Phoebe Bridgers e Julien Baker, rappresenta un beneficio per lei dal punto di vista artistico. Avere una maggiore versatilità è sempre fondamentale per garantirsi una lunga e prolifica carriera; se poi la qualità resta così alta, non possiamo che esserne felici.

43) Tim Hecker, “Anoyo”

(ELETTRONICA – SPERIMENTALE)

Il mini-album “Anoyo” del musicista canadese Tim Hecker richiama il precedente suo lavoro, quel “Konoyo” (2018) ispirato alla musica giapponese. In effetti i brani che fanno parte di questo progetto sono presi dalle stesse sessions del precedente, i risultati sono tuttavia ancora più intriganti.

Se “Konoyo” aveva una pecca, era sicuramente la lunghezza: la musica di Hecker sa essere sublime, ma se presa troppo a lungo rischia di diventare difficilmente digeribile. “Konoyo”, pur avendo alcune parti eccellenti, alla lunga diventava fin troppo opprimente: le sonorità ambient di Hecker mescolate all’ensemble di musica gagaku Tokyo Gakuso a volte non si sposavano bene.

Ciò non vale per “Anoyo”, quasi un negativo dell’album fratello: dove uno era fin troppo carico, l’altro è essenziale e severo nelle sonorità. Anche il significato dei titoli è antitetico: konoyo sta per aldiquà, mentre anoyo significa aldilà. Musicalmente, “Anoyo” è un ottimo album ambient, allo stesso tempo sperimentale ma più accessibile di altri lavori di Hecker. Ottima Is But A Simulated Blur e buona anche l’iniziale That World, sebbene un po’ prolissa. Nessuna traccia in realtà è fuori posto, anzi nell’insieme il CD è organico e coeso.

In conclusione, “Anoyo” è uno dei punti più alti della musica ambient degli ultimi anni: per la verità, è l’intero genere ad essere tornato in prima linea nel variegato panorama della musica elettronica, grazie anche ai ritorni dei veterani Aphex Twin e Gas. Tim Hecker dal canto suo continua la sua singolare striscia di collaborazioni con paesi e culture diversi, dimostrando una creatività ancora viva e vegeta pur avendo alle spalle più di 20 anni di attività.

42) Sleater-Kinney, “The Center Won’t Hold”

(ROCK)

Il nono album delle Sleater-Kinney, una delle più longeve e talentuose band indie rock a cavallo fra i due millenni, è il secondo dopo la reunion del 2014 e segue il bellissimo “No Cities To Love” (2015). “The Center Won’t Hold” vanta la presenza di Annie Clark aka St. Vincent alla produzione, un contributo visibile e che probabilmente ha influito sulla decisione di Janet Weiss (batterista delle Sleater-Kinney fino al 2019) di abbandonare il complesso, ormai troppo mainstream per lei.

Il disco in realtà non suona troppo diverso dai precedenti sforzi del gruppo americano: le canzoni sono sempre dirette e le liriche mai banali, basate sui concetti di empowerment femminile, come il movimento riot grrl che ha originato le Sleater-Kinney ha sempre propugnato. Certo, vi sono episodi più melodici come Restless e l’influenza dell’elettronica è maggiore, ma fa parte della naturale evoluzione delle tre (ormai due) componenti della band.

Il CD si apre quasi su sonorità industrial: la title track pare anticipare svolte totali, prima di risolversi in un’esplosione punk degna delle prime Sleater-Kinney. Hurry On Home, il primo singolo estratto da “The Center Won’t Hold”, pare quasi un pezzo di St. Vincent ai tempi di “Strange Mercy” (2011), ma è un complimento non un’accusa di plagio. Non tutte le canzoni sono completamente convincenti: RUINS è fin troppo lenta, così come la già citata Restless sembra fuori posto dato il mood del lavoro.

Le liriche sono sempre state un pezzo forte delle Sleater-Kinney; anche “The Center Won’t Hold” lo conferma. Ad esempio, un tema portante è il destino delle donne considerate mature dal mondo della musica e in generale dell’arte, quasi impossibilitate a parlare del loro invecchiamento senza sentirsi nell’occhio del ciclone (LOVE), mentre altrove appare l’alienazione provocata dall’uso degli smartphone (“I start my day on a tiny screen, never have I felt so goddamned lost and alone” canta Corin Tucker in The Future Is Here). Il tono di Bad Dance è invece quasi ironico: “If the world is ending now then let’s dance… And if we’re all going down in flames, then let’s scream the bloody scream”.

In conclusione, “The Center Won’t Hold” sembrava nato sotto i migliori auspici: una band al top delle sue potenzialità, aiutata da una produttrice sopraffina, facevano pensare ad un capolavoro in arrivo. Il disco è senza dubbio gradevole, ma niente di trascendentale; pare anzi un LP di transizione, considerato anche l’abbandono della Weiss. Vedremo dove quest’incarnazione più elettronica e orientata al pop condurrà le Sleater-Kinney: il talento resta intatto, pertanto siamo fiduciosi.

41) JPEGMAFIA, “All My Heroes Are Cornballs”

(HIP HOP)

Al terzo album e dopo l’esplosione da cantante di nicchia a rapper venerato da un largo seguito, JPEGMAFIA è tornato. “Veteran” (2018) non è stato un evento casuale: il rap caotico ed eternamente creativo di Barrington DeVaughn Hendricks si conferma una forza motrice devastante, facendo di “All My Heroes Are Cornballs” uno degli album di rap sperimentale migliori dell’anno.

Partiamo intanto dall’analisi della copertina e dei titoli della tracklist: il CD si annuncia lungo e non semplice da assimilare, con canzoni a volte sotto il minuto di durata e altre invece più articolate. Nella cover JPEGMAFIA ha vestiti quasi femminili, circostanza che in effetti si sposa bene col titolo del lavoro e del singolo di lancio: “tutti i miei eroi sono sdolcinati” e Perdonami Gesù, sono una facile rispettivamente. Insomma, le supposizioni sull’identità sessuale del Nostro possono partire, ma Hendricks è sempre stato molto riservato al riguardo e neanche in “All My Heroes Are Cornballs” trapelano indiscrezioni.

Gossip a parte, l’hip hop altamente innovativo e imprevedibile di JPEGMAFIA si conferma efficace: i pezzi più compiuti, come il già citato Jesus Forgive Me, I Am A Thot e Kenan vs. Kel, sono davvero ottimi. La struttura spezzettata del CD può risultare indigesta per alcuni, comprensibilmente (intermezzi come DOTS FREESTYLE REMIX e JPEGMAFIA TYPE BEAT sono fin troppo rumorosi), ma denota una creatività sempre all’erta non banale nello stereotipato panorama mondiale.

Testualmente, i riferimenti di JPEGMAFIA restano tanto vari quanto inclassificabili: troviamo rimandi a Bane, Michael Jackson (entrambi in Rap Grow Old & Die x No Child Left Behind), i Beatles (Post Verified Lifestyle), Brian Wilson dei Beach Boys (BBW), polemiche contro l’uso della forza da parte della polizia (PTSD) e a Gesù (Jesus Forgive Me, I Am A Thot e BUTTERMILK JESUS TYPE BEAT). In tutti i casi però resta indelebile l’abilità di JPEGMAFIA di assemblare brani credibili pur nel caos da lui stesso prodotto.

Il disco a volte risulta davvero difficile da seguire, ma ripetuti ascolti premiano gli ascoltatori. Hendricks si conferma quindi tanto imprevedibile quanto incapace di dare coerenza ai suoi lavori. Ma proprio qui sta il bello no?

40) Bruce Springsteen, “Western Stars”

(ROCK)

La leggenda del rock è tornata: “Western Stars” marca il ritorno di Bruce Springsteen 5 anni dopo “High Hopes”. Il 19° (diciannovesimo!) album di inediti del Boss è una ventata di freschezza in una discografia che inevitabilmente iniziava a diventare prevedibile, guidata ultimamente più spesso da motivazioni politiche e sociali che dall’ispirazione vera e propria.

“Western Stars” è un disco molto springsteeniano, pieno di rimandi al rock anni ’70 ma anche al folk e all’Americana, quel sottogenere a metà fra country e rock che tanto fa proseliti negli States. Non per questo però il CD è ripetitivo o fuori fuoco; anzi, gli episodi prevedibili sono davvero rari e fanno di “Western Stars” uno dei punti più alti della discografia recente del Boss. L’inizio, ad esempio, è ottimo: Hitch Hikin’ è uno slow-burner, ma conquista ascolto dopo ascolto. Ottima anche la successiva The Wayfarer, uno degli highlights immediati del lavoro.

La parte centrale dell’album presenta alcune melodie inferiori alla media (alta, va detto) del resto del disco: la title track e Sleepy Joe’s Cafe sono pezzi quasi beatlesiani, ma non ispiratissimi. Molto meglio la solarità di Hello Sunshine, non a caso scelto come singolo di lancio da Springsteen. In generale, “Western Stars” mantiene un mood gioioso e raffinato durante tutto il suo corso, ben coordinato con le storie sempre affascinanti narrate dall’artista.

Liricamente, come accennavamo, il Boss si conferma maestro: in “Western Stars” troviamo riferimenti ad un attore collega di John Wayne e ora costretto a lavorare per gli spot in tv (la title track); altrove (forse un riferimento autobiografico?) un cantante country si chiede se i sacrifici fatti durante la vita siano valsi a qualcosa (Somewhere North Of Nashville). Ricordiamo che Bruce compirà 70 anni quest’inverno, quindi ormai è probabile che abbia fatto dei bilanci sulla sua vita e i suoi alti e bassi. Una delle frasi più potenti è contenuta in Moonlight Motel: “It’s better to have loved”.

In generale, Bruce Springsteen non ha bisogno di presentazioni: un autore capace di scrivere capolavori nella sua gioventù (“Born To Run” e “Darkness On The Edge Of Town”) e nella sua età di mezzo (“Born In The U.S.A.” e “Tunnel Of Love”) può solamente essere elogiato. Il fatto che sappia rinnovarsi alla soglia dei 70 anni dimostra una volta di più che di Boss ce n’è, e probabilmente ce ne sarà, uno solo.

39) Taylor Swift, “Lover”

(POP)

La popstar, giunta al settimo lavoro di studio (a soli 29 anni) dimostra una maturità maggiore rispetto a “reputation” (2017), il suo precedente CD. Accanto ai soliti temi dell’amore e delle pene che ne derivano, infatti, trovano spazio anche il dolore personale per la salute della madre e riflessioni non banali sui rapporti interpersonali.

I singoli che hanno lanciato “Lover” sono stati accolti in maniera controversa: ME! è già nella storia dei meme per quel verso che esalta lo spelling (“Spelling is fun!”), mentre You Really Need To Calm Down è una canzone pop talmente generica da essere paragonabile al peggior fiasco di Taylor, quella Look What You Made Me Do che era il peggior pezzo di “reputation”. Tuttavia, il livello generale del disco è davvero buono, con le vette di Cruel Summer e The Archer, oltre alla ballata strappalacrime Soon You’ll Get Better.

L’inizio del disco è intrigante: I Forgot That You Existed è un ritorno alla “vecchia” Taylor, con quel titolo che sa di vendetta per un ex partner e una melodia tanto essenziale quanto riuscita. Come già detto, Cruel Summer è un highlight immediato del disco, invece The Man e Lover sono più prevedibili. La lunghezza di “Lover” risulta eccessiva (più di un’ora), ma di cose da dire Taylor ne ha, quindi la presenza di brani mediocri è perdonabile nell’economia di un CD complesso ma da lodare per varietà e tematiche affrontate.

Parlando dei testi, “Lover” come già accennato è il lavoro più maturo della Swift: in Soon You’ll Get Better parla senza timori della battaglia contro il tumore della madre, invece la conclusiva Daylight contiene un riferimento a “Red” (2012): “I once believed love would be black and white… I once believed love would be burning red, but it’s golden”. Esiste modo migliore per descrivere l’amore?

In conclusione, la presenza di 4-5 canzoni inferiori alla media impedisce a “Lover” di essere il CD definitivo di Taylor Swift. Nondimeno, l’ampiezza della palette sonora messa in mostra dalla popstar americana fa capire che la traiettoria intrapresa è tornata sulla retta via, quella persa da “reputation” in avanti.

38) Flying Lotus, “Flamagra”

(ELETTRONICA)

Il sesto album del celebre produttore losangelino Steven Ellison, meglio conosciuto col nome d’arte Flying Lotus, si è fatto attendere. Il suo ultimo lavoro, il breve ma densissimo “You’re Dead!”, risaliva al 2014. Questi cinque anni sono però stati impegnativi per Ellison: ha girato un film horror, Kuso; lanciato un’intera divisione della sua Brainfeeder dedicata al cinema; composto svariate colonne sonore.

In mezzo a tutto questo, Flying Lotus non ha tuttavia dimenticato la sua prima passione, la musica. Del resto, un personaggio che vanta fra i suoi avi John e Alice Coltrane non può che avere una creatività musicale decisamente sviluppata. “Flamagra” si presenta come il suo lavoro più complesso, sia per struttura che come personale coinvolto: Ellison infatti non bada a spese, coinvolgendo il meglio del mondo hip hop contemporaneo, da Solange Knowles a Tierra Whack, passando per Anderson .Paak e Denzel Curry. Non ci scordiamo poi il contributo del mitico David Lynch in Fire Is Coming! Insomma, 27 canzoni per 67 minuti, contando tutti questi ospiti, vogliono dire una cosa sola: “Flamagra” deve essere digerito, i giudizi impulsivi possono essere fuori asse.

Una cosa è comunque subito chiara: l’ipnotico mix di elettronica, jazz e hip hop dei migliori lavori di Flying Lotus non è scomparsa. Anzi, la formula viene in un certo senso portata agli estremi: spesso in un solo brano troviamo differenti parti, ognuna dedicata ad un genere particolare. I risultati sono prevedibilmente ostici, soprattutto ai primi ascolti, ma la pazienza degli ascoltatori viene premiata da un concentrato di pezzi efficaci: dalla sognante Remind U, che ricorda “Until The Quiet Comes” (2012) alla trascinante More, con grande contributo di Anderson .Paak e Thundercat, passando per Heroes e Land Of Honey, il CD è spesso un trionfo. Certo, alcuni momenti (su tutti la troppo lunga Takashi) sarebbero stati evitabili, ma sappiamo che Ellison è sempre stato un massimalista, fin dai tempi di “Cosmogramma” (2010), quindi aspettarsi da lui prudenza sarebbe vano.

In generale, dunque, “Flamagra” è valso l’attesa: i cinque anni passati da “You’re Dead!” non pesano sulle composizioni di FlyLo, che anzi restano fresche e innovative anche dopo numerosi ascolti. Questo sesto disco non sarà il migliore della sua produzione, ma segna il ritorno di una figura fondamentale per l’elettronica e il jazz contemporanei, capace di stravolgere i cardini di questi due mondi apparentemente lontani.

37) Holly Herndon, “PROTO”

(SPERIMENTALE – ELETTRONICA)

Il quarto album della compositrice americana Holly Herndon è un concept album molto ambizioso e non facile. Tuttavia, ripetuti ascolti svelano un vero e proprio tesoro, ricco di sfumature e dettagli preziosi.

Il tratto più caratteristico di “PROTO” è la presenza, dichiarata fin dall’inizio, dell’intelligenza artificiale: Spawn, questo è il suo nome, fa parte del coro di voci che qua e là compaiono all’interno del lavoro, ad esempio in Canaan (Live Training). È questo uno dei primi dischi fondati in parte sull’IA; in poche parole, un lavoro davvero sperimentale e coraggioso. Se a questo aggiungiamo delle basi elettroniche molto dense, a volte quasi impenetrabili, “PROTO” diviene una vera sfida per gli ascoltatori.

Vero è che, in alcune parti, il CD mantiene una certa venatura pop: Eternal è un ottimo pezzo, che unisce avanguardia e accessibilità. Nondimeno, le parti più ardite hanno la netta prevalenza: le due sessioni di training per Spawn già basterebbero, se poi ci aggiungiamo Alienation e Extreme Love il quadro è completo. In generale, comunque, “PROTO” non è mai sperimentale solo per il gusto di esserlo, anzi la Herndon ha sempre ben chiaro in testa il disegno e il concept dietro l’album. Brani fin troppo arditi come Bridge e Godmother, in tal modo, sono più che compensati da perle come Eternal, Frontier e la conclusiva Last Gasp.

Pertanto, con “PROTO” l’artista americana ha probabilmente raggiunto il picco più estremo di quell’ibrido a metà fra elettronica d’avanguardia e pop sofisticato che ne ha fatto la fortuna. Potrebbe essere un’idea cercare la fortuna nel mondo mainstream, un po’ quello che SOPHIE ha fatto con il suo recente LP “OIL OF EVERY PEARL’S UN-INSIDES”. Intanto godiamoci questo lavoro, uno dei più avveniristi dell’intera decade.

36) Earl Sweatshirt, “FEET OF CLAY”

(HIP HOP)

Il nuovo, bravissimo EP a firma Earl Sweatshirt arriva poco meno di un anno dopo “Some Rap Songs”, il CD fino ad ora più riuscito della sua produzione, che ha raggiunto nuovi livelli di creatività e arditezza nell’ambito del rap sperimentale, mischiandolo abilmente con il jazz d’avanguardia. “FEET OF CLAY” pare un estratto di quell’incredibile lavoro: l’EP continua la striscia di pubblicazioni sempre più fuori di testa di Earl, basti sentirsi la base sghemba di EAST.

Il lavoro è composto da 7 brani per 15 minuti di lunghezza: va però sottolineato che solo in un paio di occasioni le canzoni superano i 2 minuti di lunghezza, vale a dire in EL TORO COMBO MEAL e 4N. Il resto dei brani è quasi un insieme di schizzi in attesa di essere completati, in questo ricordando il Kanye West di “JESUS IS KING”.

Anche tematicamente il disco è un’ideale continuazione di “Some Rap Songs”: in TISK TISK / COOKIES Earl mormora: “The moments that’s tender and soft, I’m in ’em, the memories got strong. But some of them lost”, mentre in EAST fa riferimento ai suoi problem di alcolismo, “My canteen was full of the poison I need”.

In conclusione, “FEET OF CLAY” è un altro rilevante lavoro di Earl Sweatshirt, che si conferma voce veramente unica nel panorama rap contemporaneo. Le sue basi sempre eccentriche, con chiari elementi jazz quando non elettronici, hanno influenzato molti artisti, dagli Injury Reserve a MIKE. Tuttavia, nessuno ha l’onestà intellettuale e la capacità di creare lavori coesi come lui: “FEET OF CLAY” suona contemporaneamente come chiusura di un ciclo e apertura di nuovi orizzonti.

35) Mannequin Pussy, “Patience”

(PUNK)

Il terzo disco della band punk statunitense è un pugno nello stomaco fatto di riff potentissimi e testi devastanti sulla fine di una relazione vista dalla parte di una ragazza abusata, impersonata dalla cantante e chitarrista Marisa Dabice.

“Patience” non è tuttavia un CD eccessivamente monocorde, musicalmente parlando: i Mannequin Pussy sono molto abili a mescolare il punk più sanguigno con il power pop degno delle Sleater-Kinney, creando quindi un mix tanto breve (26 minuti) quanto bilanciato. L’inizio è davvero potente: il terzetto composto da Patience, Drunk II e Cream introduce benissimo temi e atmosfere del disco. La successiva Fear + Desire, fra i brani più ambiziosi del lavoro, serve come pausa verso la seconda metà del disco.

La parte finale di “Patience” contiene il brano più appetibile anche dal mainstream: In Love Again è un ottimo brano indie rock, che potrebbe benissimo rientrare nei lavori recenti dei Car Seat Headrest. Insomma, le 10 canzoni di “Patience” spingono l’ascoltatore a scoprire continuamente i rimandi a gruppi ed epoche del passato, ma non per questo motivo i Mannequin Pussy suonano ovvi.

Liricamente, come già accennato, i testi del CD sono a volte davvero duri: la Dabice spesso si abbandona a invettive contro un passato partner, accusato di averla abusata sia fisicamente che attraverso sputi e insulti, che l’hanno fatta sentire oggettivata se non umiliata (sia High Horse che Fear + Desire ne sono chiari esempi). Per questo la già citata In Love Again, che chiude il disco, è una ventata d’aria fresca: un messaggio di ottimismo in un album altrimenti davvero tragico.

Questo “Patience” dunque è davvero un eccellente lavoro: la giovane band statunitense riesce a comprimere in 26 minuti più o meno tutta la storia recente del punk rock, riuscendo ad essere profonda ma mai fine a sé stessa.

34) Leif, “Loom Dream”

(ELETTRONICA)

Il terzo CD del gallese Leif Knowles è un ottimo disco di musica ambient. Leif è al terzo disco di una carriera prolifica: lui ha cominciato la sua attività nei primi anni 2000, ma più come autore di DJ set che come produttore di album. In effetti il suo nome solo con “Loom Dream” ha cominciato a farsi largo anche nel mainstream, con pieno merito va detto. I temi portanti del disco riguardano la natura: i titoli delle canzoni evocano piante e fiori (Myrtus, Rosa e Mimosa ne sono chiari esempi). La brevità (34 minuti) aiuta Knowles a focalizzare pienamente il lavoro, con risultati eccellenti a tratti e buoni in generale.

L’apertura di Yarrow è magistrale: i 7 minuti della canzone scorrono benissimo e la traccia entra senza problemi nella successiva, Borage, leggermente più mossa ma mai invadente. L’unica canzone leggermente sotto la media è Mimosa, ma per il resto, come già accennato, il CD è compatto e offre sempre spunti di riflessione anche dopo ripetuti ascolti.

In conclusione, l’artista gallese ha creato con “Loom Dream” una perfetta colonna sonora per rilassarsi ma anche per lavorare. Il disco è il primo vero buon lavoro di musica ambient del 2019 e pare un perfetto trampolino di lancio per la futura carriera di Leif.

33) Rapsody, “Eve”

(HIP HOP)

Il terzo album della talentuosa rapper Rapsody, reduce dal successo di “Laila’s Wisdom” (2017), nominato anche ai Grammy come miglior album rap, è un album politicamente impegnato, ma non per questo pesante. Anzi, le basi sono in molte occasioni azzeccate e gli ospiti presenti (da GZA a D’Angelo passando per J. Cole) aggiungono ulteriore interesse ad un CD davvero ben fatto.

Le 16 canzoni che compongono l’album sono dedicate ad importanti figure femminili della cultura black: così come “Laila’s Wisdom” era dedicato alla nonna di Rapsody, così “Eve” è un lavoro meno introspettivo e più esposto politicamente, citando personaggi fondamentali del passato e del presente, da Nina Simone a Michelle Obama, passando per Oprah Winfrey.

Se accostiamo questo LP ad altri usciti recentemente, da “LEGACY! LEGACY!” di Jamila Woods a “When I Get Home” di Solange Knowles fino ad arrivare a “HOMECOMING: THE LIVE ALBUM” di Beyoncé, notiamo una nuova consapevolezza e un forte desiderio di rivendicazione da parte delle donne di colore, impazienti di vedersi riconosciuto il loro posto nell’eredità culturale del mondo e che il contributo di quelle che le hanno precedute venga apprezzato appieno.

“Eve” ha successo sia per le basi, sempre coinvolgenti e caratterizzate da mixaggio e arrangiamento impeccabili, sia per la presenza di Rapsody, molto abile a prendersi il palcoscenico quando serve e a cederlo agli ospiti negli altri casi. Ad esempio, ottimo il featuring di Leikeli47 in Oprah, così come il contributo di GZA e D’Angelo in Ibtihaj. L’unico brano inferiore alla media è Whoopy, con una base un po’ monotona alla lunga. Spiccano invece Nina, Cleo e la già citata Oprah.

In conclusione, “Eve” ha giustamente ricevuto giudizi lusinghieri dalla critica. Il rap mai estremo di Rapsody, unito ad elementi soul sempre raffinati, creano un amalgama molto interessante, che rende il disco fondamentale per gli amanti della musica nera.

32) Thom Yorke, “ANIMA”

(ELETTRONICA – ROCK)

Il terzo album vero e proprio di Thom Yorke, frontman dei Radiohead, segue la colonna sonora di Suspiria dello scorso anno. Yorke in “ANIMA” continua il percorso elettronico intrapreso in “The Eraser” (2006) e lo conduce verso lidi più teneri del solito, evocando le atmosfere dei lavori più intimi dei Radiohead, un po’ ambient un po’ glitch.

Del resto, è inevitabile fare comparazioni con la sua band, vero culto per moltissimi fans e non senza ragioni: autori di classici come “OK Computer” e “Kid A”, i Radiohead sono da molti considerati fra le più importanti band nella storia della musica. Yorke, gli va dato atto, non ha mai cercato di scimmiottare i lavori del complesso britannico da solista; un merito, ma anche forse un motivo del perché nessuno ha mai avuto veramente successo. “ANIMA” invece collega benissimo i Radiohead di “Kid A” e “Amnesiac” con il Thom solista, creando un lavoro coeso e avvincente.

La partenza è interlocutoria: sia Traffic che Last I Heard (… He Was Circling The Drain) rievocano le tenebrose atmosfere di “Tomorrow’s Modern Boxes” (2014). Tuttavia, la magia è solo rinviata: sia Twist che Dawn Chorus sono fra le migliori composizioni del Thom Yorke solista, entrambe melodie tenere con la voce di Yorke al suo meglio. Si ritorna in questo modo al CD forse più incompreso del catalogo dei Radiohead, “King Of Limbs” (2011). Insomma, Thom (aiutato come sempre dal fido produttore Nigel Godrich) ha ancora diversi assi nella manica.

A tutto questo va aggiunto che Paul Thomas Anderson, il celebre regista hollywoodiano e collaboratore dei Radiohead, ha girato un breve film sulle note di alcune delle canzoni contenute in “ANIMA”. Insomma, possiamo dire che Thom Yorke in questo caso ha decisamente alzato il livello, sia di ambizione che di arrangiamenti; e i risultati sono notevoli.

Liricamente, come spesso nella carriera, il frontman dei Radiohead non risparmia invettive contro la presenza sempre più invasiva della tecnologia: in The Axe (già il titolo, L’Ascia, dice tutto) lo sentiamo inveire “Goddamned machinery, why don’t you speak to me? One day I am gonna take an axe to you”. Altrove l’immaginario è più astratto: Twist termina quasi come un film horror, con Yorke che mormora “A boy on a bike who is running away, an empty car in the woods, the motor left running”. Dawn Chorus è invece dedicata alla sua compagna, Dajana Roncione: viene descritto ad un certo punto un vortice di frammenti di cenere che sembrano ballare, come due amanti, insomma una scena davvero romantica.

Yorke dunque, recuperando le influenze più eccentriche già viste nei Radiohead e adattandole ad atmosfere maggiormente accessibili, ha creato il suo LP più bello. Niente male, considerato che il Nostro canta da più di 20 anni; ma Thom non pare avere intenzione di smettere. E noi non possiamo che essergliene grati.

31) Deerhunter, “Why Hasn’t Everything Already Disappeared?”

(ROCK)

Giunti ad un punto ormai dove molte band loro coetanee si sono già sciolte (i Walkmen, ad esempio) oppure vivacchiano con tentativi di reinventarsi più o meno riusciti (si vedano Bloc Party e Strokes), i Deerhunter si sono guadagnati un posto apprezzabile nel pantheon delle band indie rock. Sempre pronti a esplorare nuovi territori, capitanati dall’indomito Bradford Cox, i Deerhunter hanno saputo entrare nel cuore dei fans grazie a lavori superlativi come “Microcastle” (2008) ed “Halcyon Digest” (2010).

Il precedente lavoro “Fading Frontier” del 2015 aveva fatto intravedere il lato più dream pop del gruppo: parlando della “nuova vita” capitatagli dopo il terribile incidente d’auto dell’anno prima che lo aveva quasi ucciso, Cox aveva trovato anche il modo di affrontare temi a lui molto cari: la discriminazione per le persone omosessuali, la solitudine… il tutto però con melodie più dolci del 95% delle canzoni precedenti dei Deerhunter.

Il nuovo lavoro “Why Hasn’t Everything Already Disappeared?” prosegue sulla falsariga tracciata da “Fading Frontier”, approfondendo il lato psichedelico dei Deerhunter. Ciò è evidente in brani come la strumentale Greenpoint Gothic e Tarnung. I pezzi più riusciti sono, però, quelli più accostabili ai capolavori del gruppo, in cui l’abilità strumentale dei membri dei Deerhunter può venire allo scoperto: il primo singolo Death In Midsummer è ottimo, così come No One’s Sleeping, con bellissima coda strumentale capitanata dal chitarrista Lockett Pundt. Degna di nota anche What Happens To People?. L’unica traccia davvero debole è la confusa Détournement, ma i risultati restano complessivamente buoni.

Liricamente, Cox ritorna su sentieri già percorsi, ma mai in maniera banale: in Death In Midsummer riprende il tema della morte, questa volta degli amici, cantando “They were in hills, they were in factories. They are in graves now”. Il pessimismo ritorna in What Happens To People?: “What happens to people? They quit holding on. What happens to people? Their dreams turn to dark”. Ma è in Détournement che abbiamo la lirica più drammatica: “Your struggles won’t be long and there will be no sorrow on the other side.”

In conclusione, i Deerhunter si confermano band affidabile in termini di qualità compositiva, con una discografia davvero eccellente e varia. Complimenti, Bradford & co.

30) Danny Brown, “uknowhatimsayin¿”

(HIP HOP)

Il quinto album di Danny Brown, uno dei rapper più originali degli ultimi anni, è una summa di tutte le caratteristiche che lo rendono unico. Voce nasale, versi al limite dell’indecente alternati a scherzi assurdi e altri introspettivi, basi del tutto fuori di testa, flow inarrestabile: troviamo questo e molto altro in “uknowhatimsayin¿”, che già dal titolo si preannuncia folle. La produzione affidata a pezzi da 90 come Q-Tip (A Tribe Called Quest), Flying Lotus e JPEGMAFIA rendono la ricetta ancora più intrigante, così come la collaborazione con i Run The Jewels in 3 Tearz e quella con Blood Orange in Shine.

I tratti puramente sperimentali di alcune parti del disco lo rendono un osso difficile da masticare, soprattutto al primo ascolto: mentre “Old” (2013) aveva basi quasi danzerecce nella seconda parte, questo lavoro vira verso il lato più ardito di Danny, con esempi virtuosi in Dirty Laundry e Theme Song. Mancano allo stesso tempo anche le atmosfere disperate di “Atrocity Exhibition” (2016), a tutt’oggi il suo album più celebrato, in cui Brown metteva in mostra tutta la sua fragilità e le sue dipendenze.

Troviamo infatti anche versi davvero divertenti, che immediatamente entrano in testa all’ascoltatore: “I ignore a whore like an email from LinkedIn”, contenuto in Savage Nomad, ne è il più chiaro esempio. Altrove ritorna il pensiero della morte, ma in maniera più ironica, quasi leggera rispetto al passato: “I’mma die for this shit like Elvis” canta il rapper statunitense in Combat.

Il CD, per quanto ricercato e a tratti assurdo, è assimilabile relativamente in fretta data la sua brevità: 11 canzoni in 33 minuti sono un’ulteriore dimostrazione della posizione davvero unica occupata da Danny Brown nel mondo hip hop. I pezzi migliori sono la già ricordata Dirty Laundry e la title track, mentre sono inferiori alla media Best Life e Negro Spiritual.

In conclusione, “uknowhatimsayin¿” dimostra ancora una volta l’inventiva senza freni posseduta da Danny Brown. Ormai alla soglia dei 40 anni, il talentuoso rapper non pare per nulla intenzionato a adagiarsi sugli allori: non avrà ancora esaudito il sogno espresso nel suo CD “XXX” (2011), quando diceva di voler diventare “the greatest rapper ever”, ma di certo il rispetto di critica e fans non fanno che crescere album dopo album.

29) Moodymann, “SINNER”

(ELETTRONICA)

Il nuovo disco di Moodymann, leggenda della house di Oltreoceano, arriva 5 anni dopo il suo precedente lavoro, l’eponimo “Moodymann”. Non troviamo però alcuna ruggine negli ingranaggi delle canzoni che compongono il breve ma denso album (7 tracce per 44 minuti): Kenny Dixon Jr (questo il vero nome del DJ statunitense) anzi è più in forma che mai.

In realtà Moodymann non è restato completamente silente negli ultimi 5 anni: nel 2016 ha contribuito alla serie dei “DJ-Kicks”, mentre nel 2018 ha dato alle stampe l’EP “Pitch Black City Reunion”. Gli elementi della ricetta di Moodymann sono rimasti gli stessi: un’elettronica infusa di soul e black music, come mescolare Prince con Caribou per capirsi. L’iniziale I’ll Provide chiarisce subito l’intento di Dixon: mescolare temi sporchi (“I got something for all your dirty, nasty needs… Drunk and high, I’ll provide”) con musica seducente e raffinata. Buonissime poi le seguenti I Think Of Saturday e Got Me Coming Back Rite Now, perfette per ballare nelle ore calde della notte estiva.

Nella seconda parte il mood cambia leggermente: le tracce si fanno più pensose e raccolte, i ritmi più cadenzati e dalla dance music passiamo ad una house molto rallentata. Non per questo però “Sinner” perde fascino: la lunga ma interessante If I Gave U My Love introduce efficacemente quest’altra faccia di Moodymann, che pare trasformarsi progressivamente in Flying Lotus (esemplare la jazzata Downtown).

28) Michael Kiwanuka, “Kiwanuka”

(POP – SOUL)

Il terzo album del cantante soul britannico Michael Kiwanuka è un altro tassello prezioso di una carriera in continua ascesa. Già premiato da critica e pubblico col precedente “Love & Hate” (2016), nominato anche per il Mercury Prize, Kiwanuka mantiene lo stile soul ma anche psichedelico che ne aveva decretato il successo, aggiungendo una produzione raffinata grazie a Inflo e Danger Mouse.

I 14 brani di “Kiwanuka”, come già il titolo preannuncia, sono più personali del passato, tuttavia Michael non si espone fino in fondo: a volte sentiamo frasi come “All I want is to talk to you”, in Piano Joint (This Kind Of Love), oppure “The young and dumb will always need one of their own to lead”, in Light. Mai, però, il talentuoso cantautore va più in là: un modo per mantenersi ermetico o il timore dei giudizi del pubblico?

Conta relativamente, data la bellezza del disco: la delicatezza di Piano Joint (This Kind Of Love) è incredibile, così come la carica di Hero. I 52 minuti del CD scorrono benissimo e ripetuti ascolti svelano sempre nuovi dettagli del lavoro, facendo peraltro assumere alla voce di Kiwanuka un’importanza sempre maggiore. Molto interessante poi la struttura dell’album: gli intermezzi sono numerosi, ma in alcuni casi perfettamente funzionali (ad esempio Hero – Intro introduce perfettamente Hero) e soprattutto nessuno è messo solo per motivi di streaming, cosa purtroppo comune nel mondo hip hop.

In conclusione, il soul ha trovato un nuovo volto: se “Love & Hate” poteva essere un fuoco di paglia, tutti i dubbi sono stati cancellati da “Kiwanuka”, che affianca il cantautore inglese a figure come Temptations e D’Angelo, senza la carica sexy del secondo e la creatività dei primi, ma con una capacità di lavorare sui dettagli almeno simile.

27) American Football, “American Football”

(ROCK)

Il terzo album degli statunitensi veterani dell’emo è un deciso passo avanti verso nuovi lidi sonori. Rispetto al gradevole ma prevedibile “American Football” del 2016, visto da molti più come un servizio reso ai fan piuttosto che un CD davvero voluto dalla band, il nuovo LP vira verso territori dream pop davvero interessanti e il gruppo, aiutato da ospiti di spessore come Rachel Goswell e Hayley Williams dei Paramore, produce un lavoro all’altezza della loro fama.

L’inizio del disco è già sorprendente: suoni leggeri di campanelline introducono Silhouettes, che poi si dispiega in una canzone perfettamente inquadrata nell’estetica American Football: voce di Mike Kinsella a guidare le danze, ritmi carichi di pathos e liriche che parlano di amori lontani. La seguente Every Wave To Ever Rise, con la partecipazione di Elizabeth Powell, introduce addirittura temi post-rock.

I veri pezzi da 90 sono però Uncomfortably Numb (con la Williams), che fa il verso ai Pink Floyd solo in apparenza, e la suadente Heir Apparent; senza dubbio sono gli highlights del CD e della seconda vita della band americana. Forse ridondante Doom In Full Bloom, ma perfettamente intonata al mood del lavoro.

Liricamente, come accennavamo, ritornano molti temi cari al mondo emo: il male di vivere (“Sensitivity deprived, I can’t feel a thing inside” canta Kinsella in Uncomfortably Numb), i rimpianti per la giovinezza ormai passata (“I blamed my father in my youth. Now as a father, I blame the booze” sentiamo nella stessa canzone), le pene causate dall’amore non corrisposto, come in Silhouettes: “Tell me again what’s the allure of inconsequential love”.

Insomma, “American Football” si staglia come un capitolo decisamente degno di nota per gli amanti della band e più in generale del genere emo: esplorando nuovi territori gli American Football hanno prodotto il primo LP davvero avventuroso della loro frastagliata carriera, con sicuri benefici per il loro futuro.

26) Ezra Furman, “Twelve Nudes”

(ROCK – PUNK)

Il nuovo album del cantautore americano segna una svolta stilistica per lui: al rock cinematico e a tratti barocco del precedente “Transangelic Exodus” (2018) Ezra sostituisce un punk-rock decisamente più immediato, tanto che “Twelve Nudes” (in realtà composto da 11 canzoni) è lungo solamente poco più di 27 minuti.

L’apertura è già indice del mood disperato ma allo stesso tempo sbarazzino del CD: sia Calm Down aka I Should Not Be Alone che Evening Prayer aka Justice sono pezzi che quasi ricordano i Ramones o i primi Clash. I temi affrontati, come sempre con Furman, riguardano l’essere omosessuali al giorno d’oggi: gli abusi subiti e le ferite provocate dagli amori finiti sono i principali. In Calm Down aka I Should Not Be Alone canta “Panic-stricken, sweating in my bed, could someone help me down”, mentre altrove nella tracklist troviamo titoli evocativi come Trauma e My Teeth Hurt.

Musicalmente “Twelve Nudes” è un lavoro molto intrigante, immediato ma con un substrato malinconico se non tragico che aggiunge pepe alla ricetta. In Transition From Nowhere To Nowhere il cantautore ritorna alle sonorità dei suoi precedenti lavori, meno feroci rispetto al punk che pervade “Twelve Nudes”; invece Trauma è quasi hard rock.

In generale, Ezra Furman pare aver trovato con questo LP la definitiva maturità, sia dal lato testuale che da quello di compositore; “Twelve Nudes” regala dettagli nuovi ad ogni ascolto e occupa a pieno merito la posizione 26 della lista.

La prima parte dei 50 migliori album del 2019 di A-Rock contiene dunque alcuni pezzi grossi, fra cui Bruce Springsteen, Taylor Swift e Flying Lotus: chi avrà conquistato la palma di miglior CD dell’anno? Stay tuned!

Recap: agosto 2019

Agosto è stato un mese decisamente movimentato, malgrado la calura estiva e il richiamo della bella stagione. Abbiamo infatti i nuovi lavori dell’instancabile Ty Segall e degli altrettanto prolifici King Gizzard & The Lizard Wizard, la nuova raccolta di Drake, il primo CD ufficiale di Chance The Rapper e il ritorno dei Bon Iver, dei Ride e delle Sleater-Kinney. Infine abbiamo i nuovi CD di Taylor Swift, Jay Som e dei BROCKHAMPTON.

Bon Iver, “i,i”

bon iver

Il quarto album dei Bon Iver, il progetto di Justin Vernon, arriva a tre anni dallo sperimentale “22, A Million”. Il disco è una pregevole fusione dei precedenti sforzi della band, il già citato “22, A Million” e “Bon Iver, Bon Iver” (2011). Accanto alla vena più elettronica e innovativa di Vernon troviamo infatti un ritorno alle sonorità folk che inizialmente ne decretarono la fortuna, come nella scarna Marion.

L’inizio pare ritornare al precedente LP di Vernon e compagni: sia la breve strumentale Yi che iMi sono di difficile lettura e l’impatto sugli ascoltatori potrebbe risultare a primo impatto deludente. Già con la bellissima Hey, Ma però Bon Iver ritorna ai suoi livelli: la voce di Vernon è in primo piano in tutta la sua bellezza e la strumentazione è innovativa ma mai fine a sé stessa.

La seconda parte del breve ma organico CD (13 brani per 40 minuti) è la più riuscita: abbiamo alcune delle più belle canzoni a firma Bon Iver, da Naeem a Sh’diah passando per l’epica Faith. In generale, aiutato anche da numerosi collaboratori, fra cui annoveriamo i fratelli Dessner dei The National, Moses Sumney e James Blake, Bon Iver come accennato riesce a bilanciare quasi perfettamente i suoi istinti più sperimentali con quelli più accessibili, creando con “i,i” un disco davvero affascinante.

Liricamente, come sempre, la band comunica più tramite immagini che con frasi definite e compiute: affiorano a volte sentimenti di amore (“I like you and that ain’t nothing new” canta Vernon in iMi), mentre in RABi compare in modo insolitamente chiaro il tema della morte: “Well, it’s all just scared of dying”.

Strumentalmente, questo è forse il lavoro meno avanguardistico di Bon Iver: mentre con le sue precedenti opere il gruppo americano aveva sempre anticipato o cavalcato i trend della musica contemporanea, tanto da guadagnarsi collaborazioni di alto profilo con due visionari come Kanye West e James Blake, oggi Vernon si limita a ri-assemblare il suono del progetto Bon Iver. Tuttavia, se i risultati sono così eccezionalmente belli, è probabile che Justin abbia ancora diversi assi nella manica.

Voto finale: 8,5.

Taylor Swift, “Lover”

taylor

L’evento del mondo musicale di agosto, almeno per quanto riguarda il pop, è stato senza dubbio il ritorno di Taylor Swift. La popstar, giunta al settimo lavoro di studio (a soli 29 anni) dimostra una maturità maggiore rispetto a “reputation” (2017), il suo precedente CD. Accanto ai soliti temi dell’amore e delle pene che ne derivano, infatti, trovano spazio anche il dolore personale per la salute della madre e riflessioni non banali sui rapporti interpersonali.

I singoli che hanno lanciato “Lover” sono stati accolti in maniera controversa: ME! è già nella storia dei meme per quel verso che esalta lo spelling (“Spelling is fun!”), mentre You Really Need To Calm Down è una canzone pop talmente generica da essere paragonabile al peggior fiasco di Taylor, quella Look What You Made Me Do che era il peggior pezzo di “reputation”. Tuttavia, il livello generale del disco è davvero buono, con le vette di Cruel Summer e The Archer, oltre alla ballata strappalacrime Soon You’ll Get Better.

L’inizio del disco è intrigante: I Forgot That You Existed è un ritorno alla “vecchia” Taylor, con quel titolo che sa di vendetta per un ex partner e una melodia tanto essenziale quanto riuscita. Come già detto, Cruel Summer è un highlight immediato del disco, invece The Man e Lover sono più prevedibili. La lunghezza di “Lover” risulta eccessiva (più di un’ora), ma di cose da dire Taylor ne ha, quindi la presenza di brani mediocri è perdonabile nell’economia di un CD complesso ma da lodare per varietà e tematiche affrontate.

Parlando dei testi, “Lover” come già accennato è il lavoro più maturo della Swift: in Soon You’ll Get Better parla senza timori della battaglia contro il tumore della madre, invece la conclusiva Daylight contiene un riferimento a “Red” (2012): “I once believed love would be black and white… I once believed love would be burning red, but it’s golden”. Esiste modo migliore per descrivere l’amore?

In conclusione, la presenza di 4-5 canzoni inferiori alla media impedisce a “Lover” di essere il CD definitivo di Taylor Swift. Nondimeno, l’ampiezza della palette sonora messa in mostra dalla popstar americana fa capire che la traiettoria intrapresa è tornata sulla retta via, quella persa da “reputation” in avanti.

Voto finale: 8.

Sleater-Kinney, “The Center Won’t Hold”

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Il nono album delle Sleater-Kinney, una delle più longeve e talentuose band indie rock a cavallo fra i due millenni, è il secondo dopo la reunion del 2014 e segue il bellissimo “No Cities To Love” (2015). “The Center Won’t Hold” vanta la presenza di Annie Clark aka St. Vincent alla produzione, un contributo visibile e che probabilmente ha influito sulla decisione di Janet Weiss (batterista delle Sleater-Kinney fino al 2019) di abbandonare il complesso, ormai troppo mainstream per lei.

Il disco in realtà non suona troppo diverso dai precedenti sforzi del gruppo americano: le canzoni sono sempre dirette e le liriche mai banali, basate sui concetti di empowerment femminile, come il movimento riot grrl che ha originato le Sleater-Kinney ha sempre propugnato. Certo, vi sono episodi più melodici come Restless e l’influenza dell’elettronica è maggiore, ma fa parte della naturale evoluzione delle tre (ormai due) componenti della band.

Il CD si apre quasi su sonorità industrial: la title track pare anticipare svolte totali, prima di risolversi in un’esplosione punk degna delle prime Sleater-Kinney. Hurry On Home, il primo singolo estratto da “The Center Won’t Hold”, pare quasi un pezzo di St. Vincent ai tempi di “Strange Mercy” (2011), ma è un complimento non un’accusa di plagio. Non tutte le canzoni sono completamente convincenti: RUINS è fin troppo lenta, così come la già citata Restless sembra fuori posto dato il mood del lavoro.

Le liriche sono sempre state un pezzo forte delle Sleater-Kinney; anche “The Center Won’t Hold” lo conferma. Ad esempio, un tema portante è il destino delle donne considerate mature dal mondo della musica e in generale dell’arte, quasi impossibilitate a parlare del loro invecchiamento senza sentirsi nell’occhio del ciclone (LOVE), mentre altrove appare l’alienazione provocata dall’uso degli smartphone (“I start my day on a tiny screen, never have I felt so goddamned lost and alone” canta Corin Tucker in The Future Is Here). Il tono di Bad Dance è invece quasi ironico: “If the world is ending now then let’s dance… And if we’re all going down in flames, then let’s scream the bloody scream”.

In conclusione, “The Center Won’t Hold” sembrava nato sotto i migliori auspici: una band al top delle sue potenzialità, aiutata da una produttrice sopraffina, facevano pensare ad un capolavoro in arrivo. Il disco è senza dubbio gradevole, ma niente di trascendentale; pare anzi un LP di transizione, considerato anche l’abbandono della Weiss. Vedremo dove quest’incarnazione più elettronica e orientata al pop condurrà le Sleater-Kinney: il talento resta intatto, pertanto siamo fiduciosi.

Voto finale: 7,5.

Drake, “Care Package”

drake

La superstar canadese ha voluto essere generosa con i suoi fans; “Care Package” è infatti una compilation che raccoglie i singoli pubblicati da Drake fra il 2010 e il 2015, il suo periodo più prolifico e creativamente ispirato, in cui il rapper ha composto i suoi lavori più iconici: “Take Care” (2011), “Nothing Was The Same” (2013) e “If You’re Reading This It’s Too Late” (2015).

Attenzione però: non si tratta di scarti o b-sides, queste sono canzoni di punta di Aubrey Graham, con la sola caratteristica di non essere mai state prima di oggi messe in un album. Non è un caso che la qualità media sia davvero alta: il suono tipico di Drake, a metà fra rap e pop, che avrebbe poi fatto scuola e trovato il successo definitivo in “VIEWS” (2016) e “Scorpion” (2018), risplende in Dreams Money Can Buy e The Motion. Days In The East riporta alla mente le sonorità rilassate di “If You’re Reading This It’s Too Late”.

L’unico memento in cui il disco perde mordente è la parte centrale, con brani inferiori alla media come My Side e Club Paradise. In generale, le tracce che compongono “Care Package” (ben 17) non rendono il CD facilmente digeribile al primo ascolto (ricordiamo anche la durata, 74 minuti), tuttavia fanno sì che la noia di “VIEWS” o “Scorpion” venga evitata, grazie ad una discreta varietà e al cantato di Drake, mai banale.

Ecco perché possiamo facilmente eleggere “Care Package” il miglior album di Drake dal 2017 ad oggi: è lontana l’apertura a ritmi africaneggianti e tropicali del sottovalutato “More Life”, ma questo LP funge da macchina del tempo, verso una versione più umile (o meglio, meno arrogante) di Drake, meno popstar e più attento al prodotto finito. Tempi magari contraddistinti da minore ricchezza per Graham, ma anche da tracce più “vere” e, per questo, maggiormente apprezzabili.

Voto finale: 7,5.

Jay Som, “Anak Ko”

jay som

Il terzo album di Melina Duterte, in arte Jay Som, trova la talentuosa musicista americana più matura e aperta rispetto al precedente “Everybody Works” (2017) che l’aveva fatta conoscere, tanto da meritarsi un posto nella rubrica “Rising” di A-Rock.

Rispetto al bedroom pop delle origini, “Anak Ko” (“il mio bambino” in filippino, lingua natale di Melina) vira verso un indie rock intimista degno di Julia Jacklin o di Phoebe Bridgers, mantenendo però anche quegli ingredienti pop, quasi shoegaze che avevano fatto la fortuna dei suoi precedenti LP.

L’inizio di If You Want It è intrigante: il basso e la chitarra sono ben definiti e la canzone ha una deriva psichedelica nel finale che la rende imprevedibile. Superbike, il singolo di lancio del CD, è un immediato highlight del disco; la seguente Peace Out invece ha un assolo di chitarra potentissimo e innovativo per la Duterte. Buona anche la più raccolta Devotion. La brevità del disco (9 pezzi per 34 minuti) ne rende l’ascolto un’esperienza gradevole, anche se a tratti troppo “semplice” (ad esempio in Tenderness).

Da sottolineare è poi il fatto che la giovane cantautrice, come già in “Everybody Works”, ha anche prodotto il CD e suonato tutti gli strumenti presenti nel disco. Una mania accentratrice, verrebbe da dire, che però dimostra il grande talento e la versatilità di Melina.

In conclusione, “Anak Ko” non scrive pagine tremendamente nuove nello scenario indie rock, sempre più affollato e con una benvenuta schiera di giovani cantanti donne che stanno dando nuova linfa al genere. Nondimeno, le canzoni delicate ed evocative di Jay Som si confermano una garanzia per gli amanti del genere. Siamo davvero impazienti di vedere dove Melina Duterte ci condurrà nei suoi prossimi lavori.

Voto finale: 7,5.

BROCKHAMPTON, “GINGER”

ginger

Il quinto album ufficiale della discografia frammentaria e molto prolifica della giovane band americana è un altro step importante nel loro processo di maturazione. Pare che la traiettoria del gruppo sia ora più spostata verso l’R&B e il pop rispetto alla trilogia delle “Saturation” (2017), non necessariamente una notizia negativa. Anzi, Kevin Abstract (il membro più talentuoso del gruppo) ha pubblicato alcuni mesi fa un interessante CD R&B, il che spiega in parte l’evoluzione dei BROCKHAMPTON.

L’inizio dell’album è splendido: NO HALO è una delle migliori canzoni mai composte dal gruppo e un immediato highlight di “GINGER”. Anche la seguente SUGAR è un buon pezzo, che fa quasi presagire che i BROCKHAMPTON abbiano composto il loro capolavoro. Purtroppo altrove la qualità non è altrettanto eccellente: ST. PERCY è un pezzo rap decisamente sottotono, mentre il breve intermezzo HEAVEN BELONGS TO YOU fa perdere ritmo al disco. Anche nella seconda parte del disco troviamo questa contrapposizione fra brani di qualità e altri sotto la media: DEARLY DEPARTED è riuscita, mentre I BEEN BORN AGAIN è un pezzo rap senza ritornello e senza mordente. Ottime d’altro canto la title track e BIG BOY, che alzano notevolmente il livello del finale del lavoro.

In generale, le tante bocche da fuoco del gruppo sono senza dubbio il tratto caratteristico dei BROCKHAMPTON, ma questa risorsa si rivela un limite quando ognuno vuole avere un uguale spazio nella scrittura e nel canto, malgrado il talento (legittimamente) diverso. Pertanto pare difficile immaginarli in questa formazione ancora per molti anni, malgrado la coesione mostrata a parole. Ad esempio, in NO HALO Joba canta: “Been goin’ through it again. Been talkin’ to myself, wonderin’ who I am. Been thinkin’, I am better than him. In times like these, I just need to believe it’s all part of a plan. Lost a part of me, but I am still here”. Parole che pesano come macigni sul futuro del gruppo.

In conclusione, “GINGER” è un buon lavoro da parte dei BROCKHAMPTON, ma allo stesso tempo, come il precedente “iridescence” (2018), mostra alcuni segni di stanchezza nella chimica di gruppo. I risultati paiono portare a un LP di transizione, vedremo verso cosa.

Voto finale: 7.

Ride, “This Is Not A Safe Place”

ride

Il secondo album post reunion dei britannici Ride, alfieri dello shoegaze anni ’90, rinnova ancora una volta la fiducia che avevamo riposto in loro già prima di “Weather Diaries” (2017). Gli inglesi infatti continuano nella loro singolare traiettoria, fatta di dischi apprezzabili sia per gli ascoltatori casuali che per i fans della prima ora, mancando però il capolavoro capace di rinverdire i fasti di “Nowhere” (1990) e “Going Blank Again” (1992).

L’inizio è abbastanza straniante: R.I.D.E. è quasi garage come base, riportando alla mente le migliori canzoni di Burial e del mondo hip hop. Già con Future Love torniamo sui terreni più congeniali per la band, a metà fra shoegaze e dream pop, in territorio Slowdive e Lush quindi. La seguente Repetition è un interessante pezzo shoegaze, che però guarda anche con decisione alla new wave anni ’80. Il ventaglio sonoro è ulteriormente ampliato dalla potente Kill Switch, quasi metal.

Non sempre il disco possiede questa carica innovativa: i Ride a volte preferiscono virare verso brani più convenzionali, come ad esempio Clouds Of Saint Marie. Tuttavia, il CD non perde mai la bussola e resta un ascolto sempre gradevole, segno che i Ride sono tornati non solamente per motivi economici: restano ancora pagine da scrivere per il complesso inglese.

In conclusione, “This Is Not A Safe Place” è un’altra aggiunta interessante alla discografia della band che, se eccettuiamo gli inciampi dolorosi di “Carnival Of Light” (1994) e “Tarantula” (1996), contiene molti LP di ottimo livello.

Voto finale: 7.

Ty Segall, “First Taste”

ty

La seconda produzione del 2019 dell’iperprolifico rocker statunitense segue la pubblicazione del live “Deforming Lobes”, un concentrato della potenza live espressa da Ty Segall e dalla sua Freedom Band. Il disco pareva anche un’ideale chiusura del cerchio dopo un 2018 incredibile: 4 album (!) di inediti più la collaborazione in numerosi altri progetti.

“First Taste” appare quindi inevitabilmente come un album di transizione e, soprattutto, decisamente sperimentale dati i canoni da rigoroso garage rocker usualmente abbracciati da Ty. Certo, il ragazzo altre volte aveva fatto vedere lati diversi di sé (dal folk alla psichedelia, passando per l’hard rock) ma la matrice era sempre e comunque un rock veloce e sbarazzino, a metà fra White Stripes e T. Rex, con decise iniezioni di Led Zeppelin.

Il disco, promette Ty, non conterrà chitarre: una cosa decisamente inusuale per lui, che anzi è uno dei migliori chitarristi in circolazione. Il CD è senza dubbio sperimentale, ma non per questo fine a sé stesso: diciamo che ci troviamo di fronte ad un altro “Emotional Mugger” (2016), quindi un album utile per Segall per ricaricare le batterie e ampliare la propria palette sonora.

Nel corso del disco abbiamo pertanto una fortissima presenza della batteria e dei sintetizzatori, con accanto altri strumenti più esotici come il bouzouki greco e il koto giapponese. Ne nascono ritmiche e sonorità lontane dal Ty Segall tradizionale, ma non per questo sbagliate: Taste è trascinante, The Arms sarebbe stata benissimo in “Goodbye Bread” (2011) e la conclusiva Lone Cowboys è una suite interrotta troppo presto, ambiziosa e che ci fa desiderare di sapere come va a finire. Altrove la sperimentazione conduci a risultati dubbi: Ice Plant, ad esempio, è quasi gospel.

In conclusione, Ty Segall si conferma allo stesso tempo instancabile e incapace di generare lavori completamente sbagliati. Ognuno potrà avere la sua incarnazione preferita del genietto californiano, ma di cantautori capaci di pubblicare (almeno) un album all’anno e con questa consistenza ne conosciamo pochissimi.

Voto finale: 7.

King Gizzard & The Lizard Wizard, “Infest The Rats’ Nest”

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Deve esserci una qualche sfida in corso fra i King Gizzard & The Lizard Wizard e Ty Segall: nel 2017 gli australiani hanno pubblicato 5 (!) dischi di inediti, il ragazzo prodigio americano ha risposto l’anno seguente con 4 (!) CD. Il 2019 per ora li vede appaiati, con 2 LP ciascuno: chi avrà la meglio?

Scherzi a parte, il gruppo aussie stupisce ancora una volta il suo pubblico: se il precedente “Fishing For Fishies” era un disco insolitamente acustico per i King Gizzard & The Lizard Wizard, “Infest The Rats’ Nest” è ad oggi il loro disco più metal, in cui si notano decise influenze di  Metallica, Black Sabbath e Slayer. I risultati sono buoni: il CD è compatto e mai scontato, malgrado guardi più al passato che al futuro. Una cosa è certa: al quindicesimo (!!) album di studio in soli 8 anni di carriera, il collettivo australiano si conferma voce sempre fuori dal coro nella scena rock.

L’inizio è fulminante: Planet B è un pezzo puramente metal, in cui i King Gizzard & The Lizard Wizard, questa volta ridotti solo a tre (il cantante Stu Mackenzie, il chitarrista Joey Walker e il batterista Michael Cavanagh), danno sfogo alla loro passione per il metal anni ’80. Mars For The Rich invece contiene quelle derive strumentali più psichedeliche che hanno fatto la fortuna della band.

Questa alternanza fra metal e heavy psych (così è chiamato l’incrocio fra rock psichedelico e hard rock) mette il CD sempre sull’orlo del precipizio e soggetto ad andare fuori dai binari, ma Mackenzie e compagni non sono mai eccessivamente estremisti e “Infest The Rats’ Nest”, anche grazie al messaggio ecologista che lo accompagna (forse l’unica cosa in comune con “Fishing For Fishies”) risulta gradevole, anche se inferiore ai capolavori del complesso, quale “Polygondwanaland” (2017) e “Nonagon Infinity” (2016).

In conclusione, i King Gizzard & The Lizard Wizard hanno allargato ulteriormente la loro già variegata palette sonora con questo disco. Accanto al rock psichedelico e al garage rock delle origini adesso abbiamo anche del caro vecchio heavy metal. Questa svolta potrà non piacere ai fans dei lavori più acustici del gruppo, ma senza dubbio dimostra che Mackenzie e compagni non hanno alcuna intenzione di fermarsi o di adagiarsi sui successi e sulle formule del passato.

Voto finale: 7.

Chance The Rapper, “The Big Day”

the big day

Dopo tre mixtape di crescente successo, il rapper statunitense ha deciso di pubblicare il primo CD ufficiale a firma Chance The Rapper. Il risultato è piuttosto contraddittorio: accanto a brani molto riusciti, spesso le 22 canzoni (e i 77 minuti che ne derivano) possono risultare decisamente pesanti, anche perché i temi portanti del disco, la felicità coniugale e l’amore per Dio per avergli concesso questa fortuna, possono essere, beh, fin troppo smielati.

“The Big Day” era peraltro molto atteso da pubblico e critica: Chance è il rapper indipendente più famoso sui servizi di streaming e sui social, anche grazie ad una personalità esuberante e solare. Questa solarità tuttavia va a detrimento dei risultati del disco: mentre in “Coloring Book” (2016) e nel precedente “Acid Rap” (2013) il focus di Chance The Rapper era preciso e mai ridondante, in “The Big Day” il Nostro non riesce mai ad essere totalmente convincente.

Vi sono canzoni riuscite, a dire il vero, che riportano alla mente le migliori di Chance, come Do You Remember, grazie anche all’aiuto del cantante dei Death Cab For Cutie Ben Gibbard. Altrove però abbiamo veri e propri fiaschi, soprattutto nel finale, in cui Chance presenta brani a mala pena finiti e il mood generale del disco comincia a pesare. Basti pensare a I Got You (Always And Forever) e Hot Shower. Altra caratteristica criticabile: i numerosi skit, cioè i brevi intermezzi popolari nel mondo hip hop negli anni ’00, che rompono solamente il flusso delle canzoni senza aggiungere nulla di significativo al contenuto lirico del CD. Peccato, perché il lavoro contava un parco ospiti sterminato e variegato fra produttori (Justin Vernon dei Bon Iver, James Taylor) e cantanti (Nicky Minaj, Shawn Mendes, Gucci Mane), poco sfruttati da Chancelor Jonathan Bennett (questo il vero nome di Chance).

Dicevamo delle tematiche affrontate nel corso di “The Big Day”. Chance The Rapper, da poco sposato, ha dedicato “The Big Day” alle gioie matrimoniali, con accanto abbondanti riferimenti alla religione, un tema va detto ricorrente nella sua discografia. Ad esempio, in We Go High canta “They prop up statues and stones, try to make a new God. I don’t need a EGOT, as long as I got you, God”. Altrove abbiamo temi più maturi come la paura della morte (“Used to have an obsession with the 27 club, now I’m turning 27, wanna make it to the 2070 club” in Do You Remember) e le battaglie femministe (“For every small increment liberated, our women waited” in Zanies and Fools), però il disco è davvero troppo lungo per apprezzare appieno questi riferimenti testuali.

In conclusione, “The Big Day” è una delle maggiori delusioni dell’anno. Sposando un pop-rap davvero scontato, almeno in alcune canzoni, Chance The Rapper ha prodotto il primo vero fiasco della sua finora onorevole carriera. Speriamo che si riprenda presto, tornando a creare LP più brevi e centrati rispetto a questo “The Big Day”.

Voto finale: 5.

I 5 album più deludenti del 2017

Il 2017 ci ha regalato grandi ritorni, alcuni attesi (Fleet Foxes, Gorillaz, LCD Soundsystem), altri imprevisti e, per questo, ancora più apprezzati (Liam Gallagher, Fever Ray). Tuttavia, alcuni artisti a cui siamo affezionati data la loro grande carriera hanno drammaticamente deluso le aspettative che avevamo riposto in loro. Tra di essi troviamo Arcade Fire, U2, Weezer, Taylor Swift e Linkin Park. Gli album sono elencati in ordine alfabetico per nome dell’artista; del resto, fare una lista basata sul merito sarebbe stato difficile, dati i risultati mediocri in ciascuno dei cinque casi.

Arcade Fire, “Everything Now”

arcade fire

Il quinto album degli Arcade Fire, band simbolo della scena indie rock degli anni ’00, autrice di capolavori come “Funeral” (2004), “Neon Bible” (2007) e “The Suburbs” (2010), è il loro album più pop e, allo stesso tempo, il più inconsistente. Infatti, accanto a brani molto riusciti, abbiamo per la prima volta canzoni davvero superflue e, addirittura, pessime.

“Everything Now”, questo il titolo del nuovo LP, si caratterizza come un concept album: un’impresa già tentata (e riuscita) ai tempi di “The Suburbs”, che raccontava l’infanzia non semplice dei membri della band. “Everything Now”, invece, si concentra sul consumismo che caratterizza la nostra epoca e sul desiderio di diventare famosi, anche se solo per qualche ora, dei giovani. Un intento lodevole: non concentrarsi sui propri sentimenti, ma tentare qualche cosa di universalmente valido.

Purtroppo, i risultati non sono rose e fiori: la title track e Creature Comfort racchiudono perfettamente il messaggio che la band vuole trasmettere, con ritmica potente e un gusto pop e dance innovativo per gli Arcade Fire, ma contemporaneamente molto intrigante per il pubblico. Si ritrovano infatti chiare influenze di Abba e LCD Soundsystem, fino ad oggi raramente rinvenibili in un disco degli AF. Anche i testi sono decisamente rilevanti: in Everything Now Win canta:”I want it everything now, I need it everything now, I can’t live without everything now…”, insomma la critica ai giovani d’oggi per volere tutto subito è evidente. In Creature Comfort, la bulimia degli acquisti compulsivi e dei like su Facebook/Instagram/Twitter è messa alla berlina: “On and on I don’t know what I want, on and on I don’t know if I want it…”; e poi “some boys hate themselves, spend their lives resenting their fathers. Some girls hate their bodies, stand in the mirror and wait for the feedback”.

Peccato che poi compaiano delle tracce davvero evitabili: se Peter Pan vi pare brutta, aspettate e avrete subito dopo Chemistry, senza dubbio la peggior canzone mai composta dagli Arcade Fire. Ecco di cosa parlavamo all’inizio: gli Arcade Fire sono senza dubbio capaci di scrivere pezzi migliori di questi due, perché tediare il proprio pubblico quindi con roba del livello di Peter Pan e Chemistry?

I due brevi intermezzi Infinite Content ed Infinite_Content (no, non scherzo) ci portano alla seconda parte dell’album: anche qua il discorso si ripete. Abbiamo un buon pezzo in Good God Damn, che ricorda le atmosfere di “Reflektor”; l’interessante Electric Blue cantata dalla sola Régine Chassagne (moglie di Win Butler); ma anche pezzi a mala pena discreti come Put Your Money On Me e We Don’t Deserve Love. Bell’idea, però, quella di chiudere il CD con la ripresa di Everything Now, che era anche prima canzone nella scaletta, a rafforzare l’idea di concept album alla base del disco.

La cosa che più delude, tuttavia, è che gli Arcade Fire abbiano per la prima volta usato del puro filler per arrivare alla durata prescelta, in termini di canzoni e minutaggio, di un CD: come definire altrimenti obbrobri come Peter Pan e Chemistry? Speriamo che “Everything Now” sia solo un mezzo passo falso in una discografia finora eccezionale: proseguire in questo percorso più pop ed elettronico non sembra la miglior opzione per gli Arcade Fire, vedremo cosa accadrà nella loro prossima avventura.

Linkin Park, “One More Light”

one more light

La morte di Chester Bennington è ancora impressa a fuoco nella nostra memoria: alla fine della fiera, eccettuate le ultime pessime uscite, i Linkin Park avevano contribuito non poco a svecchiare il mondo del rock, ma anche quello dell’hip hop, fondendo fra loro metal e rap sotto il nome di “nu metal”. CD come “Hybrid Theory” (2000) e “Meteora” (2003) sono capisaldi del genere. La svolta pop-elettronica intrapresa con “A Thousand Suns” (2010) ed arrivata alle estreme conseguenze in “The Hunting Party” (2014) ha tuttavia inimicato molti fans della prima ora: le atmosfere ovattate e danzerecce effettivamente poco si addicevano a Bennington & company.

“One More Light” però ha un (de)merito in più: cercare di scimmiottare band come Twenty One Pilots o Owl City senza avere la benché minima abilità nello scrivere brani da discoteca o comunque tali da piacere ai giovani fans dei due gruppi citati sopra. L’intero album è quindi un completo fiasco, probabilmente uno dei peggiori non solo del 2017, ma dell’intera decade; la morte del frontman del gruppo non può lenire questo giudizio.

Certo, sarebbe stato bello che la carriera dei Linkin Park al completo fosse terminata con un ultimo colpo di coda, magari un ritorno alle antiche sonorità, comunque un LP degno di nota. Purtroppo, ciò non è accaduto: Chester, là in cielo, siamo convinti che canterà non brani senza mordente come quelli presenti in “One More Light”, ma hit come Numb o Somewhere I Belong.

Taylor Swift, “Reputation”

taylor swift

Questo è già il sesto album a firma Taylor Swift, una delle pop star più famose al mondo. Partita mescolando country e pop, i suoi primi tre lavori non erano memorabili, malgrado il crescente successo. Da “Red” (2012) in poi, però, anche la critica ha cominciato a riconoscerne le doti compositive; ciò è sottolineato dal successo di “1989” (2014), che anche i critici riconoscono come un moderno classico per gli amanti del pop. Per questo “Reputation” era molto atteso: il primo singolo non aveva per nulla convinto. Look What You Made Me Do sembrava infatti un pessimo anticipo per il CD e ne rappresenta il brano peggiore.

La partenza è buona: …Ready For It? è un’ottima intro al disco, che si caratterizza come già anticipato per basi molto potenti, più simili all’hip hop e all’R&B che al pop di Lorde o St. Vincent. La seconda traccia sgancia già i due super ospiti presenti nel disco, Ed Sheeran e Future; la canzone, End Game, non è indimenticabile. Delicate, invece, è una ballata minimale e riuscita, più vicina a “1989”; lo stesso dicasi per Dress.

Il problema con “Reputation” è rappresentato soprattutto dall’elevato numero di canzoni presenti, 15, e dalla durata, 55 minuti, che sono chiaro segnale della presenza di tracce filler e, quindi, evitabili, cosa che non accadeva ad esempio in “1989”. Ne sono esempio So It Goes… e Don’t Blame Me. Non riuscita nemmeno This Is Why We Can’t Have Nice Things, troppo prevedibile. Gradevoli invece Gorgeous, che se non altro ha un ritmo ballabilissimo pur non essendo tamarra, e Getaway Car, potenziale singolo.

I temi affrontati in “Reputation”, come già il titolo indica, hanno soprattutto a che fare con la percezione che Taylor ha della sua fama e di come il pubblico la vede: come semidea oppure come ennesimo prodotto dello star system. Del resto, lei non ha fatto molto per smentire la seconda opinione: tra le liti con Kanye West e i flirt con attori e cantanti famosi, tutto nella sua vita sembra finto e fatto solo per far parlare di sé. Ognuno continuerà a vederla in un modo o nell’altro, anche dopo questo CD: è comunque da elogiare la sua volontà di aprirsi e narrare (onestamente?) i propri sentimenti.

In conclusione, “Reputation” è un altro passo in avanti nella discografia di Taylor Swift: il passaggio dal country al pop è definitivamente compiuto, tanto che spesso sembra di sentire una canzone di The Weeknd o Flume piuttosto che la vecchia Taylor (evidente tutto ciò in Dancing With Our Hands Tied). Il risultato finale non è certamente un capolavoro, diciamo che ci fa sperare di sentire meno tracce riempitivo e più ballate da parte della bella artista americana. Non è un caso che seconda parte del disco, più acustica, sia migliore della prima. Ci aspettavamo di più, insomma.

U2, “Songs Of Experience”

u2

Gli U2, veterani del rock, sono al quattordicesimo album di inediti: insomma, secondo molti sarebbe ora che mettessero da parte velleità di creare nuova musica e si dedicassero a fare tour con le vecchie hits in primo piano: chi non pagherebbe oro per vederli suonare dal vivo i lavori degli anni ’80 e di “Achtung Baby”, per esempio? Tuttavia, Bono e soci vanno avanti per la loro strada, con le loro ballate intrise di messaggi politici universali, sicuri che il pubblico continuerà a comprare i loro CD e andare ai loro concerti.

Nondimeno, ormai la traiettoria discendente intrapresa dal complesso irlandese è evidente: è da “How To Dismantle An Atomic Bomb” (2004) che gli U2 non pubblicano un album davvero degno di nota, fanno 13 anni. I successivi dischi avevano tentato di innovare, almeno parzialmente, il sound del gruppo, senza particolare successo. Almeno, uno dirà, Bono & co. trasmettono bei messaggi: accoglienza, lotta alle disuguaglianze e alle discriminazioni sono sempre stati temi presenti nelle canzoni degli U2. Adesso però la maschera è tolta: un’inchiesta ha beccato Bono a mettere soldi nei paradisi fiscali! Allora erano ipocriti e falsi come tutti gli altri, molti diranno. Sì e no: in generale, non si può certo elogiare il leader degli U2, però insomma chi ha i mezzi per farlo un pensierino lo ha fatto almeno una volta sullo spostare soldi nei paradisi fiscali…

Detto questo, che poco c’entra col disco (il giudizio morale e la simpatia sono altro), purtroppo “Songs Of Experience” verrà ricordato come uno degli LP più deboli degli U2: le canzoni sono ormai stanche e prevedibili. Le poche che cercano di innovare (American Soul, The Showman (Little More Better)) sono poco convincenti; si salva giusto You’re The Best Thing About Me, buon singolo, e Love Is All We Have Left, che al di là del titolo zuccheroso è quasi dream pop. Ecco, diciamo che se il tono del disco fosse stato sulla falsariga di questa melodia avremmo avuto risultati migliori. I pezzi in assoluto peggiori sono Get Out Of Your Own Way e American Soul, fusione mal riuscita fra rap e rock (ascoltate la traccia quasi gemella XXX. di Kendrick Lamar e capirete la differenza abissale fra una fusione di successo e una fallimentare); non seducono nemmeno Red Flag Day e Landlady.

In generale, quindi, le voci su una carriera ormai agli sgoccioli possono essere confermate: meglio smettere quando si è ancora (relativamente) sulla cresta dell’onda che quando si è diventati caricature di sé stessi. Gli U2 non sono mai stati tanto vicini alla seconda, tragica, opzione.

Weezer, “Pacific Daydream”

weezer

Un album svogliato: ecco la prima impressione dopo aver ascoltato per la prima volta “Pacific Daydream”, nuovo CD dei Weezer. La band capitanata da Rivers Cuomo, cult per gli amanti del genere emo, di cui sono stati pionieri negli anni ’90, ha pubblicato un album davvero scadente. Sembravano aver ritrovato la forma migliore, i Weezer, nei due lavori precedenti, “Everything Will Be Alright At The End” (2014) e “Weezer” (2016). Invece, una carriera contraddistinta da tanti alti quanti bassi conosce un altro nadir.

Colpisce soprattutto il fatto che Cuomo e compagni abbiano rielaborato idee già presenti nel “white album” dell’anno scorso, vale a dire canzoni solari, legate alla California, spensierate e ballabili. Però, il saggio insegna, se una cosa funziona, riproporla uguale pochi mesi dopo rischia di risultare una mossa pigra e poco efficace, soprattutto per un gruppo noto per la sua volontà di non rimanere mai nel sentiero tracciato dai precedenti lavori.

Attendiamo con ansia il famigerato “black album”, annunciato da Cuomo per il 2018; del resto, ai Weezer non mancano molti colori, dopo aver pubblicato album omonimi su sfondi blu, verdi, rossi e bianchi. Probabilmente le sonorità cambieranno radicalmente, divenendo più cupe, ma sarebbe un bene per i Weezer, dati i pessimi risultati di “Pacific Daydream”. Speriamo che la band si risollevi: saranno mai in grado di replicare i risultati di “Pinkerton” (1996)? Probabilmente no, ma sperare non costa nulla. Altrimenti, meglio chiuderla qui, per quanto “Pacific Daydream”, come “One More Light” per i Linkin Park, sia una conclusione scadente per una carriera complessivamente discreta.

Recap: novembre 2017

Novembre, come da tradizione ad A-Rock, è l’ultimo mese eleggibile per quanto riguarda la lista dei migliori 50 album dell’anno. Dunque, i dischi usciti a dicembre meritevoli di menzione entreranno nella lista dell’anno successivo (come successe a D’Angelo). Nel mese appena finito, le cantanti l’hanno fatta da padrone: abbiamo infatti i nuovi album di Julien Baker e Fever Ray. Inoltre, recensiremo anche Björk, Charlotte Gainsbourg, Angel Olsen e Taylor Swift. L’unico maschietto è Noel Gallagher, con i suoi Noel Gallagher’s High Flying Birds. Buona lettura!

Fever Ray, “Plunge”

Plunge

Erano otto anni che Karin Dreijer non produceva un album solista; la metà femminile dei Knife (l’altra era il fratello Olof), con l’esordio solista “Fever Ray” (2009), aveva fatto capire che, anche senza i Knife, per lei un radioso futuro nel mondo della musica era possibile. “Plunge” conferma ulteriormente questo fatto: attraverso canzoni a volte complesse, altre quasi pop, Karin appare in splendida forma, tanto da produrre uno dei migliori album di musica elettronica dell’anno.

I temi trattati dalla cantante svedese riguardano soprattutto l’amore e il sesso; accanto ad essi, però, un messaggio politico non può mancare. Spesso infatti anche i Knife avevano affrontato temi legati alla sfera pubblica, per esempio i diritti degli omosessuali o le storture del capitalismo. Fever Ray, parlando dell’amore carnale, denuncia la non parità dei diritti fra maschi e femmine e le violenze a cui le donne sono sottoposte da parte di uomini prepotenti, questione quanto mai attuale in queste settimane.

I pezzi migliori sono Must’t Hurry, This Country e Red Trails. Convincono meno Falling, IDK About You e la parte centrale del disco, tuttavia i risultati complessivi sono apprezzabili. Restano superiori i due LP più maturi dei Knife, “Silent Shout” (2006) e Shaking The Habitual” (2013). Tuttavia, l’eclettismo e la cura maniacale di “Plunge” lo rendono imprescindibile per gli amanti dell’elettronica e dei Knife.

Voto finale: 8.

Julien Baker, “Turn Out The Lights”

julien baker

Il secondo album della giovane cantante americana Julien Baker è un ottimo esempio della nouvelle vague del mondo indie, caratterizzata da una più massiccia presenza di donne rispetto al passato. Ricordiamo ad esempio Courtney Barnett e Angel Olsen; adesso anche la Baker fa parte del gruppo.

“Turn Out The Lights” combina piacevolmente pianoforte e chitarre, con la bella voce di Julien a fare da collante alle canzoni. La prima vera traccia del disco, dopo la breve intro Over, è già espressiva del tono del disco: Appointments ha un mood fortemente malinconico, batterie e basso sono completamente assenti e il testo parla di appuntamenti falliti e relazioni finite. Su questa falsariga si sviluppa poi tutto il disco.

I testi, dunque, sono molto pessimisti: già nell’esordio “Sprained Ankle” avevamo notato questo male di vivere nella Baker, sentimento che sembra essersi acuito in “Turn Out The Lights”. Le liriche, infatti, contengono versi come “Do I deserve to be here? Will I ever be ok?” oppure “There’s more whiskey than blood in my veins”. Insomma, si accenna a tendenze suicide ed alcolismo senza mezzi termini. La disperazione tuttavia non angustia le melodie, che restano potenti e toccanti allo stesso tempo.

La Baker si inserisce, musicalmente parlando, a cavallo fra dream pop e indie rock: un po’ Beach House e un po’ Wolf Alice, diciamo. Niente di radicale, quindi, ma il CD resta davvero bellissimo e degno di più di un ascolto. Fra le tracce migliori abbiamo la già citata Appointments e la title track; buona anche la conclusiva Claws In Your Back. Meno riuscite Shadowboxing e Sour Breath (da segnalare comunque per le tristissime liriche “The harder I swim, the faster I sink”), ma il risultato complessivo resta ottimo.

In conclusione, il talento di Julien Baker sembra essere definitivamente sbocciato: con una voce così, poi, tutto diventa più facile. Speriamo che la disperazione che sembra pervadere la giovane cantante non si riveli troppo pesante per la sua apparentemente fragile anima.

Voto finale: 8.

Noel Gallagher’s High Flying Birds, “Who Built The Moon?”

Who Built The Moon

Noel è giunto ormai al terzo album con la sua nuova band, gli High Flying Birds. La sua è stata una graduale evoluzione: partito nel primo CD della sua nuova avventura con canzoni molto simili agli Oasis, già in “Chasing Yesterday” (2015) si erano intraviste aperture verso rock à la Strokes e psichedelia del tutto inedite per lui. Questo “Who Built The Moon?” è il miglior disco a firma Noel Gallagher da tanti anni: oltre a proporre nuovi generi musicali ad un pubblico che era abituato al britpop vecchia maniera, Noel produce tre-quattro canzoni davvero notevoli, che entrano di buon diritto fra le sue migliori.

L’inizio è sorprendente: Fort Knox è un pezzo molto duro, quasi progressive, per un ex Oasis come lui. Ma le sorprese non sono finite: il più anziano dei due fratelli coltelli degli Oasis infatti si avventura nel glam rock (Keep On Reaching), utilizzando poi in altri pezzi addirittura il vocoder e mescolando influenze jazz (Holy Mountain). Le tastiere, poi, hanno un discreto peso. Insomma, un LP così ambizioso e innovativo da un cinquantenne non ce lo aspettavamo proprio. Merito anche del produttore, David Holmes, noto anche come musicista ardito e innovatore nel campo dell’elettronica.

Menzione finale per Dead In The Water, pezzo non incluso nella tracklist ufficiale ma acquistabile come traccia bonus: ricorda molto le b-sides migliori degli Oasis, in particolare Talk Tonight e Half The World Away. Ottime anche It’s A Beautiful World e She Taught Me How To Fly. Da non trascurare anche Black & White Sunshine. Meno riuscite Be Careful What You Wish For e If Love Is The Law, ma non intaccano eccessivamente il risultato complessivo.

In conclusione, il 2017 ha visto sfidarsi i fratelli Gallagher, oltre che con gli soliti insulti via social o via intervista, anche musicalmente: mentre Liam, con “As You Were”, ha pubblicato un CD “conservatore”, chiaramente destinato ai fan prima maniera degli Oasis, Noel sembra aver trovato una sua nicchia più interessante, ma forse più rischiosa a fini puramente economici. Tuttavia, non si può non elogiare la voglia di sperimentare di uno degli artisti inglesi apparentemente più rigidi nelle loro posizioni degli ultimi venticinque anni. Aspettiamo con grande interesse la sua prossima prova.

Voto finale: 8.

Charlotte Gainsbourg, “Rest”

rest

“Rest” è il quinto album della figlia del grande Serge Gainsbourg e di Jane Birkin, il primo in studio dopo 7 anni, infatti “IRM” risaliva al 2010. Nel periodo fra i due lavori, Charlotte Gainsbourg si è dedicata principalmente alla sua carriera di attrice, recitando ad esempio nei due capitoli di “Nymphomaniac”. La necessità per lei di tornare a scrivere musica deriva dall’improvvisa morte della sorella Kate, suicida nel 2013. La disperazione per la sua morte pervade i testi delle 11 canzoni di “Rest”, cantate per lo più in francese. Il genere affrontato è un french pop classico, nella scia di Air e Phoenix, ma con una malinconia di fondo tipica di album derivanti da lutti personali: basti pensare alla desolazione degli ultimi lavori di Sufjan Stevens, Nick Cave e Mount Eerie, tutti artisti colpiti da morti di familiari.

I testi sono, come detto, molto drammatici e toccanti: in Rest (che in italiano significa “riposo”), la title track, Charlotte pronuncia “reste”, cioè “resta” in francese, in cui la canzone è cantata; anche musicalmente, la traccia è un highlight del CD. Molto belle anche Deadly Valentine e I’m A Lie; Kate, già dal titolo, è dedicata alla sorella e contiene il verso forse più triste: “on devait vieillir ensemble”, cioè “dovevamo invecchiare insieme”. Riuscita, infine, la lunghissima Les Oxalis, che chiude l’album. Convincono meno Lying With You e Silvia Says, ma non intaccano eccessivamente il risultato complessivo.

Da sottolineare, infine, il parco ospiti di rilievo presente nel disco: da Guy-Manuel de Homem-Christo dei Daft Punk a Paul McCartney, passando per Owen Pallett, “Rest” è il CD di Charlotte Gainsbourg più ricco di star della musica.

In conclusione, “Rest” non è un LP facile, ma era difficile auspicare il contrario. Pur non toccando le vette di disperata bellezza di un Sufjan Stevens, Charlotte Gainsbourg rende omaggio nel modo migliore alla sorella, sottolineando una volta di più che il talento compositivo, nella famiglia Gainsbourg, è passato direttamente dal padre Serge a lei.

Voto finale: 7,5.

Björk, “Utopia”

utopia

“Utopia” rappresenta un ritorno alle origini per Björk. L’artista islandese, conosciuta per la sua grande creatività, dipanata non solo nell’arte musicale, suona una musica davvero particolare: a metà fra elettronica e pop, con tracce però sempre sperimentali e mai del tutto mainstream. I suoi ultimi lavori, almeno fino a “Vulnicura” (2015), erano contraddistinti da melodie più astratte e ancora meno immediate. “Vulnicura” aveva rappresentato un CD sofferto per Björk, essendo dedicato alla rottura con il compagno di lunga data Matthew Barney. Il lavoro era davvero triste rispetto alla solita Björk, ma non per questo meno efficace.

Questo “Utopia” segna quindi il ritorno a sonorità più conosciute per lei, come già anticipato. La lunghezza eccessiva può spaventare gli ascoltatori casuali, ma i fan della cantante islandese troveranno sicuramente delle chicche: a partire dal singolo The Gate, passando per Future Forever e Blissing Me, Björk aggiunge al suo canone degli ottimi innesti. Meno convincente la parte centrale del disco, fin troppo autoreferenziale e non avvincente. Ne sono esempio Body Memory, troppo lunga, e Loss.

Peccato, perché “Utopia”, pur non arrivando ai livelli di “Homogenic” e “Post”, i due capolavori anni ’90 di Björk, è comunque un buon LP. Con 2-3 canzoni/intermezzi in meno, il voto sarebbe stato ancora maggiore. Ma da un’artista che da più di 30 anni ci allieta, non possiamo aspettarci sempre radicali e riuscite innovazioni, no?

Voto finale: 7.

Angel Olsen, “Phases”

phases

“Phases” è il quarto album di Angel Olsen, una delle artiste indie rock più quotate al momento. La sua voce, davvero magnifica, è probabilmente il suo miglior asset; tuttavia, specialmente con i suoi precedenti CD “Burn Your Fire For No Witness” (2014) e “My Woman” (2016), anche la sua sicurezza e abilità nello scrivere canzoni varie e ambiziose erano cresciute notevolmente.

“Phases” non è da considerarsi propriamente un LP di inediti: raccoglie infatti b-sides e demo di canzoni registrate durante le sessions dei due dischi citati precedentemente. È quindi un’operazione simile a quella fatta dai Beach House quest’estate con “B-Sides And Rarities”: Olsen vuole probabilmente aggiornare i suoi fans su come è arrivata a comporre i due CD che l’hanno resa famosa e amata da pubblico e critica.

L’inizio è ottimo: sia Fly On Your Wall che Special sarebbero state benissimo in un disco vero e proprio della Olsen e sarebbero buoni singoli di lancio per molti artisti. La parte centrale si fa più acustica, quasi folk, tanto che sembra di tornare alle origini, quando cioè la giovane cantante si dilettava con folk e country. Ciò culmina nel finale di Endless Road, ballata acustica molto breve e raccolta, bella chiusura di un disco certamente non perfetto, ma comunque gradevole.

Tra i 12 brani che compongono il CD, spiccano una cover di Bruce Springsteen (Tougher Than The Rest) e una riedizione di For You di Roky Erickson. Meno bella California, contenuta nella parte mediana del disco.

Succede molto di rado che un album di b-sides possa essere accostato ai dischi veri e propri della produzione di un’artista: forse solo Oasis e U2 ai tempi d’oro potevano vantarsi di ciò. Ciononostante, Angel Olsen prova ancora una volta la sua apparente facilità di scrittura: se le canzoni scartate sono così, non resta che aspettare il suo nuovo LP, certi che qualsiasi direzione la bella Angel prenderà sarà un successo.

Voto finale: 7.

Taylor Swift, “Reputation”

Taylor Swift

Questo è già il sesto album a firma Taylor Swift, una delle pop star più famose al mondo. Partita mescolando country e pop, i suoi primi tre lavori non erano memorabili, malgrado il crescente successo. Da “Red” (2012) in poi, però, anche la critica ha cominciato a riconoscerne le doti compositive; ciò è sottolineato dal successo di “1989” (2014), che anche i critici riconoscono come un moderno classico per gli amanti del pop. Per questo “Reputation” era molto atteso: il primo singolo non aveva per nulla convinto, Look What You Made Me Do sembrava infatti un pessimo anticipo per il CD e ne rappresenta il brano peggiore. Invece, non tutto è da buttare nel disco: probabilmente l’abbraccio di Taylor al pop più carico e “smaccato” non ha avuto il successo sperato, tuttavia il risultato complessivo è discreto.

La partenza è buona: …Ready For It? è un’ottima intro al disco, che si caratterizza come già anticipato per basi molto potenti, più simili all’hip hop e all’R&B che al pop di Lorde o St. Vincent. La seconda traccia sgancia già i due super ospiti presenti nel disco, Ed Sheeran e Future; la canzone, End Game, non è indimenticabile. Delicate, invece, è una ballata minimale e riuscita, più vicina a “1989”; lo stesso dicasi per Dress.

Il problema con “Reputation” è rappresentato soprattutto dall’elevato numero di canzoni presenti, 15, e dalla durata, 55 minuti, che sono chiaro segnale della presenza di tracce filler, quindi evitabili, cosa che non accadeva ad esempio in “1989”. Ne sono esempio So It Goes… e Don’t Blame Me. Non riuscita nemmeno This Is Why We Can’t Have Nice Things, troppo prevedibile. Gradevoli invece Gorgeous, che se non altro ha un ritmo ballabilissimo pur non essendo tamarra, e Getaway Car, potenziale singolo.

I temi affrontati in “Reputation”, come già il titolo indica, hanno soprattutto a che fare con la percezione che Taylor ha della sua fama e di come il pubblico la vede: come semidea oppure come ennesimo prodotto dello star system. Del resto, lei non ha fatto molto per smentire la seconda opinione: tra le liti con Kanye West e i flirt con attori e cantanti famosi, tutto nella sua vita sembra finto e fatto solo per far parlare di sé. Ognuno continuerà a vederla in un modo o nell’altro, anche dopo questo CD: è comunque da elogiare la sua volontà di aprirsi e narrare (onestamente?) i propri sentimenti.

In conclusione, “Reputation” è un altro passo in avanti nella discografia di Taylor Swift: il passaggio dal country al pop è definitivamente compiuto, tanto che spesso sembra di sentire una canzone di The Weeknd o Flume piuttosto che la vecchia Taylor (evidente tutto ciò in Dancing With Our Hands Tied). Il risultato finale non è certamente un capolavoro, ma nemmeno il fiasco che alcuni preventivavano: diciamo che ci fa sperare di sentire meno tracce riempitivo e più ballate da parte della bella artista americana. Non è un caso che la seconda parte del disco, più acustica, sia migliore della prima. Solo allora potremmo davvero parlare di capolavoro.

Voto finale: 6,5.