Le migliori canzoni del decennio 2010-2019 (200-101)

Ci siamo: dopo i 200 migliori dischi della decade appena trascorsa, A-Rock si è cimentato nella costruzione della lista delle 200 migliori canzoni degli anni 2010-2019. Anche in questo caso l’impresa non è stata per nulla semplice: dall’elettronica all’hip hop, dal folk al rock, ci sono stati innegabili highlights in ogni genere ma anche molte perle nascoste che meritavano di essere evidenziate. Non temete, le canzoni imprescindibili, da Happy di Pharrell Williams ad Alright di Kendrick Lamar, passando per Runaway di Kanye, ci sono tutte. Ma chi avrà vinto la palma di miglior canzone del decennio?

Oltre ai già citati Kendrick Lamar, Kanye West e l’onnipresente Pharrell Williams, abbiamo cercato di dare spazio a tutte le sfaccettature della musica più bella degli anni ’10 del XXI secolo: il folk gentile di Sufjan Stevens, il rock epico dei The War On Drugs, i vecchi leoni come Nick Cave & The Bad Seeds… ma anche il pop sofisticato di Lorde e il pop-rock dei Coldplay non potevano mancare!

Anche in questa occasione, per favorire la varietà di artisti proposti, abbiamo adottato alcune regole: non più di cinque canzoni, di cui due appartenenti allo stesso disco, per ciascun cantante.

In questa prima puntata avremo le prime cento melodie, vi diamo appuntamento a domani per il secondo capitolo della lista delle 200 migliori canzoni! Buona lettura!

200) The Field, Is This Power (2011)

199) Franz Ferdinand, Right Thoughts (2013)

198) MGMT, Siberian Breaks (2010)

197) Damon Albarn, Everyday Robots (2014)

196) Azealia Banks, 212 (2014)

195) Robin Thicke feat. T.I. and Pharrell Williams, Blurred Lines (2013)

194) Hamilton Leithauser feat. Rostam, A 1000 Times (2016)

193) Ty Segall, Tall Man Skinny Lady (2014)

192) Kurt Vile, Goldtone (2013)

191) St. Vincent, Prince Johnny (2014)

190) Pusha T, Infrared (2018)

189) Nicolas Jaar, Killing Time (2016)

188) Parquet Courts, Master Of My Craft (2013)

187) DIIV, Out Of Mind (2016)

186) Foals, What Went Down (2015)

185) Alvvays, In Undertow (2017)

184) Cloud Nothings, I’m Not Part Of Me (2014)

183) James Blake, Unluck (2011)

182) Sky Ferreira, Nobody Asked Me (If I Was Okay) (2013)

181) Vince Staples, Crabs In A Bucket (2017)

180) Ty Segall, Every1’s A Winner (2018)

179) Muse, Madness (2012)

178) Spoon, Hot Thoughts (2017)

177) Iceage, Catch It (2018)

176) Girls, Honey Bunny (2011)

175) Hot Chip, Motion Sickness (2012)

174) Earl Sweatshirt, Earl (2010)

173) Parquet Courts, One Man No City (2016)

172) The Horrors, Chasing Shadows (2014)

171) Real Estate, Talking Backwards (2014)

170) The Walkmen, Angela Surf City (2011)

169) Little Simz, Therapy (2019)

168) FKA twigs, Two Weeks (2014)

167) Kendrick Lamar, King Kunta (2015)

166) Chromatics, Back From The Grave (2012)

165) Parquet Courts, Bodies Made Of (2014)

164) Nicolas Jaar, Colomb (2011)

163) Jamie xx feat. Romy, SeeSaw (2015)

162) Radiohead, Lotus Flower (2011)

161) Cloud Nothings, No Future / No Past (2012)

160) Pharrell Williams, Happy (2014)

159) Disclosure, When A Fire Starts To Burn (2013)

158) The Antlers, Drift Dive (2012)

157) Coldplay, Magic (2014)

156) The Black Keys, Lonely Boy (2011)

155) St. Vincent, Birth In Reverse (2014)

154) Nick Cave & The Bad Seeds, We No Who U R (2013)

153) David Bowie, Blackstar (2016)

152) The Voidz, Leave It In My Dreams (2018)

151) Atlas Sound, Te Amo (2011)

150) Destroyer, Chinatown (2011)

149) Adele, Someone Like You (2011)

148) Nicolas Jaar, Space Is Only Noise If You Can See (2011)

147) Caribou, Can’t Do Without You (2014)

146) Liam Gallagher, Wall Of Glass (2017)

145) Arctic Monkeys, Love Is A Laserquest (2011)

144) Big Thief, Not (2019)

143) Foals, Inhaler (2013)

142) The Weeknd, House Of Balloons / Glass Table Girls (2011)

141) Suede, Barriers (2013)

140) Queens Of The Stone Age, If I Had A Tail (2013)

139) The Antlers, I Don’t Want Love (2011)

138) Kanye West, Black Skinhead (2013)

137) Radiohead, Burn The Witch (2016)

136) The Black Keys, Tighten Up (2010)

135) Grimes, Genesis (2012)

134) Car Seat Headrest, Beach Life-In-Death (2018)

133) The Horrors, You Said (2011)

132) The Strokes, Under Cover Of Darkness (2011)

131) Grizzly Bear, Yet Again (2012)

130) Pusha T, Come Back Baby (2018)

129) black midi, bmbmbm (2019)

128) Real Estate, Municipality (2011)

127) Aphex Twin, aisatsana [102] (2014)

126) Foals, Spanish Sahara (2010)

125) Suede, Outsiders (2016)

124) James Blake, The Wilhelm Scream (2011)

123) Vampire Weekend, This Life (2019)

122) The National, Don’t Swallow The Cup (2013)

121) Destroyer, Blue Eyes (2011)

120) Janelle Monáe feat. Solange and Roman GianArthur, Electric Lady (2013)

119) Beach House, Sparks (2015)

118) Kanye West, Real Friends (2016)

117) Arcade Fire, Ready To Start (2010)

116) Kendrick Lamar, The Art Of Peer Pressure (2012)

115) Savages, Shut Up (2013)

114) Mount Eerie, Real Death (2017)

113) Janelle Monáe, Make Me Feel (2018)

112) Caribou, Odessa (2010)

111) Spoon, Inside Out (2014)

110) The War On Drugs, Up All Night (2017)

109) Radiohead, Daydreaming (2016)

108) Vampire Weekend, Harmony Hall (2019)

107) Mark Ronson feat. Bruno Mars, Uptown Funk (2015)

106) Janelle Monáe feat. Big Boi, Tightrope (2010)

105) The Weeknd, Can’t Feel My Face (2015)

104) Daft Punk feat. Giorgio Moroder, Giorgio By Moroder (2013)

103) Ty Segall, Warm Hands (Freedom Returned) (2017)

102) Moses Sumney, Quarrel (2017)

101) LCD Soundsystem, Dance Yrself Clean (2010)

Appuntamento a domani con la seconda puntata: quale sarà il miglior pezzo degli anni ’10? Stay tuned!

I migliori album del decennio 2010-2019 (200-101)

Ci siamo: la decade è ormai conclusa da alcuni mesi ed è giunta l’ora, per A-Rock, di stilare la classifica dei CD più belli e più influenti pubblicati fra 2010 e 2019. Un’impresa difficile, considerata la mole di dischi pubblicati ogni anno. Rock, hip hop, elettronica, pop… ogni genere ha avuto i suoi momenti di massimo splendore.

Partiamo con alcune regole: nessun artista è rappresentato da più di tre LP nella classifica. Nemmeno i più rappresentativi, da Kanye West a Kendrick Lamar agli Arctic Monkeys (tutti con tre CD all’attivo nella hit list). Questo per favorire varietà e rappresentatività: abbiamo quindi dato spazio anche a gruppi e artisti meno conosciuti come Mikal Cronin e Julia Holter, autori di lavori prestigiosi e meritevoli di un posto al sole. Non per questo abbiamo trascurato i giganti della decade: oltre ai tre citati prima, anche Drake e i Vampire Weekend hanno un buon numero di loro pubblicazioni in lista per esempio, senza trascurare i Deerhunter e Vince Staples.

Questo è stato senza ombra di dubbio il decennio della definitiva consacrazione dell’hip hop: ormai radio e servizi di streaming sono sempre più “ostaggio” del rap, più melodico (Drake) o più vicino alla trap (Migos, Travis Scott), per finire con il filone più sperimentale (Earl Sweatshirt). L’elettronica invece pareva destinata a conquistare tutti nei primi anni della decade, tuttavia poi l’EDM è passata di moda lasciando spazio all’hip hop. E il rock? Da genere dominante ora arranca nelle classifiche e nelle vendite, pare quasi destinato a persone mature… anche se poi ci sono gruppi come Arctic Monkeys e The 1975 che ancora esordiscono in alto nelle classifiche quando pubblicano un nuovo lavoro. A dimostrazione che chi merita davvero riesce a piacere a molti anche in tempi non propizi per il rock in generale. Folk e musica d’avanguardia continuano a non essere propriamente mainstream, ma hanno regalato pezzi unici di bella musica (dai Fleet Foxes all’ultimo Nick Cave, passando per King Krule) che hanno fatto spesso gridare al miracolo. Dal canto suo, invece, il pop ha continuato un’evoluzione lodevole verso tematiche non facili come la diversità, l’empowerment delle donne e l’accettarsi come si è, aiutato da artisti del calibro di Frank Ocean e Beyoncé. Chissà che poi il “future pop” di artisti come Charli XCX possa davvero essere la musica popolare del futuro! Vicino al pop è poi l’R&B, che ha vissuto momenti davvero eccitanti durante la decade 2010-2019 (basti pensare all’esordio fulminante di The Weeknd o alla delicatezza di Blood Orange) i quali ci fanno capire che i nuovi D’Angelo sono pronti a prendersi il palcoscenico (anche se poi il vero D’Angelo ha sbaragliato quasi tutti nel 2014 con “Black Messiah”).

Ma andiamo con ordine: i primi 100 nomi (ma 104 dischi, considerando il doppio album del 2019 dei Big Thief, la doppia release a nome Ty Segall del 2012 e la fondamentale trilogia di mixtape con cui The Weeknd si è fatto conoscere al mondo nel 2011) saranno solamente un elenco, senza descrizione se non l’anno di pubblicazione e il genere a cui sono riconducibili. Invece, per la successiva pubblicazione avremo descrizioni più o meno dettagliate delle scelte effettuate. Buona lettura!

200) Earl Sweatshirt, “I Don’t Like Shit, I Don’t Go Outside” (2015) (HIP HOP)

199) Floating Points, “Crush” (2019) (ELETTRONICA)

198) Drake, “If You’re Reading This It’s Too Late” (2015) (HIP HOP)

197) Spoon, “Hot Thoughts” (2017) (ROCK)

196) Big Thief, “U.F.O.F.” / “Two Hands” (2019) (ROCK – FOLK)

195) Father John Misty, “I Love You, Honeybear” (2015) (ROCK)

194) Mikal Cronin, “MCII” (2013) (ROCK)

193) Arctic Monkeys, “Suck It And See” (2011) (ROCK)

192) MGMT, “Congratulations” (2010) (ELETTRONICA – ROCK)

191) Jai Paul, “Jai Paul” (2013) (R&B – ELETTRONICA)

190) FKA Twigs, “LP 1” (2014) (R&B – ELETTRONICA)

189) Four Tet, “There Is Love In You” (2010) (ELETTRONICA)

188) Slowdive, “Slowdive” (2017) (ROCK)

187) Fever Ray, “Plunge” (2017) (ELETTRONICA)

186) The xx, “I See You” (2017) (ELETTRONICA – POP)

185) Perfume Genius, “No Shape” (2017) (POP – ELETTRONICA)

184) Noel Gallagher’s High Flying Birds, “Who Built The Moon?” (2017) (ROCK)

183) Julia Holter, “Have You In My Wilderness” (2015) (POP)

182) Let’s Eat Grandma, “I’m All Ears” (2018) (POP – ELETTRONICA)

181) Coldplay, “Everyday Life” (2019) (POP – ROCK)

180) The Black Keys, “El Camino” (2011) (ROCK)

179) (Sandy) Alex G, “House Of Sugar” (2019) (ROCK)

178) Vampire Weekend, “Father Of The Bride” (2019) (ROCK – POP)

177) The 1975, “I Like It When You Sleep, For You Are So Beautiful Yet So Unaware Of It” (2016) (ROCK – POP – ELETTRONICA)

176) The xx, “Coexist” (2012) (POP – ELETTRONICA)

175) Muse, “The 2nd Law” (2012) (ROCK)

174) Aldous Harding, “Designer” (2019) (FOLK)

173) The Antlers, “Burst Apart” (2011) (ROCK)

172) Arca, “Arca” (2017) (ELETTRONICA – SPERIMENTALE)

171) Hot Chip, “In Our Heads” (2012) (ELETTRONICA – ROCK)

170) Anderson .Paak, “Malibu” (2016) (HIP HOP – R&B)

169) Fiona Apple, “The Idler Wheel” (2012) (POP)

168) Mount Eerie, “Now Only” (2018) (FOLK – ROCK)

167) Justin Timberlake, “The 20/20 Experience” (2013) (R&B – ELETTRONICA)

166) St. Vincent, “MASSEDUCTION” (2017) (POP)

165) Troye Sivan, “Bloom” (2018) (POP)

164) Algiers, “The Underside Of Power” (2017) (PUNK)

163) These New Puritans, “Hidden” (2010) (ROCK – PUNK – ELETTRONICA)

162) Suede, “Bloodsports” (2013) (ROCK)

161) Arctic Monkeys, “Tranquility Base Hotel & Casino” (2018) (ROCK – POP)

160) Björk, “Vulnicura” (2015) (POP – ELETTRONICA – SPERIMENTALE)

159) Jack White, “Blunderbuss” (2012) (ROCK)

158) The Walkmen, “Lisbon” (2010) (ROCK)

157) PJ Harvey, “Let England Shake” (2011) (ROCK)

156) Ariel Pink’s Haunted Graffiti, “Before Today” (2010) (ROCK – SPERIMENTALE)

155) Nick Cave & The Bad Seeds, “Ghosteen” (2019) (SPERIMENTALE – ROCK)

154) The Voidz, “Virtue” (2018) (ROCK)

153) Broken Social Scene, “Forgiveness Rock Record” (2010) (ROCK)

152) Jamila Woods, “LEGACY! LEGACY!” (2019) (R&B – SOUL)

151) Foals, “Total Life Forever” (2010) (ROCK)

150) Neon Indian, “VEGA INTL. Night School” (2015) (ELETTRONICA)

149) King Gizzard & The Lizard Wizard, “Polygondwanaland” (2017) (ROCK)

148) Moses Sumney, “Aromanticism” (2017) (R&B – SOUL)

147) James Blake, “Overgrown” (2013) (ELETTRONICA – POP)

146) Preoccupations, “Viet Cong” (2015) (PUNK)

145) D’Angelo, “Black Messiah” (2014) (SOUL – R&B)

144) Dirty Projectors, “Swing Lo Magellan” (2012) (ROCK)

143) Freddie Gibbs & Madlib, “Bandana” (2019) (HIP HOP)

142) Tyler, The Creator, “IGOR” (2019) (HIP HOP)

141) Vince Staples, “Big Fish Theory” (2015) (HIP HOP)

140) Young Fathers, “Cocoa Sugar” (2018) (HIP HOP)

139) Parquet Courts, “Sunbathing Animal” (2014) (ROCK)

138) Jon Hopkins, “Singularity” (2018) (ELETTRONICA)

137) Fleet Foxes, “Helplessness Blues” (2011) (FOLK)

136) Ty Segall, “Slaughterhouse” / “Hair” (2012) (ROCK)

135) Titus Andronicus, “The Monitor” (2010) (ROCK)

134) Blur, “The Magic Whip” (2015) (ROCK)

133) Kanye West, “Yeezus” (2013) (HIP HOP)

132) Drake, “Take Care” (2011) (HIP HOP)

131) Thundercat, “Drunk” (2017) (ROCK – JAZZ – SOUL)

130) Caribou, “Swim” (2010) (ELETTRONICA)

129) Parquet Courts, “Wide Awake!” (2018) (ROCK)

128) LCD Soundsystem, “This Is Happening” (2010) (ELETTRONICA – ROCK)

127) Mac DeMarco, “2” (2012) (ROCK)

126) Ty Segall, “Manipulator” (2014) (ROCK)

125) Chromatics, “Kill For Love” (2012) (ELETTRONICA – ROCK)

124) Jon Hopkins, “Immunity” (2013) (ELETTRONICA)

123) Spoon, “They Want My Soul” (2014) (ROCK)

122) Damon Albarn, “Everyday Robots” (2014) (POP)

121) Panda Bear, “Panda Bear Meets The Grim Reaper” (2015) (ELETTRONICA)

120) Leonard Cohen, “You Want It Darker” (2016) (SOUL – FOLK)

119) Flying Lotus, “Until The Quiet Comes” (2012) (ELETTRONICA)

118) Shabazz Palaces, “Black Up” (2011) (HIP HOP)

117) Fontaines D.C., “Dogrel” (2019) (PUNK – ROCK)

116) Arcade Fire, “Reflektor” (2013) (ROCK – ELETTRONICA)

115) Lotus Plaza, “Spooky Action At A Distance” (2012) (ROCK)

114) Hamilton Leithauser + Rostam, “I Had A Dream That You Were Mine” (2016) (POP)

113) Blood Orange, “Freetown Sound” (2016) (R&B – SOUL)

112) Denzel Curry, “TA13OO” (2018) (HIP HOP)

111) Dave, “Psychodrama” (2019) (HIP HOP)

110) Flying Lotus, “You’re Dead!” (2014) (ELETTRONICA)

109) Gorillaz, “Plastic Beach” (2010) (ELETTRONICA – HIP HOP)

108) Leonard Cohen, “Popular Problems” (2014) (FOLK)

107) Danny Brown, “Old” (2013) (HIP HOP)

106) Cloud Nothings, “Here And Nowhere Else” (2014) (PUNK – ROCK)

105) Chance The Rapper, “Acid Rap” (2013) (HIP HOP)

104) Father John Misty, “Pure Comedy” (2017) (ROCK)

103) Nicolas Jaar, “Sirens” (2016) (ELETTRONICA)

102) Grimes, “Visions” (2012) (POP – ELETTRONICA)

101) The Weeknd, “House Of Balloons” / “Thursday” / “Echoes Of Silence” (2011) (R&B – ELETTRONICA)

Gli album più attesi del 2020

L’anno, anzi la decade, sta per finire. Tuttavia, ad A-Rock guardiamo sempre al futuro e siamo pronti per un 2020 stellare. Andiamo a vedere insieme i CD più attesi da critica e pubblico: il nuovo anno si preannuncia ricco di ritorni attesissimi.

Peraltro, la tendenza a vedere nei primi anni della decade uno spartiacque viene suffragata da tre dati: “Nevermind” dei Nirvana, “Kid A” dei Radiohead e “My Beautiful Dark Twisted Fantasy” di Kanye West sono stati incisi rispettivamente nel 1991, 2000 e 2010. Nessuno può negare l’influenza che questi classici hanno avuto sugli anni successivi, pertanto prepariamoci ai fuochi d’artificio.

Se nel gennaio 2019 avevamo eletto come artista più atteso i Vampire Weekend, ben ripagati dal pregevole “Father Of The Bride”, nel 2020 abbiamo due gruppi pronti a dare una svolta alla loro già prospera carriera: The 1975 e Tame Impala. In realtà entrambi avevano promesso di far uscire gli eredi di “A Brief Inquiry Into Online Relationships” (2018) e “Currents” (2015) nell’anno che sta per finire, ma entrambi vedranno la luce solamente nel 2020. Se da un lato, con i The 1975, abbiamo probabilmente la band rock di maggior successo fra i giovani, i Tame Impala hanno rivoluzionato il concetto stesso di psichedelia. Inutile dire che da “Notes On A Conditional Form” (dei britannici The 1975) e “The Slow Rush” (degli australiani Tame Impala) ci aspettiamo molto.

Se concentriamo la nostra attenzione sul mondo rock, notiamo che oltre The 1975 e Tame Impala, abbiamo altri beneamati artisti pronti a pubblicare nuovi dischi. Ad esempio, Dan Bejar aka Destroyer ha già annunciato che il nuovo lavoro del progetto, “Have We Met”, vedrà la luce il 31 gennaio. Anche gli IDLES, gruppo punk inglese osannato Oltremanica, pubblicherà il seguito di “Joy As An Act Of Resistance” (2017), intitolato provvisoriamente “Toneland”, l’anno prossimo. Vi sono poi tre gruppi ormai veterani dell’indie rock, ovvero Phoenix, Spoon e Real Estate, che dovranno confermare i precedenti lodevoli CD per restare sulla cresta dell’onda. Il mondo pop-punk (con venature emo) è poi giustamente in fermento per i ritorno di due fra le band più amate del movimento: i Green Day e i My Chemical Romance. Specialmente per i secondi, riunitisi dopo 7 anni, l’attesa è fortissima. Chiudiamo poi con due nomi conosciutissimi: The Killers e Red Hot Chili Peppers. Di loro non si hanno notizie certe, nondimeno gustare il seguito di “Wonderful Wonderful” e il nuovo LP dei RHCP con John Frusciante di nuovo nel gruppo varrebbe davvero tantissimo.

È tuttavia il mondo del pop a destare maggior curiosità: attesi al varco abbiamo pezzi da 90 del calibro di Frank Ocean, The Weeknd e Rihanna. Stiamo parlando di tre fra i più celebri artisti dei nostri anni, che vengono dai migliori lavori della carriera (RiRi e Frank) oppure da anni bui creativamente parlando (il canadese Abel Tesfaye). Ma non finisce qui: pare che anche Lady Gaga sia pronta a pubblicare il seguito di “Joanne” (2016), annunciato già nel 2019 ma poi posticipato per gli impegni cinematografici della Nostra.

Passando all’hip hop, ormai il genere dominante nelle classifiche di mezzo mondo, i nomi da tenere d’occhio sono due: Drake e Kendrick Lamar. Parliamo di due veri pesi massimi del panorama musicale contemporaneo: se il primo ha saziato i fans nel 2019 con la raccolta “Care Package”, è lecito aspettarsi il seguito del deludente “Scorpion” nel 2020? Pare di sì. Il contrario vale per K-Dot: dopo tre album clamorosi e il premio Pulitzer (!), saprà tenere testa a critica e pubblico con un altro lavoro altrettanto riuscito? Da non sottovalutare poi Travis Scott: il giovane rapper, reduce dallo strepitoso successo di “ASTROWORLD”, saprà creare un altro blockbuster di quel livello? Menzione infine per i Run The Jewels: il quarto capitolo della loro discografia, annunciato per il 2019, non ha ancora visto la luce. Ok, seguire “RTJ3” (2016) non è semplice, però anche illudere così i propri fans non è comportamento trasparente!

L’elettronica ha vissuto nel 2019 un anno interlocutorio: il 2020 però pare destinato a vedere il ritorno di artisti del calibro di The Avalanches, Caribou e Grimes. Soprattutto quest’ultima è davvero attesa al varco: dopo il buon successo di “Art Angels” (2015) e la sfilza di singoli pubblicati nel corso del 2019, cosa dobbiamo aspettarsi da “Miss Anthropocene”? Nome poi da tenere sott’occhio è Neon Indian: il progetto di Alan Palomo sembra finalmente pronto a pubblicare il follow-up di “VEGA INTL. Night School” (2015). Come sempre avvolto nel mistero il destino di “Dear Tommy” dei Chromatics: il 2020 sarà l’anno in cui l’ormai mitico album vedrà la luce?

Chiudiamo con una lista di artisti che hanno seminato indizi, ma su cui non abbiamo certezze: Fleet Foxes, Parquet Courts e Iceage fanno sicuramente parte di quei gruppi che hanno dato tanto alla musica degli anni ’10 e che siamo impazienti di sentire con pezzi inediti. Stesso dicasi per Strokes, St. Vincent e Car Seat Headrest. I primi vengono da tre anni d’inattività e Julian Casablancas pare concentrato sul progetto parallelo dei Voidz, ma mai dire mai giusto? Annie Clark invece ha remixato acusticamente il pregevole “MASSEDUCTION” (2017) l’anno seguente, ma pare pronta a riprendere l’attività là dove si era interrotta: brani indie pop, con improvvisi squarci di chitarra elettrica e testi corrosivi. Infine Will Toledo e compagni: loro vengono dal meraviglioso “Twin Fantasy” (2018) e, sebbene non vi siano certezze al riguardo, un suo erede pare probabile.

Insomma, il 2020 si annuncia un anno esplosivo, con molte promesse pronte a sbocciare e veterani che vogliono mantenere il comando delle operazioni. State sintonizzati: A-Rock proverà, al meglio delle sue possibilità, a guidarvi nel mare magno che è diventato il panorama musicale contemporaneo!

I 50 migliori album del 2018 (25-1)

Nella prima parte della lista dei 50 migliori CD del 2018 avevamo incontrato artisti importanti come Pusha-T, Robyn e Travis Scott. Chi sarà stato così bravo da entrare nei migliori 25? Buona lettura!

25) Arctic Monkeys, “Tranquility Base Hotel & Casino”

(ROCK – POP)

Abbiamo aspettato cinque anni (al 2013 risale infatti “AM”). Ancora una volta, Alex Turner e soci hanno radicalmente cambiato pelle, approcciando un pop-rock con inserti blues e jazz che mai ci saremmo aspettati da loro, specialmente dopo un disco a tratti hard rock come “AM” e le esperienze di Turner e del batterista Matt Helders con due mostri sacri del rock pesante come Josh Homme e Iggy Pop.

“Tranquility Base Hotel & Casino” è infarcito di riferimenti culturali; a dirla tutta, è un vero e proprio concept album, composto praticamente in solitudine da Turner nella sua casa di Los Angeles. Egli si immagina che gli umani abbiano ormai colonizzato la Luna e che vi siano stati aperti locali, tra cui appunto il Tranquility Base (sia hotel che casinò) e la sua band suoni proprio in questo locale. Il nome non è casuale: il Tranquility Base era il sito lunare dove l’astronave americana Apollo 11 atterrò nel 1969. I riferimenti a romanzi e film di fantascienza sono poi sparsi lungo le 11 canzoni dell’album: vi è una canzone dedicata al tema (Science Fiction), una che evoca addirittura Batman (la suadente Batphone)… Nell’epica Four Out Of Five, si fa riferimento ad un libro del 1985, “Amusing Ourselves To Death”, in cui pionieristicamente si anticipavano i rischi che l’eccessivo flusso di informazioni, spesso false, può avere sugli uomini.

In effetti, questo è anche il disco più politico degli AM: oltre al riferimento alle fake news, Turner parla del presidente americano Donald Trump definendolo “un wrestler che veste pantaloncini dorati” (Golden Trunks) e degli effetti deleteri che una vita vissuta sui social media ha sulle persone più vulnerabili (She Looks Like Fun). Accanto a tutto questo, arriva anche una stoccata ai critici di professione (forse anche quelli musicali?), in Four Out Of Five.

Insomma, carne al fuoco ne abbiamo davvero moltissima. Ma musicalmente, il CD è riuscito o no? Ad un primo ascolto, le scimmie artiche sembrano aver perso tutto quello che le rendeva speciali: assoli praticamente assenti, la batteria di Helders a malapena percettibile, basso mai in evidenza. Tuttavia, iniziando ad apprezzare anche il contesto in cui Turner ha posto il disco, si inizia a comprendere pienamente i pezzi. Evidenti sono le influenze di “Pet Sounds” dei Beach Boys, ma anche di Leonard Cohen e Serge Gainsbourg, non casualmente alcuni degli artisti più apprezzati da Alex Turner.

I pezzi migliori sono l’iniziale Star Treatment, la spettacolare ballata The Ultracheese e Batphone; meno riuscite Golden Trunks (Helders completamente assente) e la confusa She Looks Like Fun, che evoca Jack White ma non pare completamente a fuoco.

In conclusione, Turner & co. hanno ancora una volta sorpreso i loro fan: chi si aspettava un nuovo “AM” rimarrà completamente deluso, nondimeno va elogiata la capacità degli Arctic Monkeys di riuscire ad ogni LP a cambiare pelle: passando dall’indie allo stoner rock, dal brit pop all’hard rock e ora al lounge pop, hanno mantenuto un livello compositivo altissimo. Averne di gruppi così coraggiosi e talentuosi; potrebbero davvero essere i Blur o, chissà, i Radiohead degli anni a venire.

“I just wanted to be one of the Strokes, now look at the mess you made me make”. Tutto il disco può essere sintetizzato in questo verso, rintracciabile in Star Treatment (titolo evocativo del trattamento riservato allo star system, peraltro). Probabilmente, però, l’allievo (Alex) ha superato il maestro (Julian).

24) Noname, “Room 25”

(HIP HOP – SOUL)

Il primo album vero e proprio di Fatimah Nyeema Warner, in arte Noname, segue il fortunato mixtape “Telefone” del 2016. Già nel precedente lavoro la ventisettenne aveva mostrato qualità non banali, soprattutto per l’innata abilità di fondere fra loro generi come rap, funk e soul. In “Room 25” Noname amplia la propria tavolozza, inglobando elementi di neo-soul degni del miglior D’Angelo e affrontando temi delicati come la scoperta della propria sessualità in maniera sincera, a volte addirittura sfacciata.

“Room 25” si apre con Self, che contiene uno dei versi più riusciti dell’anno: “My pussy teachin’ ninth-grade English. My pussy wrote a thesis on colonialism”. Beh, una dichiarazione d’intenti niente male, condita da un’ironia non comune. I riferimenti alla propria sessualità sono poi sparsi qua e là nel corso del breve ma efficace album, ad esempio in Window Noname canta “I know you never loved me but I fucked you anyway. I guess a bitch likes to gamble”. Tuttavia, le liriche così esplicite (che riportano alla mente “CTRL” di SZA del 2017) non sono la parte migliore dell’album. Infatti la Warner, in soli 35 minuti, condensa circa vent’anni di musica nera: trovando un precario punto d’incontro fra jazz, hip hop e soul, “Room 25” diventa un LP irrinunciabile per gli amanti della black music. Noname è consapevole dei giganti che sta citando, non a caso in Don’t Forget About Me dice “Somebody hit D’Angelo, I think I need him for this one”, nondimeno non si lascia intimorire e forgia un lavoro pregevole nelle sue parti migliori.

Infatti, non è facile a resistere a belle canzoni come Ace (che vanta la collaborazione di Saba, altro rapper emergente) e la dolce Prayer Song. Se vogliamo trovare un difetto al disco è l’eccessiva frammentarietà: la brevità è un pregio, ma molti pezzi non arrivano nemmeno ai canonici tre minuti, fatto che alla lunga può stufare. In generale, però, ripetuti ascolti attenuano questa caratteristica ed anzi esaltano la grande varietà di ritmi e generi affrontati dall’artista.

In conclusione, “Room 25” è un ottimo disco d’esordio per la giovane Noname, che promette di occupare un posto importante nel panorama hip hop degli anni a venire. Il fatto poi che rinunci addirittura a possedere un nome d’arte e non abbia (ancora) alcuna rivalità con le superstar femminili del rap contemporaneo la rendono umile e pronta a sbocciare definitivamente.

23) Father John Misty, “God’s Favourite Customer”

(ROCK)

Joshua Tillman è giunto al quarto CD sotto il nome di Father John Misty, quello che lo ha portato alla celebrità e contemporaneamente a diventare uno dei cantautori indie più discussi anche online, a causa delle sue prese di posizione sempre controverse, ma mai banali. “God’s Favourite Customer” arriva pochi mesi dopo il monumentale “Pure Comedy”, senza dubbio il lavoro più ambizioso di Tillman: il CD era infatti un’analisi di tutti i mali della società contemporanea, fatta su canzoni molto barocche, per una durata complessiva di 74 minuti. Insomma, un lavoro potenzialmente molto divisivo, che tuttavia aveva fatto breccia anche nel pubblico meno ricercato ed era entrato in molte liste dei migliori album del 2017 (compresa la nostra) con pieno merito.

“God’s Favourite Customer” probabilmente avrà la stessa fortuna, ma per motivi opposti: il disco è considerevolmente più breve di “Pure Comedy” e caratterizzato da canzoni meno complesse. Anche liricamente l’album è radicalmente diverso: adesso Tillman affronta i propri demoni personali, lasciando da parte le riflessioni sul mondo esterno. I risultati, come sempre con lui, sono ottimi.

Già le prime due tracce, Hangout At The Gallows e Mr. Tillman, rappresentano appieno questa svolta: ritorno alle ritmiche e sonorità di “Fear Fun”, durata ragionevole e immediato appeal. Il CD proseguirà poi su questa strada, affiancando canzoni più rock (la bella Disappointing Diamonds Are The Rarest Of Them All e We’re Only People (And There’s Not Much Anyone Can Do About That)) ad altre più melodiche (Just Dumb Enough To Try e The Songwriter). A coronamento di tutto sta la bella voce di Father John Misty, più calda ed evocativa che mai: basti sentire The Palace, solo voce e piano.

Liricamente, dicevamo, Tillman affronta gli angoli più oscuri della sua psiche, in particolare la paura di perdere l’amata moglie e le pene d’amore che questo provocherebbe. Un’apertura considerevole e sincera, soprattutto considerato che parliamo di un artista noto per il suo ego infinito e la sua sagace ironia piuttosto che per la sua fragilità.

In conclusione, in soli 38 minuti e dieci canzoni, Father John Misty conferma ancora una volta il suo immenso talento: mescolando influenze disparate (da Neil Young a Bob Dylan ai Fleet Foxes, il suo ex gruppo), Joshua Tillman ha prodotto un LP tanto semplice quanto gradevole. Chissà che il picco delle sue capacità non debba ancora essere raggiunto…

22) Jon Hopkins, “Singularity”

(ELETTRONICA)

Il nuovo lavoro del compositore inglese Jon Hopkins, uno dei più stimati nel panorama della musica elettronica, conferma tutte le sue qualità. Mescolando abilmente techno e ambient, “Singularity” è uno dei CD di elettronica più intriganti del 2018, che in generale si è rivelato eccellente per questo tipo di musica,

La partenza è ottima: Singularity è potente e suadente allo stesso tempo, ricordando Aphex Twin nei suoi momenti migliori. Il titolo evoca la vita e, contemporaneamente, la singolarità: ossia quel momento in cui la capacità intellettiva delle macchine supererà la mente umana. Insomma, il disco sembra quasi assumere l’aspetto di un concept album. Fatto ulteriormente confermato dalle altre tracce presenti, dai titoli altamente evocativi, come C O S M, Everything Connected e Feel First Life.

Tecnicamente, come sempre, Jon Hopkins si dimostra un maestro: la produzione e il mixaggio sono magnifici, l’ospitata di Clark in Emerald Rush aggiunge ulteriore profondità alla canzone… Insomma, da questo punto di vista nulla da eccepire. Possono risultare invece troppi e molto densi i 62 minuti dell’album, che infatti per essere pienamente apprezzato richiede almeno 3-4 ascolti. Nondimeno, il premio per questa pazienza è uno degli LP di musica elettronica migliori del decennio.

I pezzi migliori sono la title track, Emerald Rush, Luminous Beings e Recovery, che riporta alla mente le sonorità ambient di Brian Eno. Ma nessuna traccia è veramente deludente, sintomo di un album difficile (alcune canzoni superano i 10 minuti) ma coeso. Giunto al quinto CD di inediti, Hopkins sembra aver trovato la definitiva maturità. Chi pensava che “Immunity” (2013) fosse solo un episodio fortunato dovrà ricredersi.

21) Vince Staples, “FM!”

(HIP HOP)

Il terzo album del talentuoso rapper americano è stato un fulmine a ciel sereno: annunciato il giorno prima della pubblicazione, avvenuta il 2 novembre, solo 22 minuti di durata e un’intensità non scontata per uno che ha dimostrato di trovarsi bene anche con sonorità meno ossessive (soprattutto nel suo capolavoro “Summertime ‘06” del 2015).

Ad aggiungere pepe all’intero progetto è il fatto che Vince rappa solo in otto delle undici tracce che compongono “FM!” (chiaro riferimento alle onde radio, come vedremo in seguito). Tre sono infatti brevi intermezzi dove, prendendosi gioco dell’ascoltatore, Staples annuncia un nuovo CD degli amici Earl Sweatshirt e Tyga. È chiaro l’intento del rapper, che dedica sostanzialmente un intero LP (anche se breve) alla radio e all’importanza che essa ha avuto nella sua infanzia.

Tuttavia, il fine puramente satirico dell’album non deve nascondere il talento immenso messo in mostra nuovamente da Staples, sempre più una voce fondamentale dell’hip hop contemporaneo. Le iniziali Feels Like Summer e Outside! sono infuocate e richiamano le sonorità degli esordi di Vince, infarcendole però anche con l’elettronica che permeava “Big Fish Theory” (2017) e l’EP “Prima Donna” (2016). Nessuna canzone fatta e finita è fuori posto, tanto che gli highlights più arditi (da Outside! a Run The Bands) non sono poi tanto migliori dei brani meno sperimentali, ma non per questo scontati: tutto è congeniale infatti a creare un disco tanto caotico quanto intrigante e mai scontato.

Dal punto di vista testuale, il rapper californiano è da sempre famoso per l’abilità nel descrivere la tragica condizione dei sobborghi (Ramona Park di Long Beach il suo bersaglio preferito). In “FM!” il mirino non è puntato unicamente su sé stesso, malgrado Vince abbia scritto su Intagram che avrebbe dedicato il lavoro al suo primo, vero fan: sé stesso. Vince sputa sentenze tanto dure quanto condivisibili o almeno corroborate dai numerosi episodi di razzismo accaduti recentemente in America. In Feels Like Summer abbiamo il seguente, durissimo verso: “We gonna party ’til the sun or the guns come out”. Altro esempio della sua visione disincantata della vita, già venuta alla luce nelle frasi di “Prima Donna” in cui enunciava le proprie tendenze suicide, è presente in FUN!: “My black is beautiful, but I’ll still shoot at you”.

Insomma, questo album breve/EP che dir si voglia è un’altra aggiunta preziosa ad una discografia sempre più ingombrante. I beat scorrono fluidamente, la produzione è ottima e Vince dimostra una voglia di sperimentare assolutamente rara nel mondo hip hop moderno. Dopo essere partito da sonorità tipiche del rap West Coast (ritmi lenti, basi cupe e liriche drammaticamente realistiche), Staples ha sperimentato con ritmi elettronici e decisamente più tesi nelle prove più recenti. “FM!” riassume tutto in 22 minuti: una missione quasi impossibile, ma riuscita quasi su tutta la linea.

Se questo è il picco delle sue abilità, ben venga; ma sembra proprio che Vince Staples abbia ancora molto da dare alla musica moderna. Che il suo manifesto definitivo debba ancora arrivare?

20) The Voidz, “Virtue”

(ROCK)

Julian Casablancas è tornato con gli ormai fidati Voidz con un CD molto diverso dal precedente sforzo del gruppo, quel “Tyranny” (2014) che mescolava ferocia e sperimentalismo, riff taglienti e canzoni semplicemente folli. Insomma, tutto meno che accessibile. Ebbene, “Virtue” riporta con la mente alle atmosfere del disco solista di Julian del 2008, “Phrazes For The Young”, che mescolava psichedelia e pop.

In particolare, sorprende la capacità del frontman degli Strokes di fondere fra loro tutte le influenze sperimentate negli ultimi 15 anni: dal rock di “A First Of Impression Of Earth” al suo album solista, ma anche il gusto anni ’80 di “Angles” e “Comedown Machine”. Il risultato potrà risultare straniante, a volte incoerente, ma mai prevedibile e sempre molto intrigante.

La prima canzone del CD, Leave It In My Dreams, è fra le migliori mai scritte da Casablancas dopo “Room On Fire”: synths raffinati, prova vocale ottima, base ritmica azzeccata. Idem per QYURRYUS, fra i singoli estratti, non per caso: i rimandi anni ’80 sono evidenti, per esempio ai Talking Heads, ma non invadenti. La prima parte di “Virtue” è quindi davvero convincente, contando su altri buoni pezzi come Permanent High School e ALieNNatioN. Non che la seconda sia da meno, tuttavia lo sperimentalismo a volte può risultare fine a sé stesso (per esempio in Think Before You Drink e Wink). I rimandi al precedente album dei Voidz sono pochi, ma non inutili: la chitarra potente di Pyramid Of Bones e One Of The Ones rende questi pezzi davvero coinvolgenti.

Il bilancio di questa cavalcata attraverso generi tanto diversi è eccellente: pur con alcuni questioni irrisolte (la lunghezza del lavoro soprattutto), i Voidz si confermano una voce davvero unica nel panorama rock contemporaneo. E poi, Julian non sembrava così libero e divertito dal comporre musica da “Room On Fire”; e i risultati sono sotto gli occhi di tutti.

19) Ty Segall, “Freedom’s Goblin”

(ROCK)

L’iperattivo Ty Segall, ragazzo prodigio del rock statunitense, è al decimo album di inediti a suo nome: un traguardo incredibile, considerato che Ty ha soli 31 anni e ha realizzato anche numerosi album collaborativi, greatest hits e CD live. Insomma, un artista davvero instancabile! Ciò, tuttavia, non ha influenzato la qualità dei suoi lavori: LP come “Slaughterhouse” (2012) o l’omonimo “Ty Segall” (2017) sono davvero notevoli.

Questo “Freedom’s Goblin”, il più lungo disco a firma Ty Segall in termini di canzoni e durata (19 pezzi per 72 minuti), è forse anche il suo lavoro più ambizioso; possiamo anzi dire che rappresenta un riassunto di tutto quello che musicalmente Ty ha passato negli ultimi dieci anni. Abbiamo pezzi hard rock (la bellissima Ever1’s A Winner e When Mommy Kills You), altri melodici (Rain e You Say All The Nice Things), alcuni quasi sperimentali (ad esempio Despoiler Of Cadaver, quasi elettronica, e Alta, aperta dal suono di un organo, strumento inusuale per l’artista californiano). Da sottolineare le lunghe She e And, Goodnight, due suite rock che mettono in mostra il talento di Ty, soprattutto come chitarrista. Ty potrebbe davvero essere il Jack White degli anni ’10. In generale, l’eccessivo numero di canzoni può rendere frammentario il disco, specialmente nella parte finale, ma i risultati sono generalmente ottimi.

Ty Segall sembra dunque aver trovato la definitiva maturità, a cavallo fra White Stripes e Led Zeppelin, con inserti melodici che quasi ricordano i Beatles (sentirsi My Lady’s On Fire e Cry Cry Cry per conferma). Il capolavoro definitivo sembra dietro l’angolo: forse una minore iperattività gli consentirebbe di focalizzarsi totalmente su un progetto e tirarne fuori il meglio. Detto questo, averne di artisti capaci di sfornare ogni anno un LP di livello così alto.

18) Jeff Rosenstock, “POST-”

(PUNK – ROCK)

L’artista punk Jeff Rosenstock è al terzo album solista, dopo una carriera molto lunga in alcune band underground statunitensi. I suoi primi due CD, “We Cool?” (2015) e “WORRY.” (2016) erano indizi di quello che sarebbe stato “POST-”, tuttavia non erano riusciti come quest’ultimo lavoro.

Il disco mescola infatti molto abilmente punk, power pop e dream pop (!), creando una miscela esplosiva di Cloud Nothings e Beach House, cosa che può apparire strana, ma in realtà rende il CD davvero imperdibile.

L’inizio è fulminante. USA è un pezzo punk di notevole caratura, lungo e complesso (supera i 7 minuti), ma mai prevedibile o noioso: partenza punk, parte centrale pop e finale trascinante. Va detto che Rosenstock è molto astuto: concentra i brani migliori all’inizio e alla fine del disco. Non per caso, infatti, la conclusiva Let Them Win è bellissima: 11 minuti di invettive contro Trump e i suoi seguaci, a testimoniare l’importanza anche politica dell’album, sopra una base ritmica davvero potente. Il finale con tastiere sognanti è, infine, una degna conclusione per questo fantastico LP.

Molti titoli e testi richiamano l’attualità politica americana: abbiamo per esempio Powerlessness, Beating My Head Against A Wall e TV Stars. Musicalmente, come già detto, il disco alterna brani punk (come la già citata Powerlessness e Yr Throat) ad altri più melodici (ad esempio TV Stars e 9/10), ma l’insieme è abbastanza coerente.

In conclusione, quel che è certo è che il punk ha ancora molto da dire, soprattutto in tempi incerti come questi: Jeff Rosenstock ce lo ha ricordato.

17) Troye Sivan, “Bloom”

(POP)

La nascente pop star australiana Troye Sivan ha pubblicato un lavoro davvero maturo per un ragazzo di appena 23 anni. “Bloom” è infatti un ottimo album pop, capace di suonare fresco malgrado si vedano chiaramente le influenze a cui Troye si ispira (George Michael, Lorde e The 1975 fra gli altri).

Quest’anno abbiamo avuto molti CD con chiari riferimenti alla sessualità dei protagonisti: in tempi di #MeToo e pieni diritti per le persone omosessuali, è perfettamente comprensibile che artisti dalle origini disparate abbiano descritto cosa significhi essere persone omosessuali. Troye Sivan non ha mai nascosto la sua attrazione per altri uomini, ma nel suo secondo album le liriche sono decisamente più mature e le sonorità più coerenti ed efficaci, rendendo “Bloom” un ascolto imprescindibile per gli amanti del pop.

L’inizio è travolgente: sia Seventeen che il singolo My My My! sono ottimi pezzi pop, degni di autori più quotati del giovane Troye. Anche i testi colpiscono: in Seventeen Sivan narra le sue avventure erotiche su Grindr (il Tinder per omosessuali) con uomini più maturi e gli abusi da loro perpetrati. Altrove le liriche sono più delicate: “Got something here to lose that I think you wanna take from me” in Seventeen e “I need you to tell me right before it goes down. Promise me you’ll hold my hand if I get scared now” in Bloom ne sono esempi.

Musicalmente, dicevamo, il CD è un ottimo concentrato del pop del XXI secolo, con inserti di autori del passato come George Michael. La voce di Sivan ricorda molto quella di Matt Healy dei The 1975, mentre la forte presenza del pianoforte in molte melodie (si veda Postcard) fa tornare alla mente il Perfume Genius delle origini. Da sottolineare infine le collaborazioni presenti in “Bloom”: Ariana Grande fa una comparsata in Dance To This, mentre il celebre produttore Ariel Rechtshaid collabora in The Good Side. Un po’ ovvie sono canzoni come Plum e Dance To This, ma sono peccati veniali in un lavoro altrimenti molto efficace.

Insomma, il futuro pare roseo per la giovane star australiana: giusto così, dato il talento dimostrato e la voglia di sperimentare non solo la carriera musicale. Ricordiamo infatti che Sivan è diventato noto come youtuber, per poi passare alla carriera di attore e poi di cantante. Insomma, un personaggio poliedrico e pronto al grande salto nel mondo delle star a tutto tondo. “Bloom” è un ottimo biglietto da visita ed è senza dubbio uno dei migliori album pop dell’anno.

16) Let’s Eat Grandma, “I’m All Ears”

(POP – ELETTRONICA)

Il secondo, attesissimo CD delle giovani inglesi Rosa Walton e Jenny Hollingworth, in arte Let’s Eat Grandma, ha pienamente mantenuto le promesse: aiutate da produttori rinomati come Sophie Xeon e Faris Badwan, le due teenager (!) pubblicano un disco in molti tratti rivoluzionario, che fonde generi disparati come pop, psichedelia ed elettronica in un connubio spesso eccellente.

L’apertura già instrada magistralmente il lavoro: sia Whitewater che Hot Pink (quest’ultima vanta la produzione di Badwan e Xeon) sono stranianti, in particolare la seconda alterna ritmi pop e improvvise aperture industrial, che non per caso ricordano gli ultimi lavori di SOPHIE e Horrors. I brani riusciti non finiscono qui: Falling Into Me è un gioiello pop, che ricorda la miglior Lorde; le lunghissime Donnie Darko e Cool & Collected suggellano il CD. Le uniche pecche sono i due inutili intermezzi Missed Call (1) e The Cat’s Pijamas, ma non intaccano troppo la struttura del lavoro.

I testi affrontano con sagacia la condizione di molti teenager negli anni dei primi amori e della scoperta della propria sessualità: le due giovani artiste in Hot Pink cantano infatti “I’m just an object of disdain to you… I’m only 17, I don’t know what you mean”, il ritornello contiene un riferimento non solo velatamente sessuale: “Hot Pink! Is it mine, is it?”. Sono poi presenti riferimenti macabri, non inattesi da un gruppo che incita a mangiare un parente, in Falling Into Me: “I paved the backstreets with the mist of my brain. I crossed the gap between the platform and train”.

In conclusione, se il debutto “I, Gemini” del 2016 suonava inevitabilmente ingenuo in certi tratti e le voci della Walton e della Hollingworth ancora acerbe, “I’m All Ears” segna il primo vero LP degno di nota a firma Let’s Eat Grandma. Speriamo che sia solo l’inizio di una carriera di successo: le premesse sembrano esserci tutte.

15) Saba, “CARE FOR ME”

(HIP HOP)

Il rapper di Chicago, giunto alla sua quinta esperienza in studio e al secondo album vero e proprio, ha finalmente trovato la consacrazione. Saba, nato Tahj Malik Chandler, era conosciuto, fino a pochi anni fa, più come collaboratore di Chance The Rapper che come solista, tuttavia negli ultimi due anni ha trovato una propria dimensione, che potrebbe notevolmente ampliarsi dopo la pubblicazione di un CD bello come “CARE FOR ME”.

Le scritte tutte maiuscole farebbero pensare a “DAMN.” di Kendrick Lamar, tuttavia le influenze che sentiamo in questo disco sono più rivolte a “Summertime ‘06” di Vince Staples e all’amico Chance The Rapper: dunque, un rap infarcito di gospel, con basi calme, quasi contemplative. I risultati, come già accennato, sono ottimi: “CARE FOR ME” scorre benissimo, senza frizioni fra i brani, per una durata che in termini di canzoni (10) e minutaggio (42 minuti) è finalmente in linea con il recente passato, senza sovraccaricare il disco di troppe canzoni, come alcuni colleghi di Saba fanno (Drake, Migos ecc).

Come sempre in un album hip hop, i testi sono una parte cruciale nel valutare un LP: Saba descrive il processo di accettazione della morte prematura del cugino Walter, ucciso l’anno scorso dopo una colluttazione nella metropolitana da un ladro che voleva il suo cappotto. Una morte tragica, per cui Saba ha scritto testi strazianti. Per esempio, in BUSY/SIRENS canta “I’m so alone” e successivamente “Jesus got killed for our sins, Walter got killed for a coat”. Il dramma è ancora ben presente, dunque. Colpisce la struttura del CD, che arriva in HEAVEN ALL AROUND ME ad una visione di Walter in Paradiso, che veglia su Saba e i suoi cari. Insomma, la fede ha decisamente aiutato il rapper ad accettare la morte del suo mentore, colui che per primo lo aveva introdotto alla musica.

Altre liriche toccanti sono “They want a barcode on my wrist to auction off the kids that don’t fit their description of a utopia” in LIFE e “We got in the car, but we didn’t know where to drive to. Fuck it, wherever you are my nigga, we’ll come and find you” in PROM/KING, penultimo brano della tracklist, dove notiamo un’accettazione definitiva della morte di Walter.

Musicalmente, i pezzi che più restano impressi sono BUSY/SIRENS, SMILE e la dura LIFE; notevole anche FIGHTER. Meno bella LOGOUT, ma i risultati restano sorprendenti. Saba, infatti, pur parlando di temi strettamente personali, riesce a trasmettere messaggi universali: il suo viaggio può infatti essere intrapreso da chiunque abbia perso una persona amata, un po’ quello che Mount Eerie ha fatto in “A Crow Looked At Me” e “Now Only”. Sono questi LP che rendono speciali anche le canzoni più semplici, no?

14) A.A.L. (Against All Logic), “2012-2017”

(ELETTRONICA)

Tutti gli appassionati di musica elettronica conoscono Nicolas Jaar, geniale compositore di origine cilena ormai trapiantato in America, una delle ritmiche più riconoscibili del panorama musicale. Ritmi sensuali, produzione impeccabile e sample campionati sempre azzeccati: ecco le principali caratteristiche di molte canzoni di Jaar. Stupisce perciò il riutilizzo di un suo alias che pareva ormai abbandonato, questo A.A.L. (Against All Logic), ma non più di tanto il genere affrontato. Jaar infatti percorre gli usuali percorsi a metà fra IDM e funk, ma con ancora maggiore consapevolezza nei propri mezzi e un gusto per la melodia puramente danzereccia che non conoscevamo.

La partenza è straordinaria: sia This Old House Is All I Have che I Never Dream settano perfettamente il tono del CD, con tastiere sinuose e voci elettrizzanti in sottofondo; Jaar è ormai totalmente padrone di questo genere peculiare ed è un vero piacere ascoltarlo in questa condizione brillante. Il disco contiene altre perle di indubbio valore: Now U Got Me Hooked è un brano dance perfetto, Rave On U chiude magistralmente il disco. Menzione anche per Cityfade e Hopeless, altri pezzi house notevoli. Un po’ sotto la media del disco invece Know You e Such A Bad Way.

L’unico problema di “2012-2017” può risultare nell’eccessiva lunghezza: in effetti, 67 minuti di musica elettronica da club/discoteca e canzoni che superano facilmente i 5 minuti possono essere ostacoli non banali per gli ascoltatori casuali, ma non fatevi spaventare. A.A.L. (Against All Logic), aka Nicolas Jaar, aveva già fatto intravedere indubbie qualità sia nella sua carriera solista che nei Darkside. Questo album ne è un’ulteriore conferma: la pazienza e ripetuti ascolti verranno ampiamente ripagati.

13) Young Fathers, “Cocoa Sugar”

(HIP HOP)

Il terzo album del trio scozzese è il compimento di un percorso che li ha visti costantemente migliorare, gli Young Fathers sono infatti a tutti gli effetti tra i maggiori innovatori nel mondo hip hop. Le loro basi mescolano sapientemente rock, pop, soul e ritmi africani, creando brani a volte caotici, ma nella maggior parte dei casi sorprendenti e mai banali. Ne sono esempio, nel nuovo CD “Cocoa Sugar”, In My View e See How.

Anche i testi degli Young Fathers non sono innocui: già il titolo del disco, “Cocoa Sugar”, anticipa un tema portante, la contrapposizione fra bianchi e neri purtroppo ancora centrale nella società. Tuttavia, non possiamo parlare di rap politico: gli Young Fathers spesso accennano solamente a tutto ciò, non volendo soverchiare l’ascoltatore con messaggi troppo forti. Molto diversi da un Kendrick Lamar, tanto per capirsi. Liriche potenti ne abbiamo comunque: da “don’t turn my brown eyes blue, I’m nothing like you” a “I’m not here to drown you, I’m only here to clean you”.

I risultati complessivi sono ottimi: “Cocoa Sugar” è uno dei migliori album rap non solo dell’anno, ma della decade. Accanto ai già citati See How e In My View, abbiamo altri pezzi molto efficaci: da Tremolo a Toy, passando per la base industrial di Turn (quasi à la Nine Inch Nails) e i paesaggi pastorali di Lord, che quasi ricorda i Walkmen più intimisti.

Insomma, come già accennato, gli Young Fathers hanno probabilmente raggiunto il picco creativo nel rap sperimentale che li contraddistingue: come andranno avanti da qui in avanti sarà interessante. Intanto godiamoci questo LP, ennesima conferma di come il rap ormai sia così mainstream da dover contaminarsi con altri generi per diventare sperimentale. Era già successo al rock molti anni fa, quando molti dovettero contaminarlo con elettronica e rap (!) per rinnovarlo. La ruota gira…

12) Earl Sweatshirt, “Some Rap Songs”

(HIP HOP – JAZZ)

Earl Sweatshirt è sempre stato la figura più enigmatica del collettivo Odd Future, un covo di talenti comprendente nomi del calibro di Frank Ocean, Tyler the Creator e Syd (The Internet). Di lui si sente parlare solamente in caso di uscite di nuova musica, segno che tiene molto alla propria privacy. Fatto in realtà condiviso da molti membri del collettivo, tranne il vulcanico Tyler the Creator. Questo probabilmente è anche dovuto alla sua giovane età: a soli 24 anni Earl ha infatti già alle spalle due dischi e un mixtape osannati da critica e pubblico, con una conseguente pressione per produrre sempre nuova musica di qualità che diventerebbe insostenibile per lui se l’esposizione aumentasse.

“Some Rap Songs” è un titolo fuorviante: il breve e frammentario disco (15 canzoni per soli 24 minuti di durata) contiene in realtà tutti i crismi del piccolo capolavoro. Mescolando abilmente jazz e hip hop, con inserti di musica puramente sperimentale, “Some Rap Songs” è il CD più avventuroso di Earl, simbolo di un (possibile) nuovo movimento nel rap contemporaneo, non più prono al pop/R&B come Drake e compagnia, ma visionario e pronto a sperimentare.

Se a primo impatto la struttura dell’album può apparire straniante, in realtà non bisogna pensare che sia un lavoro tirato via, soprattutto dato che deriva da tre anni di studio e lutti per Earl, che hanno influenzato profondamente la sua musica più recente. Proprio quest’anno infatti sono morti il padre e lo zio del Nostro; soprattutto il primo era stato bersaglio in passato di invettive e offese da parte del rapper nato Thebe Neruda Kgositsile, ma in “Some Rap Songs” vi sono segni di riconciliazione.

Shattered Dreams è un inizio strano, non troppo efficace preso singolarmente ma adatto ad introdurre il mood del disco; già in Red Water infatti la perfetta mescolanza fra hip hop e jazz è affascinante come poche volte abbiamo sentito ultimamente. Forse paragonabile in questo a “To Pimp A Butterfly”, il disco di Earl è però presente anche sul lato più sperimentale del rap, simile ai Death Grips ma meno hardcore. Ne sono esempi Cold Summers e Nowhere2go, la traccia più deprimente dell’album, in cui Earl afferma che “I think … I spent my whole life depressed, only thing on my mind was death. Didn’t know if my time was next”.

La seconda parte del disco, pur breve, contiene altrettanti contenuti interessanti: dalla commovente Azucar, in cui Sweatshirt canta “My momma used to say she sees my father in me. I said I was not offended”, alla conclusione raccolta ma carica di pathos di Riot!, “Some Rap Songs” si conferma un CD imperdibile per gli amanti del rap più visionario.

I pezzi migliori sono Red Water, Ontheway!, The Mint e Veins, ma nessuno può dirsi brutto o semplicemente deludente. Ciò malgrado alcuni arrivino a durare a malapena un minuto; malgrado questa caratteristica, infatti, ognuno è chiaramente parte di un tutto coeso e con un chiaro obiettivo, non risultando quindi mai fuori posto o tirato via.

In conclusione, Earl Sweatshirt ha prodotto un altro LP (non tanto long in realtà) che lo consacra come uno dei rapper più interessanti della sua generazione. Considerato che lui ha iniziato a diventare famoso all’incredibile età di 16 anni (al 2010 risale infatti il suo primo mixtape “Earl”) e ha già alle spalle una corposa discografia, il futuro sembra essere dalla sua parte. Una volta che avrà imparato ad essere così intraprendente per dischi con durata maggiore, il capolavoro sarà fatto e finito.

11) Parquet Courts, “Wide Awake!”

(ROCK)

Giunti ormai al settimo album di studio, considerando anche quelli registrati come Parkay Quarts e quello collaborativo con il DJ italiano Daniele Luppi, i Parquet Courts non intendono interrompere la striscia vincente iniziata con “Light Up Gold” (2012), un mix di irriverenza, indie rock estremamente orecchiabile e testi spesso allegramente nonsense.

La copertina di “Wide Awake!” effettivamente sembra proseguire su questa traiettoria; anche un ascolto del disco conferma questa prima impressione. Il CD inizia subito a mille: Total Football e Violence ricordano le sonorità del precedente lavoro del gruppo, “Human Performance” (2016), mentre Before The Water Gets Too High è più sperimentale, sulla falsa riga di “Sunbathing Animal” (2014). Invece, Mardi Gras Beads è forse il pezzo più melodico mai scritto da Savage & co., ricordando gli Arctic Monkeys di Mardy Bum.

Anche la seconda parte del disco contiene canzoni molto interessanti, che ne fanno ad ora il disco più vario e completo della produzione dei Parquet Courts: Back To Earth è strana ma riuscita, Normalization breve ma coinvolgente. Tolti i due intermezzi NYC Observation e Extinction, insomma, il CD è davvero ottimo, il migliore di una band sempre al passo con la modernità e pronta a cambiare quel tanto da risultare fresca. “Wide Awake!” migliora ad ogni ascolto, rivelando sempre nuovi dettagli. Bravi, Parquet Courts.

10) Shame, “Songs Of Praise”

(PUNK)

Il quintetto inglese potrebbe essere il nuovo volto del punk europeo: era da moltissimo tempo che non si sentiva un esordio così carico e compatto nel mondo punk, specialmente nel Vecchio Continente. In particolare, a colpire è la fiducia che gli Shame hanno nei loro mezzi: non c’è alcuna paura nel cambiare ritmo improvvisamente in una canzone, tantomeno nel corso del CD. Ne sono esempio Dust On Trial e Tasteless.

La voce di Charlie Steen, leader del gruppo, ricorda molto Archy Marshall: è come se King Krule desse libero sfogo alla sua vena rock, cercando contemporaneamente di imitare i Cloud Nothings o i Preoccupations. Da sottolineare poi il lavoro dei due chitarristi degli Shame, Eddie Green e Sean Coyle-Smith, che creano un “muro sonoro” davvero impenetrabile. I brani migliori sono Concrete, la più melodica One Rizla e la conclusiva Angie, che solo nel titolo ricorda il brano dei Rolling Stones. Donk, troppo breve, è il solo momento sotto la media, ma non rovina l’eccellente CD degli Shame. Anzi, l’insieme è un LP compatto e coerente, con pochissime pause per l’ascoltatore, come i migliori album punk.

Anche “Songs Of Praise” affronta tematiche rilevanti, come la violenza sulle donne o il menefreghismo dell’Occidente per le sorti della parte più povera del pianeta, senza perdonare nulla, neanche a coloro che solo a parole supportano delle cause giuste: del resto, si chiedono Steen e compagni, se noi per primi non facciamo niente, come possiamo sperare che il mondo migliori?

Per concludere, un’ultima lode agli Shame: neanche Savages e White Lung, per citare due band punk molto rinomate di recente, avevano pubblicato esordi devastanti come “Songs Of Praise”. Non resta che seguire l’evoluzione del complesso britannico: le premesse per un’ottima carriera ci sono tutte.

9) Mount Eerie, “Now Only”

(FOLK – ROCK)

La storia di Phil Elverum, frontman dei Microphones e successivamente solista col nome di Mount Eerie, è tristemente nota. Nel 2016 sua moglie Geneviève è morta di cancro, lasciando lui e la loro figlioletta a chiedersi il perché di tanta sofferenza a una così giovane età. Elverum ha deciso di affrontare questo tragico lutto facendo quello che sa fare meglio: scrivere canzoni. Mount Eerie non è mai suonato così scarno come negli ultimi due suoi CD, “A Crow Looked At Me” (2017) e “Now Only”. È possibile infatti vedere questo disco come una continuazione del precedente, ma contemporaneamente “Now Only” contiene differenti sonorità in alcuni tratti, che lo rendono un capolavoro a sé stante.

La partenza è straziante: Tintin In Tibet narra alcuni frammenti del passato di Phil e Geneviève, per esempio il loro primo incontro, ma si apre e si chiude con le seguenti parole: “I sing to you”. È facile intuire chi sia quel “tu” a cui si rivolge Elverum, non a caso queste canzoni sembrano più un’autoconfessione che un lavoro per piacere al pubblico. Il loro fascino, tuttavia, risiede proprio in questo: essere scritti con uno scopo personale, ma avere una risonanza universale.

Musicalmente parlando, come già accennato, “Now Only” riprende il folk scarno di “A Crow Looked At Me”, tuttavia in alcuni brani riecheggiano chitarre distorte e una lieve base di batteria, che rendono il CD più vicino ai primi lavori dei Microphones rispetto al suo predecessore. I brani migliori sono Tintin In Tibet, Earth (unica traccia con chitarre rock), la title track e Two Paintings By Nikolai Astrup. A colpire, però, sono soprattutto le liriche: nella lunghissima Distortion Elverum recita “the first dead body I ever saw in real life was my great-grandfather’s; the second dead body I ever saw was you, Geneviève, when I watched you turn from alive to dead right here in our house.” Uno dei versi più sinceri e tragici mai cantati. C’è spazio per un’accettazione della morte dell’amata moglie, quasi con sollievo, quando Phil dice “you’re sleeping out in the yard now”.

I fan di Mount Eerie ricorderanno sicuramente l’immagine del corvo presente in “A Crow Looked At Me”, che prendeva le sembianze della moglie agli occhi di Elverum, ancora incapace di accettare la sua perdita; vi è un richiamo in “Now Only”, tanto che l’ultima canzone si intitola proprio Crow, Pt.2. Adesso, però, Elverum canta “I don’t see you anywhere”. Il cantante statunitense sembra finalmente aver capito che Geneviève non tornerà più indietro: meglio vivere la vita che resta e crescere la propria figlia, mantenendo le promesse fatte alla moglie morente. Non c’è messaggio migliore da prendere da questo LP.

8) Mitski, “Be The Cowboy”

(ROCK – POP)

Il quinto CD della cantante americana di origine giapponese Mitski Miyawaki (che nella sua carriera usa solo il proprio nome) è senza dubbio il suo lavoro più compiuto, un riuscito connubio di indie rock e ritmi più danzerecci, sulla falsariga degli ultimi lavori di St. Vincent, il riferimento senza dubbio di Mitski.

L’inizio è subito convincente: Geyser ha ritmi synthpop degni di Julia Holter e Grimes, mentre Why Didn’t You Stop Me? e A Pearl sono decisamente più somiglianti alle sonorità di “Puberty 2”, il disco che ha fatto conoscere Mitski al grande pubblico nel 2016. “Be The Cowboy” prosegue poi in maniera convincente fino al quattordicesimo e ultimo brano, la dolce Two Slow Dancers, per un totale di soli 32 minuti di durata: un LP compatto ma non tirato via, va detto, dato che ogni brano è perfettamente compiuto e funzionale all’economia del disco. Anche i più brevi, come Lonesome Love e Old Friend, che non raggiungono i due minuti, non mancano di fascino.

Liricamente, Mitski sembra dedicare questo lavoro all’amore, presente in ogni sua forma: ad esempio, in Remember My Name canta “I gave too much of my heart tonight. Can you come to where I’m staying and make some extra love that I can save ’till to tomorrow’s show?”, oppure in Lonesome Love “Nobody butters me up like you, and nobody fucks me like me”. Testi espliciti e senza peli sulla lingua, insomma. Tuttavia, essi non risultano mai fuori luogo e anzi aumentano l’attenzione dell’ascoltatore anche per le canzoni più leggere.

In conclusione, l’indie rock ha trovato un’altra convincente voce femminile: come già detto, l’influenza di Annie Clark è presente in molte parti di “Be The Cowboy”, nondimeno Mitski è capace di scrivere canzoni avvolgenti e mai banali, una qualità solo intravista nei suoi precedenti album. Siamo in trepidante attesa di vedere se questo è il picco delle sue capacità oppure il meglio deve ancora venire.

7) Denzel Curry, “TA13OO”

(HIP HOP)

Il terzo disco del giovane rapper Denzel Curry può essere considerato il vero manifesto di quel genere che, un po’ spregiativamente, viene chiamato SoundCloud rap. Si tratta di un genere emerso sulla piattaforma SoundCloud e che vede fra i suoi principali esponenti JPEGMAFIA, lo stesso Curry e il defunto XXXTentacion: abbiamo una fusione fra il rap morbido di Drake e atmosfere più dark, quasi gotiche, tipiche dell’hip hop dei decenni passati.

Molto ambiziosamente, Denzel conia una sorta di nuovo linguaggio nel dare i titoli ai brani dell’album: la B diventa 13, le S sono Z ecc. Noi riportiamo i titoli “trascritti”, altrimenti la comprensione sarebbe a volte difficoltosa. Inoltre, “TA13OO” è diviso in tre parti, chiamate da Curry luce, area grigia e oscurità. L’intento è rappresentare i diversi aspetti del suo animo, sia mediante le basi dei pezzi che attraverso i testi.

L’inizio, non casualmente, è molto sereno e rilassato: sia TABOO che BLACK BALLOONS sono brani molto à la Drake, con aspetti di Travis Scott in evidenza. Andando avanti nel disco, emergono come già accennato precedentemente brani con atmosfere decisamente più opprimenti, che si rifanno al Kanye West di “Yeezus”: ad esempio, in SUMO e SUPER SAYAN SUPERMAN troviamo basi trap potenti ed efficacissime, che richiamano i migliori Migos. Il finale è, coerentemente, rappresentato da pezzi trap decisamente carichi: sia VENGEANCE che BLACK METAL TERRORIST sono infatti caratterizzati da basi ossessive e voci demoniache, che rendono le canzoni difficili ma tremendamente affascinanti.

Anche liricamente il CD non affronta tematiche semplici: l’apertura di TABOO è per certi versi scioccante, con Curry che dettaglia la sua relazione con una ragazza vittima di terribili abusi nella sua infanzia. In BLACK BALLOONS sono contenuti riferimenti espliciti alla morte e al suicidio come soluzione per risolvere i problemi che affliggono Denzel. Ritroviamo, oltre a basi anni ’90 in certi tratti del disco, anche temi afferenti a quel periodo: in SUMO il rapper afferma di avere “tasche piene di soldi e grosse come un lottatore di sumo”. Da sottolineare infine la capacità del giovane statunitense di passare da registri più melodici a versi letteralmente urlati, segno che anche vocalmente siamo di fronte a un talento notevole. Sentirsi SIRENS e VENGEANCE per un confronto.

In generale, dunque, Curry ha creato un mondo difficile da abbandonare, malgrado le atmosfere e i testi siano talvolta molto inospitali. Non è un merito da poco, in un anno che per il rap ha visto mietere nuovi successi ma una qualità media scadente.

6) SOPHIE, “OIL OF EVERY PEARL’S UN-INSIDES”

(ELETTRONICA)

Qualcuno, prima o poi, dovrà spiegarci la mania recente degli artisti di chiamare i dischi (e a volte loro stessi) con lettere tutte maiuscole: da Kendrick Lamar a Pusha-T ai Carters (cioè Jay-Z e Beyoncé), passando ora per SOPHIE, questa moda sembra diffondersi sempre di più. Detto ciò, il titolo del nuovo album di Sophie Xeon è, se possibile, ancora più misterioso della sua musica. In effetti, si tratta di una figura retorica chiamata “mondegreen”, che consiste nell’interpretare in maniera errata una frase, sostituendo alle vere parole altre che suonano molto simili. Infatti, il titolo “apparente” del CD non è il messaggio che l’artista vuole passare: “OIL OF EVERY PEARL’S UN-INSIDES” suona infatti come “I love every person’s insides”, che è già una frase più compiuta e, anzi, nasconde un fine profondo. Infatti, SOPHIE sta comunicando che dobbiamo tutti amare una persona per come è dentro, la sua apparenza esteriore (ad esempio, il suo sesso o le sue deformità fisiche) non dovrebbero contare. Basti questo verso, preso da Immaterial, come manifesto dell’intero LP: “I could be anything I want, anyhow, any place, anywhere. Any form, any shape, anyway, anything, anything I want”.

Non banale, come messaggio. SOPHIE del resto ha fatto della sua voce androgina un tratto caratteristico della sua produzione musicale, iniziata nel 2015 con “PRODUCT” e proseguita ora con questo “OIL OF EVERY PEARL’S UN-INSIDES”. La sua transessualità certamente gioca un ruolo cruciale: SOPHIE è infatti nata Samuel Long e solo con questo disco ha fatto conoscere al mondo la sua “transizione”. La sua musica è certamente inseribile nel filone dell’elettronica sperimentale, tuttavia le sue canzoni hanno una struttura che ricorda le canzoni pop, almeno nei momenti più accessibili (ad esempio la bella It’s Okay To Cry o Infatuation): non è un caso che sia chiamata “hyperpop”. Tuttavia, il tratto che distingue radicalmente Sophie Xeon dai suoi colleghi DJ è che, accanto a brani appunto pop o ambient, troviamo altre canzoni che ricordano lo Skrillex più sfacciato, per esempio Ponyboy e Faceshopping. Non capita tutti i giorni di trovare un’artista così versatile: viene in mente Bjork e tutti sappiamo che è un paragone molto delicato, di Bjork ne nascono davvero poche.

L’album si caratterizza dunque per una varietà stilistica estrema, che lo rende molto difficile, soprattutto ai primi ascolti, ma che nasconde delle perle davvero preziose. Ad esempio, la già menzionata It’s Okay To Cry è una delle migliori canzoni dell’anno, così come la eterea Pretending è un pezzo ambient che ricorda il miglior Brian Eno. Non vi sono pezzi davvero fuori asse, forse l’intermezzo Not Okay è imperfetto ma non intacca un CD davvero ottimo. Menzione finale per Whole New World / Pretend World, che chiude magistralmente il disco.

In conclusione, la musica elettronica sembra aver trovato una nuova, grande promessa in SOPHIE. Se il primo lavoro “PRODUCT” era decisamente perfettibile, questo LP resterà probabilmente anche negli anni a venire: mescolare così sapientemente musica sperimentale e accenni di pop da radio (evidenti in Immaterial) non è per nulla facile, farlo con questi eccellenti risultati ancora meno. Aspettiamo con trepidazione il suo prossimo disco, con la speranza che quanto di buono fatto in “OIL OF EVERY PEARL’S UN-INSIDES” non venga sprecato.

5) Blood Orange, “Negro Swan”

(R&B)

Il quarto CD a firma Dev Hynes è un concentrato delle qualità che lo hanno reso molto apprezzato da critica e pubblico e, contemporaneamente, un lavoro adatto ai nostri tempi duri, in termini di testi e tematiche affrontate. In più, fatto da non trascurare, il disco innova parzialmente l’estetica di Blood Orange, con sonorità che richiamano “Blonde” di Frank Ocean.

Fin dall’inizio, “Negro Swan” appare un LP perfettamente intonato ai tempi in cui viviamo: Dev evoca la figura del cigno nero (anzi, negro) per esprimere la fragilità della condizione di molte persone che, proprio perché diverse o semplicemente eccentriche, vengono isolate, soprattutto negli Stati Uniti di Donald Trump. L’uso della parola più odiata dagli afroamericani, inoltre, richiama i problemi di discriminazione razziale di cui spesso i neri sono vittime. Fin dal primo singolo estratto è chiaro questo messaggio: “No one wants to be the odd one out at times” canta Hynes in Charcoal. In Orlando, la splendida apertura del disco, si dice “First kiss was the floor”, implicitamente condannando il bullismo esercitato da alcuni su Hynes in gioventù.

Musicalmente, l’aspetto più importante, il disco è un trionfo: abbiamo già accennato al bellissimo primo brano in scaletta, Orlando, caratterizzato da ritmiche lente ma tremendamente sexy, che richiamano il miglior Prince. Da ricordare anche Saint, altra ballata adatta a danze lente e sensuali. Sono infine ottime anche Charcoal Baby e Chewing Gum. L’unica pecca sono i brevi intermezzi, spesso inferiori al minuto, che costellano il CD (ad esempio Family). Bello allo stesso tempo il fatto di affidarli alle testimonianze di persone vittime di discriminazioni, ad esempio l’attivista per i diritti LGBT Janet Mock. Infine, da sottolineare la lista di ospiti presenti in “Negro Swan”: abbiamo star come A$AP Rocky e Puff Daddy, ma anche figure meno note come il membro del collettivo The Internet Steve Lacy o il membro dei Chairlift Caroline Polachek. Insomma, una completa libertà artistica e una concezione della musica come comunità di imperfetti, al contrario di molte popstar del nostro tempo. Potrà piacere o meno, ma la visione artistica di Dev Hynes è chiara e coerente.

In conclusione, “Negro Swan” rappresenta un altro gigantesco passo avanti nella carriera di Blood Orange, ormai a pieno titolo nella ristretta lista degli artisti che davvero parlano efficacemente del nostro tempo e, musicalmente, stanno innovando i generi musicali che frequentano. Non sono molti i cantanti di questo livello: probabilmente Kendrick Lamar e Frank Ocean ne fanno parte, ma pochi altri sono accostabili a questi giganti contemporanei. Ebbene, Dev Hynes, per la prima volta, può a buon diritto essere ammesso in questo “club esclusivo”.

4) Beach House, “7”

(ROCK – POP)

I Beach House, duo originario di Baltimora, ci avevano abituato ad estrarre dal cilindro sempre nuovi modi per non suonare monotoni, malgrado abbiano calcato sostanzialmente le scene di un solo genere durante tutta la loro ormai lunga carriera: un dream pop raffinato quanto si vuole, ma pur sempre una sonorità già inflazionata da molti artisti. “7” è quindi un enorme passo avanti per Victoria Legrand e Alex Scally: per la prima volta è chiara la volontà di andare avanti, aprendosi a nuovi suoni e ritmi, con addirittura dei veri e propri assoli di chitarra e la presenza dei sintetizzatori più forte che mai.

Il numero 7 è molto presente nella simbologia dell’album: “7” è intanto il settimo CD del duo, il loro catalogo è composto da 77 pezzi, il primo singolo è stato pubblicato il 14/02 (1+4+2=7) e il terzo il 03/04… Insomma, tutto sembrava complottare in favore di questo titolo scarno. Tuttavia, come sempre, non si ascolta un CD dei Beach House per i messaggi insiti nelle liriche delle canzoni, quanto piuttosto per le atmosfere che i brani sanno evocare.

Ebbene, possiamo dire senza tema di smentita che “7” è il disco più denso del gruppo; ed è tutto dire, visto che nel già 2015 avevamo detto la stessa cosa per la coppia di album pubblicati in quell’anno, “Depression Cherry” e “Thank Your Lucky Stars”. In effetti, in quei lavori si era intravista una volontà di cambiamento in Scally e Legrand: ad esempio, Sparks e Elegy To The Void suonavano quasi rock, mentre le atmosfere erano ancora più malinconiche del solito, quasi opprimenti.

Tuttavia, è con questo disco che la svolta è compiuta. Per i Beach House si apre una nuova pagina di una carriera già piena di grandi successi, sia di critica che di pubblico: basti pensare a “Teen Dream” (2010) e “Bloom” (2012). Partiamo dal primo pezzo della tracklist: Dark Spring ricorda da vicino i My Bloody Valentine di “Loveless”. Non a caso, lo shoegaze è il genere a cui si sono aperti i Beach House in “7”: è evidente questo fatto anche nella magnifica Dive, vero capolavoro del disco e uno dei migliori pezzi mai scritti dalla band.

Altri highlights sono Lemon Glow, con quel synth in sottofondo che sembra provenire da un altro mondo; Last Ride, che chiude magicamente il disco; e Pay No Mind. Buona anche la delicata Woo. Forse inferiori alla media L’Inconnue e Black Car, ma stiamo parlando comunque di brani interessanti, che rievocano i primi dischi del gruppo.

In conclusione, i Beach House sembravano aver imboccato una parabola discendente: il dream pop pareva stargli stretto e c’era grande bisogno di aria fresca per Legrand e Scally. La risposta è arrivata nell’eccellente “7”: quando si ha talento, cambiare non deve spaventare, anzi può servire a scoprire delle abilità nascoste. Ad esempio, chi avrebbe pensato che un LP dei Beach House avrebbe contenuto un assolo potente come quello in Dive?

3) Janelle Monáe, “Dirty Computer”

(POP – R&B)

Il terzo album di Janelle Monáe, popstar ormai di livello internazionale, era attesissimo. Dopo due pregevoli CD, che avevano fatto di lei la più degna erede di Prince, “The ArchAndroid” (2010) e “The Electric Lady” (2013), tutti la attendevamo al varco: riuscirà a replicarsi? Oppure arriverà un’inevitabile flessione? Beh, la bella Janelle non solo si è replicata, è riuscita addirittura a migliorare i risultati dei suoi primi due lavori.

Se c’era un difetto in “The ArchAndroid” e “The Electric Lady”, era l’eccessivo numero di canzoni e, di rimando, il minutaggio: entrambi superavano l’ora, con 17-18 canzoni, divise in entrambi i casi in due suite. Janelle utilizzava uno pseudonimo, Cindi Mayweather, appunto un androide, attraverso cui narrava metaforicamente le difficoltà dei “diversi”, che si parlasse di razza, sessualità o religione. Insomma, progetti di sfrenata ambizione, riusciti ma non per tutti i palati. Con “Dirty Computer”, invece, l’artista statunitense ha puntato il dito sui propri tormenti interiori, risultando in un LP più semplice ma anche più coeso; in poche parole, un capolavoro.

L’inizio è ottimo: nella breve intro Dirty Computer notiamo il decisivo contributo del grande Brian Wilson, ex Beach Boys; il primo highlight è Crazy, Classic, Life: Prince sarebbe molto fiero che la sua protetta abbia prodotto un pezzo così perfetto. Non mancano, oltre a Wilson, altre collaborazioni eccellenti: da Pharrell Williams a Grimes, passando per Zöe Kravitz (figlia di Lenny) allo stesso Prince, che prima della morte avrebbe contribuito ad ispirare la Monáe. Insomma, alcuni dei maggiori artisti dello scenario contemporaneo e della storia del pop/rock.

Altri pezzi notevoli sono Pynk, pezzo funk minimal in cui Janelle invita tutti a ballare sulle basi di Grimes; il singolo Make Me Feel, grande funk che non fa rimpiangere i tempi di James Brown e Michael Jackson; e I Like That. L’unica traccia leggermente sotto la media è I Got The Juice, con Pharrell, ma insomma sarebbe comunque un buon pezzo nelle tracklist del 90% dei CD R&B degli ultimi anni.

Liricamente, basti dire che Janelle ha eletto lo slogan “Let the rumours be true” a simbolo di “Dirty Computer”: diciamo che i gossip relativi alla sua sessualità vengono più volte confermati nel corso del disco. Il breve film tratto dal disco e i video dei singoli avevano già fatto intravedere il coming out: diamo atto che l’artista ha sempre avuto atteggiamenti ambigui, ma questa confessione dimostra coraggio. Insomma, “Dirty Computer” pare più avere lo scopo di esorcizzare i propri demoni che possedere messaggi universali, tuttavia i testi non risultano mai banali o troppo concentrati sull’ego di Janelle.

In conclusione, la Monáe, con questo disco, ha probabilmente raggiunto il picco delle proprie capacità: nello spazio di 14 canzoni e 49 minuti di durata, ha coperto un tale territorio musicale che molti artisti non riescono a coprire in un’intera carriera. Dal rap di Django Jane, al funk di Crazy, Classic, Life, passando per l’R&B di I Like That e Americans e l’elettronica soft di Pynk… Insomma, come già detto, un capolavoro fatto e finito. Uno dei più bei CD non solo dell’anno, ma dell’intera decade.

2) Car Seat Headrest, “Twin Fantasy”

(ROCK)

Può un 25enne aver realizzato già 11 album di studio? Sì, se questo giovane risponde al nome di Will Toledo. Il geniale artista statunitense ha già oltrepassato la doppia cifra di CD, contando ovviamente anche i suoi lavori più precoci e acerbi. Tuttavia, “Twin Fantasy” occupa un posto speciale nel cuore di Toledo: questa è infatti la seconda versione dello stesso disco, la prima è stata pubblicata nel 2011 e aveva fatto conoscere a molti il talento di Toledo, allora ancora solista e impossibilitato ad avere una produzione curata a dovere. Ora che lo supporta una band al completo, un lavoro che sembrava solo un diario di un giovane omosessuale diventa uno dei migliori dischi indie rock del decennio.

Fondamentale è infatti il background di “Twin Fantasy”: Toledo narra nel CD le sue disavventure, specialmente alla luce dei turbamenti adolescenziali e della scoperta della propria omosessualità, tanto che molti testi delle 10 canzoni che compongono il disco contengono riferimenti ad amori, sia passati che vissuti al tempo della composizione. Ne sono esempio “most of the time that I use the word ‘you’, well you know that I’m mostly singing about you”; oppure “we were wrecks before we crashed into each other”. Tuttavia, Toledo ha già dimostrato di essere anche ironico nelle sue liriche: ad esempio, in Bodys canta “Is it the chorus yet? No. It’s just a building of the verse, so when the chorus does come it’ll be more rewarding”, circostanza che poi si rivelerà veritiera peraltro.

La bellezza del CD non risiede tuttavia solamente nel concept alla sua base e nei testi: come già accennato, “Twin Fantasy” è uno dei più riusciti LP della decade. Le canzoni grandiose sono numerose: le lunghissime Beach Life-In-Death e Family Prophets (Stars) sono le ancore del disco, i punti ineludibili per chi ama le composizioni rock più ambiziose. Nervous Young Inhumans ricorda i migliori Killers, Bodys ha una base ritmica pazzesca, così come Cute Thing. Risulta difficile trovare un pezzo meno efficace, tutti hanno la perfetta posizione nella tracklist e un significato ben preciso nella narrazione del disco. Magnifica, infine, la contrapposizione High To DeathSober To Death, altro passaggio cruciale per comprendere pienamente il CD e i temi da cui scaturisce. Il risultato è un LP stupefacente, con continui cambi di direzione, spesso all’interno della stessa canzone, imprevedibile ma non per questo frammentato o confusionario. Insomma, un capolavoro fatto e finito.

Possiamo dunque concludere che il talento di Will Toledo è definitivamente sbocciato con la riedizione di “Twin Fantasy”: il giovane cantante ci aveva già mostrato parte delle sue potenzialità in “Teens Of Style” (2015) e “Teens Of Denial” (2016); mai, tuttavia, aveva prodotto un CD così bello.

1) The 1975, “A Brief Inquiry Into Online Relationship”

(ROCK – POP)

Il giovane gruppo inglese aveva anticipato il suo terzo album di inediti con questa serie di singoli: 1) un pezzo indie rock con venature punk, molto affine a Sex, primo grande successo dei The 1975, ma con una chitarra ancora più tagliente (Give Yourself A Try); 2) una canzone che rimandava al rock anni ’80 dei Police e ai pezzi migliori del precedente CD del gruppo, “I Like It When You Sleep, For You Are So Beautiful Yet So Unaware Of It” (2016), chiamata Love It If We Made It; 3) una melodia sfacciatamente pop, degna di Rihanna e Drake (TOOTIMETOOTIMETOOTIME); 4) un simpatico pezzo a metà fra jazz e pop (Sincerity Is Scary); 5) un singolo degno degli Abba, It’s Not Living (If It’s Not With You).

Lasciando da parte i titoli inverosimilmente lunghi di album e singoli, come potevano canzoni così lontane come generi stare insieme in un unico CD? Beh, se a ciò aggiungiamo che i The 1975 nel corso del loro nuovo lavoro hanno anche toccato ambient, elettronica e Soundcloud rap (!!!), la cosa si fa realmente complessa. La cosa che più sorprende (e ammalia) del talentuoso complesso originario di Manchester è che i risultati di “A Brief Inquiry Into Online Relationships” sono davvero paurosi. I dubbi sulla consistenza e coesione dell’album sono fugati fin dal primo ascolto: i The 1975 hanno generato un CD che resterà nella storia della decade come il disco più millennial mai prodotto. Frammentario ma in qualche modo coeso, vario ma mai fine a sé stesso, profondo e accessibile: “A Brief Inquiry Into Online Relationships” si staglia come un pilastro del rock degli anni ’10, probabilmente l’unico modo per vedere ancora questo genere primeggiare nelle chart.

Alcuni hanno azzardato paragoni con “OK Computer” dei Radiohead, uno dei lavori rock più importanti dell’intera storia della musica. Diciamo che Matt Healy e compagni in quanto ad ambizione non sono secondi a molti, ma i Radiohead sono probabilmente ancora molti gradini sopra i The 1975. Se una similitudine c’è, risiede nel fatto che entrambi i CD affrontano le devastanti conseguenze che Internet può avere sulla vita delle persone. Mentre Thom Yorke & co. ponevano l’attenzione sull’alienazione e sulla voglia di imitazione (esemplari Paranoid Android e Fitter Happier), i The 1975 si concentrano come naturale sui social network e sui problemi propri soprattutto dei più giovani: tossicodipendenza, paura della morte, news frenetiche che confondono più che informare…

Infatti, alla pura bellezza del disco va aggiunto che Matt Healy è diventato un compositore di primo calibro anche a livello testuale: in Give Yourself A Try si rivolge ad una giovane fan del gruppo che si è suicidata a soli 16 anni, chiamando i suoi coetanei a concedersi una chance nella vita (il significato del titolo è proprio questo). Love It If We Made It evidenzia l’assurdità di avere un presidente americano che si vanta di “averla posseduta come una puttana!” e un musicista di colore che lo difende e afferma che i neri hanno quasi voluto la schiavitù (Kanye West)… il tutto mentre le anime migliori se ne vanno per overdose (Lil Peep, amico di Healy e tossicodipendente come lui).

Il filo che però tiene unito il disco è l’uscita dalla dipendenza da eroina da parte di Healy, che in effetti nelle ultime uscite è apparso davvero rigenerato fisicamente. “A Brief Inquiry Into Online Relationships” può in effetti essere anche letto come un percorso di recupero, che termina con l’epica I Always Wanna Die (Sometimes), che ricalca le orme di Oasis e Coldplay per creare la canzone più vitale della discografia dei The 1975. Sebbene infatti il protagonista del brano pensi al suicidio, alla fine afferma “If you can’t survive, just try”.

In tutto questo, non abbiamo ancora parlato musicalmente del disco. “A Brief Inquiry Into Online Relationships” è un CD davvero variegato, come già spiegato in precedenza. L’introduzione The 1975 riflette i cambiamenti radicali avvenuti nel sound della band: ritmi jazzati, autotune che manipola fortemente la voce di Healy e struttura sfilacciata. L’unico pezzo che appare più debole è proprio il singolo TOOTIMETOOTIMETOOTIME, che è fin troppo da discoteca sebbene non del tutto sgradevole. Tuttavia, è un peccato veniale in un album davvero generoso di pezzi grandiosi: It’s Not Living (If It’s Not With You) è una delle canzoni migliori dell’anno, I Always Wanna Die (Sometimes) ricorda i Coldplay di “A Rush Of Blood To The Head”, How To Draw / Petrichor parte come Brian Eno e finisce come l’Aphex Twin più scatenato, con risultati clamorosi. Infine, I Couldn’t Be More In Love è pari alle melodie più dolci di George Michael.

Dicevamo poi che i The 1975 affrontavano il rap più melodico, chiamato Soundcloud rap, tipico di interpreti come Lil Peep e Denzel Curry: I Like America & America Likes Me non sarà il miglior brano del disco, ma ha una carica benvenuta in una seconda parte che conta pezzi acustici come Surrounded By Heads And Bodies e Mine, il secondo pezzo jazz dell’album. Non tralasciamo poi il pezzo più shoegaze, Inside Your Mind (Healy ha sempre detto di amare i My Bloody Valentine); e Be My Mistake, un’incantevole ballata che riporta alla memoria il miglior Nick Drake e Jeff Buckley.

In conclusione, “A Brief Inquiry Into Online Relationships” è un LP di non facile lettura e in cui ci si può perdere data la grande quantità di generi affrontati e i testi mai banali. Tuttavia, gli amanti della musica non possono non ammirare il coraggio di Healy e compagni di voler riportare il rock (pur contaminato da mille influenze) in cima alle classifiche. Se questo sia l’unico modo per farlo è discutibile; “A Brief Inquiry Into Online Relationships” però è indubbiamente un miglioramento rispetto ai due precedenti lavori del gruppo, in termini di minutaggio (basti dire che “I Like It When You Sleep, For You Are So Beautiful Yet So Unaware Of It” durava 74 minuti mentre questo album “soli” 58) e focus. Avevamo intuito che i The 1975 avessero talento e che “A Brief Inquiry Into Online Relationships” potesse essere importante per il loro futuro, ma pochi potevano prefigurare questi risultati grandiosi. Complimenti, Matty, e complimenti The 1975: il futuro è tutto per voi. Non premiare questo lavoro come il migliore del 2018 sarebbe stato un delitto.

Voi cosa ne pensate? Questa lista vi convince oppure pensate che ad A-Rock abbiamo tralasciato dei CD importanti? Non esitate a commentare!

Recap: marzo 2018

Il mese di marzo ha regalato CD molto attesi da critica e pubblico. Ad A-Rock recensiremo i nuovi lavori di Jack White, David Byrne, Preoccupations, Young Fathers, Mount Eerie e dei Voidz di Julian Casablancas. Insomma, dal rock al rap, passando per new wave e folk: ne abbiamo davvero per tutti i gusti! Buona lettura!

Mount Eerie, “Now Only”

mount eerie

La storia di Phil Elverum, frontman dei Microphones e successivamente solista col nome di Mount Eerie, è tristemente nota. Nel 2016 sua moglie Geneviève è morta di cancro, lasciando lui e la loro figlioletta a chiedersi il perché di tanta sofferenza a una così giovane età. Elverum ha deciso di affrontare questo tragico lutto facendo quello che sa fare meglio: scrivere canzoni. Mount Eerie non è mai suonato così scarno come negli ultimi due suoi CD, “A Crow Looked At Me” (2017) e “Now Only”. È possibile infatti vedere questo disco come una continuazione del precedente, ma contemporaneamente “Now Only” contiene differenti sonorità in alcuni tratti, che lo rendono un capolavoro a sé stante.

La partenza è straziante: Tintin In Tibet narra alcuni frammenti del passato di Phil e Geneviève, per esempio il loro primo incontro, ma si apre e si chiude con le seguenti parole: “I sing to you”. È facile intuire chi sia quel “tu” a cui si rivolge Elverum, non a caso queste canzoni sembrano più un’autoconfessione che un lavoro per piacere al pubblico. Il loro fascino, tuttavia, risiede proprio in questo: essere scritti con uno scopo personale, ma avere una risonanza universale.

Musicalmente parlando, come già accennato, “Now Only” riprende il folk scarno di “A Crow Looked At Me”, tuttavia in alcuni brani riecheggiano chitarre distorte e una lieve base di batteria, che rendono il CD più vicino ai primi lavori dei Microphones rispetto al suo predecessore. I brani migliori sono Tintin In Tibet, Earth (unica traccia con chitarre rock), la title track e Two Paintings By Nikolai Astrup. A colpire, però, sono soprattutto le liriche: nella lunghissima Distortion Elverum recita “the first dead body I ever saw in real life was my great-grandfather’s; the second dead body I ever saw was you, Geneviève, when I watched you turn from alive to dead right here in our house.” Uno dei versi più sinceri e tragici mai cantati. C’è spazio per un’accettazione della morte dell’amata moglie, quasi con sollievo, quando Phil dice “you’re sleeping out in the yard now”.

I fan di Mount Eerie ricorderanno sicuramente l’immagine del corvo presente in “A Crow Looked At Me”, che prendeva le sembianze della moglie agli occhi di Elverum, ancora incapace di accettare la sua perdita; vi è un richiamo in “Now Only”, tanto che l’ultima canzone si intitola proprio Crow, Pt.2. Adesso, però, Elverum canta “I don’t see you anywhere”. Il cantante statunitense sembra finalmente aver capito che Geneviève non tornerà più indietro: meglio vivere la vita che ci resta e crescere la propria figlia, mantenendo le promesse fatte alla moglie morente. Non c’è messaggio migliore da prendere da questo LP.

Voto finale: 8,5.

Young Fathers, “Cocoa Sugar”

young fathers

Il terzo album del trio scozzese è il compimento di un percorso che li ha visti costantemente migliorare, gli Young Fathers sono infatti a tutti gli effetti tra i maggiori innovatori nel mondo hip hop. Le loro basi mescolano sapientemente rock, pop, soul e ritmi africani, creando brani a volte caotici, ma nella maggior parte dei casi sorprendenti e mai banali. Ne sono esempio, nel nuovo CD “Cocoa Sugar”, In My View e See How.

Anche i testi degli Young Fathers non sono innocui: già il titolo del disco, “Cocoa Sugar”, anticipa un tema portante, la contrapposizione fra bianchi e neri purtroppo ancora centrale nella società. Tuttavia, non possiamo parlare di rap politico: gli Young Fathers spesso accennano solamente a tutto ciò, non volendo soverchiare l’ascoltatore con messaggi troppo forti. Molto diversi da un Kendrick Lamar, tanto per capirsi. Liriche potenti ne abbiamo comunque: da “don’t turn my brown eyes blue, I’m nothing like you” a “I’m not here to drown you, I’m only here to clean you”.

I risultati complessivi sono ottimi: “Cocoa Sugar” è uno dei migliori album rap non solo dell’anno, ma della decade. Accanto ai già citati See How e In My View, abbiamo altri pezzi molto efficaci: da Tremolo a Toy, passando per la base industrial di Turn (quasi à la Nine Inch Nails) e i paesaggi pastorali di Lord, che quasi ricorda i Walkmen più intimisti.

Insomma, come già accennato, gli Young Fathers hanno probabilmente raggiunto il picco creativo nel rap sperimentale che li contraddistingue: come andranno avanti da qui in avanti sarà interessante. Intanto godiamoci questo LP, ennesima conferma di come il rap ormai sia così mainstream da dover contaminarsi con altri generi per diventare sperimentale. Era già successo al rock molti anni fa, quando molti dovettero contaminarlo con elettronica e rap (!) per rinnovarlo. La ruota gira…

Voto finale: 8,5.

The Voidz, “Virtue”

Virtue

Julian Casablancas è tornato con gli ormai fidati Voidz con un CD molto diverso dal precedente sforzo del gruppo, quel “Tyranny” (2014) che mescolava ferocia e sperimentalismo, riff taglienti e canzoni semplicemente folli. Insomma, tutto meno che accessibile. Ebbene, “Virtue” riporta con la mente alle atmosfere del disco solista di Julian del 2008, “Phrazes For The Young”, che mescolava psichedelia e pop.

In particolare, sorprende la capacità del frontman degli Strokes di fondere fra loro tutte le influenze sperimentate negli ultimi 15 anni: dal rock di “A First Of Impression Of Earth” al suo album solista, ma anche il gusto anni ’80 di “Angles” e “Comedown Machine”. Il risultato potrà risultare straniante, a volte incoerente, ma mai prevedibile e sempre molto intrigante.

La prima canzone del CD, Leave It In My Dreams, è fra le migliori mai scritte da Casablancas dopo “Room On Fire”: synths raffinati, prova vocale ottima, base ritmica azzeccata. Idem per QYURRYUS, fra i singoli estratti, non per caso: i rimandi anni ’80 sono evidenti, per esempio ai Talking Heads, ma non invadenti. La prima parte di “Virtue” è quindi davvero convincente, contando su altri buoni pezzi come Permanent High School e ALieNNatioN. Non che la seconda sia da meno, tuttavia lo sperimentalismo a volte può risultare fine a sé stesso (per esempio in Think Before You Drink e Wink). I rimandi al precedente album dei Voidz sono pochi, ma non inutili: la chitarra potente di Pyramid Of Bones e One Of The Ones rende questi pezzi davvero coinvolgenti.

Il bilancio di questa cavalcata attraverso generi tanto diversi è eccellente: pur con alcuni questioni irrisolte (la lunghezza del lavoro soprattutto), i Voidz si confermano una voce davvero unica nel panorama rock contemporaneo. E poi, Julian non sembrava così libero e divertito dal comporre musica da “Room On Fire”; e i risultati sono sotto gli occhi di tutti.

Voto finale: 8.

Preoccupations, “New Material”

preoccupations

I Preoccupations, giunti al secondo album dopo l’ennesimo cambio di nome, si confermano fra i più talentuosi artisti punk della scena musicale contemporanea. Gli ex Women e Viet Cong, infatti, mantengono intatti i tratti caratteristici del loro sound, comprese le tematiche affrontate nei loro testi, ma aggiornano la formula quel tanto da non apparire ripetitivi rispetto al passato.

Rispetto a “Preoccupations” (2016), i riferimenti ai grandi del post punk, su tutti i Joy Division, si fanno più evidenti; contemporaneamente, quel suono quasi ambient e industrial che caratterizzava il precedente CD viene confermato e reso forse un po’ più accessibile. Niente di commerciale, sia chiaro, però in “New Material” le ritmiche sono meno oppressive che in passati lavori di Flegel e compagni.

Ne sono esempio i migliori pezzi dell’album: su tutti Disarray, ma buona anche Decompose. Le percussioni di Espionage riportano vividamente alla memoria “Closer” dei Joy Division. Meno riuscita la conclusiva Compliance, traccia strumentale poco coinvolgente. Tuttavia, va elogiata l’ardita scelta dei Preoccupations di voler sempre sfidare l’ascoltatore, pur restando nel consueto territorio punk.

Liricamente, come dicevamo, i Preoccupations affrontano temi non nuovi per loro, ma sempre delicati: autodistruzione, dubbio, odio per sé stessi. Per esempio, in Disarray Flegel canta con voce calda “It’s easy to see why everything you’ve ever been told is a lie”, probabile riferimento al corrente contesto di fake news; un altro riferimento a ciò arriva in Antidote, dove si parla di “information overdose”. Manipulation, come già il titolo anticipa, tratta il potere di alcune persone di plagiare gli individui più fragili. Insomma, non temi facili, ma affrontati con onestà e preoccupazione. Il nome del gruppo si conferma azzeccato.

In conclusione, le otto tracce di “New Material” faranno sicuramente entrare il CD fra i migliori 50 del 2018 di A-Rock: ogni ascolto rivela nuovi dettagli, mai banali, circostanza che rende il disco riascoltabile molte volte. Non una cosa da poco, in un panorama musicale spesso sovraccarico di citazioni e LP monotoni allo sfinimento (si veda il nuovo album dei Migos).

Voto finale: 7,5.

Jack White, “Boarding House Reach”

jack white

Il terzo album solista di Jack White segna il ritorno di quello che da molti è ritenuto uno degli artisti rock più significativi della nostra epoca. Di certo, Jack White è riconoscibilissimo: i suoi riff hanno segnato la scorsa decade (chi non sa a memoria la intro di Seven Nation Army dei White Stripes?). Tuttavia, proprio la sua identità viene stravolta in “Boarding House Reach”: il CD contiene alcuni momenti davvero sperimentali, che potrebbero disorientare (per non dire sconcertare) i fan duri e puri dell’artista nativo di Detroit.

Infatti, White ha prodotto un disco che potremmo quasi definire temerario, almeno per i suoi standard: sia con i White Stripes che con i Raconteurs che nei Dead Weather lui aveva sempre mantenuto la sua creatività nei confini del blues e del rock. Pertanto, sorprende sentire molte volte tastiere o ritmiche africane nelle 13 canzoni che compongono “Boarding House Reach”; già nel suo precedente album solista, “Lazaretto” del 2014, White aveva inserito sezioni quasi hip hop e funk, ma non con questa frequenza e, verrebbe da dire, convinzione. I risultati sono a tratti ottimi, in altri confusionari; ma andiamo con ordine.

L’apertura del disco è deludente: Connected By Love (inspiegabilmente scelto come singolo di lancio) e Why Walk A Dog? sono i brani peggiori del disco, spenti e prevedibili. Meno male che Corporation, pur nella sua iperattività, risolleva il disco, portando White quasi in territori Talking Heads o Prince. Altri pezzi degni di nota sono Over And Over And Over (non a caso composto durante il miglior periodo di Jack, quello dei White Stripes) e Get In The Mind Shaft. In generale, meglio la seconda parte della prima; se non altro, più a fuoco come sperimentalismo. Valga da esempio Respect Commander, prima Led Zeppelin poi indie rock poi ancora LZ, però mai dispersiva. Trascurabili i brevi intermezzi, come la già citata Why Walk A Dog? e Abulia And Akrasia.

In generale, dunque, di certo “Boarding House Reach” non è il CD definitivo di Jack White, tantomeno rientra nella lista dei migliori dischi della decade; nondimeno, sembra aprire una nuova stagione per il cantante americano, un po’ quello che “Emotional Mugger” (2016) ha rappresentato per Ty Segall, peraltro un fedele seguace di JW. Vedremo se si rivelerà un lavoro di transizione o semplicemente un divertissement; di certo, non possiamo dire che ci si annoi.

Voto finale: 7.

David Byrne, “American Utopia”

david byrne

David Byrne, il frontman e leader dei Talking Heads, insomma uno degli artisti che più hanno influenzato il rock anni ’70 e ’80, è tornato dopo una lunga assenza a produrre un album solista. Era addirittura dal 2004 che Byrne non faceva un disco interamente solista. Naturalmente, la sua attività non si era del tutto bloccata: aveva pubblicato CD collaborativi con Brian Eno e St. Vincent, oltre a occuparsi di pittura e pubblicare libri. Insomma, tutto meno che un pensionato.

“American Utopia” è il suo undicesimo album dopo la fine dei Talking Heads ed è parte di una creazione più ampia, intitolata “Reasons To Be Cheerful”, in cui Byrne vuole diffondere un messaggio di ottimismo pur in un momento storico particolarmente incerto. Musicalmente, il lavoro riprende molte delle sonorità tipiche della sua produzione: pop e rock presenti in egual misura, con inserti funk. A colpire sono soprattutto le liriche, ma non in positivo: da un grande vecchio della musica ci saremmo aspettati testi più impegnati rispetto, per esempio, a quello di Every Day’s A Miracle, dove proclama di avere “il cervello di un pollo e il pene di una scimmia” e che “il papa non significa nulla per un cane”. Mah… L’intento è evidentemente di far sorridere l’ascoltatore, ma spesso i risultati sono imbarazzanti.

Sorvolando sui testi, musicalmente il disco è apprezzabile: pur essendo in certi tratti troppo melenso e monotono, i risultati sono tutto sommato buoni. Degni di nota sono particolarmente i pezzi della seconda parte: Doing The Right Thing e Everybody’s Coming To My House sono fra i migliori pezzi recenti di Byrne. Buona anche I Dance Like This. Meno convincenti Everyday’s A Miracle e Dog’s Mind, ma non rovinano eccessivamente il CD.

In generale, dunque, se era più che legittimo aspettarsi qualche cosa di più da un veterano come David Byrne, possiamo dire che “American Utopia” è più che sufficiente. Con testi di miglior qualità, i risultati sarebbero stati anche migliori. Menzione speciale per la produzione di Brian Eno, che rende dignitosi anche i momenti peggiori del disco.

Voto finale: 7.